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	<title>Nazione Indiana &#187; responsabilità</title>
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		<title>Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare. </em><br />
George Orwell</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Se non puoi dire la verità – taci.<br />
Guardati dalle mezze verità.</em><br />
Danilo Kiš</p>
<p>C’è qualcosa di male se, nell’Italia di oggi, uno scrittore che si ritiene di sinistra pubblica su di un quotidiano come “Il Giornale” o come “Libero”? Piuttosto che sopportare il silenzio, si può anche cominciare una discussione con una domanda brusca. Intorno a questa domanda, dapprima in rete, nella forma del frammentario dibattito per commenti, e poi in contesti più tradizionali e codificati, si è avviato un dibattito pubblico intorno a una vecchia questione, quella della responsabilità dello scrittore. Si è partiti dalla notizia della collaborazione di Paolo Nori a “Libero”, ma le occasioni di porsi certe domande sono state diverse. Un articolo di Tiziano Scarpa proposto a un giornale di sinistra e mai da questo pubblicato, che finisce anch’esso su “Libero”. Ma anche le scelte di coloro, come Berardinelli, che già da anni scrivono per giornali quali “Il Foglio” o“Il Domenicale”. Nonostante molte persone – scrittori, giornalisti o semplici lettori comuni – siano ormai convinti che qualsiasi forma di dissenso, scontro d’idee, discussione critica equivalga ad un puro attacco alla libertà individuale, riprendere in mano la questione della responsabilità dello scrittore, partendo da situazioni così concrete, può essere molto più fecondo che lanciare un astratto dibattito sull’<em>impegno</em> dell’intellettuale o sul rapporto tra lo scrittore e la realtà. Per me si tratta di un’occasione importante per chiarire innanzitutto le mie posizioni, cercando di dissipare un po’ di malintesi e confusioni. Il confronto critico con le posizioni altrui non è tanto mirato a distribuire colpe, quanto a mostrare la bontà di posizioni alternative.<br />
<span id="more-29385"></span><br />
Se uno scrittore come Paolo Nori scrive per “Libero”, e così facendo dimostra, alla fine, che non è uno scrittore “di sinistra”, o che non è un cittadino con una consapevolezza politica “di sinistra”, non per questo cessa di essere un valido scrittore. Ma è sempre possibile dire che, sul piano politico, Paolo Nori non sta difendendo gli ideali di sinistra o la lotta politica promossa dalle forze di sinistra. Forse, addirittura, il solo fatto di essere uno scrittore, e di credere nei valori veicolati dalla letteratura, dovrebbe rendere consapevole Nori dell’errore che egli commette fornendo legittimità culturale a un quotidiano la cui linea politica si accorda con i programmi governativi di demolizione della cultura, partendo proprio dalle istituzioni che ne garantiscono la trasmissione e lo sviluppo (la scuola e la ricerca). Ma ripeto, il caso Nori o casi affini, ci impongono di riconsiderare in modo esplicito i rapporti tra letteratura e politica.</p>
<p><em>Scrittori di quale sinistra?</em><br />
Io su letteratura e politica la penso esattamente come George Orwell. Mi sembra, infatti, che settant’anni fa, Orwell, durante gli anni Quaranta, abbia chiarito meglio di chiunque altro i rapporti tra letteratura e politica, in un’ottica di sinistra, ma di sinistra “eretica”. È importante scegliersi i propri autori, le proprie fonti, a maggior ragione quando vige la gran confusione, e diventa difficile tracciare confini politici tra destra e sinistra, ma anche semplicemente definire <em>quale</em> sinistra. In Italia, da un decennio ormai, non sembra essere rimasto più che Pasolini come autore di riferimento, e questo sia per chi parla da destra sia per chi parla da sinistra. Ovviamente è innanzitutto responsabilità degli scrittori, di coloro cioè che hanno una qualche funzione elementare nella circolazione delle idee, porre in primo piano la questione delle eredità ideologiche, dei filoni intellettuali ancora fecondi e da valorizzare. Per parte mia posso solo consigliare di leggere senza particolari apriori i seguenti saggi di Orwell: <em>Perché scrivo</em> (1946), <em>La letteratura e la sinistra</em> (1943), <em>Come mi pare (14)</em> (1944), <em>Gli scrittori e il leviatano</em> (1948). Questi interventi di Orwell potrebbero poi essere correlati ad alcuni articoli dello scrittore ebreo montenegrino Danilo Kiš come <em>Homo poeticus, malgrado tutto</em> o <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> – dall’anno scorso reperibili nell’edizione Adelphi che raccoglie una parte della sua opera saggistica (ahimè solo una parte!).</p>
<p>Perché proprio Orwell e Kiš? Sono due tra i più importanti scrittori del XX secolo. Sono due scrittori d’esperienza: hanno vissuto direttamente i traumi storici della loro epoca (Orwell partecipò alla guerra civile spagnola e Kiš ebbe membri della sua famiglia assassinati nei lager nazisti). Sono due scrittori che hanno messo al centro della loro opera l’orrore totalitario. Sono due scrittori profondamente anti-fascisti e profondamente anti-stalinisti. Sono due scrittori che hanno sempre creduto nella funzione veritativa della letteratura. Sono due scrittori che non hanno mai rinunciato ad un atteggiamento libertario, in grado di preservare la capacità critica del singolo dai conformismi ideologici delle masse (o delle maggioranze del momento).</p>
<p><em>L’articolazione fondamentale</em><br />
In un saggio del 1948 (<em>Gli scrittori e il leviatano</em>), Orwell pone in termini estremamente lucidi il rapporto tra letteratura e politica. Mi limito a riportare di seguito alcuni passaggi chiave.</p>
<p>“La lealtà di gruppo è necessaria, ma è veleno per la letteratura, fintanto che quest’ultima continuerà ad essere prodotta individualmente.<br />
(…)<br />
E quindi? Dovremmo concluderne che ogni scrittore ha il dovere di non ‹‹immischiarsi di politica››? Certo che no! In ogni caso, come ho già detto, in un’epoca come la nostra nessuno che abbia un cervello riesce a tenersi, o si tiene in pratica, fuori dalla politica.”</p>
<p>[Interrompo la citazione. Quando Orwell scrive: “un’epoca come la nostra”, pensa ovviamente al secondo dopoguerra, con alle spalle i milioni di morti della guerra e dello sterminio nazista, e di fronte a sé il fosco delinearsi della guerra fredda. Ma noi, siamo forse in un’epoca definitivamente “normale”, fuoriuscita dai grandi pericoli che hanno devastato il secolo scorso: disoccupazione di massa, crisi economiche e finanziarie, razzismi e nazionalismi esasperati? Io credo che non ci sia bisogno di gridare al pericolo fascista, per constatare, dal nostro osservatorio nazionale, una grave e progressiva degenerazione della democrazia, tanto nelle sue forme di vita culturali che materiali. Un segno di questa degenerazione, anche se molti non l’hanno ancora pienamente inteso, è una triplice battaglia che in questi anni è stata ingaggiata da realtà molto diverse tra loro, una battaglia che non può essere confinata esclusivamente a sinistra. La lotta per il rispetto della costituzione (ossia, salvaguardia della separazione dei poteri, del pluralismo dell’informazione, della laicità dello stato, ecc.), la lotta per il rispetto della legalità e la lotta contro le varie forme di razzismo sono oggi battaglie condivise da persone che sono (o dovrebbero essere) trasversali alle appartenenze politiche. Questo che cosa significa? Che non ci sono più battaglie di sinistra? Io credo che ciò stia solo ad indicare una gerarchia nelle priorità politiche: prima di dividersi su politiche di destra o di sinistra, è necessario difendere – nel rispetto di un comune e condiviso orizzonte istituzionale – le istituzioni stesse da forme di deriva e degenerazione pericolosissime per tutti. Questo non esclude che ci siano battaglie che sono invece propriamente di sinistra, come quelle relative alla garanzia delle minoranze e delle fasce popolare più deboli, e sopratutto quelle contro le varie forme di sfruttamento diffuse nel mondo del lavoro. In ogni caso la nostra epoca richiede una responsabilità <em>anche</em> sul piano politico che lo scrittore, proprio in veste di semplice <em>cittadino</em>, non può ignorare.]</p>
<p>“Quando uno scrittore s’impegna in politica dovrebbe farlo come cittadino, come essere umano, ma non <em>come scrittore</em>. Non penso che egli abbia il diritto, solo a motivo della sua sensibilità, di sottrarsi alle quotidiane bassezze della politica.”</p>
<p>[In queste due frasi, è individuata l’articolazione decisiva per una discussione odierna sulla responsabilità dello scrittore. Voglio riportare qui un brano di un articolo che scrissi per NI il 14 aprile 2006,<em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/17/postumi-lo-scrittore-dopo-la-sbronza-della-fine-della-storia/">Postumi. Lo scrittore dopo la sbronza della fine della storia</a> </em>. Mentre lo scrivevo, avevo in mente Consigli ad un giovane scrittore di Kiš, ma non conoscevo il saggio di Orwell che ho citato più sopra. Eppure sono giunto per una mia strada alla stessa conclusione di Orwell. Da <em>Postumi</em>:</p>
<p>“Da tutto ciò ricavo un principio elementare, che pongo a piè di pagina dei <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> di Danilo Kiš. Il fatto che vi sia una riconosciuta incompatibilità tra <em>l’homo poeticus</em> e <em>l’homo politicus</em>, non può costituire un alibi valido per qualsiasi circostanza storica. Potrebbero sempre presentarsi della situazioni, in cui continuare a voler essere <em>homo poeticus</em>, a costo di qualsiasi compromesso e sudditanza con il mondo circostante, può significare solo vigliaccheria, o addirittura infamia morale.</p>
<p>Se c’è uno scrittore novecentesco più alieno da posture da intellettuale impegnato, quello è Samuel Beckett. Eppure proprio lui, dal 1941 al 1942, nella Francia occupata dai nazisti, entra nella Resistenza. Una scelta che implicava, ovviamente, di mettere a rischio la propria vita. Quell’<em>homo poeticus</em> che, durante gli anni Trenta a Parigi, aveva tradotto una notevole quantità di testi in prosa e in versi dal francese all’inglese, si trasformò in <em>homo politicus</em>, dedicandosi alla trascrizione, all’ordinamento e alla traduzione dei dispacci informativi che provenivano da una vasta rete di resistenti nella Francia occupata e che erano indirizzati in ultima istanza allo <em>Special Operations Executive</em> britannico. Sappiamo poi che Beckett e sua moglie sfuggirono di poco alla cattura da parte della Gestapo e che molti componenti della sua cellula di resistenti morirono nei campi di concentramento.</p>
<p>Tornando ora ai postumi della mia sbronza relativa alle figure eroiche dell’intellettuale dissidente, il mio attuale modo di procedere è il seguente. Quando mi tolgo i panni dell’uomo poetico, cerco di assumere quelli del cittadino attivo e consapevole, che per me significa riprendere l’unica battaglia democratica fondamentale, quella per l’<em>autonomia</em>. In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo<br />
(…)<br />
Strumento e fine dell’autonomia è la promozione di un sapere critico, che sia capace di insinuare il dubbio e insidiare dogmi culturali vigenti. Questo è quanto mi sforzo di fare nel mio lavoro di insegnante, ma anche nelle sporadiche attività giornalistiche o nei miei interventi su un blog letterario come Nazioneindiana. Tutto questo potrebbe, ma non necessariamente deve avere un rapporto evidente e diretto con la mia scrittura, poesie o racconti. Insomma, i rischi e la libertà che mi prendo pubblicamente su questioni politiche non dipendono in nessun modo dal mio statuto di scrittore, ma da quello molto più comune di cittadino. In tutto ciò il blog ha un ruolo fondamentale, in quanto è il mezzo che mi permette di accedere liberamente, come cittadino tra gli altri, ad uno spazio pubblico.”]</p>
<p>Torniamo al saggio di Orwell:</p>
<p>“Non c’è alcun motivo per cui [uno scrittore], se lo desidera, non debba scrivere di politica anche nei termini più rozzi. Solo che dovrebbe farlo come individuo, come outsider, al massimo come sgradito guerriero al fianco di un esercito regolare. Questo atteggiamento è pienamente compatibile con l’utilità della politica nel suo uso quotidiano.”</p>
<p>[Si riconosce qui la figura dell’<em>ospite ingrato</em>, da sempre difesa da Fortini, uno dei nostri intellettuali più lucidi. Ed è importante evitare una diffusa confusione: l’ospite ingrato non è lo scrittore di sinistra in casa della destra, l’ospite ingrato innanzitutto è lo scrittore di sinistra a casa sua. Si può certo immaginare la funzione dell’ospite ingrato, come l’ha svolta lo stesso Fortini, ad esempio, sulle pagine del “Corriere della sera”. Ma come si può leggere nel resoconto di questa esperienza, <em>Scrivere per il Corriere</em>, poi raccolto in <em>Extrema ratio</em>, Fortini nei momenti più difficili degli anni della cosiddetta “emergenza” NON scriveva nella pagina culturale, NON scriveva di libri, ma – come già Pasolini su quello stesso quotidiano alcuni anni prima – scriveva di politica, di cronaca, di mentalità. Insomma, si esponeva in termini apertamente politici, ossia metteva davvero in pratica l’ingratitudine dell’ospite – lui marxista eretico sulle pagine del quotidiano della borghesia liberale.]</p>
<p><em>Quale responsabilità?</em><br />
Concludo questa riflessione, con un breve articolo che ho scritto domenica scorsa per “il manifesto”. Lo riprendo qui in una forma più esplicita, non avendo limite di battute. Benedetto Vecchi, sempre sul “manifesto”, in un lucido articolo apparso sabato 23, s’interrogava sulle “forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra” – tema, per altro, affrontato anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">qui</a> da Helena Janeczek. Vecchi ad un certo punto scrive: “per quanto lo si possa auspicare, è impensabile che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream”. Insomma, il compromesso tra lo scrittore e l’industria culturale è spesso <em>obbligato</em>, in quanto le alternative ad essa – rimanendo nell’ambito di un’attività culturale – non offrono le garanzie (economiche, contrattuali) necessarie per vivere decentemente. Insomma Vecchi tocca qui una contraddizione centrale: coloro che come cittadini difendono il pluralismo delle idee, l’autonomia intellettuale, il valore d’uso della cultura si trovano spesso, in quanto scrittori o critici letterari, a dover lavorare per un industria culturale sempre più monopolistica, gerarchica e orientata alla pura mercificazione.</p>
<p>L’unica cosa che non condivido nell’articolo di Vecchi è però il modo in cui mette fuori gioco il principio di responsabilità dello scrittore: “le scelte di un singolo – visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell&#8217;opinione pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti produttivi, economici, ideologici”.</p>
<p>Data la complessità della questione delimiterò il campo al principio di responsabilità dello scrittore nei confronti di un’idea forte di letteratura, nel momento in cui sceglie di scrivere per la pagina culturale di un quotidiano nazionale. Vorrei mostrare come, seriamente inteso, tale principio non debba sfociare in una semplice dissociazione tra sfera culturale e politica, che rende tanto tranquilla la coscienza degli scrittori, quando collaborano alle pagine culturali di certi quotidiani nazionali. Lo scrittore – non il semplice produttore di merce culturale – si trova a casa del nemico nella pagina culturale di qualsiasi quotidiano nazionale, di partito o no, di destra o meno. “Un artista si preoccupa solo di raggiungere una sua perfezione. E alle <em>sue condizioni</em>, sue e di nessun altro”, questo principio espresso da Salinger in <em>Franny e Zooey</em> – che è poi un principio libertario – dovrebbe essere condiviso da ogni scrittore degno di questo nome. (Danilo Kiš: “Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi. Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu”.)</p>
<p>Ora, un’opera letteraria riscuote l’interesse delle pagine culturali di un quotidiano a condizione di essere convertibile in “merce culturale”. Tutta la letteratura che non è immediatamente riconducibile a questa forma, non ha semplicemente diritto d’accesso alle pagine culturali. È il caso eclatante della poesia, che l’ipocrisia imperante è arrivata a distinguere dalla letteratura (si parla di “letteratura e poesia”, oppure di “scrittori e poeti”). Questo semplice fatto rende lo scrittore nemico dell’industria letteraria e delle sue appendici giornalistiche. Una tale inimicizia implica diverse modalità di convivenza con i principi della convertibilità, ma non può mai estinguersi o passare sotto silenzio. (Qualcuno potrebbe accusarmi a ragione di essere schematico, quando evoco in questi termini le pagine culturali. Ma rimane una prova evidente a favore di questo schematismo: la sparizione della poesia da queste pagine. E non solo in Italia, ovviamente. Uno dei più importanti poeti contemporanei francesi, Jacques Roubaud, che ovviamente quasi nessuno in Italia conosce, essendo “un poeta”, ha scritto un lungo articolo sull’ultimo numero di “Le monde diplomatique”, sostenendo la medesima tesi: la poesia è sparita dai giornali perché priva di valore commerciale. Noi abbiamo da anni, sulla stampa quotidiana, pagine di letteratura amputate. Naturalmente ci si potrebbe mettere il cuore in pace, sostenendo con una notevole faccia tosta che questa è la conseguenza di una totale mancanza di buona poesia in circolazione (problema che sarebbe ovviamente europeo… ). Non solo sarebbe facile mostrare il contrario, ma fin troppo facile riportare giudizi autorevoli (?) che sostengono la stessa cosa per il romanzo. Quanti becchini di romanzo si fanno avanti periodicamente? Eppure non per questo le pagine culturali si svuotano di recensioni, segnalazioni, dibattiti, intorno ad opere narrative anche molto modeste.)</p>
<p>Un secondo motivo d’inimicizia tra letteratura e giornalismo culturale nasce dalla responsabilità che lo scrittore sente nei confronti di una verità possibile. Nonostante certe mode letterarie postmoderne, la maggior parte degli scrittori importanti del secolo scorso hanno creduto nella funzione conoscitiva della letteratura. Ci hanno creduto, come gli scienziati attuali credono nelle loro teorie sulla realtà: non saranno in grado di certificare la loro definitiva adeguatezza, ma hanno ottimi motivi per preferirle a teorie precedenti o antagoniste dal potere esplicativo minore. Lo scrittore insegue la verità attraverso il lungo apprendistato della menzogna individuale e collettiva. La letteratura non è affermativa, la sua strategia sono il dubbio e la domanda, ma anche lo smascheramento e la critica delle identità definite, anche e soprattutto quelle ideologiche. Per questo motivo uno scrittore è nemico innanzitutto della proprie ideologia, così come lo scienziato – in un certo senso – è sempre nemico di ogni teoria vincente. Ma se questo è vero, si può ben capire come lo scrittore sia più di tutto nemico delle ideologie che non si presentano come tali, quelle che passano sotto silenzio, in abiti trasparenti: le ideologie del <em>dopo</em> l’ideologia e della <em>fine</em> dell’ideologia.</p>
<p>A questo punto, però, si fanno avanti direttori di pagine culturali che dicono: “Noi non siamo nemici degli scrittori, cediamo ad essi i nostri spazi, lo facciamo più generosamente di quanto lo facciano altri giornali, lo facciamo noi giornalisti di destra nei confronti degli scrittori di sinistra! E soprattutto NON li censuriamo”. Quasi immediatamente compaiono alcuni individui, presentandosi come scrittori di sinistra, e dicono: “Noi non la pensiamo come voi, non c’entriamo un fico secco con voi, ma veniamo da voi per parlare a un pubblico diverso, e nessuno di voi ci censura!”.</p>
<p>Tutti escludono l’esistenza della censura, ma la forma di censura più diffusa che riguarda i regimi democratici – è risaputo – si chiama autocensura. E l’autocensura, ancor meglio della più efficace censura, non lascia traccia. Bisognerebbe capire poi da dove nasce l’esigenza dello scrittore di sinistra di scrivere per un lettore che legge un quotidiano come “Libero” o “il Giornale”. Di cosa vuole parlare a questo lettore? Di “merce culturale”? Che cosa potrà dire, lui scrittore di sinistra, di <em>diverso</em> da quanto potrebbe dire un buon giornalista culturale di destra, parlando di uno qualsiasi degli ultimi prodotti culturali? Ma lo scrittore di sinistra va su “Libero” perché ha un discorso <em>diverso</em> da fare rispetto a quello che si attendono di leggere i lettori del quotidiano. È allora probabile che questo scrittore – anche se <em>non</em> fosse di sinistra ma semplicemente consapevole del ruolo politico che ha questo centrodestra nel disfacimento delle istituzioni culturali –, vorrà utilizzare quello spazio per denunciare non tanto la mercificazione della cultura, ma la mercificazione dell’odio, della paura, dell’ignoranza che la destra videocratica ha portato avanti, seppure in modo “resistibile”. Riuscirà a fare tutto questo sulle pagine di quei quotidiani? È poco plausibile che glielo si lasci fare. Di certo, che si sappia, nessuno ci ha ancora tentato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
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		<title>Coro degli «aspiranti» scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali del nostro tempo&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 00:46:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Da un social network letterario:<em> Benvenuti in PensieriParole, enciclopedia di citazioni con 13.506 autori e oltre 92.500 frasi (più altre 869 in attesa di essere valutate), divise tra</em><em> Frasi, Aforismi, Barzellette, Freddure, Citazioni di Film, Indovinelli, Poesie, Racconti e Proverbi da tutto il mondo. Inoltre, non manca uno speciale approfondimento per le Leggi di Murphy e le Frasi utili per ogni Occasione!</em></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p><em>Noi</em> <em>aspiranti</em> scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali del nostro tempo&#8230; (ridete pure, sghignazzate pure, sollevate il sopracciglio con aria di sufficienza, per quel che ci riguarda lo scriveremo anche dinanzi ai vostri lazzi, nonostante le vostre risa, contro le vostre oscenità, con la  determinazione di chi sa che ce ne sono più di quanti voi pensiate, più di quanti vadano in giro a fare sfoggio di sé, più di quanti sia consentito vederne, più di quanti vi faccia comodo non vederne)&#8230;<span id="more-26473"></span></p>
<p><em>Noi</em> <em>aspiranti</em> scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali di questo nostro tempo in cui l’arte sembra impossibile e la fiducia nel pensiero un segno di arretratezza culturale, saremo pure (chi più chi meno) degli illusi, alcuni di noi anche dei poveracci (pochi quattrini, poco allure), persino un po’ patetici nel nostro tentativo di commisurare le parole alle cose che diciamo, evochiamo, storpiamo, dissezioniamo o proviamo a far deflagrare&#8230; nella convinzione, antiquata, che è dissennato, ingiusto e anche un po’ disonesto, sì, a volte <em>molto</em> disonesto, dissipare un <em>bene prezioso</em> come le parole. Così siamo soliti concepirle nel nostro intimo, prima ancora di pronunciarle&#8230; per una sorta di abitudine mentale ostinata e alquanto inattuale; per ossequio convinto nei confronti di una lezione impartitaci da scrittori e intellettuali o scrittori-intellettuali migliori di noi; per senso di responsabilità.</p>
<p>Perché, in fine dei conti, cos’è uno scrittore o un intellettuale, o uno scrittore-intellettuale, cosa è stato e cosa dovrebbe essere più che mai in tempi in cui l’arte sembra impossibile e la fiducia nel pensiero un segno di arretratezza culturale?</p>
<p>Un tessitore di senso, o anche di nonsenso, attraverso orditi di parole <em>circostanziate</em>.</p>
<p>Questa definizione non sarà esaustiva, certo, però nemmeno così imprecisa. Tessitore di senso, o anche di nonsenso, attraverso orditi di parole <em>circostanziate</em>&#8230; <em>circostanziate</em> anche quando si piegano in torsioni impossibili o si librano in slanci funambolici, o ancora, si scagliano in attacchi terroristici contro tutta l’ottusità, l’inespressività, la cieca conformità di cui sono impastate le nostre esistenze.</p>
<p>Qualcuno potrebbe dire: «Una cosa sono gli scrittori, altra cosa gli intellettuali, e altra cosa ancora gli scrittori-intellettuali». Avrebbe ragione. Ci sarebbe molto da dire, ridire e contraddire. Ma non è di questo che intendiamo parlare, in questa occasione. Qualcuno potrebbe dire: «Come vi permettete a definirvi scrittori, scrittrici, intellettuali o scrittori/scrittrici-intellettuali! Non sarete certo voi a consacrarvi tali!» Avrebbe ragione. Ma non è neanche di questo che intendiamo parlare. Di un’aspirazione, piuttosto, di una tensione cui alcuni hanno dedicato, con esiti mirabili, gran parte della loro vita e altri provano ancora oggi a farlo, con esiti che&#8230; si vedrà. È di un <em>fare con le parole</em> proprio degli scrittori, degli intellettuali, degli scrittori-intellettuali che vogliamo parlare, di un modo di concepire quel <em>fare con le parole</em>.</p>
<p>In questi nostri tempi in cui l’arte sembra impossibile e la fiducia, l’esercizio stesso del pensiero un segno di arretratezza culturale – a costo di farci dare degli ingenui, degli antiquati, dei velleitari – vogliamo difendere e rivendicare quell’idea suicida («disperata, inutile», direbbe Pasolini) che hanno alcuni <em>aspiranti</em> scrittori, intellettuali o intellettuali-scrittori del nostro tempo&#8230; e diciamo «aspiranti», perché non c’è niente di più marginale e ininfluente, oggi, di tipi così che perseverano nell’idea suicida, appunto, che le parole siano l’unico bene che gente come noi può ritenere di aver conquistato, e dirlo con l’orgoglio con cui si conquista un amore difficile o si imparano a conoscere pezzetti di terre straniere (reali o immaginarie, poco importa), e dirlo con la consapevolezza di aver imboccato un solco segnato da altri migliori di noi, e dirlo assumendosi tutta la responsabilità di un <em>noi</em>, che è un <em>io</em> condiviso, anche se disseminato, disperso, marginale, indesiderabile nella sua prosaicità, e oltremodo ininfluente.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/21/oro-degli-%c2%abaspiranti%c2%bb-scrittori-intellettuali-scrittori-intellettuali-del-nostro-tempo/">Coro degli «aspiranti» scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali del nostro tempo&#8230;</a></p>
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		<title>Il Minottino: un manuale di sopravvivenza giuridica in rete</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 05:41:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Con oltre un anno di ritardo (da maggio 2008) segnalo un testo ancora importante nonostante le nuove leggi sulla rete varate nel frattempo &#8211; Jan Reister</em></p>
<p>Daniele Minotti è un avvocato che si occupa di diritto penale dell’informatica e che sul <a title="il blog di daniele minotti" href="http://www.minotti.net/">suo blog</a> commenta i fatti italiani di diritto e web.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/16/il-minottino-un-manuale-di-sopravvivenza-giuridica-in-rete/">Il Minottino: un manuale di sopravvivenza giuridica in rete</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Con oltre un anno di ritardo (da maggio 2008) segnalo un testo ancora importante nonostante le nuove leggi sulla rete varate nel frattempo &#8211; Jan Reister</em></p>
<p>Daniele Minotti è un avvocato che si occupa di <span class="Apple-style-span" style="font-size: 12px; line-height: normal;">diritto penale dell’informatica e che sul <a title="il blog di daniele minotti" href="http://www.minotti.net/">suo blog</a> commenta i fatti italiani di diritto e web. Ora ha scritto un piccolo compendio di problemi giuridici ad uso di chi giurista non è, ma vive quotidianamente la rete scrivendo su blog, forum e altri canali.</span></p>
<p><a href="http://www.minotti.net/il-minottino/">Il Minottino &#8211; manuale di sopravvivenza giuridica ad uso del blogger</a> è un testo divulgativo per chi scrive in rete e vuole orientarsi tra i problemi più comuni  che si incontrano (responsabilità, copyright, diffamazione, pubblicità &#8211; solo per citarne alcuni): lo fa senza dare delle risposte pronte all&#8217;uso, ma permettendo al lettore di riflettere e farsi un&#8217;opinione operativa, offrendo i punti di riferimento e le fonti necessarie.</p>
<p>Dopo aver letto il Minottino vi capiterà di aggiornare le note legali del vostro blog (come abbiamo <a href="http://www.nazioneindiana.com/chi-siamo/nota-legale/">fatto</a> qui) e magari parlarne ai vostri amici e lettori; ma la cosa più importante da fare è passarlo ai vostri amici magistrati, avvocati, periti e funzionari di polizia perché troveranno interessantissimo l&#8217;apparato di fonti e soprattutto la lista di siti e blog giuridici che Daniele Minotti segnala a fine libro.</p>
<p>Il testo è liberamente scaricabile come pdf dal suo editore, <a href="http://ebookstore.simplicissimus.it/daniele_minotti-il_minottino?category_id=0&amp;search_string=minotti&amp;search_category_id=0">Simplicissimus Book Farm</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/16/il-minottino-un-manuale-di-sopravvivenza-giuridica-in-rete/">Il Minottino: un manuale di sopravvivenza giuridica in rete</a></p>
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		<title>Dalla parte degli animali. Adozioni a distanza</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jan 2009 18:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.colemangallery.com/Images/L19F_Snow_Leopard_Cub.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>L’immaginarsi di essere il primo ente della natura e che il mondo sia fatto per noi, è una conseguenza naturale dell’amor proprio necessariamente coesistente con noi, e necessariamente illimitato. Onde è naturale che ciascuna specie d’animali s’immagini, se non chiaramente, certo confusamente e fondamentalmente la stessa cosa.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/01/dalla-parte-degli-animali-adozioni-a-distanza/">Dalla parte degli animali. Adozioni a distanza</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.colemangallery.com/Images/L19F_Snow_Leopard_Cub.jpg"><img alt="" src="http://www.colemangallery.com/Images/L19F_Snow_Leopard_Cub.jpg" class="alignnone" width="500" height="402" /></a></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>L’immaginarsi di essere il primo ente della natura e che il mondo sia fatto per noi, è una conseguenza naturale dell’amor proprio necessariamente coesistente con noi, e necessariamente illimitato. Onde è naturale che ciascuna specie d’animali s’immagini, se non chiaramente, certo confusamente e fondamentalmente la stessa cosa. Questo accade nelle specie o generi rispetto agli altri generi o specie. Ma proporzionatamente lo vediamo accadere anche negl’individui, riguardo non solo alle altre specie o generi, ma agli altri individui della medesima specie.<br />
</em>GIACOMO LEOPARDI<em>, Zibaldone [390]</em></p>
<p><a href="http://www.careforthewild.org/adoptions.asp?S_ID=34&#038;pageName=Adopt%20a%20Snow%20Leopard"><strong>Alcu </strong>e <strong>Bagira</strong></a> sono due <strong>leopardi delle nevi </strong>femmina, che vivono in un centro di riabilitazione in Kyrgyzstan. Nate nell’ottobre del 2001, a circa sei mesi di vita sono state catturate da alcuni bracconieri, per essere poi vendute per le loro pellicce. Incatenate e malnutrite, sono poi state salvate durante una missione di <strong><a href="http://www.careforthewild.org">Care For the Wild</a></strong>, un’associazione animalista inglese attiva in varie parti del mondo. Purtroppo le ferite riportate dai due animali erano troppo gravi per permettere un reinserimento nel loro ambiente naturale: la trappole hanno infatti reciso una delle zampe anteriori di Alcu e due polpastrelli della zampa di Bagira. <span id="more-12981"></span> Il leopardo delle nevi vive nell’Asia centrale, ha arti lunghi, una pelliccia grigia, più folta rispetto agli altri suoi simili, così da poter sopravvivere anche nelle regioni più fredde, come le montagne dell’Altai. È uno dei più rari grossi felini ed è a forte rischio di estinzione: secondo le stime del <strong><a href="http://www.wwf.it">WWF</a></strong> non se ne contano più di 7200 esemplari al mondo. Viene infatti cacciato non solo per la sua pelliccia, ma per le ossa, utilizzate nella medicina tradizionale cinese. Si possono aiutare Alcu e Bagira “adottandoli” a distanza, con una spesa di circa 30 euro all’anno. I soldi servono principalmente per finanziare tre membri della squadra anti-bracconaggio, impegnati nella lotta contro il commercio illegale di pelli e ossa di leopardo.  Per saperne di più sul leopardo delle nevi si può leggere <strong><a href="http://www.wwf.it/client/render.aspx?content=0&#038;root=704">la pagina dedicata del WWF</a></strong>, o fare un giro su questi siti, nati apposta per la sua salvaguardia: <strong><a href="http://www.snowleopard.org ">Snow Lopard Trust</a> </strong>e <strong><a href="http://www.snowleopardnetwork.org ">The Snow Leopard Network</a></strong>. </p>
<p>La storia di Alcu e Bagira, come quella di molti altri animali, conferisce un’identità riconoscibile ai due, presentandoli come familiari, &#8220;umanizzati&#8221;, così da muovere i sentimenti della gente, che è di solito meno attenta ad un discorso più ampio e specifico sul rischio di estinzione.  </p>
<p><img src="http://www.lifeinthefastlane.ca/wp-content/uploads/2007/08/baiji_dolphin_1b1.jpg" alt="null" /></p>
<p>Proprio in questi anni  si è probabilmente estinto il <a href="http://eddyburg.it/article/articleview/9448/0/285/"><strong>delfino baiji del Fiume Azzurro</strong></a>, un animale che era sulla terra da oltre 20 milioni di anni. Il delfino è il primo cetaceo ad estinguersi in era moderna, purtroppo non per cause naturali, ma per  la pesca  intensiva e per l’aumento di navi container sul fiume, dove reti ed ami hanno costituito un pericolo per la sua sopravvivenza. Di questo delfino fino a poco tempo fa non sapevo quasi niente, ma scoprire della sua fine mi ha fatto uno strano effetto, come sapere troppo tardi di un parente lontano.  Di solito quando si cerca di far presente un qualsiasi problema relativo agli animali, una delle risposte più comuni che si ricevono è che con tanto male e brutture che affliggono l’umanità, non si può certo darsi pena per qualche fiera bizzarra da serraglio. La mia personale replica a simili obiezioni è che non ho mai imparato a sviluppare un particolare amore di specie, ma una rete di affetti o di attenzione, in cui l’animale umano non predomina necessariamente.  Andando oltre la mia posizione, sarebbe auspicabile superare certe teorie antropocentriche, fortemente radicate nella religione giudaico-cristiana, ma anche nelle cultura occidentale in genere, dubitando del fatto che all’uomo spetti il primato su questa terra. Molti accolgono quest’idea con sgomento, rifiutano di sentirsi simili, ad esempio, ad un minuscolo <a href="http://www.ips.it/scuola/concorso/ambiente/toporagn.jpg">toporagno</a>. Eppure l’evidenza dimostra che, al di là delle fedi o dell’eventuale destino dello spirito, al corpo di un essere umano non va alla fine tanto diversamente che a quello di qualsiasi altra cosa viva. Si potrebbe cominciare a considerare questo non un segno terribile e angoscioso, ma un principio di solidarietà, di reale uguaglianza e di conseguenza rispetto per la diversità dei vari esseri viventi. Non vedo in questa eventualità nessun danno alla società umana né all’individuo: al contrario, la forza paziente del saper stare nei propri limiti ed anche l&#8217;arricchimento che deriva dall’essere davvero parte non di una ristretta comunità (dove spesso ci sentiamo tutt’altro che a nostro agio), ma di una vita intera, di un pianeta.</p>
<p>L’adozione a distanza è in questo senso per molti il primo passo, ed il meno faticoso, verso una maggiore responsabilità nei confronti degli animali.  Oltre al bellissimo leopardo è possibile aiutare anche altri animali, garantendo ai ricercatori e agli attivisti di poter continuare il loro lavoro oppure il graduale reinserimento degli animali nel loro ambiente originale o come nel caso dei due leopardi, una vita protetta in uno dei centri specializzati. Con lo <strong><a href="http://www.wwf.it/adozioni/index.htm">schema di adozioni del WWF </a></strong>si può soccorrere una specie a rischio, tigre, animali polari (orso, pinguino, foca), panda, orso, tartaruga marina. L’adozione è spesso un gesto simbolico: i soldi vengono utilizzati per le varie attività dell’associazione, tra cui la protezione dell’animale prescelto. Tanto più l’organizzazione è grande tanto più le donazioni diventano parte del bilancio generale delle entrate. Se si vuole che l’aiuto sia più mirato ci si può rivolgere ad associazioni più piccole, che si concentrano sulla sopravvivenza di una sola specie.  Un buon progetto è quello dell’<a href="http://www.thebdri.com/italy/support/adopt.htm "><strong>Istituto Internazionale per lo Studio del Tursiope </strong></a>,  tramite il quale viene finanziata non solo la salvaguardia di questo delfino sulle costa nord-orientale della Sardegna, ma anche la ricerca. Un altro progetto interessante, che mi sento di indicare per particolare simpatia verso lo <strong>scoiattolo</strong>, è mirato al <strong><a href="http://www.dorsetwildlife.co.uk/adoptaredsquirrel.html">mantenimento della popolazione di scoiattoli rossi</a></strong>, nell’<a href="www.nationaltrust.org.uk/brownsea/"><strong>isola di Brownsea </strong></a>nel canale della Manica. Lo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sciurus_vulgaris">scoiattolo rosso</a> è infatti quasi totalmente estinto nell’Inghilterra del sud, dove ha ceduto il posto al più resistente e grosso <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sciurus_carolinensis">scoiattolo grigio</a>, “immigrato” dall’America del Nord circa due secoli fa. </p>
<p><a href="http://www.wwf.it/client/render.aspx?root=635&#038;content=0"><strong>Qui</strong></a> è possibile leggere la lista delle specie animali maggiormente a rischio del WWF. </p>
<p>Effettuata l’adozione viene spedito a casa materiale informativo sia sull’organizzazione che sull’animale pre-scelto, ed un regalo, in genere un pupazzo di pelouche con le sue sembianze. Se avete altre iniziative simili da segnalare vi invito ad indicarle nei commenti. E naturalmente: </p>
<p><strong>Buon Anno a tutti!</strong></p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3110/3147536934_0ff4d9336f_o.jpg" alt="null" /></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/01/dalla-parte-degli-animali-adozioni-a-distanza/">Dalla parte degli animali. Adozioni a distanza</a></p>
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		<title>Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 11:00:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese. I rappresentanti dell’attuale governo insistono nel parlare di strumentalizzazione politica da parte della sinistra dei ragazzi che oggi occupano scuole e università, fanno l’autogestione o manifestano nei cortei. Sono inoltre uscite affermazioni piuttosto imbarazzanti nel loro contenuto riguardo all’anomalia del sodalizio tra docenti del corpo insegnante e studenti. Nello specifico il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni su Il Giornale:</p>
<p>“Che le posizioni di studenti e docenti convergano, è una cosa mai capitata prima. Una contraddizione in termini visto che hanno obbiettivi diversi”.<br />
<span id="more-10345"></span><br />
Viene da chiedersi quali dovrebbero essere questi obiettivi diversi. Un’ipotesi: gli insegnanti mirano alla formazione culturale e scientifica degli studenti, mentre gli studenti a sfangarla facendo il meno possibile, sbeffeggiando il sistema scolastico?</p>
<p>Ma anche viceversa: studenti che hanno sete di sapere e professori insipienti che mirano solo alla busta paga di fine mese?</p>
<p>Se questi due esempi riflettono un modello tutto italiano dove è il furbo e non il meritevole, l’arroganza e non il dialogo ad avere la meglio, resta pur triste che un esponente del governo “difenda” la scuola come organismo che divide invece che lavorare nell’ottica di un bene comune, di un sapere da trasmettere. Perché l’obbiettivo della scuola, ci sembra, dovrebbe essere soltanto uno, condiviso da tutti: formare individui per un futuro migliore, dare loro più strumenti possibili perché siano un giorno le unità fondanti di una società più equa, perché si riapproprino di quella giustizia sociale che oggi sembra minata e che consapevolezza e istruzione possono renderci. Far sentire a professori e studenti il peso e la responsabilità di essere liberi.</p>
<p>Queste considerazioni non vengono da membri di un sindacato o di un partito, ma da noi genitori della provincia di Pistoia, che circa un mese fa ci siamo ritrovati per discutere insieme di ciò che succederà con l’approvazione del decreto 137 e con la messa in atto della legge finanziaria 133.</p>
<p>Tutto questo putiferio scatenato dalla Gelmini alla fine torna utile, almeno per smuovere le coscienze di alcuni italiani, coscienza che in un paese normale sarebbero già state smosse da tempo.<br />
È un’occasione unica di stimolo: noi genitori siamo toccati su una corda sensibile, il futuro dei nostri figli. Questa riforma torreggia sul loro avvenire come l’ombra di una nuvola nera. Vuoi soffocare la vita di una pianta? Mettila in un vaso più piccolo di quello dove è sempre stata, non darle mai sole se non una parvenza luce riflessa, dalle pochissima acqua. Non morirà, ma crescerà stentata.</p>
<p>Da noi genitori è nata la volontà di aggregarsi per dare una risposta positiva ad una situazione intollerabile. A coloro che la vivono accanto agli insegnanti, la scuola appare già allo stremo delle forze. Quante collette abbiamo dovuto fare per le cose più disparate, in una scuola spoglia, abbellita solo dai disegni dei bambini; i servizi di pre-scuola erano già ridotti all’osso, prima della Gelmini, sotto gli occhi di tutti. Già ci aveva insegnato l’esperienza della Moratti , e già eravamo scesi in piazza, anche se non con la stessa determinazione.<br />
Siamo tuttavia stati etichettati subito come “genitori comunisti”, pur non avendo espresso nessuno schieramento ideologico né esserci appoggiati ai sindacati. Al di là del fatto che ci lascia perplessi il modo in cui l’attribuzione di un pensiero di “sinistra” debba coincidere con il riconoscersi comunisti, ci stupisce ancora di più come non sia comprensibile che il singolo, il comune cittadino si indigni per qualcosa che non trova affatto giusto e che cerchi scambio e collaborazione con altri cittadini come lui. I nostri governanti hanno un’opinione così bassa di noi e dei nostri figli da non riconoscerci la capacità di leggere, ascoltare, riflettere senza un mediatore? Credono forse che come nel teatrino di Mangiafuoco abbiamo bisogno di fili e mani altre per muoverci? È piuttosto avvilente se è davvero così. Tanto più che nei momenti delle campagne elettorali siamo invitati a votare proprio secondo coscienza, prendendo atto dei malestri dell’uno o dell’altro (a seconda di chi fa il comizio), a non farci menare per il naso… Allora decidetevi siamo o non siamo capaci di intendere e pensare da soli? Forse la risposta è che l’autonomia del pensiero fa paura. Va soppressa alla radice, negando la sua stessa possibilità (finché non torna comodo il contrario). Forse succede che nel paese del popolo delegatore è inammissibile che i cittadini chiedano alla politica di tornare tale, assumendosene il carico in modo attivo. Si è dimenticato in ultima istanza il senso dell’essere politico, che pure figura chiaramente nel primo articolo della nostra Costituzione:</p>
<p><em>La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.</em></p>
<p>I partiti ci devono rappresentare. Devono rispondere alle nostre richieste legittime, ai nostri bisogni, perfino al nostro dissenso. Noi, oggi, uniti per i nostri figli, ma anche per i figli altrui, perché non si perda del tutto il senso sociale (non patriottico) di un paese, siamo fortemente politici. E tuttavia apartitici. In attesa che il potere non sia ad uso e consumo dei governanti, che non si confonda lo Stato con un’azienda privata.</p>
<p>I fatti sono accessibili a tutti: chiunque attraverso la Rete può informarsi, può risalire direttamente alla fonte. Ed il quadro è desolante: l’ultima finanziaria di Tremonti risalente approvata significativamente nel mese di agosto quando l’attenzione del popolo italiano, già di per sé dormiente, è minima, sancisce l’inizio della fine dello stato sociale, e lo fa con un colpo tremendo sia alla scuola pubblica che alla sanità. Il nostro blog ha ricevuto critiche stato perché non riportava i riferimenti diretti alle leggi e ai decreti: abbiamo subito corretto l’errore. Ma sorge spontanea una domanda: perché la gente non cerca di informarsi in modo autonomo?</p>
<p>Una prima riflessione la merita il progetto di classi separate per stranieri. Preso in sé, è chiaro che non può funzionare perché va contro al concetto stesso di integrazione: un alunno straniero inserito in una classe di italiani nel giro di pochi mesi impara la lingua e stabilisce relazioni di amicizia con gli altri compagni, e questo aiuta anche l’integrazione della sua famiglia. E’ un fatto provato dalla nostra esperienza. Inoltre se si stabiliscono barriere, si impedisce ai ragazzi italiani di stabilire un contatto con lo straniero e la sua cultura, allora si perde una grande ricchezza, un contributo fondamentale per tutti. Ci sembra una sorta di autogol in un mondo che si definisce villaggio globale. Se invece vogliamo toccare il punto centrale, che è la mentalità che sta dietro al progetto, la domanda è: perché si vogliono seguire modelli razzisti che già si sono dimostrati deleteri nella nostra Storia e recentemente nell’esperienza di altri Paesi europei, come la Francia? Dobbiamo ripetere all’infinito gli stessi errori? Siamo davvero un popolo senza memoria?</p>
<p>Riguardo al tentativo di reintrodurre il maestro unico nella scuola primaria, il concetto stesso di “necessità di una figura unica di riferimento “ per i bimbi nell’età della scuola elementare è se preso in buonafede, piuttosto ridicolo. Pensiamo a come vivono oggi i nostri figli: i genitori lavorano, quasi sempre entrambi altrimenti non c’è modo di mandare avanti la famiglia, ed i ragazzi sono continuamente sballottati tra nonni , zii, genitori, maestri, insegnanti del pre-scuola.<br />
Se invece di due maestri ne avranno uno solo, cambierà qualcosa?<br />
Il maestro unico si dovrebbe sostituire alla figura del genitore? Ma via! No, i nostri ragazzi saranno solo meno seguiti, avranno solo meno istruzione. E poi, dobbiamo pensare che il mondo cambia e la scuola deve adeguarsi. Le esigenze per l’istruzione dei ragazzi oggi non sono le stesse di trent’anni fa, quando eravamo ragazzi noi. La scuola è importante perché si sobbarca l’onere di dare ai ragazzi quello che i modelli culturali e comportamentali della società di oggi non danno loro. Oggi ogni individuo è costantemente investito da un flusso di informazione che è enorme rispetto a trent’anni fa: questa esposizione continua ci leviga, ci rende scivolosi e insensibili, e ci corrode dentro.<br />
Per questo, gli insegnanti oggi si trovano a fare un lavoro immenso, perché la capacità di concentrazione dei ragazzi è tremendamente ridotta, anche se hanno più mezzi e opportunità rispetto al passato. Il bagaglio di nozioni che un ragazzo deve possedere per avere una formazione completa è aumentato rispetto a quando c’era il maestro unico, ed è per venire incontro a queste esigenze che è stato introdotto l’insegnamento differenziato fin dalle scuole elementari.</p>
<p>Poi c’è la questione del tempo pieno. Sebbene il ministro Gelmini provi a rassicurare, dicendo che le ore resteranno le solite ci sembra difficile credere che con il passaggio al maestro unico il tempo pieno sia garantito per tutti. Tanto più che le ultime dichiarazioni del ministro suonano come una contraddizione in termini dato che nel decreto-legge 137 si parla chiaramente di una riduzione dell’orario scolastico settimanale a 24 ore. Il fatto di leggere anche che si lavorerà ad una “più ampia articolazione del tempo-scuola” secondo le esigenze delle famiglie, non ci rassicura. Quanto questa suddetta articolazione inciderà sulle spese familiari? E le famiglie che non potranno permetterselo? E l’alternativa al tempo pieno non rischierà di essere un parcheggio per i nostri ragazzi? Non si rischia di tornare paurosamente indietro ad ogni livello con la ricomparsa dell’angelo del focolare, uno stereotipo da cui si credeva la donna contemporanea occidentale fosse uscita? Non è piuttosto che questo tagliare ore e personale ha come unico fine il risparmio economico?</p>
<p>E allora, se c’è bisogno di risparmiare, perché non iniziare dagli stipendi dei parlamentari, dalla serie di servizi di lusso (cuochi, parrucchieri, segretarie…) di cui usufruiscono mentre compilano decreti alle nostre spalle, in piena estate, approvandoli in meno di dieci minuti?</p>
<p>Sono domande forse semplici le nostre, di persone che si sentono considerate alla stregua di inetti, a cui il governo paternalista mette una mano calda sul capo dicendo: “non vi preoccupate, manifestate, fate i vostri striscioni, litigate guardando la televisione… fate i monelli tranquillamente che alle cose serie ci pensiamo noi”.</p>
<p>Ebbene noi genitori vogliamo che lo Stato ci sia, che esista e che sia forte e sano, che soprattutto sia disposto al dialogo con i cittadini.</p>
<p>Ci siamo riuniti il 29 ottobre scorso alle 21 per una manifestazione di piazza a Pistoia in cui è stata coinvolta buona parte della città, comprese le istituzioni che ci hanno ospitato. Genitori, ricercatori, insegnanti, studenti, anziani affacciati ai balconi ad incoraggiarci. È stato un momento bello e forte di condivisione. Vogliamo che sia il primo di tanti incontri, tesi a sensibilizzare la cittadinanza ed eventualmente ad aprirci ad altri movimenti simili in altre città. Il decreto è passato, ma noi non possiamo arrenderci.<br />
Certo ci rendiamo conto che la nostra è una realtà privilegiata: a Pistoia, come altrove in Toscana, il problema dell’integrazione ad esempio non è così drammatico come nel nord e così le tensioni sociali. Ma forse proprio per questo possiamo diventare un punto di riferimento per altri genitori di altre città, possiamo portare la nostra esperienza come mezzo di confronto.</p>
<p>Non dobbiamo rammaricarci inoltre se i nostri propositi e dubbi per ora non hanno risposte: c’è un tempo in cui è più importante porsi delle domande. E dobbiamo chiederci come mai abbiamo permesso ad un <em>pinche tirano </em>di sostituirsi alle nostre coscienze: non c’è altra possibile spiegazione per giustificare come vengano accettati passivamente certi provvedimenti. Quello che noi genitori di Pistoia dobbiamo fare per il bene di noi stessi e dei nostri figli è far rinascere e mantenere alto il livello di attenzione verso questa società, perché questa società siamo noi che la facciamo: se abbiamo un certo governo, esso è espressione di quello che noi siamo. E allora se il governo non ci piace più, se le misure che esso prende ci sembrano assurde, dobbiamo prima di tutto guardarci dentro. E il primo concetto che dobbiamo riesaminare è quello che ci fa sentire tanto italiani: l’idea di Libertà, ricordandoci che l’unica libertà possibile è quella che viene dall’autodeterminazione e si può raggiungere solo attraverso la consapevolezza.</p>
<p>Dopo tante domande, perlomeno una risposta: se vogliamo che i nostri figli crescano liberi, dobbiamo educarli insieme con la scuola, strumento indispensabile da potenziare e non da soffocare come vuol fare questo governo. L’ignoranza è schiavitù. In Italia l’ignoranza si esprime particolarmente verso tutte le questioni politiche. Pur essendo facilitata e alimentata dall’ignoranza generale, questa sfiducia o voglia di delegare sempre ad altri le fatiche di gestione della cosa pubblica è per noi assai pericolosa, e alla fine rischiamo di diventare come un cane che si morde la coda, perché il potere ha tutto l’interesse a mantenerci ignoranti ed è sempre più detenuto a sua volta da ignoranti.<br />
Noi genitori attraverso il confronto reciproco vogliamo ravvivare il nostro spirito critico ed estendere la discussione non solo alla scuola, ma anche agli altri problemi: oltre alla sanità, un altro tema da risolvere è quello dell’informazione. Non sarà possibile che questo Paese possa crescere se l’informazione non sarà riportata su toni di civiltà e correttezza. Per questo dobbiamo seguire i modelli anglosassoni: prima si divulgano i fatti, e poi si commentano.<br />
In questo panorama buio, noi abbiamo iniziato la nostra lotta civile.<br />
Non sappiamo quale sarà l’esito, ma la lotta ci fa sentire vivi e ci dà gioia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <em>Campo del sangue</em> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<em>Un teologo contro Hitler</em>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <em>Gli emigrati</em>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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		<title>I limiti dell&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 08:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p><strong>A</strong><br />
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/">I limiti dell&#8217;arte</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>A</strong><br />
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri. Danilo Kis diceva che la letteratura dovrebbe essere «l’ultimo bastione del buon senso». Che cos’è, si chiedeva, un sonetto d’amore se non «un isolotto sul quale possiamo posare il piede» in mezzo alla palude dei gerghi?<span id="more-6366"></span> </p>
<p><strong>B</strong><br />
Una parola a cui tengo è la parola «atelier». Significa «bottega» o «officina» ed è tanto antica quanto l’arte. Forse per questa ragione è così piena di mistero e allo stesso tempo suona alle nostre orecchie di mercanti del XXI secolo un po’ démodé. Questa parola ci ricorda che l’opera è il prodotto di una <em>τεχνη</em>, di un saper fare. La storia di un’arte è la storia di un sapere, di una «messa in opera» su una materia definita. Ora, il sapere implica un potere, e questo potere è il concentrato di due forze: del «talento», altra parola un po’ démodé, di colui che si è messo all’opera e del suo sforzo di superare la resistenza della materia. Il poeta non è qualcuno che ricerca, ma piuttosto qualcuno che inventa, nel senso che i latini davano alla parola «invenzione», cioè quello di «scoperta»: egli scopre in atto un aspetto ignoto di ciò che «in potentia» appartiene alla «natura umana».<br />
La litania della «poesia di ricerca» che in Italia non ha mai smesso di suonare come una campana a morto nei confronti della poesia cosiddetta «tradizionale», io non riesco ad ascoltarla. Non ho mai personalmente compreso questa nozione. Non mi appartiene. Per me non c’è una distinzione tra poesia «tradizionale» e «poesia di ricerca». La «poesia di ricerca» è quella che cerca alleanze fuori dalla pagina, mentre quella «tradizionale» è serva dei suoi ristretti confini? La «poesia di ricerca» è quella che confonde le frontiere delle arti, mentre quella «tradizionale» solfeggia su un solo monotono pentagramma? Cavalcanti è meno sperimentale di Amelia Rosselli? Sanguineti è più sperimentale di Guido Gozzano? Si tratta di una nozione ideologica, che ha una sua storia e una sua giustificazione storico-critica, ma che è stata ed è – oggi ancor più che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso – un’arma spuntata. La sua vicenda è analoga a quella della nozione di «scrittura». Quando qualcuno mi chiede: «Come va? La scrittura procede?», «Come la mettiamo con la scrittura?», mi spunta un eczema. Le persone che mi pongono le domande sono innocenti. Tuttavia, la parola che pronunciano non lo è – così come ben sapeva colui che coniò alla fine degli anni cinquanta la parola «écriture». Ormai la nozione di «écriture» di Barthes non ha più corso. Quello che è rimasto, grazie alle nefaste ricezioni della nozione di <em>écriture</em> non di Barthes, ma di Derrida, è una parola passe-partout, che ha soppiantato la distinzione tra i diversi generi, tra le diverse arti. Poesia, romanzo, novella, saggio: tutto è scrittura. Non si scrive qualcosa. Si scrive e basta. Ci si mette a scrivere. Tanto che, come ha detto Lakis Proguidis, direttore della rivista francese «L’Atelier du roman», scrivere ha smesso di essere «un verbo transitivo». Perché me la prendo tanto? Perché questa parola duttile, senza spigoli, usata fino all’insignificanza, è il peggior nemico dell’opera, in quanto sfida umana e formale al caos dell’uomo e delle forme. Riduce l’opera a occupazione, a pura attività, a spreco di forze. L’affranca dalle responsabilità che la legano alla storia dell’arte nella quale vuole inscriversi. Liberandosi dalle catene della sua storia specifica, che cosa diventa un’arte? Nel migliore dei casi un best seller, nei peggiori grafomania: in entrambi i casi ci troviamo fuori dalla storia di quell’arte e quindi impossibilitati a giudicare. Ciò che misura la qualità estetica di un’opera è quello che Jean Clair, il grande critico d’arte, ha chiamato una volta il suo «coefficiente d’attrito». Aggiungerei che tale coefficiente, oltre che per la materia, vale anche nei confronti del tempo storico: più un’opera appartiene al suo tempo, ovvero non è in grado di superare le resistenze del momento in cui è prodotta, più il suo valore è infimo. In fondo, qui non faccio che ripetere ciò che Baudelaire ha affermato cento cinquant’anni fa, e cioè che la modernità, con tutto il suo senso del transitorio e dell’irripetibile, non è che «la metà dell’arte», essendo l’altra metà «l’eterno e immutabile». Per lui solo quest’ultima metà può permettere all’arte moderna di aspirare alla dignità delle arti antiche. Il presente dell’arte non si oppone al suo passato, ma vi è incastonato come un diamante che fa risplendere della sua luce fuggevole tutta la sua storia. D’altra parte, per quale bizzarro masochismo molta arte e molta poesia del presente aspirano voluttuosamente a farsi divorare da Cronos, invece di rispettare il loro compito antico di divincolarsi dalla sua presa mortale? Con buona pace di tutte le avanguardie di questo mondo, lo ignoro.<br />
La critica è un atto di umiltà nei confronti di qualcosa che ha un «coefficiente d’attrito» enormemente superiore a quello che ogni sua lettura può mettere in campo. <em>Nihil interpretandum sine admiratio.</em> Questo atto di umiltà è l’unica forma di «militanza» critica e politica che mi sento di condividere.<br />
Ciò non significa che l’opposizione tra <em>Homo politicus</em> e <em>Homo poeticus</em> non possa essere superata. Chi è vissuto, anche per un breve periodo, nel XX secolo, ha conosciuto direttamente o indirettamente il controllo che il potere politico ha esercitato sull’individuo. Bisogna tuttavia constatare che se il secolo dei totalitarismi, come gli storici hanno spesso definito il secolo passato, è finito, il margine di manovra dell’individuo non ha finito di restringersi. La forza che ha permesso di sequestrare la vita degli individui – il loro corpo come il loro pensiero – non è scomparsa con il XX secolo, ma, al contrario, è sempre in auge. Concepisce, oggi più di ieri, il mondo come un laboratorio e l’uomo come un esperimento. Ciò che è in atto è un’animalizzazione artificiale della natura umana. Attraverso tecnologie sempre più sofisticate essa erode il pudore, il senso della vergogna, la responsabilità, il senso del tempo, la dimensione privata dell’uomo per lasciargli un solo grande desiderio: quello di ritornare alla violenza di <em>Homo sapiens</em><em>.</em> Con le parole di Friedrich Dürrenmatt: «L’uomo moderno è caduto vittima della barbarie della sua civiltà».<br />
Mi chiedo: che cosa significa oggi cercare di difendere l’essere umano in quanto <em>Homo politicus</em> e allo stesso tempo <em>Homo poeticus</em>? Tutti ricorderanno gli atteggiamenti di alcuni grandi scrittori del XX secolo. Kafka, nei suoi <em>Diarii</em>, annota: «2 agosto 1914. La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto». Joyce, uno dei <em>maîtres à penser</em> di tutti gli impegnati sperimentatori di questo mondo, il giorno in cui scoppia la seconda guerra mondiale si infuria con un amico perché l’evento gli avrebbe procurato un mucchio di noie con l’editore in vista della pubblicazione della sua opera: per lui,  <em>Finnegans Wake</em> (1939, Faber &#038; Faber, London) era molto più importante della guerra. Nabokov, che aveva una grande esperienza del mondo e poteva fare qualcosa di importante per la politica del suo paese di origine, la Russia, si è sempre vantato di non aver alcun interesse per la cosa pubblica. Nulla, affermava, lo annoiava tanto quanto i romanzi politici, a chiave, e la letteratura a sfondo sociale (come dargli torto!). Pur non potendo condividere il disinteresse di questi grandi maestri, li comprendo. Una possibile risposta alle mie ansie l’ho trovata rileggendo alcuni saggi di Cornelius Castoriadis, un grande filosofo di origine greca, esule a Parigi dagli anni settanta e morto nel 1997. Quando abitavo a Parigi, qualche volta andavo ad ascoltare le sue conferenze. Il loro denominatore comune era l’arte, la funzione cosmica dell’opera d’arte, nel senso greco di figlia di «Cosmos». Cosmo, da Omero a Aristotele, vuol dire un mondo in cui le parti si tengono reciprocamente insieme: un ordine precario fatto di elementi eterogenei sospesi nel «Caos». «Cosmos» significa l’emergere della forma di fronte alla presenza incessante, e quasi sempre vittoriosa, del Caos. Che cos’è che ci fa emergere dal Caos? L’immaginazione, risponde Castoriadis. Ogni creazione nasce dall’immaginazione, che ha tuttavia le sue radici nel Caos, come se il Caos attendesse una volontà immaginativa capace di trasformarlo in Cosmo. Quanto alle società, questa volontà si chiama «politica»: quando l’uomo immagina e instaura il Cosmo, afferma Castoriadis, egli compie l’atto fondatore della politica e allo stesso tempo l’atto che lo autorizza a considerarsi come un creatore. L’opera d’arte, in questo senso, non giunge in una società dopo che questa si è costituita. Essa partecipa alla sua costituzione: <em>Homo poeticus  è Homo politicus</em>. Con una differenza. Mentre l’atto politico è assorbito dall’azione e dall’agitazione intorno alle leggi da applicare, l’opera d’arte ha la funzione di richiamarci permanentemente all’atto della creazione: ripete su scala ridotta l’emergere del Cosmo dal Caos; rappresenta perciò il solo osservatorio dal quale noi, con tutte le nostre realizzazioni, possiamo scorgere dove presto o tardi andremo a finire. Certo, non da tutte le opere d’arte ci possiamo affacciare sul Caos. Secondo Castoriadis, le opere d’arte autentiche testimoniano con la loro sola presenza il fatto che ogni creazione rifiuta il Caos, ma accettano allo stesso tempo la sua paternità. Provare piacere per un’opera d’arte è perciò ammirare la sua forma, presentendone in filigrana la sua origine e fine, il Caos.      </p>
<p><strong>C</strong><br />
Nel corso degli ultimi decenni la parola «opera» è stata sostituita da altre, come «testo», «scrittura». A una certa altezza degli anni ottanta del secolo scorso il mondo era diventato un «logogrifo», un grande Testo. Non c’era via di scampo. Un vero fiasco per tutti i materialismi e i realismi d’Occidente! Nel frattempo le cose non sono molto migliorate. Grazie alla testualizzazione del mondo, l’opera d’arte è stata talmente spogliata del suo potere che oggi <em>i cacciatori di testi</em> divorano le loro prede in un angolo di deserto. La parola «opera» incute ancora uno strano timore. O forse, più semplicemente, non è merce di scambio alla borsa dei titoli universitari. Ho una mia idea a questo proposito. Anzi l’idea è di Schopenhauer, io la ripeto con alcune variazioni. Il filosofo tedesco distingueva le «opere» dagli «atti». Per lui le opere non erano puri avvenimenti, «atti» che dipendevano dalla concomitante azione del caso, della Storia, della politica o di altre cause oscure, bensì il frutto cosciente di un’attività deliberata su determinati materiali.  Da troppo tempo ormai il <em>voler fare</em> dell’artista ha preso il posto del <em>poter fare</em>, per cui oggi la cosiddetta arte contemporanea, al culmine delle sue pretese romantiche si è completamente dimenticata del mestiere e dello sforzo che è necessario per superare le resistenze della materia. Ecco un’altra cosa che ho dovuto imparare con fatica: la disaffezione dell’arte, della poesia, rispetto al loro habitus artigianale è una grandiosa mistificazione che ha impoverito il mondo.<br />
Da questa povertà si può rinascere, a patto che si ricominci dai rudimenti di ogni singola arte. A patto che la <em>libido</em> della scrittura non prenda il posto del piacere per l’opera. A patto che si abbia l’umiltà di riconoscere i limiti di ogni arte.	</p>
<p>Nota<br />
Il breve testo doveva essere letto lo scorso maggio nell&#8217;ambito di una tavola rotonda organizzata durante i giorni dell&#8217;&#8221;Absolutepoetry Festival&#8221; di Monfalcone. Ma poi non c&#8217;è stato tempo.  </p>
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