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	<title>Nazione Indiana &#187; roberto santoro</title>
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		<title>Reportage dall’inferno</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/06/28/reportage-dall%e2%80%99inferno/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2006/06/28/reportage-dall%e2%80%99inferno/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 28 Jun 2006 04:41:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[cristina giudici]]></category>
		<category><![CDATA[razzismi quotidiani]]></category>
		<category><![CDATA[roberto santoro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/06/28/reportage-dall%e2%80%99inferno/</guid>
		<description><![CDATA[<p><strong>La discesa di Cristina Giudici nell’Islam italiano<br />
</strong><br />
<em>sesta puntata de &#8220;Il giornalismo italiano e l&#8217;Islam&#8221;</em><br />
<strong>un&#8217;inchiesta di Roberto Santoro</strong><br />
<em>[leggi la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/12/il-giornalismo-italiano-e-lislam/">prima</a>, la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/14/il-trust-orientalista/">seconda</a>, la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/19/il-fante-atlantico/">terza</a>, la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/21/un-giornalista-giusto/">quarta</a> e la <a href="http://http://www.nazioneindiana.com/2006/06/26/il-manager-religioso/">quinta</a> puntata]</em></p>
<p></p>
<blockquote><p>Tutto è nel punto di vista.</p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/28/reportage-dall%e2%80%99inferno/">Reportage dall’inferno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La discesa di Cristina Giudici nell’Islam italiano<br />
</strong><br />
<em>sesta puntata de &#8220;Il giornalismo italiano e l&#8217;Islam&#8221;</em><br />
<strong>un&#8217;inchiesta di Roberto Santoro</strong><br />
<em>[leggi la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/12/il-giornalismo-italiano-e-lislam/">prima</a>, la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/14/il-trust-orientalista/">seconda</a>, la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/19/il-fante-atlantico/">terza</a>, la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/21/un-giornalista-giusto/">quarta</a> e la <a href="http://http://www.nazioneindiana.com/2006/06/26/il-manager-religioso/">quinta</a> puntata]</em></p>
<p><img id="image2208" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/razquot3-small.gif" alt="logotipo Razzismi Quotidiani" align="right" /></p>
<blockquote><p>Tutto è nel punto di vista.<br />
Tutto il visibile è nel punto di vista.<br />
<em>Gilles Deleuze<br />
</em></p></blockquote>
<p>Negli anni ottanta, <strong>Cristina Giudici</strong> lavorava per Radio Popolare. Ha vissuto e raccontato il dramma della guerra civile in Nicaragua e continuato a scrivere di attualità e politica estera per “il Giorno”, “Avvenire”, “Anna”. Dal 2002, pubblica lunghi reportage sulla comunità islamica nazionale nelle pagine del Foglio. Sette di queste inchieste sono state raccolte nel volume <strong>L’Italia di Allah</strong>. <em>Storie di musulmani fra autoesclusione e desiderio di integrazione</em>. Un brillante saggio di idealismo democratico, che nel 2005 ha vinto il premio “Maria Grazia Cutuli” per il giornalismo.</p>
<blockquote><p>Questo libro non è stato pensato per dare risposte, ma solo per sollevare dubbi attraverso storie personali di donne, uomini e adolescenti. Per raccontare che cosa voglia dire vivere all’interno di una famiglia che spesso combatte contro le libertà occidentali, e che cosa significhi per i giovani avere una doppia educazione, quella impartita nelle scuole pubbliche e quella ricevuta in casa o in moschea.[1]</p></blockquote>
<p><span id="more-2225"></span><br />
Il percorso intellettuale di Giudici è comune a quello di altri giornalisti che negli ultimi anni <strong>hanno rotto il vaso del multiculturalismo</strong>, mettendo al centro del proprio lavoro la questione della riforma islamica. Giudici non si ritiene una seguace dell’orianismo nazionale e nemmeno una puerpera <em>neocon</em>. L’influenza di Giuliano Ferrara le è servita per “problematizzare” la questione islamica, senza giudicare le ragioni e i torti.<br />
La reporter si muove su un doppio piano di scrittura, liscio e scivoloso, giornalistico e indiziario. La ricerca sul campo è il nobile principio che la spinge a visitare le moschee italiane, infiltrandosi nelle pieghe dell’islam di casa nostra, per dare voce alle nicchie sociali – le donne e i giovani – in cui maturerà il rinnovamento (<em>nahda</em>).<br />
<strong>La famiglia musulmana</strong> è il cuore della questione islamica, un microcosmo appartato dal resto della società italiana, dominato dal conformismo, dal maschilismo, da un regime patriarcale che alle gonne preferisce la <em>jallaba</em>. L’onore, la vendetta, un sospetto generalizzato, mille sotterfugi, sono questi i sentimenti dilaganti nella famiglia musulmana “media” in Italia.<br />
I fallimenti del nucleo domestico islamico sono alla base del processo di modernizzazione chiesto a gran voce dall’autrice. In realtà, dietro questa psicoterapia familiare, Giudici nasconde il vero timore che prova nei confronti delle più aggressive caratteristiche dell’emigrazione musulmana: <strong>“il numero e la potenza generativa”</strong>.[2]<br />
Il grande avversario di Giudici è “<strong>lui”</strong>, il padre, marito e fratello, un essere dalla libidine sconfinata e dalla sessualità retrograda.<br />
Il maschio arabo pensa solo a riprodursi e a difendere con i denti l’onore delle mogli e delle figlie. Il sesso è “il grande tabù” islamico, sicché la diversità tra “noi” e “loro” non ha più radici razziali ma è diventata una <strong>“guerra tra sessi”</strong>.[3] La convinzione che l’islam possa essere spiegato da un insieme di concetti essenziali (sempre e solo quelli), come la sessualità degradata, il dispotismo maschile, la sottomissione femminile, mostra i limiti della visione di Giudici, la venatura paternalistica della sua promessa riformatrice. “Gli arabi contano solamente come creature puramente biologiche” dice Said, “istituzionalmente, politicamente, culturalmente sono nulla, o quasi. Sono reali soltanto numericamente e in quanto membri della famiglia”.[4]<br />
È vero che l’islam italiano è attraversato da problemi angosciosi e che la giornalista non inventa nulla, ma bisogna tenere conto dell’uso che l’autrice fa di quei concetti all’interno della sua narrazione. L’eccitazione del maschio islamico diventa una sorta di <strong>background culturale neutrale e obiettivo</strong>. Qualsiasi studentessa italiana a Milano vi racconterà almeno una storia di molestie verbali subite in autobus da un carnefice marocchino; queste idee “sembrano possedere uno status epistemologico eguale a quello della cronologia storica o dei dati geografici”.[5]<br />
Poi si scopre che un’operaia cinquantenne di Bagnatici, in provincia di Bergamo, dopo aver denunciato il suo boia marocchino per violenza carnale, è stata accusata di aver mentito, anzi era consenziente, tanto da aver avuto precedenti rapporti sessuali con il presunto maniaco ben prima dell’inaudita violenza, come ha provato l’analisi del DNA (9 dicembre 2005). L’eccitazione tremebonda del marocchino in autobus, per Giudici, invece è un fatto generale, non è una colpa individuale. Nel novanta per cento dei casi, “lui” è sempre umiliato, sprofondato in una condizione di arretratezza e sfruttamento. È un essere abietto che prova rancore verso la società italiana, dove le mogli lavorano ed escono da sole e i figli vanno a scuola e fanno quello che gli pare. Il <strong>villain</strong> è maestro della dissimulazione (<em>taqya</em>): predica l’integrazione dei familiari in pubblico ma in privato vieta ogni contatto fisico con gli infedeli.</p>
<blockquote><p>Lui. Lui e sua moglie che lo sfida (e qualche volta scappa). Lui e i suoi figli che vorrebbero essere italiani, ma non sanno bene come. Lui, lei e l’altra. (…) Lui e la società occidentale che lo incalza, che spesso lo giudica e lo condanna, inducendolo a costruire una barricata di cemento armato per difendersi da un mondo incomprensibile. È fra le pareti domestiche – siano stanze affollate o appartamenti residenziali poco importa – che lui combatte la sua guerra contro l’Occidente. (…) lo scontro con l’Occidente è fatto di piccole cose.[6]</p></blockquote>
<p>I conflitti privati, familiari, generazionali, per Giudici non sembrano avere valore di per sé ma solo in quanto subordinati al fatto che stiamo parlando di maschi arabi. Ogni angolo della famiglia islamica è stato reislamizzato dall’arrapato di casa.[7]</p>
<p><strong>Il particolare è la norma<br />
</strong>Il limite del multiculturalismo italiano, secondo Giudici, è di non riuscire ad assimilare le altre culture alla nostra. L’Italia si è mossa a tentoni tra i modelli di integrazione europei, quello francese, inglese e tedesco, senza riuscire ad elaborarne uno specifico e originale. La più grave conseguenza di questo processo sociale è stata la creazione di ghetti musulmani ostili e rinchiusi su stessi, che occupano le piazze, i centri e i contorni di una città sempre più de-italianizzata.<br />
Giudici usa decine di testimonianze per legittimare le sue tesi riformiste. Interviste e prove empiriche nella sua prosa appaiono soverchianti.<br />
Il paradigma è quello del <strong>giornalismo d’inchiesta unito all’indagine sociologica</strong>: la comunità islamica italiana va raccontata dall’interno, ma non è chiaro in che misura questa comprensione sia dettata dal punto di vista e dalle idee dell’autrice. Se l’intento è quello si sviscerare ogni aspetto della questione islamica, se Giudici non vuole trascurare nessun dettaglio utile, se intende cogliere la complessità del mondo musulmano italiano, allora perché i dettagli scelti per la narrazione sono sempre gli stessi, con una certa predilezione per i più intimi e truculenti?<br />
La verità è che al di là dei buoni propositi giornalistici, il particolare diventa la norma e la famiglia islamica ogni volta finisce per essere descritta come <strong>una gabbia di matti</strong>, dominata da un padre padrone che scarica il suo erotismo represso su moglie e figli.<br />
Si può dire che l’educazione delle donne islamiche è “mirata a trasformarle in brave spose musulmane” e che il matrimonio è la “tappa finale” dell’educazione islamica. Si può dire che la verginità è un tabù, come pure il sesso fuori dal matrimonio. Mai e poi mai, però, a Giudici verrebbe in mente di <strong>paragonare la famiglia islamica a quella cattolica</strong>, forse preoccupata dalle analogie che un confronto del genere potrebbe suscitare. Se mai, è importante marcare le differenze, annunciare che gli islamici fuggono da Allah per abbracciare Nostro Signore. Le alte gerarchie cattoliche vanno spronate a un maggior impegno nella difesa dei catecumeni islamici minacciati di apostasia dai loro ex confratelli:</p>
<blockquote><p>‘La conversione dei musulmani al cristianesimo coinvolge molti intellettuali, che hanno avuto la possibilità di fare studi comparati fra le due religioni e hanno scoperto che nel cristianesimo esiste la possibilità di dialogo negata dell’Islam’, spiega Mostafa al Ayoubi, marocchino e musulmano, caporedattore della rivista “Confronti”.[8]</p></blockquote>
<p>Lo scopo ultimo della rigorosa analisi di Giudici non è semplicemente quello di mostrare che la scala dei valori tra noi e gli arabi è diversa, l’obiettivo è piuttosto quello di <strong>dividere gli islamici tra loro</strong>: da una parte ci sono i mariti che costringono le mogli italiane a una conversione forzata e dall’altra le donne arabe che hanno riscoperto l’infinita bontà del cristianesimo. I primi vanno perseguiti, le seconde protette e istruite.<br />
Questa divisione sessuale anticipa l’altra grande opposizione, questa volta politica, sociale ed economica, tra i riformatori e i fondamentalisti all’interno della <strong>Umma</strong>, la comunità musulmana. L’idea che la Quarta Guerra mondiale è soprattutto una guerra dell’islam contro se stesso, una lotta intestina che sconvolge le società, le famiglie e l’individuo.<br />
Su tutti e due gli islam, a sorvegliare, a controllare, c’è la <strong>occhiuta giornalista</strong> del Trust, forte della sua italianità, di un sistema di valori democratico che gli permette di padroneggiare l’argomento in discussione, con il suo stile pungente.<br />
Giudici racconta l’islam italiano con un misto di simpatia e di antipatia. Dialetti, scuole, traffici più o meno leciti. Un avversario che sfrutta i punti deboli dell’integrazione solidale per flettere i muscoli della propria irriducibile identità. La giornalista mostra di avere un feeling speciale con le ragazze musulmane che guardano di nascosto i programmi di Maria De Filippi, mentre detesta i genitori che costringono i loro figli a imparare a memoria il Corano. La stima verso chi vuole integrarsi è pari al disprezzo mostrato nei confronti di chi resiste al cambiamento.<br />
In questo mucchio di barbuti selvaggi, Giudici intravede movimenti silenziosi, impercettibili, i fuoriusciti e i perseguitati politici, gli intellettuali laici, che insieme ai  giovani e alle donne dovranno mettere in discussione la sovranità religiosa, accettando quella dello stato italiano. In cambio avranno maggiori diritti e un giorno, forse, il voto.<br />
Come il giornalista <strong>Yassine Belkassem</strong> che ha condannato il velo e gli istituti di cultura islamici e si batte per “una interpretazione moderna e più laica, che metta d’accordo Islam e democrazia”.[9]<br />
Idealismo democratico è anche questo modo di <strong>‘usare’ l’intellettualità subalterna</strong>, quella dei fuori dal coro come Belkassem, per sponsorizzare il progetto di riforma dell’islam. Belkassem vorrebbe più finanziamenti dallo stato per aprire centri culturali laici, altro che moschee. Questa richiesta, assolutamente condivisibile, lo rende agli occhi dell’autrice un partigiano che sta dalla nostra parte. La stessa dei leghisti che si oppongono alla costruzione della moschea di Gallarate?<br />
Nei reportage di Giudici c’è simpatia per Belkassem, ma non c’è spazio per le teorie sulla ibridazione delle identità e sulla transumanza globale che la giornalista considera i residui del vecchio armamentario critico postmoderno. Giudici appare un osservatore libero da pregiudizi ma in realtà valuta in continuazione i suoi personaggi e li rinchiude in paragrafi e fascicoli. Grazie a lei, l’islam italiano non è più qualcosa di sfuggente, “la sua estraneità può venire tradotta, i suoi significati si possono decifrare, la sua latente ostilità si può mitigare”.[10]</p>
<p><strong>Via Cremonistan<br />
</strong>Giudici parla a nome di chi resiste all’oltranzismo religioso, a nome dei musulmani che vogliono diritti umani, garanzie civili, libertà di espressione. Come si potrebbe contraddirla? Tra i giornalisti del trust, a prima vista, sembra la meno influenzata dai pregiudizi religiosi e dall’ideologia.<br />
L’esperienza accumulata nelle inchieste sul mondo carcerario, l’intuito, l’attenzione rivolta ai dissidenti e alla questione femminile, sono ottime credenziali per ricevere un passaporto di ricercatrice democratica.<br />
La consapevolezza del proprio metodo di analisi diventa quindi il <strong>pass-partout</strong> per legittimare qualsiasi affermazione. I fatti, i dati materiali, antropologici, sociologici, demografici, sono lo schermo di uno stile allusivo, detrattorio, pieno di insinuazioni.<br />
In mano ai musulmani, Cremona è diventata <strong>il “Cremonistan”</strong>, succursale del più celebre “Londonistan”. La deformazione spregiativa del nome scelta da Giudici è un ritornello che incontriamo spesso sulle pagine del “Foglio”. I ‘foglianti’ adorano i calembour, parlano di “Belgistan” e di “Hamasland” per stigmatizzare le comunità islamiche trapiantate nelle metropoli europee.[11] Giudici partecipa a questo gioco linguistico raccontando le mille e una notte dell’infernale Cremonistan, ambientazione privilegiata dei suoi reportage. Cremona era un tranquillo borgo medievale, una “città agricola con un’antica vocazione musicofila”, che lentamente è piombata nella paura. Questo paese di liutai, abitato da brava gente che ama la musica classica ma che il giovedì sera non disdegna la movida, è stato prima occupato e poi rivoltato dai musulmani. Gli ospiti sono diventati sempre più invadenti, parlavano con “lingua biforcuta”, <strong>non mangiavano come noi, non pregavano come noi</strong>, si appartavano, finché la polizia ha smantellato una cellula di terroristi del gruppo <em>Ansar al Islam</em>. Tra gli arrestati c’era pure Noureddine Drisse, bibliotecario della moschea di Cremona e reclutatore di mujaheddin. Senza dubbio la sovversione islamista è una minaccia per la democrazia italiana, Giudici ha ragione a insistere su questo punto.<br />
La forzatura sta nel generalizzare, alludendo alla possibilità che qualsiasi musulmano abbia chiesto un libro al bibliotecario Drisse sia stato sottoposto al lavaggio del cervello e arruolato al martirio. L’aria che si respira a Cremona è proprio questa, nonostante la brava gente della nazione che si fa gli affari suoi e tira avanti con il lavoro di ogni giorno. Un’aria cupa, amara, roba che i liutai hanno tolto il saluto agli ambulanti marocchini.[12]<br />
Ma pensiamo alle molteplici sfaccettature del nostro sistema giudiziario: se i ROS che hanno smantellato la cellula del Cremonistan hanno fatto il loro dovere – il terrorismo si vince con l’intelligence –, non si può certo dire lo stesso di quegli agenti che nel 2001, ad Anzio, hanno provato ad incastrare <strong>El Gamal</strong>, un pescatore egiziano. Dopo che una “manina” aveva lasciato nel bagno di El Gamal un pacco di tritolo, Digos e Servizi hanno accusato il pescatore di essere al centro di <strong>un complotto internazionale</strong> spalleggiato dal centro sociale romano di Via dei Volsci. Una sorta di organizzazione anarco-islamista che voleva far scoppiare la prima guerra tra Italia e Israele (nientemeno). Per fortuna questa cospirazione da operetta è stata smascherata in sede processuale. I servizi volevano trasformare El Gamal in un informatore e per questo gli hanno riempito la testa con la storia della guerra italo-israeliana, ecco tutto. Ma questa dimensione invisibile delle <strong>tecniche di antiguerriglia psichica</strong> nel “grande gioco” della lotta al terrore, descritte così bene da Don DeLillo, mancano completamente nell’analisi di Giudici. La giornalista è attentissima a cogliere in fallo gli immigrati appena escono dai canali di gerarchizzazione sociale previsti dalla legge Bossi-Fini (“gli immigrati devono rispettare le leggi italiane”). Ma in questa battaglia per la legalità, la reporter si distrae quando arriva il momento di ricordare che le patrie galere brulicano di poveracci che negli ultimi anni sono finiti dentro con l’accusa di foraggiare Bin Laden vendendo spinelli (nientemeno). Gli spacciatori, ecco i veri alleati dei terroristi.<br />
Torino è in mano loro, il capoluogo piemontese è diventato il covo della peggior specie di pusher che affilano i coltelli proprio sotto casa del sindaco Chiamparino. Quando non sono integralisti religiosi o terroristi, i giovani musulmani per Giudici hanno sempre esistenze borderline, o quantomeno vite confuse e infelici. Un caso esemplare è quello di Chokri Zoauoui, uno degli <em>shahid</em> che venivano imbevuti di occidentalismo nella cellula terrorista di Cremona. Zoauoui ora si è pentito, collabora con la giustizia italiana.<br />
Anche lui dietro le spalle ha un passato di spacciatore: “Sei scelto da loro”, ha confessato a proposito del suo indottrinamento, “perché stai in mezzo a certe situazioni. Trovi uno come Kamel e un altro come Kamel che ti convince che è giusto fare la guerra, inizi a imparare la religione, e piano piano diventi come loro, uguale a loro”. Gli islamici sono come <strong>drogati di terrorismo</strong>.<br />
Giudici glissa sulla situazione politica della provincia di Cremona, governata da sindaci leghisti che vietano il burqa in ossequio al ministero dell’Interno. Nel Cremonistan si riscrivono i nomi delle strade: non c’è solo “Via Aldo Protti”, che il sindaco di Cremona vorrebbe dedicare al celebre baritono che cantava Verdi, c’è la nuova “<strong>Via 7 ottobre</strong>” che  Christian Chizzoli, primo cittadino di Capergnanica, ha fortemente voluto per ricordare la Battaglia di Lepanto. “Non è stata una scelta casuale”, dice Chizzoli, “ma pensata all’indomani delle stragi di Londra e delle minacce all’Italia da parte dell’islam che cerca di invadere l’Europa e islamizzare la nostra cultura. Lepanto resta il simbolo della vittoria della cristianità e dell’occidente sull’islam”.[13]</p>
<p><strong>Una pressione tutta narrativa<br />
</strong>La tecnica di Giudici è sempre la stessa: partire da una generalizzazione, più ampia possibile, per poi suddividere la comunità islamica in varie categorie etniche (oppure al contrario, dal particolare alla norma).<br />
I senegalesi, per esempio, sono lo stereotipo dell’ottentotto che si gode la vita. Bambinoni che fumano le canne, giocano alla playstation e vengono abbindolati da qualche marabutto. Il senegalese diventa un criterio di appartenenza tracciato con leggerezza e condiscendenza dall’autrice, un modo di essere italiano e musulmano all’interno dell’islam.<br />
In questo<strong> camuffamento letterario</strong>, il senegalese perde la sua consistenza esistenziale. Finito sotto la lente d’ingrandimento equestre dell’autrice, l’islamico si riduce a una figura infantile:</p>
<blockquote><p>Solari, divertenti, ospitali, i senegalesi si mescolano volentieri con gli italiani, di cui invidiano il benessere economico, e appena possono riempiono le loro case di schermi televisivi al plasma e gadget tecnologici di ogni genere.[14]</p></blockquote>
<p>Solo ai giornalisti del Trust è concesso di parlare in termini di mentalità e psicologia senegalese, marocchina o pakistana. Solo Giudici può ironizzare sul soggetto della propria analisi:</p>
<blockquote><p>A casa dei musulmani maghrebini c’è sempre un fratello che ha sposato la cugina della sorella che parla a nome del cognato che ha sposato la cugina di suo fratello.[15]</p></blockquote>
<p>“Dia Mbaye, per esempio, vive a Brescia, dove ha due mogli, due figli, due appartamenti e una sola discoteca”.[16]<br />
La riforma dell’islam, insomma, si risolve in una pressione tutta narrativa. La reporter è in grado di vedere la riforma islamica ancora prima che si compia, la scorge nella devozione del senegalese Mbaye verso i televisori al plasma, può immaginarla grazie al <strong>punto di vista privilegiato</strong> che ha scelto, cioè quello del narratore un gradino sopra i suoi personaggi.<br />
Il reportage giornalistico diventa un metodo di scrittura che documenta la possibilità di un cambiamento. Prima o poi l’islam dovrà trasformarsi, camminare sulle sue gambe, abbandonare ogni resistenza, insomma perdere la sua staticità.<br />
Nonostante il suo metodo indiziario, Giudici ha l’ottimismo tipico degli idealisti che pensano di superare le <strong>barriere identitarie</strong> grazie alla superiorità culturale, stilistica e storica dell’Occidente. La giornalista alterna fasi di grande fiducia, quando Cremona, dopo la cattura dei terroristi, torna ad essere un luogo dove le religioni sembrano convivere in pace, a fasi di profondo sconforto in cui il quartiere romano di Centocelle rischia di trasformarsi nella prima banlieu italiana.[17]<br />
Le sue parole, le mille testimonianze, sono frutto di una prospettiva e di un punto di vista soggettivo. Said avverte che:</p>
<blockquote><p>Lo stile non è solo il potere di rappresentare simbolicamente amplissime generalità come l’Oriente e gli arabi; è anche un processo di sostituzione e di incorporazione per cui una singola voce assume su di sé un’intera storia e – per l’occidentale bianco, lettore e scrittore – diventa il solo Oriente che si possa conoscere.[18]</p></blockquote>
<p>Giudici è un James Bond al servizio della democrazia islamica. Gira nel Palasesto di Sesto San Giovanni facendo domande, senza dare nell’occhio. Ascolta e registra tutto. <strong>La giornalista scrive, gli altri vengono descritti</strong>.[19]<br />
I pronunciamenti antisemiti del telepredicatore Wagdy Ghoneim, l’oratore che parla sul palco, sono puro mainstream dell’uditorio in preghiera.<br />
La pensano tutti come Wagdy in moschea: le donne mestruate possono toccare il Corano solo con i guanti, chi paga interessi bancari andrà all’inferno. In questa comunione effimera con i fedeli del Palasesto, la cronista raggiunge la sua legittimazione professionale più profonda, la cognizione di che cosa sia veramente l’islam italiano. Ora può parlare a nome della comunità musulmana moderata, a nome dei giovani e delle donne, <strong>dare voce a chi non ce l’ha</strong>.[20]<br />
La vicinanza, la prossimità con l’oggetto della propria analisi, è uno strumento retorico efficace quanto deformante. Il reportage diventa un altro camuffamento: sotto il mito dell’armonia tra popoli diversi evocata a più riprese dall’autrice, c’è il vero strumento di assimilazione, una prosa stringente, uno stile elegante e coinvolgente: “una comunità”, quella islamica, “che essenzialmente non crede nelle regole della democrazia liberale”.[21]<br />
La passione civile, l’ansia riformatrice, una scrittura emotiva che merita l’attenzione della stampa e della critica, sono questi i meriti della prosa di Giudici. È la <strong>pietas</strong> della narratrice, come l’ha definita Carlo Panella in una lusinghiera recensione apparsa sul Foglio.[22]<br />
Il problema è che il mondo descritto da Giudici è un reportage, è un testo, ed è destinato a restare tale, perché non esiste altro islam se non quello creato nella mente di chi scrive: “l’Oriente non ci viene mai dato direttamente; esso ci è presentato tramite gli interventi sempre ben informati dell’autore”, dice Said.</p>
<p><strong>Casi d’uso: il metodo di Giudici messo alla prova<br />
</strong>Scegliamo il nostro “lui”. Si chiama <strong>Ahmed</strong>, ha quarant’anni, è iracheno, in Italia dal 1985. Ahmed vive e lavora a Roma, dove gestisce un <strong>internet point</strong>. I proprietari di internet point sono diventati, insieme agli spacciatori, i grandi fiancheggiatori del terrorismo islamico nella <strong>guerra virtuale</strong>.<br />
Internet è un buco nero dove finiscono i messaggi criptati del jihad e quelli dei fidanzatini arabi che in chat trovano un po’ di libertà dall’assillante educazione familiare. Gli imprenditori come Ahmed sono malvisti dal governo italiano, ma anche dalle organizzazioni islamiche nazionali. “Licenza obbligatoria per gli internet point” titola il Giornale del 14 settembre 2005, presentando la notizia come un capitolo della lotta al terrorismo. Considerando le statistiche di Giudici, e sulla scorta del pacchetto di norme in materia di sicurezza introdotte dal ministro Pisanu, una semplice chiacchierata con Ahmed dovrebbe bastare a fare affiorare il suo estremismo latente. “Lui” si tradirà, mostrando il lato oscuro del nemico. Invece Ahmed parla della famiglia, dei suoi ragazzi che studiano senza problemi l’arabo e l’italiano, del fatto che sì, certamente, lui è un credente, ma Abramo è uno solo, quindi non è giusto farsi guerre di religione. Ahmed racconta di quando i carabinieri sono entrati in negozio, mentre fuori aspettava la volante a sirene spiegate. Un  banale controllo amministrativo trasformato in una esibizione muscolare. Per fargli capire chi siamo, che vi teniamo sott’occhio. D’ora in poi nessuno potrà chattare se prima non viene identificato, i documenti d’identità dei clienti fotocopiati a futura memoria, in barba a qualsiasi diritto alla privacy.<br />
Ahmed si lascia andare alla nostalgia e ricorda che la sua prima ragazza in Italia era di Napoli, che si conobbero all’università e fecero coppia fissa per due anni. Fu il cattolicissimo padre di lei a venire a Roma per riportarsi la figlia a casa. I genitori le avrebbero trovato un lavoro e un marito come si deve. Altro che abbandonarla nelle mani di un iracheno.<br />
Mentre ascolti Ahmed, il tarlo di Giudici continua a bussare alla porta, <strong>sono tutti bugiardi, sono tutti bugiardi</strong>, l’imprenditore sembra una persona a posto. “Lui” rispetta la famiglia e non martirizza la moglie e i figli con pretese assurde. Addirittura è un integerrimo datore di lavoro: ha dato una mano ad un’algerina di 33 anni sposata e con due figli, assumendola con un regolare contratto part time. Sul lavoro Ahmed si comporta da gran signore, non come gli agenti immobiliari del negozio accanto che non la smettono di importunare la sua nuova segretaria.<br />
Ahmed non è un arrapato, è istruito, parla arabo, italiano e inglese, ha una famiglia felice, i soldi in tasca, che altro vorrebbe chiedere?<br />
Solo che la smettano di piombare nell’internet point con i mitra spianati terrorizzando i clienti. Come dire, grazie per Saddam e arrivederci.<br />
Per concludere prendiamo <strong>‘il caso’ di Anna</strong>, una ragazza bengalese di 12 anni. Anna frequenta la seconda media in una scuola di Vicenza. Una mattina di dicembre chiede alla maestra di andare in bagno e prova a tagliarsi le vene. I suoi genitori l’hanno promessa in sposa a un connazionale e la tengono chiusa in casa in attesa del matrimonio. La ragazzina è disperata. Mamma e papà accorrono a scuola, abbracciano la figlia, spiegano ai professori che non avrebbero mai immaginato una disgrazia simile e fortunatamente tutto si risolve in abbracci e baci.<br />
Secondo Marino Smiderle, il giornalista che racconta la storia sul “Giornale”, siamo di fronte a “una disperata lotta fra culture diverse, tradizioni difficilmente conciliabili” 5 dicembre 2005<br />
È lo stesso scenario descritto da Giudici: figli in bilico <strong>tra la voglia di integrarsi e la paura di restare tagliati fuori</strong>, genitori di mentalità arretrata che opprimono i ragazzi con i precetti del Corano.<br />
Ma la lotta tra culture diverse è una conclusione che non convince fino in fondo. Abbiamo paragonato la bengalese Anna alla leccese <strong>Giulia, 19 anni</strong>, originaria di Squinzano in provincia di Lecce.<br />
Giulia è una ragazza come tante, veste Dolce &amp; Gabbana, frequenta da fuorisede la facoltà di medicina all’università Cattolica di Roma. A prima vista sembra il prodotto di quella cultura laica impregnata di fede che piace tanto ai giornalisti del Trust.<br />
Il problema è che Giulia non mangia. Da quando è arrivata a Roma è diventata uno scheletro e gli è venuta la mania di lavare il bagno ogni volta che qualcuno lo usa. Ha l’ossessione della pulizia e il cuore infranto.<br />
I suoi genitori, degnissima <em>upper class</em> meridionale, fedele alla linea democristiana, hanno spedito la figlia a Roma due anni fa con uno scopo preciso: toglierle dalla testa Egidio, 21 anni, che fa il meccanico a Brindisi. Uno spaccato strapaesano che sembrerebbe impossibile nell’Italia dei valori, com’è potuto accadere che i genitori abbiano deciso di sabotare la relazione sentimentale di Giulia per meschine e anacronistiche ragioni classiste? Eppure Giulia esiste davvero, con i suoi quaranta chili, le ossa e il viso scavato. L’importante, per il parentado, è tenerla lontana da Egidio. Per il resto può fare quello che vuole, finire bulimica, drogarsi, passare il fine settimana in discoteca. L’unica cosa che non deve fare, nemmeno provarci, è pensare di sposare chi dice lei.</p>
<p><strong>NOTE</strong><br />
1. Cristina Giudici, <em>l’Italia di Allah</em>, Bruno Mondadori 2005<br />
2. Secondo le stime demografiche dell’ONU, se la Turchia entrasse nell’UE tra dieci anni avrebbe la stessa importanza della Germania in termini di popolazione. Questo spinge molti commentatori a parlare di futura “Eurabia”, lo scenario preferito della fantascienza di Oriana Fallaci. Si veda Marianna Peluso, <em>Tra vent’anni un europeo su 5 sarà turco</em>, Libero, 23 settembre 2005. Questa invasione silenziosa è iniziata nei mercati rionali delle città italiane. “Arrivano da Marocco, Tunisia ed Egitto per vendere oggetti etnici, vestiti e anche frutta e verdura”, Alessandro Aspesi, <em>Mercati Rionali, il 30% è degli arabi</em>, Libero, 23 settembre 2005<br />
3. C. Giudici, cit., p. 17<br />
4. E. Said, cit., p. 309<br />
5. E. Said, cit., p. 203<br />
6. C. Giudici, cit., p. 15<br />
7. “Ciascun fattore in un certo senso contribuiva a cancellare la distinzione tra il tipo – l’orientale, il semita, l’arabo, l’Oriente – e la normale realtà umana”, Said, cit., p.228<br />
8. C. Giudici, cit., p.83. Cfr. <em>In Fuga da Allah e da Maometto</em>, Il Foglio, 19 febbraio 2005<br />
9. C. Giudici, cit., p. 66<br />
10. E. Said, cit., p. 108<br />
11. Cfr. Gianluca Zucchelli, <em>Londonistan</em>, il Foglio 13 settembre 2005; <em>Hamasland e i quattrini europei</em>, il Foglio, 29 settembre 2005; <em>Più veli e meno maiale nelle vie di Bruxelles</em>,  cuore del Belgistan, il Foglio, 12 ottobre 2005<br />
12. Cristina Giudici, <em>Occhi chiusi a Cremonistan</em>, il Foglio, 27 luglio 2005<br />
13. Comune dedica Via a Battaglia di Lepanto, il Giornale, settembre 2005<br />
14. C. Giudici, cit., p. 26<br />
15. C. Giudici, ib.<br />
16. C. Giudici, cit., p. 27<br />
17. C. Giudici, <em>Oltre le porte chiuse del Ramadan italiano</em>, il Foglio, 28 ottobre 2005; <em>Anche l’Italia ha le sue fragili periferie multiculturali</em>, 10 novembre 2005<br />
18. E. Said, cit., p. 241<br />
19. “La passività è implicata nella seconda condizione”, E. Said, cit., p. 396<br />
20. “Chi potrebbe capire l’Oriente meglio di un orientalista? Solo l’Oriente, che però, come sappiamo, non è in grado di esprimersi da sé”, Said, cit., p.286<br />
21. C. Giudici, cit., p. 47<br />
22. Carlo Panella, <em>Le tracce del nostro islam portano anche alle banlieue della rivolta</em>, Il Foglio, 10 novembre 2005</p>
<p><em>leggi la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/26/il-manager-religioso/">puntata precedente</a></em><br />
<em>continua</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/28/reportage-dall%e2%80%99inferno/">Reportage dall’inferno</a></p>
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