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	<title>Nazione Indiana &#187; Roberto Saviano</title>
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		<title>Epos e new epic &#8211; Is there an epic in those texts?</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 16:07:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daniele ventre</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">ovvero</h3>
<strong>Il senso dell&#8217;ovvio: come mai Omero non è Wu Ming.</strong>
<p style="text-align: center;">di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>&#8220;Il realismo è la ricerca di una rappresentazione per quanto possibile &#8220;oggettiva&#8221; del mondo, vicina al (tangibile, materialissimo) &#8220;compromesso percettivo&#8221; chiamato &#8220;realtà&#8221;; presuppone quindi un lavoro sulla <em>denotazione</em>, sui significati principali e condivisi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/epos-e-new-epic-is-there-an-epic-in-those-texts/">Epos e new epic &#8211; Is there an epic in those texts?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">ovvero</h3>
<h2><strong>Il senso dell&#8217;ovvio: come mai Omero non è Wu Ming.</strong></h2>
<p style="text-align: center;">di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>&#8220;Il realismo è la ricerca di una rappresentazione per quanto possibile &#8220;oggettiva&#8221; del mondo, vicina al (tangibile, materialissimo) &#8220;compromesso percettivo&#8221; chiamato &#8220;realtà&#8221;; presuppone quindi un lavoro sulla <em>denotazione</em>, sui significati principali e condivisi. Quando descrivo una scena di miseria avvilente, e cerco di trasmettere con precisione tale avvilimento, sto gettando un ponte verso il lettore, mi rivolgo a quella parte di lui &#8211; <em>quella parte di noi tutti -</em> che trova avvilente la miseria. L&#8217;epica è invece legata alla <em>connotazione:</em> è il risultato di un lavoro sul tono, sui sensi figurati, sugli attributi affettivi delle parole, sul vasto e multiforme riverberare dei significati, <em>tutti</em> i significati del racconto. Al lettore sto gettando un altro ponte, qui mi rivolgo al suo <em>desiderio</em>, desiderio di spazio, di scarti e differenze, di scontro, sorpresa, avventura&#8221;.</p>
<p>Così suona l&#8217;ormai famosissima distinzione fra realismo ed epica, instaurata da Wu Ming 1 (<em>alias</em> Roberto Bui) nel suo <em>New Italian Epic</em>: una distinzione non certo rigida, per due ovvie ragioni addotte da Wu Ming stesso, visto che esiste, nel cinema come nella letteratura, un realismo epico, e visto che la spontanea tendenza (neurologicamente radicata) del linguaggio umano a essere metafora e connessione archetipica rende di fatto impossibile, in principio -e forse, almeno in certi casi,<em> di</em> principio-, la denotazione pura, come si evince dalle analisi condotte da Furio Jesi sul meccanismo mitopoietico (1) -e se dovessimo portare all&#8217;estremo le conseguenze del ragionamento, se ne dovrebbe inferire, con Goodman più che con Derrida (2), che la realtà non è tanto un compromesso percettivo, quanto piuttosto la sommatoria di costruzioni nominal-metaforiche &#8220;opportune&#8221;, cioè operativamente funzionali o in qualche modo &#8220;trincerate&#8221; nel sistema di un sentire comune primario, di specie (3).</p>
<p><span id="more-40072"></span></p>
<p>La denotazione pura (o meglio, la denotazione quanto più pura possibile) sembra allora tornare, di nuovo, nel linguaggio (mondo), opportunamente costruito, della descrizione controllabile e controllata dell&#8217;esperienza -nel testo scientifico, che per altro, nel suo costituirsi come esposizione di una forma di conoscenza e del controllo di questa forma di conoscenza, cova anch&#8217;esso l&#8217;epica &#8220;dormiente&#8221; tessuta dal dominio della metafora dell&#8217;avventura intellettuale, e così  basta l&#8217;intervento dell&#8217;immaginario poetico di un Lucrezio per ridestare ai fasti dell&#8217; &#8220;epica&#8221; <em>tout court</em> le ambagi di quell&#8217;avventura.</p>
<p>Ma per quel che ci riguarda, appare ormai evidente, a questo punto, fino a che livello il termine &#8220;epica&#8221;, nell&#8217;accezione wuminghiana o lutherblissettiana, dilaghi e svapori nel regno degli enti dai confini sfocati, in un mondo di penombra -ma forse la penombra si addice all&#8217;epica quanto il lutto ad Elettra nella sua versione hofmannsthaliana. Questo almeno è quanto ci si trova a constatare, una volta che la denotazione si sia palesata come costruzione contesta di metafore in stato di latenza (dormizione apparente del senso, del connotativo), rispetto all&#8217;immaginazione vigile della <em>one-shot image metaphor</em> che contraddistingue gli usi non ordinarii (poetici) del linguaggio (4). Di fatto sembra che il termine epica, e il corrispettivo concetto di <em>new epic</em>, possa dilatarsi ancor più che nei venerandi e terribili <em>Discorsi del poema eroico</em> del Tasso, che definiva poeti epici anche i cinque grandi romanzieri greci tardoantichi (Caritone, Senofonte Efesio, Longo Sofista, Achille Tazio, Eliodoro, sui quali dovremo tornare), allora da poco cooptati nel canone letterario. Questi confini incerti fanno sì che al <em>new epic </em>siano accostabili i romanzi (fra storia, fantascienza e fantasy) di un Valerio Evangelisti, i libri inchiesta come<em> Gomorra</em> di Roberto Saviano, o certi filoni del <em>noir</em> e del giallo, fra i più esposti mediaticamente, in barba al lancio della rivoluzione senza volto che Wu Ming proclama, fin nel nome (senza nome).</p>
<p>Forse allora il termine &#8220;epica&#8221; andrebbe qui sostituito in prima battuta, almeno negli orientamenti programmatici, col più banale &#8220;letteratura&#8221;, il programma del <em>new epic</em> essendo non altro che la proposta di riletterarizzare profondamente il narrato, di ridestare le metafore e i sensi dormienti nella narrazione di consumo usurata, trasformandola di nuovo in discorso di riuso, in vista dell&#8217;instaurazione di uno specifico ponte comunicativo col fruitore. Non potrebbe essere altrimenti, anche perché quella di &#8220;epico&#8221; è una qualifica dai connotati storicamente assai forti e definiti, al di là della sua, usurata e derivativa, accezione ordinaria: inteso nel suo senso tecnico, &#8220;epico&#8221; è il mito (racconto orale almeno nella sua matrice) che si articola in parole-versi composte di moduli formulari (dagli<em> epē</em> dell&#8217;aedo greco ai <em>reči </em>del <em>guslar</em> serbocroato), e comporta una sistematica esecuzione improvvisa accompagnata da una più o meno complessa attivazione verbomotoria; in un secondo momento, &#8220;epica&#8221; è qualsiasi forma letteraria non più orale, che in un contesto per lo più (ma non solo) aurale, conservi almeno in parte alcuni connotati  dell&#8217;oralità primaria, e cioè il racconto tradizionale e la similarità che domina, jakobsonianamente parlando (5), la direttrice metaforica e il parallelismo verbale tipici della poesia (prevalenti anche nell&#8217;epica, a dispetto delle pur ampie digressioni metonimiche che talora vi si rinvengono), rispetto alla tendenziale contiguità e alla direttrice metonimica che orienta la prosa. In questo senso, l&#8217;unico vero <em>new epic</em> (embrionale) esistente al mondo al giorno d&#8217;oggi (se escludiamo le epopee viventi tibetane ancora in fase di accrezione) è il<em> rap</em> improvviso del violento sottobosco urbano. Fuori della definizione storicamente propria di epica, esiste davvero soltanto la possibilità di tecnicizzazione del mito (magari anche solo allo scopo di sfruttamento di una risorsa editoriale). La tentazione di rievocare i miti, o addirittura di provare a crearne in laboratorio, è forte: gli stessi membri di Luther Blissett e Wu Ming l&#8217;hanno sentita, subita e abbracciata, come schiettamente confessano (6). Ma resta il fatto che al di là delle disposizioni esteriori dei membri del discorso, non esistono miti in prosa, se non come miti in contesti di degrado, di imborghesimento (come nei romanzieri greci tardoantichi, riscrittori prosastici dell&#8217;<em>epos</em> ad uso delle scuole di retorica), o di alter-giunzione ironizzante, nella migliore delle ipotesi (come l&#8217;<em>Ulisse</em> joyciano). Soprattutto, in assenza del mito come mappa metaforica tradizionale permanentemente riattivabile in positivo come innesco potenziale di <em>one-shot image metaphors</em>, le ombre, ironizzate o degradate, dei miti non possono essere più evocate come forze capaci di inscrivere e orientare l&#8217;esperienza comune in  attive forme archetipiche di senso. Solo l&#8217;<em>epos</em> tradizionale (organismo verbomotorio di parole-versi) può  senza mediazione, all&#8217;istante, dire goodmanianamente di sé stesso, rovesciando <em>in toto</em> il verso della <em>Gita</em> citato da Oppenheimer ad Alamogordo: &#8220;ecco, io ora sono vita, costruttrice di mondi&#8221;.</p>
<p>Il<em> New Italian Epic</em> non può dire di sé la stessa cosa -né in sostanza presume di poterlo dire. Il <em>Luhter Blisset Project</em> e il <em>Wu Ming Project</em> hanno costituito un momento d&#8217;innovazione del fare (para-)letterario dei nostri anni (7); il <em>trait-d&#8217;union</em> implicito fra la storia letterarizzata del Thomas Muentzer di <em>Q</em> e l&#8217;idealità intercomunitaria del mondo extraletterario del subcomandante Marcos ne definisce il connotato più nobile. Tuttavia,  criticamente parlando, l&#8217;etichetta <em>epic</em> cade, nel momento in cui cade operativamente (al di là dei connotati mediali e formali del poema epico) la possibilità di costruire, su una trama di direttrici metaforiche attive e ordinate nella narrazione, un mondo di esperienza orientato sul mito autentico, e non su un mito surrogatorio, (re-)inventato vuoi dalla politica, vuoi dall&#8217;editoria. L&#8217;epica sottende in ultima analisi una dimensione antropologica che non appartiene all&#8217;uomo occidentale del XXI secolo (anche se in certo modo appartiene ancora nel concreto agli indios del Chiapas); soprattutto, l&#8217;epica come tale non è <em>new</em> né antica. Come fenomeno culturale è sì il prodotto di una circostanza storica, ma di per sé stessa è senza tempo.</p>
<p>Certo, alcune superficiali analogie toccano il cuore di chi si avvicina al fenomeno del <em>new epic</em> considerandolo superficialmente:</p>
<ul>
<li>l&#8217;<em>epos</em> in origine non ha autori riconoscibili. Il cantore epico, nel contesto tribale di una cultura pervasa di oralità, è connotato da un&#8217;autorialità debole, o meglio diffusa nel gruppo, ma egli stesso rimane anonimo (in cinese mandarino si direbbe <em>wu ming)</em>: così i Wu Ming rinunciano alla firma</li>
<li>le culture orali attribuiscono il loro<em> corpus</em> epico a un autore che è egli stesso mito e spesso ha un nome parlante allusivo alla natura della sua autorialità (Omero, Bogan, Valmiki, Vyasa): così Wu Ming e Luther Blissett sono nomi fittizi che contraddistinguono un gruppo di autori;</li>
<li>l&#8217;improvvisazione orale, come <em>performance</em> nell&#8217;immediato, conserva i connotati dell&#8217;<em>irrevocabile verbum</em> (8) Molti aspetti dell&#8217;attività di Wu Ming hanno una connotazione simile (la rupe Tarpea, al posto della rupe del Taigeto, in una conferenza, errore che lascia traccia nel documento multimediale conservato sul sito, e non è più correggibile)</li>
<li>Infine, il mito e l&#8217;<em>epos</em> tendono, per quanto riguarda la forma di trasmissione e i contenuti che sono loro propri, all&#8217;ibridazione mediale (9): i poemi omerici vivono fra oralità e scrittura per almeno tre secoli a partire dall&#8217;epoca in cui verosimilmente si colloca la loro prima redazione scritta (750-725 a.C.) (10); inoltre, Polifemo lo si trova nel poema, nel teatro, nella pittura vascolare (11); è appena il caso di ricordare la complessità dell&#8217;ibridazione mediale che contraddistingue l&#8217;attività di Wu Ming.</li>
</ul>
<p>Peraltro, ognuno di questi punti presenta dei contraltari antropologici assai netti, che evidenziano in che misura le analogie superficiali nascondano un&#8217;intima incommensurabilità, un abisso che è difficile sondare:</p>
<ul>
<li> L&#8217;<em>epos</em> non ha autori riconoscibili; tuttavia, ogni singola <em>performance</em> di canto epico si concreta nella creazione improvvisa, <em>da parte di un singolo cantore</em>, di poemi epici episodiali assai lunghi, all&#8217;interno di un <em>corpus</em> di miti che sono il prodotto di una dimensione cognitiva specifica (quella delle civiltà orali) a partire dal rapporto con le forze naturali percepite <em>ipso facto</em> come ierofanie (segnatamente, i fenomeni celesti; in sottordine, le altre manifestazioni del potere della natura); ogni singolo cantore ricrea il mito ricantandolo in un nuovo originale a ogni nuova <em>performance</em>, così che la tradizione appare, nel contempo, fluida e rigida; i romanzi di Wu Ming sono opera cosciente di gruppo, e sono opera scritta: non implicano certo la committenza diretta da parte del fruitore, né quell&#8217;interloquire pragmatico e presenziale del cantore col suo pubblico; i romanzi del cosiddetto new epic sono al massimo grado prodotti della scrittura nella sua dimensione contemporanea, tesa come il funambolo di nietzscheana memoria, fra una dimensione di iperpresenza, amplificata dalla multimedialità, e quella differanza-differenza-differimento di derridiana memoria che al conato iperpresenzialista dello scrittore fa in qualche modo da specchio oscuro; la curiosa e paradossale vicinanza-lontananza fra autore e fruitore (un rapporto simile a quello fra Apollo e Diomede nella battaglia del V libro dell&#8217;Iliade (12), fra confidenza estrema e trascendente distanza), connota sia l&#8217;aedo sia l&#8217;autore Wu Ming, ma per ragioni diverse e diametralmente opposte;</li>
<li>il nome Wu Ming è frutto di una rivoluzione senza volto, che con riferimento allo slogan del subcomandante Marcos, immagina (secondo modalità al limite dell&#8217;utopia) un autore socialmente diffuso: ma questa ridefinizione dell&#8217;autore ideale e del pubblico ideale è, appunto, una rivolta all&#8217;editoria industriale e alla sua iperindividualizzazione dell&#8217;autore, che diventa un divo (e la cui qualità letteraria è indifferente) -e però, fra la costituzione del super-autore (o della <em>band</em> scrittoria), e la creazione editoriale (fittizia) dell&#8217;autore-divo, esiste un&#8217;intima consonanza e una strutturale contiguità, nell&#8217;artificialità pianificata del processo di creazione dell&#8217;autorialità come figura in qualche modo ipostatizzata, riformulazione industriale della creazione umanistica dell&#8217;<em>ethos</em> (e non è un caso se alcune &#8220;firme&#8221; dell&#8217;autorialità &#8220;divistica&#8221;, o comunque di chiara fama, come Lucarelli ed Evangelisti e Saviano, abbiano finito per fiancheggiare il <em>new epic</em>, pur trattandosi comunque di &#8220;firme&#8221; &#8220;buone&#8221;, &#8220;benevole&#8221;, con il connotato nettissimo -sia detto col massimo affetto- di probiviri e padri nobili della scrittura di massa; in questo modo, però il cosiddetto <em>new epic</em> rischia nella sostanza di rilanciare all&#8217;infinito il paradosso dell&#8217;autore-nome, proprio dell&#8217;editoria mercantile smerciatrice di romanzi seriali); viceversa, l&#8217;autore epico primordiale, più o meno mito egli stesso, ha il connotato di una funzione sociale tradizionale, nel contesto di una società essenzialmente conservatrice e conservativa, e il nome parlante allude alla contiguità col divino o alla funzione del cantore nella tribù, visto che fra l&#8217;altro Bojan è figlio del dio Veles, Omero è colui che canta nelle riunioni pubbliche (secondo l&#8217;etimo greco) (13), o semplicemente il recitatore, secondo un minoritario etimo semitico (14), Vyasa è il ripartitore, colui che ha disposto in ordine gli inni vedici e il grande poema (il Mahabharata) a partire dal nucleo originario di 8600 <em>shlokas</em> (17200 versi), il canto di Jaya -il caso di Valmiki e di Vyasa rappresenta l&#8217;estremo limite che il poeta primordiale può raggiungere, entrando a far parte, circolarmente, della storia che canta, così che Omero, Vyasa, Valmiki, Bojan devono definirsi non tanto come autori fittizi, né come autori ideali, ma come veri e propri autori intra-finzionali, consacrati da tradizioni secolari -caratteristica che non appartiene quasi per nulla a Wu Ming, e che tocca solo epidermicamente e tangenzialmente Luther Blissett, protagonista occasionale di leggende metropolitane, in ogni caso non certo figlie di tradizioni plurisecolari (15);</li>
<li>il cantore epico tradizionale padroneggia le memorie culturali del suo gruppo tribale con la nitidezza che gli viene da un apprendistato artigianale di più di un decennio; la sua funzione è perciò sacralizzata, come quella del fabbro, e contigua alla magia e al sacerdozio (16); provate a tagliare su Wu Ming questa dimensione tribale e i paradossi esplodono, ovviamente;</li>
<li>infine, l&#8217;ibridazione mediale dell&#8217;epos, nella sua forma più autentica, è figlia di una spontanea transizione di fase fra oralità e scrittura che riguarda un&#8217;intera società, e si traduce poi nel tempo in una diffusa prosasticizzazione della letteratura; l&#8217;ibridazione mediale del <em>new epic</em> è espressione di una pianificazione editoriale e autoriale fluida, ma deliberata.</li>
</ul>
<p>Appare evidente che il problema del <em>new epic</em> è solo un sottoinsieme del più ampio problema posto da chi ravvisa nell&#8217;era dell&#8217;informazione il ritorno del tribalismo arcaico. In sostanza, le forme autoriali di Wu Ming e di Luther Blissett, esprimono la tecnicizzazione del mito dell&#8217;autore primordiale. In sé rappresentano la parodia e la <em>reductio ad absurdum</em> dell&#8217;autore-divo e sono essi stessi meta-letteratura, meta-discorso di rottura proiettato in quell&#8217;area indefinita e nevralgica tesa fra l&#8217;autorialità e l&#8217;editoria; la tensione a una <em>coupure épistèmique</em> che non è riuscita ad inverarsi pienamente. Un fenomeno interessantissimo, che non andrebbe certo guardato con le precomprensioni un  po&#8217; troppo ingenerose di un Ferroni (si veda passim il suo <em>Scritture a perdere</em>); tuttavia la denominazione di <em>epic</em> che contraddistingue l&#8217;operazione è, antropologicamente parlando, un&#8217;usurpazione non troppo felice; la dicotomia epica<em> vs.</em> realismo, che ne costituisce il punto archimedico, mostra un&#8217;intima autocontraddittorietà, proprio a partire dalle scaltrite premesse teoriche da cui muove. Forse allora &#8220;epica&#8221;, perché tesa a rivitalizzare l&#8217;usura che ha il termine nel linguaggio ordinario? Nei fatti, il lettore-<em>target</em> specifico di <em>Q</em> o di <em>Altai</em> rischia invece di far precipitare nell&#8217;usura anche il senso tecnico (e più proprio) del termine. Come abbiamo già accennato, la trasformazione della storia in avventura, in meraviglioso, in spazio del desiderio, assimila piuttosto i romanzi del <em>new epic</em> ai romanzieri greci d&#8217;amore e d&#8217;avventura che popolarono con la loro produzione (in gran parte perduta), la letteratura greca nell&#8217;età della prosa che va dal I secolo a.C. al III-IV secolo d.C. Quei romanzi, lungi dal costituire, secondo la ben nota formula di Hegel, l&#8217;epopea di un mondo borghese, erano piuttosto il surrogato dell&#8217;epica, della tragedia e della commedia nell&#8217;età della prosa -e tuttavia, se si esclude il solo Achille Tazio, i romanzieri greci risentono, dietro le quinte, di tutta una congerie di ierofanie e miti minori, quando non rispecchiano le nuove grandi costruzioni di senso che segnano una svolta della civiltà tardoantica, come nel caso di un Eliodoro di Emesa, con il suo quasi-<em>epos</em> prosastico di sapore neoplatonico. Anche nel dietro le quinte del <em>new epic</em> meglio riuscito agiscono al più abbozzi di figure archetipiche calati in una riscrittura della storia che non può autenticamente farsi spazio del desiderio e dell&#8217;avventura -a meno di non ridursi a<em> lusus</em> e illusione. Manca a quelle figure archetipiche soggiacenti la possibilità antropologica di esprimere un mito, perché la disillusione del mondo, la <em>Entgötterun</em><em>g  </em>della Natura, è ormai un dato imprescindibile della coscienza culturale del nostro tempo.  Epica,  in qualunque accezione la si intenda, non si dà senza mitopoiesi genuina, anche solo riflessa (quella di un Pavese, per esempio): epica non si dà senza metafore e archetipi collassati in forme narrative, in azioni e attanti, che coinvolgano,  a un livello profondo, la totalità dell&#8217;esperienza umana come costruzione e attuazione di senso nel contesto dell&#8217;universo in cui l&#8217;esperienza umana va in scena.</p>
<p>La nuova narrativa (così avrebbe dovuto meglio chiamarsi:<em> new fiction</em>, o forse meglio <em>new pulp</em>), ha avuto senza dubbio il merito, per qualche anno durante gli ultimi quindici, di ridefinire i crismi distintivi dell&#8217;autorialità e di puntare a far sì che generi &#8220;paraletterari&#8221; potessero sempre più avvicinarsi a rivestire il ruolo di &#8220;opere popolari e di stile&#8221; a cui un noto aforisma delle <em>Scorciatoie</em> di Umberto Saba auspicava. Ma ben presto il mercato editoriale ha metabolizzato anche questa forma di opposizione, il cui potere propulsivo si è venuto esaurendo piuttosto in fretta, in tutte le direzioni e per tutte le filiazioni e associazioni indicate.</p>
<p>Forse soltanto in séguito a mutamenti epocali che muteranno radicalmente gli attuali, già decadenti, sistemi di riferimento della nostra civiltà, magari al margine delle città in rovina, le condizioni antropologiche alla radice del mito, ricombinatesi nelle performance verbomotorie dei<em> rappers</em> o di una loro evoluzione futura quale che sia, daranno origine a un vero (<em>new</em>)<em> epic</em>, che non sarà solo italiano. Ma questa è teoria della letteratura trasformata in <em>hard science fiction</em>: un terreno ancor più sdrucciolevole e speculativo di quello su cui mi sono finora avventurato.</p>
<p>____________________________________</p>
<p>(1) Rimando qui alle pp. 3-5 di Wu Ming 1, New Italian Epic 2.0 (scaricabile qui <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/WM1_saggio_sul_new_italian_epic.pdf">  http://www.wumingfoundation.com/italiano/WM1_saggio_sul_new_italian_epic.pdf</a> e alle note relative, contenenti i riferimenti alle osservazioni di Furio Iesi a cui abbiamo alluso.</p>
<p>(2) Si fa qui riferimento alle implicazioni di fondo della filosofia di Nelson Goodman per come appare tratteggiata in opere quali <em>La struttura dell&#8217;apparenza</em>. Il peso del costruttivismo nominalistico di Goodman sull&#8217;idea dei dati percettivi essenziali appare ben espresso nelle parole che si possono leggere a p. 22 dell&#8217;introduzione di G. Hellman all&#8217;opera di Goodman in questione: &#8220;tutta la percezione è penetrata dalla selezione e dalla classificazione, che a loro volta si sono determinate attraverso un complesso di eredità, abitudini, preferenze, predisposizioni, pregiudizi. Perfino gli asserti fenomenici che intendono descrivere, fra le sensazioni grezze, le più grezze, non sono né libere da influenze formative di questo tipo, né incorregibili&#8221;.</p>
<p>(3) &#8220;Operativamente funzionali&#8221;, cioè capaci di predisporre un&#8217;operazione di controllo empirico ripetibile, e dunque intersoggettiva, in un senso affine a quello che si rinviene nel contesto della filosofia operativistica di P. Bridgman: &#8220;trincerate&#8221;, cioè stabilizzate in una tradizione di metodo documentata, nel senso in cui lo sono le predicazioni trincerate proprie degli enunciati dotati di proiettabilità (capacità predittiva), secondo la definizione di Nelson Goodman, <em>Fatti, ipotesi e previsioni</em>, ed. ital. Bari 1985, p. 108 s.</p>
<p>(4) Cfr. a tal proposito, Vito Evola, &#8220;La metafora come <em>carrefour</em> cognitivo del pensiero e del linguaggio&#8221;, in <em>Vie della metafora: linguistica, filosofia, psicologia</em>, a cura di Claudia Casadio, Sulmona, 2008, pp. 55-80. Cfr. in specie le pp. 62 ss.</p>
<p>(5) L&#8217;ovvio riferimento è a Roman Jakobson, <em>Saggi di linguistica generale</em>, Milano, 1966, pp. 39-45.</p>
<p>(6) Circa la tecnicizzazione del mito e le tentazioni accluse, si veda quanto detto<em> sub titulo <strong>FRANKENSTEIN A FRANKENHAUSEN</strong></em> al seguente <em>link</em> <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap6_IXa.htm">http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap6_IXa.htm </a>: &#8220;Perché il problema è anche: chi è l&#8217;<em>artefice</em> della mitopoiesi, l&#8217;evocatore, lo sciamano, l&#8217;ostetrico? Spetta a un intero movimento, comunità o classe sociale maneggiare i miti e mantenerli vivi. Nessun gruppo separato può auto-incaricarsi di questo. Noi, invece, finimmo per diventare &#8220;funzionari&#8221; alla manipolazione delle metafore e all&#8217;evocazione dei miti. La nostra divenne una quasi-specializzazione. Eravamo una cellula agit-prop. Eravamo <em>spin doctors</em>&#8221;</p>
<p>(7) Il (para-) fra parentesi non è insulto o deminutio, ma solo completezza classificatoria.</p>
<p>(8) Cfr. Walter Burkert, &#8220;<em>Irrevocabile verbum</em>, Spuren mündlichen Erzählens in der Odyssee&#8221;, in <em>Festschrif fur Rudolf Schenda in 65. Geburtstag</em>, hrsg. U. Bunold-Bigler  Bern. 1995, pp. 147-158, sui tic compositivi dei poemi omerici che denunziano l&#8217;autocorrezione in diretta dell&#8217;aedo. Per quanto riguarda il wuminghiano errore della rupe Tarpea, chi avrà pazienza se lo cerchi sul sito-archivio wumingfoundation.com e nel mondo virutale afferente. A me difetta al momento la pazienza di rispulciare le conferenze e il sito alla ricerca del riferimento perduto. Ma assicuro l&#8217;esigente lettore che c&#8217;è.</p>
<p>(9) Nel senso di Gabriele Frasca, <em>La lettera che muore -La letteratura nel reticolo mediale</em>, Roma, 2005, p. 90 s.</p>
<p>(10) Mi autocito per comodità: Omero, <em>Iliade</em>, trad. a cura di Daniele Ventre, pref. di Luigi Spina, Messina, 2010, e in particolare la <em>Nota del traduttore</em>, p. 423 e nn. rell.  Lo giuro, non è narcisismo, è solo sopravvivenza, visto che la bibliografia e la <em>querelle</em> in merito è semplicemente abissale.</p>
<p>(11) Cfr. sulla pittura vascolare e sulle varianti omeriche che attesta, Steven Lowenstam, &#8220;Talking vases: the relationship between the Homeric poems and archaic representation of epic myth&#8221;, in <em>Transaction of Philological American Association</em>, 127, 1997, pp. 21-76.</p>
<p>(12) Il passo che testimonia l&#8217;ambivalente trascendenza degli dèi, e che fa da <em>medium comparationis</em> nel mio discorso, è ovviamente <em>Iliade</em>, trad. cit., V 431-442:</p>
<p>&#8230;Ma balzò allora su Enea, Diomede, quel forte nel grido,</p>
<p>conscio com&#8217;era che Apollo su lui protendeva le braccia;</p>
<p>non venerava nemmeno il gran dio, ma desiderava</p>
<p>sempre d&#8217;uccidere Enea e spogliarlo d&#8217;armi gloriose.</p>
<p>E per tre volte balzò, nell&#8217;impeto di trucidarlo,</p>
<p>lo ricacciò per tre volte Apollo col fulgido scudo.</p>
<p>Quando l&#8217;eroe s&#8217;avventò per la quarta, simile a un dio,</p>
<p>terribilmente gridando, Apollo l&#8217;arciere gli disse:</p>
<p>&#8220;Medita bene, Tidide, ritirati, non concepire</p>
<p>opere degne di dèi, poiché mai fu pari la stirpe</p>
<p>degli immortali e di quelli che strisciano sopra la terra!&#8221;.</p>
<p>(13) Sull&#8217;etimo greco di Omero, cfr. lo splendido articolo di Gregory Nagy, Homer&#8217;s name revisited, in <em>La langue poétique indoeuropéenne, </em>edd. G.-J. Pinault et D. Petit, Louvain-Paris 2006, pp. 317-330.</p>
<p>(14) Sull&#8217;etimo semitico di Omero, cfr. la dubitosa ipotesi di Martin L. West in <em>The East Face of Helicon</em>, Oxford, 1997, p. 622 in nota. West ha ritrattato la sua asserzione, giudicata troppo avventurosa, in <em>The invention of Homer</em>, Classical Quarterly, 1999, pp.  374, in nota. Incidentalmente osserverò che all&#8217;idea di Omero semitico nuoce oltremodo il ciarpame accozzato da Raoul Schrott nel supplemento culturale del 2001 della <em>Frankfurter Allgemeine Zeitung</em> -in barba a tutte le conquiste dell&#8217;oralistica, per Schrott Omero sarebbe un copista-amanuense burocrate assiro, castrato. Non so da quale deteriore rigurgito postmoderno d&#8217;incubo prussiano sia rampollata una simile idea. Come che sia, forse sbaglierò, ma ho ragione di credere che se il probabile poeta autore (orale) della maggior parte dei versi dell&#8217;<em>Iliade</em> (interpolazioni escluse) sapesse delle diverse menomazioni attribuitegli da mitografi e pseudofilologi, sceglierebbe piuttosto d&#8217;essere cieco.</p>
<p>(15) Si veda il link di cui alla nota (6), <em>sub titulo</em>:<strong><em> LA NOTTE CHE BLISSETT DIROTTÒ UN AUTOBUS</em></strong>.</p>
<p>(16) Sulle funzioni molteplici del poeta-sacerdote indoeuropeo, con particolare attenzione al sodalizio greco-indoiranico, si veda l&#8217;articolo di Giacomo Benedetti al seguente <em>link</em>: <a href="http://www.humnet.unipi.it/slifo/articolo%20Benedetti.pdf">http://www.humnet.unipi.it/slifo/articolo%20Benedetti.pdf</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/epos-e-new-epic-is-there-an-epic-in-those-texts/">Epos e new epic &#8211; Is there an epic in those texts?</a></p>
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		<title>Politiche dell&#8217;irrealtà</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 09:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/AbuGhraiB.jpg"></a>E&#8217; da poco uscito il libro di Arturo Mazzarella <em>Politiche dell&#8217;irrealtà. Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib</em> (Bollati Boringhieri, euro 14). Esso mette in discussione dalle fondamenta la pretesa realistica di “dire la verità” sulla realtà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/21/politiche-dellirrealta/">Politiche dell&#8217;irrealtà</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/AbuGhraiB.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39341" title="AbuGhraiB" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/AbuGhraiB-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E&#8217; da poco uscito il libro di Arturo Mazzarella <em>Politiche dell&#8217;irrealtà. Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib</em> (Bollati Boringhieri, euro 14). Esso mette in discussione dalle fondamenta la pretesa realistica di “dire la verità” sulla realtà. Il realismo è, per Mazzarella, letteralmente impossibile; ancorarsi alla realtà dei fatti è un&#8217;illusione. Lo è sempre stata, per la verità, ché costitutivamente la narrazione è artificio. Ma nella civiltà contemporanea facciamo quotidianamente esperienza di come l&#8217;immagine non sia un supplemento della realtà ma il suo principio costitutivo, di come ogni traccia non si esaurisca mai nella sua semplice evidenza, di come anzi “dobbiamo solo all&#8217;immagine la possibilità di attribuire un senso e di assicurare una permanenza al flusso di eventi che compongono la realtà”. <span id="more-39340"></span>Per mostrare questa radicale trasformazione dell&#8217;esperienza rappresentativa del reale, e la necessità ineludibile della scrittura di farci i conti, Mazzarella analizza le fotografie di Abu Ghraib, i film di Davide Lynch e Werner Herzog, ma anche i romanzi di Sebald e Houellebecq. Appalesatosi dunque il carattere propriamente impossibile della rappresentazione con  la realtà, ne viene che l&#8217;artificio della rappresentazione non può costituire una variabile dipendente, e non è più possibile credere di rappresentare i fatti “fotografandoli”, né di credere alla realtà come un “dato”. Occorre invece calarsi nell&#8217;ambiguità di quelli che Sciascia chiama i “fantasmi dei fatti”, raccontare insomma l&#8217;inestricabile groviglio tra i fatti e le loro immagini, e un linguaggio anti-mimetico che sondi la trama invisibile della realtà: come appunto Sciascia e Pasolini, convocati da Mazzarella come “antagonisti” nei confronti del realismo di Saviano, seppero fare.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità. 18/6/2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/21/politiche-dellirrealta/">Politiche dell&#8217;irrealtà</a></p>
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		<title>Ritratti dalla città delle navi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/ritratti-dalla-citta-delle-navi/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 15:02:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Le parole di Peppino ostentano una calma tradita a tratti dalla collera. Un vago sentimento di orgoglio attraversa il suo volto mentre divaga sui vecchi ricordi, ma cerca di reprimerlo guardando fuori alla finestra, al di là della banchina desolata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/ritratti-dalla-citta-delle-navi/">Ritratti dalla città delle navi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Le parole di Peppino ostentano una calma tradita a tratti dalla collera. Un vago sentimento di orgoglio attraversa il suo volto mentre divaga sui vecchi ricordi, ma cerca di reprimerlo guardando fuori alla finestra, al di là della banchina desolata. Ai suoi occhi non c&#8217;è niente di più affascinante della costruzione di una nave. I nonni erano maestri d&#8217;ascia e suo padre era fabbro artigiano, artefice dei brevetti tutt&#8217;ora presenti sul veliero Amerigo Vespucci, come i maniglioni, i ganci a scotta, l&#8217;apparato veliero. Peppino è stato il penultimo della sua famiglia a entrare nei cantieri navali. Adesso ci lavora uno dei suoi figli.<br />
Il tempo in cui il cantiere navale di Castellammare era portato avanti da maestranze e galeotti è un&#8217;immagine sfocata nella memoria, eppure i vecchi operai ricordano ancora alcuni aneddoti del recente passato, non dimenticano certi episodi indelebili, come quella volta in cui Mussolini venne in città per visitare il cantiere e restò impietrito dal silenzio assordante colmo di disprezzo delle maestranze schierate ai lati lungo il suo percorso. <span id="more-39221"></span>Il ministro di Ferdinando IV di Borbone Giovanni Acton, nel 1783 trovò finalmente in questa città i requisiti migliori per far nascere un cantiere in grado di fornire la Regia flotta di nuove navi. Boschi alle pendici del monte Faito che assicuravano un ottimo legno, acque sorgive, consolidata competenza dei maestri d&#8217;ascia. La posizione era perfetta e per la costruzione del cantiere furono utilizzati i condannati ai lavori forzati. All&#8217;epoca si costruivano i vascelli, di lì a poco sarebbero uscite le prime navi a vapore e i primi scafi in ferro. Il primo varo fu quello della corvetta Stabia, chiamata così in omaggio alla città.<br />
Da allora cominciò tutta la storia.<br />
La passione per le costruzioni navali a Peppino gli è stata trasmessa sotto forma di storie uscite da quel cantiere insieme alle navi varate nel suo celebre passato. La nave per lui possiede un&#8217;idea di perfezione, è la rappresentazione galleggiante e irraggiungibile di un elemento senza eguali. Vedere una lamiera dritta e poi sagomata, con quelle forme armoniose, talmente incredulo che ti domandi com&#8217;è che il ferro sia diventato così pomposo. «E poi c&#8217;è il famoso principio di Archimede, io l&#8217;ho imparato quando entrai in cantiere. La famosa storia del guscio di noce. Ti chiedi perché la nave non affonda, sei curioso di capire com&#8217;è che il ferro galleggia. Il principio di Archimede, lo dice la storia: Un guscio di noce che cadde dall&#8217;albero e si aprì, poi venne a piovere e in un ruscello il guscio di noce cominciò a galleggiare. Quello è il principio di Archimede».<br />
Tra le tante navi costruite, una di quelle che il padre gli raccontava spesso quando aveva dieci anni era il Giovanni dalle bande nere, un incrociatore requisito durante il conflitto mondiale dall&#8217;Unione Sovietica prima di essere colpito e affondato. Quella nave era talmente lunga e pesante che al momento del varo restò incagliata nello scalo. Furono costretti a iniziare una procedura complicatissima per farlo scendere definitivamente a mare, gli operai lavorarono in acqua per parecchi giorni. «Una delle navi più armate che aveva la Marina Italiana, Giovanni dalle bande nere! Non so quanti cannoni portava e quanti armamenti. Figurati tutte quelle bocche dei cannoni!». </p>
<p>Quando a Castellammare dominava la democrazia cristiana di Antonio Gava, Peppino imparava il mestiere di artigiano tappezziere, s&#8217;incontrava insieme ai coetanei sul lungomare, andava a pescare sulla banchina, e da qualsiasi parte della città riusciva a vedere il profilo imponente del cantiere. Il suo orientamento spontaneo andava sempre a finire verso quella direzione, ne era profondamente attratto. Da quando aveva dodici anni, Peppino non si perdeva neanche un varo. «Ma vuoi sapere quand&#8217;è che rimasi veramente affascinato? Da bambino, quando entrai là dentro da solo. Ho questo ricordo che non si cancella dalla mente mia, di quando venne il presidente della Repubblica Segni a presenziare al varo della Vittorio Veneto, che è stata l&#8217;ammiraglia della Marina militare italiana prima di entrare in forza alla portaerei Garibaldi. All&#8217;ingresso principale del cantiere, ai due lati ci sono due grossi cannoni borbonici poggiati su dei basamenti. Sono enormi. Io tenevo dodici anni, mi misi a cavallo di uno di quei cannoni e vidi entrare il presidente della Repubblica, e lui con il gesto dalla macchina salutò a me che stavo a cavalcioni sui cannoni. Poi ho fatto le assemblee alzandomi là sopra, mettendomi in piedi con il megafono in mano. In tutta la vita che ho passato in cantiere, da operaio e da rappresentante sindacale, per me quei cannoni sono stati un punto di riferimento».</p>
<p>Si chiamava Italcantieri quando è entrato a diciassette anni. Peppino aveva seguito un corso di formazione di tracciatore navale e fu destinato in uno dei raparti eccellenti dell&#8217;epoca, la sala traccia, una sorta di sala parto dei cantieri navali, luogo in cui si sviluppavano i disegni delle navi da costruire in scala naturale. Era un lavoro professionale, vedevi il disegno tracciato su una pavimentazione lunga quanto tutta la nave. C&#8217;erano disegnate le parti strutturali, la poppa, la prua, la sovrastruttura, dai doppifondi fino ai ponti di comando. Prima del suo ingresso ai cantieri c&#8217;era stato un esodo di vecchi lavoratori e Peppino, insieme agli altri operai, rimpiazzò quelli andati via ereditando la loro conoscenza. Da quel reparto vedeva nascere la nave, dal disegno su carta dell&#8217;ufficio tecnico e sulla pavimentazione della sala traccia quell&#8217;idea senza eguali diventava materia a poco a poco, fino a giungere alla composizione dei blocchi, al montaggio, al varo e alla consegna. «Quando entrai in cantiere c&#8217;era in costruzione una nave tutt&#8217;ora in forza alla Marina militare, che oggi sta navigando e fra poco andrà in disarmo: l&#8217;incrociatore Ardito. Quella è stata la prima nave su cui ho lavorato. Durante la sua costruzione morirono un paio di operai, caddero giù dai ponteggi nel bacino in secca. E anche l&#8217;Ardito sta per andare in pensione, si pensa di farne un museo e forse di farla ormeggiare qui a Castellammare. Ma questo è solo un ricordo».<br />
Fu in quegli anni che l&#8217;ufficio tecnico venne trasferito nella sede centrale di Trieste. Dopo un po&#8217; di tempo fu dato in appalto anche il suo reparto e la sala traccia fu smantellata. Era la metà degli anni settanta. Peppino fu destinato in montaggio. Il trasferimento dell&#8217;ufficio tecnico fu un primo danno grave: «Era il “cervello” del cantiere, dove nasceva il disegno. Togliendocelo da Castellammare diventammo già in quell&#8217;occasione dipendenti della sede di Trieste. Ci fu una prima dispersione di tecnici e di ingegneri».<br />
Nei pressi dei cantieri navali c&#8217;era l&#8217;istituto Leonardo Fea, una scuola di formazione teorica e pratica di tecnici e operai aperta ai giovani. «Da quella scuola sono usciti i migliori tecnici. Molti direttori che hanno condotto il cantiere sono stati formati lì e sono andati a fare i dirigenti, i capi sezione. Hanno avuto la soddisfazione di formarsi e poi dirigere il cantiere, ed era un orgoglio per Castellammare. Poi si decise che quell&#8217;istituto andava soppresso poiché non era più possibile reggerlo. E perdemmo pure una fonte di conoscenza e formazione».<br />
Fu un ulteriore danno: decapitazione dell&#8217;ufficio tecnico e chiusura dell&#8217;istituto di formazione. Due fasi che hanno pregiudicato il modo di affrontare tutto ciò che è venuto in seguito, compresa la crisi armatoriale degli anni ottanta. Nel tempo si è persa anche la possibilità di avere una categoria di meccanici e motoristi all&#8217;interno del cantiere, un terzo o quarto potere della nave poiché la sua propulsione è importantissima. «Gruppi elettrogeni, motori, pompe, impianti di raffreddamento, facevamo tutto noi. Oggi ci limitiamo soltanto a vedere altri&#8230; cioè quando avevamo ancora lavoro. I nostri non ci sono più, non si sono formati più quei lavoratori. Le nuove generazioni di operai sono competenti, il cantiere è sempre stato produttivo, ma oggi è cambiata proprio la natura del lavoro. Le parti salienti, scafo, motore e arredi, erano le mansioni importanti che facevamo noi. Le abbiamo perse, non le abbiamo più. Ci siamo ridotti a fare il guscio della tinozza».<br />
Bisognava perseguire la strada dell&#8217;abbattimento dei costi e a partire dagli anni settanta si è cominciato a dare il lavoro in appalto alle ditte esterne. Allora si costruivano le cosiddette “navi dei cento giorni”, le bulk, navi di trasporto delle merci alla rinfusa. Cassoni con le stive, i portelloni, un po&#8217; di prua, la poppa, il motore propulsivo e il ponte di comando con gli alloggi dell&#8217;equipaggio. Quelle navi non richiedevano lavoro aggiunto e gli operai le costruivano in novanta giorni. I vertici dell&#8217;azienda dissero che dopo quelle costruzioni ci sarebbe stato il boom e che Castellammare avrebbe occupato un&#8217;altra volta la posizione che le spettava. Furono firmati accordi ministeriali e aziendali con tutte le parti sociali. Fincantieri s&#8217;impegnava affinché il cantiere di Castellammare diventasse il fiore all&#8217;occhiello del settore cantieristico italiano&#8230;</p>
<p>«Una nave non è fatta di cioccolato, non si tratta di una catena di montaggio di profumi. Si fanno navi? Si fanno col ferro, con i metalli pesanti. Dunque ambienti inquinati, rumorosi, polverosi. Un lavoratore quando tornava a casa per forza d&#8217;inerzia parlava in famiglia, diceva “madonna mia, non sai che giornata ho passato oggi in cantiere, sono stato nel doppiofondo!”. Il doppiofondo è una camera doppia, e per poter andare ad accoppiare i doppifondi bisognava entrare dentro a dei buchi e saldare, rendere tutt&#8217;uno i blocchi, vale a dire i pezzi di nave che venivano assemblati. Per poterci arrivare dentro spesso si moriva di esalazioni, succedevano autocombustioni, esplosioni, incendi. Quando si tornava a casa si parlava, con le mogli, i figli, al bar con gli amici, con la gente, e in città si sapeva che all&#8217;interno del cantiere era pericoloso, che era un ambiente insalubre e insicuro.<br />
«Noi abbiamo avuto a che fare con attività esposte a sostanze nocive, le navi venivano coibentate con la fibra di amianto. Fino agli anni novanta e oltre. Anzi li abbiamo tenuti illegalmente in applicazione oltre gli anni novanta. Nel novantadue fu bandito quell&#8217;uso perché risultò ufficialmente mortale, ma la Fincantieri ha continuato a utilizzare tutte le scorte che aveva a terra nonostante la legge lo vietasse. Questa è stata una delle questioni che il sindacato dovette subito affrontare. Si verificavano le famose malattie professionali, mortalità inaudite a cui nessuno sapeva dare una risposta. Il novanta per cento di quelle malattie era mesetelioma polmonare, cioè fibre di amianto, asbestosi. E ne sono morti parecchi, che poi venivano diagnosticati come un tumore ma non veniva specificata la fonte. Per questa ragione c&#8217;è stato un altro esodo. Gli operai sono andati in pensione anticipatamente, chi di cinque anni, chi di dieci anni. Io sono andato via con otto anni di anticipo nel duemila. Sono uscito dal cantiere dopo trentacinque anni a testa alta. Mi ero messo l&#8217;anima in pace perché l&#8217;avevo lasciato con dieci navi da costruire, in piene assunzioni e con un profitto enorme».</p>
<p>Lo smantellamento dell&#8217;apparato produttivo di Castellammare cominciò verso la metà degli anni ottanta. Prima di allora c&#8217;era Fincantieri, l&#8217;Avis, i cantieri metallurgici. C&#8217;era la Meridbulloni, la fabbrica della Cirio. Intorno al settore metalmeccanico ci giravano circa diecimila operai. Fincantieri ora è l&#8217;unica realtà rimasta, «e dobbiamo difenderla come Rambo. Questi devono capire che la città non può subire un tracollo del genere. Io a Castellammare ci sono nato, la amo, e non posso denigrare quello che è stato il suo passato. Ci sono stati momenti bui, gioiosi, attualmente ci sono dubbi sul futuro, però quello che grava molto è che c&#8217;è un sindaco che non conosce il mare. Non è di Castellammare, non conosce la cantieristica. Questo nientedimeno si è permesso di dire che il cantiere deve diventare un polo crocieristico, di approdo di navi da crociera. Mi auguro che non sia vero niente e che venga smentita sta cosa, ma deve essere smentita da chi l&#8217;ha annunciata. Lui vorrebbe far approdare le navi, far scendere i turisti dove adesso sta il cantiere, metterli nei pullman e portarli nelle zone di Sorrento e della costiera, ma a Castellammare quelli non spendono un euro. Facciamo qua la pezza e qua il sapone! Stiamo a due passi da Sorrento, a due passi da Positano, da Vico Equense. I turisti scendono, si mettono nei pullman e se ne vanno. E questo è venuto fuori dal sindaco di Castellammare».<br />
Peppino si sporge, mi indica la banchina e volge uno sguardo indignato verso il cantiere. La sua voce cambia improvvisamente, s&#8217;infervora. C&#8217;è un traghetto della Tirrenia ormeggiato nello specchio d&#8217;acqua, in stato di abbandono. «Sono via da dieci anni da quella realtà. Mai visto il cantiere in una condizione del genere. Vederlo così, senza stimoli, senza prospettive e senza qualcuno che dice il da fare, vedere il cantiere vuoto&#8230; Un cantiere storico, che ha quasi trecento anni di vita, che ha costruito le navi più famose e più conosciute al mondo. Dal battiscafo Trieste alle navi militari, Giovanni delle bande nere, Vittorio Veneto, Amerigo Vespucci, le navi più prestigiose! La prima nave in ferro. I vascelli, quando erano velieri. La nave Partenope, esposta al museo di Napoli… la nave Partenope! Il primo vascello fatto in legno. Le navi più sofisticate come le navi perforatrici, le navi di ricerca dei fondali marini. Abbiamo fatto navi frigorifero, abbiamo fatto bananiere, abbiamo fatto le migliori navi, le più belle navi. Per non parlare delle ultime serie di navi ad alto rendimento turistico e passeggeri. Dopo aver dato la possibilità a centinaia e centinaia di giovani di fare in modo che venissero inseriti in quel processo produttivo, portando avanti l&#8217;eredità dei loro padri, dei loro antenati. Quando li vedevo entrare nel cantiere ero fiero perché ricordavo quando ero stato assunto io. Vedere oggi un cantiere che nessuno ti sa dire quali prospettive tiene, certo che ti viene un magone! Ti viene angoscia. Ti viene collera». «Basta. Non ne voglio parlare più!». Peppino si alza con uno scatto dal divano e si allontana. Là fuori, una città è rinchiusa nella snervante attesa del silenzio pomeridiano, in quel solco di tempo in cui il futuro non è ancora arrivato e il passato non esiste più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/ritratti-dalla-citta-delle-navi/">Ritratti dalla città delle navi</a></p>
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		<title>Per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 12:19:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>firmato da <strong>Maurizio Braucci, Goffredo Fofi, Alessandro Leogrande, Roberto Saviano,</strong></p>
<p>Petizione al Ministero dell’Interno del Governo Italiano per la chiusura del Centro di Identificazione ed Espulsione di S. Maria Capua Vetere (CE)</p>
<p>Il sopralluogo nella caserma dismessa Ezio Andolfato del CIE di S.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/06/per-la-chiusura-del-cie-di-santa-maria-capua-vetere/">Per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>firmato da <strong>Maurizio Braucci, Goffredo Fofi, Alessandro Leogrande, Roberto Saviano,</strong></p>
<p>Petizione al Ministero dell’Interno del Governo Italiano per la chiusura del Centro di Identificazione ed Espulsione di S. Maria Capua Vetere (CE)</p>
<p>Il sopralluogo nella caserma dismessa Ezio Andolfato del CIE di S. Maria Capua Vetere, avvenuto lunedì 2 maggio al seguito di due senatori, ci ha permesso di constatare le condizioni igienico-sanitarie in cui si trovano le 102 persone di nazionalità tunisina lì recluse in seguito alle disposizioni governative per affrontare l’emergenza dei profughi del Nord Africa. Usiamo il termine reclusione pur sapendo che queste persone vivono in una situazione peggiore di quella della media carceraria italiana: in 10-12 nella stessa tenda, su materassi senza brandine, controllati a vista da polizia e carabinieri, circondati da una doppia rete di recinzione, costretti a chiedere il permesso per utilizzare i bagni, ospitati all’interno di una struttura militare dismessa e quindi logisticamente non adeguata. In attesa di una valutazione del diritto ad una forma di protezione umanitaria, queste 102 persone sono costrette nel CIE illecitamente, tra forzature burocratiche ed abusi, in condizioni igienico-sanitarie degradanti.</p>
<p><em>continua a leggere e firma qui</em></p>
<p><a href="http://www.firmiamo.it/liberimigranti" target="_blank"><strong>http://www.firmiamo.it/liberimigranti</strong></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/06/per-la-chiusura-del-cie-di-santa-maria-capua-vetere/">Per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere</a></p>
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		<title>Cartolina da Sanremo indirizzata a sinistra</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 20:48:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>Sanremo è Sanremo è Sanremo: come la rosa cui Gertrude Stein ha dedicato i suoi versi più celebri. Quest’anno è rifiorito. Non grazie ai giovani, ma a tre signori cui l’età non ha lasciato addosso i segni di un declino osceno che un altro volto ci ha stampato in mente. Gianni Morandi con il sorriso sempre uguale, sottolineato dalle poche rughe intorno agli occhi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/21/cartolina-da-sanremo-indirizzata-a-sinistra/">Cartolina da Sanremo indirizzata a sinistra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Sanremo è Sanremo è Sanremo: come la rosa cui Gertrude Stein ha dedicato i suoi versi più celebri. Quest’anno è rifiorito. Non grazie ai giovani, ma a tre signori cui l’età non ha lasciato addosso i segni di un declino osceno che un altro volto ci ha stampato in mente.<span id="more-38240"></span> Gianni Morandi con il sorriso sempre uguale, sottolineato dalle poche rughe intorno agli occhi. Roberto Vecchioni che canta e vince con il vestito del prof di lettere. E Roberto Benigni, lui stesso e la sua arte che sembrano sottratti al tempo, capaci di volarci sopra, compiere il miracolo di far risorgere il Risorgimento. Abbiamo riconosciuto un nostro desiderio nell’onda di emozione condivisa con venti milioni di spettatori diventati concittadini. Abbiamo pensato che finalmente il festival era anche per noi e che per questa volta abbiamo vinto. Ma il tricolore e l’inno di Mameli non sono stati che la metafora del desiderio profondo che Benigni ha toccato. Vorremmo non sbattere più contro il muro dell’impossibilità di comunicare quando parliamo con colleghi, clienti, conoscenti, familiari. Siamo stanchi di essere così bloccati da divisioni che fanno male, stanchi di sentirci dire che non abbiamo nient’altro che la spocchia dei perdenti che si credono la parte migliore, stanchi noi stessi di vestire questo abito difensivo. Vorremmo un paese unito. E’ questo il miraggio che abbiamo sognato sintonizzati sul rito nazional-popolare del festival di Sanremo. Persino Luca e Paolo, il giorno dopo aver obbedito alla par condicio, hanno letto Gramsci, fondatore di un giornale che si chiama “L’Unità”. Cosa si può chiedere di più al palco del Teatro Ariston e a una trasmissione di Rai Uno?</p>
<p>Ho azzardato un “noi” per qualcosa che credo di condividere e capire. Capisco che ridiamo quando due col colbacco in testa prendono in giro i politici che dovrebbero rappresentarci, suggerendo che il solo che possa unire l’opposizione sia “Berlusconi comunista”. Capisco che appena ne sentiamo il nome in bocca ai due comici ci appaia come un atto liberatorio. E un po’ di par condicio, per quanto grottesca applicata alla satira, ci sembra nulla di eccezionale. Il numero su Saviano e Santoro è stato meno divertente dello sputtanamento di Gianfranco e Silvio. Fine, amen. Nessuno pare essersi accorto che quella gag batteva sugli stessi tasti dei giornali governativi, a partire dai bersagli scelti sino agli argomenti per colpirli. Saviano è il buono per definizione di cui sparlare è tabù. Ma gratta gratta, cosa dice? Che in Campania…. c’è la camorra! Banalità, cose che sapevamo. Santoro poi: quello manda il povero Ruotolo nei peggio posti d’Italia, mentre si tiene vicino la bella Giulia Innocenzi cui proprio pochi giorni fa Belpietro aveva comunicato di essere approdata a “Annozero” per meriti identici a quelli delle veline. In più, Santoro è da quindici anni che protesta che lo vogliono far fuori, mentre in realtà sta sempre lì. E mentre sghignazzi alla battuta, ti sei già scordato l’editto bulgaro, ossia i circa quattro anni in cui il conduttore era stato allontanato dalla Rai per volere esplicito di Berlusconi. Ma il punto più dolente è Gianfranco Fini, il capobranco sempre più azzoppato, messo alla berlina due volte consecutive. L’acclamato “ti sputtanerò” è stato più pesante della postilla successiva. Gianfranco e Silvio rappresentati come in un regolamento di conti in famiglia, che si tirano addosso fango a secchiate, fango che si equivale. Di nuovo, il benedetto appartamento monegasco che nella peggiore delle ipotesi sarà stato venduto da Alleanza Nazionale al genero, viene messo sullo stesso piano di uno scandalo culminato con l’imputazione di Berlusconi per due reati penali, dove in più ci sono favorite promosse a ruoli politici, nonché l’intera maggioranza parlamentare che ha avallato la palla della nipote di Mubarak. Inoltre Gianfranco Fini, nel momento in cui figura come colui che spara fango sul ex-alleato somiglia tanto a quel burattinaio di un piano eversivo quale è stato additato da Berlusconi. Non importa se qualcuno abbia mai visto sul “Secolo d’Italia” qualcosa che possa sembrare l’opposto e speculare alla campagna del “Giornale” sulla casa di Montecarlo. E’ la licenza degli artisti, la libertà dei comici.</p>
<p>Ma è una strana libertà, quella per cui puoi sfottere il premier solo se contemporaneamente colpisci un avversario. Se fai confusione, confusione sistematica, veicolando il messaggio che tutti hanno qualcosa di cui vergognarsi. Ridendo e scherzando, ti trovi perfettamente allineato con la linea di attacco dei fedelissimi. E infatti il successivo numero su Berlusconi, dove Luca e Paolo sono seduti a un tavolo con un fiasco di vino, a rappresentanza di un’ipotetica <em>vox populi</em>, non fa altro che smontare una per una le ragioni per cui il presidente del consiglio sarebbe condannabile. Le belle ragazze piacciono a tutti, avrei fatto anch’io così. Il problema non è l’abuso di una carica pubblica perché in Italia tutto funziona con il <em>do ut des</em>. Non ha mentito sino in fondo perché non ha mai nascosto che gli piace la vita allegra. Non ha mercificato le donne perché quelle lì erano consenzienti…Conclusione: stavolta gli è soltanto andata di sfiga. Una difesa a forma di presa in giro che nemmeno Ghedini e Ferrara insieme avrebbero saputo fare in maniera più credibile.</p>
<p>Voglio immaginare che Luca e Paolo non sanno ciò che fanno. Voglio credere che pensano di fare satira di costume, come hanno detto loro stessi, quando, pur affaticati dalle formalità bipartisan, hanno fatto satira politica a vantaggio di una parte precisa. Però tranquilli, non se n&#8217;è accorto nessuno: né noi, né loro, né il consigliere Rai di maggioranza Verro che li ha criticati o il consigliere di opposizione Rizzo Nervo che li ha difesi. Ernst Jandl, poeta sperimentale austriaco, ha scritto una poesia meno famosa di quella di Gertrude Stein che comincia così: “Alcuni credono/ che sestra e dinistra non si possano<span id="_marker"> confondere./ Che errore!”                   </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial; font-size: 12pt; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;"> </span></p>
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		<title>Non sentite l&#8217;odore del fumo?</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 07:46:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Paolo Mossetti</strong></p>
<p><em>Le Regole! </em></p>
<p><em> </em>Va bene combattere il Tiranno, ma guai a toccare le Regole. Le Regole sono i chicchi del rosario al quale si aggrappano i martiri del berlusconismo, mentre i suoi pretoriani li gettano nella fossa coi leoni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/18/non-sentite-lodore-del-fumo/">Non sentite l&#8217;odore del fumo?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_38195" class="wp-caption alignleft" style="width: 250px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/fumo-N4-400n.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/fumo-N4-400n-240x300.gif" alt="" title="fumo-N4-400n" width="240" height="300" class="size-medium wp-image-38195" /></a><p class="wp-caption-text">da http://www.nebbiaenuvole.com</p></div>
<p>di<br />
<strong>Paolo Mossetti</strong></p>
<p><em>Le Regole! </em></p>
<p><em> </em>Va bene combattere il Tiranno, ma guai a toccare le Regole. Le Regole sono i chicchi del rosario al quale si aggrappano i martiri del berlusconismo, mentre i suoi pretoriani li gettano nella fossa coi leoni. Da una parte abbiamo un potere che corrompe giudici, paga servizi segreti deviati, usa tv e giornali come carri armati, assolda qualunque firma e volto compiacente per scatenare condanne infami anche sulle manifestazioni più innocue. Dall’altra, anime belle che si accapigliano su chi deve fare miglior figura e non guastare «<em>una festa colorata, goliardica, fantasiosa, pacifica»</em>, come hanno detto i capetti del «Popolo Viola», in occasione delle proteste di Arcore. Ha scritto uno di loro, dopo che due ragazzi erano stati arrestati per non essersi limitati a sventolare mutandine: «<em>Io, non-violento, sto dalla parte delle regole</em>». E ovviamente, il PD: «<em>Chi li conosce quelli, mica sono dei nostri, sono provocatori!».</em></p>
<p><em> </em><span id="more-38192"></span><br />
<em>Una domanda</em></p>
<p>Mi pongo la stessa domanda che mi sono posto all’indomani del 14 dicembre, quando una parte non indifferente di quei giovani senza futuro e umiliati dal mercimonio del Parlamento avevano messo a ferro a fuoco la Capitale, finendo per ciò isolati dalla politica tutta e da buona parte della stampa democratica: ebbene, dopo diciassette anni, ha pagato la strategia delle persone per bene? Ha reso la Casta più rispettosa dei suoi sudditi? Ha forse ridotto il ricorso a mezzi impropri da parte del Governo, alla diffamazione dei media?<br />
Dico una banalità che però sfido a contraddire: quando si combatte un tiranno le regole, lo si voglia o no, sono quelle del tiranno. Una volta approvate, le leggi ad personam che il tiranno si è fabbricato diventeranno sacre anch’esse. E piu le leggi saranno ingiuste, piu nessuno saprà come respingerle.<br />
No alle molotov e alle P38, ci mancherebbe: basta già un pugno a Capezzone per gridare al golpe. Ma è violenza anche la messa in atto di un serio boicottaggio? L’hackeraggio? Il sabotaggio? Neanche questo è stato proposto, dal Popolo Viola, dal Palasharp, dai giornali resistenti e dalle donne che «dicono basta» con tante carinissime foto. Poi certo, capita che i soliti sconsiderati mettano in pratica il precetto mazziniano – laddove diceva che non portan<em>o lontano né il pensiero senza l’azione né l’azione senza il pensiero</em> –, e questi abili oratori «kennediani», «indignati» di mestiere, vanno nel panico, si agitano, balbettano. Si dissociano.<br />
Ha commentato Giulio Cavalli, attore da due anni sotto scorta minacciato alla mafia, anche lui presente ad Arcore: «<em>C’è qualcuno che si ostina a pretendere una ribellione composta per non rompere gli equilibri come se il problema fosse una persona e non un modo… (…) Ero sicuro che non solo i nemici ma anche (e soprattutto) i falsi amici più moderati avrebbero usato quel manipolo per raccontare una manifestazione “maleducata”</em>»</p>
<p><em>Posizionarsi</em></p>
<p><em></em><br />
Insomma il discorso non è da che parte stare, ma «come» e «con chi» stare in quella parte. Comprendiamo il perché di una sinistra invaghita dei giudici e della Costituzione, visto lo stato d’emergenza perenne in cui viviamo. E i lupi che rischiamo di trovare andando fuori dal seminato: mediocrissimi columnist «terzisti», per i quali ogni nefandezza va concessa al sovrano; i rifondaroli zdanoviani tipo Daniele Sepe, con il quale litigo perché, a suo dire, anche chi applaude per l’arresto di un camorrista è da iscrivere alla lista degli «sbirri del Capitale».<br />
Ma andrà pur fatto un discorso sull’insipienza di chi fa opposizione solo dicendo «basta» con quelle carinissime foto, o raccomandando alle sue platee di applaudirlo, comprargli libri e cofanetti DVD in offerta speciale. È quello che ho tentato di dire più volte ad un mio coetaneo scrittore, a cui voglio bene, che non poteva limitarsi a ripetere: «<em>Ogni lettore in più è una sentinella di libertà</em>», come se solo quello fosse l&#8217;unico modo per resistere: perché bisognerà pure ritrovare la sana rabbia delle origini, svincolarsi dai ricatti della solita sinistra veltroniana per cui esiste solo la Grande-Chiesa-che-va-da-Che-Guevara-a-Madre-Teresa, di cui basta comprare i santini per sentirsi a posto con la coscienza. Una sinistra, quella degli assessorati alla Cultura e dell’ecumenismo esasperato, che non è poi molto diversa dai venditore di materassi sulle reti Mediaset, che poi abbandona e chiama «imbecille» chi mette in gioco la faccia e la fedina penale, contro il «regime» di cui parlano le sue star mediatiche – e non si sa se ne parlano per convinzione o se per averne l’esclusivo copyright.</p>
<p><em>London calling</em></p>
<p><em></em><br />
Del resto, se a Londra la sede dei Tories è stata sfasciata dai figli delle periferie degradate, e il Mediterraneo ci fa esultare  per le sue rivolte popolari, che prospettive può dare agli ultimi, ai disperati, un pensiero d’opposizione guidato soltanto dai blog, dai vignettisti, dalle mutandine sventolate, dalle videoconferenze? A questo punto l’identificazione tout-court di una parte di questa piazza post-ideologica con le parole «l’ordine» e le «leggi», ha il sapore non di una resistenza democratica, ma di un mutamento antropico, epidermico, definitivo.<br />
Facciamo un salto indietro nel tempo – molto indietro. Nel 1956, a Partinico, un signore di nome Danilo Dolci, infrangendo le regole, mise in scena un’azione scandalosa, chiamata «sciopero alla rovescia»: centinaia di disoccupati si organizzarono per riattivare pacificamente una strada abbandonata dal Comune mafioso. Non un’idea innocua, tuttavia: i lavori furono fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, venne arrestato. A difenderlo, nel tribunale penale di Palermo, c’era il grande giurista Piero Calamandrei, che in una delle sue più famose arringhe spiegò come le regole, le leggi, altro non sono che «formule», nelle quali «<em>bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l&#8217;aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà</em>».<br />
Ecco: le adunate piene di gente indignata, arrabbiata, convinta dei propri mezzi mi rendono felice. Cosi come le tutte le manifestazioni colorate, goliardiche, fantasiose, pacifiche. Eppure vorrei che quella stessa gente riempisse, anzi, anche solo spruzzasse, con un po’ di sudata volontà, quelle parole con le quali decora il proprio «impegno civile» nei profili di Facebook. Anche rischiando di perdere la propria «santità di martiri». E dopo aver fatto fronte comune, a difesa delle regole che sono state violate dal Potere, affrontasse quelle regole che il Potere stesso ci ha già inculcato per castrarci. Quelle che difendono un incessante conformismo di parole ormai svuotate di senso. Una mercificazione e banalizzazione della lotta. Un meccanismo perverso di privilegi e sfruttamento reciproco.</p>
<p style="text-align: right;"><em>‎&#8221;Non so se i giovani hanno appreso.<br />
Se ci si lascia chiudere, terrorizzare<br />
se ci si lascia cristallizzare<br />
si diventa una cosa<br />
gli altri ci diventano cose. (&#8230;)<br />
Non so se i giovani sanno<br />
in ogni parte del mondo:<br />
non c’è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi,<br />
ai giovani occorre<br />
l’esperienza creativa di un mondo<br />
nuovo davvero.&#8221;</em><br />
(da Danilo Dolci, &#8220;Non sentite l&#8217;odore del fumo?&#8221;, cit.)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/18/non-sentite-lodore-del-fumo/">Non sentite l&#8217;odore del fumo?</a></p>
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		<title>Lo Spettacolo della violenza</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 16:31:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli. movimento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>“Roberto ti scrivo perchè ti stimo ma questa volta ti sbagli. I numeri e le immagini mi sembrano chiare e non equivocabili, la logica dei buoni e dei cattivi questa volta regge poco.” E’ stato uno dei commenti di dissenso in calce alla lettera di Saviano sul sito di Repubblica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/">Lo Spettacolo della violenza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>“Roberto ti scrivo perchè ti stimo ma questa volta ti sbagli. I numeri e le immagini mi sembrano chiare e non equivocabili, la logica dei buoni e dei cattivi questa volta regge poco.” E’ stato uno dei commenti di dissenso in calce alla lettera di Saviano sul sito di Repubblica. Questo movimento no  ci sta a farsi dividere in buoni e cattivi. Saviano – a cui riconosco, come persona e come scrittore, grandi meriti, e l’ho scritto più di una volta – stavolta ha mancato il colpo, e lo ha mancato parecchio. E&#8217; interessante fare entrare in risonanza questa sua presa di posizione con la precedente, da cui personalmente mi sento ancor più distante, sulla sua incondizionata dichiarazione di solidarietà allo Stato di Israele e al suo governo resa pubblica durante la manifestazione organizzata nientedimeno che da Fiamma Nirenstein. Si era dimenticato, nell&#8217;elogiare l&#8217;avanzata legislazione sui diritti civili di quello Stato, che tale illuminata politica poggia esattamente su un apartheid che lo stesso pratica quotidianamente. E che pratica con un quoziente di violenza che dovrebbe essere inaccettabile per qualsiasi persona che abbia a cuore il senso della parola “democrazia” (ma già lo annotava Blanqui 160 anni fa:  “democrazia” è una parola che tutto contiene e nulla vuol dire, una parola-baule diciamo,  troppo pieno, dunque un significante vuoto).<span id="more-37587"></span> Perché un intellettuale così impegnato a reclamare la libertà di un popolo condanna con questa virulenza le forme di contestazione violenta che vengono da una generazione che si sente oppressa e senza prospettive, laddove invece accetta e giustifica la violenza immane di una grande macchina statale? Nella camera iperbarica in cui è costretto a vivere, mi pare che Saviano abbia smarrito il senso della realtà, e rovesciato la prospettiva. Non credo, e l&#8217;ho già scritto, che questo fosse già inscritto nel suo percorso ab initio (ho trovato e continuo a trovare semplicistica e fuori fuoco l&#8217;analisi di Dal Lago). Mi pare piuttosto che su questo Saviano di oggi si scontino gli effetti visibili della produzione di irrealtà della grande macchina mediatica: Saviano, reso icona spettacolare, separato <em>de facto</em> dalla realtà (ciò che lo ha reso quel che è, ché la forza di <em>Gomorra </em>stava proprio nell&#8217;addentrarsi nelle pieghe oscure del reale), non può che vivere il reale “di riflesso” &#8211; e in questo reale è compreso egli stesso, che tende perciò ad assumere i contorni e gli attributi della sua Immagine, facendosene copia conforme. Detournando Debord (peraltro, anch&#8217;egli, tra i feticci culturali di Saviano), potremmo dire che stiamo assistendo al suo “divenire immagine”.</p>
<div id="_mcePaste">Dovremmo perciò lasciarci lo Spettacolo alle spalle, e tornare alla realtà. E la realtà pare essere quella di una piazza che non “si” tiene più. Di un&#8217;intera generazione che non si tiene più, che non ci sta a essere incasellata, gestita, indirizzata, disciplinata. La disciplina che gli hanno scritto sui corpi gli sta stretta: perché aprendo gli occhi al mondo si rende conto che è questo mondo ad andargli stretto. Si scuote, allora, quel che si deve scuotere, comprese la fantasmizzazioni rivoluzionarie che le generazioni precedenti vorrebbero proiettargli addosso con le usurate categorie del politico del Novecento. Quando qui siamo, davvero, “oltre il Novecento”. Nulla a che fare con gli anni Settanta, dove il movimento aveva una fortissima identità ideologica e una fortissima prospettiva politica. Qui c’è una moltitudine polimorfa, dove il discorso pubblico prende letteralmente corpo a partire da urgenze e istanze esistenziali e da considerazioni materialistiche (gli effetti selvaggi del precariato sui propri fratelli e sorelle, se non quando sui propri genitori), oltre che da un totalitarismo, quello sì, ideologico da cui chi è nato nell’era del berlusconismo e non conosce altra dimensione pubblica si trova soffocato. Siamo in presenza di una generazione che sta forgiando, finalmente, il suo linguaggio nuovo, le sue nuove categorie: etiche, esistenziali, politiche.</div>
<div id="_mcePaste">Ogni logica binaria, a questa moltitudine, sta stretta. <em>Al di là dei buoni e dei cattiv</em>i, ricorda qualcosa? Si contemplano – ed è una contemplazione attiva – differenti modi d&#8217;essere e resistere e creare. E&#8217; ciò che chiamo “incompossibilità dei mezzi” (ma certo, anche questo potrebbe essere l&#8217;abbaglio di uno che appartiene a un&#8217;altra generazione). Si possono e si devono praticare varie forme di lotta, ognuno a suo modo, ognuno secondo la propria posizione, secondo la propria etica (ché l&#8217;etica è un fatto di posizione, è una mappa geografica). E quelle forme naturalmente saranno anche incompatibili tra loro, ma non si disconoscono, non si rifiutano e si scomunicano vicendevolmente. In quanto si è consapevoli che si sta guardando nella stessa direzione, e l&#8217;importante è intensificare il flusso delle cose.</div>
<div id="_mcePaste">E allora anche la questione violenza/non violenza non può che essere una questione stantia. Tutta chiusa entro quella logica binaria di un altro tempo. Questi ragazzi capiscono bene che c&#8217;è una violenza di sistema che viene spacciata per “innocente”, quando invece è il culmine possibile della violenza. E&#8217; l&#8217;ideologia della non-violenza planetaria, che occulta il massimo quoziente di violenza mai dispiegato nella storia mondiale. Per essere non-violenti davvero, allora, occorre riconoscere anche la verità di quella violenza che scaturisce &#8216;naturalmente&#8217; (ovvero, necessariamente) dalla storia. Altrimenti, la non-violenza non è altro che la morale degli schiavi.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; per questo che di fronte allo spettacolo ideologico della violenza che, con un singolare rovesciamento di soggetto e predicato, si spaccia per non violenza (e che promette di mantenere il mondo “pacificato”), viene naturale rivendicare la violenza possibile e, nel medesimo movimento, il valore della non violenza: si tratta di togliere ai gesti il velo dell&#8217;ideologia, e rivendicarli come puri gesti. (La pura violenza di Benjamin che non è mezzo in vista di un fine, ma ‘medio puro’, violenza che puramente agisce e manifesta: violenza che non rifonda un potere, ma che ne esibisce la finzione). Del resto – e questo anche nel vecchio mondo – la non-violenza non è pacifismo, rimozione del conflitto: piuttosto, essa è gestione del conflitto, ciò che può implicare doverlo far emergere laddove esso venga occultato. E questo mi sembra il caso presente (eternamente presente). Il nazareno, com&#8217;è noto, un giorno s&#8217;incazzò ed entrò nel tempio a distruggere le proprietà private dei mercanti.</div>
<div id="_mcePaste">Tutto questo è, semplicemente, “naturale”. C’è solo da comprendere (<em>Nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere</em>…). Comprendere la rabbia che monta, segno innocente. Come i fiumi che esondano per la cementificazione, mi si consenta la metafora: in tal caso non si dice che la Terra sbaglia. C’è solo da capire dove abbiamo sbagliato “noi”.</div>
<div id="_mcePaste">[pubblicato sul manifesto il 21/12/2010]</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/">Lo Spettacolo della violenza</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il male maggiore, Saviano e i letterati</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 05:18:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/">Il male maggiore, Saviano e i letterati</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”. Da sinistra viene detta in modo apocalittico, da destra in modo cinico.</p>
<p>La catena del vizio, naturalmente, non compie salti: essa lega in una stessa vischiosa fratellanza chi ha eluso qualche fattura sino al rapinatore in armi, passando per corruttori e frodatori dal colletto bianco. Questo atteggiamento fornisce una straordinaria narrazione corale, compiutamente sottratta alla logica del divenire storico e immersa in un’eterna commedia delle basse passioni. In tale contesto ogni forma di analisi critica, che si voglia porre come preludio a un possibile cambiamento, giunge sempre tardi. Tutto è già stato, da tempo immemore, denunciato e denigrato; tutti i mali sono <em>risaputi</em>. Accade, poi, che certi mali siano talmente risaputi, da scivolare in una zona inerte della coscienza nazionale, dove galleggiano in una sorta di foschia definitiva, né compiutamente rimossi né inclusi una volta per tutte nella zona vigile.<span id="more-37478"></span></p>
<p>Ora, se c’è una cosa che distingue le piaghe dell’Italia da quelle di altri paesi europei, nonostante il comune male degli attacchi allo stato sociale e della recrudescenza xenofoba e razzista, è senza dubbio la sua disponibilità ad ospitare sul proprio territorio quattro delle maggiori organizzazioni criminali di tipo mafioso del pianeta: cosa nostra, camorra, ’ndrangheta e sacra corona. Vale la pena di ricordare che, in fatto di crimine, non tutto il mondo è paese. Scrive Ugo Di Girolamo, in uno studio del 2009 sull’argomento: “Ciò che sappiamo è che il crimine organizzato è presente in tutte le moderne società industrializzate e non, ma il crimine mafioso, quello che si intreccia simbioticamente con i poteri pubblici, no! Nell’Europa occidentale è presente solo in Italia” <strong>(1)</strong>. Distinzione cruciale, in quanto rende conto della difficoltà di combattere un fenomeno che, nonostante una ricorrente percezione, non si caratterizza né in termini di antagonismo allo Stato (l’antistato) né in termini di sostituto perverso di esso. La condizione perché si dia un’organizzazione di tipo mafioso è una stabile simbiosi tra due soggetti distinti, criminali e uomini dello stato (politici e amministratori pubblici). La mafia prospera non <em>contro </em>o <em>al posto </em>dello Stato, ma <em>grazie</em> ad esso.</p>
<p>In un saggio sulla geopolitica del crimine organizzato<strong> (2)</strong>, il criminologo Jean-François Gayraud include le nostre mafie nel G. 9 delle mafie transnazionali, considerate nel rapporto annuale dell’ONU per il 2007, intitolato <em>State of the future</em>, come uno dei maggiori problemi del decennio a venire, assieme al riscaldamento climatico, al terrorismo, alla corruzione e alla disoccupazione. Di queste minacce globali, però, solo quella costituita dalle mafie continua a godere di una generale sottovalutazione, di una <em>distrazione</em> mediatica e politica che è, da sempre, il suo maggiore alleato.</p>
<p>Più di un secolo e mezzo di mafie in Italia dovrebbero, almeno su questo punto, averci immunizzato. Abbiamo compiuto il fondamentale passo verso la guarigione, ossia le mafie sono entrate definitivamente nella coscienza vigile del paese, palesandosi come il più endemico, peculiare e grave dei nostri mali nazionali? Di mafie ne stiamo finalmente parlando <em>troppo</em>? Sono diventate un argomento abusato, che ossessiona giornalmente gli editoriali dei nostri opinionisti? I talk-show sono stati invasi da esperti e studiosi, da magistrati e criminologi, che ogni giorno ridisegnano le geografie del crimine, tracciano le parabole dell’infiltrazione, fanno l’inventario delle connivenze istituzionali? I politici speculano sul cavallo di battaglia dell’antimafia, ingaggiando lo stato sul versante oltre che giudiziario e repressivo anche culturale, sostenendo ovunque associazioni e singoli, artisti e persone comuni, che si battono contro la mafia? La mafia è stata dunque – lei che teme lo spettacolo più di ogni altra cosa – posta sotto i riflettori in modo sistematico? Vi è, insomma, un fenomeno di ridondanza, che segna la fuoriuscita irreversibile dal cono d’ombra dell’elusione?</p>
<p>Se qualcosa di simile è accaduto, o sta accadendo nel nostro paese, allora la vicenda di Roberto Saviano è, attualmente, la più significativa. Molti sono gli studiosi della criminalità mafiosa, molti sono gli artisti, gli scrittori, i giornalisti, anche giovani, che si occupano con coraggio e intelligenza di criminalità mafiosa. Alcuni di essi, come Saviano, vivono sotto scorta. Ma una cosa è certa: Saviano ha realizzato un exploit senza precedenti. Ha destato un’attenzione nei confronti del crimine mafioso pari al livello di importanza e pericolosità che esso costituisce per il nostro e per gli altri paesi. E lo ha fatto grazie al successo realizzato dal suo libro e al ruolo che ha assunto, a livello internazionale, di giornalista e scrittore in grado di utilizzare efficacemente i vari media di massa (cinema, radio, tv, teatro). Saviano ha saputo parlare del fenomeno della criminalità mafiosa al di fuori dei contesti discorsivi che ne riducevano e limitavano inevitabilmente la percezione da parte dell’opinione pubblica, ossia al di fuori della cronaca locale, del dibattito politico regionale, dello studio specialistico, dell’opera letteraria. Forse esistono scrittori meno noti con più talento, ma sarebbe riduttivo ricondurre l’impatto di Saviano a meccanismi mediatici pensati a prescindere dalla specifica efficacia di denuncia e divulgazione delle sue parole.</p>
<p>Eppure proprio il caso di Saviano ha finito per costituire un rilevatore prezioso del diverso grado di consapevolezza che il paese ha del suo male maggiore. Mi limito qui a considerare le reazioni di due gruppi sociali ben distinti, quello dei politici e quello dei letterati. La classe politica di governo, attraverso il suo maggiore rappresentante, ossia il presidente del Consiglio, si è espressa in modo inequivocabile sulla popolarità della campagna antimafia di Saviano. Nel corso di una conferenza stampa il 16 aprile 2010, Berlusconi accusò fiction televisive come la <em>Piovra</em> e autori come Saviano di enfatizzare il fenomeno mafioso in Italia agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Non potendo più essere nella negazione pura e semplice (“la mafia non esiste”), il potere politico assume quelle che Di Girolamo chiama <em>responsabilità omissive</em>: “quando si sottovaluta il fenomeno mafioso ritenendolo un problema marginale della politica nazionale, di natura solo criminale e relativo ad alcune aree meridionali”. Naturalmente queste responsabilità non sono prerogativa dei soli politici del centrodestra, ma emergono ovunque l’insistenza della denuncia è screditata come eccessiva, e si richiede che venga <em>ridimensionata</em>, magari in nome dell’orgoglio napoletano o campano…</p>
<p>L’altro caso significativo è costituito dalla reazione dei <em>letterati</em><strong> (3)</strong>. Che in un paese di lettori riluttanti come il nostro, esistano ancora dei letterati, è in un certo senso merito di Saviano avercelo ricordato. <em>Gomorra</em> e il lavoro giornalistico successivo restituiscono centralità, nel dibattito pubblico, al fatto che milioni di cittadini italiani non siano ancora passati, nel XXI secolo, dall’arcaico “Stato dei favori” al moderno “Stato di diritto”. Questa circostanza, agli occhi dei letterati, è del tutto secondaria, in quanto i problemi importanti sono tutti e sempre di ordine esclusivamente letterario. Un letterato, d’altra parte, si distingue da uno scrittore proprio perché dimostra che il “mondo può attendere”, e che prima di tutto vengono le questioni del bello scrivere e del buon intreccio. Non si vuole qui riesumare l’opposizione solita tra “impegno” e “disimpegno”, ma riconoscere quanto sosteneva Fortini: “Non c’è lettura-scrittura, per degradata che sia, che non contenga, foss’anche in minima parte, un appello alla libertà-azione”. Se Saviano ha fatto di questo appello il motore della propria scrittura, ciò non toglie che anche l’opera letteraria meno immediata e accessibile custodisca in sé il medesimo sogno d’emancipazione e giustizia. Soltanto i letterati se ne dimenticano, vedendo come una minaccia il rapporto troppo stretto tra la scrittura e il mondo.</p>
<p>In un’epoca dove tanto si lamenta la marginalità della parola letteraria, Saviano, con i suoi libri e i suoi interventi, ha smosso montagne, strappando la mafia dalla zona anestetizzante del risaputo. I letterati, dal canto loro, si sono soprattutto dati da fare perché venga contrastata la comune opinione che <em>Gomorra </em>sia un’opera letteraria importante. Questo costituisce, per loro, il male maggiore della cultura italiana .</p>
<p>°</p>
<hr size="1" />1) Ugo Di Girolamo, <em>Mafie, politica, pubblica amministrazione. È possibile sradicare il fenomeno mafioso dall’Italia?</em>, Guida, 2009, p. 28.</p>
<p>2) Jean-François Gayraud, <em>Le Monde des mafias</em>, Odile Jacob, 2005 e 2008.</p>
<p>3) Una vecchia definizione ancora buona la si può trovare in Parise “Uno scrittore, un poeta, un artista, dando per scontato sia una persona colta (…) può essere o no un letterato. Se non lo è i suoi strumenti di conoscenza, di espressione, d’arte insomma, sono diretti, salgono direttamente dalla vita e quasi dalla vita del corpo (…). Se uno scrittore è un letterato, tutto, cose viste, esperienze dirette, vita insomma (…) passa attraverso il filtro della letteratura (…)”, in Goffredo Parise, <em>Opere</em>, vol. II, Mondadori, Milano 1989 e 2005, pp. 1434-1435. Quanto a Saviano, valgano le parole di Walter Siti: “Saviano non è un letterato, è un intellettuale: dalla propria esperienza di scrittura trae, e vuole trarre, indicazioni teoriche”, “Saviano e il potere della parola” in Roberto Saviano, <em>La parola contro la camorra</em>, Einaudi, Milano 2010, p. VII.</p>
<p><em>[Questo articolo è uscito sul numero di 4 (novembre) di "alfabeta2"]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/">Il male maggiore, Saviano e i letterati</a></p>
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		<title>Il paese abbagliato senza Politica &#8211; in margine alle questioni Saviano, Mondadori, legge Levi etc. etc.</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Sep 2010 06:34:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>Vi è un minimo comun denominatore nelle polemiche che si sono susseguite nell’ultimo anno nell’ambito degli spazi di discussione culturale, quella sull’“icona Saviano”, e quella sulla Mondadori: a intramarle è un vuoto sostanziale di Politica. Ma il vuoto di Politica non è esattamente la questione sociale della nostra epoca, e particolarmente nel nostro paese?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/21/il-paese-abbagliato-senza-politica-in-margine-alle-questioni-saviano-mondadori-legge-levi-etc-etc/">Il paese abbagliato senza Politica &#8211; in margine alle questioni Saviano, Mondadori, legge Levi etc. etc.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/discreto_encanto_07.png"><img class="size-thumbnail wp-image-36701 alignright" title="discreto_encanto_07" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/discreto_encanto_07-150x145.png" alt="" width="150" height="145" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Vi è un minimo comun denominatore nelle polemiche che si sono susseguite nell’ultimo anno nell’ambito degli spazi di discussione culturale, quella sull’“icona Saviano”, e quella sulla Mondadori: a intramarle è un vuoto sostanziale di Politica. Ma il vuoto di Politica non è esattamente la questione sociale della nostra epoca, e particolarmente nel nostro paese? Non scontiamo forse tutti quanti, quotidianamente, una sempre crescente difficoltà a incontrarci in spazi pubblici (come scriveva Christian Raimo sul <em>manifesto</em>), un senso di impotenza che nasce dalla frustrazione continua di un cambiamento che riterremmo necessario e che non sappiamo come innescare, mancando le forme adeguate alla bisogna? Passivizzati in quanto audience, non ci restano che i fischi e la protesta che poi, dalla Parola mediatica, viene tacciata di inciviltà e di essere antidemocratica. E’ un’impasse da cui non sembra esserci via d’uscita.</p>
<p>Ecco, gli intellettuali scontano la medesima impotenza (e come potrebbe essere altrimenti del resto?). Nelle polemiche culturali di questi mesi si è giunti inevitabilmente a un’impasse, come fossimo in presenza di aporie concettuali. E in qualche modo lo sono, poiché si tratta di questioni “simboliche” su cui ci si accanisce evitando di prendere in considerazione le questioni più propriamente politiche. Proprio l’emergenza, anche virulenta, di tali questioni, denuncia la <em>tragica</em> impossibilità di un’azione politica collettiva. <span id="more-36700"></span>Ci si accanisce attorno a sintomi, questioni che sono il portato di processi complessi, e si manca il fuoco sul senso di quegli stessi processi. E’ come un grande abbaglio di cui si resta tutti quanti vittime, imprigionati dagli effetti allucinatori della stessa macchina mediatica che li produce.</p>
<p>Saviano e Mondadori sono stati e sono i due “abbagli” più forti. Da Dal Lago in poi (ma anche prima per la verità), sempre più spesso si è scambiata l’icona “Saviano” con la persona Roberto Saviano. Invece che un esercizio iconoclasta soggetto esso stesso a quella macchina mediatica che avrebbe voluto criticare, più utile sarebbe stata un’analisi sui meccanismi mediatici che hanno creato l’icona: se nel suo articolo sul <em>manifesto</em> Dal Lago si lamentava di una sinistra che non c’è (e Marco Bascetta diceva in un’intervista: “Il suo è un libro contro la temperie della sinistra dominante. Oggi la sinistra non può ricostruirsi solo attraverso leader che infiammano le piazze”), si sarebbe trattato allora di andare a comprendere quale vuoto Saviano – con la sua prospettiva necessariamente “parziale”, che nasce nella parzialità, perché è presa di parola soggettiva – è andato a colmare, e comprendere perché su di lui si sono incarnate attese, desideri, proiezioni, e quant’altro. Analizzare le modalità, il processo con cui Saviano è entrato a far parte dell’immaginario sociale in virtù di un meccanismo complesso che ha visto interazioni costanti tra i diversi settori dello spazio sociale e mediatico. Questo tipo di analisi sociologica sarebbe stata interessante, invece che concentrarsi su Saviano stesso come fosse lui la fonte di quella spoliticizzazione diffusa e di quella crisi che stiamo vivendo… Ancora una volta, allora, si trattava di “desavianizzare Saviano”, per comprendere come ripartire da quei vuoti da lui colmati, per colmarli invece con una serie di pratiche condivise. E questa, io credo, sarebbe stata la modalità “politica” per affrontare la questione.</p>
<p>(Detto per inciso: se la questione smette di essere Roberto Saviano – nel bene e nel male &#8211; ma il meccanismo di produzione spettacolare che ha creato l’icona “Roberto Saviano”, e il modo in cui esso pone le singole volontà o intenzioni in vicoli ciechi, da cui si è, malgrado se stessi, sovradeterminati; se insomma usciamo dal meccanismo sacralizzante dello Spettacolo, che impone una scelta preliminare di campo, allora possiamo anche cominciare a discutere serenamente e <em>laicamente</em> con Roberto – e nello specifico nell’ultimo anno ho avuto diversi punti di dissenso con alcune sue affermazioni).</p>
<p>Ma l’abbaglio mediatico, e il correlato vuoto di Politica, c’è stato pure nella discussione sul caso Mondadori. Anzitutto, per richiamare la polemica preliminare a queste &#8211; ovvero quelle sulla collaborazione ai giornali di destra come <em>Libero</em> &#8211; vi è una grossa differenza tra un quotidiano, che ha una linea politica precisa, la quale determina il contesto di ogni testo inscritto al suo interno, e una casa editrice, dove la linea politica coincide con il catalogo, e la pluralità dei libri pubblicati. Ingenuo, dunque, sovrapporre le due questioni. Né basta la mera proprietà di Berlusconi a dire che occorrerebbe boicottare Mondadori: di cosa stiamo parlando, quando parliamo di boicottaggio? <em>Chi</em> deve boicottare: gli autori, i lettori, i redattori, tutti quanti insieme? Nel secolo scorso, ho lavorato per due anni alla <em>Guida al consumo critico</em> con il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, credendo molto nell’efficacia politica del boicottaggio; dopodiché mi sono reso conto che se non si danno le condizioni sociali adatte risulta un’arma spuntata: testimoniale, e dunque profondamente etica, ma non produttiva di trasformazione. La battaglia è politica, e non può limitarsi a una questione puramente testimoniale, coscienziale. (Per Mancuso peraltro è esattamente una questione di coscienza, ed è per questo che lascia Mondadori: ma appunto non ne fa una battaglia politica, un <em>exemplum</em> da seguire, come invece vorrebbero molti lettori &#8211; da Saviano stesso, per esempio). Perciò credo che sia legittimo e anzi doveroso in questo campo calcolare costi e benefici, e intendo dire benefici in termini di diffusione e visibilità di testi. Ben vengano dunque i ragionamenti come quello che Andrea Cortellessa ha fatto su Nazione Indiana, secondo cui il probabile effetto di una fuoriuscita in massa degli autori da Mondadori  sarebbe verosimilmente quello di marginalizzare un certo numero di autori e di trasformare la casa editrice in una grande macchina di propaganda.</p>
<p>Ancora una volta, dunque, la questione è politica, e come tale va pensata. Invece, ci si affanna attorno a un simbolo perdendo di vista la prassi, l’insieme delle pratiche condivise che possano trasformare la realtà data <em>oggettivamente</em>, e non in base a mere petizioni di principio. Una possibile pratica è quella rilanciata da Andrea Inglese sul <em>manifesto</em>, quella dell’autoproduzione: ma anche in questo caso, solo una vera <em>comunità critica</em> di intellettuali potrebbe dar vita a una tale pratica, altrimenti rischierebbe di finire anch’essa per essere nulla più che un <em>beau geste</em> testimoniale. E ancora: quanto più importante – materialisticamente parlando – sarebbe (stato) un dibattito approfondito, con interventi impegnati e appassionati degli intellettuali di maggior peso, intorno alla legge Levi, quella legge che, come ha scritto Ginevra Bompiani, “ufficializza la trasformazione del libro in merce d’occasione e delle librerie in spazi di promozioni commerciali”, a tutto vantaggio di ipermercati e grossi editori, favorendo la concentrazione editoriale – e del resto, per citare ancora la Bompiani, “questa legge è il miglior compromesso che si poteva strappare al maggior gruppo editoriale italiano, Mondadori, e dunque al suo proprietario, presidente del consiglio. Ancora una volta i suoi interessi dettano legge.” Ecco, allora, che mettere tali questioni al centro del dibattito, farne pietre di scandalo, sarebbe cominciare a rimettere al centro la politica. Fino, magari, ad arrivare a impegnare – e non solo sulle pagine dei giornali &#8211; la questione decisiva dell’annichilimento culturale contemporaneo, quella che sta stranamente un po’ al margine del dibattito culturale e che non vede dirompenti prese di posizione di schiere di intellettuali: la distruzione della scuola che, nonostante sia sotto gli occhi di tutti, continua impunita.</p>
<p><em>(pubblicato sul </em>manifesto <em>il 18/09/2010)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/21/il-paese-abbagliato-senza-politica-in-margine-alle-questioni-saviano-mondadori-legge-levi-etc-etc/">Il paese abbagliato senza Politica &#8211; in margine alle questioni Saviano, Mondadori, legge Levi etc. etc.</a></p>
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		<title>Note per una letteratura sous écoute</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 08:48:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/shepard-fairey-orwell-front.jpg"></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
articolo pubblicato sul sito <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/09/02/note-per-una-letteratura-sous-ecoute/#more-568">Alfabeta 2</a></p>
<p>“<em>Cos’è suonare (jouer) se non, da parte a parte ascoltare: sentire (entendre) la partitura che è scritta in modo da capirla, scrutarla, auscultarla, degustarla, e poi pur suonandola non smettere di ascoltare e di provare la musica che risuona – di sentirla , potremmo dire, in italiano in cui il termine generico della sensibilità o della sensorialità designa anche l’ascolto (écoute) (l’indicazione del tempo potrebbe allora essere sentendo).”</em></p>
<p>Così scrive il filosofo francese Jean Luc Nancy nel suo saggio prefazione al libro di Peter Szendy, <a href="http://www.leseditionsdeminuit.com/f/index.php?sp=liv&#038;livre_id=2271">Écoute, une histoire de nos oreilles, </a>(Les Éditions de Minuit, 2001) intitolato, appunto Ascoltando.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/10/note-per-una-letteratura-sous-ecoute/">Note per una letteratura sous écoute</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/shepard-fairey-orwell-front.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/shepard-fairey-orwell-front-300x241.jpg" alt="" title="shepard-fairey-orwell-front" width="300" height="241" class="aligncenter size-medium wp-image-36581" /></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
articolo pubblicato sul sito <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/09/02/note-per-una-letteratura-sous-ecoute/#more-568">Alfabeta 2</a></p>
<p>“<em>Cos’è suonare (jouer) se non, da parte a parte ascoltare: sentire (entendre) la partitura che è scritta in modo da capirla, scrutarla, auscultarla, degustarla, e poi pur suonandola non smettere di ascoltare e di provare la musica che risuona – di sentirla , potremmo dire, in italiano in cui il termine generico della sensibilità o della sensorialità designa anche l’ascolto (écoute) (l’indicazione del tempo potrebbe allora essere sentendo).”</em></p>
<p>Così scrive il filosofo francese Jean Luc Nancy nel suo saggio prefazione al libro di Peter Szendy, <a href="http://www.leseditionsdeminuit.com/f/index.php?sp=liv&#038;livre_id=2271">Écoute, une histoire de nos oreilles, </a>(Les Éditions de Minuit, 2001) intitolato, appunto Ascoltando. Il libro era in una delle 25 casse di libri che grazie ad Andrea Inglese e Michele Zaffarano ero riuscito a riportare in Italia, a Torino. E così nei giorni successivi al rientro quelle pagine abitate da umidità, concetti, paradigmi, si sovrapponevano alla lettura dei giornali e all’incessante domanda, in parte provocata anche da un recente e acceso dibattito in rete, sul blog di <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/06/28/letterarieta/">Loredana Lipperini</a>, sulla vocazione della letteratura.<br />
<span id="more-36580"></span></p>
<p><em>Adagio</em></p>
<p><strong>Intercettazioni</strong>, in francese si dicono les <strong> écoutes </strong>(téléphoniques) e la sacrosanta battaglia in corso sulla legittimità a rendere pubbliche a mezzo stampa le intercettazioni (ovvero le trascrizioni degli ascolti) condotta dalla sinistra ha in sé qualcosa di molto paradossale. Non entriamo nel merito della “sindrome securitaria” che ha  condizionato le politiche del centro destra e del centro sinistra negli ultimi vent’anni, sindrome  che sicuramente meriterebbe un’analisi approfondita, soprattutto per i suoi risvolti ideologici ed economici. Rimanendo alla questione relativa alla vocazione della letteratura, mi sono allora chiesto, cosa ne  avrebbe pensato un romanziere intellettuale, un George Orwell di tutto ciò? Pur avendo assistito magari anche divertito a una delle puntate del Grande Fratello, come avrebbe reagito al rovesciamento del paradigma, Potere = Controllo, nel suo esatto contrario Controllo = Contropotere?</p>
<p>Mi pare, dalla lettura degli articoli che hanno affrontato la questione, che non esistano dati certi sul numero di apparecchi sotto controllo, un po’ come le cifre che si ribattono Questura e Sindacati in occasione delle manifestazioni, ma moltiplicando almeno per cento, se non oltre, gli interlocutori delle persone coinvolte direttamente nelle indagini, si dovrebbe assai rapidamente arrivare a  una cifra considerevole. La battaglia alla criminalità e alla corruzione del paese passerebbe allora per il controllo quasi assoluto delle conversazioni fatte, ovvero l’ écoute  (l’ascolto) di cui sopra. Eppure non esistono solo questi strumenti e scrittori come Roberto Saviano e ancor prima Rosaria Capacchione  ci hanno dimostrato, tesi avvalorata da giudici impegnati nella lotta alla camorra, che indagini finanziarie a tappeto, un’ auscultazione del corpo finanziario e senza i mille ostacoli burocratici costituiti dai segreti bancari, porterebbe risultati ben più consistenti e duraturi di quanto non si possa fare con i mezzi tradizionali, dell’ascolto. Il problema è che quelle indagini costano tantissimo sia in senso di costi che di risorse .</p>
<p><em>Allegro ma non troppo<br />
</em><br />
Allora ci siamo noi , come cittadini da una parte, la realtà politica che subiamo o a cui partecipiamo e  un medium tra noi e la realtà che è data dall’ écoute.<br />
Peter Szendy, nel capitolo intitolato <em>“Scrivere gli ascolti: arrangiamento traduzione, critica”</em>  dopo aver fatto un’incursione felicissima nella questione relativa all’interpretazione di un’opera, arrangiamento vs traduzione (quando ascolto la trascrizione per piano di Lizst dell’opera la tempesta di Beethoven , sto ascoltando Beethoven o Liszt?)  affronta , sempre in campo musicale, un tipo di dinamica che è molto simile a quella appena accennata. Per descriverla si serve di un grande compositore intellettuale, Schumann.</p>
<p>Si chiede Szendy: <em>Abbiamo dunque rotto il face à face con l’opera? Credo di sì, che lo abbiamo triangolato. Tra Beethoven e me c’è Liszt, l’auditore, che riscrive i suoi ascolti al piano. Ed io, lo ascolto ascoltare.</em></p>
<p>Se sostituiamo il piano dell?opera con quello della realtà,  quale posto dovrà occupare il romanziere intellettuale. La sua letteratura dovrà essere la semplice registrazione della realtà? La sua azione si concentrerà sullo stile della trascrizione  e interpretazione di quella  semplice e neutra registrazione dei fatti?<br />
Potremmo pensare allora alla scrittura come a una trascrittura della realtà, del suo écoute. E allora come privarsi della creazione visionaria  e dell’invenzione dei mondi che  il romanzo, la sua  vocazione ha?<br />
Non corriamo il rischio di sancire così, in nome del principio di realtà., giuridica, politica, storica, in una prospettiva neo realista o neoepica che sia, di sancire la separazione definitiva tra  romanzieri e romanzo?</p>
<p><strong>Post Scriptum</strong><br />
Con Helena, qualche giorno fa, si discuteva di come  subito dopo l&#8217;uscita di Gomorra la grande questione di Mr Litterature sembrava  concentrata su &#8220;cosa&#8221; i romanzieri dovessero scrivere. In questi giorni l&#8217;attenzione è tutta rivolta al dove, per quale casa editrice, essi debbano scrivere. Si può ben sperare che in un prossimo futuro si rifletterà su come scrivere. Pc o Mac? E intanto <em>la lingua</em> tace.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/10/note-per-una-letteratura-sous-ecoute/">Note per una letteratura sous écoute</a></p>
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		<title>Generazione verità</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 06:26:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Cesare Buquicchio&#8230;</strong>

Ci vuole un rinnovamento generazionale e ci vogliono nuove idee. Sono ormai tanti gli appelli, i ragionamenti, le analisi, i confronti, che da mesi, forse da anni, intorno a questi due punti trovano una sintesi. Più la crisi politica, culturale, morale del Paese degenera, più questi discorsi si fanno frequenti.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/03/generazione-verita/">Generazione verità</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Cesare Buquicchio</strong></div>
<div></div>
<div>Ci vuole un rinnovamento generazionale e ci vogliono nuove idee. Sono ormai tanti gli appelli, i ragionamenti, le analisi, i confronti, che da mesi, forse da anni, intorno a questi due punti trovano una sintesi. Più la crisi politica, culturale, morale del Paese degenera, più questi discorsi si fanno frequenti. Meno scontato appare, forse, fare il passo successivo: definire i soggetti e i contenuti che quella sintesi dovrebbe esprimere.    Le generazioni finora al potere non ci hanno consegnato (se mai si decideranno a farlo) un Paese in buone condizioni. Ma l&#8217;impressione è che ai figli non basterà un “processo” alla generazione dei padri per salvarsi e per salvare l&#8217;Italia. Per evitare di finire solo per fare discorsi anagrafici o semplicemente sostituirsi alla generazione più anziana, si tratta di ragionare attorno ad un nuovo mito fondante della moderna società che inizi a riconoscere modi e metodi differenti da quelli affermatisi finora.  Serve verità  e serve che l&#8217;Italia diventi adulta. I figli dovranno trovare metodo e coerenza per diventare, e far diventare, tutti (vecchi compresi) finalmente adulti. Per farlo dovranno forse imparare a “sapersi raccontare” come una generazione un po&#8217; più conservatrice (e morale) e un po&#8217; meno spensierata, che si fa carico della crisi e degli errori del passato superando i luoghi comuni e le ipocrite schematizzazioni che bloccano un reale rinnovamento. Più vicina ad alcuni valori dei suoi nonni che a molti di quelli dei suoi padri. Dovrà riscoprire il rispetto per le regole e l&#8217;arte di trovare soluzioni giuste perché efficaci, invece che efficaci perché giuste, ai problemi della modernità. <span id="more-36508"></span></div>
<p>Serve, dunque, una reale discontinuità. Per essere realmente rivoluzionaria, questa generazione, dovrà hegelianamente negare se stessa e gli schemi entro cui si muove. La questione, per i giovani, per chi fa cultura, per chi fa politica o per chi fa informazione, non è scegliere al ribasso tra le alternative che vengono ora offerte, oppure procedere per sommatorie “gentili” raccattando qua e la elementi condivisibili, ma è rompere i confini dello schema della scelta. Andare oltre. Parafrasando Slavoj Zizek, un pensatore critico che si rivela particolarmente adatto a questi ragionamenti, quella che occorre oggi non è una sostituzione, non è l&#8217;operaio senza il capitalista, non è il giovane in un mondo in cui i vecchi si fanno da parte, è la trasformazione, è smettere di essere operaio, smettere di essere giovane, smettere di essere di destra o di sinistra e, una volta compiuta questa negazione, operata questa discontinuità, ricominciare da zero e in modo nuovo ad essere operaio, giovane, di sinistra o di destra, ecc&#8230; In questa chiave, tra molti “under 40” (non li chiameremo giovani perché  continuare a chiamare giovane chi ha passato i trenta si rivela spesso un espediente linguistico che aiuta a screditare le istanze e le necessità che vengono avanzate), e non solo, si iniziano già a intravedere segnali di una nuova consapevolezza. Interventi, a volte più decisi, a volte più timidi, che mettono in discussione l&#8217;ipocrisia di certi schemi retorici e l&#8217;arretratezza di griglie ideologiche inadatte al mondo di oggi.<br />
Si può  citare la provocatoria proposta dell&#8217;economista <a href="http://www.ilpost.it/2010/04/30/abolire-il-concertone/">Marco Simoni</a> che ha invitato la Cgil ad abolire il “concertone” del 1° maggio per usare “le stesse energie mediatiche, finanziarie, politiche per la vita dei giovani lavoratori italiani”; il ruvido e liberatorio appello dello scrittore <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2010-08-09/manifesto-autori-under-201634.shtml?uuid=AY3mjVFC">Nicola Lagioia</a> sul Sole24Ore a “chiamare le cose con il proprio nome”, a riconoscere senza catastrofismi e lamentele che l&#8217;Italia è ormai stabilmente arretrata nel “secondo mondo” ma che solo una “generazione talmente forte” da saper ammetterlo e “abbastanza coraggiosa da provare non la vergogna, ma finalmente l&#8217;orgoglio di essere sopravvissuta emotivamente agli ultimi vent&#8217;anni, possa aiutarci a ripartire”; la lucida analisi dell&#8217;editor <a href="http://bibliogarlasco.blogspot.com/2010/03/il-mercato-letterario-non-e-il-diavolo.html">Federica Manzon</a> (sulla rivista Nuovi Argomenti) su quanto pregiudiziale e snobbistico sia criticare sempre e comunque il successo di mercato delle opere culturali italiane; le intuizioni filosofico-linguistiche su come superare la dittatura retorica di Berlusconi e del berlusconismo che lo scrittore <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/13/la-performativita-vuota-di-berlusconi-idee-per-un-nuovo-discorso-di-sinistra/">Christian Raimo</a> ha esposto su il Manifesto lo scorso 25 agosto; le acute riflessioni di Antonio Pascale (nei suoi ultimi due saggi per Laterza e Minimum Fax) sulla mancanza di verità nella politica e, soprattutto, nella comunicazione italiana. E e non ci si riferisce agli scontati monologhi di Emilio Fede o ai titoloni de Il Giornale, ma, ad esempio, alle vere e proprie leggende metropolitane su Ogm o nucleare spacciate per attendibile informazione scientifica, oppure ai moralismi a corrente alternata di grandi giornali su molteplici temi; oppure, sempre sullo svilimento della verità, gli interessanti spunti raccolti e commentati da <a href="http://www.giorgiofontana.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=335">Giorgio Fontana</a> (il Manifesto 12 agosto 2010). Ecco alcuni nomi e alcune idee forse utili a riempire di contenuto i tanti appelli al rinnovamento. Può farci sentire meno soli constatare che questa voglia di lasciarsi alle spalle certe generazioni e i loro logori argomenti non sia solo italiana, ma è parte di un processo che caratterizza molti dei paesi dell&#8217;occidente, anche se, come spesso accade, qui da noi trova delle ricadute particolarmente significative.<br />
Un interessante dibattito è nato in Inghilterra dal libro &#8220;Il Furto: come i baby boomers rubarono il futuro ai loro figli&#8221; di David Willetts. Negli Stati Uniti il confronto tra generazione del baby boom e generazione X ha trovato una sintesi nel libro di Jeff Gordinier &#8220;Come gli X salvano il mondo&#8221; in cui si racconta di come “mentre i nostalgici patologici baby boomers sono indaffarati a buttar giù Viagra e a combattere all&#8217;infinito per il loro posto al sole, i nati dopo gli anni &#8217;60 fanno il lavoro duro e silenzioso che impedisce all&#8217;America di soccombere ma, ciononostante, restano ancorati alla definizione di massa di bamboccioni”. Negli ultimi vent&#8217;anni, scrive sempre Gordinier, gli X hanno cambiato la cultura e il business, hanno inventato Google e Wikipedia e ci hanno dato Obama e Dave Eggers.<br />
Certo, in Italia non possiamo vantare risultati così eclatanti (anche per un sistema economico e politico che, a sua volta, stenta a diventare adulto), ma anche da noi, non si fa fatica a rintracciare una spina dorsale composta da giovani X che, faticosamente e con pochissimi riconoscimenti, tiene in piedi il Paese. Piuttosto, per citare i &#8220;casi&#8221; Saviano e Serracchiani, quando gli X emergono in modo così clamoroso, fanno poi fatica a rimanere a lungo distanti e &#8220;alternativi&#8221; al sistema di potere saldamente nelle mani dei vecchi e ne vengono incanalati. “Il metodo degli X è mettere tutto sul tavolo, esigere trasparenza, analizzare i dati e prendere decisioni in funzione di queste analisi. È una generazione stanca delle ideologie: anche se ne condivide gli ideali, difficilmente sentiremo Obama parlare di &#8216;terza via&#8217;, come Clinton. Stanca anche della ragione ideologica, per cui esistono le soluzioni, prima dei problemi” spiegava l’economista e demografo Neil Howe, intervistato all&#8217;indomani delle ultime presidenziali Usa. Proprio Obama ci fornisce spunti interessanti su come mettere i problemi sul tavolo e trovare le soluzioni più adatte. Obama da una parte investe decine di miliardi di dollari per far diventare gli Usa i primi nel settore delle energie rinnovabili, dall&#8217;altra investe altre decine di miliardi di dollari per nuove centrali nucleari (pensando anche magari anche al futuro e alla fine del petrolio&#8230;). Da una parte apre a nuovi massicci flussi di immigrazione, dall’altra fa severe politiche di selezione di immigrati qualificati e altamente specializzati in materie scientifiche. Da noi, per restare al nucleare e alla mancanza di verità della politica, viviamo il paradosso che i due partiti principali sono di base entrambi favorevoli alle centrali ma lo dicono solo quando sono al governo, professandosi contrari quando vanno all&#8217;opposizione&#8230; E&#8217; per questo che forse uno dei compiti principali per le nuove generazioni, per chi si trova e si troverà sempre di più alle prese con un situazione pesante da portare sulle spalle c&#8217;è soprattutto una cocciuta ricerca e riaffermazione della verità che faccia piazza pulita delle chiacchiere accumulate da generazioni ancora impegnate in uno scontro da guerra fredda sempre più fuori dal tempo.<br />
Per passare finalmente da “l&#8217;immaginazione al potere” a “la verità  al potere” occorre ragionare su soluzioni pratiche per la politica, per l&#8217;economia, per il mondo del lavoro, ma tutto questo rischia di essere inadeguato se non si compie una sorta di rivoluzione in campo culturale. È una questione di modelli, di immaginario, di consapevolezza e di educazione.<br />
Accanto a questo si dovrebbe imparare a contrapporre uno slancio mitopoietico alle tante narrazioni che la generazione dei padri ha saputo creare e imporre (a cominciare proprio dalla retorica della rivolta e della rivoluzione che rischia, a sproposito, di far sentire sempre inadeguata e &#8220;ritardata&#8221; qualsiasi generazione di figli a confronto con i padri). Forse serve una orgogliosa e poco lamentosa “generazione dei tempi difficili” per usare la definizione coniata per i giovani del primo dopoguerra (che, non a caso, in mancanza di risposte e narrazioni efficaci, si fece abbindolare dal fascismo) e va chiarito subito che comunque toccherà a loro superare queste fasi complicate della storia del nostro Paese, quindi il “come” farlo dovrebbe essere deciso da loro (con l&#8217;inestimabile consiglio di qualche vecchio saggio) e non sempre e soltanto da chi ha un curriculum ricco di fallimenti.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/03/generazione-verita/">Generazione verità</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il vicolo cieco delle icone</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Aug 2010 13:50:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/bob.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/saviano.jpg"></a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Silvio-Berlusconi2.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Daniele_Luttazzi.jpg"></a>di <strong>Christian Raimo</strong>&#8230;</p>
La scena politica italiana presente assume ogni giorno tratti più spettacolari e tardo-imperiali: un’apocalisse di serie b, un viale del tramonto scalcinato, una tragedia che si è già trasformata in farsa e che si ripete come in una sit-com in sindycation sui canali satellitari, l’audio delle risate registrate ormai usurato.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/14/il-vicolo-cieco-delle-icone/">Il vicolo cieco delle icone</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/bob.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36403" title="bob" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/bob-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/saviano.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36404" title="saviano" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/saviano-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Silvio-Berlusconi2.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36400" title="Silvio-Berlusconi2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Silvio-Berlusconi2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Daniele_Luttazzi.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36405" title="Daniele_Luttazzi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Daniele_Luttazzi-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<div id="_mcePaste">La scena politica italiana presente assume ogni giorno tratti più spettacolari e tardo-imperiali: un’apocalisse di serie b, un viale del tramonto scalcinato, una tragedia che si è già trasformata in farsa e che si ripete come in una sit-com in sindycation sui canali satellitari, l’audio delle risate registrate ormai usurato.<span id="more-36401"></span> Le varie narrazioni che Berlusconi ha sdoganato negli ultimi anni sono diventate un modello pervasivo, ritrovabile in mille ambiti sociali e culturali, sono le forme di vita con cui si presenta spesso lo scenario politico, quello culturale, quello semplicemente umano: è l’Italia che si racconta, e si lascia guardare, sfatta e mostruosa, senza pudore. C’è la storia di quello che lo beccano con le mani in pasta e non si giustifica, c’è quello che dice una bugia e dichiara appena dopo di non averla detta, c’è quello che fa il gallo con le donne e si vanta con gli amici, c’è quello che dice che qualsiasi problema c’è lo aggiusta lui&#8230; Berlusconi è un carattere sempre più poliedrico, autocontradditorio, imprendibile ma definitivo, di questa commedia all’italiana acida e ripetitiva. Per questo suo diventare “carattere”, Berlusconi è oggi ancora più pericoloso: anche quando sarà uscito dalla dimensione pubblica, la sua figura (le sue infinite figure) – non le sue idee politiche, beninteso – resteranno. Questo è quello che si dice il berlusconismo oltre Berlusconi: la sua forza è di essere riuscito a rendere il linguaggio pubblico non più referenziale, ma perennemente performativo, attoriale. Non importa cosa Berlusconi dica – il significato non è più passibile di verifica (come è per Frege un enunciato linguistico), ma è solo performance: il senso di quello che viene pronunciato è il suo effetto.</div>
<div id="_mcePaste">Ma se vogliamo forse focalizzarci su quali sono i due tratti che meglio rappresentano la sfaccettata, inafferrabile maschera di questo commediante dobbiamo rifarci ad altri personaggi emblematici del nostro tempo. Cogliere le ragioni di successo del personaggio in altre figure, provare a considerare come – è così in ogni tradizione drammaturgica che si rispetti – Berlusconi sia oltre che seminale anche derivativo.</div>
<div id="_mcePaste">Tra i personaggi che più ci svelano il senso del “carattere” Berlusconi possiamo trovare Jean Claude Romand, Telespalla Bob, e Rupert Pupkin. Ricordiamo chi sono.</div>
<div id="_mcePaste">Jean Claude Romand sale alle cronache il 9 gennaio 1993, perché in un incendio nella bassa Lorena muoiono sua moglie, i suoi figli, i genitori, i suoceri, il suo cane, mentre lui la scampa per un pelo. Subito si scopre in realtà che è stato proprio Romand a aver appiccato fuoco alla casa, e a aver sterminato la sua famiglia. Ma questa scoperta atroce non è la più sconvolgente. La verità impensabile che sta dietro alla vicenda è che quest’uomo mente sistematicamente da diciotto anni. Come ricostruisce Emmanuel Carrère nel romanzo-inchiesta L’avversario, Romand ha cominciato a fantasticare la propria vita quand’era all’università, millantando con i suoi la buona riuscita di un esame che invece non aveva passato, per poi continuare senza interruzione a mentire fino a quando non poteva più non essere sbugiardato: a quel punto ha dato fuoco al suo mondo. Nel frattempo ha inventato di essersi laureato, ha finto di essere un importante medico dell’Oms, si è sposato e ha condotto una vita borghese per cui è stato ammirato, come marito, padre, uomo, professionista. In realtà la sua esistenza è stata uscire di casa tutte le mattine dicendo di andare al lavoro e passare invece intere giornate, per anni, per decine d’anni, a passeggiare nei boschi o a bere caffè in qualche bar dell’autogrill. Si è sostentato per tutto questo tempo grazie ai soldi affidatigli dai parenti a cui ha promesso fruttuosi (ma inesistenti) tassi d’interesse in banche svizzere. Quando non è riuscito più a controllare questa montagna di invenzione, ha preferito far esplodere tutto ciò che aveva intorno a sé.</div>
<div id="_mcePaste">Telespalla Bob è invece un personaggio dei Simpson. Il suo vero nome è Robert Underdunk Terwilliger, ma in è conosciuto come Telespalla Bob (Sideshow Bob, nell’originale) perché è stato la spalla televisiva di Krusty il Clown, prima di finire in prigione proprio per aver cercato di vendicarsi contro Krusty, colpevole ai suoi occhi di averlo vessato per anni, relegandolo a un ruolo infimo di spalla. Il suo piano di rivalsa è fallito perché Bart Simpson l’ha scoperto attirandosi così proprio l’ira omicida di Telespalla. Nelle varie puntate successive in cui compare, Telespalla Bob segue una lunga parabola circolare di tentativi di uccidere Bart, carcerazioni, redenzioni, nuovi piani assassini, etc… Nel finale di una delle più belle puntate dei Simpson, “Il promontorio della paura”, nella quinta serie, Bart riceve alcune lettere anonime scritte col sangue che lo minacciano di morte: l’autore, noi spettatori lo sappiamo, è proprio Telespalla Bob, desideroso di vendetta, che in carcere pur di griffare col proprio sangue la carta, vediamo cadere più volte svenuto.</div>
<div id="_mcePaste">Quando Telespalla Bob viene rilasciato (riesce a convincere la giuria che il tatuaggio che ha inciso sul petto, Die Bart Die, non vuol dire “Muori Bart Muori”, ma è tedesco e sta per “Il Bart Il”), la famiglia dei Simpson chiede dunque aiuto all’Fbi, che decide per un programma di protezione testimoni, facendo cambiare identità a Homer e compagnia. Non sono più i Simpson, ma i Thomson: che si trasferiscono in una casa-barca in riva a Horror Lake. Nel viaggio transamericano non si accorgono però che Telespalla Bob li riesce a pedinare agganciandosi al sotto della macchina. E una notte scatta l’agguato: Telespalla Bob sale a bordo della barca-casa, lega tutti i Simpson tranne Bart e si appresta a compiere la sua vendetta. Bart, ormai condannato a morte, gli chiede allora di poter veder esaudito un ultimo desiderio: assistere alla rappresentazione del Fantasma dell’opera. Telespalla Bob è incerto, ma alla fine accetta, e ingegnandosi con costumi super-improvvisati (stracci come parrucche…) interpreta tutti i personaggi dell’opera, in un’intensa performance da one-man show che dura ore. È il tempo che serve perché la barca, senza nessuno al timone, finisca per arenarsi sugli scogli e perché la polizia allertata dalla scomparsa dei Simpson, arresti Telespalla Bob.</div>
<div id="_mcePaste">Il terzo personaggio, Rupert Pupkin, è invece frutto della fantasia di Paul Zimmermann, sceneggiatore di Re per una notte, film di Martin Scorsese del 1983. Rupert Pupkin è un comico dilettante ma assai convinto del proprio talento, interpretato da Robert De Niro. All’inizio lo conosciamo come un semplice fan del comico televisivo Jerry Langford (impersonato da Jerry Lewis), ma dopo un cordiale incontro fortuito, Pupkin comincia a perseguitarlo, si apposta di fronte gli studi: vuole a tutti i costi un’audizione. Jerry Langford passa dalla cortesia all’insofferenza. E Pupkin decide con la complicità di una sua amica di sequestrare Langford e di ricattare la polizia: lo ucciderà se non gli lasciano fare un’apparizione nello show televisivo di prima serata. La polizia accetta e la performance di Pupkin, che lui chiosa con la frase del titolo “Meglio re per una notte che buffone per tutta la vita”, avrà un enorme successo. Subito dopo la serata, viene arrestato. Ma dopo qualche anno di prigione che gli servirà a scrivere la sua biografia di artista incompreso e folle, otterrà la fama agognata.</div>
<div id="_mcePaste">Dove sono le somiglianze tra questi tre personaggi e il personaggio Berlusconi? Nella dialettica quasi schizoide tra il desiderio di piacere, la potenza narcisistica, e la rabbia cieca che si scatena nel caso questo desiderio venga frustrato. Romand non riesce ad accettare il suo insuccesso e costruisce un ricatto paralizzante con se stesso: sceglie di rinunciare all’intera autenticità nella sua vita pur di vedersi riconosciuto in un ruolo che susciti l’ammirazione degli altri. Telespalla Bob vuole vendicarsi delle angherie di Krusty il clown che non lascia emergere il suo talento, e trasforma la sua voglia di palcoscenico in pura violenza omicida diretta contro Bart; il quale Bart però, intuendo la personalità scissa di Telespalla Bob, per salvarsi, fa leva proprio sul suo desiderio wagneriano di esibizione, e gli chiede di rappresentargli da solo un’intera opera teatrale. Rupert Pupkin è invece più efficace nel gestire questi istinti narcisistici: il ricatto che mette in atto pur di poter apparire in tv sa che lo priverà di anni di libertà, ma gli consentirà anche di diventare famoso e ammirato, ammirato anche in quanto ha perseguito il proprio obiettivo senza sconti.</div>
<div id="_mcePaste">Il desiderio di piacere a tutti i costi e la violenza di rappresaglia nel caso il mondo non risponda più alla propria proiezione narcisistica sono proprio le caratteristiche della psicosi berlusconiana (sua e nostra, della società che gli è intorno) di questo ultimo tratto della sua commedia quasi ventennale (diciott’anni, proprio come il tempo in cui regge la menzogna di Romand, viene da riflettere). Da una parte il suo atteggiamento suasivo, seducente, le barzellette ripetute in modo sempre più compulsivo, l’assoluta assenza di autocritica, l’ergersi a modello di successo in ogni campo (politico, economico-sociale, ma anche sessuale, relazionale, genetico&#8230;); dall’altra il livore con cui viene affrontata la possibilità di opposizione a questa sua idea proiettiva del mondo. Non sono le critiche dei giornali o degli altri partiti politici o dei finiani che Berlusconi non tollera, ma gli è letteralmente insopportabile qualunque cosa che scalfisca la sua realtà. Il prezzo del delirio narcisistico è illimitato. Romand fa esplodere la sua casa e stermina la sua famiglia, Telespalla Bob impazzisce nell’ultima puntata in cui appare, Rupert Pupkin è capace di sequestrare e uccidere, pur di portare a termine il suo disegno. È chiaro che stretti tra le corde di questo ricatto portato alle sue estreme conseguenze ci siamo ancora noi.</div>
<div id="_mcePaste">E questa non è una semplice metafora. Possiamo ragionare proprio come in realtà le più efficaci e condivise forme di opposizione culturale a questo dilagare berlusconiano, abbiano dei toni simili: speculari, o complementari.</div>
<div id="_mcePaste">Non sembrerà un caso che negli ultimi anni, meccanismi di difesa narcisistica si siano annidati anche nei più strenui oppositori del “discorso” berlusconiano. Prendiamo ancora due casi simbolici: Daniele Luttazzi e Roberto Saviano.</div>
<div id="_mcePaste">Il caso di Daniele Luttazzi, emerso in rete un paio di mesi fa, ha delle assonanze inquietanti con la vicenda di Romand. Il comico di Santarcangelo – il leader della satira, studioso dei meccanismi delle narrazioni emotive, teorico raffinato della retorica comica – viene accusato da una serie di fan (diventati ex dopo la vicenda) di aver attinto in modo massiccio al repertorio di comici americani perlopiù sconosciuti in Italia, come Bill Hicks, Emo Phillips, George Carlin&#8230; L’accusa è più pungente: quello che gli si rimprovera è di non aver mai ammesso questi debiti, anzi di essersi sempre scagliato a gran voce contro coloro, come Paolo Bonolis o Silvio Berlusconi stesso che copiavano le sue battute. Per esempio a Bonolis rivendicava la paternità della freddura “Come si fa a capire quando una mosca scoreggia? Vola dritta”, e a Berlusconi di essersi appropriato della di quella che dice: “Quanti hai anni hai, bambino? Cinque? Pensa che alla tua età io già ne avevo sette”. Il problema è appunto che anche queste due battute sono rispettivamente di George Carlin e di Eddie Izzard. Di fronte a un sito come ntvox.blogspot.com che elenca centinaia di plagi per una massa di un terzo del suo intero repertorio comico, Luttazzi si è difeso dichiarando di seminare questi omaggi-plagi nei suoi spettacoli per cautelarsi in caso di processi per volgarità, vilipendio: un metodo che ha copiato, questo sì esplicitamente, da Lenny Bruce – quando questo venne processato dimostrò che le battute più oscene dei suoi monologhi erano farina del sacco di Aristofane.</div>
<div id="_mcePaste">Ma il punto che Luttazzi non coglie è un altro: è come se si fosse messo in una posizione in cui lui ha deciso di non poter essere più attaccabile. È il paradosso della vittima, che è stato e che è. Un artista di valore estromesso dal fare il suo mestiere – una mortale censura di stato. Purtroppo però in nome di questo paradosso, sembra che nessuno possa muovere più nessuna critica a Luttazzi, o quanto meno che lui non le recepisca. E così i suoi fan o ex-fan alzano il tiro, fino a spulciare ogni iota del suo repertorio in cerca di plagi e fino a massacrare la sua credibilità artistica. Ne valeva la pena?</div>
<div id="_mcePaste">Potremmo chiamare questo paradosso della vittima nella sua versione estrema “il cul-de-sac di Eric Clipperton”. Eric Clipperton è un personaggio di Infinite Jest di David Foster Wallace: un bravo tennista incapace di perdere che gioca sul campo con una racchetta in una mano e una pistola puntata alla tempia nell’altra, che pone ai suoi avversari un ricatto costante: se non vinco, mi sparo. L’assurdità geniale che coglie Wallace è che Clipperton non è una schiappa, ma è un atleta di talento: probabilmente vincerebbe gran parte dei match a cui partecipa, ma non sa perdere.</div>
<div id="_mcePaste">Non vi sembra – e qui arriviamo a un punto delicato – un vicolo cieco in cui si è infilato l’unica figura veramente contrastiva a Berlusconi degli ultimi anni: Roberto Saviano. Saviano è quanto di più conflittuale l’opposizione culturale abbia saputo creare nei confronti della maschera berlusconiana. Uomo del Sud, giovane, intellettuale, stigmatizzatore morale fino al suicidio civile… Saviano rappresenta – da un punto di vista dell’immaginario – la vera opposizione al berlusconismo. Eppure ne incarna specularmente una debolezza struttuale: il narcisismo portato alle sue estreme conseguenze. Anche Saviano non è criticabile a meno di rendersi complice di una sua gogna. Anche Saviano come Eric Clipperton si è messo nella posizione terribile per cui se non gli viene data visibilità continuamente, se l’attenzione dei media cala su di lui, se non viene difeso, noi lettori saremmo più ignari della criminalità di questo paese e alla fine la malavita avrà buon gioco a vendicarsi delle sue denunce. Anche Saviano in fondo, dice: se non mi leggete, se non siete d’accordo con me, a me mi fanno fuori – o comunque chi mi critica, fa il gioco sporco della calunnia mafiosa (quella di un Roberto Castelli o di un Emilio Fede per dire che hanno fatto loro rispetto a Saviano la formula camorristica: che vuole questo che ha fatto i soldi?). Il libro di Dal Lago, molto impreciso e pretestuoso in vari punti, coglieva però questo nodo.</div>
<div id="_mcePaste">E il ricatto di Saviano è assurdo per due motivi. Uno perché appunto è uno scrittore di talento, un ottimo giornalista, e in definitiva – ed è questo un altro equivoco che andrebbe chiarito – un perfetto uomo politico. Due, perché questa strategia comunicativa di Saviano non intacca l’avversario con cui se la prende in un punto fondamentale: quello del narcisismo mediatico. La faccia di Saviano sparata sull’Espresso o su Vanity Fair o moltiplicata per mille nelle pubblicità ma anche la sua ammirazione per personaggi-icona come Bono Vox o Leo Messi impedisce a chi lo ascolta di non associarlo anche a una maschera promozionale che è la stessa di Berlusconi o di un Fabrizio Corona: finisce per farlo diventare un corpo-icona. Compie, non volendo probabilmente, una conferma implicita a quel linguaggio berlusconiano che ci dice: si è ciò che si appare. L’unico obiettivo a cui aspiriamo tutti in fondo è avere attenzione dagli altri, essere sotto l’occhio dei riflettori.</div>
<div id="_mcePaste">Da questo cul-de-sac Saviano come ognuno di noi dovrebbe cominciare a svincolarsi, provare a guarire da quel ceppo virale del berlusconismo per cui il mondo è proiettato su di noi.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/14/il-vicolo-cieco-delle-icone/">Il vicolo cieco delle icone</a></p>
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		<title>Notizie da un tribunale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/07/26/notizie-da-un-tribunale/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 15:51:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(ANSA) &#8211; NAPOLI, 21 LUG &#8211; Il Tribunale di Napoli ha dato ragione a Roberto Saviano respingendo l&#8217;accusa di plagio da parte di alcuni quotidiani campani.<br />
&#8216;A volte la verità&#8217; e&#8217; più&#8217; forte del fango&#8217;, il commento dello scrittore. Secondo gli editori dei quotidiani Cronache di Napoli e Corriere di Caserta, Saviano avrebbe usato per &#8216;Gomorra&#8217; parti di loro articoli.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/26/notizie-da-un-tribunale/">Notizie da un tribunale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(ANSA) &#8211; NAPOLI, 21 LUG &#8211; Il Tribunale di Napoli ha dato ragione a Roberto Saviano respingendo l&#8217;accusa di plagio da parte di alcuni quotidiani campani.<br />
&#8216;A volte la verità&#8217; e&#8217; più&#8217; forte del fango&#8217;, il commento dello scrittore. Secondo gli editori dei quotidiani Cronache di Napoli e Corriere di Caserta, Saviano avrebbe usato per &#8216;Gomorra&#8217; parti di loro articoli. Il Tribunale ha invece condannato gli stessi editori per aver copiato articoli che lo scrittore aveva pubblicato su altri quotidiani.</em></p>
<p>Ricostruiamo l’antefatto. Nell&#8217;autunno del 2006, il cronista napoletano Simone di Meo si rivolge a Mondadori per lamentare che <em>Gomorra</em> riporta il testo dell&#8217;accordo di pace di Scampia pubblicato da “Cronache di Napoli” senza citare per nome il quotidiano, né la sua firma dell’articolo. Per quanto il brano serva a denunciare come il giornale agisca da portavoce dei clan e quindi la citazione sembra più nuocere che giovare a chi l’ha scritto, la richiesta viene accolta da Saviano “in assenza di alcun obbligo al riguardo” &#8211;  come stabilisce testualmente la sentenza &#8211;  a partire dalla nona edizione di ottobre 2006.<span id="more-36260"></span></p>
<p>Passano due anni e mezzo. A marzo 2009, di Meo, nel frattempo diventato ufficio stampa del senatore Sergio de Gregorio (indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e riciclaggio), si accorge che Saviano lo avrebbe plagiato e gli muove causa.</p>
<p>“Il Giornale” lancia la notizia in prima pagina, con al suo interno un’intervista a di Meo, il quale dichiara che “svariati passaggi del libro «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi»“. Nessun altro quotidiano riporta la notizia che però in rete continua a alimentare le dicerie sul presunto saccheggio di Saviano.</p>
<p>Alla fine di Meo si ritira. Verosimilmente non mirava a vincere la causa, ma piuttosto ad accreditarsi come “vera fonte” di <em>Gomorra</em> attraverso un clamore mediatico che non è riuscito a innescare con l’azione giudiziaria.</p>
<p>Chi invece decide di proseguire, impugnando in buona parte gli articoli di di Meo, è il suo editore Libra: lo stesso che oltre a “Cronache di Napoli” pubblica anche il “Corriere di Caserta”, ossia le due testate prese a bersaglio sia in <em>Gomorra</em>, sia in successivi interventi quali il monologo televisivo dello &#8220;Speciale&#8221; di Fabio Fazio del 25 marzo 2009<em>.</em></p>
<p>Ora la sentenza stabilisce che non esistono i requisiti né del plagio creativo né di quello scientifico, essendo le notizie riportate da di Meo e dai suoi colleghi sia di pubblico dominio, sia prive di qualsiasi particolarità (stilistica, di elaborazione intellettuale, ecc.) per la quale andrebbero tutelate dal diritto d’autore. Anzi, vi è di più: il tribunale riconosce che la rappresentazione degli stessi fatti avviene sotto una luce opposta: quel che è riportato con tono complice in “Cronache di Napoli” e nel “Corriere di Caserta”, in <em>Gomorra</em> viene invece presentato in chiave di denuncia.</p>
<p>Si giunge così, oltre all’assoluzione completa di Saviano, a un inaspettato ribaltamento. Chi ha copiato non è l’autore di <em>Gomorra</em>, bensì “Cronache di Napoli” e il “Corriere di Caserta” che hanno riutilizzato ampi brani di articoli da lui firmati. Entrambe le testate vengono inoltre condannate a riportare il verdetto nelle loro pagine.</p>
<p>Ultimo particolare: fra le numerose pezze d’appoggio che hanno convinto i giudici che Saviano era un reporter che indagava da tempo sul campo della realtà dei clan campani, figura anche un articolo postato il 23 novembre 2004 proprio su <em>Nazione Indiana</em>. Parlava del recente ritrovamento del corpo torturato e carbonizzato di Gelsomina Verde, vittima della faida di Scampia, e si intitolava semplicemente: <a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/23/qui/">Qui.</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/26/notizie-da-un-tribunale/">Notizie da un tribunale</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Carta canta</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 10:21:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><em>Premessa:</em></p>
<p><em>Un piccolo libro contro Roberto Saviano edito dal “Manifestolibri” ha scatenato una discussione sulle pagine del “manifesto” e altri giornali, trovando un’ampia eco, prevedibile e positiva, sulla stampa di destra. Alessandro Dal Lago, l’autore di <strong>Eroi di Carta</strong>, e il suo editore Marco Bascetta hanno rivendicato il diritto di criticare Saviano da sinistra, mentre molte altre firme, inclusa la stessa direttrice del “Manifesto” Norma Rangeri, hanno difeso l’opera e l’autore di <strong>Gomorra</strong>.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/carta-canta/">Carta canta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><em>Premessa:</em></p>
<p><em>Un piccolo libro contro Roberto Saviano edito dal “Manifestolibri” ha scatenato una discussione sulle pagine del “manifesto” e altri giornali, trovando un’ampia eco, prevedibile e positiva, sulla stampa di destra. Alessandro Dal Lago, l’autore di <strong>Eroi di Carta</strong>, e il suo editore Marco Bascetta hanno rivendicato il diritto di criticare Saviano da sinistra, mentre molte altre firme, inclusa la stessa direttrice del “Manifesto” Norma Rangeri, hanno difeso l’opera e l’autore di <strong>Gomorra</strong>. Non mi interessa, in questa sede, difendere Saviano perché sta pagando un prezzo personale alto, perché lo hanno più volte minacciato i Casalesi, perché sta decisamente antipatico al capo del nostro governo fresco di legge-bavaglio che è anche il suo editore e il mio datore di lavoro. Voglio soltanto mostrare com’è fatta quella che Bascetta definisce un’analisi “seria, rigorosa, e diffusamente argomentata”. Analizzando a mia volta un testo, lavoro che, se gli argomenti e riscontri sono validi, resta tale anche se fossi la mamma di Saviano o l’amministratore delegato della Mondadori.<span id="more-35763"></span></em></p>
<p>La bandella di <em>Eroi di carta</em> promette che “Dal Lago cerca di venire a capo del fenomeno Saviano-Gomorra analizzando esclusivamente ciò che l’autore ha scritto.” Non è così. Oltre la metà delle citazioni riportate a blocchi, non appartengono alla produzione da lui firmata. Per rigore di metodo bisognerebbe distinguere nitidamente i pareri di caio e tizio su Saviano, ciò che Saviano ha detto- per esempio in un’intervista- e ciò che Saviano ha effettivamente scritto. E’ soprattutto l’introduzione a pullulare di questo uso arbitrario dei materiali e questo non stupisce, visto che sono le prime pagine a predisporre tutto il clima del libro.</p>
<p>In apertura si presenta, in prima persona, un docente universitario di sociologia della cultura – ossia una voce autorevole- che parla ai suoi studenti dei rapporti fra letteratura e media. Gli studenti si irrigidiscono quando dice di voler prendere in esame <em>Gomorra</em> sotto questo profilo. “Uno studente alza la mano. “Non si metterà anche lei a crocefiggere Saviano?”, mi chiede. “Un momento”, rispondo, “chi lo crocefigge, a parte ovviamente i camorristi? A me sembra che esista un movimento d’opinione unanime a sua favore. D’altra parte, lo stesso Saviano ha dichiarato di muoversi a suo agio nei media e anzi di voler lanciare una moda”. E leggo un passo di un articolo su una manifestazione anticamorra a cui ha partecipato lo scrittore”. Segue il passo da un articoletto senza firma uscito su Repubblica all’indomani del primo speciale di “Che Tempo che fa”.</p>
<p>“Saviano ha parlato a lungo e con cruda chiarezza. Lui stesso si è definito una “operazione mediatica”, nata e portata avanti perché si conoscano gli orrori della camorra e si capisca che riguardano tutti. Il suo “sogno” è che la lotta alla criminalità organizzata diventi una vera e propria moda. E’ quello che “i grandi editori, le televisioni, trovassero un punto comune, anche conveniente. Perché non creare una moda?”</p>
<p>Persino senza ricostruire tutto il contesto dell&#8217;intervista in cui Saviano parla a più riprese del suo rapporto con i media e andando a rintracciare solo il passaggio dove usa la parola “moda”, si scopre che le sue parole erano altre. “Perché non deve essere anche conveniente combattere questi poteri, perché non bisogna anche creare una moda di combattere contro di loro, perché dobbiamo sempre essere minoritari e marginali?”, ha detto Saviano. Un “noi” che allude a una collettività antimafia di cui Saviano si sente parte, un “bisogna” che si riferisce ai meccanismi mediatici nominati prima, non a una volontà in prima persona; “moda” pronunciato solo una volta, nessuna traccia di termini o metafore corrive come “sogno”, “orrori”, “vera e propria” e simili. Perché allora Dal Lago usa una fonte di seconda mano, perché parla di una generica “manifestazione anticamorra”, senza precisare che si trattava di un programma televisivo? Per faciloneria? Possibile? Se uno sociologo delle comunicazioni non tiene conto della differenza fra un discorso pronunciato davanti alle telecamere o in una piazza, se non distingue un riassunto fatto da altri dal testo originale, che serietà può avere il suo lavoro? Ma dato che una nota ci restituisce il titolo del articolo citato- “Il monologo di Saviano in tv: non sono solo in questa battaglia”- diventa quasi impossibile credere che si sia trattato di una svista. Allora è quasi inevitabile concludere che Dal Lago abbia citato il pezzo di “Repubblica” perché si prestava meglio al discorso che lui stesso intendeva fare. Per imporre una leggera distorsione alle parole di Saviano, attribuirgli una certa coloritura, e forse così far passare anche più liscia l’affermazione che con lui ce l’abbiano solo i camorristi. L’ultima uscita di Berlusconi su <em>Gomorra</em> è successiva alla chiusura del suo libro, ma c’è ne era già stata una precedente di cui Dal Lago tace. Ignora le intervista fatte più volte ai ragazzi e altri abitanti di Casal di Principe, e si sente esentato di andare a sentire qual è l’opinione corrente su Saviano. Gli unici nemici non camorristi che gli vengono concessi, ma solo en passant e a singhiozzo, sono Bruno Vespa, Licio Gelli, e Fabio Cannavaro. Bruno Vespa non ha mai espresso nulla contro Saviano e probabilmente Dal Lago lo confonde con Emilio Fede.</p>
<p>Questo “lapsus” come forse Dal Lago lo definirebbe, potrebbe essere un singolo, benché imbarazzante, errore di distrazione, se non apparisse tanto forte il sospetto che non abbia preso in esame che i materiali di più larga circolazione in rete. Così nomina genericamente i blog di destra che “sfottono” o “punzecchiano” Saviano, ma nemmeno un articolo dello stesso tono uscito sui giornali vicini al presidente del consiglio. O afferma che “la critica <em>mainstream</em>, quella accademica, è invece abbastanza abbottonata” su <em>Gomorra</em>, salvo poi riportare molto più tardi un passo molto lusinghiero di Giulio Ferroni. Ma che l’autore di una canonica “Storia della letteratura italiana” condivida il giudizio positivo con critici come Goffredo Fofi, Romano Luperini, Mario Barenghi  o Walter Pedullà, questo non lo dice. Dal Lago preferisce ricorrere a un articolo di Tiziano Scarpa per sostenere che Saviano fa della camorra la tirannia per eccellenza. Ignorando “le altre mafie” o “gli immigrati che annegano a centinaia davanti a Lampedusa”.Come se Saviano non avesse scritto e parlato, dopo <em>Gomorra</em>, sempre anche delle altre mafie. Come se non fosse “intervenuto spesso a favore dei migranti con articoli e interviste, anche se la sua prospettiva…è quasi esclusivamente quella della lotta alla camorra o alle altre mafie”. Questo Dal Lago lo concede, per prudenza, in una nota. Ma le note chi le legge?</p>
<p>Saviano, passando attraverso il riflesso di alcuni scrittori amici, è diventato dopo poche pagine qualcuno che non scorge altro che camorra, ovunque. In un modo ossessivo e quindi dubitabile nei suoi contenuti. Quando va in Spagna vede non solo camorristi, ma anche approdare “sulle sue coste solatie”, turchi e afghani. Per dimostrare la fantasiosità dell’autore di <em>Gomorra</em> viene citata la trascrizione di un’intervista video fatta per il blog Café Babel: non in Spagna, come fa intendere Dal Lago, ma a Parigi, nel 2007. La presenza dell’infiltrazione camorrista in Spagna è qualcosa che emerge già in Gomorra, che torna in vari articoli di Saviano, nelle interviste e negli articoli per “El Pais”. E’ un dato incontrovertibile, suffragato dagli arresti di tanti boss campani di primo piano. Fra cui, in tempi recenti e con grande tam tam mediatico, il capo degli “scissionisti” – o “spagnoli”- di Scampia, Raffaele Amato. Nel passo precedente dell’intervista, non citato, Saviano ribadisce la presenza particolarmente forte della camorra in Spagna. Ma la scelta cade su un brano in cui ci sono accenni rapidi ai proventi del narcotraffico per finanziare gli attentati terroristici di Madrid, ai talebani che controllano oppio e eroina e la smerciano attraverso la Turchia e insieme alla recente rivolta delle banlieue francesi. Perché? Perché attraverso frasi dette “a ruota libera” si possa concludere “Ha mai svolto Saviano indagini su tante cose di cui parla, a parte la camorra?” E pure insinuare che persino sulla camorra non sia poi del tutto attendibile.</p>
<p>A questo punto, Dal Lago è pronto a negare ciò che soprattutto a sinistra costituisce il merito di <em>Gomorra</em>. “L’opinione corrente è che Saviano abbia rivelato in Gomorra i rapporti fra crimine ed economia globalizzata.(..) E tuttavia non può essere ridotta a un’equazione leggibile nei due sensi. Che la camorra, come la mafia e la ndrangheta si globalizzi e investa in tutto il mondo <em>non </em>significa che l’economia globale sia camorrista”. Ma chi lo dice? Gomorra? Saviano? L’opinione corrente a sinistra? Dal Lago stesso ci presenta questo antico trucco da sofista per contestarlo e dire che tale rovesciamento riduce “tutto a una questione di lotta contro il Male”.</p>
<p>Ecco pronto il Saviano in versione Dal Lago. Non più l’autore che ha cercato di mostrare come l’economia criminale dominante su un territorio incida – marxianamente- sulla vita, la coscienza e la cultura di chi lo abita e come crei condizionamenti lontanissimi. Non più l’articolista o il personaggio pubblico che ha continuato a ribadire l’importanza di cambiare soprattutto le regole dell’economia per poter venire a capo del problema. No, Saviano è colui che si propone come eroe e martire, latore di una visione manicheista, fumettistica, reazionaria. Questo campione del Bene contro il Male usa metafore grossolane, “soprattutto “peste”, parola con cui Saviano ama sintetizzare quello che succede in Campania”, “un’immagine che chiama in causa untori e appestati”, afferma Dal Lago. Peccato che in tutto il corpus degli articoli di Saviano, la parola “peste” ricorra solo tre volte (in <em>Gomorra</em> non appare proprio) e in tutte e tre si riferisca esclusivamente agli effetti devastanti dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici. Questo Dal Lago dovrebbe saperlo, visto che più avanti cita uno di questi articoli, salvo poi usarne il titolo su “Repubblica”- “Imprese, politici e camorra: ecco i colpevoli della peste”- per ribadire attraverso quel “colpevoli” la sua tesi sugli untori, mostri e orchi onnipresenti. E sottace, al contempo, una cosa altrettanto risaputa, ossia che i titoli li fa il giornale.</p>
<p>Tornando all’introduzione, dalla “peste” presuntamente ricorrente in modo indiscriminato in Saviano, il passo è breve per denunciare che “non ci si rende conto che definire <em>olocausto</em> gli ammazzamenti di camorra significa violare ogni senso delle proporzioni, e quindi vaporizzare i fatti nelle iperboli?” Bisogna un’altra volta andare alle note per scoprire che questo piccolo “ci” impersonale, non si riferisce a nessuna parola scritta o detta da Saviano, bensì a un testo di Dario del Porto, del quale, tra l’altro, manca la precisa indicazione bibliografica.</p>
<p>Quel che Dal Lago imputa a Saviano nella parte dedicato a <em>Gomorra</em>, ossia confondere l’io narrante, l’autore, la persona reale e il personaggio pubblico-mediatico, è una prassi che non solo coltiva, ma persino supera: confondendo ciò che viene detto su e o intorno al suo oggetto con ciò che lo stesso Saviano ha detto e scritto. E quando, infine, si accinge a prendere in esame il testo, lo fa in maniera tanto arbitraria e selettiva, da ribaltarne il senso con esiti fra lo sconcertante e il ridicolo. Citando un passo esemplare dello stile “feuilettonistico”, giunge a dire: “non le merci globalizzate, ovvero la merda cinese, sono al centro del primo capitolo, ma i cinesi di merda.” Una decina di riga sulle flatulenze degli uomini di Xian, contro un capitolo intero che dipinge l’arrivo in porto, il stoccaccio, e la distribuzione delle merci contrabbandate. Per non parlare delle vicenda della ragazzina cinese, raccontata nel capitolo successivo, che in quanto clandestina non poteva denunciare il suo molestatore italiano che alla fine l’ha trucidata e gettata in un pozzo. Anche Zhang e gli operai suoi compaesani che la ricordano con una foto appesa in fabbrica, sono soltanto i “cinesi di merda” di un libro dal fondo razzista? Saviano dipingerebbe una subumanità, perché definisce “Minotauro” l’autista che porta il sarto Pasquale alla fabbrica di Terzigno. Così, da questo personaggio secondario si passa a un’affermazione generale: “D’altronde in <em>Gomorra</em> i criminali sono spesso descritti come animali.” Si tratta del boss Gennaro Licciardi detto “a scigna”- la scimmia- e del boss Nunzio de Falco detto “o lupo”, due sopranomi non certo creati da Saviano, giusto due fra la valanga di quelli che in Gomorra sono chiosati e citati. Sul testo, Dal Lago interviene anche con un procedimento ambivalente che imputa a Saviano. Procede per scovare il presunto inverosimile, a sua detta per ribadire che è cattiva letteratura, non per screditare la credibilità di ciò che viene narrato. Se questo poi è l’effetto che ottiene, può lavarsene le mani. Il vestito bianco indossato da Angelina Jolie nella notte degli Oscar del 2004 è un abito lungo a spalle scoperte e dunque non può essere quello cucito dal sarto Pasquale. Ma esiste pure un tailleur pantalone del 2001 che corrisponde alla descrizione fatta nel libro, cosa rilevata, tra l’altro, anche da diversi blog che ne riportano la fotografia. Si arriva persino alla meschinità di appigliarsi alle “scarpe sportive” del camorrista che testa la cocaina sui “Visitors” definite “stivali” un po’ più avanti. Peccato che in <em>Gomorra</em> sia scritto “stivaletto” e calzature definibili al tempo stesso “scarpe sportive” e “stivaletti” esistono: le “Hogan’s”, per esempio, che le fabbriche in nero campane producono a migliaia, come ha confermato anche un recente sequestro di merce contraffatta. E infine c’è l’accusa di aver descritto Annalisa Durante abbigliata con un vestito e non con i blue jeans, la sera in cui è stata uccisa a Forcella. Laddove il pezzo d’appoggio è tratto da “Casertasette”, una di quelle testate locali, seppure nella versione online, della cui imparzialità non sarebbe stato difficile diffidare. Recentemente, per esempio, ha fatto molta pubblicità a un film dal titolo significativo, titolando, per esempio: “<em>Un camorrista per bene</em>: Arriva film su balle di Gomorra”. Il testo dell’intervista su “Casertasette” dice che “Era ancora una bambina. Annalisa era ancora paffutella, senza ombra di trucco”. Appare evidente che chi sta parlando a nome di Annalisa- la curatrice del suo diario- vuole difenderne un’immagine a sua volta un po’ forzata. Annalisa era una bambina che non si truccava, non stava in strada per chiacchierare con un’amica e magari guardare i ragazzi. Dal Lago non si pone nessun dubbio, ma sente di dover rincarare la dose puntualizzando che Annalisa, nella primavera piovosa in cui è morta, non poteva essere abbronzata come racconta Saviano. Bastava fare una verifica sulle foto disponibili in rete per risolvere la questione della verosimiglianza almeno fisica. Tutte quelle più recenti ritraggono un’adolescente che non sembra più una bambina paffutella – come del resto a quattordici anni è normale- e in tutte Annalisa è abbronzata. Potrebbero essere state fatte in estate, ma si nota anche il lucidalabbra, le sopraciglia sistemate, e i lunghissimi capelli resi biondi da colpi di sole, probabilmente pure trattati con la permanente. Quindi, dato che la ragazza andava dal parrucchiere e dall’estetista, è davvero così improbabile che si facesse anche le lampade? Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i quartieri popolari napoletani, sa infatti che l’abbronzatura tutto l’anno è una caratteristica di molte ragazze (e anche dei ragazzi) che ci abitano. Tant’è vero che il film <em>Gomorra</em> si apre proprio in un centro estetico, anzi con l’immagine di una doccia abbronzante. Però Saviano scrive che aveva un vestitino che aderiva al corpo e non jeans, maglietta, scarpe da tennis, come vuole lo stereotipo della ragazza acqua e sapone. Quelle scarpe però, per la stessa ammissione di chi afferma che “Saviano riferisce dei fatti che sono inventati di sana pianta”, erano delle “Nike Silver dorate”. Ossia delle vistose scarpe di marca all’ultimo grido, mentre i jeans e le magliette che Annalisa indossa nelle foto riflettono anche esse l’immagine di una bella ragazzina che cura il proprio look: né più né meno di tante altre adolescenti italiane. Saviano ha senz’altro voluto riassumere in Annalisa Durante delle caratteristiche tipiche per le adolescenti dei quartieri popolari. Ma il suo ritratto è davvero più inverosimile, così più ingiustamente stereotipato, di quello fornito da Casertasette? Come può giudicarlo chi non verifica, non conosce il mondo descritto, e non sembra sentirsi neppure in dovere di farlo?</p>
<p>Insomma, alla fine viene implicitamente insinuata un’inattendibilità complessiva di <em>Gomorra</em>. Che finisce per ricadere anche sulle parti più saggistiche dove nel testo ci sono riferimenti a inchieste e altre fonti e la cui consonanza al fattuale è stata testimoniata da magistrati e altri esperti, oltre ad essere facilmente verificabile per chiunque voglia prendersi la briga. No, visto che <em>Gomorra </em>è privo di quelle note che in <em>Eroi di carta</em> svolgono la funzione delle parti scritte in piccolo di un contratto capestro, si può smentire il risvolto che presenta un libro – “scrupolosamente documentato”- (ancora una volta procedendo attraverso un paratesto)- e parlare di una “documentazione inesistente”.</p>
<p>Che poi Dal Lago trovi brutto lo stile di Gomorra va benissimo, anche se da un sociologo ci si sarebbe aspettati non principalmente una critica letteraria, ma soprattutto quell’analisi sociologica, culturale e mediatica che la bandella di <em>Eroi di Carta</em> annuncia. L’esigua parte dedicata a questo si concentra su testi e enunciati dai quali emergerebbero gli aspetti già dichiarati prima. Non un accenno a un po’ di ricerca sul campo, ma nemmeno un’analisi mediatica che tenga distinti piani, mezzi e strumenti comunicativi. Saviano – la persona, l’autore, il personaggio?- propone se stesso come eroe, definito come un cripto fascista, votato a una bipartisanship comoda e codarda. Che Saviano, dopo essere diventato sia un personaggio pubblico che un bersaglio sotto la protezione accordata dal ministero dell’interno, abbia denunciato con nomi e cognomi politici collusi persino presenti nel governo, – in primis Nicola Cosentino-, che il suo appello a Berlusconi per il ritiro del ddl sul Processo Breve contenga una frase come “Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei,”  questo è evidentemente trascurabile di fronte al fatto che abbia amato troppo un film come “300” o che una volta abbia menzionato Beowulf. L’articolo già nominato sui rifiuti tossici, contiene infatti il passo ”varrebbe la pena di ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: “il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla”. Queste le frasi citate da Dal Lago, alle quali seguono alcune omesse, con le quali il pezzo si chiude “Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.” Da qui in poi succede una cosa grottesca. La lente per guardare Saviano- qui e altrove- non è più il sistema politico-affaristico-mafioso denunciato, né la popolazione che subisce questa spoliazione, ma Beowulf e l’Orco. Nella settantina di pagine che seguono, il nome di Beowulf viene martellato per dieci volte contro quell’una sola in tutta l’opera di Saviano in cui l’eroe epico compare come il latore piuttosto occasionale di una citazione. E visto che forse Beowulf non basta per far passare la tesi che Saviano propone se stesso come moralmente superiore, ecco un altro pezzo dal quale emergerebbe esattamente questo, nonché in generale il suo qualunquismo in odor di destra. “Viene invitato a parlare a Roma3 dagli studenti dell’Onda, orientati a sinistra e comunque antigovernativi”. Seguono parole di Saviano sul voler essere deideologizzato nel parlare ai giovani delle questioni che riguardano la lotta alle mafie. Il passo sembra tratto da un articolo che riassume ciò che Saviano ha detto agli studenti. Invece si tratta di una nota d’agenzia Adnkronos riportata dal quotidiano Libero su un programma radiofonico in cui l’intervistato parla per mezz’ora dei suoi temi soliti, con un accenno all’incontro di Roma 3 che si sarebbe svolto l’indomani. Dal Lago dunque non fa un cenno a ciò che Saviano ha realmente detto agli studenti (anche in quel caso ci sono i filmati in rete). In più – ancora una volta- non confronta il testo riportato con il file audio della trasmissione. Saviano non afferma, come nella citazione riportata, “perché la battaglia sulla criminalità è una questione che, come dire, moralmente, viene prima di tutto”, ma il contrario. “Perché la battaglia sulla criminalità <strong>non</strong> è, come dire, una questione che moralmente viene prima di tutto”. Si può non condividere la decisione di Saviano di investire il ruolo pubblico in cui si è trovato della priorità (ma non esclusività) della battaglia antimafia. Ma attribuirgli che tale scelta sia dettata da un presupposto moralistico, è semplicemente falsificare non solo questo passo di intervista, bensì l’intera prospettiva in cui ha sempre posto la questione.</p>
<p>E non ha senso liquidarlo attraverso il “New Italian Epic” in cui, per rimpicciolirlo dopo averlo screditato, Dal Lago lo inquadra nell’ultima parte del suo libro. Il manifesto di Wu Ming è il tentativo di definire una tendenza a partire da materiali che preesistono e di cui Gomorra, a due anni dalla sua uscita, dovrebbe fungere da pilastro centrale. Non è – a differenza di altri testi citati – un noir dove un simil detective svolge la funzione dell’eroe. Tantomeno in Saviano esistono i mostri e gli orchi di Trecento o del Signore degli Anelli, incarnazioni di un Male sottratto all’economia, alla storia, alla politica, alla cultura. Rispetto al suo essere diventato personaggio mediatico, simbolo ed eroe, lo stesso scrittore ha ribadito più volte frasi come “io non voglio essere un eroe, perché gli eroi sono morti e io sono vivo. Io voglio vivere e voglio sbagliare.” Frasi di cui chiaramente non c’è traccia in “Eroi di Carta”. Quindi i meccanismi per cui, malgrado questo, incarna lo statuto dell’eroe, devono essere più complessi di quelli che Dal Lago fa risalire allo stesso Saviano. Che alla fine è pronto per essere paragonato a Berlusconi, diventandone la controfigura omologa, però “a sinistra”.</p>
<p>Questo è dove approda <em>Eroi di Carta.</em> Forse é da qui che dovremmo cominciare a porci delle domande. Domande che possono fare a meno di argomenti psicologici come l’invidia, la voglia di ritagliarsi una fetta di successo o di notorietà e altri analoghi. Resta il fatto che il presidente di una facoltà di sociologia della comunicazione, autore di saggi seri sull’immigrazione, è riuscito a pubblicare un pamphlet pseudoscientifico, senza controllo apparente da parte dell’editore che anzi ne ha difeso il rigore. O come bisogna chiamare un testo che si fonda sulla prassi di omettere e amplificare, ricorrere a falsi sillogismi, servirsi di fonti deboli e spurie come “prove”, confondere i piani, ridurre la questione Gomorra-Saviano ai più ristretti dibattiti per letterati? Scrivere su un fenomeno complesso un libro che semplifica e falsifica cos’è se non demagogia? Cos’è se non un altro esempio di un clima dove si ode solo chi avanza tesi riassumibili per slogan? Viene il sospetto che i meccanismi comunicativi della società dello spettacolo portati all’apice in Italia dal berlusconismo, siano un’”infezione” che attecchisce anche là dove ci si crede immuni. E’ questo ciò che ci serve? E’ questo a cui vogliamo <em>somigliare</em>?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/carta-canta/">Carta canta</a></p>
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		<title>I veleni dell&#8217;ecomafia che investe sulla crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 05:52:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Raccontano che la crisi rifiuti è risolta. Che l&#8217;emergenza non c&#8217;è più. Gli elenchi dei soldati di camorra e &#8216;ndrangheta arrestati dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la versione. Molto distante, però, da ciò che realmente accade.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/i-veleni-dellecomafia-che-investe-sulla-crisi/">I veleni dell&#8217;ecomafia che investe sulla crisi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><!-- fine FOTO1 --><!-- inizio TESTO -->Raccontano che la crisi rifiuti è risolta. Che l&#8217;emergenza non c&#8217;è più. Gli elenchi dei soldati di camorra e &#8216;ndrangheta arrestati dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la versione. Molto distante, però, da ciò che realmente accade. Ogni anno Legambiente attraverso il suo Osservatorio ambiente e legalità produce storie e numeri: &#8220;Ecomafia&#8221;.<br />
Quello dei rifiuti è uno dei business più redditizi che negli anni ha foraggiato le altre economie. Come il narcotraffico, il fare affari con i rifiuti, sotterrare scorie tossiche, devastare intere aree, ha permesso alle organizzazioni criminali e a semplici consorterie imprenditoriali di accumulare capitali poi necessari per specializzarli in altri settori. Catene di negozi, imprese di trasporti, proprietà di interi condomini, investimenti nel settore sanitario, campagne elettorali. Sono tutte economie sostenute con i rifiuti. Esempio lampante ne è l&#8217;economia campana e i suoi gangli politici che si sono strutturati intorno alla crisi rifiuti. Il mondo intero non si spiegava come fosse possibile che un territorio in Europa vivesse una piaga tanto purulenta. Come fosse possibile che le dolcissime mele annurche o le pregiate bufale campane, caratteristiche proprio di quelle zone, potessero trasformarsi improvvisamente in prodotti rischiosi per la salute. Possibile che convenga di più avvelenare che concimare e raccogliere?<br />
<span id="more-35656"></span>Evidentemente sì, basta saperne leggere i vantaggi. L&#8217;emergenza rifiuti in Campania è costata 780 milioni di euro l&#8217;anno. Questa è la cifra quantificata dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio di leggi finanziarie. Di fronte a cifre come questa è comprensibile che nessuno avesse convenienza a porre rimedio all&#8217;emergenza. Rapporti di consulenza politica, assunzioni, e persino specializzazione delle ditte nello smaltimento; oggi le imprese campane del settore rifiuti, grazie anche ai soldi dell&#8217;emergenza e alla pubblicità &#8211; sembra assurdo parlare di pubblicità, no? &#8211; che ne hanno ricavato, sono tra le più richieste in Europa. Ma risolvere un&#8217;emergenza significa anche non averne più i benefici e gli utili. E in verità, nonostante i proclami, oggi si è risolto poco. Si è tolta la spazzatura dalle strade ma, come afferma chi lavora nel settore, è solo fumo negli occhi, perché sta per tornarci. &#8220;Se non ci saranno altri impianti entro il 2011 la Campania, come molte regioni italiane, rischia una nuova crisi rifiuti&#8221;. Sono parole dell&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Asia (l&#8217;azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani.) Come un tempo, quindi, la spazzatura sta di nuovo per essere accumulata. Resta quindi il problema di scongiurare una crisi da mancanza di discariche. Una crisi che sarebbe estremamente grave anche perché purtroppo in Italia sono ancora le discariche la valvola di sicurezza del sistema rifiuti. Come risulta dal rapporto di Enea e Federambiente queste continuano a ingoiare il 51,9 per cento del totale della spazzatura del nostro Paese e il 36,5 per cento senza nessun trattamento. Nel Sud le bonifiche delle terre avvelenate da decenni di sversamenti di veleni sono rare e lente. I rifiuti tossici hanno spalmato cancro prima nei terreni, poi nei frutti della terra, nelle falde acquifere, nell&#8217;aria. Poi addosso alla gente, nelle loro ossa e nei tessuti molli. Ogni ciclo di vita è stato compromesso.<br />
La diossina, i metalli pesanti e le sostanze inquinanti vengono ingerite, respirate, assimilate come una qualunque altra sostanza. La pelle di ogni cittadino delle zone ammorbate trasuda sudore e scorie. Il cancro ha raggiunto percentuali molto più alte che negli altri Paesi europei. Gli ultimi dati pubblicati dall&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica &#8220;The Lancet Oncology&#8221;, già nel settembre 2004, parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Ma l&#8217;ecomafia non è un fenomeno che appartiene solo al Sud. Nel Sud assume caratteristiche totalizzanti e più evidenti: nelle strade si inscena il dramma dei cassonetti incendiati, il puzzo accompagna ogni movimento, e il silenzio copre ogni cava, ogni singolo luogo dove è possibile accumulare e nascondere. Ma è sempre più il nord Italia il centro del vero business. E la novità di quest&#8217;anno, al di là del noto primato di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, è che il Lazio si posiziona al secondo posto tra le regioni con il più alto numero di reati ambientali. Tra le inchieste più rilevanti del settore, nel 2009, ce ne sono alcune con nomi fantasiosi, talvolta anche vagamente familiari. &#8220;Golden Rubbish&#8221;, &#8220;Replay&#8221;, &#8220;Matassa&#8221;, &#8220;Ecoterra&#8221;, &#8220;Serenissima&#8221;, &#8220;Laguna de Cerdos&#8221;, &#8220;Parking Waste&#8221;. Alcune, già dal nome si riescono anche a localizzare geograficamente, e tutte quelle che ho citato sono inchieste che riguardano il nord Italia. È evidente che il Nord ce la sta mettendo davvero tutta per non essere secondo al Sud in questa gara all&#8217;autodistruzione.<br />
La &#8220;Golden Rubbish&#8221; è un&#8217;inchiesta che vede coinvolta la provincia di Grosseto, ma ancora conserva legami con Napoli e la Campania perché ha preso le mosse da un&#8217;inchiesta che riguardava la movimentazione dei rifiuti prodotti dalla bonifica del sito industriale contaminato di Bagnoli. Si tratta di un traffico spaventoso: un milione di tonnellate di rifiuti e un sistema che ha coinvolto decine e decine di aziende di caratura nazionale. L&#8217;inchiesta &#8220;Replay&#8221; è tutta lombarda e l&#8217;organizzazione criminale sgominata operava tra Milano e Varese. Un affiliato al clan calabrese che fa capo a Giuseppe Onorato è finito in manette insieme a un manipolo di colletti bianchi, tra cui funzionari di banche. Lombarda è anche l&#8217;inchiesta denominata &#8220;Matassa&#8221;.<br />
È trentina, e precisamente della Valsugana, l&#8217;inchiesta &#8220;Ecoterra&#8221; che ha bloccato un traffico illecito di scorie di acciaierie che venivano riutilizzate, senza alcun trattamento, per coprire discariche o per bonifiche agrarie. Come dimenticare Porto Marghera, dove l&#8217;operazione &#8220;Serenissima&#8221; ha scoperto il traffico illecito di rifiuti diretti in Cina. Ma anche nelle Marche l&#8217;&#8221;Operazione Appennino&#8221; ha intercettato un flusso criminale di scarti derivanti dalle lavorazioni delle industrie agroalimentari e casearie.<br />
È umbra, invece, nonostante il nome spagnoleggiante l&#8217;operazione &#8220;Laguna de Cerdos&#8221; un traffico illecito di rifiuti liquidi di origine suinicola per cui la regione e i singoli comuni si sono a lungo palleggiati le responsabilità. Friulana, invece è l&#8217;inchiesta &#8220;Parking Waste&#8221; che ha smascherato lo smaltimento illecito di medicinali scaduti. In tutte queste inchieste, l&#8217;aspetto che più colpisce è il legame strettissimo che si è creato tra gestori delle ditte di smaltimento, politici locali e istituti di credito presenti sul territorio.<br />
Tra le altre cose, vale la pena ricordare che a marzo l&#8217;Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia dell&#8217;Unione Europea per come ha gestito l&#8217;emergenza rifiuti in Campania. È stata condannata per &#8220;non aver adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l&#8217;ambiente&#8221;. E nella sentenza si legge che l&#8217;Italia ha ammesso che &#8220;gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le sue esigenze reali&#8221;.<br />
Come non rimanere colpiti da questo dato: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza, con una base di tre ettari, quasi il doppio dell&#8217;Everest, alto 8850 metri.<br />
Se un cittadino straniero conservava l&#8217;illusione delle colline toscane e del buon vino, delle belle donne e della pizza gustata osservando il Vesuvio da lontano mentre il mare luccica cristallino, qualcosa inesorabilmente cambia. Tutto assume una dimensione meno idilliaca e più sconcertante. La domanda più semplice che viene da porsi è come può un Paese che dovrebbe tutto al suo territorio, alla salvaguardia delle sue coste, al suo cielo, ai prodotti tipici, unici nelle loro caratteristiche, permettere uno scempio simile? La risposta è nel business: più di venti miliari di euro è il profitto annuo dell&#8217;Ecomafia, circa un quarto dell&#8217;intero fatturato delle mafie. Le mafie attraverso gli affari nel settore ambientale ricavano un profitto superiore al profitto annuo della Fiat, che è di circa 200 milioni di euro, e più del profitto annuo di Benetton, che è di circa 120 milioni di euro. Quindi in realtà usare il territorio italiano come un&#8217;eterna miniera nella quale nascondere rifiuti è più redditizio che coltivare quelle stesse terre. Tumulare in ogni spazio vuoto disponibile rifiuti di ogni genere costa meno tempo, meno sforzi, meno soldi. E dà profitti decisamente più alti. Bisogna guadagnare il più possibile e subito. Ogni progetto a lungo termine, ogni ipotesi che tenga conto di una declinazione del tempo al futuro viene vista come perdente. Un euro non guadagnato oggi è un euro perso domani. Questo è l&#8217;imperativo del nostro Paese che vede coincidere mentalità dell&#8217;imprenditoria legale e criminale. Per difendere il Paese, per continuare a respirare, è necessario comprendere che in molte parti del territorio il cancro non è una sventura ma è causato da una precisa scelta decretata dall&#8217;imprenditoria criminale e che molti, troppi, hanno interesse a perpetrare.<br />
O quello delle ecomafie diventa il tema principale della gestione politica del Paese, o questo veleno ci toglierà tutto ciò che aveva permesso di riconoscere il nostro territorio. La speranza è che questo allarme venga ascoltato, e che non si aspetti di sentire la puzza che affiori dalla terra, che tutto perda di luce e bellezza, che il cancro continui a dilagare prima di decidersi a fare qualcosa. Perché a quel punto sarebbe davvero troppo tardi. E coloro che sono stati chiamati i grandi diffamatori del Paese sarebbero rimpianti come Cassandre colpevolmente inascoltate.</p>
<p><em>Prefazione al volume  &#8220;Ecomafia&#8221; di Legambiente, pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221;, 7 giugno 2010.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/i-veleni-dellecomafia-che-investe-sulla-crisi/">I veleni dell&#8217;ecomafia che investe sulla crisi</a></p>
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		<title>Non avrei mai scritto Gomorra</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 06:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p></p>
<p>Mi ha generato un senso di smarrimento e paura la dichiarazione di voler tutelare la privacy dei boss mafiosi. Molti boss è proprio quando parlano con i familiari che danno ordini di morte. Ed è proprio quando i familiari a loro volta parlano con amici e conoscenti che rendono palesi le volontà di chi è latitante e impartisce ordini.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/non-avrei-mai-scritto-gomorra/">Non avrei mai scritto Gomorra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><img title="images" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/images.jpg" alt="" width="128" height="73" /></p>
<p>Mi ha generato un senso di smarrimento e paura la dichiarazione di voler tutelare la privacy dei boss mafiosi. Molti boss è proprio quando parlano con i familiari che danno ordini di morte. Ed è proprio quando i familiari a loro volta parlano con amici e conoscenti che rendono palesi le volontà di chi è latitante e impartisce ordini. È proprio nei momenti di maggiore intimità che viene fuori la mappatura criminale di un territorio. Addirittura osservando le conversazioni dei figli dei boss sui social network si possono evincere informazioni che probabilmente seguendo altri canali potrebbero sfuggire. Famiglie potentissime che festeggiano compleanni nel chiuso di quattro mura con pochi intimi: significa che non è il momento adatto per esporsi, significa che ci sono problemi sul territorio.<span id="more-34834"></span></p>
<p>Quando si ha a che fare con le organizzazioni criminali tutto può essere utile per comprenderne i meccanismi. Per questo limitare l&#8217;utilizzo delle intercettazioni, renderne più ardua la disposizione e impedire che certe informazioni vengano pubblicate è un grave danno per il contrasto alla criminalità organizzata. Tutelando chi è vicino alle organizzazioni si tutelano indirettamente anche le organizzazioni stesse.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi i filoni di indagine maggiori hanno preso le mosse da indagini secondarie che nulla sembravano, a primo acchito, avere a che fare con i reati commessi dalle associazioni mafiose. Quello che c&#8217;è da sperare, ora, è che chi fa queste dichiarazioni semplicemente non sappia di cosa sta parlando e non sia in malafede. Non so cosa sia meglio per il Paese, se avere a che fare con incompetenti, i dilettanti dell&#8217;antimafia, o con persone che invece agiscono consapevolmente in malafede. Non saprei decidere.</p>
<p>Il rischio che la legge sulle intercettazioni pregiudichi in maniera profonda la libertà di informazione e prima ancora la possibilità di fare indagini adeguate è troppo alto per poter lasciare il dibattito a chi, da una parte e dall&#8217;altra, ha solo interesse che la vicenda venga strumentalizzata. Contro il Ddl intercettazioni proposto dal ministro Alfano e in discussione al Senato insorgono magistrati, giornalisti, editori e l&#8217;opinione pubblica è divisa, quando non è confusa. Il governo parla di vietare la diffusione delle intercettazioni e del loro contenuto fino all&#8217;udienza preliminare, ovvero fino a quando il magistrato competente non abbia formalizzato l&#8217;accusa. E nel frattempo cosa possono scrivere i giornalisti? E cosa può sapere l&#8217;opinione pubblica? Che si stanno svolgendo indagini? A carico di chi e per che cosa?</p>
<p>La materia è assai vasta per poterne dare una valutazione complessiva, ma se prendiamo il caso del sottosegretario Nicola Cosentino, nessuno avrebbe potuto scriverne perché l&#8217;accusa è stata formalizzata solo dopo molto tempo dall&#8217;avvio delle indagini. Indagini che peraltro riguardavano illeciti commessi molti anni prima e i cui effetti erano sotto gli occhi di tutti. Poteva esser scritto che era partita una inchiesta dell&#8217;Antimafia di Napoli senza però poter indicare le ragioni, a quel punto sarebbe equivalso a non scrivere niente. A oggi non è stata ancora formalizzata una richiesta di rinvio a giudizio, il che significa che se vigesse già la legge in discussione nessuno potrebbe spiegare sui giornali, in modo chiaro, perché Cosentino dovrebbe essere arrestato. Lo stesso vale per la vicenda Bertolaso; nessuno potrebbe spiegare con elementi concreti chi sono Anemone e Balducci.</p>
<p>L&#8217;esigenza legittima di dare una misura, di porre un argine alla pubblicazione delle intercettazioni ossia di difendere la regolarità dello svolgimento delle indagini non deve in alcun modo, però, impedire la libertà di raccontare, di informare la gente su quel che sta accadendo. Perché se da un lato è necessario tutelare chi è oggetto di indagini da atteggiamenti giustizialisti o da garantismi pretestuosi, quello che non deve in alcun modo essere limitato è la possibilità di utilizzare tutte le risorse a disposizione degli inquirenti per fare chiarezza.</p>
<p>Ma in realtà questa legge è figlia diretta della logica mediatica. È una verità evidente sino a ora trascurata. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che sa bene come funziona l&#8217;informazione e ancor più l&#8217;informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c&#8217;è il rinvio a giudizio, se da un lato è garanzia per gli indagati, dall&#8217;altro genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non possono essere rese di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo della legge: impedire alla stampa, nell&#8217;immediato, di usare quei dati che poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili.</p>
<p>Quello che mi sento di dire è che governo, magistratura e stampa, in questa vicenda, dovrebbero trovare un terreno comune di discussione, perché di questo si tratta, di riappropriarsi di un codice deontologico che renda inutile il varo di leggi che limitino la libertà di stampa, di espressione e di ricerca delle informazioni. Non è limitando la libertà di stampa e minacciando l&#8217;arresto dei giornalisti che si arriva a creare una regola condivisa. E in questa discussione mi sento profondamente coinvolto perché sotto la legge che si vorrebbe far passare, il mio lavoro e quello di molti miei colleghi sarebbe stato notevolmente più arduo se non, in certe sue fasi, impossibile. Se ci fosse stata questa legge non avrei potuto scrivere intere parti di Gomorra, il cui dialogato talvolta è formato da intercettazioni che ho utilizzato molto prima del rinvio a giudizio e che avevano un valore di inchiesta ancor prima che un valore giudiziario.</p>
<p>Mostravano come in certe aree d&#8217;Italia, in quel caso a Secondigliano, un omicidio venisse definito &#8220;pezzo&#8221; i politici fossero chiamati &#8220;cavallucci&#8221; su cui puntare. Ma ancor più importante, perché come ho detto prima non si tratta solo di descrivere un contesto, quello avrei potuto farlo con parole mie, quelle intercettazioni descrivevano come un sindaco avesse partecipato direttamente a un agguato, mostrando, in questo modo, lo stato di salute di un intero Paese.<br />
Nel Ddl intercettazioni è anche inserito un emendamento, la &#8220;norma D&#8217;Addario&#8221; che regolamenta l&#8217;uso delle registrazioni. Seguendo quanto prescritto non avrei potuto registrare molte delle testimonianze che ho raccolto senza l&#8217;esplicito consenso del mio interlocutore e che ho riportato in Gomorra; testimonianze che di certo non sarebbero rientrate in quelle eccezionalmente fatte per la sicurezza dello Stato.</p>
<p>Molte vicende non sarebbero mai venute alla luce e benché spesso io abbia omesso i nomi reali e mi sia limitato a raccontare i meccanismi, credo che neppure quello sarei stato in grado di fare, rischiando pene severissime. Quando, non molto tempo fa, ho incontrato un pentito e ho registrato quello che mi ha raccontato, l&#8217;ho fatto senza sua autorizzazione e senza sapere quale sarebbe stato l&#8217;esito di quell&#8217;incontro. Di fatto, se non c&#8217;è reato in quello che viene registrato, si rischia molto e questo può pregiudicare anche la lotta alle estorsioni poiché chi ne è vittima e decide di presentarsi microfonato a un colloquio, se l&#8217;estorsione non avviene ed è scoperto a registrare, rischia fino a quattro anni di carcere. Tutto questo per dire che togliere la libertà a chi racconta, togliere gli strumenti per capire cosa sta accadendo non è un modo per difendere il diritto delle persone, non è un modo per salvaguardare la privacy.</p>
<p>L&#8217;uso delle intercettazioni deve essere regolamentato. Le regole devono essere condivise e affrontate insieme, non imposte. Questa legge rischia di essere, se non verrà profondamente modificata, solo l&#8217;affermazione che il potere non <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/images.jpg"></a>può essere raccontato, descritto, ascoltato. In una parola che tutto gli è concesso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/non-avrei-mai-scritto-gomorra/">Non avrei mai scritto Gomorra</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 08:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Proponiamo alla riflessione e alla discussione dei lettori di NI il seguente testo di Wu Ming tratto da <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=157">Wumingfoundation/Giap</a></em></p>
<p>Ricapitoliamo: Berlusconi attacca <em>Gomorra</em>. Lo aveva già fatto, ma stavolta é più esplicito.<br />
Saviano giustamente fa notare che Berlusconié proprietario della casa editrice che pubblica il libro, e chiama in causa quest&#8217;ultima: &#8220;Si esprimano i dirigenti, i direttori, i capi-collana&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/roberto-saviano-contraddizioni-o-liberta/">Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em>Proponiamo alla riflessione e alla discussione dei lettori di NI il seguente testo di Wu Ming tratto da <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=157">Wumingfoundation/Giap</a></em></span></p>
<p>Ricapitoliamo: Berlusconi attacca <em>Gomorra</em>. Lo aveva già fatto, ma stavolta é più esplicito.<br />
Saviano giustamente fa notare che Berlusconié proprietario della casa editrice che pubblica il libro, e chiama in causa quest&#8217;ultima: &#8220;Si esprimano i dirigenti, i direttori, i capi-collana&#8221;.<br />
<a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_marina_berlusconi-3427001/">Si esprime invece Marina Berlusconi</a>, più in veste di figlia che di editrice.<br />
Saviano <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_risposta_marina-3427068/">commenta la lettera di Marina</a> senza abbozzare, senza toni concilianti, anzi, chiamando in causa la Mondadori con maggiore perentorietà. Il messaggio é: &#8220;Voglio sentire chi in casa editrice ci sta per davvero, voglio sentire chi la Mondadori la manda avanti&#8221;.</p>
<p>La contraddizione si acuisce. Da autore Mondadori e autore di Gomorra, Saviano occupa una postazione strategica, e più di altri può chiamare al pettine certi nodi, nodi che riguardano anche noi.<br />
Far venire i nodi al pettine é tanto un dovere civico e politico, quanto un compito specifico dello scrittore.</p>
<p>Pubblicando con Mondadori, Saviano ha generato conflitto. Conflitto non effimero, ma che opera in profondità. Comunque vada, é più di quanto abbia fatto l&#8217;opposizione.<br />
Se Saviano fosse rimasto in una nicchia di ugual-pensanti, nel ghetto dei presunti &#8220;buoni&#8221;, non avrebbe acuito nessuna contraddizione, né generato alcun conflitto.</p>
<p>Stare simultaneamente &#8220;dentro&#8221; e &#8220;contro&#8221;, diceva l&#8217;operaismo degli anni Sessanta. &#8220;Dentro e contro&#8221; era la posizione, era dove piazzare il detonatore.</p>
<p style="text-align: left;">
<p><span id="more-33170"></span>Sia chiaro: l&#8217;alternativa non é mai stata &#8220;fuori e contro&#8221;. L&#8217;alternativa é sempre stata &#8220;dentro senza rompere i coglioni&#8221;, oppure &#8220;dentro senza assumersene la responsabilità&#8221;. Dentro fingendo di star fuori, insomma. Come tanti, come troppi.<br />
Un &#8220;fuori dal sistema&#8221; non esiste. Il sistema é il capitalismo, ed é ovunque, nel micro e nel macro, nei rapporti sociali e nelle coscienze, nelle giungle e in cima all&#8217;Everest. Noi abbiamo sempre detto &#8211; e ancora diciamo &#8211; che tutti quelli che combattono &#8220;il sistema&#8221; lo fanno dall&#8217;interno, dato che l&#8217;esterno non c&#8217;è. Il potere non é fuori da noi, é un reticolo di relazioni che ci avvolge, un processo a cui prendiamo parte, ma ovunque vi sia un rapporto di potere, là é anche possibile una resistenza.</p>
<p>Sei anni fa WM1 spiegò, per l&#8217;ennesima volta, la nostra posizione sul &#8220;pubblicare con Einaudi&#8221;. Lo fece <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2004/09/000955.html">per filo e per segno su Carmilla</a>. Lo fece perché é sempre stato nostro costume &#8211; e ancora lo é &#8211; rendere conto pubblicamente delle nostre scelte, soprattutto se ci viene richiesto dai lettori.<br />
Tra le altre cose WM1 scriveva:</p>
<blockquote><p>Negli ultimi anni, le polemiche &#8220;boicottomaniache&#8221; hanno rischiato di fare il gioco degli yes men, dei leccaculo: chi chiede agli autori di sinistra di &#8220;andarsene da Mondadori&#8221; non capisce che così facendo il loro posto nella casa editrice e nell&#8217;immaginario collettivo (una posizione a dir poco strategica) sarebbe preso da autori e manager di destra (i quali non vedono l&#8217;ora), con piena libertà di spargere la loro merda incontrastati.</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Queste frasi risalgono a due anni prima dell&#8217;uscita di <em>Gomorra</em>. Sono cose che, in seguito, lo stesso Saviano ha dichiarato in più occasioni, e diversi altri autori hanno ribadito, anche di recente.<br />
Da anni difendiamo questa postazione avanzata e scomodissima, esposti sia agli attacchi della destra sia a continue raffiche di &#8220;fuoco amico&#8221;.</p>
<p>La nostra posizione sul pubblicare con Einaudi é  identica dal principio, é la stessa dichiarata in quel vecchio testo e ancora prima. Non siamo noi il corpo estraneo alla tradizione e al catalogo Einaudi, come non siamo noi ad avere corrotto Tizio o Caio, ergo non siamo noi che dobbiamo levare le tende.</p>
<p>Mettiamola così: se qualcuno vuole trafugarmi o usurpare qualcosa, io non rinuncio fin da subito, non gli lascio tutto in mano e tanti saluti. Io cerco di lottare, di resistere. Se poi il rapporto di forza é schiacciante, prenderò un fracco di botte, ma almeno avrò tentato. <span style="text-decoration: underline;">E&#8217; meglio prenderle dimenandosi che prenderle stando fermi.</span></p>
<p>In quelle note del 2004, WM1 descriveva un berlusconismo in forte crisi. I sintomi c&#8217;erano tutti, ma quell&#8217;analisi &#8211; sei anni dopo possiamo dirlo &#8211; li sopravvalutava. Eppure&#8230;<br />
Eppure sei anni fa la partita non era persa. Il berlusconismo arrancava, non sfondava, il logoramento era evidente. Non tutti i pozzi erano avvelenati. L&#8217;elenco di passi falsi, sconfitte e defaillances non ce l&#8217;eravamo sognato noi, erano tutte cose appena accadute. L&#8217;anno prima tre milioni di persone avevano marciato a Roma contro la guerra in Iraq. Due anni dopo, la &#8220;devolution&#8221; (la più grande scommessa del berlusco-leghismo, un&#8217;impresa storica di de-costituzionalizzazione del Paese) sarebbe stata bloccata dal voto referendario. Non sono falsi ricordi. C&#8217;era ancora un blocco sociale, una &#8220;forza storica&#8221; che si opponeva e impediva al berlusconismo di sfondare.<br />
Quella forza storica, però, da sola non bastava. Ed é stata boicottata, sabotata, massacrata prima dalla &#8220;opposizione&#8221; che dal governo. E inoltre ha commesso degli errori, continuando ad affidarsi a certi rappresentanti.</p>
<p>Quel che é successo dopo lo sappiamo. Oggi tutto é più difficile, ma per noi la sfida, la sfida politica, é ancora &#8220;resistere un minuto più del padrone&#8221;. L&#8217;Einaudi é un campo di battaglia importante, e finché avremo munizioni e fiato continueremo a combatterci sopra. Ce ne andremo solo se e quando, presto o tardi, le condizioni si faranno intollerabili.</p>
<p>E&#8217; la strategia sbagliata? Tutto può essere. Ma é quella che abbiamo scelto e di cui rendiamo conto da sempre. Noi possiamo fare errori, scazzare previsioni, fare passi falsi, ma agiamo sempre con coscienza, prendendoci le nostre responsabilità, sottoponendoci al pubblico scrutinio, facendo autocritica.</p>
<p>Dopodiché, le scelte di ciascuno verranno giudicate sul lungo periodo, commisurate ai risultati ottenuti sul campo, alla traccia lasciata, al contributo dato alla sopravvivenza di un barlume di senso nella propria e altrui vita.</p>
<p>****</p>
<p style="text-align: left;">Qualche parola su Saviano.<br />
Al di là di alcune mosse e prese di posizione stridenti e da noi non condivise, abbiamo sempre difeso e continueremo a difendere Saviano dagli attacchi stupidi o interessati. Savianoé un collega, un amico, un compagno di strada. Per questo gli abbiamo sempre detto le cose fuori dai denti, e abbiamo segnalato quali rischi gli facesse correre la sua trasformazione in comodo simbolo, vessillo rassicurante e buono per tutti i frangenti, abito d&#8217;indignazione pr&#8217;t-à-porter. <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/Wu_ming_Tiziano_scarpa_Face_off.pdf">Tra le altre cose, nel 2009 scrivemmo:</a></p>
<blockquote><p>&#8230;&#8221;Saviano é tutti noi&#8221;. Vada avanti lui ché ci rappresenta così bene. Soffra lui per conto nostro,é il destino che sié scelto. Bel ragazzo, tra l&#8217;altro. Savianoé l&#8217;uomo più strumentalizzato d&#8217;Italia [...] La voce di Saviano é rimasta invischiata tra scelte fatte più in alto, politiche d&#8217;immagine e &#8220;stato delle cose&#8221; realpolitiko: Saviano con Shimon Peres con Donnie Brasco con Salman Rushdie con Veltroni, Saviano alla scuola di formazione del PD nel Mezzogiorno e così via.<br />
Dev&#8217;essere ben chiaro che Saviano non può comportarsi in altra maniera: ha davvero bisogno di questa ossessionante presenza pubblica, di questo over-statement di solidarietà anche pelosa, perché gli garantisce incolumità. Il paradossoé che, dietro il cordone sanitario, lo scrittore svanisce e resta solo il testimonial [...] Saviano dovrà lottare con le unghie e con i denti per ri-conquistarsi come scrittore.</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">Da qualche settimana, sui giornali e in rete, circola <a href="http://current.com/current-it-blog/92342102_saviano-racconta-saviano.htm">una pubblicità</a>, un&#8217;immagine che abbiamo fin da subito trovato molto vera e perciò raggelante, perfetta rappresentazione del dispositivo che ri-produce Saviano come soggetto non libero.</p>
<p>Dal 2006, per continuare a vivere, Saviano ha dovuto agire perché non calasse l&#8217;attenzione: gli é toccato  essere sempre visibile, essere una presenza costante nella sfera pubblica. In ogni momento, il forte rischio era che questo sovra-apparire lo inflazionasse, gli facesse perdere potenza.</p>
<p>Di fronte a un calo di potenza, la tentazione é di rispondere &#8220;aumentando la dose&#8221;, per ottenere un effetto in un&#8217;opinione pubblica sempre più assuefatta e &#8220;tollerante&#8221;. Solo che, aumentando la dose, il problema si ripropone a un livello più alto e quindi più impegnativo, meno gestibile.<br />
Questo é il dilemma, e Saviano ne é sempre stato conscio: non é un caso che abbia spesso tentato di scartare, che sia sempre tornato a insistere sulla &#8220;scrittura&#8221;, sullo scrittore. Era il suo modo di fare resistenza, di non far chiudere il dispositivo, di non farsi legare definitivamente.</p>
<p>Bene, può darsi che Saviano abbia trovato lo spiraglio. Può darsi che l&#8217;acuirsi della contraddizione-Mondadori gli stia fornendo un inedito spazio di espressione non pre-ordinata. Forse il dispositivoé entrato in una crisi almeno passeggera, perché sotto i nostri occhi Saviano &#8220;Ë diventato quel che é&#8221;. Mai come ora, mai in modo tanto eclatante, Saviano é stato quello che vediamo nella risposta a Marina Berlusconi: un uomo libero. Anche nella reclusione che sconta, un uomo libero. Comunque vada a finire con Mondadori, comunque vada a finire in generale, in questo momento Saviano é  libero.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/roberto-saviano-contraddizioni-o-liberta/">Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</a></p>
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		<title>Il silenzio complice</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 11:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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<p>«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/">Il silenzio complice</a></p>
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<p>«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».</p>
<p>Molti della nostra generazione (al sud, almeno)  sono cresciuti con questi insegnamenti, se ne sono nutriti, ne hanno fatto parte integrante della propria identità, li hanno sentiti deflagrare in rabbia e frustrazione dopo le bombe delle stragi del &#8217;92.<span id="more-33014"></span></p>
<p>Alcuni, sulle mafie, hanno scritto in modo diretto, pagando sulla propria pelle una tale scelta (da Lirio Abbate a Roberto Saviano), altri hanno contrapposto alla mistificazione, all&#8217;arroganza e alla sopraffazione sguardi più umani e perplessi sull&#8217;esistenza, o lucidi e disincantati (anche questi sono modi di servire la verità), altri ancora hanno combattuto la loro battaglia contro le mafie con gesti e comportamenti ispirati alla legalità, al rispetto dei diritti civili e umani, alla libertà di pensiero ed espressione, altri ancora si sono spesi per contrastare sul campo il fenomeno mafioso, le sue infiltrazioni e ramificazioni nel tessuto sociale, economico, politico e culturale di questo paese.</p>
<p>La lotta contro le mafie è lotta di libertà, non solo di legalità. È diritto all&#8217;autodeterminazione lì dove la mafia controlla uomini e cose, territori e ricchezze, coscienze e destini non solo individuali ma collettivi. È battaglia di dignità. Si fa in mille modi — sul piano investigativo-giudiziario, sul piano sociale, sul piano economico-finanziario, sul piano culturale&#8230; — e tutti i modi, anche i più quotidiani, concorrono a indebolirla. Questo ha significato la nascita di Addiopizzo in Sicilia, ad esempio: la questione del pizzo è questione che riguarda tutti anche i consumatori, — dicono i ragazzi di Addiopizzo — le responsabilità sono condivise, e per questo sottomersi a pagare il pizzo è questione che riguarda  non «individui», ma un intero popolo «senza dignità».</p>
<p>Solo una cultura anti-mafiosia (con tutto quel che implica l&#8217;essere contro la sub-cultura mafiosa) condivisa e intessuta alle maglie stesse della società, solo una grande mobilitazione sociale e culturale può liberare dalle mafie questo paese. Lo hanno detto e ripetuto tutti coloro che hanno lottato sul fronte investigativo-giudiziario la mafia, lo ha detto, ad esempio, Dalla Chiesa quando convocò molti presidi di Palermo (c&#8217;era anche mio padre tra quei presidi) e chiese loro un sostegno dai loro avamposti educativi: le scuole. Temeva l&#8217;isolamento, Dalla Chiesa, e sapeva quanto potesse fare la scuola sul piano culturale, appunto.</p>
<p>Oggi lo sanno pure i bambini, quei bambini che in molte scuole del sud soprattutto, studiano «legalità» e «cittadinanza».</p>
<p>Lo sa mia figlia, che ha nove anni, e come lei tutti i suoi compagni. A scuola, una scuola del sud appunto in una zona di frontiera, gliel&#8217;hanno insegnato.</p>
<p>E con scandalo, mia figlia che ha nove anni, mi ha raccontato come nel documentario sulla cattura dei Lo Piccolo un signore anziano, al giornalista che gli chiedeva cosa ne pensasse della cattura dei più potenti boss di Palermo, abbia risposto: «A me, sinceramente, non mi interessa niente, ma se dobbiamo parlare di qualche cosa, parliamo di questi alberi qua&#8230; lo vede come sono combinati? È una vegona!». Ecco mia figlia lo sa che «parlare degli alberi del giardino» per non parlare di mafia è una forma di connivenza. La più subdola, quella che più compromette il lavoro di chi la mafia la combatte sul piano investigativo e giudiziario (a costi altissimi). E lo sa anche la mafia, che infatti ha punito anche con la morte chi ha osato portare avanti un&#8217;educazione all&#8217;antimafia in zone di forte controllo mafioso, come è accaduto al mio professore di religione Pino Puglisi. Il meno «eroico» dei miei professori. Il più umano.</p>
<p>Che dunque il Presidente del Consiglio  voglia farci tornare al silenzio isolando Roberto Saviano non è solo uno «sfregio» alla parte migliore di questo paese, ma un vero e proprio oltraggio anche ai nostri figli e al loro futuro.</p>
<p>Forse è il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio nonché proprietario di case editrici come Einaudi e Mondadori, che Roberto Saviano – come tutti coloro che sono cresciuti sapendo che «il silenzio», «L&#8217;isolamento di chi combatte e denuncia la mafia», «la tolleranza verso la sub-cultura mafiosa» sono tutte forme di «complicità» – è erede di una grande e nobile tradizione di scrittori che hanno contribuito alla crescita civile di questo paese.</p>
<p>È il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio, che il primo scrittore che ha posto la questione della mafia come questione nazionale, facendo conoscere alla più vasta opinione pubblica il fenomeno mafioso e le sue connivenze politico-economiche, spezzando così per la prima volta il velo di omertà che ha sempre garantito la mafia, si chiamava Michele Pantaleone. E che libri capitali come <em>Mafia e Politica</em> o <em>Mafia e droga</em>, Michele Pantaleone li ha pubblicati proprio in Einaudi negli anni Sessanta, negli anni del sacco di Palermo, negli anni di Lima e Ciancimino, negli anni in cui la politica nazionale o si girava dall&#8217;altra parte o trafficava (tramava) con la mafia, compromettendo lo sviluppo civile, economico, politico non solo del sud ma dell&#8217;Italia tutta. E Michele Pantaleone, tra le altre cose, scriveva che i «travestimenti» che assume un fenomeno inquinante del nostro sistema come la mafia si dovrebbero anzitutto combattere con la «trasparenza» delle attività politiche ed economiche. Con la <em>trasparenza</em> e la <em>conoscenza</em>, visto che Michele Pantaleone dedicò tutta la vita a indagare e far conoscere il più possibile quanto pesasse la mafia nel nostro paese, quanto fosse radicata e ramificata. Una battaglia di civiltà combattuta accanto a intellettuali come Danilo Dolci e Carlo Levi.</p>
<p>Ebbene, sono intellettuali e scrittori così i padri spirituali cui molti di noi scrittori italiani (in Mondadori, in Einaudi come in qualsiasi altra casa editrice) si ispirano e che, oggi, in Roberto Saviano trovano una coraggiosa continuità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/">Il silenzio complice</a></p>
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		<title>Maîtresmorphoses</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 15:15:28 +0000</pubDate>
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<strong><a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/lettera_saviano-3407443/">Lettera aperta</a></strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/18/maitresmorphoses/#footnote_0_33007" id="identifier_0_33007" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="a cui segue  replica di Marina Berlusconi e controreplica">1</a><br />
di<br />
<strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di &#8220;supporto promozionale alle cosche&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/18/maitresmorphoses/">Maîtresmorphoses</a></p>
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<strong><a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/lettera_saviano-3407443/">Lettera aperta</a></strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/18/maitresmorphoses/#footnote_0_33007" id="identifier_0_33007" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="a cui segue  replica di Marina Berlusconi e controreplica">1</a></sup><br />
di<br />
<strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di &#8220;supporto promozionale alle cosche&#8221;. Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d&#8217;Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt&#8217;ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.<br />
è meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un&#8217;espressione ancor prima di divenire il nome di un&#8217;organizzazione.<br />
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?<br />
<span id="more-33007"></span></p>
<p>Il ruolo della &#8216;ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d&#8217;affari &#8211; cento miliardi di euro all&#8217;anno di profitto &#8211; un volume d&#8217;affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché? Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che &#8220;era tutta colpa de Il Padrino&#8221; se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.</p>
<p>Per i clan che in questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un affronto perché rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano restassero di pochi. Perché quando la parola rende cittadinanza universale a quelli che prima erano considerati argomenti particolari, lontani, per pochi, è in quell&#8217;istante che sta chiamando un intervento di tutti, un impegno di molti, una decisione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cronisti di nera. Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. &#8220;La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere &#8230; non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l&#8217;appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze&#8221;.</p>
<p>Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E&#8217; mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull&#8217;organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.<br />
Eppure la sua non è un&#8217;accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un&#8217;insana voglia di apparire. Quando c&#8217;è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l&#8217;allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l&#8217;unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l&#8217;impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l&#8217;Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. Avrebbe potuto ricordare di come noi italiani offriamo il know-how dell&#8217;antimafia a mezzo mondo. Le organizzazioni criminali in questa fase di crisi generalizzata si stanno infiltrando nei sistemi finanziari ed economici dell&#8217;occidente e oggi gli esperti italiani vengono chiamati a dare informazioni per aiutare i governi a combattere le organizzazioni criminali di ogni genealogia. E&#8217; drammatico &#8211; e ne siamo consapevoli in molti &#8211; essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori.</p>
<p>Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell&#8217;accusa, possiamo cambiare le cose.</p>
<p>Accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al paese non è un modo per migliorare l&#8217;immagine italiana quanto piuttosto per isolare chi lo fa. Raccontare è il modo per innescare il cambiamento. Questa è l&#8217;unica strada per dimostrare che siamo il paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan. Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Credo semplicemente che ci sia un movimento culturale e morale al quale aspirare. Io continuerò a parlare a tutti, qualunque sarà il credo politico, anche e soprattutto ai suoi elettori, Presidente: molti di loro, credo, saranno rimasti sbigottiti ed indignati dalle sue parole. Chiedo ai suoi elettori, chiedo agli elettori del Pdl di aiutarla a smentire le sue parole. E&#8217; l&#8217;unico modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porgere le sue scuse non a me &#8211; che ormai ci sono abituato &#8211; ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall&#8217;accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, &#8220;comprati&#8221;. E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E&#8217; da loro che voglio risposte.</p>
<p>Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.</p>
<p><strong>#</strong></p>
<p><em>Dopo la lettera aperta dello scrittore, seguìta agli attacchi del presidente del Consiglio, Marina Berlusconi scrive al nostro giornale. Perché è presidente del Gruppo Mondadori. E perché &#8220;il diritto di esprimere il proprio pensiero, di approvare o dissentire, non può valere per alcuni e non per altri&#8221;</em> ( da <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_marina_berlusconi-3427001/">Repubblica)</a><br />
di <strong>Marina Berlusconi</strong></p>
<p>GENTILE direttore, la lettera di Roberto Saviano sulla Repubblica di ieri, in replica ad alcuni giudizi di mio padre sul &#8220;supporto promozionale&#8221; che serie tv come &#8220;La piovra&#8221; e libri come &#8220;Gomorra&#8221; fornirebbero alle mafie, mi impone una risposta. Innanzitutto perché mi ha profondamente colpito la reazione di Saviano di fronte a quella che era né più né meno che una critica. Una critica che può anche non essere condivisa, ma che, come tutte le opinioni, è più che legittima. E quando dico &#8220;tutte le opinioni&#8221; intendo davvero tutte, comprese quelle, piaccia o non piaccia, del presidente del Consiglio.</p>
<p>Voglio anticipare subito che è una critica con la quale concordo. Credo che nessuno si sogni nemmeno lontanamente di pensare che sulle mafie si debba tacere. Al contrario. Sappiamo tutti quanto abbia pesato e pesi l&#8217;omertà nella lotta alla criminalità organizzata e quanto sia importante rompere il muro del silenzio. Ma certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l&#8217;immagine del nostro Paese. Saviano scrive che l&#8217;Italia ha la migliore legislazione antimafia del mondo, ma da cittadina italiana penso che tutti dovremmo essere fieri anche del fatto che il governo guidato da mio padre ha ottenuto sul fronte della lotta alle mafie risultati clamorosi, forse mai raggiunti prima. E questo non lo dico io, lo dicono i fatti, gli arresti, i sequestri di patrimoni sporchi. &#8220;Quando c&#8217;è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l&#8217;allarme&#8221;? si chiede retoricamente Saviano su Repubblica. A me pare che il governo non solo non lasci fuggire nessuno, ma si applichi anzi ad un&#8217;altra attività non secondaria: quella di spegnerle, le fiamme. Parlare di più anche di questi successi sicuramente aiuterebbe a cancellare quella assurda equazione che troppo spesso viene applicata all&#8217;estero: Italia uguale mafia.</p>
<p>Personalmente, la penso così. E questo, è ovvio, poco importa. Ma sono anche presidente del gruppo Mondadori, che Saviano tira ampiamente in ballo. E lo fa in un modo su cui non posso tacere. La Mondadori fa capo alla mia famiglia da vent&#8217;anni. In questi venti anni abbiamo sempre assicurato, com&#8217;è giusto e doveroso, secondo il nostro modo di intendere il ruolo dell&#8217;editore, il più assoluto rispetto delle opinioni di tutti gli autori e della loro libertà d&#8217;espressione. A cominciare, in una collaborazione che mi è parsa reciprocamente proficua, da Roberto Saviano. Il quale ce ne dà atto, scrivendo di aver sempre pensato che la Mondadori &#8220;avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse&#8221;. Salvo poi aggiungere che dopo le parole di mio padre &#8220;non so se sarà più così&#8221;. E perché? Che cosa è cambiato? Silvio Berlusconi non può permettersi di criticare un&#8217;opera edita dalla Mondadori, la quale naturalmente continua ad avere la più totale e piena libertà di fare le scelte editoriali che ritiene più opportune? Questo non è forse un bell&#8217;esempio di dialettica democratica? Mi pare che Saviano non riesca a distinguere tra una libera e legittima critica e una censura. Ma in questo modo è lui stesso ad applicare una censura, non riconoscendo al presidente del Consiglio il diritto di criticare. E forse sottovaluta, e non di poco, l&#8217;autonomia di pensiero e di azione di quanti lavorano in Mondadori. Un&#8217;azienda nella quale ognuno, a cominciare dagli azionisti e dall&#8217;editore, la pensa come vuole. Un&#8217;azienda nella quale le scelte non sono guidate da valutazioni politiche ma da criteri esclusivamente editoriali e professionali.</p>
<p>Il gruppo Mondadori ha garantito a Saviano e a tutti gli altri suoi autori la massima libertà di espressione. Lo ha sempre fatto e continuerà a farlo. Perché, da editori liberali quali siamo, consideriamo la libertà il valore supremo. Ma allo stesso tempo riteniamo che il diritto di esprimere il proprio pensiero, di approvare o di dissentire, non possa valere per alcuni e non per altri. Rivendico quindi anche per me questa libertà. Quando sentirò di dover formulare una critica, nemmeno io starò zitta. Mi pare un po&#8217; eccessivo prometterlo o addirittura giurarlo. Ma ci tengo a dirlo. E, sempre che mi sia consentito, anch&#8217;io, come Saviano, ad alta voce.</p>
<p><strong>#</strong></p>
<p><em>Roberto Saviano replica sempre su <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_risposta_marina-3427068/">Repubblica</a> alla lettera di Marina Berlusconi dopo gli attacchi del presidente del Consiglio. &#8220;Dal capo del governo non una critica ma parola finalizzate a intimidire chiunque scriva di mafie e capitali mafiosi&#8221;</em></p>
<p><strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Ho LETTO la lettera del presidente della Mondadori Marina Berlusconi e colgo occasione per precisare alcune questioni. Il capo del governo Berlusconi non ha espresso parole di critica. Critica significa entrare nel merito di una valutazione, di un dato, di una riflessione. Nelle sue parole c&#8217;era una condanna non ad una analisi o a un dato ma allo stesso atto di scrivere sulla mafia. Il rischio di quelle parole, ribadisco, è che ci sia un generico e preoccupante tentativo di far passare l&#8217;idea che chiunque scriva di mafia fiancheggi la mafia. Come se si dicesse che i libri di oncologia diffondono il cancro. Facendo così si avvantaggia solo la morte.</p>
<p>Non capisco a cosa si riferisce quando la presidente Berlusconi dice: &#8220;Sappiamo tutti quanto abbia pesato e pesi l&#8217;omertà nella lotta alla criminalità organizzata&#8230; ma certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l&#8217;immagine del nostro Paese&#8221;. In Gomorra sono raccontate anche le storie di coloro che hanno resistito alle mafie, un intero capitolo dedicato a Don Peppe Diana, c&#8217;è il racconto di una Italia che resiste e contrasta l&#8217;impero della criminalità. Quale sarebbe il senso unico? Ho anche più volte detto e scritto, che l&#8217;azione antimafia del governo c&#8217;è stata ed è stata importante, ricordando però al contempo che siamo ben lontani dall&#8217;annientare le organizzazioni, siamo solo all&#8217;inizio poiché le strutture economiche e politiche dei clan che continuano ad essere intatte.</p>
<p>Ecco perché alla luce di quanto scrivo ho trovato le parole del capo del governo finalizzate a intimidire chiunque scriva di mafie e di capitali mafiosi. Ho io stesso visto e conosciuto la libertà della casa editrice Mondadori. Ci mancherebbe che uno scrittore non fosse libero nella sua professione. Una libertà esiste però solo se viene difesa, raccolta, costruita nell&#8217;agire quotidiano da tutti coloro che lavorano e vivono in una azienda. Ed è infatti proprio a questi che mi sono rivolto ed è da loro che mi aspetto come ho già scritto una presa di posizione in merito alla possibilità di continuare a scrivere liberamente nonostante queste dichiarazioni.</p>
<p>Non può che stupire però che un editore non critichi ma bensì attacchi lo stesso prodotto che manda sul mercato, e lo attacchi su un terreno così sensibile e decisivo come quello della cultura della lotta alla criminalità organizzata. Sono molte le persone in Italia che per il loro impegno nel raccontare pagano un prezzo altissimo non è possibile liquidarle considerando la loro azione &#8220;promotrice&#8221; del potere mafioso. Una dichiarazione del genere annienta ogni capacità di resistenza e coraggio. E questo da intellettuale non è possibile ignorarlo e da cittadino non posso ascrivere una dichiarazione del genere alla dialettica democratica. È solo una dichiarazione pericolosa che andrebbe immediatamente rettificata</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/18/maitresmorphoses/">Maîtresmorphoses</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 13:47:06 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>&#8220;LA disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo&#8221;. È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/per-un-voto-onesto-servirebbe-lonu/">Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri-300x267.jpg" alt="" title="cretto_burri" width="300" height="267" class="aligncenter size-medium wp-image-32065" /></a></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>&#8220;LA disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo&#8221;. È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un&#8217;affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un&#8217;esagerazione, sappia che l&#8217;Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?<span id="more-32060"></span></p>
<p>Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c&#8217;è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L&#8217;ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l&#8217;orgoglio. Ma come è potuto accadere?<br />
Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.<br />
Il senso del &#8220;è tutto inutile&#8221; toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.<br />
Io non voglio arrendermi a un&#8217;Italia così, a un&#8217;Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all&#8217;Osce, all&#8217;Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare. </p>
<p>Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov&#8217;è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l&#8217;imputata Sandra Lonardo Mastella che dall&#8217;esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all&#8217;ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell&#8217;Udc. Così sui manifesti c&#8217;è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro. Ci indigniamo per la vicenda dell&#8217;ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all&#8217;economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d&#8217;arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl. Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della &#8216;ndrangheta, com&#8217;è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l&#8217;accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.<br />
Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra. E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di &#8216;ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell&#8217;inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell&#8217;inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell&#8217;ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista &#8220;Socialisti Uniti&#8221; della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo &#8220;Lettera Morta&#8221; contro il clan Costa ed in quelle per l&#8217;uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.<br />
A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il  &#8211;  o vengono prima del  &#8211;  diritto, valutazioni in merito all&#8217;opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all&#8217;opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l&#8217;antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un&#8217;abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda.<br />
È un tradimento che quasi si perdona con un&#8217;alzata di spalle come quello d&#8217;un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un&#8217;altra donna.<br />
Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?<br />
Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.<br />
Dov&#8217;è finito l&#8217;orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov&#8217;è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.<br />
Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze  &#8211;  certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l&#8217;obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l&#8217;avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.<br />
Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso  &#8211;  meno crudele, certo, ma meno forte e solido  &#8211;  solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un&#8217;alternativa vera e vincente.<br />
Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un&#8217;alternativa.<br />
Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.<br />
Del resto, quello che più d&#8217;ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.<br />
L&#8217;Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.<br />
Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell&#8217;offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all&#8217;economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.<br />
Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all&#8217;Onu, all&#8217;Unione Europea, all&#8217;Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.<br />
Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.</p>
<p><em>&#8220;La Repubblica&#8221;, 20.3.2010.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/per-un-voto-onesto-servirebbe-lonu/">Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</a></p>
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		<title>Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 12:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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<p>LIBERTA&#8217;</p>
<p><strong>Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può</strong></p>
<p><strong>collaborare con giornali non allineati? La polemica</strong></p>
<p><strong>infuria sul web.</strong></p>
<p><em>A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/14/lo-scrittore-solo-il-fatto-quotidiano-sabato-13-febbraio-2010/">Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>da<a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578"> il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010</a></p>
<p><span style="color: #ff0000;">LIBERTA&#8217;</span></p>
<p><strong>Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può</strong></p>
<p><strong>collaborare con giornali non allineati? La polemica</strong></p>
<p><strong>infuria sul web.</strong></p>
<p><em>A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che il suo esempio venga seguito da altri scrittori. Helena Janeczek (scrittrice ed editor di Gomorra) il 20 gennaio scrive un articolo sul blog «Nazione Indiana» dal titolo «Pubblicare per Berlusconi?» in cui difende le ragioni di chi lavora e pubblica con il gruppo Mondadori, facendo una distinzione tra lavorare per un gruppo editoriale e collaborare con un organo di stampa che abbia una precisa linea editoriale, come il quotidiano «Libero», inserendosi così nella polemica tra il critico letterario Andrea Cortellessa e lo scrittore Paolo Nori riguardo alla scelta di Nori di collaborare con «Libero». Polemica che ha suscitato commenti molto duri su diverse testate («Libero», «il Giornale», «il Corriere della Sera»). Lo scrittore Vincenzo Consolo ha deciso di non partecipare a un’iniziativa einaudiana in favore di Roberto Saviano per via di un’intervista rilasciata dallo stesso Saviano a «Panorama», in cui dice di essersi formato su Jünger, Pound, Celine.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>In una conferenza tenuta nel 1976 all’Amherst College Calvino, cercando di definire gli usi politici giusti e sbagliati della letteratura, avviava quel suo discorso dicendo che «la funzione pubblica più richiesta in Italia» in quegli anni sembrava essere «la provocazione», consacrata «dalla vita, dalla morte e dalla vita postuma di Pasolini». E non aveva alcuna remora nel sostenere di non essere d’accordo con quell’idea invalsa nel «vasto pubblico nazionale» di concepire lo scrittore come un «provocatore». <span id="more-30366"></span>Ora, quel riferimento al «vasto pubblico per il romanzo italiano» e quella libertà di giudizio con cui Calvino si esprime su un altro scrittore e intellettuale della statura di Pasolini (al di là di qualsiasi altra considerazione di merito) toccano due aspetti essenziali in cui si iscrive il ruolo sociale dello scrittore: l’attenzione del pubblico e l’indipendenza di giudizio, la radicale libertà di non ritenere niente e nessuno insindacabile.</p>
<p>Se guardiamo al nostro tempo e alle nostre circostanze, probabilmente la gran parte di noi vedrebbe nell’«andamento intellettuale» e culturale qualcosa di molto simile alla vertiginosa alienazione sintetizzata da Bradbury in Fahrenheit 451, dove tutto è ridotto a indistinto «pastone» mass mediatico in cui non è nemmeno contemplata l’idea che si possa persino dissentire.</p>
<p>In un mondo del genere (o molto simile), parole come quelle espresse da Calvino, quel modo stesso di ragionare e argomentare, di sicuro non avrebbe diritto di cittadinanza, non perché qualcuno non potrebbe anche pronunciarle, ma perché non ci sarebbe quasi nessuno in grado o interessato ad ascoltarle. E questa circostanza, che definisce il nostro tempo, è una debolezza di cui non si può non tener conto, volendo interrogarsi sul ruolo e le responsabilità che attengono agli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento (sociale, economico, culturale).</p>
<p>Così, mentre da una parte lo scrittore è percepito dalla stragrande maggioranza del pubblico di romanzi come un intrattenitore o un qualsiasi produttore di beni di consumo, dall’altra, e di contro, chi vorrebbe scrittori più coraggiosi, più combattivi, più calati nel corpo delle nostre contraddizioni, anzi delle nostre specifiche anomalie, finisce per delegare ogni responsabilità etica, politica, culturale a uno solo, fatto simbolo. Una condizione aberrante per uno scrittore, anche se lo scrittore si chiama Roberto Saviano, con tutto il coraggio, l’impegno che evoca un libro come Gomorra. Pure di questo bisogna tenere conto per fare un discorso sul ruolo sociale dello scrittore nel tentativo di comprendere in che modo si possa spezzare, intanto, questa doppia solitudine: dell’unico, trasformato in simbolo dell’idea stessa di impegno, e dei tanti, noti a cerchie più o meno ristrette di cultori, fan, lettori e, per il resto, macinati in quella centrifuga lì, che tende all’indistinto.</p>
<p>In questo stato di cose, la prima considerazione che verrebbe da fare ha a che vedere proprio con l’irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità. «La letteratura, – dice Calvino in quello stesso intervento, – è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce&#8230; le tendenze represse negli individui e nella società», ed è necessaria, in modo più indiretto, in quanto «capacità di imporre modelli di linguaggio, di visione, d’immaginazione».</p>
<p>Ora, quel che oggi, più che mai, «non ha voce» sembra proprio questa peculiarità. Non è che non ci siano scrittori in grado di concepire e dar forma a visioni o immaginazioni capaci di interrogare il proprio tempo, il fatto è che le loro visioni, le loro immaginazioni o intuizioni non riescono quasi mai a collegarsi in una sorta di circuito, in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, anche contraddittorio, quel genere di discorso-a-più-voci che costituisce, e dà anche rilevanza sociale a una società letteraria, intellettuale, artistica soprattutto se riesce a innestarsi in altri discorsi non specificatamente letterari: discorsi politici, discorsi sociali, discorsi identitari&#8230; tutti quei discorsi insomma di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, e che definiscono nel loro complesso lo spazio pubblico.</p>
<p>Invece, quel che oggi possiamo registrare, senza nemmeno voler entrare nel merito specifico delle questioni, va tutto nella direzione opposta: 1) qualsiasi accenno a una divergenza di vedute riguardo, ad esempio, al ruolo e alle responsabilità di uno autore (come è accaduto nel caso delle obiezioni mosse dal critico Andrea Cortellessa allo scrittore Paolo Nori sulla scelta di collaborare con il quotidiano «Libero», per via della sua linea editoriale) viene tacciato da una parte non irrilevante della stampa («Libero», «il Corriere della Sera») di «ostracismo», ostracismo smentito dallo stesso Paolo Nori, che, essendo scrittore attento all’uso delle parole, sa quale responsabilità implichi un loro uso distorto; né questo suscita un qualche dibattito; 2) qualsiasi dissenso riguardo ai modelli culturali di riferimento (come quello espresso da Vincenzo Consolo nei confronti di Roberto Saviano quando questi evoca autori non tanto di destra ma espressione di una visione discriminatoria dell’umanità), qualsiasi dissenso del genere, espresso in modo radicale da parte di uno scrittore nei confronti di un altro scrittore è ugualmente tacciato più o meno dalle stesse testate di «ostracismo» e, per il resto, come nel caso precedente, sostanzialmente lasciato cadere nell’indifferenza. E questo mentre, da più parti, parti anche molto diverse tra loro, anzi opposte, (dal «Giornale» a «Libero», ai firmatari dell’Appello a Saviano perché lasci la Mondadori) si sollevano accuse, obiezioni, dubbi che, al di là di ogni altra considerazione, entrano nel merito di una questione fondamentale e più vasta: la libertà e autonomia di espressione rispetto a qualsiasi proprietà editoriale, contro quella che Helena Janeczeck ha definito una «visione padronale dei rapporti aziendali».</p>
<p>Questioni del genere che riguardano la funzione stessa dello scrittore come radicale espressione di un pensiero libero e irriducibile, esigerebbero quel discorso più vasto di cui si diceva prima, non questo solitario, episodico levarsi di voci, ora zittite ora destinate a cadere vittime di quella forma di censura, o meglio di autocensura, che accompagna il senso della propria irrilevanza, in un momento, tra l’altro, in cui ci vorrebbero non solo visioni, ma appunto trame, narrazioni capaci di riannodare i fili dispersi di un paese che sembra aver perso se stesso, il proprio retroterra, la propria stessa ossatura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/14/lo-scrittore-solo-il-fatto-quotidiano-sabato-13-febbraio-2010/">Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</a></p>
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		<title>La terra dei cachi</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 23:27:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/caco.jpg"></a>riflessione notturna di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>In questi giorni di furibonde discussioni sulla legittimità o meno di credere che il senso di appartenenza ad uno schieramento politico-culturale sia obbligo morale o farragine del secolo scorso, in questo paese dove l&#8217;inciucio pare regnare supremo, dove &#8220;destra o sinistra sono tutti della stessa pasta&#8221;, del &#8220;Italia sì Italia no, se famo du spaghi&#8221;, del &#8220;volemose bbene&#8221;, de &#8220;la cultura non ha colore&#8221;, etc.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/31/la-terra-dei-cachi/">La terra dei cachi</a></p>
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<p>In questi giorni di furibonde discussioni sulla legittimità o meno di credere che il senso di appartenenza ad uno schieramento politico-culturale sia obbligo morale o farragine del secolo scorso, in questo paese dove l&#8217;inciucio pare regnare supremo, dove &#8220;destra o sinistra sono tutti della stessa pasta&#8221;, del &#8220;Italia sì Italia no, se famo du spaghi&#8221;, del &#8220;volemose bbene&#8221;, de &#8220;la cultura non ha colore&#8221;, etc. etc., fortunatamente ci pensa la politica locale, quella di un consiglio comunale della grande metropoli padana, a rammentarmi, laddove l&#8217;avessi dimenticato, da che parte stare.<br />
A Pieve Emanuele, periferia sud di Milano, l&#8217;alata discussione consiliare viaggia su livelli iperuranei. Per fare un esempio: a detta del capogruppo di Alleanza nazionale -PDL, &#8220;Saviano e Cavalli fanno business a spese nostre, visto che la scorta è pagata dai contribuenti&#8221;, anche per questo è giusto negare loro la cittadinanza onoraria.<br />
Per saperne di più, <a href="http://www.buccinasco.net/dblog/articolo.asp?articolo=835">qui</a>.<br />
Per riascoltare il vero inno nazionale italiano, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=dMrZh3sIVYI">qui</a>. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/31/la-terra-dei-cachi/">La terra dei cachi</a></p>
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		<title>Pubblicare per Berlusconi?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 11:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente? Chi lavora dentro o per quelle case editrici è ancora più stigmatizzabile? Sarebbe il caso di boicottare la produzione di queste aziende per far valere economicamente il proprio dissenso?<br />
Ho visto tornare con insistenza queste domande nelle discussioni che si sono svolte su questo blog, ma anche altrove- in rete soprattutto. Le ho viste rimbalzare sia da sinistra che da destra, lì soprattutto negli articoli apparsi sui sopranominati giornali, dove più volte Evelina Santangelo, membro di <em>Nazione Indiana </em>e insieme editor Einaudi, è stata bersagliata come chi sputa nel piatto dal quale mangia. Dato che faccio press’a poco lo stesso lavoro con posizione analoga &#8211; quella del collaboratore a progetto &#8211; e come Evelina ho pubblicato con l’editore per il quale presto servizio, mi è venuta spontanea la voglia di rispondere. Quel che avrei voluto ribattere di pancia è un concetto elementare: “ce lo dicano loro se non siamo più gradite per ragioni di dissenso, se siamo a questo punto ci sbattano fuori loro”. Cosa che nel mio caso e pure in quello di Evelina sarebbe, tra l’altro, molto semplice.<span id="more-29002"></span></p>
<p>Però le cose ovviamente sono più complicate di così e quindi meritano un po’ più di riflessione. Riflessione che credo diventa credibile solo dopo aver chiarito alcuni preliminari personali. Sono quindici anni che lavoro per la casa editrice che ormai è diventata per antonomasia “di Berlusconi”: identificata con la proprietà al punto che c’è persino chi pensa che sia stato il cavaliere ad aver creato la Mondadori.<br />
Ricordo che presentandomi al primo colloquio a Segrate, c’era una di quelle rare nebbie talmente fitte che il palazzo di Niemeyer con le sue arcate ogivali assumeva un aspetto gotico. Non ero entusiasta di finire in quel cattedrale di cemento difficilmente raggiungibile, per giunta espugnata da Berlusconi non da moltissimo. Venivo dall’Adelphi che stava a due passi dal Castello Sforzesco, dalla quale con Renata Colorni ce ne eravamo andate per motivi di dissenso con la linea editoriale. Avevamo ravvisato nella pubblicazione del pamphlet di Leon Bloy <em>Dagli Ebrei la Salvezza</em> una sorta di sdoganamento nobilitante dell’antisemitismo, anche se la posizione dell’autore ultracattolico poteva essere intesa di contorta simpatia per il verminoso popolo biblico attraverso il quale si propaga suo malgrado la redenzione. Cerco di sintetizzare, giusto perché mi pare che la questione con quella che sto per affrontare c’entri qualcosa. Non tanto per darmi credenziali di persona capace di compiere scelte coerenti, ma soprattutto per mostrare un’altra differenza. Una casa editrice come Adelphi aveva una linea editoriale: culturale, e in questo senso anche politica. Linea che non bisognava abbracciare in toto, ma almeno apprezzare e condividere fino a un certo punto. Sennò continuare a relazionarsi al suo direttore editoriale significava rinunciare a far valere le proprie idee, passare sotto silenzio la propria storia, accettare la propria subalternità intellettuale. E’ per questo, soprattutto, che non ho mai messo in discussione la mia scelta di allora.</p>
<p>In Mondadori le cose si presentavano diversamente, anche quando Berlusconi divenne per la prima volta capo del governo. Forse è inutile dire che in quindici anni non l’ho mai visto nemmeno da lontano. Il massimo cui sono arrivata è Bruno Vespa. Con le persone che lì sono diventati i miei interlocutori e diretti superiori, mi sono subito trovata benissimo. Manco uno che avesse- abbia- simpatie per Forza Italia, cosa che varie volte è pure stata sottolineata dai giornali di cui sopra. Come a dire: guardate che bravo Silvio che fa lavorare tutta sta banda di comunisti.<br />
In Mondadori si pubblicava – e si pubblica &#8211; dai <em>Meridiani </em>al libro degli <em>Amici </em>di Maria de Filippi. Non esiste linea editoriale perché la produzione è troppa e troppo diversa e la vocazione di fondo è soprattutto commerciale. La casa editrice non si aspetta uguali profitti da ogni collana e continua a mandarne avanti alcune più per prestigio, contando magari pure di rientrare nelle spese con le edizioni economiche. Ma anche chi, come me, si è sempre solo occupata delle collane letterarie, deve misurarsi con il mercato. Nessuno si aspetta che ogni libro diventi un bestseller, ma la regola di fondo è quella del guadagno. Guadagno che non deve essere sempre e solo immediatamente economico, ma contempla pure il ritorno d’immagine o l’investimento su un autore. Gli spazi per scelte di maggiore rischio o per semplicemente fare libri in cui si crede, stanno diventando sempre più ristretti, ma il problema riguarda l’editoria e l’industria culturale nel suo insieme, nemmeno solo quella italiana.</p>
<p>Quel che mi premeva sottolineare è che in Mondadori come altrove vige molto di più l’imposizione del mercato che quella di una linea editoriale “politica”. Non che manchi del tutto questo tipo di interferenza. Difficile immaginare che possa uscire un libro virulentemente contro Berlusconi. Mentre dall’altra parte vengono pubblicati alcuni libri scritti da ministri, giornalisti di una certa parte e pure da qualche “amico” puro e semplice. Ah, vedi! forse direte voi a questo punto. Ma è davvero qualcosa di così rivelativo, di così specifico? Non tocca prima scremare i titoli che possiedono una loro dignità di libro, anche se rispecchiano certe idee – quelli di Tremonti per esempio &#8211; da quelli che spiccano soprattutto per zelo militante o, peggio ancora, sono in odor di raccomandazioni? E da altre parti non esistono marchette e mezze marchette, favori e favoritismi, il far passare il libro di qualcuno più per rango ricoperto altrove o affiliazione politica che per merito? Si è mai visto che il gruppo Rizzoli pubblichi un saggio feroce sugli Agnelli o un’indagine sulle malefatte del <em>Corriere della Sera</em>? Non è l’Italia nel suo insieme che funziona così?</p>
<p>Salvo le eccezioni nominate sopra, in Mondadori in questi anni vigeva grosso modo la libertà del liberismo. Perché? Perché non hanno torto quelli di “Libero” e del “Giornale” ad affermare che Silvio ci tiene tanto a questo tipo di libertà? E se in questo ambito fosse – o fosse stato- più o meno così, riconoscerlo inficerebbe ogni ragionamento critico su Berlusconi e sul berlusconismo?</p>
<p>Bisogna allargare lo sguardo per capire dove si colloca l’editoria di libri nella strategia di comunicazione e persuasione dell’Italia berlusconiana. Il berlusconismo è stato propagato attraverso altri canali, soprattutto quello che arriva – come l’interessato ripete sempre &#8211; nelle case di tutti gli italiani. Non soltanto nelle poche che affiancano all’altare televisivo una libreria usata come tale, tantomeno in quelle dove i libri si espandono dappertutto. Tenendo conto che centomila, duecentomila, trecentomila copie per un libro sono un risultato enorme, mentre sulla scala del consenso di massa si tratta di una cifra trascurabile, non stupisce che come strumento abbia contato molto più il Milan della Mondadori.<br />
Infatti, quel che di prepotentemente “berlusconiano” Mondadori ha prodotto,- da Bruno Vespa al libro di “Amici” ecc,- nasce quasi sempre dal principale calderone che ha cucinato il suo populismo. Il fenomeno dei bestseller televisivi però non è solamente italiano. Pure in Germania – paese che conosco meglio &#8211; oggi le classifiche sono invase da libri scritti da comici, conduttrici, giornalisti televisivi ecc. Il nostro specifico non è quantitativo, ma qualitativo anche se alcuni aspetti delle nostra tv “videocratica” non si prestano a diventare libro. Comunque l’equivalente tedesco o francese di Bruno Vespa non è uguale a Bruno Vespa, né come conduttore tv né come autore di libri. Ma tocca al tempo stesso ricordare che Vespa o gli “Amici” di Maria de Filippi, autori premiati dal mercato in seguito alla loro popolarità, non avrebbero difficoltà a trovare un altro editore.</p>
<p>Vorrei tornare ora alla questione di prima. La libertà di Mondadori – di Einaudi a maggior ragione &#8211; era in qualche modo proporzionata alla scarsa incidenza sul consenso di massa cercato da Berlusconi. I libri sono prodotti di nicchia o di elite, destinati a un consumatore in genere appartenente allo schieramento politico avversario, minoranza della minoranza. L’azionista poteva guadagnare con le aziende gestite secondo normali criteri di mercato – meno che con altre sue attività &#8211; senza rischiare nulla sul piano politico. O almeno l’idea che i libri siano innocui e ininfluenti era un corollario del populismo, in tempi in cui la strategia berlusconiana era soprattutto quella di assicurarsi l’approvazione di una maggioranza.<br />
Poi accade che un esordio come <em>Gomorra </em>stampato in cinquemila copie superi i due milioni, che in più il suo autore acceda anche lui alla tivù, e lì le cose, forse, cominciano a cambiare. Ma a parte questo esempio clamoroso, cambiano i tempi. Cambiano, in modo evidente, con l’ultima legislazione.</p>
<p>Nelle televisioni sia pubbliche che private le trasmissioni critiche sono sempre più ridotte a mo’ di riserve indiane, il resto gestito secondo il criterio che più un programma è popolare, più è richiesto l’allineamento (provare a confrontare il Tg1 di Minzolini a uno di Rai Sat). Dà più fastidio chi è moderato e quindi all’opinione pubblica appare oggettivo come Enrico Mentana che lascia Mediaset che chi è apertamente “da quella parte lì” come Santoro.<br />
Anche per gli scrittori esprimere un dissenso minimo, diventa problematico. Finiscono bersagliati da “Il Giornale” e “Libero”, oltre a Saviano, anche altri autori Einaudi e Mondadori che hanno firmato l’appello in difesa della libertà di stampa di Repubblica: Paolo Giordano, Andrea Camilleri, Margaret Mazzantini, Niccolò Ammanniti, Carlo Lucarelli. Vale a dire: i più popolari. E anche: quelli che contribuiscono di più agli utili aziendali. Ma evidentemente la libertà liberista non è più così scontata.<br />
Il cambiamento che in tivù mostra soprattutto un volto di censura soft (editoriali di Minzolini a parte) – non dare certe notizie, darle male o in fondo &#8211; si appalesa invece sui quotidiani in modi molto più aggressivi. Le prime pagine grondano come non mai di titoli e articoli razzisti, omofobi, cattolici integralisti perché tale è, appunto, l’attuale linea del governo Pdl-Lega. In più, quei giornali passano dal rispecchiare posizioni di destra, anche molto di destra, a sparare con ogni mezzo, diffamazione passabile di querela inclusa, contro la parte avversa. Che tale neomaccartismo coinvolga persino redattori di cultura che si affrettano a ritracciare i nemici in sedi marginalissime come il nostro blog, sembra indicativo.</p>
<p>Sembra anzi un indizio non indifferente per mettere in discussione la libertà e neutralità di quelle pagine culturali, in apparenza non dissimile a quella delle case editrici di proprietà del premier. Senz’altro va detto che in origine molti scrittori hanno deciso di mandare recensioni e altri pezzi di cultura a questi giornali, perché quelli maggiori sono inaccessibili e quelli molto a sinistra pagano poco o niente. Non è che un testo sia meno bello perché esce su &#8220;Libero&#8221;, su &#8220;il Giornale&#8221; o su &#8221; il Domenicale&#8221;, e non è neppure detto che non possa trovare dei lettori in grado di apprezzarlo. Però mi sembra una falsa analogia. Perché anche di fronte alla più profonda disquisizione sul nuovo saggio di Harold Bloom o alla più brillante recensione del nuovo romanzo di Nicola Lagioia, le prime, seconde e terze pagine con i loro contenuti, i loro metodi, e i loro toni non svaniscono nel nulla.<br />
Il discorso su altro – sugli alberi direbbe Bertolt Brecht – che uno scrittore fa su uno di quei giornali, equivale oggi al dichiararsi ininfluenti o indifferenti sotto il profilo politico e persino- direi &#8211; sotto quello semplicemente civile. La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori. Dove l’aspetto – per me &#8211; più sconcertante non era che venissero aditati tutti i comunisti e persino un “commissario politico”, ma che il collaboratore di “Libero” venisse ostentato con fotografia come “il nostro Paolo Nori”.<br />
Aggiungo che l&#8217;aver cercato di far passare la discussione di ieri a Roma come un processo stalinista, portando lo stesso Nori a chiarire sul suo blog come è stato organizzato quell&#8217;incontro, mi sembra una dimostrazione ulteriore che credere in una neutralità possibile sia illusorio. E’ illusorio cercare di chiamarsi fuori da una linea editoriale che ormai è assai più propagandisticamente pervasiva e aggressiva di una normale linea politica con la quale potersi confrontare: pur dissentendo e ritenendo che la cultura rappresenti davvero uno spazio a parte in qualche modo inviolabile.</p>
<p>Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse. In primo luogo perché il lettore che va a comprarsi Antonio Moresco o Concita de Gregorio non deve sorbirsi insieme Bruno Vespa o Filippo Facci. L’autore è il solo responsabile del suo testo, inclusi gli eventuali compromessi che è disposto a fare. La sua scelta di pubblicare con una casa editrice “di Berlusconi” non rappresenta un avallo da parte sua della sua marginalità, foss’anche solo perché si tratta di grandi editori.<br />
Non regge neppure l’accusa ribadita continuamente dalla destra che uno scrittore di sinistra pubblicando con Mondadori “si fa pagare da Silvio” o addirittura che sia “uno suo stipendiato” come ha detto recentemente Vittorio Feltri paragonando se stesso a Saviano. Semmai è il contrario. Eppure è un’idea tipica, una concezione padronale dei rapporti di potere, anche e soprattutto aziendali.<br />
La logica normale del capitalismo di mercato vorrebbe che tu azienda mi paghi per il prodotto che ti fornisco e sul quale vorresti ricavarci il tuo guadagno, così come mi retribuisci se ti fornisco una prestazione lavorativa. Il contratto dovrebbe stare in questi termini: senza prevedere fedeltà o gratitudine al padrone, né da parte del dipendente, tantomeno dell’autore, ossia da chi non entra in nessun ruolo subordinato.<br />
L’accusa da parte opposta spesso ripete lo stesso schema. Altre volte, giustamente, lo rovescia. Ossia critica che chi pubblica per la tal casa editrice, contribuisce ad arricchire il suo “padrone”. Questo è indiscutibile. Mentre già più bisognoso di interpretazione è l’idea che una simile scelta lo legittimi. Legittima chi rispetto a che cosa? Legittima il azionista di maggioranza perché l’azienda sforna prodotti di persone che sono con lui in disaccordo politico? Legittima Berlusconi perché non richiedendo dichiarazioni di voto per il Pdl alle persone che lavorano in editoria o che pubblicano con le “sue” case editrici, si dimostra tanto generoso e buono? Com’è possibile che una persona “di sinistra” o anche solo “democratica” avalli un simile ragionamento che rispecchia una visione autoritaria e padronale?</p>
<p>Torno al punto di partenza. Vorrei che fosse l’azienda a dire a me, umile <em>cocopro</em>, o agli autori di cui mi occupo che anche questa nicchia di capitalismo di mercato e dunque liberismo non può più essere considerata tale. Che è preferibile un collaboratore fedele alla linea che uno che sappia fare bene il suo lavoro. Vorrei che mi venisse detto, di modo che fosse evidente a che punto siamo. Se questo invece non avviene, ma diventa comunque chiaro che è richiesta fedeltà e sottomissione padronale, sarò io stessa ad andarmene il prima possibile.<br />
Ma l’idea del boicottaggio di Mondadori o l’invito agli scrittori di abbandonare le case editrici del premier non mi convince, perché non siamo ancora arrivati a questo punto. Perché il catalogo Mondadori, quello dei classici Oscar, di Einaudi, Frassinelli e di altre case editrici continua a rispecchiare molto più il lavoro che autori e “editoriali” hanno fatto nei decenni per i lettori, che qualsiasi altra istanza. Credo che ogni danno inferto peserebbe assai meno sulle tasche e tantomeno sul potere di un certo azionista che sugli assetti della cultura di questo paese. E’ altamente irrealistico che possa esserci qualcosa che somigli a un travaso senza perdite. Se Mondadori si riducesse a una serie di autori stramorti in edizione economica, Bruno Vespa, Filippo Facci, “Amici”, libri di comici e calciatori, rievocazioni più o meno apologetiche del fascismo, ci saremmo epurati noi da soli. E’ questo ciò che vogliamo? Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi?</a></p>
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		<title>Appunti sulla scrittura del reale</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 05:18:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
Ho cercato di ordinare qualche idea sulla natura della  scrittura &#8220;ibrida&#8221; che dà forma al mio <em>Servi &#8230;</em>come a molti altri libri apparsi negli ultimi anni. &#8220;Reportage narrativo&#8221; è un sintagma ormai assodato, e in effetti ha  senso.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/">Appunti sulla scrittura del reale</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Ho cercato di ordinare qualche idea sulla natura della  scrittura &#8220;ibrida&#8221; che dà forma al mio <em>Servi </em>come a molti altri libri apparsi negli ultimi anni. &#8220;Reportage narrativo&#8221; è un sintagma ormai assodato, e in effetti ha  senso. A me piace però di più l&#8217;espressione &#8220;narrazione sociale&#8221;, dove la narrazione non è attributo ma sostanza, e trovo che sia più atta a dire la specificità di queste scritture. Anzitutto, una domanda genealogica: da dove questo proliferare di scritture ibride?</span></div>
<div><span>1. La nostra è l&#8217;epoca della &#8220;perdita dell&#8217;esperienza&#8221; &#8211; che poi altro non è se non una &#8220;trasformazione dell&#8217;esperienza&#8221;: sempre più mediata e filtrata nella misura della sua moltiplicazione ed eccedenza (eccedenza che tende alla superfluità), sempre più distante la relazione con l&#8217;oggetto nella misura della sua frammentazione e complessità, e nella misura dell&#8217;isolamento del soggetto. Insomma, c&#8217;è fame di esperienza.</span><span><span id="more-25646"></span>Il testimone, allora, è colui che supplisce a questa perdita di esperienza, restituendola nella sua immediatezza più &#8220;viva&#8221; (vissuta), è colui che trasmette esperienza &#8211; e allo stesso tempo colui che rivendica in positivo quella frammentazione del sapere, reclamando appunto la sua &#8220;parzialità&#8221;. Una parzialità che è data dal suo sguardo &#8220;in soggettiva&#8221; (come nel cinema), ma non soggettivistico: come accade nel prospettivismo nietzscheano, quello sguardo ambisce a una prospettiva precisa, che metta in luce i contorni delle cose per ciò che sono entro una relazione che produce senso.<br />
Il testimone-scrittore, però &#8211; in quanto persona che &#8220;riporta&#8221; due mondi, in quanto &#8220;interfaccia&#8221; -, non può che essere un testimone monco, dimezzato. Perché sente ed empatizza con una realtà che gli è negata. Il vero testimone è colui che non può parlare: per citare ancora una volta la frase di Aldo Gargani che ho messo in esergo al libro, &#8220;La vittima del sacrificio è colui che soffre ciò che gli altri dicono&#8221;.<br />
<em>Gomorra </em>è l&#8217;<em>exemplum </em>più noto, e il suo successo ha fatto sì che le case editrici fossero più attente a ciò che si muove in quel tipo di scrittura &#8220;ibrida&#8221;, che si rafforzasse insomma la domanda – la quale, a sua volta, ha stimolato l&#8217;offerta. (Un po&#8217;, <em>mutatis mutandis</em>, quel che avviene per la <em>New Italian Epic</em>: insieme alla questione dell&#8217;essenza della cosa, c&#8217;è il fatto che definendo una serie di eventi come una &#8220;qual-cosa&#8221; quegli eventi si rafforzano reciprocamente: acquisiscono maggiore <em>riconoscimento</em>/riconoscibilità. E le scritture ibride di cui parlo non a caso si intersecano con la vicenda della <em>New Italian Epic</em>).<br />
Non è uno sfizio che Roberto Saviano abbia sempre reclamato lo statuto di &#8220;romanzo&#8221; al suo libro. Perché lo strumento lingua usato nella &#8220;narrazione sociale&#8221; è, appunto, eminentemente narrativo, &#8220;letterario&#8221;- nel senso che letterario è il lavoro sulla lingua, sulla restituzione del singolare, e della messa in gioco di un diverso livello cognitivo e emotivo. Nella narrazione si gioca sul filo/ordito delle storie e sulla potenza della lingua di (ri)creare mondi. Solo che qui si agisce su un doppio livello. La storia prima la si scrive nel reale (si scrive un viaggio, si attraversano terre, si incrociano sguardi, si vedono realtà, si scambiano parole – si attraversa e si è attraversati) e poi, dopo, la si riscrive (e qui si inscrive, eventualmente, la relazione tra reale e finzionale, dove il finzionale può essere una scrittura verosimile del reale). Gli anglosassoni usano l&#8217;espressione &#8220;mettersi nelle scarpe degli altri&#8221;: ecco, è questa la virtù empatica delle storie, questa capacità di produrre altri mondi da (immaginare di) vivere.</span></div>
<p>2. Tutto questo – e si viene all&#8217;altro corno della questione – è oggi profondamente <em>politico</em>. Restituire singolarità – quella del narratore e quella dei &#8220;narrati&#8221; &#8211; è necessario oggi che la mediatizzazione del mondo (da cui la mediatezza dell&#8217;esperienza) riduce tutto o a universale o a casi esemplari che deformano e oscurano la consistenza delle singolarità e delle relative verità. Nel mio caso, raccontare le singolarità delle vite &#8220;clandestine&#8221; (rese tali da un dispositivo giuridico che esclude e minorizza, creando entità invisibili/macchine produttive) significa <em>cominciare</em> ad articolare un discorso che nomini le cose, una per una &#8211; ma un discorso di tal genere non può essere che un discorso collettivo, fondate su pratiche condivise. E&#8217; ciò che pensavo scrivendo <em>Lager italiani</em>: se il CPT (in quanto terminale e cuore del dispositivo che produce clandestinità) annulla persone, annullando l’essenza di uomini (dove il senso dell’essere umano <em>si dà</em> nella possibilità di narrare – a sé, al mondo – la propria storia); se il CPT è un gorgo tritatutto, dove ogni dimensione temporale scompare, dove vige un terribile, eterno presente; se non c’è più passato, il passato appare come un enorme cumulo di macerie, un itinerario faticoso che non ha portato a niente; se non c’è più avvenire, e ogni progetto di vita è reso impossibile, ché chi si porta addosso lo stigma della clandestinità vive come un animale braccato, sempre all’erta, con un orizzonte temporale brevissimo, quasi istantaneo, con la paura addosso, la paura di poter essere preso e rimpatriato – deportato; se ciò che resta è solo un presente assolutamente vuoto, in un limbo dove non si hanno più diritti: allora, narrare la propria storia ripartendo da quel gorgo &#8211; ridarle un senso e restituirla alla temporalità &#8211; significa ridare dignità umana a sé in quanto persona. Narrare, allora, appare come una possibilità privilegiata di salvare quel passato di macerie (l’<em>Angelus novus</em> di Klee-Benjamin non può che far questo, <em>in fine</em>: narrare, e narrando salvare). E questa narrazione di storie può restituire dignità anche al lettore che non sa, nella misura in cui apre gli occhi e li sprofonda in quel vuoto dispiegato.<br />
Ma anche in questo caso, sconto visibilmente quell&#8217;esser monco di cui dicevo sopra. Se salvare infatti significa restituire un nome e dunque un&#8217;anima (ancora Benjamin, certo), questo non lo posso fare, ché parlando di clandestini devo inventarmi nomi falsi (non posso scrivere quelli veri, a loro tutela). Ma la voce può essere presa solo da sé stessa, nessun altro può articolarla in vece sua. Il mio discorso dunque sta ancora nei &#8220;materiali preparatori&#8221; di un&#8217;emersione, ovvero di una restituzione a vita/nome/personalità. La scrittura, insomma, può produrre effetti &#8220;reali&#8221;, solo se diventa <em>coro</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/">Appunti sulla scrittura del reale</a></p>
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		<title>Cosa vuol dire libertà di stampa</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 10:01:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/">Cosa vuol dire libertà di stampa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/W-FNSIO21.jpg" alt="W-FNSIO2" title="W-FNSIO2" width="350" height="250" class="aligncenter size-full wp-image-23212" /></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento. </p>
<p>Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un&#8217;opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all&#8217;altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.<span id="more-23208"></span> </p>
<p>Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: &#8220;Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?&#8221;. Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati. </p>
<p>Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita. </p>
<p>In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l&#8217;incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l&#8217;informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale? </p>
<p>Chi ha votato per l&#8217;attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?<br />
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell&#8217;Italia? </p>
<p>Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l&#8217;Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi. </p>
<p>Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all&#8217;anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L&#8217;Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia. </p>
<p>È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall&#8217;opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l&#8217;esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.<br />
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva &#8220;sei alleato di una persona solo quando la ricatti&#8221;. Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell&#8217;intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto. </p>
<p>Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l&#8217;alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo? </p>
<p>Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.<br />
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un&#8217;informazione libera. </p>
<p>In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell&#8217;Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/">Cosa vuol dire libertà di stampa</a></p>
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