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	<title>Nazione Indiana &#187; Rosarno</title>
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		<title>Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 06:36:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho sollevato con l’appello dell’11 gennaio, per alcuni in modo discutibile, lo spettro di Auschwitz. Intendevo così indicare una realtà incontrovertibile: la china di degrado, di abbrutimento, di trionfo del pregiudizio, di riduzione in schiavitù, di distruzione di ogni forma di cooperazione sociale e di  reciprocità rischia di non essere una fastidiosa parentesi che si incunea tra un passato di barbarie e il sol dell’avvenire ma la prospettiva concreta in cui rotola il nostro più immediato futuro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/02/auschwitz-e-rosarno-tra-demomafie-e-mafiocrazie/">Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho sollevato con l’appello dell’11 gennaio, per alcuni in modo discutibile, lo spettro di Auschwitz. Intendevo così indicare una realtà incontrovertibile: la china di degrado, di abbrutimento, di trionfo del pregiudizio, di riduzione in schiavitù, di distruzione di ogni forma di cooperazione sociale e di  reciprocità rischia di non essere una fastidiosa parentesi che si incunea tra un passato di barbarie e il sol dell’avvenire ma la prospettiva concreta in cui rotola il nostro più immediato futuro.</p>
<p>Non è solo Rosarno il problema.<br />
<span id="more-29742"></span><br />
L’altra sera sono salito sul filobus 90, uno dei luoghi più interessanti di Milano, frequentato nelle ore estreme solo dai poveri e dai migranti. Gli altri preferiscono non frequentarlo trincerando la propria scelta dietro puzze insopportabili, sguardi inquietanti, paure sicuritarie. Una ragazza ispanofona tentava con qualche difficoltà di scendere con la propria bambina sistemata nel passeggino. Un’altra ragazza, italiota come me, ansiosa di salire, ha iniziato a brontolare contro quelle che fanno i figli come i conigli e ci rubano il lavoro e fanno quello che vogliono nel nostro Paese. Silente, sono sceso per aiutare quella madre, poi sono risalito sul filobus dietro la brontolona che non ancora paga ha inscenato una specie di comizio contro gli stranieri che ci rubano e ci ammazzano e non si lavano. Ho atteso di essere sicuro che non fosse squilibrata, poi, di fronte all’episodio di normale idiozia, ho reagito nel vano tentativo di zittirla. Nessun altro ha detto parola. Perché? Perché un’unica idiota fra cento migranti trova suo naturale diritto offenderli e maltrattarli? Perché cento migranti trovano naturale stare zitti, non reagire di fronte alle offese di una persona sola? Chiunque ha visto Rosarno non può non sapere che dietro quel silenzio e quella sopportazione si evidenziano il terrore, la normale condizione di assoggettamento, il callo di condizioni di vita miserrime, i mille ricatti e i tanti capricci di una triste realtà.</p>
<p>Mi chiedo. Fino a quando sarà possibile non reagire? Dove può arrivare questo rapido rotolamento verso l’abominio? Fino a quando ci indigneremo contro gli spettacoli visti in tv ma non solleveremo una mano per interdire una realtà che non ci condurrà ad Auschwitz, ma alla diffusa realtà dei campi di detenzione per migranti, agli arresti di chi è colpevole di essere straniero povero illegalizzato, alla riduzione in schiavitù ci siamo già. Ci indigniamo certo, ma l’indignazione sembra essere diventata null’altro che una forma di consolazione.</p>
<p>La realtà è che i migranti poveri illegalizzati sono irrelati in un’economia che anche senza disturbare le mafie è democraticamente criminale. È una realtà che definirei di demomafie e di mafiocrazie. Oltre ad essere manodopera a basso costo ricattabile e revocabile, i migranti illegalizzati fungono da valvola di compensazione di ogni disagio sociale e hanno un’utilità politica fenomenale. Su di essi si regge parte importante dell’economia delle aziende e delle famiglie italiane, ma anche lo spettacolo elettorale della politica. Chi agita la paura del migrante vince le elezioni.</p>
<p>Il fatto è che il dispositivo dell’economia migrante non è marginale, ma è la forma consustanziale dei rapporti di produzione, ciò verso cui tende il rotolamento in atto.</p>
<p>Così come ogni nazionalismo è razzismo, la schiavizzazione è effetto di una polarizzazione progressiva che non riguarda solo i migranti.</p>
<p>Lottare contro la condizione dei migranti poveri illegalizzati non è a mio parere necessario solo per difendere loro, ma una condizione fondamentale di dignità e di tutela di ciascuno di noi.</p>
<p>Ho evocato lo spettro di Auschwitz perché Rosarno va oltre quella landa di Calabria; è stato il punto di maggiore visibilità e spettacolarizzazione di un’italietta che quando ci si mette sa stare al passo con le correnti d’avanguardia della modernità planetaria.</p>
<p>Rosarno è solo un episodio della guerra ai poveri, condotta anche a mezzo di altri poveri, che si dispiega in ogni parte del mondo e ha come suo fulcro la svalorizzazione crescente della forza lavoro.</p>
<p>Il lavoro salariato quando viene erogato non è spesso in grado neanche di assicurare le condizioni minime di sopravvivenza e di riproduzione della forza lavoro.</p>
<p>Il lavoro in modo crescente viene erogato in forma semigratuita e ultraprecaria in attesa di un divenire salariato visto come un felice miraggio anziché come una forma di prigione a vita.</p>
<p>La merce forza lavoro ha prezzi e considerazione in caduta libera e un’incapacità ad organizzarsi talmente cronica da sembrare irreversibile.</p>
<p>Ciò che è ancora più doloroso è che la TV, tra scioperi della fame, incatenamenti e mesi passati all’addiaccio nei posti più impensabili nella speranza che qualche telecamera ci veda, è la forma visibile e spettacolarizzata dell’impotenza dei salariati e delle loro organizzazioni.</p>
<p>Neanche le mafie riescono a organizzare la forza lavoro. Esse organizzano sempre e soltanto i padroni di turno, anzi sono sempre più lo specchio dei padroni di turno.</p>
<p>Il valore tendente a zero del lavoro salariato è il contraltare della polarizzazione della ricchezza.</p>
<p>I prezzi ridicoli con cui vengono pagati i prodotti del lavoro esaltano l’accaparramento della ricchezza nelle mani della finanza, della grande distribuzione e commercializzazione.</p>
<p>Rosarno è anche la riduzione della popolazione a comunità. Purtroppo, per l’ennesima volta è ciò che si rischia in Calabria. Di fronte all’ennesima immagine negativa riflessa sul mondo, la reazione più immediata è stata quella di serrare le file, di chiudersi nel solito vittimismo per celarsi nell’imminente unanimismo, nel solito piagnisteo contro lo stato agitato ad arte dalla cricche di potere che gestiscono la forma più terribile del welfare, la clientela.</p>
<p>Nel mio appello evocavo un fallimento generale e totale riguardante l’economia, la politica, la cultura. La società. Affinché questa consapevolezza non abbia il valore consolatorio di una critica a di sapore duchampiano ( tanto gli altri muoiono) desidero affermare che il fallimento generale e totale riguarda ciascuno a partire da me che lo evoco e tento di analizzarlo.</p>
<p>Quando avviene, come è avvenuto a Rosarno, che un migliaio di persone venga deportato con il proprio consenso poiché vive nel terrore di rimanere in quella situazione come si fa a stupirsi se viene evocato lo spettro di Aschwitz?</p>
<p>Dopo Rosarno nulla è cambiato: la demomafia e la mafiocrazia hanno ripreso il controllo che era sfuggito loro di mano. Qualche intellettuale, me compreso, non ha perso occasione di esprimere la propria opinione.</p>
<p>Le associazioni sono costrette a un duro gioco d’equilibrismo per non scontentare nessuno e per incamerare qualche residuo finanziamento. I partiti sono troppo occupati a pensare come vincere le incombenti elezioni. I sindacati non hanno neanche gli occhi per piangere. Sono tutti troppo impegnati per occuparsi seriamente di ciò che è successo a Rosarno. Le altre istituzioni sono sempre pronte ad agitare il vessillo contro la mafia e contro il razzismo per sollevare la solita patina d’ipocrisia.</p>
<p>Come nella più solida democrazia ateniese, nel simulacro di quella in cui viviamo ciascuno è ridotto a spettatore di parole. Anche i pochi che hanno la possibilità di parlare sanno di produrre parole che rimangono tali. La realtà della parola è pur sempre una parola poiché i parlanti producono a mezzo di parola una tecnologia del sé totalmente avulsa dalla realtà di cui parlano. La realtà del reale fluisce parallela alla realtà delle parole. Realtà delle parole e realtà del resto del reale si incontrano solo ed esclusivamente se ruffiano è il potere. Solo il potere ha la forza connettiva tra realtà della parola e realtà delle cose.</p>
<p>La realtà è diventata un grande schermo nel quale gli eventi non accadono se non come pura possibilità di produrre parola.</p>
<p>All’apparire della tv le nonne non tolleravano la distinzione tra fiction e realtà. Guardando immagini di incidenti, di omicidi, di guerra imprecavano contro ciò che vedevano e inveivano contro chi al proprio fianco nulla faceva per interrompere gli abomini.</p>
<p>Per loro esisteva solo la realtà, non la fiction.</p>
<p>Pure, gli uomini e le donne della contemporaneità non sopportano la distinzione. Ma al contrario delle nonne per gli spettatori di parola esiste solo la fiction, non la realtà. Ciò che accade si materializza soltanto in una discussione, in un articolo, in una chiacchierata tra amici. Poi il reale scorre parallelo alle nostre parole mentre noi cambiamo canale o film o libro per allontanarci dal fastidio, dall’imbarazzo che la realtà crea. Il reale è come una malattia da esorcizzare con le parole, da allontanare. Ma il reale sfugg a ogni consolazione, è ostinato, non si fa intrappolare, prima o poi esige che non solo le parole facciano i conti con lui.</p>
<p>Dovremo farli anche noi, con le nostre azioni, con i nostri corpi, con la determinazione a pretendere una qualche coerenza tra il nostro dire e il nostro agire.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/02/auschwitz-e-rosarno-tra-demomafie-e-mafiocrazie/">Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</a></p>
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		<title>I mandarini e le olive non cadono dal cielo</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 12:25:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/20100107_211139_17F391D8.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/rivolta_rosarno11.jpg"></a>In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti.</p>
<p>Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/20100107_211139_17F391D8.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29749" title="IMMIGRATI" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/20100107_211139_17F391D8-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/rivolta_rosarno11.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29750" title="rivolta_rosarno11" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/rivolta_rosarno11-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti.</p>
<p>Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. <span id="more-29748"></span></p>
<p>Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie…prelevati, qualcuno è sparito per sempre. Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese.</p>
<p>Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza. La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste?</p>
<p>Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all’uomo. Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori.</p>
<p>Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.</p>
<p>Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:</p>
<p>- domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada.</p>
<p>- vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.</p>
<p><strong>L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>
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		<title>Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 05:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho visto. So. Tutti sappiamo e tutti abbiamo visto. Non posso serrare la mia coscienza solo individuando le colpe, né semplicemente attendere che qualcuno faccia giustizia. I fatti di Rosarno denunciano un fallimento totale e generale, una vergogna che deve essere riscattata con la consapevolezza che qualsiasi società o economia che permette o lucra da una simile miseria è un crimine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/">Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho visto. So. Tutti sappiamo e tutti abbiamo visto. Non posso serrare la mia coscienza solo individuando le colpe, né semplicemente attendere che qualcuno faccia giustizia. I fatti di Rosarno denunciano un fallimento totale e generale, una vergogna che deve essere riscattata con la consapevolezza che qualsiasi società o economia che permette o lucra da una simile miseria è un crimine. Ciò che avviene a Rosarno e in molti altri luoghi della nostra Terra esige un moto di repulsione profondo e definitivo. Un impegno a non tollerare e a combattere l’apartheid, lo schiavismo, il razzismo, la deportazione a cui uomini e donne come me sono costretti quotidianamente.</p>
<p>Invito tutte le donne e gli uomini di Rosarno, della Calabria e dell’Italia intera che hanno provato il mio stesso sentimento di vergogna e la mia stessa repulsione a condividere il mio impegno pubblicamente a <strong>Rosarno domenica 17 gennaio alle ore 12.00</strong>. Mi piacerebbe che tutti i migranti deportati tornassero in questa occasione a Rosarno per testimoniare con me e gli altri che ci saranno che il pregiudizio è la peggiore malattia dell’umanità e il colore della pelle non nasconde la vergogna.</p>
<p>Pino Tripodi, insegnante, Milano</p>
<p>Per adesioni: <a href="http://firmiamo.it/appelloperrosarno">firmiamo.it/appelloperrosarno</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/">Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</a></p>
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		<title>Da Castel Volturno a Rosarno: il vento indignato di mamma Africa</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 14:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Biagio Simonetta</strong></p>
<p>Sono disposti a tutto. Lavorano anche sedici ore al giorno, perdendosi nelle ombre degli agrumeti, dove gli alberi sembrano non finire mai. Nella Piana di Rosarno (Rc), la terra delle famiglie Pesce-Bellocco, gli africani non si contano più.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/09/da-castel-volturno-a-rosarno-il-vento-indignato-di-mamma-africa/">Da Castel Volturno a Rosarno: il vento indignato di mamma Africa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/rosarno.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/rosarno.jpg" alt="rosarno" title="rosarno" width="454" height="244" class="alignnone size-full wp-image-28455" /></a></p>
<p>di <strong>Biagio Simonetta</strong></p>
<p>Sono disposti a tutto. Lavorano anche sedici ore al giorno, perdendosi nelle ombre degli agrumeti, dove gli alberi sembrano non finire mai. Nella Piana di Rosarno (Rc), la terra delle famiglie Pesce-Bellocco, gli africani non si contano più. Sono oltre mille quelli regolari. Ma nei capannoni in disuso alle porte di San Ferdinando (Rc) ne alloggiano almeno tre volte tanto, in condizioni che di umano non hanno niente.<br />
<span id="more-28454"></span><br />
Marocchini, ivoriani, ghanesi, sudanesi, maliani. Operai agricoli da 20-25 euro al giorno. E’ ancora buio quando affollano le piazze, in attesa che passi il furgone buono che li porta nelle campagne.  Raccolgono agrumi. Dall’alba fino a sera. Poi tornano nelle baracche. Mangiano arance per giorni, finché i succhi gastrici lo consentono. Non chiedono altro che la loro paga dannata. Schiavi anonimi. Dall’aspetto simile, per noi.</p>
<p>Oggi che i neri della Piana stanno assediando Rosarno, l’Italia s’è accorta di loro. Perché è necessaria una guerriglia urbana per diventare visibili, in una regione dove tutto sparisce. Erano già scesi in piazza a metà dello scorso dicembre, marciando verso il centro di Rosarno dopo che due di loro erano stati feriti a colpi di pistola. Adesso, per un episodio molto simile, stanno mettendo in strada tutta la loro rabbia.</p>
<p>Gli immigrati hanno dimostrato di saper tollerare orari di lavoro impensabili, alloggi fetidi, paghe misere. Ma non la ’ndrangheta. A muso duro, col coraggio dei leoni d’Africa, stanno dando prova  di non temere le organizzazioni criminali che quotidianamente divorano la Calabria; pure a Rosarno, comune sciolto per infiltrazione mafiosa. Perché la loro vita è sacra, intoccabile. Perché l’omertà non gli appartiene. Perché, a differenza di qualsiasi altro calabrese, non hanno paura di schierarsi, di scegliere da che parte stare in un posto dove appartenere ai clan è più semplice che trovare un lavoro.</p>
<p>Per questo sono convinto che dagli africani i calabresi debbano imparare qualcosa. Quello che sta succedendo in questi giorni è un fatto storico, violenza a parte. Una rivolta popolare per la tutela del diritto di vivere non s’era mai vista in Calabria, terra con oltre cento omicidi l’anno. L’hanno fatta gli africani, come a Castel Volturno (Ce), posto dei casalesi: nel settembre 2008 un gruppo armato di camorristi ha sparato e ucciso sei immigrati. Erano i giorni di Setola e dei suoi uomini: sedici vittime in poche ore. A 48 ore di distanza “i neri” sono scesi in piazza, con un solo slogan: «Vogliamo giustizia». Non era mai successo in Campania, dopo un massacro di italiani innocenti. E a Rosarno il copione si ripete. Alle telecamere del Tg3 alcuni ivoriani non si danno pace: «Qua sanno solo ammazzare gli uomini».</p>
<p>Se i proiettili di quella carabina ad aria compressa che hanno ferito due africani fossero finiti nelle carni di un rosarnese qualsiasi, la notizia sarebbe passata veloce sui media locali. Perché il fuoco è normalità, a queste latitudini. Perché morire ammazzati in Calabria è un’opzione da mettere in conto. Anche se hai 18 anni, come Francesco Inzitari, finito  a pochi chilometri da Rosarno con dieci colpi di pistola. Il suo sangue ancora macchia l’asfalto ruvido, davanti a quella pizzeria di Taurianova (Rc) dove era andato a festeggiare un amico. E’ l’unica traccia che rimane, che neanche l’omertà può cancellare. Un omicidio dimenticato in fretta: Francesco era figlio di Pasquale Inzitari, imprenditore e politico arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Rapidamente al delitto è stato trovato un motivo. Quell’agguanto non è stato più inquadrato nell’ottica del barbaro assassinio di un ragazzino innocente, ma è diventato semplicemente la morte quasi scontata del figlio di un uomo legato ai clan. Perché trovare una giustificazione serve a pulirsi le coscienze, in una terra sporcata.</p>
<p>Adesso mi piace pensare che i migranti della Piana stiano sfogando la loro rabbia anche per Francesco. Che gli occhi adirati di quei leoni neri siano colmi di indignazione anche per il delitto di Taurianova. Mentre la società civile calabrese ha risposto ancora una volta: &#8220;Assente&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/09/da-castel-volturno-a-rosarno-il-vento-indignato-di-mamma-africa/">Da Castel Volturno a Rosarno: il vento indignato di mamma Africa</a></p>
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