<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; saviano</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/saviano/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 07:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[Il Mattino]]></category>
		<category><![CDATA[l'oro della camorra]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[rosaria capacchione]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=13113</guid>
		<description><![CDATA[<p>A proposito di &#8220;<a href="http://bur.rcslibri.corriere.it/bur/libro/2745_l_oro_della_camorra_capacchione.html">l&#8217;oro della camorra</a>&#8221; di <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/rosaria-capacchione/">Rosaria Capacchione</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png"></a></p>
<p>&#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;)<br />
Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/">A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A proposito di &#8220;<a href="http://bur.rcslibri.corriere.it/bur/libro/2745_l_oro_della_camorra_capacchione.html">l&#8217;oro della camorra</a>&#8221; di <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/rosaria-capacchione/">Rosaria Capacchione</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png" alt="" title="testcol2" width="200" height="300" class="alignnone size-full wp-image-13112" /></a></p>
<p>&#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;)<br />
Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda.<br />
Se, ad esempio, si mostra ad un daltonico un disegno con un triangolo rosso su uno sfondo verde questi non riesce a distinguere la figura.<br />
Benché venga generalmente considerata una disabilità, in alcune situazioni il daltonismo può rivelarsi vantaggioso; un cacciatore daltonico, ad esempio, può riuscire a distinguere meglio una preda mimetizzata su uno sfondo caotico; analogamente, un soldato daltonico può evitare di essere ingannato dai camuffamenti che, al contrario, traggono in inganno persone che hanno una normale visione del colore.&#8221;<br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Daltonismo">voce wikipedia</a></p>
<p>Ho un ricordo preciso, nitido, della telefonata ricevuta da Rosaria la sera in cui aveva finito di scrivere il primo capitolo del libro e aveva voglia di condividere con me quel momento. Nessuna eccitazione, euforia, nella sua voce, e man mano che procedeva nella lettura, le parole, il ritmo delle frasi, del respiro, in quella naturale punteggiatura che viene dai lunghi o brevissimi silenzi, sembravano tessere di un mosaico, ovvero <em>pièces</em> di un quadro generale andato distrutto e destinato al non sense,  se non &#8220;ricostruito&#8221; in una narrazione. <em>Pièces</em> appunto di un teatro dell&#8217;assurdo.<br />
<span id="more-13113"></span></p>
<p>A Napoli ho un amico che ogni qualvolta gli succeda qualcosa di strano, mi dice sornione: &#8220;una cosa senza senso&#8221;. Ammazzare una persona per errore o solo a scopo dimostrativo, torturarla pur sapendo che sta per morire, e allora vederla soffrire solo per te, perché tanto non ti sopravviverà né racconterà mai a nessuno della sua sofferenza. Avvelenare una terra, la stessa su cui lasci che crescano i tuoi figli, e crepino, come gli altri di morte orribile e violenta. Assistere a faide &#8220;senza senso&#8221;, e piegarsi alla volontà brutale di chi sembra tutto tranne che umano &#8211; ma sarebbe un errore cedere alla tentazione di considerare quell&#8217;inumano come estraneo alla propria umanità &#8211; sembra non potersi spiegare che attraverso le dimissioni della ragione.<br />
Rosaria Capacchione invece, da quando ha cominciato a occuparsi di cronaca per il Mattino, a seguire ogni fase dei grandi processi e mutamenti del fenomeno della criminalità campana, della camorra, vuole farsene una ragione, convinta che esista un senso a tanto dolore.</p>
<p>Quando in piedi ascoltavo con lo stesso spaesamento di un testimone, la confessione della mia amica, un dettaglio mi aveva colpito all&#8217;inizio del racconto. E&#8217; la descrizione delle calze di Pasquale Zagaria.  <em>Corto, in tutte le gradazioni del grigio</em>. Sembra a prima vista un dettaglio poco importante, ma a ben pensarci è la cifra di tutto il libro quel <em>gradazioni del grigio</em>.<br />
Ma noi gente del Sud si sa, al grigio siamo poco avvezzi, nemmeno attrezzati per un cielo grigio, figurarsi poi per il resto. A meno di non soffrire di &#8220;daltonismo&#8221; che come si diceva poco sopra è tutt&#8217;altro che un difetto in tempo di guerra. I colori mimetizzano infatti prede e predatori, cose e fatti,  se chi ricerca non riesce a definire la linea di demarcazione, la <em>border line</em> tra una cosa e un&#8217;altra.</p>
<p>Come accade quando si cerca di capire, e combattere, la zona grigia in cui imprenditoria e camorra stilano una dopo l&#8217;altra le voci di un fatturato da fare invidia a una multinazionale.<br />
Scrive  Rosaria Capacchione:</p>
<p> <em>A intaccare le certezze istintive dell&#8217;investigazione e del giudice che incrociano l&#8217;imprenditore camorrista sono le storie personali dei soggetti e l&#8217;equivocità di alcune condotte. le somme di denaro pagate periodicamente a esponenti dell&#8217;organizzazione camorristica in qualche caso hanno la natura di tangenti, in altri quella di contributi associativi e cioè il pagamento del costo dei vantaggi derivati dall&#8217;amicizia e dalla relazione d&#8217;affari con la camorra.</em><br />
La voce di Rosaria Capacchione  risuona di quella di uno dei suoi scrittori più amati, Leonardo Sciascia. Dello scrittore siciliano ha la stessa incrollabile, laica fede nella ragione. E nel cuore delle persone soprattutto se giudici in lotta con quegli stessi strumenti che hanno in dotazione. Il mondo del diritto sembra infatti almeno in un punto preciso negare ogni possibilità di demarcazione. Le gradazioni di grigio si moltiplicano all&#8217;infinito e il passaggio dal nero al bianco è tanto costoso e laborioso che pochi si avventurano fin lì.</p>
<p>Così commenta il Giudice Magi l&#8217;anomalia.</p>
<p><em>&#8220;Se è vero che le organizzazioni di stampo mafioso, rappresentano, soprattutto uno straordinario strumento di accumulazione economica e di alterazione  delle regole di mercato, ci si poteva  attendere un più elevato coinvolgimento di soggetti legati all&#8217;area economica  del gruppo, reinvestitori, consulenti finanziari, imprenditori compiacenti. Le definizioni processuali hanno registrato , in questo versante, un limitato numero  di affermazioni di responsabilità (specie nel settore della produzione e distribuzione del calcestruzzo) e numerose smentite alle ipotesi di accusa.&#8221;</p>
<p>(&#8230;) Credo che la ragione principale di tutto ciò sia da ricercarsi nel limitato impiego dello strumento rappresentato dalle indagini patrimoniali, a causa della loro estrema complessità che implica risorse, tempo a disposizione ed elevate professionalità da mettere in campo.&#8221;<br />
</em><br />
Rosaria Capacchione sa quindi perfettamente che alla base delle minacce di morte che pesano su di lei c&#8217;è l&#8217;aver indicato agli inquirenti una o due piste importanti per bloccare patrimoni e flussi di denaro. La sola cosa che veramente irrita questa nuova tipologia di camorrista imprenditore è perdere soldi.<br />
Continuando nella lettura della dichiarazione del giudice Magi ritroviamo un&#8217;altra parola chiave di questa inchiesta quando parla di &#8220;tracce narrative relative all&#8217;invasione del potere criminale&#8221;.</p>
<p><strong>Tracce narrative</strong></p>
<p><em>L&#8217; oro della camorra</em> sembra allora uno di quei vecchi pannelli che c&#8217;erano nelle metropolitane di Parigi, altro amore oltre a Sciascia di Rosaria Capacchione. A <em>Operà</em> dovrebbe essercene ancora uno. Una mappa della metropolitana con una lucina per ogni fermata. In modo da &#8220;far vedere&#8221; all&#8217;inesperto viaggiatore il tracciato del proprio percorso. Bastava  premere un pulsantino corrispondente sulla consolle che riportava in ordine alfabetico tutte le stazioni, e come per magia si illuminava la strada. Volete sapere che succede dei beni immobiliari confiscati alla camorra e da quest&#8217;ultima recuperati &#8220;legalmente&#8221; alle vendite d&#8217;asta? Volete sapere quali e quanti gettoni servano per azionare la <em>laverie automatique</em> del riciclaggio del denaro sporco? Basta aprire il libro, capitolo, due, tre, quattro, ed ecco comparire come per magia la traccia.<br />
Lucine colorate, appunto. Perché se è vero che il flusso di denaro avviene attraverso zone grigie, franche, banche, società finanziarie, cooperative, imprenditoria, e viaggia grazie al suo passaporto &#8220;grigio&#8221; dappertutto, i soldi, loro, un colore ce l&#8217;hanno.<br />
C&#8217;è l&#8217;oro rosso, dei pomodori San Marzano.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg" alt="" title="mini_sanmarzano" width="230" height="160" class="alignnone size-medium wp-image-13120" /></a></p>
<p>&#8220;<em>Per ogni chilo prodotto e distrutto l&#8217;Aima distribuiva risarcimenti sufficienti a ripagare abbondantemente il raccolto. Se poi all&#8217;ammasso arrivavano solo frutta e ortaggi avariati, se nei centri di distruzione &#8211; gli </em><em>scamazzi</em>, come venivano chiamati &#8211; si portava solo un furgone di sassi ricoperti da uno strato di frutta e verdura, allora la ricchezza era assicurata&#8221;</p>
<p>Bisogna solo immaginarsela la scena per provare lo stesso dolore di chi quelle cose le vede.</p>
<p>&#8220;Racconta il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone:<br />
<em>Ogni centro Aima, in rapporto alla produzione (mi riferisco ovviamente ai fittizi conferimenti), doveva corrispondere una somma che oscillava dai 50 ai 200 milioni (di lire,ndr) all&#8217;organizzazione dei </em><em>casalesi</em>. &#8221;</p>
<p>C&#8217;è l&#8217;oro bianco di una imprenditoria, quella camorristica che non rinuncia affatto alla sua vocazione &#8220;contadina&#8221;. Latte clandestino, di bufala naturalmente, non controllato, di &#8220;produzione non tutelata&#8221; e rivenduto come se, con i margini di guadagno che è possibile immaginare pensando al costo, di una mozzarella di bufala Dop.</p>
<p>Man mano che si procede nella lettura del libro non ti prende lo sgomento, il senso di impotenza, che altre opere e penso soprattutto a Gomorra di Roberto Saviano, possono provocare, quanto una sensazione di consapevolezza, di comprensione crescente delle dinamiche che regolano non solo quel mondo lì, ma anche il tuo, e con quella consapevolezza ti senti più attrezzato, e quasi pensi che sia possibile la rivolta, una rivincita della tua terra, al punto da non capire perché per l&#8217;autrice, sia troppo tardi. Come quando in un&#8217;intervista per <a href="http://www.frescodistampa.info/">fresco di stampa </a> <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/11/24/faits-divers-6/">alla mia domanda</a>, <em>come raccontare un assedio</em>? Rosaria Capacchione aveva replicato:<br />
<em>Come un vecchio fortino del Far West. Meglio, come la presa di Troia, vista dalla parte di Ettore, però. Credo che sia rimasto pochissimo tempo. Quando smetteranno di sparare, vorrà dire che hanno vinto. E manca poco. </em></p>
<p>Ho già parlato in altre occasioni dell&#8217;importanza della voce per uno scrittore. Una voce non è soltanto il timbro, l&#8217;impronta di un autore ma soprattutto lo stile che devi ritrovare nell&#8217;opera che stai leggendo. la voce di Rosaria è discreta, mai roboante, &#8220;a levare&#8221; più che &#8220;ad aggiungere&#8221; come certi musicisti jazz che hanno il mestiere senza avere mai cercato la professione. Uno stile austero, perché la cosa fondamentale è dire come stanno le cose, ma soprattutto dove si deve cercare il senso di esse. Così l&#8217;ironia mai telefonata di certi passaggi come quando nella ricostruzione di una vicenda legata alla latitanza in Francia di Sandokan, da una intercettazione telefonica si scopre la sensibilità musicale del terribile capo clan.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/TrC9Aqp7ih4&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/TrC9Aqp7ih4&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object><br />
&#8220;e chiede l&#8217;ultimo cd di Umberto Tozzi &#8211; è l&#8217;anno di <em>Nell&#8217;aria c&#8217;è</em>, evidentemente introvabile in Costa Azzurra&#8221;</p>
<p> Ho come l&#8217;impressione che Rosaria Capacchione abbia scritto un manuale di cui sentiva in tutti questi anni la mancanza. Un <em>memoire</em> cui potere attingere informazioni dal passato  per capire il futuro. L&#8217;appendice, del libro, con l&#8217;indice dei nomi, le schede dei beni sequestrati, le sentenze, per un totale di oltre sessanta pagine, completa il progetto facendone uno strumento imprescindibile per ogni giovane cronista pronto a lanciarsi come lei, vent&#8217;anni or sono, nella battaglia. Con l&#8217;augurio che un giorno queste carte siano <em>tracce narrative</em> del solo passato. Senza più futuro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/">A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/04/terra-la-trattativa/' rel='bookmark' title='Terra! &#8220;La trattativa&#8221;'>Terra! &#8220;La trattativa&#8221;</a> <small> Mano libera ai killer per sfidare lo Stato di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/terra-rosaria-capacchione/' rel='bookmark' title='Terra! &#8211; Rosaria Capacchione'>Terra! &#8211; Rosaria Capacchione</a> <small> &nbsp; Le confessioni di Antonio Iovine di Rosaria Capacchione1...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/12/30/man-hattan-experiment/' rel='bookmark' title='Man Hattan Experiment'>Man Hattan Experiment</a> <small>Manhattan Experiment di Francesco Forlani (La Camera Verde ProduKtion) (extra)...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/pate-de-foi-bourgeois-pier-paolo-pasolini/' rel='bookmark' title='Pâté de Foi Bourgeois &#8211; Pier Paolo Pasolini'>Pâté de Foi Bourgeois &#8211; Pier Paolo Pasolini</a> <small> Mentre rileggevo Nero su Nero, di Leonardo Sciascia, mi...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/' rel='bookmark' title='L&#8217;onda anomala'>L&#8217;onda anomala</a> <small> di Nicolò La Rocca Prima o poi doveva succedere:...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>21</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Castel Volturno, Africa occidentale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 06:35:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[campania]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[degrado]]></category>
		<category><![CDATA[intolleranza]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Braucci]]></category>
		<category><![CDATA[miriam makeba]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/</guid>
		<description><![CDATA[<p align="center">[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM]</p>
<p style="text-align: justify;">[ <em><strong>Miriam Makeba </strong>è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/">Castel Volturno, Africa occidentale</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM]</p>
<p style="text-align: justify;">[ <em><strong>Miriam Makeba </strong>è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire. La donna che era chiamata Mama Afrika si è esibita davanti a poche persone, ha intonato “Pata Pata”, la sua canzone più famosa, e poi si è sentita male: a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, Soweto d’Italia. </em>]</p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>“Quinto comandamento. Tu non uccidere.”. Il foglio bianco è attaccato sul muro di fianco alla saracinesca serrata, tra pagine di preghiere coraniche. La scrittura a mano, frenetica, ad inchiostro blu, continua per una ventina di righe “Cari fratelli africani, perdonateci se siamo una razza di cani muti e anche sordi”. In calce, per testimoniare che non è vero che siamo tutti uguali, la firma è “una cristiana di Casal di Principe”. Al numero 1083 della Strada Statale Domitiana, sulla soglia della sartoria dove un mese fa il clan dei casalesi ha massacrato 6 giovani immigrati, ci sono altrettanti mazzi di fiori, numerosi biglietti con preghiere in inglese ed un libro sull’uso sociale dei beni recuperati alla camorra.<br />
<span id="more-10745"></span> </p>
<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/dsc_7039as.jpg" target="_BLANK"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/castelvolturno.jpg"/></a></p>
<p>foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>Giriamo lungo questa interminabile strada che dai Campi Flegrei arriva al litorale casertano, fin quasi al Lazio, attraverso centri come Castelvolturno, Mondragone, Baia Domizia, valicando due fiumi e rasentando un’infinità di borghi, frazioni e paesi dell’entroterra campano. La Domiziana costeggia il mare eppure il mare si vede raramente, lidi, stabilimenti, negozi, case, hotel, lo nascondono come una volta facevano gli alberi di immense e fitte pinete. Il progetto degli anni ’70 di una Città Domizia, conurbazione rivierasca tra Napoli e Caserta, si è arenato qui tra speculazioni edilizie, escavi illeciti di sabbia, carenza di infrastrutture, inquinamento e, parola magica, camorra.Castelvolturno ne è l’emblema, eppure l’antico centro sull’omonimo fiume è tutt’altro, più equilibrato, rispetto ai suoi agglomerati lungo il mare: Pinetamare, Destra Volturno, Pescopagano, Ischitella ed altri. I Castellani del centro avevano una tradizione agricola e fluviale, ormai ridotta allo stremo, e forse per questo se ne sono sempre stati a parte, separati da quelli del litorale dove invece è passato, svanendo, uno sviluppo turistico e residenziale. Quest’area, di incredibili e alienate architetture, era una volta demanio pubblico, boschi ed acque ridenti come nelle pagine bucoliche di Virgilio. Alla fine dell’800, il giovane Regno d’Italia lottizzò metà di questa fascia verde e la cedette alle famiglie locali, per far sì che la popolazione si insediasse dalle piane agricole alla costa. Pian piano, però, dal dopoguerra, le terre acquisite furono oggetto di compravendite, occupazioni, passaggi di mano e speculazioni che infransero il diritto di proprietà che lo Stato aveva riservato solo ai residenti. E’ allora che compare a Castelvolturno un attore fatidico per il suo futuro: la famiglia Coppola. Vincenzo e Costantino ci arrivano attraverso il fortunato matrimonio del secondo con una ricca famiglia del posto, hanno grosse protezioni nella Democrazia Cristiana, vogliono costruire, guadagnare. A Pinetamare, dalla fine degli anni ’60, mettono su il celebre Villaggio Coppola, complessi residenziali, porto e darsena, 8 torri abitative di moderna architettura. Un solo problema: è tutto abusivo. Pinetamare è un concentrato di quello che intanto avviene in tutto litorale, cemento selvaggio, appalti camorristici, distruzione dell’ecoambiente. Mario Luise è il sindaco del PCI di Castelvolturno che in tre mandati – ’71, ’77, ’93- pone al centro del suo operato la lotta alle speculazioni edilizie, la contrapposizione alla famiglia Coppola, il richiamo ad una massiccia legalità, malgrado gli attentati camorristici e i boicottaggi politici contro di lui. Nel suo libro di memorie – Dal fiume al mare, ESI edizioni- racconta di quando riesce finalmente ad entrare nel Villaggio Coppola, un’enclave dove ogni servizio è nella mani della potente famiglia, a capo di un camion della spazzatura per imporre la raccolta comunale dei rifiuti. Nel 1976 ottiene solo la misera ammenda di 100.000 lire comminata ai Coppola dal tribunale di Caserta per i loro abusi, nel 1997 invece  riesce a far mettere sotto sequestro la darsena e 12 ettari di complessi residenziali di Pinetamare, grazie alla collaborazione con il magistrato Donato Ceglie, iniziatore da lì a poco delle inchieste sui traffici dei rifiuti tossici. Alla fine degli anni ’90, Luise smette la sua attività politica e, intanto, cambiano gli scenari della regione Campania. “Il vecchio modello di sviluppo urbanistico” racconta Francesco Coppola, un urbanista napoletano “Era inteso a decongestionare Napoli edificando oltre i suoi perimetri in maniera contigua, creando quel fenomeno che viene detto conurbazione perché si estende da un centro ben definito. Il Litorale Domizio aveva aree libere dove prevalsero la costruzione di grandi condomini e di parchi recintati per accogliere le classi medie provenienti dalla città, ma anche di villette a schiera per i soggiorni estivi e le seconde abitazioni dei piccoli risparmiatori. Quella domiziana era infatti una zona che voleva integrarsi turisticamente con Sorrento e le isole, in un’epoca in cui i costruttori usufruivano delle partecipazioni statali e attingevano alla Cassa per il Mezzogiorno. La popolazione aumentò notevolmente in un solo decennio, anche per  lo spostamento in  massa da Napoli dei terremotati del 1980. Ma ecco che, imprevedibilmente, negli anni ’90 mutano  i criteri di sviluppo urbanistico, la nascita dell’Unione Europea impone nuove trasformazioni dei territori, si adottano i cosiddetti Assi di Sviluppo che indicano le linee guide da seguire: trasporti integrati, lotta al degrado, policentrismo urbano. Da allora, le istituzioni e i grandi imprenditori hanno dovuto rivedere i loro investimenti per potersi avvalere dei finanziamenti pubblici. Nasce una nuova cultura dello sviluppo e quella precedente va in crisi, colossi come il Villaggio Coppola diventano obsoleti, la conurbazione a partire da un centro fisso viene abbandonata. I Piani Integrati Territoriali diventano il nuovo modello per interventi su vari settori socioeconomici, così ogni area cerca la sua vocazione in una dimensione geografica più ampia, tra centri distanti la cui unitarietà è garantita dalla crescita dei trasporti. L’Alta Velocità, la metropolitana regionale,  l’aeroporto di Grazzanise, l’interoporto di Nola sono le infrastrutture dell’immediato futuro che ispirano gli investimenti che si stanno ora effettuando in aree come quella domizia”.<br />
Dalla metà degli anni ’90, il Litorale Domizio smette di essere la meta estiva dei napoletani e dei casertani, il progetto di conurbazione con il capoluogo viene abbandonato, la mancanza di una pianificazione generale, l’abusivismo selvaggio e l’inquinamento, rendono ridicoli slogan come “Città dell’uomo, paradiso dei fiori” apposta all’ingresso del complesso residenziale di Fontana Bleu, a Pinetamare. Qui, sul versante di ponente, oltre edifici abbandonati o occupati da immigrati, visitiamo il Rio Blue, un complesso balneare i cui scivoli colorati, avvolgendosi in spirali temerarie, piegano all’interno di vasche asciutte e ormai piene di detriti. Tutto giace in disuso, una pancia sventrata di plastica dura e cemento, porte divelte, vetri infranti e piante selvaggie che sbucano dal pavimento. Sembra di sentire le grida dei bambini che fino a pochi anni fa sguazzavano tra una piscina e l’altra, a dieci metri dalle onde del mare, sotto verande e finestre dei condomini intorno da cui si ammira il Golfo di Napoli.</p>
<p>Inoltre, le azioni di confisca dei grandi immobili abusivi da parte delle istituzioni non sanno andare oltre la precarizzazione della vita di chi ci abita e che spesso decide di andarsene.<br />
Qui, nei pressi del mare, tra le pinete ancora salubri e senza rifiuti tossici, restano pochi aficionados, chi ha comprato casa con duri sacrifici, chi l’ha eretta abusivamente e poi l’ha condonata, intorno a loro lidi balneari dismessi, cantieri lasciati a metà, edifici sotto sequestro e poi loro: gli immigrati.<br />
Gli autobus della linea M1 da Napoli-Mondragone sono da tempo una spina nel fianco della CTP – Compagnia Trasporti Pubblici- che serve tutta l’area. A bordo viaggiano i tanti africani che vanno a lavorare in città, dall’alba a sera, e come sempre accade nella storia delle questioni razziali, l’autobus può diventare un luogo di discriminazione e conflitto. Angelo Marrone, il giovane gestore di un bar mi spiega “Gli immigrati neri sono insediati tra l’hinterland napoletano e Pescopagano, qui si dividono a metà il paese con gli slavi che invece occupano l’area successiva, dove il clan La Torre non ha mai permesso agli africani di valicare il limite di Mondragone. Lo capisci anche se guardi come è distribuita la prostituzione: le nere a sud e le bianche a nord, nelle mani di nigeriani e albanesi. Spesso gli autisti dell’M1, quando vedevano i neri fermi alle pensiline, nemmeno si fermavano ed io più volte ho dovuto litigare perché gli aprissero le porte. Qualcuno dei passeggeri si lamentava che gli immigrati puzzavano, ma perché venivano da ore e ore di lavoro in campagna, se scoppiavano litigi e gli episodi di intolleranza si facevano forti, i neri sparivano dall’autobus per qualche giorno.”. Da tre anni sull’M1 si sta tentando una mediazione culturale attraverso il progetto Contact, promosso dalla CTP e dalla Caritas: dieci operatori immigrati salgono a gruppetti di tre persone sulle vetture, annunciano la loro presenza ai passeggeri, chiacchierano con loro e gli ricordano l’importanza di obliterare il biglietto e di andare d’accordo col prossimo. La loro non è una presenza risolutiva, ma si fa sentire, tant’è che è stata estesa ad altre linee. Maria è di quelle che sta sugli autobus per tre ore al giorno, lavora anche presso la casa di accoglienza dei comboniani a Castelvolturno, è del Ghana, vive in Italia da 20 anni. “La storia di tutte queste persone è sempre la stessa, vengono quasi tutti dall’Africa Occidentale, hanno affrontato un lungo viaggio per raggiungere qui un parente o un amico, hanno fatto una sosta di qualche anno in Libia per mettere un po’di soldi da parte e poi si sono lanciati oltre il mare. All’alba li vedi che vanno a lavorare nelle raccolte stagionali intorno a Villa Literno, oppure, più tardi, che raggiungono i quartieri di Napoli per vendere quello che possono, pompe di benzina e cantieri edili accolgono il resto. Facendo capo alle loro comunità, qualcuno col tempo ha aperto un negozietto di alimentari, un bar, una sartoria, ma la maggior parte appena può va via, altri invece ritornano qui perché si sentono accolti meglio che nel nord Italia. Se gli italiani di qui fossero razzisti potremmo mai essere diventati così tanti come siamo?”. I numeri parlano approssimativamente di circa 6.000 africani e di 3.000 slavi, Castelvolturno conta 2.000 regolari, il resto è senza premesso di soggiorno. Giorgio Poletti è un frate comboniano che vive qui da 12 anni, l’asilo, il doposcuola e la casa di accoglienza per le ex prostitute sono le attività di base del suo gruppo composto da 4 religiosi ed altri, pochi, volontari italiani “Questa zona è un laboratorio delle problematiche moderne, se impari a risolverle a Castelvolturno poi saprai come fare anche nel resto d’Italia. Ormai gli italiani di qui si dividono tra quelli che pensano che non è possibile costruirsi un futuro con gli immigrati e quelli che li tollerano perché sono occasioni di lavoro e di commercio. La verità è che siamo tutte pedine di una grande scacchiera, ognuna delle forze in campo ha solo un pezzetto di verità, italiani, immigrati, istituzioni dovrebbero unire questi frammenti e costruire insieme il cambiamento. Invece per dove si sta scegliendo di fare passare il futuro in quest’area? Solo attraverso il cemento e i mattoni”. Ma oltre agli immigrati del lavoro nero, ci sono quelli dell’illecito, della droga, della prostituzione, sono quelli nelle grandi macchine, con gli  orologi di lusso e le catene d’oro, quelli che spendono come e più dei bianchi. Gli accordi sullo spaccio tra nigeriani e casalesi hanno ormai quasi trent’anni, 40 e 60 per cento sono le rispettive quote sui profitti prima dei recenti processi contro la camorra locale, ma il mercato rimane florido. Oggi, alcuni dei ragazzini dei paesi intorno hanno l’abitudine di passare i fine settimana nelle pinete di Baia Verde o sulla foce di Destra Volturno, in una full immersion di droghe chimiche e prestazioni sessuali delle prostitute. Da Frosinone e dintorni arrivano spedizioni di acquirenti per saggiare e comprare la roba anche in grossi stock, una telefonata da un apparecchio pubblico della Domiziana avverte lo spacciatore di turno che “Siamo arrivati. Prepara tutto”. La strage del 18 settembre scorso ha dei precedenti. Nell’aprile del 1990, a Pescopagano, furono uccisi 4 immigrati nel Bar Centro, erano spacciatori e allora l’accusa cadde sulle guardie del servizio di vigilanza che, ancora oggi, controlla le case dei residenti, un servizio in odore di camorra. A chiedersi come mai il Litorale Domizio sia diventato un agglomerato di tantissimi immigrati, le risposte che si ottengono sono varie. Le raccolte stagionali nelle piane dell’entroterra, l’impiego nella grande fase di costruzioni edilizie dell’immediato passato e, a sentire l’ex sindaco Mario Luise, se ne aggiunge un’altra “Questa costa è stata sempre un luogo per nascondersi, ci misero al confino anche i mafiosi, è un bosco dove gli uccelli possono cantare senza essere visti”. Sugli equilibri criminali recenti si dice che, tra i ghanesi, ci sia chi stia tentando il salto di qualità. Marco Marino, un insegnante che abita a Lago Patria, racconta “Se vai in Ghana, come ho fatto io, capisci che molti lì ammirano i nigeriani perché in Italia sono riusciti ad arricchirsi. La coca che sbarca sulle coste dell’Africa Occidentale ora incrocia anche il Ghana e offre nuove opportunità a chi non si fa tanti scrupoli” Sarà un caso che i sei morti del 18 settembre avessero tutti passaporto ghanese? Di fianco alla sartoria dove è avvenuta la strage, ai due lati, ci sono un negozio di parrucchiere ed uno di  barbiere, ambedue ghanesi. Dopo un  mese dagli omicidi, l’unico ancora aperto è quello per donne, l’atmosfera al suo interno è molto tranquilla, i clienti dell’altro esercizio invece hanno già cambiato barbiere, Mounhir, il gestore, è fuggito all’estero subito dopo il massacro. Ipotesi, supposizioni, illazioni forse.<br />
“Vuoi sapere perché li hanno ammazzati?” mi chiede Ciccio senza nemmeno aspettare la fine della domanda “Guardati alle spalle e lo scoprirai”. Fuma con aspre boccate e la stanza si riempie di fumo, non capisco cosa voglia dire, mi giro, ma sulla parete dietro di me c’è solo un poster in bianco e nero di Bakunin che mostra la lingua. “Non devi guardare qui” mi schernisce Ciccio “Ma lì, lì ad Ischitella”. Ischitella è la frazione dove è avvenuta la strage, dove il giorno prima, di fianco ad un ristorante cinese, dopo l’Hotel Millenium, di fronte ad uno stabilimento in ristrutturazione, abbiamo visto il locale ora sotto sequestro della polizia giudiziaria. So che Ciccio, un vecchio anarchico di Mondragone, sta prendendo in giro la nostra curiosità “Stanno dicendo un sacco di cazzate sui giornali” continua espirando un anello di fumo “Cercano sempre dei motivi spettacolari. Ma le ragioni stanno nelle strade, dietro gli angoli, nel cemento, proprio nei mattoni e nel cemento”. Sorride, sa che mi sta solo confondendo, forse non sa nulla, forse sa qualcosa ma non vuole dirmelo chiaramente. “Dovete capire che la camorra agisce nella realtà delle cose, non ha troppi piani generali, dice: quelli hanno fatto questa cosa, si stanno mettendo con questi altri e allora dobbiamo ammazzarli. Adesso poi, con i capi in galera o in latitanza, devono mostrare di non aver perso il controllo del territorio. Sono obbligati a punire severamente qualunque sgarro, anche una questione banale”. Che cosa ha voluto dire? Che cosa dovrei guardare alle mie spalle?<br />
Si fa sera, torniamo verso Napoli, malgrado tutto resta nei nostri polmoni l’aria del mare e della natura di qui che resistono all’oltraggio degli uomini. Davanti al centro di accoglienza Fernandes, gli immigrati se stanno fermi, in attesa, bloccati tra passato e futuro, come spettri in un limbo. So che molte cose stanno cambiando, nuovi accordi politici, nuovi investimenti condizionano quest’area e gli immigrati sono diventati un impaccio, malgrado per anni abbiano preso in affitto quelle case ormai sfitte sul litorale, offrendo la possibilità di un guadagno ai proprietari. Ho scoperto tante altre cose, ma ormai non c’è più tempo. Non so perché quei sei giovani neri siano stati uccisi, non so se l’omicidio di Antonio Celiento, avvenuto pochi minuti prima a Baia Verde, sia collegato alle loro morti. So che però, qui e nel raggio di chilometri, le istituzioni e la società civile devono decidere qual è oggi la loro priorità: lo sviluppo economico o la lotta contro la camorra. Allo stato dei fatti, il primo obiettivo esclude il secondo. Roberto Saviano è sotto scorta per aver scritto esattamente questo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/">Castel Volturno, Africa occidentale</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/' rel='bookmark' title='Siamo tutti Saviano?'>Siamo tutti Saviano?</a> <small> di Helena Janeczek Dopo le ultime notizie su un...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/05/chiaiano-unaltra-verita/' rel='bookmark' title='Chiaiano, un&#8217;altra verità'>Chiaiano, un&#8217;altra verità</a> <small>di Maurizio Braucci “Ogni volta che ci dicono: perché non...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/camorra-les-jeux-sont-faits-rien-ne-va-plus/' rel='bookmark' title='Camorra: les jeux sont faits, rien ne va plus!'>Camorra: les jeux sont faits, rien ne va plus!</a> <small> Numeri estratti dal libro , Questa corte condanna, Spartacus...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/la-morte-%e2%80%9cper-sbaglio%e2%80%9d-di-petru-birladeanu/' rel='bookmark' title='La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu'>La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</a> <small> di Carmen Pellegrino Come si racconta una morte? E...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/banalita-del-male/' rel='bookmark' title='Come muore ognuno di noi'>Come muore ognuno di noi</a> <small> di Evelina Santangelo Maurizio Braucci ne parla qui. e...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tra zero e due meno meno</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 15:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[benjamin]]></category>
		<category><![CDATA[butor]]></category>
		<category><![CDATA[Crialese]]></category>
		<category><![CDATA[daniele giglioli]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Pedullà]]></category>
		<category><![CDATA[Gaudioso]]></category>
		<category><![CDATA[gilda policastro]]></category>
		<category><![CDATA[giovanna taviani]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Pugno]]></category>
		<category><![CDATA[neoavanguardia]]></category>
		<category><![CDATA[nicola lagioia]]></category>
		<category><![CDATA[ottonieri]]></category>
		<category><![CDATA[pincio]]></category>
		<category><![CDATA[postmoderno]]></category>
		<category><![CDATA[quentin tarantino]]></category>
		<category><![CDATA[raffaele donnarumma]]></category>
		<category><![CDATA[sanguineti]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>
		<category><![CDATA[Scurati]]></category>
		<category><![CDATA[Vitaliano Trevisan]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/</guid>
		<description><![CDATA[<p>[Gilda Policastro, redattrice di «<a href="http://www.palumboeditore.it/Catalogo/Riviste/tabid/176/Catalogo/Riviste/Allegoria/tabid/118/Default.aspx" target="_blank">Allegoria</a>», risponde a Cortellessa, proseguendo il discorso che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma </a>avvia a partire da questi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/" target="_blank">articoli</a>. dp]</p>
<p>di <strong>Gilda Policastro</strong></p>
<p>Se la domanda che poni a uno scrittore trentacinque-quarantacinquenne in Italia oggi è &#8220;quanto la realtà entra in quello che scrivi e lo condiziona&#8221; la risposta è: &#8220;zero&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/">Tra zero e due meno meno</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[Gilda Policastro, redattrice di «<a href="http://www.palumboeditore.it/Catalogo/Riviste/tabid/176/Catalogo/Riviste/Allegoria/tabid/118/Default.aspx" target="_blank">Allegoria</a>», risponde a Cortellessa, proseguendo il discorso che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma </a>avvia a partire da questi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/" target="_blank">articoli</a>. dp]</span></p>
<p>di <strong>Gilda Policastro</strong></p>
<p>Se la domanda che poni a uno scrittore trentacinque-quarantacinquenne in Italia oggi è &#8220;quanto la realtà entra in quello che scrivi e lo condiziona&#8221; la risposta è: &#8220;zero&#8221;. Questo è l&#8217;esito (semplificando con la brutalità indispensabile all&#8217;operazione di tirare le somme) dell&#8217;inchiesta pubblicata sull&#8217;ultimo numero di «Allegoria». Nel saggio che la introduce, il co-curatore (assieme alla sottoscritta) <strong>Raffaele Donnarumma</strong> cerca di incrementare questo zero, di portarlo almeno a due meno meno, salvando una parte buona degli scrittori, che consiste in ciò che concretamente scrivono, a danno di una cattiva, che è ciò che invece dichiarerebbero per gusto del paradosso o per insufficienza teorica.<span id="more-10362"></span> Così <strong>Nicola Lagioia</strong>, uno degli intervistati, in <em>Occidente per principianti</em> raccontava la storia <em>buona</em> di un giovane precario, ma poi nell&#8217;intervista <em>sbaglia</em> a dire che della realtà lui si disinteressa completamente, visto che gli piacciono solo i libri che lo fanno «inginocchiare e piangere di gioia», come quelli di Faulkner. <strong>Aldo Nove</strong>, che l&#8217;anno scorso ha pubblicato l&#8217;inchiesta sul precariato <em>Mi chiamo Roberta, ho quarant&#8217;anni, guadagno 250 euro al mese</em>, scrive invece che la realtà non è altro che «cattiva letteratura». E <strong>Laura Pugno</strong>, che ritorna poi a parlare di realtà nella contro-inchiesta sullo stesso tema pubblicata dallo «Specchio +», dice che la scrittura è il miglior modo che conosce per occuparsi del mondo: di che modo si tratti lo esprime meglio delle dichiarazioni di programma <em>Sirene</em>, il suo primo romanzo, in cui si allevano e si ammazzano le bestie ibride del titolo in un mondo futuribile. Per chiudere sulle essenziali, a dir poco, risposte di <strong>Vitaliano Trevisan</strong> alle sollecitazioni sull&#8217;impegno, sul ritorno della letteratura ai temi sociali, sull&#8217;impatto dell&#8217;11 settembre nelle narrazioni occidentali, risposte tutte più o meno a calco del tipo tra il serafico e lo schizoide: &#8220;io? ma quando mai?&#8221;.</p>
<p>Ma la sorpresa vera viene dall&#8217;inchiesta sul cinema, che non reagisce compattamente all&#8217;input di <strong>Giovanna Taviani</strong> sul ritorno al documentario, e, in alcuni casi specifici, questo debito col documentario come forma privilegiata di indagine sulla realtà, rinnega o misconosce. Leggo dalla risposta di <strong>Saverio Costanzo</strong>: «Se dovessi indicare un film che quest&#8217;anno a mio parere ha raccontato meglio il nostro contemporaneo, citerei <em>Grindhouse-Death Proof-A prova di morte</em>, di <strong>Quentin Tarantino</strong>, e credo difficile trovarne uno più lontano dal documentario di denuncia alla <strong>Moore </strong>o dal pedagogico film di Al Gore». Gli fa eco <strong>Gaudioso</strong>, per il quale esistono «solo buoni e cattivi film», per tacere poi di <strong>Crialese </strong>che «fugge la realtà come la peste» (né ci si poteva aspettare altro, a pensare anche solo a <em>Nuovomondo</em>).</p>
<p>A rincarare la dose, gli editor di narrativa segnalano per gli anni a venire un incremento ancora maggiore del disinteresse ai temi sociali: il successo editoriale dei &#8220;numeri primi&#8221; di Giordano sta incoraggiando una generazione di venticinque-trentenni bellettristi tornati paciosamente a guardarsi l&#8217;ombelico.</p>
<p>Il reale, la realtà, non interessano dunque a nessuno?</p>
<p>Interessano ai critici, se ne nasce appunto la controinchiesta di «Specchio+», in cui le posizioni (schematizzate anche qui con l&#8217;accetta) sono le seguenti: <strong>Giglioli </strong>dice che il trauma è altrove, e inattingibile, come la donna sulla spiaggia del <em>Candide</em> per l&#8217;eunuco. <strong>Scurati </strong>che ha inventato (ma <strong>Cortellessa </strong>gli ricorda che prima di lui fu <strong>Benjamin</strong>, accidenti) l&#8217; «inesperienza», ci racconta il suo personale momento di <em>Erscheinung</em>, e cioè di quando guardava le bombe in televisione sorseggiando della birra fredda. Cortellessa e <strong>Pedullà </strong>vogliono leggere libri e non reportage. Pur essendo due militanti a pieno titolo, editori o consulenti editoriali, della realtà come impegno a tutti i costi non saprebbero come fare letteratura, se non quando appunto questa realtà <em>è</em>, <em>si fa</em> racconto, letteratura (Cortellessa inventò una volta la categoria critica dello «stato di grazia»: parlava dei racconti non ricordo se di <strong>Raimo </strong>o di <strong>Meacci</strong>).</p>
<p>A me pare che la verità stia nel mezzo. Che «Allegoria» abbia liquidato (mea culpa) troppo frettolosamente, con la scusa del provincialismo, una serie di autori meglio rappresentativi del nostro presente, autori che praticano sì un iper-sperimentalismo oltranzista, ma non per questo si collocano (tanto programmaticamente quanto negli esiti) fuori dal reale. Penso al <strong>Pincio </strong>di <em>Cinacittà</em> (meno sperimentale che in precedenza, certo, e forse però addirittura per questo meno convincente), che racconta una Roma travestita da città orientale che è sempre più la città in cui viviamo tutti, cinesi e soli, senza stagioni e (apparentemente) senza storia. Penso all&#8217;<strong>Ottonieri </strong>de <em>Le strade che portano al Fucino</em>, che squarcia in un videogame memoriale le ferite della terra, lasciandone emergere racconti di vicende storiche recenti e personali. O all&#8217;<strong>Aldo Nove</strong> di <em>Indeepandance</em>, progetto multimediale (con videoartisti, musicisti) che riscrive il presente per slogan (da &#8220;Pietro Maso fan club&#8221; a &#8220;Money doesn&#8217;t buy happiness&#8221; a &#8220;Roberto Saviano&#8221; a &#8220;Io non ho paura&#8221;) proiettati su quattro enormi schermi posti all&#8217;interno di una cattedrale-discoteca, ripercorrendo, insieme, attraverso immagini cosmiche e suoni da trance, la storia del pianeta e dell&#8217;uomo.</p>
<p>D&#8217;altro canto «Specchio +» secondo me, anche a voler prescindere dalle birre di Scurati, si arrocca su una posizione snobisticamente <em>fuori</em>, che poi non rende nemmeno giustizia dell&#8217;impegno attivo (e quanto) nel presente di tutti i critici coinvolti.</p>
<p>Infine, quello che manca alla generazione dei trentacinque-quarantacinquenni di oggi, non è tanto l&#8217;impegno nel presente e dunque l&#8217;interesse per la realtà, quanto la capacità di trovare delle occasioni (questa inchiesta col relativo dibattito forse lo è stata, tra le rare) di confrontarsi apertamente pur partendo o anche rimanendo su posizioni diverse e diametralmente opposte. Scannarsi, anche, come facevano ai tempi della neovanguardia, l&#8217;epoca in cui, mi viene in mente, le battaglie tra impegno e disimpegno, mimesi e deriva iper-reale erano state più accese, prima dell&#8217;ondata postmoderna che ha messo tutti dentro e tutti d&#8217;accordo (almeno così pareva).</p>
<p>A emergere dalle interviste di «Allegoria» non è tanto, io credo, una contrapposizione tra autori realisti e no, per dirla così, ma tra autori che rifiutano (perlomeno nominalmente) l&#8217;ideologia, e autori che invece ne fanno una chiave di accesso primaria (vedi <strong>Barilli </strong><em>vs</em> <strong>Sanguineti</strong>, ai tempi). E, in secondo luogo, proprio tra autori che si accomodano sotto l&#8217;egida della neoavanguardia e autori che sdegnati la rifiutano. Di nuovo Aldo Nove, da una parte, e Nicola Lagioia, dall&#8217;altra. E dunque, se si deve ripartire proprio da lì, dalla neoavanguardia, come si affrontava allora il problema della realtà, dopo che Sanguineti aveva declassato i narratori tradizionali al ruolo di &#8220;Liale&#8221;? Nel dibattito sul romanzo, al convegno del &#8217;65, <strong>Balestrini </strong>ricordava ai suoi sodali l&#8217;imperativo di «tagliare i fili con la realtà» e, nel frattempo, di quella stessa realtà a lui contemporanea, non solo non si disinteressava (vedi, poi, non per caso, i libri a venire sugli operai, sui tifosi, sui camorristi), ma, soprattutto, cominciava a fiutare precocissimo le possibilità formali, tanto che il<em> Tristano</em> del &#8217;66 così come l&#8217;aveva immaginato, in una serie di copie uniche aumentabili all&#8217;infinito, si è potuto concretamente realizzare soltanto nel 2007. E non come esercizietto sperimentale, ma come modo concreto per contrapporsi a un mercato che macina le opere in un amen, alla ricerca perenne di novità: <em>Tristano</em> sarà sempre nuovo, visto che le copie sono tutte diverse una dall&#8217;altra.</p>
<p>«Quale realtà», si chiedeva poi Sanguineti nel &#8217;64, in un saggio sul <em>Trattamento del materiale verbale nei testi della neoavanguardia</em>, rimasto emblematico di quella stagione: «in che senso parliamo di realtà, di modi del reale, di fronte a un organo dell&#8217;immaginazione?». Peraltro in straordinaria consonanza con quanto accadeva fuori d&#8217;Italia: nel <em>Romanzo come ricerca</em>, dal <em>Repertorio di Studi e conferenze</em>, <strong>Butor </strong>si era già precocemente interrogato sul problema dell&#8217;invenzione formale, che «ben lungi dall&#8217;opporsi al realismo come troppo spesso immagina una critica miope, è anzi una condizione <em>sine qua non</em> di un realismo più radicale».</p>
<p>Il problema cruciale rimane ancora quello delle forme (Gabriele Pedullà in «Specchio+» dice lo «stile»), che ci si è posti ad esempio &#8211; se si procede oltre l&#8217;inchiesta, nello stesso numero di «Allegoria», fino alla rubrica <em>Il libro in questione</em> &#8211; rispetto a <em>Gomorra</em> di <strong>Saviano</strong>. Un problema che riguarda evidentemente anche il cinema, il quale comunque, come ripeto, nell&#8217;inchiesta ha dato di sé un quadro più vario dell&#8217;atteso. Se, indubbiamente, negli ultimi anni il cinema italiano ha smesso di essere il &#8220;cinema degli stenditoi&#8221; e ha preso a interrogarsi su fenomeni sociali come la camorra o il governo democristiano, <em>come</em> però lo faccia, è tutto da dire o da ridire. Gli ultimi film di <strong>Sorrentino </strong>e di <strong>Garrone</strong>, a Cannes passati praticamente per neorealisti, guardano più a <em>Le iene</em> che a <em>Ladri di biciclette</em>: in entrambi i casi la traduzione delle storie reali nei modi iper-reali del presente non dico che ritorni al postmoderno, ma di certo non lo rinnega del tutto, come forse si era un po&#8217; troppo definitivamente ipotizzato. Il discorso sulla rappresentazione del reale, magari è proprio da qui che deve ripartire, se vuole stare nel presente e interrogarsi su di esso senza pregiudizi. Voler cambiare la realtà, intervenirvi, impegnarsi in essa implica un&#8217;operazione preliminare: ri-conoscere la realtà. Nei suoi modi di espressione, innanzitutto, e nei suoi linguaggi, che non sono orpelli accessori, se molti di noi continuano a preferire <em>Gomorra</em> ai documentari televisivi, e forse anche (adesso internatemi!), il <em>Sandokan </em> di Balestrini a <em>Gomorra</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/">Tra zero e due meno meno</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/' rel='bookmark' title='Reale, troppo reale'>Reale, troppo reale</a> <small>[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/' rel='bookmark' title='E se facessimo sul serio?'>E se facessimo sul serio?</a> <small>[Raffaele Donnarumma replica alle critiche che Cortellessa esprime sull'inchiesta svolta...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/12/17/traumi-italiani/' rel='bookmark' title='Traumi italiani'>Traumi italiani</a> <small>Traumi italiani. Immaginario della vittima e identità nazionale. Seminario di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/una-trentina-di-gabriele-frasca/' rel='bookmark' title='Una trentina di Gabriele Frasca'>Una trentina di Gabriele Frasca</a> <small> di Gilda Policastro All&#8217;interno del genere antologico, che in...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/' rel='bookmark' title='Se la critica muore'>Se la critica muore</a> <small>di  Gabriele Pedullà Le premesse sono note. Lo strapotere della...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>123</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Siamo tutti Saviano?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 27 Oct 2008 05:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile “Strage di Capaci”- far saltare con l’esplosivo le macchine blindate sull’autostrada Napoli –Roma &#8211;  e dopo l’intervista di “Repubblica” in cui dice di voler lasciare per un po’ l’Italia per riprendersi la sua vita, si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/">Siamo tutti Saviano?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/saviano-merda.jpg"/></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile “Strage di Capaci”- far saltare con l’esplosivo le macchine blindate sull’autostrada Napoli –Roma &#8211;  e dopo l’intervista di “Repubblica” in cui dice di voler lasciare per un po’ l’Italia per riprendersi la sua vita, si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti. Iniziative sui social network, letture collettive in piazza di <em>Gomorra</em> a Roma e Milano, cittadinanze onorarie, striscioni degli ultrà esposti allo stadio, un appello firmato da sei Premi Nobel che nella prima giornata raccoglie le adesioni di centomila persone. E molto altro, molto di più.<br />
E’ qualcosa di imprevisto e di straordinario soprattutto laddove è divampato dal basso, dalle persone che hanno letto il libro o l’hanno comprato o che hanno soltanto visto Saviano in tv e ne hanno fatto quel che è ora: un simbolo di lotta alla mafia, un simbolo di coraggio. E probabilmente di qualcos’altro, perché i simboli veri non sono come i cartelli stradali che stanno per una cosa sola, ma si caricano e irradiano significato. Ed è fin troppo facile obiettare che per aderire a un appello via rete o anche trovarsi in una piazza lontana dalla provincia di Caserta non ci vuole molto coraggio, né si mette in moto un cambiamento, né si fa qualcosa di concreto per togliere una persona dal pericolo in cui si trova. Sono soltanto gesti simbolici che rispondono proprio su quel piano a chi, appunto, è diventato un simbolo.<span id="more-10161"></span><br />
Esistono alcuni che pensano che Saviano sia diventato quello che è adesso grazie al marketing editoriale o all’influenza dei media o a entrambi. Ma nulla si sarebbe messo in moto senza il libro né tanto meno avrebbe raggiunto queste dimensioni senza pubblico perché è quest’ultimo, in un movimento di feed back circolare, che continua ad alimentare le ristampe e tener aperti gli spazi su televisioni e giornali.<br />
Quindi ha ragione Saviano quando dice che non è stato il suo libro a innescare una reazione da parte della camorra, ma il successo del suo libro, la trasformazione del suo libro e di lui stesso in qualcosa che riveste un valore simbolico per moltissime persone.<br />
Pasolini scriveva che il successo è l’altra faccia della <strong>persecuzione</strong> e queste parole acquistano nel caso di Saviano una verità sinistra.<br />
Credo che la realtà del pericolo che corre derivi ormai in una misura non meglio quantificabile dal valore che ha assunto, dalla notorietà raggiunta persino oltre ai confini dell’Italia.<br />
E’ un fatto inaudito. La visibilità doveva avere un effetto protettivo, fargli – come si dice- da “scorta mediatica”, comunicare ai nemici di Saviano che se lo toccano, la reazione scatenata peggiorerà pesantemente le condizioni per condurre i propri affari in segreto e in silenzio. Secondo quella logica tradizionale nell’ambito delle mafie, ammazzare Saviano non conviene: piuttosto si aspetta un tot di anni, quando non avrà più la scorta e l’attenzione pubblica, quando quest’ultima lo avrà almeno in parte dimenticato. Allora lo si distrugge, preferibilmente con diffamazione, querele, mosse trasversali, e se proprio non bastasse, con le armi. Ed è ovviamente uno scenario sempre presente e non escluso dalla situazione attuale. Cosa che fa capire che cercare di destreggiarsi fra la troppa esposizione e il possibile oblio, debba essere per Saviano come navigare fra Scilla e Cariddi.<br />
La logica della visibilità come protezione ormai non vale più senza riserve. I capi Casalesi in carcere si sono visti riconfermare gli ergastoli, le loro mogli- anche quella del latitante Antonio Iovine- sono state arrestate, Casal di Principe è presidiato dalla Folgore come un territorio occupato. Erano, fino al successo di <em>Gomorra</em>, un clan sconosciuto o di cui l’opinione pubblica non si interessava già a partire da Napoli. Ora qualsiasi loro azione, persino quelle non strettamente sanguinarie, rimbalza su giornali e telegiornali. Hanno poco da perdere, e l’idea che una volta tolto di mezzo Saviano, tutto tornerà come prima –magari non subito, ma basta aspettare- sembra possedere, a questo punto, una logica più stringente e una maggiore attrattiva. A questi uomini che si vedono come un potere assoluto, poter mostrare con un solo omicidio che detengono più potere di Stato, Premi Nobel, masse nazionali e internazionali, essere in grado di scatenare un putiferio anche politico, deve fare non poca gola.<br />
Per questo, l’istinto e il buon senso suggeriscono di non scartare lo spauracchio della riedizione della Strage di Capaci soltanto perché il pentito ha poi smentito l’informazione sul presunto attentato raccolta da un poliziotto. Nella migliore delle ipotesi mi pare rappresenti quello che il clan <strong>avrebbe voglia </strong>di fare.<br />
Chiunque abbia visto le interviste fatte da Repubblica tv o quelle di Matrix o delle Iene, si è reso conto che pure per il territorio dominato dai Casalesi, Saviano è un simbolo. Soltanto che è un simbolo negativo. A Casale- ma molto spesso anche a Napoli &#8211; Saviano è colui che è ti fa arrivare una sanzione se giri senza patente o senza casco, colui che è diventato famoso e venerato rovinando l’immagine della propria terra e affibbiando ai suoi abitanti l’immagine di mafiosi o di collusi, colui che si è arricchito senza aver fornito lavoro anche se nero o sporco, e non ha sganciato tangenti o soldi per i terreni trasformati in tombe di rifiuti tossici.<br />
Magari quel che abbiamo visto o letto non è tutta la verità, magari c’è qualcuno che in segreto la pensa diversamente, ma non importa. Importa che quelle dichiarazioni rappresentino la versione a cui da quelle parti occorre o conviene conformarsi. Persino il parroco di Casale ha lanciato un anatema contro Saviano perché infanga il nome dei bravi e onesti paesani.<br />
Basta aggiungere che accanto a un consenso negativo popolare intorno a Saviano, ci sono proprio nei luoghi che per primi dovevano essere scossi dalla sua denuncia, molti che si sentono sempre di più gettati nell’ombra dal fascio di luce che sembra ricadere tutto sul simbolo. Questi si trovano nello spettro di chi conduce la battaglia antimafia: dai magistrati ai testimoni di giustizia, dagli agenti delle forze dell’ordine ai militanti delle associazioni e così via. Giornalisti lamentano che Saviano avrebbe preso dai loro articoli e dalle loro inchieste, cosa che non avrebbe dato alcun fastidio se il libro l’avessero letto in 5.000 (la prima edizione di <em>Gomorra</em> aveva esattamente questa tiratura) e nemmeno in 50.000. Sarebbe infatti stato impossibile e grave se l’autore non avesse fatto tesoro delle informazioni raccolte anche aldilà della propria esperienza personale, ed è perfettamente normale che chi riporta semplicemente una notizia, non abbia bisogno di citare nessuna fonte: questo, a maggior ragione, per un libro che si colloca a cavallo fra saggistica e romanzo, fra esposizione di fatti e dati e narrazione.<br />
Ciò che non scorgono queste persone – o che la loro frustrazione fa passare in secondo piano &#8211; è che si tratta del più classico meccanismo del <em>divide ut impera</em>, tra l’altro messo in moto senza nessun burattinaio, e che a isolare Saviano ci si crea un danno da soli facendo il gioco dell’avversario. Inoltre non sembrano vedere la cosa più banale e primaria, ossia che, pur nell’ombra di Saviano, l’attenzione a quel che fanno non sia mai stato tanto alta: mai così tante opportunità di pubblicare libri, fare film ecc sulla camorra (e persino sulla ’ndrangheta fino ad allora quasi totalmente ignorata dall’attenzione pubblica), mai così tanto spazio nei mezzi d’informazione su arresti e inchieste, mai tanto impegno da parte dello stato nel territorio Casalese.<br />
Ma già qui si intravede una sorta di equivoco. La Folgore che è a Casal di Principe – uso l’esempio come immagine esemplare, aldilà della valutazione sulla sua efficacia- non gira contemporaneamente a Platì e nemmeno a Secondigliano, e ammesso anche che si riuscisse a dare un colpo durissimo al clan dei Casalesi, non si avrebbe di certo ottenuto una vittoria su tutte le altre mafie che magari anzi godono dello sforzo concentrato da una parte come il proverbiale terzo fra i litiganti.<br />
L’equivoco nasce dai piani di rappresentazione. Su quello basilare sembra trattarsi di una lotta fra Saviano e i Casalesi o, al massimo, fra Saviano e lo Stato e i Casalesi. Sembra che i Casalesi oggi “tirano” esattamente come un tempo facevano notizia solo i Corleonesi. In quest’equivoco che si autoalimenta ci casca pure l’editoria che pubblica libri sui Casalesi a cui sembra interessata solo una nicchia.<br />
Perché, in realtà, al celebre scrittore londinese, alla casalinga di Voghera o allo studente di Treviso che cosa gliene importa alla fine di un dato clan campano? Non moltissimo, se non avesse intenzione di uccidere Saviano e se nella sua vicenda non fosse simboleggiato molto altro.<br />
La libertà di parola, la fiducia nella verità e nella possibilità di dirla, il coraggio delle proprie azioni e convinzioni. E forse anche il meccanismo per cui la denuncia di certi clan reali, con nomi e cognomi, riesce a toccare per esteso le corde di chi in Italia si confronta con dinamiche “mafiose” in generale, cioè praticamente tutti. Credo che in questo paese vecchio, attanagliato da mille paure supposte o reali – dagli stranieri al pedofilo della porta accanto, dal latte contaminato alla recessione -, privo di fiducia nel proprio futuro e nella possibilità di uscire dal marciume, l’esempio di Saviano incontri soprattutto il desiderio di essere diversi da come si è realmente: non impauriti, asserviti, rassegnati. Eppure l’investimento simbolico su di lui sembra giocare un ruolo ambivalente. Ci si appaga nell’identificazione e nella preoccupazione per Saviano e si continua grosso modo a vivere come prima. D’altronde, cosa si potrebbe fare?<br />
Purtroppo dire “siamo tutti Saviano” non basta, anzi l’effetto è in parte anche contrario a quello desiderato. Perché alla fine solo Saviano è Saviano, solo Saviano è quello sotto scorta, minacciato di morte, ricusato dal parroco di un paese che non ha pronunciato nulla di simile nei confronti dei boss. E voglio ribadirlo: Saviano non è ovviamente l’unico potenziale bersaglio delle mafie e non è l’unico a vivere sotto scorta, ma è un bersaglio privilegiato proprio in quanto simbolo. Più ci si schiera dietro al suo nome, più lui diventa simbolo e come simbolo diventa unico, diventa solo. E il fatto che così pochi lo appoggiano proprio laddove dovrebbe invece essere appoggiato primariamente, non fa che accrescere la pericolosità di questo meccanismo.<br />
Chiunque abbia letto l’opera di René Girard centrata sulla funzione del capro espiatorio o conosca il mito e il rito del Re del Bosco analizzati dal <em>Ramo d’oro </em>di Frazer ha dimestichezza con la logica per cui figure investite collettivamente di un valore positivo e persino salvifico, siano per questa stessa ragione, destinate al sacrificio.<br />
Ma come si fa a strappare una persona reale, non un simbolo, dal pericolo che sta con troppa evidenza correndo anche in questo senso?<br />
Noi su questo sito abbiamo da sempre pensato che il modo migliore di stare vicini a Roberto era continuare a dare spazio alle tematiche che ha portato alla ribalta, anche e soprattutto se a scriverne erano altri, e cogliamo l’occasione per ribadire che Nazione Indiana è uno spazio aperto per chiunque voglia proporre un contributo. I Wu Ming con spirito simile hanno lanciato lo slogan di “<a href="http://www.giugenna.com/interventi/desavianizzazione_di_saviano.html"></a><a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/quasigiap_23ottobre2006.html#saviano">desavianizzare</a>” Saviano. Carla Benedetti e Giovanni Giovanetti sul sito de “Il primo amore” propongono di<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1138.html"> “Condividere il rischio”</a> facendo e ospitando inchieste su temi non solo legati alla criminalità organizzata.<br />
Tutto questo è giusto, però non illudiamoci: ormai non basta. Tutta l’attenzione e la maggiore facilità di accesso ai circuiti della comunicazione -dai blog, alle case editrici, ai telegiornali- che la fama di Saviano e del suo libro hanno innescato anche a beneficio di altri scrittori, giornalisti, documentaristi ecc., non hanno cambiato nulla su un certo piano. Si sono moltiplicate le voci di denuncia, ma Saviano è diventato sempre più simbolo.<br />
D’altronde, non si può dire alla gente: tutto questo è certamente anche bellissimo, ma per favore state attenti. Da un lato perché nessuno si sveglia la mattina dicendosi “adesso di sto ragazzo che ho visto ieri sera a Matrix faccio il mio simbolo di un Italia migliore o di chi “ha le palle”. Del resto, le stesse persone – che siano scrittori famosi o gente comune non importa &#8211; hanno reagito con affettuoso buon senso alla sua dichiarazione di volersene andare, dando la priorità al suo desiderio di riavere una vita decente. Non è che perché uno è simbolo che non ci si rende conto che è prima di tutto una persona in carne ed ossa.<br />
Ma soprattutto, pur con tutta la necessità di vederne gli aspetti rischiosi e ambivalenti, è giusto riconoscere che i bisogni simbolici sono bisogni profondi e reali, e il fatto che emergano con la loro portata utopica primaria, contiene in sé qualcosa di positivo: aldilà di ogni ricaduta concreta, di ogni possibilità che il semplice sentirli ed esprimerli possa bastare come appagamento e quindi diventi funzionale al mantenimento delle cose come stanno, e ovviamente aldilà di ogni manipolazione e strumentalizzazione della quale possono essere oggetto.<br />
Eppure, pur con tutta la consapevolezza dei limiti e dei rischi, non basta fermarsi a questo. Bisogna cercare di capire quel che hanno fatto<em> Gomorra</em> e il “fenomeno Saviano” un po’ più concretamente.<br />
<em>Gomorra</em> non è soltanto in assoluto il primo libro sulle mafie – inclusi quelli dedicati a Cosa Nostra, inclusa il volume intervista a Giovanni Falcone- ad aver ottenuto una simile diffusione in Italia e nel mondo. <em>Gomorra</em> ha soprattutto cambiato il modo di rappresentare e di vedere le mafie. Non più fenomeno locale, ma presenza ubiqua e interconnessa del mondo globalizzato. Non più intreccio fra potere criminale e potere politico, ma supremazia del potere economico al quale tutto il resto è subordinato. Quel che talvolta viene mosso come critica a Saviano, ossia aver riservato un ruolo marginale all’aspetto della collusione politica, è in realtà la condizione di partenza perché si fosse potuto verificare questo mutamento collettivo di consapevolezza.<br />
<em>Gomorra</em> ha fatto questo:spostare lo sguardo dal sangue e persino dalla politica al business che è ovunque e rappresenta il cuore del potere criminale. Ed è, aldilà delle mafie, un grande e necessario aggiornamento ai tempi nostri, dove recentemente gli stati e la politica non hanno potuto fare altro che cercare di tamponare i disastri creati dall’economia, stavolta finanziaria.<br />
Lo sguardo di <em>Gomorra</em> è la sua più grande novità. Ogni polemica su quel che Saviano possa aver preso da altri o su quel che “si sapeva già”, manca il bersaglio perché non si rende conto che è stato Saviano, solo Saviano, a scorgere in quella materia una portata universale e trovare lo strumento per fare breccia con la sua visione delle cose e con la forza di coinvolgimento del suo racconto. Nessuno prima d’allora era arrivato a mostrare soprattutto questo, a far pervenire soprattutto questo come messaggio, a dirti:”non chiederti principalmente se Totò Riina si è baciato o meno con Andreotti”, ma domandati piuttosto chi costruisce casa tua, come vengono raccolti i pomodori con cui fai la salsa, dove e come vengono smaltiti i rifiuti che butti nel bidone dell’immondizia”.<br />
Non erano cose di cui si interessava il lettore comune o il pubblico dei media, non erano nemmeno cose che sembravano riguardare da vicino i cosiddetti intellettuali, inclusi quelli impegnati. Pasolini probabilmente ha pagato con la vita il suo lavoro su Petrolio e il suo “Io so” che riguardavano comunque grandi intrecci fra politica e interessi multinazionali, non il subappalto del piccolo cantiere, non la proprietà di una pizzeria, non il racket subito dal negoziante. In breve: non il nostro quotidiano.<br />
Su tutto questo c’è stata una sensibilizzazione che forse è l’inizio di qualcosa che cambia. I giornali non danno solo quell’attenzione a camorra e Casalesi di cui prima godevano solo i mafiosi siciliani (e comunque, per qualsiasi motivo, è preferibile essere informati su due organizzazioni criminali piuttosto che su una sola), ma concedono uno spazio prima impensabile a questioni come le mani dell’ndrangheta sui lavori per l’Expo di Milano (vedi gli articoli su “<a href="http://sitesearch.corriere.it/forward.jsp">Corriere”</a> e <a href="http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=8748350">“Stampa”).</a><br />
Noi non siamo Saviano e possiamo fare ben poco per tutelarlo. Ma, senza nessun eroismo, possiamo continuare ad allargare il solco che ha tracciato, continuare a ritenere che ogni indagine sul reale ci riguardi, possiamo trasformare tutto questo in una duratura e normale consapevolezza capace di non essere soltanto qualcosa di effimero: leggere – o scrivere- poesie e inchieste, articoli di cronaca e romanzi. Cambiare definitivamente postura rispetto a questo. Capire che le nostre democrazie sono congegni imperfetti e fragili, i cui valori e il cui funzionamento possono essere messe in scacco non solo dall’ascesa al potere di un dittatore; che non bisogna arrivare al regime totalitario, per finire per perderne di fatto dei grossi pezzi. Questo paese ne è un esempio particolarmente mal messo, ma la questione di fondo non riguarda solo l’Italia e il suo meridione. E al tempo stesso non dobbiamo nasconderci lo sgomento e il senso di impotenza che ci coglie quando scopriamo che Caserta sembra più lontana da Roma, più altrove, che Parigi o Milano.<br />
Sapere che si possa fare poco. Ma farlo. Di modo che se Saviano se ne va per un po’ da un&#8217;altra parte, qualcosa di quel che ha aiutato a seminare continui a crescere e a radicarsi anche laddove non c’è mai stato uno specifico interesse per le mafie.<br />
E infine, anche se il coraggio è quella cosa che non ci si può dare da soli, sarebbe bello se fossimo capaci a tirarne fuori un po’ di più: ovunque, in qualsiasi campo. Non per Roberto Saviano, soprattutto per noi stessi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/">Siamo tutti Saviano?</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/' rel='bookmark' title='Clan a Montesanto'>Clan a Montesanto</a> <small> di Maurizio Braucci Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/' rel='bookmark' title='Castel Volturno, Africa occidentale'>Castel Volturno, Africa occidentale</a> <small>[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM] [ Miriam Makeba è morta ieri notte dopo un...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/' rel='bookmark' title='Il coraggio dimenticato'>Il coraggio dimenticato</a> <small> foto di Luigi Caterino di Roberto Saviano Chi racconta...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/04/01/siamo-tutti-in-pericolo/' rel='bookmark' title='Siamo tutti in pericolo'>Siamo tutti in pericolo</a> <small>di Giuseppe Catozzella Un uomo giace sdraiato a terra accanto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/08/22/gomorra-e-dintorni-rosaria-capacchione/' rel='bookmark' title='Gomorra e dintorni: Rosaria Capacchione'>Gomorra e dintorni: Rosaria Capacchione</a> <small> - Mi scusi, signor Guichard, ma ha dimenticato di...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>52</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un, deux, mille plateaux &#8211; Gomorra e dintorni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/18/un-deux-mille-plateaux-gomorra-e-dintorni/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/18/un-deux-mille-plateaux-gomorra-e-dintorni/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 May 2008 10:08:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[domenico gullia]]></category>
		<category><![CDATA[garrone]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=5940</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/lev_pistola_telecomando_01.jpg'></a><br />
<strong>GOMORRA</strong><br />
REGIA: Matteo Garrone<br />
SCENEGGIATURA: Maurizio Braucci; Ugo Chiti; Gianni Di Gregorio; Matteo Garrone; Massimo Gaudioso; Roberto Saviano<br />
ATTORI: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster<br />
DURATA: 135 Min</p>
<p>Recensione di <a href="http://movies-home.blogspot.com/2008/05/gomorra-matteo-garrone.html">Domenico Gullia</a><br />
<strong>&#8220;È ora di smetterla di fare film che parlano di politica.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/18/un-deux-mille-plateaux-gomorra-e-dintorni/">Un, deux, mille plateaux &#8211; Gomorra e dintorni</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/lev_pistola_telecomando_01.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/lev_pistola_telecomando_01-300x210.jpg" alt="" title="lev_pistola_telecomando_01" width="300" height="210" class="alignnone size-medium wp-image-5941" /></a><br />
<strong>GOMORRA</strong><br />
REGIA: Matteo Garrone<br />
SCENEGGIATURA: Maurizio Braucci; Ugo Chiti; Gianni Di Gregorio; Matteo Garrone; Massimo Gaudioso; Roberto Saviano<br />
ATTORI: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster<br />
DURATA: 135 Min</p>
<p>Recensione di <a href="http://movies-home.blogspot.com/2008/05/gomorra-matteo-garrone.html">Domenico Gullia</a><br />
<strong>&#8220;È ora di smetterla di fare film che parlano di politica. È ora di fare film in modo politico.</strong>&#8221; (Jean-Luc Godard)<br />
Il cinema è il mezzo attraverso il quale si consumano le più grandi vendette. Charlot che si riprende i baffetti rubatigli da Hitler ne &#8220;il grande dittatore&#8221; o, in tempi recenti, Jesse James che si riprende la vita sottrattagli dal codardo Robert Ford. In &#8220;Gomorra&#8221; il cinema si riappropria dell&#8217;immaginario &#8220;sequestratogli&#8221; dalla malavita.</p>
<p>&#8220;<em>Primo passo: Hitler prende a Charlot i baffetti. Secondo round: Charlot si riprende i baffetti, ma questi baffetti non sono più soltanto dei baffetti alla Charlot, sono diventati, nel frattempo, dei baffetti alla Hitler. Riprendendoseli, Charlot conservava dunque un&#8217;ipoteca sull&#8217;esistenza stessa di Hitler. Con essi, si portava dietro quell&#8217;esistenza, disponendone a guisa.</em>&#8221; (1)<br />
<span id="more-5940"></span></p>
<p>La criminalità ha scippato al cinema la rappresentazione spettacolarizzata del crimine stesso. Personaggi tarantiniani, scorsesiani, depalmiani (2) appartenti all&#8217;immaginario vengono emulati da personaggi decisamente pù reali (banalmente: che uccidono sul serio). Il gesto spettacolare del cinema diventa parte integrante della quotidianità malavitosa. Le gesta quotidiano/malavitose tornano però a divenire cinema in &#8220;Gomorra&#8221;, come se i personaggi che si muovono nello spazio filmico si fossero impossessati dell&#8217;esistenza delle persone in carne ed ossa. La strategia è semplice: (ri)prendere il ladro con le mani nel sacco. Due ragazzi vengono ripresi mentre imitano Tony Montana: vogliono impossessarsi delle sue gesta. Ma la macchina da presa gioca loro un brutto scherzo: si impossessa a sua volta delle loro. Ciò che in principio era &#8220;spettacolo&#8221; ora è tornato ad esserlo. Imitare azioni facenti parte dell&#8217;universo cinematografico davanti ad una mdp è semplicemente fornire nuova &#8220;linfa spettacolare&#8221; a quell&#8217;universo. Anziché &#8220;sottrarre&#8221;, i due, &#8220;aggiungono&#8221;.<br />
Il cinema è capace di riprendersi, con forza, la fetta di immaginario che gli spetta. &#8220;Diamo al cinema quel che è del cinema&#8221;, verrebbe da dire.<br />
Quello di Garrone è un film tremendamente sineddotico. Dalle pagine roventi/dolenti di Saviano vengono estratte le storie più &#8220;basse&#8221;, ossia quelle che ritraevano i meccanismi della camorra attraverso le azioni dei malviventi (e non&#8230;) situati in basso nella struttura piramidale mafiosa. Questo non getta uno sguardo parziale sull&#8217;organizzazione, anzi, la sua struttura viene &#8220;colta&#8221; per intero a partire dalle sue componenti &#8220;marginali&#8221;. Come la nave, inizialmente descritta attraverso la vela e infine sostituita dalla stessa. La vela, così come colui che porta la mesata alle famiglie dei carcerati, il giovanissimo affiliato alla camorra, lo [flessione delle dita] smaltitore di rifiuti e gli scarface-boy, è parte di un tutto decisamente più grande, una parte talmente vitale per la struttura che aiuta a &#8220;galleggiare&#8221; (nave/camorra) che gettare uno sguardo profondo su di essa significa cogliere la &#8220;nave&#8221; nella sua interezza.</p>
<p>Il grande merito di Garrone è quello di aver sottratto alle pagine di &#8220;Gomorra&#8221; lo sguardo di Saviano (il libro è un po&#8217; come una ripresa in soggettiva, un qualcosa di &#8220;partecipativo&#8221;) per poi trascinare la sua &#8220;identità&#8221; registica all&#8217;interno delle pagine-fattesi-immagine. Pagine sostituite con spazi da &#8220;interrogare&#8221; con il massimo strumento morale: l&#8217;inquadratura. Garrone non giudica le azioni ma le scruta, e non potrebbe essere altrimenti.<br />
&#8220;Un film dovrebbe camminare con le proprie gambe. E&#8217; assurdo che un regista debba spiegarne il significato a parole. Il mondo creato nel film è un prodotto della fantasia e talvolta le persone amano entrarci. Per loro quel mondo è reale. [...]</p>
<p>Qualcuno potrebbe sostenere di non capire la musica; però la maggior parte delle persone la sperimenta a livello emotivo e sarebbe d&#8217;accordo nel ritenerla un concetto astratto. Non si ha bisogno di tradurla subito in parole: si ascolta e basta. Il cinema assomiglia tantissimo alla musica.&#8221; (3)<br />
Ascoltare e basta, lasciare che l&#8217;inquadratura si compia prima di porsi degli interrogativi. Non interrompere il flusso emotivo. Educazione all&#8217;immagine. Capacità di usare i neuroni solo quando serve. Le domande &#8220;immediate&#8221; non servono a nulla, urge avere pazienza, lasciare che l&#8217;immagine si &#8220;sedimenti&#8221;.<br />
Questo per dirvi che ho letto da qualche parte qualcuno lamentarsi di una cosa secondo me molto superficiale: Scarlett Johansson che ha sostituito l&#8217;Angelina Jolie del libro. La domanda immediata, quella da evitare è: &#8220;ma nel libro non era la Jolie?&#8221;, è troppo superficiale, non possiamo permettercela davanti all&#8217;immagine. Se solo si avesse la pazienza di aspettare giungerebbero interrogativi molto più profondi e necessari: &#8220;Quale dolore può essere così forte da non permetterti nemmeno di piangere? La consapevolezza del non riconoscimento? Una vita di sacrifici ripagata con l&#8217;umiliazione televisiva?&#8221;. Lì, davanti a noi, uno dei migliori sarti al mondo vede l&#8217;opera del suo lavoro indossato da una diva [in tv], cosa diamine ce ne frega di chi sia la diva?</p>
<p>Garrone qui, secondo me, ha girato una delle sequenze più belle e al contempo laceranti viste di recente. Non un commento, solo lo sguardo del sarto che si dirige verso il suo camion. Un&#8217;ellissi sonora stupefacente, ciò che sta accadendo è chiaro, come dice Lynch non vi è alcun bisogno di spiegarlo a parole. Quello che ci offre Garrone però è qualcosa di più, ci rende il controcampo impossibile di quell&#8217;ultima inquadratura, come se quel cavolo di schermo lì davanti non avesse più alcun significato. Siamo lì, soffriamo lì, viviamo lì. Lo spazio filmico è in continuum con quello reale.<br />
Vorresti alzarti in piedi per vedere se la tua ombra finisce ancora sul proiettato tanto è reale, viva, (dis)umana questa scena.</p>
<p>Quella di Garrone è una torsione [quasi depalmiana] nei confronti di &#8220;certe tendenze del cinema italiano&#8221; [quasi cit.]. Una ribellione a suon di inquadrature. L&#8217;emozione, il &#8220;racconto&#8221; [banalizzo] devono essere veicolati dall&#8217;immagine, non possono farne a meno. Purtroppo Garrone è attualmente uno dei pochi registi italiani [l'altro è Sorrentino] che ancora si interroga sulla funzione della macchina da presa, su dove e come piazzarla, come proiettare il proprio sguardo all&#8217;interno dello spazio filmico.<br />
Inquadrature che &#8220;seguono&#8221; i personaggi facendo respirare le loro azioni, inquadrature millimetriche, che non nascondo la testa sotto la sabbia davanti all&#8217;uomo, al dolore che esso prova. Inquadrature che testimoniano lasciando all&#8217;immaginazione il percepire quel &#8220;tutto&#8221; che sta dietro la sineddoche di un primo piano doloroso.</p>
<p>Raramente in &#8220;Gomorra&#8221; vengono utilizzati elementi extradiegetici. Garrone lascia parlare i suoni neomelodici popolari, lascia gridare i personaggi e i loro passi. Segno di una volontà di mostrare l&#8217;umanità in tutta la sua forza, senza troppe sovrapposizioni.<br />
&#8220;Gomorra&#8221; è un film che mi stupisce profondamente per la sua &#8220;compiutezza&#8221;, frutto di una maturità registica che probabilmente ancora mancava a Garrone nel &#8220;l&#8217;imbalsamatore&#8221;.<br />
Lacerante come un coltello conficcato nella carne. &#8220;Gomorra&#8221; è un film il cui impatto non riesco ancora bene a delineare, tanto mi sono sentito immerso, coinvolto, parte dell&#8217;immagine.<br />
Questo è il miglior Cinema italiano oggi possibile.</p>
<p><strong>Note</strong><br />
1. <em>André Bazin nel saggio &#8220;Pasticcio e posticcio o il nulla per dei baffetti&#8221;.<br />
2. Scarface in particolare, qui vero e proprio modello. &#8220;Il mondo è tuo&#8221;.<br />
3. David Lynch, &#8220;In acque profonde</em>&#8220;.</p>
<p>Recensione da http://movies-home.blogspot.com/2008/05/gomorra-matteo-garrone.html&#8221;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/18/un-deux-mille-plateaux-gomorra-e-dintorni/">Un, deux, mille plateaux &#8211; Gomorra e dintorni</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/' rel='bookmark' title='Clan a Montesanto'>Clan a Montesanto</a> <small> di Maurizio Braucci Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/' rel='bookmark' title='A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;'>A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</a> <small>A proposito di &#8220;l&#8217;oro della camorra&#8221; di Rosaria Capacchione di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/' rel='bookmark' title='Castel Volturno, Africa occidentale'>Castel Volturno, Africa occidentale</a> <small>[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM] [ Miriam Makeba è morta ieri notte dopo un...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/' rel='bookmark' title='L&#8217;onda anomala'>L&#8217;onda anomala</a> <small> di Nicolò La Rocca Prima o poi doveva succedere:...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2006/10/17/napoletano-e-casertano-inferno-ditalia/' rel='bookmark' title='Napoletano e Casertano, inferno d&#8217;Italia'>Napoletano e Casertano, inferno d&#8217;Italia</a> <small>[riceviamo da Paolo Esposito un'inchiesta parzialmente pubblicata su La Gazzetta...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/18/un-deux-mille-plateaux-gomorra-e-dintorni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>25</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Se la critica muore</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 21 Jan 2007 12:50:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[benjamin]]></category>
		<category><![CDATA[feltrinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Pedullà]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[novecento]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di  <strong>Gabriele Pedullà</strong></p>
<p>Le premesse sono note. Lo strapotere della distribuzione nel determinare l’offerta culturale; il riorientarsi delle librerie Feltrinelli verso il mass market, con un taglio del 30% dei titoli prima normalmente disponibili così da ridurre i costi di gestione (meglio vendere dieci copie del solito, ecumenico Ammanniti che quindici di altrettanti autori diversi); la sempre più rapida senescenza dei nuovi libri che ormai hanno una vita sugli scaffali di meno di tre mesi; insomma la crisi, forse irreversibile, della “bibliodiversità”&#8230; E ancora (questa volta dal punto di vista delle case editrici): l’imperativo di guadagnare su ogni singolo libro, rinunciando a compensare le perdite o anche solo i modesti profitti dei titoli più difficili con i titoli di maggior successo commerciale; le costrizioni dei bilanci preventivi, che obbligano i management delle imprese a replicare risultati eccezionalmente buoni, trasformando l’eccezione in norma, con conseguente riduzione dei margini di manovra e degli spazi per i volumi meno accessibili al grande pubblico&#8230; In fondo non è nemmeno il caso di scandalizzarsi: non essendo associazioni di beneficenza ma imprese private, le case editrici si sono preoccupate sempre dei propri bilanci, sebbene la massimizzazione dei margini di profitto perseguita negli ultimi anni abbia incrinato un equilibrio già di per sé molto precario tra qualità e quantità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/">Se la critica muore</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di  <strong>Gabriele Pedullà</strong></p>
<p>Le premesse sono note. Lo strapotere della distribuzione nel determinare l’offerta culturale; il riorientarsi delle librerie Feltrinelli verso il mass market, con un taglio del 30% dei titoli prima normalmente disponibili così da ridurre i costi di gestione (meglio vendere dieci copie del solito, ecumenico Ammanniti che quindici di altrettanti autori diversi); la sempre più rapida senescenza dei nuovi libri che ormai hanno una vita sugli scaffali di meno di tre mesi; insomma la crisi, forse irreversibile, della “bibliodiversità”&#8230; E ancora (questa volta dal punto di vista delle case editrici): l’imperativo di guadagnare su ogni singolo libro, rinunciando a compensare le perdite o anche solo i modesti profitti dei titoli più difficili con i titoli di maggior successo commerciale; le costrizioni dei bilanci preventivi, che obbligano i management delle imprese a replicare risultati eccezionalmente buoni, trasformando l’eccezione in norma, con conseguente riduzione dei margini di manovra e degli spazi per i volumi meno accessibili al grande pubblico&#8230; <span id="more-3178"></span>In fondo non è nemmeno il caso di scandalizzarsi: non essendo associazioni di beneficenza ma imprese private, le case editrici si sono preoccupate sempre dei propri bilanci, sebbene la massimizzazione dei margini di profitto perseguita negli ultimi anni abbia incrinato un equilibrio già di per sé molto precario tra qualità e quantità. Se l’effetto del cambiamento sembra così dirompente è perché è mutato il sistema attorno ad esse, dall’università delle mille lauree honoris causa ai giornali dei mille gadget. Un sistema sano in cui tutti fanno il proprio dovere si regge sul libero confronto tra poli diversi: c’è l’autore, che scrive; c’è l’editore, che seleziona le opere; ci sono i critici, che esprimono un parere su quanto pubblicato; c’è infine l’università, dove i valori si assestano lentamente e per ipotesi successive. Il tutto secondo un principio di equilibrio e separazione dei poteri non troppo diverso da quello teorizzato da Montesquieu per i sistemi politici e in base al quale non dovrebbe mai essere la stessa persona a fare le leggi, ad applicarle e a sanzionare l’operato dei cittadini.</p>
<p>Per lungo tempo tale indispensabile funzione di sorveglianza è stata demandata soprattutto alle pagine culturali dei quotidiani; oggi, al principio del XXI secolo, si può dire che questa fase storica sia sostanzialmente finita. Una lenta agonia è stata accelerata da tre fenomeni più recenti: il diluvio di anticipazioni, le promozioni dei libri in vendita con i giornali, il diffondersi delle recensioni in subappalto. I primi due sono troppo evidenti perché sia necessario soffermarvisi: basterà notare che da un certo momento in poi le pagine culturali hanno rinunciato a esercitare il proprio diritto/dovere di critica preferendo ospitare stralci dei libri in uscita (dei veri e propri “trailer”, presentati senza alcun commento) e che questa tendenza si è ulteriormente accentuata da quando i quotidiani si sono fatti editori in proprio, dedicando una parte consistente delle proprie terze pagine alla promozione dei volumi in vendita. Più interessante, perché più subdolo, il terzo fenomeno, che consiste nel pubblicare recensioni dei grandi nomi della letteratura contemporanea (da De Lillo a Wallace, da Auster a Franzen) ai quindici o venti presunti esordienti di genio che ogni anno sforna la macchina editoriale USA – recensioni scrupolosamente acquistate, tradotte e poi fornite a titolo gratuito dagli uffici stampa della casa editrice che si appresta a pubblicare il romanzo in Italia. Alla fine, verosimilmente, saranno tutti contenti: l’editore, che si garantisce un lancio esclamativo; il redattore, che non deve nemmeno correggere le bozze; il direttore, che si può fare bello esibendo una firma apprezzata ai quattro angoli del globo; e persino il lettore, che ha l’opportunità di leggere uno dei suoi beniamini senza fare la fatica di cercarsi il pezzo su Internet. Tutti contenti, a parte il fatto che per questa via i giornali rinunciano a esprimere una voce autonoma e si trasformano nel megafono delle case editrici o del proprio ufficio marketing. Quando cade la separazione dei poteri, nessuna vera critica è più possibile e anche la democrazia (delle lettere) entra in pericolo. In economia si potrebbe parlare di trust verticale.</p>
<p>Questa tendenza inarrestabile del nostro tempo viene presentata spesso come un inveramento dei valori egualitari della nostra società: “Non facciamo pedagogia”, “Noi vogliamo solo dare ai lettori quello che ci chiedono”, “Non siamo mica in Unione Sovietica”. Ma davvero la logica dei grandi numeri è più democratica soltanto perché offre a tutti quello che vogliono o credono di volere? In effetti ci sarebbero parecchi argomenti da opporre a questa ricostruzione, a cominciare dal fatto che non è sufficiente il consenso a caratterizzare una democrazia, altrimenti (tanto per rifarsi ancora ai classici della filosofia politica) avrebbero ragione i teorici novecenteschi della leadership carismatica che legittimavano la fine della mediazione parlamentare in nome dell’adesione spontanea delle masse alla volontà del capo. La democrazia è fatta invece soprattutto di procedure e proprio la possibilità di dissentire, la ricchezza del dibattito e l’apertura degli spazi di discussione sono i suoi principali indicatori. Da questo punto di vista la critica (letteraria e non) è importante non tanto o non solo perché aiuta a separare il grano dal loglio, né perché consente di comprendere meglio il senso e il valore di un’opera, ma perché, proponendo delle ipotesi di lettura, sollecita la discussione, invita a verificare di persona, costringe a prendere consapevolezza dei propri gusti motivando adesioni e ripulse.</p>
<p>Il parallelo con la politica non è casuale. Il sistema delle lettere come quello della rappresentanza politica sono sottoposti a una trasformazione rapidissima per effetto delle medesime cause, prima tra tutti il dominio della comunicazione televisiva con i suoi miraggi di immediatezza e di contatto diretto. Nell’epoca delle infinite affabulazioni, in cui nessun ragionamento possiede la forza di persuasione di un testimone in lacrime, è la stessa nozione di critica a risultare scomoda e obsoleta, tanto in letteratura quanto altrove (con quali pericoli per la democrazia è inutile dire). In fondo le case editrici continuano a fare quello che hanno fatto sempre: cercare di vendere i propri libri. A parte la rinuncia dei giornali alla propria funzione di controllo, la vera novità di questi anni è la posizione assunta dai giovani scrittori, che, implicitamente o esplicitamente, manifestano sempre più spesso insofferenza o sufficienza per qualsiasi forma di mediazione culturale, con un atteggiamento che ricorda l’avversione dei politici per i giornalisti che con le proprie obiezioni e domande scomode osano frapporsi tra loro e gli elettori (due fenomeni che forse bisognerebbe leggere alla luce delle acutissime pagine di Toqueville su democrazia e bonapartismo). </p>
<p>Se si volesse indicare la data d’inizio di questo processo, si potrebbe risalire alla metà degli anni Novanta e alla durissima polemica che sulle pagine del “Corriere della Sera” vide contrapposti Michele Mari e Sandro Veronesi (i due narratori italiani più dotati di quegli anni) a proposito dell’affermazione di quest’ultimo che soltanto i coetanei avrebbero dovuto recensire i nuovi romanzieri. Dopo dieci anni, nei fatti, la linea Veronesi ha trionfato e anzi la boutade di allora appare oggi non più che un’avvisaglia e un timido accenno di quello che sarebbe successo in seguito. Avvalendosi dei loro nomi di maggior richiamo, è sempre più frequente che i romanzieri italiani “facciano tutto da soli”, così che spesso a recensire in termini entusiastici il giovane scrittore X è il giovane scrittore Y – in attesa, verosimilmente, di ricevere indietro il favore.</p>
<p>Non è escluso che questa tendenza autarchica un giorno travolgerà le stesse case editrici. La novità rivoluzionaria (per ora solo sulla carta) di un progetto come quello della Fandango risiede precisamente nel tentativo di mettere in piedi una “United Artist” che federando una serie di narratori di successo cancelli anche l’ultimo intermediario tra chi scrive e chi legge &#8211; un po’ come è avvenuto nella New Hollywood, dove gli agenti e le star hanno preso il posto una volta occupato dagli studios. Gli autori certo, per crescere e imporsi, hanno bisogno di interpreti, ma non è detto che questa funzione essenziale, un tempo demandata ai critici, debba essere anche in futuro affidata a essi. L’affermarsi di figure come quelle dell’editor e dell’agente sembra indicare esattamente il contrario. Si direbbe che la società letteraria si stia conformando in ritardo al modello che da alcuni decenni domina nel mondo dell’arte, con l’eclissi del critico come figura chiave nella ricezione di un’opera, sempre più rimpiazzato dal curatore, un professionista ben retribuito che allestisce la mostra e produce dietro compenso una serie di ragionamenti finalizzati a valorizzare il lavoro dell’artista – a metà strada tra il pubblicitario di alto livello, l’esperto di marketing, il compagno di strada e il critico vecchio stampo. La preparazione e l’intelligenza dei curatori non sono in discussione: quello che però occorre sottolineare è la differenza essenziale della loro posizione rispetto a quella di chi trae altrove le proprie fonti di sostentamento. E che per questo rimane un uomo libero. </p>
<p>In un mondo in cui la nozione di classico s’identifica sempre di più con quella di long seller, anche i narratori sembrano essersi piegati completamente alla logica dei grandi numeri; che oggi anche loro, sulla scia degli artisti, possano essere alla ricerca di curatori e che non sappiano che farsene dei critici può forse dispiacere ma non sorprende. Se nel Novecento gli scrittori da 3000 copie erano orgogliosi di sé e non pensavano che la mancanza di successo di vendite li privasse di qualcosa, oggi si sentono anch’essi, al pari di tutti gli altri, autori di best-seller mancati. Così la speranza di essere il nuovo Piperno o il nuovo Saviano alimenta il conformismo verso la macchina editoriale e l’insofferenza per chiunque non contribuisca a oliare l’ingranaggio. Poiché, come insegna Brecht, non è alle “buone vecchie cose” ma alle “cattive cose nuove” che bisogna rivolgere lo sguardo, dei tanti esempi possibili le risposte di alcuni romanzieri a una recente inchiesta di “Tutto Libri” sui recensori italiani rimangono forse il più istruttivo. Le dichiarazioni di stima per Antonio D’Orrico, che come critico nessuno calcola ma che grazie alle copertine del “Magazine” del “Corriere della Sera” riesce a muovere alcune migliaia di copie, indicano che cosa i nostri giovani narratori si aspettano dai giornali (in quel consesso con le significative eccezioni di Silvia Ballestra e Antonio Scurati). Il populismo &#8211; magari ribattezzato anti-paternalismo – si presenta così come la vera cifra della giovane narrativa nostrana. Quando Marco Belpoliti lamenta l’assenza di scrittori criticamente impegnati come quelli della leggendaria generazione degli anni Venti è in fondo anche di questo che parla. È cambiata la realtà ma è cambiata anche la retorica, e se qualche decennio fa era ancora comune la figura dello scrittore istintivo che cercava di tenersi aggiornato e magari faceva finta di conoscere Benjamin e Foucault, adesso è più verosimile immaginare il gesto contrario, con il narratore di grido che occulta le proprie letture e predilige un approccio anti-intellettuale e scanzonato, mimando gli atteggiamenti divistici delle rockstar. </p>
<p>Muore la critica e sulle sue ceneri prosperano i mediocri che non desiderano essere giudicati. In pochi anni il mondo è cambiato e tutti si sono riposizionati: gli editori, i redattori dei grandi quotidiani, i romanzieri e persino quei recensori che hanno rinunciato al proprio ruolo di interpreti per recitare la parte dell’imbonitore e del persuasore occulto. Solo coloro che praticano la critica nell’accezione più tradizionale del termine (pochi, sempre di meno, sempre più marginalizzati) continuano a esercitare l’arte di dire anche di no. Sono loro il granello di sabbia nell’ingranaggio perfetto del mercato editoriale, gli uomini Bartleby del nostro tempo, coloro dai quali dipende la possibilità che ci sia ancora posto per una letteratura non condannata all’eterno ritorno dell’uguale. Vengono tollerati di mala voglia. Ma senza di loro i grandi libri del futuro potrebbero non trovare più nessuno che sappia riconoscerli e valorizzarli.</p>
<p> </p>
<p>________________________________________</p>
<p> </p>
<p>[precedentemente pubblicato su "Alias" del <em>manifesto</em> il 20 gennaio 2007]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/">Se la critica muore</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/' rel='bookmark' title='Tra zero e due meno meno'>Tra zero e due meno meno</a> <small>[Gilda Policastro, redattrice di «Allegoria», risponde a Cortellessa, proseguendo il...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/' rel='bookmark' title='REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI'>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a> <small>di Alberto Casadei Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/' rel='bookmark' title='Le ragioni del ritorno'>Le ragioni del ritorno</a> <small>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/23/ce-tutto-un-mondo-intorno/' rel='bookmark' title='C&#8217;è tutto un mondo intorno'>C&#8217;è tutto un mondo intorno</a> <small> Michele Monina, C&#8217;è tutto un mondo intorno, No Reply,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2005/10/01/tecniche-di-suicidio/' rel='bookmark' title='Tecniche di suicidio'>Tecniche di suicidio</a> <small> di Sergio Garufi L&#8217;incipit di un libro è un...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>47</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 1.373 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-12 20:23:02 -->
<!-- Compression = gzip -->
