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	<title>Nazione Indiana &#187; Sarajevo</title>
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		<title>Tunnel of Love</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 07:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/3334-1.jpg"></a>di<br />
<a href="http://www.balcanicaucaso.org/Autori/(author)/Azra%20Nuhefendić">Azra Nuhefendić</a></p>
<p>È un clandestino vero e proprio. Esiste, lo sappiamo tutti, anche se negli elenchi telefonici, nei libri ufficiali, nei discorsi pubblici non si menziona. Le indicazioni stradali per trovarlo non ci sono. Eppure è conosciutissimo. Riceve tantissime visite, lo cercano, lo trovano, lo guardano, lo ammirano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/24/tunnel-of-love/">Tunnel of Love</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/3334-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-39920" title="3334-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/3334-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>di<br />
<a href="http://www.balcanicaucaso.org/Autori/(author)/Azra%20Nuhefendić">Azra Nuhefendić</a></p>
<p>È un clandestino vero e proprio. Esiste, lo sappiamo tutti, anche se negli elenchi telefonici, nei libri ufficiali, nei discorsi pubblici non si menziona. Le indicazioni stradali per trovarlo non ci sono. Eppure è conosciutissimo. Riceve tantissime visite, lo cercano, lo trovano, lo guardano, lo ammirano. È “il tunnel di Sarajevo”, esiste, ma ufficialmente è come se non ci fosse.<br />
Per la gente di Sarajevo “il tunnel” è il simbolo del coraggio e della sopravvivenza. Per i serbi della Bosnia ed Erzegovina è un luogo dove i serbi venivano uccisi e torturati.<br />
L’altro giorno un piccolo gruppo di ammiratori e di affezionati che non hanno dimenticato ciò che il tunnel di Sarajevo significava durante la guerra, si sono riuniti per celebrare i diciotto anni della nascita del tunnel. È stata una cerimonia piuttosto modesta, molto al di sotto della fama e dell’importanza storica che ha oggi il tunnel di Sarajevo.<br />
<span id="more-39919"></span></p>
<p>Il 30 luglio 1993 alle 20.40 le mani di due persone che scavavano sottoterra, uno nella direzione del centro città e l’altra del sobborgo di Hrasnica, si toccarono, sotto la pista dell’aeroporto di Sarajevo. Un breve abbraccio, e poi, in fretta, vennero messi in sicurezza gli ultimi metri delle pareti e fu rafforzato il soffitto di quel buco che è stato poi conosciuto e ricordato come “il tunnel di Sarajevo”, oppure “il tunnel della guerra”, o “il tunnel della salvezza”. In quel momento la Sarajevo assediata apriva l’unica linea sicura con il resto del mondo. La stessa notte, per il tunnel, furono trasportate dodici tonnellate di roba varia in città, e una brigata di soldati, in direzione opposta, l’aveva attraversato per soccorrere le unità che combattevano sul monte Igman dove era in corso una grossa offensiva.</p>
<p>È esagerato chiamarlo tunnel, in pratica è un incavo lungo 760 metri, largo un metro e venti, alto un metro e mezzo, e solo in alcuni punti un metro e ottanta. Dal marzo al luglio 1993 più di duecento persone, in assoluta segretezza e in condizioni da medioevo, l’avevano scavato con le mani, pale e picconi, a lume di lanterna. Il tunnel veniva costruito a soli 50 metri dalla linea del fronte, sotto il naso delle forze internazionali, che avrebbero impedito la sua costruzione se l’avessero saputo e, naturalmente, era un segreto per i nemici. Collegava le due parti libere della città, Dobrinja e Butmir. Per questo il suo nome in codice era D-B. La gente rideva di questa sigla, perché era la stessa dei servizi segreti della ex Jugoslavia.<br />
Per capire meglio l’importanza del tunnel in quel periodo, bisogna ricordare Sarajevo nell’inverno 1993: sigillata dai nazionalisti serbi che la tenevano sotto un assedio medievale con 600 pezzi d’artiglieria posizionati sui monti circostanti, senza luce, senza acqua corrente, senza gas, nelle case si congelava dal freddo, i telefoni non funzionavano; trecentomila abitanti di una città moderna erano sottoposti alla fame, ai bombardamenti, agli spari dei cecchini. Da là volevano scappare, se non tutti, la maggior parte di sicuro. Si fuggiva dalla città attraverso le tubature delle fogne, percorrendo i campi minati, attraverso il fiume congelato, nascosti nei rari camion che portavano aiuti umanitari alla città.<br />
I più audaci o i più disperati attraversavano la pista dell’aeroporto di Sarajevo. La possibilità di sopravvivere o morire su quel percorso era del 50 per cento. L’incertezza accompagnava fino in fondo i fuggiaschi disperati. La pista si attraversava di notte, correndo nel buio più totale. Non solo perché mancava l’illuminazione ma perché una volta attraversata la pista, non si sapeva se dall’altra parte si sarebbe finiti tra le braccia degli amici o dei nemici, cioè nella terra controllata dai bosniaci o dai serbi. Mia sorella ce la fece. Al quinto tentativo. Nei quattro precedenti lei, insieme al gruppetto con il quale tentava di fuggire, fu fermata e riportata indietro nel centro della città.<br />
L’aeroporto era controllato dalle forze internazionali, che impedivano la fuga dei cittadini. Gli stranieri sorvegliavano la pista, tra l’altro, con i raggi infrarossi. Appena si accorgevano dei fuggiaschi si avvicinavano con i carri armati e contro di loro puntavano i riflettori. La “preda”, come un animale illuminato nel buio, si fermava per la paura, e impietriva per la disperazione. I catturati, sotto i riflettori, diventavano un bersaglio facile per gli assedianti. Più di 250 sono morti così.<br />
Il tunnel lo sognava la gente comune, ma anche le autorità ci riflettevano. Certo, non per svuotare Sarajevo dei suoi abitanti, ma per sopportare meglio l’assedio, facilitare le manovre, per portare in città il cibo e le medicine, e il materiale bellico in entrambe le direzioni. Scavarlo sotto l’aeroporto fu una necessità, e una mossa da disperati.<br />
A progettarlo furono due competenti professionisti, due giovani ingegneri di Sarajevo: Nedžad Branković e Fadil Šero. La struttura, che da dentro sembrava un buco, resse per tutta la durata della guerra le tonnellate che atterravano sulla pista di sopra. I due vennero in seguito decorati con le medaglie. Purtroppo Nedžad Branković, dopo la guerra, non riuscì a mantenere la gloria. Fu coinvolto in uno scandalo, per essersi procurato l’appartamento in modo illecito, e fu proprio la gente comune che lo costrinse a  dare le dimissioni da primo ministro.<br />
Nel tunnel di Sarajevo si entrava passando per una casa anonima, della famiglia Kolar, che sta vicino all’aeroporto. La segretezza del progetto limitava i lavori. I primi metri furono scavati da un piccolo gruppo di fedelissimi. Si procedeva molto lentamente, si scavava seduti per terra, oppure stando sulle ginocchia. Sorgevano vari problemi: cosa fare con la terra tirata fuori, per non insospettire i serbi, come proteggersi dall’acqua che riempiva il buco, mancava il materiale necessario per assicurare il soffitto e rafforzare le mura del tunnel, i bombardamenti fermavano i lavori. Nel marzo 1993 l’attività si arrestò. Allora il presidente Alija Izetbegović intervenne di persona. Si ripresero gli scavi lavorando a turni, 24 ore su 24. Gli operai facevano parte dell’esercito bosniaco, poi arrivarono i minatori dalla Bosnia centrale. Otto ore di lavoro venivano ricompensate con un pacchetto di sigarette, roba rara e costosissima, molto apprezzate, non solo dai fumatori perché le sigarette si usavano anche come moneta di scambio. Un pacchetto costava circa 15 euro.<br />
Dal tunnel finito venne estratto un totale di 2800 metri cubi di terra, vennero incastrati circa 170 metri cubi di legname e 45 tonnellate di metallo.<br />
Il passaggio per il tunnel era controllato dall’esercito bosniaco. Si transitava ad oltranza da una parte e dall’altra. Occorreva avere il permesso per poter entrare o uscire dalla città, passando sottoterra. Ogni giorno, attraverso il tunnel, circolavano tra le tremila e quattromila persone e si trasportavano trenta tonnellate di varia roba. All’inizio si camminava in gruppi da venti fino a mille persone. In media si impiegavano due ore per percorrere quei 760 metri. Quando la struttura del sottopassaggio fu rafforzata vennero introdotti i carrelli, piccoli come quelli che si usano nelle miniere. I carrelli venivano spinti dagli uomini. Era un lavoro duro, inoltre nel corridoio sotterraneo c’erano curve, salite e discese. Il punto più profondo era a 5 metri sotto la pista.<br />
Su ogni carrello si caricavano 400 chili di roba. Le persone che lo attraversavano portavano negli zaini e a mano una media di 50 chili di roba. Un anonimo di Sarajevo aveva trasportato sulle proprie spalle addirittura 105 chili, principalmente cipolla e patate. Per il presidente Izetbegovic fu installata la “poltrona presidenziale”. A vederla oggi viene da ridere su come si poteva chiamare così pomposamente quella misera roba.<br />
Le prime cose militari che passarono per il tunnel erano le bombe “fai da te”, quelle costruite nella città bloccata, usando il metallo che c’era a disposizione: “…i pali dei segnali stradali…” mi scrisse in una lettera, con un tono di orgoglio, mia sorella.<br />
Il primo grande affare del tunnel fu il trasporto di uova dentro la città assediata, ma ben più lucrativo fu il trasporto di alcol e benzina. Era il commercio dei ricchi e dei potenti, quelli che potevano pagare e sapevano dove e chi corrompere. Ufficialmente l’alcol non si poteva trasportare per il tunnel, ma capitò che nelle borse dei giocatori della squadra di pallacanestro “Bosna”, di ritorno da un torneo, furono scovati più di duecento litri di alcol. Come le sigarette e il caffè, anche  l’alcol faceva da moneta nella Sarajevo sotto assedio.<br />
Per il tunnel passavano militari, gente comune, politici, giornalisti, artisti. Il generale Jovo Divjak porta un ricordo indelebile: dodici punti sulla testa. Passando ha sbattuto la testa sul soffitto basso della galleria. Il primo straniero che lo attraversò fu l’ambasciatore americano Viktor Jakovic.<br />
Alma G., cinquantenne, attraversò il tunnel per portare il cibo alla famiglia. “Per mesi mangiavamo le foglie e il riso che ci veniva distribuito come aiuto umanitario. Grazie al tunnel sono tornata a casa con due zaini pieni di cibo, uno sulle spalle, l’altro davanti, e in più con una borsa in ogni mano. Ho attraversato il monte Igman, camminando su mezzo metro di neve. Ero già stanca quando sono arrivata all’entrata del tunnel. Mi parevano un’eternità quei 760 metri. Credevo di non farcela. Davanti a casa sono caduta per terra. Non potevo fare un passo di più. Ma sapevo che esisteva un’uscita dall’inferno di Sarajevo, che c’era il tunnel, e questa cosa mi consolava”.<br />
All’ingresso del tunnel si svolge la scena del cortometraggio “(A)torzija” / “(A)torsione” (sceneggiatura di Abdulah Sidran, premio al Berlino film festival nel 2003). Alcuni coristi aspettano il proprio turno davanti all’entrata del tunnel, una mucca sta per partorire, il vitello nell’utero è rivoltato, e i coristi cantano per facilitare il parto, perché uno si era ricordato che la musica può alleviare i dolori.<br />
Si contava sull’effetto della musica sui disperati quando il famoso tenore croato Krunoslav Cigoj fu invitato a partecipare al concerto di Natale, a Sarajevo, nel 1994. Soffriva di claustrofobia e dopo il concerto, che fu trasmesso per la CNN, Cigoj disse che il passaggio sottoterra era stata una delle imprese più difficili della sua vita.<br />
Il privilegio di percorrere il tunnel l’avevano avuto anche tre capre. La sorte di una di loro la conosco. La mia collega e amica Fadila, originaria di Prijedor, città nel nord della Bosnia, aveva saputo che tutti i maschi della sua famiglia erano finiti nei capi di concentramento che i serbi avevano allestito (Omarska, Kerterm e Trnopolje). Per i suoi non poteva fare niente. Perciò Fadila aveva deciso di aiutare comunque qualcuno che ne aveva bisogno. Fa parte di un’usanza o di un’antica credenza bosniaca. Nell’orfanotrofio della città di Zenica c’erano parecchi bambini. Zenica dista solo mezzora da Sarajevo &#8211; in tempi di pace però. Per raggiungerla durante la guerra ci volevano vari permessi, coraggio e un’intera giornata. Tramite i radio operatori, perché i telefoni non funzionavano, Fadila chiese a una collega, che lavorava nell’orfanotrofio, di aiutarla a scegliere un bambino. La collega le suggeriva bambini carini e in salute. C’era un maschietto di due anni, non parlava, non camminava, magrissimo, sembrava autistico. Fadila scelse lui. Mandò il marito a prenderlo. Portò il bambino nella Sarajevo assediata, passando per il tunnel. Poi attraversò nuovamente il tunnel per portare una capra. La tenevano sulla terrazza, nel centro di Sarajevo. Una capra, in un posto dove si soffriva la fame e dove mancava tutto, valeva una fortuna. Il latte di capra da noi è considerato miracoloso per le sue proprietà. Con il latte di capra e altre cure avevano rimesso in piedi il bambino. Oggi è un bel ragazzo ed è l’orgoglio della famiglia.<br />
Nel 1994 i serbi vennero a sapere dell’esistenza del tunnel. Il generale Ratko Mladic, protestò presso le forze internazionali e chiese all’UNPROFOR di chiudere la galleria. Invano, perché ufficialmente, l’UPROFOR non sapeva, o non voleva saperne della sua esistenza. Nelle trattative con i militari bosniaci il passaggio sotterraneo si nominava come “il tunnel che non c’è”. Poi gli assedianti si misero a distruggerlo da soli. Cercarono di deviare il corso del fiume Zeljeznica per sommergere il tunnel, e intensificarono i bombardamenti della zona dove, presumevano, ci fossero gli ingressi. In  uno di questi bombardamenti dodici persone furono uccise mentre aspettavano il turno per attraversare la galleria.<br />
Dopo la guerra il tunnel fu abbandonato e la maggior parte della galleria è andata in  rovina. Grazie alla famiglia Kolar, dalla cui casa si entrava nel tunnel, oggi rimangono percorribili 25 metri. I Kolar, di propria iniziativa, hanno allestito uno piccolo museo con gli oggetti legati al posto.<br />
Varie volte le autorità bosniache hanno tentato di dichiarare il tunnel monumento nazionale. I serbi bosniaci sono contrari. Di recente, nel parlamento federale, Slavko Jovicic ha detto che “sotto la pista non c’era un tunnel di salvezza, ma piuttosto una galleria di tortura e di liquidazione dei serbi, e una grande via per il contrabbando e l’importazione di armi”.<br />
Secondo il presidente dell&#8217;Associazione dei Detenuti della Republika Srpska, Branislav Dukic, “medici esperti hanno dimostrato che in questa galleria ci sono stati più di 149 tipi di torture inflitte ai serbi”.<br />
Diversamente la pensa il professore presso l&#8217;Università di Sarajevo, Hidajet Repovac, un sociologo della cultura. “Il tunnel ha una sola uscita e un unico ingresso. Chiunque poteva attraversarlo, e nessuno chiedeva a quelli che passavano se erano serbi, croati o bosniaci. Perciò il tunnel non ha salvato solo i musulmani”, conclude Repovac.<br />
Secondo Tim Clancy, un americano che durante la guerra lavorava per un’organizzazione umanitaria austriaca, “il tunnel è un monumento alla forza dello spirito umano e deve essere visitato da tutti gli americani ed europei per capire quanto era difficile vivere nella Sarajevo assediata”.</p>
<p>Oggi il tunnel di Sarajevo condivide il destino di tutto quello che spacca la BiH. Riflette le divisioni, le animosità, le contraddizioni di un paese frammentato e dei suoi popoli che insistono su quello che li allontana e li divide. Per questo, quella struttura sotterranea che è sopravvissuta alla guerra, oggi a malapena vivacchia.<br />
Ma ai visitatori che vengono a Sarajevo, non interessano le beghe familiari. La maggior parte dei turisti, le delegazioni ufficiali e i personaggi importanti chiedono di visitarlo, perché il tunnel di Sarajevo lo considerano storico come il ”Check point Charlie” di Berlino, o il nascondiglio di Anna Frank ad Amsterdam, o le gallerie “Củ Chi” in Vietnam e altri posti simili. È quella storia che si vuole almeno toccare.</p>
<p>(Pubblicato il 23-08 su <a href="http://www.balcanicaucaso.org">Osservatorio Balcani e Caucaso</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/24/tunnel-of-love/">Tunnel of Love</a></p>
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		<title>Canto di una Natura Morta per Sarajevo</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2011 13:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong><a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Fioriscono-i-tigli-97464">Azra Nuhefendic</a></strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/scatola-tisana-tiglio-16-bustine-2.jpg"></a></p>
<p>Fioriscono i tigli, è ora di tornare a Sarajevo. In giugno il loro profumo si espande e, in due-tre giorni, avvolge tutta la città. I tigli in fiore provocano su di noi l’effetto di una droga leggera. Ci addolciscono, ci scuotono l’anima; diventiamo sentimentali, sul viso ci appare quel mezzo sorriso, un’espressione di chi contempla, di chi si ricorda un segreto, qualcosa di bello, di intimo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/07/canto-di-una-natura-morta-per-sarajevo/">Canto di una Natura Morta per Sarajevo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong><a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Fioriscono-i-tigli-97464">Azra Nuhefendic</a></strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/scatola-tisana-tiglio-16-bustine-2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/scatola-tisana-tiglio-16-bustine-2-235x300.jpg" alt="" title="scatola-tisana-tiglio-16-bustine-2" width="235" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-39515" /></a></p>
<p>Fioriscono i tigli, è ora di tornare a Sarajevo. In giugno il loro profumo si espande e, in due-tre giorni, avvolge tutta la città. I tigli in fiore provocano su di noi l’effetto di una droga leggera. Ci addolciscono, ci scuotono l’anima; diventiamo sentimentali, sul viso ci appare quel mezzo sorriso, un’espressione di chi contempla, di chi si ricorda un segreto, qualcosa di bello, di intimo. Ci ridà la voglia di goderci la vita, di darci da fare, di star bene, di trovare gli amici. I tigli, naturalmente, fioriscono ogni anno, eppure quel particolare stato d’animo che ci provocano, ci sorprende ogni volta. Per un paio di giorni ci sentiamo strani, ci esaminiamo. E poi, una mattina apri la finestra e nella stanza irrompe quel profumo che ti fa capire all’istante che cosa sta succedendo.<br />
<span id="more-39514"></span></p>
<p>Tutto parte dal Vilsonovo šetalište, è là il focolaio. È un viale nel centro della città lungo circa due chilometri sulla sponda destra del fiume Miljacka. Sono stati gli austroungarici a piantare i tigli, in quattro file, cento anni fa. Sempre loro hanno alberato diversi parchi e altri viali, come ad esempio quello splendido che per cinque chilometri fiancheggia la strada che porta alle sorgenti del fiume Bosna. Ma nessuno di questi posti suscita lo stesso effetto del viale Vilsonovo. </p>
<p>Gli austroungarici che cento anni fa governavano la Bosnia avevano dato a questo viale il nome di “viale Kalejeva”, in onore dell’allora governatore della BiH. La denominazione Vilsonovo viene dal nome del ventottesimo Presidente degli Stati Uniti &#8211; Thomas Woodrow Wilson. Nel 1917 aveva dichiarato la guerra che segnò la fine dell’Impero Austro-Ungarico e la fine dell’occupazione austriaca della Bosnia. </p>
<p>Dal 1941 fino alla fine della Seconda guerra mondiale, gli ustascia, i nazionalisti croati, quelli che avevano annesso la BiH allo stato-fantoccio NDH (Stato Croato Indipendente), avevano cambiato il nome del viale Vilsonovo in “viale Mussolini” in onore del loro alleato. Finita la guerra fu subito recuperato il nome di Vilsonovo šetalište. </p>
<p>Strano, le presenti autorità di Sarajevo, che hanno cambiato i nomi di quasi tutte le vie, strade, viali e piazze della città (perché come tanti prima, credono che la storia cominci con la loro salita al potere) non hanno toccato Vilsonovo. C’è solo una spiegazione: anche quelli che ci governano adesso sono affezionati a questo luogo. Cambiargli il nome sarebbe come amputare una parte del proprio passato.</p>
<p>Da adolescenti il viale Vilsonovo ci serviva come nascondiglio, lo consideravamo il complice delle nostre avventure. Sotto quegli alberi secolari, con i rami che in alcuni punti toccano terra, eravamo riparati dagli sguardi apprensivi dei genitori, da quelli deplorevoli dei maestri, e da quelli curiosi dei vicini.<br />
Nel viale si entrava per dare il primo bacio, per assaporare per la prima volta le labbra di chi ti aveva incantato, per toccare per la prima volte i candidi seni di una bionda o di una mora. Ci si entrava con passi incerti, con il cuore in gola, e da là si usciva trasformati, più sicuri, mano nella mano, convinti di essere già grandi. </p>
<p>C’erano anche quelli che consideravano di “mala fama” una ragazza “che si era lasciata portare in viale”. Il mio vicino, un illustre professore dell’Accademia di musica, controllava figlia e la seguiva tentando di ostacolare un amore. Non gli piaceva il fidanzato. Insospettito, una sera, entrò nel viale a cercare la figlia e il suo ragazzo. Ma nel buio non si vedeva niente. Il professore, con un vecchio ombrello di legno in mano, passava da un’ombra all’altra, a qualcuno, per sbaglio, aveva dato pure un’ombrellata sulla schiena. Presi dal panico alcuni scapparono, altri invece, infastiditi da quell’intruso, cominciarono a inseguirlo. Finì che il professore uscì dal viale veloce come un treno, e a malapena si salvò dagli innamorati che aveva disturbato. </p>
<p>Una volta, mi ricordo, i due fidanzatini erano scesi sull’argine del fiume. Sdraiati sull’erba si abbracciavo e baciavano, convinti di essere ben nascosti. Dal lato del viale sì, ma dall’altra sponda del fiume erano esposti come su un palcoscenico. In poco tempo, dalle finestre del palazzo di fronte, si sporsero le teste dei curiosi che ridevano e tifavano. Degli spettatori i fidanzatini si accorsero tardi. Per niente turbati, avevano salutato il pubblico e avevano continuato da dove erano rimasti. A quel punto “il pubblico” imbarazzato aveva lasciato la scena.</p>
<p>I tigli di Vilsonovo sono sopravvissuti anche alla guerra degli anni Novanta. Quando la gente di Sarajevo, disperata, abbatteva gli alberi per riscaldarsi, i tigli del Vilsnovo šetalište non li toccava nessuno. Anzi sono stati risparmiati da tutte e due le parti belligeranti, nonostante il viale fosse proprio la prima linea del fronte. Nel viale ci sono 480 tigli e su nessuno dei loro tronchi c’è un’incisione, tipo i nomi in un cuoricino, che gli innamorati scrivono per assicurarsi l’amore eterno.</p>
<p>Dopo le avventure dell’adolescenza il viale Vilsonovo continuava a far parte della nostra vita. Là continuavamo a  darci appuntamento, andavamo per riposare, per leggere seduti su una panchina, ci portavamo prima i figli, e poi i nipoti. È tradizione trovarsi là con i vecchi compagni di classe e festeggiare gli anniversari della maturità. Per tutto il mese di maggio e giugno, ogni anno, la sfilza ex maturandi si incontra a  Vilsonovo. </p>
<p>Per decenni, puntualmente, ogni giugno mi trovavo con i miei compagni. Nel 1991, un anno prima della guerra, ero arrivata da Belgrado. Durante la guerra quelli che erano rimasti a Sarajevo avevano continuato a incontrarsi. Era, si capisce, uno sforzo e, più che un festeggiamento, era una “finta”, un modo per illudersi che la vita continuasse normalmente, ma non hanno rinunciato a trovarsi.</p>
<p>Fioriscono i tigli di nuovo e mi sto preparando a tornare a Sarajevo. Vado a trovare “gli archetipi dei nemici”, “i membri della tribù che si odia da sempre”, “i popoli che non  possono stare insieme”. Ironizzo sulle tipiche affermazioni che durante la guerra rilasciavano i politici e ripetevano i giornalisti. I diplomatici perché non si interessavano a risolvere la guerra in BiH, ma solo a contenere il fuoco, i giornalisti per l’ignoranza. Se fossimo davvero gente piena d’odio “che porta nei propri geni l’astio” non avremmo continuato a mantenere e a nutrire i legami, l’amicizia, a cercarci e a incontrarci. La guerra ci è stata imposta dall’alto, dai vertici, l’odio è stato incoraggiato e provocato, non era &#8211; come non è mai- un sentimento naturale.</p>
<p>Vado a trovare Mediha, grande e alta, sempre a dieta e sempre con qualche chilo di troppo. Ci sarà Mladen, era il secchione della classe, un ingegnere, emigrato in Canada, là ha brevettato alcune invenzioni, è tornato a Sarajevo perché “quel mondo non fa per lui”. Vinka, durante la guerra profuga in Serbia con il figlio piccolo, dai parenti stava così male che le pareva più sopportabile tornare  nella  città assediata. Dagli Stati Uniti arriva Mirsada, non ci vediamo da quasi vent’anni. Dall’Australia arriva Nada, anche lei ingegnere, ha fatto carriera nel nuovo continente. Ho fatto da madrina al suo primogenito, che dal papà Besim ha ereditato un occhio verde e dalla mamma un occhio azzurro. Viene anche Ahmed, era uno dei più intelligenti, adesso fa il primo ministro ed è un uomo ricco. È riuscito a realizzare il sogno che sognavamo tutti, di poter offrire agli amici una cena di gala. Ci sarà anche Jova, ero pazzamente innamorata di lui, adesso non ricordo neanche il suo cognome. Magdalena ha organizzato l’evento di quest’anno. Durante tutta la guerra è rimasta a Sarajevo. Prima fu picchiata nel suo appartamento nel quartiere di Grbavica, occupato dai nazionalisti serbi, poi quando si è trasferita in centro fu colpita da un cecchino. La pallottola l’ha centrata a un centimetro dal cuore. Ci sarà Vesna, dal Canada arrivano Branka e Gordana, Savo e Zvjezdana da Praga, Dario da Israele, Ranka e Dragan da Bileća, città nel cuore della Republika Srpska. </p>
<p>Il rituale è sempre lo stesso, ci troviamo nel viale Vilsonovo tutti belli ed eleganti, ci teniamo a fare una buona impressione, poi si va al ristorante, all’inizio un po’ tesi e tirati, si comincia con la grappa “per stimolare l’appetito”, poi si passa al vino e alla birra, si parla a voce sempre più alta, ci interrompiamo a vicenda, ridiamo, brindiamo in continuazione, parliamo tutti contemporaneamente. Ad un certo punto i maschi allentano il nodo delle cravatte, poi si tolgono le giacche, le donne si slacciano le cinture troppo strette, alcune si tolgono le scarpe nuove che gli fanno male, intanto “siamo tra di noi”, sempre di più si ripete “ti ricordi”, si raccontano vecchie barzellette, si evocano le avventure fatte insieme.</p>
<p>Poi si comincia con la musica, prima composti, si ascolta l’orchestra, dopo cantiamo insieme, la canzone “od Varada pa do Triglava”, cioè di tutti i popoli che una volta vivevano in Jugoslavia. E quando si arriva all’immancabile “Lipe cvatu” (I tigli fioriscono, del gruppo “Bijelo Dugme”),  urliamo, ci si ingrossano le vene, i visi diventano pericolosamente rossi, gli occhi pare che ci debbano scoppiare da un momento all’altro. </p>
<p><em>Fioriscono i tigli,<br />
Tutto è come prima,<br />
Solo il mio, e il tuo cuore,<br />
Non stanno più insieme.</em></p>
<p>Dopo l’ultima guerra continuano a radunarsi gli ex liceali per festeggiare i venti, trenta, quaranta, cinquanta, addirittura sessant’anni della maturità. Non ci sono però quelli che hanno finito le scuole dopo l’ultima  guerra. Penso a loro e mi prende la tristezza. Perché, anche quando festeggiano, loro non cantano “od Vardara pa do Triglava”. Crescono, non insieme, ma gli uni a fianco degli altri, dentro i confini mentali che stanno creando i mondi paralleli, ostili gli uni verso gli altri. Essi non cantano “<em>od Vardara pa do Triglava”</em>, ma “<em>Noz, zica, Srebrenica”</em> (Coltello, filo spinato, Srebrenica) oppure “<em>ubij, zakolji, da Srbin ne postoji</em>” (ammazza, sgozza, che il serbo sparisca).</p>
<p>Crescono nuove generazioni, quelle pure, di quella purezza che provoca la nausea perché pretendono l’esclusività nazionale, religiosa ed etnica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/07/canto-di-una-natura-morta-per-sarajevo/">Canto di una Natura Morta per Sarajevo</a></p>
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		<title>Train de Vie</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 10:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong></p>
<p>La linea ferroviaria tra Belgrado e Sarajevo venne interrotta all’inizio della guerra in Bosnia. Dopo diciotto anni è partito di nuovo il treno che collegava le due città. La locomotiva ha trainato tre vagoni con solo quindici passeggeri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/22/train-de-vie-2/">Train de Vie</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/potoshoperògobet.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/potoshoperògobet-300x225.jpg" alt="" title="potoshoperògobet" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-29074" /></a><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong></p>
<p>La linea ferroviaria tra Belgrado e Sarajevo venne interrotta all’inizio della guerra in Bosnia. Dopo diciotto anni è partito di nuovo il treno che collegava le due città. La locomotiva ha trainato tre vagoni con solo quindici passeggeri. La breve composizione del convoglio rispecchia la situazione politica attuale, cioè la divisione in atto in quel Paese: un vagone delle ferrovie della Republika Srpska, uno di quelle della Federazione della Bosnia Herzegovina e il terzo appartenete alle ferrovie della Serbia.<br />
Mi ritenevo una persona adulta, una donna emancipata. Eppure, come l’ultima deficiente, portavo i miei vestiti sporchi una volta al mese a Sarajevo, perché la mia mammina me li  lavasse. Da maggio all’inizio d’ottobre viaggiavo con l’aereo, poi con il treno perché la nebbia o la neve in Bosnia rendevano incerto il viaggio aereo.<br />
All’epoca, tra Sarajevo e Belgrado circolavano tre treni al giorno più uno notturno. Mi sono imbarcata, come al solito, su quello notturno che partiva da Belgrado intorno a mezzanotte. Quella volta, a parte il solito bagaglio sporco, portavo una grande valigia piena dei libri in russo che mia sorella mandava da Mosca a Sarajevo  per metterli al sicuro.<br />
<span id="more-29069"></span><br />
Ben chiusa a chiave nello scompartimento mi addormentavo cullata dal vagone letto. Il viaggio durava circa sette ore e la mattina presto si arrivava a Sarajevo. Quella volta mi sono svegliata con la sensazione che era troppo presto per essere arrivati alla meta. Dall’esterno s’udivano voci diverse da quelle pronunciate dai conducenti e dai conduttori dei treni notturni che, solitamente, parlano a voce bassa per rispetto dei passeggeri. Ho sbirciato da dietro la tendina del finestrino: eravamo fermi in mezzo alla campagna. Dopo ho saputo che eravamo vicino a Vinkovci, un nodo ferroviario a circa due ore da Belgrado, sul territorio dell’allora repubblica jugoslava della Croazia. Fuori c’erano tanti uomini armati. Malgrado indossassero delle uniformi, non sembravano militari regolari. Disordinati, con le camice sbottonate, camminavano ciondolando come ubriachi trascinandosi dietro le loro cinture, alcuni stavano seduti per terra. Attorno al binario c’erano tantissime bottiglie di birra vuote. Gridavano e imprecavano. Mi assicurai che la porta del mio scompartimento fosse ben chiusa e aspettai. Gli uomini erano gli ZENG, ovvero dei paramilitari croati, unità formate dalle autorità croate. </p>
<p>Bussando alla porta, qualcuno con voce rabbiosa mi chiese di aprire. Puuuf, una ventata di alcool mi assalì. Quello mi chiese di fargli vedere la carta di identità. “Hmmm”, bisbiglia e domanda dove sia mio marito. “Non ho marito”, rispondo. “Ha ha ha”, ride e commenta: “Non mi dire che alla tua età non sei ancora sposata!”  Poi domanda cosa trasporto nella valigia grande. “Libri”, rispondo. “Apri, vediamo”, ordina. Quello prende un libro, lo gira, lo apre e lo guarda capovolto. Non sa leggere il cirillico. “Pfui, leggi serbo!”, mi dice con una smorfia sul viso che dovrebbe mostrare la sua ripugnanza. ”È russo”, rispondo con disprezzo. ”È la stessa m….”, dice quello, butta il libro sul letto e se ne va.<br />
Dopo un po’ il treno riparte, passa il ponte sul fiume Sava ed entra in Bosnia. A Doboj, ci svegliano di nuovo. Questa volta le voci sono dei ferrovieri, i quali, gentili e preoccupati, ci chiedono di prendere i nostri bagagli e di lasciare il treno. La ferrovia è interrotta.<br />
Nella notte buia, sotto le luci fioche di una piccola stazione nella provincia  più profonda, la gente trascinava valige e borsoni lungo i binari, le madri portavano i bambini semi addormentati, qualcuno aiutava un vecchio o una donna. È tutto accadeva senza parole, neanche i bambini piangevano, si udiva solo il rumore dei passi e dei bagagli trascinati. Nessuno protestava per quello che ci stavano facendo. Il silenzio era la parola chiave. Zitti accettavamo quello che ci ordinavano, ci spostavamo senza opporci, aprivamo loro le nostre porte senza ribellarci, ascoltavamo quando loro mentivano. Noi, la gente comune, eravamo più numerosi, eppure ubbidivamo a quelli che ci toglievano, uno dopo l’altro, tutti i nostri diritti. Quello che ci facevano non aveva niente a che fare né con l’etnia né con la religione. Semplicemente stracciavano i nostri dritti umani e civili. </p>
<p>Un breve  tratto di strada lo percorremmo con gli autobus, poi ci fecero salire su di un treno, un convoglio che era giunto con altri passeggeri da Sarajevo, e che si era fermato dall’altra parte della ferrovia interrotta.<br />
Per il resto del viaggio non si chiuse occhio, zitti e preoccupati fissammo i nostri sguardi fuori dai finestrini. Nel buio di una notte umida e nebbiosa, una notte bosniaca, cercavamo una spiegazione ragionevole per quello che ci stava accadendo.<br />
La linea ferroviaria fu interrotta e per diciotto lunghi anni i treni non circolarono più tra Belgrado e Sarajevo. Dopo s’interruppero altre ferrovie, altre strade, cessarono i collegamenti, i rapporti si estinsero. Ci costringevano a stare in territori sempre più piccoli, dentro confini sempre più stretti, a non muoverci, a interrompere i contatti non solo fisici ma anche mentali, finche la rottura non fu completa, fino a che l’isolamento non si trasformò in assedio.<br />
La ferrovia rappresentò l’immagine dello sviluppo nella Jugoslavia socialista più di qualsiasi altra cosa. Le tappe più importante della vita di questo Paese si possono ripercorrere tramite la costruzione delle sue tratte ferroviarie. La prima vittoria dell’uomo nuovo socialista (cosi ufficialmente si definivano le nuove conquiste della società) fu la costruzione di ferrovia  Brčko-Banovići. Quella leggendaria ferrovia fu costruita nel 1947 in soli sei mesi di lavoro e contava 220 kilometri, una tempistica che, ancora oggi, è un record mondiale. Ci lavorarono le brigate dei giovani volontari da tutta la Jugoslavia e molti anche dall’estero. Si decise di fare quel tratto perché nell’immediato dopo guerra c’era bisogno di trasportare il carbone dalle miniere di Banovici verso le grande città e i centri industriali.</p>
<p>A quell’epoca il treno rappresentava l’unico mezzo per i grandi trasferimenti della popolazione. Dalle regioni povere come la Lika, in Croazia e l’Erzegovina, le autorità jugoslave traslocarono interi villaggi in Vojvodina, in quella pianura vasta e fertile. I coloni, cosi chiamavano quelli che arrivavano in Vojvodina, entravano nelle case vuote dei cosiddetti folksdojčer, la minoranza tedesca che ci viveva prima. Dopo la seconda guerra mondiale, i folksdojčer furono accusati di collaborazionismo con i nazisti, e in circa trecentomila dovettero lasciare la Jugoslavia. Su quell’evento fu fatto un film “Vlak bez voznog reda”, (Il treno senza orario), un’opera epica che ci istruiva sulla storia eroica del popolo Jugoslavo.<br />
Successivamente ci spostavamo con i treni per ragioni ben diverse, non per andare “trbuhom za kruhom”, cioè alla ricerca di lavoro e pane, ma per imparare. La Jugoslavia era una nazione giovane e l’educazione era un vincolo categorico. Ogni giorno i treni portavano migliaia di giovani verso i centri universitari. Anche quello venne immortalato. Il poeta serbo Vlado Divjak scrisse una bellissima poesia su una piccola stazione ferroviaria nella Bosnia centrale, Podlugovi. Narra di una ragazza con i capelli biondi, che portava il berretto sulla testa e che ogni tanto lo toglieva per ripulirlo dalla neve. Tutto succedeva tra i treni che ci portavano o ci strappavano l’amore. Quei versi vennero musicati e la canzone “Podlugovi”, che canta Zdravko Čolić, ancora oggi ci fa nostalgia e, se nel mezzo c’e pure un bicchiere di vino, capitano anche le lacrime.<br />
Un’altra canzone è “Selma” del mitico gruppo rock “Bijelo Dugme” (“Il bottone bianco”). Nei suoi versi ci sono le parole “treno”, “valigia”, ”finestrino”, e neanche una volta si menziona la parola “amore”. Eppure la considero tra le canzoni più sentimentali in assoluto. Selma se ne va, e lui, nel momento dell’addio, invece di dirle tutte quello che desiderava sull’amore, riesce a pronunciare un’unica frase banale: ”Selma, non sporgerti dal finestrino”. È veramente da tagliarsi le vene, come definivamo le canzone struggenti.</p>
<p>Arsen Dedić, il popolare cantautore zagabrese, cantava “Brzim preko Bosne”, (“Con il rapido attraverso la Bosnia”). Erano gli anni settanta e ottanta quando, felici e spensierati, ci attaccavamo ai treni che a tutta forza ci portavano verso Sud, al mare. In quei convogli, a prescindere da quanto fossero lunghi, non ci stavamo mai tutti. Nei mesi di luglio e agosto, assomigliavano ai treni indiani pieni di gente dentro e fuori. Le nostre vacanze cominciavano già con l’incarrozzamento. Come nei film, pieni di luoghi comuni, c’era sempre la chitarra, la bottiglia di vino, e si cantava seduti per terra nei corridoi.<br />
La ferrovia tra Sarajevo e Belgrado era una delle tre linee principali: da Belgrado verso Zagabria,  Lubiana e poi l’Europa. L’altra da Belgrado a Sud, verso Skopje e la Grecia, oppure via Sofia verso Istanbul e il Medio Oriente.<br />
Una volta usavamo il treno anche per esportare il nostro “avere”, e per scambiarlo per l’“apparire”. Tre o quattro treni arrivavano ogni giorno a Trieste dalla Jugoslavia, insieme con centinaia di autobus pieni di gente che non vedeva l’ora di spendere i propri risparmi per comperare vestiti. </p>
<p>Con l’amico Toni ho viaggiato in treno una notte d’aprile per comprare a Trieste solo un paio di stivali. Con gli altri passeggeri abbiamo chiacchierato e condiviso i nostri panini e le bibite. Glie li offrivamo con tanto di “prego.. un assaggino.. si.. grazie.. è buono .. chi l’ha fatto.. la prego, ancora un boccone”. Ma dopo un paio di ore quelli hanno tirato fuori le loro cibarie. Mangiavano senza offrirci nulla. Toni e io facevamo finta di niente, fissavamo nel buio fuori dal finestrino vergognandoci per la scorrettezza di quegli sconosciuti.<br />
Negli altri Paesi il defunto si sposta su una limousine oppure su carri cerimoniali trainati da cavalli. Invece da noi, quando morì il presidente Tito, l’ultimo viaggio l’ha fatto con il suo treno blu, cosi si chiamava ufficialmente il convoglio con il quale si spostava per il paese. Le sue spoglie furono trasportate da Lubiana a Belgrado in treno, un viaggio lungo circa settecento kilometri. Quello che ricordo dalle immagini trasmesse in televisione, non è tanto la gente che si radunava lungo i binari per salutare per l’ultima volta l’amato presidente, ma l’imponente locomotiva che trascinava il treno senza fermarsi. Rallentava un po’ dove c’era gente e rilasciava un fischio forte e risoluto, come a voler sottolineare che la morte è una cosa certa e inevitabile e che il destino non si può né mutare, né fermare.<br />
Dopo diciotto anni, l’altro giorno è partito un treno da Belgrado a Sarajevo. C’era poca gente, il convoglio era corto, tre vagoni trascurati, sembrava un treno locale che si trascina più per inerzia che per effettivo bisogno. Dentro rari passeggeri, principalmente anziani, senza quella tipica febbre dei viaggiatori. Nei loro sguardi non c’era eccitazione, ma preoccupazione, sui loro volti ho riconosciuto l’espressione che mi ricordava quella notte nella quale la ferrovia fu interrotta.<br />
Noi non sappiamo ancora dove siamo diretti, né quali saranno le fermate.</p>
<p>Articolo che è possibile leggere anche <a href="http://www.osservatoriobalcani.org/">qui</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/22/train-de-vie-2/">Train de Vie</a></p>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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		<title>Passo dopo passo a Sarajevo</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 00:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong><br />
Editing: Ljiljana Avirovic</p>
<p>La prima pietra della futura Ambasciata Americana a Sarajevo è stata posata. Il palazzone sarà costruito nel posto più bello e più centrale della città. Subito accanto al monumento del presidente Tito. </p>
<p>Sono sicura che Tito, se fosse vivo, non avrebbe niente in contrario sui nuovi inquilini.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/ombre-rosse-a-sarajevo/">Passo dopo passo a Sarajevo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/man_on_moon1.jpg' alt='man_on_moon1.jpg' /><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong><br />
Editing: Ljiljana Avirovic</p>
<p>La prima pietra della futura Ambasciata Americana a Sarajevo è stata posata. Il palazzone sarà costruito nel posto più bello e più centrale della città. Subito accanto al monumento del presidente Tito. </p>
<p>Sono sicura che Tito, se fosse vivo, non avrebbe niente in contrario sui nuovi inquilini. Con gli americani lui aveva fatto pace già all&#8217;inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, subito dopo la rottura con l’Unione Sovietica avvenuta nel 1948. Tito ha rifiutato di sottomettere la Jugoslavia al potere del Komintern, un ente internazionale che riuniva i partiti comunisti. </p>
<p>Il niet di Tito a Mosca provocò un terremoto nel blocco dei Paesi comunisti, applausi in Occidente e una bufera in Jugoslavia. I comunisti jugoslavi, educati ad ammirare e ad accettare senza dubbio alcuno tutto quello che proveniva dall’Unione Sovietica, di punto in bianco si trovarono davanti al dilemma: la madre Russia o la Jugoslavia.<br />
<span id="more-5648"></span></p>
<p>Quelli che non furono abbastanza veloci a cambiare il concetto vigente, finirono a Goli otok, l’Isola Nuda o Calva – una prigione, un gulag jugoslavo. </p>
<p>Resta un mistero famigliare il perché mio papà non fosse finito su quell’isola. Lui fu un accanito russofilo. In più, pare che avesse difficoltà ad amare gli uni senza odiare gli altri. Non sopportava proprio niente che provenisse dal mondo capitalista, America in testa. Tutto, compresa la lingua inglese, per lui era pericoloso, una mera propaganda e in quanto tale andava evitato.</p>
<p>Parlava francese e tedesco, mentre a noi fu proibito di guardare la TV, figurarsi poi  i film in lingua inglese. Alle prime battute urlava e immediatamente ordinava: ”spegni!”. </p>
<p>Già negli anni Sessanta da noi erano apparsi i primi film e altri programmi TV americani. Molto popolare era il serial TV “Bonanza”. Una specie di “cowboy-soap opera”, che per noi fu una vera scoperta, dopo la lagna dei film sugli invincibili partigiani. </p>
<p>Ricordo ancora quel programma, certo non per la sua bellezza, ma per i due schiaffi guadagnati grazie a “Bonanza”. Protestai perché il papà non mi permetteva di guardarlo. In dispetto gli avevo girato le spalle piangendo disperatamente. Lui si sentì offeso e “zum” mi stampò due ceffoni. </p>
<p>La sua convinzione ideologica ci costò molto denaro. A scuola studiavo, ovviamente, la lingua russa. Ma presto ci siamo accorti che senza l’inglese non si va lontano, a prescindere dalla professione. Cosi, dapprima i miei genitori, ma dopo anch’ io pagavamo di tasca propria le lezioni private d’inglese. Tutto in silenzio e senza che mai, da parte di mio papà, ufficialmente venisse riabilitata la lingua inglese.</p>
<p>Con gli anni la sua avversione nei confronti della lingua inglese e, in genere, del mondo occidentale andò scemando, ma la Russia, con tutti gli annessi e connessi non perse mai il primato. O quasi!</p>
<p>Durante l&#8217;ultima guerra, mio papà rimase a Grbavica, un quartiere di Sarajevo occupato dai paramilitari nazionalisti serbi. Sia il papà che i suoi vecchi compagni, indifferentemente se serbi, croati o bosniaci, si sentivano offesi, traditi e umiliati dal comportamento dei nazionalisti che, come usava dire, &#8220;puntavano le armi contro i propri fratelli&#8221;. </p>
<p>Poco prima che Sarajevo fosse riunificata, a Grbavica arrivarono i soldati russi inquadrarti nelle forze internazionali. Il mio papà li aspettava come liberatori, come i giusti che avrebbero finalmente messo tutto in ordine. </p>
<p>Ma i batjuška, i &#8220;compagni&#8221; erano arrivati tenendo le tre dita in alto, il segno che facevano i paramilitari serbi o qualsiasi altro criminale venuto a rubare, a molestare o a uccidere. I soldati russi manifestavano apertamente la loro simpatia esclusivamente per i serbi! </p>
<p>A parte l’inizio della guerra, per la gente rimasta a Grbavica i momenti più drammatici furono i due mesi precedenti la riunificazione di Sarajevo. Tutto quello che non avevano rubato o distrutto durante i quattro anni precedenti, i paramilitari serbi si affrettarono a farlo in quei due mesi.</p>
<p>Sotto pericolo si trovarono tutti, compresi i serbi che rifiutavano di andarsene da Grbavica. La propaganda serba li incoraggiava a lasciare e a distruggere tutto quanto, perché non cadesse nelle mani dei balije, il termine dispregiativo che indicava i bosniaci musulmani. Alcuni di loro, quelli che decisero di lasciare Grbavica, aprirono addirittura le tombe per portare con se i resti dei propri cari. </p>
<p>In quei giorni il quartiere di Grbavica assomigliava a un posto da tragedia biblica: ovunque scene di panico, gli ultimi crimini compiuti in fretta, camion e carri a trazione animale pieni di roba rubata, gente che piangeva i propri morti seppelliti da lungo tempo. Furono proprio come recita un detto bosniaco:  &#8220;Bei tempi per la gente cattiva&#8221;.</p>
<p>In una di queste notti di buio pesto, non solo per la mancanza di luce ma anche per quello che succedeva dal punto di vista umano, i paramilitari serbi parcheggiarono un camion davanti a un  palazzo semivuoto. Entrarono nell’appartamento, chiusero il papà nel bagno, e con tutta calma per l’intera notte trafugarono quello che era rimasto: caloriferi, lampadari, quadri, finestre, pentole, letti, divani, tappeti biancheria, oggetti personali come le medaglie con le quali il papà e la mamma furono decorati per la partecipazione alla Seconda guerra mondiale. Gli elettrodomestici bianchi, il televisore, la radio, i videoregistratori e quant’altro, erano già stati rubati all’inizio della guerra.</p>
<p>Ogni tanto uno dei criminali entrava nel bagno, il papà spaventato si alzava e quello gli ordinava di star seduto &#8220;perché se stai in piedi, vecchio, non posso tagliarti la gola&#8221;. Cercavano i soldi che lui non aveva.</p>
<p>In fine, all’alba appiccarono il fuoco all’appartamento, con il papà chiuso nel bagno. Fu salvato dagli amici e dai vicini. Una famiglia serba lo prese e lo tenne nascosto nel proprio alloggio per circa un mese. Correvano il rischio di essere uccisi tutti se fossero stati scoperti.</p>
<p>Tutto ciò lo abbiamo saputo dopo. Ma prima abbiamo trascorso cinque giorni senza sapere la sorte del papà. Cinque giorni di angoscia, di panico, di frenetica ricerca del cosa e come fare. Ci era giunta la notizia che &#8220;non c&#8217;è&#8221;, nulla di più. </p>
<p>Mi ricordai che un americano, tale Daniel, un collega giornalista, si trovava a Sarajevo, ma dall’altra parte, quella sotto il controllo del governo centrale. Con grande difficoltà riuscii a contattarlo tramite un telefono satellitare, cosa rara e costosa all’epoca. Un’altra americana, tale Laura, fu coinvolta in questa ricerca disperata.  Supplicai loro di fare &#8220;qualcosa&#8221; per il mio papà. </p>
<p>Daniel, rischiando lui stesso la vita nel caos che in quei giorni regnava a Grbavica, andò a cercarlo con un mezzo corazzato dell&#8217;Alto Commissariato per i Profughi. Una prima volta senza risultato. La seconda volta, invece, Daniel riuscì a scoprire che il papà era vivo e a sapere dove si nascondeva. Per aiutarlo gli lascò 500 dollari! Una ricchezza che ti poteva salvare la vita. </p>
<p>Questa storia mi è venuta in mente leggendo la notizia che gli americani stanno per costruire l’ambasciata a Sarajevo.</p>
<p>Oggi i sarajevesi sperano che gli americani costruiscano il prima possibile questo palazzone; uno di quelli soliti con cinque piani sotterranei e altri dieci in alto, magari anche con diversi bunker, corridoi segreti, con le nuovissime attrezzature di spionaggio, pure con le armi, insomma, tutto quello che pare a loro. </p>
<p>Perché il messaggio più prezioso che ci fornisce questa notizia è che gli americani hanno intenzione di restarci. Ciò vuol dire che c&#8217;è speranza per la Bosnia Erzegovina. Lo ha confermato pure l’ambasciatore americano in Bosnia Inglish dicendo: &#8220;noi americani, crediamo nel futuro della Bosnia Erzegovina, un futuro di un Paese indipendente, stabile e multietnico, capace di conquistarsi una sua collocazione in Europa&#8221;.</p>
<p>E per quanto riguarda il mio papà? Non credo che avrebbe qualcosa in contrario alla presenza americana. Anzi!<br />
È sopravissuto alla guerra, ha visto Sarajevo riunita e anche la famiglia ricongiunta dopo cinque anni di separazioni in cinque Paesi su tre continenti.<br />
Io invece l’ho visto bere una grappa con l’amico americano, Daniel. Il papà gli dava pacche sulle spalle dicendo qualcosa che in inglese dovrebbe significare &#8220;amici, amici&#8221;. Poi lasciava a me fargli da interprete: il papà parlava in bosniaco e dopo, pazientemente e a lungo, ascoltava la mia traduzione in inglese confermando le parole con un cenno del capo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/ombre-rosse-a-sarajevo/">Passo dopo passo a Sarajevo</a></p>
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		<title>ISTANTANEE(viaggio Massa-Sarajevo-Massa 20-24/5/1999)</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2005 20:42:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Marco Alderano Rovelli</p>
<p>Jugoslavia: la condanna della memoria. Dell’inutilità e del danno della storia.</p>
<p>Di nuovo un’alba, non a caso.<br />
“Non farti sapiente per mezzo dei tuoi occhi” (Proverbi 3,7).<br />
Non sono un sapiente, ‘non so nulla’ continuo a ripetere, unica, precaria certezza la verità delle mie sensazioni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/02/28/istantaneeviaggio-massa-sarajevo-massa-20-2451999/">ISTANTANEE<br />(viaggio Massa-Sarajevo-Massa 20-24/5/1999)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Marco Alderano Rovelli</b></p>
<p><img alt="sarajevo.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/archives/sarajevo.jpg" width="260" height="198"  border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left/>Jugoslavia: la condanna della memoria. Dell’inutilità e del danno della storia.</p>
<p>Di nuovo un’alba, non a caso.<br />
“Non farti sapiente per mezzo dei tuoi occhi” (Proverbi 3,7).<br />
Non sono un sapiente, ‘non so nulla’ continuo a ripetere, unica, precaria certezza la verità delle mie sensazioni. E la mia infinita inquietudine, la verità del buco che mi attraversa.</p>
<p>La Neretva ci scorre a fianco. Poco fa la visione è stata folgorante, la vallata con il verde del fiume limpido e brillante, denso come sciroppo (secondo Erri, dice Giuliano, del colore del gheriglio dell’aglio), a snodarsi fra campi e case. Man mano che si scendeva, le tracce dell’uomo si facevano sempre più visibili, una macchina in una scarpata, poi case distrutte dalle granate, tra cui un monastero di monache serbe distrutto dai croati, e campi minati, e cimiteri. L’interrogazione, banale, che mi punge la testa: come questa bellezza può farsi scenario di tanto orrore…<br />
<span id="more-989"></span><br />
Passiamo sopra Mostar. Sotto di noi la parte est della città, ancora piena di case sventrate. Di là dal fiume la parte croata, occidentale, già ricostruita, con i suoi orribili palazzoni bianchi.<br />
Il cimitero è una grande piana, pare non finire mai.<br />
Di una grande chiesa ortodossa, la più grande di tutta la Bosnia, non sono rimaste che le mura.<br />
Poi si entra nella zona musulmana. E qui sono tutte cattoliche le case distrutte, e così la chiesa. Non verranno mai più ricostruite. Penso a cosa dev’essere, vivere avendo davanti questi scheletri di case nemiche, a perpetuare la memoria all’infinito… l’orgoglio, la divisione, il conflitto, che si rafforzano dentro di te, e divengono natura nei bambini…</p>
<p>Questa lunga vallata chiusa. Il carattere del popolo che lo abita, e che lo ha abitato. La faccia gioiosa, fanciullesca, del soldato ucraino di guardia al ponte.</p>
<p>Al cb Giuliano ricorda che a Jablanica Tito iniziò la resistenza per la lotta di liberazione (lo sento come risarcimento ai ‘comunisti’ di ieri…). Lo stratagemma di Tito col ponte di Jablanica (tagliare i ponti per ingannare l’avversario, arte della guerra e della vita).</p>
<p>Sarebbe l’ora di smetterla di correre sempre dietro alle guerre, bisognerebbe andare a costruire la pace adesso, diceva Giuliano ieri l’altro. Era stato in Uganda, per qualche tempo, a costruire pozzi nei villaggi. Ma la pace, penso, è superiore alle nostre forze. Dipende dalla grazia di Dio… Basta un attimo, per mandare in fumo anni di costruzione della pace. E poi, costruire la pace significa lottare per la giustizia, e questa, di solito, non è una lotta che si può fare nella pace.</p>
<p>Si entra in centro Bosnia. Cambia il paesaggio, ora è più morbido, ondulato, le colline sono ricoperte di conifere. Sulla nostra destra, il monte Igman sulla cui cima risplende ancora la neve. Dietro, c’è Sarajevo.</p>
<p>Mi sono mezzo appisolato, e apro gli occhi che stiamo entrando in Sarajevo. La sede del giornale interetnico ci accoglie, non rimane che lo scheletro di questo grattacielo sbucciato come una banana, macerie come petali a far da base alla spina dorsale del nulla.</p>
<p>Alla sede dell’associazione Sprofondo, ragazzi kosovari seduti davanti alla porta ricordano a tutti che non siamo a far beneficenza, ma siamo tra uguali. Nessuna differenza, nessuna garanzia per nessuno.</p>
<p>Andiamo verso il centro della città, a scaricare il furgone a un associazione di albanesi. La vita di Sarajevo appare inaspettatamente brulicante. Ma è solo apparenza, ci dicono. (Passiamo dal mercato della strage. Silenzio). Poi dicono che a Sarajevo non c’è McDonald’s.</p>
<p>Campo di Rakovica. 1600 kosovari. Luigi e Indira, di Sprofondo, ci portano al campo profughi di Rakovica I. Lei è una giovane musulmana, quando le chiedo se è praticante si mette a ridere, la mia famiglia è internazionale, dice, greci, ortodossi, musulmani. ‘Non c’è futuro per noi giovani a Sarajevo’, per questo tra pochi giorni andrà con Luigi definitivamente a Padova. ‘Magari torno quando sono pensionata’ dice ridendo. Arriviamo al campo. Un grande sterrato e nient’altro, ridicolo parlare di servizi e infrastrutture. I bambini giocano su mucchi di terra e detriti, giocano con pezzi di legno e metallo, e picchiano un bidone, e fanno rumore, picchiano e picchiano, cercano di buttare fuori tutto l’orrore che hanno in corpo.<br />
(Si prendono foto. E’ questo rispettare il dolore? Anche qui, forse, vale l’uso che se ne fa: il modo è il nodo).<br />
Mentre siamo per andare via, Luigi e Indira vengono fermati da un ospite del campo, di loro conoscenza. Ci invita nella sua tenda per un caffè, gli faremmo piacere, dice.<br />
Non entro nella tenda senza essermi levato le scarpe. Dentro, un letto di assi di legno su cui dormono due piccoli e bellissimi gemelli, maschio e femmina. Ci fa accomodare su tre approssimativi letti-divani, mi siedo, un pezzo di ringhiera a far da bracciolo. Subito l’uomo (non saprò il suo nome) prende un pacchetto di sigarette, offrendocene due per ognuno (siamo in sei). E’ stato prigioniero dei serbi per tre mesi, ci dice Indira, ha avuto ferite da taglio alle gambe, la moglie, che ci sta preparando il caffè, è stata violentata davanti alla figlia di otto anni, ai gemellini è stata aperta la pancia con un coltello. La bimba si lamenta nel sonno. I suoi sonni sono sempre agitati, ci dicono. Sulla tavola di compensato che fa da spalliera al letto-divano, la bimba più grande (il suo viso è triste, quando prova a sorridere la tristezza aumenta) ha disegnato una casa, e sopra, come un’apparizione demoniaca, un mitra. E’ da un anno che questa tenda dell’UNHCR le fa da casa, e da cortile questo campo che si fa lago quando piove.<br />
Non riesco a sapere più nulla dei miei genitori, dice il padre, e qui non c’è nulla. ‘Nemoš, nemoš, nemoš’. Vorrei chiedere, sapere: ma (a parte la naturale incapacità della mia voce di far pace con le parole) perché, domandare? E’ sufficiente ciò che vedo, a saturarmi la memoria, a mettere l’ipoteca sui miei ricordi a venire. E poi: chiedere del ‘prima’? Sarebbe riaprire una ferita che è invece da rimarginare, e come far entrare quel ‘prima’ in questa tenda? Sarebbe un peso che questo non-luogo (dove la memoria è annientata) non potrebbe sostenere.<br />
Si sentono degli spari, vicino. Sono quelli che abitano appena fuori del campo, dicono. Quando si ubriacano prendono a sparare. Così ho messo il compensato contro le pareti della tenda, dice lui, a protezione di spari che volassero sin qui. E’ seduto su una sedia, a gambe incrociate, nella postura degli orientali, il busto è eretto, il volto dolorato ma fermo, saldo di una secolare moralità, e mite, non ho mai fatto male ad alcuno ci dice. La moglie ci porta il caffè, lui prende due cartoni di aranciata e versa un bicchiere per ciascuno, poi la cioccolata. Non hanno nulla, e ci danno tutto. Andiamo via senza fiato, devo soffiare via tutta l’angoscia che mi ha preso allo stomaco.</p>
<p>Torno con Giuliano. La Neretva è ancora a risplendermi negli occhi come pietra preziosa.</p>
<p>Ripassando da Konijc, la vedo stracolma di gente – la maggior parte giovani – ai lati della strada. Forse sta per arrivare un’autorità. Forse, chissà, un eroe di guerra.</p>
<p>Siamo nella terra dei croati. I croati sono volpi, diceva ieri Indira. Non c’è differenza tra Tudjman e Milosevic, dicevo io, e Indira confermava, solo che il primo è più furbo e non ha avuto bisogno di assumere il ruolo di massacratore, vestito che invece Milosevic non ha mancato di indossare agli occhi del mondo – e oggettivamente, peraltro.</p>
<p>Mi rendo conto, ora che siamo sulla via del ritorno (in questo momento il poliziotto di frontiera ci controlla i documenti), che quanto più sono andato avanti in questo viaggio, tanto più le parole sono venute meno, e il senso di sgomento fatto più grande. (Il senso di impotenza che mi muoveva non si è reso meno assillante, piuttosto si è accresciuto; il mio buco interiore non si è colmato, si è ulteriormente allargato: la dismisura. Ancora: trovare la misura della dismisura).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/02/28/istantaneeviaggio-massa-sarajevo-massa-20-2451999/">ISTANTANEE<br />(viaggio Massa-Sarajevo-Massa 20-24/5/1999)</a></p>
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