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	<title>Nazione Indiana &#187; scienza</title>
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		<title>La guerra culturale su Darwin</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2009 06:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://pistorius.splinder.com">Lorenzo Galbiati</a></p>
<p>In tutto il mondo occidentale il 2009 è l&#8217;anno del bicentenario della nascita di Charles R. Darwin &#8211; l&#8217;esimio scienziato nacque esattamente 200 anni fa, il 12 febbraio 1809 &#8211; e dei 150 anni della prima edizione dell&#8217;<em>Origine delle specie</em>, il suo libro più noto e rivoluzionario.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/">La guerra culturale su Darwin</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://pistorius.splinder.com">Lorenzo Galbiati</a></p>
<p>In tutto il mondo occidentale il 2009 è l&#8217;anno del bicentenario della nascita di Charles R. Darwin &#8211; l&#8217;esimio scienziato nacque esattamente 200 anni fa, il 12 febbraio 1809 &#8211; e dei 150 anni della prima edizione dell&#8217;<em>Origine delle specie</em>, il suo libro più noto e rivoluzionario. Questo mese vi sono i Darwin Day, sempre più numerosi e istituzionalizzati anche in Italia, tanto che l&#8217;ANMS (Associazione Nazionale dei Musei Scientifici), la SIBE (Società Italiana di Biologia Evoluzionistica) e Pikaia (il Portale italiano dell&#8217;evoluzionismo) hanno realizzato già da tempo il sito italiano<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/#footnote_0_14098" id="identifier_0_14098" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="http://www.darwindayitalia.eu/">1</a></sup> del Darwin Day, ma le manifestazioni volte a commemorare Darwin e propagandare il pensiero biologico evoluzionista sono innumerevoli e si dipaneranno almeno fino al mese di ottobre, come si può osservare dal calendario<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/#footnote_1_14098" id="identifier_1_14098" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="http://www.epistemologia.eu/darwin09it.htm">2</a></sup> degli appuntamenti darwiniani.</p>
<p><span id="more-14098"></span></p>
<p>Contemporaneamente a queste iniziative per la diffusione dell&#8217;evoluzionismo vi sarà anche una serie di eventi il cui precipuo scopo è quello di screditare la cultura evoluzionista e, in generale, il naturalismo scientifico &#8211; vale a dire le scienze naturali in blocco &#8211;  e filosofico. Il calendario ufficiale di questi eventi non è ancora noto ma sono a conoscenza, da fonti attendibili, di notizie ufficiose secondo cui sarebbe previsto in autunno un congresso italiano antievoluzionista con la partecipazione di scienziati europei e americani antidarwiniani e/o sostenitori della teoria neocreazionista del Disegno Intelligente. La principale promotrice del congresso sarebbe l&#8217;AISO (Associazione Italiana Studi sulle Origini), una associazione neocreazionista il cui scopo, come si legge sul suo sito<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/#footnote_2_14098" id="identifier_2_14098" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="http://www.origini.info/">3</a></sup>, è: &#8220;far presente che le teorie evoluzioniste non possono essere considerate un fatto scientifico indiscusso e senza alternativa. Nella scuola e società italiana, per esempio, non dovrebbe essere ignorata la critica all&#8217;evoluzionismo e neppure il senso della proposta creazionista. Noi siamo convinti che il racconto biblico sulla creazione e le leggi della natura non siano in contrasto ma, al contrario, risultino convergenti. In sostanza si vuole dare, anche in Italia, una informazione più equilibrata, affinché i giovani e le persone più attente possano fare la loro scelta fra la visione del mondo evoluzionista e quella basata sulla Bibbia. Per la parola di Dio, la materia e la vita non sono frutto del caso, ma del disegno e dell&#8217;opera di un Programmatore Eccelso.&#8221;</p>
<p>Lo scontro tra evoluzionismo e antievoluzionismo è diventato negli ultimi anni una vera e propria <em>guerra culturale</em> in cui l&#8217;unico dato certo è che a uscirne sconfitta è la scienza.</p>
<p>Se le ragioni degli antievoluzionisti sono irrazionali, prive di ogni tipo di scientificità e funzionali a un disegno di restaurazione della società che vuole minare alla radice l&#8217;epistemologia scientifica e   la laicità dello stato liberale, le risposte di alcuni evoluzionisti rischiano di diventare, per effetto di uno speculare fanatismo, funzionali a un disegno di strumentalizzazione della scienza in senso ateista e antireligioso. Quando infatti il più famoso scienziato evoluzionista europeo, Richard Dawkins, già autore del libro <em>The God delusion</em>, un bestseller mondiale in cui si vuole dimostrare l&#8217;inesistenza di Dio servendosi anche di ragionamenti attribuiti dall&#8217;autore al pensiero evoluzionista, si fa portavoce della propaganda ateista inglese, sponsor della pubblicità sugli autobus che recita <em>There&#8217;s probably no god &#8211; now stop worrying</em> <em>and enjoy your life </em>(Dawkins avrebbe omesso il <em>probably</em>,<em> </em>ma altri ha deciso diversamente), conferenziere che dichiara in ogni modo come la teoria dell&#8217;evoluzione porti a considerare l&#8217;ipotesi Dio un&#8217;illusione, ne consegue una confusione  profonda tra l&#8217;affermazione culturale dell&#8217;evoluzionismo e l&#8217;affermazione dell&#8217;ateismo, rischiando così di fare una guerra alle religioni che ha l&#8217;esatto sapore di una <em>guerra religiosa</em>, in cui la scienza viene brandita come strumento ideologico di potere e sopraffazione delle coscienze. Non possono infatti passare inosservate e senza conseguenze sull&#8217;opinione pubblica molte dichiarazioni televisive<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/#footnote_3_14098" id="identifier_3_14098" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="http://www.youtube.com/watch?v=wKycQj3PmzQ">4</a></sup> di Dawkins rilasciate a grandi network, come ad esempio: &#8220;considero le affermazioni religiose in merito all&#8217;Universo come affermazioni scientifiche alternative, quindi l&#8217;affermazione che l&#8217;Universo contiene un Dio, un&#8217;intelligenza creativa è un&#8217;affermazione scientifica&#8221;, che sortisce paradossalmente lo stesso effetto (seppure con opposte intenzioni) delle dichiarazioni dei creazionisti più fanatici, che vorrebbero dare valenza scientifica al contenuto del Genesi biblico. E passano ancor meno inosservate le affermazioni di Dawkins sull&#8217;impossibilità di essere nello stesso tempo scienziati e credenti genuini in una delle religioni monoteiste: per l&#8217;evoluzionista inglese questo fatto è sconcertante e incomprensibile, tanto che non è possibile spiegare come alcuni scienziati possano conciliare scienza e fede se non &#8220;solo attraverso una compartimentazione della loro mente&#8221;.</p>
<p>Le conseguenze dello scontro tra questi opposti integralismi, quello religioso o politico di marca antievoluzionista, il più pericoloso, e quello dei &#8220;nuovi atei&#8221; &#8211; così l&#8217;opinione pubblica ha etichettato gli atei come Dawkins &#8211; che, volutamente o meno, adottano una difesa della scienza che sconfina nella sua strumentalizzazione antireligiosa, sono in ultima analisi a vantaggio del fronte antievoluzionista, il quale riceve sempre più sostegno mediatico e politico poiché gli è facile presentarsi quale vittima di una guerra culturale di stampo ateista che coinvolge tutta la società e che gli impedisce di avere voce  nelle istituzioni scolastiche e accademiche.</p>
<p>Tutto questo non sfugge a uno dei più importanti scienziati evoluzionisti del mondo, Niles Eldredge, il quale commenta<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/#footnote_4_14098" id="identifier_4_14098" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="http://www.iss.it/binary/sibi/cont/repu0701.1199702185.pdf">5</a></sup> l&#8217;operato di Dawkins dicendo che quando uno &#8220;come lui dichiara apertamente, rumorosamente e bellicosamente di essere un ateista, ne ha pieno diritto secondo i principi della libertà di parola&#8221;, ma in questo modo promuove attivamente una guerra culturale &#8220;traendone vantaggio&#8221; solo a livello personale perché il suo effetto sulla situazione dell&#8217;insegnamento scientifico negli Stati Uniti sarà che &#8220;i creazionisti, che vogliono che la loro materia sia inserita nel curriculum scolastico o che desiderano che l´evoluzione ne sia completamente rimossa, diranno che è in atto una guerra culturale e chiederanno di avere lo «stesso spazio»&#8221;</p>
<p>Le cifre che testimoniano la lacerazione della società occidentale di fronte a questa guerra culturale sono evidenziate da molti sondaggi. Tra i più recenti, ce ne sono alcuni che descrivono in modo impietoso ed alquanto preoccupante la situazione, ormai degenerata, della cultura scientifica nel Regno Unito, la patria di Dawkins. In un articolo del Guardian<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/#footnote_5_14098" id="identifier_5_14098" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="http://www.guardian.co.uk/science/2008/dec/23/science-evolution-creationism-education">6</a></sup>, per esempio, si cita un sondaggio Ipsos/Mori che rivela che per il 29% degli insegnanti di scienze &#8220;il creazionismo dovrebbe essere insegnato nelle ore di scienze insieme all&#8217;evoluzione e al big bang&#8221;. Quindi, quasi un terzo dei docenti inglesi di scienze naturali sarebbe disposto a insegnare a scuola il Disegno Intelligente come alternativa alla teoria dell&#8217;evoluzione! Questo non significa, ovviamente, che tutti quei docenti sostengano il Disegno Intelligente, tuttavia possiamo dire che, come minimo, sarebbero pronti a dargli legittimità scientifica. Se estendiamo il campione dai docenti di scienze inglesi a tutti i cittadini inglesi, la situazione diventa ancora più allarmante: in un altro, recentissimo articolo del Guardian<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/#footnote_6_14098" id="identifier_6_14098" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="http://www.guardian.co.uk/science/2009/feb/01/evolution-darwin-survey-creationism">7</a></sup>, si commentano i risultati di un sondaggio secondo cui il 50% degli inglesi sarebbe in qualche modo convinto che Dio abbia gestito l&#8217;evoluzione e solo il 25% sembra credere nel fatto che la teoria dell&#8217;evoluzione sia corretta  e convincente. Il restante 25% degli inglesi è invece confuso e propenso ad accettare la teoria di Darwin come &#8220;probabilmente vera&#8221;.</p>
<p><em>God Save the Queen!</em></p>
<p>Se passiamo a testare la situazione mondiale su temi quali la scienza, la fede e l&#8217;evoluzione, ci viene in soccorso un articolo on line di Der Spiegel<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/#footnote_7_14098" id="identifier_7_14098" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,602644,00.html">8</a></sup> (tradotto in inglese: &#8220;Has Darwin Failed?&#8221;) che riporta i risultati di un sondaggio &#8211; con tanto di istogrammi &#8211; frutto di un&#8217;indagine della Commissione Europea del 2005. Ebbene, dall&#8217;indagine risulta che circa metà dei cittadini italiani ha una fede in Dio priva di alcun dubbio; in Germania, Francia e Gran Bretagna la percentuale di tali credenti è di circa il 25% mentre negli USA è del 70% e in Messico dell&#8217;80%. Gli atei convinti vanno dall&#8217;1% del Messico al 19% della Francia mentre in Europa e America vi è una rilevante percentuale di persone, tra l&#8217;8% e il 33%, che pur non credendo in un dio personale, crede in &#8220;una sorta di forza o potere superiore&#8221;. Se andiamo a vedere come questo si riflette negli Stati Uniti in rapporto all&#8217;accettazione della teoria dell&#8217;evoluzione, notiamo che solo il 14% (ma in passato, nel 1982, la percentuale era del 9%) della popolazione crede che l&#8217;uomo si sia evoluto senza un intervento divino mentre il 36% crede che l&#8217;evoluzione sia guidata da Dio (risposta riconducibile alla credenza nella teoria del Disegno Intelligente, ma molto dipende da cosa significhi credere che Dio &#8220;guidi&#8221; l&#8217;evoluzione) e il 44% crede che Dio abbia creato direttamente l&#8217;uomo non più di 10.000 anni fa. Dico, il 44% della popolazione americana crede che Dio abbia creato direttamente l&#8217;uomo qualche migliaio di anni fa, cioè sostiene la cosiddetta &#8220;scienza della creazione&#8221;, il creazionismo più integralista, di stampo medioevale!</p>
<p>Che dire?</p>
<p><em>God save mr. </em><em>Darwin!</em></p>
<p>Anzi, per il bene di Darwin, e della scienza, meglio escludere Dio e l&#8217;idea di un Disegno di origine soprannaturale da ogni discorso scientifico sull&#8217;evoluzione: e dico <em>escludere</em>, ossia evitare di parlare di tali concetti per sostenerli o confutarli, dato che <em>non </em>sono concetti scientifici. Della teoria del Disegno Intelligente, invece, che se ne parli per smascherare la mistificazione di chi vorrebbe spacciarla per teoria scientifica.</p>
<p><em>Fonti:</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/12/la-guerra-culturale-su-darwin/">La guerra culturale su Darwin</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_14098" class="footnote"><a href="http://www.darwindayitalia.eu/">http://www.darwindayitalia.eu/</a></li><li id="footnote_1_14098" class="footnote"><a href="http://www.epistemologia.eu/darwin09it.htm">http://www.epistemologia.eu/darwin09it.htm</a></li><li id="footnote_2_14098" class="footnote"><a href="http://www.origini.info/">http://www.origini.info/</a></li><li id="footnote_3_14098" class="footnote"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=wKycQj3PmzQ">http://www.youtube.com/watch?v=wKycQj3PmzQ</a></li><li id="footnote_4_14098" class="footnote"><a href="http://www.iss.it/binary/sibi/cont/repu0701.1199702185.pdf">http://www.iss.it/binary/sibi/cont/repu0701.1199702185.pdf</a></li><li id="footnote_5_14098" class="footnote"><a href="http://www.guardian.co.uk/science/2008/dec/23/science-evolution-creationism-education">http://www.guardian.co.uk/science/2008/dec/23/science-evolution-creationism-education</a></li><li id="footnote_6_14098" class="footnote"><a href="http://www.guardian.co.uk/science/2009/feb/01/evolution-darwin-survey-creationism">http://www.guardian.co.uk/science/2009/feb/01/evolution-darwin-survey-creationism</a></li><li id="footnote_7_14098" class="footnote"><a href="http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,602644,00.html">http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,602644,00.html</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
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		<title>Morfologia della fiaba degli dèi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/morfologia-della-fiaba-degli-dei/</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 09:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>C&#8217;è stato un tempo, remoto, quasi coevo delle <strong>stagioni circolari del mito</strong>, in cui dietro la fiaba degli dèi, protagonisti delle enigmatiche e spesso disinterpretate leggende al centro delle diverse tradizioni fondative, si celavano in realtà forze naturali e sociali che esulavano dal controllo &#8220;tecnico&#8221; dell&#8217;uomo, dal campo del fungibile, e si imponevano agli occhi dell&#8217;uomo stesso come manifestazioni della potenza della natura e della storia (<strong>cratofanie</strong>, per usare un termine caro a <strong>Mircea Eliade</strong>), e perciò venivano percepite, sul piano culturale, come espressioni fenomeniche di una realtà retrostante e numinosa, sacra (<strong>ierofanie</strong>).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/morfologia-della-fiaba-degli-dei/">Morfologia della fiaba degli dèi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Il filologo classico traccia una breve storia del sacro fra ambiguità di termini e di ideali. D. P.]</em></p>
<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>C&#8217;è stato un tempo, remoto, quasi coevo delle <strong>stagioni circolari del mito</strong>, in cui dietro la fiaba degli dèi, protagonisti delle enigmatiche e spesso disinterpretate leggende al centro delle diverse tradizioni fondative, si celavano in realtà forze naturali e sociali che esulavano dal controllo &#8220;tecnico&#8221; dell&#8217;uomo, dal campo del fungibile, e si imponevano agli occhi dell&#8217;uomo stesso come manifestazioni della potenza della natura e della storia (<strong>cratofanie</strong>, per usare un termine caro a <strong>Mircea Eliade</strong>), e perciò venivano percepite, sul piano culturale, come espressioni fenomeniche di una realtà retrostante e numinosa, sacra (<strong>ierofanie</strong>). Entità dal recondito potere, dotate di intenzionalità, dunque vive, dunque dèi, erano i pianeti, che segnavano il passo alle stagioni, agli anni, ai secoli, alle ere (<strong>De Santillana</strong>); il divino agiva in ogni angolo dell&#8217;universo, a sancire e legittimare rapporti sociali e politici, rapporti di forza strutturanti la concreta realtà socioeconomica (<strong>Sebag</strong>, sulla scorta dell&#8217;antropologia marxiana); il linguaggio del mito, proprio di una <strong>cultura orale-aurale</strong>, formalizzava leggi cosmiche (come la precessione degli equinozi, ipostatizzata nella fiaba della ciclica, cataclismica distruzione del mondo per diluvio o conflagrazione) e interazioni politiche di vario genere (i rapporti fra gli ordinamenti delle città-stato e degli imperi, e la loro fondazione eroica), nell&#8217;unica maniera che in una cultura orale-aurale è possibile recepire: quella del racconto.<span id="more-13034"></span></p>
<p>Il linguaggio del mito, della parola primordiale che è narrazione orale (<strong><em>mythos</em></strong>, appunto), ma nello stesso tempo forza magica (<strong><em>Vāk</em></strong>), e potere creatore archetipico (<strong><em>Lógos</em></strong>), è la fiaba facile da memorizzare nella cui trama l&#8217;uomo arcaico, non inteso come primitivo, ma come vicino ai fondamenti della socialità e della culturalità umane, inscrive l&#8217;universo, in cui tutto è pieno di dèi, e in cui dio può perfino, all&#8217;occasione, circoscriversi nell&#8217;idolo senza esserne circoscritto, come ammonivano i mistici hinduisti, o può tranquillamente, a suo libito, assumere forma d&#8217;uomo o d&#8217;asse lignea, scriveva <strong>Guglielmo da Occam</strong>, e in cui il sacro, la cratofania-ierofania, si configura in ultima analisi come una categoria cognitivo-pratica onnipervasiva e onnipresente, come conclude, ancora con Mircea Eliade, l&#8217;antropologia culturale moderna, con il suo frasario specialistico astrattificante. <strong>Il mito era, in definitiva, il linguaggio con cui una cognizione scientifica o una norma giuridica potevano essere tramandati</strong>, e si imponevano come autorevoli, cioè legittimi e nel contempo capaci di <em>augere</em>, favorire la crescita, delle realizzazioni umane. Esso veicolava una cognizione &#8220;tecnico-scientifica&#8221; concreta, dalla formula-placebo alla <em>Phol ende Uuodan</em> per ammansire le fitte di una frattura, al serpe di <strong>Gilgamesh</strong>, simbolo della ciclicità del cosmo che, agli occhi di una civiltà agricola tesa alla sua materiale sopravvivenza, invecchia e si rinnova perpetuamente, preparando i semi della vita già nel momento in cui sembra spegnerli.</p>
<p>Esso imponeva altresì, in un mondo nato senza parola scritta, un atteggiamento di rispetto verso il <strong>numinoso drammatizzato</strong>, in una modalità talmente sistematica che per l&#8217;uomo antico non esiste pratica quotidiana, o tecnologia, che non sia accompagnata dal mito, perché né tecnica, né norma potevano essere trasmesse e ricordate altrimenti che in forma di racconto, poiché, per chi non ha scrittura e matematica avanzata, è più facile rammentare-tramandare una fiaba contesta di moduli formulari, piuttosto che un teorema tramato di idee-forme intellegibili astratte (<strong>Havelock</strong>). Ne discende in generale che il mito, come linguaggio, <em>anche se lo consideriamo al di là della condizione di &#8220;primitività&#8221; orale-aurale che lo inventa</em>, va di per sé concepito come una forma comunicativa efficace nel trasmettere una <em>Weltanschauung</em> olistica: il referente &#8220;duro&#8221; poeticizzato (norma giuridica, cognizione scientifica), si trasforma in messaggio dotato di forza pragmatica, che &#8220;colpisce basso&#8221; l&#8217;animo dell&#8217;uditore, lasciandovi un&#8217;impronta perpetua.</p>
<p><strong>Come protagonista del mito, il dio, o l&#8217;eroe</strong> (che poi, come personalità ierofanica, dio umanizzato o uomo divinizzato, fa lo stesso), <strong>è categoria cognitivo-pragmatica olistica per eccellenza</strong>: la sua presenza al centro del racconto di fondazione del cosmo naturale e umano è la forma con cui l&#8217;uomo percepisce-comunica l&#8217;estraneità del nucleo profondo del reale rispetto a quel campo del fungibile, tecnologico o normativo che sia, che egli direttamente controlla, e non importa quanto vasti siano i termini del campo del fungibile in una data epoca storica. Ciò che importa è che l&#8217;uomo, nel momento in cui parla di dio, definisce un rapporto rispetto a quel nucleo profondo del reale che in buona sostanza egli non controlla. Dio &#8220;regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell&#8217;universo. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Signore-Dio, <strong><em>pantokratōr</em></strong>. Dio infatti è una parola relativa e si riferisce ai servi: e la divinità è la signoria di Dio, non sul proprio corpo, come vien ritenuto da coloro per i quali Dio è l&#8217;anima del mondo, ma sui servi&#8230;&#8221;. Non è un passo, questo, del retrivo <em>Syllabus errorum</em> di <strong>Pio IX</strong>, né un <em>magnificat</em> pastorale wojtiłano di maniera, né tampoco uno dei troppi pistolotti ratzingeriani che i media ammanniscono alle nostre lasse orecchie in questi tempi di feste e di mercanti nel tempio: sono invece parole dello <em>Scholium generale</em>, che nel 1713 fu aggiunto da sir <strong>Isaac Newton</strong> alla seconda edizione dei suoi <em>Philosophiae naturalis principia mathematica</em>.</p>
<p>Se abbiamo presente che lo <em>Scholium generale</em> è la sede in cui Newton pronuncia il suo celeberrimo <strong><em>hypotheses non fingo</em></strong>, &#8220;ipotesi non ne invento&#8221;, alfa e òmega di ogni forma di ricerca di una conoscenza controllabile, trasparente ed obbiettiva, <strong>non possiamo liquidare questa dichiarazione come la semplice testimonianza di un&#8217;inerzia culturale</strong> di uno degli eroi dell&#8217;alba della scienza occidentale moderna, di uno scenziato in cui fideismo e sperimentazione si mescolano, e che nella seconda parte della sua vita si dette a chiosare l&#8217;<em>Apocalisse</em> di <strong>Giovanni</strong>. Nelle parole di Newton si riflette piuttosto l&#8217;idea (già tardo-platonica), che il nucleo dell&#8217;essere, coerenza ordinata, sottratta al controllo dell&#8217;uomo, si manifesta, in rapporto all&#8217;uomo, col volto del divino. Storicamente, nell&#8217;ambito delle culture antiche e medievali, quello della religiosità abramica, nel suo &#8220;dialetto&#8221; giudaico-cristiano, che condiziona culturalmente <strong>Copernico</strong>, <strong>Keplero</strong>, <strong>Galileo</strong> e Newton, è un caso particolare, estremo, di <em>reductio ad unum</em>. Nelle cosiddette religioni politeistiche, ogni forza naturale, entità astrale, o forza storico-sociale (e spesso le tre cose coincidono), è identificata come cratofania e ierofania, percepita come potere intenzionale e intelligente, e dunque come dio. <strong>Alla base del monoteismo giudaico-cristiano c&#8217;è essenzialmente una virata prospettica</strong>, in base alla quale tutte le cratofanie-ierofanie (segni miracoli presenze) del cosmo sono percepite e comunicate come riflessi riconducibili ad un unico, coerente, ordine fondativo, cratofania originaria, ierofania del fondamento, che nella sua profondità abissale trascende infinitamente l&#8217;universo fungibile che l&#8217;uomo può fruire sul piano del sensorio, controllare a livello tecnico.</p>
<p>Non è dunque un caso se due pensatori come <strong>Max Scheler </strong>e<strong> Max Weber</strong> instaurano l&#8217;<strong>equivalenza fra concezione giudaico-cristiana e fondazione della scienza occidentale</strong>. In questo senso, il concetto di dio come rapporto, e in seconda battuta il mito fondativo del monoteismo (si intenda qui mito nell&#8217;accezione forte del termine), sono orizzonti e categorie olistiche intrascendibili. Ciò è vero sia sul piano antropologico, in quanto <strong>l&#8217;uomo è permantentemente in rapporto con l&#8217;intrinseca alterità del reale</strong>, sempre in agguato al di là della pur munita e tecnologica cittadella del fungibile, sia sul piano epistemologico, in quanto l&#8217;aspettativa che alla molteplicità delle manifestazioni della natura soggiaccia un ordine unitario e coerente costituisce la metafisica (nel senso popperiano del termine) alla base di ogni forma di cosmologia scientifica.</p>
<p><strong>Non si vuole però affermare che Dio è una semplice finzione teorico-pratica, un <em>als ob</em>, un &#8220;come se&#8221; kantiano</strong>: Dio è in primo luogo l&#8217;espressione antropologica di un rapporto che si viene progressivamente chiarendo nella storia, fra ogni essere cosciente e gli aspetti escatologici del reale, dell&#8217;esistente (la rischiosità strutturale dell&#8217;esperienza di esistere, di conoscere, di agire); in particolare, Dio, si presenta, nel suo senso originario, come il volto che l&#8217;ordine coerente del cosmo assume spontaneamente agli occhi dell&#8217;uomo e insieme come il modo in cui l&#8217;uomo si rapporta a quest&#8217;ordine coerente del cosmo, nella sua trascendenza, nel suo essere estraneo alla dimensione del fungibile. Ciò implica anche una conseguenza poco lusinghiera, per una certa forma che la cultura laica assume, quando, nell&#8217;opposizione polemica ai cleri storicamente determinati, indossa la maschera dell&#8217;oltranzismo.</p>
<p>Per rimanere alla &#8220;provincia&#8221; cristiana del linguaggio mitico-religioso abramico, sottolineare ed evidenziare i rapporti di derivazione fra la narrazione evangelica della verginità di Maria o della resurrezione di Cristo con analoghi miti di altre religioni mediterranee, semitiche o pre-semitiche, o rilevare la coincidenza fra il Natale e la festa del solstizio d&#8217;inverno, o i rapporti fra la Pasqua e il momento del risorgere della vita della terra alla fine del tempo invernale, ha una fortissima importanza sul piano antropologico. È del tutto illuminante, ed è un momento di maturazione culturale imprescindibile, constatare che <strong>il cristianesimo cattolico-romano, affermatosi in opposizione al pensiero delle varie correnti della gnosi tardo-antica, è in realtà esso stesso una particolare forma di gnosi, amalgama peculiare di religiosità semitica rinnovata e substrato precristiano</strong>. Allo stesso modo è essenziale sottolineare che la Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento, riflette una processualità storica del precisarsi del concetto di dio, dal plurale politeistico arcaico <em>Elohim</em> all&#8217;<em>Ego sum</em> singolare monoteistico della religiosità mosaica del Dio geloso, e allo stessa maniera dal Gesù dei protovangeli, che si schermisce e non vuole essere chiamato &#8220;buono&#8221;, attributo degno solo di Dio, e così afferma la propria natura di profeta squisitamente umano (e da principio squisitamente israelita), alla sistemazione del metafisico Vangelo di Giovanni, che fa di Gesù il Logos incarnato, non meno di quanto il buddhismo ipostatizzi la figura di <strong>Siddharta</strong> in una dimensione trascendente, al di là delle sue determinazioni storiche.</p>
<p>Questo percorso di disamina antropologica ci permette, sul piano filosofico, di leggere i testi sacri come totalità in fase di accrezione e sviluppo, sia nelle forme sia nei contenuti, in un cammino che in prima battuta, dal politeismo originario, giunge all&#8217;idea di un ordine cosmico unitario, adombrato dal monoteismo; in un secondo momento, dal monoteismo, dalla scoperta della ierofania del fondamento, giunge ad assumere la prospettiva della <strong>coessenzialità dell&#8217;uomo con il divino</strong>: una cratofania dell&#8217;essere cosciente, una ierofania della coscienza, che pur soverchiata dalla potenza dell&#8217;universo, è in grado di porsi in rapporto con essa e in definitiva di comprenderla, ed è, in ultima analisi, la <strong>fonte del sacro</strong>, l&#8217;essere che heideggerianamente si interroga sul senso dell&#8217;essere.</p>
<p>La consacrazione dell&#8217;essere cosciente avviene, nel Mediterraneo antico d&#8217;età imperiale, con la particolare figura mitico-storica di Gesù, re sacro universalizzato latore di un messaggio etico al di là degli interessi politici di parte e delle differenze culturali, per seguire la prospettiva accennata da <strong>R. B. Onians</strong> nel suo <em>Le origini del pensiero europeo</em>. Ma analoghe situazioni si rinvengono tranquillamente in altre realtà religiose e spirituali: abbiamo già parlato dell&#8217;ipostatizazzione del Buddha, che nella sua dimensione storica è addirittura un filosofo promulgatore di una dottrina che il pensiero braminico definisce <em>nastika</em>, cioè non ortodossa, ostile alla religiosità superstiziosa tradizionale. Potremmo allo stesso modo ricordare, nella religione hinduista, la figura di <strong>Sri Krshna</strong>, la conclusione sarebbe invariata: nella prospettiva basilare di questa, certo prolissa, abbozzata <strong>morfologia della fiaba degli dèi</strong>, al centro delle più avanzate forme della religiosità umana, al di là delle differenze locali, si pone un mito di fondazione di cui sono protagonisti la ierofania del fondamento e la ierofania della coscienza.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Esiste tuttavia un altro aspetto del problema, non meno articolato. Finora abbiamo cercato di delineare l&#8217;idea del <strong>Dio come rapporto</strong>, in relazione al racconto originario della ierofania del fondamento e della ierofania della coscienza. Da un punto di vista strettamente ontologico, <strong>il conflitto fra la modernità e la sua scienza da un lato, e la concezione di Dio propria dei cleri storicamente determinati dall&#8217;altro, insorge non tanto dall&#8217;intrinseca insufficienza cognitiva e pragmatica del mito stesso; nemmeno la volontà di potenza dei vertici delle gerarchie ecclesiastiche basta a spiegarla <em>in toto</em></strong>. La colpa storica delle gerarchie religiose, nella contemporaneità, è frutto dell&#8217;intersezione fra la volontà di potenza che le anima e le asservisce, e l&#8217;inadeguatezza rispetto al cambiamento culturale. È dunque una colpa tanto più grave, nella misura in cui si ingenera dal misconoscimento dello spirito del messaggio dei fondatori, e dall&#8217;<strong>idolatria della lettera</strong>.</p>
<p>Il tema dell&#8217;ateismo, o delle &#8220;<strong>false luci del mondo</strong>&#8220;, secondo una formula ipocrita cara, fra noi, ai vertici della chiesa cattolica, non è semplicemente una questione di negazione del fondamento, o di ricorso a forme di pensiero debole, in opposizione a un pensiero che si presume forte e capace di indicare all&#8217;uomo la via; non è nemmeno un problema di acquisizione di una visione matura e libera, in opposizione all&#8217;oscurantismo, secondo il grido di una laicità che in Italia appare irreversibilmente assediata e in crisi, anche per la definitiva defezione politica di coloro che dovrebbero farsene assertori e difensori, ed esprimono spesso solo una residuale forma di generico, e gerioneo, salutismo sociale, sposato all&#8217;obliqua prassi egemonica delle reti di comando dell&#8217;alta burocrazia e della tecnostruttura bancaria.</p>
<p>L&#8217;inerzia della chiesa nei confronti di Galileo (tardivamente riabilitato in una ridicola e falsa ostentazione di modernità) e di <strong>Darwin</strong> (a cui si sostituisce la <strong>putida teoria del disegno intelligente</strong>), ci pongono di fronte alla sfrontata negazione del mito originario, sostituito con un <strong>surrogato monco e penoso di dio</strong>. L&#8217;ateismo di coloro che non ritengono esista un dio fondamento dell&#8217;universo, è al massimo un <strong>ateismo teoretico</strong>, o se si vuole epistemologico e ontologico. Ma fin troppo banale è la stigmatizzazione dell&#8217;ateismo pratico di coloro che, pur dichiarando a gola spiegata la propria <em>intemerata fides</em> nel Dio cristiano, ne contraddicono <em>matter-of-factly</em> gli insegnamenti etici: che dire dei sacerdoti pedofili, che la gerarchia promuove-rimuove a più alte cariche, preoccupata solo del proprio buon nome, o dell&#8217;affarismo del clero in fatto di immobili non tassati, finite locazioni e otto per mille trafugato di soppiatto col silenzio-assenso, in uno Stato che già è in travaglio per il degrado della sua classe politica e imprenditoriale? Di recriminazioni analoghe sono pieni i media e la rete.</p>
<p>Quello che resta, nella gerarchia cattolica che nega diritti a <strong>coppie di fatto</strong>, <strong>divorziati</strong> e <strong>omosessuali</strong>, nei vertici aggressivi e ademocratici di certo protestantesimo fondamentalista, nell&#8217;estremismo di certi coloni ebraici, nell&#8217;estremismo degli hinduisti che bruciano sul rogo del marito morto una vedova di sedici anni, nell&#8217;integralismo wahhabita, nel radicalismo becero dei profeti del conflitto fra le civiltà, è in definitiva soltanto un&#8217;idolatria del segno. <strong>Una volta che ha perso contatto col mito originario che consacra l&#8217;universo e la coscienza dell&#8217;uomo in una grande narrazione cosmico-storica che li vede coessenziali, ogni singola casta sacerdotale storicamente determinata non vede altro che la propria, particolaristica, lettera morta</strong>, <strong>impressa sul suo proprio, particolaristico, libro sacro, ingiallito dalla forza corrosiva della storia</strong>. Sul piano filosofico accusano la modernità di relativismo; ma che dire del loro <strong>isolazionismo antropologico</strong>? Sul piano della morale sessuale, accusano di materialismo edonista il mondo secolarizzato: ma si ricordi che il precetto della castità, nel mondo antico, nasce da una visione arcaica, estremamente materiale e organicistica, del rapporto anima-corpo, per cui &#8220;non disperdere il seme&#8221;, dalla Bibbia al sesso tantrico, significa risparmiare la propria <em>psyché</em> per consacrarla al divino; ma anche la maniera  più ludica e irresponsabile di vivere la sessualità appare essere meno materiale ed esteriorizzata di norme che nascono da errori prospettici di una psicofisiologia arcaica, incrociati con le determinazioni socioeconomiche delle società preindustriali in cui le antiche religioni nacquero.</p>
<p>Problematiche come l&#8217;<strong>eutanasia</strong> o l&#8217;<strong>aborto</strong> sono affrontate con prese di posizione equivoche e ambivalenti: si dichiara di voler difendere la vita, ma si definisce vita la semplice, elementare attività biochimica di qualche gruppo tessutale, in un organismo che per il resto ha cessato di essere supporto di quella vita relazionale che è l&#8217;essenza della persona o che non può ancora avere nemmeno un embrione di vita relazionale. Sul piano <em>stricto sensu </em>filosofico, il &#8220;Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e non dei filosofi e dei sapienti&#8221;, di cui si fa apologia e che funge da supporto alla primazia delle cosiddette religioni positive, appare gravato, nelle sue caratteristiche essenziali, di una <strong>selva di contraddizioni <em>in adiecto</em></strong>. La definizione coerente di un fondamento infinito in potenza e in atto è in sé e per sé <strong>incompatibile con il concetto di persona</strong>, inteso nel senso ordinario del termine.</p>
<p>Se la personalità può essere coessenziale con il divino sul piano del rapporto storico fra l&#8217;essere cosciente e l&#8217;ordine coerente dell&#8217;universo, centrando il problema sul fondamento per come esso è, per quel poco che possiamo affermarne, le cose prendono un&#8217;altra veste. In presenza di un fondamento infinito in potenza e in atto, <strong>espressioni del linguaggio religioso come &#8220;progetto, piano di dio&#8221; (che hanno un senso nel linguaggio figurale del mito), o teorie pseudoscientifiche come l&#8217;<em>intelligent design</em>, suonano obbrobriose</strong>. Veramente c&#8217;è da ridar voce al disprezzo ironico di <strong>Voltaire</strong>: è come attribuire al divino una dimensione di volubilità e impotenza assolutamente inammissibili,<strong> fare di Dio, per citare Bonhoeffer, un volgare tappabuchi</strong>: un tappabuchi del campo del fungibile, a cui l&#8217;infinita maestosità dell&#8217;universo è implicitamente ridotta.</p>
<p>Il fondamento, se coerentemente concepito come infinito in potenza e atto, si esprime, sul piano ontologico, con un atto di creazione infinita. La difficoltà di certi ambienti religiosi ad accettare il <strong><em>Big Bang</em></strong>, e ad ammettere la possibilità che il nostro universo sia solo una regione locale dell&#8217;infinito <strong>multi-verso delle cosmologie contemporanee</strong>, cade automaticamente, di fronte all&#8217;idea che l&#8217;ordinamento fondamentale delle leggi fisiche esprima strutturalmente una creazione sempre in atto dall&#8217;eternità e per l&#8217;eternità, come accade ad esempio negli scenari descritti dall&#8217;inflazione infinita di <strong>Andrej Linde</strong>, nella teoria degli universi neonati formulata da <strong>Stephen Hawking</strong>, dal concetto di paesaggio cosmico che anima le teorie di <strong>Lee Smolin</strong>. La stessa radicalità del concetto di creazione, come posizione di qualcosa di totalmente altro e autonomo rispetto al fondamento, implica poi strutturalmente l&#8217;idea di evoluzione: una creazione totalmente autonoma sarà infatti destinata a compiere il suo cammino con le proprie gambe, dalle strutture più semplici all&#8217;emersione auto-organizzata della complessità, dal caos all&#8217;ordine, secondo le dinamiche illustrate da scienziati come <strong>Paul Davies</strong> e <strong>Ilya Prigogine</strong>.</p>
<p>Per tornare al racconto fondativo originario, e alla drammatizzazione di quel numinoso che è a fondamento dell&#8217;ordine coerente dell&#8217;universo, l&#8217;idea di concepire l&#8217;atto creativo di Dio come dono radicale, incondizionato, infinito di essere, implica strutturalmente l&#8217;alterità totale della creazione, la sua positività pur nel condizionamento e nella finitudine; implica, inoltre, la necessità di un cammino evolutivo irto di errori e di drammi, di vicoli ciechi, di deviazioni e di scoperte casuali, di svantaggi e opportunità nascenti da dinamiche accidentali, feroce di ingiustizie e di sofferenze, ma proprio perciò tanto più vero e bello e ontologicamente &#8220;forte&#8221; e coeso.</p>
<p><strong>Il problema, in definitiva, non è dunque l&#8217;opposizione banale fra teismo e ateismo</strong>, che in realtà sussiste solo su un piano superficiale ed esteriore, fatto di equivoci e travisamenti. Il problema reale è, per dirla con <strong>Levinas</strong>, nella <strong>lotta fra totalità e infinito</strong>, cioè nell&#8217;opposizione fra l&#8217;idea di una realtà che si appiattisca nella dimensione totalmente fungibile della tecnica e della ragione amministrata dalle <strong>burocrazie del trascendente e dell&#8217;umano</strong>, <em>routine</em> della pura e semplice fatticità anonima, e la reale accettazione che l&#8217;esistente appare gravido di rischi e opportunità imprevedibili, al di là della tracotanza degli apparati burocratici, della aridità della scienza normale cristallizzata nell&#8217;accademismo retrivo, al di là dell&#8217;amministrazione dell&#8217;archivio dello spirito che con ingiustificabile arbitri i cleri storicamente determinati si arrogano il diritto di esercitare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/morfologia-della-fiaba-degli-dei/">Morfologia della fiaba degli dèi</a></p>
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		<title>Tener lontano i clericali dal governo dei paesi civili</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 02:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><strong>Mirella Sartori</strong></p>
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<p class="MsoNormal">Scriveva Gaetano Salvemini: “<em>Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/08/tener-lontano-i-clericali-dal-governo-dei-paesi-civili/">Tener lontano i clericali dal governo dei paesi civili</a></p>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/gaetano_salvemini.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-7994" title="gaetano_salvemini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/gaetano_salvemini-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Mirella Sartori</strong></p>
<p class="MsoNormal"><span><a href="http://www.italialaica.it">www.italialaica.it</a></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Scriveva Gaetano Salvemini: “</span><span><em>Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo. Un clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato, quello che lui crede peccato, e delitto, quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto. Il clericale punisce il peccato come fosse delitto e perdona il delitto come se fosse peccato. Perciò è necessario tener lontano i clericali dai governi dei paesi civili</em></span><span>”.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Nell’ottobre 2007 il Consiglio d’Europa (organismo internazionale istituito il 5 maggio 1949, da non confondersi con il Consiglio Europeo, che è un organo dell’UE) ha affrontato una questione controversa: l’insegnamento del creazionismo nelle scuole in QUANTO PRESUNTA TEORIA SCIENTIFICA. Preciso che non era in discussione la possibilità della presentazione del Creazionismo nell’ambito di materie come la Storia del pensiero o delle religioni, o anche dell’antropologia culturale o simili. Il problema in discussione era se fosse opportuno o meno presentare il creazionismo come teoria scientifica, alla pari con le altre teorie scientifiche! <span id="more-7984"></span>  Dopo un’ampia discussione e la presentazione di documenti, la questione, per quanto ci possa apparire assurdo, è stata messa ai voti. L’assemblea plenaria si è opposta all’insegnamento del creazionismo come disciplina scientifica.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> Tralasciando l’inconcepibile necessità di un voto per decidere su simili questioni, il risultato sembrerebbe degno della modernità del nostro mondo, se la curiosità non ci spingesse ad analizzare lo svolgimento della votazione che porta a considerazioni meritevoli di interesse.   Le nazioni presenti erano 47 e i parlamentari che hanno votato erano 76; 48 hanno negato scientificità al Creazionismo, 25 sarebbero stati a favore del suo insegnamento in quanto disciplina scientifica e 3 si sono astenuti. In ambito italiano l’esito mi pare sconvolgente: 3 su 4 hanno votato a favore e 1 contro. I tre che considerano quindi il Creazionismo una teoria scientifica da proporre agli studenti alla pari della teoria del Evoluzionismo sono: Claudio Azzolini (Forza Italia), Lorenzo Cesa (Udc) Andrea Rigoni (Margherita). Contrario Dario Rivolta di Forza Italia che si è dimostrato perciò al confronto dei suoi colleghi un </span><span><em>libero pensatore</em></span><span>. Belgi, Svizzeri, Francesi, Svedesi, Inglesi sono stati al 100% contro l’insegnamento del creazionismo in quanto non scienza. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>L’Italia è in questa gara alla pari della Polonia e della Slovacchia (2 su 3). Campioni nella gara in favore del creazionismo sono la Serbia, l’Islanda e la Moldavia che hanno votato al 100% a favore dell’insegnamento di tale concezione considerandola degna di scientificità, alla pari, se non superiore alle altre teorie.  Ecco una breve cronistoria italiana sulla questione.  1) Nel 2004 a Milano venne organizzata la “Settimana antievoluzionista” (sottotitolo: </span><span><em>Evoluzione, una favola per bambini</em></span><span>). Una cosa grossa, sponsorizzata da politici di un certo livello, supportata da molti giovani che dagli slogan facevano supporre di non aver dedicato molto tempo allo studio dell’evoluzione e forse neanche allo studio </span><span><em>tout court</em></span><span>. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>  Nel mese di Marzo si era avuta notizia che la ministra Moratti aveva deciso di </span><span><em>cancellare</em></span><span> Darwin dai testi scolastici. Seguirono proteste massicce della comunità scientifica, compresa l’Accademia dei Lincei. Purtroppo, come sempre quando si tratta di argomenti di questo tipo, l’opinione pubblica non fu coinvolta. Comunque il 28 aprile 2004 la ministra, sotto la pressione delle proteste, istituì una commissione. Quel giorno la signora assicurò che «la discussione delle teorie darwiniane, fondamento della moderna scienza biologica, sarebbe stata assicurata nella formazione di tutti i ragazzi dai 6 ai 18 anni, secondo criteri didattici graduali».   La commissione, presieduta dal Premio Nobel Rita Levi-Montalcini, lavorò per alcuni mesi.  Il 23 febbraio 2005 la presidente Montalcini consegnò il «rapporto» conclusivo e la reintroduzione dell’insegnamento dell’evoluzione venne ribadita dalla ministra nella conferenza stampa di presentazione del nuovo anno scolastico, il 6 settembre 2005.   Il ministero non volle rendere pubblico il documento Montalcini che, da quel momento, è scomparso.   </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>2) Nella Regione Piemonte, nell’anno scolastico 2006 fu fatto pervenire agli insegnanti di scienze e di filosofia dei Licei Scientifici un lussuoso volume di circa 800 pagine, ricco di documentazione fossile, corredato dal CD “I fossili hanno screditato l’evoluzione”. Il volume proveniente dall’Ungheria, ma stampato ad Ankara, è titolato l’Atlante della Creazione. (Per la precisione, questo lavoro era apparso già da due anni in Italia e sentore della sua pubblicazione e del clima che lo favoriva, era stato riferito da parte di alcuni insegnanti di scienze che avevano lavorato nella capitale magiara presso un liceo di indirizzo scientifico che aveva l’italiano come seconda lingua). L’autore, tale Adnar Oktar, scrive con il nome di Harun Yahya. Il testo intende “smascherare l’impostura degli evoluzionisti, invalidare le loro pretese, rivelare gli oscuri legami tra darwinismo e ideologie sanguinarie come il fascismo e il comunismo”. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La novità è che il riferimento non è più la Bibbia ma il Corano, dichiarato come &#8220;unica fonte di sentimenti di amore universale contrapposti alla violenza&#8221;.  Luciana Campanaro, Presidente per il Piemonte della Associazione Nazionale Insegnanti di Scienze Naturali, denunciò il fatto “che attestava la volontà di attacco diretto alla scienza e al suo pensiero” e invitava tutti i colleghi alla cautela e all’attenzione, affinché simili ideologie antiscientifiche non entrassero nella scuola e si dichiarava “d’altronde certa che la preparazione culturale e la professionalità degli insegnanti fossero una sicura garanzia per il corretto insegnamento delle scienze naturali”. Annunciò anche che la SIBE (Società di Biologia Evoluzionistica) avrebbe organizzato a breve una giornata sull’evoluzione, coinvolgendo più voci: la ricerca scientifica, l’editoria, l’università, la scuola, la politica. (31-5-2007).</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>  3) Nello stesso anno scolastico, agli esami di maturità del 2007, è accaduto che a circa cinquecentomila studenti che si preparavano ad affrontare gli esami di maturità con indirizzo tecnico scientifico è stato chiesto di confrontarsi con il SENSO DELLA VITA. Una delle tracce del tema era: “FINALITÀ E LIMITI DELLA CONOSCENZA SCIENTIFICA: CHE COSA DICE LA SCIENZA SUL MONDO CHE CI CIRCONDA, SU NOI STESSI E SUL SENSO DELLA VITA?”  La prima istintiva osservazione a me sembra essere che il senso della vita non è di pertinenza della conoscenza scientifica! Invece le tracce fornite che sarebbero dovute servire per aiutare i ragazzi nello svolgimento del tema suggeriscono una contrapposizione tra darwinismo e neocreazionismo (Nella versione disegno intelligente). Viene infatti citata la dichiarazione del cardinale creazionista Christoph Schonborn nella quale si esplicita che la scienza non risponde ai “perché dell’esistenza, da dove veniamo, dove andiamo”. Molto bene! Sembrerebbe un invito a distinguere gli ambiti delle due discipline (scienza e metafisica)! Invece, purtroppo, il significato è un altro poiché la citazione proviene da una intervista fatta dal giornalista Marco Politi al teologo viennese (C’è un disegno nell’universo, Darwin sbaglia, dio guida ciò che ha creato, La Repubblica, 6 nov. 2005) il quale fra le molte argomentazioni sostiene che negare un disegno sarebbe un’abdicazione all’intelligenza perché “è evidente che nel cosmo è all’opera una Razionalità”. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>E poiché è questa Razionalità stessa che porta a concludere che esiste un Disegno, questi afferma che la sua posizione non si richiama alla Fede, ma alla ragione. Si autodefinisce dunque difensore della ragione, anzi conclude che in questo caso si dimostra che la Fede è ragione! Tale posizione fu considerata al tempo talmente estremista (purtroppo “al tempo” oggi non è più così) che l’Osservatore Romano sentì l’esigenza di ridimensionare il teologo viennese e di fare una smentita. Forse si trattò soltanto di tattica (ma già è molto per un organo della chiesa di Roma ) in seguito allo scalpore che aveva fatto la sentenza di un giudice federale degli Usa (dicembre 2005) con la quale aveva dichiarato il Disegno Intelligente proponibile nelle scuole soltanto nell’ambito dell’insegnamento della religione, dell&#8217;antropologia culturale o materie analoghe, ma non argomento da poter insegnare come materia scientifica e ne aveva quindi proibito l’insegnamento in tal senso. In quanto non scienza, appunto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>  Ricordo che la storia della negazione della teoria dell’evoluzione ha avuto radici negli Usa sin dagli anni ‘20 quando fondamentalisti cristiani si opposero alla teoria dell’evoluzione umana ed alcuni Stati ne proibirono l’insegnamento nelle scuole. Per stigmatizzare come normalmente possa essere condannato il relativismo morale, ma venga invece abbracciato con faciloneria quello scientifico, mi piace riferire che pare che sia stato suggerito alle guide turistiche del Grand Canyon degli Stati Uniti di evitare di informare i turisti sull’età di quella meraviglia naturale (5-6 milioni di anni) perché tale informazione potrebbe offendere la sensibilità dei creazionisti!   Concludo leggendo alcune parole di Gaetano Salvemini che ho sempre con me per averle “pronte all’uso”: “</span><span><em>Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo. Un clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato, quello che lui crede peccato, e delitto, quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto. Il clericale punisce il peccato come fosse delitto e perdona il delitto come se fosse peccato. Perciò è necessario tener lontano i clericali dai governi dei paesi civili</em></span><span>”.   </span></p>
<p> </p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span>                                                                                               </span><br />
</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/08/tener-lontano-i-clericali-dal-governo-dei-paesi-civili/">Tener lontano i clericali dal governo dei paesi civili</a></p>
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		<title>Per aspera et astra: una conferenza su montagna e cielo</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 05:38:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sabato 12 aprile alla Statale di Milano si terrà una conferenza divulgativa dedicata al rapporto tra scienza e montagna attraverso le testimonianze di astrofisici, alpinisti, geologi, meteorologi e fisiologi.</p>
<p><strong><a href="http://www.perasperaetastra.unimi.it/" title="il sito della conferenza">PER ASPERA ET ASTRA</a> -I monti e il cielo, percorsi per conoscere.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/per-aspera-et-astra-una-conferenza-su-montagna-e-cielo/">Per aspera et astra: una conferenza su montagna e cielo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 12 aprile alla Statale di Milano si terrà una conferenza divulgativa dedicata al rapporto tra scienza e montagna attraverso le testimonianze di astrofisici, alpinisti, geologi, meteorologi e fisiologi.</p>
<p><strong><a href="http://www.perasperaetastra.unimi.it/" title="il sito della conferenza">PER ASPERA ET ASTRA</a> -I monti e il cielo, percorsi per conoscere.</strong><br />
Milano, 12 aprile 2008, ore 9:30 &#8211; 18:00<br />
Aula Magna dell&#8217;Università degli Studi di Milano <a href="http://http://maps.google.it/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Via+Festa+del+Perdono+7+milano&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=13.565,29.882813&amp;ie=UTF8&amp;s=AARTsJqu9k_y8I3FKAxqDWp_-JLNovWGuQ&amp;view=map&amp;z=16&amp;iwloc=addr" title="indirizzo e cartina per arrivare">Via Festa del Perdono 7</a><br />
Ingresso libero.</p>
<p><em>La giornata è dedicata a Marcello Meroni, collega di lavoro, alpinista con cui ho condiviso molte importanti esperienze, scomparso lo scorso 14 dicembre 2007. JR</em><br />
<span id="more-5628"></span></p>
<p>C&#8217;è spesso un percorso comune tra chi si dedica alla scienza e chi alla montagna, per professione o per passione. E&#8217; vero per tanti fisici/astrofisici illustri che hanno segnato tappe fondamentali della conoscenza in fisica e astronomia: tra gli altri basti citare Enrico Fermi, Edoardo Amaldi, Giuseppe Occhialini, Bruno Rossi, fisici ma anche capaci alpinisti.</p>
<p>La conferenza porterà le testimonianze di astrofisici, alpinisti, geologi, meteorologi e fisiologi: buchi neri, stelle di neutroni e altri oggetti saranno uno degli argomenti della giornata. Ma si parlerà anche del ruolo che la scienza gioca nella pratica dell&#8217;attività alpinistica, in particolare per la sicurezza; di ambiente, territorio e clima con geologi e meteorologi; della risposta dell&#8217;organismo umano alle situazioni estreme con i fisiologi. Ascolteremo appassionanti esperienze di alpinisti, che scalano e hanno scalato le splendide vette del nostro pianeta&#8230;. e scaleremo virtualmente le ben più alte vette del Sistema Solare (come il Monte Olimpo, 24.000 m, su Marte) o le cascate di ghiaccio di Europa, satellite di Giove.</p>
<p>Promotori:<a href="http://www.unimi.it" title="il sito dell'ateneo">Università degli Studi di Milano</a> e <a href="http://caisem.org" title="il sito della SEM, sezione del CAI">Società Escursionisti Milanesi</a> (SEM) sezione del Club Alpino Italiano.</p>
<p>Tutte le informazioni sulla conferenza sono sul sito  <a href="http://www.perasperaetastra.unimi.it/" title="il sito della conferenza">www.perasperaetastra.unimi.it</a></p>
<h4>PROGRAMMA</h4>
<p>9:00-9:30 Registrazione dei partecipanti<br />
9:30-10:00 Indirizzi di saluto<br />
Gianpiero Sironi Pro Rettore alla Ricerca &#8211; Università degli Studi di Milano<br />
Enrico Tormene Presidente CAI-SEM (Club Alpino Italiano &#8211; Società Escursionisti Milanesi)<br />
Pasquale Tucci Storico della Fisica, Direttore Museo Astronomico di Brera &#8211; Università degli Studi di Milano</p>
<h5>10:00-13:00 Interventi</h5>
<p>Chairman Fabio Palma Alpinista e scrittore</p>
<p>Mestiere di fisico e pratica dell&#8217;alpinismo: effetto collaterale o deformazione professionale?<br />
Gianni Battimelli Università di Roma La Sapienza</p>
<p>Veri e falsi strati nella crostra terrestre<br />
Guido Gosso Università degli Studi di Milano</p>
<p>Influenza in Alpinismo della tecnica sull&#8217;etica<br />
Maurizio GiordaniAlpinista, membro del CAAI, del GHM e di Mountain Wilderness, guida alpina</p>
<p>L&#8217;essere umano in alta montagna: modificazioni fisiologiche e acclimatazione<br />
Fabio Esposito Università degli Studi di Milano</p>
<p>La sicurezza in montagna fra scienza e tecnica: certezza o utopia?<br />
Elio Guastalli Alpinista, UNICAI, Presidente Commissione Lombarda Materiali e Tecniche del CAI, CNSAS</p>
<p>Andar per montagne nel Sistema Solare<br />
Andrea Bernagozzi Osservatorio Astronomico della Valle d&#8217;Aosta</p>
<p>13:00-14:1 Pausa pranzo</p>
<h5> 14:15-16:45 Interventi</h5>
<p>La cultura del limite: insegnamenti alpini per la pianura energivora<br />
Luca Mercalli Meteorologo e Presidente Società Meteorologica Italiana</p>
<p>Panorami invisibili nel Cosmo<br />
Andrea Possenti INAF &#8211; Osservatorio Astronomico di Cagliari</p>
<p>Quando i buchi neri collidono<br />
Monica Colpi Università degli Studi di Milano-Bicocca</p>
<p>Lungo i sentieri dell&#8217;armonia: ritorno alla lentezza<br />
Fausto De Stefani Alpinista, naturalista, fotografo, Presidente di &#8220;Mountain Wilderness&#8221; sezione Italia</p>
<p>Ghiacciai a rischio?: la crisi attuale di una importante risorsa<br />
Claudio Smiraglia Università degli Studi Milano</p>
<p>16:45-18:00 Tavola rotonda</p>
<p>La scienza per la montagna, la montagna per la scienza: circolo virtuoso o promessa mancata?<br />
Partecipano: Claudio Smiraglia, Andrea Possenti, Fabio Esposito, Fausto De Stefani, Guido Gosso<br />
Chairman:</p>
<p>Ore 18:00 Chiusura dei lavori</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/per-aspera-et-astra-una-conferenza-su-montagna-e-cielo/">Per aspera et astra: una conferenza su montagna e cielo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2008 06:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.jpg" title="duchampbruno.jpg"></a><br />
d u c h a m p d e i f i o r i (cortesia di effeffe)</p>
<p>Il 20 gennaio 1600 Ippolito Aldobrandini, eletto papa della chiesa di Roma dal conclave del gennaio 1592 col nome, che poco gli convenne, di Clemente VIII, ordinò che l’imputato eretico “impenitente”, “pertinace” e “ostinato”, Giordano Bruno, nativo di Nola, fosse consegnato al braccio secolare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/17/17-febbraio-1600-rogo-a-campo-dei-fiori/">17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.jpg" title="duchampbruno.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.thumbnail.jpg" alt="duchampbruno.jpg" /></a><br />
d u c h a m p d e i f i o r i (cortesia di effeffe)</p>
<p>Il 20 gennaio 1600 Ippolito Aldobrandini, eletto papa della chiesa di Roma dal conclave del gennaio 1592 col nome, che poco gli convenne, di Clemente VIII, ordinò che l’imputato eretico “impenitente”, “pertinace” e “ostinato”, Giordano Bruno, nativo di Nola, fosse consegnato al braccio secolare. Frase che indicava il delizioso <em>escamotage</em> con il quale la suddetta chiesa si lavava le mani (la formula era “Ecclesia abhorret a sanguine”) dalla necessità di eseguire la sentenza già pronunciata su un condannato, affidandone invece l’esecuzione materiale al “braccio secolare”, cioè alle istituzioni dello stato che prevedevano appunto il reato di eresia.<br />
Il giorno 8 febbraio dello stesso anno Giordano Bruno ascoltò la pubblica lettura della sentenza, alla presenza dei testimoni e della congregazione del S. Uffizio, nella casa del cardinale Madruzzi.<br />
Giovedì 17 febbraio esattamente 408 anni fa, Giordano Bruno venne arso vivo in piazza Campo dei Fiori, con l’ovvia precauzione della “lingua in giova”, bavaglio o blocco, dato che diceva &#8220;bruttissime parole&#8221;, e invano gli porsero da guardare l&#8217;immagine del Crocefisso, dalla quale “volse fieramente lo sguardo.”<br />
<span id="more-5370"></span><br />
&#8220;Giovedì mattina – si leggeva nell&#8217;<em>Avviso di Roma</em> due giorni dopo – in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola&#8230;: heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità.”<br />
Tutte le sue opere furono poste all&#8217;<em>Indice</em> [1]  con un decreto del 1603 e tuttavia circolarono  abbondantemente per gli ambienti della cultura europea in tutto il &#8217;600 e nei secoli successivi.</p>
<p>Aggiungo solo la notizia che la personale ferocia del sunnominato Aldobrandini era già tristemente nota dalla recente vicenda di Beatrice <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Beatrice_Cenci">Cenci</a>, la quale, vittima di stupri paterni e accusata di parricidio dal tribunale ecclesiastico, fu fatta appunto giustiziare, per esplicita volontà dello stesso, pochi mesi prima, l’11 settembre 1599. Di lei così scrive Stendhal nelle <em>Cronache italiane</em>: &#8220;Il mio unico dispiacere è di dover parlare, ma così vuole la verità, contro l&#8217;innocenza della povera Beatrice Cenci, adorata e rispettata da tutti coloro che l&#8217;hanno conosciuta, quanto il suo orribile padre era odiato ed esecrato.”</p>
<p>Desidero qui semplicemente proporvi, al fine di ricordare ancora e ostinatamente sempre Bruno, che, come molti altri, subì dalla chiesa di Roma, ingiustizia gravissima, sia un paio di testi suoi, sia un passo di un libro su di lui che ritengo tra i più belli che io abbia visto (Frances A. Yates, <em>Giordano Bruno e la tradizione ermetica</em>, Laterza, Bari 1969, ed. orig. 1964) sia, come puro omaggio a questo straordinario personaggio, l’elenco delle sue opere, che furono molte e dedicate agli argomenti più vari, fisica compresa. In molti sensi infatti egli fu un precursore di Galileo, cui quest’ultimo assai probabilmente si ispirò per scrivere il suo <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del  mondo, Tolemaico e Copernicano</em>, senza poi citarlo, come suo deplorevole costume era.</p>
<p>[1]  <em>Indice dei libri proibiti</em>, creato da Paolo IV nel 1559 ed eliminato solo nel 1966 da Paolo VI; sopravvive tuttavia, aggiornato al 2003, sotto forma di guida bibliografica, da parte dell&#8217;<em>Opus Dei</em>, prelatura personale della chiesa cattolica.</p>
<p>Passi da opere di Giordano Bruno:<br />
Il primo passo è tratto dall’opera <em>De l’infinito, universo e mondi</em>, e mostra una notevole coscienza della relatività del moto:</p>
<p>«Fracastoro: Vorrei sapere se, dopo ch&#8217;arrete ben considerato, giurareste questo corpo unico (che tu intendi come tre o quattro corpi, e non capisci come membri di medesimo composto) non esser mobile cossì come gli altri astri mobili, posto che il moto di quelli non è sensibile perché ne siamo oltre certa distanza rimossi, e questo, se è, non ne può esser sensibile, perché, come han notato gli antichi e moderni veri contemplatori della natura e come per esperienza ne fa manifesto in mille maniere il senso, non possiamo apprendere il moto se non per certa comparazione e relazione a qualche cosa fissa: perché, tolto uno che non sappia che l&#8217;acqua corre e che non vegga le ripe, trovandosi in mezzo l&#8217;acqui entro una corrente nave, non arrebe senso del moto di quella. Da questo potrei entrare in dubio ed essere ambiguo di questa quiete e fissione; e posso stimare che, s&#8217;io fusse nel sole, nella luna ed altre stelle, sempre mi parrebe essere nel centro del mondo immobile, circa il quale tutto il circostante vegna a svolgersi, svolgendosi però qual corpo continente in cui mi trovo, circa il proprio centro. Ecco come non son certo della differenza di mobile e stabile.»</p>
<p>Secondo passo tratto da <em>La Cena de le ceneri</em>; parla Teofilo, che con un’immagine davvero efficace, spiega (prima di Galileo e di Cartesio) in che consista l’inerzia:</p>
<p>«Or, per tornare al proposito, se dunque saranno dui, de&#8217;quali l&#8217;uno si trova dentro la nave che corre, e l&#8217;altro fuori di quella, de&#8217; quali tanto l&#8217;uno quanto l&#8217;altro abbia {\rm la mano circa il medesmo punto} de l&#8217;aria, e da quel medesmo loco nel medesmo tempo ancora l&#8217;uno lascie scorrere una pietra e l&#8217;altro un&#8217;altra, senza che gli donino spinta alcuna, quella del primo, senza perdere punto n\&#8217;e deviar da la sua linea, verrà al prefisso loco, e quella del secondo si trovarrà tralasciata a dietro. Il che non procede da altro, eccetto che la pietra, che esce dalla mano de l&#8217;uno che è sustentato da la nave, e per consequenza si muove secondo il moto di quella, ha tal virtù impressa, quale non ha l&#8217;altra, che procede da la mano di quello che n&#8217;è di fuora; benché le pietre abbino medesma gravità, medesmo aria tramezzante, si partano (e possibil fia) dal medesmo punto, e patiscano la medesma spinta. Della qual diversità non possiamo apportar altra raggione, eccetto che le cose, che hanno fissione [l'esser fissate] o simili appartinenze nella nave, si muoveno con quella; e la una pietra porta seco la virtù del motore il quale si muove con la nave, l&#8217;altra di quello che non ha detta participazione. Da questo manifestamente si vede, che non dal termine del moto onde si parte, né dal termine dove va, né dal mezzo per cui si move, prende la virtù d&#8217;andar rettamente; ma da l&#8217;efficacia de la virtù primieramente impressa dalla quale dipende la differenza tutta. E questo mi par che basti aver considerato quanto alle proposte di Nundinio.»</p>
<p>Altri testi di Bruno <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">qui</a>.</p>
<p>Da: Frances A. Yates, <em>Giordano Bruno e la tradizione ermetica</em>, Laterza, Bari 1981, pp. 384-85:</p>
<p>“Poiché Bruno nel suo rifiuto finale di ritrattare alcunché comprese tutto ciò che aveva detto o scritto, la sentenza finale probabilmente tenne conto delle molte e svariate questioni sollevate in tutti gli interrogatori succedutisi negli anni di prigionia, oltre che degli otto punti, qualunque essi fossero. Gaspare Scioppio, che fu testimone della morte di Bruno e che probabilmente udì pronunciare allora la sentenza, fornisce un elenco molto eterogeneo di capi per cui Bruno venne condannato: esistono mondi innumerevoli; la magia è cosa buona e lecita; lo spirito santo è l&#8217;anima mundi; Mosè compì i suoi miracoli grazie alla magia in cui era più esperto degli Egiziani; Cristo era un mago. Ci sono inoltre altre affermazioni, ugualmente incoerenti. Il fatto è che non abbiamo prove sufficienti (il processo essendo andato perduto) sulla cui base ricostruire la vicenda giudiziaria e la condanna di Bruno.<br />
Se il movimento della Terra fu uno dei punti per cui Bruno venne condannato, da questo punto di vista il suo caso è completamente diverso da quello di Galileo, anch&#8217;egli costretto a ritrattare l&#8217;affermazione circa il movimento della terra. Le opinioni di Galileo erano basate su genuini studi matematici e meccanici; egli visse in un diverso clima intellettuale rispetto a Giordano Bruno, in un clima in cui le «intenzioni pitagoriche» e i «sigilli ermetici» non entravano affatto e in cui lo scienziato raggiungeva le sue conclusioni su un terreno genuinamente scientifico. La filosofia di Bruno non può essere separata dalla sua religione. Essa era la sua religione, la «religione del mondo», che egli vedeva in questa forma dilatata dell&#8217;universo infinito e dei mondi innumerevoli, come una gnosi più vasta, una nuova rivelazione del di¬vino nelle «vestigia». Il copernicanesimo fu un simbolo della nuova rivelazione che doveva significare un ritorno alla religione naturale degli Egiziani, ed alla sua magia, entro un contesto che Bruno così stranamente suppose di poter identificare con quello del cattolicesimo. [Firpo (nell’opera <em>Il processo di Giordano Bruno</em>, Napoli, 1940, p. 112) osserva in Bruno, alla fine, un grave senso di ingiustizia, come se le sue intenzioni non fossero state capite. Dobbiamo rammentare che in questa <em>fin de siècle</em> era diffuso un senso generale di vasti e imminenti cambiamenti religiosi; quando questa situazione storica sarà stata più compiutamente ricostruita il problema di Bruno potrà essere compreso più a fondo. Troppo spesso si fa l'errore di giudicare gli uomini del XVI secolo come se essi fossero a conoscenza di ciò che solo noi sappiamo, che cioè non sarebbe avvenuto nessun grande e generale cambiamento religioso].</p>
<p>Perciò la leggenda secondo cui Bruno venne perseguitato come pensatore filosofico e venne messo, al rogo per le sue temerarie opinioni sui mondi innumerevoli o sul movimento terrestre non regge più. Questa leggenda è già stata compromessa dalla pubblicazione del <em>Sommario</em>, [resoconto sommario del processo] in cui si mostra quanta poca attenzione venisse dedicata negli interrogatori a questioni di carattere filosofico o scientifico, oltre che dagli scritti di Corsano e di Firpo in cui viene posto l&#8217;accento sulla missione religiosa di Bruno. È mia speranza che questo studio abbia messo in evidenza ancor più chiaramente questo aspetto di missione e la sua natura e che abbia altresì sottolineato come la filosofia di Bruno, ivi compreso il supposto eliocentrismo copernicano, rientrasse nella missione. Completamente assorbito com&#8217;era nell&#8217;ermetismo, Bruno non era in grado di concepire una filosofia della natura, il numero, la geo¬metria, un diagramma, senza infondervi significati divini. Egli è perciò veramente l&#8217;ultima persona da prendersi come rappresentativa di una filosofia distinta dal divino. [. . .]<br />
Tuttavia, sul piano morale, la posizione di Bruno resta incrol¬labile. Egli fu infatti il discendente dei Magi rinascimentali e si batté per la dignità dell&#8217;uomo nel senso della libertà, della tolle¬ranza, del diritto dell&#8217;uomo a difendere le proprie idee in qua¬lunque paese e a dire ciò che pensa, senza riguardo verso alcuna barriera ideologica. E Bruno, come mago, si schierò per l&#8217;amore, in contrasto con ciò che i pedanti di ogni specie avevano fatto del Cristianesimo, la religione dell&#8217;amore.”</p>
<p>La bibliografia su Bruno è vastissima, segnalo, oltre al libro della Yates, Hilary Gatti, <em>Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento</em>, Raffaello Cortina, Milano 2001; e Michele Ciliberto, <em>Giordano Bruno</em>, Laterza, Bari 1992, con ampia bibliografia.</p>
<p>Opere pervenuteci di Giordano (Filippo) Bruno, nato presso Nola nel 1548.<br />
(Alcune opere, da lui in seguito menzionate sono andate smarrite).<br />
1582. De umbris idearum; Ars memoriae; Cantus Circaeus; De compendiosa architectura et complemento artis Lulli; il Candelaio<br />
1583: Ars reminiscendi; Explicatio triginta sigillorum; Sigillus sigillorum<br />
1584: La cena de le ceneri; De la causa, principio et uno; De infinito, universo et mondi; Spaccio de la bestia trionfante<br />
1585: Cabala del cavallo pegaseo con l’aggiunta dell’asino cillenico; De gl’eroici furori.<br />
1586: Figuratio aristotelici physici auditus; Dialogi duo de Fabricii Mordentis salernitani prope divina adinventione ad perfectam cosmimetriae praxim; Idiota triumphans; De somnii interpretatione; Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos.<br />
1587: De lampade combinatoria lulliana; De progressu et lampade venatoria logicorum; Artificium perorandi; Animadversiones circa lampadem lullianam; Lampas triginta statuarum.<br />
1588: vari commenti ad Aristotele, pubblicati poi sotto il titolo complessivo: Libri physicorum Aristotelis explanati; De lampade combinatoria R. Rullii; De lulliano specierum scrutinio; Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos.<br />
1589: De magia; De magia mathematica; Theses de magia; De rerum principiis et elementi et causis; Medicina lulliana.<br />
1590: De triplici minimo et mensura ad trium speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri V; De monade, numero et figura liber consequens quinque de minimo magno; De innumerabilibus, immenso et infigurabili, seu de universo et mundis libri octo.<br />
1591: Summa terminorum philosophicorum; Praxis descensus seu applicatio entis; De imaginum, signorum et idearum compositione ad omnia inventionum, dispositionum et memoriae genera libri tres; De vinculis in genere; Praelectiones geometricae; Ars deformationum.</p>
<p>Il 23 maggio 1592 Bruno venne arrestato su denuncia per eresia del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, che lo ospitava.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/17/17-febbraio-1600-rogo-a-campo-dei-fiori/">17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Buon compleanno, mr. Darwin</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Feb 2008 18:17:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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<p>Charles Robert Darwin compie oggi centonovantanove anni e questa settimana è festeggiato in molte città d’Italia nelle manifestazioni chiamate “Darwin Day”.<br />
Non che il Darwin Day sia nato quest’anno. È già un’abitudine, anzi, una fiera abitudine. A Milano, per esempio, la manifestazione è alla sua quinta edizione e nella <a href="http://www.pikaia.eu/EasyNET/Archivi/Pikaia/Pdf/0003/3503.PDF" title="programma del Darwin Day 2008 in Italia">locandina di presentazione</a> si può leggere che il “Darwin Day di Milano è diventato a pieno titolo un atteso appuntamento annuale della vita culturale della città e, grazie al coinvolgimento di un numero crescente di altre sedi in Lombardia, si consolida come la più importante iniziativa regionale dedicata all’evoluzione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/12/buon-compleanno-mr-darwin/">Buon compleanno, mr. Darwin</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Galbiati</strong></p>
<p>Charles Robert Darwin compie oggi centonovantanove anni e questa settimana è festeggiato in molte città d’Italia nelle manifestazioni chiamate “Darwin Day”.<br />
Non che il Darwin Day sia nato quest’anno. È già un’abitudine, anzi, una fiera abitudine. A Milano, per esempio, la manifestazione è alla sua quinta edizione e nella <a href="http://www.pikaia.eu/EasyNET/Archivi/Pikaia/Pdf/0003/3503.PDF" title="programma del Darwin Day 2008 in Italia">locandina di presentazione</a> si può leggere che il “Darwin Day di Milano è diventato a pieno titolo un atteso appuntamento annuale della vita culturale della città e, grazie al coinvolgimento di un numero crescente di altre sedi in Lombardia, si consolida come la più importante iniziativa regionale dedicata all’evoluzione. Come ogni anno i protagonisti del dibattito evoluzionistico internazionale si confronteranno fra loro e con il pubblico. In vista delle celebrazioni del bicentenario darwiniano del 2009 la manifestazione come d’abitudine abbraccerà linguaggi diversi e sarà composta non soltanto dalle sessioni di convegno, ma anche da serate a tema, spettacoli, laboratori per bambini e per ragazzi. Lo stile divulgativo, misto agli approfondimenti, sarà calibrato per un pubblico curioso, non necessariamente di addetti ai lavori, con particolare attenzione agli studenti delle scuole superiori e agli universitari, nell’intento di coltivare l’interesse per la cultura scientifica in un paese dove ancora essa non sembra adeguatamente valorizzata.”<br />
Eccoci al punto: è diffusa la cultura scientifica in Italia?<span id="more-5351"></span><br />
Prima di lanciarci in valutazioni pessimistiche, prima di tirare fuori il prevedibile riferimento alla Chiesa cattolica e al suo oscurantismo religioso che precluderebbe la strada, in Italia più che altrove, alla ricerca scientifica, ricordo subito che il Darwin Day arriva in Italia grazie a… ai soci dell’<a href="http://www.uaar.it/uaar/darwin_day/2008/" title="il sito web del Darwin Day">UAAR, l’Unione degli Atei Agnostici Razionalisti</a>.<br />
Si legge infatti nel loro sito web:<br />
“Da tempo, il mondo anglosassone commemora la nascita di Charles Darwin (12 febbraio) con conferenze, incontri, dibattiti ed eventi varî che celebrano i valori della ricerca scientifica e del pensiero razionale. Nel 2003 il Darwin Day è finalmente arrivato anche nel nostro Paese grazie all’UAAR. Dal 2004 l’UAAR, in collaborazione con le Librerie Feltrinelli, organizza in tutta Italia diversi incontri con scienziati, docenti e giornalisti scientifici. L’UAAR dedica i suoi Dawin Day 2008 ai docenti del dipartimento di fisica dell’Università “La Sapienza” di Roma.”<br />
Abbiamo quindi due manifestazioni darwiniane parallele: da una parte musei scientifici, istituti superiori e universitari insieme ad altri enti statali e ad associazioni private organizzano dal 2004 i Darwin Day “istituzionalizzati”, quelli che vengono oggi identificati come Darwin Day dalla maggior parte della popolazione; dall’altra, l’UAAR, che meritoriamente ha anticipato le istituzioni nell’indire questa manifestazione, continua a organizzare insieme alla Feltrinelli i suoi Darwin Day “militanti”. Nessuna competizione, sia chiaro, nessun antagonismo tra i due Darwin Day: i protagonisti degli uni sono spesso protagonisti anche degli altri. Piuttosto, vi è il rischio, da parte di alcuni, di credere che i Darwin Day siano strumenti di propaganda ateistica o addirittura antireligiosa, visto come sono nati. Non mi inoltro subito in questa spinosa questione, preferisco prima constatare come, con il passare degli anni, i Darwin Day delle due parti si siano moltiplicati e irrobustiti, e ora si stanno espandendo a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale.<br />
Darwin fa successo, insomma.<br />
È interessante allora chiedersi quali ne siano le ragioni, e perché un’associazione di atei e agnostici si impegna in queste manifestazioni. Forse il successo del Darwin Day è la reazione di una parte sana e vitale della società a un clima culturale pervaso sempre più da recrudescenze pregiudiziali –  siano esse di natura politica, filosofica o religiosa – verso l’odierno impianto epistemologico delle scienze naturali.<br />
Per sondare la validità di questa ipotesi, andiamo alla radice. Perché si celebra il Darwin Day?<br />
<a href="http://www.sisuni.unimi.it/JumpNews.asp?idLang=IT&amp;idChannel=25&amp;idUser=0&amp;idNews=9919" title="Marco Ferraguti e Telmo Pievani sul Darwin Day">Secondo i docenti universitari milanesi</a> Marco Ferraguti (professore di evoluzione biologica) e Telmo Pievani (filosofo della scienza), “Charles Darwin occupa un posto del tutto particolare nella scienza. Copernico, Newton, Einstein o Freud hanno rivoluzionato il nostro modo di vedere alcuni aspetti fondamentali della realtà, ma noi non celebriamo il loro compleanno ogni anno. Da anni in tutto il mondo, e anche a Milano, si festeggia invece il Darwin Day (<a href="http://www.darwinday.org/" title="sito ufficiale del darwin Day nel mondo">http://www.darwinday.org/</a>). Ci sembra dunque interessante indagare sulle ragioni di tale interesse. Ci sono due motivi per i quali esiste il Darwin Day: uno, per così dire, in positivo, l’altro in negativo.<br />
Darwin diede inizio a un modo di pensare e a un programma di ricerca che coinvolge tutti i biologi e i naturalisti attivi nel mondo, e non solo loro. Per la prima volta veniva proposto un meccanismo, la selezione naturale, in grado di spiegare in termini scientifici la diversità e la complessità degli adattamenti presenti in natura. Molti naturalisti prima di lui avevano ipotizzato l’evoluzione delle specie, la loro discendenza comune e la loro moltiplicazione, ma solo Darwin, insieme ad Alfred Russel Wallace, aveva saputo individuare le cause del cambiamento. Tuttavia, la figura di Darwin è ancora oggi bersagliata da critiche di ogni genere.<br />
Ciò che Darwin ha insegnato, a biologi e naturalisti in primo luogo, ma anche a tutta l’umanità, è che: “Negli organismi viventi, ciascun processo o fenomeno è il risultato di due diversi fattori causali, definiti, in genere, come cause prossime (funzionali) e cause remote (evolutive). Le attività e i processi controllati da un programma sono cause prossime. Ciò significa,  in particolare, che i processi relativi alla fisiologia, allo sviluppo e al comportamento sono controllati da programmi genetici e somatici. Essi rispondono alle domande del tipo: «Come?». Le cause remote o evolutive, invece, sono implicate nell’origine dei nuovi programmi genetici o nella modificazione dei programmi esistenti: in altri termini, esse sono le cause che conducono ai mutamenti che si verificano durante il processo  evoluzionistico. Esse sono gli eventi o i processi del passato che hanno mutato il genotipo e, pertanto, non si possono indagare con i metodi della chimica o della fisica, ma occorre ricostruirle attraverso deduzioni storiche, attraverso cioè la verifica delle ricostruzioni storiche. Esse rispondono alle domande del tipo:  «Perché?»” (Ernst Mayr, “Il modello biologico”, 1998).<br />
Dopo il lavoro di Darwin nessun biologo può ignorare che ogni fenomeno biologico è determinato da questa duplice serie di cause, prossime e remote. […]<br />
Dunque, se biologi e naturalisti si riconoscono un po’ tutti come “figli di Darwin”, in ragione di motivazioni scientifiche precise e non certo per un attaccamento ideologico o aprioristico, non è facile capire perché persone come l’insigne storico della matematica Giorgio Israel possano scrivere su “Il Foglio” del 6 settembre 2005 che: “la teoria darwiniana in senso stretto è morta e seppellita da ormai cent’anni, fin da quando le sue numerose e gravi falle condussero quasi tutta la comunità scientifica a rigettarla. L’orientamento largamente prevalente fu che, sebbene l’ipotesi evolutiva rimanesse in campo, nessuno poteva seriamente dichiararsi «darwiniano»”.<br />
Perché, giusto per fare un parallelo, pur essendo molte delle idee e delle spiegazioni  matematiche di Copernico completamente superate, a nessuno viene in mente di dichiarare Copernico morto e sepolto, e nessuno si scandalizza se qualcuno definisce “copernicana” la visione attuale del sistema solare? Molta acqua è passata sotto i ponti da quando Copernico ha prodotto la sua rivoluzione, molta da quando Darwin ha prodotto la sua. Crediamo che non esista nessun biologo che abbia dell’evoluzione, oggi, un’idea esattamente identica a quella di Darwin, tanto quanto nessun astronomo la pensa proprio come Copernico.  Allora, perché tanto accanimento contro Darwin?<br />
È difficile dare una risposta univoca a questa domanda, anche perché su di essa si intrecciano motivazioni filosofiche, religiose e politiche che hanno ben poco a che vedere con la scienza. Cercando di discriminare fra le varie posizioni di attacco alla figura di Darwin, ci pare di poterne identificare due piuttosto differenti.<br />
La prima muove da un fronte ampio e variegato che sembra prendersela in parte con Darwin e in parte, addirittura, con il concetto stesso di evoluzione. Questo fronte ha le sue radici ideologiche nelle posizioni di filosofi come Julius Evola:  “nelle testimonianze più remote dei miti e degli scritti dell’antichità non si trova proprio nessun ricordo che conforti l’ «evoluzionismo» e si trova &#8211; invece e appunto &#8211; l’opposto, la costante idea di un passato migliore, più luminoso e super-umano («divino»)” (“Rivolta contro il mondo moderno”, 1951, p. 241). Tale posizione sembra echeggiare quella di Benedetto Croce &#8211; che definì l’evoluzione una “immagine di fantastiche origini animalesche e meccaniche dell’umanità e con esse un senso di sconforto e di depressione, quasi di vergogna, a trovarci noi discendenti da quegli antenati e sostanzialmente a loro simili, nonostante le illusioni e le ipocrisie della civiltà, brutali come loro” (“La Critica” 37, p. 146, 1939) &#8211; e si è sviluppata e diffusa più recentemente coinvolgendo persone provenienti da frange estreme della destra, o personaggi anche di rilievo della Chiesa Cattolica, quale il cardinale di Vienna Christoph Schonborn, (<a href="http://www.millerandlevine.com/km/evol/catholic/schonborn-NYTimes.html" title="Schonborn a proposito di darwin">http://www.millerandlevine.com/km/evol/catholic/schonborn-NYTimes.html</a>) nonché giornalisti più o meno colti che sembrano frequentare e assecondare entrambi i versanti che abbiamo menzionato.<br />
L’altra posizione antidarwiniana è occupata invece da scienziati non biologi &#8211; di solito fisici, chimici, o matematici &#8211; e merita forse qualche commento ulteriore. Senza entrare nei dettagli, ci sembra di poter dire che ciò che accomuna questa seconda posizione sia un sostanziale disinteresse nei confronti delle ricerche degli evoluzionisti “militanti”. Esiste oggi un torrente di ricerca evoluzionistica, e molta di essa si basa sulla selezione, naturale o riprodotta in laboratorio. Nonostante ciò continuiamo a sentire frequentemente dai personaggi di questo gruppo critiche del tipo: “la teoria dell’evoluzione non è scientifica perché non è descrivibile attraverso equazioni matematiche rigorose” oppure “l’evoluzione non può essere guidata dal caso”.<br />
Crediamo che nessun evoluzionista degno di questo nome abbia mai fatto un’affermazione come quest’ultima. Sappiamo inoltre che esistono ampi settori della ricerca evoluzionistica contemporanea dotati di apparati matematici raffinati e affidabili. Allora ci chiediamo: perché questi stimati scienziati, che dovrebbero conoscere il modo di procedere della critica scientifica, non la praticano anche a proposito dell’evoluzione  del darwinismo? […]<br />
Ciò che in realtà riscontriamo studiando il programma di ricerca evoluzionistico attuale, applicato in tutti i laboratori del mondo e alimentato dalla letteratura evoluzionistica ospitata sulle più importanti riviste scientifiche, è che il “nucleo” darwiniano originario è stato in parte rivisto e in parte aggiornato e integrato, ma mantiene più salda che mai la sua capacità esplicativa e predittiva.<br />
Certo, abbiamo rinunciato ad alcune assunzioni troppo restrittive che rischiavano di escludere dalla spiegazione una quantità di “anomalie”, optando per una pluralità di fattori e di processi con domini di pertinenza limitati, ma nel far questo il nocciolo della logica darwiniana (variazione, ereditarietà, selezione) è stato corroborato e costantemente rinforzato da prove eterogenee e convergenti. Se ne evince, passando in rassegna le scoperte più recenti nelle discipline evoluzionistiche, che la spiegazione neodarwiniana, come ha riconosciuto la rivista “Science” nominando provocatoriamente Darwin fra i grandi scienziati dell’anno 2005, ha oggi guadagnato in “realismo”: sa cioè descrivere meglio di prima la realtà dei fenomeni empirici che studia. […]<br />
Di fronte agli esiti promettenti di questa “evoluzione” della teoria darwiniana, stridono sempre più vigorosamente le strategie di discredito che gli antievoluzionisti praticano usualmente.<br />
Esse appartengono a tre categorie ormai ben riconoscibili, ma facilmente confutabili da chiunque conosca minimamente la scienza.<br />
La prima è quella di negare l’evidenza e di portare il dibattito su un terreno che prescinda completamente dalla realtà dei fatti scientifici noti e acquisiti, nonché dalla letteratura consolidata nelle discipline di cui si sta discutendo. Si tratta a tutti gli effetti di una forma di “revisionismo”, non meno sgradevole e condannabile del peggior revisionismo storico. Fanno parte di questa categoria tutti i tentativi neocreazionisti di dimostrare l’esistenza di “prove empiriche” e scientificamente rilevanti dell’intervento di un “progettista intelligente” nell’evoluzione biologica.  Versione aggiornata della teologia naturale ottocentesca, la dottrina dell’Intelligent Design è stata giustamente esclusa dall’insegnamento scolastico negli Stati Uniti, in una sentenza storica emessa in Pennsylvania il 20 dicembre 2005, in quanto si configura come un tentativo di insegnare argomenti religiosi a scuola nelle ore di scienze e quindi come una violazione del dettato costituzionale (americano, non italiano) che nel Primo Emendamento esclude categoricamente questa possibilità.<br />
La seconda strategia è quella di strumentalizzare le controversie che normalmente, e proficuamente, si sviluppano all’interno della comunità scientifica attorno a temi evoluzionistici. Tali dibattiti rappresentano il sale della conoscenza scientifica in tutte le discipline ed è un grave errore confonderli con un segno di debolezza dei quadri esplicativi che ne fanno da cornice.<br />
Nessuno di noi dubita della validità della meccanica quantistica, di cui sfruttiamo quotidianamente le applicazioni tecnologiche senza alcuna remora, benché essa sia attraversata da controversie e discussioni anche accesissime fra diverse correnti di interpretazione di alcuni suoi principi. Ancora una volta si tratta di una strategia mistificante e ideologica, che nulla ha a che vedere con la realtà della crescita della conoscenza scientifica in atto.<br />
La terza strategia è quella di presentare tendenziosamente la teoria dell’evoluzione attraverso una sua caricatura inesistente, per esempio prendendo una porzione della sua architettura teorica (le mutazioni casuali) e trasformandola nel messaggio centrale: “siamo figli del caso”. Peccato che questa non sia affatto una conclusione legittima a partire dalla conoscenza dei meccanismi evolutivi fondamentali.<br />
L’insieme di queste tre strategie occupa purtroppo uno spazio eccessivo e immotivato sui media, anche italiani, da alcuni anni a questa parte. Non solo, a dimostrazione del fatto che non si tratta di polemiche sporadiche e accidentali ma di una politica culturale orchestrata e intenzionale, il movimento antievoluzionista italiano ha saputo conquistarsi recentemente anche una sponda politica e ha vinto la sua battaglia con la scelta di rimuovere dai programmi di scienze della scuola media riformata i punti riguardanti l’evoluzione, alcuni dei quali (soprattutto quello che recitava “origini ed evoluzione biologica e culturale della specie umana” &#8211; il misfatto, avvenuto sotto il dicastero di Letizia Moratti, che godeva della collaborazione del Professore Giuseppe Bertagna, permane a tutt’oggi) non sono mai più stati reintrodotti nonostante la reazione indignata dell’intera comunità scientifica italiana. […]”<br />
Eccoli, i motivi per cui esiste il Darwin Day. Com’era prevedibile, quelli in negativo hanno occupato molto più spazio, nell’articolo di Ferraguti e Pievani, di quelli in positivo. La biologia, la scienza della vita, sta subendo oggi un massiccio sabotaggio che mira ad avvelenarne o a strapparne le radici, che risiedono nell’evoluzione. Possiamo infatti fornire migliaia, centinaia di migliaia, infinite informazioni su cosa sia la vita, su come siano organizzati gli esseri viventi ma, come ammonisce la famosa frase del genetista russo Theodosius Dobzhansky (riportata nel cartellone del <a href="http://www.museiscientificiroma.eu/darwin2008/">Darwin Day di Roma</a>), “Nothing in biology makes sense except in the light of Evolution”.</p>
<p><em>Lorenzo Galbiati (<a href="http://www.pistorius.splinder.com/" title="il blog di Lorenzo Galbiati">blog</a>)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/12/buon-compleanno-mr-darwin/">Buon compleanno, mr. Darwin</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L’umano e l’animale in &#8220;Il pianeta irritabile&#8221; di Paolo Volponi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2008 05:55:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/dscf1221.JPG" title="dscf1221.JPG"> </a><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText">Comincerò il mio intervento con una citazione di un brano di <strong>Italo Calvino</strong>. Quanto dice Calvino, non riguarda direttamente Volponi, ma sintetizza una condizione generale, in cui sono venuti a trovarsi certi scrittori e intellettuali italiani all’altezza degli anni Settanta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/23/l%e2%80%99umano-e-l%e2%80%99animale-in-il-pianeta-irritabile-di-paolo-volponi/">L’umano e l’animale in &#8220;Il pianeta irritabile&#8221; di Paolo Volponi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/dscf1221.JPG" title="dscf1221.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/dscf1221.thumbnail.JPG" alt="dscf1221.JPG" /> </a><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Comincerò il mio intervento con una citazione di un brano di <strong>Italo Calvino</strong>. Quanto dice Calvino, non riguarda direttamente Volponi, ma sintetizza una condizione generale, in cui sono venuti a trovarsi certi scrittori e intellettuali italiani all’altezza degli anni Settanta. Scrive Calvino:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><o></o></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt 35.4pt" class="MsoBodyTextIndent"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Gli anni Settanta ci hanno abituato a una visione della società come fallimento d’ogni progetto politico, caduta di ogni maschera di rispettabilità, improvvisazione economica, sgretolamento sociale, violenza sub-ideologizzata, riserve di vitalità elementare e spinte suicide. A questa assuefazione all’ambiente, la risposta d’una letteratura che non sia mimetica, a rimorchio dell’esistere, non si vede ancora quale potrà essere. Tutto avviene per i giornali e sui giornali: nasce in Italia un nuovo giornalismo degli scrittori e anche il nostro Autore vi partecipa (negli anni tra il 1975 e il 1978 anche in prima pagina, sul “Corriere della Sera”) senza alcuna soddisfazione particolare, perché il linguaggio della volontà di morte invade tutto e assorbe anche il linguaggio di ciò che resta della volontà di ragione, ormai costretto a ripetere le recriminazioni e le prediche di ogni fattaccio. (…) Vedere la società umana in una prospettiva antropologica che situa la cronaca che ci tocca vivere in scala con le grandi fasi plurimillenarie del passato e del futuro; vedere la letteratura nei suoi nessi con le funzioni elementari della strumentazione simbolica delle culture umane, questo è il quadro in cui sono si sono andate situando negli anni Settanta le riflessioni dell’autore.(1)</font></span></p>
<p><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><o></o><font face="Times New Roman"> <span id="more-5169"></span></font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Si tratta di un brano recuperato da Mario Barenghi tra le carte di preparazione della raccolta di saggi <em>Una pietra sopra </em>del 1980. Esso avrebbe dovuto far parte di un articolo apparso su “Repubblica” il 15 aprile 1980 con il titolo <em>Sotto quella pietra</em> e ora antologizzato in appendìce alla raccolta di saggi dello stesso anno, nell’edizione dei Meridiani. Ho scelto questo passo, perché ha il vantaggio di condensare in poche righe il discorso che Calvino, in <em>Sotto quella pietra</em>, svolge e articola per alcune pagine. Due sono le cose che interessano particolarmente. La prima riguarda la crisi della “funzione dell’intellettuale”, così come Calvino e altri scrittori italiani l’avevano immaginata e sperimentata dal dopoguerra in poi. Con la fine degli anni Sessanta, viene ad esaurirsi l’ipotesi secondo cui la pratica di una certa letteratura, che definiremo genericamente “impegnata”, è connessa con la costruzione di una società più giusta e razionale. Tale ipotesi era per lungo tempo rimasta valida, anche laddove esistevano sensibili differenze tra scrittori, critici o intellettuali di partito, sul modo in cui intendere il nesso tra letteratura e società. Ora, questo nesso viene meno, in ragione di due nuovi fattori. Il primo riguarda l’evoluzione dei saperi e, in particolar modo, delle cosiddette scienze umane. Tra queste ultime, Calvino cita la linguistica, l’antropologia strutturale, la semiologia: tutto quel territorio di discipline che a lui si era reso visibile, dall’osservatorio francese, già a partire dagli anni Sessanta. Il bagaglio umanistico dello scrittore italiano, anche corretto e ampliato attraverso la lezione marxiana, non pare più fornire gli strumenti adeguati per dare senso al divenire della civiltà industriale e a tutte le contraddizioni, i conflitti, le anomalie nazionali che in essa si manifestano nel tornante decisivo degli anni Settanta.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>La prima conseguenza di questa nuova condizione, è il venir meno nella fiducia del proprio ruolo “civile” e “pedagogico”. Calvino, per primo, riconosce l’inefficacia delle “recriminazioni e delle prediche”, a cui lo scrittore è ormai ridotto dal pulpito di qualche autorevole quotidiano nazionale. L’esito di questa esperienza è un definitivo scetticismo. Quanto mai onesto, Calvino scrive in <em>Sotto quella pietra</em>: “m’ero reso conto che il mondo era cambiato e che non avrei più saputo dire dove stava andando”(2). </font><font face="Times New Roman">A spingerlo verso queste posizioni, è stato senza dubbio anche un altro fattore, legato all’ondata di contestazione giovanile e di agitazione operaia, esplosa con il ’68 e proseguita negli anni seguenti. Alla crisi dei saperi si aggiunge la perdita d’autorità dell’intellettuale in quanto tale, quasi sempre avulso, come lo furono in quegli anni gli stessi quadri dei partiti istituzionali di sinistra, da quelle variegate forze popolari, che si esprimevano ora in forme nuove e autonome.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Sappiamo, però, che di fronte a queste traumatiche trasformazioni sociali e culturali, c’è anche chi, come <strong>Pasolini</strong>, rivendica in modo temerario proprio la funzione di “pedagogo”, a costo di trovarsi sempre più isolato, in un ruolo che nessuno più si fida ad interpretare in forme così combattive. </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Nonostante sia in parte consapevole dei limiti dei propri strumenti d’analisi, Pasolini sembra non voler rinunciare fino all’ultimo al compito di predicatore, anche quando questo implicherà l’assunzione di attitudini provocatorie e scandalose. Pasolini, infatti, sembra meno scosso dalle nuove forme di specializzazione del sapere, e più ossessionato da un altro tipo di fenomeno: quello che lui definisce, con termine solenne ed estremo, il “genocidio culturale”. E proprio in una lettera aperta indirizzata a Calvino, sul “Mondo” del 30 settembre 1975, Pasolini esporrà ancora una volta quelle che, per lui, sono le ragioni più profonde della crisi, non solo dell’intellettuale di sinistra, ma di tutta la società italiana e della sua variegata cultura popolare. Cito da <em>Lettera luterana a Italo Calvino</em>:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><o></o><font size="3" face="Times New Roman"> </font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><font face="Times New Roman">È cambiato il “modo di produzione” (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il “nuovo modo di produzione” ha prodotto dunque una nuova umanità, ossia una “nuova cultura”: modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale “nuova cultura” ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari.(3)</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Questo passaggio è doppiamente significativo. Esso rimanda innanzitutto all’ampia <em>sintomatologia</em> di quei processi di sradicamento e omologazione, che hanno investito la società italiana, e più in generale l’Occidente capitalistico, in ragione di una <em>mercificazione</em> del mondo e della vita sempre più capillare e diffusa. Pasolini, come spesso <strong>Franco Fortini </strong>proprio in quegli anni gli ricordava aspramente, non era in grado di spingersi verso un’analisi approfondita di questo “nuovo modo di produzione”. Egli si limitava soprattutto a registrarne e a denunciarne gli <em>effetti</em>. Sappiamo anche, però, che attraverso <em>Petrolio</em>, il romanzo-fiume rimasto incompiuto, Pasolini si riproponeva di ricostruire, almeno per quanto riguarda la realtà italiana, gli ingranaggi economici e politici che avevano portato a questa trasformazione.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Accantonando l’analisi delle cause del “mutamento antropologico”, che in questa sede non ci interessa, formuliamo invece la domanda per noi più pertinente: “come risponde la letteratura, l’invenzione romanzesca in particolare, a un mondo dove non solo gli oggetti mutano, ma le relazioni tra gli uomini, e in definitiva gli uomini stessi?”. Ritorniamo allora all’inquietudine di Calvino, per una letteratura “a rimorchio dell’esistere”, ma di un esistere che ha perso la sua densità e varietà, per profilarsi come esperienza stereotipata o come oggetto in serie. In altri termini, si chiedono Calvino e Pasolini, e con loro l’autore di cui soprattutto voglio parlare, <strong>Paolo Volponi</strong>, “come è possibile raccontare la realtà, se essa sta subendo, nel nuovo mondo capitalistico, un annientamento delle sue determinazioni particolari, delle sue innumerevoli differenze, geografiche e storiche, religiose e culturali, linguistiche e sociali?” Tutti gli scrittori italiani, attivi nel corso degli anni Settanta, si trovano confrontati a questo problema, che tocca l’impianto formale e linguistico dell’opera, ancor prima che quello tematico. Il problema più generale, infatti, non riguarda il “come raccontare questa trasformazione”, ma con quali strumenti specifici raccontare una qualsiasi vicenda, avendo come riferimento questo mondo ormai trasformato.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Fin dal suo esordio come romanziere, con <em>Memoriale</em> del 1962, Volponi si presenta come un narratore-poeta alla strenua ricerca di un discorso narrativo non mimetico, capace di sfuggire a dettami del realismo e ad ogni illusione di una restituzione unitaria e composta dell’esperienza umana nel mondo industrializzato. Nei suoi<em> </em>romanzi degli anni Sessanta che, oltre a <em>Memoriale</em>, includono <em>La macchina mondiale</em> del 1965<em> </em>e <em>Corporale</em> del 1974, ma con stesura iniziata intorno al ‘66, Volponi ottiene la scomposizione del modello realistico del romanzo, in virtù di un potenziamento estremo del punto di vista soggettivo. Il culmine di questa strategia narrativa è realizzato con <em>Corporale</em>, dove saltano radicalmente le coordinate spaziali e temporali che permettono il facile inquadramento della vicenda narrata. L’istanza narrativa oscilla tra la prima e la terza persona, caratterizzandosi per un pensiero che procede quasi sempre per libere associazioni. Il risultato è quello di una disintegrazione sia dell’io sia dello scenario in cui questo si muove, scenario che mantiene comunque una riconoscibilità storica e che non si dissolve nel puro e semplice delirio del protagonista.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Per molti versi, <em>Corporale </em>è dunque già da considerarsi la risposta volponiana a quella violenta trasformazione della realtà e a quella frantumazione delle categorie intellettuali, che costituiscono sia per Calvino che Pasolini la sfida maggiore che gli anni Settanta lanciano agli scrittori italiani. Ma è di un romanzo successivo di Volponi, che voglio parlarvi. Si tratta de <em>Il pianeta irritabile</em> apparso nel 1978, ma la cui stesura risale al ’76. (Ricordo di sfuggita, che tra <em>Corporale </em>e <em>Il pianeta irritabile</em>, Volponi scrive <em>Il sipario ducale</em>, un romanzo che, polemicamente, si vuole “tradizionale” e si caratterizza per una ripresa di moduli narrativi più semplici e lineari. Di fronte all’ostracismo di critica e pubblico incontrato da <em>Corporale</em>, Volponi reagisce confezionando un intreccio più leggibile, sovrapponendo i caratteri del romanzo storico e d’attualità.)</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><font face="Times New Roman"><em><span lang="IT">Il pianeta irritabile</span></em><span lang="IT"> presenta degli aspetti che lo avvicinano al <em>Sipario ducale</em> e altri che rimandano invece alla produzione più sperimentale. Si configura, innanzitutto, come un romanzo a metà strada tra il genere di fantascienza e quello della favola allegorica, ma condotto con il ritmo incalzante di una narrazione picaresca. Il testo è quindi composito dal punto di vista dei generi e si rifà ad una duplice ed apparentemente inconciliabile prospettiva: a quella popolare della letteratura di fantascienza e a quella, di tradizione illuministica, della leopardiana “operetta morale” e del <em>conte philosophique</em>. Lavorare, sovrapponendo generi di storia e caratteri così diversi, significa ovviamente ottenere risultati quanto meno inaspettati, in quanto, come sempre avviene nella modernità letteraria, la poetica d’autore assorbe e plasma a suo favore i generi codificati, piuttosto che uniformarsi ad essi. Dunque, <em>Il pianeta irritabile</em> è un romanzo, nel senso pieno del termine, costituito dall’amalgama di più sottogeneri, ma non riducibile ad uno solo di essi.</span></font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Rimane però da chiarire, la necessità che impone al nucleo tematico scelto da Volponi, di essere sviluppato narrativamente nelle forme della fantascienza o della favola allegorica. Delimitiamo innanzitutto questo nucleo. Esso ci rinvia, ancora una volta, alla citazione di Calvino e all’esigenza di sfuggire da una “cronaca dell’esistente”. La soluzione proposta è “vedere la società umana in una prospettiva antropologica che situa la cronaca che ci tocca vivere in scala con le grandi fasi plurimillenarie del passato e del futuro”. Sappiamo che Calvino realizza questo progetto attraverso due raccolte di racconti: <em>Le Cosmicomiche</em> del 1965 e <em>Ti con zero</em> del 1967. In entrambe le opere, l’unità di misura della virtù affabulatoria non è la società industriale e consumistica uscita dalla storia recente, ma le immani metamorfosi del cosmo e i tempi lentissimi del suo divenire. Anche <em>Il pianeta irritabile</em> è costruito intorno all’idea di rompere i limiti dell’antropocentrismo, immaginando delle vicende che coinvolgano forze remote ed estranee, come lo sono ormai divenuti gli animali, quelli non domestici e non in cattività negli zoo e nelle riserve “ecologiche”. Come Calvino, dieci anni prima, anche Volponi sente, sul finire degli anni Settanta, l’esigenza <em>allontanare</em> e<em> dirigere altrove</em> <em>l’immaginazione</em> rispetto alla vita in società e alle sue vicende sempre più povere, uniformi e ripetitive.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Il procedimento di Volponi, però, non assomiglia a quello di Calvino, e ne è per certi aspetti il suo rovescio. Calvino scrive, ad esempio, presentando nel 1968 <em>La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche</em>: “Io vorrei servirmi del dato scientifico come d’una carica propulsiva per uscire dalle abitudini dell’immaginazione, e vivere anche il quotidiano nei termini più lontani dalla nostra esperienza”(4)</font><font face="Times New Roman">. Volponi non assumerebbe in modo così acritico e neutrale il “dato scientifico”, utilizzandolo poi come eccitante dell’immaginazione. Per lui, infatti, come si evince da una serie di saggi scritti a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, la stessa pratica scientifica è coinvolta nel processo di svuotamento della realtà e di smarrimento dell’uomo che egli constata nella società attuale. Questo convincimento non lo spinge a rimpiangere un mondo pre-scientifico, ma gli impedisce di avere un approccio puramente strumentale alla scienza. Quest’ultima, come Calvino sembra ignorare a metà degli anni Sessanta, è per Volponi parte del “problema”. Ecco cosa scrive in <em>Etna: natura e scienza</em>, un articolo apparso nel 1983: “La natura è mutata nel corso di milioni di anni, facendosi sempre più bella e fertile secondo la distinzione e il riconoscimento degli uomini. Anche la scienza è mutata, ma quasi soltanto per arricchire se stessa e per ridurre gli uomini alla mercé sua e dei suoi maghi”(5)</font><font face="Times New Roman">.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>In queste poche parole, troviamo già in forma sintetica un’opposizione concettuale che ricorre costantemente nella riflessione saggistica di Volponi e che si pone, quindi, come importante riferimento anche nella fase dell’invenzione narrativa. Il primo termine chiave è “riconoscimento” che compare appaiato a “distinzione”. La natura si evolve, muta, in quanto muta anche l’uomo che costituisce, in qualche modo, il suo specifico agente di variazione e articolazione. Ciò che qui più conta è il forte nesso di <em>reciprocità</em> che coinvolge la natura e l’umanità in un processo dinamico, di cui la conoscenza umana è parte attiva, fattore di spinta.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>L’altro termine chiave riguarda la scienza, ossia la sua tendenza ad “arricchire se stessa”. Volponi individua in questo aspetto, la tara profonda della società capitalistica, tara che appartiene alla natura stessa del capitale: la scienza, come lo stato, l’industria, e infine il capitale, sul quale ogni altra realtà si modella, sono governati da una dinamica di puro accrescimento, chiusa su se stessa, avulsa da ogni dialettica di riconoscimento o reciprocità d’azione. In altri termini, il capitale, e le sue manifestazioni settoriali (industria, scienza, stato), risponde alla logica dell’identità astratta e dell’immobilità, annullando ogni forma di divenire molteplice e concreto. In un articolo del 1977, <em>La grande crisi e la crisi minore</em>, Volponi denuncia il tentativo del “potere economico” di “sovrapporre i propri termini a quelli storici, di identificarsi un’altra volta con il potere dello Stato e tornare ad essere tutto, principio e fine”(6)</font><font face="Times New Roman">.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Il percorso di “allontanamento” intrapreso da Volponi non risponde quindi alle motivazioni “scettiche” di Calvino, ma ad una ben più radicale intenzione critica, che non risparmia neppure i “dati” della scienza. Non solo, ma a differenza delle due raccolte di racconti calviniane, che reintroducono nel cuore stesso del più remoto o microscopico lembo di universo figure e situazioni umane, <em>Il pianeta irritabile</em> è la storia di un’<em>evacuazione</em> <em>della propria umanità </em>realizzata da uno degli ultimi esseri umani viventi su di un pianeta sconvolto dalle guerre atomiche. Calvino, come ricorda Claudio Milanini, “rimane convinto dell’impossibilità di pensare il mondo se non attraverso figure umane (…) e rivendica quindi (…) l’antropomorfismo delle sue invenzioni”(7)</font><font face="Times New Roman">.Volponi lavora, invece, lungo tutto il romanzo a evidenziare l’<em>estraneità</em> del mondo animale e naturale nei confronti dei disegni umani. Ma su questa potente traccia leopardiana, s’innesta un motivo tipicamente novecentesco: la figura <em>distopica</em> di una società umana, tecnologicamente avanzata, a cui spetta un destino di distruzione non solo dell’uomo stesso, ma dell’intero universo vivente. La potenza maligna non è più insita nella natura, ma nell’<em>artificio</em> tutto umano, di cui la bomba atomica è il sommo paradigma.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Vediamo, ora, come questo nucleo tematico complesso si risolve sul piano dell’intreccio. La vicenda si svolge sulla terra, nell’anno 2293. Ne è protagonista un piccolo ed eterogeneo gruppo di esseri viventi, di cui fanno parte Epistola, un babbuino che ha funzione di capo, Plan Calcule, un’oca dalle sviluppate capacità logico-matematiche, Roboamo, un dottissimo elefante, e Mamerte, un nano sfigurato. L’ambiente presenta le caratteristiche di uno spazio naturale selvaggio, in gran parte disabitato, dal quale emergono, di tanto in tanto, relitti di una civiltà tecnologicamente avanzata. La voce narrante ci rende poi consapevoli, che una lunga serie di catastrofi e di guerre si è susseguita sul pianeta, prima che esso assumesse il suo aspetto definitivo e spettrale. Oggetto della narrazione è il viaggio che il gruppo intraprende in occasione dell’ultima catastrofe planetaria. Tutti e quattro, infatti, provengono da un circo in cui, salvo il nano, erano costretti in cattività. All’interno della società degli uomini, però, il nano svolgeva la funzione più bassa e ripugnante, quella del raccoglitore di escrementi. Egli, quindi, viveva tra i suoi simili già come uno schiavo, un mezzo uomo, anche in virtù della sua “diversità” fisica. Nel gruppo degli animali, poi, egli continuerà ad essere trattato come un essere inferiore, ma per tutt’altra ragione che il suo nanismo. Egli è un rappresentante di quella specie umana che non solo è stata responsabile, nel circo, di crudeltà verso di loro, in quanto animali, ma che è colpevole della distruzione dell’intero pianeta.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Se il punto d’avvio del viaggio è il circo, ossia una microsocietà gerarchica e crudele, che rispecchia perfettamente l’ingranaggio dell’intera società umana, almeno nel suo rapporto di dominio e sfruttamento dell’altro da sé, il punto d’arrivo è un utopico regno, verso cui Epistola guiderà l’intero gruppo, anche a costo del sacrificio di sé. La narrazione si chiude prima che tale regno sia raggiunto, e quindi esso rimane l’immagine di un altrove, rispetto al regno dell’uomo e alla logica dell’identico che lo ha caratterizzato. Ma ciò che conta non è il compimento del viaggio, l’approdo ad un rinnovato equilibrio tra gli esseri viventi e il cosmo, ma il <em>purgatoriale travaglio</em> <em>e movimento</em> che costituisce lo specifico oggetto della narrazione. Per questa ragione, <em>Il pianeta irritabile</em> rimane un romanzo sospeso tra <em>distopia</em> e <em>utopia</em>, tra evocazione della suprema catastrofe e visione di un mondo nuovo e sanato. Ciò che a Volponi veramente interessa è il percorso che si realizza tra questi due estremi, un percorso che è frutto di una <em>conversione</em> o che comunque ne disegna il difficile tragitto. </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Ad un primo sguardo, potrebbe sembrare che tale cambiamento di stato riguardi esclusivamente Mamerte, l’elemento umano, e quindi corrotto, del gruppo. È lui, innanzitutto, che deve compiere una <em>palinodia</em> dell’umano, rovesciando fuori da sé quanto appartiene all’ambito della ragione astratta, strumentale, e quindi anche all’ambito del linguaggio, che di quella ragione ne è la condizione necessaria. Il gesto che segna in modo esemplare il rifiuto di Mamerte della propria umanità, è il sacrificio del suo “capitale simbolico” più prezioso: la poesia della suora di Kanton. </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Al passato del nano, appartiene un’unica storia d’amore, che assomiglia per il suo carattere grottesco a certe storie d’amore che riscontriamo nei romanzi di <strong>Samuel Beckett</strong> e in particolare in <em>Malone muore</em>. In Volponi, come in Beckett, l’amore ha il carattere di una pura e rude “comunicazione carnale”, da cui è esclusa ogni forma anche elementare di “sublimazione”(8)</font><font face="Times New Roman">. Per questo motivo, durante il periodo in cui il nano e la suora, all’interno di un ospedale, realizzano ripetutamente i loro incontri erotici, nessuno scambio linguistico avviene tra i due. Come in Beckett, l’abbassamento comico spinto fino alla figurazione grottesca del rapporto amoroso, garantisce un residuo d’innocenza, laddove ogni intrusione del linguaggio e del portato simbolico, culturale, che esso veicola, ripiomberebbe i personaggi all’interno di attese e attitudini stereotipate ed inautentiche.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Nel momento dell’addio, però, quando Mamerte è costretto ad abbandonare l’ospedale, la suora gli affida una poesia scritta in ideogrammi su un foglio di carta di riso. Attraverso il <em>dono</em>, ella restituisce al rapporto una dimensione “simbolica”. Questo testo, scritto in un linguaggio sconosciuto, diviene però per Mamerte uno straordinario capitale, qualcosa di astratto, indefinito, inutilizzabile, ma che racchiude in sé tutto il valore incommensurabile di quel rapporto amoroso, e del passato in cui esso è sepolto. </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Durante tutto il viaggio, dal circo degli uomini e al regno di Epistola, il nano custodisce nel segreto assoluto questa sua proprietà. A differenza di tutto l’armamentario di oggetti poveri, di cui è grande raccoglitore, il foglio di riso non possiede, fino all’<em>explicit</em> del romanzo, alcun <em>valore d’uso</em>. Mamerte è un instancabile manipolatore d’attrezzi propri ed impropri, grazie ai quali si trae d’impaccio nelle situazioni più difficili, ma la poesia della suora di Kanton non viene mai coinvolta in un rapporto pratico, di necessità materiale, con il mondo. Essa appartiene ad una sfera altra, superiore. Ma a conferma dell’avvenuta conversione di Mamerte, il suo “capitale simbolico” cambierà di statuto. Esso verrà dissipato come nutrimento, riconquistando così un “valore d’uso”. Le ultime righe del romanzo sono dedicate alla solenne spartizione del foglio di riso. Il nano lo divide tra sé ed i suoi due amici superstiti, l’elefante e l’oca (9)</font><font face="Times New Roman">, per poi inghiottirlo. Assistiamo, dunque, all’ultimo ed esemplare “abbassamento”: la parola scritta, che inaugura in ogni cultura la presa di distanza dell’uomo dall’ambiente, permettendo l’accumulo sovraindividuale dell’esperienza, viene qui cancellata in favore del suo supporto materiale. Il simbolo, che si realizza nel rinvio ad un altrove condiviso di nozioni, è qui ricondotto alla sua pura natura fisica, di traccia materiale su di supporto. Ed è in virtù di questa riduzione, di questo abbassamento che all’ordine simbolico di un mondo, ormai respinto dalla piccola società dei sopravvissuti, subentra il trionfo di una condivisione tutta concreta, fisiologica, del cibo nell’attimo presente. L’elementare ragione animale, che si manifesta nella puntuale e circoscritta risposta ai bisogni, s’impone sulla ragione umana. Quest’ultima, infatti, che ha finito col produrre, nel tempo, un deleterio e catastrofico sradicamento dalla sua base naturale.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Lo scioglimento del romanzo si realizza con l’incontro dei quattro con il governatore e l’ultimo drappello di uomini superstiti. Si tratta, in realtà, di un incontro impossibile, in quanto il governatore e i suoi uomini non sono più in grado di riconoscere l’altro da sé, altro uomo, o altra specie, o altra forma di vita. Il governatore non può che incontrare possibili sudditi o schiavi, ossia individui da assoggettare ai propri scopi, da includere nel proprio copione ideologico. Egli è cosciente che l’umanità ha distrutto se stessa ed il proprio mondo attraverso la guerra. Ma il futuro che vuole costruire è fatto ad immagine e somiglianza del passato. Ecco le parole che indirizza agli animali e al nano, credendo di avere a che fare con altri uomini superstiti:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span> </font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><font face="Times New Roman">Tale dramma è adesso storico: non c’è più ambiente, non c’è più differenza! Io solo posso guidarvi a salvamento. Amici o nemici non ci sono più! C’è solo l’umanità. Chi è vivo può venire con me dall’altra parte: salire con me sul razzo che ci porterà su un mondo nuovo e migliore. Là potremo ricominciare e rifare la storia. Dio è con me. La storia è con me. (<em>PI</em>, 156).<o></o></font></span><o></o><font face="Times New Roman"><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><span>           </span></span></font></p>
<p><font face="Times New Roman"><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><span></span></span></font><font face="Times New Roman"><span></span><span lang="IT"></span></font><font face="Times New Roman"><span lang="IT"></span></font><font face="Times New Roman"><span lang="IT"></span></font><font face="Times New Roman"><span lang="IT">Si scorge più che altrove, in queste scene conclusive dell’intreccio, il disegno didattico che anima l’invenzione volponiana. L’apice negativo della storia umana è la cancellazione dell’ambiente, ossia delle infinite differenze che lo costituiscono. Lo sfruttamento di ogni settore del pianeta, sottoposto all’unica logica del valore di scambio e del profitto, culmina con la distruzione atomica. Ma l’umanità stessa, la residua umanità sopravvissuta è ormai cronicamente vittima del suo smarrimento, e non pare neppure capace, in mezzo alla catastrofe, di riconoscere le proprie colpe. “C’è solo l’umanità!”, sentenzia il governatore, e con essa rimangano in piedi, intatte, le ideologie che hanno giustificato la sua <em>hybris</em> nei confronti della natura: Dio, alibi metafisico alla superiorità della specie umana su tutto il creato, e Storia, alibi idealistico che assegna al caotico divenire umano un preteso sviluppo verso la perfezione. <u><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><o></o></span></u></span></font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>All’inutile arringa del governatore, Mamerte risponde con una vera e propria invettiva:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><o></o><font face="Times New Roman"><span></span> </font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><font face="Times New Roman">L’artificiale come artificiosa ragione del potere e non come ricerca e scienza. Perché l’artificiale scientifico ritorna naturale; vicino anche alla buona merda! Mentre il tuo artificiale resta sempre e solo artificiale, e per reggere come tale deve continuare a aumentare i propri artifici e staccarsi come potere dal naturale. (<em>PI</em>, 170)<o></o></font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><o></o><font face="Times New Roman"> </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><font face="Times New Roman"><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><span>            </span></span><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Il nano ha compiuto ormai il suo percorso di liberazione da un’identità amputata, che pretendeva attraverso la forza dell’artificiale di scindersi dalla propria dimensione animale. Ma cancellando in sé l’animale, l’uomo finiva col rinunciare alla forma più elementare di contatto e intimità con l’ambiente. Solo questo contatto e questa intimità con le varie forme di vita animali e vegetali possono permettere un più misurato sviluppo dell’artificiale, attraverso innanzitutto la comprensione e il rispetto per la differenza, per ciò che rimane irriducibile alla presa dell’uomo.</font></span></font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Il nucleo poetico di questo romanzo è dunque costituito da un percorso di “abbassamento grottesco” a cui è sottoposto l’eletto tra gli umani, il nano, uomo mancato, imperfetto, mostruoso. Proprio perché non sufficientemente uomo, il protagonista è colui che meglio si presta a compiere questo percorso di “ritrovamento” della propria animalità. Ma la dialettica tra umano e animale finisce per coinvolgere gli animali stessi, ossia i due animali che, alla fine dello scontro, sopravvivranno allo scontro violento con il governatore e i suoi uomini.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Con la morte di Epistola e del Governatore, è come se si annientassero le opposte spinte distruttive: quella dell’uomo che nega l’animale, e quella dell’animale che, a sua volta, per sopravvivere, deve negare l’uomo, ormai assurto a pericolo numero uno dell’intero pianeta. Ecco allora compiersi il viaggio, con il raggiungimento del regno. Ma quest’ultimo, prima ancora di essere uno spazio fisico, è una figura relazionale, un tipologia di rapporti interni al gruppo. Così lo annuncia, la voce narrante:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><o></o><font face="Times New Roman"><span></span> </font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><font face="Times New Roman">Tutti questi gesti venivano compiuti, singolarmente o insieme, anche per saggiare la dimensione del nuovo gruppo e quella dei nuovi rapporti. Perché ciascuno potesse trovare la propria posizione e la misura adatta dentro la nuova figura sociale. Tanto più che nessuno pensava di poter guidare e governare come capo assoluto. In questi gesti ciascuno voleva provare di esistere per quel che era, e intendeva inoltre dichiarare ed esprimere il proprio senso di parità con gli altri. (<em>PI</em>, 184)<o></o></font></span><br clear="all" /><font face="Times New Roman"><br />
<hr SIZE="1" width="33%" align="left" /></font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">1) Italo CALVINO, <em>Saggi</em>, tomo II, a cura di M. Barenghi, Mondadori, 1995, Milano, pp. 2934-2935.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman"> 2) Italo CALVINO, <em>Saggi</em>, cit., tomo I, p. 404.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">3) Pier<span>  </span>Paolo PASOLINI, <em>Lettere luterane. Il progresso come falso progresso</em>, Einaudi, 1976, Torino, p. 183.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">4) Italo CALVINO, <em>Romanzi e racconti</em>, volume II, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Mondadori, 1992, Milano, p. 1300.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">5) Paolo VOLPONI, <em>Romanzi e prose</em>, tomo II, a cura di E. Zinato, Einaudi, 2002, Torino, pp. 705-706.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">6) Paolo VOLPONI, <em>Scritti dal margine</em>, Lupetti, Manni, 1995, Milano, Lecce, p. 58.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">7) Claudio MILANINI, <em>Introduzione</em>, in Italo Calvino, <em>Romanzi e racconti</em>, volume II, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Mondadori, 1992, Milano, p. XXIII.</font></span></p>
<p style="text-justify: inter-ideograph; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">8)  “La suora non volle mai una parola, e negò qualsiasi forma di comunicazione che non fosse carnale (…). Tutto avveniva nel cesso come il proseguimento della soddisfazione di un bisogno corporale”Paolo VOLPONI, <em>Il pianeta irritabile</em>, Einaudi, Torino, 1978, p. 23. D’ora in poi <em>PI</em>. </font></span></p>
<p style="text-justify: inter-ideograph; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span lang="IT"><font size="2">9)</font></span><span lang="IT"> “Svolse il foglio adagio, con molta attenzione; lo ripiegò in modo diverso e poi lo strappò per dividerlo in due parti: una grande tre quarti e una un quarto. Consegnò quella più grande a Roboamo e divise ancora la più piccola in due: ne diede un pezzo all’oca e l’altro lo tenne per sé. Lo stirò ancora, gli soffiò sopra angolo per angolo, lo rialzò verso la luce, se lo accostò al buco e cominciò a mangiarlo.” (<em>PI</em><span>, 186)<o></o></span></span></font></p>
<p>* * *</p>
<p><em>(Intervento presentato al Colloque International Images et formes de la différence dans la littérature narrative italienne de 1970 à nos jours organizzato dal C.E.R.C.I.C. dell’Université Stendhal di Grenoble, 24-25 novembre 2005.)</em></p>
<p>Foto dell&#8217;autore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/23/l%e2%80%99umano-e-l%e2%80%99animale-in-il-pianeta-irritabile-di-paolo-volponi/">L’umano e l’animale in &#8220;Il pianeta irritabile&#8221; di Paolo Volponi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il filosofo inglese, di Carlo Goldoni</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Feb 2005 22:43:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[carlo goldoni]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Madama di Brindè, vedova letterata (tenta di sedurre con la scienza il filosofo):</p>
<p>Con voi già lo sapete se io parlo volentieri:<br />
Starei, se lo potessi, con voi de&#8217; giorni intieri;<br />
Ma temo che il distorvi da&#8217; vostri studi gravi,<br />
Saggio, discreto amico, vi scomodi e vi aggravi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/02/26/il-filosofo-inglese-di-carlo-goldoni/">Il filosofo inglese, di Carlo Goldoni</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="Goldonerie3.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/archives/Goldonerie3.jpg" width="200" height="293" border="0" / hspace=4 vspace=2 align=right/></p>
<p>Madama di Brindè, vedova letterata (tenta di sedurre con la scienza il filosofo):</p>
<p>Con voi già lo sapete se io parlo volentieri:<br />
Starei, se lo potessi, con voi de&#8217; giorni intieri;<br />
Ma temo che il distorvi da&#8217; vostri studi gravi,<br />
Saggio, discreto amico, vi scomodi e vi aggravi.<br />
Non vi credea stamane ancor quivi arrivato,<br />
Ed era al vostro studio il passo mio addrizzato.</p>
<p>Jacobbe Monduill, filosofo (inglese appunto, cortese ma freddino):</p>
<p>Che avete a comandarmi?</p>
<p>Brindè:</p>
<p>Un dubbio mi frastorna:<br />
Il calcolo del sole di Newton non mi torna.<br />
In quello di Cartesio vi trovo più ragione:<br />
Vorrei che mi dicesse Jacob la sua opinione<br />
<span id="more-982"></span><br />
Jacobbe:<br />
Madama, voi sapete che tutti a braccia aperte<br />
Hanno approvato in Londra di Newton le scoperte;<br />
E tanto il suo sistema pel mondo si è diffuso,<br />
Che le dottrine antiche sono di pochi in uso.<br />
Anche del sesso vostro, per contentar le brame,<br />
Evvi il Newtonianismo formato per le dame:<br />
Opera peregrina di un veneto talento,<br />
Della filosofia decoro ed ornamento.</p>
<p>Brindè:<br />
Il calcolo de&#8217; cieli trattiene i miei pensieri,<br />
Mi piace con un quattro levar sessanta zeri.<br />
Sento che un ciel dall&#8217;altro lontano è più milioni,<br />
Ma ancor della distanza non trovo le ragioni.</p>
<p>Jacobbe:<br />
Piacemi che madama nello studiar s&#8217;impieghi,<br />
E di tante altre a scorno, l&#8217;ozio detesti e neghi:<br />
Ma perdonate, il cielo troppo è da noi distante;<br />
Filosofar possiamo sull&#8217;erbe e sulle piante.<br />
La terra, il mar, la luce, il mondo e gli elementi<br />
Di studio e di scoperte ci porgon gli argomenti;<br />
E rende più contento, e reca più diletto,<br />
Allor che esperienza si unisce coll&#8217;effetto.<br />
Tolgon macchine e vetri alla natura il velo.<br />
Troppo da noi distante, troppo, madama, è il cielo.</p>
<p>Brindè:<br />
Questo calcolo solo spianar vorrei; venite.<br />
Poi le question dei cieli per me saran finite.</p>
<p>Jacobbe:<br />
Verrò. Di compiacervi ho troppa obbligazione.<br />
(Donna è alfin, benché dotta. Ha un po&#8217; di ostinazione).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/02/26/il-filosofo-inglese-di-carlo-goldoni/">Il filosofo inglese, di Carlo Goldoni</a></p>
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		<title>Queste favolette ne susurrano&#8230;.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/02/05/queste-favolette-ne-susurrano/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2005 18:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
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		<category><![CDATA[scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p></p>
<p>‘‘Dagli scettici più antichi sono comunemente tramandati dieci modi, per mezzo dei quali pare effettuarsi la sospensione del giudizio e che chiamano anche, con vocaboli sinonimi, ‘regole’ e ‘figure’. E si riferiscono: 1: alla varietà che si nota negli animali; 2: alle differenze che si riscontrano negli uomini; 3: alle diverse costituzioni dei sensi; 4: alle circostanze; 5: alle posizioni, agli intervalli, ai luoghi; 6: alle mescolanze; 7: alle quantità e composizioni degli oggetti; 8: alla relazione; 9: al verificarsi continuamente o di rado; 10: alle istituzioni, costumanze, leggi, credenze favolose e opinioni dogmatiche.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/02/05/queste-favolette-ne-susurrano/">Queste favolette ne susurrano&#8230;.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/bancodiscuola.jpg" border="0" alt="bancodiscuola.jpg" width="500" height="375" /></p>
<p>‘‘Dagli scettici più antichi sono comunemente tramandati dieci modi, per mezzo dei quali pare effettuarsi la sospensione del giudizio e che chiamano anche, con vocaboli sinonimi, ‘regole’ e ‘figure’. E si riferiscono: 1: alla varietà che si nota negli animali; 2: alle differenze che si riscontrano negli uomini; 3: alle diverse costituzioni dei sensi; 4: alle circostanze; 5: alle posizioni, agli intervalli, ai luoghi; 6: alle mescolanze; 7: alle quantità e composizioni degli oggetti; 8: alla relazione; 9: al verificarsi continuamente o di rado; 10: alle istituzioni, costumanze, leggi, credenze favolose e opinioni dogmatiche. Accettiamo questa serie, dandole un valore convenzionale.<br />
Ma ci sono tre modi che comprendono tutti questi: quello che dipende dal giudicante, quello che dipende dal giudicato, e un terzo che dipende da entrambi. A quello che dipende dal giudicante si riducono i primi quattro (ché‚ ciò che giudica è animale o uomo o sensazione o si trova in una qualche circostanza); a quello che dipende dal giudicato si riducono il settimo e il decimo; al terzo, risultante da ambedue, il quinto, il sesto, l&#8217;ottavo, e il nono.<br />
A loro volta questi tre si riconducono a quello della relazione, talché il modo della relazione viene ad essere il più generico, i tre diventano specifici e i dieci si riducono a sottospecie. Questo diciamo verosimilmente intorno al loro numero. Segue ora il discorso intorno al loro valore.’’(Sesto Empirico, Schizzi Pirroniani, I, 36-39).<br />
<span id="more-919"></span><br />
Questo ruolo fondamentale svolge la categoria della relazione nella pratica dell&#8217;epoché .<br />
Sesto Empirico,  (II–III sec. d.C.) prescrive che la via maestra all’imperturbabilità (ataraxía) sia la sospensione del giudizio (epoché ), basata sulla ‘ugual forza dei fatti e delle ragioni contrapposti’.</p>
<p>Sesto Empirico molto lucidamente riconduce l&#8217;origine di qualsiasi posizione scettica alla questione  della relazione: qualsiasi conoscenza è incerta, perché dipende crucialmente dalla relazione tra conoscente e conosciuto. Una volta enunciata così, la posizione denuncia, agli occhi nostri, la modernità –  ormai perfino un po&#8217; ovvia – del suo contenuto: sembra ormai a noi difficilmente negabile che la conoscenza sia precisamente un rapporto tra conoscente e conosciuto.</p>
<p>La consapevolezza di questa natura della conoscenza ha investito praticamente tutto lo svolgimento del pensiero successivo: il bello però è distinguere uno sviluppo caratterizzato da connotazioni pessimisticamente svalutative della conoscenza, e in questo senso è continuata la tradizione propriamente detta scettica, da un altro orientato ad esplorare quali possibilità positive sono lasciate alla conoscenza.</p>
<p>La via maestra di quest&#8217;ultimo, quella che permette di uscire dal pessimismo, la guida alla liberazione dal contesto, o per meglio dire da quel che il contesto ha di particolare e di non comune ad altri, è la via relativistica – che drammatica scelta quest&#8217;aggettivo. Essa si fonda su  un’argomentazione banale: cos’è ciò che è particolare ad un certo contesto A? È ciò che esso non ha in comune con tutti gli altri contesti ammessi B, C, ecc. Come si fa ad eseguire osservazioni, o a formulare ipotesi o teorie che non dipendano dal contesto? Ovviamente bisogna basarsi soltanto su ciò che è comune a tutti i contesti.</p>
<p>Siamo arrivati all’ovvio, alla norma apparentemente vuota di contenuto: è questo sempre un grande momento nella riflessione nella e sulla scienza, perché invita e spinge a ripescare invece il luogo dove sta il contenuto vero, quello che si può stringere nel pugno, senza scoprire alla fine che questo è solo pieno d’aria.<br />
L’ovvio non è un errore, è solo un segno che nell’estrema distillazione che ad esso conduce, si è perso qualcosa di essenziale a quel che si voleva cogliere di mordente sulla realtà. E in questo caso è proprio così: le informazioni altamente non ovvie sulla realtà sono quelle che sfuggono alla pura struttura logica del discorso, e cioè: cosa i contesti soggettivi diversi hanno in comune e cosa no? E, molto importante: quali sono i contesti ammessi e con che criteri li ammettiamo? Se passo il mio quaderno al compagno di banco, questi vede lo stesso triangolo, misura le stesse distanze tra i suoi vertici, misura la stessa somma degli angoli interni? Ma, quando gli passo il quaderno, poiché il suo banco è meglio illuminato del mio, egli vede più cose, scorge più particolari, osserva proprietà che non mi erano note. E ancora: se il mio compagno di banco, dal suo banco o dal treno trasparente, fa rimbalzare la pallina identica alla mia, misura la stessa velocità di caduta, la stessa accelerazione? E così proseguendo, le domande possono facilmente essere ricavate dalle nostre quattro storie e dalle altre che si potrebbero raccontare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/02/05/queste-favolette-ne-susurrano/">Queste favolette ne susurrano&#8230;.</a></p>
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