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	<title>Nazione Indiana &#187; schopenhauer</title>
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		<title>Tecniche di suicidio</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2005 18:09:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><em>L&#8217;incipit </em>di un libro è un tentativo di adescamento, e quello folgorante e lapidario de <em>Il mito di Sisifo </em>di <strong>Albert Camus</strong> è fra i più riusciti che io conosca. Vi si afferma in modo perentorio che esiste un solo &#8220;problema filosofico veramente serio: quello del suicidio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/10/01/tecniche-di-suicidio/">Tecniche di suicidio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/francolucentini.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><em>L&#8217;incipit </em>di un libro è un tentativo di adescamento, e quello folgorante e lapidario de <em>Il mito di Sisifo </em>di <strong>Albert Camus</strong> è fra i più riusciti che io conosca. Vi si afferma in modo perentorio che esiste un solo &#8220;problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta significa rispondere al quesito fondamentale della filosofia.&#8221;</p>
<p><span id="more-1314"></span></p>
<p>Tuttavia il suicidio logico, quello frutto di un ragionamento che astrae dalle proprie condizioni personali (per intenderci: il Kirillov dei <em>Démoni</em>), è un&#8217;eccezione che s&#8217;incarna appunto in un personaggio di finzione, trovando rarissimi riscontri nella vita reale. Uno di questi casi esemplari fu <strong>Philipp Batz</strong>, giovane e appassionato estimatore di <strong>Schopenhauer</strong>, che a soli 35 anni (cioè nel 1876) pubblicò il suo primo libro, <em>Filosofia della redenzione</em>, in cui avanzò la tesi secondo la quale la storia dell&#8217;umanità è l&#8217;oscura agonia dei frammenti di un Dio che si autodistrusse, e, in seguito, coerentemente col proprio pensiero, si tolse la vita impiccandosi (e altrettanto fece la sorella, dopo aver dato alle stampe il secondo volume postumo dell&#8217;opera di Philipp). A livello puramente teorico, echi di queste metafisiche nere, che fanno risalire la creazione del mondo al suicidio di una divinità, si rintracciano pure in diversi miti cosmogonici orientali, e perfino in occidente ci fu chi, come <strong>John Donne</strong> ne <em>Il Biathanatos</em>, ebbe l&#8217;ardire di sostenere che la morte volontaria di Cristo (deliberata perché avrebbe potuto sottrarvisi) prefigurasse in qualche modo la sconcertante ipotesi di &#8220;un Dio che crea il mondo per erigervi il proprio patibolo&#8221; (sono parole di <strong>Borges</strong>). Di recente, in un paradossale e suggestivo tentativo di coniugare scienza e religione, <strong>Anacleto Verrecchia</strong> ha scritto che la stessa &#8220;esplosione del <em>Big Bang </em>potrebbe far pensare che Dio si sia sparato.&#8221; In realtà, l&#8217;esperienza ci insegna che le motivazioni per cui una persona decide di sopprimersi attengono in genere a questioni molto più terrene, a fattori psicologici estremamente personali. Ma se è vero che nella morte autoinflitta il quadro eziologico risulta troppo vasto e confuso per essere ben determinato, confluendovi un insieme di ragioni non facilmente individuabili che però si possono, con buona approssimazione, riassumere nella ricerca di un sollievo a una condizione privata di sofferenza e di disperazione inesprimibili per la quale si crede non vi sia più alcuna soluzione; è altrettanto vero che molti studi scientifici evidenziano come nella maggior parte dei casi il suicidio sia un atto lungamente premeditato, e che la prima e principale preoccupazione dell&#8217;aspirante suicida riguardi soprattutto la scelta del luogo e del metodo con cui attuarlo, ai quali viene non di rado attribuito un rilevante significato simbolico. L&#8217;esasperata attenzione all&#8217;aspetto formale del gesto è registrata nel biglietto di addio dello scrittore giapponese <strong>Ryuunosuke Akutagawa</strong>, che pur riconoscendo che l&#8217;impiccagione è il metodo migliore perché non fa soffrire la scarta per una &#8220;ripugnanza di natura estetica&#8221;, optando poi per le pillole. Stesso discorso si potrebbe fare per la fine di <strong>Yukio Mishima</strong>, deliberatamente spettacolare e rituale.</p>
<p>Lo spaventoso archivio dei metodi con cui darsi la morte ne registra di stravaganti e macabri oltre ogni immaginazione, sebbene la casistica relativa agli scrittori del Novecento restringa poi la grande maggioranza delle modalità al lancio da un luogo elevato, alll&#8217;avvelenamento, al gas, all&#8217;impiccagione, all&#8217;annegamento e al colpo d&#8217;arma da fuoco. Quest&#8217;ultimo, avvalendosi ovviamente delle tecnologie in uso nel proprio tempo, era considerato il metodo più onorevole per un uomo sin dall&#8217;antichità. <strong>Céline</strong>, in qualità di medico, lo consigliava per la sua efficacia: &#8220;le persone che non ne possono più ricorrono al gas! che bella trovata! sappiate che me ne intendo un po&#8217;, io, 35 anni di pratica! il sistema più garantito, sono stato consultato 100 volte&#8230;un fucile da caccia in bocca! ficcato ben dentro, fino in fondo alla gola! e fanng!&#8230;vi fate saltare il cinema dalla zucca!&#8221; Più o meno così si uccisero <strong>Otto Weininger</strong> nel 1903, <strong>Carlo Michaelstaedter</strong> nel &#8217;10, <strong>Jacques Rigaut</strong> nel &#8217;29, <strong>Vladimir Majakowski</strong> nel &#8217;30, <strong>Ernest Hemingway</strong> nel &#8217;61, <strong>José María</strong> <strong>Arguedas</strong> nel &#8217;69, <strong>Henry De Montherlant</strong> nel &#8217;70, <strong>Guido Morselli</strong> nel &#8217;73, <strong>Richard Brautigan</strong> nell&#8217;84 e <strong>Guy Debord</strong> nel &#8217;94. Scelsero invece l&#8217;annegamento <strong>Alfonsina Storni</strong> nel &#8217;38, <strong>Virginia Woolf</strong> nel &#8217;41, <strong>Paul Celan</strong> e <strong>Jean Amery</strong> nel &#8217;70, e infine <strong>Lucio Mastronardi</strong> nel &#8217;79. Al gas ricorsero <strong>Tadeusz Borowski</strong> nel &#8217;51, <strong>Stig Dagerman</strong> nel &#8217;54, <strong>Sylvia Plath</strong> nel &#8217;63, <strong>Yasunari Kawabata</strong> nel &#8217;72 e <strong>Anne Sexton</strong> nel &#8217;74. <strong>Pierre Drieu La Rochelle</strong> decise di farla finita con il gas e un forte quantitativo di farmaci nel &#8217;45. <strong>Emilio Salgari</strong> si squarciò il ventre e la gola con un rasoio nell&#8217;11, <strong>Sergej Esenin</strong> s&#8217;impiccò dopo essersi tagliato le vene nel &#8217;25, Marina Cvetaeva nel &#8217;41 appese una corda a un gancio del soffitto, la strinse intorno al collo, salì su uno sgabello e gli diede un calcio. <strong>Màrio de Sà-Carneiro</strong> nel &#8217;16, <strong>Hart Crane</strong> nel &#8217;32, <strong>John Berryman</strong> nel &#8217;72 e <strong>Amelia Rosselli </strong>nel &#8217;96 si gettarono da un ponte; mentre <strong>Gilles Deleuze</strong> si lanciò dalla finestra della sua casa parigina nel &#8217;95. <strong>George Trackl</strong> morì per una overdose di cocaina nel &#8217;14, <strong>Walter Benjamin</strong> nel &#8217;40 ingoiò delle pastiglie di morfina, <strong>Stefan Zweig</strong> si iniettò del Veronal assieme alla seconda moglie nel &#8217;42, <strong>Albert Caraco</strong> ingerì dei barbiturici e si tagliò la gola nel &#8217;71. Fra gli altri nostri connazionali, grande commozione suscitò la fine di <strong>Cesare</strong> <strong>Pavese</strong> in una camera d&#8217;albergo a Torino nel &#8217;50, e sempre con i sonniferi si uccise nel dicembre del &#8217;38 la giovane poetessa <strong>Antonia Pozzi</strong>, che attese la morte distesa nella neve immacolata di Chiaravalle, quasi dando forma e sostanza all&#8217;anelito di purezza contenuto in molte sue liriche. Sopravvissuto ai lager nazisti, <strong>Primo Levi</strong> si tolse la vita gettandosi dalla tromba delle scale del suo appartamento torinese nell&#8217;87; così come fece 15 anni dopo e nella stessa città <strong>Franco Lucentini</strong>, tragicamente suggellando la propria vocazione letteraria con l&#8217;ultima, disperata citazione, l&#8217;addio virgolettato.</p>
<p>Questo raccapricciante e parziale elenco di suicidi non intende proporre una galleria di eroi positivi, di personalità forti che hanno vinto l&#8217;animalesco istinto alla sopravvivenza, la cieca e irrazionale volontà di vivere. Il suicida non è una figura leggendaria e neppure un reietto, il crumiro della specie. Non era scritto fin dalla nascita, nelle oscure officine del destino, che una ferrea necessità causale lo conducesse a quel drammatico epilogo. E&#8217; semplicemente qualcuno che, a un certo punto della vita, ha sentito il mondo come una sorta di pappagallo di Humboldt, qualcosa di incomprensibile e di insensato. <strong>Boris Pasternak</strong>, nella sua autobiografia dedicata a Majakovskij, Esenin e Cvetaeva, ci ricorda che &#8220;ci si uccide non per tener fede alla decisione presa, ma perché è insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua.&#8221; Ed è pensando a questa sofferenza, a questo supplizio assurdo e terribile che li attanagliò fino a convincerli che fosse preferibile morire piuttosto che continuare a vivere, che ci riesce difficile &#8220;immaginare Sisifo felice&#8221;, come invita a fare Camus nella formidabile chiusa del suo saggio. Ma se proprio dovessimo sforzarci di farlo, se potessimo concepire Sisifo felice del suo strazio routinario, allora l&#8217;unico suicidio possibile e quasi desiderabile resterebbe quello vagheggiato dal mite e schivo <strong>Camillo Sbarbaro</strong> nei suoi <em>Scampoli</em>, quando scrisse: &#8220;E&#8217; aperto un concorso per segretario comunale a Scarnafigi. Se vi concorressi? Immagino un paese tagliato fuori dal mondo; un grosso borgo, piatto, terribilmente banale. Vi arriverei in un giorno di pioggia. Vi sposerei una donna insignificante, ad esempio un&#8217;economa. Nessuno saprebbe più nulla di me. Mi preparerei una vecchiaia perbene. Accarezzo l&#8217;idea. Sarebbe un suicidio tranquillo e decente; più silenzioso dell&#8217;annegamento che riempie d&#8217;acqua la bocca.&#8221;</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Stilos&#8221; il 13.09.2005)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/10/01/tecniche-di-suicidio/">Tecniche di suicidio</a></p>
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