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	<title>Nazione Indiana &#187; scrivere</title>
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		<title>Sullo scrivere. Dieci consigli ai giovani scrittori</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 12:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/CasaKike11_530x397.jpg"></a><strong>di Keith Botsford</strong><br />
<strong>Casa Kike, Biblioteca</strong></p>
<p>“Awl, rut, jot; bag, beg, big, bog, bug; sap, sep, sip, sop, sup”.<br />
Tutte parole di tre lettere. Se conoscete il significato delle prime tre, conoscete anche le loro possibili commutazioni? Sapete che ci sono altri cinque modi di utilizzare tutte le vocali ed altrettanti le consonanti?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/06/sullo-scrivere-dieci-consigli-ai-giovani-scrittori/">Sullo scrivere. Dieci consigli ai giovani scrittori</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/CasaKike11_530x397.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/CasaKike11_530x397-300x224.jpg" alt="" title="CasaKike11_530x397" width="300" height="224" class="alignnone size-medium wp-image-40932" /></a><strong>di Keith Botsford</strong><br />
<strong>Casa Kike, Biblioteca</strong></p>
<p>“Awl, rut, jot; bag, beg, big, bog, bug; sap, sep, sip, sop, sup”.<br />
Tutte parole di tre lettere. Se conoscete il significato delle prime tre, conoscete anche le loro possibili commutazioni? Sapete che ci sono altri cinque modi di utilizzare tutte le vocali ed altrettanti le consonanti? (Ci sono). Non pensavo che esistesse una parola come “sep”, ma c’è. E’ una vecchia parola che significa “sheep” (pecora). Gli scrittori amano curiosare nella loro lingua, in tutte le lingue, non solo nella lingua in cui parlano e scrivono, ma nelle lingue della matematica, della musica.<span id="more-40931"></span><br />
Dai tre agli otto anni ho trascorso quasi tutto il mio tempo inchiodato a un letto. Mi ero scottato con un impiastro di olio di semi di lino, perché quando quest’olio si rafferma diventa un acido. Pochi di voi hanno mai visto un impiastro (una calda massa di panno preparata&#8230; a scopi curativi). Stavo quasi per morire. Risultato: durante quei cinque o sei anni della mia infanzia non ho fatto altro che leggere. Le parole sono state i mattoni con cui ho costruito il mio mondo. Allorché un libro diceva: “not one jot or tittle” (“neanche un briciolo”), io cercavo il significato di “jot” (iota) e di “tittle” (punto). Annotavo le parole (“I jotted down words”), ma non si trattava dello stesso “jot” che usavo per “to jot down” (annotare), e dovevo ancora imbattermi in un “punto”, “tittle” (un segno diacritico usato soprattutto nei libri stampati), sebbene avessi già ascoltato un mucchio di chiacchiere (“tittle-tattle”). Vi siete fatti un’idea? Quando uno comincia a essere sedotto dalle parole, è già uno scrittore.<br />
Tutti possono scrivere quello che dicono annotandolo su un foglio. Scrivere, a volte, è perfino più facile che parlare. Alla vostra innamorata, ad esempio, potete scrivere ciò che non riuscite a dichiararle: “Cara, sapessi quanto ti amo&#8230;”. Al contrario non c’è nulla che possiate scrivere che voi (o altri) non abbiate detto. I miei diari, che tenevo in modo irregolare, cominciano prima della scuola. Ahimé! sono pieni, come la maggior parte dei diari scritti a quell’età, di ciò che sentivo: i miei stati d’animo. In seguito, tra i sette e i tredici anni, scrivevo tutto ciò che gli altri – insegnanti, scrittori, artisti, compositori – dicevano o avevano detto: cose molto più interessanti di quelle che avrei potuto dire io!<br />
Una volta in Inghilterra, sono stato educato in una scuola di benedettini, dove la disciplina dello scrivere era un sapere altamente rispettato. Bibbia significa “ciò che è stato annotato”. Guardati dall’interpretare male la parola di Dio! I monaci hanno un profondo rispetto per le parole: le cantilenano tutto il giorno per ficcarsele bene in testa. <em>Edent pauperes et saturabantur</em>. Ancor oggi, sessant’anni dopo, sussurro queste parole ogni giorno prima di cominciare a mangiare.<br />
Scrivere, comunque, non è solo una questione di parole. Quando mi volto indietro – come qualcuno che dello scrivere e della conoscenza delle lingue ha fatto la sua vita – cambierei un certo numero di cose del mio apprendistato. Ciò che segue è una guida elementare alla mia evoluzione che potrebbe (o anche no) essere utile ad altri.     </p>
<p>I – A vent’anni, avendo già pubblicato qualche libro, mi vedevo come una figura letteraria. Era solo presunzione. Scrivere è un mestiere e un’arte. Il mestiere richiede arte e l’arte richiede mestiere. Sono gli altri i migliori giudici di quello che scrivi, non tu. E’ sciocco accordare a te stesso qualcosa che non hai meritato.</p>
<p>II – Ci vuole molto tempo prima di sviluppare la propria voce. Nel frattempo sono gli altri scrittori che ti spronano ad andare avanti. Non c’è niente di male nell’imitarli a lungo (anzi, è una buona pratica). Arriverà il momento in cui sarai in grado di trovare la strada di casa.</p>
<p>III – Non c’è un modo giusto di scrivere, ma ci sono molti modi sbagliati e, peggio ancora, molta ignoranza e imprecisione. Nessun insegnante mi ha insegnato a scrivere, ma molti hanno corretto i miei errori. Di solito non facevano altro che indicarmeli. </p>
<p>IV – Ho avuto molte difficoltà nel pubblicare i miei libri e sono stato spesso umiliato dagli <em>editors</em>. Mi sono vendicato pubblicando con generosità molti autori e riscrivendo le pagine degli altri con umiltà.</p>
<p>V – La letteratura non è che un modo di scrivere. Con una nidiata di figli da mantenere ho dovuto pensare a come guadagnarmi da vivere. Questo mi ha insegnato che, se nutri un vero interesse, qualsiasi cosa può diventare interessante – perfino un resoconto bancario o un referto giudiziario. L’interesse per le cose ti rende interessante. Per apprendere questa lezione e  allo stesso tempo portare a casa lo stipendio, è necessaria molta pratica. Per questa ragione bisogna scrivere costantemente. Se vuoi suonare bene il pianoforte devi esercitare le tue dita ogni giorno. Anche lo scrivere ha i suoi esercizi tecnici per rendere le dita più agili: note, diari, trascrizione di passi scelti dai libri che leggi e ricordi, e soprattutto, la traduzione, l’esercizio supremo nel renderti maestro sullo stile di qualcuno.   </p>
<p>VI – Sono stato abbastanza fortunato nel trovare un lavoro nel giornalismo. Ho scritto di tutto: articoli di sport, di gastronomia, ritratti, necrologi, cronache, articoli d’attualità&#8230; Da questo mestiere ho imparato l’importanza delle scadenze, ad abbandonare un testo quando è necessario, a scrivere rapidamente, a pensare in fretta e a rispondere immediatamente ai tempi e alle richieste.</p>
<p>VII – Ho imparato che per ogni testo c’è un lettore (una grande gioia per uno scrittore non ancora sicuro di sé) e che dovevo rivolgermi a quel lettore e non a me stesso. La brevità è un giudice implacabile. Il mio miglior editore mi raccontava sempre la storia di quello scrittore che diceva a se stesso: “Se solo avessi più tempo, potrei renderlo più breve”. Scrivere in un inglese (o in qualsiasi altra lingua) chiaro e efficace dipende dal grado di considerazione in cui teniamo il lettore. Il mio caro amico Saul Bellow me lo diceva sempre: “Prendi il Lettore per mano, Keith, e lui ti seguirà in capo al mondo”. O come io dico ai miei studenti: “Non scrivete per me, ma per il mondo. O almeno per vostra zia Nelly di Boise, nell’Idaho”. </p>
<p>VIII – Il segreto dello scrivere per un lettore è la semplicità. Io non l’ho ancora del tutto appreso, per questo sulla mia scrivania tengo una targa su cui c’è scritto a lettere cubitali: SEMPLIFICA! Niente a che vedere con gli sfarzi della letteratura, e della vita. Non penso che esista ciò che di solito viene chiamata “giovane (immatura) promessa letteraria”. Un giovane scrittore mostra i suoi talenti, si gingilla allo specchio, ostenta le sue capacità. I veri scrittori devono conoscere tutto. Per questo hanno bisogno di tempo per crescere e per smettere di pensare a loro stessi. Gli scrittori maturi sono in grado di mettere in relazione le idee più disparate. Si interessano a ogni cosa: alle chiacchiere del barbiere come alla densità di una poesia. </p>
<p>IX – Per questo tipo di ricchezza sono necessarie vaste letture e la conoscenza di diverse lingue. A meno che non vogliate ascoltare una sola voce. Quello che Catullo scrive (e il modo in cui lo scrive) è importante per uno scrittore, ma “Odio e amo” non è la stessa cosa di “Odi et amo”. La curiosità che ci spinge verso altre voci è ciò che ci permette di avere qualcosa da dire. Bisogna imparare ad ascoltare. A domandare. Chiedi a tuo nonno com’è stata la sua vita, così come un giorno chiederai ai tuoi nipoti com’è la loro. </p>
<p>X – A tutti gli scrittori è richiesta tenacia. Devono capire che scrivere non è sempre il frutto dell’ispirazione, che si possono avere giorni buoni e giorni cattivi e che a volte sono necessari venti o trenta tentativi prima di raggiungere quello che si vuole dire. Come scrittore mi sono spesso domandato: “Come si fa a diventare scrittori?”. La mia sola risposta è: scrivendo. A ciò potrei aggiungere – ma raramente lo faccio, e solo per scoraggiare coloro che pensano che scrivere sia un mestiere che si impara in una scuola di scrittura – che scrivere è ciò che di meglio possa capitare a coloro che si sentirebbero orfani se non lo facessero. In altre parole, per il povero servo che non ha altro modo per sopravvivere.  </p>
<p>(traduzione di M. R.)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Keith Botsford (1928) è nato a Bruxelles e vive da alcuni anni a Cahuita, in Costarica, in una casa (“Casa Kike”) che è un’opera architettonica (progettata dal figlio Gianni Botsford) di rara leggerezza e semplicità di materiali. Per metà italiano e per metà americano ha studiato in Inghilterra e negli Stati Uniti, all’università di Yale. Io lo chiamo “l’ultimo uomo del XX secolo”. La sua biografia infatti per vastità di luoghi esplorati – dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina e Centrale al Giappone – e di storia vissuta – dalla Polonia sotto il giogo sovietico all’Inghilterra degli <em>angry young men</em>, dalla <em>Partisan Review</em> alle sue frequentazioni, nella Tokyo degli anni cinquanta, di Mishima Yukio e Donald Keene, dall’effervescenza parigina delle illusioni sartriane (a cui non ha mai creduto) alla Hollywood dei grandi registi fuggiti dal nazionalsocialismo – racchiude il romanzo del secolo scorso. Dall’epoca della Seconda Guerra mondiale non c’è evento storico di una qualche entità di cui Botsford non abbia memoria, senza contare che di molti è stato spesso attore non marginale. Possiede tante arti quanti figli (9), nipoti (15), mogli (5) e pseudonimi (11). Pensa a se stesso come: romanziere, editor, compositore, avvocato, professore universitario, direttore di rivista (confondatore con Saul Bellow di: <em>ANON</em>, <em>The Noble Savage</em>, <em>News from The Republic of Letters</em>), poliglotta, ex-ufficiale dell’<em>Intelligence</em>, sportivo, giornalista (<em>Sunday Times</em>, <em>The Indipendent</em>), gastronomo di una certa fama, traduttore, collezionista&#8230; Aggiungerei: lettore, non solo perché è in grado di leggere almeno in sei o sette lingue, ma per la qualità della sua lettura. Sia che abbia a che fare con un nome del fragile Olimpo delle lettere o con il manoscritto di un principiante, Keith Botsford è sempre di un’umiltà – e perciò di una spietatezza – che nobilita l’autore dell’opera, facendogli allo stesso tempo il più grande omaggio che su questa terra egli possa ottenere: essere letto in ogni sua frase. Pretende di essere citato in molte note a piè di pagina nelle biografie degli altri, di chiunque altro, e desidererebbe essere letto più di quanto non lo sia, un tratto che condivide con gli autori più seri in assoluto. Fra le sue ultime opere: <em>Out of Nowhere</em> (2000), <em>Editors: The Best of Five Decades</em> (with Saul Bellow, 2001), <em>The Mothers</em> (2002), <em>Emma H.</em> (2003), <em>Collaboration</em> (2007), <em> Death and the Maiden</em> (2007), <em>Fragments I</em> (2008), <em>Fragments II</em> (2010), <em>Jozef Czapski: A Life in Translation</em> (2010), <em>Fragments III</em> (2011).<br />
Sito ufficiale: keithbotsford.com.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/06/sullo-scrivere-dieci-consigli-ai-giovani-scrittori/">Sullo scrivere. Dieci consigli ai giovani scrittori</a></p>
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		<title>L&#8217;arte della dimenticanza</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 05:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Io ho sempre voluto dimenticare. Il mio problema specifico è dimenticare. Ho sempre avuto molte cose da dimenticare, e questo mi ha tenuto parecchio occupato durante quarantun anni di vita. Purtroppo come tutti ho dei ricordi. Uno non sceglie di avere ricordi, perché i ricordi sono già sempre lì, nelle pieghe del presente, strani e imprevedibili flussi che ci allontanano dagli oggetti e dalle persone che ci stanno più vicine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/larte-della-dimenticanza/">L&#8217;arte della dimenticanza</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/dscf3549.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12497" title="dscf3549" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/dscf3549-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Io ho sempre voluto dimenticare. Il mio problema specifico è dimenticare. Ho sempre avuto molte cose da dimenticare, e questo mi ha tenuto parecchio occupato durante quarantun anni di vita. Purtroppo come tutti ho dei ricordi. Uno non sceglie di avere ricordi, perché i ricordi sono già sempre lì, nelle pieghe del presente, strani e imprevedibili flussi che ci allontanano dagli oggetti e dalle persone che ci stanno più vicine. Ci sono molti più ricordi che oggetti reali: il mondo ne è infestato. Sottrarsi al ricordo è un lavoro, ma diventa alla fine un&#8217;abitudine, uno splendido e inquietante automatismo. Uno comincia come me, con dei ricordi precisi di cui vuole dimenticarsi. Un bel po&#8217; di ricordi, innanzitutto dei ricordi d&#8217;infanzia. Uno può aver passato un&#8217;infanzia infernale. Anche solo parzialmente infernale. L&#8217;infanzia non va mai liscia, non è per nulla un periodo facile, ma delle volte può essere il peggiore periodo che ad un essere umano capiti di vivere.<br />
<span id="more-12491"></span><br />
La mia infanzia è stata solo parzialmente infernale: più che con genitori amorosi ho avuto a che fare con pazzi sadici. Non sempre, per carità. Infatti non posso dire che l&#8217;infanzia sia stato un perfetto inferno. Ci sono ampie zone amene, alcune davvero luminose, piene di gioia e anche di amore. Ciò non toglie che il mio compito principale sia stato quello di distruggere grandi quantità di ricordi risalenti a quel periodo. Bisogna subito precisare una cosa. C&#8217;è una parola tecnica che descrive questo tipo di strage: “rimozione”. Questa bella parola, però, non copre l&#8217;intera esperienza di colui che deve sbarazzarsi dei ricordi. La “rimozione” sembra evocare una sorta di pio meccanismo, che in modo automatico e in un batter d&#8217;occhio inabissi nel nulla qualche zona infernale del nostro passato. Posto che ognuno possa usufruire di una certa dose di rimozione, rimane sempre una quantità di ricordi che si devono cancellare in modo consapevole e con una certa fatica. Questa cancellazione volontaria si chiama dimenticanza. Dimenticare è un&#8217;azione attiva, implica sforzo, esercizio, talento. Il problema di chi voglia dimenticare un&#8217;infanzia parzialmente infernale, ad esempio, è quello poi della difficoltà della scelta. Quando uno si abitua a dimenticare, ossia diventa abile nel respingere tutta quella pullulante massa di ricordi che sorge ad ogni istante, incontra poi seri problemi nel selezionare ricordi “buoni” per conservarli. Per chi si esercita nell&#8217;arte di dimenticare, in definitiva non esistono ricordi buoni.</p>
<p>La memoria rappresenta un deposito caotico dove ricordi orribili e radiosi sono sempre inestricabilmente legati tra loro. Per questo motivo, dimenticare significa dimenticare tutto. Per questo motivo, io non ho quasi ricordi dei miei quarantun anni di vita. Ho fissato alcuni immobili scenari ed episodi del passato più lontano, ma degli eventi che sono venuti dopo non ho quasi ritenuto nulla. La mia memoria sono i miei amici, sono le donne che ho amato. Una memoria che mi guardo bene dal consultare, anche solo perché avrei vergogna di farlo. Chi si ricorda tutto ha sempre buone ragioni per vergognarsi di fronte a sé, ma chi dimentica tutto si vergogna di fronte agli altri, amici ed amori, per la sua incapacità di condividere pezzi di passato. Vi è un biasimo costante nei confronti di colui che dimentica episodi divertenti e pittoreschi di un&#8217;amicizia, per non parlare di dimenticanze che riguardano eventi dell&#8217;intimità amorosa. Ma quando l&#8217;arte della dimenticanza è stata appresa in tenera età e poi praticata con sempre maggiore dimestichezza, è davvero difficile pensare di invertire la rotta. Togliersi da dosso i ricordi, neutralizzarli, renderli innocui, vaghi, fumosi, imprecisi, quasi impercepibili, questi sono gli obbiettivi che una persona come me si pone. E questo avviene in particolar modo per ciò che riguarda i ricordi dell&#8217;amore passato, degli amori passati. In questo caso bisogna essere drastici: la nostalgia infatti è un&#8217;esperienza assolutamente deleteria e detestabile. Non c&#8217;è nulla di più velenoso, di più insano della nostalgia. Questa tensione ad abitare il passato, a vivere in esso, a preferire la sua dimensione irreale ed onirica alla noia e agli urti del tempo presente, io la giudico un&#8217;attitudine malsana. Forse questo rifiutarmi alla nostalgia nasce dal fatto che i ricordi, quando s&#8217;impossessano di me, i ricordi di un amore in particolar modo, rischiano di uccidermi. La nostalgia è un tipo di esperienza che non posso permettermi: essa mi consumerebbe, produrrebbe dolori morali tali da ricadere disastrosamente sul mio fisico. La nostalgia vissuta, coltivata, profusa, mi porterebbe in poco tempo a stati di paralisi e di cecità. Di questo sono assolutamente convinto.</p>
<p>Dimenticare tutto è comunque una condanna. La vita senza ricordi è una vita a due dimensioni. È una sfera angusta, priva di spessore e profondità, un cammino per corridoi in ombra, dove si scorgono solo gli oggetti contro cui si finisce per sbattere. Vivere senza ricordi significa spostare l&#8217;irrealtà del passato nell&#8217;irrealtà del futuro. Ma il passato, per irreale che sia, ha una densità di colori, suoni, odori. Il futuro è invece un orizzonte esangue, in cui evolvono profili accennati, lungo scenari astratti, di un bianco ospedaliero e burocratico. Chi dimentica sempre di continuo dissangua la propria vita, ha poca identità, è l&#8217;ombra di qualcuno, un&#8217;ipotesi che ogni volta dovrà essere verificata nei giorni, nelle ore a venire. Quando si rende conto di questo, il campione della dimenticanza, lo sterminatore di ricordi, il gran talento del nulla alle spalle, sente l&#8217;esigenza di correre ai ripari. È spesso così che nascono le ossessioni per la scrittura. La pagina scritta diventa il luogo in cui intrappolare qualcosa del proprio presente. Non si scrive infatti al passato, ma solo al presente. Non si collezionano evocazioni nostalgiche, racconti retrospettivi, restauri di magnifici o terribili eventi. Si cerca di dare consistenza al presente, a quel cerchio ristretto che getta una luce su cose e persone sempre prossime ad essere dimenticate, a sparire. La scrittura qui non cerca le cose e le persone, una volta che esse sono diventate ricordo, e ci raggiungono dal passato, in modo sempre imprevedibile e secondo un ritardo variabile. Qui chi scrive acciuffa sopratutto quanto rimane al margine degli eventi e delle situazioni, ossia ciò che non diventerà materia di ricordo, e che di conseguenza non subirà la cancellazione per volontaria dimenticanza.<br />
<strong><br />
Georges Perec</strong> ha parlato di questo nesso tra oblio e scrittura. Ma lo ha fatto in modo ancora ingenuo. Perec era uno a cui la rimozione non bastava. Perec era uno che aveva un&#8217;infanzia parzialmente infernale da dimenticare (entrambi i genitori morti durante la seconda guerra mondiale, il padre al fronte e la madre ad Auschwitz). Perec era un gran talento della dimenticanza. Talentuoso a tal punto, da ignorare che la dimenticanza era un suo prodotto, l&#8217;effetto di una sua arte, e non una necessità imposta da un destino avverso. In un testo del 1977, intitolato <em>Les lieux d&#8217;une ruse</em>, Perec tocca direttamente la questione della scrittura intesa come barriera contro l&#8217;oblio. E scrive:</p>
<p>“E nello stesso tempo s&#8217;instaurò come un fallimento della memoria: ho cominciato ad avere paura di dimenticare, come se, a meno di registrare tutto, non riuscissi a trattenere nulla della vita che fuggiva. Ogni sera, scrupolosamente, con una coscienza maniacale, presi a scrivere una specie di diario: era tutto il contrario di un diario intimo; non vi consegnavo che ciò che mi era accaduto di «oggettivo»: l&#8217;ora del risveglio, l&#8217;uso del tempo, gli spostamenti, le compere, il progresso – valutato in righe o pagine – del mio lavoro, le persone che avevo incontrato o semplicemente visto, il dettaglio dei pasti che facevo la sera in questo o quel ristorante, le letture, i dischi che avevo ascoltato, i film che avevo visto, ecc. Questo panico di perdere le mie tracce s&#8217;accompagnò con il furore di conservare e di classificare.&#8221; [Traduzione mia, da <em>Penser/Classer</em>, Seuil, 2003].</p>
<p>Il fallimento della memoria è in realtà un successo nell&#8217;arte della dimenticanza. Ma questo successo atterrisce: rende l&#8217;esistenza un&#8217;esperienza puntuale, minore, evanescente. Da qui il salvataggio non attraverso la memoria, che ormai è stata bandita, ma attraverso la registrazione di ciò che non è memorabile: le ore del risveglio, i menu delle cene ordinarie, gli acquisti giornalieri, ecc. Ma è in questo modo che nasce una “seconda memoria”, una memoria di quello che <strong>Paul Virilio</strong> (compagno di strada di Perec) chiamava l&#8217;<em>infraordinario</em>, ossia ciò che si trova tra gli eventi che richiamano la nostra attenzione e il nostro interesse narrativo. Questa “seconda memoria” non può che essere un prodotto della scrittura, suo prolungamento spontaneo. “Interrogare ciò che sembra aver cessato per sempre di stupirci”, scrive in un&#8217;altra occasione Perec.</p>
<p>Oggi 16 ottobre, verso le 18.30 in via Volturno a Milano, vedo per il secondo giorno consecutivo centinaia di uccelli fermi a cinguettare sul braccio orizzontale di un&#8217;immensa gru rossa. Sciami di altri uccelli creano forme fluide nel cielo come nubi d&#8217;atomi che si aggregano e si disfano. Anche i due carrozzieri siciliani sono usciti sulla soglia dell&#8217;officina a guardare questo spettacolo. Ho buttato via un portachiavi rettangolare e lungo, in finta pelle. Era diventato di un verde slavato, come quello di una rana schiacciata sull&#8217;asfalto. Ne ho comprato uno nuovo da 15 euro (color nero, vera pelle). Sembra meno interessante, e ha un “v” impressa su uno dei risvolti. Altre cose sono successe e stanno accadendo, cose forse memorabili, eventi più importanti, che si preparano a bagnarsi nella sostanza onirica del ricordo, ma la “seconda memoria”, quella esclusivamente scritta, è interessata ad altro, a tutto quanto non ha sufficiente forza per foggiare un aneddoto.</p>
<p>(Questo articolo è stato scritto per il numero 20 del novembre 2008  di <strong>Qui. Appunti dal presente</strong>, <a href="http://www.quiappuntidalpresente.it/">www.quiappuntidalpresente.it/</a>)</p>
<p><em>[Immagine di A. I.]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/larte-della-dimenticanza/">L&#8217;arte della dimenticanza</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" alt="" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
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<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Noi, buoni a nulla</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 11:43:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto-viadotto.jpg"></a></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p align="right">Barberino di Mugello, 3 ottobre 2008</p>
<p align="justify">Sono stata a luglio e settembre 2008, nei tre campi base dei cantieri della Variante di Valico di Barberino di Mugello, per una ricerca condotta dall’Asl 10 di Firenze sulla sicurezza, sui disturbi psicofisici del lavoro a turni, sul mobbing, sull’uso di sostanze.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/03/noi-buoni-a-nulla/">Noi, buoni a nulla</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto-viadotto.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9158 aligncenter" title="foto-viadotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto-viadotto-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p align="right">Barberino di Mugello, 3 ottobre 2008</p>
<p align="justify">Sono stata a luglio e settembre 2008, nei tre campi base dei cantieri della Variante di Valico di Barberino di Mugello, per una ricerca condotta dall’Asl 10 di Firenze sulla sicurezza, sui disturbi psicofisici del lavoro a turni, sul mobbing, sull’uso di sostanze. Mi avevano chiamata perché sette anni fa feci una tesi sui lavoratori della Tav, sul loro rapporto con la comunità locale e quindi avevo esperienza come ricercatrice sociale o come &#8220;ragazza dei questionari&#8221;, come mi chiamavano i lavoratori.</p>
<p>Ieri tre operai sono precipitati da un pilastro del viadotto dell’A1, lotto 13 della Variante di Valico proprio a Barberino. Due erano della ditta Toto e uno di una ditta subappaltatrice. A casa ho la lista dei loro nomi, a fianco mettevo una X e la data quando mi restituivano il questionario, solo per fare i conti di quanti li compilavano, perché poi le loro risposte erano anonime.</p>
<p>Quando ieri mi hanno chiamato al telefono per chiedere a me cosa fosse successo e io non ne sapevo nulla, ho rivisto le facce dei lavoratori quando salgono a squadre sui furgoni e ti salutano dal finestrino. Ho pensato a quell’elenco, ho pensato al mio paese, ho pensato alle imprese e ai sindacati, ho pensato al mio lavoro. Ho pensato che tutti quanti siamo dei buoni a nulla. <span id="more-9157"></span></p>
<p>Il campo base della ditta Toto si trova dentro al cantiere. Quando ci sono stata la prima volta ho faticato a crederlo: come è possibile permettere che i lavoratori mangino, dormano, vivano sotto l’imbocco della galleria 24 ore su 24 nella polvere, nel rumore, nel lavoro nel 2008? Ho avuto subito la percezione che fosse peggio dei cantieri dell’Alta Velocità: se credevo che i cantieri della Tav fossero il punto di partenza per migliorare, mi ero sbagliata. Qua si torna indietro, si perdono diritti come cadono le foglie d’autunno, solo che poi i rami seccano e non nasce più niente.</p>
<p>Le ditte che hanno in appalto i lavori sono BTP (Baldassini Tognozzi Pontello), Todini e Toto. Per l’Alta velocità il committente era unico, il CAVET (Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana). Sebbene per entrambe le opere ci siano miriade di subappalti, è chiaro che la frammentazione dei lavori in lotti e conseguenti ditte, rende più difficile anche una gestione unitaria della sicurezza: occorrono più controlli, si ha a che fare con più responsabili e con organizzazioni diverse.</p>
<p>La Variante di Valico è un’opera ritenuta ormai necessaria da tutti, non ha opposizione dalle forze politiche, non c’è conflitto intorno al progetto per cui non ci sono riflettori accesi, discussioni, informazione. Sull’Alta velocità non era così, soprattutto all’inizio dei lavori. Difatti, col proseguire dell’opera e l’attenzione diminuita, i turni sono peggiorati, la frammentazione del lavoro in subappalti cresciuta e le morti pure.</p>
<p>I lavoratori dell’Alta Velocità facevano turni che già ritenevo durissimi: il cosiddetto quarto turno con 6 giorni di lavoro e uno di riposo, 6 giorni di lavoro e due di riposo, 6 giorni di lavoro e tre di riposo, facendo così 48 a settimana in galleria. Già dal primo giorno di distribuzione dei questionari sulla variante di valico, ho capito che i turni qua erano ancora più duri: i lavoratori mi hanno parlato di 11, 12, 13 ore nei cantieri come orari &#8220;normali&#8221;. Alle 14 a mensa aspettavo le squadre dei turnisti che dovevano smontare. Non ne ho mai vista arrivare una. Nel questionario si chiede quante ore di lavoro fai mediamente al mese di straordinari. Alcuni lavoratori mi guardavano ridendo: la verità? Io li esortavo dicendo loro che il questionario era anonimo. Mi scrivevano 40, 50, 60 ore. Qualcuno mi ha confessato che oltre alla ditta dell’appalto lavora anche per la ditta in subappalto a nero e allora lì le ore si fa fatica anche a contarle.</p>
<p>Ho trovato lavoratori sempre più cinici, rassegnati e con uno sguardo crudo: cosa ci fai tu qui? Sicurezza? Un questionario a cosa può servire? E poi perché chiedete degli straordinari? Gli straordinari sono una cosa nostra, che c’entra con la sicurezza? Oppure: devi lavorare, se io riempio il questionario e dico la verità, poi che mi succede? Che la mia famiglia poi non mangia? Veniamo da paesi che di lavoro non ce n’è, almeno che non lavori per la mafia, quindi ci dobbiamo lamentare?</p>
<p>Ho trovato lavoratori sempre più nomadi e precari: lavorano per l’opera e poi alla ricerca di un altro cantiere. Lavoratori per la stragrande maggioranza dal Meridione e questo come alla TAV. &#8220;Sai di dove sono io? Sicuramente dalle mie parti non ci sei stata?&#8221; e io: &#8220;Perché?&#8221; e lui: &#8220;Sono di Casal di Principe, capisci?&#8221; e poi aggiungeva &#8220;A casa ho lasciato la mia famiglia. Non ho un figlio, ho una preoccupazione&#8221;</p>
<p>Compilavano il questionario forse più per sollecitazione della ditta, che noi sollecitavamo ogni volta, che non per l’interesse sulle conseguenze dei turni, sulle sopraffazioni dei capi, sull’abuso di alcol, sull’isolamento nei campi lontani da casa, dalle famiglie e dai paesi. Perché ieri mi chiedevo anche questo: io sono di Barberino, sono toscana, gli operai morti sono due calabresi e un campano. Di chi sono? Il lutto lo esprimono tutti, ma poi sarà delle loro famiglie e nient’altro. A Barberino non li conosceva nessuno o forse li hanno visti passare nei furgoni, in Piazza per un caffè, con quel loro accento di fuori, per qualche minuto. E quando tornano a casa, sono forse dei loro paesi? Non più, se ne vanno, perdono le radici, perdono territorialità e con questo le difese, familiari, sociali, politiche, di solidarietà. Anche questo c’entra con l’organizzazione del lavoro e con la sicurezza. E dopo la Tav che aveva fallito l’integrazione, non abbiamo imparato nulla per accoglierli, per andare a vedere chi fossero e di cosa avevano bisogno. Un lavoratore mi ha ringraziato tre volte perché gli ho dato indicazioni per dove andare in piscina, dopo il turno.</p>
<p>Quando eravamo un’infermiera e io a far compilare i questionari, ogni tanto arrivavano i funzionari dei sindacati. A volte erano gli stessi che venivano nei campi base della TAV, spesso ho dovuto io salutarli per ricordare loro chi fossi. Che ero di nuovo in giro nei cantieri, che poi ci avrei scritto, studiato, forse dava fastidio. Qualcuno so che ha fatto carriera, è passato di grado, nel sindacato, ma ho visto anche loro più spenti, grigi, senza nessun bagliore di conflitto, come fosse una cosa di cui vergognarsi e non una pratica di conquista, di messa in discussione del sistema. Un solo sindacalista mi parlava volentieri, mi ha detto che la sua organizzazione sindacale lo ha relegato nei cantieri perché dava fastidio da altre parti, era lì come una sorta di punizione. Lui è quello che ho visto più presente, che mi raccontava quello che vedeva, che ci provava, ecco, a difenderli quei lavoratori. Il resto un gran vuoto, tanta polvere e occhi nudi. Perché i lavoratori ti guardano come i bambini: non hanno timori a fissarti, quando arrivi, quando parli loro, quando gli dai una penna in mano, quando gli spieghi del questionario, quando ti raccontano il loro lavoro. Bisognerebbe trovare noi (tutti: ASL, sindacati, amministratori, politici, ricercatori, scrittori, altri lavoratori, cittadini) lo stesso coraggio di ricominciare a guardarli in faccia. Quando gli occhi sono stanchi, arrossati, brillanti, non quando sono spenti. Non quando sono morti. Altrimenti loro continueranno a lavorare e morire e noi a rimanere quello che siamo, buoni a nulla.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><font face="Arial" size="2"></font><font face="Arial" size="2"><span lang="IT"> </p>
<p></span></font></span><font face="Arial" size="2"></font></span></span></p>
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