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	<title>Nazione Indiana &#187; satira</title>
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		<title>Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 10:12:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Angelini]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie, 2011 - disponibile stampato (<a href="http://www.ibs.it/code/9788862203579/garufi-sergio/nome-giusto.html">IBS</a>, <a href="http://www.amazon.it/nome-giusto-Romanzi-Sergio-Garufi/dp/8862203578/">Amazon</a>, €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM, <a href="http://www.ibs.it/ebook/Garufi-Sergio/il-nome-giusto/9788862204224.html">IBS</a> €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione - JR]</p>
<p><strong>di Lucio Angelini</strong></p>
<p>La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra Palace.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/">Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie, 2011 - disponibile stampato (<a href="http://www.ibs.it/code/9788862203579/garufi-sergio/nome-giusto.html">IBS</a>, <a href="http://www.amazon.it/nome-giusto-Romanzi-Sergio-Garufi/dp/8862203578/">Amazon</a>, €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM, <a href="http://www.ibs.it/ebook/Garufi-Sergio/il-nome-giusto/9788862204224.html">IBS</a> €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione - JR]</p>
<p><strong>di Lucio Angelini</strong></p>
<p>La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra Palace. Si era spacciato al telefono per un laureando alle prese con una tesi su di me, ma nessuno gli aveva creduto e non gli era stato accordato alcun appuntamento. Lui si presentò lo stesso alla reception alle nove di mattina.  Maria Kodama, la mia segretaria, scese garbatamente contrariata e gli concesse di parlare con me giusto il tempo della colazione. Un inserviente lo accompagnò fin sulla soglia della mia camera, dove si arrestò “come davanti a una ierofania” (avrebbe raccontato in seguito in giro per la rete), e io lo accolsi declamando i versi dell’inferno dantesco: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, seguiti da un paio di spettacolari ipallagi virgiliane. <span id="more-39905"></span>Volevo fargli capire che consideravo la letteratura solo un adorcismo e lui reagì tentando di stupirmi con una tautologia del tipo: “Sì, sì, la letteratura è davvero l’unico modo che abbiamo per interloquire con le furie che ci tormentano.” Ciò non toglie che all’ammirazione entusiasta per la grande letteratura italiana, in me si accompagnasse spesso un sentimento di prevenzione verso gli italiani, con ogni probabilità derivato dalla loro massiccia emigrazione in Argentina nei primi anni del Novecento. Negli anni Venti un’intera metà degli abitanti del mio paese era italiana, e a Buenos Aires ebbi modo di constatare di persona la volgarità, l’esibizionismo e la vuota retorica dannunziana della componente italica della popolazione portegna.</p>
<p>Sia come sia, ero perfettamente consapevole dell’evocatività della mia figura di “veggente cieco”, di “Omero del XX secolo”, oltre che del fatto che Garufi vedesse in me il perfetto <em>homme de verre </em>di<em> </em>Paul Valery, qualcuno che a forza di rispecchiare il mondo aveva smarrito la propria identità invece di acquistarla. Quello che non immaginavo era che quel titubante novizio dello <em>stalking</em> si sarebbe fatto via via più sfrontato, perseverando in sempre più imbarazzanti garufofanie fino alla mia morte. Anzi no, nemmeno solo fino a quella, come spiegherò fra poco. Insomma, dopo Venezia, non ebbi più tregua. Ogni volta che mi capitava di passare dall’Italia, Garufi  non perdeva occasione di spuntarmi al fianco come un Gabriele Paolini ante litteram* (<em>*il noto disturbatore dei collegamenti live dei telegiornali, N.d.r.</em>). Dopo Venezia ci furono Volterra, Roma e Senago, alla corte dell’ineffabile Verdiglione, una sorta di Alfonso Luigi Marra dell’epoca. Garufi  protundeva le labbra a canotto e sillabava chiaro e forte il suo nome, sperando di riuscire a imprimermelo in maniera indelebile nella mente: “Sono Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”. Da un lato era vero che in quel periodo mi divertivo a donarmi al pubblico in una sorte di dolce chenosi (l’atto di svuotamento a un tempo ludico e sacrificale con cui noi grandi accettiamo a volte di consegnarci alla tirannia degli altri fino a reificarci e ad abdicare a noi stessi), dall’altro cominciavo ad averne piene le scatole. L’ultima volta capitò a Milano nell’autunno del 1985, all’Università Statale. Il mio giovane tormentatore si era tirato dietro anche diversi amici e persino suo padre, cui non pareva vero di poter controllare da vicino (per poi eventualmente sminuire) l’idolo cieco del figlio. Poco prima dell’inizio del mio discorso,  Garufi si materializzò sul palco scandendo come al solito: “So-no Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”.  “E come no!”,  risposi garbatamente contrariato. “Ti ho riconosciuto dalla voce. Sei lo Sgarufone della mini-serie webbica ‘<em>Iooooo e Borges</em>’.”</p>
<p>Al termine della conferenza il mio adoratore abbracciò quanti più personaggi eminenti gli riuscì, impaziente di dimostrare al mondo la propria appartenenza a un giro tanto elevato. Fra questi anche il professor Paoli della facoltà di Magistero a Firenze, con il quale, sempre sulla pretestuosa base di una comune passione per me, era riuscito a imbastire una sorta di utile intesa. Gli presentò suo padre e dietro suo invito ci recammo insieme in un ristorante di corso Venezia. Maria Kodama, che aveva un impegno da sbrigare, approfittò dell’occasione per affidarmi al loro gruppo per il tempo della cena. Volete sapere come andò? Il padre di Garufi mi ascoltò in silenzio, Paoli mi interrogò sulle influenze dantesche nelle biografie compendiose (che palle!) e Garufi  junior, da par suo, declamò delle osservazioni imparate a memoria su alcuni passi del racconto <em>La morte e la bussola.</em> Gli interessava, precisò, la simbologia equivoca del triangolo che sdoppiandosi diventa un rombo, e in particolare l’alternativa tra i segni del 3 e del 4, tanto più che la situazione stessa pareva quasi suggerirglielo: noi commensali eravamo quattro, ma quelli attivi solo tre, visto che suo padre pareva già altrove. Risposi in modo garbatamente evasivo, ribadendo che in arte l’ambiguità è una ricchezza, e l’autore deve limitarsi a dar forma a un labirinto in cui il lettore possa smarrirsi, dopo averlo decifrato. (“Ciapa!”, sbottai mentalmente in perfetto dialetto veneziano.)</p>
<p>Per mia sfortuna non riuscii nemmeno a finire il risotto in bianco, tante erano le questioni sulle quali venivo incalzato a oracolare. Garufi junior, per lusingarmi, insisteva affinché parlassi soltanto dei miei libri, ma a un certo punto decisi di arginarlo dicendogli che secondo me leggeva “<em>demasiado Borges</em>”, quando c’erano in giro dozzine di altri autori senz’altro più interessanti di me.</p>
<p>Al ritorno di Maria, ci congedammo dandoci appuntamento per il giugno dell’anno seguente, il 1986, a Firenze, dove avrei dovuto inaugurare il Nono congresso mondiale dei poeti.  All’appuntamento, come è noto, mancai di presentarmi, perché mi capitò di morire a Ginevra  proprio pochi giorni prima del convegno per un cancro al fegato. In compenso il mio decesso consentì a Garufi  di millantare la nostra amicizia in rete senza più tema di essere smentito da chicchessia. In più occasioni, anzi, tenne a sottolineare che dei commensali della serata milanese era sopravvissuto lui solo (quando si dice “portare sfiga”…!). Morendo, ero convinto di essermi liberato di lui quando, proprio di recente, il mio fantasma è stato avvicinato da uno strano emissario uscito fresco fresco dalle pagine del libro <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie editore. L’autore?&#8230; Lasciate che vi racconti.</p>
<p>“Sono l’io narrante del romanzo di Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii”, esordì.</p>
<p>“Oh nooo!”, esclamai garbatamente contrariato. “Persino <em>qua</em> nell’adilà? Mamma mia che castigo, questo della memoria che non consente ai defunti di dissolversi nel nulla finché qualcuno dei vivi si ricorda di lui!”</p>
<p>“ ‘<em>Uno stalker è uno stalker è uno stalker…</em>’ “, salmodiò il fantasma, adattando alla bisogna il noto refrain sulla rosa della povera Gertrude Stein.</p>
<p>“Certo, ma tu non sei un fantasma vero. Sei un fantasma letterario… non sono mica cieco, sai? O meglio, lo sono stato in vita, ma adesso che sono morto ho recuperato appieno la capacità di osservare. So che negli ultimi anni, in Italia,  l’espediente di ricorrere al Fantasma Narrante (o “Morto che parla”, come lo chiama Alfio Squillaci nel blog <em>La poesia e lo Spirito</em>) è diventato un abusatissimo vezzo letterario. L’ha utilizzato persino Marco Mancassola nel suo ultimo libro. In realtà si vuole solo recuperare il punto di vista del caro vecchio Narratore Onnisciente, capace di leggere nella mente e nel cuore di tutti i personaggi.”</p>
<p>“Ma la mia funzione è diversa!”, protestò il molestatore. “È proprio attraverso la mia figura, infatti, capace di vagabondare in morte così come ha vagabondato in vita, che Garufi ha potuto cucire insieme gli appunti accumulati in decenni di trascrizioni dalle opere letterarie più disparate in un sorprendente arazzo-patchwork narrativo.”</p>
<p>“Ah sì? E che sviluppi si è inventato, di grazia, il tapino?”, domandai fintamente incuriosito.</p>
<p>“Ha immaginato che il protagonista del suo libro, un forte lettore senza arte né parte, ma dotato di una biblioteca ricca di ben 2500 titoli, muoia sulle strisce pedonali di una strada romana travolto da una grossa macchina marrone.”</p>
<p>“Originale trovata, non c’è che dire. Mi riferisco al colore marrone della macchina, naturalmente”, sbadigliai. “Che altro c’è di rilevante?”</p>
<p>“Che al termine del suo funerale sua sorella Giulia vende in blocco tutti i suoi libri a un rigattiere per cinquecento euro. Duemilacinquecento libri per appena cinquecento euro, capisci? Venti centesimi ciascuno, quando almeno due di essi, l’edizione originale delle <em>Bagatelle per un massacro </em>e il numero di ottobre 1913 della rivista <em>Der Anfang</em>, valevano da soli molto di più, come lamenta il protagonista a pagina 18.”</p>
<p>“Che aveva di tanto speciale quel numero di <em>Der Anfang</em>?”</p>
<p>“Era la rivista letteraria sulla quale erano apparsi i primi articoli di Walter Benjamin sotto lo pseudonimo ‘Ardor’. Quel numero era una delle gemme della biblioteca appena (s)venduta.”</p>
<p>“Be’, non esattamente un affare, in tal caso, per sua sorella Giulia.”</p>
<p>“E ancora meno per il rigattiere, se per questo, visto che a un certo punto fallisce ed è costretto a mandare al macero l’intero magazzino.”</p>
<p>“Una doppia tragedia, dunque. La morte dell’ex proprietario dei libri, e il successivo spappolamento dei libri stessi. Un’agnizione finale davvero risolutiva,  capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile.”</p>
<p>“A dire il vero il libro <em>comincia</em> con il protagonista che muore.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che è proprio all’inizio del libro che il protagonista viene raccolto sull’asfalto della circonvallazione in corrispondenza del bilocale da lui condiviso con un certo Vito, un bizzarro maestro di canto con la mania di imporre ai propri allievi canzoni dai titoli straziantemente allusivi: <em>Love is a losing game </em>di Amy Winehouse,  <em>The First Cut Is the Deepest</em> e via discorrendo.”</p>
<p>“Sì, certo, la prima ferita è la più profonda. Ma tornando all’invenduto da destinare al macero, non è un mistero per nessuno che l’editoria italiana versi, politraumatizzata,  in condizioni di completa asistolia, con midriadi fissa, assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale.”</p>
<p>“Speriamo che almeno la generazione TQ riesca a escogitare qualche via d’uscita dalla crisi.”</p>
<p>L’accenno ai Trenta-Quaranta mi strappò solo uno scettico “Figuriamoci!”.</p>
<p>“Non proprio <em>tutti</em> i libri del defunto, a dire il vero, finirono al macero”, riprese il mio interlocutore. “Qualcuno di essi venne acquistato da clienti di cui il fantasma, nel romanzo, segue gli spostamenti e i casi, ma solo per evidenziare di rimbalzo certi importanti episodi personali: casi, o cazzi, e scazzi di un’intera vita, modalità del decesso comprese.”</p>
<p>“Che succede, esattamente?”</p>
<p>“La vittima della strada vola in aria e ricade a terra a faccia in giù, in una pozza di sangue. Quando viene recuperato è ormai politraumatizzato e in condizioni di completa asistolia. L’esame obiettivo rileva lo sfondamento della parete anteriore del torace, la midriadi fissa, l’assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale…”</p>
<p>“Tralasciamo pure questi inutili gergalismi macabri.”</p>
<p>“Sai bene quanto Garufi tenga alla precisione terminologica!”</p>
<p>“Eccerto. Ricordo come tentasse di impressionarmi, nei nostri sporadici incontri, sparandomi addosso le parole o le espressioni italiane più ostiche e inconsuete, che andava a scovare chissà dove: anosmico, bruxismo, siliquastro, cella ialina, flusso banausico… ”</p>
<p>“Be’, a pagina 117 del suo romanzo c’è una spiegazione per tutto questo: ‘Il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con golosità a caccia di parole ricercate. Scoprirle e usare un lessico forbito mi dava un grande piacere,  ma facevo la figura del saccente e mi rendevo antipatico ai miei coetanei.’”</p>
<p>“Torniamo al plot, se ti va.”</p>
<p>“Come causa di morte, per il nostro pedone travolto, l’autore immagina che gli venga decretata la rottura dell’aorta ascendente con spandimento emorragico in mediastino. E bada che nell’impatto col terreno l’insegna luminosa della farmacia segna una data e un’ora precise: le 20.01 del 29 settembre 2010, la vigilia del suo quarantottesimo compleanno.”</p>
<p>“A occhio e croce mi pare di poter già cogliere almeno un paio di riferimenti culturali importanti: <em>29 Settembre</em> dell’Equipe 84 e il film <em>Fantasmi a Roma</em>, di Antonio Pietrangeli.”</p>
<p>“Non credo che Garufi abbia visto quel film. So, in compenso, che davanti a quel referto autoptico redatto in stile così gelido e neutrale, il fantasma onnisciente, cioè io, prende una decisione di grande impatto narrativo: si incarica di <em>raccontare l’inespresso</em>, ovvero tutto ciò che il laconico referto tace della vita della povera vittima della strada: volti, paesaggi e situazioni immagazzinati negli anni. Ed è così che il romanzo decolla.”</p>
<p>“Vaiiiiiii con l’autobiografia, dunque!”</p>
<p>“La prima cosa che il fantasma si preoccupa di puntualizzare è che mai si sarebbe aspettato che l’aldilà fosse esattamente il di qua, ovvero lo stesso mondo che aveva conosciuto da vivo, benché più freddo e indifferente di prima.”</p>
<p>“Temo di saperne qualcosa.”</p>
<p>“Da un lato il defunto si accorge di non essere più lo stesso:  non può toccare, sentire i rumori, gli odori, i sapori. Dall’altro può continuare a muoversi, guardare e registrare il flusso della vita che procede imperterrito. Ma il suo sospetto più atroce è che la condizione dell’immediato post mortem sia tutt’altro che definitiva.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che ha l’impressione di essere caduto dalla padella nella brace, ovvero solo in uno stadio di mera attesa della fine <em>vera</em>.”</p>
<p>“… che arriverebbe quando, allora?”</p>
<p>“Quando più nessun vivente potrà ricordarsi del defunto. Fino a quel momento la sua condanna è continuare a vagare tra le distese sterminate del <em>non ancora</em> e del <em>non più</em>, solo che il non ancora si riferisce alla morte e il non più alla vita: una falla temporale tra due vacuità.”</p>
<p>“Vuoi dire che l’inferno, per Garufi, sarebbe  la memoria?”</p>
<p>“Esattamente. La vera morte è il congedo definitivo dai pensieri degli altri, ‘una sorta di contrappasso ironico &#8211; sottolinea a pagina 12 &#8211; all’imperativo del successo, che istiga a rincorrere la fama e bolla l’anonimato come la peggiore delle infamie’. Finché sarà ricordato, il fantasma dovrà a sua volta ricordare, riflettendo sugli errori commessi, su ciò che sarebbe potuto essere e non fu. A meno che, come Garufi precisa a pagina 34, non esista una memoria dell’universo che ci condanna tutti.”</p>
<p>“In tal caso starei proprio fresco”, sospirai. “Per noi mostri sacri non c’è speranza di essere dimenticati definitivamente. Le nostre opere vengono stampate e ristampate nei secoli, e noi di conseguenza costretti a vivere <em>sub specie aeternitatis</em>. Un calvario davvero interminabile. Bella fregatura!<em>”</em></p>
<p>“Nel negozio di libri usati sono raccolti i  <em>fratelli d’inchiostro</em> del protagonista, gli amatissimi libri che lo avevano seguito nei vari traslochi, sopravvivendo ai rovesci del caso, solo che adesso non può più riprenderli in mano. Deve limitarsi a osservare chi lo fa.”</p>
<p>“E <em>chi</em> lo fa?”</p>
<p>“Una tisaniera, per esempio. Si compra l’<em>Obituario</em> monzese, una sorta di  laica litanomia di nomi preceduti sempre dalla O di Obiit, ossia ‘morì’. Il protagonista lo scovò raggiante nella libreria cattolica di Monza e si sorprese grandemente alla scritta ‘Morì Ognibene’, come se quel lutto privato assurgesse a simbolo universale, l’annuncio di un’apocalisse morale imminente.”</p>
<p>“Quali altri libri vede passare di mano in mano, o meglio: dalle mani del rigattiere a quelle di qualche sconosciuto cliente?”</p>
<p>“La monografia su Caravaggio di Mia Cinotti, per esempio. I quattro volumi dello <em>Zibaldone </em>di Leopardi; il libro sulle <em>Annunciazioni</em> della Phaidon, che registra le infinite varianti dello stesso soggetto, quello dell’angelo che visita Maria e le predice che diventerà madre, a dimostrazione che in arte lo stile è tutto, e che il medesimo argomento può essere declinato in mille forme diverse. Era stata la zia Salud a donargli quel libro. Salud era la sorella maggiore di sua madre, ‘crisalide che non diventò mai farfalla’, ‘Madonna senza angelo né annunciazione’, mentre Anna, la sua ultima fidanzata, a pag. 72 è definita ‘una Maria che non si rassegnò all’assenza dell’angelo, il suo annuncio lo pretese, e se lo andò a cercare in capo al mondo’. Ci sono poi il catalogo su Igor Mitoraj; Ashbery e i versi malinconici di <em>Self-Portrait in a Convex Mirror</em>; <em>La scopa del sistema</em> di David Forster Wallace, i <em>Diari</em> di Kafka, <em>Le cose fondamentali</em> di Tiziano Scarpa, il catalogo di Christian Boltanski rubato all’inaugurazione della mostra sull’artista francese tenutasi al Pac di Milano nella primavera del 2005: ‘Non mi sentivo in colpa’, precisa l’io narrante a pagina 168. ‘Pensavo che i libri andassero dati gratuitamente a chi dimostrava di leggerli davvero’. E poi il <em>Libro di spese diverse</em> di Lorenzo Lotto, una sorta di autobiografia in cifre, il bilancio di una vita sfortunata in cui l’artista veneto segnava i propri debiti e crediti come fossero categorie dello spirito. ‘È tutta lì, la storia di un uomo: entrate e uscite, quanto ha dato e quanto ha ricevuto. Il saldo è il suo ritratto impietoso’, commenta il protagonista a pagina 189. E in effetti Lorenzo Lotto, da vecchio, dopo mille rifiuti, tirò le somme e capitolò, facendosi oblato della Santa Casa di Loreto. Un altro libro che viene venduto è <em>Table talk</em> di Samuel Taylor Coleridge. Poi ancora  <em>Ricordi dal sottosuolo</em> di Dostoevskij<em>; Favole della vita,</em> di Peter Altenberg…”</p>
<p>“Non stai dimenticando qualcuno?”</p>
<p>“Ah, sì, scusami. Jorge Luis Borges! Il cofanetto con i <em>tuoi</em> due meridiani, per la precisione. Sergio Garufi si inchinava sui tuoi testi come un aruspice sulle interiora, se posso usare una sua similitudine.”</p>
<p>“La conosco bene. ‘C<em>ome un aruspice sulle interiora’</em> è una delle sue similitudini predilette. Ricordo che nel 2006, per celebrare il ventennale della mia morte su <em>Stilos</em>, scrisse addirittura ‘come un aruspice sulle <em>proprie</em> interiora’, magari esagerando un tantino, non trovi?”</p>
<p>“Nella mostra di Boltanski al Pac di Milano c’erano appesi diversi cartelli dal formato di targhe d’auto ma dal contenuto delle lapidi, con due date separate da un esile trattino e prive di nomi, perché solo <em>nessuno </em>può rappresentare <em>ognuno</em>. ‘In quel piccolo segmento &#8211; scrive Garufi &#8211; si compendiava il <em>punto acerbo che di vita ebbe nome</em>, si consumava l’istante di luce sospeso fra due eternità di tenebra: le vacuità di cui sopra, appunto. Ecco, magari l’idea di un limbo che non sia né vita né morte, ma solo attesa ed esclusione, gli venne proprio da quella mostra. Non appartenere a questo mondo e neppure all’altro. Essere degli apolidi del destino.”</p>
<p>“Quali sono, secondo te, i temi più interessanti del libro?”</p>
<p>“Quello del suicidio, <em>in primis</em>, così caro e familiare a Garufi, figlio di un padre suicida. Racconta, infatti, a pagina 118: ‘Solo da adulto scoprii che Salgari si era suicidato e che entrambi, alla stessa età, avevamo avuto un padre che si era tolto la vita. Salgari apparteneva addirittura a una dinastia di suicidi: tre generazioni consecutive. Suo padre Luigi, lui e i suoi figli Romero e Omar. La notizia mi allarmò, come se si trattasse di una tara genetica, qualcosa di ereditario e ineluttabile, a tal punto che sulla base della sua esperienza calcolai quando sarei diventato padre, quando mi sarei ucciso e quando sarebbe morto mio figlio. Pensai persino che non procreare fosse l’unico modo per spezzare quella catena del destino’. E a pagina 104: ‘In seconda elementare, con quasi tutti i voti eccellenti, mi capitò di prendere zero. Successe che consegnai in bianco un compito in cui si chiedeva di descrivere il colore del carapace di una tartaruga… Tornando a casa la mortificazione fu tale che, cercando a tutti i costi il lato positivo della disgrazia, pensai seriamente: «Va be’, alla peggio mi ammazzo». Naturalmente sul tema del suicidio vengono citati anche altri casi celebri: dal suicidio di Mario Monicelli, figlio a sua volta di un suicida (p.36), a quello di David Forster Wallace, che si ammazzò il 12 dicembre 2008 nel patio della sua casa di Claremont, in California. Garufi ne cita l’attacco del racconto <em>Caro vecchio neon</em>: ‘Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro <em>per piacere ed essere ammirato</em>’. Come dire che Wallace si sentiva un bluff e scelse il suicidio espiativo per eccellenza, quello più praticato dai detenuti: l’impiccagione. Il suo  ‘Mi manca chiunque’, ricordato a pagina 102, può essere interpretato come il disperato appello di un impostore che, dopo una vita di infingimenti, vuole provare il maggior dolore possibile per diventare se stesso nel momento della morte’. Due pagine dopo leggiamo: ‘Anch’io coltivai spesso propositi autodistruttivi… oltre alla convinzione di essere un bluff che prima o poi sarebbe stato scoperto… nel fondo dell’animo di chi è cresciuto a pane e compatimento un tonchio segreto rode incessantemente’.  Garufi non manca poi di menzionare Giuda, l’impostore per antonomasia, che s’impiccò a un albero (l’albero di Giuda o ‘siliquastro’?). Ma secondo lui la tecnica con cui uno sceglie di sopprimersi non è mai casuale, e nemmeno dettata unicamente da criteri di efficacia.”</p>
<p>“Da quali criteri, allora?”</p>
<p>“Garufi la considera una firma, un suggello, l’espressione precisa di una personalità. ‘Dimmi come ti ammazzeresti e ti dirò chi sei’, celia a pagina 153, dove leggiamo anche: ‘Mio padre adoperò una pistola perché lo considerava il metodo più virile e onorevole per andarsene’.”</p>
<p>“Che cosa gli era successo di tanto grave?”</p>
<p>“Lo racconta egli stesso nel <em>Diario intimo di L.G., </em>una quindicina di pagine consegnate al figlio prima di spararsi un colpo in testa. In esso Garufi senjor imputa la decisione del suicidio al dolore della separazione, che lo aveva distrutto. Il vedere la famiglia divisa, e il credere che non ci fosse possibilità di ricomporla, gli avevano tolto la voglia di vivere. ‘Da quel giorno’, racconta suo figlio,  ‘il <em>Diario intimo di L.G.</em> mi accompagnò in ogni trasloco e giacque intonso dentro una cartelletta per diciannove anni… Soltanto grazie ad Anna compresi che per garantirmi un avvenire dovevo prima chiudere i conti col passato, e che per voltare davvero pagina era necessario rileggere la sua storia e scrivere la mia’. Ed è esattamente la <em>sua</em> storia quella che Garufi è finalmente riuscito a mettere insieme, tessera dopo tessera, in questo straordinario romanzo <em>patchwok</em>.”</p>
<p>“Perché ‘<em>patchwork</em>’?”</p>
<p>“Perché, come Garufi stesso confessa nei ringraziamenti alla fine del libro, si è avvalso di scampoli d’ogni sorta: alcuni di scrittori famosi, altri di talenti sconosciuti. A un certo punto del romanzo ricicla persino la frase centrale del film di culto <em>Into the wild</em> : ‘La felicità è reale solo se condivisa’… <em>Happyness only real when shared</em>. La sua variante, che leggiamo a pagina 74, è: ‘Senza condivisione la felicità è mutila come le sculture di Mitoraj’. Peraltro sono anni che intorno a Garufi girano voci malevole: per esempio che sarebbe affetto da una sorta di vampirismo letterario, che lo porta a carpire frasi degne di nota dovunque gli capiti, o anche a copia-incollarne dal web, in vista di futuri utilizzi. Il protagonista del suo romanzo confessa: ‘A volte mi portavo un taccuino, trascrivevo brandelli di conversazione, facevo il bracconiere di parole’. E a pagina 86: ‘Provavo a giustificare la mia attitudine vampiresca dicendo che l’ispirazione è un fiume con molti affluenti, e che nel linguaggio non si accampano diritti di proprietà’. Ancora, a pagina 94: ‘Scrivendo spesso assemblavo materiali eterogenei. Sapevo riconoscere il bello e dargli forma, come il rapsodo greco, <em>il cucitore di canti</em>, ma non possedevo una fantasia di primo grado ed ero solo un bottegaio della letteratura: capace di confezionare un raccontino da rivista o un elzeviro per un quotidiano’.”</p>
<p>“Si potrebbe obiettare che qualunque scrittore, in un certo senso, è un ‘bracconiere di parole’.  Anche Hemingway o Céline orecchiavano le voci della strada. E Dostoevskij. Ma poi rielaboravano a fondo ogni cosa. Davano forma a ciò che non ne aveva.”</p>
<p>“Nel caso di Garufi, però, l’accusa è diversa. Le malelingue sostengono che, quando egli si ricicla uno scritto paro paro, non dà forma a un beato cazzo, visto che la forma c&#8217;è già. Al contrario, sono convinti che la sterilizzi, finendo per degradare il discorso stesso, che viene così privato non solo di qualunque radice psicologico-esistenziale (le parole non nascono sotto i cavoli, dietro di esse ci sono evidentemente una persona, un vissuto, uno sguardo sul mondo!), ma financo di qualunque specifico referente. ‘Tanto in rete contano solo i lustrini’, ironizzano, ‘e l&#8217;effetto di superficie. Suona bene, sembra una roba intelligente?&#8230; e allora bravo Garufi! &#8211; grazie. Splendido Garufi! &#8211; troppo buoni’. Ma per i denigratori di Garufi questo è solo un uso degradato (e sommamente anti-letterario) della parola, la cui funzione si riduce a promuovere il <em>brand</em> ‘Sergio Garufi’. Ma quale rapsodo greco!, protestano.  D&#8217;altronde, il rapsodo Garufi si è sempre guardato bene dal farsi anonimo ‘cucitore’. Aspirando al più gratificante status di ‘noto stilista’, ha pisciato la sua griffe ovunque, anche in icl, dove tutti ricordano benissimo la sua allergia al nick. Per un certo periodo, dopo che qualcuno lo aveva importunato a domicilio, si costrinse al monogramma (sg), ma durò poco. Presto fece trionfale ritorno al nome per esteso, persuaso che l&#8217;affermazione del prezioso marchio valesse bene qualche seccatura. Forse l’episodio ricordato a pagina 156,  quello svoltosi all’aeroporto di  Orio Sul Serio, corrisponde Sul  Serio*-° a giochini effettivamente praticati dall’autore nella vita vera, oltre che in letteratura: ‘Mi recai all’ufficio informazioni e dissi che avevo perso di vista un compagno, domandai se potevano chiamarlo con gli altoparlanti e diedi le mie generalità. Dopo tornai a sedermi <em>facendomi cullare dal mio nome che riecheggiava per tutta la hall</em>’. Invece, a dispetto di tutte queste basse insinuazioni, la mia opinione è che proprio con questo libro Garufi abbia dimostrato una volta per tutte l’inconsistenza delle accuse di plagio. Da un lato chiama la propria opera ‘arazzo <em>patchwork</em>’, <em> </em>costituito da mille scampoli diversi, dall’altro perviene a un risultato complessivo talmente autonomo, e di una tale scorrevolezza e nitore linguistico, che ‘<em>Il nome giusto</em>’ durerà nel tempo – sono pronto a scommetterci! – , cioè ben oltre il classico <em>espace d’un matin</em> che è la durata media del 99% delle attuali novità librarie. Nel capitolo settimo, peraltro, l’autore narra anche di un altro tipo di <em>patchwork </em>, in quel caso legato al business dell’arredamento, e che gli permise di mettere in piedi un discreto giro d’affari in terra americana. Insomma la tecnica del <em>patchwork</em> pare gli abbia dato già due volte soddisfazione: prima nel campo dei tessuti, poi in quello letterario. Più congeniale di così?”</p>
<p>“Se posso ricondurti sui binari… eravamo partiti dall’analisi del tema del suicidio, e di quello di suo padre in particolare.”</p>
<p>“Ah, sì, scusa. Non solo di suo padre, a dire il vero. Alle pagine 125-126 il protagonista riferisce che era stato molto attratto dal tema del suicidio anche prima che suo padre lo commettesse. ‘Gli autori del Novecento come Vladimir Majakowski, Ernest Hemingway, Virginia Woolf, Paul Celan, Sylvia Plath, Yukio Mishima, Anne Sexton, Sergej Esenin, Marina Cvetaeva, Walter Benjamin, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Primo Levi, Franco Lucentini e Mia Cinotti ai miei occhi erano ammantati di un’aureola leggendaria, godevano di uno statuto speciale. Della loro fine mi affascinava l’affermazione d’indipendenza, l’atto eroico, l’uomo padrone del proprio destino. Dopo quel 2 settembre cambiai opinione. La storia di mio padre, riassunta in quindici pagine, conteneva un finale a sorpresa. Svelava che un suicida non è il paladino del libero arbitrio e neppure un disertore, il crumiro della specie, bensì un povero cristo costretto a fare una scelta dettata dalla disperazione, dalla solitudine, in certi casi dal rancore. Ci si può uccidere anche per punire chi resta. Per rinsaldare dei rapporti che si erano allentati. Per il desiderio di rimanere vivi, almeno nel ricordo dei propri cari’.”</p>
<p>“Ci sono altri temi importanti, nel libro?”</p>
<p>“Eccome! Quello del rapporto genitori-figli, per esempio: ‘In casa mio padre era il dominus incontrastato. Era un dio che incuteva soggezione, amorevole e tirannico come ogni padreterno, e i padreterni finiscono sempre per generare figli crocefissi’, leggiamo a pagina 103.  E a pagina 114: ‘Io sono la dimostrazione che l’eterno regolamento di conti fra genitori e figli prosegue anche oltre la morte, e solo di rado, per brevi attimi fugaci, si compie il miracolo della trasformazione del risentimento nell’oro prezioso della nostalgia’… ‘Dentro di me c’è una vocina disfattista che, a ogni occasione importante, mi ripete lugubremente «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile»’. C’è poi il tema delle sindromi che affliggono l’umanità: la sindrome di Turette in un personaggio minore, la sindrome tolemaica in Cinzia (‘era una «ciao come sto», convinta che il mondo le ruotasse intorno), affetta in aggiunta da bruxismo notturno; il ‘complesso della sedia mancante’ (da un appunto del 1911 di Kafka); l’ossessione proctologica di Hieronymus Bosch, nei cui quadri ricorrono culi infilzati dagli oggetti più strani; il ‘demone dell’ analogia’ che non lascia mai in pace lo stesso protagonista: ‘Pensavo a quanto buttarsi nel vuoto somigliasse a un orgasmo: una lunga salita e poi il rapido precipitare’ (p. 232); l’ossessione della paremiologia in sua zia Salud, e soprattutto la ‘sindrome di Pausania’, sempre nel protagonista: la mania di perlustrare il noto, di cercare le infinite sfumature di senso della quotidianità, il punto di congiunzione fra l’assoluto e l’insignificante. ‘Il gusto per l’eccezionale &#8211; puntualizza a pagina 39 &#8211; è il crisma della mediocrità, anche per questo mi piaceva Leopardi’. Tanti documentari su anaconde, aquile reali, squali bianchi, orche marine, tigri, elefanti, giaguari, coccodrilli, pantere, giraffe, piranha, orsi polari, balene, condor, vedove nere… e neppure uno sui passeri! Collegato alle riflessioni sul suicidio,  c’è poi il tema del volo, a cominciare da quello degli uccelli migratori di pag. 37, in fuga verso un tempo migliore. Nella casa dell’antiquario che acquista <em>Der Anfang</em> campeggia a parete il fotomontaggio incorniciato ‘<em>Salto nel vuoto’</em> di Yves Klein nel settore dedicato all’arte. ‘Ho sempre trovato di grande intensità poetica quell’immagine’, scrive Garufi a pagina 151. ‘L’espressione felice della posa ginnica che comunica l’<em>amor vacui</em>, l’ambientazione periferica, di una strada qualunque, il passaggio del treno e il ciclista ignaro sullo sfondo, come il simbolo di quanto possa essere desiderabile andarsene nell’indifferenza degli altri, mentre il mondo prosegue la sua corsa, quasi che i folli fossero loro, non chi si butta’. Ma Garufi ricorda anche i tuffi dal trampolino della piscina dell’Hotel Carasco a Lipari, o dallo spuntone di roccia di Valle Muria, col mare profondo e scuro, o dai ponteggi delle cave di pomice alle spiagge bianche. E quando parla di tecniche di suicidio afferma: ‘Per parte mia, ho sempre saputo che sarebbe stato un volo. Il volo è il suicidio degli illusi, dei sognatori. Edoardo Agnelli, quello che nel Lingotto voleva produrre fiori anziché auto, si ammazzò in questo modo, gettandosi da un cavalcavia dell’autostrada Torino-Savona’ (cito da pagina 154). E nel finale: ‘Scavalcai e guardai di sotto. Un tuffo così alto non l’avevo mai fatto, quasi trenta metri. Dovevo lanciarmi un po’ in avanti per evitare i cassonetti e dei panni stesi. Staccai la mano dalla grata, chiusi gli occhi e in quell’istante avvenne il miracolo. Arrivò un altro sms’. Altrove Garufi allude anche alla facilità con cui si può finire ai margini: una malattia invalidante, un lutto improvviso, un fallimento in seguito a una truffa… ‘e la società da martire ti converte in proscritto, diventi un clandestino nella tua stessa patria’… ‘il mondo va avanti e tu non gli stai più dietro. All’inizio arranchi e poi ti fermi sul ciglio della strada e lo vedi allontanarsi, sempre di più, e ti rendi conto che non potrai raggiungerlo’. E che dire della massiccia presenza di cani nel suo libro, peraltro amatissimi anche da Céline? ‘Prima dei miei cani non avevo mai fatto esperienza dell’amore incondizionato’, afferma a pagina 204. Ecco, sì, direi che quello della ricerca di un amore incondizionato è un altro importante tema del libro.”</p>
<p>“Mi incuriosisce il titolo scelto per l’opera del suo debutto: <em>Il nome giusto</em>.”</p>
<p>“La scelta è spiegata a pagina 121, dove viene citata la nota del 1921 di Kafka, mentre era in cura nel Sanatorio di Matliary e corrispondeva con Milena: ‘Si può benissimo pensare che la magnificenza della vita sia pronta intorno a ognuno e in tutta la sua pienezza, ma velata, nel profondo, indivisibile, lontanissima. E però non ostile, non riluttante, non sorda. Se la si chiama con la parola giusta, col <strong>giusto nome</strong>, viene’. Ma sull’importanza dei nomi Garufi torna spesso. Ricordando Nicole, una delle donne importanti della sua vita, per esempio, racconta: ‘Mi rivelò che il suo nome non era Nicole, bensì Melissa. Nicole era il nickname creato apposta per me. Il suo compagno attuale la chiamava Juliette, e quello precedente in un altro modo ancora&#8230; non stava mai più di tre anni con un uomo, poi lo lasciava e cambiava nome e città’. E quando, a pagina 82, Nicole cambia destinazione e amore, il narratore considera: ‘Anche il suo nome era ormai un altro. Giusto quello mi lasciava: il nome’, per poi concludere, a pagina 121: ‘Il fallimento con Nicole dipese dal fatto che quello non era il suo vero nome. L’avevo chiamata col nome sbagliato, e la magia della vita se n’era andata’. C’è poi l’inquieta quarantenne anoressica Enrica a cui da sanyasi, seguace di Osho, viene subito assegnato un nuovo nome:  Alima (pace). Parlando delle sue letture di fanciullo, Garufi ricorda: ‘La mia fiaba preferita dei fratelli Grimm era Tremotino, il cui protagonista poteva vivere soltanto finché nessuno conosceva il suo nome’. Altrove insiste sulle diciture riportate nel dorso verde dell’Enciclopedia Larousse , da A-ARVI a Terrad-Z: ‘litania misteriosa, esotico mantra che recitavo come una combinazione in grado di svelarmi l’enigma dell’universo e il mio stesso destino’. Nel cimitero del Verano è affascinato dalla selva di nomi. E ‘<em>Qu’y a- t-il dans un nom</em>?’ è il titolo di una pagina di Le Monde menzionata a proposito della Macedonia e delle rivendicazioni territoriali di Grecia e Turchia sulla stessa. ‘Pensavo che se avessi trovato la <em>parola giusta</em>, Anna mi avrebbe perdonato, perché il punto  g delle donne sta nelle orecchie, solo così le si può conquistare. Eppure proprio io, che credevo di saper fare solo quello, ora con le parole non riuscivo a smuoverla di un millimetro’. Importantissimo, infine, il discorso sui libri e sulla scrittura. ‘I libri li respirai ancora prima di leggerli, ma fui l’unico a esserne tanto attratto’.  A pagina 41: ‘Mi persuasi che per diventare uno scrittore dovevo essere pubblicato’. Poi capisce che ‘un conto è scrivere, un altro pubblicare, un altro ancora vendere, ma il gradino più alto e impervio consisteva nell’ <em>essere letti</em>, nel trovare qualcuno che prestasse disinteressatamente la propria attenzione per ascoltare ciò che un estraneo aveva da dire’. Quando, a quarantasette anni, il protagonista del romanzo riesce a concludere il progetto più ambizioso della sua vita, la scrittura di un romanzo, si sente prosciugato e invecchiato di vent’anni: ‘La mia immagine ideale era stata sostituita dal ritratto di un vecchio spelacchiato, col segno del piscio nei boxer per la prostatite, il ventre gonfio e la calvizie dei polpacci’ (p. 105). ‘Scrivere dei miei casini mi aveva reso ipersensibile… e mi chiesi se la scrittura non nascesse da un <em>vulnus</em>, dalla mancata elaborazione di un lutto. A cosa allude, se non a quella dolorosa assenza? A cosa cerca disperatamente di <em>assegnare un nome</em>, se non a ciò che non ha più cittadinanza nell’essere, o che non l’ha mai avuta?’. Viene in mente il titolo di una delle canzoni predilette dal maestro di canto Vito: ‘<em>The first cut is the deepest</em>’. A pagina 214 leggiamo: ‘Ero legato ai miei libri, è con loro che starò fino alla fine’. E nella pagina seguente: ‘Quei libri rappresentano la mia ragion d’essere, il mio supplizio, il passato da cui mi sto accomiatando’. Ancora: ‘La mia vera casa stava dov’era la mia biblioteca… da Anna li avrei portati subito, senza esitazioni. Ero convinto che il suo appartamento fosse il loro approdo naturale’. Purtroppo la situazione precipita. ‘Le rogne mi investirono a settembre, finito il libro. L’ansia per il responso degli editor, i dubbi sul mio talento, i timori per il mio avvenire professionale, le piccole discussioni che terminavano con le sollecitazioni a trovarmi un lavoro, le preoccupazioni per i soldi, tutto questo minò le fondamenta della nostra fiducia’…‘Avevo finito i risparmi e la pigione era pagata solo fino a fine mese’. Finalmente l’editor a cui ha sottoposto il manoscritto gli invia una mail in cui lamenta l’assenza di un ‘finale che riannodi tutti i fili’, la ‘zampata risolutiva capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile’. È il momento dello scoramento: ‘Pensai di aver sbagliato tutto, di aver dato retta a una stupida fantasia… un relitto d’uomo, un quarantasettenne fallito e privo delle minime credenziali per trovar lavoro’… ‘Mi chiesi se solo chi possedeva un talento avesse diritto a una seconda chance’… ‘Sfogliai i capolavori dei miei coetanei: <em>Le particelle elementari</em>, <em>Infinte Jest</em>, e mi sentii ridicolo’&#8230; ‘Forse i miei guai dipendevano dai libri. Fu nel rapporto con loro che presi coscienza di me, ed era proprio questo a rendermeli insopportabili’… ‘in tutti i traslochi quei maledetti libri avevano rappresentato il fardello maggiore delle mie proprietà, non solo per le quaranta scatole necessarie a contenerli, ma anche per le discussioni con le fidanzate’… ‘Pensai che il mio solo talento era quello di segare i rami su cui ero seduto. Lì sì che ero imbattibile, un fenomeno’… ‘mi sentivo il più disgraziato del mondo’… ‘Non avevo la minima idea di che cazzo fare’. A pagina 230 un dettaglio crudele: gli si stacca una capsula e l’inghiotte. Più tardi caga nel catino di plastica per la roba sporca, sperando di trovarcela. ‘Non venne neppure tanto liquida, e dovetti ravanare a mani nude. Piangevo e bestemmiavo, setacciavo la poltiglia schifosa ma non usciva niente. Ero sopraffatto dalla puzza’. Torna al computer e apre il file del suo libro bisognoso di revisione, ma ormai gli sembra talmente inane e nauseante che non resiste all’impulso di premere ‘elimina’. ‘Troppa sofferenza lì dentro, e rimorsi, e affettazione, e pressapochismo. Mi facevo pena da solo. Basta, mi ero liberato di un incubo. A Roma non ero venuto per Anna o per diventare uno scrittore. Ero venuto a tacermi per iscritto’… ‘D’un tratto, però, passò l’incazzatura, e l’apprensione, e lo scoramento. Fu quando mi decisi per il piano B’… ‘Se non avevo colto le occasioni migliori era inutile recriminare. Era andata così, amen. E comunque, mi restava ancora una via d’uscita onorevole. Ora il come era scontato, si trattava di scegliere il dove’. Pensò di gettarsi dall’alto della palazzina in cui abitava il suo amico Fabio: ‘La mia preoccupazione era di non morire del tutto, come mio padre, di obbligare qualcuno ad assistermi per anni. Ma otto piani bastavano eccome’… ‘Pensai a mio padre… forse sperò fino all’ultimo di essere scoperto… forse s’interrogò sul dolore che ci avrebbe dato, gli dispiacque terribilmente, ma sentì che il suo era insostenibile, come ora stava succedendo a me. È un atto di egoismo e di sopravvivenza, uccidersi, lo si compie quando non si ha altra scelta, senza nemmeno pensarci tanto. <em>Primum perire, deinde philosophari’…‘</em>Accesi un’altra sigaretta, l’ultima. Scorsi il pacchetto di Camel light quasi pieno e pensai che era un peccato buttarlo. Stavo per buttarmi e mi spiaceva buttare un pacchetto di sigarette. Dopo un quarto d’ora mi arrivò un sms. Era la Tim, mi avvertiva che il credito stava per terminare’. Il protagonista pensa ad Anna che l’ha cacciato fuori di casa: ‘Provai a scriverle un biglietto e non mi venivano le parole giuste. Ne avevo dette tante, negli sms che le avevo mandato, ma non era servito a nulla. Poi mi venne in mente Peter Altenberg, e sperai che se ne sarebbe ricordata. L’aveva incuriosita la storia di quello scrittore povero e schivo, che a furia di cercare l’essenziale aveva ridotto le proprie poesie al nome e all’indirizzo della donna amata; così sul biglietto scrissi soltanto «Nell’intestazione della busta per me c’è tutta la poesia del mondo». Glielo spedii assieme a una dozzina di rose rosa.’.”</p>
<p>“E l’espediente funzionò? La letteratura aiutò la vita?”</p>
<p>“Te lo sussurrerò in un orecchio. Non posso ‘spoilerare’, come si dice in rete, anche questo dettaglio agli occhi di chi non ha ancora letto il formidabile libro di Garufi. Ti basti sapere che nella parte finale la narrazione accelera ulteriormente. Il rigattiere Lino affigge il cartello ‘svendo tutto per cessata attività’. L’unico mestiere che sapeva fare non gli dà più da vivere. L’ultimo affare che conclude è con le <em>Bagatelle</em> di Céline, che riesce a vendere a cinquecento euro. Glielo compra una spilungona ossigenata che intende farne un regalo a un ministro di centro destra accusato di corruzione. Poi il magazzino di libri usati chiude definitivamente. Arrivano due ragazzi col furgone a caricare il cartaceo rimasto. Non li inscatolano neppure, i libri superstiti. Li stringono con delle cinghie di plastica e li ammassano insieme. Nel primo deposito la carta da macero è stoccata su delle piattaforme per la prima sommaria selezione. I libri vengono pressati e ridotti in balle, spediti a una cartiera nei pressi dell’Aniene. Le balle vengono frazionate da una tagliatrice e immesse su un nastro trasportatore. Raggiungono un pentolone d’acciaio che li spappola, riducendoli a una pasta collosa semiliquida, che viene addizionata di prodotti disinchiostranti e passa attraverso un epuratore per l’eliminazione degli inquinanti più grossolani. Mediante l’ausilio di agenti chimici flottanti, gli inchiostri affiorano in superficie sotto forma di schiume. La pasta disinchiostrata confluisce in un grande contenitore circolare. È indistinta e candida, pronta per la miscelazione con altre materie prime fibrose…”</p>
<p>“Una metafora potente, direi quasi borgesiana, se mi è consentito di sboronare un po’. Mi ricorda l’incendio della biblioteca e poi dell’intera abbazia del romanzo ‘<em>Il nome della rosa</em>’. Saprai, oltretutto, che il personaggio di Jorge da Burgos, il vecchio monaco cieco spregiatore del riso e dello scherzo, è dichiaratamente ispirato alla mia figura, per ammissione dello stesso Umberto Eco, altro mio ammiratore di vaglia. Onore a Garufi, dunque. Evidentemente la vocina disfattista contro cui ha dovuto lottare fin dalla fanciullezza, quella che a ogni occasione importante continuava a ripetergli: «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile», è stata soffocata e vinta per sempre, con questa opera prima. Il brutto anatroccolo si è fatto finalmente cigno. Solo una cosa potrei rimproverargli. Di non aver osato, nel romanzo, andare fino in fondo, spingendo il protagonista,  suo evidente alter-ego, a suicidarsi davvero, anziché renderlo vittima di un banalissimo incidente stradale. L’avesse fatto, si sarebbe cautelato per sempre dalla tentazione di ripetere in proprio il gesto di suo padre, come già Salgari. La scrittura, in certi casi, può rivelarsi meravigliosamente terapeutica. Ma voglio fargli comunque un augurio sincero: che possa un giorno oscurare la mia fama, persino alloggiare all’hotel Londra-Palace di Venezia, se ci tiene, magari invitato dalla prestigiosa Fondazione Cini nell’Isola di San Giorgio. Con tutte le contro-indicazioni del caso, però. Compresa quella di sorbirsi imbarazzanti visite alle nove in punto del mattino&#8230; di <em>stalker</em> ostinatamente disposti a scambiarlo per una ierofania. Fossi sua zia Salud, la tipa fissata con la paremiologia, a questo punto non esiterei a ricordargli un proverbio: ‘Chi la fa, l’aspetti’.”</p>
<p>(COLLAGE di passi tratti dal libro stesso di Garufi ‘<em>Il nome giusto</em>’)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/">Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La triste confessione di un comico paranoico</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 06:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/veltroni-berlusconi1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Mi confessi, padre, perché ho molto peccato. Quello che ho fatto, quello che voglio fare, è peccato, peccato mortale. Di che parlo, mi chiede? Oddio, e da dove comincio? Come faccio a dirle tutto? Ha tempo per me, per la mia anima?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/16/la-triste-confessione-di-un-comico-paranoico/">La triste confessione di un comico paranoico</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/veltroni-berlusconi1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/veltroni-berlusconi1.jpg" alt="" title="veltroni-berlusconi" width="398" height="210" class="alignnone size-full wp-image-36622" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Mi confessi, padre, perché ho molto peccato. Quello che ho fatto, quello che voglio fare, è peccato, peccato mortale. Di che parlo, mi chiede? Oddio, e da dove comincio? Come faccio a dirle tutto? Ha tempo per me, per la mia anima?<br />
Padre, lei conosce Il Male? Come? No, cos&#8217;ha capito? No, non intendo metaforicamente, no. Dalla sua voce mi rendo conto che lei è giovane, più giovane di me, non sa neppure di cosa stia parlando, probabilmente. No, non intendevo il Demonio, il Dolore, e tutte quelle cose che vi danno da campare da un paio di millenni, no&#8230; io parlavo del <em>Male</em>, la rivista di satira, quella pubblicata negli anni Settanta. Non la conosce&#8230; peccato. Ecco, sì questo è un peccato, vada a confessarsi, o quanto meno faccia un giro in qualche biblioteca, qualcuna forse ne ha ancora la raccolta completa. Va bene, mi perdoni per la battuta facile, sa, in fondo è il mio mestiere&#8230; Di che parlo? Aspetti, non si inquieti, non sono pazzo. È che per me tutto comincia da lì. Ero un ragazzino, giovane giovane, pensi che leggevo <em>Il Male</em> di straforo, lo rubavo a mio fratello maggiore. Era&#8230; era&#8230; liberatorio, irriverente, volgare, estremo. Era rivoluzionario. Tognazzi capo delle Brigate Rosse, l&#8217;invasione degli extraterrestri, papa Wojtyla che dubitava dell&#8217;esistenza di Dio. <span id="more-36620"></span><br />
Ora però non si inalberi, non sono qui per provocare, glielo assicuro, è che da qualche parte devo iniziare per spiegarle il mio dramma, la ragione che mi ha portato qui, in ginocchio da lei, io, che mai avrei pensato di farlo.<br />
<em>Il Male</em>, le dicevo. La mia finestra verso il futuro. Sì, non esagero. Dopo <em>Il Male</em> tutto era possibile. Il potente era sbeffeggiabile, la libertà di espressione appurata, la rivoluzione dei costumi, delle abitudini, delle mentalità ad un passo. E io ero lì, un adolescente pieno di entusiasmo, deciso a fare il comico satirico nella vita, deciso a fare il fustigatore del potere. Pensi: la prima volta che votai -erano le elezioni europee- vinse per un decimale il Partito Comunista sulla Democrazia Cristiana. “Non moriremo democristiani”, titolò Il Manifesto. Non sapevano, non potevano sapere&#8230; E neppure io sapevo. All&#8217;università pubblicavo le mie fanzine satiriche, scrivevo i miei monologhi, facevo le mie prime uscite nei locali notturni. Era tutto in nuce, tutto allo stato nascente. Poi arrivò lui, il Prestigiatore. I miei vent&#8217;anni li ho passati così, vedendo nascere e morire -soprattutto morire- idee, riviste, entusiasmi. Ma io resistevo, padre. Non sapevo di essere lì, e allora, perché c&#8217;era un disegno, un disegno perverso; io ero la pedina di Dio, padre. No, non sto bestemmiando, ero la pedina di Dio nella scacchiera della Storia. Perché Dio, si sa, gioca sporco e vota a destra.<br />
Il Prestigiatore, nel frattempo, quando io ormai ero un comico professionista e giravo lo stivale in lungo e in largo, vide colpire, abbattere, i suoi amici più intimi, li vide cadere come tessere di un domino. Per due soldi, una mazzetta di poco conto. Fu allora che iniziò tutto, ma ancora non lo sapevo. Pensavo fosse solo una coincidenza, capisce? No? Non sta capendo nulla? Mi dia tempo, padre, e comprenderà tutto. Ero in un teatrino di Roma, me lo ricordo ancora. Raccontai la storia di quel piccolo arraffone locale, a Milano, che lo beccarono a prendere soldi da una impresa di pulizie che cambiava i pappagalli in un ospizio. Faceva molto ridere tutta la parte dove parlavo di pulizia e denaro sporco. La gente rideva fino alle lacrime quando esplodevo nella gag del corrotto che gettava il denaro nel cesso e tirava lo sciacquone. “Un lavoretto pulito pulito”. Terminavo sempre così. Poi andavo a bermi una birra, meritatissima. Anche quella sera. E il giorno dopo, leggere sul giornale che a Milano davvero le cose erano andate così parve poco più di una curiosa coincidenza.<br />
Non lo era, maledizione.<br />
Non ha ancora capito? Ma insomma, davvero non sa chi sono io? Ha presente il Prestigiatore? Chi è che l&#8217;ha chiamato così? Io. Chi è che l&#8217;ha fatto diventare quello che è? Io! No, non sono un megalomane millantatore. È proprio così.<br />
Il Prestigiatore era la sfida, la vera sfida per noi comici. Come era facile, in fondo, svillaneggiare i politici prima di lui. Erano così rigidi, grigi, seriosi&#8230; burocrati<em> a modo</em> -di destra, di sinistra- senza guizzi, imprevisti, fantasia. Qualcosa s&#8217;era mosso col Picconatore, e prima di lui con lo Squalo e la sua corte di nani e ballerine, ma nulla, nulla in confronto al Prestigiatore. Perché lui non faceva politica, non parlava di economia, di diritto, di società. Lui era il “sogno incarnato”. Era il mito. Era l&#8217;Italia nella sua più limpida rappresentazione. Era il luogo comune. Era un film di Alberto Sordi fatto corpo, era una Commedia di Natale fatta sangue. Perché lui era capace di dire cose come: “la realtà è una cosa, la verità un&#8217;altra”. Un vero filosofo patafisico.<br />
Lui è stato per anni il bersaglio indignato delle mie stilettate pubbliche, il pane per i miei denti, che, per quanto continuassi a masticare, non veniva mai a noia. In fondo, diciamocelo, è quindici anni che mi dà da mangiare. Ma fra entrate e uscite non sono io quello che ci ha guadagnato in questa partita doppia; pensavo solo di essere un comico, non sapevo di essere un veggente premonitore.<br />
La mia era – è, tutt&#8217;ora!- soprattutto una sfida intellettuale. Perché ogni cosa dicessi, lui rilanciava. Per deriderlo recitavo a teatro: “Manca solo che ora si inventi un modo per depositare i soldi degli evasori direttamente in banca, senza passare dal via: il Fisco”. Il mio pubblico rideva. E lui inventava lo scudo fiscale, cosicché i fondi nelle isole Cayman tornassero, zitti zitti, a casa.<br />
Io mi scervellavo, di notte, per pensare la prossima cattiveria, il prossimo sberleffo. Dicevo: “Perché una persona sotto processo non può candidarsi alle politiche? Perché non potrebbe occuparsi del suo lavoro, essendo sempre in tribunale!” E il Prestigiatore, replicava: decine di persone già condannate, con sentenza passata in giudicato, elette nelle sue liste, ché così il tempo in tribunale non lo perdevano più. Come ti muovi con un genio dello spettacolo così? Come puoi anticiparlo?<br />
“Con gli anni sto perdendo la vista, la prossima volta che vado a votare metto la X sul simbolo e lascio perdere di scrivere il nome del candidato.” E lui che fa? Una legge dove le segreterie di partito bloccano le liste. Il candidato che ho sempre votato ora è in fondo alla lista del partito. Non è stato più rieletto e mi odia. Così è stato, padre, così&#8230; “In America la tassa di successione è il modo che hanno i ricchi di entrare in società. Un regalo alla nazione.” E il Prestigiatore, giudizioso, la toglie per i redditi miliardari per poi cointestare le sue proprietà ai figli. Io ho reso ricco quell&#8217;uomo. Più assurda era la cosa che dicevo in pubblico e più lui assurdamente mi sopravanzava. A sinistra sono diventato una bandiera, a destra, probabilmente, facevano in segreto il tifo per me.<br />
Lo sdoganamento degli exfascisti, la depenalizzazione del falso in bilancio, il buco nei conti dello stato, le leggi <em>ad personam</em>&#8230; io, io, io&#8230; Immaginarlo, scriverlo e poi recitarlo è bastato perché accadesse. Più lo prendevo in giro politicamente e più lui si ispirava alle mie intuizioni. E le realizzava.<br />
Sono paranoico? No, se lo faccia dire, padre. Sono uno stupido. Io per anni ho voluto fare a pezzi l&#8217;immagine politica di un uomo che la politica non l&#8217;ha mai fatta. Ha sempre fatto televisione, ecco. Il suo è il più lungo <em>reality show </em>della storia televisiva e non me n&#8217;ero accorto. “La realtà è una cosa, la verità è un&#8217;altra”, ricorda? A lui non interessa la verità, vuole manipolare la realtà, farne un immenso parco giochi, il suo <em>kinderheim</em>. Povero vecchio bambinone. Quello che vedo, oggi, è un anziano gonfio di botulino, immerso nel fondotinta, con i capelli finti, operato alla prostata che, cappello di ferroviere calcato in testa afferma, di fronte agli astanti, patetico: “Volete un presidente ferroviere? Io preferisco un presidente puttaniere!” Quasi mi intenerisce vederlo crollare sotto i colpi di qualche prostituta tignosa. Mai fare incazzare le puttane. Sono persone serie, professioniste e, come è giusto, pretendono per ogni prestazione il giusto compenso, altrimenti si vendicano. Che pessimo comico sono.<br />
Tutto questo casino, il potere, la massoneria, la P2, le televisioni, la Presidenza del consiglio, i maneggi, gli imbrogli, per cosa? Per un pompino? Non le fa pena il suo pene, padre?<br />
Avere pietà è sentimento cristiano, vero. Non è questo il mio peccato, cos&#8217;ha capito? Non sono mica qui per il Prestigiatore, padre. Avergli permesso, con le mie innocue intuizioni comiche, di farsi trastullare i genitali dal qualche sua futura parlamentare o ministra (fa ridere, no? Lo ammetta, è talmente surreale che pare incredibile. Inverosimile. Quindi reale), oggi, qui, in ginocchio di fronte a Dio Padre, mi sembra un peccato veniale.<br />
Il peccato mortale è stato un altro. È stato non aver guardato dalla parte giusta. È stato aver sopportato la polverizzazione snob e deprimente della sinistra: Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra l&#8217;arcobaleno (impronunciabile!), Sinistra e libertà, Marxisti leninisti, Troskysti maoisti, e chi più ne ha più ne metta, col loro linguaggio vecchio di un secolo, con le loro micragnose guerre di posizione, col loro essere più a sinistra della sinistra, col loro &#8211; per dirla con Lenin – estremismo, vera malattia infantile del comunismo! È stato permettere che persone come Cicciobello, Baffettino, Mortadella, Ualterone, Erremoscia, Snobbettina, e tutta la cricca di smidollati ex democomunisti facessero a pezzi un patrimonio di solidarietà sociale, di idealità, di sogni condivisi, di senso del futuro che avevano ereditato dalla Storia per giocare ad essere moderni, concorrenziali col Prestigiatore. Come volessero vendere lo stesso prodotto, ma a un prezzo più conveniente. Ha presente la pubblicità? Lei cambierebbe due fustini di una imitazione per il fustino originale? Si tiene l&#8217;originale, giusto?<br />
Non basta cambiare nome, no. PCI-PDS-DS-PD. È come se io mi facessi chiamare oggi Antonio e domani Luigi. Sono sempre io però, giusto? Eppure gliel&#8217;avevano detto: “Con questa classe dirigente non vinceremo mai!” (ascoltassero più spesso i comici. A destra lo fanno, a destra i comici li mandano in esilio!) Quanti anni sono passati da allora, sei, sette? Sono ancora lì, a tenere la posizione, su un&#8217;isola deserta, mentre l&#8217;oceano erode le coste, sbriciola le spiagge, giunge a lambire ciò che resta della boscaglia. Nessuno però che si metta, ascia in mano, a costruire una nuova imbarcazione, per esplorare il continente davanti all&#8217;orizzonte, nessuno che lascia spazio a chi ha più forza nelle braccia, più sangue nelle vene. Quella colonna di fumo che osservano dalla loro isola deserta dimostra che i barbari sono arrivati e stanno facendo razzia della popolazione civile. Perché andar lì, sul territorio, a spezzarsi le unghie laccate di fresco? Da qui, dall&#8217;isoletta, le voci indignate si possono alzare al cielo senza preoccuparsi di disturbare davvero i barbari invasori. Una opposizione giudiziosa, insomma.<br />
Capito, padre? Capito il mio dramma? Sono colpevole. Colpevole di arrendevolezza, di complicità. Sono un comico colluso. Ma sono un comico. Vedo. Immagino. E mi voglio vendicare, padre. Questa sarà la mia redenzione.<br />
Sarà l&#8217;ultima mia esternazione pubblica, poi entrerò in questo convento e pregherò con lei per il resto dei miei giorni. Non parlerò del Prestigiatore, no. Parlerò di loro. Del prossimo congresso del Partito. Immaginerò di mettere un potente lassativo nella cambusa del ristorante pariolino dove mangeranno a pranzo, prima dell&#8217;apertura dei lavori. Immaginerò, come nel più triviale medioevo popolare, il dolore di pancia, gli spasmi, le aerofagie incontrollate, vedrò – e lo vedo proprio come un profeta vede perfettamente il futuro che si realizza-  salire il segretario sul palco, il volto madido di sudore, la mano calcata sulle viscere. E così i suoi nemici – prontissimi ad accoltellarlo alla prima occasione – e così i suoi amici – altrettanto prontissimi ad accoltellarlo, però alla schiena. “Compagni” dirà. E da lì il diluvio. Un&#8217;enorme liberatorio scorreggione, un profluvio di odori, di umori, di merda. Sì, di merda. Un mare di merda, li sommergerà tutti. Capace che finalmente qualcuno muovi quelle cazzo di braccia flaccide e impari a nuotare, fino a riva, qui, dove nella merda ci siamo tutti, grazie anche alla loro ignavia.<br />
Amen, padre, e così sia.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Satyricon, la satira politica in Italia<em>, un anno fa. Non è cambiato nulla.</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/16/la-triste-confessione-di-un-comico-paranoico/">La triste confessione di un comico paranoico</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Agorà</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <a href="http://randomante.blogspot.com/"><strong>Stefano Pisani</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Tempo di lettura: infinito</em></p>
<p>Dopo i successi di <em>Apri gli occhi</em>, <em>The Others</em>, <em>Mare dentro</em>, il grandissimo regista spagnolo Alejandro Amenabar si presenta con questo colossal sull&#8217;antica Grecia: la storia della morte di Ipazia, o meglio dello sviluppo del cristianesimo ad Alessandria nel 391 d.C.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/20/agora/">Agorà</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/una-splendida-locandina-per-il-film-agora-di-amenabar-129017.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-36418" title="una-splendida-locandina-per-il-film-agora-di-amenabar-129017" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/una-splendida-locandina-per-il-film-agora-di-amenabar-129017-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a></p>
<p>di <a href="http://randomante.blogspot.com/"><strong>Stefano Pisani</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Tempo di lettura: infinito</em></p>
<p>Dopo i successi di <em>Apri gli occhi</em>, <em>The Others</em>, <em>Mare dentro</em>, il grandissimo regista spagnolo Alejandro Amenabar si presenta con questo colossal sull&#8217;antica Grecia: la storia della morte di Ipazia, o meglio dello sviluppo del cristianesimo ad Alessandria nel 391 d.C. (se vi state chiedendo il perché del  titolo, interrogatevi sul fatto che se Amenabar l&#8217;avesse chiamato &#8220;sviluppo del cristianesimo nell&#8217;Alessandria del quarto secolo dopo Cristo&#8221; avrebbe avuto pochissimi spettatori. Ma d&#8217;altronde sempre più di quelli che ha avuto chiamandolo Agorà).<br />
<span id="more-36408"></span><br />
La storia è questa: Ipazia fa la professoressa di scienze naturali. Si mette lì e insegna a una classe fatta di soli uomini. Chiunque abbia visto un solo film con Pierino sa come andrà a finire la faccenda. Ma aspettate, aspettate, non precipitiamo le cose. Ci sarà tempo anche per quello (non a caso il film dura 127 minuti). Ipazia insegna cose formidabili, tipo: &#8220;quando lasciate cadere un oggetto per terra, questo cade verticalmente, proprio davanti a voi. Guardate, avvicinatevi. Non c&#8217;è trucco, non c&#8217;è inganno&#8221;. Oreste (Oscar Isaac), uno dei discepoli, viene conquistato da questa cosa, e si innamora della bella Ipazia (che è interpretata da quel bel tocco di Rachel Weisz, che non sarà certamente una bellezza clamorosa, ma che per il quarto secolo d.C., e per giunta in Grecia, era una sventola eccezionale). Lui allora fa presente alla &#8220;signora&#8221; che vuole possederla e lei gli consiglia di darsi alla musica. Il tutto si svolge sotto gli occhi di Davo (Max Minghella) un giovane ragazzo, che si rivelerà brillante nelle scienze, che però si trova nello status di schiavo a causa delle sue folte sopracciglia. Davo è di proprietà di Ipazia, ma la ama quando nessuno guarda. Ovviamente viene ignorato dalla donna (è un po&#8217; come se il vostro tritarifiuti fosse segretamente innamorato di voi, non ci fareste molto caso). Davo quindi, quando sente che Ipazia dice a Oreste di darsi allo studio del flauto doppio invece di farsi le segaos (così si chiamavano nell&#8217;antica Grecia) su di lei, si fa una risatina alla Muttley e pensa di avere qualche chances.</p>
<div id="attachment_36409" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/agora1.jpg"><img class="size-medium wp-image-36409" title="agora1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/agora1-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a><p class="wp-caption-text">Ipazia mentre insegna rubabandiera ai suoi discepoli</p></div>
<p>Ipazia è la classica aristocratica. Ha una serie di schiavi, tutte le comodità del mondo, una bella piscina riscaldata a cui spesso si affida, uscendo dall&#8217;acqua solfo-iodica tutta nuda e facendosi coprire proprio da Davo. Ogni tanto, poi, il panno che la copre scivola giù, proprio davanti a lui a cui esce il vapore dalle nari. &#8220;Oh, Davo &#8211; comincia Ipazia &#8211; vedi? le cose lasciate cadere vanno giù, proprio a perpendicolo rispetto al suolo. Ma&#8230; mi segui Davo? a cosa stai pensando, ti vedo paonazzo e gli dei mi fulminino se non hai le sopracciglia arricciate&#8221;. Gli dei. L&#8217;argomento centrale del film. In quel periodo si sta affermando il cristianesimo.<br />
Un tale, chiamato Ammonio, è il più sozzo e violento di tutti i cristiani di Alessandria, e quindi fa il predicatore. Questo qui è uno che vede le statue degli dei greci e comincia a mimare di farci pipì sopra e gli tira le pummarole, nonostante il fatto che gli dei greci siano tanti e di granito e il suo dio sia solo uno e invisibile. Ora, in particolare, mentre sta predicando in piazza che il suo dio è meglio degli altri e chi non è d&#8217;accordo deve convertirsi o morire trapassato da spade arrugginite, decide di fare un gioco. Sfida uno dei sacerdoti greci a camminare indenne in mezzo al fuoco invocando il suo dio (Il dio Estintore, in particolare). Anche lui farà lo stesso e quello che alla fine somiglierà di meno a tizzone avrà vinto, e il suo dio sarà il vero dio. Ma mentre Ammonio fa come Giucas Casella e corre velocissimo sui carboni ardenti attento a schivare le fiamme, tenendosi la tunica fra i denti in modo che non prenda fuoco e sfruttando le lunghissime unghie dei piedi a mo&#8217; di trampoli, al sacerdote greco, essendo da sempre attento alle cose del mondo, viene in mente invece che i tessuti e la carne umana sono oggetti infiammabili, e quindi esita. I cristiani, che sono misericordiosi, decidono di aiutarlo a superare questa sua titubanza afferrandolo e gettandolo di peso fra le fiamme. Quasi ci lascia le penne. Tutti i presenti esultano e sono pronti a sottoscrivere questa religione anti-incendio. Sicché il cristianesimo prende piede in Alessandria, mentre continuano le lezioni di Ipazia ai suoi discepoli. Anche in quei momenti però, ci sono contrasti religiosi. Il giovane Sinesio (Rupert Evans) è cristiano, e non è d&#8217;accordo su certe cose (boh, non mi ricordo) che riguardano il posizionamento della Terra nell&#8217;Universo e va in contrasto con Oreste, che intanto non fa che soffiare notte e giorno nel suo flauto doppio. Ipazia cerca di dirimere queste controversie con una sua memorabile frase: &#8220;Come diceva Euclide, se due cose sono simili a una terza cosa, allora sono simili tra loro, voi siete simili a me, discepoli, quindi siete simili tra voi&#8221;. Sinesio e Oreste sembrano convinti della spiegazione. Davo guarda Sinesio con un occhio particolare, pensando al fatto che lui sia simile a Ipazia, e si prefigge di passare un po&#8217; più di tempo con lui in sauna. Intanto, però, viene anche lui conquistato dalla causa cristiana.</p>
<div id="attachment_36410" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/agora-amenabar-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-36410" title="agora-amenabar-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/agora-amenabar-1-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a><p class="wp-caption-text">Ipazia esamina un&#39;oliva infilzata. Alle sue spalle, Davo la spia nascosto dietro le sue sopracciglia.</p></div>
<p>Mentre infatti sta recandosi a casa con una sporta di pani belli freschi da consegnare al suo padrone, vede che alcuni poveri storpi puzzolenti e appestati stanno in una specie di catapecchia e sono curati dai cristiani. Ammonio nota il ragazzo e lo convince di quanto sarebbe bello che lui donasse i suoi pani ai poveri. Davo però, sulle prime, gli risponde &#8220;Eh, ma il pane non è mio. Poi dovrò ripagarlo al mio padrone con i miei soldi&#8221;. &#8220;Ma cosa vuoi che siano dei soldi rispetto all&#8217;amore per una creatura di dio. I soldi non sono niente. Dalli pure a me, non temere&#8221; gli risponde Ammonio, istituendo storicamente il mille per mille (poi, nei secoli, una serie di trattative con lo Spirito Santo hanno abbassato questa quota, arrivando al moderno 8 per mille). Davo è indubbiamente uno sveglio. Di giorno studia e fa lo schiavo e di notte, oltre a passare molte ore a titillare l&#8217;alluce di Ipazia mentre lei dorme, costruisce il modello tolemaico di rivoluzione dell&#8217;Universo con tanto di epicicli. Ipazia è molto colpita da questo modello, addirittura lo porta davanti a tutta la classe chiedendo a gran voce un applausone. Oreste è così stupito che quasi stacca le labbra dal suo doppio flauto mentre Sinesio, guardando quel pregevole manufatto, pensa a come sarebbe bello imporre il cristianesimo anche sulle stelle fisse e financo sul Sole (tanto i cristiani sono ignifughi). Davo nel frattempo è diventato pure lui cristiano, come si diceva, e non è il solo. Il cristianesimo si diffonde proprio di brutto, i cristiani fanno marameo alle statue degli dei greci, gli fanno il solletico (&#8220;Vedete, non ridono!&#8221; &#8220;Prova con una barzelletta delle tue!&#8221;), sottolineano che invece il loro dio è vivo e vegeto, è attivissimo, solo che, purtroppo, è invisibile sennò ve la farebbe vedere lui. I saggi greci, uomini di veneranda età, decidono che la misura è colma e quindi bisogna passare a fil di spada tutti i cristiani. Danno l&#8217;ordine, ma non si rendono conto che sono in minoranza (i cristiani sono ormai tipo un miliardo &#8211; pare che Ammonio abbia anche fatto il miracolo di moltiplicare pani, pesci e cristiani), e quindi dopo un primo successo dovuto all&#8217;effetto sorpresa, le scarne milizie pagane greche (a cui appartiene anche Oreste) devono battere in ritirata e rifugiarsi nella Biblioteca di Alessandria. Oreste, intanto, è furiosissimo, perché ha fatto la dichiarazione pubblica a Ipazia ma lei gli ha risposto dandogli un fazzoletto intriso di sangue. &#8220;Vedi, Oreste, questo è il sangue del mio ciclo. Non sono perfetta come tu pensi&#8221; gli dice Ipazia, sdegnosa. &#8220;Ehi Ipazia, te lo faccio passare io il mestruo&#8221; risponde Oreste, solo che la risposta non si sente perché è costantemente impegnato a zufolare. Insomma, dopo tanto corteggiamento, Oreste si ritrova con in mano un pugno di mosche, un assorbente usato e una fottuta abilità da pifferaio di cui non sa che farsi. E&#8217; proprio il caso di andare a tagliare in due qualche cristiano, donne e bambini soprattutto. Però, come si diceva, finisce maluccio, e i cristiani, dopo un assedio, riescono a penetrare nella Biblioteca e fanno razzia. Alessandria si deve arrendere al cristianesimo. Ah, in tutto quel casino, Davo tenta di violentare Ipazia ma non impenna, e lei lo libera dalla schiavitù per andare a farsi curare.</p>
<div id="attachment_36411" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Agora-Foto-Dal-Film-16_mid-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-36411" title="Agora-Foto-Dal-Film-16_mid-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/Agora-Foto-Dal-Film-16_mid-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Il vescovo Cirillo, che a questo punto del film non è ancora comparso</p></div>
<p>Finisce il primo tempo. Dato che ho visto questo film su una gradinata all&#8217;aperto, mi sgranchisco le chiappe con gioia osservando gli insetti che, nel momento in cui accendono la luce, cadono in picchiata su noi spettatori organizzati come la Luftwaffe, e da cui mi difendo dichiarandomi non ebreo. Sono però sinceramente preoccupato per la sorte di Ipazia che è l&#8217;unica donna che prende la parola per tutto il film (se naturalmente escludiamo quella, fastidiosissima, accanto a me) e che quindi mi sa che sarà duramente ridotta al silenzio. Ripresa. Sono passati molti anni. Oreste è diventato prefetto di Alessandria ed è cristiano, Ipazia è invecchiata di 15 minuti, il padre di Ipazia è morto (era stato preso a bastonate da un suo schiavo che si era giustificato con lui dicendo &#8220;Ehi, niente di personale, ma io sono cristiano&#8221; ed era poi stato annientato dalla setticemia), Sinesio è diventato Vescovo di Cirene, Davo fa parte dei parabolani (cristiani molto zelanti che si danno da fare portando Cristo a suon di mazziatoni, e che non a caso sono particolarmente animati dall&#8217;irriducibile Ammonio) e fa la sua comparsa Cirillo, il vescovo di non mi ricordo dove (però è un vescovo importante). Le cose ad Alessandria ora vanno tutto sommato bene. Ipazia trova anche il tempo di condurre i suoi esperimenti sulla caduta dei corpi sulle barche a vela, in mezzo al mare, mentre prende il sole con Oreste, facendo però bene attenzione a non dargliela mai. E&#8217; diventata una delle donne più influenti di Alessandria, ed è gran consigliera del prefetto Oreste, che infatti nel frattempo ha imparato a suonare il clavicembalo, il basso tuba, la zampogna e la coda dei mufloni (quando non sono in calore). Praticamente tutta Alessandria è cristiana, quindi non ci sono problemi, direte voi. Illusi. E gli ebrei, allora? I cristiani, finite le statue degli dei greci da insozzare, hanno preso a insultare e perseguitare i pochi ebrei della città. &#8220;Avete ucciso Cristo!&#8221; &#8220;Sì, ma Cristo era ebreo! Lo sapeva che alla fine quello che le prende è sempre l&#8217;ebreo!&#8221;, erano discussioni che spesso si sentivano in giro, nell&#8217;Agorà (in piazza). A un certo punto, però, a qualche ebreo viene in mente un&#8217;idea brillante per porre fine a tutte quelle angherie. Attirano con una scusa i parabolani in una trappola (gridano: &#8220;Al fuoco al fuoco!&#8221;, i parabolani escono fuori ansiosi di gettarsi fra le fiamme per dimostrare che non bruciano, e finiscono in un cul de sac in cui restano malamente imprigionati) e ne lapidano una gran parte dall&#8217;alto. Ipazia accoglie la notizia con immenso dolore. &#8220;Però questa è la riprova della mia teoria degli oggetti che cascano verticalmente quando vengono lanciati, voglio farvelo notare&#8221; dice in pieno consiglio greco, presieduto da Oreste. Il Vescovo Cirillo la prende un po&#8217; peggio. &#8220;Non piangete per i nostri morti. Piangete per come adesso ridurremo gli assassini, battezzando le nostre spade nel loro sangue&#8221;.</p>
<div id="attachment_36414" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/agora_17.jpg"><img class="size-medium wp-image-36414" title="agora_17" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/agora_17-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Oreste cerca di convincere Ipazia a concedersi prima di firmare tutti quei rotoli</p></div>
<p>Ipazia suggerisce a Oreste di far internare Cirillo che, a suo giudizio, è completamente fuori di melone. Oreste, che sta imparando il clarinetto, è distratto e non comprende appieno la reale pericolosità di Cirillo, ma ci pensa quest&#8217;ultimo a chiarire le cose. In una riunione davanti a tutti, accusa Ipazia di non essere sottoposta all&#8217;uomo, secondo quanto scrive San Paolo: &#8220;La donna in assemblea si taccia. Non comandi, non insegni, si vesta condegnamente. In pubblico e in privato sia così, perché fu Eva che fece peccare Adamo e quindi ora, per Cristo, chiuda il becco!&#8221;. Oreste, però, vuol bene a quella donna da cui non l&#8217;ha ancora avuta, e non intende onorare le parole di quel sant&#8217;uomo di Paolo, e quindi Ammonio &#8211; che è sempre pronto a riportare il peccatore sulla retta via &#8211; gli scaglia in fronte un masso che lo fa svenire sanguinolento.<br />
Davo, intanto, assiste a tutto questo esterrefatto. Il gesto viene però punito, e Ammonio è condannato a morte. Lo buttano da una rupe, ma lui non muore. Lo chiudono con tre gatti in un sacco tagliandogli il naso per pietà (si sa che puzzano incredibilmente, quelle bestiacce) ma lui si mangia i gatti e ne esce trionfante, lo mettono con la testa ripetutamente nel water (non pensano nemmeno, a bruciarlo), alla fine gli piantano un paletto di frassino nel cuore e lo decapitano e lui muore. Lo seppelliscono (ndr.: la testa di Ammonio, durante il funerale, cerca invano di riattaccarsi al corpo) e Cirillo, con raro buongusto, lo dichiara santo per aver cercato di accoppare Oreste. Per non consumare una frattura nella cristianità, Sinesio dice a Oreste di dire a Ipazia che deve stare più zitta e deve obbedire a qualunque cosa gli dica un uomo (la cosa solletica le fantasie di Oreste), cioè deve diventare cristiana. I due si precipitano di corsa da Ipazia per dirgli questa cosa, ma lei dice di avere fede nella scienza, e non in Dio &#8220;un essere che non so nemmeno che traiettoria segue, quando cade&#8221;. Oreste, dalla rabbia, spacca il suo clarinetto e Sinesio fa l&#8217;ultimo tentativo ricordando a Ipazia che &#8220;se lei è simile a due cose, allora le tre cose sono simili. O meglio, essendo simile a una delle due cose, allora le cose sono tre, e sono simili a qualcosa. Insomma, mi hai capito&#8221;. &#8220;Sinesio, discepolo mio, hai la nebbia, in quel tuo cranio ottuso. Ti boccio&#8221; è la risposta definitiva di Ipazia.</p>
<div id="attachment_36416" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/agora.jpg"><img class="size-medium wp-image-36416" title="agora" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/agora-300x132.jpg" alt="" width="300" height="132" /></a><p class="wp-caption-text">Rachel Weisz: &quot;Posso dire una cosa?&quot; - Alejandro amenabar: &quot;No&quot;</p></div>
<p>Mentre se ne ritorna a casa pensando a quale forma possa avere l&#8217;orbita terrestre, viene catturata dai parabolani che vogliono trucidarla. La portano in una specie di tempio e lì, prima di ucciderla, la spogliano nuda (parabolano sì, ma fesso no). A quel punto, attirato dalle natiche di Ipazia, si materializza Davo, che con un gioco di sopracciglia riesce a convincere i parabolani con i coltelli frementi in mano che è il caso di non ammazzarla così. Meglio andare a prendere delle pietre e lapidarla. Gli altri vanno allora a raccogliere sassi aguzzi e lui resta da solo con lei. Si guardano un secondo, e Ipazia capisce il suo destino. Ma prima di morire, vuole dire a Davo che la terra si muove su un&#8217;orbita ellittica. Mentre sta per pronunciare la parola ELLISSE, Davo le mette una mano sulla bocca per soffocarla. Lei allora si dimena, fa per liberarsi, ma Davo, con le lacrime agli occhi, tiene la presa ben salda. &#8220;Non voglio liberarmi, idiota! Voglio solo dirti che la terra si muove su un&#8217;ellisse e poi morire! Fesso!&#8221; pensa Ipazia, mentre Davo serra la bocca con forza sempre maggiore, mentre l&#8217;altra mano&#8230;<br />
Ed è così che muore Ipazia. Ed è questa la fine che fanno tutte le donne a cui è impedito di parlare.</p>
<p><em>Giudizio critico</em>: ottima fotografia, riprese degne di Google Earth, ma scarsini i dialoghi. Finale affrettato, forse Amenabar si era reso conto di essere arrivato a 2 ore e passa, e a un certo punto ha deciso di tagliar corto. Proprio come farò io ora..</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/20/agora/">Agorà</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Berlusconi e il piatto tutto pieno</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/07/07/berlusconi-e-il-piatto-tutto-pieno/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 06:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>Questo testo inedito apparirà nel prossimo</em> Almanacco Guanda, <em>a cura di Ranieri Polese, dedicato alla satira, in uscita a fine settembre. Marco Belpoliti ce ne fa grazioso dono, e noi ringraziamo.</em> G.B.]</p>
<p></p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>La satira involontaria esiste? Difficile rispondere, dal momento che ci sono testi scritti, o visivi, che ad alcuni parlano in modo eloquente, mentre ad altri appaiono muti, e quasi nessuno ne vede l’effetto involontario.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/07/berlusconi-e-il-piatto-tutto-pieno/">Berlusconi e il piatto tutto pieno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Questo testo inedito apparirà nel prossimo</em> Almanacco Guanda, <em>a cura di Ranieri Polese, dedicato alla satira, in uscita a fine settembre. Marco Belpoliti ce ne fa grazioso dono, e noi ringraziamo.</em> G.B.]</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/copertina_chi_2.jpg" alt="copertina_chi_2" title="copertina_chi_2" width="451" height="584" class="aligncenter size-full wp-image-19081" /></p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>La satira involontaria esiste? Difficile rispondere, dal momento che ci sono testi scritti, o visivi, che ad alcuni parlano in modo eloquente, mentre ad altri appaiono muti, e quasi nessuno ne vede l’effetto involontario. La domanda viene spontanea guardando la recente copertina di <em>Chi</em>, il settimanale diretto da Alfredo Signorini, esteta e filosofo del <em>bon ton</em> berlusconiano, apparso in edicola il 1° luglio 2009. <span id="more-19080"></span><br />
<em>Chi </em>è una rivista patinata, di proprietà dell’attuale Presidente del Consiglio – meglio: della sua famiglia, a cui Silvio Berlusconi affida il compito di veicolare la propria immagine presso i suoi elettori. Si tratta di una sorta di rotocalco del gossip, fondato su un uso ampio dell’immagine fotografica. Un album di famiglia della società italiana così come la immagina e la vuole il cavaliere di Arcore – e Signorini, dannunziano di complemento, la confeziona con bravura, un pizzico di irriverenza e tanta fantasia. A <em>Chi </em>Silvio Berlusconi ha affidato la risposta allo “scandalo” sessuale scoppiato durante questo anno.<br />
  Ricapitoliamolo velocemente, per fare un po’ di memoria dinanzi ad avvenimenti che si succedono in modo incalzante, di cui, a più riprese, lo stesso Berlusconi enuncia l’inesistenza. Prima di tutto viene il compleanno celebrato in un locale di Casoria, vicino a Napoli, a cui il Presidente interviene; si festeggia il diciottesimo anno di Noemi Letizia, sconosciuta ragazza bionda di cui Berlusconi si proclama amico-di-famiglia. Segue una serie di interviste, inchieste, testimonianze circa la conoscenza, più o meno intima, della ragazza da parte del settantaduenne Presidente. Su <em>Chi </em>appaiono le foto della festa, e a seguire le foto della famiglia Letizia con fidanzatino di Noemi al seguito (poi si scopre: tutto inventato, come in Tv). Dieci domande poste da un quotidiano italiano – <em>La Repubblica </em>– sul comportamento del leader politico del Partito delle Libertà restano inevase. Poi è la volta di un altro episodio, anche questo fotografico: un cospicuo numero di istantanee colte con un potente teleobiettivo da un fotografo all’interno della villa, Villa Certosa, di proprietà del tycoon e uomo politico italiano in Sardegna.<br />
  Non mi dilungo sugli aspetti giudiziari, il botta e risposta tra l’entourage del Presidente e i giornali dell’opposizione. Le foto ritraggono delle ragazze e un uomo politico estero, in costume adamitico, all’interno della magione sarda, nonché Berlusconi stesso. Niente di particolarmente scandaloso, ma sufficiente ad alimentare voci sulle feste che avvengono all’interno dell’abitazione-villaggio turistico del magnate televisivo. A questo punto emerge una voce – più di una voce – circa le consuetudini di Silvio Berlusconi, riguardo agli inviti di belle donne che frequentano le sue abitazioni, a Roma e sull’Isola. Ovvero, la consuetudine che l’uomo politico, e proprietario della più grande catena di televisioni private, coltiva di circondarsi di ragazze giovani e giovanissime.<br />
Ne ha scritto anche la moglie – un altro capitolo di questa auto-satira? – in una lettera ad un giornale, supponendo un disturbo psichico del consorte, e definendo le ragazze che lo frequentano vittime sacrificali offerte al Drago (un’immagine medievale, ma anche un’allusione a celebri quadri rinascimentali).<br />
  La vicenda non finisce qui. Nel momento in cui sto scrivendo queste righe è scoppiato un altro scandalo, se così si può dire – “scandalo” nel senso etimologico del termine: “pietra d’inciampo” – che riguarda delle “escort”, parola inglese con cui si indicano le accompagnatrici di uomini d’affari, e non solo loro, per viaggi e occasioni mondane. Donne belle e bellissime, sessualmente disponibili, come suggerisce la voce “escort” del Dizionario Zanichelli – la parola in origine significa “indicare la via” –, dove il termine è definito un eufemismo: prostitute d’alto bordo. Il tutto è partito da un’inchiesta della magistratura di Bari. Sono ancora immagini, questa volta digitali: ragazze che mostrano fotografie scattate col cellulare all’interno della residenza romana del Premier – Palazzo Grazioli –, che si ritraggono a vicenda con la minicamera in uno dei bagni della magione, mentre altre asseriscono di aver avuto rapporti sessuali con lui – una sola ragazza, per la verità. Tutte sarebbero state pagate per questo lavoro da escort.<br />
  Satira? Probabilmente sì, se si ritorna all’etimo della parola: “piatto ricolmo, saturo, di macedonia di frutta e legumi”. Questa è in origine la satira, qualcosa di troppo pieno e insieme di misto. Oggi si direbbe “fritto misto”. La parola ora indica un “componimento poetico che critica argutamente le debolezze umane”, e per questo fa leva proprio sulla commistione tra prosa e versi. Il genere letterario della “satira-satura” viene da questa mescolanza.<br />
  Ma torniamo alla copertina di <em>Chi </em>da cui sono partito. Ecco qui l’auto-satira. Forse Silvio Berlusconi non si è davvero reso conto di quello che faceva mettendosi in posa davanti all’obiettivo del fotografo del rotocalco di famiglia. O forse sì, e allora di qualcosa d’altro si tratta. Di cosa? Descriviamo un attimo l’immagine che campeggia nel periodico: Silvio è seduto su un prato tagliato all’inglese. Vestito di blu, e la gamba, la sinistra, appoggiata a terra, mentre la destra appena sollevata; vi appoggia il braccio destro. Le maniche della camicia sono arrotolate in modo informale – modello J. F. Kennedy – mentre l’avambraccio nudo si scorge appena; la mano semichiusa. Sorride e guarda-dritto-in-macchina. Un sorriso, come suo solito, fisso, quasi una maschera.<br />
  La cosa che colpisce, oltre la fissità dell’espressione, in cui dominano i denti bianchissimi e il naso, è lo sguardo spento, e gli occhi socchiusi. Di vivo nel ritratto fotografico c’è solo il sorriso, che illumina il volto, ma non accende gli occhi. E poi la capigliatura, che sembra dipinta a mano – Photoshop? – con una precisione quasi millimetrica. I capelli sono di colore indefinibile: un po’ neri e un po’ grigi. Qualcosa di decisamente innaturale.<br />
  L’innaturalezza appare lo stigma di questa immagine, ed è quasi una citazione, una auto-citazione: Questo sono io!, sembra dire lo sguardo del Presidente. Così, in modo naturalmente innaturale.<br />
  Questa immagine rinvia a molte altre immagini, quelle viste quotidianamente sui giornali, oppure le indimenticabile istantanee di <em>Una storia italiana</em>, il fotoromanzo con cui Berlusconi ha condotto la campagna elettorale del 2001, inviando a milioni di suoi potenziali votanti il proprio album personale, rivisto e corretto, naturalmente. Le immagini fotografiche più ancora delle immagini in movimento (televisione e video) sono al centro degli interessi visivi – e ideologici – del tycoon di Arcore. Così da qualche tempo – un paio d’anni o forse più – ogni avvenimento politico trova il suo corrispettivo in un servizio fotografico su <em>Chi</em>, e anche ogni avvenimento privato della vita di Silvio – il matrimonio della figlia maggiore Marina, presidente della Mondadori, oppure il divorzio possibile dalla seconda moglie Veronica Lario, alias Miriam Bartolini – è trasformato in avvenimento pubblico, cioè politico. La politica della comunicazione di Berlusconi funziona così. O, almeno, ha funzionato così, fino a questa copertina del 1° luglio 2009.<br />
  Cosa ha di particolare questa immagine di copertina di cui ho cominciato a dare una descrizione? Costituisce qualcosa di nuovo, di inedito, possiamo dire d’eccessivo. Quel senso di spaesamento suggerito dal volto del Presidente è accentuato dalla figurina che gli sta a fianco. Si tratta di un bambino piccolo; dalla didascalia, posta in alto, sotto la testata, apprendiamo che si tratta del nipotino Alessandro. Il suo viso contrasta in modo evidente con quello del nonno lì a fianco. Mentre Silvio ci guarda, Alessandro è rivolto con gli occhi altrove. Sono occhi di colore azzurro, vivissimi. Tutto l’ovale del viso appare rilevante: le labbra rosse pronunciate, la pettinatura, l’orecchio sinistro, l’unico che si scorge nell’immagine. Ma anche la postura: mentre quella del tycoon è fissa, il nipotino appare sbilanciato. La mano sinistra quasi sospesa in aria, cerca un appoggio, e anche la destra è in movimento, seppur sembra ferma. Delle gambe del bambino se ne vede una sola, calzata da una scarpina bianca, mentre l’altra non è visibile.<br />
  Si tratta, per quanto riguarda la figura del bambino, di un’istantanea presa al volo, mentre il bebé si volta, quasi di scatto, e si protende con lo sguardo verso qualcuno che probabilmente lo sta chiamando. I due ritratti, Silvio e Alessandro, appaiono antitetici. Fisso il primo, spontaneo il secondo; rivolto verso l’osservatore il primo, verso qualcun altro fuori quadro il secondo. Le due figure sembrano così incongrue da far pensare a una manipolazione, con Photoshop o altro programma grafico: sono due immagini diverse accostate mediante un artificio. Oppure no, si tratta di una foto “autentica” (sebbene si supponga, per via di alcuni dettagli come i capelli del presidente, ritoccata), ma l’effetto è di una profonda divergenza tra i due soggetti raffigurati.<br />
   Mi spiego: Silvio Berlusconi, al centro di uno “scandalo” sessuale, vuole ribadire la sua appartenenza alla triade di valori Dio-Patria-Famiglia. Per questo si fa fotografare con la sua famiglia. Lo si vede nell’interno del servizio: l’occasione è la festa di compleanno del suo secondogenito, Piersilvio. Raduna nella villa di Paraggi in Liguria – non in Sardegna, si badi bene – la sua prima famiglia. La prima moglie – Carla Dall’Oglio, scomparsa da tempo dalla iconografia berlusconiana, con i figli di primo letto: Piersilvio e Marina. Più i due nipoti, i figli della primogenita, Silvio e Gabriele. Nel gruppo di famiglia raffigurato nel servizio non figura Alessandro, che invece compare accanto al tycoon sulla copertina del rotocalco. Alessandro – un po’ di genealogia non guasta – è il figlio della figlia Barbara, avuta dalla seconda moglie, Veronica. Barbara non c’è in nessuna delle foto pubblicate da <em>Chi</em>, il figlioletto invece sì. Perché? Perché è un nipote. Ovvero funziona perfettamente per accostarlo a sé nella copertina: Silvio come Nonno. Un nonno ben conservato, si direbbe, anche grazie ai ritocchi e alle manipolazioni dei bisturi, oltre che della computer graphic.<br />
  Ma c’è qualcosa di più. Alessandro è piccolo, più piccolo degli altri due nipoti che compaiono nel servizio – oltre che nella vita del famoso e potente Nonno. E poi è particolarmente bello. Ha un volto radioso, che sembra emanare gioia anche se non sorride. Il suo è un viso solare, ridente, oltre che freschissimo. Accostandolo a sé Silvio sottolinea un elemento di simbiosi: giovinezza. Quello che ottiene dall’immagine del nipotino è proprio questo: un elisir di lunga vita. In immagine, naturalmente. Ma poiché di “politica dell’immagine” si tratta, questo potrebbe forse bastare.<br />
  In altre parole, Silvio vuole comunicarci due cose: sono dedito alla famiglia, e non alle minorenni in fiore; sono giovane perché sono accanto a un giovane: proprietà transitiva. Poi, questo giovanissimo è mio nipote. Nella foto che apre il servizio, su doppia pagina, c’è un’altra auto-citazione: posa coi due nipoti, Silvio e Gabriele, con il pollice alzato, secondo un gesto a lui abituale negli anni Settanta – “è ok!” – fissato in una celebre foto di Giuseppe Pino. Anche in questa istantanea, costruita a beneficio del fotografo, il suo sguardo è spento, il viso non emana alcuna luce, a differenza della vivacità dei due visi infantili accanto a lui.<br />
  Ultimo dettaglio, il vestito indossato da Alessandro nella fotografia di copertina: bianco con righe blu sulle maniche e sul colletto. Il tipico vestito delle classi alto borghesi, immortalato in <em>Vestivamo alla marinara</em> da Susanna Agnelli, celebre best seller sulla storia della sua famiglia. Anche qui Alessandro veste alla marinara, in un completo bianco, come le scarpine, che lo fanno sembrare un angioletto, in contrasto col blu scuro dei calzoni e la camicia di Nonno Silvio, indossata fuori dai calzoni, come usano i giovani oggi, ma anche per ridurre l’effetto-pancia della camicia infilata dentro le braghe.<br />
  Perché si tratta di una auto-ironia? Perché c’è qualcosa di eccessivo nell’immagine di questa copertina, qualcosa di incongruo. L’innaturalità di cui si è detto riguarda sia la figura del Nonno come quella del Nipote. Di più: sono innaturali anche accostati tra loro, oltre che singolarmente. Parlano due lingue che non si intersecano, così da dare la sensazione precisa di una costruzione, la quale finisce per accrescere l’aspetto satirico dell’intero quadretto. Sembra una satira di Silvio Berlusconi: una barzelletta, però raccontata da altri. C’è qualcosa di sottilmente ridicolo nel <em>tableau vivant </em>dell’immagine. Ridicolo perché eccessivo, sia nelle pose che nei gesti, sia nei vestiti come negli sguardi. Si tratta di qualcosa di finto, non di falso, poiché, a ben guardare, l’intera immagine è vera, appartiene alla verità di Silvio Berlusconi, quella che da diversi decenni non smette di proclamare attraverso le proprie immagini, una verità che però finisce non nella falsità, bensì nella finzione.<br />
  Si tratta, questo è il punto, di una vera finzione. Qui scatta il livello di autosatira, una satira su se stessi involontaria, non voluta né auspicata, ma coscientemente prodotta proprio attraverso l’idea stessa di finzione. Finzione come <em>fiction</em>, racconto inventato a partire da dati veri. Tutta l’immagine fotografica di Silvio è frutto di una finzione, è un racconto a cui credere – una favola in cui credere –, il romanzo di una vita, ma anche il telefilm, una fiction in cui realtà e finzione si scambiano di posto per realizzare appunto il “finto”.<br />
  Lavorare sul “finto”, come fa del resto ogni settimana <em>Chi</em>, rotocalco di <em>storytelling </em>costruite mediante immagini fotografiche – scatti rubati o fatti credere di essere-stati-rubati –, comporta dei rischi, il primo dei quali è quello di fornire un “piatto troppo ricco” a chi guarda e legge, ovvero di fornire materiale satirico, in una sorta di auto-ironia involontaria. L’eccesso di finzione – costruzione dell’immagine, manipolazione della stessa, uso di simboli e figure retoriche, allusioni e rinvii extratestuali – comporta una messa in causa della verdicità stessa dell’immagine. Va bene che tutti sanno che tutto è finzione nel mondo del tycoon di Arcore, ma c’è un limite a questa finzione, un limite chiamato realtà, che può essere bellamente obliata, nascosta, alterata, resa virtuale, ma tuttavia continua ad esistere come sfondo su cui si stagliano tutte le <em>storytelling </em>visive di Silvio Re.<br />
  Qualcosa di nuovo è accaduto. La costruzione visiva, all’opera nella copertina di <em>Chi</em>, indica un cambiamento di comunicazione. L’immagine non vuole più rassicurare o convincere, ma contrastare. Meglio: si tratta di una contro-informazione – Silvio buon Nonno e non seduttore di minorenni come certi avversari vorrebbero far credere – che funziona al contrario, proprio perché deve disattivare un’immagine, a sua volta fotografica, costruita come un capo d’accusa contro il tycoon. Si tratta delle fotografie di Noemi, delle foto rubate dal fotoreporter nella villa sarda, delle tante immagini delle escort pubblicate sui quotidiani e sui settimanali italiani. La contro-informazione della copertina appare sfasata rispetto al suo obiettivo, persino eccessiva proprio per la sua natura di messaggio contrastato.<br />
  Nell’opposizione tra le due figure – Silvio e Alessandro – si apre dunque uno spazio che comunica l’esatto opposto di quello che i curatori dell’immagine del Cavaliere si proponevano: rassicurare, confermare, e persino commuovere. Invece di emozionarsi il lettore di <em>Chi </em>si spaventa: chi è il vampiro senza tempo e senza età che compare accanto al fantolino sulla copertina del rotocalco? Perché sorride? E cosa significa quel sorriso spento sul suo viso? E il bambino, non sembra forse un clone? Un bambino clonato in immagine? Un bambino-immagine, come in una pubblicità di un borotacolo (“Roberts”), che appare vestito, ma il cui messaggio sublinare è quello del bimbo-nudo. E questo nudo innocente, pudibondo, che è il vero messaggio inconscio della fotografia, a cosa allude? All’innocenza di Nonno Silvio, naturalmente. Ma questa innocenza è smentita dal sorriso plasticato del Nonno. L’osmosi tra il vecchio e il bambino, tra i valori di cui entrambi sono carichi sul piano simbolico, non sembra avvenire. Tutto si blocca, si ferma lì, come la fissità del volto del tycoon nello scatto ricostruito che stiamo guardando. Qui il Re è nudo. A dirlo non è tanto il bambino della fiaba di Andersen, <em>I vestiti nuovi dell’imperatore</em>, ma il bambino che il Re ha vicino a sé. Dice che lui è vecchio, che è di plastica, che è finto, e lo dice grazie proprio alla finzione della giovinezza e dell’infanzia di cui il bambino della copertina è portatore. Finto più finto, non dà come risultato Vero, bensì Falso. La veridicità delle immagini si vendica disponendo la falsità dei significati che si vuol comunicare. La satira è il prodotto di tutto questo. Involontaria, inconsapevole, ma pur sempre satira.</p>
<p>PS<br />
Una persona, a cui ho fatto leggere il testo qui sopra, mi ha spedito questa immagine di Domenico Ghirlandaio, “Vecchio con nipote”, della fine del Quattrocento. La allego. Forse dovrei riscrivere tutto, e costruire un discorso iconologico facendo riferimento alla tradizione dei ritratti di nonni con nipoti nell’arte italiana, quasi supponendo che i curatori dell’immagine di Silvio Berlusconi siano a conoscenza di questo quadro. Possibile. O forse no. Si tratta solo di un caso. Tuttavia ragionarci sopra avrebbe qualche significato. Alla prossima volta.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/457px-domenico_ghirlandaio_0031.jpg" alt="457px-domenico_ghirlandaio_0031" title="457px-domenico_ghirlandaio_0031" width="454" height="594" class="aligncenter size-full wp-image-19082" /></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/07/berlusconi-e-il-piatto-tutto-pieno/">Berlusconi e il piatto tutto pieno</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Materiali per una critica della più celebre forma poetica di origine italiana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/23/materiali-per-una-critica-della-piu-celebre-forma-poetica-di-origine-italiana/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/23/materiali-per-una-critica-della-piu-celebre-forma-poetica-di-origine-italiana/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2008 11:39:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[lisa scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[robert gernhardt]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>
		<category><![CDATA[sonetti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Robert Gernhardt</strong></p>
<p>rifacimento di <strong>Lisa Scarpa</strong></p>
<p>Così di merda li trovo, i sonetti,<br />
talmente angusti, rigidi e dappoco;<br />
mi fa proprio girare i cosiddetti<br />
che chi li scrive, chi discopre il foco</p>
<p>sacro di continuar con ‘sta cacata;<br />
il fatto solamente che lo faccia<br />
mi manda in vacca tutta la giornata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/23/materiali-per-una-critica-della-piu-celebre-forma-poetica-di-origine-italiana/">Materiali per una critica della più celebre forma poetica di origine italiana</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Robert Gernhardt</strong></p>
<p>rifacimento di <strong>Lisa Scarpa</strong></p>
<p>Così di merda li trovo, i sonetti,<br />
talmente angusti, rigidi e dappoco;<br />
mi fa proprio girare i cosiddetti<br />
che chi li scrive, chi discopre il foco</p>
<p>sacro di continuar con ‘sta cacata;<br />
il fatto solamente che lo faccia<br />
mi manda in vacca tutta la giornata.<br />
Io m&#8217;inceppo. E la collera s&#8217;affaccia<span id="more-7534"></span></p>
<p>avverso il fottutissimo cacone<br />
che con le seghe m&#8217;ingorga, quel bonzo,<br />
e mi risveglia dentro l&#8217;aggressione.</p>
<p>Non so cosa motivi questo stronzo,<br />
né sia che a saperlo tempo perda:<br />
io li trovo i sonetti assai di merda.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/gernhardt1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7545" title="gernhardt1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/gernhardt1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p><strong>Materialien zu einer Kritik der bekanntesten<br />
Gedichtform italienischen Ursprungs</strong></p>
<p>Sonette find ich so was von beschissen,<br />
so eng, rigide, irgendwie nicht gut;<br />
es macht mich ehrlich richtig krank zu wissen,<br />
dass wer Sonette schreibt, dass wer den Mut</p>
<p>hat, heute noch so’n dumpfen Scheiß zu bauen;<br />
allein der Fakt, dass so ein Typ das tut,<br />
kann mir in echt den ganzen Tag versauen.<br />
Ich hab da eine Sperre. Und die Wut</p>
<p>darüber, dass so’n abgefuckter Kacker<br />
mich mittels seiner Wichserein blockiert,<br />
schafft in mir Agressionen auf den Macker.</p>
<p>Ich tick nicht, was das Arschloch motiviert.<br />
Ich tick es echt nicht. Und ich will’s nicht wissen:<br />
Ich find Sonette unheimlich beschissen.</p>
<p>Robert Gernhardt: <em>Wörtersee</em>. Zweitausendeins, Frankfurt am Main 1981, S. 165.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/23/materiali-per-una-critica-della-piu-celebre-forma-poetica-di-origine-italiana/">Materiali per una critica della più celebre forma poetica di origine italiana</a></p>
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		<title>La trappola del fuorigioco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/22/la-trappola-del-fuorigioco/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/22/la-trappola-del-fuorigioco/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Dec 2003 09:34:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea bajani</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bajani]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p></p>
<p>Coloro che per mestiere fanno ridere la gente hanno una lunga frequentazione con i meccanismi della censura: è un patto implicito, quello che regola la gestione non conflittuale della messa in ridicolo, o della traduzione in riso, di alcuni aspetti della vita associata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/12/22/la-trappola-del-fuorigioco/">La trappola del fuorigioco</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/guzzanti_nazione.jpg" alt="guzzanti_nazione.jpg" border="0" height="200" width="300" /></p>
<p>Coloro che per mestiere fanno ridere la gente hanno una lunga frequentazione con i meccanismi della censura: è un patto implicito, quello che regola la gestione non conflittuale della messa in ridicolo, o della traduzione in riso, di alcuni aspetti della vita associata. Si conoscono le regole e le si condividono, se per condivisione si intende l’accordo che rende possibile una coabitazione tra due parti. Finché la condivisione persiste, persiste la coabitazione. Nel momento in cui salta, scatta il fuorigioco e si rimette in discussione l’assetto complessivo: si fischia l’infrazione, si ferma il gioco e si concede potere di manovra a chi ha subito l’infrazione. Coloro che per mestiere fanno ridere la gente appartengono a una categoria, che per semplificazione chiamiamo “del comico”, che storicamente ha fatto alzare in più di un’occasione la bandierina del fuorigioco. Una categoria, e non la sola naturalmente, che ha fatto scattare più di una volta la tagliola della censura.<br />
<span id="more-234"></span><br />
Ora: la tagliola della censura è per sua natura, e per tautologia, un meccanismo che rende impopolare chi la applica. È l’ultimo rimedio, e il più drastico, per ripristinare un assetto stabilito a priori da chi detiene il potere. Se da un lato rende esplicita una gerarchia, e dunque riconosce il potere a chi ne è detentore, dall’altro rende manifesto un atteggiamento aggressivo, dispotico, visualizza il coltello sotto il tavolo di chi detiene quello stesso potere. Se da un lato, quindi, legittima il potere nel suo essere tale, dall’altro ne mette in evidenza il deragliamento potenziale, la deriva autoritaria, antidemocratica, dittatoriale.</p>
<p>Il potere, e nel caso particolare il governo che ha fatto scattare le tenaglie censorie nel nostro paese, predilige la censura preventiva. L’aggettivo “preventivo”, come sappiamo bene, ha assunto negli anni una connotazione di aggressione giustificata, è un’imposizione taumaturgica della forza. Il “meglio prevenire che curare” ha subito una fatale metamorfosi ed è diventato “meglio prevenire e poi curare”: lancio la bomba poi mando le missioni umanitarie a riparare il danno, a suturare ferite, a riempire bare e barelle. Nel caso della censura, però, la prevenzione si traduce in un’aggressione silenziosa e subdola ai contenuti, nella loro totale e dispotica sottomissione alla comunicazione. La comunicazione, lo sappiamo tutti, è la prima parola d’ordine nei meccanismi di vendita di un prodotto. La comunicazione e la sua declinazione commerciale: il marketing. E altrettanto bene sappiamo che il nostro attuale governo si fregia di ridefinirsi in termini di impresa, di mercato. Il farsi impresa è il nuovo parametro ontologico del nostro attuale governo così come di buona parte del civilizzato mondo occidentale. Diventare imprenditori di se stessi, parafrasando una delle massime del presidente del consiglio, è il nuovo obiettivo dell’individuo, è la nuova release del “conosci te stesso”, un “conosci te stesso 2.0”: diventa manager delle tua persona, diventa dirigente della tua individualità.</p>
<p>La comunicazione, il marketing e la censura preventiva, dunque. Piuttosto che applicare la tagliola impopolare della censura autoritaria, è più opportuno, dicevamo, lavorare sulla prevenzione applicando i parametri della comunicazione. Ciò significa lavorare sulla semplificazione, sull’abuso del linguaggio, sullo stupro del vocabolario, sull’efficacia e coerenza dell’assunto esposto, e in definitiva sull’abolizione di ogni elemento di complessità. Conosciamo la brutta fine che hanno fatto le parole “libertà”, l’aggettivo “umanitario”, la “flessibilità”, la “prevenzione”, appunto. Che cosa è successo, in questo senso, al lavoro di quelle persone che per mestiere fanno ridere la gente? È successo che il comico, per usare ancora una volta questa semplificazione, è diventato una categoria che ormai pertiene più al marketing che alla teoria dei generi. Lo stesso accade con il noir, per fare un altro esempio, o con la fantascienza. Esistono delle fette di mercato da colonizzare, e il marketing si occupa di questo. È un fatto di marketing, dunque, e al tempo stesso di eliminazione dei conflitti, di narcotizzazione delle voci contro. Lo scrittore che fa ridere la gente, per fare riferimento alla letteratura, ha la sua riserva rassicurante dove muoversi, è localizzabile su uno scaffale, in libreria, dove condivide polvere e centimetri con tutte le altre persone che fanno ridere la gente, da Giorgio Panariello, appunto, a Daniele Luttazzi. Sono tutti insieme a farsi buona compagnia e a fare mucchio. Non vi preoccupate, cari appassionati di libri, tutto questo è solo “comico”, come si legge sulle targhette a scaffale, è intrattenimento, evasione. Non prendeteli sul serio, divertitevi, evadete dalla quotidianità. Il mondo, signore e signori, è un’altra cosa.</p>
<p>Il pranzo è servito. La letteratura, la televisione, non fa differenza. Ciò che conta è l’applicazione di una categoria semplificante, è il massacro della complessità. Convention è definita “satira” allo stesso modo del “Caso Scafroglia” di Corrado Guzzanti o della trasmissione di Daniele Luttazzi o, appunto di “Raiot” di Sabina Guzzanti. È “satira” la macchietta di Totti che dice “Aò” come quella di Berlusconi che si ubriaca prima di fare il discorso alla nazione. Tutti insieme, a condividere target e palinsesto, tutti insieme a condividere la targhetta di  comico. Non vi preoccupate, divertitevi, è tutta satira, evasione, divertimento. Eccola, la censura preventiva. Neutralizzare il conflitto riscrivendo i vocabolari, settorializzando, facendo convergere dentro lo stesso orizzonte elementi di carica opposta.</p>
<p>Con l’applicazione della censura preventiva, allora, sembrerebbe tristemente scongiurato il ricorso all’aggressione, al dispotismo censorio. Eppure, come ben sappiamo, le cose non stanno in questo modo. La trasmissione di Daniele Luttazzi è stata censurata, e stessa sorte hanno avuto quelle di Corrado e di Sabina Guzzanti. È scattato il fuorigioco, si è alzata la bandierina. Che cosa è successo? O meglio, che cosa hanno in comune queste tre trasmissioni? Satyricon, Il caso Scafroglia e Raiot hanno rimesso in discussione tutte le regole del gioco, hanno violato la recinzione della riserva, hanno provato a buttarsi giù dallo scaffale. Hanno applicato la trappola del fuorigioco, con un contropiede che ha messo il potere in una zona di vulnerabilità. Di qui, l’inefficacia della censura preventiva e il ricorso dispotico ai tradizionali provvedimenti censori.</p>
<p>Come è avvenuto, tutto ciò? In che modo hanno compiuto questo stravolgimento delle regole, e messo così a nudo l’autoritarismo del potere? Lo hanno fatto rifiutando la semplificazione, riprendendosi la complessità, negando la normativa di una  categoria di marketing che prevede che la “satira”, oggi, sia un genere approntato per far ridere la gente. Ovvero: che sia un genere, una categoria, che si esaurisce nella caricatura, nella macchietta, nella risata di fronte alle malefatte del potere, di un potere, per inciso, programmaticamente autosatirico. Daniele Luttazzi, Corrado e Sabina Guzzanti si sono ripresi la propria voce, sono usciti dal mascheramento sferzante e fuor di caricatura hanno raccontato ai telespettatori che cos’è questo potere. Non hanno rinunciato al riso, naturalmente, ma si sono presi degli spazi, all’interno della trasmissione, in cui in prima persona, a firma Daniele Luttazzi, Corrado e Sabina Guzzanti, hanno detto Adesso vi raccontiamo il potere, senza ridere. Adesso vi raccontiamo della P2, di Craxi e di Tangentopoli, non ridere per favore, perché non c’è niente da ridere. È successo, dunque, che hanno dato un calcio al piano bidimensionale di realtà della comunicazione, che hanno riportato senza riccioli di comicità la complessità della storia, del nostro passato. La storia è complessità, la storia fa paura, per chi esaurisce il discorso storico nell’aneddotica subdolamente funzionale a sé. Ecco, questo hanno fatto. Hanno rimesso in discussione un linguaggio, quello di chi fa ridere la gente, e si sono assunti la responsabilità delle proprie parole. Hanno provato a buttarsi giù dallo scaffale consapevolmente, sapendo che sarebbero stati buttati fuori dal palinsesto. Lo hanno fatto, e facendolo hanno smascherato il potere, hanno ridato dignità a quella cosa che una volta si chiamava con orgoglio “satira”, e che oggi ci hanno sottratto con la preventiva depotenzializzazione di ogni categoria definita come tale.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/12/22/la-trappola-del-fuorigioco/">La trappola del fuorigioco</a></p>
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		<title>State a casa a fare i compiti #2</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/10/28/state-a-casa-a-fare-i-compiti-2/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2003/10/28/state-a-casa-a-fare-i-compiti-2/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 28 Oct 2003 16:04:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[daniele luttazzi]]></category>
		<category><![CDATA[federica fracassi]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Guerriero]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p><br />
Ecco qui la seconda e ultima parte della nostra intervista a <strong>Daniele Luttazzi</strong></p>
<p><strong>Molti comici sostengono che i politici rubano loro il mestiere. Quali sono i  perché della satira, oggi?</strong></p>
<p>Si può ancora fare satira oggi, su tutti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/28/state-a-casa-a-fare-i-compiti-2/">State a casa a fare i compiti #2</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/24718.jpg" alt="24718.jpg" align="left" border="0" height="94" hspace="4" vspace="2" width="125" /><br />
Ecco qui la seconda e ultima parte della nostra intervista a <strong>Daniele Luttazzi</strong></p>
<p><strong>Molti comici sostengono che i politici rubano loro il mestiere. Quali sono i  perché della satira, oggi?</strong></p>
<p>Si può ancora fare satira oggi, su tutti.<br />
<span id="more-174"></span><br />
Quello cui accennate voi è un argomento molto milanese, è una cosa che ho sentito dire già da <strong>Paolo Rossi</strong>, da <strong>Ovadia</strong>.<br />
“<strong>Bossi</strong> fa il comico, <strong>Berlusconi</strong> ci toglie il mestiere…”.<br />
No.<br />
Questi personaggi utilizzano la barzelletta – cioè il luogo comune – per distrarre, generalizzare. Il comico fa esattamente il contrario. La satira è un punto di vista unita a un po’ di memoria. Il punto di vista ce lo metti tu (quindi è ovvio che devi avere anche una formazione, una tua moralità). La memoria, invece, significa ricordare nomi, cognomi e fatti, cui fai seguire un tuo commento. Questo, oggi, in TV non viene accettato. Quando facevo <strong>Satyricon</strong>, <strong>Dario Fo</strong> è venuto ospite e ha spiegato in modo illuminante la differenza tra sfottò e satira. In TV, oggi, viene accettato solo lo sfottò: la parodia bonaria, la caricatura, l’imitazione.<br />
<strong>Fiorello</strong> che imita <strong>La Russa</strong> è sfottò, non è satira. Non a caso <strong>Saccà</strong>, ex direttore della RAI, più volte ha ripetuto: “Fiorello è il più grande autore satirico che l’Italia abbia in questo momento”. E’ un tentativo di turlupinare tutti quanti, ovviamente. Fiorello è un bravissimo intrattenitore, forse il più versatile in assoluto, oggi. Ma quella che fa non è satira.<br />
Idem “il cavaliere mascarato” di <strong>Striscia la notizia</strong>. E’ sfottò, non è satira.<br />
Lo sfottò è reazionario. Non cambia le carte in tavola, anzi, rende simpatica la persona presa di mira. <strong>La Russa</strong>, oggi, è quel personaggio simpatico, con la voce cavernosa, il doppiatore dei <strong>Simpson</strong> di cui Fiorello fa l’imitazione. Nessuno ricorda più il La Russa picchiatore fascista. Nessuno ricorda gli atti fascisti e reazionari di questo governo in televisione.<br />
Che <strong>Ricci</strong> dica: “Io faccio satira” è una cosa sciocca. Fa finta di non sapere, miliardario e saputo com’è, di essere una foglia di fico di <strong>Berlusconi</strong>, così dopo il Cavaliere può dire: “I nemici peggiori io ce li ho in casa”. Quando ne parliamo insieme <strong>Ricci</strong> mi dice: “Siamo diversi, tu fai una satira di riporto, di commento, mentre io faccio l’inchiesta, sono più giornalistico”.<br />
Allora io rispondo che aspetto il giorno in cui farà una battuta feroce sul conflitto d’interessi di Berlusconi. Non accadrà mai…<br />
La verità è un’altra ed è antica: il soldo corrompe. Fino alla mia intervista a <strong>Marco Travaglio</strong> uno poteva ancora lavorare a <strong>Mediaset</strong> e far finta di non sapere. Berlusconi, fino al ’99, diceva tranquillamente che di <strong>All Iberian</strong> non sapeva nulla. Oggi, invece, le sentenze ci sono, si sa benissimo tutto quanto e per le persone intelligenti come Ricci è del tutto evidente perché Berlusconi sta al governo.<br />
Se tu, oggi, continui a lavorare a Mediaset, da comico, vuol dire una cosa sola: vuol dire che sei complice. L’appello che si impone a questi autori, che si dicono di sinistra e che continuano a lavorare lì è cruciale: smettete di fare le foglie di fico!<br />
<strong>Striscia la notizia</strong>, <strong>Le Iene</strong>, la <strong>Gialappa’s</strong> stessa…tutti autori di sinistra che in realtà guadagnano miliardi lucrando con una rete di Berlusconi.<br />
E’ troppo comodo.</p>
<p><strong>E’ per questa tua intransigenza che vieni considerato il più cattivo di tutti? Biagi e Santoro prima o poi li rivediamo in onda&#8230; su di te siamo scettici!</strong></p>
<p>Io lo sono anche al loro riguardo. Finchè non li rivedo in video non ci credo.<br />
Il vero problema è che io ho dimostrato che in TV è possibile fare programmi d’ascolto anche con persone non ricattabili. Io non sono per nulla ricattabile.<br />
Non appena venne fuori la famosa intervista a <strong>Travaglio</strong>, <strong>Il Giornale</strong> di <strong>Paolo Berlusconi</strong> (ricordiamo chi è il personaggio: uno che, nella vicenda di <strong>Cerro Maggiore</strong>, ha patteggiato per cento miliardi pur di non finire in galera) pubblicò la mia dichiarazione dei redditi. Cercavano la magagna, ovvio.<br />
Ma io sono libero, non ho mai fatto cose in nero, ho sempre pagato le tasse, possono tranquillamente cercare. Perché so benissimo che se sei ricattabile certe cose non puoi farle, non sei libero fino in fondo. Invece io lo sono.<br />
Quando viene una persona ospite in un mio programma io non mi sento condizionato. Non sono lì perché mi ci ha messo un partito politico.<br />
Non è vero ad esempio, come si è detto più volte, che <strong>Satyricon</strong> era stato organizzato apposta prima delle elezioni. Il programma di satira di “quella famosa campagna elettorale” era l’<strong>Ottavo Nano</strong>. Io ero l’outsider. Io ero andato da <strong>Freccero</strong> già un anno prima, con il programma già scritto (tredici puntate), tutto fatto tranne i monologhi sull’attualità. A lui l’idea era piaciuta e quindi, già da allora, mi aveva detto: “Un programma già scritto? E’ la prima volta che mi capita in quarant’anni. Ok, si fa”.<br />
Io ho invitato nel mio programma, per mesi, non solo <strong>Berlusconi</strong>, ma anche <strong>D’Alema</strong>. Io avrei fatto domande libere anche a lui. Ma naturalmente nessuno dei due è venuto.<br />
Loro vanno da <strong>Vespa</strong>, da <strong>Costanzo</strong>. Gente che è effettiva al sistema, un sistema che si chiude a riccio quando sente il pericolo, il corpo estraneo.<br />
Un tipo di programma come <strong>Satyricon</strong> creava un doppio imbarazzo: da una parte era un programma televisivo libero, senza filtri se non l’intelligenza del pubblico, e la gente se ne rendeva conto con un effetto straniante. (C’era gente che mi telefonava e mi diceva: “Grazie Daniele, per venti minuti ho creduto di vivere in un paese senza censure”).<br />
Dall’altra i lavoratori del settore si sentivano spiazzati. Io facevo quel genere di domande che loro si sognano di poter fare, ma sanno benissimo di non essere in grado di farle…e infatti non le fanno.<br />
A quel punto cosa è successo? Che il sistema mi ha preso e mi ha rimosso. Molto semplicemente, mi hanno impedito l’accesso.<br />
Io, da sempre, anche dopo il proclama bulgaro di Berlusconi, ho continuato ad insistere per poter tornare a lavorare in <strong>RAI</strong>, per avere una mia striscia di dieci minuti dopo il telegiornale. Prima di parlare ho voluto toccare con mano, realmente, com’è la situazione della censura in Italia.<br />
Sapete che risposta mi danno oggi quando io offro un mio programma? “Non ci interessa”.<br />
A loro non interessa un progetto serio, che potrebbe realmente dare fastidio a <strong>Striscia la Notizia</strong>. Dieci minuti, tutti di battute sull’attualità… diventerebbe una droga…<br />
Niente. Non interessa. E’ che gli è comodo avere lì <strong>Striscia</strong>.<br />
Recentemente ho sentito <strong>Ruffini</strong> di Rai 3 e lui mi dice che faranno satira con la <strong>Guzzanti</strong>. Anche Berlusconi ha dichiarato all’epoca: “Mi piace sentire la Guzzanti, non mi piace sentire Luttazzi”. A Sabina questo dà molto fastidio ovviamente, perché in realtà Berlusconi la sta strumentalizzando e non c’è niente di peggio per un comico satirico. In realtà <strong>Sabina</strong> e <strong>Corrado</strong> sono i migliori a fare lo sfottò e nel loro caso il rischio è davvero forte, perché giocano sui tic personali, sui cavilli psicologici del personaggio, ne rendono la megalomania, anche se non ricordano gli atti.<br />
Ma gli atti vanno ricordati.</p>
<p><strong>Con questo spettacolo con cui sei in tournée, <em>Sesso con Luttazzi</em>, puoi reagire?</strong></p>
<p>Al potere il teatro non interessa. E’ come i libri. E’ irrilevante. Da un certo punto di vista, anche se è triste, il ragionamento non è sbagliato. Con <strong>Satyrycon</strong> facevo sette milioni e mezzo di spettatori, con uno spettacolo teatrale, per arrivare a queste cifre, quanto tempo impiegherei?<br />
E non è finita qui: loro controllano i mezzi di comunicazione e in questo modo, se non viene data notizia del tuo spettacolo, a teatro tu non esisti.<br />
In quanti si chiedono perché, oggi, con il mio spettacolo che apparentemente non fa satira politica, vengo al <strong>Franco Parenti</strong> mentre prima ero sempre allo <strong>Smeraldo</strong>? Chi lo sa, davvero, cosa sta succedendo in questa città?<br />
Però non vorrei sembrare troppo triste. Al contrario, per me, questi sono tempi entusiasmanti, mi danno motivazioni di continuo. Perché mi dico: “Porca miseria da me non passano!”. E poi incontro te, Federica, e te, Jacopo, e mi dico: “Neanche da voi passano”. E andiamo avanti così, stiamo a vedere cosa succede…</p>
<p><strong>Quanto conta il tuo corpo in scena? Il più delle volte sembra sottratto. Ci hai fatto venire in mente il <em>bunraku</em>, questa forma arcaica di teatro giapponese, dove un’ enorme marionetta viene manovrata da almeno tre uomini. L’uomo che manovra il bacino e il volto della marionetta è il più bravo, è talmente bravo che non si vede più il suo corpo, si guarda solo la marionetta.</strong></p>
<p>E’ così.<br />
Io vivo una mitologia personale del comico: il comico deve semplicemente dire sì alla comicità e deve essere un tramite perché la comicità si manifesti. Anche per questo do grande rilievo alla tecnica: se venite a vedere il mio spettacolo domani, troverete gli stessi gesti calibrati di oggi. Esattamente.<br />
La maggior parte dei comici che tu vedi, invece… Loro utilizzano la comicità per uno scopo personale, per diventare famosi. E’ la differenza più grossa di questo mondo: per me la comicità è una vocazione.<br />
Prima parlavamo di <strong>Milani</strong>. Un altro dei grandi ed insospettabili teorici della comicità, con cui è possibile fare questi discorsi da iniziati, è <strong>Raul Cremona</strong>. Un altro ancora è <strong>Francesco Salvi</strong>. Con Raul non mancano le divergenze, ma c’è sempre grande stima. Lui ha una straordinaria tecnica da entertainement americano. Me lo ricordo quando faceva <strong>Domenica In</strong> con <strong>Frizzi</strong>. Lui, da comico, riusciva a pensare in anticipo tutte le variazioni possibili che sarebbero accadute in scena. Il presentatore era completamente inadeguato, lo considerava un impiastro che dava fastidio, la sua grande generosità di comico non veniva riconosciuta. Frizzi avrebbe dovuto semplicemente affidarsi a Raul e lui avrebbe portato a termine il tutto molto più brillantemente che senza l’intervento di una spalla.<br />
Tornando, però, con maggior rigore alla domanda che mi facevate va detto che sì, certo, avete ragione, il mio corpo è spossessato, in scena non sono più io. Per me è evidente. E’ che alla base c’è un ritiro della volontà in nome di un qualcosa di più grande, la comicità appunto.</p>
<p><strong>Le parole invece quanto contano? Come incontri i gusti del tuo pubblico? Certe volte sembri mirare ad uno shock.</strong></p>
<p>Le parole contano molto. Perché la comicità è una ringhiera sull’abisso. La gente ride perché tu, per un attimo, le mostri questo abisso, ma poi anche devi riportare a casa il pubblico e insieme si può ridere per lo scampato pericolo. Questo tipo di operazione  è ovvio che lo puoi fare dopo mezz’ora che parli con gli spettatori, prima no.<br />
Qualche volta nei bis mi piace lasciare lo spettatore nell’abisso, trasformo tutta l’energia calda in fredda, congelo i miei spettatori. Ci deve essere, di personale, una certa perversione e una conoscenza della tecnica.<br />
Per me la parola è fondamentale, dunque, anche in questo spettacolo.<br />
La scelta è precisa: qui la parola scientifica (pene, vagina, clitoride, tessuto intramuscolare spugnoso) mantiene altissimo il livello della discussione, perchè non voglio che il pubblico venga portato a pensare che la materia crassa significhi banalizzazione dell’argomento.<br />
Bisogna guardare ai grandi. Prendiamo le lettere di <strong>Mozart</strong> alla cugina: sono piene di riferimenti alla merda, al piscio, alla vagina, al sesso… Poi senti la sua musica e, come nel film, dici: “Quest’uomo è Dio”. La verità è che non c’è contraddizione: non può esistere nessuna altitudine d’ispirazione se non sei una persona sensibile e, se sei una persona sensibile, il corpo si impone con la sua evidenza.<br />
Io faccio l’ottovolante tra altissimo e bassissimo, tra infinitamente grande e infinitamente piccolo, tento di svolgere una funzione di educazione, mi viene da dire, svergino l’immaginario delle persone in modo consapevole.</p>
<p><strong>In questo spettacolo tu compi un’elevazione del sangue mestruale…</strong></p>
<p>Giusto! Alludevo proprio a questo. E’ una cosa che la gente vede, apprezza, di cui ride, ma non si rende conto di che potere d’eversione ha quel gesto. Lì convergono tutte le mie ricerche sulla religione.<br />
Noi sappiamo che nella <strong>Bibbia</strong> viene narrata come vincente una religione di tipo patriarcale–ebraico rispetto a una religione di tipo matriarcale, propria invece dei <strong>Cananei</strong>. Nella religione patriarcale è il serpente ad essere il simbolo del male, nella religione matriarcale, invece, il serpente significa fertilità, vita. La Bibbia celebra la vittoria della religione patriarcale su quella matriarcale.<br />
Il sangue mestruale per me significa religione della madre. Nella messa si eleva il sangue del Figlio, qui io, invece, alzo il sangue della Madre. Io creo uno stravolgimento antropologico della religione, che tu vivi sotto forma di parodia ma che poi, quando torni a messa, senti davvero come tale.</p>
<p><strong>Veniamo alle domande migliori. Cosa si prova a essere un sex symbol?</strong></p>
<p><em>(ride)</em> Vergogna… vergogna.</p>
<p><em>(A questo punto Federica ha l’ardire di  porre una  domanda da cui Jacopo, prontamente, si dissocia)</em><br />
<strong>Anch’io sono poligama. Mi sposi?</strong></p>
<p><em>(ride di nuovo)</em> Bisogna organizzarsi…</p>
<p>____________________________________________________________</p>
<p>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese &#8211; Ottobre 2003&#8243;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/28/state-a-casa-a-fare-i-compiti-2/">State a casa a fare i compiti #2</a></p>
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		<title>State a casa a fare i compiti #1</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2003/10/20/state-a-casa-a-fare-i-compiti-1/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2003 20:13:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[daniele luttazzi]]></category>
		<category><![CDATA[federica fracassi]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Guerriero]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p></p>
<p><strong>ISTRUZIONI PER L’USO</strong>:<br />
Questa è la prima parte di un’intervista a <strong>Daniele Luttazzi </strong>che abbiamo incontrato a Milano qualche giorno fa in occasione del suo spettacolo &#8220;<strong>Sesso con Luttazzi</strong>&#8221; in scena al Teatro Franco Parenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/20/state-a-casa-a-fare-i-compiti-1/">State a casa a fare i compiti #1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/10185926318727.p.jpg" alt="10185926318727.p.jpg" align="left" border="0" height="182" hspace="4" vspace="2" width="135" /></p>
<p><strong>ISTRUZIONI PER L’USO</strong>:<br />
Questa è la prima parte di un’intervista a <strong>Daniele Luttazzi </strong>che abbiamo incontrato a Milano qualche giorno fa in occasione del suo spettacolo &#8220;<strong>Sesso con Luttazzi</strong>&#8221; in scena al Teatro Franco Parenti.</p>
<p>Leggete se siete persone libere.<br />
___________________________</p>
<p><strong>Una definizione di Daniele Luttazzi su Daniele Luttazzi.</strong></p>
<p>Sono un ragazzo gentile con una luce satanica negli occhi.<br />
<span id="more-166"></span><br />
<strong>Quale definizione delle nostre ti calza meglio:<br />
Daniele Luttazzi è un dottore<br />
Daniele Luttazzi è un comico<br />
Daniele Luttazzi è un maniaco</strong></p>
<p>Un comico, io sono un comico fondamentalmente.</p>
<p><strong>Che ruolo ha, nella tua comicità, il concetto di tabù, inteso in un senso sociale, politico o sessuale?</strong></p>
<p>Esistono vari modi in cui il potere economico e quello religioso condizionano la vita delle persone. Molto spesso, nella storia dell’umanità, sono state definite tabù delle aree di comportamento edificate allo scopo di tenere insieme una società. Questo l’aveva già notato <strong>Freud</strong>, anche se in modo meno sistematico di <strong>Michel Foucault</strong>.<br />
Io ho ben presente questa realtà. Ma poi, quello che faccio, non è dire: “Questo è un tabù, adesso esploriamolo…”. No.<br />
Per me la comicità è la via maestra per cui, con metodo, ogni mattina io mi metto al tavolo e incomincio con fatica a scrivere le mie cose. Scrivo moltissimo, alla fine del mio lavoro tengo al massimo tre, quattro battute. Quelle che tengo, però, sono oro colato.<br />
La comicità è un metodo che ti consente, se la pratichi con devozione e rigore, di arrivare dove non pensavi mai di poter arrivare, di spingerti verso una zona che non avevi previsto all’inizio.<br />
Tutta l’elaborazione teorica, svolta a riguardo della comicità, è compiuta a posteriori e non serve al comico.<br />
Se tu leggi <strong>Il motto di spirito </strong>di Freud dici: “Ok, ma adesso?”. Forse, addirittura, sarebbe meglio che il comico si tenesse alla larga da questi testi. Potrebbe finire come il millepiedi che cammina perfettamente con tutte quelle sue gambe ma, appena glielo fanno notare, finisce per scivolare, bloccarsi.<br />
La comicità, lo ripeto, è un criterio. Un criterio da cui partire.<br />
Da sempre la comicità porta in scena l’osceno. In linea teorica, poi, è possibile domandarsi: “Perché l’osceno è tale?”. “Perché l’osceno rimane fuori dalla scena?”. Il comico però se ne frega e, dai tempi di <strong>Aristofane </strong>e di <strong>Plauto </strong>porta sul palco persone con falli enormi, persone che architettano danni a carico della società degli anziani e a favore della nuova società nascente etc. etc.<br />
Nel mio caso particolare questa tensione si unisce a un mio certo rigore nei confronti di tradizioni che trovo assolutamente inconciliabili con i miei sentimenti.<br />
Ad esempio io sono per la poligamia, davvero… E per me è drammatica questa cosa: nel nostro contesto sociale io non posso ufficializzare questa mia idea. Mi do da fare per realizzarla in pratica, però non posso ufficializzarla. E’ strano…</p>
<p><strong>In Italia ci sono ancora tabù?</strong></p>
<p>Sì, moltissimi. Alcuni la gente non li percepisce nemmeno come tali, li percepisce come natura e questa è la cosa più grave. Non si riesce per esempio a capire che buona parte di tutto quello che ti viene inculcato è “Cultura”, si pensa sempre molto che “quello che è sempre stato sempre sarà”.<br />
Mi sembra che a questo riguardo sia necessario spezzare una lancia a favore della lettura, la lettura è fondamentale.<br />
Io ho avuto un’educazione cattolica molto rigida, i miei erano dirigenti di <strong>Azione Cattolica</strong>: grazie alla lettura mi sono davvero liberato da una serie di veri e propri modi di guardare la realtà, ho dovuto fare tabula rasa degli strumenti con cui percepivo il mondo e ora ho la sensazione di essere molto più libero.</p>
<p><strong>Solo grazie ai libri?</strong></p>
<p>Sì grazie ai libri e alle persone che hanno condiviso con me un certo tipo di percorso.<br />
Da solo rimani isolato e rischi di diventare pazzo, ma siamo esseri razionali e, secondo me, davanti a un problema occorre partire da un semplice assioma: che nessuno ne sa niente. Siamo su un pianeta e quindi divertiamoci, esploriamolo.</p>
<p><strong>Ci sono tabù che tu non hai ancora superato?</strong></p>
<p>No, non ho tabù particolari. Ma, come ricordavo prima, questo discorso c’entra e non c’entra con la mia comicità; la mia logica non è: “Ecco il tabù, adesso mi ci butto!”<br />
Un esempio? Io non ho mai fatto uso di droghe eppure sono del tutto favorevole a ogni liberalizzazione. Personalmente non mi piace cedere il controllo, ma neppure mi va che debba essere messo fuori legge chi prova liberazione nell’assumere certe sostanze.<br />
Non è un caso che ogni volta che si insedia un governo di un certo tipo i discorsi che senti sono cose come: “Tutte le droghe sono uguali, adesso mettiamo in galera anche chi consuma marijuana”. Salvo poi garantire con leggi le multinazionali del farmaco che producono gli anti-depressivi per le massaie che, povere, diventano controllate senza sapere di esserlo. Ecco: è questo che a me non va.<br />
Un tabù, in definitiva, è un archetipo immaginario. E’ qualcosa che non conosciamo e che ci terrorizza, che istintivamente sentiamo come pericoloso per la nostra integrità psichica e che dunque teniamo alla larga.<br />
Il mito ci permette di avvicinarci a queste aree nascoste, ci consente di avvicinarci al <strong>Minotauro</strong>. Con la comicità, però, possiamo ridere del Minotauro, anche senza sapere cosa sia, qualunque cosa esso sia.</p>
<p><strong>Perché, nell’introduzione a <em>La castrazione e altri metodi infallibili per prevenire l’acne</em>, scrivi: “Uno dei motivi per cui mi ostino a fare satira è che mi piace far ridere la gente. No, è una bugia. Ogni volta che faccio una battuta e la gente ride, giuro a me stesso che mi vendicherò”?</strong></p>
<p>Da comico mi rendo conto, auto-esplorandomi, di quali sono i molteplici motivi per cui uno fa comicità. Una cosa che si tiene nascosta (ma di cui uno deve essere per forza consapevole se sale su un palco a far ridere la gente) è che i comici sono dei killer.</p>
<p><strong>Discutendo tra noi, mentre venivamo qui, usavamo per te proprio questo termine…</strong></p>
<p>Eh.. Per fortuna il comico sublima questa pulsione che è un tabù e la veicola per far ridere. C’è un aspetto naturale, della risata, che è stato poco esplorato e che è questo: il riso mostra le arcate dentarie e questo, antropologicamente, è segno di spavento nei confronti di un avversario. Chiaro che oggi, questo atteggiamento, si è del tutto dissipato. Di fatto, però, la pulsione di morte rimane.<br />
La comicità è <strong>Dioniso</strong>, il concetto d’ironia –normato da una maggiore riflessione intellettuale- viene dopo. La comicità ha a che fare con Dioniso proprio perché si relaziona al corpo: quindi &#8211; e questa è forse la maggiore intuizione di <strong>Freud </strong>- da un lato c’è sì il riso sfrenato, ma dall’altro c’è anche la morte.<br />
Sì, Freud ha avuto due o tre intuizioni potenti, ma il resto credo sia un insieme di bubbole clamorose…</p>
<p><strong>Cosa pensi dei comici italiani, perché i loro libri  vendono così tanto? </strong></p>
<p>E’ un motivo ben poco nobile. E’ una conferma del fatto che la gente legge poco e male.<br />
Non a caso non entrano mai in classifica i libri di quei comici che sono tali nel senso nobile del termine, come ad esempio <strong>Alessandro Bergonzoni</strong>, che sta a casa a fare i compiti e quando esce ti porta il risultato delle sue ricerche.<br />
Noi non siamo un paese colto. In <strong>Inghilterra</strong>, ogni volta che nasce un nuovo comico, un comico vero, questa cosa viene celebrata come una vittoria. I giornali ne parlano, il suo repertorio entra subito nel discorso culturale del paese. In <strong>Italia </strong>essere comici significa essere irrilevanti, a meno che uno non faccia business, programmi di grande successo. Ma è un gatto che si morde la coda: perché per arrivare a quel punto devi far ridere la gente con motivi di gregge, devi rinunciare ad ogni tecnica.<br />
I personaggi che spesso entrano nell’immaginario collettivo, in Italia, si basano su materiale comico che dal punto di vista tecnico è irrisorio.</p>
<p><strong>Quindi si può fare un serio lavoro critico anche sui comici&#8230;</strong></p>
<p>Uno cosa che pochi sanno è che fra i comici esistono vere e proprie gerarchie, stabilite dai comici stessi: noi sappiamo chi è bravo e chi è pessimo. Fra di noi tutti lo sanno.<br />
Sappiamo chi fa i compiti a casa, chi è davvero meritevole in modo del tutto indipendente dal successo di pubblico, da quello che scrivono i giornali ecc.<br />
Al riguardo, peraltro, va anche aggiunto che la maggior parte dei giornalisti non è in grado di giudicare i comici. Quando va bene li analizzano da un punto di vista teatrale, ma anche questo è sbagliato. Il comico va valutato rispetto a tutta la tradizione comica da cui proviene. Si ammette la specialità nel giornalismo sportivo e non in questo ambito, in questo mare magnum della comicità, non è incredibile?<br />
Io da questo punto di vista sono tranquillissimo: so che moltissime delle cose che faccio sono nuovissime, i comici vengono a vedere e rubacchiano maldestramente le tecniche nuove che io mi sono inventato a tavolino.<br />
In definitiva io spero che questa pletora di libri dei comici serva a far sì che la gente si stufi, che incominci piano piano a capire chi vale e chi no.<br />
Uno dei comici più grandi in Italia si chiama <strong>Maurizio Milani </strong>ed è quasi sconosciuto. E’ un genio, davvero. Eppure ha pubblicato un libro per la stessa casa editrice che pubblica tutti gli altri libri dei comici e per me è uno scandalo che nessun giornalista di grido lo abbia segnalato come grandissimo talento comico.</p>
<p><strong>Sì, è vero, anche in TV si vede meno degli altri…</strong></p>
<p>Proprio così.<br />
Se lui è l’Everest gli altri sono una collinetta  ciliegi, ma nessuno  lo nota.<br />
D’altra parte se “quelli che sono preposti a smistare il traffico” (giornalisti, critici, intellettuali) non hanno i metri giusti per poter giudicare è ovvio che l’andazzo sarà sempre quello.</p>
<p><strong>(1 &#8211; continua)</strong><br />
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		<title>L&#8217;uomo che ride</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2003 22:22:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong style="font-weight: bold;">Carla Benedetti</strong></p>
<p> In televisione tutti ridono. Nella cronaca politica ognuno fa battute. Il capo del governo, anche quando non racconta barzellette, pretende di essere preso con ironia. Il presidente del maggiore partito di opposizione gli replica con battute. In libreria i libri più in vista sono raccolte di battute, di sketch, di barzellette.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/07/29/luomo-che-ride/">L&#8217;uomo che ride</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong style="font-weight: bold;">Carla Benedetti</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/copert07b.gif" border="0" alt="copert07b.gif" hspace="4" vspace="2" width="110" height="180" align="left" /> In televisione tutti ridono. Nella cronaca politica ognuno fa battute. Il capo del governo, anche quando non racconta barzellette, pretende di essere preso con ironia. Il presidente del maggiore partito di opposizione gli replica con battute. In libreria i libri più in vista sono raccolte di battute, di sketch, di barzellette.</p>
<p>Sono i <strong style="font-weight: bold;">bestseller </strong> di oggi, firmati da comici televisivi, ormai diventati un genere editoriale di punta. Vorrà dire qualcosa tutto questo?<br />
<span id="more-99"></span><br />
Ciò che colpisce non è che il comico venda. Del resto tra i comici televisivi (o ex-televisivi, perché alcuni, come <strong style="font-weight: bold;">Daniele Luttazzi</strong> e <strong style="font-weight: bold;">Beppe Grillo</strong>, ne sono stati espulsi) e anche tra i vignettisti (prendi ad esempio <strong style="font-weight: bold;">Altan</strong>), vi sono punte corrosive. Quel che colpisce è che la risata sia diventata quasi l’unica dimensione ammessa: quella in cui tutti si muovono e si esprimono.</p>
<p>I giornali di destra fanno battutacce stile regime fascista che fa troppa tristezza riportare. Ma anche se prendi in mano un quotidiano di sinistra come <strong style="font-weight: bold;">“il manifesto”</strong>, la prima cosa che ti viene incontro è una battuta a caratteri cubitali. Enormi primi piani del capo del governo, o dei suoi alleati, ripresi di faccia, di profilo, con smorfia o con gestacci, commentate da titoloni che fanno molto ridere: “A Kapo chino”, “L’ego della bilancia”, “Vieni avanti Berlino”. La prima pagina di un importante quotidiano di opposizione è diventata un’enorme vignetta.</p>
<p>Cosa sta succedendo in <strong style="font-weight: bold;">Italia</strong>? Un paese lacerato da conflitti: un paese che ride.</p>
<p>Lo scatto, gioioso o satirico, del riso è un forza liberatoria, dirompente, contro la plumbea seriosità del potere e delle sue gabbie concettuali. Ma questa risata generalizzata in cui si incanala la voce di tutti, del governo e dell’opposizione, della televisione e della scrittura, non ha più antagonisti. Non solo il potere si esprime con battute, ma la battuta ironica o sarcastica è diventata una modalità comunicativa coatta. Il riso si staglia su tutte le bocche e non si capisce cosa dovrebbe rovesciare. E’ un paradosso, ma oggi  la serietà è più eversiva. Proprio in quanto non ammessa.</p>
<p>Questa paresi facciale della comunicazione non ammette, e quindi reprime, altre modalità di espressione. Obbliga a spezzettare lo spazio del ragionamento in piccole schegge. A alleggerirti di ogni contenuto propositivo antagonista, di ogni disperazione o conflitto.  Eppure ci sono cose che non si possono dire senza il tempo lungo dell’articolazione del pensiero. E ci sono anche cose di cui non si può parlare senza indignazione. Altrimenti dai per scontato che siano inevitabili, che tutto ciò che accade è necessario, e non può che essere così.</p>
<p>Perciò questa modalità espressiva generalizzata  ha qualcosa di luttuoso. C’è stata una perdita.  La cultura di sinistra, non solo politica, ma anche letteraria e artistica, aderisce da decenni all’obbligo pseudo-epocale di essere ironici. Lo ha assunto come un destino, con grande euforia di copertura. Me se scrosti ci trovi sotto una profonda malinconia. Secondo <strong style="font-weight: bold;">Dan Sperber e Deirde Wilson </strong>l’ironia non è enunciare il contrario di ciò che si pensa (definizione classica dell’ironia). E’ invece un atteggiamento che il parlante assume verso ciò che dice. L’ironico non usa il suo enunciato, ma lo menziona, lo cita, come se fosse quello di un altro, a cui fa eco. Ma una parola “menzionata” non ha la forza (né illocutoria né politica) di una parola usata. Questo è ciò che viene esaltato anche dalla sinistra come la virtù massima: una rinuncia al “contagio delle idee” (titolo di un libro di Sperber), una rinuncia a parlare in termini di alternativa. Un accettare la premessa dell’inevitabilità dell’esistente. “Non puoi farci niente!”. Una miscela di cinismo e di rassegnazione.</p>
<p>La mette bene in evidenza <strong style="font-weight: bold;">Luttazzi</strong> nel suo <em style="font-style: italic;">La castrazione e altri metodi infallibili per prevenire l’acne</em> (Feltrinelli). <strong style="font-weight: bold;">D’Alema</strong> dichiara: “Il berlusconismo non è un fenomeno transitorio”. Lutazzi replica: “Che bell’alibi”. D’Alema: “Dovrei dire di no a Canale 5 se mi chiede un’intervista?”. Luttazzi: “Naturale che dovresti dire di no. Smettete di andare nei loro talk show, date un segno”.</p>
<p>Qualcuno si chiede come mai ci siano rimasti solo i comici a dire certe cose. Dove sono gli <strong style="font-weight: bold;">Sciascia</strong> e i <strong style="font-weight: bold;">Pasolini</strong> di oggi? Dove sono finite le voci antagoniste degli intellettuali, degli scrittori? Ebbene, non sono finite affatto. Solo che parlano “sul serio”. Perciò non appaiono nel monocanale della comunicazione ironico-sarcastica degli “operatori” della cultura. La macchina dei mediatori, di destra come di sinistra, aderisce all’ideologia trasversale del “non c’è più nulla”, e del “non puoi farci proprio nulla”. E se compare qualcosa di paragonabile alla radicalità di quegli scrittori del passato non lo capiscono perché è troppo diverso dal nulla ironico che si aspettano. Peggio, lo deridono. Proprio perchè fa “sul serio”!</p>
<p>Tra i libri dei comici televisivi ve ne sono, come in ogni campo, di  belli e di brutti. Il punto non è questo. Il punto è che gli “esperti” la spacciano per l’unica cultura oggi possibile. La esaltano, oppure la deprecano, come l’unica produzione in grado di mantenere il contatto con un largo pubblico. Su “Venerdì” di “Repubblica”, <strong style="font-weight: bold;">Vittorio Spinazzola</strong> ha dichiarato: “Chi ha la laurea in lettere può scegliere tra la poesia esoterica di Sanguineti e il libro comico, mentre c’è chi legge comici perché non è in grado di leggere altro”. Ma immaginare che non vi sia nient’altro fuori da questa falsa alternativa è come scambiare l’assenza di segnali su una certa frequenza d’onda come il silenzio del mondo. Tra i libri dei <strong style="font-weight: bold;">comici televisivi</strong> e la <strong style="font-weight: bold;">cultura “di nicchia”</strong> c’è un mare popolato di energie, pensiero, creazione, insubordinazione. Così nella letteratura come nel cinema e nel teatro. Non sono prodotti illeggibili  “per letterati”. Sono libri, spettacoli, film che sarebbero capaci di parlare al vasto pubblico. Non vengono visti perché non li si vuole vedere. Gli “esperti” non li registrano, ingabbiati da schemi concettuali o dalla lezioncina postmoderna del superamento della distinzione tra cultura di massa e cultura di élite.</p>
<p>E il<strong style="font-weight: bold;"> pubblico</strong>? Lo immaginano un po’ tutti come cerebroleso (un’altra proiezione repressiva). Eppure anche il “pubblico di massa” è fatto di uomini e donne che vivono in questo mondo, nella sua drammaticità. Immagino un ventenne che progetta la sua vita futura nella prospettiva di una guerra mondiale, di un pianeta senza acqua, di un equilibrio ambientale distrutto, di una sempre maggiore violenza del profitto, della crescente povertà di enormi masse di popolazione. Alle sue domande, alle sue angosce, che sia letterato o illetterato, cosa risponde la cultura visibile, questo deserto culturale e spirituale che gode del premio di maggioranza mediatica?</p>
<p>In uno dei libri più venduti (900.000 copie) di <strong style="font-weight: bold;">Luciana Littizzetto</strong>, trovi battute ciniche assunte a piccole dosi in chiave autoironico-sarcastica: “perché così ci  si vaccina”- spiega l’autrice. Invece non ci si vaccina affatto. Le violenze e le ingiustizie fanno male anche con l’autoironia in corpo. Le aggressioni aggrediscono, le corruzioni corrompono, le speculazioni speculano, e i morti  muoiono lo stesso. La sola cosa contro cui ci si vaccina è l’idea che “puoi farci qualcosa”.</p>
<p>Giovani scrittori francesi dichiarano di voler usare la letteratura come un’arma impropria. Scrittori e artisti italiani lo stanno facendo da anni. Ma i mediatori culturali continuano a dire che in Italia non c’è niente. Denegazione cinica, inebetita da snobismo. Ecco una “esternazione” del regista<strong style="font-weight: bold;"> Giovanni Maderna</strong>. Ne cito un passo, certa che non verrà scambiato per una difesa della cultura di nicchia: “La mediocrita’ è al potere. E ha una fottuta paura di perderlo. Almeno a giudicare da come attacca, preventivamente, tutto ciò che non è mediocre. Non so come stiano le cose in letteratura, ma nel cinema è ormai un insulto esplicito e lanciato con senso di superiorità quello di essere un “autore” (figurarsi un autore italiano!)”</p>
<p>Un critico francese ha detto che è tornato il romanzo impegnato. Io credo che se qualcosa accade o accadrà  non sarà nella forma familiare, depotenziata, di un ritorno del déjà-vu. Sarà qualcosa di proporzionale all’enormità della situazione odierna.</p>
<p><em style="font-style: italic;">Pubblicato in “L’Espresso”, n. 30, 24 luglio 2003.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/07/29/luomo-che-ride/">L&#8217;uomo che ride</a></p>
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