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	<title>Nazione Indiana &#187; romanzo</title>
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		<title>Le notti sembravano di luna</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 08:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/le-notti-sembravano-di-luna.jpg" alt="" title="le-notti-sembravano-di-luna" width="210" height="318" class="alignnone size-full wp-image-41439" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra. Di tutti i sogni di bambina possibili il suo è quello meno femminile, in un paese che sta scoprendo l’emancipazione portata dall’industria ma che è ancora, culturalmente, contadino nel profondo: Caterina vuole correre in bicicletta, fare agonismo, vuole conoscere e affiancare i campioni del Giro d’Italia.</p>
<p>Leggiamo di continuo storie così. E di continuo ci affascinano, perché ogni volta sono identiche e differenti. Perché ogni volta ci viene riproposta la condizione umana, che è sempre identica e differente. Ogni volta ripercorriamo le stesse ansie e le riscopriamo di nuovo. C’è una età, quella dove il mondo fantastico dell’infanzia e quello inquieto dell’adolescenza si incontrano. Una terra di mezzo, dove cambia la voce, il corpo, la mente. Dove l’universo mitico e liquido della fanciullezza si raggruma, si solidifica in una identità più certa, marcata, dove si segna il carattere delle persone. Che diventano individui. Solidi e al contempo univoci, perciò malinconici. </p>
<p>Laura Bosio ci racconta tutto ciò. Ci racconta le piccole fabbriche di un nord ovest operoso, le moderne case di periferia, templi della nuova ricchezza, gli orti, il lungofiume, la cittadina ostile come un castello medievale, abitata da adulti irrisolti e da ragazzini che scoprono i primi, titubanti, turbamenti erotici. Tutto questo ce lo racconta visto dal sellino della bicicletta di Caterina. Non in velocità, ma con leggerezza, con equilibrio. La scrittura è limpida, anche se screziata da interferenze raffinate (chi dialoga con chi? Chi narra, per davvero, questo romanzo?) e l’affetto che l’autrice ha profuso tratteggiando i suoi personaggi è palpabile. Regalandoci, infatti, profili umani, sconfitti e fragili – come il padre di Caterina &#8211; difficili da dimenticare.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 47 del 22 novembre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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		<title>Soffiando via le nuvole</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 08:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Stephen Kelman</strong>, <em>Soffiando via le nuvole</em>, 2011, Piemme, 292 pag., traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi</p>
<p>Guardare il mondo con gli occhi di Harri, un bambino di undici anni, giunto da pochi mesi in Inghilterra dal Ghana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/soffiando-via-le-nuvole/">Soffiando via le nuvole</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Kelman.jpg" alt="" title="Kelman" width="500" height="230" class="alignnone size-full wp-image-41089" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Stephen Kelman</strong>, <em>Soffiando via le nuvole</em>, 2011, Piemme, 292 pag., traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi</p>
<p>Guardare il mondo con gli occhi di Harri, un bambino di undici anni, giunto da pochi mesi in Inghilterra dal Ghana. Arrivato con la sorella e la madre, in una periferia urbana difficile, con il padre ancora in Africa, così lontano che al telefono sembra parli da un sottomarino.<br />
<span id="more-41088"></span><br />
Osservare il mondo e scoprirlo magico, come solo lo sguardo stranito dei bambini sa essere. Avere come amico un piccione, dialogare con lui. Aver i primi turbamenti preadolescenziali, i primi amori, essere troppo piccolo e già troppo grande. Vivere pure la morte di un compagno di classe, morte violenta e futile, come l’opportunità di una indagine fra amici, per scoprire il colpevole, proprio come in tv. Questo è <em>Soffiando via le nuvole</em> di Stephen Kelman.</p>
<p>La sfida, cioè, di uno scrittore adulto che al suo primo romanzo decide di immergersi nei pensieri e nelle parole di un bambino. Cercando di farci vedere con i suoi occhi, di pensare come lui. (Piccola nota di merito alla traduzione che ha dovuto ricreare la gergalità infantile dallo slang inglese).</p>
<p>Raccontarci una realtà problematica evitando i sociologismi. Kelman ce la fa. Vero è che forse la lunghezza del libro è eccessiva rispetto la semplicità della storia, cadendo ogni tanto nella ridondanza, ma è anche vero che ci si affeziona subito alla simpatia del protagonista, Harrison, capace di correre come il vento, di annotare ogni modo di dire – nuovo per lui e altrettanto per noi –, di osservare tutto famelico, appassionato di vita. </p>
<p><em>Soffiando via le nuvole</em> è all’apparenza un libro trasversale, facile, che può essere letto a tutte le età. Sembra a sfogliarlo un libro per adolescenti, in realtà è un romanzo, non ostante il tono festoso e magico della scrittura, profondamente malinconico che inchioda l’infanzia di Harri in un eterno presente, rendendolo incapace di spiegare le ali, come i suoi amici piccioni, verso il futuro.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em>, n. 43, del 25 ottobre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/soffiando-via-le-nuvole/">Soffiando via le nuvole</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>c&#8217;era una volta</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 09:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Egiziani-ebrei-400x260.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Queste cose dette da nonna, che le ripeteva continuamente, avevano il sapore della maldicenza: per il bene, non per il male. Lei calunniava il bene, la grazia che aveva ricevuto, perché era il bene a essere latente, non il male.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/il-vuoto-fisico-delle-parole/">c&#8217;era una volta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Egiziani-ebrei-400x260.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40946" title="Egiziani-ebrei-400x260" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Egiziani-ebrei-400x260.jpg" alt="" width="400" height="260" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Queste cose dette da nonna, che le ripeteva continuamente, avevano il sapore della maldicenza: per il bene, non per il male. Lei calunniava il bene, la grazia che aveva ricevuto, perché era il bene a essere latente, non il male. Qualcosa di enorme, la cui perdita era nientemeno che atroce, le era sfuggito nel tragitto dell’esilio. <strong>Il suono dei nostri passi</strong></em> di Ronit Matalon (Atmosphere 2011, trad. di E. Loewenthal) racconta di una famiglia ebrea egiziana con nonna sempre presente e padre ogni tanto, che, in seguito all’ascesa di Nasser e alla nazionalizzazione del canale di Suez, da un giorno all’altro deve lasciare il Cairo, insieme a una comunità di circa ottantamila persone, perché in Egitto non è più possibile lavorare, studiare e dunque vivere. È il millenovecentocinquantasei e la famiglia della voce narrante si trasferisce in un container in qualche Erez Israel tutt’altro che mitica, un prefabbricato anzi, senza fondamenta, appena appoggiato sulla sabbia. Paul Celan osservava <em>Non si può scrivere fuori dall’Egitto</em> e Ronit Matalon, ne <em>Il suono dei nostri passi</em>, aggira la questione mimando, con una scrittura in forma di nastro, il racconto orale. Sì, si può raccontare fuori dall’Egitto.<br />
<span id="more-40713"></span><br />
Aneddoti, situazioni, ricordi di un altro giorno, considerazioni, la lettura ininterrotta de <em>La Signora delle Camelie</em>, gesti tesi a ridefinire la patria perché se le cose non sono più patria, perché disperse e irriconoscibili, allora il rischio è che le persone diventino cose. <em>Ma tutto questo non era nulla al confronto con la cosa più inafferrabile e ingovernabile in assoluto: il malocchio che uno si procura da sé. Lei, la nonna pensava che il malocchio più devastante fosse quello che uno si procura da sé: lo sguardo invidioso, distruttivo che una faccia dell’anima rivolge all’altra. E la bambina era lei stessa, quasi lei stessa</em>. Chi racconta è “la bambina”, Toni, una eterna terza persona, non solo per grammatica. Parla di Levanah, una madre frenetica e lettrice, di un fratello maggiore adorato, Sami, di una sorella, Corinne, bella e appassionata di capelli e cuscini, del padre Maurice, che è segaligno, che fuma, che è stato un punto di riferimento dell’organizzazione degli ebrei sefarditi e vive separato e un poco sperduto, ma Toni del padre vede solo questo, il resto sono parole come “Sokhbah”, “emarginazione”, “comunità orientali” che non capisce ancora. <em>Ogni tanto urlava: “Al fuoco! Al fuoco!” La via deserta. La strada deserta. Io mi tappavo le orecchie con le dita dentro il prefabbricato, per non sentirla. Il vicino falegname usciva dalla segheria, la calmava. Veniva fuori la moglie del vicino falegname, la calmava. Veniva fuori la vicina del vicino falegname, Frida, infilava la faccia fra le grate del cancello, aguzzando gli occhi che tanto ricordavano la sua espressione al punto che se la dimenticavano. Lei non la calmava mica, lei era reduce della Shoah</em>.</p>
<p>La scrittura di Ronit Matalon è pastosa, evocativa e costruita tanto da riuscire assai bene a sembrare racconto orale, è colta senza essere incomprensibile, è avvincente. Perché descrive la necessità di separare e di definire lo spazio, l’eventualità di essere estranei anche in mezzo alla propria famiglia e improvvisamente, solo perché la geografia intorno è cambiata, la festa della vittoria di un popolo contro un altro che è sempre eccessiva e spesso disgustosa, come per appropriarsi di un posto, per ricominciare a utilizzare i possessivi, sia necessario conoscere l’aria e il vento che stanno tra le parole, le persone e le cose. Per questa perenne preghiera di esistenza dell’altro, che ascolta e risponde, <em>Il suono dei nostri passi</em> è un romanzo di possibilità, di sopravvivenza e di sorpresa nonostante, il cui basso continuo, o forse il flauto, è che non solo il dolore è un trauma, ma pure la bellezza, anzi, soprattutto la bellezza. <em>(…) non da gente che scappa da qualcosa verso qualcosa, sbattuta dal moto a scossoni fra passato e futuro, fra quel che è stato e quel che sarà, ma di chi ha la grazia del momento, d’essere sommerso da capo a piedi dalla cascata dorata del presente, rinfrancato dal misero suo arredo: la pioggia, la strada, la notte, il gatto, il marciapiede non asfaltato, una frase casuale detta o no, un ramo storto dalla malia, il prefabbricato davanti al quale siamo passati, come se niente fosse, proseguendo.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/41Wkzd1+6CL._SL500_AA240_.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40714" title="41Wkzd1+6CL._SL500_AA240_" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/41Wkzd1+6CL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a></p>
<p><strong>Ronit Matalon, <em>Il suono dei nostri passi</em>, atmosphere (2011), trad. di Elena Loewenthal, pp. 352, 18,50 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/il-vuoto-fisico-delle-parole/">c&#8217;era una volta</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>introduzione</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 08:30:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Calvino5.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p>La vicenda editoriale di questo libro è insolita e bizzarra.</p>
<p>Tutto ha avuto principio con un «c’era una volta», o quasi. Nell’estate del 2008 mi capitò tra le mani un articolo apparso il 25 aprile 1958 su un settimanale locale, il <em>Corriere Valsesiano</em> (la Valsesia è la parte settentrionale della provincia di Vercelli), dove l’uscita di un ‘Gettone’ Einaudi dovuto a un tale Remo Agrivoci era data come fatto certo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/07/introduzione/">introduzione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Calvino5.jpg"><img class="size-full wp-image-40528 alignleft" style="margin: 8px;" title="vittorini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Calvino5.jpg" alt="" width="221" height="284" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p>La vicenda editoriale di questo libro è insolita e bizzarra.</p>
<p>Tutto ha avuto principio con un «c’era una volta», o quasi. Nell’estate del 2008 mi capitò tra le mani un articolo apparso il 25 aprile 1958 su un settimanale locale, il <em>Corriere Valsesiano</em> (la Valsesia è la parte settentrionale della provincia di Vercelli), dove l’uscita di un ‘Gettone’ Einaudi dovuto a un tale Remo Agrivoci era data come fatto certo. Il paragrafo non portava firma, o sigla, e pensai a uno stelloncino redazionale. Tuttavia l’articolo, che titolava «Anche la Valsesia avrà un ‘Gettone’» era troppo ampio per esse­re uscito dalla penna di un redattore anonimo e, allo stesso tempo, troppo breve per l’importanza che il fatto me­ritava. Inoltre lo stesso giornale, né prima né dopo quella data, fa­ceva altro riferimento al ‘Gettone’ valsesiano.</p>
<p>Inutile dire che il libro di Agrivoci non uscì mai; anzi, proprio in quel 1958, l’esperienza dei ‘Gettoni’ giungeva gradual­mente al termine. Così tornai a rileggere l’articolo ponzato d’enfasi, di reto­rica spiccia e di poco garbato campanilismo, del quale conservavo copia in un quaderno dalla copertina limone:<br />
<span id="more-40527"></span><br />
<em>Era tempo che la grande editoria prestasse attenzione alla nostra piccola valle e agli artisti che la popolano: Remo Agrivoci è uno d’essi e ci ha annun­ziato che pubblicherà presso Einaudi, nella oramai avviata collezione dei ‘Gettoni’, un suo romanzo neorealista, </em>Partigiano Inverno<em>, con il quale dipinge un bellissimo, aggraziato e intenso quadro dei nostri luoghi e un fiero ritratto degli uomini più nobili tra quelli che, schiacciato il cuore dal piede in­vasore, liberarono la Patria col coraggio e la fede nella libertà. Tra città e monti si muovono, nel cuore dell’inverno del 1943, tre personaggi che rappre­sentano le età della vita: Umberto, un giovinetto di dieci anni o poco più, che, seppur imbevuto della rettorica del regime, finisce per trovare una propria vi­sione della vita, nobile e dignitosa, lontana dalla logica assurda che gli veniva inculcata; Jacopo, un ragazzo, fresco nel corpo e nell’animo, che sa prendere, appena terminati gli studi liceali, la decisione giusta, quella del sacrificio per­sonale in vista del bene comune, e sale fiero sui monti; infine Italo, un profes­sore di Italiano in pensione, che, dopo una vita lavorativa trascorsa a Vercel­li, decide di tornare a Borgosesia, sua città natale, dove gli è rimasto un fra­tello, di lui più anziano: qui scopre il rimorso di essere stato lontano per tan­to tempo ma ottiene una proba redenzione ponendo a repentaglio la sua me­diocre esistenza. Siamo felici per il nostro Remo Agrivoci ma più ancora per la nostra Valsesia, di cui finalmente, in questo romanzo di formazione, son tessute le esatte lodi e sono cantate le virtù, le doti, i meriti di cui mai gli abi­tanti di questa valle difettarono.</em></p>
<p>Capirete che molti elementi non quadrano: Vittorini non avrebbe mai avallato un libro come questo. Pensai a una burla, voluta da qualche valsesiano per vellicare la sopitissima ambizione dei convalligiani, ma infine dubitai di poter accordare tanta lepidezza a gente fatta come me. Allora il romanzo doveva pur esserci stato, almeno come manoscritto, e giunsi ad altre congetture: forse Agrivoci s’era risentito per una delle celebri beccate di Vittorini, o temette che la severità dei suoi baffi si sarebbe sgravata su un ‘risvolto’ troppo aspro, come quelli che capitarono a Fenoglio o a Zolla. Forse ci fu un ripensamento di Vittorini. O forse Remo Agrivoci spedì il manoscritto e il siciliano rispose che il romanzo poteva inte­ressare e che avrebbero dovuto vedersi a quattr’occhi. Può darsi che si fossero incontrati e che il progetto fosse naufragato sul na­scere. Ma nel frattempo il precipite Agrivoci poteva aver raccon­tato a qualche amico articolista del contatto con Vittorini e l’arti­colista poteva aver fatto, avventatamente, il resto.</p>
<p>La realtà si presentava multipla, spinosa, a stra­ti fittamente sovrapposti, come un carciofo, e alla fine deliberai di te­ner buone tutte le ipotesi, e nessuna. Così decisi di provare a riscrivere il romanzo.</p>
<p>Questo è il primo romanzo che scrivo, o meglio: riscrivo. Come è naturale in questi casi, avrei dovuto trovare un manoscritto, più o meno integro e leggibile, e trascriverlo con in­nocenza, come hanno fatto tanti altri, e più fortunati, prima di me. Non è stato così, come ho detto.</p>
<p>Presi in considerazione l’anno, il 1958, nel quale avrebbe dovuto uscire il volume: molti iniziavano a dimenticare o avevano dimenticato la guerra di Liberazione, e il romanzo italiano stava entrando a far parte della quantità di beni superflui di cui ognuno poteva fruire. L’universalità del contenuto (valida per l’immediato dopoguerra, secondo l’opinione di Calvino nella <em>Prefazione</em> del 1964 al <em>Sentiero dei nidi di ragno</em>) stava sgretolandosi già negli anni Cinquanta, più ancora nei Sessanta (e Calvino lo con­ferma): oggi è estinta e restano solo i segni dei testimoni. Gli uo­mini, nel declinare degli anni 50, avevano altro per la te­sta: da un canto miravano su, al cielo stellato, non con vagheggiamento lunare ma con curiosità scientifica e il timore che all’improvviso lo Sputnik o qualche altra diavoleria potesse cadere loro sulla testa; dall’altro canto guardavano in basso, tra le gambe, follemente preoccupati per la Legge Merlin. Angelo Roncalli sali­va al soglio come 261° Papa e metteva a soq­quadro la Chiesa. La pretesa ch’ebbe Agrivoci di scrivere, in quel frangente, un romanzo ‘neorealista’, dopo la decretata fine del ‘neorealismo’ mi sembrava un’assurdità.</p>
<p>Ma a volte le cose stravaganti sono le più attraenti. Ero affascinato all’idea di narrare di un tempo in cui eroi e poeti strin­gevano sodalizi (nella milanese casa dell’architetto Filippo Maria Beltrami, futuro “Capitano” di una delle prime formazioni parti­giane dell’Ossola, Montale andava a bere il caffè, e chiosava di suo pugno le poesie di Giuliana Gadola, moglie del “Capitano”), di un tempo in cui i soldi si vincevano proditoria­mente – per chi faceva la spia – con le taglie sulla testa invece che coi quiz. Volevo raccontare queste cose adesso che la memoria resistenziale fatica a resistere, in quest’epoca moralmente imba­razzante nella quale ci si imbarazza di fronte all’impegno.</p>
<p>C’erano due problemi, uno di forma, l’altro di contenuto. Iniziamo dal secondo: scrivere l’ennesimo libro sulla guerra e la Resistenza? con quale coraggio? e perché? Non posso mettere avanti una ragione convincente né per i lettori, né per me: un al­tro libro sulla Resistenza non serve perché il più bello e quello dopo il quale non si può dire più nulla è già stato scritto: è <em>Il partigiano Johnny</em>. Mi diedi quindi una risposta da fan­ciullino: ho scritto perché me ne è venuta voglia (cosa che nessuno scrittore direbbe mai); ho scrit­to perché amo l’inverno e il titolo <em>Partigiano Inverno</em> non poteva che stimolarmi; ho scritto perché da tempo desideravo raccontare una storia dove protagonista fosse la Valsesia.</p>
<p>La cosa più cruda che c’è in questo romanzo è la fucilazio­ne di dieci persone (tra civili e par­tigiani): cosa piuttosto frequente negli anni della guerra civile, sor­prendente oggi, a figurarcela nella piazza del nostro paese. Si dirà che anche adesso gli omicidi di mafia o gli assassinii in serie ci mettono la morte in faccia. È vero, ma è una morte dipinta con altri toni: giunge veloce, anonima, inaspettata, si consuma in pri­vato; la fucilazione di ieri si svolgeva come una sacra rappresenta­zione, coi gesti lenti delle cose sovrumane poste sotto l’egida d’u­na presunta amministrazione della giustizia, col flemmatico cor­teo dei condannati verso la morte, il tempo sospeso di chi ammira il teatrino dell’equità con la messa in scena delle iniquità e delle insensatezze: spettacolo assurdo, surreale e, per noi, inconcepibi­le.</p>
<p>Ma in che maniera parlarne, oggi che “l’<em>inesperienza</em> è la con­dizione trascendentale dell’esperienza attuale” (Antonio Scurati, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>)? Mi sembrò sensato far affiorare l’idea che l’uomo d’oggi può paragonarsi a quello di ieri solo se posto di fronte alle cose della natura (e non della storia), che sono uguali da migliaia di anni. A fare le azioni importanti non sono i protagonisti del romanzo (Umberto, Jacopo e Italo) ma Cino Moscatelli, Giuseppe Osella e gli altri che ci furono davvero; i miei personaggi per la maggior parte del tempo si limi­tano a passeggiare, a rievocare prou­stianamente; attendono qualcosa, o cercano l’Occasione della vita; progrediscono ma non linearmente: muovono disordinati, senza meta, per brevi scarti. Sono soli e perduti, come noi di fronte al passato. Rincorrono qualcosa avanti a loro ma non sanno cosa: la linearità s’inchiocciola e diventa circolare. L&#8217;insufficiente diventa evento, o lo diventa ciò che è grottescamente abbondante, ovvero l&#8217;ecce­denza deforme.</p>
<p>Passiamo al problema della forma. Scartata in partenza l’idea di un narratore in­terno, mi buttai con entusiasmo sull’eterodiegesi, scoprendomi in­deciso se optare per un narratore personale o impersonale. Mi in­vaghii del primo per ribellarmi all’idea che il romanzo sembrasse essersi fatto da sé, ma scoprii che fare il narratore personale più di tanto non mi veniva. Cercai poi di giocare con la focalizzazione: al principio adottando un punto di vista moderatamente interno, senza malizie, a vol­te sfocato e scialbo, per passare poi a una focalizzazione più instabile che vuole pigliare tutto tra il grado zero e il punto di vista esterno. Volevo dare al romanzo un ritmo lineare e circolare a un tempo: un ritmo alla ‘bolero’, una struttura ad ‘aria e variazioni’ con ripresa dell’‘aria’ in chiusura.</p>
<p>Ho inteso il linguaggio come un protagonista che subisce un’evoluzione, più grande o evidente rispetto a quella dei perso­naggi. Esso si carica come una valanga disordinata che rovina giù: diventa bizzarro, insanito, folle, espressionistico a furia di afrodisiaci dialettali e vocabolarie­schi. Ho voluto strappare la faccia a certi ceffi col randello della deformazione e, al tempo stesso, col naso del clown, perché m’è parsa l’unica maniera di poter parlare – sempre fallendo – della ferocia e della morte, e di tempi e di uno spirito che non c’è più. Non con la vana speranza di riuscire a muovere qualcuno a pietà ma per dimostrare che oggi, di certe cose, non ci si riesce più a rendere conto.</p>
<p>Devoto alle poche notizie sull’opera, ne ho mantenuto il tito­lo, <em>Partigiano Inverno</em>, e ho conservato gelosamente, quando non l’ho alimentato, un dubbio: se <em>Inverno</em> fosse il nome di un partigia­no, o se <em>Partigiano</em> fosse un attributo o un tributo all’inverno, o entrambe le cose.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/07/introduzione/">introduzione</a></p>
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		<title>Il nome giusto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/</link>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 06:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Sergio Garufi</strong>, <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle grazie, 234 pag.</p>
<p>Per alcuni autori la vita vince sulla scrittura, per altri la scrittura la sbaraglia. Non esiste vita se non attraverso i libri, non esiste esperienza se non condizionata dall’arte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/">Il nome giusto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg" alt="" title="il nome giusto" width="173" height="252" class="alignnone size-full wp-image-40436" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Sergio Garufi</strong>, <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle grazie, 234 pag.</p>
<p>Per alcuni autori la vita vince sulla scrittura, per altri la scrittura la sbaraglia. Non esiste vita se non attraverso i libri, non esiste esperienza se non condizionata dall’arte. Sergio Garufi sembra appartenere a questa categoria. La mediazione artistica, la citazione dotta, l’ammicco letterario, il rimando implicito, non devono però sembrare uno scudo per difendersi dalla vita; non sono una corazza che esclude il principio di realtà, semmai appaiono come una seconda pelle perfettamente aderente all’autore che amplifica la percezione emotiva del mondo.<br />
<span id="more-40435"></span><br />
<em>Il nome giusto</em> si apre, in effetti, col più irrealistico (e citatissimo) incipit immaginabile: un uomo, appena investito da una macchina, si rende conto di essere morto e allo stesso tempo di poter vedere il mondo da questa posizione di privilegiata condanna. Alla ricerca di un modo per poter essere dimenticato da chi lo ha amato in vita, per poter cioè finalmente abbandonare questa meta-realtà e disperdersi nel nulla, il protagonista, grazie all’ausilio, di capito in capitolo, di alcuni suoi libri svenduti ad un libraio, ripercorrerà la sua stessa esistenza: gli amori perduti, l’infanzia, i drammi familiari, il lavoro. </p>
<p>Garufi per sua fortuna è un autore esordiente ma non un “giovane autore”. Scrive con estremo equilibrio un libro che non è precisamente un romanzo (di “sformazione” borghese), ma una sorta di <em>patchwork </em>– simile a quelli venduti dal protagonista antiquario – composto da materiali nobili (<em>mémoire</em>, dissertazioni, divagazioni, aforismi) assemblati in apparenza senza alcun ordine narrativo, se non quello del gusto personale. Ma strada facendo ci si accorge di avere fra le mani di volta in volta non scampoli ma tessere di un mosaico che incastrandosi raccontano la resistibile discesa nell’anonimato di un uomo senza qualità, ossessionato dai suoi oscuri e irrisolti drammi familiari. La vita, insomma, l’autobiografia <em>tel quel</em>, si fa prepotente e crudele, fino a vincere sulla letteratura stessa.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 32 del 9 agosto 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/">Il nome giusto</a></p>
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		<title>nude singolarità</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/nude-singolarita/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 04:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>Quella Lindsay, Giovanni l’aveva conosciuta passando attraverso la corte interna di Palazzo Strozzi, come fa sempre quando dalla piazza vuole andare in via Tornabuoni. Aveva visto uscire un tipo dal Gabinetto Viesseux e aveva pensato ma guarda te c’è ancora gente che va al Viesseux, che poi, chissà cosa c’è in questo famoso Viesseux, così era entrato a sua volta e lì spaesata l’aveva vista, indecisa se studiare davvero o raccogliere i libri dal tavolo e andarsene, come incerta se quella in cui si trovava fosse effettivamente una biblioteca pubblica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/nude-singolarita/">nude singolarità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-40429" title="stradaFInotte" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/stradaFInotte.jpg" alt="Strada di Firenze di notte" width="462" height="373" /></p>
<p>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>Quella Lindsay, Giovanni l’aveva conosciuta passando attraverso la corte interna di Palazzo Strozzi, come fa sempre quando dalla piazza vuole andare in via Tornabuoni. Aveva visto uscire un tipo dal Gabinetto Viesseux e aveva pensato ma guarda te c’è ancora gente che va al Viesseux, che poi, chissà cosa c’è in questo famoso Viesseux, così era entrato a sua volta e lì spaesata l’aveva vista, indecisa se studiare davvero o raccogliere i libri dal tavolo e andarsene, come incerta se quella in cui si trovava fosse effettivamente una biblioteca pubblica. Aveva notato la borsa sportiva, i capelli scuri ancora vagamente umidi, post-doccia, post-palestra, i jeans rivoltati sul girovita, testimonianza di una recente perdita di peso, il viso androgino ma bello, aveva attaccato discorso, l’aveva portata fuori, ovvero di nuovo lì nella corte del palazzo, messo in atto un paio di routine ben collaudate, condite da tre palle sulla mostra in corso, mostra di cui, va da sé, non sapeva nulla, e fissato per qualche sera più in là. Per stasera.<br />
Lei gli ha chiesto di vedersi in un circolo, c’è una mostra di fotografia gli ha scritto nel messaggio, buon segno pensa Giovanni, vuole dare una prova di valore e avere spunti di conversazione, e infatti la trova bendisposta e radiosa, secondo la sua personale scala dove la disposizione di un bersaglio è sull’ascisse<span id="more-40413"></span><br />
1 &#8211; ostile<br />
2 &#8211; avversa<br />
3 &#8211; maldisposta<br />
4 &#8211; perplessa<br />
5 &#8211; neutrale<br />
6 &#8211; incline<br />
7 &#8211; bendisposta<br />
8 &#8211; partecipe<br />
9 &#8211; entustiasta<br />
mentre l’energia sta sull’ordinata funebre-plumbea-inerte-tiepida-neutrale-frizzante-calorosa-radiosa-raggiante, il che dà, oltre che un’ottima posizione in alto a destra in un’ipotetico grafico cartesiano, una probabilità di intorto del (7+9=16)x5=80%, laddove ogni punto vale un 5% di riuscita (fatto dal quale si desume che anche in un caso di disposizione ostile e livello di energia funebre il nostro si dà comunque un 10%), fatti salvi eventuali modificatori positivi o negativi a seconda del soggetto (studentessa americana: +10%) di come si svolge l’incontro, c’è subito un abbraccio 91%, c’è da bere 92%, uno sguardo alle fotografie, “personale di Paci Girolamo”, madonna che orrore pensa Giovanni, che ridda di banalità e retorica, pensa guardando la nera con le zinne all’aria e le cicatrici rituali, il vecchio cinese che fuma una pipa d’oppio, le bambine in uniforme della scuola indiana, e intanto nota che Lindsay, pure, non è convinta se le foto siano buone o no, magari le fanno schifo ma non vuole arrischiarsi a dirlo – e se a lui piacessero? – così decide di esporsi e lei concorda sul fatto che siano una porcata, buon segno, ha gusto, e allora passando da una foto alla successiva versi di disgusto, risate, “guarda brutta questa”, e di lì irrisorie confidenze, contatti fisici, 93, 94, 95%, bene, pensa Giovanni, adesso usciamo, non ci inchiodiamo qua:<br />
– Andiamo?<br />
Cos’è il genio, pensa aprendo la porta alla ragazza, se non la capacità innata e del tutto interiorizzata di puntare sempre e soltanto al miglior possibile esito, stabilire le condizioni per un risultato certo e saperle attuare in tempo reale, valuta mentre camminano per borgo Pinti, misteriosamente fresca anche a maggio, finché non vede un portone, gli sovviene che qualche mese prima Diego, un suo vecchio compagno di liceo, era tornato da un viaggio e si era traferito lì, ricorda un bel doposerata a sigari e tequila, un paio di settimane addietro:<br />
– Qui ci abita un mio amico, vediamo se è in casa – Ecco qua. Momento di falsa diversione: suggestione, presentazione di me come figura al centro di un sistema aperto di relazioni, finta distrazione onde poi chiudere e riaccentrare senza tema di risultare al baccaglio o tantomeno troppo interessati, e tuttavia su binari dei quali proprio durante la digressione si è stabilito il totale controllo.<br />
Dai, buona stella, fai che Diego sia in casa e andiamo al 96%, pensa Giovanni mentre suona, la mente al buio, sontuoso salone e alle bottiglie di tequila e mezcal originari di Diego, e guarda la ragazza, che gli sorride, quattro secondi in cui fa in tempo a spiegarle che questo suo amico è un grande scrittore (mai letta una parola scritta da lui, ma tant’è), che è appena tornato da un viaggio di sei mesi in sudamerica, a zonzo con un furgone, ed ecco un click elettrico, la porta che si apre.<br />
In quella stanza, anticipata da un corridoio con pilastri a vista, in quell’alto, plumbeo salotto da antica casa fiorentina, quarti di colonna agli angoli e l&#8217;ombra di un affresco sul soffitto, unica decorazione aggiunta un quadro sul caminetto, un volto maligno e levantino dipinto bestiale sul legno, Diego li riceve.<br />
Giovanni presenta la ragazza. Diego li invita a sedersi, si accomodano. Morbide e profonde le poltrone, fresca la casa. La tipa si interessa del suo viaggio, lui racconta. Confronti tra Nordamerica e Sudamerica. La mispercezione, comune in Europa, del Messico come Sudamerica. 2666. Il complicato rapporto tra USA e Messico.<br />
Giovanni li ascolta parlare e pensa: a) Che la tipa è sveglia b) Che uno fa un viaggio del genere e quando torna immagina che sarà al centro dell’attenzione, che tutti lo cercheranno sperando che la sua indubitabile evoluzione provveda anche a far evolvere loro, per irradiazione, e invece no: potrà tornare magari profondamente cambiato, ma per gli altri sarà tale e quale a prima, solo che tutte le persone che aveva intorno saranno più distanti. Alla gente, poi, piace sentire resoconti di viaggio, ma che tu sia stato a Siena a mangiare i ricciarelli o in un luogo esotico a vivere mesi di incredibili avventure, la curva di attenzione è di qualche minuto, e infatti proprio mentre Diego racconta di come è sfuggito ai briganti guatemaltechi sparando il furgone giù per una mulattiera, riparando poi presso una comune di contadini trotzkisti, la tipa si alza, si reca a guardare il residuo di affresco da un’angolazione migliore.<br />
Giovanni chiede a Diego ancora mezcal, lo incoraggia a tirar fuori un’altra avventura. Lui allora racconta dell’arrivo a Bogotà e dell’ayahuasca e del Sumapaz e dell’Aramu Muru, e Giovanni riflette su come, se pianifichi la tua rentrée in base all&#8217;idea che verrai attorniato da una folla che implora un dettagliato resoconto, ci rimarrai male. Diego non è sciocco, pensa Giovanni, e ormai lo ha capito, e infatti racconta solo se, come adesso, gli viene richiesto. Chissà se è felice, che gli venga chiesto, o se si è rotto i coglioni anche di quello, e in effetti quando la ragazza si sposta ancora più in là per guardare il caminetto, per infilarci dentro la testa, Diego non perde l’occasione per spostarsi su argomenti a lui più cari. Vedi Giovanni, dice, tu fai farmacia, certamente ti annoierò a parlare di letteratura, o peggio di letteratura ancora da scrivere, ma il vero scopo del mio viaggio, devi sapere, era fare il pieno di esperienze, di voci, così da scrivere un romanzo. Un grande romanzo. Sai che Duccio, il ragazzino che si è unito per ultimo alla rivista, ha scritto un libro? A quest’ora sarà già uscito. Sono cose che mettono fretta. E allora l’ho fatto, questo pieno. Ma ho anche compreso che c&#8217;è un errore cruciale, in tutto questo, poiché raramente un primo romanzo è già un grande romanzo, almeno nell&#8217;idea di letteratura come cosa complessa e sedimentata che io e gli altri di maniaco senz&#8217;altro condividiamo, ma dall’altro lato, mi sono detto, le grandi imprese non partono forse quasi sempre da una sottovalutazione dei rischi? Allora sono tornato e, preso atto che a nessuno importava niente delle mie peripezie&#8230;.<br />
– Ma dai, Diego, non è vero – Giovanni valuta se inventarsi una scusa e portar via la ragazza, ma nota che è persa a spulciare la libreria e allora lascia stare.<br />
– Sì che è vero – fa quello, – e Cosimo e Mattia, Gaia e Duccio, dai quali già partendo avevo preso le distanze, oggi mi appaiono ancora più lontani. Così ho affittato un soppalco in questa casa e mi sono messo nell&#8217;ordine di idee di scrivere questo benedetto romanzo.<br />
– Bè, loro non li conosco, ma era la cosa giusta da fare, no?<br />
– Certamente. Il problema è che non ho scritto, né scriverò, una sola pagina.<br />
– A donne come va? – azzarda Giovanni, come a cercare di uscire dalla piega che ha preso il discorso.<br />
– C’è questa mia antica amica e compagna di università, Annabel. Non credo tu la conosca. Da quando sono tornato non l’ho mai incontrata, ma penso molto a lei, specie alla sera.<br />
Giovanni guarda Diego col bicchiere in mano, la sua figura in quella profonda poltrona nell’ombra di quel salone di una buia casa dell’umbratile borgo Pinti, sotto gli occhi di tempera di un arabo arcigno, e davvero ai suoi occhi assume dimensioni tragiche, la ragazza intanto torna da lui, con le mani gli prende le spalle e il collo e normalmente a un simile confidenzialissimo tocco Giovanni penserebbe “100%!” ma adesso no, adesso è assorbito dalla figura di Diego che versa ancora mezcal, come piegato sulla bottiglia, come avesse su di sé tutti gli anni di quel salone, della città, del continente, e lo prende una consapevolezza della futilità di tutto, e di come però questa futilità si addensi a volte in scure polle di significato, in nude singolarità, e allora inclina indietro la testa:<br />
– Andiamo a bere qualcosa, – propone a Lindsay e – vieni? – fa poi a Diego, che come previsto, inevitabilmente, dice no e anzi li guarda con distante stupore, un riverbero nelle profondità buie del tempo.</p>
<p>tratto da <a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788842097679"><em>Se fossi fuoco, arderei Firenze</em>, Laterza</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/nude-singolarita/">nude singolarità</a></p>
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		<title>Intervista a Sara Paretsky</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 04:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[chicago]]></category>
		<category><![CDATA[enrico minardi]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[sara paretsky]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>a cura di <strong>Enrico Minardi</strong></p>
<p>Sara Paretsky è una straordinaria scrittrice di romanzi gialli, conosciuta in tutto il mondo, e tradotta in venticinque lingue. Paretsky deve in gran parte la sua fama all’investigatrice privata, di origine italo-polacca, V.I. Warshawski, protagonista di oltre quindici romanzi, e di un film (intitolato semplicemente <em>V.I.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/intervista-a-sara-paretsky/">Intervista a Sara Paretsky</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di <strong>Enrico Minardi</strong></p>
<p>Sara Paretsky è una straordinaria scrittrice di romanzi gialli, conosciuta in tutto il mondo, e tradotta in venticinque lingue. Paretsky deve in gran parte la sua fama all’investigatrice privata, di origine italo-polacca, V.I. Warshawski, protagonista di oltre quindici romanzi, e di un film (intitolato semplicemente <em>V.I. Warshawski</em>), interpretato da Katleen Turner nel 1991. Ciò che in specie ci ha affascinato di questo personaggio è il suo idealismo – di marca anche femminista – e la capacità di comunicare una chiara &#8211; ma nel contempo articolata e ricca di chiaroscuri &#8211; visione della realtà. Anzi, secondo quello che è ormai diventato un luogo comune della letteratura poliziesca, fin dall’inizio, ogni romanzo di Sara Paretsky è stato – e continua ad essere &#8211; in realtà un pretesto per parlare, e condannare, le ingiustizie della società americana (che si tratti delle ineguaglianze sociali o dell’isteria paranoica diffusa nell’era Bush). Tradotta in Italia da Sonzogno e Sperling &#038; Kupfer, la incontriamo una fredda domenica mattina di fine marzo in un piccolo bar a Chicago dowtown, dove vive, e dove fra l’altro si svolgono le vicende della sua eroina.  </p>
<p>D: Trovo la protagonista dei suoi romanzi molto interessante: una investigatrice, V. I. Warshawski, che sul lavoro non può mai mettere da parte il fatto di essere prima di tutto una donna. Ho letto in un’intervista che per lei era importante creare un investigatore donna. Può parlarne un po’?<br />
<span id="more-40182"></span><br />
R: All’inizio quello che volevo era creare una donna che potesse occupare spazi che tradizionalmente venivano occupati solo da uomini. Credo che l’investigatore sia un personaggio problematico specie nei romanzi polizieschi. Non è una cosa così inusuale il fatto che lei sia una donna. Quello che è strano o, per alcuni lettori, problematico è la sua rabbia, caratteristica che potrebbe essere percepita come una qualità più maschile. Però c’è da dire che in lei si riflette il mio senso di impotenza che si traduce forse in rabbia anche se lei ha molto più coraggio di me in tutti i campi; sia dal punto di vista fisico che emotivo lei agisce in maniera molto più coraggiosa di quanto possa fare io. In lei si riflette anche il mio senso politico, dato che credo che i romanzi polizieschi rappresentino un commento sulla società. Ci sono state altre investigatrici nella letteratura, come per esempio Miss Marple. Anche Agatha Christie scriveva a suo modo romanzi politici, solo che la sua politica era quella dello <em>status quo</em> e con i suoi romanzi non faceva altro che rafforzare il sistema classista inglese: Miss Marple non è una professionista, non fa l’investigatrice per guadagnarsi da vivere, come tutti gli investigatori della letteratura inglese è anch’essa un’amatrice, e questi, diciamo così, amatori sono in generale più intelligenti della polizia. Il sistema classista inglese prevedeva infatti che il poliziotto appartenesse alla classe operaia e di conseguenza non avrebbe certamente potuto essere un membro intelligente della società. Miss Marple rafforza in un certo modo quell’ordine sociale.</p>
<p>D: Vorrei ora parlare di come finiscono i suoi romanzi, che mi sembra non abbiano una fine, o soltanto una conclusione parziale. Il lettore, credo, abbia la sensazione che la giustizia non possa mai veramente trionfare (come in <em>Black list</em>, allorquando il ragazzo egiziano, la vera vittima di tutta la storia, muore ucciso da un colpo di arma da fuoco). L’investigatrice, avendo un padre poliziotto, sa benissimo come funziona la polizia, è consapevole del livello di corruzione in politica e della connessione tra politica e business (come è chiaro in <em>Hard Times</em> e in <em>Tunnel Vision</em> [tradotto in italiano con il titolo <em>Una luce in fondo all’abisso</em>, 1997]). Ecco perché l’investigatrice non si fa nessuna illusione sulla possibilità che ha la giustizia di trionfare, ma quello che lei vuole è, almeno, che alla fine i più deboli non soffrano. </p>
<p>R: Credo che questa sia una lettura molto accurata dei miei romanzi. In <em>Black list</em> non volevo uccidere il ragazzo egiziano, volevo salvarlo ed ho cercato fino alla fine di riuscirci, senza purtroppo trovare il modo di farlo. Ho infatti pensato che considerato il clima isterico in cui si trova il mio paese in questi anni forse sarebbe stato più compassionevole da parte mia farlo morire piuttosto che farlo finire in prigione. Non sono mai stata in una prigione dove vengono detenuti immigrati, ma ho letto storie e memorie e sono venuta a conoscenza di molti episodi sconvolgenti.<br />
Sono appena stata in Crimea e ho incontrato un ragazzino di 16 anni che voleva venire in America per studiare, ma la cosa dal punto di vista burocratico era troppo complicata, quasi impossibile. Ho allora pensato che vorrei che l’America fosse davvero un posto per raggiungere il quale valga la pena sacrificare tutto, ma non sono sicura che lo sia in questo momento. </p>
<p>D: In questo suo tentativo di salvare i più deboli, Warshawski rischia molto, specialmente nello sfidare il sistema giudiziario. Questo atteggiamento, a mio parere, ricalca un luogo comune delle storie poliziesche: l’investigatore è insoddisfatto del sistema giudiziario e cerca di vincere basandosi sulle proprie forze e abilità. </p>
<p>R: In generale, non penso che la gente debba farsi giustizia da sola, ma nel contesto dei romanzi la figura dell’investigatore risponde forse ad un desiderio di avere un eroe che possa salvare i più deboli. Nella vita vera ci sono molte più sfumature, ma nel contesto di un romanzo poliziesco il lettore sa e si aspetta che l’”eroe” faccia la cosa più corretta dal punto di vista etico e morale. E’ certamente un mito, ma è un mito che, tutto sommato, dà ancora sollievo a fronte di tutte le ingiustizie reali per le quali non c’è nulla da fare. </p>
<p>D: Come costruisce i suoi romanzi? L’impressione è che ci sia molta ricerca alle spalle. Quando in <em>Hard Times</em> si parla della prigione, la sensazione è che lei ci sia proprio stata.</p>
<p>R: No, non sono mai stata in una prigione, ma ho parlato con donne che ci sono state. Ho iniziato a scrivere il romanzo perché Amnesty Interational aveva pubblicato un rapporto sugli abusi sessuali di donne nelle prigioni americane e quando l’ho letto ne sono rimasta sconvolta. Conosco alcune donne avvocato che lavorano con donne che sono in prigione non tanto per difenderle in tribunale quanto per proteggerle da assalti all’interno del sistema. Ho tentato di visitare una prigione ma non fanno entrare scrittori e non si può mentire sulla propria identità perché si deve mostrare una lunga lista di documenti. Praticamente quello che faccio è risalire ad una notizia e incontrare persone che in qualche modo possono darmi delle informazioni più dettagliate. È così che conduco la maggior parte della mia ricerca. </p>
<p>D: A me sembra che le indagini condotte da Warshawski nei suoi romanzi siano spesso un pretesto per parlare della realtà, per comunicare le sue opinioni sulla società. Si ha l’impressione che le storie poliziesche siano ormai l’unico strumento rimasto per parlare della società.</p>
<p>R: È un pensiero interessante. C’è uno scrittore messicano molto conosciuto, Paco Ignacio Taibo II, che dice che in Messico le storie poliziesche sono considerate solo intrattenimento e non vengono dunque censurate. Rimangono di conseguenza l’unico modo per parlare di politica e della società e forse questo è anche quello che succede in America.</p>
<p>D: È quello che succede anche in Italia.</p>
<p>R: Ah, interessante! Per quanto mi riguarda, nel cercare di raccontare una storia nel contesto di una società disfunzionale il modello letterario più importante è quello di Charles Dickens. Il mio tentativo è quello di presentare la realtà ma anche di dimostrare come la gente voglia, nonostante tutto, vivere una vita ordinaria, e per ordinaria intendo una vita nella quale non si debba aver paura la mattina quando ci si sveglia. </p>
<p>D: Ci può dire di più su questo punto? </p>
<p>R: Sono cresciuta in un periodo storico e sociale poco ordinario. Sono nata nel Kansas in una famiglia ebrea, quella di mio padre, che era stata sterminata in Europa. I giovani della mia generazione sono cresciuti con quella storia sulle spalle, e non abbiamo dunque mai potuto vivere una vita ordinaria. Personalmente ho sempre avuto questa fantasia della casetta con il giardino in cui tutto è pulito e ordinato e tutti sono felici, ma quando mi guardo attorno, vedo che la gente vive nella paura, paura che tutto gli possa crollare addosso da un momento all’altro. In America questo tipo di paura quotidiana ha accompagnato molti gruppi, specialmente i neri, ed ora tocca ai nuovi immigrati. Io vorrei che tutti fossero felici e questo mio desiderio si riflette nei miei romanzi in cui almeno una persona può essere protetta, salvata.  </p>
<p>D: Ho letto in un’intervista che lei si trasferì a Chicago nel 1966 per lavorare come assistente sociale. È vero?</p>
<p>R: Si, lavoravo con i movimenti per i diritti umani. Era il periodo in cui si pensava di avere l’energia e gli ideali per migliorare il mondo. Chicago era una città così segregata! Ad un certo punto i leader  dei gruppi di diritti civili si resero conto di non avere successo nella loro lotta e chiesero allora a Martin Luther King di venire a Chicago dato che la televisione lo seguiva ovunque andasse. Chiamarono anche degli studenti perché lavorassero con i bambini, così da dargli una visione diversa rispetto a quella che gli dava la scuola o la chiesa. In quel periodo Chicago era molto cattolica e nel quartiere dove ora vive Obama c’era un parrocchia il cui prete diceva che nessun afro-americano sarebbe mai potuto entrare nella sua chiesa. Spero che quest’uomo sia ancora vivo per vedere cosa sta succedendo con Obama che abita proprio dove lui predicava. Ma quella era l’atmosfera. La gente riceveva quel tipo di messaggio dalla chiesa, a casa, per strada, dai politici. Noi cercavamo di fare la nostra parte, di prendere i bambini dai quartieri difficili e portarli in giro, fargli vedere le cose per espandere i loro orizzonti, senza fargli prediche, ma solo facendogli vedere che la città era molto diversa, e migliore, da come loro l’avevano sempre conosciuta. Non so davvero se abbiamo avuto qualche impatto su di loro ma di sicuro questa esperienza ha cambiato la mia vita e la vita di chi lavorava con me. Abbiamo inoltre avuto la fortuna di marciare con Martin Luther King. È stato un periodo molto intenso della mia vita.</p>
<p>D: Lei si è poi laureata in business e ha iniziato a pubblicare solo all’età di 30 anni. Considerando il forte idealismo della sua gioventù, come è stato il passaggio al mondo degli affari? </p>
<p>R: Dovevo lavorare per sopravvivere e non credo che lavorare nel mondo degli affari sia stato meglio o peggio di altri lavori. Certo, se fossi stata fedele ai miei ideali, avrei fatto degli studi sociali e forse si può dire che sono stata un po’ incoerente o ipocrita. Comunque, la mia relazione con il mondo degli affari non è stata delle migliori e alla fine ho ‘divorziato’. Una volta il mio capo mi disse: “non pensi di essere un po’ troppo creativa per lavorare qui?”, ed ho pensato che fosse una domanda un po’ strana. Ma forse aveva ragione. </p>
<p>D: Lei ha scritto per lungo tempo prima di pubblicare. Considerava forse la scrittura uno spazio privato?</p>
<p>R: Sì e fare lo scrittore di professione ti cambia in qualche modo. Ieri sera ero ad un concerto con dei musicisti meravigliosi, pieni di talento e si capiva che quei due pianisti si stavano divertendo molto mentre suonavano. Ho pensato in quel momento che nello scrivere ora mi manca quella gioia, quel senso del divertimento che avevo quando non era il mio lavoro e non so come recuperarla. </p>
<p>D: Parliamo un po’ di Raymond Chandler che sembra essere uno scrittore fondamentale anche per molti autori europei, oltre che per lei.</p>
<p>R: Sì, Chandler ha definito il genere poliziesco, e quello che noi scrittori di romanzi polizieschi possiamo fare è ‘ribellarci’ un po’, cambiare o modificare qualcosa, ma a lui dobbiamo davvero tanto. È un personaggio strano, nato qui a Chicago. Sua madre era inglese, suo padre li lasciò subito dopo la sua nascita e così ritornarono in Inghilterra. Da giovane voleva diventare uno scrittore come Oscar Wilde, si riconosceva molto in quel tipo di estetica, ma non ebbe successo. Lasciò allora l’Inghilterra e si trasferì in Canada dove si arruolò per combattere durante la prima guerra mondiale. Fu l’unico a sopravvivere nel suo battaglione. Finì per lavorare come addetto delle pubbliche relazioni nell’industria petrolifera, ma continuò a scrivere e pubblicò il suo primo romanzo quando aveva 50 anni. Era così preoccupato di fallire come scrittore per una seconda volta, che prese le storie di Hemingway, le sottolineò e cercò di ricrearle. Da lì sviluppo il suo stile comico. La sua visione dell’investigatore come un eroe creò un genere, lui fu il primo a svilupparla: la figura dell’investigatore che protegge i più deboli, che a volte si fa giustizia da solo, ma che è affidabile. </p>
<p>D: Infatti, una delle cose che colpisce nelle sue storie, così piene di dettagli, è che Warshawki non è mai immorale, e il lettore capisce che di lei si può fidare. </p>
<p>R: Sì, è vero. E questo lo devo a Raymond Chandler e alla sua visione.</p>
<p>D: Mi sembra che lei sia molto affascinata dal Giappone e specialmente dalle donne giapponesi.</p>
<p>R: Le donne giapponesi che ho conosciuto mi sembrano così interessanti e quasi delle pioniere nei confronti dei tabù della loro società, così severa. Nella loro lotta, si ispirano alle investigatrici in una maniera che trovo molto commovente. Il mio editore giapponese è l’unico editore straniero che sia stato con me sin dall’inizio e che abbia pubblicato in traduzione tutti i miei romanzi, ed abbiamo ormai un rapporto molto stretto. Quello che è interessante è che la lingua giapponese ha 5 registri discorsivi e che le donne, a qualsiasi livello usino la loro lingua, siano obbligate ad avere sempre un registro più reverenziale. Il mio traduttore  giapponese fa parlare la mia investigatrice in un modo molto diretto, ma senza pertanto violare questo codice linguistico. Una volta ho ricevuto una lettera da un gruppo di donne giapponesi. Ognuno di loro aveva scritto una riga sul perché amavano la mia investigatrice e una, un ingegnere, scrisse che leggeva i miei libri tutte le mattine perché vi trovava il coraggio di affrontare l’ostilità che la circondava sul suo posto di lavoro; un’altra mi scrisse che leggere le storie della mia investigatrice le aveva dato il coraggio di comprare una lavatrice e smettere di lavare a mano. Mi sembra a volte di avere una forte responsabilità nell’essere fedele al mio personaggio.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/intervista-a-sara-paretsky/">Intervista a Sara Paretsky</a></p>
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		<title>In una stanza sconosciuta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/in-una-stanza-sconosciuta/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 06:30:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Damon-Galgut.jpg"></a><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Damon Galgut</strong>, <em>In una stanza sconosciuta</em>, edizioni e/o, trad. Claudia Valeria Letizia</p>
<p>La letteratura si fa in molti modi, non necessariamente con i romanzi. Epistolari, poesie, invettive, teatro. Tutto ciò che è scritto può essere letteratura, è solo la qualità della scrittura che fa la differenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/in-una-stanza-sconosciuta/">In una stanza sconosciuta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Damon-Galgut.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Damon-Galgut.jpg" alt="" title="Damon-Galgut" width="419" height="255" class="alignnone size-full wp-image-40076" /></a><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Damon Galgut</strong>, <em>In una stanza sconosciuta</em>, edizioni e/o, trad. Claudia Valeria Letizia</p>
<p>La letteratura si fa in molti modi, non necessariamente con i romanzi. Epistolari, poesie, invettive, teatro. Tutto ciò che è scritto può essere letteratura, è solo la qualità della scrittura che fa la differenza. Damon Galgut è uno scrittore di ottima fattura, non so dirvi se <em>In una stanza sconosciuta</em> sia un romanzo, un reportage, un <em>mémoire</em>. In teoria è un libro di viaggi. Tre, per la precisione, fra Africa, Europa, India. Ma non aspettatevi una guida turistica.<br />
<span id="more-40075"></span><br />
Persino le descrizioni dei luoghi visitati, e spesso sono posti di una bellezza mozzafiato, sono scarse e poco suggestive. Il viaggio, in fondo, è una delle più antiche metafore della letteratura. Raccontare è già viaggiare. Lo scrittore sudafricano ha capito, come la migliore della letteratura di viaggio sa, che i paesaggi interiori sono, oggi, quelli più difficili da riportare: la sofferenza del cammino, non solo il fascino ma anche la paura dell’ignoto, la scarsa consistenza dei legami che si intessono per strada e allo stesso tempo la loro forza ricattatrice. </p>
<p>Non so dirvi cosa sia esattamente questo libro, ma so che è intenso, forte, emozionante. Un libro persino crudele, con se stesso e con chi il protagonista incontra lungo il percorso, autoanalitico fino a denudarsi del tutto di fronte al lettore. Carico di un eros omofilo continuamente represso e di una presenza continua della morte che struttura, sottotraccia, tutto il testo. </p>
<p>Viaggiare diventa per Galgut un continuo perdere le tracce, perdersi per paura di trovarsi, viaggiare per negarsi un ritorno. È la fragilità dell’esistenza umana che Galgut racconta in questi suoi personalissimi e privatissimi viaggi. La narrazione continua ad alternarsi fra una prima e una terza persona, spesso all’interno della stessa frase. Come a rendere presente la prepotenza del ricordo e la sua inevitabile distanza. Viaggiare è sapere che in quei luoghi, alla fine, non ci siamo mai stati, per davvero. Come è la vita stessa.</p>
<p>[<em>Pubblicato su </em>Cooperazione,<em> n. 27 del 5 luglio 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/in-una-stanza-sconosciuta/">In una stanza sconosciuta</a></p>
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		<title>Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 10:12:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie, 2011 - disponibile stampato (<a href="http://www.ibs.it/code/9788862203579/garufi-sergio/nome-giusto.html">IBS</a>, <a href="http://www.amazon.it/nome-giusto-Romanzi-Sergio-Garufi/dp/8862203578/">Amazon</a>, €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM, <a href="http://www.ibs.it/ebook/Garufi-Sergio/il-nome-giusto/9788862204224.html">IBS</a> €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione - JR]</p>
<p><strong>di Lucio Angelini</strong></p>
<p>La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra Palace.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/">Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie, 2011 - disponibile stampato (<a href="http://www.ibs.it/code/9788862203579/garufi-sergio/nome-giusto.html">IBS</a>, <a href="http://www.amazon.it/nome-giusto-Romanzi-Sergio-Garufi/dp/8862203578/">Amazon</a>, €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM, <a href="http://www.ibs.it/ebook/Garufi-Sergio/il-nome-giusto/9788862204224.html">IBS</a> €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione - JR]</p>
<p><strong>di Lucio Angelini</strong></p>
<p>La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra Palace. Si era spacciato al telefono per un laureando alle prese con una tesi su di me, ma nessuno gli aveva creduto e non gli era stato accordato alcun appuntamento. Lui si presentò lo stesso alla reception alle nove di mattina.  Maria Kodama, la mia segretaria, scese garbatamente contrariata e gli concesse di parlare con me giusto il tempo della colazione. Un inserviente lo accompagnò fin sulla soglia della mia camera, dove si arrestò “come davanti a una ierofania” (avrebbe raccontato in seguito in giro per la rete), e io lo accolsi declamando i versi dell’inferno dantesco: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, seguiti da un paio di spettacolari ipallagi virgiliane. <span id="more-39905"></span>Volevo fargli capire che consideravo la letteratura solo un adorcismo e lui reagì tentando di stupirmi con una tautologia del tipo: “Sì, sì, la letteratura è davvero l’unico modo che abbiamo per interloquire con le furie che ci tormentano.” Ciò non toglie che all’ammirazione entusiasta per la grande letteratura italiana, in me si accompagnasse spesso un sentimento di prevenzione verso gli italiani, con ogni probabilità derivato dalla loro massiccia emigrazione in Argentina nei primi anni del Novecento. Negli anni Venti un’intera metà degli abitanti del mio paese era italiana, e a Buenos Aires ebbi modo di constatare di persona la volgarità, l’esibizionismo e la vuota retorica dannunziana della componente italica della popolazione portegna.</p>
<p>Sia come sia, ero perfettamente consapevole dell’evocatività della mia figura di “veggente cieco”, di “Omero del XX secolo”, oltre che del fatto che Garufi vedesse in me il perfetto <em>homme de verre </em>di<em> </em>Paul Valery, qualcuno che a forza di rispecchiare il mondo aveva smarrito la propria identità invece di acquistarla. Quello che non immaginavo era che quel titubante novizio dello <em>stalking</em> si sarebbe fatto via via più sfrontato, perseverando in sempre più imbarazzanti garufofanie fino alla mia morte. Anzi no, nemmeno solo fino a quella, come spiegherò fra poco. Insomma, dopo Venezia, non ebbi più tregua. Ogni volta che mi capitava di passare dall’Italia, Garufi  non perdeva occasione di spuntarmi al fianco come un Gabriele Paolini ante litteram* (<em>*il noto disturbatore dei collegamenti live dei telegiornali, N.d.r.</em>). Dopo Venezia ci furono Volterra, Roma e Senago, alla corte dell’ineffabile Verdiglione, una sorta di Alfonso Luigi Marra dell’epoca. Garufi  protundeva le labbra a canotto e sillabava chiaro e forte il suo nome, sperando di riuscire a imprimermelo in maniera indelebile nella mente: “Sono Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”. Da un lato era vero che in quel periodo mi divertivo a donarmi al pubblico in una sorte di dolce chenosi (l’atto di svuotamento a un tempo ludico e sacrificale con cui noi grandi accettiamo a volte di consegnarci alla tirannia degli altri fino a reificarci e ad abdicare a noi stessi), dall’altro cominciavo ad averne piene le scatole. L’ultima volta capitò a Milano nell’autunno del 1985, all’Università Statale. Il mio giovane tormentatore si era tirato dietro anche diversi amici e persino suo padre, cui non pareva vero di poter controllare da vicino (per poi eventualmente sminuire) l’idolo cieco del figlio. Poco prima dell’inizio del mio discorso,  Garufi si materializzò sul palco scandendo come al solito: “So-no Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”.  “E come no!”,  risposi garbatamente contrariato. “Ti ho riconosciuto dalla voce. Sei lo Sgarufone della mini-serie webbica ‘<em>Iooooo e Borges</em>’.”</p>
<p>Al termine della conferenza il mio adoratore abbracciò quanti più personaggi eminenti gli riuscì, impaziente di dimostrare al mondo la propria appartenenza a un giro tanto elevato. Fra questi anche il professor Paoli della facoltà di Magistero a Firenze, con il quale, sempre sulla pretestuosa base di una comune passione per me, era riuscito a imbastire una sorta di utile intesa. Gli presentò suo padre e dietro suo invito ci recammo insieme in un ristorante di corso Venezia. Maria Kodama, che aveva un impegno da sbrigare, approfittò dell’occasione per affidarmi al loro gruppo per il tempo della cena. Volete sapere come andò? Il padre di Garufi mi ascoltò in silenzio, Paoli mi interrogò sulle influenze dantesche nelle biografie compendiose (che palle!) e Garufi  junior, da par suo, declamò delle osservazioni imparate a memoria su alcuni passi del racconto <em>La morte e la bussola.</em> Gli interessava, precisò, la simbologia equivoca del triangolo che sdoppiandosi diventa un rombo, e in particolare l’alternativa tra i segni del 3 e del 4, tanto più che la situazione stessa pareva quasi suggerirglielo: noi commensali eravamo quattro, ma quelli attivi solo tre, visto che suo padre pareva già altrove. Risposi in modo garbatamente evasivo, ribadendo che in arte l’ambiguità è una ricchezza, e l’autore deve limitarsi a dar forma a un labirinto in cui il lettore possa smarrirsi, dopo averlo decifrato. (“Ciapa!”, sbottai mentalmente in perfetto dialetto veneziano.)</p>
<p>Per mia sfortuna non riuscii nemmeno a finire il risotto in bianco, tante erano le questioni sulle quali venivo incalzato a oracolare. Garufi junior, per lusingarmi, insisteva affinché parlassi soltanto dei miei libri, ma a un certo punto decisi di arginarlo dicendogli che secondo me leggeva “<em>demasiado Borges</em>”, quando c’erano in giro dozzine di altri autori senz’altro più interessanti di me.</p>
<p>Al ritorno di Maria, ci congedammo dandoci appuntamento per il giugno dell’anno seguente, il 1986, a Firenze, dove avrei dovuto inaugurare il Nono congresso mondiale dei poeti.  All’appuntamento, come è noto, mancai di presentarmi, perché mi capitò di morire a Ginevra  proprio pochi giorni prima del convegno per un cancro al fegato. In compenso il mio decesso consentì a Garufi  di millantare la nostra amicizia in rete senza più tema di essere smentito da chicchessia. In più occasioni, anzi, tenne a sottolineare che dei commensali della serata milanese era sopravvissuto lui solo (quando si dice “portare sfiga”…!). Morendo, ero convinto di essermi liberato di lui quando, proprio di recente, il mio fantasma è stato avvicinato da uno strano emissario uscito fresco fresco dalle pagine del libro <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie editore. L’autore?&#8230; Lasciate che vi racconti.</p>
<p>“Sono l’io narrante del romanzo di Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii”, esordì.</p>
<p>“Oh nooo!”, esclamai garbatamente contrariato. “Persino <em>qua</em> nell’adilà? Mamma mia che castigo, questo della memoria che non consente ai defunti di dissolversi nel nulla finché qualcuno dei vivi si ricorda di lui!”</p>
<p>“ ‘<em>Uno stalker è uno stalker è uno stalker…</em>’ “, salmodiò il fantasma, adattando alla bisogna il noto refrain sulla rosa della povera Gertrude Stein.</p>
<p>“Certo, ma tu non sei un fantasma vero. Sei un fantasma letterario… non sono mica cieco, sai? O meglio, lo sono stato in vita, ma adesso che sono morto ho recuperato appieno la capacità di osservare. So che negli ultimi anni, in Italia,  l’espediente di ricorrere al Fantasma Narrante (o “Morto che parla”, come lo chiama Alfio Squillaci nel blog <em>La poesia e lo Spirito</em>) è diventato un abusatissimo vezzo letterario. L’ha utilizzato persino Marco Mancassola nel suo ultimo libro. In realtà si vuole solo recuperare il punto di vista del caro vecchio Narratore Onnisciente, capace di leggere nella mente e nel cuore di tutti i personaggi.”</p>
<p>“Ma la mia funzione è diversa!”, protestò il molestatore. “È proprio attraverso la mia figura, infatti, capace di vagabondare in morte così come ha vagabondato in vita, che Garufi ha potuto cucire insieme gli appunti accumulati in decenni di trascrizioni dalle opere letterarie più disparate in un sorprendente arazzo-patchwork narrativo.”</p>
<p>“Ah sì? E che sviluppi si è inventato, di grazia, il tapino?”, domandai fintamente incuriosito.</p>
<p>“Ha immaginato che il protagonista del suo libro, un forte lettore senza arte né parte, ma dotato di una biblioteca ricca di ben 2500 titoli, muoia sulle strisce pedonali di una strada romana travolto da una grossa macchina marrone.”</p>
<p>“Originale trovata, non c’è che dire. Mi riferisco al colore marrone della macchina, naturalmente”, sbadigliai. “Che altro c’è di rilevante?”</p>
<p>“Che al termine del suo funerale sua sorella Giulia vende in blocco tutti i suoi libri a un rigattiere per cinquecento euro. Duemilacinquecento libri per appena cinquecento euro, capisci? Venti centesimi ciascuno, quando almeno due di essi, l’edizione originale delle <em>Bagatelle per un massacro </em>e il numero di ottobre 1913 della rivista <em>Der Anfang</em>, valevano da soli molto di più, come lamenta il protagonista a pagina 18.”</p>
<p>“Che aveva di tanto speciale quel numero di <em>Der Anfang</em>?”</p>
<p>“Era la rivista letteraria sulla quale erano apparsi i primi articoli di Walter Benjamin sotto lo pseudonimo ‘Ardor’. Quel numero era una delle gemme della biblioteca appena (s)venduta.”</p>
<p>“Be’, non esattamente un affare, in tal caso, per sua sorella Giulia.”</p>
<p>“E ancora meno per il rigattiere, se per questo, visto che a un certo punto fallisce ed è costretto a mandare al macero l’intero magazzino.”</p>
<p>“Una doppia tragedia, dunque. La morte dell’ex proprietario dei libri, e il successivo spappolamento dei libri stessi. Un’agnizione finale davvero risolutiva,  capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile.”</p>
<p>“A dire il vero il libro <em>comincia</em> con il protagonista che muore.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che è proprio all’inizio del libro che il protagonista viene raccolto sull’asfalto della circonvallazione in corrispondenza del bilocale da lui condiviso con un certo Vito, un bizzarro maestro di canto con la mania di imporre ai propri allievi canzoni dai titoli straziantemente allusivi: <em>Love is a losing game </em>di Amy Winehouse,  <em>The First Cut Is the Deepest</em> e via discorrendo.”</p>
<p>“Sì, certo, la prima ferita è la più profonda. Ma tornando all’invenduto da destinare al macero, non è un mistero per nessuno che l’editoria italiana versi, politraumatizzata,  in condizioni di completa asistolia, con midriadi fissa, assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale.”</p>
<p>“Speriamo che almeno la generazione TQ riesca a escogitare qualche via d’uscita dalla crisi.”</p>
<p>L’accenno ai Trenta-Quaranta mi strappò solo uno scettico “Figuriamoci!”.</p>
<p>“Non proprio <em>tutti</em> i libri del defunto, a dire il vero, finirono al macero”, riprese il mio interlocutore. “Qualcuno di essi venne acquistato da clienti di cui il fantasma, nel romanzo, segue gli spostamenti e i casi, ma solo per evidenziare di rimbalzo certi importanti episodi personali: casi, o cazzi, e scazzi di un’intera vita, modalità del decesso comprese.”</p>
<p>“Che succede, esattamente?”</p>
<p>“La vittima della strada vola in aria e ricade a terra a faccia in giù, in una pozza di sangue. Quando viene recuperato è ormai politraumatizzato e in condizioni di completa asistolia. L’esame obiettivo rileva lo sfondamento della parete anteriore del torace, la midriadi fissa, l’assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale…”</p>
<p>“Tralasciamo pure questi inutili gergalismi macabri.”</p>
<p>“Sai bene quanto Garufi tenga alla precisione terminologica!”</p>
<p>“Eccerto. Ricordo come tentasse di impressionarmi, nei nostri sporadici incontri, sparandomi addosso le parole o le espressioni italiane più ostiche e inconsuete, che andava a scovare chissà dove: anosmico, bruxismo, siliquastro, cella ialina, flusso banausico… ”</p>
<p>“Be’, a pagina 117 del suo romanzo c’è una spiegazione per tutto questo: ‘Il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con golosità a caccia di parole ricercate. Scoprirle e usare un lessico forbito mi dava un grande piacere,  ma facevo la figura del saccente e mi rendevo antipatico ai miei coetanei.’”</p>
<p>“Torniamo al plot, se ti va.”</p>
<p>“Come causa di morte, per il nostro pedone travolto, l’autore immagina che gli venga decretata la rottura dell’aorta ascendente con spandimento emorragico in mediastino. E bada che nell’impatto col terreno l’insegna luminosa della farmacia segna una data e un’ora precise: le 20.01 del 29 settembre 2010, la vigilia del suo quarantottesimo compleanno.”</p>
<p>“A occhio e croce mi pare di poter già cogliere almeno un paio di riferimenti culturali importanti: <em>29 Settembre</em> dell’Equipe 84 e il film <em>Fantasmi a Roma</em>, di Antonio Pietrangeli.”</p>
<p>“Non credo che Garufi abbia visto quel film. So, in compenso, che davanti a quel referto autoptico redatto in stile così gelido e neutrale, il fantasma onnisciente, cioè io, prende una decisione di grande impatto narrativo: si incarica di <em>raccontare l’inespresso</em>, ovvero tutto ciò che il laconico referto tace della vita della povera vittima della strada: volti, paesaggi e situazioni immagazzinati negli anni. Ed è così che il romanzo decolla.”</p>
<p>“Vaiiiiiii con l’autobiografia, dunque!”</p>
<p>“La prima cosa che il fantasma si preoccupa di puntualizzare è che mai si sarebbe aspettato che l’aldilà fosse esattamente il di qua, ovvero lo stesso mondo che aveva conosciuto da vivo, benché più freddo e indifferente di prima.”</p>
<p>“Temo di saperne qualcosa.”</p>
<p>“Da un lato il defunto si accorge di non essere più lo stesso:  non può toccare, sentire i rumori, gli odori, i sapori. Dall’altro può continuare a muoversi, guardare e registrare il flusso della vita che procede imperterrito. Ma il suo sospetto più atroce è che la condizione dell’immediato post mortem sia tutt’altro che definitiva.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che ha l’impressione di essere caduto dalla padella nella brace, ovvero solo in uno stadio di mera attesa della fine <em>vera</em>.”</p>
<p>“… che arriverebbe quando, allora?”</p>
<p>“Quando più nessun vivente potrà ricordarsi del defunto. Fino a quel momento la sua condanna è continuare a vagare tra le distese sterminate del <em>non ancora</em> e del <em>non più</em>, solo che il non ancora si riferisce alla morte e il non più alla vita: una falla temporale tra due vacuità.”</p>
<p>“Vuoi dire che l’inferno, per Garufi, sarebbe  la memoria?”</p>
<p>“Esattamente. La vera morte è il congedo definitivo dai pensieri degli altri, ‘una sorta di contrappasso ironico &#8211; sottolinea a pagina 12 &#8211; all’imperativo del successo, che istiga a rincorrere la fama e bolla l’anonimato come la peggiore delle infamie’. Finché sarà ricordato, il fantasma dovrà a sua volta ricordare, riflettendo sugli errori commessi, su ciò che sarebbe potuto essere e non fu. A meno che, come Garufi precisa a pagina 34, non esista una memoria dell’universo che ci condanna tutti.”</p>
<p>“In tal caso starei proprio fresco”, sospirai. “Per noi mostri sacri non c’è speranza di essere dimenticati definitivamente. Le nostre opere vengono stampate e ristampate nei secoli, e noi di conseguenza costretti a vivere <em>sub specie aeternitatis</em>. Un calvario davvero interminabile. Bella fregatura!<em>”</em></p>
<p>“Nel negozio di libri usati sono raccolti i  <em>fratelli d’inchiostro</em> del protagonista, gli amatissimi libri che lo avevano seguito nei vari traslochi, sopravvivendo ai rovesci del caso, solo che adesso non può più riprenderli in mano. Deve limitarsi a osservare chi lo fa.”</p>
<p>“E <em>chi</em> lo fa?”</p>
<p>“Una tisaniera, per esempio. Si compra l’<em>Obituario</em> monzese, una sorta di  laica litanomia di nomi preceduti sempre dalla O di Obiit, ossia ‘morì’. Il protagonista lo scovò raggiante nella libreria cattolica di Monza e si sorprese grandemente alla scritta ‘Morì Ognibene’, come se quel lutto privato assurgesse a simbolo universale, l’annuncio di un’apocalisse morale imminente.”</p>
<p>“Quali altri libri vede passare di mano in mano, o meglio: dalle mani del rigattiere a quelle di qualche sconosciuto cliente?”</p>
<p>“La monografia su Caravaggio di Mia Cinotti, per esempio. I quattro volumi dello <em>Zibaldone </em>di Leopardi; il libro sulle <em>Annunciazioni</em> della Phaidon, che registra le infinite varianti dello stesso soggetto, quello dell’angelo che visita Maria e le predice che diventerà madre, a dimostrazione che in arte lo stile è tutto, e che il medesimo argomento può essere declinato in mille forme diverse. Era stata la zia Salud a donargli quel libro. Salud era la sorella maggiore di sua madre, ‘crisalide che non diventò mai farfalla’, ‘Madonna senza angelo né annunciazione’, mentre Anna, la sua ultima fidanzata, a pag. 72 è definita ‘una Maria che non si rassegnò all’assenza dell’angelo, il suo annuncio lo pretese, e se lo andò a cercare in capo al mondo’. Ci sono poi il catalogo su Igor Mitoraj; Ashbery e i versi malinconici di <em>Self-Portrait in a Convex Mirror</em>; <em>La scopa del sistema</em> di David Forster Wallace, i <em>Diari</em> di Kafka, <em>Le cose fondamentali</em> di Tiziano Scarpa, il catalogo di Christian Boltanski rubato all’inaugurazione della mostra sull’artista francese tenutasi al Pac di Milano nella primavera del 2005: ‘Non mi sentivo in colpa’, precisa l’io narrante a pagina 168. ‘Pensavo che i libri andassero dati gratuitamente a chi dimostrava di leggerli davvero’. E poi il <em>Libro di spese diverse</em> di Lorenzo Lotto, una sorta di autobiografia in cifre, il bilancio di una vita sfortunata in cui l’artista veneto segnava i propri debiti e crediti come fossero categorie dello spirito. ‘È tutta lì, la storia di un uomo: entrate e uscite, quanto ha dato e quanto ha ricevuto. Il saldo è il suo ritratto impietoso’, commenta il protagonista a pagina 189. E in effetti Lorenzo Lotto, da vecchio, dopo mille rifiuti, tirò le somme e capitolò, facendosi oblato della Santa Casa di Loreto. Un altro libro che viene venduto è <em>Table talk</em> di Samuel Taylor Coleridge. Poi ancora  <em>Ricordi dal sottosuolo</em> di Dostoevskij<em>; Favole della vita,</em> di Peter Altenberg…”</p>
<p>“Non stai dimenticando qualcuno?”</p>
<p>“Ah, sì, scusami. Jorge Luis Borges! Il cofanetto con i <em>tuoi</em> due meridiani, per la precisione. Sergio Garufi si inchinava sui tuoi testi come un aruspice sulle interiora, se posso usare una sua similitudine.”</p>
<p>“La conosco bene. ‘C<em>ome un aruspice sulle interiora’</em> è una delle sue similitudini predilette. Ricordo che nel 2006, per celebrare il ventennale della mia morte su <em>Stilos</em>, scrisse addirittura ‘come un aruspice sulle <em>proprie</em> interiora’, magari esagerando un tantino, non trovi?”</p>
<p>“Nella mostra di Boltanski al Pac di Milano c’erano appesi diversi cartelli dal formato di targhe d’auto ma dal contenuto delle lapidi, con due date separate da un esile trattino e prive di nomi, perché solo <em>nessuno </em>può rappresentare <em>ognuno</em>. ‘In quel piccolo segmento &#8211; scrive Garufi &#8211; si compendiava il <em>punto acerbo che di vita ebbe nome</em>, si consumava l’istante di luce sospeso fra due eternità di tenebra: le vacuità di cui sopra, appunto. Ecco, magari l’idea di un limbo che non sia né vita né morte, ma solo attesa ed esclusione, gli venne proprio da quella mostra. Non appartenere a questo mondo e neppure all’altro. Essere degli apolidi del destino.”</p>
<p>“Quali sono, secondo te, i temi più interessanti del libro?”</p>
<p>“Quello del suicidio, <em>in primis</em>, così caro e familiare a Garufi, figlio di un padre suicida. Racconta, infatti, a pagina 118: ‘Solo da adulto scoprii che Salgari si era suicidato e che entrambi, alla stessa età, avevamo avuto un padre che si era tolto la vita. Salgari apparteneva addirittura a una dinastia di suicidi: tre generazioni consecutive. Suo padre Luigi, lui e i suoi figli Romero e Omar. La notizia mi allarmò, come se si trattasse di una tara genetica, qualcosa di ereditario e ineluttabile, a tal punto che sulla base della sua esperienza calcolai quando sarei diventato padre, quando mi sarei ucciso e quando sarebbe morto mio figlio. Pensai persino che non procreare fosse l’unico modo per spezzare quella catena del destino’. E a pagina 104: ‘In seconda elementare, con quasi tutti i voti eccellenti, mi capitò di prendere zero. Successe che consegnai in bianco un compito in cui si chiedeva di descrivere il colore del carapace di una tartaruga… Tornando a casa la mortificazione fu tale che, cercando a tutti i costi il lato positivo della disgrazia, pensai seriamente: «Va be’, alla peggio mi ammazzo». Naturalmente sul tema del suicidio vengono citati anche altri casi celebri: dal suicidio di Mario Monicelli, figlio a sua volta di un suicida (p.36), a quello di David Forster Wallace, che si ammazzò il 12 dicembre 2008 nel patio della sua casa di Claremont, in California. Garufi ne cita l’attacco del racconto <em>Caro vecchio neon</em>: ‘Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro <em>per piacere ed essere ammirato</em>’. Come dire che Wallace si sentiva un bluff e scelse il suicidio espiativo per eccellenza, quello più praticato dai detenuti: l’impiccagione. Il suo  ‘Mi manca chiunque’, ricordato a pagina 102, può essere interpretato come il disperato appello di un impostore che, dopo una vita di infingimenti, vuole provare il maggior dolore possibile per diventare se stesso nel momento della morte’. Due pagine dopo leggiamo: ‘Anch’io coltivai spesso propositi autodistruttivi… oltre alla convinzione di essere un bluff che prima o poi sarebbe stato scoperto… nel fondo dell’animo di chi è cresciuto a pane e compatimento un tonchio segreto rode incessantemente’.  Garufi non manca poi di menzionare Giuda, l’impostore per antonomasia, che s’impiccò a un albero (l’albero di Giuda o ‘siliquastro’?). Ma secondo lui la tecnica con cui uno sceglie di sopprimersi non è mai casuale, e nemmeno dettata unicamente da criteri di efficacia.”</p>
<p>“Da quali criteri, allora?”</p>
<p>“Garufi la considera una firma, un suggello, l’espressione precisa di una personalità. ‘Dimmi come ti ammazzeresti e ti dirò chi sei’, celia a pagina 153, dove leggiamo anche: ‘Mio padre adoperò una pistola perché lo considerava il metodo più virile e onorevole per andarsene’.”</p>
<p>“Che cosa gli era successo di tanto grave?”</p>
<p>“Lo racconta egli stesso nel <em>Diario intimo di L.G., </em>una quindicina di pagine consegnate al figlio prima di spararsi un colpo in testa. In esso Garufi senjor imputa la decisione del suicidio al dolore della separazione, che lo aveva distrutto. Il vedere la famiglia divisa, e il credere che non ci fosse possibilità di ricomporla, gli avevano tolto la voglia di vivere. ‘Da quel giorno’, racconta suo figlio,  ‘il <em>Diario intimo di L.G.</em> mi accompagnò in ogni trasloco e giacque intonso dentro una cartelletta per diciannove anni… Soltanto grazie ad Anna compresi che per garantirmi un avvenire dovevo prima chiudere i conti col passato, e che per voltare davvero pagina era necessario rileggere la sua storia e scrivere la mia’. Ed è esattamente la <em>sua</em> storia quella che Garufi è finalmente riuscito a mettere insieme, tessera dopo tessera, in questo straordinario romanzo <em>patchwok</em>.”</p>
<p>“Perché ‘<em>patchwork</em>’?”</p>
<p>“Perché, come Garufi stesso confessa nei ringraziamenti alla fine del libro, si è avvalso di scampoli d’ogni sorta: alcuni di scrittori famosi, altri di talenti sconosciuti. A un certo punto del romanzo ricicla persino la frase centrale del film di culto <em>Into the wild</em> : ‘La felicità è reale solo se condivisa’… <em>Happyness only real when shared</em>. La sua variante, che leggiamo a pagina 74, è: ‘Senza condivisione la felicità è mutila come le sculture di Mitoraj’. Peraltro sono anni che intorno a Garufi girano voci malevole: per esempio che sarebbe affetto da una sorta di vampirismo letterario, che lo porta a carpire frasi degne di nota dovunque gli capiti, o anche a copia-incollarne dal web, in vista di futuri utilizzi. Il protagonista del suo romanzo confessa: ‘A volte mi portavo un taccuino, trascrivevo brandelli di conversazione, facevo il bracconiere di parole’. E a pagina 86: ‘Provavo a giustificare la mia attitudine vampiresca dicendo che l’ispirazione è un fiume con molti affluenti, e che nel linguaggio non si accampano diritti di proprietà’. Ancora, a pagina 94: ‘Scrivendo spesso assemblavo materiali eterogenei. Sapevo riconoscere il bello e dargli forma, come il rapsodo greco, <em>il cucitore di canti</em>, ma non possedevo una fantasia di primo grado ed ero solo un bottegaio della letteratura: capace di confezionare un raccontino da rivista o un elzeviro per un quotidiano’.”</p>
<p>“Si potrebbe obiettare che qualunque scrittore, in un certo senso, è un ‘bracconiere di parole’.  Anche Hemingway o Céline orecchiavano le voci della strada. E Dostoevskij. Ma poi rielaboravano a fondo ogni cosa. Davano forma a ciò che non ne aveva.”</p>
<p>“Nel caso di Garufi, però, l’accusa è diversa. Le malelingue sostengono che, quando egli si ricicla uno scritto paro paro, non dà forma a un beato cazzo, visto che la forma c&#8217;è già. Al contrario, sono convinti che la sterilizzi, finendo per degradare il discorso stesso, che viene così privato non solo di qualunque radice psicologico-esistenziale (le parole non nascono sotto i cavoli, dietro di esse ci sono evidentemente una persona, un vissuto, uno sguardo sul mondo!), ma financo di qualunque specifico referente. ‘Tanto in rete contano solo i lustrini’, ironizzano, ‘e l&#8217;effetto di superficie. Suona bene, sembra una roba intelligente?&#8230; e allora bravo Garufi! &#8211; grazie. Splendido Garufi! &#8211; troppo buoni’. Ma per i denigratori di Garufi questo è solo un uso degradato (e sommamente anti-letterario) della parola, la cui funzione si riduce a promuovere il <em>brand</em> ‘Sergio Garufi’. Ma quale rapsodo greco!, protestano.  D&#8217;altronde, il rapsodo Garufi si è sempre guardato bene dal farsi anonimo ‘cucitore’. Aspirando al più gratificante status di ‘noto stilista’, ha pisciato la sua griffe ovunque, anche in icl, dove tutti ricordano benissimo la sua allergia al nick. Per un certo periodo, dopo che qualcuno lo aveva importunato a domicilio, si costrinse al monogramma (sg), ma durò poco. Presto fece trionfale ritorno al nome per esteso, persuaso che l&#8217;affermazione del prezioso marchio valesse bene qualche seccatura. Forse l’episodio ricordato a pagina 156,  quello svoltosi all’aeroporto di  Orio Sul Serio, corrisponde Sul  Serio*-° a giochini effettivamente praticati dall’autore nella vita vera, oltre che in letteratura: ‘Mi recai all’ufficio informazioni e dissi che avevo perso di vista un compagno, domandai se potevano chiamarlo con gli altoparlanti e diedi le mie generalità. Dopo tornai a sedermi <em>facendomi cullare dal mio nome che riecheggiava per tutta la hall</em>’. Invece, a dispetto di tutte queste basse insinuazioni, la mia opinione è che proprio con questo libro Garufi abbia dimostrato una volta per tutte l’inconsistenza delle accuse di plagio. Da un lato chiama la propria opera ‘arazzo <em>patchwork</em>’, <em> </em>costituito da mille scampoli diversi, dall’altro perviene a un risultato complessivo talmente autonomo, e di una tale scorrevolezza e nitore linguistico, che ‘<em>Il nome giusto</em>’ durerà nel tempo – sono pronto a scommetterci! – , cioè ben oltre il classico <em>espace d’un matin</em> che è la durata media del 99% delle attuali novità librarie. Nel capitolo settimo, peraltro, l’autore narra anche di un altro tipo di <em>patchwork </em>, in quel caso legato al business dell’arredamento, e che gli permise di mettere in piedi un discreto giro d’affari in terra americana. Insomma la tecnica del <em>patchwork</em> pare gli abbia dato già due volte soddisfazione: prima nel campo dei tessuti, poi in quello letterario. Più congeniale di così?”</p>
<p>“Se posso ricondurti sui binari… eravamo partiti dall’analisi del tema del suicidio, e di quello di suo padre in particolare.”</p>
<p>“Ah, sì, scusa. Non solo di suo padre, a dire il vero. Alle pagine 125-126 il protagonista riferisce che era stato molto attratto dal tema del suicidio anche prima che suo padre lo commettesse. ‘Gli autori del Novecento come Vladimir Majakowski, Ernest Hemingway, Virginia Woolf, Paul Celan, Sylvia Plath, Yukio Mishima, Anne Sexton, Sergej Esenin, Marina Cvetaeva, Walter Benjamin, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Primo Levi, Franco Lucentini e Mia Cinotti ai miei occhi erano ammantati di un’aureola leggendaria, godevano di uno statuto speciale. Della loro fine mi affascinava l’affermazione d’indipendenza, l’atto eroico, l’uomo padrone del proprio destino. Dopo quel 2 settembre cambiai opinione. La storia di mio padre, riassunta in quindici pagine, conteneva un finale a sorpresa. Svelava che un suicida non è il paladino del libero arbitrio e neppure un disertore, il crumiro della specie, bensì un povero cristo costretto a fare una scelta dettata dalla disperazione, dalla solitudine, in certi casi dal rancore. Ci si può uccidere anche per punire chi resta. Per rinsaldare dei rapporti che si erano allentati. Per il desiderio di rimanere vivi, almeno nel ricordo dei propri cari’.”</p>
<p>“Ci sono altri temi importanti, nel libro?”</p>
<p>“Eccome! Quello del rapporto genitori-figli, per esempio: ‘In casa mio padre era il dominus incontrastato. Era un dio che incuteva soggezione, amorevole e tirannico come ogni padreterno, e i padreterni finiscono sempre per generare figli crocefissi’, leggiamo a pagina 103.  E a pagina 114: ‘Io sono la dimostrazione che l’eterno regolamento di conti fra genitori e figli prosegue anche oltre la morte, e solo di rado, per brevi attimi fugaci, si compie il miracolo della trasformazione del risentimento nell’oro prezioso della nostalgia’… ‘Dentro di me c’è una vocina disfattista che, a ogni occasione importante, mi ripete lugubremente «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile»’. C’è poi il tema delle sindromi che affliggono l’umanità: la sindrome di Turette in un personaggio minore, la sindrome tolemaica in Cinzia (‘era una «ciao come sto», convinta che il mondo le ruotasse intorno), affetta in aggiunta da bruxismo notturno; il ‘complesso della sedia mancante’ (da un appunto del 1911 di Kafka); l’ossessione proctologica di Hieronymus Bosch, nei cui quadri ricorrono culi infilzati dagli oggetti più strani; il ‘demone dell’ analogia’ che non lascia mai in pace lo stesso protagonista: ‘Pensavo a quanto buttarsi nel vuoto somigliasse a un orgasmo: una lunga salita e poi il rapido precipitare’ (p. 232); l’ossessione della paremiologia in sua zia Salud, e soprattutto la ‘sindrome di Pausania’, sempre nel protagonista: la mania di perlustrare il noto, di cercare le infinite sfumature di senso della quotidianità, il punto di congiunzione fra l’assoluto e l’insignificante. ‘Il gusto per l’eccezionale &#8211; puntualizza a pagina 39 &#8211; è il crisma della mediocrità, anche per questo mi piaceva Leopardi’. Tanti documentari su anaconde, aquile reali, squali bianchi, orche marine, tigri, elefanti, giaguari, coccodrilli, pantere, giraffe, piranha, orsi polari, balene, condor, vedove nere… e neppure uno sui passeri! Collegato alle riflessioni sul suicidio,  c’è poi il tema del volo, a cominciare da quello degli uccelli migratori di pag. 37, in fuga verso un tempo migliore. Nella casa dell’antiquario che acquista <em>Der Anfang</em> campeggia a parete il fotomontaggio incorniciato ‘<em>Salto nel vuoto’</em> di Yves Klein nel settore dedicato all’arte. ‘Ho sempre trovato di grande intensità poetica quell’immagine’, scrive Garufi a pagina 151. ‘L’espressione felice della posa ginnica che comunica l’<em>amor vacui</em>, l’ambientazione periferica, di una strada qualunque, il passaggio del treno e il ciclista ignaro sullo sfondo, come il simbolo di quanto possa essere desiderabile andarsene nell’indifferenza degli altri, mentre il mondo prosegue la sua corsa, quasi che i folli fossero loro, non chi si butta’. Ma Garufi ricorda anche i tuffi dal trampolino della piscina dell’Hotel Carasco a Lipari, o dallo spuntone di roccia di Valle Muria, col mare profondo e scuro, o dai ponteggi delle cave di pomice alle spiagge bianche. E quando parla di tecniche di suicidio afferma: ‘Per parte mia, ho sempre saputo che sarebbe stato un volo. Il volo è il suicidio degli illusi, dei sognatori. Edoardo Agnelli, quello che nel Lingotto voleva produrre fiori anziché auto, si ammazzò in questo modo, gettandosi da un cavalcavia dell’autostrada Torino-Savona’ (cito da pagina 154). E nel finale: ‘Scavalcai e guardai di sotto. Un tuffo così alto non l’avevo mai fatto, quasi trenta metri. Dovevo lanciarmi un po’ in avanti per evitare i cassonetti e dei panni stesi. Staccai la mano dalla grata, chiusi gli occhi e in quell’istante avvenne il miracolo. Arrivò un altro sms’. Altrove Garufi allude anche alla facilità con cui si può finire ai margini: una malattia invalidante, un lutto improvviso, un fallimento in seguito a una truffa… ‘e la società da martire ti converte in proscritto, diventi un clandestino nella tua stessa patria’… ‘il mondo va avanti e tu non gli stai più dietro. All’inizio arranchi e poi ti fermi sul ciglio della strada e lo vedi allontanarsi, sempre di più, e ti rendi conto che non potrai raggiungerlo’. E che dire della massiccia presenza di cani nel suo libro, peraltro amatissimi anche da Céline? ‘Prima dei miei cani non avevo mai fatto esperienza dell’amore incondizionato’, afferma a pagina 204. Ecco, sì, direi che quello della ricerca di un amore incondizionato è un altro importante tema del libro.”</p>
<p>“Mi incuriosisce il titolo scelto per l’opera del suo debutto: <em>Il nome giusto</em>.”</p>
<p>“La scelta è spiegata a pagina 121, dove viene citata la nota del 1921 di Kafka, mentre era in cura nel Sanatorio di Matliary e corrispondeva con Milena: ‘Si può benissimo pensare che la magnificenza della vita sia pronta intorno a ognuno e in tutta la sua pienezza, ma velata, nel profondo, indivisibile, lontanissima. E però non ostile, non riluttante, non sorda. Se la si chiama con la parola giusta, col <strong>giusto nome</strong>, viene’. Ma sull’importanza dei nomi Garufi torna spesso. Ricordando Nicole, una delle donne importanti della sua vita, per esempio, racconta: ‘Mi rivelò che il suo nome non era Nicole, bensì Melissa. Nicole era il nickname creato apposta per me. Il suo compagno attuale la chiamava Juliette, e quello precedente in un altro modo ancora&#8230; non stava mai più di tre anni con un uomo, poi lo lasciava e cambiava nome e città’. E quando, a pagina 82, Nicole cambia destinazione e amore, il narratore considera: ‘Anche il suo nome era ormai un altro. Giusto quello mi lasciava: il nome’, per poi concludere, a pagina 121: ‘Il fallimento con Nicole dipese dal fatto che quello non era il suo vero nome. L’avevo chiamata col nome sbagliato, e la magia della vita se n’era andata’. C’è poi l’inquieta quarantenne anoressica Enrica a cui da sanyasi, seguace di Osho, viene subito assegnato un nuovo nome:  Alima (pace). Parlando delle sue letture di fanciullo, Garufi ricorda: ‘La mia fiaba preferita dei fratelli Grimm era Tremotino, il cui protagonista poteva vivere soltanto finché nessuno conosceva il suo nome’. Altrove insiste sulle diciture riportate nel dorso verde dell’Enciclopedia Larousse , da A-ARVI a Terrad-Z: ‘litania misteriosa, esotico mantra che recitavo come una combinazione in grado di svelarmi l’enigma dell’universo e il mio stesso destino’. Nel cimitero del Verano è affascinato dalla selva di nomi. E ‘<em>Qu’y a- t-il dans un nom</em>?’ è il titolo di una pagina di Le Monde menzionata a proposito della Macedonia e delle rivendicazioni territoriali di Grecia e Turchia sulla stessa. ‘Pensavo che se avessi trovato la <em>parola giusta</em>, Anna mi avrebbe perdonato, perché il punto  g delle donne sta nelle orecchie, solo così le si può conquistare. Eppure proprio io, che credevo di saper fare solo quello, ora con le parole non riuscivo a smuoverla di un millimetro’. Importantissimo, infine, il discorso sui libri e sulla scrittura. ‘I libri li respirai ancora prima di leggerli, ma fui l’unico a esserne tanto attratto’.  A pagina 41: ‘Mi persuasi che per diventare uno scrittore dovevo essere pubblicato’. Poi capisce che ‘un conto è scrivere, un altro pubblicare, un altro ancora vendere, ma il gradino più alto e impervio consisteva nell’ <em>essere letti</em>, nel trovare qualcuno che prestasse disinteressatamente la propria attenzione per ascoltare ciò che un estraneo aveva da dire’. Quando, a quarantasette anni, il protagonista del romanzo riesce a concludere il progetto più ambizioso della sua vita, la scrittura di un romanzo, si sente prosciugato e invecchiato di vent’anni: ‘La mia immagine ideale era stata sostituita dal ritratto di un vecchio spelacchiato, col segno del piscio nei boxer per la prostatite, il ventre gonfio e la calvizie dei polpacci’ (p. 105). ‘Scrivere dei miei casini mi aveva reso ipersensibile… e mi chiesi se la scrittura non nascesse da un <em>vulnus</em>, dalla mancata elaborazione di un lutto. A cosa allude, se non a quella dolorosa assenza? A cosa cerca disperatamente di <em>assegnare un nome</em>, se non a ciò che non ha più cittadinanza nell’essere, o che non l’ha mai avuta?’. Viene in mente il titolo di una delle canzoni predilette dal maestro di canto Vito: ‘<em>The first cut is the deepest</em>’. A pagina 214 leggiamo: ‘Ero legato ai miei libri, è con loro che starò fino alla fine’. E nella pagina seguente: ‘Quei libri rappresentano la mia ragion d’essere, il mio supplizio, il passato da cui mi sto accomiatando’. Ancora: ‘La mia vera casa stava dov’era la mia biblioteca… da Anna li avrei portati subito, senza esitazioni. Ero convinto che il suo appartamento fosse il loro approdo naturale’. Purtroppo la situazione precipita. ‘Le rogne mi investirono a settembre, finito il libro. L’ansia per il responso degli editor, i dubbi sul mio talento, i timori per il mio avvenire professionale, le piccole discussioni che terminavano con le sollecitazioni a trovarmi un lavoro, le preoccupazioni per i soldi, tutto questo minò le fondamenta della nostra fiducia’…‘Avevo finito i risparmi e la pigione era pagata solo fino a fine mese’. Finalmente l’editor a cui ha sottoposto il manoscritto gli invia una mail in cui lamenta l’assenza di un ‘finale che riannodi tutti i fili’, la ‘zampata risolutiva capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile’. È il momento dello scoramento: ‘Pensai di aver sbagliato tutto, di aver dato retta a una stupida fantasia… un relitto d’uomo, un quarantasettenne fallito e privo delle minime credenziali per trovar lavoro’… ‘Mi chiesi se solo chi possedeva un talento avesse diritto a una seconda chance’… ‘Sfogliai i capolavori dei miei coetanei: <em>Le particelle elementari</em>, <em>Infinte Jest</em>, e mi sentii ridicolo’&#8230; ‘Forse i miei guai dipendevano dai libri. Fu nel rapporto con loro che presi coscienza di me, ed era proprio questo a rendermeli insopportabili’… ‘in tutti i traslochi quei maledetti libri avevano rappresentato il fardello maggiore delle mie proprietà, non solo per le quaranta scatole necessarie a contenerli, ma anche per le discussioni con le fidanzate’… ‘Pensai che il mio solo talento era quello di segare i rami su cui ero seduto. Lì sì che ero imbattibile, un fenomeno’… ‘mi sentivo il più disgraziato del mondo’… ‘Non avevo la minima idea di che cazzo fare’. A pagina 230 un dettaglio crudele: gli si stacca una capsula e l’inghiotte. Più tardi caga nel catino di plastica per la roba sporca, sperando di trovarcela. ‘Non venne neppure tanto liquida, e dovetti ravanare a mani nude. Piangevo e bestemmiavo, setacciavo la poltiglia schifosa ma non usciva niente. Ero sopraffatto dalla puzza’. Torna al computer e apre il file del suo libro bisognoso di revisione, ma ormai gli sembra talmente inane e nauseante che non resiste all’impulso di premere ‘elimina’. ‘Troppa sofferenza lì dentro, e rimorsi, e affettazione, e pressapochismo. Mi facevo pena da solo. Basta, mi ero liberato di un incubo. A Roma non ero venuto per Anna o per diventare uno scrittore. Ero venuto a tacermi per iscritto’… ‘D’un tratto, però, passò l’incazzatura, e l’apprensione, e lo scoramento. Fu quando mi decisi per il piano B’… ‘Se non avevo colto le occasioni migliori era inutile recriminare. Era andata così, amen. E comunque, mi restava ancora una via d’uscita onorevole. Ora il come era scontato, si trattava di scegliere il dove’. Pensò di gettarsi dall’alto della palazzina in cui abitava il suo amico Fabio: ‘La mia preoccupazione era di non morire del tutto, come mio padre, di obbligare qualcuno ad assistermi per anni. Ma otto piani bastavano eccome’… ‘Pensai a mio padre… forse sperò fino all’ultimo di essere scoperto… forse s’interrogò sul dolore che ci avrebbe dato, gli dispiacque terribilmente, ma sentì che il suo era insostenibile, come ora stava succedendo a me. È un atto di egoismo e di sopravvivenza, uccidersi, lo si compie quando non si ha altra scelta, senza nemmeno pensarci tanto. <em>Primum perire, deinde philosophari’…‘</em>Accesi un’altra sigaretta, l’ultima. Scorsi il pacchetto di Camel light quasi pieno e pensai che era un peccato buttarlo. Stavo per buttarmi e mi spiaceva buttare un pacchetto di sigarette. Dopo un quarto d’ora mi arrivò un sms. Era la Tim, mi avvertiva che il credito stava per terminare’. Il protagonista pensa ad Anna che l’ha cacciato fuori di casa: ‘Provai a scriverle un biglietto e non mi venivano le parole giuste. Ne avevo dette tante, negli sms che le avevo mandato, ma non era servito a nulla. Poi mi venne in mente Peter Altenberg, e sperai che se ne sarebbe ricordata. L’aveva incuriosita la storia di quello scrittore povero e schivo, che a furia di cercare l’essenziale aveva ridotto le proprie poesie al nome e all’indirizzo della donna amata; così sul biglietto scrissi soltanto «Nell’intestazione della busta per me c’è tutta la poesia del mondo». Glielo spedii assieme a una dozzina di rose rosa.’.”</p>
<p>“E l’espediente funzionò? La letteratura aiutò la vita?”</p>
<p>“Te lo sussurrerò in un orecchio. Non posso ‘spoilerare’, come si dice in rete, anche questo dettaglio agli occhi di chi non ha ancora letto il formidabile libro di Garufi. Ti basti sapere che nella parte finale la narrazione accelera ulteriormente. Il rigattiere Lino affigge il cartello ‘svendo tutto per cessata attività’. L’unico mestiere che sapeva fare non gli dà più da vivere. L’ultimo affare che conclude è con le <em>Bagatelle</em> di Céline, che riesce a vendere a cinquecento euro. Glielo compra una spilungona ossigenata che intende farne un regalo a un ministro di centro destra accusato di corruzione. Poi il magazzino di libri usati chiude definitivamente. Arrivano due ragazzi col furgone a caricare il cartaceo rimasto. Non li inscatolano neppure, i libri superstiti. Li stringono con delle cinghie di plastica e li ammassano insieme. Nel primo deposito la carta da macero è stoccata su delle piattaforme per la prima sommaria selezione. I libri vengono pressati e ridotti in balle, spediti a una cartiera nei pressi dell’Aniene. Le balle vengono frazionate da una tagliatrice e immesse su un nastro trasportatore. Raggiungono un pentolone d’acciaio che li spappola, riducendoli a una pasta collosa semiliquida, che viene addizionata di prodotti disinchiostranti e passa attraverso un epuratore per l’eliminazione degli inquinanti più grossolani. Mediante l’ausilio di agenti chimici flottanti, gli inchiostri affiorano in superficie sotto forma di schiume. La pasta disinchiostrata confluisce in un grande contenitore circolare. È indistinta e candida, pronta per la miscelazione con altre materie prime fibrose…”</p>
<p>“Una metafora potente, direi quasi borgesiana, se mi è consentito di sboronare un po’. Mi ricorda l’incendio della biblioteca e poi dell’intera abbazia del romanzo ‘<em>Il nome della rosa</em>’. Saprai, oltretutto, che il personaggio di Jorge da Burgos, il vecchio monaco cieco spregiatore del riso e dello scherzo, è dichiaratamente ispirato alla mia figura, per ammissione dello stesso Umberto Eco, altro mio ammiratore di vaglia. Onore a Garufi, dunque. Evidentemente la vocina disfattista contro cui ha dovuto lottare fin dalla fanciullezza, quella che a ogni occasione importante continuava a ripetergli: «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile», è stata soffocata e vinta per sempre, con questa opera prima. Il brutto anatroccolo si è fatto finalmente cigno. Solo una cosa potrei rimproverargli. Di non aver osato, nel romanzo, andare fino in fondo, spingendo il protagonista,  suo evidente alter-ego, a suicidarsi davvero, anziché renderlo vittima di un banalissimo incidente stradale. L’avesse fatto, si sarebbe cautelato per sempre dalla tentazione di ripetere in proprio il gesto di suo padre, come già Salgari. La scrittura, in certi casi, può rivelarsi meravigliosamente terapeutica. Ma voglio fargli comunque un augurio sincero: che possa un giorno oscurare la mia fama, persino alloggiare all’hotel Londra-Palace di Venezia, se ci tiene, magari invitato dalla prestigiosa Fondazione Cini nell’Isola di San Giorgio. Con tutte le contro-indicazioni del caso, però. Compresa quella di sorbirsi imbarazzanti visite alle nove in punto del mattino&#8230; di <em>stalker</em> ostinatamente disposti a scambiarlo per una ierofania. Fossi sua zia Salud, la tipa fissata con la paremiologia, a questo punto non esiterei a ricordargli un proverbio: ‘Chi la fa, l’aspetti’.”</p>
<p>(COLLAGE di passi tratti dal libro stesso di Garufi ‘<em>Il nome giusto</em>’)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/">Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</a></p>
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		<title>Paesaggio con incendio</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 06:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p><strong>Ernesto Aloia</strong>, <em>Paesaggio con incendio</em>, Minimum fax, 149 pag.</p>
<p>Il tema del ritorno è uno dei <em>topoi </em>più ricorrenti della letteratura di ogni tempo. Se a questo aggiungiamo il contrasto fra città e provincia, siamo in un terreno limaccioso, per eccesso di produzione narrativa, sul quale viene facile scivolare rovinosamente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/paesaggio-con-incendio/">Paesaggio con incendio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/aloia.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/aloia.jpg" alt="" title="aloia" width="200" height="270" class="alignnone size-full wp-image-39630" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Ernesto Aloia</strong>, <em>Paesaggio con incendio</em>, Minimum fax, 149 pag.</p>
<p>Il tema del ritorno è uno dei <em>topoi </em>più ricorrenti della letteratura di ogni tempo. Se a questo aggiungiamo il contrasto fra città e provincia, siamo in un terreno limaccioso, per eccesso di produzione narrativa, sul quale viene facile scivolare rovinosamente. Ernesto Aloia, invece, piedi ben saldi sul territorio letterario, scrive l’ennesima variazione sul tema con grande maestria e qualità. <em>Paesaggio con incendio </em>m’è parso un romanzo che non cerca il dialogo con i miei contemporanei, ma piuttosto con i maestri nel nostro migliore Novecento, vedi Pavese, che del tema ne aveva fatto una ossessione.<br />
<span id="more-39629"></span><br />
Basta leggerne la trama: Vittorio è uno scrittore che vive in città, ma che ogni anno torna nella casa materna, a Castagneto, sugli Appennini, con la moglie Carla e la figlioletta Giulia, in un paese che appare come l’ossessivo eterno ritorno dell’identico. Sembra che nulla accada, anche se è chiaro, fin dalle prime righe, che tutto covi in silenzio, sotto la cenere di un risentimento antico e malcelato. Vittorio in teoria è a Castagneto non solo per una vacanza estiva, ma anche per portare avanti un progetto di libro del quale in realtà non scriverà neppure una riga. Quelli che furono i suoi compagni di gioco infantile ora sono uomini e donne, colmi di rancori e frustrazioni. La colpa sembra stia nel desiderio di emancipazione dall’aria soffocante del paese, ma è solo una scusa per mascherare il fallimento di un’intera generazione. </p>
<p>Carla, a differenza dalle pulsioni di morte di Vittorio, cerca disperatamente una nuova gravidanza. Perché il mondo deve continuare, fuori dall’immobilismo rappresentato dal luogo dove soggiorna e dal quale vuole fuggire al più presto. L’idea stessa del mutamento terrorizza il protagonista, io narrante che possiede una  voce davvero credibile e senza sbavature. Sarà quella inevitabile tragedia che il lettore si aspetta fin dalle prime pagine, come un destino ineluttabile, a rimettere in forse, e in gioco, l’ignavia di Vittorio. Sarà il sacrifico dei più deboli, come al solito.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione, <em>n. 16 del 19 aprile 2001</em>] </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/paesaggio-con-incendio/">Paesaggio con incendio</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jul 2011 09:50:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca.jpg"></a></strong></p>
<p>Il mio ultimo romanzo è andato benissimo: nessuno l’ha comprato, nessuno l’ha recensito, nessuno ne ha parlato. Nessuno mi ha invitato a discuterne da qualche parte, nessuno mi ha cooptato a un qualche festival letterario. Nemmeno a uno piccoletto, in uno di quei villaggi abbioccati dove gli scrittori locali inscenano scialbe ruotine di provincia (anche ai festival preclari gli scrittori fanno la ruota, ma è una ruota celebre e rifulgente), nemmeno quando il tema prescelto era giustappunto quello del romanzo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/17/nuovi-autismi-3-la-mia-carriera-letteraria/">Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39582" title="mucca" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong></p>
<p>Il mio ultimo romanzo è andato benissimo: nessuno l’ha comprato, nessuno l’ha recensito, nessuno ne ha parlato. Nessuno mi ha invitato a discuterne da qualche parte, nessuno mi ha cooptato a un qualche festival letterario. Nemmeno a uno piccoletto, in uno di quei villaggi abbioccati dove gli scrittori locali inscenano scialbe ruotine di provincia (anche ai festival preclari gli scrittori fanno la ruota, ma è una ruota celebre e rifulgente), nemmeno quando il tema prescelto era giustappunto quello del romanzo. A me piace fare le cose bene, adoro la purezza. Prima purtroppo qualche derelitto dei miei romanzi ne parlava (nelle catacombe dei blog, su qualche confidenziale periodico cartaceo), il che un po’ mi rattristava. Adesso invece ho fatto enormi progressi: finalmente attorno ai miei testi il silenzio è puro e grandioso. Le cose vanno fatte bene: ci vuole un’inossidabile professionalità, molta dedizione. E naturalmente tanto talento, perché senza quello non si fa nulla. Prima di tutto bisogna saper scegliere il momento. Se per esempio sulle pagine cosiddette culturali dei quotidiani frotte di boriosi critici deprecano la marea di noir che converge sui banchi dei librai, quello è il momento ottimale per mettere in cantiere un noir. <span id="more-39579"></span>Un noir anche molto atipico, inatteso e bellissimo, un capolavoro, ma pur sempre un noir. Al limite un finto noir, ma che abbia pur sempre l’apparenza di un noir. La cosa più sicura è però disseppellire un soggetto ostico e fuori moda, o anche solo ineluttabilmente prematuro. Meglio ancora: un vero e proprio tabù nazionale. Rifuggendo beninteso le attitudini rivelatrici o provocatorie (che potrebbe risvegliare un pavloviano interesse dei media), e dipanandolo invece nella sua contraddittoria e inestinguibile complessità: battendo le rotte meno dirette e appariscenti, più inattuali, più a controcorrente. Bisogna accumulare una viscerale competenza sui tic e sui cliché della cultura nazionale, per evitare tutti gli agguati, per non offrire alcun appiglio. Ma naturalmente l’argomento non può fare tutto: anche lo stile va curato al massimo. La cosa più sicura è scrivere molto bene, non però alla maniera che si intende comunemente, dove ogni frase – in reazione alla scialbezza imperante, funzionale a un disavanzo di senso &#8211; sembra gridare “guarda che bel vestito indosso!”, ma anzi con un’eleganza dimessa e pacata, una classe austera e esigentissima, inattesa e imprevedibile: in questo modo tutti daranno per scontato, non ritrovandosi, che il romanzo sia scritto molto male, e il gioco è fatto. L’importante è puntare sul tempo: la grazia e la grandezza del testo devono rivelarsi solo a una lettura partecipe e molto vigile, paziente, quasi ostinata: vanno occultate, rese quasi inaccessibili. I recensori hanno già anche troppi fardelli obbligati – le fuoriserie dirette a gran carriera verso i premi e di cui tutti parlano &#8211; da smazzarsi, quindi i libri meno necessari li leggiucchiano, se proprio se li ritrovano per le mani, spiluccando qua e là, con occhio tediato e prevenuto. E allora per andare sul sicuro le frasi devono avere già di primo acchito un che di ostico e quasi repellente, in modo che il frettoloso esegeta non ne colga la vera essenza, e interrompa la lettura. Ma attenzione, basta la minima disattenzione, il minimo effetto scontato, la minima caduta di intelligenza, la meno auspicata scorrevolezza, e il recensore può drizzare le orecchie, come i muli quando riconoscono un cammino appunto da muli: può continuare la chiamiamola così passeggiata veloce, può risvegliarsi alle sottese intimità delle frasi. Addio ripulsa, addio fallimento. Questi però sono solo i caratteri intrinseci: come tutti sappiamo di questi tempi conta soprattutto l’immagine. Bisogna che attorno a un testo si crei un alone di sconcerto, di ignominiosa disfatta, di raccapriccio: occorre che tutti gli editori lo abbiano rifiutato. Come quelle donne con la reputazione ormai irrimediabilmente compromessa, infrequentabili. Non bisogna lesinare, bisogna immergersi con coraggio nella palude egodevastante dei dinieghi. Ci vuole tempo, determinazione, costanza. Qualche volta si teme un illuminato colpo di testa, ma poi per fortuna il testo viene ancora rigettato, si può continuare. Il manoscritto del mio ultimo romanzo è stato bocciato da tutti gli editori, proprio tutti, anche quelli asserragliati in due stanzette umidicce: l’elenco farebbe impallidire il lagnoso Antonio Moresco. Già lì ho capito che le cose si mettevano bene, che avrei superato me stesso. Ma naturalmente non basta. Quando poi il libro è stampato, perché uno psicopatico disposto a perdere dei soldi finisce sempre per saltare fuori, bisogna giocarsela molto bene. La cosa ottimale è non conoscere nessun addetto ai lavori: vivere in una segregata provincia, occuparsi di mucche e licheni, non schiodarsi dal bar del villaggio. O al limite soggiornare ogni tanto nella Dancalia, come faccio appunto io. Purtroppo in questo paese un conoscente del mestiere o peggio ancora un amico è una mina vagante: una recensione te la fa sempre, un qualche aiuto te lo dà. C’è il grosso rischio che il libro arrivi in un pugno di ardite librerie, che qualche lettore lo prenda in mano. Quindi se per disgrazia si ha un compare o una conoscenza con una qualche influenza, anche infima, bisogna lavorarsela ai fianchi finché non ne possa più, finché non risponda più ai messaggi di posta elettronica. Anche qui ci vuole tempo e pazienza, ci vuole l’intuizione per tirare fuori la cosa spiacevole al momento giusto: non esitando a offendere, con la scusa di omaggiare, quando la sola insistenza non ha effetto. Occorre che quando esce il libro attorno all’autore si estenda il deserto più inospitale: un meschino individuo – un escremento di dromedario &#8211; solo con il suo importuno testo. Ma naturalmente a questo punto giova inimicarsi con qualche mossa azzeccata anche l’editore, farlo pentire di aver accettato di perdere dei quattrini. Mostrandosi supponenti e sprezzanti soprattutto con l’ufficio stampa, ribadendo a ogni frase la propria incompresa superiorità, la meschinità del loro indaffararsi. Ma pure questo non è sufficiente. Ci vuole anche un po’ di fortuna, come in tutte le cose. Io grazie a dio ho avuto fortuna.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/17/nuovi-autismi-3-la-mia-carriera-letteraria/">Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</a></p>
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		<title>Su &#8220;Hotel a zero stelle&#8221; di Tommaso Pincio</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 04:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/zerostelle1.gif"></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>La prima cosa che ti viene da pensare quando ti approcci a <em>Hotel a zero stelle</em> è che sia narrativa di viaggio – dice del resto il sottotitolo: “Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora”. Quando poi lo sfogli e sbirci qualche riga qua e là, valuti che possa essere un saggio: noti infatti che parla di scrittori, e in modo piuttosto analitico, tanto che ogni capitolo è introdotto da un piccolo ritratto dell&#8217;autore a cui è dedicato (nell&#8217;ordine: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez e Orwell, con Burroughs e Kafka &#8220;bonus&#8221;).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/14/su-hotel-a-zero-stelle-di-tommaso-pincio/">Su &#8220;Hotel a zero stelle&#8221; di Tommaso Pincio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/zerostelle1.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/zerostelle1-e1310387777806-100x150.gif" alt="" title="zerostelle" width="100" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39533" /></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>La prima cosa che ti viene da pensare quando ti approcci a <em>Hotel a zero stelle</em> è che sia narrativa di viaggio – dice del resto il sottotitolo: “Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora”. Quando poi lo sfogli e sbirci qualche riga qua e là, valuti che possa essere un saggio: noti infatti che parla di scrittori, e in modo piuttosto analitico, tanto che ogni capitolo è introdotto da un piccolo ritratto dell&#8217;autore a cui è dedicato (nell&#8217;ordine: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez e Orwell, con Burroughs e Kafka &#8220;bonus&#8221;). In realtà si tratta di qualcos&#8217;altro ancora: <em>Hotel a zero stelle</em> è un romanzo, che parla di un tizio che diventa uno scrittore. E lo diventa scoprendo, studiando, affiancando i  grandi: facendoci amicizia. <span id="more-39531"></span><br />
Il risultato è che leggendo questo libro non solo ti torna alla mente quanto hai voluto bene a tutti quegli autori, ma ti viene anche voglia di abbracciare Tommaso Pincio, offrirgli una birra, di tempestarlo di pacche sulle spalle. Sarà che la mia lista di numi tutelari è parecchio vicina alla sua, sarà che mi sono commosso a scoprire uno scrittore italiano che sa chi sono i Merry Pranksters, che capisce l&#8217;importanza della rivoluzione psichedelica (e forse, chissà, la preferisce pure al Maggio francese), che ha letto e ricorda <em>Le meraviglie del possibile</em>; sarà che anch&#8217;io da ragazzo non avrei immaginato di finire a scrivere libri, fatto sta che leggendo <em>Hotel a zero stelle</em> mi è parso di aver ritrovato un amico di cui mi ero dimenticato, o un fratello maggiore disperso chissà dove (in Vietnam, presumo).<br />
Non bastano tuttavia le affinità personali per ritrovarsi entusiasti di un romanzo. Il fatto è che in <em>Hotel a zero stelle</em> Pincio fa qualosa di più che parlarti in modo appassionato degli scrittori che ama: li usa per portarti dentro di sé, e la vicenda personale, che inizialmente appare come una semplice cornice, si manifesta poi come la vera spina dorsale del libro, tanto che quando si apre il più drammatico dei molti squarci autobiografici – un lampo d&#8217;infanzia – ti emozioni moltissimo, e realizzi altresì che il piccolo Pincio febbricitante è fatto dello stessa materia di uno Winston Smith torturato.<br />
C&#8217;è poi l&#8217;arte, l&#8217;arte abbandonata per la scrittura (e tra tanti scrittori c&#8217;è spazio anche per qualche artista: il passo su Boetti, in particolare, fa sperare che un domani compaia sugli scaffali una sorta di seguito, nel quale le &#8220;stanze&#8221; sono occupate da artisti), l&#8217;arte che diventa passatempo, ma anche strumento al servizio della scrittura: se infatti, giunto a fine libro, ti sei ormai rassegnato a pensare che l&#8217;inclusione di quei ritratti in testa a ogni capitolo non sia che un vezzo – solo quello di Orwell ha una funzione direttamente legata al testo –, la conclusione viene a spiazzarti, dando loro un significato e una funzione che sono per ogni verso romanzeschi. Chiudi allora <em>Hotel a zero stelle</em> con una bella sensazione, che non ti lascia: hai ritrovato un amico (anzi, una quindicina) e pensi che se, come vi è scritto, la letteratura non è il luogo della felicitá, essa può essere almeno il luogo del conforto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/14/su-hotel-a-zero-stelle-di-tommaso-pincio/">Su &#8220;Hotel a zero stelle&#8221; di Tommaso Pincio</a></p>
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		<title>Ingratitudine</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 06:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Trevisan]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Rossari]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copaIngratitudineBassajpg1.jpg"></a> di <strong>Lucio Trevisan</strong></p>
<p>[Eccovi alcune pagine di un libro inquieto, <em>Ingratitudine</em>, di Lucio Trevisan, pubblicato da <a href="http://www.noreply.it/">NoReply</a>. Il Romanzo verrà presentato a Milano il 14 giugno presso la<a href="http://www.facebook.com/pages/Libreria-Centofiori/175081055659"> libreria Centofiori </a>(Piazzale Dateo 5) alle ore 18,15. Ne parleremo con l'autore io e Marco Rossari.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/09/ingratitudine/">Ingratitudine</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copaIngratitudineBassajpg1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-39265" title="copaIngratitudineBassajpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copaIngratitudineBassajpg1.jpg" alt="" width="202" height="294" /></a> di <strong>Lucio Trevisan</strong></p>
<p>[Eccovi alcune pagine di un libro inquieto, <em>Ingratitudine</em>, di Lucio Trevisan, pubblicato da <a href="http://www.noreply.it/">NoReply</a>. Il Romanzo verrà presentato a Milano il 14 giugno presso la<a href="http://www.facebook.com/pages/Libreria-Centofiori/175081055659"> libreria Centofiori </a>(Piazzale Dateo 5) alle ore 18,15. Ne parleremo con l'autore io e Marco Rossari. Segue aperitivo. <em>G.B</em>.]</p>
<p><em>Il diluvio</em></p>
<p>Dopo di noi diluvierà<br />
Non spioverà, va bene<br />
Noi la fortuna<br />
Degli ombrellai<br />
Chili di liquidi</p>
<p>Dopo di noi</p>
<p>Va bene, come vuoi<br />
dopo di noi<br />
diluvierà, non spioverà<br />
Dopo di noi: il diluvio.</p>
<p>Battisti/Panella, <em>Il diluvio</em></p>
<p>17 febbraio 1977. Scendo a Roma in treno in una cuccetta pulciosa. Si è sparsa la notizia che il piccì cerca la prova di forza. Per non sporcarsi le mani, vigliaccamente, manda avanti la cigielle e il suo leader più prestigioso. A Roma l’università è occupata. Sei giorni prima la polizia ha ucciso Francesco Lorusso a Bologna. <span id="more-39263"></span>Ora la cigielle ha convocato un comizio dentro l’università. L’“Unità” lo annuncia in una pagina interna: Lama parlerà agli studenti. Ma Lama non viene per confrontarsi, si scomoda per spaccare il Movimento, ristabilire l’egemonia del riformismo in università, magari far sgombrare la Sapienza, se ci riesce. Non è che lo dichiara, non è mica scemo, ma neanche noi lo siamo. Il gioco è scoperto. Viene lì e quello che fa è dire: io vengo qui, prendo un megafono e faccio il mio discorso che deve coprire tutti gli altri discorsi, non me ne frega un cazzo di dialogare con voi che siete dei fascisti mascherati da compagni. È da un po’ che sentiamo ripetere che siamo dei fascisti rossi, che facciamo il gioco dei padroni, che rompiamo le uova nel paniere della pace sociale e del compromesso storico, e ci siamo rotti i coglioni di sentire quella solfa. (&#8230;). E lui viene lì a farci la lezione dal suo pulpito delle lotte operaie e sindacali che hanno difeso la democrazia.<br />
<em>Vaffanculo</em>!<br />
Alla Tiburtina prendo la metropolitana. Arrivo alla Sapienza a piedi verso le otto. E noto subito, entrando nel piazzale della Minerva, mi pare si chiami così, che quelli del servizio d’ordine del piccì e del sindacato con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca stanno cancellando le scritte sui muri esterni della facoltà di lettere. Ce n’è una enorme accanto ai cancelli. I LAMA STANNO IN TIBET. E loro stanno provando a farla sparire. Tiro dritto, ma non è una bella prova di dialogo e di autocritica, penso. I compagni veri sono asserragliati nella facoltà. Mi fanno entrare, un compagno di lì che faceva il pendolare con Milano mi riconosce, dopo un attimo d’incertezza. Dentro non vedo armi né proprie né improprie. La parola d’ordine è: Lama non deve parlare, non ha diritto di cittadinanza lì dentro, cosa cazzo è venuto a fare? A provocare, rispondono i compagni in coro.<br />
Esco sui gradini. Su una scala di quelle da biblioteca gli “indiani” hanno piazzato un fantoccio di Lama a grandezza naturale in polistirolo. Porta appesi tanti grandi cuori. Sopra c’è scritto: “L’AMA O NON L’AMA”. “NON LAMA NESSUNO”. Giochi di parole innocui. Sorrido. Gli “indiani” metropolitani sono l’alta creativa del Movimento del ’77. (&#8230;)<br />
Ora sono circa le nove.<br />
Il piazzale si sta riempiendo. Con il servizio d’ordine della cigielle è entrato un camion che sta diffondendo da un altoparlante canzoni del movimento operaio, marcette. I compagni escono dalla facoltà e vanno a occupare un lato della piazza. Dagli indiani partono dei cori irridenti, raccolti da tutti gli altri. “Più lavoro, meno salario.” “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci.” “È ora, è ora, miseria a chi lavora.” “Ti prego, Lama, non andare via, vogliamo ancora tanta polizia.” Mi unisco ai cori. C’è dentro, in una sintesi fulminante, la critica alla filosofia berlingueriana dell’austerità e dei sacrifici, al moderatismo. Lama, circondato da una decina di tute blu, che lo sovrastano e lo rendono quasi invisibile, attraversa il piazzale e sale sul camion. Dagli altoparlanti le note delle canzoni non riuscivano a soffocare gli slogan ironici. Alle dieci Lama prende la parola. Mi ricordo l’esordio: “Il ‘Corriere della Sera’ ha scritto che saremmo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui…” Urla, e fischi. E poco più avanti: “Gli operai nel ’43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi, e voi adesso dovete salvare le università perché sono le vostre fabbriche…” Se non sono le parole esatte, ci assomigliano molto. Dal lato degli indiani sono volati dei palloncini pieni di acqua colorata e vernice. Nel servizio d’ordine della cigielle, edili, operai, sindacalisti, c’è stato un attimo di sbandamento, erano tutti macchiati di vernice, bagnati fradici, sbertucciati, e si sono incazzati. È partita una carica selvaggia per distruggere il carroccio degli indiani.<br />
Da lì in avanti è stato il caos. Cariche e controcariche. Pugni, schiaffi, calci. Mi spavento, e arretro di qualche fila per non farmi travolgere. La rabbia è esplosa, e non sono allenato allo scontro fisico, ai pestaggi scientifici. (&#8230;) Mi salvo dalle sprangate o da un agguato sotto casa, capitalizzando il carcere e il <em>cursus honorum</em>. Però non sono neppure un pacifista gandhiano. Non lo sono mai stato. Senza violenza non si cambia nulla. Non si è mai visto una classe dominante nella storia cedere il potere e ritirarsi a vita privata. Il problema, semmai, è capire quando e come usarla, la violenza, il dosaggio rispetto all’obiettivo. All’osso, è semplicemente un rapporto fra mezzi e fini. (&#8230;) C’è la violenza degli oppressi: Spartaco contro le legioni romane, le jacqueries, la distruzione delle macchine, il sabotaggio, i picchetti davanti alle fabbriche. C’è la violenza individuale gappista, giusta e rivoluzionaria, e la violenza di massa, spontanea e organizzata. Via Rasella e la guerra partigiana in montagna e in città. Ci sono le barricate. C’è l’assalto al palazzo d’inverno. C’è la violenza squadrista. C’è la polizia che ti spara addosso se occupi le terre o scendi in piazza.<br />
È violenza o no?<br />
Lo Stato deve essere il monopolista della violenza? Foucault, e le istituzioni totali. Qualcuno sostiene che la violenza è legittima solo quando c’è una dittatura, e pensa così di sciacquarsi la bocca. In democrazia sarebbe vietata. Verboten! E chi l’ha detto che una democrazia non è una forma di dittatura, la dittatura della maggioranza? E la minoranza deve stare a guardare, impassibile? E se la minoranza decide che la democrazia è una dittatura? E le rivoluzioni anticolonialiste e antimperialiste? Il capitalismo, il dominio di una classe sulle altre, non è violento? La vita è violenta.<br />
Dal servizio d’ordine del sindacato ci sparano addosso a raffica la schiuma con gli estintori. In risposta partono pezzi di legno, sanpietrini. Ci caricano. Sono inquadrati, e decisi a fare male. Vedo compagni dei collettivi che vengono portati via per le gambe e le braccia, con le teste rotte, le facce insanguinate. Il servizio d’ordine è venuto avanti come una falange greca, bastonando con ferocia, quasi con sadismo. Per loro siamo carne da macello, cani rognosi, i figli di papà che hanno massacrato i poveri poliziotti a valle Giulia. Lama sta continuando a parlare nel casino più totale. Arretro fin sui gradini della facoltà di lettere, fuori dalla mischia, e vedo Lama che salta giù in fretta dal camion. Deve avere capito che mette male, la festa è finita. Al suo posto sale sul palco uno della camera del lavoro di Roma e tuona, più o meno: “Compagni, la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni.” L’ultima parola scatena una carica brutale dei compagni che spazza via il servizio d’ordine del piccì e del sindacato. Lama si salva per il rotto della cuffia, pallido come uno strofinaccio. Questione di secondi, e sarebbe stato inghiottito dalla mischia. Viene inseguito fino ai cancelli. Ha rischiato di essere linciato, non l’aveva messo in conto e un po’ se lo meritava. Il camion viene capovolto, fatto a pezzi, cannibalizzato. I pezzi di lamiera diventano armi improprie. Rientro nella facoltà occupata. La scalinata ha una scia di sangue. Dentro urlano, bestemmiamo, cercano di medicare i feriti. Non so cosa fare. Alla fine lascio il campo di battaglia da un’uscita laterale. A terra c’è di tutto. Vedo anche un martello abbandonato da chissà chi. Un’ora dopo sono sull’Intercity per Milano, sconvolto, mi tremano le mani. Mi palpo qua e là. Non ho ossa rotte, per fortuna. Nel pomeriggio la polizia sgombra l’università dai collettivi che l’occupavano. Come volevasi dimostrare, penso, leggendo il mattino dopo la notizia sui giornali. <em>Complimenti, Lama</em>!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/09/ingratitudine/">Ingratitudine</a></p>
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		<title>La vita oscena</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la-vita-oscena.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Aldo Nove</strong>, <em>La vita oscena</em>, Einaudi, 2010, 111 pag.</p>
<p>Perdere tutto in una età, l’adolescenza, dove invece si ha bisogno di tutto per costruire una propria identità stabile. Perdere il padre e la madre nel giro di pochi mesi, e poi la casa dove si è vissuti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/26/la-vita-oscena/">La vita oscena</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la-vita-oscena.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la-vita-oscena.jpg" alt="" title="la-vita-oscena" width="158" height="249" class="alignnone size-full wp-image-38875" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Aldo Nove</strong>, <em>La vita oscena</em>, Einaudi, 2010, 111 pag.</p>
<p>Perdere tutto in una età, l’adolescenza, dove invece si ha bisogno di tutto per costruire una propria identità stabile. Perdere il padre e la madre nel giro di pochi mesi, e poi la casa dove si è vissuti. Perdersi, di conseguenza, nella disperazione e nell’apatia. Questo il filo conduttore di un libro, <em>La vita oscena</em>, dal peso specifico elevatissimo che riesce a condensare nel volgere di poco più di un centinaio di pagine una storia drammatica, anzi di più, tragica, quella dell’autore stesso, Aldo Nove.<br />
<span id="more-38874"></span><br />
Nove con la sua storia sbaraglia un decennio di rassicuranti auto-fiction, dove l’eroe è e non è il protagonista, dismettendo le maschere della narrazione e raccontandoci il dolore della realtà, senza sconti, la vita nuda senza pudori e senza autocompiacimenti. Non so neppure se <em>La vita oscena</em> sia un romanzo (nel caso sarebbe un romanzo di deformazione). È &#8211; sa essere anche – poema in prosa, operetta morale, digressione filosofica, confessione notturna. La struttura si frammenta, insiste negli a capo, come a cercare insistentemente dove stia il limite della prosa, chiedendosi quanto ci voglia a farsi verso. </p>
<p>Solo oggi Nove ha saputo raccontare tanto dolore. L’abisso dove è sprofondato, fatto di alcool, droghe, pornografia e sesso estremo, alla ricerca di una morte che dia senso all’insensatezza dell’esistenza. Temi che solo i grandi romanzi e i grandi scrittori sanno manipolare. Ha messo tempo fra sé e quel ragazzo. Ha messo maturità espressiva, evitando così di impastare malamente tanta vischiosa esistenza, evitando di farne l’ennesimo giovanil-vitalistico cascame romantico.</p>
<p><em>La vita oscena</em> è un libro maturo e innocente. Puro. Sincero. Il racconto del dolore come unico maestro, l’umiliazione come modo per smascherare se stessi, la morte come ossessione vitalistica. Il decennio letterario del nuovo secolo si chiude con una perla scaturita dallo guano crudele della realtà, noi non possiamo far altro che ringraziare Nove per avercela regalata. E sentirlo fratello.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 6, 8 febbraio 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/26/la-vita-oscena/">La vita oscena</a></p>
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		<title>Immagina un alveare</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 09:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg"></a> [<em><a href="http://blobssblog.blogspot.com/">Giuseppe Catozzella</a>, che è un amico di <a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=giuseppe+catozzella">Nazione Indiana</a>, ha pubblicato un libro importante - <strong>Alveare</strong> - sul dominio della 'ndrangheta nel Nord Italia. Ho chiesto alla casa editrice, Rizzoli, il piacere di pubblicare qui le prime pagine, giusto per farvi "sentire" il tenore, la rabbia, la forza delle sue parole.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/12/immagina-un-alveare/">Immagina un alveare</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg" alt="" title="CatozzellaALVEAREesec.indd" width="200" height="309" class="alignleft size-full wp-image-38738" /></a> [<em><a href="http://blobssblog.blogspot.com/">Giuseppe Catozzella</a>, che è un amico di <a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=giuseppe+catozzella">Nazione Indiana</a>, ha pubblicato un libro importante - <strong>Alveare</strong> - sul dominio della 'ndrangheta nel Nord Italia. Ho chiesto alla casa editrice, Rizzoli, il piacere di pubblicare qui le prime pagine, giusto per farvi "sentire" il tenore, la rabbia, la forza delle sue parole.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Immagina un alveare. </p>
<p>Ne ho avuti due, gemelli, nati di nascosto nella mia camera, in quei trenta centimetri scarsi di muro che separano i vetri della finestra dalle persiane. Li ho lasciati crescere, li ho coltivati, ogni ora del giorno ho controllato da sotto, scostando le tende, il brulicare operoso delle piccole api, le loro cellette esagonali che aumentavano.<br />
Ogni tanto aprivo i vetri, mi divertivo a stuzzicarle. Con una bacchetta di ferro piatta e lunga un metro, che avevo sfilato dall’orlo inferiore di una tenda, smuovevo uno dei due alveari, lo toccavo a ripetizione con la punta dell’asticella. Le api non sembravano rendersene conto, non si allarmavano. Eppure dovevano emettere un suono inudibile perché dopo pochi secondi, dal piccolo orto del mio vicino di casa, arrivavano le compagne in soccorso. A quel punto io richiudevo la finestra e le guardavo volare a scatti e convulse, ruotare attorno al loro quartier generale e, completata la ricognizione, ritornare da dove erano venute. <span id="more-38737"></span><br />
A lungo ho lasciato che le loro abitazioni si impilassero l’una sull’altra, si affiancassero, si accatastassero, si accumulassero. Crescevano a vista d’occhio, incontrollabili. <br />
Ci ho messo molto ad accorgermi degli alveari e, quando è successo, erano troppo grandi per una rimozione immediata. Così ho chiuso i vetri, per creare una gabbia, e sono rimasto a osservare: prese singolarmente, le api sono piccole, ma tutte insieme diventano grandi, formano come un unico organismo che si ingrossa in silenzio. Si muovono come rabdomanti e scelgono i luoghi che reputano opportuni per sviluppare i loro patrimoni, senza chiedere il permesso. Lavorano senza sosta: in un batter d’occhio sono lì, hanno costruito, si sono ricavate degli spazi.<br />
In poco tempo i loro due magazzini-laboratorio sono cresciuti fino a un diametro di circa cinquanta centimetri, erano già quasi sul punto di toccarsi. Le api continuavano ad andare avanti e indietro, si muovevano instancabili, per edificare il loro futuro, la loro ricchezza, la loro dote. Si erano appropriate di parte della mia camera, e io ho iniziato a pensare che non avrei mai avuto il coraggio di fermarle, che si sarebbero conquistate l’intera casa, avrebbero cominciato da quella stanza per poi prendersi tutto. </p>
<p>Dopo qualche mese i due alveari erano diventati uno solo, enorme. Un mostro senza forma, una sorta di viscido baco gigantesco, popolato da una nube di minuscole ali infaticabili che avevano perso di vista l’armonia del disegno originario, forse per il fatto che le due costruzioni si erano unite a loro insaputa in una grande larva bitorzoluta, rigonfia e ipertrofica da un lato, affusolata dall’altro. Anche il vento, che aveva soffiato forte per tutta la primavera, doveva aver cesellato quella creazione.<br />
Un impressionante fagiolo di bava umida ricoperta dal frastuono invisibile di migliaia di api in movimento, di ronda incessante dal giardino di sotto fino al mio appartamento. <br />
Spesso mi sono chiesto perché avessero scelto proprio la mia casa. Credo di aver trovato la risposta. <br />
In comune le api, la loro massa sterminata, e la mia casa hanno il silenzio. Non possono che agire nel più assoluto silenzio, scolpite da migliaia di anni di evoluzione che ha tolto rumore alle loro movenze, al loro sostare, alle loro tecniche di insediamento.<br />
I luoghi che abitano non possono che essere altrettanto quieti, in certo modo invisibili, per permettere al loro agire in concerto di porre le fondamenta delle piccole cellette in un posto tranquillo, che non rechi disturbo alla regina. <br />
Silenzio incontra silenzio. </p>
<p>Le api arrivano, importano il loro mercato, i loro metodi, lo fanno ovunque trovino silenzio.<br />
La ’ndrangheta, una delle organizzazioni militari più efficienti mai esistite, assimilata ad al-Qaeda dall’fbI, fa lo stesso. È per questo che la mafia più potente e ricca del mondo, assai diversa nel suo operare dal chiasso della camorra e dall’onore chiacchierato di Cosa Nostra, ha preso casa in Lombardia. L’ha trovata un luogo adatto e fertile in cui nidificare. <br />
La globalizzazione l’ha mossa lei, l’ha tessuta nel silenzio dell’operosità, prima ancora che si cominciasse anche solo a parlarne, che un economista le desse il nome, che un giornalista la battezzasse su un quotidiano. È lei che, da quarant’anni, decide oggi quello che tu farai domani. <br />
Ventiquattr’ore dopo la caduta del muro di berlino, un boss di ’ndrangheta viene intercettato al telefono con un suo luogotenente che si trova in Germania. Gli dice solo: «Compra tutto». L’uomo viene fermato nella sua auto con 2.600 miliardi di lire in contanti: stava per acquistare una raffineria, un’acciaieria e quote di una banca a San Pietroburgo, dopo aver attraversato la Polonia e il confine con la Russia. Come una massaia che mette in tasca qualche risparmio ed esce di casa per approfittare del primo giorno di saldi. Quell’uomo era Salvatore Filippone, faccendiere legato a varie potentissime cosche del reggino, i D’Agostino, i Serraino-Condello-Imerti e i Piromalli della piana di Gioia Tauro.<br />
Un altro boss viene intercettato mentre racconta di aver disseppellito più di cento miliardi di lire da un bosco e di averne trovati otto marciti, putrefatti dall’umidità e dal tempo. Non ha fatto altro che buttarli via insieme al sacco di tela in cui erano stati sotterrati. bruciati come se fossero niente, perché la ’ndrangheta non ha più il problema di fare soldi, ma soltanto quello di giustificare la sua ricchezza e reinvestirla in immaginario.<br />
Non si muove assecondando i ritmi del mondo, ma ne crea di nuovi, a sua misura. Come ha fatto con un’importante compagnia aerea, insospettabile: una volta al mese ha istituito un volo diretto dal Canada al piccolo scalo di Lamezia Terme, una linea invisibile, per facilitare gli spostamenti degli affiliati che fanno affari oltreoceano. </p>
<p>Dalla casa madre la ’ndrangheta è arrivata a colonizzare completamente la regione più ricca d’Italia, costruendo un impero come un alveare silenzioso. Un impero fondato sul sangue.<br />
Tutto è cementato dal sangue. Lo stesso che scorre nelle vene del Padre scorre in quelle del figlio e dello Spirito santo. </p>
<p>Immagina un alveare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/12/immagina-un-alveare/">Immagina un alveare</a></p>
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		<title>I cani di via Lincoln</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2011 07:25:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/caniLincoln2.jpg"></a> di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p><strong>Antonio Pagliaro</strong>, <em>I cani di via Lincoln</em>, Laurana Editore, 2010</p>
<p>Sebbene sul fronte giudiziario si stia cercando di far emergere i gangli di quel gruppo di potere che il giudice Scarpinato ha definito borghesia mafiosa, sebbene il giornalismo più vigile (quello che non si limita a reggere il microfono al politico di turno) ci proponga inchieste che esplorano gli intrecci perversi alla base delle stragi del 1992-93, i mille interrogativi che scaturiscono dalle inquietanti rivelazioni di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza, le connessioni tra politica e mafia che si registrano in innumerevoli realtà locali, è innegabile che resista forte e inossidabile un&#8217;idea di mafia e criminalità circoscritta ai gruppi armati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/10/i-cani-di-via-lincoln/">I cani di via Lincoln</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/caniLincoln2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/caniLincoln2.jpg" alt="" title="caniLincoln" width="161" height="248" class="alignleft size-full wp-image-38733" /></a> di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p><strong>Antonio Pagliaro</strong>, <em>I cani di via Lincoln</em>, Laurana Editore, 2010</p>
<p>Sebbene sul fronte giudiziario si stia cercando di far emergere i gangli di quel gruppo di potere che il giudice Scarpinato ha definito borghesia mafiosa, sebbene il giornalismo più vigile (quello che non si limita a reggere il microfono al politico di turno) ci proponga inchieste che esplorano gli intrecci perversi alla base delle stragi del 1992-93, i mille interrogativi che scaturiscono dalle inquietanti rivelazioni di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza, le connessioni tra politica e mafia che si registrano in innumerevoli realtà locali, è innegabile che resista forte e inossidabile un&#8217;idea di mafia e criminalità circoscritta ai gruppi armati. Grande eco hanno i successi del governo sul fronte degli arresti di boss e soldati della mafia militare, invece quel filo insanguinato che da Portella della Ginestra arriva fino alla Seconda repubblica, è liquidato come oggetto di studio per professionisti della dietrologia. Si arresta la mano armata e si lasciano in parlamento onorevoli condannati per mafia. In parallelo, lo sconfinamento in ciò che Giovanni Falcone definiva &#8220;il gioco grande&#8221;  raramente intacca il piano della riflessione culturale. Nando Della Chiesa, dalle pagine dell&#8217;<em>Indice dei libri del mese</em>, si lamentava proprio di questa anomalia dei nostri tempi: mentre si accumulano pregevoli pagine giornalistiche centrate sugli atti giudiziari, viene a mancare uno sfondo culturale. <span id="more-38730"></span><br />
Paradossalmente quando si tendeva perfino a negare l&#8217;esistenza della mafia, bastava valicare il crinale culturale per immergersi in disamine formidabili dell&#8217;ethos mafioso (dal lavoro di Franchetti e Sonnino alle inchieste di Danilo Dolci; dalla  narrativa di Leonardo Sciascia alla poesia di Ignazio Buttitta). Oggi il noir sembra il genere più adatto a raccontare la questione criminale e i suoi intrecci col potere politico, eppure troppo spesso gli scrittori preferiscono scommettere sulla più facile forza mitopoietica dei soldati delle mafie. Il nuovo romanzo di Antonio Pagliaro, invece, ci propone una storia che, assorbendo la Palermo dei nostri giorni, ci restituisce quasi in un blocco unico borghesia politica e Cosa nostra. Tutto parte da una strage in un ristorante cinese in via Lincoln. Ma non c&#8217;è zona a Palermo che non sia legata a una cosca, e non c&#8217;è cosca in Sicilia che non abbia i suoi intrecci col mondo imprenditoriale e politico. Infine non c&#8217;è gruppo di potere che non si debba confrontare con lobby o logge massoniche più o meno segrete. Così l&#8217;indagine del tenente Cascioferro deve tener conto di tutti gli intrecci che si sviluppano dalla strage. Ma quando nessuno è innocente, voler cercare i colpevoli significa prepararsi al massacro di chi indaga. Cascioferro lo sa bene, ma non riesce a fermarsi in tempo. Palermo ha imposto a Pagliaro un canovaccio obbligatorio, un realismo documentario che si avverte già nelle prime pagine del libro, dove lo scrittore, con un disclaimer particolarmente lungo e dettagliato (simile a quelli utilizzati da altri autori invischiati con la realtà, come Giuseppe Genna e Giancarlo De Cataldo), sottolinea implicitamente i fatti e i personaggi reali che si potranno leggere in trasparenza. Tutto accade, anzi si direbbe che accada <em>troppo</em>, ma il tenente Cascioferro non si stupisce più di niente, perché la descrizione del male criminale nei <em>Cani di via Lincoln</em> è accidentale, quotidiano, quasi inevitabile. In una pagina del libro, il tenente, dopo essersi occupato di minime faccende casalinghe, accende la televisione e quando vede il presidente della regione siciliana parlare contro la mafia davanti alle telecamere, annoiato cambia canale&#8230; Alla moglie che gli chiede che cosa è successo risponde: <em>niente</em>, una strage, ma ora fammi dormire un poco. Nel romanzo c&#8217;è l&#8217;Italia criminale di oggi, senza infingimenti, dove la parola <em>educazione</em>, in un&#8217;accezione equivoca, malata, è condivisa dai politici e dai sicari, ostentata in molte conversazioni, come una norma di vita attorno alla quale ritrovarsi tra simili. Tutto è così ovvio, solo la televisione sofistica lo stato delle cose, proponendo messaggi insinceri, politici che si scagliano contro la mafia e potenti schierati con lo Stato. I larghi sbadigli di Cascioferro sottolineano la finzione. Ma nella realtà, quella vera, gli avvocati potenti stuprano le minorenni, i mafiosi comandano con mezzo sguardo, i sicari aderiscono ad <em>Addio pizzo</em>, i politici partecipano alle comunioni dei figli dei boss, i magistrati vengono lasciati soli, le intercettazioni spariscono, i negozianti non possono scegliersi i fornitori, i politici gli elettori; e se perfino gli eventi più banali, come le partite di calcetto tra dilettanti, vengono governati dalla criminalità, è normale che l&#8217;esito di una indagine così complessa, come quella affidata al tenente Cascioferro, sia deciso drammaticamente dalle logge massoniche mafiose.<br />
Il romanzo procede con una trama avvincente, tra oralità e lingua letteraria, in un avvitamento ossessivo che amplifica i fatti di Palermo, ne restituisce il rumoroso chiacchiericcio, lo amplifica fino a trasformarlo in un formidabile specchio dell&#8217;Italia intera.<br />
Così il lettore, alla fine del romanzo, con Cascioferro accende la televisione e ascolta la riforma delle pensioni, la destra, la sinistra e il centro, le riforme condivise, il welfare, le dichiarazioni dei politici. E chiosa: &#8220;Minchia parole inutili.&#8221;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/10/i-cani-di-via-lincoln/">I cani di via Lincoln</a></p>
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		<title>SIGISMUNDUS</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 15:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[1977]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[gianni d'elia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Roversi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sigismundus editore]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/1977-jpg.jpg"></a> Anticipiamo un estratto dal romanzo <em>1977</em> di Gianni D’Elia, edito con una nota di Roberto Roversi dalla “Sigismundus Editrice” di Ascoli Piceno, che il 19 marzo inaugurerà le proprie attività editoriali. Il catalogo di Sigismundus  (<a href="http://www.sigismundus.it">www.sigismundus.it</a>) si apre anche con il nuovo libro di Davide Nota, <em>La rimozione</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/sigismundus/">SIGISMUNDUS</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/1977-jpg.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-38409" title="1977 jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/1977-jpg.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a> Anticipiamo un estratto dal romanzo <em>1977</em> di Gianni D’Elia, edito con una nota di Roberto Roversi dalla “Sigismundus Editrice” di Ascoli Piceno, che il 19 marzo inaugurerà le proprie attività editoriali. Il catalogo di Sigismundus  (<a href="http://www.sigismundus.it">www.sigismundus.it</a>) si apre anche con il nuovo libro di Davide Nota, <em>La rimozione</em>. (ndr).</p>
<p>di GIANNI D’ELIA</p>
<p>le mani è stato il viaggio delle mani viola piccine della nascita fino allo scheletro la musica distorta mi sono svegliato cominciando a filmare le mani che si aprivano poi il tempo è volato è stata l’alba in cinque minuti sono uscito la campagna intorno era dolcissima la prima luce aranciata mielosa visti di spalle Nanni e Vito abbracciati la maglia a strisce orizzontali bianche e rosse stupenda stagliata e sotto la collina tutta la città stesa e il mare ho baciato le scorze dei piccoli pini davanti alla tettoia della casa ero eccitato la corteccia odorava e sapeva di resina era sensuale polposa l’erba madida di guazza del praticello mi sono accoccolato l’ho carezzata strofinata con la testa con le mani da così vicino le gocce tramavano ostinate in cima ai fili le scrollavo poi a correre come un pazzo cercavo un dono da fare ai due amici le scarpe e i calzoni zuppi tra le erbe alte e i ciliegi la scorza marcia di un albero tagliato il legno rosa marcito di un ceppo tra tante cose belle che potevo donarvi proprio questa ho detto porgendo quel poco di sughero farinoso ai due<span id="more-38396"></span></p>
<p>poi ho visto respirare le ginestre si muovevano a mantice aprendosi e richiudendosi all’interno come soffiate e poi mille altre cose che dicono tutti e che non dico per non annoiarti solo queste due — sono nato quattro volte uscendo con la testa da dentro il maglione ci provavo così gusto dondolando sulla sedia la prima — cercavo il mio posto l’ho trovato era sotto il ciliegio più grande del giardino dietro la casa ero felice appoggiata al ciliegio era una falce una di quelle falci da contadini col bastone lungo e l’imbracciatura ho capito mi sono voltato c’era Vito ho allargato le braccia in segno di rassegnazione lui mi ha sorriso</p>
<p>[…]</p>
<p>il cielo era immobile un’immensa pupilla grigia sconfinata senza orizzonte sotto questa cappa livida e tumefatta di nuvole nere lontane agli orli della volta nere lontane di nuvole nere lontane le nuvole ole lontane nere rene come granchi di palude le loro forme il mare rame immoto occhio che tutto contiene il mare batteva batteva rosicando le vele il vento lontane sbatteva le nuvole nere le rene sbatteva le ciglia le nere sputando male lacrime sale dense lenti lente verdi ome come un pavone one gonfiando la ruota i rotolini lunghi lunghini arricciati l’ondine onde schiume tutto questo non c’era era era il cielo era le ole ricorda che è sogno (omissis per quartetto e archi)</p>
<p>mi trovavo sopra una barca molto grande nera immobile come tutto intorno anche l’aria tanto era ferma e individuabile pesante e visibile pareva si potesse prendere raccogliere e trasportare dentro tutta questa stasi l’unica idea di movimento di vita la davano i lamenti e le grida dei torturati degli impiccati lo scricchiolare delle corde e delle paratie sul ponte sudicio e annerito di immondi segni sui legni scorticati della plancia ovunque per tutta la nave folle centinaia di corpi giacevano a terra cadaveri da mesi e da giorni o da poche ore corpi amputati seviziati ischeletriti come nelle foto dei campi di sterminio nazisti corpi gonfi di botte di acque e di lividi altri</p>
<p>giacevo sdraiato con la testa poggiata a un rotolo di grosse corde ero malato vicino alla morte certa deliravo mi usciva sangue dalle orecchie e gli occhi miei fissavano il vuoto</p>
<p>degli assassini e dei carnefici nessuna traccia</p>
<p>venivano di notte e al mattino si scoprivano gli orrori noi vivi ci eravamo ormai abituati nessuno ci faceva poi molto caso anche il fetore intollerabile della carne che marcisce delle piaghe e dei morti soprattutto da due settimane soprattutto quella ormai non ci disturbava anzi serviva a farci sentire vivi ancora più vivi con la puzza sublime dei vivi la sera prima che le ombre della nave coprissero la notte (è vero anche il contrario purtroppo) ci si trovava tutti noi vivi sul ponte e visto che il cibo da lungi era finito (visto che il cibo era finito da mesi) ci sedevamo tutti in cerchio e mangiavamo i nostri compagni morti (ciomp ciomp) di acqua ce n’era ancora e poi pioveva tutte le sere la raccoglievamo in grandi mastelli di un bel legno scuro coi nodi dorati dopo le prime volte nessuno più faceva storie per mangiare i compagni e si cuoceva tutto d’altra parte la legna il cucinone c’era giù nella stiva tutte quelle casse imballaggi di preziose spezie e poi lo schifo passa presto col tempo come la rabbia i resti li gettavamo giù in stiva da una grata di ferro lì dentro c’erano i carcerati traditori puttane portieri la legge e l’ordine regnano ovunque poi ci si alzava da pranzo si prendeva dopo una passeggiatina sul ponte una passeggiatina all’aria aperta fa sempre bene tra mucchi e viali di cadaveri si prendeva una donna di quelle rimaste vive e la si montava in una decina ce n’erano poche e ogni gruppetto ne prendeva una e se la sbatteva per benino io erano mesi che stavo solo a guardare ed ero troppo stanco e malato per montare una donna ma mi eccitavo lo stesso guardando gli altri fare mi masturbavo urlando di orrore nella gran pena al cuore eiaculavo ma non era orgasmo quella sera prima di addormentarmi guardai il mare era immobile come sempre denso verde a scaglie la nave c’era come conficcata all’improvviso sentii la mia nuca non più poggiare su quelle ruvide corde ma su di una stoffa morbida sembrava lino al tatto della guancia era fresca girai la testa gli occhi nella testa la mia testa lentamente</p>
<p>dietro di me c’era una donna avvolta in un saio bianco da suora gli occhi suoi erano dolci scuri bellissimi mi fissavano intensi trasalendo a volte come a un richiamo soffocato impudico sorridendo altre la sua bocca rossa era ritagliata nell’ombra che la disegnava era carnosa socchiusa nel pallore del volto mute le belle labbra a un tratto mentre mi accarezzava con le sue mani bianche e sottili passando le dita lunghissime quasi diafane tra i capelli miei bianchi appiccicosi e unti di sale lei cominciò a ripetermi con voce debole ma scandita quasi come rivolta a un bambino che l’avesse stancata</p>
<p>è da sempre che ti aspetto è da sempre<br />
è da sempre che ti aspetto è da sempre<br />
è da sempre che ti aspetto è da sempre<br />
è da sempre che to to to to</p>
<p>stringevo le sue mani mi sembrava di impazzire volevo morire presto e poi rinascere portarla via con me in nessundove ma dovevo uccidere il vecchio che era in me e far rinascere il bambino per poterle parlare subito mi aveva afferrato la paura di fottere con lei di non riuscire di non bastare di essere esaminato misurato giudicato dal mio sesso poi lei si allontanò un poco da me alzandosi dolcemente e portando la sua figura flessuosa accosto al parapetto del veliero e si tuffò in mare la seguii lasciandomi alle spalle per sempre la barca nera nuotando nell’olio denso verde della maretta verso la terraferma invisibile la seguii la seguii ci fermammo per riprendere fiato presto aggrappandoci a una zattera di legno o meglio a un relitto di fortuna che ci si parò davanti ratto quasi per miracolo all’intorno tanta gente nuotava nuotava intorno a noi di volta in volta reggendosi a zattere di fortuna come la nostra tronchi ovvero tavole relitti imprecisati di altre sciagure e naufragi tutti questi legni con le testine nere aggrappate gli uni vicini agli altri facevano quasi un’isola galleggiavano fermi immobili nell’aria stagnante e umidissima da tropici</p>
<p>allora tutto mi fu chiaro<br />
la terraferma non era più un’idea un miraggio qualcosa da raggiungere eravamo noi la terraferma io e lei insieme a tutti gli altri gli assassini continuavano a venire di notte aggirandosi tra i piccoli legni ma il giorno ora era più lungo e poi la notte si vegliava a turno io ero guarito lei mi aveva curato potevo parlarle ora ogni giorno della mia malattia lei si era tuffata in mare era risalita lenta lenta sulla zattera e col suo corpo giovane e unto di alghe mi aveva abbracciato baciato strofinato la sua carne chiara sulla mia ricordo che ogni volta che mi leccava le labbra crescevano le mie forze il corpo mi si scioglieva e le mie paure se l’era portate via la mia vecchia morte quando se ne andrà un giorno allora leccherò le mie nuove ferite</p>
<p>basta che finisca presto<br />
vivo oggi senza di te</p>
<p>riprendo a scrivere una notte di pianto e disperazione la paura di dare fastidio a Odile l’impossibilita di parlare senza mentire e quelle tagliatelle paglia e fieno col nebbiolo litigato lasciato acido nello studio ci ritroviamo dopo esserci lasciati di fronte alla sede del PCI nel frattempo la piazza mi ha inondato di cinismo e di nebbia mi trascino sopra le gambe incollate dalla paura con la carne della schiena abbracciata alle ossa quei gradini di moquette sono i più lunghi da fare più lunghi della piazza di tutti i gradini dei portici di tutti i capelli di sabbia che soffio dal naso</p>
<p>ricordare ora e scrivere mi danno una certa serenità anche se è sempre di un prima di un vissuto che parlo solo il dolore è attuale progressivo sempre presente vivente domani vado a Milano da Guido stamattina ci pensavo nel letto con la paura di una crisi milanese la paura di avere la febbre insieme ai brividi ma il termometro è rotto niente da fare meglio cosi</p>
<p>mi sento assediato dal corpo che guardo come un nemico segugio la sua bella faccia i capelli che gli crescono i peli radi e lunghi sul mento come sul pube di un tredicenne questo corpo piccolo che attrae su di sé la gran parte dei miei dubbi timori delle mie paure riflesse delle mie storie riscritte nemico prepotente furbo egocentrico che mi osserva muovere e mi controlla guidando il sangue a comprimere l’orecchio destro quando mi dimentico di lui e parlo troppo di me della mia voglia di vivere la testa l’anima che sento stesa tutta spalmata sopra di me quando mi stendo sul letto l’anima la vita o che cosa a due centimetri sopra di me l’anima che ho sentito così la prima volta a Bologna dopo l’amore con Franca la testa come se non fosse un pezzo del corpo suo la mia testa ma è lui dentro che vorrei fuori sono io fuori che vorrei dentro così rimbomba contro le pietre dentro l’addome un viottolo coi suoi ciottoli ormai e si fa sentire padrone dei miei pensieri del suo vuoto e della sua vita io sono (omissis) sulla terra cascato di nuovo prima di riconoscermi lo sentivo l’ho sempre sentito così nemico e sabotatore silenzioso (omissis)</p>
<p>non si può essere sani poi (omissis)<br />
è cancro si chiama capitalismo (omissis)<br />
perché la salute sia accumulata (omissis)<br />
dei banchieri del corpo dei padroni della carne (omissis)<br />
è questa la metafisica dell’organo<br />
ma la malattia non sta fuori né dentro<br />
è il corpo stesso ridotto a merce la malattia (omissis)<br />
dall’esperienza di sentirmi sempre all’ultimo stadio (omissis)</p>
<p>ricopiarmi mi è impossibile senza dolore non ho tempo di riordinarmi lo farà qualcun altro ma di Odile ti scrivo e mi ricopio perché così potrai capirmi vedermi</p>
<p>da <em>1977</em> di Gianni D’Elia, con una nota di Roberto Roversi (Ascoli Piceno, Sigismundus 2011)</p>
<p>***</p>
<p>Appuntamenti Sigismundus:</p>
<p>- Sabato 19 marzo ore 18, Libreria Rinascita, Piazza Roma n.7, Ascoli Piceno. Inaugurazione.<br />
- Domenica 27 marzo ore 18, Spazio Sirin, via Vela n.15 (traversa Viale Abruzzi), Milano.<br />
- Giovedì 31 marzo ore 18, Beba do Samba, via de’ Messapi n.8 (quartiere San Lorenzo), Roma.<br />
- Sabato 2 aprile, ore 21, spazio autogestito FaQtotum, via Biancamano n.44 (zona San Giovanni), Roma</p>
<p>Prossime date: Bologna, Pesaro, Bari</p>
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		<title>Seak sick sic</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 05:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Gregorio Magini]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Galimberti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Jacopo Galimberti<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/piXgalimba.jpg"></a><br />
</strong></p>
<p>Sono un poeta e uno scrittore collettivo. Per due anni ho lavorato a un romanzo storico insieme ad altri 99 scrittori. Sappia il lettore che nel 2007 Gregorio Magini e Vanni Santoni hanno inventato un metodo di scrittura collettiva, detto “metodo SIC”: il <a href="http://www.scritturacollettiva.org/">sito</a> dedicato a questo lavoro plurale ha prodotto sinora una manciata di racconti a dieci/dodici mani, tutti scaricabili con licenza copyleft, ma il vero, decisivo stacco è avvenuto nel febbraio del 2009, quando il gruppo di scrittori coagulatosi attorno al progetto SIC ha lanciato in rete l&#8217;idea di un romanzo che abbracciasse un numero più ampio di partecipanti―ci si augurava almeno cinquanta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/seak-sick-sic/">Seak sick sic</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jacopo Galimberti<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/piXgalimba.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-38416" title="piXgalimba" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/piXgalimba.jpg" alt="" width="215" height="270" /></a><br />
</strong></p>
<p>Sono un poeta e uno scrittore collettivo. Per due anni ho lavorato a un romanzo storico insieme ad altri 99 scrittori. Sappia il lettore che nel 2007 Gregorio Magini e Vanni Santoni hanno inventato un metodo di scrittura collettiva, detto “metodo SIC”: il <a href="http://www.scritturacollettiva.org/">sito</a> dedicato a questo lavoro plurale ha prodotto sinora una manciata di racconti a dieci/dodici mani, tutti scaricabili con licenza copyleft, ma il vero, decisivo stacco è avvenuto nel febbraio del 2009, quando il gruppo di scrittori coagulatosi attorno al progetto SIC ha lanciato in rete l&#8217;idea di un romanzo che abbracciasse un numero più ampio di partecipanti―ci si augurava almeno cinquanta. Contro ogni aspettativa, la proposta ha ricevuto un numero di adesioni esorbitante, arrivando a oltre duecento iscritti, tra cui io stesso. Duecento iscritti che  si sono subito dimezzati quando è stato chiaro che non si trattava di un giochino, di uno di quei divertissement letterari che fioccano in rete, ma che ci sarebbe stato da scrivere davvero, intensamente, molte pagine, per molti mesi. <span id="more-38415"></span></p>
<p>L&#8217;impresa, durata in effetti oltre due anni, è stata impervia, i ritmi industriali; com&#8217;era prevedibile le defezioni non sono mancate, anche tra i più valenti. Ma le mani sono state infine duecento, e il romanzo ora è terminato, l&#8217;opera si avvia a cercare un editore. Le gioie e i crampi del lavoro collettivo sono noti a pochi, poiché è ancora diffusa la perniciosa idea che la prosa e la poesia spettino al singolo, al privato, all&#8217;intelletto di dio. Ci sono cose che davvero forse non si possono partorire che da soli, ma vi sono materie controverse e collettive che trovano la loro verità solo se l&#8217;elaborazione da cui emergono ne ricalca almeno in parte le movenze. Il tema del Grando Romanzo Collettivo SIC è infatti la Resistenza. Anzi, le Resistenze, nelle loro confliggenti declinazioni: femminili e maschili, comuniste, liberali, libertarie, vittorioemanuelesche, nazarene o psichiatriche―il tutto rigorosamente incentrato sulla trasfigurazione di fatti reali, puntellati da ciò che è verosimile. Ne è esploso un epos medio e multiforme, sfrontatamente teso ad amalgamare introspezione e coralità, percorso da un&#8217;enorme messe di dati, aneddoti, figure storiche e figure di storia che uno scrittore singolo avrebbe raccolto, a far bene, in quindici anni di lavoro.</p>
<p>Un romanzo collettivo scritto col metodo SIC lascia ampi margini di scelta e di negoziazione, tuttavia una volta che l&#8217;alveo è stato tracciato il flusso scrittorio vi deve scorrere rapinoso, ma senza tracimare. Occorre parlare con le mascelle di personaggi ripugnanti, perché le schede di quelli che preferivi sono state magari assegnate ad altri. Bisogna accettare di vedersi amputate dal lavoro di editing scene di sesso che gridano al Nobel, scorci o dialoghi di bellezza accecante, macchine di tortura che la letteratura italiana ci avrebbe messo anni a digerire. Ma cosí sia, impuntarsi sarebbe un malinteso di ciò che sottintende un lavoro collettivo tra pari. Il “grande romanzo” della SIC è  stato in fondo per me (e penso per molti dei miei novantanove sodali) anche uno strumento per mettersi nella condizione di vedere all&#8217;opera in se stessi certi cipigli stronzetti e borghesi: l&#8217;ingiustificata diffidenza nel lavoro altrui; la competizione vista come prologo al saccheggio dei meriti e non come momento della collaborazione. Insomma, il Grande Romanzo Collettivo è stato un lavoro sul reale, sulle Resistenze, ma anche sulle resistenze della singolarità incarognita, disabituata a solidarizzare, chiusa nelle quattro mura di un reality―e usciremo a riascoltar Radio Londra.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/seak-sick-sic/">Seak sick sic</a></p>
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		<title>Recensione a un libro non letto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/15/recensione-a-un-libro-non-letto/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 07:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Perdisa.jpg"></a> di <strong></strong><strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Sono, ero, un appassionato di calcio. Sono, ero, un grande appassionato di calcio, ma strano, uno di quelli che non andavano allo stadio. Ci sono entrato poche volte nella vita. Una per tutte: mi trovavo in Spagna, un amico argentino mi convinse a investire in una partita, comprammo una decina di biglietti per rivenderli il giorno della partita (giocava il Barcelona contro El Real) sarebbe stato un gioco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/15/recensione-a-un-libro-non-letto/">Recensione a un libro non letto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Perdisa.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Perdisa.jpg" alt="" title="Perdisa" width="160" height="240" class="alignleft size-full wp-image-38419" /></a> di <strong></strong><strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Sono, ero, un appassionato di calcio. Sono, ero, un grande appassionato di calcio, ma strano, uno di quelli che non andavano allo stadio. Ci sono entrato poche volte nella vita. Una per tutte: mi trovavo in Spagna, un amico argentino mi convinse a investire in una partita, comprammo una decina di biglietti per rivenderli il giorno della partita (giocava il Barcelona contro El Real) sarebbe stato un gioco. Una cosa facile, il mio amico ne era sicuro. Era l&#8217;autunno, avremmo saldato un debituccio che avevamo entrambi col padrone della pensione. Ci andò male, il giorno in cui giocarono pioveva e Maradona rimase in tribuna per infortunio. Col mio amico andammo allo stadio e ci sedemmo, distanti, le braccia larghe a occupare i posti che ci erano rimasti. Partite non ne vedevo, alla tele sì, o a parlarne, che è un po&#8217; come vederle, forse, rigiocarle. Ore e ore a parlare di calcio. Se sapessi parlare di letteratura come lo so, lo sapevo, fare di calcio, sarei direttore di <em>ttl</em>. <span id="more-38418"></span><br />
Quando parlavo con qualcuno di calcio mi rendevo subito conto se valeva la pena e se era il caso di abbassare l&#8217;asticella. Ho arricchito la mia conoscenza sul calcio vivendo un anno in Argentina e parecchi anni in Spagna e lungo tempo in Olanda. Quando si dice che gli argentini il calcio ce l&#8217;hanno nel sangue non si mente. Tra un locutor di radio argentino o un giornalista sportivo argentino e un giornalista italiano di quelli che passano nella tv nostrana o scrivono sui giornali rosa non c&#8217;è paragone. I giornalisti argentini a quelli italiani gli pisciano in culo e gli fanno credere che piove. Il linguaggio, la fantasia, le onde della prosa latina, non c&#8217;è paragone. In Olanda peggio, i giornalisti sportivi, tolta l&#8217;intelligenza di Wim Kieft, fanno pena, continuamente in difficoltà, si giustificano o tentano di nascondere la loro inadeguatezza insultandosi. Perché parlare di calcio non è mica facile, si può romanticizzare, raccontare la solitudine del portiere come quella del dj in discoteca o quella dell&#8217;ala, la robustezza sfigato onesta del mediano, la cattiveria del difensore centrale. Ma poi occorre parlare di calcio.<br />
C&#8217;è una persona, un amico &#8211; e questa recensione a un libro che non ho letto la scrivo perché lui è un amico perché se non fosse un amico non potrei dire queste cose, perché sono stato a sentirlo tante volte come si sta a sentire un amico, perché uno diventa amico quando lo stai a sentire volentieri, anche &#8211; un amico che vive a Milano e che incontro di rado ormai, che di calcio sa molto, e racconta le cose come un locutor de radio argentino e staresti a sentirlo parlare di calcio fino all&#8217;alba, è un amico che<a href="http://www.gruppoperdisaeditore.it/Catalogo/Perdisa-pop/Arrembaggi/La-passione-del-calcio.aspx"> ha scritto un libro sul calcio</a>, l&#8217;avete capito, e io quel libro non l&#8217;ho letto, ve l&#8217;ho detto, ma sono sicuro che chi ama il calcio deve leggerlo, e chi non l&#8217;ama più come me, leggendolo ricorderà le cose, i numeri che portavano una volta i giocatori, il 4 il mediano, il 10 la mezz&#8217;ala o quella che chiamavano la mezza punta, il 9 l&#8217;ariete, l&#8217;11 il mingherlino genio e sregolatezza, puro zurdo, il 5 che picchiava l&#8217;attaccante avversario fin dentro gli spogliatoi, lo seguiva nella doccia e lo picchiava fin quando non gli dicevano che la partita era finita, i numeri già&#8230; E Franz Krauspenhaar, l&#8217;amico che ha scritto il libro sul calcio che non ho letto ma sono sicuro che è bellissimo perché lui Franz ha questo nome nordico ma parla di calcio come gli argentini, Franz ora questo libro l&#8217;ha scritto. E sono sicuro che un libro così lo ama anche chi odia il calcio, perché ora può capire perché è così bello odiare il calcio. Il libro dovrebbe uscire per l&#8217;editore Perdisa, per quale collana me lo farò dire, e non so neanche quanto costa, spero meno di 15 euro.</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Marino Magliani: La spiaggia dei cani romantici</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 09:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Ho conosciuto tardi la scrittura di Marino Magliani e ho letto solo una piccola parte dei suoi libri. Pure ho la sensazione, che avranno avuto in molti, di essermi imbattuto in uno scrittore, come si dice, di razza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/08/la-spiaggia-dei-cani-romantici-2/">Marino Magliani: La spiaggia dei cani romantici</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p>Ho conosciuto tardi la scrittura di Marino Magliani e ho letto solo una piccola parte dei suoi libri. Pure ho la sensazione, che avranno avuto in molti, di essermi imbattuto in uno scrittore, come si dice, di razza. Di solito non uso quest’espressione stereotipata, “scrittore di razza”, ma quando leggo Magliani mi torna in mente spesso, per conto suo. Con ciò intendo forse uno scrittore che asseconda la propria vocazione, o scelta, senza grilli accademici o aspirazioni mondane, inseguendo invece un proprio demone molto terragno, forte, che solo dopo, per virtù riflessa, si specchia con sognante vaghezza nel firmamento dei propri modelli. Probabilmente questa impressione è corroborata anche dal percorso esistenziale di Magliani, che se ho capito bene è quello di un cercatore di felicità passato per terre e calori diversi, un migrante irrequieto stanziatosi infine in un canto defilato d’Olanda, dopo aver lentamente appreso, guidato dagli anni, un altro edonismo, più puro e nascosto. <span id="more-38334"></span>Ma forse dico questo un po’ suggestionato dalla lettura del suo ultimo romanzo, <em>La spiaggia dei cani romantici</em>, uscito da pochi giorni per Instar Libri di Torino, che come i romanzi precedenti è ambientato nei luoghi in cui Magliani ha vissuto, ma dove ciò che vi è di personale è travasato nell’impasto narrativo in cui l’autore affonda mani esperte e appassionate, plasmandone vera e buona letteratura. Di questa attitudine, che è anche dedizione e forse devozione al mestiere, è indizio già il titolo, che riecheggia quello di una raccolta poetica di Roberto Bolaño, autore cult da qualche anno e con la cui opera, in effetti, ogni romanziere vivente dovrebbe avere l’umiltà e la fortuna di fare i conti. Magliani tuttavia dà un taglio basso al proprio omaggio, preferendo appunto il Bolaño poeta e facendolo apparire nel romanzo, un cameo nella seconda parte, in un bar di Blanes. Col Bolaño prosatore sembra invece condividere il piacere ritrovato del racconto, la <em>verve</em> narrativa scaturita dalle spinte più lungimiranti del postmoderno. Poi magari nel firmamento di Magliani ci sono anche Calvino e il conterraneo Biamonti, come qualcuno ha visto, ma la storia, stavolta, è specialmente ispanica.</p>
<p>Chi sono i cani romantici? Sono i <em>chicos piola</em>, ragazzi argentini dei primi anni Ottanta del secolo scorso che alla fine di ogni estate australe emigrano in Spagna per lavorare sulle spiagge di Lloret De Mar. Fanno propaganda ai locali e scopano turiste a frotte, ci dice ammirato il narratore, che è di Lincoln come loro, non lontano da Buenos Aires, e un giorno decide di prendere anche lui la via dell’Europa, accompagnato. La lingua è sapidissima, costellata di espressioni gergali e straniere, a caratterizzare un personaggio popolare, il buon Almeja, che però è un eccentrico, uno spettatore. Non sarà mai come loro, come questi miti di strada latino-americani e il loro compare italiano, il «tano» Gregorio, e lo sa. Del resto Almeja, che di cognome fa Dronero, non è diretto in Costa Brava, ma in Liguria, la terra d’origine del nonno; qui aspira a ottenere il passaporto italiano e far carriera come calciatore. E in campo ha talento, in effetti, ma le cose non andranno come spera. La donna che è con lui passa nel letto di un lontano cugino Dronero, che li ospita in una magione dell’entroterra, e il passaporto tarda ad arrivare. Così il melanconico Almeja, che aveva combattuto alle Malvinas e ha lasciato nella pampa i privilegi da figlio di papà, cede alle sirene di Lloret De Mar. Qui trova ciò che aveva già orecchiato, la movida e il sangue: frequenta i <em>chicos piola</em>, che lo accolgono quasi come una mascotte, e apprende di certi omicidi di soldati inglesi. Finirà per avere un ruolo decisivo nell’individuazione dei responsabili – e questa è la prima metà del romanzo. La seconda, che ha per co-protagonista una presentatrice televisiva olandese, ritorna sulle tracce di quei personaggi a trent’anni di distanza. Il racconto ora è scandito da cambi di ambientazione e un po’ alla volta, con il passo fluente di una lingua più alta, ci mostra i protagonisti di quel secolo inabissato, le loro mutazioni e permanenze. Non svelo altro, se non che emerge infine qualcosa di profondo, eppure impalpabile. C’è un che di virtuoso nel modo che il narratore e i suoi eroi perdenti hanno di dissimulare nostalgie e sogni perduti. Ed è una virtù in egual misura poetica, della composizione, e umana. Questo Magliani ispanico, insomma, è un romantico stoico, e i personaggi che qui fa vivere – o rivivere, alcuni erano già apparsi nel suo mondo romanzesco – hanno l’icasticità dimessa e toccante delle comparse di una storia sociale.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso su "Alias" del 05.03.11]</em></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-38372" title="magliani_cop_Cani Romantici bassa_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid1-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" /></a><br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/08/la-spiaggia-dei-cani-romantici-2/">Marino Magliani: La spiaggia dei cani romantici</a></p>
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		<title>Come una pietra che rotola</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 07:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Maria Barbal]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/barbal.jpg"></a><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Maria Barbal</strong>, <em>Come una pietra che rotola</em>, Marcos y Marcos, 2010, 151 pag., traduzione di Gina Maneri</p>
<p>Le cinquanta edizioni di questo romanzo d’esordio, <em>Come una pietra che rotola</em>, stanno a dimostrare come Maria Barbal abbia, forse inconsapevolmente, scritto un piccolo romanzo culto della letteratura catalana, che solo ora, dopo un quarto di secolo, viene finalmente tradotto anche in Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/03/come-una-pietra-che-rotola/">Come una pietra che rotola</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/barbal.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/barbal.jpg" alt="" title="barbal" width="415" height="274" class="alignnone size-full wp-image-38294" /></a><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Maria Barbal</strong>, <em>Come una pietra che rotola</em>, Marcos y Marcos, 2010, 151 pag., traduzione di Gina Maneri</p>
<p>Le cinquanta edizioni di questo romanzo d’esordio, <em>Come una pietra che rotola</em>, stanno a dimostrare come Maria Barbal abbia, forse inconsapevolmente, scritto un piccolo romanzo culto della letteratura catalana, che solo ora, dopo un quarto di secolo, viene finalmente tradotto anche in Italia.<br />
<span id="more-38293"></span><br />
Piccolo romanzo, nel numero delle pagine, ma con una ambizione, raccontare una vita che riassuma l’intero Novecento iberico, che dà le vertigini. Perché Barbal ce la fa. Affidandosi alla cultura storica del suo lettore (questo è il patto), e più probabilmente al lettore catalano che conosce sulla pelle della sua famiglia quanto la storia sia stata violenta in quella zona del mondo, l’autrice riesce con pennellate impressioniste a raccontarci la vita di una semplice contadina, Conxa, eroina suo malgrado, icona di un mondo antico eppure vicinissimo.</p>
<p>Ci si affeziona subito alla sua voce, dato che con timida educazione l’autrice si dissolve nell’io narrante della sua protagonista. Conosceremo l’infanzia di stenti, i primi turbamenti adolescenziali, l’amore, la guerra civile, la vecchiaia di Conxa, e la sentiremo, con affetto, come una di casa. Il piccolo, piccolissimo dell’esistenza di una persona qualunque che diviene emblema universale della precaria condizione umana.</p>
<p>Maria Barbal riesce in tutto ciò decidendo di usare una lingua scarna, favolistica, capace di comunicare con chiunque, senza orpelli da letterato. Scelta stilista, però, non naif. L’autrice usa con cognizione di causa il discorso indiretto libero, di modo che il lettore trovi una immediata empatia con la protagonista, con la vita del popolo catalano e la sua mentalità. Con <em>Come una pietra che rotola</em> rivivremo distanze, per noi viaggiatori globali, ormai dimenticate: dai Pirenei a Barcellona, non ci sono pochi chilometri, insomma, ma un universo simbolico e storico che attraverseremo accompagnati dalla storia e dalla vita di questa piccola, amabile contadina.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione, <em>n. 52 del 27 dicembre 2010</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/03/come-una-pietra-che-rotola/">Come una pietra che rotola</a></p>
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		<title>Essere narratori cosmologici</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 07:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/pincio.jpg"></a> di <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p>La scienza mineraria ci insegna che la coerenza è una condizione caratterizzata da una fortissima coesione interna. L’incoerenza, viceversa, è connotata da scarsa o nulla coesione. Nell’incoerenza, a prevalere è il detrito non cementato, la scheggia, il frantumo, la deriva verso il granulo, la polverizzazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/28/essere-narratori-cosmologici/">Essere narratori cosmologici</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/pincio.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/pincio-221x300.jpg" alt="" title="pincio" width="221" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-38261" /></a> di <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p>La scienza mineraria ci insegna che la coerenza è una condizione caratterizzata da una fortissima coesione interna. L’incoerenza, viceversa, è connotata da scarsa o nulla coesione. Nell’incoerenza, a prevalere è il detrito non cementato, la scheggia, il frantumo, la deriva verso il granulo, la polverizzazione.<br />
Raccontare il presente – ma forse raccontare tout court – vuol dire dare coerenza all’incoerenza, radunare i frammenti esplosi e plasmarli in una forma, recuperare tutto ciò che è scoria espulsa dal senso, connetterla ad altre scorie ugualmente insensate e costruire quella scultura di parole – il romanzo e i racconti – in grado di risignificare l’insignificante. <span id="more-38260"></span><br />
<em>Lo spazio sfinito </em>di Tommaso Pincio, appena ripubblicato da minimum fax a una decina d’anni dalla sua prima apparizione per Fanucci, è un romanzo che ha la capacità di sintetizzare la difficoltà e la necessità di fabbricare sculture di questo genere e al contempo ci permette di risalire la corrente della narrativa italiana contemporanea facendoci comprendere che tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del decennio successivo all’immaginazione degli scrittori italiani è accaduto qualcosa, un sommovimento tellurico, una contorsione capace di riformare l’idea di romanzo mettendo in chiaro che la disgregazione non era più soltanto <em>del</em> tempo di cui si faceva esperienza ma anche – e soprattutto – <em>dentro</em> i diversi singoli sguardi letterari.<br />
Perché nel momento in cui il gioco degli “-ismi”, dei “post” e dell’epigonalità a tutti i costi si è esaurito, quando cioè si è smesso di essere i figli dei padri e i nipoti dei nonni e una serie di tradizioni culturali sono definitivamente implose (sono, finalmente, <em>sfinite</em>), prendere atto della natura dispersa ed entropica delle propria immaginazione è diventato imprescindibile. Traumatico, sicuramente, ma anche una grande occasione.<br />
Ed è in quel momento che Tommaso Pincio scrive un romanzo seminale, una scrittura che attingendo a una specie di vitalità originaria – condizione impressionante di alcune opere letterarie – ha la capacità di <em>aprire</em> se non di <em>spalancare</em> prospettiva e profondità di campo, di far guadagnare alla narrazione una forma che fino ad allora non c’era.<br />
Attraverso l’esplorazione della volta celeste compiuta da un Jack Kerouac perplesso e, alla lettera, <em>stralunato</em> – un personaggio che insieme a Neal Cassady, a Marilyn Monroe, a Norma Jeane e ad Arthur Miller è una buccia intenzionalmente svuotata della polpa e del nocciolo – Pincio dà forma a un romanzo che accoglie al proprio interno, non come guasto bensì come condizione ineludibile, la coscienza del fatto che da un certo momento in avanti <em>comprendere</em> contiene al proprio interno una quota di <em>incomprensione</em> delle cose (“Stelle parole…/ Stelle che mi parlate/ Non vi capisco” recita l’haiku che Kerouac compone mentalmente) e che, tutt’altro che costituire questo un problema, le logiche narrative possono essere antigravitazionali e la trama nella quale i non-personaggi galleggiano deve necessariamente essere autoironica, deve simulare se stessa, alludersi, fingersi senza mai sopravvalutarsi, senza mai farsi struttura cartesiana o calcolo perfetto.<br />
Forte di tutta questa vulnerabilità Pincio scaglia piano il suo Kerouac nello spazio dove, per conto della Coca-Cola Enterprise Inc., è incaricato di fare il controllore di orbite. Affrontare la solitudine siderale “a mani nude”, immerso in una sostanza “nero cosmo” per nulla dissimile dalla famigerata bibita dissetante, sarà il suo destino e la sua prigione. Il suo personale “space oddity”.<br />
Ma in un romanzo fondato sull’andirivieni – dei segni, dei nomi, delle forme, del senso –, un romanzo nel quale l’anomalia è la regola e la regola è una ghirlanda di immagini dove coesistono bocche specchianti, detriti di materia spaziale, bottigliette all’interno delle quali è incapsulata una “bolla” cometa, librerie strategicamente senza libri e mugolii animali che risuonano laddove nulla potrebbe o dovrebbe risuonare, l’unica prigione inespugnabile è il vuoto. Anzi, il Vuoto.<br />
<em>Lo spazio sfinito</em> è continuo, letterale, <em>sprigionamento</em> delle diverse possibili (e impossibili) accezioni della parola ‘vuoto’, della cosa ‘vuoto’, della sua percezione e della sua esperienza. Come in un vacuometro o in un catalogo dell’assenza di materia, in questo romanzo il vuoto (il Vuoto) è attesa, delusione, invisibilità e visione, presentimento e mancanza; il vuoto è arcaico, è classico ed è pop, riguarda Democrito ma anche James Dean, Torricelli, la meccanica quantistica e Cary Grant. Quel che è certo è che non è mai quello che sembra (“Se il Vuoto non è vuoto, perché lo chiamiamo così?”)<br />
<em>Lo spazio sfinito</em> è stato – è ancora – un libro in grado di ricapitolare il futuro nel momento in cui il futuro cominciava, un libro che ha intuito che quando tutto è sfinito non resta altro da fare che accettare la dispersione, accoglierla, scrivere nella dispersione. Raccontare il cielo, le contrazioni e i riverberi, gli spasmi le increspature i vortici. Essere narratori cosmologici. Dare coerenza all’incoerenza.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il manifesto <em>il 7 gennaio 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/28/essere-narratori-cosmologici/">Essere narratori cosmologici</a></p>
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		<title>Vicino al camino</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 21:35:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Walter Benjamin</strong>, da <em>Critiche e Recensioni</em></p>
<p>Si racconta che una volta Oscar Wilde si trovava in un gruppo di  persone, e il discorso era caduto sulla noia. Ciascuno aveva detto la  sua; Wilde tacque fino all’ultimo. Lo guardarono con impazienza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/16/vicino-al-camino/">Vicino al camino</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Walter Benjamin</strong>, da <em>Critiche e Recensioni</em></p>
<p>Si racconta che una volta Oscar Wilde si trovava in un gruppo di  persone, e il discorso era caduto sulla noia. Ciascuno aveva detto la  sua; Wilde tacque fino all’ultimo. Lo guardarono con impazienza. Allora  disse: «Quando mi annoio, prendo un buon romanzo, mi siedo davanti al  fuoco del camino e lo guardo».<br />
<a href="http://leugenio.com/2011/02/11/benjamin/#more-531" target="_self">Continua a leggere su l&#8217;Eugenio</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/16/vicino-al-camino/">Vicino al camino</a></p>
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		<title>Perchè, e come, scrivere un romanzo (su Galeazzo Ciano)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/02/09/perche-si-scrive-un-romanzo/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 08:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>In passato ho voluto scrivere un romanzo sulle ultime fasi della malattia di mio padre, sulla sua agonia. Mi sono quindi messo all’opera. Prima ancora che me ne rendessi conto il testo mi ha però preso per mano, conducendomi molto indietro, in plaghe dove non avevo pianificato di avventurarmi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/09/perche-si-scrive-un-romanzo/">Perchè, e come, scrivere un romanzo (su Galeazzo Ciano)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>In passato ho voluto scrivere un romanzo sulle ultime fasi della malattia di mio padre, sulla sua agonia. Mi sono quindi messo all’opera. Prima ancora che me ne rendessi conto il testo mi ha però preso per mano, conducendomi molto indietro, in plaghe dove non avevo pianificato di avventurarmi. Incurante della mia costernazione me ne ha mostrate i recessi meno presentabili, ha preteso che prendessi nota di quello che vedevo. Non c’era niente da fare, non mollava la mia mano: dovevo stare lì, dovevo liberarmi dei filtri abituali con i quali interpretavo il mio mondo. Per capire qualcosa del paesaggio inospitale dove mi trovavo, costellato di canzoni patriottiche e motti ideologici e camice nere, mi sono dovuto documentare sul fascismo, del quale sapevo molto poco. Un vero lavorone, che mi ha permesso però di penetrare nel tempio segreto del mio genitore: molte di quelle che pensavo essere particolarità del suo carattere, scoprivo, erano in realtà riverberi più o meno diretti e più o meno vividi della sua epoca. Del resto quel suo universo nero, constatavo, mi aveva in realtà irrimediabilmente contagiato, beninteso senza che me ne rendessi conto: le reazioni erano germinate in me come malattie non ancora diagnosticate, vere e proprie bombe a effetto ritardato. <span id="more-38080"></span>Nel romanzo s’è insomma incistato quel passato ormai desueto che gettava una luce implacabile, come un sole ostinato che tardi a tramontare, non solo su mio padre morente, ma anche su me stesso. Ho dovuto parlare &#8211; cosa ancora più remota dai piani iniziali – di me.</p>
<p>Documentandomi sul fascismo mi sono imbattuto in quella tragedia nazionale che è l’esecuzione di Galeazzo Ciano. Mussolini, il dittatore senescente e ormai schiavo dei frutti mortiferi delle sue malefatte, lascia condannare a morte, con l’accusa di averlo tradito, il marito della figlia preferita, con la quale ha avuto fin dall’inizio un legame selvaggio e pavido. Come in una tragedia raciniana il genero non può fare niente per evitare la morte che sente avvicinarsi, nessuno può fare nulla per scongiurarla. Nemmeno Edda Mussolini, che si batte con unghiate di pantera ferita, scoprendo in lei quel ruolo di moglie devota mai abitato in precedenza, e nemmeno la giovane spia che i tedeschi gli hanno affiancato, e tosto caduta nella rete del suo charme (avviando un doppio gioco che le fa rischiare ogni giorno la pelle). Lui non è uno stinco di santo, ha anzi colpe tetragone e raccapriccianti, e fino all’ultimo sfoggia con baldanza la sua alterigia e la sua irresponsabilità, però sul finire in lui germina anche una timida e scontrosa grandezza, e muore degnamente. Hanno previsto di fucilarlo alle spalle, come si deve a un traditore, ma lui all’ultimo momento si volta, guarda in faccia chi gli spara. L’esecuzione si svolge all’italiana, e quindi nessuno dei condannati è ucciso dalle approssimate raffiche del plotone, e dopo concitate confabulazioni vengono sparati altri colpi, e poi si passa a un trattamento individuale alla tempia, e per finire ci vuole qualche ulteriore pistolettata per pacare gli ultimi sussulti. Una scena da macelleria, ha commentato un testimone pur ben svezzato alle carneficine naziste.</p>
<p>Questo dramma incastonato nel più vasto dramma nazionale mi ha soggiogato fin dal primo momento. Per convincermi a raccontarlo le ha usate tutte, ma proprio tutte, sussurrandomi fra le altre cose che nessun altro aveva osato farlo, che era pane per i miei denti, che era un’occasione d’oro. Certo, queste sue lusinghe erano allettanti, ma a niente sarebbero valse se non mi avesse irretito con le sue qualità intrinseche. Insomma, l’ho scritto. Con i miei mezzi e i miei vezzi, vale a dire condensando, sposando angoli visuali bislacchi, e giocando di ellissi, al punto da rendere forse incomprensibile la vicenda. E la mia scrittura ha voluto dire la sua, recidendo ulteriormente e raggrumando, con storpiature somatiche e cinetiche degne del miglior Bacon: invece del televisivo tomo di settecento pagine che avrebbe scatenato frotte di lussuriosi editori, è venuto fuori un serrato groviglio di parole. Invece di starsene in panciolle il lettore è chiamato a collaborare e a interrogarsi. Della tarantiniana macelleria finale, tanto per fare un esempio, nel mio libro non c’è traccia. Cosa ci posso fare, così è.</p>
<p>Finito un libro, uno scrittore ha la tendenza a domandarsi cosa vuol dire e perché lo ha scritto. Spesso la risposta è piuttosto facile, o per lo meno le tracce a terra sono evidenti. A posteriori, per esempio, lo capisco bene perché ho scritto il romanzo su mio padre: per imparare le verità a cui accennavo qui sopra (si ha sempre tendenza a dimenticare che gli scrittori parlano in primo luogo a loro stessi). Altre volte è più arduo. Confesso che questa volta mi è quasi impossibile. Certo Galeazzo Ciano è il prototipo dell’italiano, e la sua vicenda ci dice moltissimo sul potere in Italia, a cominciare da quello attuale. E la sua tragedia è il tipico macabro colpo di testa di un paese dedito alla commedia. Ma queste sono in fondo giustificazioni esteriori, che non mi sembrano poter risvegliare, da sole, la macchina narrativa che sonnecchia in me. Un altro argomento più sottile potrebbe allora essere che io tante bassezze di Ciano le conosco nell’intimo, o comunque posso capirle. Per descrivere un personaggio occorre invischiarsi nei lacci appiccicosi dell’empatia: e io sento sulla pelle il suo barcamenarsi tra vanità e abiezione, il suo compulsivo bisogno di conferme profane e virili, la sua intelligenza fulminea ma schiava dei sentimenti più infantili, il suo avvilupparsi con ghigni di baldracca nella sua stessa bassezza, le roboanti strategie per non specchiarsi nella melanconia, le inascoltate fragilità di fanciulla della sua salute precaria, compagne delle più inscusabili crudeltà.</p>
<p>Per finire vorrei confessare che a quel processo mio padre c’era. Non ho potuto chiedergli dei dettagli, perché l’ho saputo solo a stesura ultimata, quando lui aveva tolto il disturbo ormai da anni, ma ora so per certo che scalpitava tra gli spettatori, pure lui ebbro di vendetta. Le attrazioni inconsce non sono mai abbastanza considerate, quando si parla di scrittura. Si scrive con le trippe e con il sangue, il sangue ereditato da chi ci ha preceduto.</p>
<p>Del resto non sta scritto da nessuna parte che un autore debba per forza sapere perché scrive i libri che scrive. Quando ci alziamo la mattina mica sappiamo cosa ci riserverà la giornata, e i piani che facciamo si rivelano il più delle volte fallaci, sordi alle nostre istanze più intime. Per uno scrittore un romanzo non è in fondo che una giornata che dura qualche anno, una giornata che può essere brutta o bella, che può insegnare tanto o dare invece l’impressione – peraltro sempre mendace – di avere sprecato il tempo. Quindi mi arrendo, e dichiaro formalmente che non so perché ho scritto questo romanzo che riconosco pur sempre come sangue del mio sangue.</p>
<p><em>[questa riflessione, certo molto parziale, è apparsa sul quotidiano "Trentino" del 08.02.11]<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/09/perche-si-scrive-un-romanzo/">Perchè, e come, scrivere un romanzo (su Galeazzo Ciano)</a></p>
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		<title>Su un editoriale di Silvia Avallone</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/01/27/su-un-editoriale-di-silvia-avallone/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/01/27/su-un-editoriale-di-silvia-avallone/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 12:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>Ieri Silvia Avallone, autrice di un romanzo di cui molto si è parlato, e che quindi – pur non avendolo letto – immagino sia stato importante, ha scritto sul “Corriere della sera” un editoriale, in ragione credo di una duplice competenza, quella del romanziere e quella della donna.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/27/su-un-editoriale-di-silvia-avallone/">Su un editoriale di Silvia Avallone</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Ieri Silvia Avallone, autrice di un romanzo di cui molto si è parlato, e che quindi – pur non avendolo letto – immagino sia stato importante, ha scritto sul “Corriere della sera” un editoriale, in ragione credo di una duplice competenza, quella del romanziere e quella della donna. Questo editoriale ha bizzarramente due titoli, uno in prima pagina, e l’altro a pagina 6, dove è possibile leggere interamente il pezzo: “Se le donne perdute diventano conformiste” e “Ma dove è finito quel tormento delle donne perdute?”. Da questi titoli, probabilmente redazionali, si deduce che, oltre ad esistere la categoria delle “donne perdute”, vi è un rapporto inverso tra “tormento” e “conformismo”. E il tema potrebbe essere interessante, anche se bisognerebbe capire di che donne perdute si parla: quelle di carta o quelle di carne? <span id="more-37946"></span></p>
<p>Ma la Avallone sembra chiarire la questione, quando scrive: “Se provo a guardare Ruby, Nadia Macrì o Nicole Minetti mi chiedo perché non riesco a dare loro lo spessore che spetta a protagoniste di una storia da raccontare.” Si tratta di capire se delle donne in carne ed ossa possano presentare una qualche dignità dal punto di vista della rappresentazione letteraria. Questa preoccupazione non ci è estranea, essa ha dominato la letteratura ancora nel corso del XIX secolo. Un’autentica problematica ottocentesca. </p>
<p>La Avallone prosegue, poi, rendendo più esplicito il dilemma: “Per costruire un personaggio, infatti, e per sviluppare una trama delle sue azioni, occorre lavorare su una coscienza – non dico tragica, ma quantomeno problematica e presente a se stessa.” E qui la scrittrice paragona la consapevolezza tragica della Lolita di Nabokov con lo stato confusionale, l’identità fluida (la “falsa coscienza”?) di Ruby. Da ciò si deduce, che la Avallone stia meditando di scrivere un romanzo sulle attuali donne perdute, quali Ruby, ma tale romanzo non si può fare, in quanto le coscienze di queste ultime non sono sufficientemente problematiche e presenti a se stesse, insomma mancano di dignità tragica, forse perché – come afferma la scrittrice – “un futuro sgargiante in tv sembra aver totalmente sostituito la realtà con il reality show”. Ahimè, non si può fare un romanzo su chi ha scambiato la sua tragica realtà per un menzognero reality show.</p>
<p>Malauguratamente, in appoggio alla sua tesi, la Avallone cita anche la signora Bovary, dimenticando probabilmente che Flaubert nel 1857, un anno dopo la pubblicazione del suo romanzo su “La Revue du Paris”, viene processato insieme al direttore della rivista e all’editore, per “oltraggio alla morale pubblica e religiosa e al buon costume”. Al momento della pubblicazione di <em>Madame Bovary</em>, il personaggio di Emma è così poco percepito come degno di rappresentazione letteraria (per problematicità, ecc.), che la sua storia risulta agli occhi di una parte del pubblico autorevole un quadro immorale, oggi diremmo “pornografico”, della vita reale. In altre parole, molti lettori del tempo non vedono in Emma Bovary che un personaggio banale, volgare, che ha scambiato per realtà le sue fantasie romanzesche. (Si direbbe, a ben guardare, che Emma Bovary assomigli molto di più a Ruby e le altre, di quanto la Avallone ne sia consapevole.) </p>
<p>Non voglio dilungarmi ulteriormente su questa vicenda molto nota. Ricordo solo un assunto che dovrebbe essere abbastanza pacifico, almeno dal secolo scorso in poi, in materia di scrittura letteraria. Non esiste una circostanza, un carattere, un’azione <em>reali </em>che siano di per sé garanzia di trattamento letterario, in quanto intrinsecamente degne di essere poste come oggetto di narrazione. Questa è un pregiudizio ottocentesco, e lo si può riconoscere pur non militando nelle fila di una qualche corrente letteraria avanguardistica. Ciò che più di un secolo di letteratura ci ha insegnato, è che la “complessità del cuore umano” alberga non solo nel peggiore criminale, ma anche nel più perfetto conformista. Certo, non è la coscienza della persona reale che può <em>fare il lavoro </em>dello scrittore, non è la donna perduta reale che può scivolare nella pagina dello scrittore, diventando come d’incanto un personaggio problematico e sfaccettato. Tutto questo è un lavoro di esplorazione e trasformazione, di visuale e messa in rilievo, che è prerogativa dello scrittore: nessuna persona o circostanza <em>reale</em> può farlo al suo posto.</p>
<p>In conclusione, mi sembra che una certa confusione tra realtà e finzione non alberghi solo nei cuori delle donne perdute di oggi, ma anche nella penna di scrittrici o scrittori, come dire… non ancora del tutto “ritrovati”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/27/su-un-editoriale-di-silvia-avallone/">Su un editoriale di Silvia Avallone</a></p>
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