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	<title>Nazione Indiana &#187; Rivoluzione</title>
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		<title>Non chiamateli ragazzi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png"></a>[<em>A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome.</em> G.B.] </p>
<p>di <strong>Barbara Teresi</strong></p>
<p>“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/">Non chiamateli ragazzi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png" alt="" title="folla in piazza" width="298" height="222" class="alignleft size-full wp-image-40843" /></a>[<em>A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome.</em> G.B.] </p>
<p>di <strong>Barbara Teresi</strong></p>
<p>“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali. Il nostro sogno è un paese in cui ci siano sicurezza e libertà e il loro sogno è una nazione governata dalle forze dell’ordine. Il nostro sogno è la dignità umana, il loro i tribunali militari che processano i civili. Il nostro sogno è un paese governato da persone corrette e preparate, il loro è un paese governato da generali. Il nostro sogno è nato negli anni ’70, ’80 e ’90. Il loro è nato negli anni ’30. Il nostro sogno diventerà realtà, il loro finirà nella pattumiera della Storia”. <span id="more-40839"></span><br />
Farida, classe 1992, è poco più di una bambina. Il 21 novembre, mentre in piazza Tahrir è in atto una carneficina, posta questo messaggio su Facebook. Scrive dalla piazza, dove si trova con tutta la sua famiglia, e in quelle poche righe riesce a condensare lo spirito e gli ideali dei “ragazzi di Tahrir” impegnati a scrivere una nuova pagina in quella che è la Storia della loro rivoluzione. E centra perfettamente il punto, Farida, raccontando quanto siano irrimediabilmente lontani e contrapposti gli alfabeti in cui si esprimono le due parti in gioco: il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) da una parte, le giovani generazioni con il loro sogno democratico dall’altra, in quella che sembra essere una battaglia decisiva, una resa dei conti finale tra lo SCAF, che in teoria starebbe guidando il paese in questa fase di transizione, dopo le dimissioni di Hosni Mubarak, e i “rivoluzionari” (thuwwàr, così si definiscono i giovani di piazza Tahrir), che non ci stanno a farsi strappare di mano la loro rivoluzione da quell’esercito che in questi mesi ha mostrato il suo vero volto, chiarendo di non avere alcuna intenzione di lasciare il potere, procrastinandone sempre più la transizione a un governo civile e mostrando più volte il pugno di ferro contro gli oppositori.<br />
Quella contro cui si battono oggi i rivoluzionari di Tahrir è la controrivoluzione con la quale il regime tenta di mantenersi in piedi, gattopardescamente, e di superare indenne o quasi il ciclone delle richieste di cambiamento in senso democratico che all’inizio di quest’anno si è abbattuto sul governo trentennale di Mubarak. A capo del consiglio militare, infatti, c&#8217;è il generale Tantawi, già ministro della difesa sotto il regime Mubarak. Da tempo, fin da subito dopo le dimissioni di Mubarak, i rivoluzionari di Tahrir ne chiedono le dimissioni. Per tutta risposta nei mesi scorsi lo SCAF non ha esitato ad abusare del proprio potere e a mostrare il pugno di ferro, rendendosi responsabile di vere e proprie carneficine (come quella del 9 ottobre a Maspero) e di migliaia di arresti di civili processati da tribunali militari. Proprio contro quest’ultima pratica si sono concentrati nei mesi scorsi gli sforzi degli attivisti che non accettano i processi militari a civili. Ha suscitato molto scalpore in particolare l&#8217;arresto, che risale a più di venti giorni fa, del blogger e noto attivista Alaa Abdel Fattah, simbolo e anima della rivoluzione di gennaio, che si è rifiutato di essere processato militarmente e per questa ragione si trova tuttora in cella. Arrestando lui il Consiglio delle Forze Armate ha voluto probabilmente lanciare un monito ai &#8220;ragazzi di Tahrir&#8221;.<br />
Così venerdì scorso la piazza si è di nuovo riempita, per chiedere le dimissioni di Tantawi, ma non solo. Le richieste della piazza sono precise, lucide, coerenti e per nulla ingenue o naif come si potrebbe pensare. Si chiede il passaggio immediato dei poteri dalla giunta militare a un esecutivo civile che guidi il paese fino alle elezioni presidenziali; di abolire i processi marziali ai civili; di far processare da corti civili i responsabili delle violenze degli ultimi giorni e dei mesi scorsi; di abbandonare i privilegi che fanno dell’esercito egiziano una casta potentissima non solo politicamente, ma anche economicamente (l’esercito controlla settori chiave dell’economia egiziana, tra cui quello del petrolio). Quest’ultimo punto è il nodo centrale che ha scatenato questa nuova protesta, dopo la presentazione di una bozza di emendamenti costituzionali che mirano a rinsaldare il potere dell’esercito, negando ogni possibilità di controllo sia sul bilancio che sull’operato delle forze armate.<br />
A chi parla di una seconda rivoluzione egiziana, i ragazzi di Tahrir rispondono che no, non si tratta di una seconda rivoluzione, stanno solo portando a compimento la prima. I messaggi su Twitter si rincorrono mentre piazza Tahrir e le vie circostanti si presentano come un teatro di guerra. Ma è, ancora una volta e ancor più della volta scorsa, una guerra ad armi impari, in cui ragazzi disarmati, o al massimo armati di pietre, affrontano gli uomini delle forze dell’ordine decisi a reprimere con ferocia, nel sangue, le proteste di quei giovani. Ma la piazza non ha più paura, e la violenza inaudita delle forze dell’ordine non è sufficiente a convincere i manifestanti ad abbandonare Tahrir. Sanno di rischiare la vita, ma restano lì. Mentre di minuto in minuto giungono notizie drammatiche riguardo al numero di morti e feriti, i ragazzi a Tahrir si annotano sul braccio, a penna, il numero di telefono di famigliari o amici per poter essere identificati in caso di morte. Una ragazza scrive su Twitter “Abbiamo tutto da perdere e tutto da vincere”, parole che mi fanno ripensare al testo di una bellissima canzone di De Gregori, <em>La Storia siamo noi</em>. Quei ragazzi sanno che la posta in gioco è molto alta, che si tratta di difendere la rivoluzione di gennaio, di fare in modo che tutto quel che è stato fatto finora non sia stato fatto invano. Non vogliono sentir parlare di compromessi con il regime militare e sono disposti a pagare in prima persona, anche con la propria vita, per veder realizzato il loro sogno di democrazia, di libertà e giustizia sociale.<br />
Piazza Tahrir è di nuovo quella sorta di città nella città che era stata durante i 18 giorni a cavallo tra gennaio e febbraio scorsi. Ci sono diversi ospedali da campo e la virtuosissima macchina della solidarietà si è rimessa in moto. C’è gente che va in piazza solo per offrire il proprio aiuto, ci sono medici e infermieri, un servizio di ambulanza vero e proprio e uno improvvisato per trasportare i feriti in motorino al più vicino punto di assistenza, si organizzano collette per comprare medicine e generi di prima necessità, si dona il sangue per le trasfusioni. Si cerca anche di scherzare, per quanto possibile in una situazione così drammatica. Qualcuno scrive su Twitter che l’Egitto è l’unico paese in cui i giovani non temono la morte, ma hanno paura di dire ai loro genitori che stanno andando a Tahrir.<br />
Ancora una volta, in piazza ci sono tutti, ragazzi e ragazze, cristiani, musulmani, comunisti, anarchici, liberali, islamisti, famiglie intere, anziani, bambini. E nel frattempo la rivolta infiamma anche molte altre città egiziane. Mentre scrivo, il generale Tantawi fa il suo discorso alla nazione. Spiega che l’esercito sta solo proteggendo il popolo egiziano e guidando la transizione democratica, non ha alcuna intenzione di governare il paese e le elezioni presidenziali verranno anticipate a Giugno 2012. Chi ha seguito da vicino i fatti di febbraio, ha la netta impressione del déjà vu: il discorso retorico e ipocrita di un carnefice che ha tante morti sulla coscienza e non si assume alcuna responsabilità per il sangue versato da tanti giovani innocenti. Un discorso cui, ancora una volta, la piazza risponde con un perentorio “Irhal!”, vattene.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png" alt="" title="harara" width="550" height="305" class="alignnone size-full wp-image-40841" /></a><br />
Ed è che indietro non si torna. A chi in occidente si chiedeva, all’indomani dalla caduta di Mubarak, se quella rivoluzione sarebbe veramente servita a cambiare le cose, chi conosce da vicino l’Egitto e i protagonisti di questa battaglia ha sempre risposto che sì, il cambiamento c’è stato eccome, a prescindere poi dal se e dal quando se ne vedranno i frutti. Una democrazia non si costruisce dall’oggi al domani. Il cammino sarà inevitabilmente lungo e impervio, ma un cambiamento c’è stato, ed è sostanziale, ed è sotto gli occhi di tutti: la gente non ha più paura di reclamare i propri diritti ad alta voce, di combattere e perfino di morire per poter vivere un giorno in un paese migliore. Quelli che si trovano in piazza adesso sono gli stessi ragazzi che hanno dato il via alla rivoluzione di gennaio. Non si sono mai fermati, hanno continuato per tutti questi mesi a portare avanti le loro battaglie, non hanno mai mollato quella piazza e dimostrano di non essere disposti ad abbassare la guardia, ad accontentarsi di soluzioni di compromesso. Dimostrano di essere pronti a rioccupare piazza Tahrir ogni volta che sarà necessario. È questa la rivoluzione, questo il vero cambiamento. In un paese che da mezzo secolo vive sotto regimi militari e subisce a testa bassa ingiustizie e vessazioni di ogni tipo, la generazione dei ventenni di oggi insegna ai propri genitori e al paese intero a non aver più paura, ad alzare la testa, a reclamare dignità umana e giustizia sociale. E dà al mondo intero che sta a guardare un’inedita, tanto semplice quanto efficace, lezione di democrazia. Il simbolo della battaglia di questi giorni è Ahmed Harara, un giovanissimo dentista, la cui storia ha commosso il paese e in questi giorni sta facendo il giro del web: negli scontri del 28 gennaio Ahmed aveva perso un occhio e sabato scorso ha perso anche l’altro, ma lungi dal lasciarsi scoraggiare, ha dichiarato: “Meglio vivere cieco nella dignità, che vedere e vivere umiliato”.<br />
Più di trenta i morti, martiri della libertà. Circa duemila i feriti. Indietro non si torna, ovunque porti questo secondo capitolo della rivoluzione.<br />
Di certo non mancano determinazione e coraggio, ai rivoluzionari di Tahrir.<br />
E per piacere, non chiamateli ragazzi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/">Non chiamateli ragazzi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Poesia civilizzata sul popolo egiziano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/02/12/poesia-civilizzata-sul-popolo-egiziano/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/02/12/poesia-civilizzata-sul-popolo-egiziano/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 11:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/bandiera_egitto3.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Cari amici indiani,</p>
<p>visto che sono stato ormai sufficientemente edotto<br />
sui tabulati di Ruby<br />
vorrei spendere qualche parola almeno<br />
sulla cacciata dello zio</p>
<p>questa volta scrivendo una poesia civilizzata<br />
in lingua umana, tutta scaturita da dentro,<br />
per spiegare che io, anche se sono un tipo qualunque,<br />
e non me ne intendo molto di diplomazia e geopolitica<br />
e non faccio il giornalista pagato esperto in problemi<br />
islamici<br />
ebbene, che ci crediate o no, io stasera non sono preoccupato<br />
anzi sono scioccamente contento (ho brindato con la mia compagna) </p>
<p>io sono contento come quegli europei qualunque<br />
che la democrazia sia bella anche quando ce l’hanno gli altri</p>
<p>(in <em>ABC Africa</em>, Kiarostami, un regista iraniano neppure lui uscito<br />
dalla scuole della diplomazia mondiale,<br />
scopriva all’inizio di questo secolo<br />
che l’Africa non era il paese perduto di cui parlavano tutti i media<br />
l’Africa era un paese pieno di futuro:</p>
<p>penso anche a lui in questo momento<br />
perché deve essere uno di quelli che oggi è contento<br />
senza essere più di tanto sorpreso)</p>
<p>io sono contento malgrado gli esperti stiano ancora ponderando<br />
senza mostrare che c’hanno i coglioni girati<br />
soprattutto i consulenti militari statunitensi<br />
le polizie politiche ad Algeri o in Cisgiordania<br />
i raffinatissimi del Mossad gli sbirri di Gheddafi</p>
<p>e anche tutte le cancellerie europee hanno dovuto<br />
riscrivere ponderando un sacco di discorsetti<br />
e gli specialisti nei telegiornali sono abbastanza fiduciosi con riserva<br />
tutti gli uomini politici stavolta<br />
ci sono andati con i piedi di piombo<br />
perché la democrazia va bene<br />
ma è un gran salto nel buio<br />
la sovranità popolare piace<br />
ma è scarsa in garanzie diplomatiche in accordi economici</p>
<p>si dicevano: “guarda in Tunisia mica che ne fanno<br />
un’altra mica che gli riesce<br />
una seconda volta…”</p>
<p>tutti i segretari di stato altamente democratici in Europa<br />
non è gente di facili entusiasmi di decisioni avventate<br />
non si sono precipitati a dire: “egiziani<br />
fateci sognare”</p>
<p>però ho trovato scritto questo in un documento<br />
della Comunità Europea:</p>
<p>“La Commissione europea crede fermamente che lo stato di diritto, il rispetto dei diritti fondamentali, elezioni libere ed eque, una democrazia pluralista poggiante su una società civile attiva, sono i migliori strumenti per raggiungere stabilità e prosperità.”</p>
<p>Un discorsetto che fila<br />
ma poi sentite questa:</p>
<p>“Questi sono i principi  fondativi dell&#8217;Unione europea e sono anche i valori fondamentali della cooperazione con i nostri Stati partner, in particolare quelli fanno che parte della Politica di Vicinato europea nella sponda meridionale del Mediterraneo.”</p>
<p>per i trent’anni di regime di Mubarak, i valori fondamentali di cooperazione tra Stati europei e l’Egitto sono stati “una democrazia pluralista”?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/12/poesia-civilizzata-sul-popolo-egiziano/">Poesia civilizzata sul popolo egiziano</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/bandiera_egitto3.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-38128" title="bandiera_egitto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/bandiera_egitto3-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Cari amici indiani,</p>
<p>visto che sono stato ormai sufficientemente edotto<br />
sui tabulati di Ruby<br />
vorrei spendere qualche parola almeno<br />
sulla cacciata dello zio</p>
<p>questa volta scrivendo una poesia civilizzata<br />
in lingua umana, tutta scaturita da dentro,<br />
per spiegare che io, anche se sono un tipo qualunque,<br />
e non me ne intendo molto di diplomazia e geopolitica<br />
e non faccio il giornalista pagato esperto in problemi<br />
islamici<br />
ebbene, che ci crediate o no, io stasera non sono preoccupato<br />
anzi sono scioccamente contento (ho brindato con la mia compagna)<span id="more-38123"></span> </p>
<p>io sono contento come quegli europei qualunque<br />
che la democrazia sia bella anche quando ce l’hanno gli altri</p>
<p>(in <em>ABC Africa</em>, Kiarostami, un regista iraniano neppure lui uscito<br />
dalla scuole della diplomazia mondiale,<br />
scopriva all’inizio di questo secolo<br />
che l’Africa non era il paese perduto di cui parlavano tutti i media<br />
l’Africa era un paese pieno di futuro:</p>
<p>penso anche a lui in questo momento<br />
perché deve essere uno di quelli che oggi è contento<br />
senza essere più di tanto sorpreso)</p>
<p>io sono contento malgrado gli esperti stiano ancora ponderando<br />
senza mostrare che c’hanno i coglioni girati<br />
soprattutto i consulenti militari statunitensi<br />
le polizie politiche ad Algeri o in Cisgiordania<br />
i raffinatissimi del Mossad gli sbirri di Gheddafi</p>
<p>e anche tutte le cancellerie europee hanno dovuto<br />
riscrivere ponderando un sacco di discorsetti<br />
e gli specialisti nei telegiornali sono abbastanza fiduciosi con riserva<br />
tutti gli uomini politici stavolta<br />
ci sono andati con i piedi di piombo<br />
perché la democrazia va bene<br />
ma è un gran salto nel buio<br />
la sovranità popolare piace<br />
ma è scarsa in garanzie diplomatiche in accordi economici</p>
<p>si dicevano: “guarda in Tunisia mica che ne fanno<br />
un’altra mica che gli riesce<br />
una seconda volta…”</p>
<p>tutti i segretari di stato altamente democratici in Europa<br />
non è gente di facili entusiasmi di decisioni avventate<br />
non si sono precipitati a dire: “egiziani<br />
fateci sognare”</p>
<p>però ho trovato scritto questo in un documento<br />
della Comunità Europea:</p>
<p>“La Commissione europea crede fermamente che lo stato di diritto, il rispetto dei diritti fondamentali, elezioni libere ed eque, una democrazia pluralista poggiante su una società civile attiva, sono i migliori strumenti per raggiungere stabilità e prosperità.”</p>
<p>Un discorsetto che fila<br />
ma poi sentite questa:</p>
<p>“Questi sono i principi  fondativi dell&#8217;Unione europea e sono anche i valori fondamentali della cooperazione con i nostri Stati partner, in particolare quelli fanno che parte della Politica di Vicinato europea nella sponda meridionale del Mediterraneo.”</p>
<p>per i trent’anni di regime di Mubarak, i valori fondamentali di cooperazione tra Stati europei e l’Egitto sono stati “una democrazia pluralista”?</p>
<p>forse il livello dei diplomati in diplomazia<br />
è calato di molto in questi trent’anni e anche gli inviati speciali<br />
avevano le piramidi da fotografare, le incredibili<br />
distrazioni<br />
delle classi dirigenti<br />
queste sì che sono un po’ preoccupanti</p>
<p>io vista la situazione avrei detto<br />
(senza troppo ponderare):<br />
“egiziani fateci sognare<br />
toglieteci un po’ dalle nostre miserie<br />
le quattromila piccole paure le novecentomila divisioni<br />
che ci fanno splendida isolata preda per i più forti<br />
egiziani toglieteci le invenzioni da intellettuali, come la moltitudine<br />
il meticciato<br />
il corpo del capro<br />
fateci vedere, ma così anche solo in prova<br />
per una settimana dieci giorni<br />
come si può essere popolo<br />
(ma non quello dei divani<br />
delle ronde contro i barboni sotto casa)”</p>
<p>(ma quello yankee di Obama<br />
malgrado tutto il lavoro lercio<br />
che hanno fatto e vorranno fare ancora<br />
i soliti consulenti dell’Intelligence<br />
i supervisori diplomati in tortura<br />
terrorismo di stato censura telematica<br />
malgrado il solito lavoro lui<br />
Obama<br />
ha mostrato una certa reattività almeno retorica<br />
almeno simbolica<br />
che negli europei poverini<br />
è andato perduta – ha detto:<br />
“gli egiziani ci ispirano”)</p>
<p>(gli USA a scuola di democrazia dagli ARABI!!!!!!!!!??????<br />
dagli AFRICANI!!!!!!!???????<br />
da gente MUSULMANA!!!!!!!???????<br />
– questa frase gliela faranno pagare –) </p>
<p>no questo gli europei che contano non lo hanno detto<br />
gli europei informati hanno tenuto il profilo basso<br />
quando la gente si fa la democrazia da sola<br />
senza l’aiuto dei nostri cannoni c’è molto scetticismo<br />
ma ora che tutto è stato fatto<br />
valutano in modo positivo la svolta<br />
ma senza facili entusiasmi (c’è un problema<br />
che suscita una responsabile preoccupazione<br />
– non i morti ammazzati dagli sbirri di Mubarak –<br />
ma l’esistenza dei fratelli musulmani – ma quanti potranno essere poi<br />
questi fantomatici fratelli?)</p>
<p>comunque io volevo mettere un contenuto in lingua umana<br />
in questa poesia civilizzata e universale<br />
perché ognuno lo capisca<br />
io sono un uomo medio irresponsabile<br />
ma devo confessare che non sono per nulla preoccupato<br />
a me questa democrazia non mi preoccupa per nulla<br />
dicono che ci sono i fratelli musulmani, ma noi abbiamo<br />
bossi borghezio dell’utri e ghidini e abbiamo avuto previti gava<br />
lima e andreotti, abbiamo bertone e ruini<br />
che paura volete che mi facciano i fratelli musulmani?</p>
<p>perché dovrei preoccuparmi?</p>
<p>vedo migliaia, ma centinaia di migliaia, ma alcuni milioni di egiziani<br />
che o sono dei gran simulatori oppure sono felici come delle pasque</p>
<p>perché la gioia della gente<br />
dovrebbe procurarmi angoscia?</p>
<p>certo da qui non si capisce niente<br />
certo da qui è facile<br />
tirarsi un po’ su il morale<br />
con tutto quello che gli è costata una rivoluzione<br />
(su “Repubblica” dei giornalisti in gamba hanno calcolato<br />
quanto costa al giorno la rivoluzione<br />
insomma quasi nessuno se la può permettere una rivoluzione<br />
salvo quei poveri cristi di tunisini ed egiziani<br />
– a quanto pare<br />
costa un fottìo –</p>
<p>io capisco questo calcolo difficile che non so fare<br />
d’altra parte mi viene da dire che anche senza il finanziere europeo<br />
gli egiziani lo sanno che la rivoluzione costa<br />
perché gli ammazza le persone<br />
che in genere è il costo massimo<br />
che umanamente si può calcolare</p>
<p>poi possiamo stare tranquilli con la rivoluzione egiziana<br />
sono le rivoluzioni come piacciono agli Stati Uniti e agli altri<br />
che ci capiscono a fondo<br />
le rivoluzioni pacifiche<br />
perché è bene che un centinaio di persone si faccia ammazzare<br />
ma senza fare troppo casino<br />
certo le rivoluzioni pacifiche sono belle anche se grondano sangue<br />
ma è solo sangue del popolo niente di grave<br />
non è che hanno ammazzato Mubarak o un altro politico<br />
perché questo sì che sarebbe stato grave, un atto non di democrazia<br />
ma di terrorismo<br />
ma sono stati ammazzati solo un centinaio di egiziani qualunque<br />
chi vuol essere pacifico nella rivoluzione<br />
deve metterlo in conto che all’inizio si fa ammazzare<br />
e se finisce bene alla fine non l’ammazzano più</p>
<p>(comunque questa moda delle rivoluzioni democratiche africane<br />
queste rivoluzioni democratiche arabe così <em>à la page</em><br />
in mezzo a tutti<br />
questi musulmani antidemocratici, mi chiedo ancora<br />
come abbiano fatto anche qui sarà una gran simulazione<br />
di questi arabi fingono di amare la libertà fanno le rivoluzioni<br />
ma a vederli mentre gli sparavano contro<br />
sembrava che facessero davvero&#8230;)</p>
<p>però mi fanno sognare anche se io non conosco niente<br />
ho parlato una volta<br />
con un egiziano che mi metteva le piastrelle sul balcone<br />
c’era questo egiziano mi ha detto che sono in tanti nell’edilizia<br />
aveva proprio i baffi come uno si aspetta da un egiziano<br />
ma anche se era musulmano era simpatico e gentile<br />
e faceva bene il lavoro il suo capo era il vicino di casa italiano<br />
che poi il condominio gli ha fatto causa<br />
ma quell’egiziano ora va in giro contento<br />
e io sono contento per lui<br />
perché anche se un italiano con la pressione bassa e poco sangue al cervello<br />
gli dice che lui deve tornare sul cammello per il rispetto delle regole<br />
che noi italiani in Italia sulle regole è peggio dei tedeschi in Germania<br />
e che lui invece è un egiziano con la poligamia<br />
e tutto quell’incredibile vespaio di problemi connessi al fatto<br />
che sei nato in un cazzo di paese musulmano<br />
che quando arrivi in Europa ti ritrovi un portatore mondiale di problemi<br />
ebbene quell’egiziano lì secondo me guarda l’italiano con la pressione bassa<br />
e pensa<br />
“ma zitto tu: venti anni di fascismo, quarant’anni di democrazia cristiana<br />
altri vent’anni di Berlusconi<br />
e non hai mai fatto una cazzo di rivoluzione<br />
democratica e di popolo<br />
né pacifica né a martellate<br />
e c’hai ancora tre o quattro mafie che spadroneggiano nel tuo paese<br />
più il vaticano<br />
io sono un egiziano<br />
il mio popolo ha cacciato lo zio di Ruby<br />
con l’esercito in piazza e la polizia che ammazzava”</p>
<p>che è un discorso un po’ brutto da farsi<br />
tra un egiziano oggi e un italiano oggi<br />
ma almeno l’egiziano lo pensa<br />
e a volte lo penso pure io che sono italiano<br />
che il più lungo 68 d’Europa non è cha lava via tutto<br />
che i partigiani non è che lavano via i repubblichini<br />
e tutti i fascisti dei vent’anni di prima<br />
che il governo d’Alema non lava proprio niente, ecc.</p>
<p>beati quelli che hanno il popolo mi dico<br />
noi ci hanno detto i pensatori radicali<br />
meglio avere la moltitudine<br />
che però la moltitudine<br />
alla fine le prende sempre in piazza</p>
<p>noi ci resta il corpo del capro</p>
<p>ma oggi sono contento<br />
perché c’è un popolo che ha rotto i coglioni<br />
a tutta l’intelligence araba israeliana statunitense europea<br />
non hanno avvisato nessuno<br />
non hanno chiesto il permesso<br />
completamente imprevisti e guastafeste<br />
con la loro festa di popolo democratica<br />
sono davvero felici orgogliosi contenti<br />
mi fanno davvero sognare<br />
su quella vecchia faccenda<br />
che mi hanno insegnato a scuola<br />
vi ricordate?<br />
… come si chiamava… ?<br />
“sovranità popolare”, credo….</p>
<p>.</p>
<p style="padding-left: 90px;"><em>11 febbraio 2011</em></p>
<p>[P.s. Anche la rivoluzione scorsa, quella tunisina, avevo brindato, mandandovi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/15/cartolina-da-parigi/">una cartolina</a>.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/12/poesia-civilizzata-sul-popolo-egiziano/">Poesia civilizzata sul popolo egiziano</a></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
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		<title>&#8220;eppur si muore&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2008 19:33:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/5462/" rel="attachment wp-att-5462" title="beghelli.jpg"></a><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/">&#8220;eppur si muore&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/5462/" rel="attachment wp-att-5462" title="beghelli.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/beghelli.jpg" alt="beghelli.jpg" /></a><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma sono quasi certo che le istituzioni non hanno presente la mappa del mercato del lavoro in Italia, nemmeno a grandi linee. E quindi non hanno la più pallida idea della mappa del rischio. Cominciamo da un dato: il differenziale di circa 2,4 punti percentuali tra l’incidenza dei morti sul lavoro in Italia rispetto al resto dell’Europa è dovuto al fatto che da noi si muore “in itinere”, cioè mentre ci si sposta per lavoro o per andare o tornare dal luogo di lavoro. Quindi “il luogo” di lavoro di per sé, concepito come luogo fisico, non sarebbe più rischioso in Italia di quanto sia quello di altri Paesi europei. E’ lo spazio della mobilità quello più rischioso. Perché?<br />
<span id="more-5460"></span><br />
La rivoluzione postfordista ha agito in due direzioni: 1) ha man mano “dissolto” il luogo di lavoro come spazio fisico separato mischiandolo sempre più al luogo di vita privata e lo ha dilatato nello spazio (despazializzazione del rischio), 2) ha – come in nessun altro Paese d’Europa – affidato la gestione del rischio a un’entità particolarissima, quella che forma la caratteristica più tipica dell’Italia, cioè la microimpresa. E quando intendo microimpresa intendo un’entità talmente piccola che stento a riconoscere in quella le caratteristiche istituzionali di un’impresa – cioè di qualcosa che ha bisogno almeno di tre ruoli sociali, il capitale, il manager e l’operaio. Io vorrei prendere per mano il Ministro Damiano, il dottor Epifani e il dottor Guariniello e metterli di fronte a quella semplice tabella ISTAT che sono solito riprodurre in tutte le mie presentazioni. Da cui risulta che più di 6 milioni di persone – su un totale di 24 &#8211; lavora in unità impropriamente chiamate “imprese” la cui dimensione media è 2,7 addetti. Ma c’è qualcosa di più recente. Il 29 ottobre 2007 l’ISTAT pubblicava una nuova serie di dati, cito: “Nelle microimprese (meno di 10 addetti), che rappresentano il 94,9 per cento del totale, si concentra il 48,0 per cento degli addetti, il 25,2 per cento dei dipendenti, il 28,3 per cento del fatturato ed il 32,8 per cento del valore aggiunto. In esse il 65,1 per cento dell&#8217;occupazione è costituito da lavoro indipendente”. Perché questa assurda miniaturizzazione dell’impresa in Italia? Per ottenere flessibilità, minori costi del lavoro ma anche per trasferire sui più deboli il rischio. Paradossalmente ha ragione la Confindustria quando protesta contro i decreti d’inasprimento delle sanzioni. Le sue imprese, quelle che hanno firmato gli accordi sindacali, quelle dove vige ancora l’art. 18, il rischio lo hanno esternalizzato da vent’anni, non è roba loro, ma dei loro fornitori, dei subappalti, delle cooperative di lavoro, degli autonomi, in una parola, è roba scaricata sulla microimpresa! Pertanto il rischio ha cambiato sede, si è trasferito sui percorsi della mobilità (morti “in itinere”) e si è annidato nei piccolissimi organismi della microimpresa, là dove padrone e operaio stanno a galla per miracolo e dove il padrone muore assieme all’operaio (vedi Molfetta). Il caso Thyssen è un caso anomalo, non bisogna prenderlo a misura delle cose. Le maggiori sanzioni previste nei decreti non colpiranno mai le piccole, medie, le grandi imprese – colpiranno sempre, state sicuri, quei poveracci che se la cavano in mezzo a mille difficoltà. Ma sono quelli che mandano avanti questo Paese, sono quelli che garantiscono la tenuta occupazionale, sono quelli che per vent’anni si sono assunti sulle spalle la responsabilità del rischio! Senza poter dettare le condizioni del loro lavoro ma subendo i ritmi voluti dai committenti. E sono questi ritmi ad uccidere, malgrado tutte le attrezzature antinfortunio. Che te ne fai dei tuoi fottuti caschi, scarponi, cinture, occhiali, della tua fottuta segnaletica quando devi scaricare da una nave 37 container all’ora e invece di otto ore ne devi lavorare dodici, perché senza gli straordinari non arrivi a fine mese?<br />
Misure legislative, azione repressiva della magistratura, diavoleria dell’antinfortunistica – tutta roba inutile. Bisogna rovesciare i rapporti sociali che hanno creato questa infame e incivile condizione del lavoro oggi in Italia, per cui sui più deboli economicamente si è scaricato non solo tutto il rischio fisico ma anche tutta la responsabilità civile e penale del medesimo. Non è un caso, è la riprova di quanto sto dicendo, che sia a Genova che a Molfetta la colpa degli incidenti è stata attribuita o alle vittime (“non hanno indossato le mascherine”) o ai compagni delle vittime. Malvolere di magistrati? No, il rischio è stato strutturato in modo che la colpa sia sempre delle vittime. Postfordismo all’italiana. Uscire da questa condizione è una strada lunga, lo so, ma questa è la realtà, questo il risultato di aver messo in soffitta per più di vent’anni il problema del lavoro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/">&#8220;eppur si muore&#8221;</a></p>
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		<title>Spinoza, Masaniello, Napoli e tu</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 10:20:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/pict0901.JPG' title='pict0901.JPG'></a></p>
<p><em>Ritratto del filosofo</em>, opera di <strong>Paolo Matteucci</strong></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani </strong></p>
<p>Esiste di Masaniello un ritratto di <a href="http://www.ilpungolo.com/leggi-tutto.asp?IDS=6&#038;NWS=NWS4874">Andrea de Lione</a> (1647) miracolosamente sfuggito alla dura legge degli Spagnoli che avevano condannato l’eroe napoletano alla “damnatio memoriae”, iconoclastia che prevedeva la distruzione sistematica di ogni immagine esistente di chi avesse avuto il torto di ribellarsi ai reali di Spagna.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/31/spinoza-masaniello-napoli-e-tu/">Spinoza, Masaniello, Napoli e tu</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/pict0901.JPG' title='pict0901.JPG'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/pict0901.thumbnail.JPG' alt='pict0901.JPG' /></a></p>
<p><em>Ritratto del filosofo</em>, opera di <strong>Paolo Matteucci</strong></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani </strong></p>
<p>Esiste di Masaniello un ritratto di <a href="http://www.ilpungolo.com/leggi-tutto.asp?IDS=6&#038;NWS=NWS4874">Andrea de Lione</a> (1647) miracolosamente sfuggito alla dura legge degli Spagnoli che avevano condannato l’eroe napoletano alla “damnatio memoriae”, iconoclastia che prevedeva la distruzione sistematica di ogni immagine esistente di chi avesse avuto il torto di ribellarsi ai reali di Spagna. Esclusi scritti, disegni e pitture che lo mostrassero “loco”.<br />
“Il Mas’Aniello d’Amalfi rivoluzionario” è invece bellissimo. Dai modi gentili, effeminati, distinti con la mano dalle dita affusolate e attente a sostenere un drappo sul cuore. Al punto di provocare una vera e propria querelle nell’attribuzione del dipinto in occasione di una mostra del Ritratto Storico Napoletano, svoltasi a Napoli nel 1954. Nel catalogo (pp. 27-28) si legge: <em>«diciamo subito che, nonostante l’antica scritta sull’alto della tela noi abbiamo molti fondati dubbi sulla esattezza della identificazione. Ci sembra, per non dire altro, che il tipo umano rappresentato, di scelta e quasi ricercata intellettualità, mostra di appartenere ad un ceto del quale Masaniello, lungi dal far parte fu avversario</em>».<br />
<span id="more-5266"></span></p>
<p>Negare la bellezza seppure idealizzata di Masaniello equivale alla lettura faziosa e reazionaria di chi liquidava la rivoluzione napoletana del 1647 come un intrigo di palazzo, un evento da considerarsi come puro frutto del caos più che del desiderio di giustizia e libertà. Una visione sicuramente detestabile e antistorica di detrattori della rivoluzione, di tutte le rivoluzioni, compresa quella del ’99, e poggiata non sui fatti storici, più o meno incontrovertibili, ma sulle ideologie delle classi dominanti.<br />
Il sud, e il popolo del sud, come è detto in una bellissima autobiografia romanzata,  da Antonio Romano, <em>Memorie di Tommaso Aniello d’Amalfi detto Masaniello</em>, non vinse quella battaglia per un pelo». </p>
<p>Che illusione quella di pensare che le rivoluzioni si vincano! Una vera rivoluzione è sempre destinata alla sconfitta, un pensiero rivoluzionario destinato all’oblio. Che da esso risorge, come accade solo alla bellezza. Ma se e è vero che la rivoluzione napoletana del 1647 viene sconfitta, al pari di quella del ’99, durata – come fu scritto a proposito della Comune di Parigi – <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Le_temps_des_cerises">le temps des cerises </a>- il tempo che dura la stagione delle ciliegie, è altresì vero che l’impegno sul fronte napoletano (150.000 uomini armati) delle armate spagnole indebolì quell’altro fronte olandese, e causò la firma di una delle paci di Westfalia il due di luglio dello stesso anno. Mentre nel 1650 Johan de Witt fu nominato Gran Pensionario della Repubblica nata dall’unificazione delle 12 province.<br />
Sconfitta del Sud, Napoli, per una vittoria del Nord, Olanda, che segnava di fatto l’esplosione delle libertà di pensiero e di culto contro le catene dei regnanti europei. L’Olanda ma anche l’Inghilterra, dove nel 1648 esplose la rivoluzione repubblicana capitanata da Oliver Cromwell.<br />
Del ruolo di Napoli, e del suo figlio più audace Masaniello, nell’indipendenza olandese è testimonianza il fatto che, a metà del XVII secolo, fosse coniata  una <a href="http://www.bestforum.it/sergioassisi/img/image036.gif">medaglia</a> con incisi i volti di Masaniello (pescatore e re di Napoli) e Oliver Cromwell (protettore d’Inghilterra, Scozia e Irlanda).<br />
Non sorprende allora che in una nota del più celebre biografo di Spinoza, <a href="http://hyperspinoza.caute.lautre.net/imprimersans.php3?id_article=1353">Colerus</a>, si legga: «<em>Ho tra le mani un libro intero di ritratti simili dove si trovano diverse persone distinte e che lui conosceva o che avevano avuto occasione di recargli visita. Tra questi ritratti, trovo al quarto foglio un pescatore disegnato in camicia, con la rete sulla spalla destra, assolutamente somigliante, per l’attitudine al famoso capo di ribelli di Napoli, Mazaniello, come viene rappresentato nella storia. A proposito del disegno in questione non devo omettere che il signor Van der Spyck, presso chi alloggiava Spinoza al momento della sua morte, mi ha assicurato che il bozzetto ritratto assomigliava perfettamente a Spinoza, e che l’aveva senza dubbio disegnato prendendo se stesso a modello</em>». </p>
<p>Spinoza, ovvero colui che più di tutti aveva affidato alle “passioni buone” il senso di tutta una vita, il filosofo dell’Eros, per eccellenza, non poteva che vestirsi dell’apparenza di Masaniello, oltre che ispirarsi alla forza rivoluzionaria del giovane pescatore napoletano. Amore della verità che gli costa, non si dimentichi, la celebre e violenta scomunica da parte degli ebrei ortodossi dell’epoca per non parlare del fallito attentato subito di cui portava a spasso  il segno del coltello nel mantello. Ma si sa che nessuna condanna è tanto esecrabile quanto quella fatta ai giusti. Così il testo presente nel dipinto di Paolo Matteucci.: «<em>Con il giudizio degli angeli e la sentenza dei santi, noi dichiariamo Baruch de Spinoza scomunicato, esecrato, maledetto ed espulso, con l’assenso di tutta la sacra comunità [...]. Sia maledetto di giorno e maledetto di notte; sia maledetto quando si corica e maledetto quando si alza; maledetto nell’uscire e maledetto nell’entrare. Possa il Signore mai piú perdonarlo; possano l’ira e la collera del Signore ardere, d’ora innanzi, quest’uomo, far pesare su di lui tutte le maledizioni scritte nel Libro della Legge, e cancellare il suo nome dal cielo; possa il Signore separarlo, per la sua malvagità, da tutte le tribú d’Israele, opprimerlo con tutte le maledizioni del cielo contenute nel Libro della Legge [...]. Siete tutti ammoniti, che d’ora innanzi nessuno deve parlare con lui a voce, né comunicare con lui per iscritto; che nessuno deve prestargli servizio, né dormire sotto il suo stesso tetto, nessuno avvicinarsi a lui oltre i quattro cubiti [circa due metri], e nessuno leggere alcunché dettato da lui o scritto di suo pugno</em>». </p>
<p>«L’uomo più empio e pericoloso di questo secolo», scriverà addirittura Leibniz in una lettera  del 1686.  Pericoloso, come Masaniello: quando, il 20 agosto del 1672, il repubblicano De Witt fu ucciso, Van der Spijk lo trattenne dal correre verso il luogo dell’eccidio con un cartello: «Ultimi barbarorum».<br />
Che Spinoza potesse subire il fascino di Masaniello, ce lo dice in un avvincente articolo il filosofo francese Gilles Deleuze, quando, attardandosi sulla descrizione fatta da Toni Negri, in <a href="http://www.bol.it/libri/scheda/ea978888873886.html">Anomalia selvaggia</a>, opera dedicata a Spinoza, scrive: «Negri è indubbiamente il primo a dare un senso filosofico pieno all’aneddoto secondo il quale Spinoza si era ritratto in Masaniello, rivoluzionario napoletano (cfr. Nietzsche quando dice dell’importanza degli aneddoti propri del pensiero, nella vita di un pensatore)».<br />
Spinoza, elegante – nel suo <em>La vita del signor Benedetto Spinoza</em>, Lucas sottolinea ammirato in Spinoza il gusto, poco comune per i filosofi, per l’eleganza –come Masaniello, il Mas’Aniello ritratto da Andrea de Lione. Entrambi condannati ai mille volti. Non due ritratti che si somiglino. Come se il pensiero – l’azione rivoluzionaria – non permettesse nessun fermo-immagine, polaroid dello spirito, fissità dell’immagine in movimento, dell’immagine vita. </p>
<p>Quel che unisce Masaniello, Spinoza e Napoli appare allora in questa incapacità o forse impossibilità di fare un ritratto immobile, definitivo, immutabile di essi. Forse perché la materia che lo anima, amore per la vita, per la politica, per la verità, non può che rappresentarsi nel suo divenire come mutevole, come “forze”, direbbe il filosofo.<br />
Masaniello, Spinoza, Napoli, come corpi allora, senza i quali non ci sarebbe nemmeno l’anima e le molteplici immagini che si hanno di essa. Come io di te.</p>
<p>articolo pubblicato, in <a href="http://www.lavieri.it/sud/">Sud n°10 </a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/31/spinoza-masaniello-napoli-e-tu/">Spinoza, Masaniello, Napoli e tu</a></p>
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