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	<title>Nazione Indiana &#187; saggi</title>
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		<title>La meravigliosa utilità del filo a piombo</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 13:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/la-meravigliosa-utilita-del-filo-a-piombo/">La meravigliosa utilità del filo a piombo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare. <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/gli-specchi/"><em>La meravigliosa utilità del filo a piombo</em></a></strong> di <strong>Paolo Nori</strong> (Marcos y Marcos, 2011) è un libro di discorsi, scritti e “parlati”, nei luoghi più vari, dal sedile di un treno alla propria casa sommersa nel brusio delle seghe elettriche degli operai al lavoro all’esterno, ad un appartamento romano a cui suonano visitatori imprevisti (un po’ come l’uomo di Porlock per il Coleridge del Kubla Khan, con la differenza che qui il disturbatore diventa parte integrante del processo di scrittura e non causa di smarrimento, perdita dell’ispirazione), alla voce interna dove affiorano le parole, sfogliando e acquistando libri da una bancarella, o cercando il giusto paio di calzoni, “braghe” in cui stare a proprio agio, con tutto  il tempo per le molteplici distrazioni/rivelazioni che nutrono il lavoro letterario.<span id="more-38828"></span> Infatti <strong>“per scrivere, per fare arte, in generale, più che sapere, è importante dimenticare, più che abbassare la testa a lavorare, è importante alzarla a guardar delle cose che di solito non guardiamo mai, che diam per scontate, e invece appena le guardiamo ci accorgiamo che non sono scontate per niente, perché l’arte, secondo me, il punto da cui viene, e quello che produce, ha veramente a che fare con lo stupore, ha la sua radice, io credo, in quel momento che il mondo ti prende di sorpresa”</strong>. Un libro sul come si scrive e sulle vie che si percorrono cercando di raggiungere un nucleo di senso, o semplicemente di rispondere ad una richiesta, preparare una riflessione sugli argomenti più disparati. Così facendo si può scoprire che la strada più sicura per arrivare alla meta non è sempre la più veloce né tanto meno quella dritta, che non prevede deviazioni, interruzioni brusche ed un po’ d’inventiva per aggirare gli ostacoli. Lo scrittore e con lui il lettore si perdono, sembrano dimenticarsi l’oggetto principale, solo per comprendere alla fine che ciò che importava davvero non era il risultato, ma la ricerca, che a volte la bellezza dell’arte non sta nella fruizione diretta di un quadro o di un libro, ma nell’<em>aura</em>, un’atmosfera fortissima e inspiegabile in cui siamo immersi, in comunione con altri, sebbene sconosciuti e distanti, un mistero che nessun esperto può svelare. Che scrivere prevede qualcosa in più del descrivere, un funambolismo con cui si interroga sempre sia la fune su cui si cammina che l’aria smossa dal passo e chi dice poi che sia proprio una fune? E non un sentiero, una stradicciola periferica, un ponte. Allora, con un tono stupito e disincantato, autoironico e lontano dalle grandi verità, Nori discute di frontiere, per esempio, non per spingersi oltre, ma per recuperare, pure attraverso i luoghi nuovi come la Russia prima del muro, la propria infanzia e adolescenza, le piccole vicende significative della propria famiglia che ci fanno essere quello che siamo, perché il più lungo e difficile è sempre un viaggio di ritorno. Che le nostre scelte nascono da qualche parte molto concreta, da un vincolo affettivo che non sappiamo mai quando saremo in grado di dire. O che quello che ci commuove è ciò che ci illude &#8211; di essere eterno, sicuro, <em>infrangibile</em> &#8211; nel momento in cui si mostra fragile e contingente come tutto il resto. Che non tutto ha un’intenzione e la letteratura ce lo ricorda, la letteratura che <strong>“secondo me, ammesso che esista, tra le tante cose, uno dei vantaggi che ha, è il fatto di non essere sottomessa alla dittatura dell’attualità, di non dover per forza parlare delle cose di cui parlano tutti,di poterle ignorare, quelle cose, per occuparsi di cose apparentemente meno interessanti”</strong>, ma presenti alla nostra natura umana. O infine, nel bellissimo saggio conclusivo <em>Noi e i governi</em>, dove l’autore dialoga con i russi Charms e Chlebnikov, da lui stesso tradotti, ma anche con Brodskij, Wallace, lo stoico Epitteto e Simone Weil, che la letteratura è quella finestra infranta, quella strana frattura di luce per cui si distingue la nostra parte, la nostra responsabilità da quelle altrui, si saggia il terreno intorno senza troppa fretta di aderire a questo o a quell’altro ideale o partito, si corre il rischio della libertà autentica, dell’anarchia. Di stringersi al pensiero e al dubbio, anche se portano il marchio della minoranza, della sconfitta, perché in fondo ad ogni essere umano non resta che la sua anima, il suo paio di braghe da indossare, meglio che siano comode, che siano sue proprie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/la-meravigliosa-utilita-del-filo-a-piombo/">La meravigliosa utilità del filo a piombo</a></p>
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		<title>Pasolini in salsa piccante</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 08:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/pasolinipiccantegrande.jpg"></a>  [E' uscito da pochi giorni per Guanda <em>Pasolini in salsa piccante</em>, libro nato <em>anche </em>qui, da alcune considerazioni di Marco Belpoliti, che ora ci regala, di seguito, l'introduzione al volume. <em>G.B.</em>]</p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>«Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro di te; con te nel cuore, / in luce, contro di te nelle buie viscere.» Con questi versi si apre la quarta parte de <em>Le ceneri di Gramsci</em>, pubblicate nel 1957 da Pier Paolo Pasolini.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/pasolini-in-salsa-piccante/">Pasolini in salsa piccante</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/pasolinipiccantegrande.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/pasolinipiccantegrande.jpg" alt="" title="pasolinipiccantegrande" width="152" height="250" class="alignleft size-full wp-image-37205" /></a>  [E' uscito da pochi giorni per Guanda <em>Pasolini in salsa piccante</em>, libro nato <em>anche </em>qui, da alcune considerazioni di Marco Belpoliti, che ora ci regala, di seguito, l'introduzione al volume. <em>G.B.</em>]</p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>«Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro di te; con te nel cuore, / in luce, contro di te nelle buie viscere.» Con questi versi si apre la quarta parte de <em>Le ceneri di Gramsci</em>, pubblicate nel 1957 da Pier Paolo Pasolini.<br />
Versi che esprimono in forma efficace il suo atteggiamento, non solo di poeta, ma anche di uomo. Parole nette: lo scandalo, la contraddizione, l’essere con te e contro di te, il cuore e le viscere, la luce e il buio. Parole che commuovono e che chiedono, com’è stato detto, una fraterna e totale complicità. La complicità con chi ti sta dicendo che è con te e contro di te nel medesimo tempo. Una contraddizione, ma anche un’identificazione. Questo è Pasolini.<br />
In questo atteggiamento Alfonso Berardinelli, nel suo saggio dedicato al poeta e al saggista degli <em>Scritti corsari</em>, ha perfettamente individuato una «sublime autocommiserazione» e un «orgoglio irremovibile della vittima» grazie al quale Pasolini ha potuto esprimere al meglio il suo messaggio. L’effetto è quello dell’emozione e della repulsa insieme: «I conflitti morali in cui Pasolini trascina il lettore sono conflitti che riguardano anzitutto lui: amarlo o respingerlo. Ma è lui stesso che sembra costretto, nello stesso tempo, ad accettarsi o a respingersi».<br />
Che è quello che ci chiede con i suoi versi – sulla mia generazione, ma anche su quella dei miei fratelli maggiori, e anche dei padri, l’intellettuale corsaro e luterano ha avuto una influenza decisiva, sino al ricatto, o all’auto-ricatto morale –: essere con lui e contro di lui. Un esercizio difficile, ma necessario quasi non fosse possibile che l’<em>aut aut</em>, e non già l’et et. Tuttavia ora è venuto il momento dell’<em>et et</em>: possiamo accettarlo e respingerlo nel contempo.<br />
<span id="more-37204"></span><br />
Per fare questo occorre penetrare nelle motivazioni con cui Pasolini, a partire dal 1968-69, ha acuito la sua analisi della società italiana, della omologazione in corso, dell’inarrestabile «mutazione antropologica». Ragioni che risiedevano, e risiedono, nella sua estetica, che è poi la fonte della sua etica. Pasolini è stato osteggiato, escluso e perseguitato in vita, non solo dalla destra, dai giudici, dai giornali benpensanti e reazionari, ma anche dalla sinistra. Che non apprezzava la sua contraddizione, che respingeva la sua scandalosa omosessualità, mai nascosta ma sempre esibita, fonte e ragione della sua ispirazione poetica. E soprattutto politica. L’etica di Pasolini infatti si fonda sull’estetica omosessuale, come è evidente sin dal primo articolo comparso sul «Corriere della sera» nel gennaio 1973 e dedicato ai «capelli lunghi», ai corpi dei ragazzi, scritto che ora apre <em>Scritti corsari </em>(1975).<br />
Certo c’è chi l’ha amato incondizionatamente anche a sinistra, in particolare tra i giovani aderenti al Partito comunista, cui Pasolini ha dedicato dopo il 1970 una forte attenzione e un’incrollabile speranza; ma anche questi ammiratori con ogni probabilità non hanno mai davvero preso atto della sua omosessualità, l’hanno ideologicamente sublimata, come accade sovente nell’entusiasmo dell’essere giovani, cogliendone gli esiti politici polemici ma non certo le premesse estetiche.<br />
Poi l’atteggiamento si è rovesciato: il mondo intellettuale, la società letteraria e quella giornalistica, e perfino la politica, sia di destra sia di sinistra hanno vissuto la morte di Pasolini alla stregua di un’accusa, come un ricatto cui era impossibile sottrarsi. Come in una nemesi divina, l’ammirazione verso il poeta ha finito per nascondere una sorta di rancore, di risentimento, prodotto dalla sua «diversità», e tramutato nel suo opposto.<br />
Oggi, a trentacinque anni di distanza c’è chi ne fa la vittima, se non proprio il martire, delle trame occulte che dal 1969, e anche prima, hanno intorbidato e manipolato la storia del nostro paese: Pasolini assassinato dai servizi segreti deviati; Pasolini che scopre le piste nere, gli autori degli attentati neofascisti e per questo viene eliminato. Una fantasia? Con ogni probabilità sì, ma anche il sintomo, in senso psicoanalitico, della propensione alla paranoia che attanaglia la sinistra italiana, o almeno alcuni intellettuali, scrittori, e persino giudici. Il Grande complotto, quello che Umberto Eco e Carlo Ginzburg hanno raccontato con efficacia in due opere diversissime ma illuminanti, <em>Il pendolo di Foucault </em>e <em>Storia notturna</em>, alla fine degli anni Ottanta, nella convinzione che occorresse liberarsene in modo definitivo. In questo modo l’attesa messianica di una Giustizia finale sul delitto Pasolini, come su tanti altri attentati, omicidi, atti eversivi degli anni Settanta – visti come un’unica catena –, finisce per diventare paralizzante e per sostituirsi a una più terrena e contingente giustizia. Come se rivelando il Complotto al paese, per questo solo fatto, lo si potesse davvero, e di colpo, dissolvere. </p>
<p>Senza rinunciare a ricercare gli autori dell’omicidio del poeta, è però venuto il momento di fare i conti con Pasolini seguendo le sue stesse indicazioni, ovvero perseguendo quella contraddizione che ci addita nei versi de <em>Le ceneri di Gramsci</em>, quella contraddizione che spesso costituisce una sorta di scacco per chi legge le sue opere, per chi vuole comprenderne le ragioni e farle sue: andare oltre Pasolini con Pasolini. Pasolini, che mette sempre il cuore in quello che scrive, il cuore e il corpo – il corpo di parole e il corpo di carne sono per lui la medesima cosa: parola che si fa carne e carne che si fa parola –; per questo, come ha fatto notare polemicamente Andrea Cortellessa, le sue affermazioni non possono essere confutate usando la sola ragione, o almeno senza adottare «il suo stesso combinato disposto». Le accogli o le respingi. Tutto nel poeta e nel corsaro e luterano è così: innocenza e colpevolezza, onestà disarmata e mistificazione ingegnosa. Pasolini lo si accetta in toto o lo si rifiuta. È il suo ricatto, condotto sino alle forme estreme, di cui la stessa morte, al di là delle molte cose oscure, ben evidenziate da Marco Tullio Giordana e altri dopo di lui, appare in definitiva come il ricatto dei ricatti. Una morte di cui non sembriamo più in grado di liberarci; per farlo, come accade e ancora accadrà, ci s’inventa un complotto e ci si fa detective e accusatori per stornare da sé quella estorsione, più interiore che esteriore, che Pasolini compie in ognuno di noi.</p>
<p>Ma c’è un’altra strada per fare davvero i conti con Pasolini, per uscire da quella coazione a ripetere che è implicita nel suo stesso atteggiamento, e che finisce per stregare tutti, o quasi, i suoi ammiratori, esegeti, lettori. Per andare oltre Pasolini con Pasolini bisogna seguire il consiglio che il Corvo dà ai due suoi compagni di strada, Totò e Ninetto, in <em>Uccellacci e uccellini</em>: i maestri si mangiano in salsa piccante. Piccante, se possibile, per digerirli meglio. Attuare il procedimento di cui il poeta è stato un maestro, quello di divorare chi ci ha preceduto in sapienza, intelligenza ed età: ingerire con il maestro anche il suo sapere e la sua forza.<br />
Restando a livello del solo amore o, al contrario, della sola repulsa, non c’è scampo. Amarlo fino al punto di divorarlo, e ingerirlo per digerirlo. Ecco che cosa ho provato a fare in questo piccolo libro, dove ho raccolto una serie di scritti redatti nell’arco di diversi anni che hanno al centro la lettura dell’estetica del poeta in rapporto alla sua omosessualità. Il punto focale del volume è il secondo scritto, intitolato «Avere un cuore», dedicato agli <em>Scritti corsari</em> e alle <em>Lettere luterane</em>, raccolta di articoli e brevi saggi di Pasolini che costituiscono il luogo di snodo, non solo della sua ultima opera, ma anche dell’intero suo percorso di saggista, scrittore, recensore, poeta, regista. </p>
<p>Se negli anni Settanta la sinistra intellettuale e politica disdegnò gli articoli del poeta comparsi su giornali e riviste, spesso pensando, o dicendo ad alta voce, che si trattava di cose già dette e ridette, da Marcuse, da Adorno e Horkheimer, dalla Scuola di Francoforte, una sorta di divulgazione di ben maggiori pensieri espressi decenni prima, oggi invece Pasolini diventa l’unico sociologo, o pensatore, o moralista, in grado di interpretare la grande trasformazione italiana dagli anni Sessanta in poi, mutando l’indifferenza o l’ostilità di un tempo in ammirazione sconsiderata; e non solo la sinistra, ma anche la destra non fa che manifestare questa devozione senza riserve ora, dopo averlo crocifisso con calunnie e campagne di stampa. Berardinelli – che in quegli anni militava nella sinistra, e scriveva su riviste che a Pasolini furono estranee, se non ostili – conosce bene «il vizio dell’intellettualismo formale e del politicismo diffuso nella cultura di sinistra», e nel suo scritto ha identificato con chiarezza la radice dell’attuale devozione per il poeta di Casarsa. Di lui, dell’autore di <em>Salò</em>, ora ci viene sovente offerto un santino quasi fosse – e per tanti magari lo è – il Padre Pio della sinistra, bisognosa, come i fedeli dello stigmatizzato di San Giovanni Rotondo, di uno sciamano che decifri in modo rabdomantico il presente, un sant’uomo cui rivolgersi con religioso stupore e abbandonata fiducia per conoscere il nostro futuro anteriore.</p>
<p>Mangiare Pasolini per capirlo meglio, per trarre forza da lui, dalla sua contraddizione, per non subirla, ma per declinarla. Per non restare vittime del complesso-Pasolini che attanaglia ancora chi attende la palingenesi generale della nostra società, tutta da salvare o tutta da perdere, inclinazione moralistica che il poeta per primo avrebbe, ne sono certo, colpito e sferzato con la sua urticante vis polemica.</p>
<p>Il libro apre con un breve resoconto di un viaggio duplice: tra le carte del processo intentato al poeta nel 1949, primo di una lunga serie, e fra le strade e i campi del Friuli, a Ramuscello, in cui si mostra come il mito dell’Eden friulano, del giardino incantato, da cui Pasolini si sentì ingiustamente e dolorosamente espulso, è appunto un mito personale. La contraddizione pasoliniana, quella che si fonda sulla lotta al moralismo ufficiale condotta dal poeta, necessita d’un amore che nello stesso tempo esalta e avvilisce il suo oggetto, lo consacra e insieme lo corrompe. Del secondo saggio si è già detto.<br />
Il terzo scritto è invece una lettura delle fotografie che Dino Pedriali, un giovane fotografo, scattò su invito di Pasolini nel 1975, poco tempo prima della sua morte, con lo scopo di mostrare il suo corpo di scrittore, da un lato, e quello di autore di un romanzo a venire, dall’altro, un’opera in fieri, apparsa solo diciassette anni dopo la sua morte cruenta, <em>Petrolio</em>. Qui lo scrittore vi appare fornito, in immagine, e non solo, di un doppio corpo, nel momento stesso in cui la sua disperazione, insieme all’assoluta volontà vitale, è al culmine. Un’opera fotografica quella di Pedriali che si lega, attraverso il suo talento irriflesso e naturale, all’opera del poeta di Casarsa.<br />
Infine, il quarto breve saggio è un intervento sulla questione della morte oscura di Pasolini, uno scritto polemico ma, credo, chiarificatore del complesso-Pasolini che blocca ancora molti, incapaci di sottrarsi alla forza medusea della sua «innocenza relativa». Qui ho cercato con il riferimento alla filologia degli scartafacci praticata dai suoi editori postumi, e in particolare da Silvia De Laude, di dissipare alcune delle pretestuose ipotesi sulla sua sconvolgente morte. La verità è come la «lettera rubata» di Poe, disposta proprio sotto i nostri occhi; purtroppo spesso non riusciamo a riconoscerla come tale, a distinguerla in mezzo a cose che non sono altro che mezze verità, falsità o menzogne costruite ad arte. Nessuno ne è esente. Proprio per questo mi appello nella parte finale di questo testo a una verità che è figlia della nostra immaginazione, e non solo del nostro insaziabile senso di giustizia.</p>
<p>A quella verità si atteneva Pasolini stesso scrivendo <em>Petrolio</em>, e anche prima nella serie degli articoli raccolti in <em>Scritti corsari</em> e <em>Lettere luterane</em>. Pasolini è stato un sublime visionario. La verità figlia del cuore, cui Pasolini si appellava contro Calvino, ha bisogno di tutta la nostra fantasia e immaginazione. Costruita con modeste pezze d’appoggio – ritagli di giornali, brandelli di conversazioni, illuminazioni improvvise – la sua verità agìta in <em>Petrolio</em>, e non solo lì, è il vero lascito del poeta di Casarsa, dell’autore di <em>Ragazzi di vita</em>, dello scrittore che proponeva di processare il Palazzo sulle pagine dei giornali borghesi dell’epoca. Un uomo, un poeta, che usava contraddirsi per restare vivo, per capire e per farci capire, un esercizio che gli costava fatica e dolore ma che gli era inevitabile.<br />
Voleva salvare le lucciole dall’estinzione, disposto a dare l’intera Montedison, il colosso<br />
chimico dell’epoca, per una sola di esse. Era un gesto d’amore verso i ragazzi che desiderava, e che non c’erano più, i giovani eterosessuali con cui voleva fare l’amore. Pasolini è morto per questo, per un gesto d’amore, come ha immaginato suo cugino, il poeta Nico Naldini. Una visione, non una verità giudiziaria.<br />
Se necessario – questa è la mia idea – si riapra il processo sulla morte di Pasolini, ma lo faccia chi per mestiere e per vocazione si è assunto il compito di giudicare, la magistratura, e anche chi, come i poliziotti, di investigare. A noi ne tocca un altro: seppellire Pasolini, dare onorata e definitiva pace al suo corpo martoriato che aspetta da oltre trent’anni non la giustizia dei tribunali, ma il nostro amore incondizionato accompagnato da un altrettanto assoluto dissenso. Ciò non significa chiudere gli occhi sulla sua morte, anzi.<br />
Mangiarlo simbolicamente per onorarlo, per liberarlo dal limbo dei cattivi pensieri e dei falsi perdoni, delle solerti ammirazioni e degli impotenti moralismi con cui ha continuato a restare sospeso nei nostri pensieri per tre decenni. Pasolini merita molto di più: essere mangiato in salsa piccante, poiché è un maestro. Un grande maestro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/pasolini-in-salsa-piccante/">Pasolini in salsa piccante</a></p>
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		<title>Storia di fantasmi. Per Antonella Anedda</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2009 10:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>“Questo libro è una storia di fantasmi” scrive <strong>Antonella Anedda </strong>nell’introduzione al suo <a href="http://www.donzelli.it/libro/2095/la-vita-dei-dettagli"><strong><em>La vita dei dettagli</em></strong></a>, opera che esplora la relazione tra pittura e poesia, tra l’essenza dell’arte e la sua decifrazione interiore, dove i fantasmi svolgono il duplice ruolo di presenze non immediatamente manifeste o non visibili a tutti, e di icone, “rumori” della perdita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/12/storia-di-fantasmi-per-antonella-anedda/">Storia di fantasmi. Per Antonella Anedda</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3514/3980195721_4ce2d1f527_m.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>“Questo libro è una storia di fantasmi” scrive <strong>Antonella Anedda </strong>nell’introduzione al suo <a href="http://www.donzelli.it/libro/2095/la-vita-dei-dettagli"><strong><em>La vita dei dettagli</em></strong></a>, opera che esplora la relazione tra pittura e poesia, tra l’essenza dell’arte e la sua decifrazione interiore, dove i fantasmi svolgono il duplice ruolo di presenze non immediatamente manifeste o non visibili a tutti, e di icone, “rumori” della perdita.<br />
<span id="more-23441"></span><br />
Da sempre la poetessa abita lo scrivere come un dialogo quieto fatto dello spazio tra il gesto che incide e i libri della memoria, tra il margine dell’io e lo spalancarsi corale del mondo, tra ciò che l’occhio <em>vede</em> e ciò che l’immaginazione accoglie. Sfogliando questo nuovo libro mi sono allora ricordata in un primo momento, di un&#8217;altra opera dell’autrice, <a href="http://www.empiria.com/sassifraga.htm"><em>Nomi Distanti</em></a>, testo di traduzioni poetiche in cui il tradurre è inteso radicalmente, non solo come trasposizione linguistica, ma come colloquio con i poeti amati che permette ai versi una continua variazione, un modularsi differente della vita che contengono a seconda di chi li trattiene, li ridice nella sua impronta. Ne <em>La vita dei dettagli</em>, questo movimento nasce dall’incontro di Anedda con quadri e artisti, che avviene però con una particolare prospettiva, scomponendo le opere in frammenti di senso e seguendone uno dentro le molteplici possibilità che apre, mentre emerge dal quadro, come un pegno, una feritoia. La scelta del dettaglio permette una sorta di isolamento dal contesto, di “usare lo sguardo come un coltello” per scavare nell’immagine: è un esercizio di attenzione &#8211; ricostruire una storia partendo da una misura piccola, destinata generalmente a sfuggire, amalgamata nella totalità dell’opera. È questa misura il nostro stesso stato &#8211; precario, spesso incomunicabile nel suo sostare rapido all’interno del tempo che può ben scordarci, oltrepassarci. Acuendo la percezione sul dettaglio il tempo si trasforma in un luogo: noi ci siamo stati, ci siamo immersi, ed i corpi, gli elementi, le pareti nude, i rami, il colore, le impossibili stanze dei quadri diventano materia tangibile, esperienza tridimensionale del comprendere, dell’entrare in ciò che osserviamo. Attenzione, spazio (o <em>spaziotempo</em>), traduzione, lentezza del guardare sono tutte parole che tornano nella prima sezione del libro dove 32 dettagli di opere si rispecchiano in 32 prose ekfrastiche in cui l’intrusione dell’arte nella vita si rivela come il suo resistere, il suo farsi di sogno e memoria, quel “mondo come meditazione” del poeta statunitense <strong>Wallace Stevens</strong>, che ha la sua piccola verità nel momento riflessivo, immaginifico &#8211; l’attesa di Penelope intenta alla sua tela. Ogni dettaglio tira via un filo diverso – apre un’assenza, suggerisce un volto – ricompone il tutto altrove con altre priorità.</p>
<p>La poesia è il centro della seconda parte del libro, <em>Galleria</em>, pensata come un’installazione verbo-visiva, un museo che ospita in ogni sala i testi di poeti che hanno scritto davanti alle immagini (davanti e non sopra se la scrittura è specchio, se in questa può esserci riconoscimento). <strong>Caravaggio, Bruegel, Tiziano, Parmigianino</strong>, che diventano <strong>Bonnefoy, Williams, Auden, Skàcel, Herbert, Ashbery</strong>; o i quadri anonimi, il ritmo descrittivo scandito proprio nei dettagli della poesia di <strong>Elizabeth Bishop</strong>, demone tutelare del bellissimo saggio sulle icone e la “bruttezza”. Perché la poesia e non una qualsiasi altra scrittura per svolgere la trama da un dettaglio all’altro? Quale comunanza tra parola poetica e frammento pittorico? La risposta è ancora spaziale: la poesia per sua natura si comprime, lascia ampi margini bianchi, pause per l’occhio ed il respiro, ma così facendo costringe anche a vedere per fessure (“vedere” verbo degli artisti come dei poeti), ad affidarci all’intuizione, a seguire una traccia consapevoli dell’ombra circostante. È una questione di spazi vuoti: lo spazio che sulla tela è occupato dal resto dell’immagine, lo spazio che la poesia, il suo non detto, può dischiudere o riempire in noi. Guardare l’oggetto nascosto nell’ampiezza della scena, nel quotidiano trovare il familiare, il personale nell’opera, come un’àncora nella dissoluzione.</p>
<p><em>Ritratti</em>, la terza parte, è allora dedicata a quegli artisti che nella loro diversità hanno conosciuto, mostrato l’idea di dissolvimento – moto originario dell’arte e tuttavia contrario alla sua permanenza. Incontriamo allora l’opposizione al morire della materia, la propria <em>deposizione</em> nell’arte, di <strong>Nicolas De Staël</strong>; il viaggio nel profondo – nel silenzio del futuro -, nella solitudine estrema delle grandi tele di <strong>Mark Rothko</strong>; la separazione per acqua e l’acqua insostenibile della nostra fragilità di <strong>Bill Viola</strong>; l’eredità umana del linguaggio ed il suo stesso sfilacciarsi, scolorire negli elementi, di <strong>Jenny Holzer</strong>. Il secco della pittura, il dilatarsi del video, il fluire della luce sulla nostra sostanza che si spezza e torna acquorea, impermanente.</p>
<p>“L’acqua è qualcosa che non puoi tenere”, scrive <strong>Anne Carson</strong>, poetessa canadese citata e tradotta da Anedda: esattamente come il vivere, l’amare, il richiamo al nostro naturale essere separati. Ma l’acqua è anche ciò che supera barriere, il tocco trasversale dell’arte dove si fissano cose effimere, che si estinguono, dove si esiste anche quando ormai si è immemori di noi stessi. L’acqua è infine quella della città di Arles, dove Antonella sosta in cammino nella quarta sezione del libro, all’interno di un’opera umana di vicende e artisti, “una città sull’acqua che è il ritmo della nostra sete”, che scorre costantemente verso un mare sconosciuto lungo il fiume, e che tuttavia riflette ogni luce, quelle stelle infantili di <strong>Van Gogh</strong>, come girandole fiammanti. Allora l’acqua è la poesia o l’arte, il piccolo universo dove non siamo integri, ma ritagli in vite altre, epifanie in dissolvenza, dove stiamo esposti senza più finzione al dolore e al <em>perdere</em> e dove il perdere è la pazienza di un restituire. <em>Restituirci</em> a un’acqua di “dettagli” sotto la superficie, deboli pezzi di materia che vengono collezionati (e <em>Collezionare perdite</em> è l’ultima stazione di quest’opera), catalogati in quel tempo non scandito dai minuti, ma ricomposto di odori, oggetti abitati, frasi che ci imprimono l’uno nell’altro, mancanze – un tempo liquido verso una tregua dell’essere che non teniamo e tuttavia ci tiene.</p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: Un dettaglio</em></p>
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