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	<title>Nazione Indiana &#187; scuola</title>
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		<title>La pagina che non c&#8217;era</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 12:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Riparte il concorso nazionale di scrittura creativa <em>La pagina che non c&#8217;era</em>, organizzato dall’Istituto Statale Superiore “Pitagora” di Pozzuoli per gli alunni delle scuole superiori.</p>
<p>Gli scrittori proposti per la II edizione del premio sono Viola Di Grado, <em>Settanta acrilico e trenta lana</em>, edizioni E/O, Andrej Longo, <em>Lu campu di girasoli</em>, Adelphi, Marco Malvaldi, <em>La briscola in cinque</em>, Sellerio, Antonio Scurati, <em>La seconda mezzanotte</em>, Bompiani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/la-pagina-che-non-cera/">La pagina che non c&#8217;era</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riparte il concorso nazionale di scrittura creativa <em>La pagina che non c&#8217;era</em>, organizzato dall’Istituto Statale Superiore “Pitagora” di Pozzuoli per gli alunni delle scuole superiori.</p>
<p>Gli scrittori proposti per la II edizione del premio sono Viola Di Grado, <em>Settanta acrilico e trenta lana</em>, edizioni E/O, Andrej Longo, <em>Lu campu di girasoli</em>, Adelphi, Marco Malvaldi, <em>La briscola in cinque</em>, Sellerio, Antonio Scurati, <em>La seconda mezzanotte</em>, Bompiani.</p>
<p>L’idea guida del progetto è quella di riunire intorno ai libri i ragazzi spesso distanti dalla pagina scritta, superando la loro naturale diffidenza nei confronti dell’ ”atto della lettura” con un gioco letterario.<span id="more-40883"></span></p>
<p>Il concorso prevede che gli studenti leggano i romanzi dei quattro autori proposti, scelgano il “libro preferito” e aggiungano una pagina, quella che non c’era, in un punto qualsiasi del testo scelto, imitando lo stile dello scrittore e mimetizzandosi nella sua opera.</p>
<p><strong>Nel mese di febbraio si terrà presso l’Istituto “Pitagora” di Pozzuoli un festival della letteratura giovane</strong><strong>, </strong>che ospiterà i quattro scrittori, gli studenti e quanti vorranno partecipare per riflettere sui romanzi proposti e la loro gestazione.</p>
<p>Infine, la premiazione delle “pagine” più belle avverrà nella prima settimana di giugno alla presenza degli autori in una sala messa a disposizione dal Comune di Napoli che ha patrocinato l’iniziativa.</p>
<p>Per Informazioni:</p>
<p><a href="http://www.lapaginachenoncera.it/"><strong>www.lapaginachenoncera.it</strong></a> e il gruppo Facebook “La pagina che non c’era”,concepiti come spazi liberi e aperti agli interventi e ai contributi di tutte le scuole aderenti al progetto.</p>
<p><strong>Scarica il bando del concorso sul sito</strong> <a href="http://www.istitutostatalepitagora.it/"><strong>www.istitutostatalepitagora.it</strong></a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/la-pagina-che-non-cera/">La pagina che non c&#8217;era</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>stati d’animo</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 08:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gli addii]]></category>
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		<category><![CDATA[umberto boccioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gli-addii.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-vanno.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-restano.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Paola Lodola</strong></p>
<p>- Questi tre quadri che vedete sono tutti dello stesso pittore. È un pittore italiano e si chiama Umberto Boccioni. Non sono realistici come quelli di prima con i contadini.</p>
<p>La lavagna luminosa su cui un minuto fa era proiettato <em>Quarto Stato</em>, ora è divisa in quattro rettangoli: tre sono occupati dalla serie degli Stati d’animo che vedremo la settimana prossima al Museo del Novecento, il quarto dai titoli, tutti mischiati, scritti in grande.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/stati-d%e2%80%99animo-quelli-che-tornano/">stati d’animo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gli-addii.jpg"><img class="size-medium wp-image-40262 aligncenter" title="gli addii" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gli-addii-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-vanno.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40263" title="quelli che vanno" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-vanno-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-restano.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40264" title="quelli che restano" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/quelli-che-restano-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a></p>
<p>di <strong>Paola Lodola</strong></p>
<p>- Questi tre quadri che vedete sono tutti dello stesso pittore. È un pittore italiano e si chiama Umberto Boccioni. Non sono realistici come quelli di prima con i contadini.</p>
<p>La lavagna luminosa su cui un minuto fa era proiettato <em>Quarto Stato</em>, ora è divisa in quattro rettangoli: tre sono occupati dalla serie degli Stati d’animo che vedremo la settimana prossima al Museo del Novecento, il quarto dai titoli, tutti mischiati, scritti in grande.<br />
<span id="more-40261"></span><br />
- Ma non si capisce niente &#8211; dicono in molti.<br />
- Questi sono dipinti in modo un po’ strano. Boccioni dipingeva le persone e i posti in modo diverso da come sono.<br />
- Perché?<br />
- Per farci vedere cose che normalmente non vediamo, ma esistono in un certo senso. Questi quadri servono per farci vedere gli stati d’animo.<br />
- Cosa?<br />
- Per farci vedere quello che succede dentro di noi in certi momenti della vita.<br />
- Non capisco cos’è. Sono tutte righe.<br />
- Ma vi sembrano uguali?<br />
- Cosa?<br />
- I quadri, i tre quadri vi sembrano uguali?</p>
<p>- Nel primo le linee sono per così, nel secondo sono in giù e nel terzo non capisco.<br />
- Prof, sembra l’inferno.<br />
- Quale?<br />
- Il terzo soprattutto.<br />
- Sì prof, ci sono anche degli uomini.<br />
- Dove?<br />
- Là, non li vede?– Gabriel si alza di scatto compiaciuto per la propria scoperta. Appoggia una mano sul banco e l’altra la usa per indicare la lavagna e farmi vedere.<br />
- Sono lì, fra le onde, con la testa e le spalle.<br />
- Di che colore?<br />
- Neri, non vede?<br />
- Ah, sì eccoli – dico mentre mostro a tutti delle sagome, circondate da pennellate vigorose di rossi e di bianchi.<br />
- Quindi il terzo è quello che vi sembra più spaventoso, più agitato?<br />
- Sì, il terzo non è calmo. È tutto mosso.<br />
- E negli altri quadri cosa vedete?<br />
- In quello di qua ci sono degli uomini che camminano, ma piano.<br />
- Quello di qua quale? Il secondo? Questo a destra?<br />
- Sì. Sembrano morti prof. Come si chiamano?<br />
- Zombi?<br />
- Sì.<br />
- E il colore? Di che colore è questo quadro secondo voi?<br />
- Verde.<br />
- Verde acceso?<br />
- No, verde grigio.<br />
- E il primo vi piace?<br />
- Il primo non si capisce niente.<br />
- Prof, ci sono delle case.<br />
- Dove?<br />
- Là, in alto, le vede?<br />
- Sì, le vedo. E le righe in questo come vi sembrano?<br />
- Vanno in là, come si dice?<br />
- Orizzontali.<br />
- Ecco, orizzontali. E poi questo è più colorato, più allegro, vero prof?<br />
- Io non vedo niente – dice Nourdine.<br />
- Ma le case non le vedi? – gli chiede brusco Luis.<br />
- No.<br />
- Ma sono là! – gli urlano in due o tre.<br />
- Adesso leggete i titoli dei quadri. Sono questi tre scritti in basso a destra.<br />
Mical, con la sua voce squillante attacca &#8211; <em>Gli addii</em>, <em>Quelli che vanno</em>, <em>Quelli che restano</em>.<br />
- Ora dovete mettere ogni titolo al quadro giusto.<br />
- Cosa vuol dire “Gli addii”? – chiede Tamer.<br />
- Nessuno lo sa?<br />
- Addio. Per salutare uno per sempre – dice svelto Juan Carlos<br />
- Sì. Quando due persone che si vogliono bene devono salutarsi, e sanno che è per tanto tempo, si dicono addio, non ciao.<br />
- <em>Gli addii</em> è il terzo, vero prof?<br />
- Perché secondo te <em>Gli addii</em> è il terzo?<br />
- Perché è un inferno.<br />
- Tutti d’accordo con Nourdine che <em>Gli addii</em> è il terzo?<br />
- Sì – conferma qualcuno.<br />
- E dove sono secondo voi?<br />
- Come dove sono?<br />
- Dove sono quando queste persone si salutano? Dove si trovano?<br />
- È l’inferno.<br />
- Sì, è l’inferno Mical, perché gli addii sono terribili ma dove sono? Non sono in un posto preciso secondo voi? per strada, alla stazione, in casa?<br />
- Ah, ma non sono morti?<br />
- Gabriel no, non sono morti.<br />
- Ma non si vede un posto.<br />
- Lo so, ma immaginate.<br />
- Forse sono nel mare. No no, aspetta. Qui ci sono due macchine vecchie. Ma dove sono prof?<br />
- Non capisco neanch’io. Forse stanno correndo per prendere il treno o il pullman.<br />
- Perché sono tanti che partono.<br />
- Okey. Questo è <em>Gli addii</em> in ogni caso. Adesso resta da capire qual è <em>Quelli che restano</em> e qual è <em>Quelli che vanno</em>.<br />
- Facile. <em>Quelli che restano</em> è il primo che è più allegro.<br />
- Sì, prof è quello più bello. Invece quelli che vanno sono tristi e camminano piano perché sono tristi che devono andare via.<br />
- Tutti d’accordo?<br />
- Io sì. Se uno deve andare via è triste e cammina così.<br />
- Ma non pensate che magari uno scelga di andare via, perché gli piace cambiare. La sua vita gli sembra più allegra e colorata se può cambiare qualcosa, non vi pare?<br />
- Ma chi è che va via contento?<br />
- Se uno non è contento dove abita e vuole cambiare città, quando finalmente può partire è contento. Prende il treno per partire e vede dal finestrino le città che passano con tutto il vento davanti che è il vento del treno.<br />
- Ah, ho capito – dice Martina contenta – e le righe orizzontali sono le righe del vento?<br />
- Sì, forse. Non vi sembra bello?<br />
- No. A me no. Se uno può stare nel suo paese è contento, ha tanti amici, fa le feste, va al mare. È più bello, con quei colori che ci sono lì, della festa. Se uno deve partire poi è sempre da solo, non ha nessuno che conosce, cammina piano perché non sa dove andare o sta sempre a casa.<br />
- Sì, come noi qui.<br />
- Voi state sempre a casa?<br />
- Sì prof. Noi usciamo solo per venire a scuola. Altri posti non ci sono dove andare.<br />
- E diventiamo tutti timidi.<br />
- Come diventate timidi?<br />
- Sì prof – dice Valerya – qui noi siamo timidi. Ma prima non eravamo così.<br />
- All’inizio è difficile ma poi vedrete che sarà anche interessante stare qui. Vi farete degli amici.<br />
- Interessante non è.<br />
- Da cinque mesi sono qui e non ho conosciuto nessuno fuori da scuola.<br />
- Ma quando farete un’altra scuola o lavorerete andrà meglio.<br />
- Allora qual è titolo per il primo quadro? – chiede Chao Jing che non riesce a seguire bene tutta la discussione.<br />
- Il titolo giusto del primo quadro è Quelli che vanno e del secondo è <em>Quelli che restano</em>.<br />
- Secondo me è sbagliato – protesta Christian – per me è il contrario.<br />
- Va bene. Mettete il titolo che volete. Boccioni ha dipinto questi quadri cento anni fa e cento anni fa prendere il treno o l’aereo, viaggiare veloce, cambiare città vedere altri posti, che non poteva vedere in televisione, gli sembrava bello, allegro.<br />
- Però non è sempre così.<br />
- Solo se vai in un posto bello, con soldi, la famiglia e tutto, allora è bello.<br />
- Se decidi.<br />
- Sì, se decidi tu è bello. E sai che quando vuoi puoi tornare.<br />
- Non c’è il quadro con Quelli che tornano?<br />
- No Antony, non c’è.<br />
- Perché?<br />
- Non lo so. Forse perché Boccioni era interessato al futuro e pensava che si dovesse andare, andare e non tornare mai.<br />
- Perché?<br />
- Perché quando viveva lui si vedevano le prime macchine in Italia, la luce elettrica, i treni, il futuro. Quando ci sono tante novità tecnologiche si pensa al futuro come un cammino sempre dritto, senza ritorni. Non lo so perché non lo ha dipinto. Ma voi come immaginate il quadro di Quelli che tornano?<br />
- Io bellissimo, di festa – urla contenta Mical.<br />
- Potreste farlo voi. Martedì, quando fate arte, potreste dipingere il vostro quadro con Quelli che tornano.<br />
- Con le righe orizzontali o verticali?<br />
- Come volete.<br />
- Secondo me ci vogliono questi – dice Juan Carlos muovendo una matita nell’aria.<br />
- Dei cerchi?<br />
- Sì, dei cerchi per far vedere il ritorno. E per gli abbracci tambien.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/stati-d%e2%80%99animo-quelli-che-tornano/">stati d’animo</a></p>
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		<title>un test di italiano per la carta di soggiorno europea. A scuola.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/08/un-test-di-italiano-per-la-carta-di-soggiorno-europea-a-scuola/</link>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 09:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/immigrazione.jpg"></a><br />
di <strong>Paola Lodola</strong></p>
<p>Il test è fissato per le 14.30. I lettore cd è pronto, le fotocopie delle prove pure. Ci abbiamo lavorato tanto perché fossero ragionevoli, non contenessero inghippi e non generassero equivoci. Nell’aula che ospiterà i candidati la bidella ha disposto i tavoli in assetto da prova d’esame: tutti staccati, come quando ci sono gli esami di terza media.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/08/un-test-di-italiano-per-la-carta-di-soggiorno-europea-a-scuola/">un test di italiano per la carta di soggiorno europea. A scuola.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/immigrazione.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-38684" title="immigrazione" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/immigrazione.jpg" alt="" width="255" height="290" /></a><br />
di <strong>Paola Lodola</strong></p>
<p>Il test è fissato per le 14.30. I lettore cd è pronto, le fotocopie delle prove pure. Ci abbiamo lavorato tanto perché fossero ragionevoli, non contenessero inghippi e non generassero equivoci. Nell’aula che ospiterà i candidati la bidella ha disposto i tavoli in assetto da prova d’esame: tutti staccati, come quando ci sono gli esami di terza media. Deve averglielo suggerito il coordinatore stamattina. Alle 14.25 i candidati presenti sono sette e comincio a prendere nota dei documenti. Due sono marito e moglie e hanno con sé tre figli piccoli. Mentre faccio firmare il foglio di presenza, arrivano preside e vicepreside. L’occasione è speciale. La nostra scuola è fra quelle incaricate dalla Prefettura di sottoporre a un test di italiano coloro che hanno richiesto la carta di soggiorno europea, quella a tempo indeterminato, che tutela per sempre dal rischio di ripiombare nella clandestinità. Ottenere questa carta comporta vantaggi importanti: per esempio perdere il lavoro senza perdere il permesso di soggiorno, non dover fare code per il rinnovo e accedere a una serie di provvigioni.<br />
<span id="more-38683"></span><br />
Per richiedere la carta di soggiorno di lungo periodo questi signori hanno aspettato cinque anni, hanno dimostrato di avere un reddito congruo, una casa idonea, nessuna pendenza giudiziaria e ora sono qui, chiamati a dimostrare di “possedere un livello di conoscenza della lingua italiana che consente di comprendere frasi ed espressioni di uso frequente in ambiti correnti, in corrispondenza al livello A2 del Quadro comune di riferimento europeo per la conoscenza delle lingue ”. Come prevede l’articolo 2 del Decreto ministeriale del 4 giugno 2010.</p>
<p>L’elenco degli esaminandi ci è arrivato giovedì scorso. Sono ventidue. Non ne conosciamo nessuno. Alle 14.40 i candidati presenti sono sempre sette. Per ammazzare il tempo la Preside chiede il nome a ciascuno e prova a ripeterlo. Alla fine informa che i bambini non possono stare in aula durante l’esame e mi guarda con occhi interrogativi indicando l’orologio che ha al polso. Suggerisco di aspettare ancora perché la scuola ha due entrate molto distanti l’una dall’altra, e per giunta siamo senza numero civico.<br />
- La prossima volta dobbiamo mettere dei cartelli sul cancello che guidino nel percorso &#8211; suggerisce.<br />
Giusto, non ci avevo pensato.</p>
<p>Mentre Loredana, impegnata come me nei test, cerca di imbastire una conversazione con i candidati che, irrigiditi dall’ansia, riescono solo a risponderle a monosillabi, io esco in strada sperando di intercettare chi magari non trova l’entrata, ma niente. Alle tre e un quarto torno dentro. La preside è dovuta andar via. Alcuni candidati ci invitano timidamente a cominciare perché al lavoro hanno chiesto un permesso e hanno paura di far tardi. Allora cominciamo. Con il fascicolo delle prove in mano, diamo le istruzioni per l’esame: ci saranno due registrazioni da ascoltare e delle domande a cui rispondere scegliendo fra tre possibilità per ciascuna domanda. Poi bisogna leggere due testi (350 parole in tutto) e segnare se le cinque frasi scritte sotto ciascun testo sono vere o false. Infine dovranno scrivere 30 parole per raccontare cosa fanno di solito durante la giornata. Tempo a disposizione: un’ora. Quando stiamo per accendere il lettore cd entrano di corsa due signori. Hanno il fiatone e ci impiegano un po’ a ritrovare le forze per presentarsi. Sono marito e moglie e il datore di lavoro di lei non la lasciava uscire perché c’era ancora da fare in magazzino. Lui con la macchina l’ha aspettata. Quando i candidati capiscono che il test è alla loro portata e che se giriamo fra i tavoli è per chiarire dei dubbi e non per vigilare, sembrano tranquillizzarsi. L’unica ancora in tensione è la signora egiziana i cui tre figli aspettano nell’aula accanto. Legge e scrive poco. Per fortuna i testi che abbiamo preparato sono pieni di numeri: prezzi, orari, numeri di telefono e disegni. Dunque, un po’ incoraggiata, riesce a fare anche lei quasi tutto. In prima fila c’è una signora nigeriana che per descrivere la sua giornata ha riempito due pagine, i due peruviani stanno facendo lo stesso, il ragazzo cinese si è limitato alle 30 parole ma non ha fatto neanche uno sbaglio. Anche il testo dei due bengalesi è quasi finito. Gli lancio un’occhiata e riconosco la grafia un po’ retrò dei miei corsisti del Bangladesh. Ora che ci faccio caso anche i due albanesi arrivati per ultimi sono in ambasce. Non mi ero curata di loro perché parlavano svelto e bene, ma evidentemente il problema è la scrittura. Mi avvicino un po’ e capisco che non è neanche la scrittura il punto, ma il test in sé. Il problema è la mancanza di dimestichezza con un questionario che prevede risposte vere o false e soluzioni da trovare in un elenco. Ci avevamo riflettuto tanto quando abbiamo preparato le prove: meglio far scrivere la risposta o far barrare? Meglio domande aperte o un vero e falso da compilare? “Meglio barrare e far scrivere il meno possibile”. Ma ora vedo che per loro sarebbe stato più naturale scrivere la risposta alla domanda e non doverla cercare in un elenco, (cosa che avrebbe invece paralizzato la signora egiziana). Hanno dita piene di calli, screpolature, tagli, arrossamenti. Raramente ho visto mani ridotte così. Pensando a cosa sto facendo in quest’aula mi vergogno come mai mi era successo nella vita.</p>
<p>Alle sei Loredana e io cominciamo la correzione. I testi raccontano giornate di lavoro e domeniche tranquille. Il punteggio richiesto dal decreto per superare la prova lo ottengono tutti. Mentre compiliamo i verbali il malessere non mi abbandona. La decisione di far parte di questa commissione era stata sofferta. I dipendenti di un CTP di Torino avevano chiesto ai colleghi di tutta Italia di non accettare l’incarico, di mettere in pratica una sorta di obiezione di coscienza per non avvallare una legge disgustosa. Invitavano i docenti a non far svolgere l’esame presso i CTP che le prefetture avevano invece individuato come sedi per i test. Poi un giorno Monica, perplessa pure lei all’idea di svolgere le prove da noi, mi ha raccontato che una signora che incontra spesso al supermercato, in procinto di chiedere la Carta di soggiorno, le era parsa sollevata quando aveva saputo che potrà fare l&#8217;esame nella scuola in cui lavora lei.</p>
<p>Intanto i sindacati parlavano di fantomatiche scuole di lingue nate in quattro e quattr’otto, pronte a proporsi come enti certificatori. Così alla fine non ho fatto niente, ho detto va bene, e ho pensato che in fondo avrei fatto fare un test con una prova pensata da noi, senza trabocchetti e difficoltà inutili, e alla fine noi le avremmo corrette e noi le avremmo valutate. Quindi, posto che la legge c’era e la possibilità che fosse cancellata no, mi sono detta meglio i CTP che strutture nate appositamente per selezionare chi sì e chi no.<br />
Ma non lo so cosa è giusto fare.</p>
<p>Oltre a una copia dei verbali, il provveditorato ci chiedeva di inviare dei suggerimenti per le sessioni future. Noi abbiamo scritto che l’orario, le 14.30 di un martedì, non ci sembra adatto a persone con assillanti obblighi lavorativi. Pensando alla signora trattenuta in magazzino abbiamo dedotto che quello fosse il motivo delle tante assenze.</p>
<p>Il telegiornale regionale ha comunicato che a Milano su circa 600 candidati se ne sono presentati poco più di 200. Il cronista si congratulava con coloro che avevano superato la prova, “un incoraggiante 90%”, chiariva che il restate 10% avrebbe potuto ritentare una seconda volta e infine ipotizzava che le numerose assenze si dovessero al timore per una test di cui i più ignoravano le caratteristiche.<br />
Ma perché uno farebbe tutta la trafila, pagherebbe 70 euro sapendo di dover fare un esame, per poi non andare?</p>
<p>Nelle settimane successive si è capito. Dal 15 febbraio sono arrivati a scuola due o tre candidati al giorno, di quelli assenti, con il foglio della convocazione per l’8 febbraio in una busta su cui era scritta a penna l’effettiva data di recapito: 15, 16, 17 febbraio.<br />
Ma non c’è problema: i candidati potranno iscriversi di nuovo collegandosi all’apposito sito e presentarsi alla prossima sessione che la prefettura gli comunicherà.</p>
<p>Che la conoscenza dell’italiano sia necessaria per vivere in Italia lo sanno tutti gli stranieri che ci abitano. La fame di ore di scuola e di occasioni per comunicare in italiano è il tratto che accomuna tutti. Ma nei fatti può frequentare una scuola meno del 10% degli stranieri che abitano in Italia. Gli altri, quelli con orari di lavoro impossibili, con lunghe distanze da percorrere in zone poco servite dai mezzi, fanno quello che possono.</p>
<p>Imporre un esame di lingua è ingiusto, escludere una categoria di persone dalla possibilità di accedere alla carta di soggiorno e da tutti i diritti che garantisce, e farlo in nome della sicurezza, è vergognoso.</p>
<p>Questo test mette in difficoltà soprattutto due categorie di persone: chi lavora tantissimo e lontano dai centri urbani, e chi non ha frequentato la scuola, neanche nel proprio paese. Tutti si sono accorti che sono le donne egiziane, marocchine, pakistane quelle messe più in difficoltà da questa legge. Se una madre non avrà la carta di soggiorno, ciò non andrà a vantaggio della nostra sicurezza ma dei nostri bilanci. Quella donna, che fa la spesa in Italia e paga l’iva ogni volta che compra qualcosa, con un marito che lavora in Italia e in Italia paga le tasse, non potrà avere gli assegni per la maternità che le spetterebbero, neanche se suo marito la Carta di soggiorno ce l’ha.</p>
<p>Ci sono zone in Italia senza scuole di lingue e senza nemmeno una rete che dica agli stranieri dove si trovano i corsi che magari oratori e associazioni hanno messo in piedi da qualche parte.</p>
<p>In Francia quando uno straniero si presenta al municipio per i documenti, riceve l’elenco delle scuole gratuite, pubbliche o gestite da associazioni, vicine a dove andrà a risiedere, con orari, indirizzi, telefoni. In genere è un elenco lungo, che comprende le scuole della Croce Rossa e quelle degli oratori, quelle delle comunità di stranieri e delle associazioni di volontariato. Questo elenco è sempre aggiornato dai municipi che offrono il patrocinio e tengono i contatti con tutti coloro che operano sul territorio.</p>
<p>Inoltre la OFII, l’Office Français de l’immigration et de l’integration, offre agli stranieri che risiedono in Francia da un certo tempo e hanno perso il lavoro corsi gratuiti all’Alliance Française tutti i giorni, cinque ore al giorno, per quattro mesi. Le ore destinate ai corsi di italiano per stranieri nelle scuole sarà ridotto all’osso nei prossimi anni, per effetto della riforma. Un astrofisico triestino, intervistato da Alessandro Melazzini per un documentario sugli italiani a Monaco, ricordava che i primi mesi in Germania erano stati terribili. Usciva lo stretto necessario. Neppure nel giardino di casa si avventurava perché era terrorizzato all’idea che il suo vicino gli parlasse.</p>
<p>Se a questo governo stesse a cuore l’integrazione degli stranieri, con il Ministero dell’Istruzione farebbe accordi diversi da quello stretto l’11 novembre 2010, “volto a individuare le indicazioni tecnico-operative da trasmettere alle scuole coinvolte nei test”.</p>
<p>Penserebbe a come implementare la rete delle scuole, a come valorizzare quelle che ci sono. Inviterebbe le amministrazioni locali a fare altrettanto. Farebbe accordi con il direttore della Rai per destinare un paio d’ore la settimana a un corso di lingua su uno dei tanti canali televisivi disponibili. Solleciterebbe la free press, alla portata degli stranieri che si muovono sui mezzi, a dedicare una pagina al giorno all’apprendimento dell’italiano, riprendendo quella di un manuale di lingua o di un dizionario illustrato. Se a questo governo stesse a cuore l’integrazione degli stranieri il Ministro Gelmini e il Ministro Maroni bandirebbero un concorso di idee, invitando a immaginare metodi, canali, strategie per diffondere l’apprendimento dell’italiano fruttando tutti i media disponibili, a costi contenuti, anche più contenuti di quelli, assai cospicui per la verità, che la somministrazione dei test comporterà negli anni. Non chiederebbero alla scuola di esaminare e valutare ma la aiuterebbero a insegnare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/08/un-test-di-italiano-per-la-carta-di-soggiorno-europea-a-scuola/">un test di italiano per la carta di soggiorno europea. A scuola.</a></p>
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		<title>La scuola è di tutti</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 09:17:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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La scuola è di tutti. Parrebbe un&#8217;asserzione scontata, anodina, quasi innocua. Non è forse uno dei capisaldi di una democrazia? Ma siamo appunto nel pieno di un&#8217;emergenza democratica, e allora ribadire quella verità è quantomai necessario. Così come necessario è il libro di Girolamo De Michele, appunto <em>La scuola è di tutti&#8230;</em> (Minimum Fax, euro 15), che da tutti dovrebbe essere letto e meditato per comprendere tanto la portata dell&#8217;offensiva berlusconian-gelminiana alla centralità e al senso stesso dell&#8217;istituzione scolastica pubblica, quanto la necessità radicale di resistere, e i mezzi per farlo.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/la-scuola-e-di-tutti/">La scuola è di tutti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-38703" title="la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div>La scuola è di tutti. Parrebbe un&#8217;asserzione scontata, anodina, quasi innocua. Non è forse uno dei capisaldi di una democrazia? Ma siamo appunto nel pieno di un&#8217;emergenza democratica, e allora ribadire quella verità è quantomai necessario. Così come necessario è il libro di Girolamo De Michele, appunto <em>La scuola è di tutti</em> (Minimum Fax, euro 15), che da tutti dovrebbe essere letto e meditato per comprendere tanto la portata dell&#8217;offensiva berlusconian-gelminiana alla centralità e al senso stesso dell&#8217;istituzione scolastica pubblica, quanto la necessità radicale di resistere, e i mezzi per farlo. I primi a leggerlo dovrebbero essere forse i professori stessi (e lo dico per esperienza diretta), poiché questo libro fornisce una serie di strumenti per pensare il proprio ruolo, per restituirgli quel senso che l&#8217;offensiva di cui sopra tenta quotidianamente di sottrargli. <span id="more-38702"></span>De Michele, insegnante di storia e filosofia in un liceo ferrarese, argomenta su una serie di fronti per passare alla controffensiva. E&#8217; uno di quei libri insomma che auspicava Foucault, libri-bombe, vere e proprie pratiche che trovano il loro senso nell&#8217;uso. Il tutto finalizzato a dimostrare che non esiste alcuna “emergenza educativa” in Italia, come tenta di far credere la propaganda della ministra dalla penna rossa, supportata da una bella schiera di controriformisti: da un Tremonti che crede o finge di credere che “la mente è semplice” (buttando a mare le scienze cognitive e la complessità), a un Galli della Loggia che si lancia in monumentali editoriali senza sapere – come mostra benissimo De Michele – di che cosa sta parlando. E&#8217; un libro che smonta l&#8217;attacco alla scuola pubblica non solo da un punto di vista concettuale (sociale, storico, filosofico, pedagogico: e il filo rosso di una scuola che sappia sviluppare l&#8217;autonomia dello studente sorregge il pensiero di De Michele), ma anche avvalendosi di una messe di dati e statistiche. Manifestando la loro manipolazione ad opera della propaganda ministeriale. Come nel caso delle bufale dei bidelli che sono più dei carabinieri, o del 97% delle risorse che va in stipendi del personale scolastico, o del rendimento degli studenti italiani molto al di sotto della media Ocse: tutte grandi, enormi bufale che però i grandi giornali italiani hanno accettato senza fiatare. Nella realtà, in Italia si spende “percentualmente meno della media europea, e l&#8217;unico settore nel quale la spesa è più alta è il settore di eccellenza internazionale della scuola”, ovvero quella scuola primaria che la controriforma gelminiana sta provando a demolire (ma De Michele ricorda pure che il presupposto infondato di una spesa fuori controllo era stato fatto proprio anche dal Quaderno bianco del ministero Fioroni). Nella realtà, la spesa per il personale è il 73,8% della spesa complessiva dell&#8217;istruzione in Italia, contro una media europea del 79%. Nella realtà, ad abbassare la media dei livelli di apprendimento sono gli studenti delle scuole private, alle quali continuano però ad affluire sempre maggiori finanziamenti statali, a fronte di tagli sempre più drastici alla scuola pubblica. C&#8217;è da smontare allora tutto questo mefitico teatrino spettacolare messo in piedi da chi ha come obiettivo non solo dei tagli di bilancio, ma, a un livello strategico di più ampio respiro, la creazione di “manodopera specializzata e elettori manipolabili al posto di cittadini e lavoratori consapevoli dei propri diritti”. Si tratta di combattere un&#8217;idea di scuola “potenzialmente fascista”, come scrive l&#8217;autore in chiusura, ovvero una scuola fondata sull&#8217;autoritarismo, su una didattica normativa, sul nozionismo, con una funzione selettiva e – si sarebbe detto in altri tempi – di classe.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/la-scuola-e-di-tutti/">La scuola è di tutti</a></p>
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		<title>Tutta colpa di feis buk</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 06:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em> Pubblico con grande piacere questo resoconto di due insegnanti delle scuole superiori di Napoli su un&#8217;iniziativa nata spontaneamente e senza sponsor per invitare le ragazze e i ragazzi alla lettura, rendendoli parte attiva e non solo fruitori obbligati. Con l&#8217;augurio che l&#8217;idea possa continuare e crescere in tutto il paese.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/04/tutta-colpa-di-feis-buk/">Tutta colpa di feis buk</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> Pubblico con grande piacere questo resoconto di due insegnanti delle scuole superiori di Napoli su un&#8217;iniziativa nata spontaneamente e senza sponsor per invitare le ragazze e i ragazzi alla lettura, rendendoli parte attiva e non solo fruitori obbligati. Con l&#8217;augurio che l&#8217;idea possa continuare e crescere in tutto il paese. FM. </em></p>
<p>di <strong> Diana Romagnoli e Maria Laura Vanorio </strong></p>
<p>“Professorè, tutta colpa di feis buk”, con queste parole esordisce una mamma al colloquio genitori-docenti per giustificare l’insufficienza della figlia nella prova scritta di italiano. Mai nessuno ci aveva sintetizzato con tanta efficacia le critiche ai social network, colpevoli agli occhi di genitori e insegnanti, di distrarre i giovani dalla lettura e dalla scrittura, critiche tanto lapalissiane quanto diffuse, se in un recentissimo e augusto consesso di linguisti (De Mauro, Eco, Serianni) lo stesso Eco ha riportato la leggenda metropolitana dello studente che trasforma il povero Nino Bixio in Nino Biperio (D. Pappalardo, <em>La Repubblica</em>, 22/2/2011); e allora tutti contro la lingua contratta e frammentata dei messaggini della <em>texting generation</em>. Il problema naturalmente è quanto mai complesso e per non relegarci al ruolo stucchevole di collezioniste di frasi da bestiario, abbiamo deciso di rifugiarci proprio in un concorso di scrittura. <span id="more-38312"></span>È nata così l’idea di un progetto, <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=205901109423273&#038;ref=ts#!/home.php?sk=group_183321408361773"><strong><em>La pagina che non c&#8217;era</em></strong></a>, che impegnasse gli allievi nella scrittura <em>à contrainte</em>, ideato da tre insegnanti dell’Istituto Statale Superiore “Pitagora” di Pozzuoli (Na), <strong>Raffaella Bosso, Diana Romagnoli</strong> e <strong>Maria Laura Vanorio</strong> con la collaborazione di <strong>Giuseppe Girimonti Greco</strong> e finanziato grazie alla generosità di un Consiglio d’Istituto che l’ha votato insieme a tanti altri progetti educativi.<br />
Per superare la naturale diffidenza dei ragazzi nei confronti dell’ “atto della lettura”, abbiamo pensato di raccoglierli intorno ai libri ricorrendo a un gioco letterario, che consiste nel calarsi mimeticamente e fisicamente fra le pagine di un autore: nell’imparare a riconoscere in modo empirico la traccia delle diverse scritture, nell’imitarle per poi aggiungere la propria pagina, quella che non c’era, in un punto qualsiasi del libro. Per questa prima edizione del premio abbiamo scelto <em>Lo spazio bianco di <strong>Valeria Parella</strong>, Ed. Einaudi, 2008, </em><em>Zoo col semaforo </em> di <strong>Paolo Piccirillo</strong>, Ed. Nutrimenti, 2010 e <em>Bambini bonsai</em> di <strong>Paolo Zanotti</strong>, Ed. Ponte alle Grazie, 2010, e con ciascuno di questi scrittori è stato organizzato un incontro. I docenti e gli alunni hanno aderito con entusiasmo e i contatti con le diverse scuole si sono moltiplicati in poche settimane con un risultato tanto inaspettato quanto gradito, che in questi tempi bui consola non poco.<br />
Ci siamo così trovate a programmare il nostro primo appuntamento il venti dicembre, per  presentare l’idea ai colleghi e agli alunni che avevano risposto al nostro invito, ma alle quattro del pomeriggio l’Aula Magna era ancora vuota; squillavano i cellulari che annunciavano continue disdette da parte degli insegnanti: consigli di classe, riunioni straordinarie e altri motivi li distoglievano dal venire, perché nel frattempo le scuole di Napoli e provincia come quelle di tutt’Italia avevano seguito gli atenei nella lotta alla riforma Gelmini. Anche il liceo “Pitagora” usciva da due settimane di occupazione, un’occupazione decisa durante un’assemblea infuocata alla quale noi docenti avevamo partecipato, ma da cui eravamo stati banditi: i ragazzi volevano protestare da soli, radicalmente diffidenti verso ogni forma di manifestazione che legasse il loro disagio al nostro. A un certo punto però l’aula ha cominciato a riempirsi di allievi sorridenti che da scuole anche lontane hanno raggiunto, pur senza i loro insegnanti, la nostra.<br />
A gennaio e a febbraio abbiamo incontrato Valeria Parrella e Paolo Piccirillo: alcuni studenti li hanno presentati ai compagni, dialogando direttamente con loro senza inutili distanze e gerarchie; tutti hanno avuto la possibilità di avvicinarsi agli autori, discesi dai piedistalli, parlando liberamente. Di questi appuntamenti hanno poi raccolto delle immagini che monteremo in un documentario.<br />
<strong>L’ultimo incontro con Paolo Zanotti si terrà oggi 4 marzo presso il liceo Genovesi di Napoli alle 15.30</strong>: anche questa volta ci sposteremo in un nuovo liceo, infatti, abbiamo deciso di riunirci in scuole della città e della provincia sempre diverse, perché ci piace pensare che il progetto possa unire e collegare luoghi e istituzioni scolastiche anche lontane fra loro, delineando idealmente uno spazio geometrico nel quale espandersi e favorendo in tal modo il  confronto tra gli allievi e una migliore relazione con i loro professori.<br />
Infine, la parte propositiva e creativa dei ragazzi senza insegnanti: la stesura della pagina fantasma, che invieranno alla commissione composta dalle docenti organizzatrici e dai tre autori, i quali con un gioco nel gioco si imiteranno a vicenda. Verranno premiati tre lavori, uno per ciascuno scrittore, con un buono simbolico da spendere – ancora una volta –  in libri.<br />
Il prossimo anno l’utopia è quella di continuare, facendo diventare il nostro un concorso nazionale, alla ricerca dello sponsor che non c’era. Tante le suggestioni teoriche sulle quali stiamo meditando, sicuramente qualche critica nell’impostazione metodologica ce la siamo meritata, ma se, fuor di retorica, di vittoria si può parlare, questa è da ricercare nella risposta dei ragazzi, che hanno letto attentamente tre libri e per una volta senza scaricare le trame da internet. La scrittura è allora solo un’astuzia, e nemmeno tanto segreta, un gioco che si presenta come un fine, ma che, invece, per l’appunto, è un mezzo.<br />
E se anche a noi scriventi è concesso di aggiungere “la pagina che non c’era”, ci viene voglia di inserirci tra le righe del bel libro di Luca Serianni, <em>L’ora d’italiano</em>, Ed. Laterza, 2010. Naturalmente il nostro obiettivo non è quello di formare scrittori, convinte come siamo con Beniamino Placido che in Italia ci sono sempre stati troppi scrittori e pochi lettori: abbiamo la pretesa di insegnare, attraverso questo lusus oulipiano, la grammatica della scrittura, della lettura e della fantasia (Rodari), dalla quale potrà germinare da sé il piacere di leggere che non può mai essere imposto.</p>
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		<title>La scuola, il dono, la vita e l’amore</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 08:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Nicola Fanizza</strong></p>
<p>Nonostante la razionalità <em>economica </em>cerchi in tutti i modi<em> </em>di trasferire lo scambio simmetrico in tutti gli ambiti della vita sociale, i risultati di tale sforzo sono in parte negativi in quanto in alcune situazioni trova un’irriducibile resistenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/18/la-scuola-il-dono-la-vita-e-l%e2%80%99amore/">La scuola, il dono, la vita e l’amore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Nicola Fanizza</strong></p>
<p>Nonostante la razionalità <em>economica </em>cerchi in tutti i modi<em> </em>di trasferire lo scambio simmetrico in tutti gli ambiti della vita sociale, i risultati di tale sforzo sono in parte negativi in quanto in alcune situazioni trova un’irriducibile resistenza. Tanto è vero che una parte considerevole della nostra morale e della nostra stessa vita staziona tuttora nell’atmosfera del dono, dell’obbligo e insieme della libertà. Non tutto per fortuna è ancora classificato in termini di acquisto e di vendita. Insomma non c’è solo una morale mercantile.<span id="more-38196"></span></p>
<p>Ma non c’e da stare allegri! Proprio per disarticolare le forme di sociabilità legate al dono, il ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini ha deciso di introdurre – anche se in modo sperimentale – la logica meritocratica nell’ambito della carriera degli insegnanti. Non è la prima volta che ciò accade. Ci aveva già provato in passato l’ex comunista Luigi Berlinguer con il consenso della Confindustria e la connivenza dei Sindacati confederali. Tuttavia in quell’occasione la mobilitazione spontanea degli insegnanti fece naufragare sul nascere quell’esiziale progetto che avrebbe trasformato i docenti in <em>monete viventi</em>.</p>
<p>Le motivazioni di tale rifiuto possono diventare intellegibili se si tiene presente il fatto che la società in cui viviamo tende a valorizzare il lavoro utile e produttivo (l’attività umana <em>finalizzata</em> alla produzione di valori di scambio) e a <em>rigettare</em> in modo feroce il lavoro inutile e improduttivo. Quest’ultimo viene rifiutato perché sfugge allo scambio simmetrico che è possibile solo fra ciò che è omogeneo e commensurabile. Da qui la stigmatizzazione dell’<em>inanità</em> che caratterizza sia gli stili di vita degli individui improduttivi (artisti, poeti, vagabondi, individui dai piedi nervosi, ecc) sia le forme di sociabilità che stazionano nell’atmosfera del dono (scambio asimmetrico).</p>
<p>A tale proposito va rilevato che Marcel Mauss, agli inizi del secolo scorso, mise il tema dello «scambio conflittuale» al centro del suo famoso <em>Saggio sul dono</em>. Qui l’antropologo francese, sulla scorta delle testimonianze inerenti alla pratica del <em>potlach –</em> un’istituzione socio-religiosa fondata sull’obbligo di donare, presente presso alcune etnie amerinde <em>–</em>, aveva contrapposto al paradigma utilitaristico dell’economia politica il modello di scambio rituale fondato sul dono.</p>
<p>In seguito, durante la Grande guerra, l’antropologo polacco <em>Bronislaw Malinowski</em> si recò nelle <a title="Isole Trobriand (pagina inesistente)" href="http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Isole_Trobriand&amp;action=edit&amp;redlink=1">Isole Trobriand</a>, dove realizzò il suo più celebre studio sul <em>kula</em> – un’istituzione socio-religiosa per molti versi simile al <em>potlach –</em> che fu pubblicato nel 1922 col titolo <em>Gli argonauti del Pacifico occidentale.</em></p>
<p>Mauss e <em>Malinowski</em> individuano nel <em>potlach</em> e nel <em>kula</em> due casi concreti di economia arcaica che, a differenza dell’economia moderna, è fondata sullo <em>scambio asimmetrico</em> che non prevede ricompense immediate. Lo scambio rituale va in scena nel seguente modo: proprio perché chi dona costringe l’altro protagonista dello scambio a rispondere con un dono ancor più eclatante, viene a crearsi un’attesa dai tempi imprevedibili in quanto l’attore dello scambio che aspetta sa che prima o poi avrà il dono, ma non può prefigurarne la grandezza e lo splendore.</p>
<p>Va da sé che chi dona non è del tutto disinteressato giacché donare equivale a dimostrare la propria superiorità, a valere di più, essere più in alto, <em>magister</em>; viceversa, accettare senza ricambiare, o senza ricambiare in eccesso equivale a subordinarsi, a diventare cliente o servo, farsi più piccolo, cadere più in basso.</p>
<p>Il dono rimanda sempre e comunque a una <em>sfida.</em> Nella lingua latina il termine <em>munus</em> indicava il dono a cui non ci si poteva sottrarre e pertanto rimandava all’<em>obbligo</em>, alla mancanza e al debito. <em>Timeo danaos et dona ferentes</em> = Temo i Greci proprio perché portano i doni, diceva il poeta Virgilio. Inoltre, nella lingua inglese il termine <em>gift </em>indica il dono e, insieme, il <em>veleno</em>. E infine, nella nostra lingua l’aculeo velenoso del dono è iscritto persino nel suo anagramma che è il <em>nodo</em>!</p>
<p>Contrariamente a quanto si pensa, il termine «comunità» – che deriva da <em>munus</em> –, in origine, non indicava l’appartenenza, ossia ciò che è caratteristico di un gruppo di individui, ma al contrario, ciò che era non specifico, aperto alle influenze che arrivavano dall’esterno. D’altra parte, il termine «libertà» non rimandava alle istanze più personali e individualistiche, ma a ciò che legava un individuo agli altri, non a quello che lo fa rinchiudere in se stesso, in posizione di difesa.</p>
<p>Mentre nelle società incentrate sul dono c’è il riconoscimento del conflitto e pertanto vi sono i presupposti della democrazia, viceversa nelle società in cui signoreggia l’interesse si tende a disconoscere il conflitto e a desituarlo nella natura. Si tratta di società quasi completamente <em>immunizzate </em>in quanto gli individui non avvertono alcun obbligo nei confronti degli altri.</p>
<p>Il dono e lo scambio simmetrico sono comunque <em>coestensivi.</em> Non è mai esistita una comunità in cui fosse presente solo il dono e, allo stesso modo, oggi, non esiste nessuna società in cui sia presente solo lo scambio commerciale. In questo senso è opportuno rilevare che mentre nel mondo premoderno, lo scambio mercantile era pur sempre presente, anche se, essendo disseminato sui margini esterni del sistema dominante, ne rappresentava il <em>rimosso, </em>viceversa nelle nostre forme di sociabilità, che sono invece dominate dall’assiomatica dell’interesse, il dono svolge la medesima funzione che lo scambio utilitaristico svolgeva nelle comunità arcaiche: cioè, rappresenta l’eccesso che abita sull’<em>esergo </em>(confine) del nostro immaginario.</p>
<p>Le forme di sociabilità che attualmente continuano a situarsi nell’atmosfera del dono sono individuabili nel volontariato, nell’economia <em>no profit</em>, nello scambio asimmetrico che ha luogo nella rete e soprattutto nella Scuola.</p>
<p>A proposito di quest’ultima, va detto che è sotto attacco da alcuni decenni. La destra utilitarista e la sinistra utilitarista – ostili l’una all’altra – concordano nondimeno nel perseguire una scuola organica. Una scuola in cui tutto deve ruotare intorno all’efficienza: al lavoro omogeneo, quantificabile e commensurabile dei docenti, deve corrispondere una preparazione degli studenti omogenea, misurabile, utile e spendibile. Ma a questa scuola si oppongono: il fatto che l’attività docente sfugge alla commensurabilità dello scambio simmetrico e si colloca, invece, nell’atmosfera del dono; la <em>vita</em>, che non può essere oggetto di misura; e, infine, quella <em>meravigliosa inanità</em> che ancora signoreggia a tratti nelle nostre aule.</p>
<p>Per quel che riguarda l’<em>efficienza</em>, va rivelato che chi la persegue parte sempre da una valutazione quantitativa e da una motivazione tecnica (il rapporto fine-mezzo) senza tener nel debito conto la conservazione dei legami sociali, per di più vive in modo servile e non è mai contento perché vuole sempre di più. L’uomo ragionevole, invece, è quello che, approntando strumenti atti a conseguire l’<em>efficacia</em>, media tenendo presente sia le motivazioni tecniche sia le motivazioni etiche e trova la soddisfazione della giusta misura.</p>
<p>A sua volta l’attività dei docenti si situa nell’atmosfera del dono, poiché ciascun insegnante avverte – anche se in modo inconscio – l’esigenza di rispondere con un controdono almeno pari o ancor più eclatante al dono che gli era stato elargito, quando da studente si trovava dall’altra parte della cattedra.</p>
<p>Allo stesso modo dei genitori che hanno solo obblighi nei confronti dei loro figli in quanto non possono pretendere alcunché da questi ultimi, i docenti sono obbligati – sempre nei limiti e nell’ambito della loro funzione – a fare della propria attività un dono.</p>
<p>A differenza delle altre forme di sociabilità legate al dono – le quali rimandano comunque a un interesse! –, l’attività dei docenti tende, invece, a configurarsi a volte come <em>dono puro.</em> Di fatto il dono puro si dà solo quando è inconsapevole: ossia quando chi dona non si accorge di star donando.</p>
<p>L’attività docente non è in alcun modo riconducibile alla scambio simmetrico. Quel <em>di più</em> che ciascun insegnante dona sfugge alla commensurabilità e non può essere in alcun modo remunerato per un duplice motivo: <em>non gli appartiene</em> sia perché si configura come un controdono che ripiana il suo precedente <em>debito</em> sia perché è stato donato come un guanto di sfida ai suoi studenti.</p>
<p>Il riconoscimento del merito in termini mercantili si configura come un dono di frutti acerbi che contengono il germe dell’asservimento. L’introduzione del merito nell’ambito della carriera dei docenti porterà solo nocumento (danno) alle forme di sociabiltà presenti nella scuola, sortendo una <em>dilatazione della</em> <em>distanza</em> fra i docenti, un progressivo <em>incanaglimento</em> delle relazioni, situazioni di frustrazione e di umiliazione, invidia e rancore.</p>
<p>D’altra parte, la razionalità economica con la sua «disposizione geometrica» ha stimolato l’introduzione nella nostra scuola della strumentazione neopositivistica al fine di misurare ciò che per sua natura sfugge alla commensurabilità e alla quantificazione. Di fatto là dove signoreggia una legge scientifica, trionfa la monotonia, non si può raccontare una storia. Da questa scuola rischia di sparire la <em>vita</em> che è gioia e, insieme, sofferenza.</p>
<p>La scuola deve insegnare a gestire i sentimenti, poiché gli <em>affetti</em> sono importanti allo stesso modo dei concetti. La filosofia deve essere amore della scienza e, insieme, <em>scienza dell’amore</em>. Insomma, voglio una scuola in cui si respiri in un’atmosfera di meravigliosa inanità. Una scuola che insegni non cose utili ma inutili, quelle cose che sono a tal punto inutili da essere necessarie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/18/la-scuola-il-dono-la-vita-e-l%e2%80%99amore/">La scuola, il dono, la vita e l’amore</a></p>
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		<title>Perché bisogna difendere il professore di lettere</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Dec 2010 09:52:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Amdrea Cortellessa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>In copertina al <em>pamphlet</em> di Davide Rondoni, <em>Contro la letteratura</em> (il Saggiatore, pp. 135, € 13.00), figura un Dante al quale viene puntata una pistola. Ma chi vuole uccidere la letteratura per Rondoni (poeta diciamo di grana grossa, ideologo di Comunione e Liberazione, opinionista di «Avvenire» e del «Sole 24 ore» nonché di trasmissioni televisive “di sinistra”) non sono i governanti che coi loro tagli forsennati costringono gli insegnanti a portarsi a scuola da casa le fotocopie e il gesso (o la carta igienica).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/11/perche-bisogna-difendere-il-professore-di-lettere/">Perché bisogna difendere il professore di lettere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>In copertina al <em>pamphlet</em> di Davide Rondoni, <em>Contro la letteratura</em> (il Saggiatore, pp. 135, € 13.00), figura un Dante al quale viene puntata una pistola. Ma chi vuole uccidere la letteratura per Rondoni (poeta diciamo di grana grossa, ideologo di Comunione e Liberazione, opinionista di «Avvenire» e del «Sole 24 ore» nonché di trasmissioni televisive “di sinistra”) non sono i governanti che coi loro tagli forsennati costringono gli insegnanti a portarsi a scuola da casa le fotocopie e il gesso (o la carta igienica). Bensì quei mediocri «fannulloni» che, per gli stessi governanti, sono i professori di Lettere. Contro di loro, ecco la sua alata invettiva: «Sei un peso per la società / e anche se nessuno lo fa / io ti dico: vattene di qua». «Milioni di euro pubblici buttati in un pozzo» per Rondoni alimentano una classe col «culo dell’anima seduto comodo». <span id="more-37464"></span>L’insegnante-travet, «anima morta», si affanna a contestualizzare, storicizzare, tentare di spiegare quella scintilla divina, la Poesia, che andrebbe invece lasciata senza lacci e lacciuoli, libera di infiammare gli Spiriti. Al suo posto Rondoni vagheggia un «commando» di Eletti, evidentemente suoi pari, i quali prescelti «senza troppe formalità» entrino a far parte di un «ordine di lavoratori a contratto». L’insegnamento della letteratura, a scuola, sia reso facoltativo: questa la «Gran Proposta» (così autodefinita) del poeta Rondoni.</p>
<p>Come ogni intellettuale di destra che si rispetti, Rondoni cita di sfuggita il Pasolini «corsaro»; ma suo vero antecedente è Giovanni Papini che nel 1914 (all’epoca di <em>Amiamo la guerra</em>, cioè) su «Lacerba» strillava <em>Chiudiamo le scuole</em>: perché «essenzialmente antigenial<em>i</em>», appunto, «intristiscono gli animi anziché sollevarli». Quell’ideologia antidemocratica (e infatti, in entrambi, dichiaratamente anti-illuministica) torna nella (sempre autodefinita) «supplica abissale, svergognata» di Rondoni: a romanticamente accompagnare le forbici privatizzatrici, quelle sì svergognate, di Tremonti. (Della postura «supplice» del poeta Rondoni era stata qualche tempo fa eloquente testimonianza, del resto, la sua prefazione agli ineffabili versi di Sandro Bondi – nei quali «abissale» divinava «l’ultrasuono dell’estrema invocazione»…)</p>
<p>Ma perché ostinarsi a considerare la scuola pubblica, e in essa la presenza qualificante delle materie umanistiche, un valore di civiltà non contrattabile? Nell’<em>Ora d’italiano</em> (Laterza, pp. 121, € 9.00) Luca Serianni nota come, dopo decenni di idealistica egemonia delle materie umanistiche, si sia arrivati all’estremo opposto. Non stupisce che sia sempre più emarginata, dall’ideologia dominante del Massimo Profitto Immediato, una ricerca come quella umanistica. Mentre un’educazione linguistica attraverso la letteratura – come la propone Serianni – sarebbe davvero un valore aggiunto, in una società che vive essenzialmente di linguaggio. Certo, la sistematica umiliazione sociale dei docenti ha prodotto, in molti di noi, disamoramento e <em>routine</em>. Ha ragione Serianni a indicare come il requisito primo del buon insegnante sia allora «strettamente soggettivo, anzi psicologico»: la «fiducia» nella propria efficacia. Chi insegna deve anzitutto «credere al lavoro che fa e scommettere su sé stesso, proponendosi agli allievi come un esempio positivo». Ed è un paradosso solo apparente quello per il quale – proprio in quanto negletta e disprezzata dalla società contemporanea – la letteratura può essere banco di prova ideale: di questo <em>continuare a formare se stessi</em> cui equivale il formare gli altri.</p>
<p>L’importante è evitare la tentazione – a sua volta romantica – di rivendicare la (pur sacrosanta) <em>gratuità</em> della letteratura: altrimenti salta sempre fuori qualcuno che, come Rondoni, ha interesse a considerarla Lusso per Eletti. E invece ribadirne la necessità non contingente: la trascendentale <em>utilità</em>. Dalla Francia giunge la tesi di Yves Citton (<em>L’avenir des Humanités</em>, La Découverte, pp. 203, € 17.00): per il quale addirittura l’avvenire dell’Umanità è legato proprio alle <em>humanités</em>, alle discipline umanistiche. Se ai modelli dominanti della società della comunicazione e del mercato della conoscenza si sostituisse una «cultura dell’interpretazione», infatti, si accederebbe a una pratica non fondamentalista dell’approssimarsi continuo alla verità, della sua continua messa in discussione, di una necessaria dimensione sociale del pensiero («un’interpretazione non può che farsi forza del suo essere accettata da altri interpreti»). In un’idea di crescita non riducibile al profitto immediato, ma appunto legata all’incessante coltivazione di sé. Con quanto anche di faticoso una simile pratica comporta (Serianni cita Gramsci, per il quale lo studio «è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia»).</p>
<p>Arduo è infatti il lavoro dell’<em>interpretazione</em>: tanto più comodo – per gli insegnanti come per gli studenti – considerare la letteratura una semplice massa di dati da memorizzare. Ma è proprio questa “comodità”, cioè appunto questa <em>routine</em>, il primo avversario da combattere quando si entra in una classe. Se per chi scrive la letteratura è un’<em>esperienza</em> (cioè, come mostra la radice greca del termine, un pericolo affrontato e superato) noi, che abbiamo avuto la fortuna di ereditare questo patrimonio e abbiamo il privilegio di trasmetterlo, non possiamo certo trattarla come materia inerte. Dobbiamo al contrario mostrare quanto <em>ci</em> <em>costi</em> il dedicarci ad essa. Quanto – in questo senso – la sua esperienza sia tutto meno che <em>gratuita</em>. Quanto profondamente, cioè, ci abbia trasformato: almeno quanto esigiamo che non lasci indifferente chi ci ascolta.</p>
<p>Significa anche questo – se non questo soprattutto – battersi perché non venga messa da parte, la letteratura, come un balocco per sedicenti geni di buona famiglia.</p>
<p><em>[Questo articolo è uscito ieri su "Repubblica"]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/11/perche-bisogna-difendere-il-professore-di-lettere/">Perché bisogna difendere il professore di lettere</a></p>
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		<title>Il precario con la febbre</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 09:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Questo articolo compare nello speciale de </em>il manifesto<em> in edicola oggi dedicato alla scuola, Sbancati. Compratelo. Primo, per sostenere </em>il manifesto<em>. Secondo, perché è proprio un bello speciale.]</em></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Dalle mie parti quando un oggetto è in bilico e rischia di cadere si dice che ha la febbre.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/09/il-precario-con-la-febbre/">Il precario con la febbre</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo compare nello speciale de </em>il manifesto<em> in edicola oggi dedicato alla scuola, Sbancati. Compratelo. Primo, per sostenere </em>il manifesto<em>. Secondo, perché è proprio un bello speciale.]</em></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Dalle mie parti quando un oggetto è in bilico e rischia di cadere si dice che ha la febbre. Quando si ha la febbre si è in condizione di debolezza, e tendenzialmente assai più dipendenti dagli altri. Un precario è un oggetto con la febbre: subisce una reificazione anno dopo anno, che sconta sulla  pelle, e il sistema che lo spreme e lo getta via all&#8217;occorrenza usa anche il rischio a cui è costantemente esposto, che lo mette in condizione di dipendere da qualcuno, senza potersi aiutare da sé, e senza poter fare rete con qualcuno nella sua condizione.<br />
Io sono precario nelle scuole superiori da dieci anni, senza mai vedere la luce della fantasmatica immissione in ruolo.</p>
<p>Dopo un dottorato di ricerca all&#8217;università, avevo valutato che non ero in grado di reggere le trafile che vedevo fare a una serie di persone che mi avevano preceduto, tra attese di postdottorati, borse varie, rapporti da tessere, persone da ingraziarsi. Mi pareva invece che, volendo “lavorare con il sapere”, avrei potuto insegnare storia e filosofia nei licei, sarebbe stata più pulita. Erano i tempi delle orrende Ssis, scuole di specializzazione per l&#8217;insegnamento che però a nulla specializzavano. Era solo una gran bella tangente pagata allo Stato per avere l&#8217;abilitazione, con un consistente punteggio in graduatoria. Le réclame informali dell&#8217;epoca ci garantivano che nel giro di pochi anni saremmo entrati in ruolo. Il sistema aveva bisogno di polli da spennare, da una parte, e di creare un bell&#8217;esercito di riserva che si adattasse ad ogni richiesta, col vantaggio di costare meno allo Stato: ché questo è uno dei punti fondamentali, i precari non si pagano d&#8217;estate.<span id="more-37167"></span> E quell&#8217;esercito di riserva si mostrava pronto pure a esercitarsi in meschine guerre tra poveri. Si dovette infatti assistere a ricorsi e controricorsi, abilitati da concorso ordinario contro abilitati “sissini” e viceversa, insomma uno spettacolo inverecondo, ché ognuno aveva le sue ragioni, ma incomponibili: e la contraddizione era funzionale alle esigenze del sistema.  Da allora, avendo la percezione di essere parte di un gioco in cui tutti i giocatori sono destinati a perdere comunque, isolato e privo di relazioni reali con altre persone che condividessero la mia condizione, mi sono interessato solo il minimo indispensabile alle questioni attinenti al mio ruolo di insegnante: un&#8217;evidente forma di alienazione, la mia, da manuale marxiano (il rapporto “con la propria attività come attività che non gli appartiene”).</p>
<p>Ora so che il tempo medio d&#8217;attesa per l&#8217;immissione in ruolo è di dieci anni: dovrei avere la cattedra, dunque, essendo al decimo anno di insegnamento, il sesto con supplenza annuale. Invece quest&#8217;anno è stato l&#8217;anno peggiore, ho rischiato di rimanere a terra, c&#8217;erano solo due posti nella mia provincia, contro i cinque dell&#8217;anno passato, e io sono il secondo nella mia fascia. Così ho preso nove ore in una scuola dell&#8217;entroterra apuano, a cinquanta minuti di casa (così che ai nemmeno settecento euro al mese del salario devo togliere i centocinquanta euro di viaggi). E di nuovo cambio scuola, di nuovo cambiano le cose&#8230; alla faccia della continuità didattica. Il mestiere di insegnante non è solo trasmissione di nozioni, ma anche prendersi cura di un “ambiente”, e delle persone che ci stanno: in te insegnante i ragazzi non vedono solo una “cinghia di trasmissione del sapere”, ti attribuiscono anche altri significati, ed è di questa molteplicità che occorre prendersi cura. Non è cosa che si fa in un giorno. Questo aspetto di “progetto” per un precario viene meno – e viene meno, specularmente, per tutti gli allievi che hanno un precario come insegnante. Il precario vive sempre in un costante spaesamento, sempre non appartenente al contesto, come un intruso, uno che è di passaggio e che tutti sanno che è un morituro.  Ogni anno arrivi in una scuola nuova e ti devi accreditare, sei l&#8217;ultimo arrivato e non sei nessuno, ti guardano con sospetto perché potresti essere un elemento di disturbo, sei l&#8217;ultimo arrivato e chiedi garanzie e spazi. In questione allora c&#8217;è la tua identità, nientedimeno, e un senso perenne di frustrazione per questo ripartire sempre dal via. Esempio sintomatico, in quanto regola non scritta, l&#8217;assegnazione del giorno libero, dove il sabato è il giorno dei “nonni”: se sei precario il sabato libero, tendenzialmente, te lo scordi.  Una regola da caserma, un nonnismo for dummies. Ma è così: siamo in una scuola che funziona grazie ai precari (un insegnante su cinque è precario; uno su sei considerando i supplenti temporanei), ma che i precari non vuole né può riconoscere nella loro dignità. Fino all&#8217;elemento di discriminazione tra insegnanti di ruolo e precari  che è materialmente e simbolicamente centrale (cosa messa in questione, peraltro, persino dalla Corte di Giustizia europea), ovvero il fatto che ai precari non spettano scatti di anzianità nel salario. Si insegna, si diventa vecchi, si spendono anni tra le mura scolastiche alla stessa maniera – ma con un salario minore (eccettuati gli insegnanti di religione, s&#8217;intende, in Vaticalia questo va da sé). Il sistema lo sa bene che questa assenza di progettualità è nociva, tanto è vero, per fare un esempio, che non consente al precario di essere eletto in una Rsu: ma appunto il precario vive in una discriminazione di fatto che è la sua normalità. Una normalità talmente normale che ad essa il precario diventa assuefatto. Assuefatto, prima di tutto, all&#8217;impossibilità di fare “politica”: se è vero quel che diceva don Milani, “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”, il precario è colui che è talmente sradicato da sé che non può nemmeno pensare di essere per natura “animale politico”. E pensare che un suo compito eminente dovrebbe essere quello di educare i ragazzi alla “cittadinanza”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/09/il-precario-con-la-febbre/">Il precario con la febbre</a></p>
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		<title>più precari di così</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/11/piu-precari-di-cosi/</link>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2010 08:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>Giacomo sembra San Francesco, è vero, ha l’accento siciliano, ma i modi e la faccia ricordano quelli di un Francesco laico. Parla pacatamente, oramai lo sciopero della fame ha superato le due settimane. Ha la bocca impastata, ma lo sguardo sereno e disteso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/11/piu-precari-di-cosi/">più precari di così</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/scuola-antica.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/scuola-antica.jpg" alt="" title="scuola antica" width="439" height="310" class="alignnone size-full wp-image-36555" /></a></p>
<p>di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>Giacomo sembra San Francesco, è vero, ha l’accento siciliano, ma i modi e la faccia ricordano quelli di un Francesco laico. Parla pacatamente, oramai lo sciopero della fame ha superato le due settimane. Ha la bocca impastata, ma lo sguardo sereno e disteso. Le parole sembrano quelle del poverello di Assisi, ma al contrario lui non ha scelto di essere povero. E’ uno dei 200 mila precari della scuola, uno che tra i banchi non ci tornerà sicuramente, affamati dalla riforma del ministro Gelmini.<br />
<span id="more-36554"></span><br />
Sì, tra i banchi, perché Giacomo porta avanti la sua battaglia come operatore scolastico, non è un insegnante ma un bidello, che lotta con gli altri colleghi per il posto di lavoro e quindi per una scuola migliore.</p>
<p>Lo sciopero della fame è emblematico, il presidio davanti a Montecitorio, la Camera dei deputati, resiste. </p>
<p>La protesta dei precari continua a viaggiare per tutta Italia, da sud a nord. Lo scorso anno erano i precari dei tetti, oggi sono quelli dello sciopero della fame.  Il 13 settembre in gran parte del paese riapriranno le scuole, ma loro, Giacomo, Caterina, Marco e i loro colleghi non entreranno nelle aule insieme agli studenti e forse non ci entreranno mai più. Li abbiamo incontrati davanti alla Camera dei Deputati. </p>
<p>Un piazza deserta, presidiata dalla consueta camionetta dei Carabinieri e, lontano dall’entrata usata dai Deputati, la tenda canadese che è la loro camera da letto.</p>
<p>Sono le dieci di mattina, e i tre ragazzi, Giacomo di 31 anni, Caterina di 37 e Marco di 35 sono già in piena attività. La piazza è semideserta. La Camera è chiusa, i lavoro parlamentari riprenderanno a metà settembre. </p>
<p>“E’ stata una scelta ragionata, ci spiega Giacomo, quella di iniziare lo sciopero con le Camere chiuse, vogliamo attirare l’attenzione della gente e non solo quella dei politici”.</p>
<p>Anche Caterina ha la bocca impastata, lei è battagliera, sono 14 anni che è precaria, ma non ha mai pensato di mollare, nonostante abbia tre figli, una famiglia, ha sempre lavorato sperando di anno in anno di venire assunta e “invece lo stato mi assumeva e poi ogni anno mi licenziava. Così sono volati 14 anni. E quest’anno non sono stata chiamata”. </p>
<p>Anche lei è siciliana, maestra elementare, con Giacomo si sono conosciuti per lottare insieme.<br />
Anche lei, nonostante sia stremata dallo sciopero della fame e dal grande caldo ha un viso disteso, non è la guerra che vogliono ma semplicemente un posto di lavoro, lottano per dei diritti fondamentali e lottano perché la scuola non venga disgregata.</p>
<p>Ci sediamo sulle sedie di plastica e sembra di stare in un cinema all’aperto. Fa uno strano effetto sedersi con lo sguardo rivolto a Montecitorio mentre si parla di problemi che non interessano solo i lavoratori del settore scuola, ma dovrebbero interessare tutte le persone, perché tutti prima o poi veniamo a contatto con la scuola. Prima da allievi, poi da genitori, e magari anche da insegnanti.</p>
<p>La scuola così bistrattata è il primo luogo dell’infanzia dei nostri figli, nel quale imparano a confrontarsi con l’altro. In un paese che dovrebbe essere democratico, l’istituzione scolastica è tenuta a considerare tutti i cittadini nello stesso modo, e a formare le donne e gli uomini del futuro.</p>
<p>“Ma come si può”, ci dice Marco, precario dal 2000, professore di lettere alle medie, figlio d’insegnanti, che gli hanno trasmesso l’amore per l’insegnamento, “non accorgersi che lasciare fuori i precari dalla scuola significa procurare al paese un dramma, oltre che occupazionale, anche sociale”. Sì perché non dimentichiamo ci ricorda Marco “che gli insegnanti e il personale che lavora nella scuola svolge, non solo un compito educativo, ma anche sociale”. “Ho insegnato 10 anni nelle scuole del Lazio, e mi sono accorto che i ragazzi non hanno più sogni da realizzare, vivono tra insegnanti e genitori precari”. </p>
<p>Anche Caterina, maestra elementare che aspetta da 14 anni il posto di ruolo e continua lo sciopero della fame per tutti i precari, ci spiega che lo scorso anno ha dovuto lasciare i tre figli e il marito per andare a lavorare in una scuola elementare di Brescia. “Ho dovuto spiegare ai miei ragazzi di 14, 9 e 5 anni, perché li “abbandonavo” per un anno. In Sicilia non mi chiamavano più per le supplenze. </p>
<p>Ho trovato – ci spiega Caterina, sempre con il sorriso sulle labbra – una grande solidarietà dai colleghi bresciani”. Anche con i genitori è stata una bella esperienza “certo loro hanno il timore che dopo qualche mese si lasci la classe, ma fortunatamente non è stato così”. Insomma il problema dei precari è come un castello di carte, quando inizia a cadere la prima cadono tutte.<br />
Giacomo riprende le fila del discorso di Caterina. “ Vorrei dire al Ministro Gelmini che 160 mila tagli non si possono definire una riforma, ma dobbiamo chiamarli con il loro nome: tagli”. “Sono 160 mila vite con dentro altre vite, e quando si perde il posto di lavoro &#8211; spiega ancora Giacomo &#8211;  cambia il rapporto con la famiglia, la moglie i figli, cambia la vita sociale”. Ed è la scuola stessa che dovrebbe concentrarsi intorno alla vita, dietro ad ogni studente – ricorda Giacomo come se volesse parlare ad un Governo che lo ha dimenticato – c’è una storia, e il progetto futuro di un paese democratico”. </p>
<p>“Al Ministro Gelmini che ha dichiarato che in Italia ci sono più bidelli che Carabinieri, chiosa Giacomo – vorrei ricordare che per fortuna ci sono più scuole che caserme. Il rapporto tra bidelli e alunni è di uno a 100”. </p>
<p>Dal 13 cosa faranno Caterina, Marco, Giacomo, “bella domanda” rispondono quasi all’unisono, continueranno certamente la lotta per i  diritti sanciti dalla Costituzione della Repubblica Italiana, quello al lavoro e quello allo studio. </p>
<p>La piazza è ancora vuota, non ci sono auto blu, e non c’è il viavai solito dei parlamentari, ma al presidio dei precari che scioperano si è formato un capannello di gente che porta solidarietà a chi ha il coraggio ancora di lottare per i diritti di tutti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/11/piu-precari-di-cosi/">più precari di così</a></p>
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		<title>Distruggere la poesia</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 20:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/musica_e_parole_Copertina_CD.jpg"></a>[Devo ringraziare "seagull" che nei <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/01/la-scuola-e-finita/#comment-133992">commenti di un post</a> su Nazione Indiana mi ha fatto conoscere il cd "10 in poesia". Ne ho scritto su l'Unità, e pubblicato il pezzo sul mio blog. I commenti che ne sono seguiti sono memorabili.&#8230;</em><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/13/distruggere-la-poesia/">Distruggere la poesia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div id="_mcePaste"><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/musica_e_parole_Copertina_CD.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-34299" title="musica_e_parole_Copertina_CD" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/musica_e_parole_Copertina_CD-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>[Devo ringraziare "seagull" che nei <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/01/la-scuola-e-finita/#comment-133992">commenti di un post</a> su Nazione Indiana mi ha fatto conoscere il cd "10 in poesia". Ne ho scritto su l'Unità, e pubblicato il pezzo sul mio blog. I commenti che ne sono seguiti sono memorabili. Evidenti fake, schiera armata mobilitata da qualcuno che stava dietro all'operazione "10 in poesia", ci hanno dato una dimostrazione pratica di che cos'è la Cultura in questo paese. Leggete il pezzo, ma soprattutto godetevi i commenti]</em></div>
<div id="_mcePaste">La scuola va distrutta in ogni ordine e grado, senza risparmio. Ne beneficeranno le scuole private che servono i ricchi del paese dove la forbice della diseguaglianza è tra le più alte al mondo, ne beneficeranno i preti, ma anche chi necessita di un popolo gregge. La Gelmini adempie diligentemente alle direttive. Con ogni mezzo possibile. Tra questi, un cd distribuito in 70mila copie presso le scuole medie di alcune regioni, per far parte del programma di studio. “Musica e parole. 10 in poesia”. L&#8217;abominio. Poesie di Foscolo, Leopardi, Ungaretti, Montale – tutte massacrate a colpi di becero pop. Fatte cantare ai divi della tv, da Amici a X Factor a Saranno famosi a Ok il prezzo è giusto.<span id="more-34298"></span> Tutti accomunati da un&#8217;assoluta inconsapevolezza di quel che stanno cantando. Tutti presi nel furore di distruggere il concetto stesso di poesia. Fingendo di “avvicinare i ragazzi alla poesia”, si eleva a metro dell&#8217;arte un simulacro di musica iperbarica, vuota, pura merce. Del resto a questo deve servire la scuola, a tirar su una generazione di consumatori senza alcuna capacità critica. Andate su <a href="http://www.orofinoproduzioni.com">www.orofinoproduzioni.com</a>, e sentite Elisa Rossi da X Factor che trapassa a colpi di leziosità A Zacinto, ma anche il povero Mario Venuti che si è prestato a poppizzare Meriggiare pallido e assorto. Poi potete vomitare, se volete. Ma ritenetevi fortunati, allo stesso tempo. E già, perché l&#8217;ideatrice di questa immondizia è Loriana Lana, che non è solo la testimonial della candidatura del nostro Caro Leader S.B. al premio Nobel per la Pace, ma anche la paroliera dell&#8217;inverosimile canzone (estremo sintomo della cartoonizzazione dell&#8217;Occidente, per citare il mio amico Giulio Milani) Silvio forever (Silvio forever sarà silvio realtà silvio per sempre / Silvio fiducia ci dà silvio per noi futuro e presente / nobile e giusto tu ci piaci per questo sei il pensiero che ci guiderà). Pensate, poteva musicarci anche un Sandro Bondi, la signorina. Un&#8217;altra miracolata del basso impero. Ricompensata con 70mila copie per i suoi innominabili servigi.</div>
<div id="_mcePaste"><em>(pubblicato su </em>l&#8217;Unità<em>, 8/5/2010)</em></div>
<div id="_mcePaste">Per i commenti, cliccate <a href="http://wwwnew.splinder.com/myblog/comment/list/22691841">qui</a>.</div>
<div id="_mcePaste">[Avvertenza: i commenti devono essere letti a partire dal fondo]</div>
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		<title>SOLDI DEI PADRI, SCUOLA DEI FIGLI</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 06:07:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Questa volta ci sarebbe da dire che non tutte le statistiche vengono per nuocere, perché  a differenza di molte che sembrano essere nate solo per conferire un’alea di verità aritmetica all’opinione dominante, quella diffusa dall’OCSE sul legame tra i guadagni dei padri e dei figli presenta alcuni elementi di grande interesse.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/soldi-dei-padri-scuola-dei-figli/">SOLDI DEI PADRI, SCUOLA DEI FIGLI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Questa volta ci sarebbe da dire che non tutte le statistiche vengono per nuocere, perché  a differenza di molte che sembrano essere nate solo per conferire un’alea di verità aritmetica all’opinione dominante, quella diffusa dall’OCSE sul legame tra i guadagni dei padri e dei figli presenta alcuni elementi di grande interesse. In breve si tratta di una statistica, apparsa su <em>Repubblica</em>, sulla mobilità della posizione stipendiale dei figli rispetto a quella dei genitori in ogni nazione membro dell’OCSE: se la testa della classifica, ovvero i paesi in cui vi è una maggiore mobilità stipendiale e quindi sociale, non riserva particolari sorprese perché occupata dai paesi scandinavi e l’Austria, ossia quelle nazioni nelle quali lo stato sociale è ancora forte, al fondo delle classifica vi sono alcuni dati meno prevedibili perché i paesi meno mobili risultano essere la Gran Bretagna, l’Italia, gli Stati Uniti e la Francia.<br />
<span id="more-31654"></span><br />
E’ davvero curioso che a contendersi il primato dell’immobilismo sociale sia un paese come il nostro, roccaforte del familismo amorale e della raccomandazione, insieme ai paesi anglosassoni all’avanguardia della modernità economica, spesso citati come modello per uscire da questa nostra arretratezza. In particolare perché i tipi di scuola di questi paesi sono profondamente diversi e secondo l’ideologia dominante è la scuola a essere responsabile principale della mobilità sociale di una nazione.</p>
<p>  Nell’ultimo ventennio a più riprese sono  intervenuti esponenti politici, commentatori e economisti illustri a spiegare che tra le cause dell’immobilismo sociale del nostro paese c’era, oltre al peso del fisco e a una burocrazia folle, una scuola inadeguata al mondo del lavoro. Per esempio mi ricordo che quando l’allora ministro Moratti andò in televisione per spiegare la sua riforma della scuola, quella i cui decreti applicativi sono stati approvati tra l’anno scorso e quest’anno e sono chiamati comunemente riforma Gelmini, disse che gli USA avevano una mobilità sociale molto maggiore dell’Italia grazie al tipo di scuola che avevano più immediatamente vicino ai bisogni dell’economia nazionale. Quella della signora Moratti non era un’uscita individuale, ma al contrario corrispondeva all’opinione corrente anche nello schieramento rivale  perché  una  delle linee guida dell’ideologia liberista afferma che la possibilità di mobilità sociale dipende quasi esclusivamente dalla qualità dell’istruzione di un paese. </p>
<p>Naturalmente è vero che la qualità della scuola, specie se pubblica e in grado di fornire livelli di prestazione relativamente omogenei, è un’occasione per la mobilità sociale, ma da sola serve a poco se tutta la politica economica di un paese non è indirizzata in tal senso.  Nel dibattito pubblico dominato dal liberismo, e quindi nelle opinioni dei tecnici, dei politici e dei grandi giornalisti, invece la scuola diventa  l’unico garante della mobilità sociale. Questo discorso sulla scuola ha una funzione fondamentale perché deve nascondere,con la sua insistenza sui meriti dell’individuo all’interno di un’istituzione che da sola garantirebbe la promozione lavorativa, il fatto che la mobilità sociale in realtà dipende da quanti diritti collettivi uno gode e non solo a scuola. </p>
<p>  Ma questi dati gettano anche una luce inedita sul caso italiano perché in fondo sembrano testimoniare che le storture più tipiche del nostro paese e che ne costituiscono l’arretratezza, come i mali che derivano dal familismo amorale, producono effetti generali  sulla società  non troppo diversi da quelli delle politiche liberiste grazie alle quali, secondo un’idea dominante, i mali italiani dovrebbero essere curati. Anzi si potrebbe dire che queste logiche arcaiche  hanno trovato un terreno perfetto di adattamento nel contesto della globalizzazione neoliberista perché il liberismo con il suo attacco allo stato sociale favorisce diverse forme di privilegio, sia quelle che assumono vesti moderne e tecnocratiche sia quelle nepotistiche più tradizionali. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/soldi-dei-padri-scuola-dei-figli/">SOLDI DEI PADRI, SCUOLA DEI FIGLI</a></p>
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		<title>La croce in classe</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-croce-in-classe/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-croce-in-classe/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 07:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[battute su berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[corte europea]]></category>
		<category><![CDATA[crocefisso]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Una micro-riflessione sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo riguardo all&#8217;esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche.</p>
<p>È indubbio che in Italia i temi che dovrebbero suscitare con urgenza passione e dibattito sono altri: l&#8217;incubo di Genova 2001 (piazza Alimonda, la scuola Diaz, la caserma di Bolzaneto) pare non finire mai, perché si muore nelle mani della polizia giovani o giovanissimi, come è successo a <a href="http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/">Federico Aldrovandi</a> o a Stefano Cucchi; la criminalità organizzata gode di ottima salute sia nel Sud, al ritmo degli ammazzamenti in pieno giorno, sia al Nord, al ritmo delle infiltrazioni nei tessuti imprenditoriali e amministrativi delle regioni immaginate più laboriose ed efficienti; la libertà d&#8217;informazione è pesantemente condizionata da un uomo solo, intorno al cui destino politico ruota ogni energia cerebrale dei giornalisti e degli opinionisti italiani, sia per leccargli il culo sia per indebolirne l&#8217;immagine onnipresente; giovanissimi, giovani, meno giovani, uomini e donne di ogni età danno di matto per tenersi stretto il lavoro che hanno, anche quando è demenziale e umiliante, o danno di matto per trovarlo un lavoro, anche se demenziale e umiliante.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-croce-in-classe/">La croce in classe</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Una micro-riflessione sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo riguardo all&#8217;esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche.</p>
<p>È indubbio che in Italia i temi che dovrebbero suscitare con urgenza passione e dibattito sono altri: l&#8217;incubo di Genova 2001 (piazza Alimonda, la scuola Diaz, la caserma di Bolzaneto) pare non finire mai, perché si muore nelle mani della polizia giovani o giovanissimi, come è successo a <a href="http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/">Federico Aldrovandi</a> o a Stefano Cucchi; la criminalità organizzata gode di ottima salute sia nel Sud, al ritmo degli ammazzamenti in pieno giorno, sia al Nord, al ritmo delle infiltrazioni nei tessuti imprenditoriali e amministrativi delle regioni immaginate più laboriose ed efficienti; la libertà d&#8217;informazione è pesantemente condizionata da un uomo solo, intorno al cui destino politico ruota ogni energia cerebrale dei giornalisti e degli opinionisti italiani, sia per leccargli il culo sia per indebolirne l&#8217;immagine onnipresente; giovanissimi, giovani, meno giovani, uomini e donne di ogni età danno di matto per tenersi stretto il lavoro che hanno, anche quando è demenziale e umiliante, o danno di matto per trovarlo un lavoro, anche se demenziale e umiliante.</p>
<p>Tutto questo lo viviamo quotidianamente sulla nostra pelle.</p>
<p>Perché allora spendere ulteriori energie su una faccenda che a confronto con quelle sunnominate pare risibile?<br />
<span id="more-25891"></span><br />
La storia delle sentenza della Corte europea sui crocefissi nelle scuole italiane potrebbe essere in sé poco significativa. Una decisione dal sapore astratto e burocratico, una superflua difesa di principi. Bisognerebbe subito chiedersi, però, se difendere dei principi sia superfluo.</p>
<p>Inoltre, per quanto mi riguarda, è la reazione alla sentenza che mi pare interessante. Interessante perché rivela ancora una volta la realtà di una paese che mai, in nessuna occasione, riesce a prendersi minimamente sul serio. Un paese che mai fa lo sforzo di uscire, anche su questioni circoscritte e alla portata di tutti, dalla confusione, dai malintesi, dall&#8217;approssimazione in cui si crogiola. </p>
<p>Lasciamo perdere i politici, tutti quelli che campano su ricatti e patteggiamenti continui con il Vaticano. Costoro usano il crocefisso come una clava da sbattere sul cranio di qualsiasi nemico politico, col tacito e indulgente accordo delle gerarchie ecclesiastiche.</p>
<p>Che il maggiore partito di sinistra abbia del tutto rinunciato alla battaglia – in Italia attualissima – sulla laicità della stato, dimostra la sua incapacità propositiva, la sua mancanza di autonomia, il suo terrore di proporre e difendere questioni che sollecitino un minimo di maturità intellettuale nei suoi elettori. Questo partito, infatti, ha concentrato la sua forza unicamente nella denuncia delle malefatte di Berlusconi, pensando che se non può appellarsi in nessun modo alla ragione degli italiani, almeno può avvalersi delle trippe di quelli che Berlusconi lo vorrebbero vedere vivo, sì, ma almeno dietro le sbarre. E ce ne sono. </p>
<p>La reazione su cui vorrei riflettere è sopratutto quella dei miei colleghi, insegnanti come me, alcuni cattolici praticanti alcuni neppure credenti, che con il crocifisso in aula si confrontano tutti i giorni, e anche con problemi inerenti alla libertà di culto, al dialogo tra culture, ecc., che riguardano le materie che insegnano: storia, diritto, filosofia, scienza sociali, letteratura. Ieri, lasciando un appunto sulla lavagna dell&#8217;aula professori del liceo dove insegno, ho invitato i miei colleghi alla “riflessione” intorno alla sentenza in questione. Nulla più. Dopodiché sono stato testimone di qualche battuta, di commenti abbozzati e, almeno in un caso, di una vera e propria discussione.</p>
<p>Dico subito che ritengo proprio gli elettori del centro-sinistra tra i maggiori responsabili della confusione che tocca la presenza dei simboli religiosi nella scuola pubblica italiana. In qualche modo, per come stanno le cose in Italia, è inevitabile che i cattolici siano artefici di questa confusione, anche quando sono dei bravi e intelligenti insegnanti. Se i cittadini di sinistra si impegnassero a fare chiarezza su questo punto, farebbero un favore anche a molti cattolici. Li spingerebbero a un confronto scomodo, ma utile a tutti quanti. Questo vale a maggior ragione all&#8217;interno della scuola, dove occasioni di dialogo vero esistono. </p>
<p>Riconosco i colleghi che fanno parte dell&#8217;elettorato di sinistra perché quasi ogni giorno, quando li incrocio in aula professori o nei corridoi, formulano qualche battutina sui fatti del giorno. In genere, tutte queste battute sono accomunate dall&#8217;avere un unico obiettivo satirico: Silvio Berlusconi, o qualche suo portavoce. Di tanto in tanto, il discorso si fa più specifico e serio, e si passa dal registro della satira politica a quello della denuncia. Il bersaglio cambia e si fa riferimento alla Gelmini o alla sua riforma. </p>
<p>Ora la maggior parte di questi docenti anti-berlusconiani hanno considerato che la sentenza della Corte europea, pur riguardando da vicino la scuola, non meritasse non dico una riflessione ad alta voce, ma neppure una battuta. Insomma, magicamente tutti si erano già sintonizzati su Bersani o Bersani su di loro. </p>
<p>Faccio davvero fatica a spiegarmi questo fenomeno. L&#8217;unica risposta che riesco a darmi è: conformismo. Sono convinto, che se il segretario del PD fosse saltato sulla sedia, avesse gridato alla civiltà del diritto internazionale e delle istituzioni europee, qualche audace difensore della sentenza, tra i miei colleghi, ci sarebbe stato.</p>
<p>Invece in questo modo nessuno è davvero costretto a riflettere sulla legittimità o meno del crocefisso in classe e quindi sull&#8217;eguale rispetto che lo stato laico deve mostrare nei confronti delle culture, delle posizioni spirituali e delle credenze religiose dei suoi allievi e delle loro famiglie.</p>
<p>In effetti, una battuta su Berlusconi costa molta meno fatica intellettuale di un ragionamento autonomo sul rispetto dei diritti universali nella scuola pubblica. I cattolici evidentemente ci marciano su questa rinuncia a ragionare dell&#8217;elettorato di sinistra. Ma molti di loro, non essendo persone stupide, se sottoposte ad un serio confronto, probabilmente darebbero meno per scontato ciò che oggi pare ai loro occhi un&#8217;evidenza incontrovertibile.</p>
<p>L&#8217;unica collega con cui ho avuto una discussione minimamente seria è una cattolica praticante.  Essendo una persona sveglia e insegnando lei pure filosofia, ha scelto la linea difensiva più accorta, rifacendosi al crocefisso come simbolo di una comune identità culturale invece che simbolo religioso. E qui è abbastanza facile mostrare che, storicamente, almeno dal Seicento in poi, senza dover risalire agli antichi, esiste una corrente di pensiero che si muove in rottura con la dottrina cristiana. Insomma, il cristianesimo non può essere considerato l&#8217;orizzonte onnicomprensivo della cultura occidentale se non sacrificando il riconoscimento di minoranze culturali che sono estremamente battagliere da almeno tre secoli e che hanno contribuito all&#8217;emancipazione di tutte le componenti della società umana da diverse forme di schiavitù. Di fronte alle mie obiezioni, la collega ha poi fatto riferimento all&#8217;idea che la scuola, seppur laica, debba comunque poggiare su un quadro di valori e non può essere indifferenti ad essi. In questo ragionamento, viene ancora una volta sostenuto implicitamente che, ad esempio, un insegnante ateo non sia in grado di trasmettere valori, in quanto privo di una credenza religiosa. Ed inevitabilmente ciò che si voleva negare emerge in modo palese: il pregiudizio nei confronti di chi appartiene ad un&#8217;altra cultura, ad un&#8217;altra visione del mondo, pregiudizio che bolla una posizione atea come incapace di veicolare dei valori. La sentenza si dimostra quindi davvero necessaria. Solo escludendo ogni riferimento ad un particolare simbolo religioso, l&#8217;insegnamento verrà liberato dai pregiudizi che pesano su di esso.</p>
<p>Altre persone hanno fatto riferimento ad argomenti diversi, ma molto più rozzi. Qualcuno mi ha detto che il problema del crocefisso non poteva riguardare i non credenti, in quanto per loro il crocefisso non significa nulla. Stesso discorso si potrebbe fare per la croce uncinata su cerchio bianco e sfondo rosso. Quasi nessuno di noi è nazista e crede nella supremazia del Terzo Reich, perché mai dovremmo sentirci minacciati se intorno a noi sventolano, magari nei luoghi dove lavoriamo, simboli simili? Un simbolo religioso o politico, infatti, sarebbe visibile solo per chi ne è un seguace, per gli altri assumerebbe solo il valore di uno scarabocchio insensato.</p>
<p>Altri ancora sono ricorsi al grande argomento-buco nero, quello per cui “noi” quando andiamo da “loro” dobbiamo accettare i “loro” costumi e quindi quando “loro” vengono da noi devono farsi sbafate di crocefisso. “Loro” sono i musulmani o i loro figli. Che “noi” stia per i principi della costituzione repubblicana e dello stato laico e non della teocrazia vaticana o islamica non appare ben chiaro in questo tipo di obiezione.</p>
<p>Che in alcuni stati arabi le autorità religiose non si distinguano dalle autorità politiche è il “loro” problema, che appunto “noi” non vorremmo replicare. Ma è evidente che alcuni di “loro” la pensano come alcuni di “noi” e alcuni di “noi” la pensano come alcuni di &#8220;loro&#8221;. E questa confusione tra le due fazioni rigide è l&#8217;unica che gli italiani, tanto amanti della confusione, non vogliono accettare. Preferiscono pensare che la laicità sia del tutto sconosciuta o rifiutata nel mondo musulmano. E che tutti indistintamente, dal Senegal alla Turchia, siano per lo stato teocratico e l&#8217;applicazione wahabita della Sharia.</p>
<p>Infine. Al diritto internazionale e alla carta dei diritti dell&#8217;uomo l&#8217;italiano preferisce di gran lunga opporre il sano buon senso. Nelle piccole come nelle grandi cose. Ne risulta un paese sempre più malato, ma &#8211; per carità &#8211; che non ci si metta a risolvere questioni secondarie, che tanto quelle principali, fortunatamente, sono irrisolvibili.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-croce-in-classe/">La croce in classe</a></p>
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		<title>In fuga dalla scuola e verso il mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 06:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[emiliano caprio]]></category>
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		<description><![CDATA[di <strong>Emiliano Caprio</strong>
<p> </p>
<p></p>
<p align="justify">Leggere un libro sulla scuola, all&#8217;inizio, desta un minimo di scetticismo. Il tema ha un suo valore in termini di puro marketing editoriale, di libri sulla scuola ne vengono sfornati continuamente, più o meno tutti molto simile fra di loro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/28/in-fuga-dalla-scuola-e-verso-il-mondo/">In fuga dalla scuola e verso il mondo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span>di <strong>Emiliano Caprio</strong></span></div>
<p><span> </p>
<p></span></p>
<p align="justify">Leggere un libro sulla scuola, all&#8217;inizio, desta un minimo di scetticismo. Il tema ha un suo valore in termini di puro marketing editoriale, di libri sulla scuola ne vengono sfornati continuamente, più o meno tutti molto simile fra di loro. Un po&#8217; di paternalismo nel raccontare il mondo dei giovani, un po&#8217; di folklore, qualche aneddoto divertente; la ricetta è piuttosto semplice e ben sperimentata. Molto più difficile è invece incentrare un romanzo sulla figura di un adolescente cercando di non renderlo una caricatura o una macchietta o, peggio, l&#8217;epigono dei &#8220;giovani d&#8217;oggi&#8221;. Costruire un personaggio che, anche se è un adolescente e fa delle cose da adolescenti &#8211; andare male a scuola, innamorarsi, scappare di casa &#8211; sia anche qualche cosa di più; un personaggio unico, che ha qualcosa da dire e che racconta la sua storia, non il discorsetto sociologico su come cambiano le generazioni e su quanto fanno tenerezza gli adolescenti.</p>
<p>Il pregio del libro di Simone Consorti, <em>In fuga dalla scuola e verso il </em>mondo (Hacca, 2009), uscito recentemente per le edizioni Hacca è proprio questo; prendere la storia di un ragazzo che va male a scuola, si innamora e scappa di casa e scegliere di costruirci attorno un romanzo in cui il parlare di scuola e di adolescenza non è che l&#8217;ambientazione, il pretesto. <span id="more-19447"></span>Il punto è la costruzione di un personaggio che si scontra con il mondo perché, evidentemente, il mondo che si trova intorno non è credibile, è un mondo grottesco in cui tutti non fanno che recitare la parte che gli è stata assegnata. In primis, ovviamente, i professori o gli adulti, ma anche i suoi stessi compagni. E il risultato naturale per Valerio, il protagonista del romanzo, è la fuga.</p>
<p>Valerio afferma che uno dei quattro romanzi che ha letto in vita sua è Tom Sawyer. Alcune delle pagine di ambientazione scolastica potrebbero trovarsi anche nel <em>Giovane Holden</em>, che del libro di Twain è, a sua volta, una riscrittura. Ma il primo riferimento che mi è venuto in mente è quello di Antoine Doinel, il protagonista dei <em>400 colpi </em>di François Truffaut. A ricordare Truffaut ci sono molte cose nel libro: lo stesso sguardo verso l&#8217;adolescenza partecipato ma non paternalistico, lo stesso spirito radicalmente libertario del protagonista, e la stessa tonalità emotiva, fra malinconia e<strong><em> </em>sarcasmo. Con la differenza che, a differenza di Antoine, Valerio vede dell&#8217;autorità più che l&#8217;aspetto repressivo l&#8217;aspetto ridicolo e grottesco, le mille nevrosi che agitano i personaggi che si muovono nella scuola intorno a lui, le mille preoccupazioni dei professori, le loro piccole meschinità e ipocrisie. Così Valerio, ascoltando un professore che non fa che ripetere ai suoi studenti che sono tutti uguali, nota che anche loro si vestono tutti con la stessa giacca e gli stessi pantaloni. Osserva la professoressa che si gratifica dell&#8217;ammirazione del bidello. Ovunque, esercita i suoi sensi per cogliere l&#8217;aspetto ridicolo delle cose, la vuotezza dei personaggi che gli stanno accanto o, semplicemente, l&#8217;inutilità delle loro azioni.</strong></p>
<p>E&#8217; proprio questo tipo di sguardo verso il mondo che costituisce il pregio maggiore del libro di Consorti. E questo tipo di sguardo funziona grazie soprattutto alla scelta di far raccontare la storia in prima persona dal protagonista stesso, con una lingua semplice e lineare ma non per questo poco efficace o piatta. Nello scegliere il registro stilistico, Consorti non cerca di imitare il linguaggio dei giovani, né di sostituire la sua voce a quella di un adolescente. Cerca piuttosto di approssimarsi alla tonalità emotiva della lingua di un adolescente, di immaginare il modo in cui Valerio racconterebbe la sua storia e poi tradurla in un tipo di scrittura veloce e lineare, ma anche molto curata e piena di invenzioni linguistiche.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/28/in-fuga-dalla-scuola-e-verso-il-mondo/">In fuga dalla scuola e verso il mondo</a></p>
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		<title>2D &#8211; 3D family</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/02/25/2d-3d-family/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2009 06:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mattia paganelli</dc:creator>
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		<title>La religione cattolica nelle scuole di stato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/02/06/la-religione-cattolica-nelle-scuole-di-stato/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 18:47:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Lanciamo un appello perché da quest’anno la scelta sia oggetto di particolare attenzione e diventi strumento per un’affermazione di laicità nella scuola e nella società.<br />
L’aumento considerevole di coloro che rifiutano tale insegnamento imporrebbe una revisione del modo in cui la scuola affronta il problema della cultura religiosa e costituirebbe, al tempo stesso, un ridimensionamento del regime di privilegio di cui gode la Chiesa cattolica in Italia, che essa interpreta come una conferma della sua avversione verso il pluralismo religioso e culturale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/06/la-religione-cattolica-nelle-scuole-di-stato/">La religione cattolica nelle scuole di stato</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Lanciamo un appello perché da quest’anno la scelta sia oggetto di particolare attenzione e diventi strumento per un’affermazione di laicità nella scuola e nella società.<br />
L’aumento considerevole di coloro che rifiutano tale insegnamento imporrebbe una revisione del modo in cui la scuola affronta il problema della cultura religiosa e costituirebbe, al tempo stesso, un ridimensionamento del regime di privilegio di cui gode la Chiesa cattolica in Italia, che essa interpreta come una conferma della sua avversione verso il pluralismo religioso e culturale.</p>
<p><span id="more-14222"></span></p>
<p>La società italiana, coinvolta nei processi di globalizzazione dell’economia e della comunicazione, va assumendo sempre più rapidamente i caratteri del pluralismo culturale e religioso. Per rendere pacifico e produttivo questo processo è necessario che le nuove generazioni siano preparate a vivere questa realtà.<br />
La scuola è la sede nella quale i giovani possono formarsi una consapevolezza della storicità e dell’articolazione delle diverse culture e delle fedi religiose, per maturare la convinzione del valore del confronto e del dialogo fra di esse. Apprendere il loro intreccio con il divenire dei processi sociali, economici, politici e culturali nelle diverse epoche e nelle diverse aree geografiche costituisce per i giovani la premessa per scoprire l’origine delle differenze, il loro valore e la funzione delle contaminazioni reciproche.<br />
Questo processo di maturazione è ostacolato della presenza dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado.<br />
La sua presenza nelle scuole, frutto del compromesso fra il Vaticano e il regime fascista, è stata confermata nel 1984 con gli Accordi di Palazzo Madama firmati da Bettino Craxi per lo Stato italiano e dal cardinale Agostino Casaroli per la Santa Sede, in sostituzione del Concordato firmato nel 1929 da Benito Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri, da tutti ritenuto ormai incompatibile con la Costituzione repubblicana.<br />
Secondo il vecchio Concordato lo Stato affidava alla Chiesa cattolica un insegnamento della religione obbligatorio, con diritto all’esonero motivato. L’articolo 9 del nuovo concordato lo ha trasformato in insegnamento della religione cattolica (irc) e lo ha reso facoltativo impegnando lo Stato a fornirlo a chi lo avesse chiesto all’inizio dell’anno scolastico. Con successive Intese con altre confessioni religiose si è confermato che la scelta di non avvalersi non deve creare discriminazioni.<br />
Questa nuova normativa, che ha solo limitato il danno, offre tuttavia la possibilità di avviare un processo di radicale cambiamento.<br />
Ogni anno gli studenti della media superiore e i genitori di quelli delle elementari e della media inferiore hanno la possibilità di scegliere se fruire o meno dell’insegnamento della religione cattolica che lo Stato è impegnato ad offrire.<br />
www.italialaica.com</p>
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		<title>Disequazioni e scuola: l’ultimo appello</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/12/disequazioni-e-scuola-l%e2%80%99ultimo-appello/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Dec 2008 11:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><em>«1<br />
Venite, mie canzoni, parliamo di perfezione:<br />
ci renderemo passabilmente odiosi</em>.<br />
Ezra Pound</p>
<p><em>La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente.<br />
Se era stata una passione spontanea, l&#8217;attimo, fatale in ogni vita, del &#8220;generale orrore&#8221;, del mondo che muore intorno e si decompone, la rivela a se stessa: sola selvaggia e composta reazione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/12/disequazioni-e-scuola-l%e2%80%99ultimo-appello/">Disequazioni e scuola: l’ultimo appello</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm2.static.flickr.com/1410/1441453165_18633efb11.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><em>«1<br />
Venite, mie canzoni, parliamo di perfezione:<br />
ci renderemo passabilmente odiosi</em>.<br />
Ezra Pound</p>
<p><em>La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente.<br />
Se era stata una passione spontanea, l&#8217;attimo, fatale in ogni vita, del &#8220;generale orrore&#8221;, del mondo che muore intorno e si decompone, la rivela a se stessa: sola selvaggia e composta reazione. In un’epoca di progresso puramente orizzontale, nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinese condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue, in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco. Si ammirano i due o tre eroi che ancora lanciano vigorose fiondate all&#8217;uno e all&#8217;altro carnefice imparzialmente (poiché è noto che di un solo carnefice si tratta, se anche le maschere si avvicendino). Il cinese che legge, in ogni modo, mostra sapienza e amore per la vita.<br />
E&#8217; prudente dimenticare che, secondo la cronaca, quell&#8217;uomo dovette a ciò la sua testa: l&#8217;ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia. E&#8217; decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla: &#8220;Io so che ogni rigo letto è profitto&#8221;. E&#8217; lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto</em>.»</p>
<p><strong>Cristina Campo</strong>, <em>Gli Imperdonabili</em>, Adelphi, pp. 73-74</p>
<p>A quell’uomo con il libro in mano di fronte alle lame del patibolo ho paragonato <a href="http://www.uniroma1.it/home/culturadellarazza.php">l’alto consesso di luminari</a> riunitosi quasi un mese fa, 14 novembre, in un’università romana resa deserta dalla lotta contro lo scellerato disegno di demolizione della cultura che si perpetra, ormai sistematicamente, da dieci anni, in questo nostro povero paese. Mi è parso un presagio.<span id="more-12140"></span><br />
Il convegno era stato programmato già dall’estate in vista dei settant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia.  Sonia Gentili e Simona Foà lo hanno ideato e curato fin nei più minuti dettagli, dal titolo all’immagine che commenta il filo che tiene il gioco delle perle dei discorsi, fino alla presenza di studiosi rappresentativi delle varie aree di ricerca che concorrono a far luce sull’argomento con cui la nostra storia non ha ancora voluto fare i conti fino in fondo: il razzismo nella cultura italiana.<br />
Laura Ricci, linguista all’università di Siena, quasi conclude i lavori del convegno con l’inquietante testimonianza sulle poco montessoriane metodologie didattiche utilizzate nell’imperiale Corno d’Africa, nostra fu onorata colonia, per insegnare la lingua italiana ai bambini del luogo “negligenti”. Basta dire che il vocabolario di base era un nerbo di pelle d’ippopotamo o qualcosa del genere: la mia mente si è rifiutata di ritenere le caratteristiche dell’oggetto in questione.<br />
<a href="http://www.girodivite.it/Lia-Levi-Una-bambina-e-basta.html">Lia Levi</a> racconta di essere stata invitata a raccontare la sua storia di scolara ebrea in una scuola intitolata a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Pende">Nicola Pende</a>, tristemente noto per le sue teorizzazioni razziali pseudoscientifiche: si è rifiutata di entrarvi. Il pubblico mormora solidale. Corre di bocca in bocca quel che si sa da sempre: i razzisti, specie se accademici, sono stati restituiti ai loro incarichi quando si sono chetate le acque. E così si fa in Italia, tanto che mi sembra di sentir dire, proprio qui e adesso, sulla mia spalla, al fantasma del Gattopardo che parla con quello del funzionario monarchico torinese: caro Chevallier, qui tutto cambia perché nulla cambi.<br />
Dunque, oggi non deve stupire chi, dietro le stentoree gote della bambola mariastellare, osa pretendere nelle scuole le classi “adatte” agli “stranieri”: l’intero paese è malato cronicamente dalla paura dell’ “altro”: il vicino, lo zingaro, l’omosessuale, lo straniero. Delle donne ci curiamo poco o niente, sono abituate e non ci preoccupano.<br />
Il sonno della storia genera mostri!: questo mi diceva il presagio.<br />
Dunque, mentre gli studenti accerchiavano il palazzi dell’odierna dittatura e a Firenze si riuniva l’assemblea generale della scuola convocata da insegnanti e genitori per lottare contro la “legge”* 169, la cultura della razza veniva imperdonabilmente studiata e spiegata nei più riposti orrori al cospetto di studiosi e ricercatori determinati ma per lo più, ahimè, senza futuro.<br />
Imperdonabili le ideatrici e guide del convegno, decise, e a ragione, a proseguire lungo la via imboccata: altra via non ci è data, senza conoscenza. Perché un popolo privato dei luoghi e dei tempi della conoscenza, pieni e gratuiti, è solo un popolo destinato alla schiavitù, foss’anche semplicemente intellettuale, e posto per assurdo che il piano intellettuale possa essere distinto dal piano materiale. Eppure &#8230;<br />
La &#8220;legge&#8221; <a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/08169l.htm">169</a> colpisce con un taglio profondo e inesorabile il cuore della scuola pubblica italiana, eliminando, di concerto con il decreto legislativo 133, la metà delle risorse umane nelle classi per bambini e bambine tra i 6 e i 10 anni. Di più, vuole mascherarsi da &#8220;riforma&#8221; e istituisce quella bella trovata dell&#8217;esame di lingua per i non italofoni (gli immigrati ben presenti nelle memorie leghiste e non solo), destinati alle classi-ponte in caso di insuccesso. Rompe infine con la migliore riflessione pedagogica cresciuta faticosamente in Italia dagli anni Settanta del secolo scorso ad oggi, in particolar modo nell&#8217;Emilia Romagna e in Toscana, ed esige, senza se e senza ma, che il giudizio su ciò che gli scolari apprendono sia espresso, anche nel segmento scolare dell&#8217;obbligo, da un voto numerico non solo nelle discipline insegnate ma pure in condotta.<br />
Chi ha lottato in Italia per una scuola pubblica aperta a tutti non può rimanere in silenzio di fronte a cotale scempio. Per tre ragioni.<br />
Se è vero che l&#8217;apprendimento in Homo sapiens sapiens è un processo lento e faticoso che viene guidato in funzione esemplare dalla vicinanza prossimale costante di esemplari adulti, allora privare la scuola di elementi umani lo mina alla radice.<br />
Se è vero che per apprendere una lingua diversa dalla lingua madre bisogna vivere un certo lasso di tempo immersi nell&#8217;ambiente linguistico dove quella nuova lingua venga parlata costantemente, allora l&#8217;esame di lingua viatico per essere esclusi dai gruppi di scolari italiani è strumento esclusivo di discriminazione.<br />
Se è vero che la cultura è un bisogno secondario e che è compito della scuola dell&#8217;obbligo eliminare tutti quegli ostacoli, che sono primariamente di tipo materiale ed affettivo, che minano alla base ogni percorso di apprendimento nei bambini e nelle bambine tra i 6 e i 13 anni, allora il voto numerico che per sua natura giudica operando tagli netti, ancorché ciechi, è funzionale a escludere tutti quelli che la sorte ha calato in una esistenza miserabile e affettivamente deprivata.<br />
In buona sostanza il Ministero della Istruzione (si badi bene all&#8217;onesta scomparsa dell&#8217;aggettivo &#8220;pubblica&#8221;), concordemente con il Parlamento italiano e con il Presidente della nostra onorata Repubblica, ha decretato e poi legiferato la seguente affermazione:<br />
L&#8217;Italia non può permettersi una scuola dell&#8217;obbligo aperta a tutti.<br />
In considerazione di questo mi sono decisa a scrivere queste due righe di appello, l’ultimo io credo prima di un lungo periodo buio di cui forse io stessa non vedrò la fine: una lettera aperta ai lettori di un blog letterario come Nazione indiana, votato per statuto e costituzione a una imperdonabile e sottile partecipazione diffusa attraverso la scrittura e consegnata al tempo che non conta i passi di un essere umano, infinitesimi &#8230;<br />
E’ tuttavia un appello imperdonabilmente perdonabile: a tutti coloro, uomini e donne, spero e soprattutto, che capiscano questa semplice dis-equazione: <em>il tempo pieno non è il tempo-scuola.</em><br />
Il tempo pieno è un progetto pedagogico che per essere realizzato necessita di una serie di processi di insegnamento che devono essere svolti sinergicamente su ogni singola classe da due insegnanti (uno dei quali non può essere l’insegnante di religione, con buona pace del mondo cattolico italiano) nell’arco di quaranta ore settimanali. Un progetto pedagogico all&#8217;interno del quale anche il semplice pranzare insieme alle bambine e ai bambini diventa per gli insegnanti parte di un preciso percorso didattico. Un progetto didattico in cui due insegnanti che hanno programmato insieme il piano delle esperienze educative, si alternano a turno a guidare un gruppo di bambini e bambine nel lento percorso di apprendimento a essere umani e colti, garantendone l&#8217;arco di tempo quotidiano necessario e funzionale.<br />
Se mia figlia frequentasse quest&#8217;anno la prima elementare entrerebbe in una classe con, al più, altri 24 bambini e avrebbe a sua disposizione due insegnanti: uno per le discipline scientifiche e uno per quelle linguistiche; sarebbe guidata sulla strada della conoscenza umana secondo un percorso studiato e ristudiato da entrambi i suoi maestri insieme, di settimana in settimana, in perfetto accordo se non in armonia con i suoi tempi di apprendimento.<br />
Se mia figlia frequentasse quest&#8217;anno la prima elementare e avesse qualche difficoltà, sarei sicura che potrebbe contare sul fatto che i suoi maestri potrebbero programmare un certo numero di attività didattiche per aiutarla, e che potrebbero farlo in virtù di una manciata di ore (sei circa) in cui i due insegnanti lavorano contemporaneamente sulla stessa classe e possono dividersi i bambini in modo da seguirli più da vicino singolarmente.<br />
Se mia figlia frequentasse quest&#8217;anno la prima elementare, sarei sicura che frequenterebbe la scuola pubblica e che la realtà attorno a lei rispetterebbe il principio costituzionale (utopia?) del &#8220;non uno di meno&#8221;!<br />
La “legge” 169 distrugge questo meraviglioso progetto pedagogico che ci invidiano e copiano in tutto il mondo: sinergicamente con il decreto legislativo 133 (la finanziarietta del pubblico impiego), dimezza gli insegnanti in tutte le classi elementari del paese e riduce il tempo scuola &#8220;normale&#8221; da 40 a 24 ore settimanali.<br />
Quando mia figlia si iscriverà alla prima elementare sarà dopo la distruzione del tempo pieno e della scuola pubblica.<br />
Quando mia figlia entrerà nella sua prima classe della scuola primaria di morattiana memoria (il famoso primo ciclo d&#8217;istruzione), troverà un insegnante unico e ferratissimo in ogni area del sapere umano, che le insegnerà a leggere, scrivere e far di conto alla perfezione assieme ad altri 27, 28, e perché no, 30 bambini. Ovviamente se mia figlia non ce la farà a star dietro a tutti gli altri, si beccherà dal cinque in giù e l&#8217;unico suo insegnante, magari consultandosi con il precettore religioso, dovrà (perché potrà) decidere se bocciarla o meno, con buona pace di tutti i don Milani e Danili Dolci passati e presenti, i quali giustamente ritenevano che &#8220;bocciare&#8221; qualcuno lungo la strada della cultura significasse bollarlo e respingerlo (come al gioco delle bocce), escludendolo.<br />
Quando mia figlia entrerà nella sua prima classe della scuola primaria di morattiana memoria, dovrà uscire presto, alle 12.30 e pranzare a casa. E se io mi ostinerò a voler lavorare, e se l&#8217;istituto scolastico dove mia figlia sarà iscritta potrà organizzare un dopo-scuola variamente animato, allora e solo in quel caso potrà restare nell&#8217;edicifio a svolgere qualche attività attraente (musica con metodo orff, lezioni di tip-tap, aikido per bambini?). E io dovrò pagare perché mia figlia possa rimanere in quella che non potrò più chiamare &#8220;scuola&#8221;.<br />
Se la &#8220;legge&#8221; 169 chiama questa formula di istruzione, privata in luogo pubblico, &#8220;tempo pieno&#8221; lo fa mistificando i fatti e in perfetta malafede, ossia in piena contraddizione con la nostra Costituzione, in particolare con l&#8217;articolo 3 e 34:</p>
<p>&#8220;Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.</p>
<p>È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese&#8221;;</p>
<p>&#8220;La scuola è aperta a tutti.</p>
<p>L&#8217;istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.</p>
<p>I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.</p>
<p>La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.&#8221;</p>
<p>Togliere anche uno soltanto degli strumenti pedagogici che connotano il tempo pieno significa farlo a pezzi nelle sue fondamenta costitutive. Significa consegnare alla barbarie pre-barbiana il segmento migliore della scuola italiana: quella che davvero frequentano tutti.</p>
<p>Sinceramente, a fronte di questo, m’importa poco che mia figlia abbia il grembiule o meno.</p>
<p>I piani dei nostri piccoli dittatori da repubblica di banane riguardano le studentesse e gli studenti d’ogni età. Nel giro di poche decine di anni questo paese sarà piombato irrimediabilmente nella più completa scompagine culturale: se spegniamo una centrale elettrica fa buio subito, se invece spegniamo una scuola farà buio tra cinquant’anni.<br />
Il mio appello è dunque e semplicemente questo: spegnete i video di stato e tornate per le strade: bussate alla porta della scuola più vicina che trovate e chiedete che vi sia aperta.</p>
<p><code><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2eP-JcEXkuU&amp;hl=it&amp;fs=1" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/2eP-JcEXkuU&amp;hl=it&amp;fs=1" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></code></p>
<p>*<em>Le virgolette danno ragione di un dubbio che mi si impone quando considero la legittimità degli atti di un Parlamento eletto grazie a un sistema che è stato usato malgrado fosse sottoposto alla verifica referendaria.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/12/disequazioni-e-scuola-l%e2%80%99ultimo-appello/">Disequazioni e scuola: l’ultimo appello</a></p>
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		<title>Dentro le mura, fuori dalle mura</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 07:53:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<blockquote><p>Solo l&#8217;amare, solo il conoscere<br />
conta, non l&#8217;aver amato,<br />
non l&#8217;aver conosciuto.<br />
(Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice)</p></blockquote>
<p><strong>1. Premessa in forma di domande</strong><br />
Come immaginiamo oggi La Scuola?<br />
Che tipo di immagine mentale si impadronisce di noi quando ci riferiamo a banchi, lavagne, zaini, manuali e ragazzi/e?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/">Dentro le mura, fuori dalle mura</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://images.movieplayer.it/2008/05/08/una-scena-del-film-entre-les-murs-60104.jpg" alt="" width="600" height="400" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<blockquote><p>Solo l&#8217;amare, solo il conoscere<br />
conta, non l&#8217;aver amato,<br />
non l&#8217;aver conosciuto.<br />
(Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice)</p></blockquote>
<p><strong>1. Premessa in forma di domande</strong><br />
Come immaginiamo oggi La Scuola?<br />
Che tipo di immagine mentale si impadronisce di noi quando ci riferiamo a banchi, lavagne, zaini, manuali e ragazzi/e? C’è uno schema rappresentativo che ci guida, e ci soccorre, o più semplicemente ci condiziona, quando riferiamo i nostri pensieri al Sistema della Pubblica Istruzione? C’è qualcosa, nella nostra immagine del mondo scolastico, che pure vagamente si avvicina alla parola pedagogia, e se non a questa &#8211; parola stremata dal modo in cui è stata abusata negli anni Cinquanta e Sessanta in cui tutto era pedagogico, dalla tivù, ai fumetti, ai cantautori – alla parola formazione? Non sarà che nell’estrema sintesi di questa immagine mentale in realtà stiamo giudicando e liquidando, in un colpo solo, gli abitanti di questo specialissimo ecosistema sociale? Potrebbe essere che innescando gli effetti collaterali dell’immagine mentale abbiamo già liquidato il corpo docente e la classe studentesca come il Prodotto Finale, lampante e sotto gli occhi di tutti, della catastrofe che si avvera dovunque, in qualsiasi punto della rete sociale che ci include e si dirama intorno a noi?<br />
<span id="more-11289"></span><br />
Non è che abbiamo associato alla scuola l’immagine di un prodotto per masse storicamente scaduto? Forse che non riusciamo più a distinguere?Vorrebbe dire che ci stiamo fregando da soli? Che siamo degli stronzi da Fine Dei Tempi?</p>
<p><strong>2. Dentro le mura del cinema e della scuola</strong><br />
Qualche sera fa sono andato a vedere La classe, al cinema Arlecchino, a due passi da San Babila, Milano. Quando arriviamo, io e Cinzia<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_0_11289" id="identifier_0_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Cinzia mi scuser&agrave; se l&rsquo;ho tirata in mezzo, ma non ci posso fare niente se fa parte del discorso, perch&eacute; la sera del cinema lei era l&igrave;, come era l&igrave; molte altre sere, essendo io e Cinzia, quando Cinzia non mi tira un bidone nell&rsquo;ultima ora utile di ingresso al cinema, una Coppia Fissa Da Mercoled&igrave; Sera quando il biglietto costa euro 5,70">1</a></sup> abbassiamo di colpo l’età media. Mentre facciamo i biglietti, dal cinema escono schiere di sessantenni eleganti. Sono tutti ben pettinati, portano scarpe di vernice e nessuna piega scompone i tailleur grigi e i completi giacca e cravatta. Salgono le scale, in gruppi da tre, e sommessamente, rasentando il silenzio, si scambiano giudizi sul film. E si guardano, parlano, ma senza dissentire o muovere la testa con diniego. Si vede da lontano che una stessa posizione, uno stesso giudizio critico, qualcosa che ha smosso il loro sistema di pensiero, non si riformula, ma viene ribadito ogni volta che qualcuno prende parola, come se la stessa palla ruotasse tra le sponde e intercettasse sempre lo stesso bersaglio. Quando spariscono lungo Via Vittorio Emanuele, mi chiedo, nella maniera più incosciente, se il film abbia intaccato i loro giudizi o li abbia accomodati dentro i classici binari da conversazioni per luoghi comuni. Ma non ho risposta &#8211; almeno non adesso, non a questo punto, punto su cui ritornerò.</p>
<p>Poi tocca a noi. Ci sorbiamo la solita raffica di trailer ammiccanti, tali da condensare in due minuti i lungometraggi, le battute migliori, i movimenti di macchina più arditi, gli stacchi di montaggio più incisivi, il ralenti più ispirato, la colonna sonora centrifuga e strafica, risparmiandoci la fatica di vederli davvero &#8211; e poi il film inizia. <em>La classe</em> è francese. Il regista è Laurent Cantent. Il titolo vero è Entre le murs, dentro le mura, ed è giusto, limpido, epigrafico, così come è sbrigativo, laconico, essenzialmente descrittivo quello imposto dalla distribuzione italiana<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_1_11289" id="identifier_1_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Apro qui parentesi per dire quanto sia meschina e, in fin dei conti, povera di spirito la distribuzione italiana riguardo ai titoli dei film stranieri. Del resto, la loro opera di traduzione dei titoli la dice lunga su cosa ne pensa del pubblico italiano: in sintesi, una massa di consumatori vuoti e superficiali per nulla adatta a questioni essenziali come la metafora, o l&rsquo;allegoria, la pi&ugrave; semplice allusione, o ai movimenti retorici dispiegati dal film fin dal suo titolo originale. Giuro che prima o poi intento causa alla distribuzione italiana: non fosse altro perch&eacute; ci ha letteralmente sottratto parte della magia del film. Naturalmente, c&rsquo;&egrave; del marketing dietro, un pensiero funzionalista che impone, in nome del suon di cassa, con totale disprezzo di metafore e allegorie e allusioni, di ridurre accuratamente il titolo del film straniero alla pura descrizione della sua messa in scena, in modo che lo spettatore sappia da subito cosa vedr&agrave; una volta in sala &ndash; principio del tutto simile a quello che spinge il proprietario di un negozio di ombrelli, guardando intorno l&rsquo;enorme numero di negozi e possibilit&agrave; che una citt&agrave; offre, a chiamare il suo negozio semplicemente &ldquo;Ombrelli&rdquo; e non &ldquo;Qui sotto non piove&rdquo;, in modo da focalizzare l&rsquo;attenzione dei consumatori fin dal nome del negozio sulla merce in vendita, fateci caso.">2</a></sup><br />
Il film narra la storia di un assedio. Il punto di vista del racconto è quello degli assediati. Professori e studenti. Perché dentro l’ecosistema del mondo scolastico ci sono loro, solo loro, mentre la società intera li guarda, li schiva, li controlla, legifera per loro, su di loro, senza tenere in considerazione le loro aspettative e/o le loro esigenze. Tutto il film è concentrato dentro le mura di una scuola media. Mai le macchine da presa scavalcheranno i suoi recinti. Come se quella fosse la realtà primaria dalla quale si sprigiona tutto il resto. Solo una volta che hai esperito in lungo e in largo l’ecosistema della scuola puoi affacciarti al mondo, dice in diverse occasioni il movimento concentrazionario del film. E lo dice in un modo vertiginoso. Lo dice in due ore e otto minuti, filando via nella sovrapposizione continua e ritmata di primi piani (il volto dei protagonisti) e campi medi (in cui è presente la variegata popolazione di una classe di adolescenti). Lo dice soprattutto nella composizione dei primi piani, la figura del linguaggio cinematografico più utilizzata da Cantent, in cui le teste sono sempre un po’ tagliate, ed il mento dei personaggi è continuamente reciso &#8211; un’inquadratura claustrofobica, che non lascia aria intorno, che ricalca alla perfezione l’assedio, l’accerchiamento sociale, il lento strangolamento degli assediati. Lo dice con i colori lividi della fotografia. Lo dice nella trama che trama non è, dato che il film ricostruisce le fasi, lo sciogliersi ed il ripetersi, la monotonia ed il terremoto propri di un anno scolastico, dall’inizio alla fine, con le classiche presentazioni, lezioni, interrogazioni, sanzioni disciplinari<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_2_11289" id="identifier_2_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="&Egrave; stato soprattutto questo a spingere molti critici a definire il film una docufiction o, in casi estremi, un documentario">3</a></sup>. Se Todd Solondz, nel lontano 1995, teorizzava una Fuga dalla scuola media<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_3_11289" id="identifier_3_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Proprio Fuga dalla scuola media &egrave; l&rsquo;esatto opposto de L&rsquo;attimo fuggente. Potremmo anche teorizzare che il cinema che riguarda Scuola &amp;amp; Adolescenti si biforca in due filoni: da una parte i film che mettono in scena la scuola come ecosistema sociale in cui sono comprese ed intrecciate le vite a seconda dei casi abuliche o letteralmente avvincenti e sexy degli studenti, dall&rsquo;altra parte i film che mettono in scena la vita media di un&rsquo;adolescente bruttino e sfigato e tendenzialmente monocorde ma sognatore che viene a contatto con la scuola e quindi, &ccedil;a va sans dire, con le prime cotte, il sesso, le sostanze stupefacenti, i party asfissianti come trappole, un senso di inadeguatezza al mondo cos&igrave; profondo da avvicinarsi irrimediabilmente alle forme del Pessimismo Cosmico enunciato da Giacomo Leopardi">4</a></sup> qui ci si rimane per tutto il tempo.<br />
Quando scorrono i titoli di coda, piccoli e bianchi su fondo nero, io e Cinzia ci guardiamo. Lei dice, semplicemente: bello. Dietro di noi, un’altra rappresentanza di sessantenni in tiro, dice la stessa cosa. Io ammetto, con qualche senso di colpa: sì, e poi rimango a pensare. Perché una marea di pensieri mi monta in testa, e nessuno svela quella parola: bello. Perché in fondo, sì, è un film girato da paura, tutto giusto al momento giusto, talmente giusto da essersi aggiudicato la Palma D’Oro alla 61° Mostra di Cannes. Però quello che rimane, alla fine di tutto, è la storia di un assedio. La storia di François<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_4_11289" id="identifier_4_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="In realt&agrave;, Fran&ccedil;ois, il freddissimo ma umano professore de La classe, &egrave; il trentasettenne Fran&ccedil;ois B&eacute;gaudeau, ex insegnante, ormai scrittore ed autore proprio di Entre le murs, il libro da cui &egrave; tratto il film, libro che nel 2006 in Francia ha vinto il premio France Culture &ndash; T&eacute;l&eacute;rama; in Italia &egrave; uscito da poco per Einaudi Stile Libero">5</a></sup> un insegnante di francese, e dei suoi studenti. La storia di François che non riesce ad insegnare nulla ai suoi studenti. La storia di uno scontro tra generazioni che non s’intercettano da nessuna parte. La storia di una ragazzina che prende il professore per il culo, e lo guarda come si guarda un frigorifero in Alaska, e a casa legge “L’Apologia di Socrate” da sola<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_5_11289" id="identifier_5_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Su questo punto la memoria vacilla: non sono in grado di sostenere se il testo che la ragazzina legge a casa in totale solitudine sia &ldquo;l&rsquo;orazione funebre di Socrate&rdquo; riportata da Platone o la &ldquo;Repubblica&rdquo; uscita direttamen-te dalla penna di Platone. Ma potrebbe essere qualcosa di molto simile">6</a></sup> La storia di uno scambio fallimentare. La storia di una sconfitta.<br />
Per esempio: François, nonostante l’attenzione degli studenti rasenti l’encefalogramma piatto, non fa mai lezioni vere e proprie, non cerca mai di insegnare qualcosa, non isola mai davanti agli occhi dei suoi studenti una porzione del mondo, facendogli capire quanto sia allo stesso tempo infinita e concisa – contrariamente a quanto ci hanno abituato film buoni, o di cassetta, dove gli studenti vengono letteralmente rapiti dalle parole sciamaniche dei rispettivi professori, valga per tutti l’esempio de L’attimo Fuggente, altro film curiosamente a carattere concentrazionario.<br />
Piuttosto, François, instilla nozioni. Consegna alla classe, sempre quando la classe lo lascia libero di agire, frammenti se non schegge della lingua francese, in sé e per sé inutilizzabili. Non ordisce mai &#8211; forse perché non ci crede, anche perché i ragazzi non glielo permettono &#8211; l’intelaiatura di un discorso complessivo che attraversa la scuola per puntare alla vita. Con i ragazzi che ha davanti, ragazzi vivissimi, per lo più emigrati di seconda generazione, ognuno dalla provenienza diversa – questione scottante, che cova nelle battutine acide ed esploderà nella violenza improvvisa – poteva intavolare un discorso simile a quello che David Foster Wallace descrive nel coltissimo, erudito e in fin dei conti toccante saggio “Autorità e uso della lingua”<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_6_11289" id="identifier_6_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Saggio che vi consiglio calorosamente di leggere, perch&eacute; dopo, sulla lingua e sull&rsquo;uso della lingua ci capireste molto di pi&ugrave; di quanto ne sapevate prima. Almeno a me &egrave; successo cos&igrave;. Saggio che &egrave; compreso in &ldquo;Considera l&rsquo;aragosta&rdquo;, edito da Einaudi, nel 2006">7</a></sup> cioè far comprendere loro quanto sia necessaria la Lingua Francese Standard per il loro futuro riposizionamento all’interno degli strati sociali, soprattutto negli strati sociali in altissima quota. Ma non succede.<br />
Cosa passa invece attraverso le parole di François? La disciplina. L’ordine. E in maniera ambivalen-te, sempre con senso di colpa, la sanzione. Quando proprio non c’è la fa più, e i ragazzi diventano ingovernabili, e il filo logico della lezione si aggroviglia nell’insulto, non riuscendo a districarsi dalla matassa di insulti, François ricorre al vecchio trucco: cercare nel discorso dei ragazzi l’infrazione ad una regola sociale – dare del Tu e non del Lei al professore – e strigliarli pubblicamente e/o spedirli dal preside. E allora viene anche abbastanza ovvio domandarselo: perché alla fine del film, con la pelle contratta dal dolore, una ragazzina rivela a François di non aver imparato niente? Perché i ragazzi de La classe rimangono totalmente all’oscuro su questioni roventi come le declinazioni dello scibile umano e delle infinite domande a cui gli antenati non hanno associato una risposta definitiva e chiarificatrice?<br />
Perché il sistema dell’istruzione, in questo caso quello francese, non tende alla formazione degli studenti, ma alla loro amministrazione. Perché è un sistema che non punta sull’autorevolezza del corpo docente, ma sull’autorità. Perché è una forma di pensiero che frena davanti ai principi di giustizia sociale e spinge a tavoletta sui pedali dell’ordine costituito. Perché più che insegnare preferisce disciplinare. Quando usciranno dalle scuole medie, nonostante i pantaloni larghi, e le scarpe ultimo modello, e lo sguardo da ergastolano, e l’aria da residente nel braccio della morte che ormai ha capito alla perfezione come gira il mondo, saranno, proprio come diceva Michel Foucault, corpi docili, vite ammaestrate, personalità funzionali al sistema. In questo tipo di scuola tra professori e studenti il sapere circola, ma è una conoscenza legata al potere storicamente determinato che si irradia dovunque, in qualsiasi istituzione sociale<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_7_11289" id="identifier_7_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Cosa che Michel Foucault, in un momento di massima gioia del pensiero occidentale, definiva &ldquo;microfisica del potere&rdquo;">8</a></sup>.<br />
E allora: perché definire il film, senza neanche pensarci troppo, bello?<br />
Perché schiere di sessantenni eleganti tintinnano e sussurrano all’uscita del cinema, confermando a vicenda la propria posizione, senza scardinare minimamente il film e provare a guardarci dentro?<br />
Non è che il film, più che denunciare una situazione, finisce per confermare un’immagine stereotipata della scuola ormai sovraimpressa nella mente di tutti? Forse che sotto sotto abbiamo già liquidato il modello sociale della scuola perché ormai inefficiente e/o inefficace non solo a diffondere il sapere, ma perfino a disciplinare e irretire nelle maglie sociali gli abitanti del futuro? Non sarà che il film ci convince, una volta per tutte, che la catastrofe è qui, proprio intorno a noi, e che noi, ultimi esemplari della specie, mentre vediamo il sistema collassare dappertutto, percepiamo la scuola come una pesante decorazione del passato da sacrificare senza battere ciglio?<br />
E non è questa la catastrofe in sé?</p>
<p><strong>3. Fuori dalle mura della scuola e delle università</strong><br />
Poi però succede questa cosa. Mentre il crack finanziario incrina e stende le economie globali degli stati nazione, in Italia, per non farsi mancare niente, si avvera la Legge 133. Senza spaccare il capello in quattro, la legge taglia, poi taglia ed in ultima opzione: taglia. Solo per l’università la spesa è drasticamente ridotta “di 63,5 milioni di euro per il 2009, di 190 milioni di euro per il 2010, di 316 milioni di euro per il 2011, di 417 milioni di euro per il 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.”<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_8_11289" id="identifier_8_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="&Egrave; la chiusura grandiosa, a tratti commovente, dell&rsquo;articolo 6 della Legge 133. Chiusura che sale in un crescendo senza pari, con rulli di tamburi e acuti senza fine. Un perfetto esempio di climax legislativo.">9</a></sup> Questa sforbiciata, semplice ed elegante come lo swing alla diciottesima buca, che non ha precedenti nella storia occidentale, è chiamata Riforma. Il che è ironico. Il che induce a considerare che siamo guidati da una massa di bontemponi con la battuta in canna. Il che permette di arguire che è lo stesso tipo di ironia che qualche settimana fa ha ghiacciato all’istante gli abitanti della Corea del Sud. Del resto, provate voi a non sciogliervi in una risata se da Pyongyang le forze armate nordcoreane, sconsigliandovi calorosamente di diffondere i volantini con critiche al regime, affermano: “I nostri attacchi preventivi ridurranno tutto in macerie. E sarà una guerra giusta per costruire uno stato riunificato.”<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_9_11289" id="identifier_9_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Notizia riportata da La Repubblica il 29 ottobre 2008">10</a></sup></p>
<p>Incrociando i due campioni di raffinatissima ironia si capisce che: si tagliano i fondi, ovvero si ridu-ce tutto in macerie, per riformare, cioè per costruire. Aldilà del paradosso, dell’ironia istituzionale, dello sciogliersi in un’ampia risata, del rinculo stesso della risata, che ci lascia intorpiditi e disorientati, rimane proprio una questione da chiarire: costruire cosa? E perché radere tutto al suolo se poi bisogna posare le nuove pietre su cui reggerà la Pubblica Istruzione? Qualche indizio ci soccorre se si considerano i cambiamenti introdotti dalla Legge 133 nella scuola elementare.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_10_11289" id="identifier_10_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Secondo me, l&rsquo;errore che molti analisti compiono sulla vicenda dei tagli &egrave; questo: considerare divergenti le sorti della scuola elementare e dell&rsquo;universit&agrave;, come se si stia parlando di mondi incommensurabilmente lontani. In realt&agrave;, per capire cosa sta suc-cedendo, bisognerebbe tracciare una mappa complessiva dei cambiamenti in atto.">11</a></sup> Per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla voce Tagli, il Ministro Gelmini ha immediatamente snocciolato sulla scena globale dei media cambiamenti epocali, se non rivoluzionari – cambiamenti, a suo dire, ricalcati su quelli messi a punto da Barack Hussein Obama II.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_11_11289" id="identifier_11_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Lo so, ogni giorno milioni di italiani provano a scusarsi con il nuovo Presidente Degli Stati Uniti. Porgo qui le pi&ugrave; sentite scuse a Barack Obama per quanto Mariastella Gelmini, con estrema naturalezza, sembrandone anche parecchio convinta, profer&igrave; nelle scorse settimane">12</a></sup> Che sono questi: ritorno al maestro unico, ritorno ai voti in decimi, ritorno al grembiule, ritorno alla votazione sul comportamento. Se qualcosa inizia a vibravi in testa, se uno stormo di campanelli trilla impazzito lungo le vostre reti neurali, se un’enorme spia rossa lampeggia a ripetizione la parola ALARM sulle vostre pareti cere-brali, ebbene sì, avete già capito. Ed è la stessa mobilitazione neuronale che avverto adesso, in questo momento, ipotizzando il fatto che dietro i tagli c’è qualcosa di più specifico e di molto pericoloso, per non dire raccapricciante. Puntano sul Maestro Unico per eludere l’ampliamento dei punti di vista. Sostengono i Voti In Decimi per tagliare corto su giudizi e valutazioni che richiedono tempo, competenza, anni di pedagogia alle spalle, e la capacità di intuire i salti progressivi dell’intelligenza degli allievi. Reintroducono il Grembiule per uniformare e rendere tutti indistinguibili, privi di alcuna personalità. Prediligono la Votazione Sul Comportamento per misurare le deviazioni degli studenti da rigidissimi standard sociali.<br />
Vorrebbero, in due parole: ammaestrare e amministrare. Vorrebbero riportare la scuola alle sue origini, quando la sua finalità non era poi così diversa da quella degli ospedali, delle carceri, delle caserme, delle fabbriche – luoghi in cui era la lingua del potere &#8211; potere evanescente e sottile, ma presente ovunque &#8211; a disegnare gli spazi, regolare i comportamenti, controllare le deviazioni, cancellare le corruzioni. È il principio dell’autorità che lì dentro s’insinuava sottopelle. È l’obbedienza la cosa che si respirava in ogni ambiente. È il potere, nelle sue forme meno appariscenti, che scendeva dentro la vita di milioni di persone, gestendone direttamente il passato, il presente ed il futuro.<br />
E poi succede questa cosa – cosa per cui letteralmente ululo, sgrano gli occhi e mi commuovo. Cosa per la quale vorrei essere ancora studente per dedicarmi giorno e notte alla causa. Gli studenti scendono in piazza. Invadono le strade. Assediano il ministero. E poi, quasi senza accorgersene, entrano per sempre nell’immaginario collettivo di milioni di spettatori con una strategia semplicissima, a cui nessuno aveva mai pensato prima: oltre a sfilare, occupare, verniciare striscioni, urlare rabbia e disapprovazione, con tutta la naturalezza possibile, si siedono per terra, al centro delle piazze, e se ne stanno muti, concentrati, con le penne a rigare i quaderni degli appunti, mentre un professore, anche lui, per nulla intimorito dall’estensione spaziale della nuova aula, davanti ad allievi di età diverse, sotto cieli schiariti e/o minacciosi, dice, spiega, ritorna più volte sul suo discorso, formula e amplifica idee, come se quella, davanti agli studenti seduti sul marmo della piazza, fosse l’unica cosa da fare, oggi.</p>
<p>Il valore simbolico delle lezioni all’aperto è spiazzante. Qui, rispetto al discorso pubblico del potere, non c’è ironia. C’è solo dolore, un dolore composto, e la determinazione serissima di riprendersi il futuro. In un attimo, due visioni della scuola vengono a confronto e si sfidano. Da una parte, il disegno istituzionale di una scuola che prima di ogni cosa amministra e controlla. Dall’altra, il modello sociale di un luogo che mette al centro il sapere e le sue diramazioni. È chiaro che, in quanto istituzione sociale, la scuola come l’università, fonde le due istanze, ma è altrettanto chiaro che proprio perché la visione del mondo tra il ministro e gli studenti è radicalmente opposta, ognuno spinge e fa massa dalla propria parte. Tuttavia, scegliere tra queste due visioni dell’istruzione pubblica, oggi, in un giorno qualsiasi sul finire del 2008, è una questione capitale. Perché se proprio ci stai dentro le mura, come il film rende lapalissiano, allora le cose non cambieranno mai del tutto, anzi stagneranno, e sarà la lingua del potere, per quanto ironica e di grande appeal per l’opinione pubblica, a disporre dello stato delle cose, a ordinare, prevenire e curare. Quando invece la novità, oggi, risiede nella possibilità di poter dimo-rare fuori dalle mura, sia pure per un breve periodo, e ritrovarsi di colpo di fronte allo spazio aperto delle opportunità, e cominciare a definire nuovi modi di produrre conoscenza e diramare il sapere, nuovi e più evoluti modi di legare con il prossimo e di immaginare il futuro. La domanda in sé e per sé semplicissima, e di grande effetto retorico, quale società ti piacerebbe abitare domani?, dentro le mura non avrebbe alcun effetto, ricadrebbe sugli zaini e i gessetti e i manuali e i quaderni lasciando la traccia finissima e opaca della polvere. Fuori, fin dove l’occhio non arriva, c’è tutto quello che ci servirebbe per rispondere a quella domanda: tutto ciò che ancora non abbiamo avuto la forza di raggiungere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/">Dentro le mura, fuori dalle mura</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_11289" class="footnote">Cinzia mi scuserà se l’ho tirata in mezzo, ma non ci posso fare niente se fa parte del discorso, perché la sera del cinema lei era lì, come era lì molte altre sere, essendo io e Cinzia, quando Cinzia non mi tira un bidone nell’ultima ora utile di ingresso al cinema, una Coppia Fissa Da Mercoledì Sera quando il biglietto costa euro 5,70</li><li id="footnote_1_11289" class="footnote">Apro qui parentesi per dire quanto sia meschina e, in fin dei conti, povera di spirito la distribuzione italiana riguardo ai titoli dei film stranieri. Del resto, la loro opera di traduzione dei titoli la dice lunga su cosa ne pensa del pubblico italiano: in sintesi, una massa di consumatori vuoti e superficiali per nulla adatta a questioni essenziali come la metafora, o l’allegoria, la più semplice allusione, o ai movimenti retorici dispiegati dal film fin dal suo titolo originale. Giuro che prima o poi intento causa alla distribuzione italiana: non fosse altro perché ci ha letteralmente sottratto parte della magia del film. Naturalmente, c’è del marketing dietro, un pensiero funzionalista che impone, in nome del suon di cassa, con totale disprezzo di metafore e allegorie e allusioni, di ridurre accuratamente il titolo del film straniero alla pura descrizione della sua messa in scena, in modo che lo spettatore sappia da subito cosa vedrà una volta in sala – principio del tutto simile a quello che spinge il proprietario di un negozio di ombrelli, guardando intorno l’enorme numero di negozi e possibilità che una città offre, a chiamare il suo negozio semplicemente “Ombrelli” e non “Qui sotto non piove”, in modo da focalizzare l’attenzione dei consumatori fin dal nome del negozio sulla merce in vendita, fateci caso.</li><li id="footnote_2_11289" class="footnote">È stato soprattutto questo a spingere molti critici a definire il film una docufiction o, in casi estremi, un documentario</li><li id="footnote_3_11289" class="footnote">Proprio Fuga dalla scuola media è l’esatto opposto de L’attimo fuggente. Potremmo anche teorizzare che il cinema che riguarda Scuola &amp; Adolescenti si biforca in due filoni: da una parte i film che mettono in scena la scuola come ecosistema sociale in cui sono comprese ed intrecciate le vite a seconda dei casi abuliche o letteralmente avvincenti e sexy degli studenti, dall’altra parte i film che mettono in scena la vita media di un’adolescente bruttino e sfigato e tendenzialmente monocorde ma sognatore che viene a contatto con la scuola e quindi, ça va sans dire, con le prime cotte, il sesso, le sostanze stupefacenti, i party asfissianti come trappole, un senso di inadeguatezza al mondo così profondo da avvicinarsi irrimediabilmente alle forme del Pessimismo Cosmico enunciato da Giacomo Leopardi</li><li id="footnote_4_11289" class="footnote">In realtà, François, il freddissimo ma umano professore de La classe, è il trentasettenne François Bégaudeau, ex insegnante, ormai scrittore ed autore proprio di Entre le murs, il libro da cui è tratto il film, libro che nel 2006 in Francia ha vinto il premio France Culture – Télérama; in Italia è uscito da poco per Einaudi Stile Libero</li><li id="footnote_5_11289" class="footnote">Su questo punto la memoria vacilla: non sono in grado di sostenere se il testo che la ragazzina legge a casa in totale solitudine sia “l’orazione funebre di Socrate” riportata da Platone o la “Repubblica” uscita direttamen-te dalla penna di Platone. Ma potrebbe essere qualcosa di molto simile</li><li id="footnote_6_11289" class="footnote">Saggio che vi consiglio calorosamente di leggere, perché dopo, sulla lingua e sull’uso della lingua ci capireste molto di più di quanto ne sapevate prima. Almeno a me è successo così. Saggio che è compreso in “Considera l’aragosta”, edito da Einaudi, nel 2006</li><li id="footnote_7_11289" class="footnote">Cosa che Michel Foucault, in un momento di massima gioia del pensiero occidentale, definiva “microfisica del potere”</li><li id="footnote_8_11289" class="footnote">È la chiusura grandiosa, a tratti commovente, dell’articolo 6 della Legge 133. Chiusura che sale in un crescendo senza pari, con rulli di tamburi e acuti senza fine. Un perfetto esempio di climax legislativo.</li><li id="footnote_9_11289" class="footnote">Notizia riportata da La Repubblica il 29 ottobre 2008</li><li id="footnote_10_11289" class="footnote">Secondo me, l’errore che molti analisti compiono sulla vicenda dei tagli è questo: considerare divergenti le sorti della scuola elementare e dell’università, come se si stia parlando di mondi incommensurabilmente lontani. In realtà, per capire cosa sta suc-cedendo, bisognerebbe tracciare una mappa complessiva dei cambiamenti in atto.</li><li id="footnote_11_11289" class="footnote">Lo so, ogni giorno milioni di italiani provano a scusarsi con il nuovo Presidente Degli Stati Uniti. Porgo qui le più sentite scuse a Barack Obama per quanto Mariastella Gelmini, con estrema naturalezza, sembrandone anche parecchio convinta, proferì nelle scorse settimane</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Il punto vulnerabile</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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		<title>Disciplina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/14/disciplina/</link>
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		<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 09:52:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Ogni fascia anagrafica ha il suo spauracchio confezionato ad hoc. Per gli adulti, è disponibile l’extracomunitario. È uno spauracchio di comprovata efficacia, estesa applicazione e referenza millenaria. Funziona bene come catalizzatore della frustrazione e dell’odio sociale, provare per credere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/14/disciplina/">Disciplina</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/il-maestro.jpg"/></p>
<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Ogni fascia anagrafica ha il suo spauracchio confezionato ad hoc. Per gli adulti, è disponibile l’extracomunitario. È uno spauracchio di comprovata efficacia, estesa applicazione e referenza millenaria. Funziona bene come catalizzatore della frustrazione e dell’odio sociale, provare per credere. Per i giovani in età scolare, invece, da poco è stato lanciato sul mercato il prodotto “bullo”. Il bullo è una sorta di “extracomunitario italiano adolescente” che mena le mani contro il prossimo, preferibilmente se portatore di handicap, sovrappeso, ritardato, omosessuale. In entrambi i casi (extracomunitari e “extracomunitari italiani adolescenti”) la parola d’ordine è una sola: disciplina.<span id="more-10906"></span> L’ultima conferma l’abbiamo avuta nella nuova riforma della scuola firmata dal Ministro Gelmini, che taglia risorse all’istruzione, mortifica la funzione degli insegnanti, e però invita a dibattere su folkloristici provvedimenti disciplinari, buoni appunto per distrarre e catalizzare l’aggressività sociale. La violenza (dentro e fuori le scuole) si sconfigge con la disciplina. Forse è una strada, però bisogna intendersi sul significato del termine “disciplina”, che improvvisamente sembra diventato prerogativa della destra. La disciplina proposta è: bocciatura per l’insufficienza in condotta e grembiulino obbligatorio a scuola. Il che significa declinare sulla fascia anagrafica adolescenti l’istituzione dell’esercito in strada. Ovvero: obbedienza pena la punizione, l’insegnante come vigile urbano seduto dietro la cattedra con manganello, fischietto e in tasca le manette e il taccuino per emettere multe. Ecco, credo semplicemente che quest’idea della disciplina riveli una concezione desolante del cittadino e del rapporto tra stato e cittadino. Il cittadino è relegato a mero esecutore meccanico di un ordine di cui non è tenuto né a capire né a condividere il senso. Per dirla con Antonio Gramsci, fondatore di questo giornale, è venuto il momento di contrapporre disciplina a disciplina. C’è un tipo di disciplina in cui tutti, semplicemente, pedestramente obbediscono: “i muli della batteria al sergente di batteria, i cavalli ai soldati che li cavalcano. I soldati al tenente, i tenenti ai colonnelli dei reggimenti; i reggimenti a un generale di brigata; le brigate al viceré […]. Il viceré alla regina […]. La regina dà un ordine, e il viceré, i generali, i colonnelli, i tenenti, i soldati, gli animali, tutti si muovono armonicamente e muovono alla conquista”. E poi c’è un’altra disciplina. Questa disciplina nasce dalla consapevolezza di essere parte di una collettività, dalla condivisione di un progetto. Soprattutto nasce dalla cultura, che è quello che chiediamo allo stato, agli insegnanti e alla scuola: “La cultura [...] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri”. Ma questo fa paura: meglio le istruzioni che l’istruzione. È più rassicurante avere dei consumatori in grembiulino che dei cittadini consapevoli. Se seguiamo bene le istruzioni, diventeremo uguali alla figura disegnata sulla scatola. </p>
<p><em>pubblicato su &#8220;L&#8217;Unità&#8221;.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/14/disciplina/">Disciplina</a></p>
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		<title>La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo [scuola/5]</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 10:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;">
</p><p style="text-align: left;"></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong>
</p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p>Tutti hanno idee sulla scuola e sui professori.</p>
<p>È qualcosa di più feroce del mondiale di calcio. Dove in un batter d’occhio tutti sono in grado di poter effettuare, in una partita a eliminazione diretta, cambi migliori dell’uomo con la cravatta in panchina.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/la-mano-sulla-scuola-scuola5/">La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo [scuola/5]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter" title="maestrina" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/maestra.jpg" alt="" width="396" height="477" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong>
</p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p>Tutti hanno idee sulla scuola e sui professori.</p>
<p>È qualcosa di più feroce del mondiale di calcio. Dove in un batter d’occhio tutti sono in grado di poter effettuare, in una partita a eliminazione diretta, cambi migliori dell’uomo con la cravatta in panchina. Io so perché. L’esperienza scolastica è l’unica esperienza sociale condivisa da ogni cittadino italiano o no. Tutti almeno una volta, tra i sei e i diciotto anni, sono andati a scuola. La scuola quindi non è di destra, non è di sinistra, non è di centro e nemmeno federalista. L&#8217;unico colore della scuola è il verde formica dei banchi. Perché fino a prova contraria si va a scuola per imparare. La prima prova contraria viene dai rapporti OCSE PISA che collocano i nostri quindicenni al trentatreesimo posto per competenze di lettura e al trentottesimo posto per competenze matematiche. La seconda, dalle percentuali bulgare di studenti rimandati nelle ultime estati in latino e matematica, senza citare poi le statistiche occulte, che pure ogni docente può stilare, sui rimandati in disegno tecnico e storia dell’arte. Le indagini statistiche non sono la verità. Sono come le stelle per i romani. <em>Inclinant non necessitant</em>. Anche se, in questo caso, inclinant verso il baratro. La terza prova contraria è la precarizzazione della figura del docente che si infrange contro la continuità didattica, che per quanto non esistano certezze, è un valore quasi assoluto.<br />
<span id="more-10599"></span><br />
Anche il ministro della pubblica istruzione è andato a scuola. L’oggettività di aver condiviso almeno una esperienza con tutti i connazionali non autorizza tuttavia il ministro della pubblica istruzione, chiunque egli sia, a strutturare proposte di miglioramento della scuola che siano di mero senso comune.</p>
<p>Io sono certa che nessun docente, più o meno precario, che possa dirsi tale, riesca a scagliarsi contro una riforma nella quale galleggiano indistintamente, come la storiella sul porto di Palermo, proposte coerenti e sagge e proposte infide e deleterie. La riforma della scuola è ancora così vaga e varia che il peggior risultato è lasciare indifferenti, silenti, i professori di ruolo e (s)mobilitare i precari. Di rendere evidente, in questa scissione, il suo non essere esattamente una riforma a scopo culturale quanto piuttosto una manovra a sfondo finanziario. Tuttavia, io sono certa che nessun docente, che possa dirsi tale riesca a serrare le fila insieme a un sindacato che osteggia qualsiasi cosa tranne l&#8217;assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, che inibisce l&#8217;introduzione di un criterio meritocratico di selezione del corpo docente. Io ne sono certa perchè mi sono vista chiedere delucidazioni a colleghi che stavano a scuola da più tempo di me o che ne sapevano di più su un argomento specifico. Perché ho visto colleghi domandarmi su questioni sulle quali mi ero dimostrata più ferrata. Io ne sono certa perchè chi sta a scuola sa più degli altri che non si smette mai di imparare. E che quindi i professori dei professori o i professori più bravi vanno pagati perchè insegnino. Ma non domani. Già ieri. Tutto questo, anche al costo infernale, di dover ridimensionare il corpo docente. Quindi al costo della mia cattedra.</p>
<p>Il gioco insomma è quello della torre. Solo che nessuno cade e nessuno muore. Non subito almeno. La domanda suona Che colore ha la tua scuola?. Io rimango interdetta, guardo lo strapiombo e penso che se sotto ci fosse il mare il gioco della torre sarebbe una attrazione turistica. Come tutto in questo paese. Poi alzo gli occhi e, qualsiasi cosa io abbia risposto nel millenovecentonovantasei, gli effetti, le mancanze, i danni al tessuto connettivo e produttivo del paese sono evidenti solo adesso. conosco la risposta. Se la scuola avesse un colore sarebbe il verde formica dei banchi. Perché fino a prova contraria a scuola ci si va per imparare.</p>
<p>Io ho finito la scuola superiore il tre luglio del millenovecentonovantasei. Avevo una gonna aragosta a trapezio, una polo color crema e forse un paio di sandali. Dietro una fila di banchi stretti, uno accanto all’altro eppure irregolari, stavano il presidente e i commissari esterni. A fianco a me la mia professoressa di matematica, membro interno di quell’anno. Le mie materie orali erano italiano e fisica. Fuori dalla finestra del mio piccolo liceo di provincia c’era il mare di luglio, con i primi bagnanti senza ombrellone e i teli stesi, a insabbiarsi le cosce o a sotterrarsi i piedi. Non faceva caldo e c’era il vento. Il mare mi è sembrato un lago per tutta l’interrogazione tanto era silenzioso.</p>
<p>La prima volta che sono entrata in un’aula scolastica per una supplenza annuale è stato il duemilasei. Esattamente dieci anni dopo. Dieci anni in cui mi sono laureata in matematica, concluso un dottorato quadriennale e abilitata all’insegnamento. Dieci anni in cui non sono mai uscita dalla scuola in senso stretto. Quella dove si va per imparare fino a prova contraria. L’esperienza in classe è stata scioccante. I miei studenti di quinto anno non avevano il bagaglio linguistico dei miei diciotto anni, non avevano il mio (allora scarno) bagaglio di conoscenze matematiche, non erano di certo molto più stupidi o molto più intelligenti di quanto lo fossi io, non avevano nemmeno il mio livello di semplice scolarizzazione. Si parla uno alla volta, i cellulari in classe si tengono spenti, non si mangia in aula, non si beve in aula, non si dorme in aula, non si picchia il compagno. Non in generale, almeno quando il professore ti guarda. E giacché non è più scuola dell’obbligo se non si è interessati si resta a casa o si va a lavorare.</p>
<p>Quando è suonata la campanella mi sono chiesta cosa fosse successo alla scuola in dieci anni. E dopo due anni di insegnamento l’idea che mi sono fatta è che, non avendo la scuola nessun colore o vessillo politico, tenere una posizione di una ideologia qualsiavolgia, fosse pure quella del <em>Kalos kai Agathos</em>, è una iattura, che perciò le cattive riforme, in quanto approssimazioni, sono meglio di nessuna riforma, che i sindacati hanno abdicato a qualsiasi reale possibilità di interlocuzione tra corpo docente precario e (cattive) riforme disinteressandosi alla qualità dell&#8217;insegnamento per concentrarsi sulla quantità delle immissioni in ruolo disponibili anno per anno, che l’infamia italiana dove un laureato medio, al primo impiego, percepisce un compenso mensile di mille euro con contratti dai tre ai sei mesi, ha tinto d&#8217;oro le cattedre scolastiche e persone, che mai avrebbero considerato l’insegnamento come un mestiere decente, si sono riversate nelle scuole di specializzazione per assicurarsi uno stipendio di milleduecento euro al mese, permessi per malattia o senza assegni, diritto alla disoccupazione con e senza requisiti ridotti, vacanze di Natale e Pasqua assicurate, orari umani. Insegnare a scuola, di questi tempi, è diventato quasi uno scopo di lucro e questo la dice lunga sullo stato effettivo del paese. Insegnare a scuola è diventato l&#8217;ultimo brandello di posto statale da prendere a ogni costo in un paese con un mercato del lavoro flessibile ma lavoratori immobili.</p>
<p>Lo scorso anno è apparso su <em>La Repubblica</em> un articolo di Citati sullo stipendio dei professori e dei maestri. Era pieno di osservazioni accurate scritte benissimo e argomentate meglio. La proposta era raddoppiare lo stipendio ai docenti perché, a oggi, costituiscono una specie di sottoproletariato. Mi ha stupito molto che un intellettuale di quella risma, un letterato raffinato e tutto il resto abbia avuto l’esigenza di parlare di soldi, della borghesia torinese che non si preoccupava che gli educatori dei loro figli venissero pagati meno dei loro autisti, della convinzione che questa indifferenza implicasse la coscienza che i professori non appartenevano a nessuna classe sociale. Io sospetto che Citati quando scrive elite intellettuale parli di persone ben pagate. Come se l&#8217;elite intellettuale fosse una conseguenza e quasi non si fosse accorto che i professori, al primo incarico, sono meglio pagati dei ricercatori universitari, degli ingegneri e degli architetti al primo impiego. Pare che le elite vadano scomparendo. In effetti però se gli intellettuali parlano di soldi i professori di scuola sono il sottoproletariato.</p>
<p>All’inizio di questo settembre Citati è ancora intervenuto, sempre da <em>La Repubblica</em>, sull&#8217;esigenza di aumentare lo stipendio ai professori per consentire loro di comprare almeno i giornali, dunque di tenersi informati, e buoni libri da leggere e un golf nuovo di tanto in tanto per apparire rispettabili. Lo so che la tesi di Citati, pur con qualcosa di classista, è giusta. Ma l&#8217;implicazione del golf non mi convince in nessuno dei due interventi. Anche se amo molto golf.</p>
<p><strong>La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo</strong></p>
<p>Signor Ministro della Pubblica Istruzione,<br />
anzi signora. Le scrivo perché sono una docente precario che non si fida né dei giornali né dei sindacati e che per qualsiasi cosa consulta la sezione comunicati stampa sul sito del suo ministero. Solo di prima mano. Le parole girano per l’aria e prendono strane pieghe. Che poi a toglierle ci si impiega tempo. Lei mi dirà che il tempo, per me che insegno a scuola, non è un problema, e io le rispondo che non è esattamente così perché in questa scuola di oggi ci sono le riunioni per materie, i corsi di aggiornamento obbligatori, i corsi di recupero in itinere, gli sportelli didattici, i programmi pomeridiani che sono stati finanziati e quindi bisogna farli così gli studenti maturano crediti scolastici, i consigli di classe, i collegi dei docenti, e due volte all&#8217;anno il ricevimento genitori. Pensi a me che quest’anno ho avuto le mie diciotto ore frontali spezzettate in tre scuole e moltiplichi per tre le righe sopra. Lungi da me volerle insegnare le moltiplicazioni ma converrà, che, a seconda dell&#8217;editor di testo che possiede, le righe sopra arriverebbero a sei o a nove e anche solo a leggerle, senza interessarsi di cosa significhino, ci si impiegherebbe un poco.</p>
<p>Le scrivo perché all&#8217;inizio di questo anno scolastico avverto un poco di stanchezza che, le assicuro, non è una sensazione che mi accompagna nel mio lavoro. Io penso che insegnare sia il mestiere più bello del mondo. Si rimane per sempre giovani, si affilano i concetti fino a farne stuzzicadenti con i quali impedire alle stupidaggini di addensarsi in carie, ci si confronta con persone il cui cruccio quotidiano medio è capire quanto elastico delle mutande lasciar sporgere dalla cintola dei pantaloni. Non è un giudizio, mi creda, è una meraviglia. Insegnare alle scuole superiori, e forse anche alle scuole medie, e all&#8217;università e alle elementari, e ai corsi di formazione aggiungerà lei, è il mestiere migliore del mondo perché l&#8217;ambiente lavorativo è quasi sempre spensierato. Io non sono un docente da Capitano mio capitano, sono uno che entra in classe il primo giorno di scuola con un test di ingresso tarato sui contenuti minimi dell&#8217;anno o del ciclo scolastico precedente, segna l’orario di inizio sulla lavagna e quello di consegna, si appoggia alla cattedra, incrocia le mani sul petto e guarda gli studenti ingobbirsi tra i banchi per crucciarsi o sorridere ma comunque confrontarsi con qualcosa che non è scontato, non è imprevisto ma nemmeno programmato, e che comunque, è una piccola sfida. O un ostacolo. O una pozzanghera nella quale battere i piedi, giocare a interpretare Narciso o da saltare per proseguire il cammino.</p>
<p>Mi perdoni se mi dilungo ma non so quando mi ricapiterà di avere un pomeriggio da dedicarle, qui ogni anno si cambia cattedra e classe e bisogna studiare tutto da capo. Non per imparare le cose, o non solo, non si spaventi, ma per capire come insegnarle, quale concetto viene un attimo prima di un altro e quale invece va taciuto e costruito piano piano. Non è che una persona che insegna si spaventi di studiare, assolutamente no, solo cerca di canalizzare le energie, ripartire il tempo, e farlo fruttare. Lei signor Ministro, anzi signora, così concentrata sulle migliorie doverose da apportare a questa scuola saprà pure che l&#8217;impatto che ha un docente di scuola superiore su uno studente non ce l&#8217;avrà più nessuno. Lei lo sa che certi colleghi rimangono in una classe per duecento ore l’anno?. Lei ricorda signor Ministro, anzi signora, che nemmeno un corso universitario annuale di qualche anno fa ammontava a duecento ore?. Lei immagina con tutti gli strumenti per lavorare, numero di persone congruo, laboratori, biblioteche e cineteche accessibili, preparazione solida ed etica, cosa potrebbe fare un professore in duecento ore?.</p>
<p>Ma non le scrivo per questo, lo so che ne è a conoscenza e che per questo ci vuole pagare di più.</p>
<p>Ci sono molte cose che nella sua riforma prossima ventura mi piacciono e molte altre che non capisco. Ma non voglio scriverle una lettera di elogi perciò le indicherò solo ciò che non mi convince. Per esempio, secondo me, meno professori vuol dire pure classi più numerose. Visto che lei dichiara di voler ascoltare i consigli di chiunque, il mio primo consiglio in questa lettera è di entrare in un&#8217;aula e cercare di tenere l’attenzione di trenta ragazzi per venti minuti. Ci vuole fatica e mestiere. Se fossero trentacinque ci vorrebbe un miracolo e come notava Saramago ne <em>Il Vangelo secondo Gesù</em>, <em>Il miracolo non è una cosa tanto buona se bisogna piegare la ragione intima delle cose per renderle migliori</em>. Io mi rendo conto, signor Ministro, anzi signora, che giustappunto la scuola non ha bisogno di miracoli ma di ritrovare la ragione intima delle cose. Tipo che ci si va per imparare.<br />
Io la ammiro molto signor Ministro, anzi signora, quando dice cha la scuola deve essere prima di tutto per gli studenti. Ma mi segua, come è possibile fare una scuola per gli studenti senza professori? Qualcuno, signor Ministro, anzi signora, vuole prendersi la briga di insegnare, di fare questo benedetto e vilipeso mestiere?. Come può esistere una scuola per gli studenti senza i professori?.</p>
<p>Non si può, glielo assicuro io, poi sarebbe assurda, noiosa, sarebbe come una partita a tennis senza la rete. Senza nessun interesse, e nemmeno un imprevisto, e nemmeno il necessario confronto che c&#8217;è tra gli studenti e un docente che non va loro a genio. Nessuno avrebbe più l&#8217;opportunità di imparare nonostante.</p>
<p>Quindi i professori sono necessari alla scuola come i piloni in cemento ai ponti, siamo d&#8217;accordo. Il preside è necessario, gli amministrativi sono fondamentali, i bidelli, e mi perdonino quelli che lavorano, non sempre e gli studenti sono linfa. Che cosa dobbiamo tagliare allora?. Per rispondere a questa domanda, bisogna avere il cuore puro signor Ministro, anzi signora, bisogna osservare che meno professori e meno amministrativi è giusto se però ci sono meno studenti. Non parlo della scuola dell’obbligo, dell’alfabetizzazione ottima che il nostro paese è stato in rado di offrire fino a quindici anni fa. Parlo del triennio delle scuole superiori. Lei lo saprà meglio di me che a scuola si iscrivono persone che per vero non hanno nessun interesse per lo studio. Si iscrivono a scuola con il concetto che chi studia fa una vita migliore. Ovviamente se lo chiede a me che sono crocifissa ai libri, già adesso, senza l’auspicato raddoppio dello stipendio, le dico che è ovvio che chi studia ha una vita migliore ma è una mia opinione, non una verità di stato. Mentre è verità di stato che molte persone che non hanno terminato gli studi lavorano nelle trafile industriali e hanno termini pensionistici pari a quelli dei professori, o degli impiegati, ed è chiaro che questo è un assurdo perché esistono, a non volersi coprire dietro a un dito, lavori più logoranti di altri. Perché tutti si iscrivono a scuola anche quando non è più per legge. Per curiosità mi dirà lei. E io, che ho la curiosità come motore primo della mia piccola vita, le dirò che non è così, non tutti gli studenti sono curiosi, molti studenti arrivano per prendere il pezzo di carta. Dicono proprio, con una certa baldanza, Io voglio prendermi il pezzo di carta perché altrimenti qui non si può nemmeno andare a pulire i cessi. Mi perdoni la parola cesso, ce pure è italiano, ma ha un suono violento, ma dicono proprio questo. E io ho insegnato sia al nord che al sud signor Ministro anzi signora. Che cosa voglio dire?.<br />
Che se la situazione scolastica è grama, è colpa degli studenti? No, no signor Ministro anzi signora, gli studenti sono la parte migliore della scuola, voglio solo dire che bisogna orientare le persone, riproporre una cultura del lavoro e dello studio come lavoro. Come tutti gli altri.</p>
<p>Voglio dire che la scuola è subissata di persone che aumentano il numero degli studenti senza essere studenti. È come se aumentassero il quorum di tutti quei sondaggi sulla qualità senza tenere conto che qualcuno alle domande non risponde proprio, segna una x qualsivoglia. Come per passatempo.<br />
Lo ripeto signor Ministro, anzi signora, che lei pensasse che io ritenga colpevoli gli studenti dei mali della scuola. No, non signor Ministro anzi signora, ribadisco, io adoro gli studenti. Anche quelli che mentre parlo sorridono alle finestre o parlottano dietro le miei spalle con i compagni di banco o scrivono sul quaderno sotto al testo dell&#8217;esercizio, Io conquisterò il mondo.</p>
<p>Se il mio fosse un mestiere di contenzione li terrei lì per conoscerli per catechizzarli per dirgli che leggere e sapere salva la vita. E ovviamente sarebbe sbagliato perché ognuno di noi ha una vita diversa. La mia signor Ministro, anzi signora, è diversa dalla sua.</p>
<p>Ma torno in me e le scrivo chiaramente che il male della scuola è esser stata identificata come un luogo in cui, intanto, puoi guardarti intorno e scegliere. Che è anche vero fino a un certo punto. Ma poi? Perché non c’è nessun orientamento serio sulle possibilità di lavoro al di fuori del pezzo di carta? Perché nessuno dice a chiare lettere che chi studia non è una persona migliore di chi non studia, o diversa, ma fa semplicemente un altro lavoro?.</p>
<p>Nessuno signor ministro, anzi Signora, e poi da quando gli atenei hanno cominciato a farsi pubblicità come la cocacola, non potendo vantare per altro la medesima tenacia mercantile, si leggono cose del tipo studia qui e ti assicuri un podio nella vita. Questo è solo l’unico che ho visto, ma nemmeno il peggiore, il sottotesto di tutti è chi studia è migliore.</p>
<p>Che sinceramente signor Ministro, anzi signora, è veramente una stupidaggine enorme come il ministero dell&#8217;istruzione!.</p>
<p>Se ci fosse un orientamento precoce e non ideologico, se ci fosse un sistema pensionistico che permettesse a certe categorie di lavoratori d’altoforno di andare in pensione con venti o venticinque anni di lavoro, e di recuperare quindi, con un poco d&#8217;aria, la consunzione di quei lustri, se ci fosse qualcuno che dicesse, ma più chiaramente di quanto immagini, che certi operai specializzati percepiscono stipendi favolosi, che cere sarte si intendono di questioni di lanacaprina assai meglio di valenti filosofi, se qualcuno, lo stato, le signor Ministro anzi signora, togliesse questa aura mistica allo studio, le classi di secondaria sarebbero assai men numerose e lei potrebbe tagliare i professori allora sì sovrabbondanti e passare a una istruzione migliore. Una istruzione che corteggi pure a conoscenza delle cose. Ma cominciare a tagliare i professori, senza aver detto chiaramente che cose è e per chi è la scuola, cioè per coloro che la scelgono come lavoro,è forse azzardato.<br />
Lei ha ragione ma è fuori tempo signor Ministro, come possiamo fare?</p>
<p>Queste riflessioni sono uscite, in versione appena modificata, su Nuovi Argomenti  [#44, V serie] <em>Concordia Nazionale</em> attualmente in libreria. Il primo articolo di Pietro Citati, <em>Raddoppiamo lo stipendio ai professori</em>, si trova <a href="http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2007-cinque/raddoppiare-stipendi/raddoppiare-stipendi.html">qui</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/la-mano-sulla-scuola-scuola5/">La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo [scuola/5]</a></p>
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		<title>Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 11:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese. I rappresentanti dell’attuale governo insistono nel parlare di strumentalizzazione politica da parte della sinistra dei ragazzi che oggi occupano scuole e università, fanno l’autogestione o manifestano nei cortei. Sono inoltre uscite affermazioni piuttosto imbarazzanti nel loro contenuto riguardo all’anomalia del sodalizio tra docenti del corpo insegnante e studenti. Nello specifico il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni su Il Giornale:</p>
<p>“Che le posizioni di studenti e docenti convergano, è una cosa mai capitata prima. Una contraddizione in termini visto che hanno obbiettivi diversi”.<br />
<span id="more-10345"></span><br />
Viene da chiedersi quali dovrebbero essere questi obiettivi diversi. Un’ipotesi: gli insegnanti mirano alla formazione culturale e scientifica degli studenti, mentre gli studenti a sfangarla facendo il meno possibile, sbeffeggiando il sistema scolastico?</p>
<p>Ma anche viceversa: studenti che hanno sete di sapere e professori insipienti che mirano solo alla busta paga di fine mese?</p>
<p>Se questi due esempi riflettono un modello tutto italiano dove è il furbo e non il meritevole, l’arroganza e non il dialogo ad avere la meglio, resta pur triste che un esponente del governo “difenda” la scuola come organismo che divide invece che lavorare nell’ottica di un bene comune, di un sapere da trasmettere. Perché l’obbiettivo della scuola, ci sembra, dovrebbe essere soltanto uno, condiviso da tutti: formare individui per un futuro migliore, dare loro più strumenti possibili perché siano un giorno le unità fondanti di una società più equa, perché si riapproprino di quella giustizia sociale che oggi sembra minata e che consapevolezza e istruzione possono renderci. Far sentire a professori e studenti il peso e la responsabilità di essere liberi.</p>
<p>Queste considerazioni non vengono da membri di un sindacato o di un partito, ma da noi genitori della provincia di Pistoia, che circa un mese fa ci siamo ritrovati per discutere insieme di ciò che succederà con l’approvazione del decreto 137 e con la messa in atto della legge finanziaria 133.</p>
<p>Tutto questo putiferio scatenato dalla Gelmini alla fine torna utile, almeno per smuovere le coscienze di alcuni italiani, coscienza che in un paese normale sarebbero già state smosse da tempo.<br />
È un’occasione unica di stimolo: noi genitori siamo toccati su una corda sensibile, il futuro dei nostri figli. Questa riforma torreggia sul loro avvenire come l’ombra di una nuvola nera. Vuoi soffocare la vita di una pianta? Mettila in un vaso più piccolo di quello dove è sempre stata, non darle mai sole se non una parvenza luce riflessa, dalle pochissima acqua. Non morirà, ma crescerà stentata.</p>
<p>Da noi genitori è nata la volontà di aggregarsi per dare una risposta positiva ad una situazione intollerabile. A coloro che la vivono accanto agli insegnanti, la scuola appare già allo stremo delle forze. Quante collette abbiamo dovuto fare per le cose più disparate, in una scuola spoglia, abbellita solo dai disegni dei bambini; i servizi di pre-scuola erano già ridotti all’osso, prima della Gelmini, sotto gli occhi di tutti. Già ci aveva insegnato l’esperienza della Moratti , e già eravamo scesi in piazza, anche se non con la stessa determinazione.<br />
Siamo tuttavia stati etichettati subito come “genitori comunisti”, pur non avendo espresso nessuno schieramento ideologico né esserci appoggiati ai sindacati. Al di là del fatto che ci lascia perplessi il modo in cui l’attribuzione di un pensiero di “sinistra” debba coincidere con il riconoscersi comunisti, ci stupisce ancora di più come non sia comprensibile che il singolo, il comune cittadino si indigni per qualcosa che non trova affatto giusto e che cerchi scambio e collaborazione con altri cittadini come lui. I nostri governanti hanno un’opinione così bassa di noi e dei nostri figli da non riconoscerci la capacità di leggere, ascoltare, riflettere senza un mediatore? Credono forse che come nel teatrino di Mangiafuoco abbiamo bisogno di fili e mani altre per muoverci? È piuttosto avvilente se è davvero così. Tanto più che nei momenti delle campagne elettorali siamo invitati a votare proprio secondo coscienza, prendendo atto dei malestri dell’uno o dell’altro (a seconda di chi fa il comizio), a non farci menare per il naso… Allora decidetevi siamo o non siamo capaci di intendere e pensare da soli? Forse la risposta è che l’autonomia del pensiero fa paura. Va soppressa alla radice, negando la sua stessa possibilità (finché non torna comodo il contrario). Forse succede che nel paese del popolo delegatore è inammissibile che i cittadini chiedano alla politica di tornare tale, assumendosene il carico in modo attivo. Si è dimenticato in ultima istanza il senso dell’essere politico, che pure figura chiaramente nel primo articolo della nostra Costituzione:</p>
<p><em>La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.</em></p>
<p>I partiti ci devono rappresentare. Devono rispondere alle nostre richieste legittime, ai nostri bisogni, perfino al nostro dissenso. Noi, oggi, uniti per i nostri figli, ma anche per i figli altrui, perché non si perda del tutto il senso sociale (non patriottico) di un paese, siamo fortemente politici. E tuttavia apartitici. In attesa che il potere non sia ad uso e consumo dei governanti, che non si confonda lo Stato con un’azienda privata.</p>
<p>I fatti sono accessibili a tutti: chiunque attraverso la Rete può informarsi, può risalire direttamente alla fonte. Ed il quadro è desolante: l’ultima finanziaria di Tremonti risalente approvata significativamente nel mese di agosto quando l’attenzione del popolo italiano, già di per sé dormiente, è minima, sancisce l’inizio della fine dello stato sociale, e lo fa con un colpo tremendo sia alla scuola pubblica che alla sanità. Il nostro blog ha ricevuto critiche stato perché non riportava i riferimenti diretti alle leggi e ai decreti: abbiamo subito corretto l’errore. Ma sorge spontanea una domanda: perché la gente non cerca di informarsi in modo autonomo?</p>
<p>Una prima riflessione la merita il progetto di classi separate per stranieri. Preso in sé, è chiaro che non può funzionare perché va contro al concetto stesso di integrazione: un alunno straniero inserito in una classe di italiani nel giro di pochi mesi impara la lingua e stabilisce relazioni di amicizia con gli altri compagni, e questo aiuta anche l’integrazione della sua famiglia. E’ un fatto provato dalla nostra esperienza. Inoltre se si stabiliscono barriere, si impedisce ai ragazzi italiani di stabilire un contatto con lo straniero e la sua cultura, allora si perde una grande ricchezza, un contributo fondamentale per tutti. Ci sembra una sorta di autogol in un mondo che si definisce villaggio globale. Se invece vogliamo toccare il punto centrale, che è la mentalità che sta dietro al progetto, la domanda è: perché si vogliono seguire modelli razzisti che già si sono dimostrati deleteri nella nostra Storia e recentemente nell’esperienza di altri Paesi europei, come la Francia? Dobbiamo ripetere all’infinito gli stessi errori? Siamo davvero un popolo senza memoria?</p>
<p>Riguardo al tentativo di reintrodurre il maestro unico nella scuola primaria, il concetto stesso di “necessità di una figura unica di riferimento “ per i bimbi nell’età della scuola elementare è se preso in buonafede, piuttosto ridicolo. Pensiamo a come vivono oggi i nostri figli: i genitori lavorano, quasi sempre entrambi altrimenti non c’è modo di mandare avanti la famiglia, ed i ragazzi sono continuamente sballottati tra nonni , zii, genitori, maestri, insegnanti del pre-scuola.<br />
Se invece di due maestri ne avranno uno solo, cambierà qualcosa?<br />
Il maestro unico si dovrebbe sostituire alla figura del genitore? Ma via! No, i nostri ragazzi saranno solo meno seguiti, avranno solo meno istruzione. E poi, dobbiamo pensare che il mondo cambia e la scuola deve adeguarsi. Le esigenze per l’istruzione dei ragazzi oggi non sono le stesse di trent’anni fa, quando eravamo ragazzi noi. La scuola è importante perché si sobbarca l’onere di dare ai ragazzi quello che i modelli culturali e comportamentali della società di oggi non danno loro. Oggi ogni individuo è costantemente investito da un flusso di informazione che è enorme rispetto a trent’anni fa: questa esposizione continua ci leviga, ci rende scivolosi e insensibili, e ci corrode dentro.<br />
Per questo, gli insegnanti oggi si trovano a fare un lavoro immenso, perché la capacità di concentrazione dei ragazzi è tremendamente ridotta, anche se hanno più mezzi e opportunità rispetto al passato. Il bagaglio di nozioni che un ragazzo deve possedere per avere una formazione completa è aumentato rispetto a quando c’era il maestro unico, ed è per venire incontro a queste esigenze che è stato introdotto l’insegnamento differenziato fin dalle scuole elementari.</p>
<p>Poi c’è la questione del tempo pieno. Sebbene il ministro Gelmini provi a rassicurare, dicendo che le ore resteranno le solite ci sembra difficile credere che con il passaggio al maestro unico il tempo pieno sia garantito per tutti. Tanto più che le ultime dichiarazioni del ministro suonano come una contraddizione in termini dato che nel decreto-legge 137 si parla chiaramente di una riduzione dell’orario scolastico settimanale a 24 ore. Il fatto di leggere anche che si lavorerà ad una “più ampia articolazione del tempo-scuola” secondo le esigenze delle famiglie, non ci rassicura. Quanto questa suddetta articolazione inciderà sulle spese familiari? E le famiglie che non potranno permetterselo? E l’alternativa al tempo pieno non rischierà di essere un parcheggio per i nostri ragazzi? Non si rischia di tornare paurosamente indietro ad ogni livello con la ricomparsa dell’angelo del focolare, uno stereotipo da cui si credeva la donna contemporanea occidentale fosse uscita? Non è piuttosto che questo tagliare ore e personale ha come unico fine il risparmio economico?</p>
<p>E allora, se c’è bisogno di risparmiare, perché non iniziare dagli stipendi dei parlamentari, dalla serie di servizi di lusso (cuochi, parrucchieri, segretarie…) di cui usufruiscono mentre compilano decreti alle nostre spalle, in piena estate, approvandoli in meno di dieci minuti?</p>
<p>Sono domande forse semplici le nostre, di persone che si sentono considerate alla stregua di inetti, a cui il governo paternalista mette una mano calda sul capo dicendo: “non vi preoccupate, manifestate, fate i vostri striscioni, litigate guardando la televisione… fate i monelli tranquillamente che alle cose serie ci pensiamo noi”.</p>
<p>Ebbene noi genitori vogliamo che lo Stato ci sia, che esista e che sia forte e sano, che soprattutto sia disposto al dialogo con i cittadini.</p>
<p>Ci siamo riuniti il 29 ottobre scorso alle 21 per una manifestazione di piazza a Pistoia in cui è stata coinvolta buona parte della città, comprese le istituzioni che ci hanno ospitato. Genitori, ricercatori, insegnanti, studenti, anziani affacciati ai balconi ad incoraggiarci. È stato un momento bello e forte di condivisione. Vogliamo che sia il primo di tanti incontri, tesi a sensibilizzare la cittadinanza ed eventualmente ad aprirci ad altri movimenti simili in altre città. Il decreto è passato, ma noi non possiamo arrenderci.<br />
Certo ci rendiamo conto che la nostra è una realtà privilegiata: a Pistoia, come altrove in Toscana, il problema dell’integrazione ad esempio non è così drammatico come nel nord e così le tensioni sociali. Ma forse proprio per questo possiamo diventare un punto di riferimento per altri genitori di altre città, possiamo portare la nostra esperienza come mezzo di confronto.</p>
<p>Non dobbiamo rammaricarci inoltre se i nostri propositi e dubbi per ora non hanno risposte: c’è un tempo in cui è più importante porsi delle domande. E dobbiamo chiederci come mai abbiamo permesso ad un <em>pinche tirano </em>di sostituirsi alle nostre coscienze: non c’è altra possibile spiegazione per giustificare come vengano accettati passivamente certi provvedimenti. Quello che noi genitori di Pistoia dobbiamo fare per il bene di noi stessi e dei nostri figli è far rinascere e mantenere alto il livello di attenzione verso questa società, perché questa società siamo noi che la facciamo: se abbiamo un certo governo, esso è espressione di quello che noi siamo. E allora se il governo non ci piace più, se le misure che esso prende ci sembrano assurde, dobbiamo prima di tutto guardarci dentro. E il primo concetto che dobbiamo riesaminare è quello che ci fa sentire tanto italiani: l’idea di Libertà, ricordandoci che l’unica libertà possibile è quella che viene dall’autodeterminazione e si può raggiungere solo attraverso la consapevolezza.</p>
<p>Dopo tante domande, perlomeno una risposta: se vogliamo che i nostri figli crescano liberi, dobbiamo educarli insieme con la scuola, strumento indispensabile da potenziare e non da soffocare come vuol fare questo governo. L’ignoranza è schiavitù. In Italia l’ignoranza si esprime particolarmente verso tutte le questioni politiche. Pur essendo facilitata e alimentata dall’ignoranza generale, questa sfiducia o voglia di delegare sempre ad altri le fatiche di gestione della cosa pubblica è per noi assai pericolosa, e alla fine rischiamo di diventare come un cane che si morde la coda, perché il potere ha tutto l’interesse a mantenerci ignoranti ed è sempre più detenuto a sua volta da ignoranti.<br />
Noi genitori attraverso il confronto reciproco vogliamo ravvivare il nostro spirito critico ed estendere la discussione non solo alla scuola, ma anche agli altri problemi: oltre alla sanità, un altro tema da risolvere è quello dell’informazione. Non sarà possibile che questo Paese possa crescere se l’informazione non sarà riportata su toni di civiltà e correttezza. Per questo dobbiamo seguire i modelli anglosassoni: prima si divulgano i fatti, e poi si commentano.<br />
In questo panorama buio, noi abbiamo iniziato la nostra lotta civile.<br />
Non sappiamo quale sarà l’esito, ma la lotta ci fa sentire vivi e ci dà gioia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
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		<title>Avviso agli studenti / 4</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 07:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
IMPARARE L&#8217;AUTONOMIA, NON LA DIPENDENZA
<p align="justify">La scuola ha promulgato per secoli il sequestro del fanciullo da parte della famiglia autoritaria e particolare. Ora che si abbozza tra i genitori e la loro progenie una comprensione reciproca fatta di affetto e di autonomia progressiva, sarebbe un peccato che la scuola cessasse di ispirarsi alla comunità familiare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/01/avviso-agli-studenti-4/">Avviso agli studenti / 4</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
<h2>IMPARARE L&#8217;AUTONOMIA, NON LA DIPENDENZA</h2>
<p align="justify">La scuola ha promulgato per secoli il sequestro del fanciullo da parte della famiglia autoritaria e particolare. Ora che si abbozza tra i genitori e la loro progenie una comprensione reciproca fatta di affetto e di autonomia progressiva, sarebbe un peccato che la scuola cessasse di ispirarsi alla comunità familiare.</p>
<p>Paradossalmente il sistema educativo, che accoglie con i giovani ciò che cambia di più, è anche quello che meno è cambiato.<span id="more-10259"></span></p>
<p>La famiglia tradizionale preferiva fabbricare dei bambini in serie piuttosto che offrire la vita a due o tre piccoli esseri ai quali avrebbe dedicato senza riserve amore e attenzione. Quelli che non morivano in tenera età serbavano nel cuore il più delle volte una ferita segreta. La tirannia, il senso di colpa, il ricatto affettivo generarono in tal modo generazioni di spacconi che nascondevano sotto la durezza del carattere un infantilismo che imponeva loro di cercare un sostituto del padre e della madre in quelle famiglie a prestito che erano le chiese, i partiti, le sette, il gregarismo nazionale e i copi di armata di ogni genere. La storia non ha conosciuto, per la sua disumanità, che dei bravacci in carenza di affetto. Ci voleva un bel po&#8217; di cinismo per evocare la &#8220;selezione naturale&#8221;, tipica della specie animale, quando la produzione di carne da cannone e da fabbrica implicava la sua correzione statistica, e l&#8217;economia familiare di procreazione comportava un vizio di forma in cui la morte svolgeva la sua parte.<!--more--></p>
<p>L&#8217;evoluzione dei costumi ci fa guardare oggi come ad una mostruosità questa proliferazione bestiale di vite irrimediabilmente condannate a venir riassorbite sotto i colpi di machete della guerra, del massacro, della carestia, della malattia. Eppure: stigmatizzare la sovrappopolazione dei paesi dove l&#8217;oscurantismo religioso si nutre della miseria che consciamente mantiene, e accettare che in Europa uno stesso spirito arcaico e sprezzante continui a trattare gli studenti come bestiame denota un&#8217;evidente incoerenza.</p>
<p>Perché il sovraffollamento delle classi non è solo causa di comportamenti barbari, di vandalismo, di delinquenza, di noia, di disperazione, perpetua per di più l&#8217;ignobile criterio della competitività, la lotta concorrenziale che elimina chiunque non si conformi alle esigenze del mercato. Il bruto arrivista ha la meglio sull&#8217;essere sensibile e generoso, ecco ciò che i disonesti al potere chiamano anch&#8217;essi, come i brillanti pensatori di un tempo, una selezione naturale.</p>
<p>Non ci sono bambini stupidi, ci sono solo educazioni imbecilli. Forzare lo scolare a issarsi fino in cima al cesto contribuisce al progresso laborioso della rabbia e della furbizia animali, non certo allo sviluppo di un&#8217;intelligenza creatrice e umana.</p>
<p>Ricordate che nessuno è paragonabile né riducibile a nessun altro, a niente altro. Ciascuno possiede le sue proprie qualità, non gli resta che affinarle per il piacere di sentirsi in accordo con ciò che vive. Che si cessi dunque di escludere dal campo educativo il fanciullo che si interessa più ai sogni e ai criteri che alla storia dell&#8217;Ipero romano. Per chi rifiuta di lasciarsi programmare dai calcolatori della vendita promozionale, tutte le strade portano verso di sé e verso la creazione.</p>
<p>Ieri ci si doveva identificare al padre, eroe o cretino dai così dolci sarcasmi. Ora che i padri si accorgono che la loro indipendenza progredisce con l&#8217;indipendenza del bambino, ora che sentono abbastanza l&#8217;amore di sé e degli altri per aiutare l&#8217;adolescente a disfarsi della loro immagine, chi sopporterà che la scuola proponga ancora come modelli di realizzazione il finanziere efficace e corrotto, l&#8217;uomo politico energico e rimbecillito, il mafioso che regna con il clientelismo e la corruzione, mentre l&#8217;uomo d&#8217;affari trae i suoi ultimi profitti dal saccheggio del pianeta?</p>
<p>Ricercare la propria identità in una religione, un&#8217;ideologia, una nazionalità, una razza, una cultura, una tradizione, un mito, un&#8217;immagine vuol dire condannarsi a non raggiungersi mai. Identificarsi a ciò che si possiede in sé di più vivo, questo solo emancipa.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">L&#8217;alleanza con il bambino è un&#8217;alleanza con la natura</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>La violenza esercitata contro il bambino da parte della famiglia patriarcale partecipava dello stupro della natura operato dal lavoro della merce. Che la coscienza di un saccheggio planetario sia passata dalla difesa dell&#8217;ambiente ad una volontà di approccio non violento alle risorse naturali ha contribuito non poco a spezzare il giogo che lo sfruttamento economico faceva pesare sull&#8217;uomo, la donna, il bambino, la fauna e la flora.</p>
<p>Il sentire che noi deriviamo da una matrice comune, la terra, il cui ricordo si riavviva al momento della gestazione nel ventre materno, ha tanto meglio nutrito la nostalgia di un&#8217;età dell&#8217;oro e di un&#8217;armonia originale quanto più il lavoro forzato ci separava dalla natura e da noi stessi con uno strappo a lungo percepito come u tormento esistenziale, una sofferenza dell&#8217;essere.</p>
<p>Il fallimento di un&#8217;economia di saccheggio e di inquinamento e l&#8217;emergere di un progetto di ricreazione simbiotica dell&#8217;uomo e del suo ambiente naturale ci sbarazzano ormai di un paradiso perduto il cui fantasma ha ossessionato la storia imponente a costruirsi umanamente: il mito del buon selvaggio, del comunismo primitivo, del millenarismo apocalittico che, dopo aver fatto i bei giorni del nazismo, rinasce sotto il nome di integralismo.</p>
<p>Almeno avremo imparato che la vita non è una regressione allo stadio protoplasmatico ma un processo di affinamento e di organizzazione dei desideri.</p>
<p>Nella lotta contro il cancro, è prevalsa a lungo l&#8217;idea che si dovessero distuggere le cellule che un&#8217;improvvisa e frenetica proliferazione condannava al deperimento. Si ritiene oggi preferibile rafforzare il potenziale di vita delle cellule periferiche sane e favorire la riconquista di ciò che è vivo piuttosto che annientare quelle di cui la morte si è impadronita. Mi piacerebbe molto che un simile atteggiamento determinasse sovranamente il nostro rapporto con noi stessi, coi nostri simili e con il mondo.</p>
<p>Al contrario di tante generazioni abbrutite che fecero della sensibilità una debolezza, da cui molti si premunivano diventando sanguinari, noi sappiamo ormai l&#8217;amore di ciò che vive risveglia un&#8217;intelligenza senza pari misura con lo spirito contorto che regna sugli universi totalitari.</p>
<p>Un&#8217;etica del rispetto degli esseri, altamente stimabile, prescrive di non uccidere un animale, di non abbattere un albero senza aver tentato di tutto per evitarlo. Ciò nondimeno, quel che una tale raccomandazione comporta di artificio e di costrizione, non eliminerà mai la convinzione come la coscienza che il danno che si fa a ciò che è vivo lo si fa a se stessi, se non si fa attenzione, perché ciò che è vivo non è un oggetto ma un soggetto che merita di essere trattato secondo il diritto imprescrittibile di ciò che è nato alla vita.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Sull&#8217;aiuto indispensabile al rifiuto dell&#8217;assistenza permanente</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Il cammino dell&#8217;autonomia è simile a quello del bambino che impare a camminare.</p>
<p>Non ci si riesce senza lacrime e sforzi. Il rischio di cadere, di farsi male, di soffrire aggiunge ai primi passi l&#8217;ostacolo della paura. Tuttavia il soccorso di un affetto che incoraggia a rialzarsi, a ricominciare, ad ostinarsi, a coordinare i gesti dimostra che la padrnanza dei movimenti si acquisisce meglio e più presto che nelle condizioni di un tempo in cui si trattava di progredire non solo sotto i fuochi incrociati della vanità beffarda, della minaccia diffusa, dell&#8217;angoscia di non essere più amati se non ci si applica, ma soprattutto attraverso un malessere, discretamente nutrit dall&#8217;ambiguità dei genitori desiderosi e nello stesso tempo timorosi che il loro bambino faccia i suoi primi passi verso un&#8217;autonomia che lo sottrarrebbe alla loro autorità tutelare e toglierebbe loro la sensazione di essere indispensabili.</p>
<p>L&#8217;insegnamento dei più piccini si è modellato senza fatica sulle attitudini familiari che fanno di tutto per assicurare la felicità nell&#8217;indipendenza &#8211; tant&#8217;è vero che i genitori la recuperano non appena l&#8217;adolescente ne prende possesso. Ispirandosi a quella comprensione osmotica dove si educa lasciandosi educare, le scuole materne attingono al privilegio di accordare il dono dell&#8217;affetto e il dono delle prime conoscenze &#8211; e che una qualità tanto preziosa all&#8217;esistenza degli individui e delle collettività sia considerata degna dei salari più bassi da parte dell&#8217;affarismo governativo la dice lunga su quale disprezzo dell&#8217;utilità pubblica raggiunga la logica del profitto.</p>
<p>La rottura è brutale all&#8217;ingresso nelle superiori. Si regredisce nella famiglia arcaica dove il fanciullo imparava a cavarsela da solo unicamente firmando un atto di una riconoscenza eterna a coloro che avevano assicurato il suo ammaestramento. La fiducia in sé, minata e compensata con l&#8217;insolenza, ricompone la ripugnante mescolanza di superbia e servilità che formava, nel passato, la norma del comportamento sociale.</p>
<p>Al desiderio sincero di fare dell&#8217;adolescente un essere umano a tutti gli effetti si sovrappone in un evitabile malessere l&#8217;esercizio di un potere al quale la struttura gerarchica costringe l&#8217;insegnante. Come potrebbe non vincere la tentazione di rendersi indispensabile e di coltivare nello studente una debolezza che ne rende più facile il dominio? Chi vende stampelle ha bisogno di zoppi.</p>
<p>Usciamo appena e con pena da una società in cui, non avendo mai potuto credere in se stessi, gli individui hanno accordato la loro credenza a tutti i poteri che li storpiavano facendoli marciare. Dio, chiese, Stato, patria, partito, leaders e piccoli padri dei popoli, tutto è stato ragionevole pretesto per non dover vivere da se stessi. Questi bambini che un tempo rialzavamo per farli per farli cadere, è tempo di insegnar loro a imparare da soli. Che sia infine rotta l&#8217;abitudine di essere in domanda anziché essere in offerta, e che sia archiviata la miserabile società di assistiti permanenti la cui passività fa la forza dei corrotti.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Il denaro del servizio pubblico non deve più essere al servizio del denaro</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>L&#8217;educazione appartiene alla creazione dell&#8217;uomo, non alla produzione di merci. Avremmo dunque revocato l&#8217;assurdo dispotismo degli dei per tollerare il fatalismo di un&#8217;economia che corrompe e degrada la vita sul pianeta e nella nostra esistenza quotidiana?</p>
<p>La sola arma di cui disponiamo è la volontà di vivere, alleata alla coscienza che la propaga. A giudicare dalla capacità dell&#8217;uomo a sovvertire ciò che lo uccide, può essere un&#8217;arma assoluta.</p>
<p>La logica degli affari, che tenta di governarci, esige che ogni retribuzione, sovvenzione o elemosina consentita si pagni con la massima obbedienza al sistema mercantile. Non avete altra scelta che seguirla o rifiutarla seguendo i vostri desideri. O entrerete come clienti nel mercato europeo del sapere lucrativo &#8211; cioè come schiavi di una burocrazia parassitaria, condannata a crollare sotto il peso crescente della sua inutilità -, o vi batterete per la vostra autonomia, getterete le basi per una scuola ed una società nuove, e recuperete, per investirlo nella qualità della vita, il denaro dilapidato ogni giorno nella corruzione ordinaria delle operazioni finanziarie.</p>
<p>&#8220;Il Sindacato nazionale unificato delle imposte valuta a 230 miliardi di franchi, cioè quasi l&#8217;ammontare del deficit del bilancio francese, la frode imputabile ai gruppi di affari come lo imostra il velo appena sollevato sulle pratiche di corruzione dei grandi gruppi industriali e finanziari.&#8221;(*)</p>
<p>Il denaro rubato alla vita è messo al servizio del denaro. Tale è la realtà nascosta dall&#8217;ombra assurda e minacciosa delle grandi istituzioni economiche: Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico, Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio, Commissione europea, Banca di Francia, eccetera. Il loro sostegno alle fondazioni e ai centri di ricerca universitaria richiede in cambio che sia propagato il vangelo del profitto, facilmente trasfigurato in verità universale dalla venialità della stampa, della radio, della televisione.</p>
<p>Ma per quanto sembri formidabile, la macchina gira a vuoto, si sfascia, lentamente; finirà come nella <em>Colonia penale</em> di Kafka, per scolpiere la sua Legge nella carne del suo padrone.</p>
<p>Non si vede forse, col favore di una reazione etica, qualche magistrato coraggioso spezzare l&#8217;impunità che garantiva l&#8217;arroganza finanziaria? Tassare le grandi fortune (l&#8217;1% dei francesi possiede il 25% della ricchezza nazionale e il 10% ne detiene il 55%), tassare gli introiti incassati dagli uomini d&#8217;affari, denunciare lo scandalo delle spese di rappresentanza, colpire con pesanti multe i gestori della corruzione, bloccare gli averi della frode internazionale indicando a sufficienza, su una carta leggibile da tutti, gli accessi al tesoro che i cittadini alimentano e di cui sono sistematicamente spogliati. Non è meno vero che la pista si confonderà sotto l&#8217;effetto devastante della rassegnazione se il denaro non sarà recuperato per essere investito nel solo campo che sia veramente di interesse generale: la qualità della vita quotidiana e del suo ambiente.</p>
<p>Certo i magistrati integri dispongono dell&#8217;apparato della giustizia, e voi non avete niente perché non avete creato niente che possa sostenervi. Eppure voi possedete sulla repressione, per quanto giusta si ritenga, un vantaggio di cui questa non potrà mai avvalersi: la generosità di ciò che è vivo, senza la quale non c&#8217;è né creazione né progresso umano.</p>
<p>L&#8217;insegnamento si trova nello stato di quegli alloggi non occupati che i proprietari preferiscono abbandonare al degrado perché lo spazio vuoto è redditizio mentre accogliervi degli uomini, delle donne, dei bambini, spogliati del loro diritto all&#8217;habitat, non lo è. Come viene accertato da <em>The Economist</em>, &#8220;La subordinazione del commercio ai diritti dell&#8217;uomo avrebbe un costo superiore ai benefici previsti&#8221; (9 Aprile 1994). Tuttavia, requisire un edificio per trovare un riparo alla miseria &#8211; voglio dire installarvisi passivamente perché ci si sta al caldo &#8211; non sfugge in ultima istanza al piano di distruzione dei beni utili al quale conduzono l&#8217;inflazione dei settori parassitari e la burocrazia proliferante da lei generata.</p>
<p>Ciò di cui vi impadronirete vi apparterrà veramente soltanto se lo renderete migliore; nel senso stesso in cui vivere significa vivere meglio. Occupate dunque gli edifici scolastici anziché lasciarvi possedere dal loro sfacelo programmato. Abbelliteli secondo il vostro gusto, ché la bellezza incita alla creazione e all&#8217;amore, mentre la bruttezza attira l&#8217;odio e l&#8217;annientamento. Trasformateli in ateliers creativi, in centri di incontro, in parchi dell&#8217;intelligenza attraente. Che le scuole siano i frutteti di un gaio sapere, come gli orti che i disoccupati e i più deboli non hanno ancora avuto l&#8217;immaginazione di piantare nelle grandi città sfondando il bitume e il cemento.</p>
<p>Gli errori e i tentativi di chi intraprende di creare e di crearsi non sono niente a confronto del privilegio che conferisce una tale decisione: abolire il timore di essere se stessi che segretamente nutre e solletica le forze della repressione.</p>
<p>Noi siamo nati, diceva Shakespeare, per camminare sulla testa dei re. I re e i loro eserciti di boia sono ormai polvere. Imparate a camminare soli e sfiorerete coi piedi quelli che, nel loro mondo che muore, non hanno che l&#8217;ambizione di morire con lui.</p>
<p>Sta alle collettività di allieve e professori il compito di strappare la scuola alla glaciazione del profitto e renderla alla semplice generosità dell&#8217;umano. Perché bisognerà presto o tardi che la qualità della vita trovi accesso alla sovranità che un&#8217;economia ridotta a vendere e a valorizzare il suo fallimento le nega.</p>
<p>Dal momento in cui voi formulerete il progetto di un insegnamento fondato su un patto naturale con la vita, non dovrete più mendicare il denaro di quelli che vi sfruttano e vi disprezzano approfittando di voi. Quel denaro lo esigerete perché saprete come e perché impadronirvene.</p>
<p>Si è al di sotto di ogni speranza di vita finché si resta al di qua delle proprie capacità.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p align="right">20 febbraio 1995</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Note:</p>
<p>* C. de Brie, &#8220;La politica pervertita dai gruppi d&#8217;affari&#8221;, Le Monde Diplomatique, ottobre 1994</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/01/avviso-agli-studenti-4/">Avviso agli studenti / 4</a></p>
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		<title>Perché la società ha bisogno degli insegnanti</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/01/perche-la-societa-ha-bisogno-degli-insegnanti/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 06:41:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.nobis.it/"><strong>Tiziana Verde</strong></a></p>
<p>Nessuno crederebbe mai che a un abito passato di moda basti dare una sforbiciata (o meglio una falciata) al collo, alle maniche, perché ne venga fuori un capolavoro di sartoria. Eppure dobbiamo credere a una favola simile su una questione che così da vicino ci tocca e ci riguarda: l’istruzione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/01/perche-la-societa-ha-bisogno-degli-insegnanti/">Perché la società ha bisogno degli insegnanti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.nobis.it/"><strong>Tiziana Verde</strong></a></p>
<p>Nessuno crederebbe mai che a un abito passato di moda basti dare una sforbiciata (o meglio una falciata) al collo, alle maniche, perché ne venga fuori un capolavoro di sartoria. Eppure dobbiamo credere a una favola simile su una questione che così da vicino ci tocca e ci riguarda: l’istruzione.</p>
<p><span id="more-10262"></span>Forse una riforma è necessaria, ma prima di  sfregiare il vestito vecchio, non sarebbe il caso non dico di chiamare Armani, ma almeno di sentire un bravo sarto? Uso questa provocazione perché essendo un’insegnante, la questione del tempo mi sembra cruciale. L’Italia in cui si attuava una scuola di 24 ore, offriva tutta una serie di alternative educative. Famiglie allargate, comunità di adulti e anziani che si prendevano insieme la responsabilità di allevare i figli propri e altrui,  e soprattutto la strada e lì imparavi lotte, amicizie o il rispetto, l’astuzia…</p>
<p>Quell’Italia non c’è più. Ora ci sono famiglie  nucleari in cui si lavora entrambi, genitori lasciati soli e dunque fragili, figli rinchiusi in casa per timore a farli uscire in città poco sicure o sentite come tali.<br />
La società è più variegata e frammentaria: separazioni,affidi, questioni delegate al tribunale dei minori…</p>
<p>A tutte queste vicende (e talvolta terribili ingiustizie) la scuola a tempo pieno fornisce alcune risposte, forse imperfette ma importanti, oltre all’accesso senza grossa spesa a esperienze varie (teatro, musica…) offerte a tutti, giacché, come cantava Gaber, ‘qualcuno era comunista perché voleva essere libero e felice, solo se lo erano anche gli altri…’. Assistiamo invece al trionfo dell’individualismo, incentivato anche da una politica che colpevolizza i ceti deboli e  va in soccorso dei banchieri.</p>
<p>Il tempo lungo ha dato modo a noi insegnanti e ai bambini  di conoscerci, stabilire vicinanza, trasmettere saperi… Tempo prezioso, giacché ritmi rapidi aumenteranno pure la produzione, ma non favoriscono pensiero, amicizia… Questo tempo che evidentemente è ritenuto superfluo o troppo caro &#8211; e non lo è &#8211; questo tempo  non si dovrebbe tagliare.</p>
<p>Occupandoci di emarginazione, disagio, nomadi, stranieri, forse non abbiamo fatto abbastanza, eppure  senza  le dighe con cui abbiamo tentato di arginare le emergenze, esse sarebbero ora più gravi.</p>
<p>Sarà difficile con poche ore e pochi insegnanti gestire tutto, poiché anche i servizi sociali dei Comuni e  delle Asl sono ampiamente sottodimensionati. Certo i tagli porteranno entrate allo Stato, ma quanto costerà poi rimediare a questioni abbandonate a sé stesse e che non si sistemeranno da sole? Non paghiamo già provvedimenti precedentemente presi per mettere subito una toppa e lasciare ai posteri di curarsi della falla? Non è  proprio una memoria rivolta al futuro che su tante questioni (non ultima quella ambientale) è  mancata al nostro paese?</p>
<p>E parlando di sud, sento sempre con dispiacere come gli insegnanti meridionali rinviino immediatamente alle categorie di: assenteismo, scarsa serietà, salari immeritati…<br />
Non sento mai parlare però di tutta quella parte, nemmeno così sparuta, che esercita questo mestiere con passione, togliendo i ragazzi dalla strada, contrastando la malavita e battendosi  proprio contro le cose di cui poi, e ingiustamente, viene accusata. E credo che di questa parte non si parli, perché riconoscerne i meriti renderebbe impervia la falciatura indiscriminata che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, e sui giusti  fa piovere di più…</p>
<p>Contrastare invece proprio nella scuola la semplificazione, il pensiero unico, quell’anestesia colorata che sono i programmi televisivi, mostrare una postura alternativa a quella supina, che dopo forma il gregge, il branco, far fiorire la curiosità che è libertà, vastità di pensiero… forse noi insegnanti non l’abbiamo fatto abbastanza, ma chi altro in Italia l’ha fatto?</p>
<p>Tiziana Verde (Insegnante)</p>
<p>&#8212;-</p>
<p>Puoi leggere altri saggi e racconti di Tiziana Verde su Nazione Indiana qui: <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/tiziana-verde">http://www.nazioneindiana.com/tag/tiziana-verde</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/01/perche-la-societa-ha-bisogno-degli-insegnanti/">Perché la società ha bisogno degli insegnanti</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La Gelmini spiegata da mia figlia</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 12:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>[<em>questo articolo è stato pubblicato oggi sulle pagine milanesi di</em> Repubblica<em>, in riferimento alla manifestazione contro la legge Gelmini tenuta ieri a Milano</em>.]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>I figli bisognerebbe ascoltarli. Sempre. La mia più grande ha otto anni e fa la terza elementare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/la-gelmini-spiegata-da-mia-figlia/">La Gelmini spiegata da mia figlia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/gelmini.jpg"/></p>
<p>[<em>questo articolo è stato pubblicato oggi sulle pagine milanesi di</em> Repubblica<em>, in riferimento alla manifestazione contro la legge Gelmini tenuta ieri a Milano</em>.]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>I figli bisognerebbe ascoltarli. Sempre. La mia più grande ha otto anni e fa la terza elementare. L&#8217;altro giorno, guardando il telegiornale, mi ha chiesto cosa fosse maestro prevalente. Gliel&#8217;ho spiegato. Lei non ha apprezzato affatto: “ma che brutto! Non mi piace avere una sola maestra, e se poi è una antipatica o non è brava? Sai che noia!” Quando poi mi ha chiesto delle classi differenziate si è persino indignata: “vuoi dire che non potrò stare con i miei compagni che non sono italiani? Ma perché, che male hanno fatto?”<br />
<span id="more-10323"></span><br />
Il governo italiano non ascolta i nostri figli. Non ascolta nessuno, in realtà. È convinto che le almeno centomila persone che ieri hanno sfilato per il centro cittadino siano tutte manipolate ad arte dalla sinistra, come una massa di pecore al macello. Peccato che le solite truppe cammellate della sinistra, con bandiere rosse al seguito, non si siano viste in Piazza del Duomo. Peccato che il livello di istruzione dei partecipanti alla manifestazione era assai alto (studenti, insegnati, professori) e pensare che quella gente sia “facilmente manipolabile” è insultare la loro preparazione culturale. Peccato che molti dei genitori che hanno partecipato alla manifestazione li conosco personalmente e a suo tempo votarono convintamente Berlusconi.</p>
<p>Perché qui ci si nasconde dietro un dito: le mie figlie vanno in una scuola pubblica, il plesso scolastico di Piazza Bacone, in un quartiere che alle politiche ha votato a destra. Quegli stessi genitori hanno da mesi aperto una mailing-list dove ci si aggiorna costantemente sul decreto Gelmini, sui tagli alle università, sul futuro dei loro figli. Nessuno mai ha parlato di politica in quelle email, nessuno mai ha accennato a partiti o a schieramenti. Tutti, semplicemente, stanno ragionando da mesi su cosa fare. Quando lo scorso anno il comune di Milano aprì uno sportello pubblico proprio all&#8217;interno dell&#8217;area scolastica, un gruppo di mamme, preoccupate per la sicurezza dei loro figli, bloccò il traffico per giorni, fino a far chiudere quell&#8217;insensato ufficio dove chiunque poteva entrare, senza sorveglianza, negli spazi dedicati all&#8217;infanzia. Non era una manifestazione di sinistra o di destra, quella.</p>
<p>La nostra politica dovrebbe smetterla di credersi l&#8217;ago della bilancia della società. Qui ci sono problemi contingenti che travalicano gli schieramenti parlamentari. Qui, ieri, in piazza del Duomo, quella che si è vista sfilare è la famosa –  e data per defunta da anni – “società civile”. Che è fatta di persone qualunque, che è fatta di genitori, di studenti, di insegnati, prima che di elettori. Che non capisce come sia possibile che sull&#8217;unica parte del sistema scolastico nazionale che davvero funziona &#8211; la scuola elementare &#8211; quella che ci invidiano persino all&#8217;estero, dove si forgiano i cittadini del futuro, dove i bambini imparano da subito la convivenza fra diverse culture, proprio lì, la mannaia insensata dei tagli cadrà inesorabile. Perché la scuola elementare di mia figlia, scuola pubblica che non ha una lira e che chiede di continuo l&#8217;intervento generoso dei genitori per portare avanti tutte le iniziative, è, non ostante ciò, una scuola che funziona. E funziona bene, con insegnati preparati e motivati, studenti volenterosi e genitori che di tasca loro hanno acquistato già da anni il grembiulino ai loro figli. Quindi smettiamola con questi paraventi mediatici. Non offendete la nostra intelligenza di genitori, e ditecelo, una buona volta, che volete fare a pezzi la scuola pubblica, probabilmente in nome di quella privata, dove ci state giocoforza obbligando a mandare i nostri figli.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/la-gelmini-spiegata-da-mia-figlia/">La Gelmini spiegata da mia figlia</a></p>
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		<title>Avviso agli studenti / 3</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 07:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
SMILITARIZZARE L&#8217;INSEGNAMENTO

<p></p>
<p align="justify">Lo spirito da caserma ha regnato sovrano nelle scuole. Vi si marciava la passo, ubbidendo agli ordini dei sorveglianti ai quali non mancavano che l&#8217;uniforme e i galloni. La configurazione dell&#8217;edificio obbediva alla legge dell&#8217;angolo retto e della struttura rettilinea.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/avviso-agli-studenti-3/">Avviso agli studenti / 3</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
<h2>SMILITARIZZARE L&#8217;INSEGNAMENTO</h2>
<div></div>
<p><span></p>
<p align="justify">Lo spirito da caserma ha regnato sovrano nelle scuole. Vi si marciava la passo, ubbidendo agli ordini dei sorveglianti ai quali non mancavano che l&#8217;uniforme e i galloni. La configurazione dell&#8217;edificio obbediva alla legge dell&#8217;angolo retto e della struttura rettilinea. Così l&#8217;architettura si impegnava a sorvegliare le trasgressioni con la rettitudine di un&#8217;austerità spartana.</p>
<p></span></p>
<p>Fin negli anni sessanta, l&#8217;istituzione educativa rimase impastata delle virtù guerriere che prescrivevano di andare a morire alle frontiere piuttosto che dedicarsi ai piaceri dell&#8217;amore e della felicità.<span id="more-10256"></span></p>
<p> </p>
<p>Una tale ingiunzione cadrebbe oggi nel ridicolo ma, a dispetto della mutazione cominciata nel maggio &#8217;68 e del discredito nel quale è caduto l&#8217;esercito di un&#8217;Europa senza conflitti (ad eccezione di qualche guerra locale in cui disdegna di intervenire), sarebbe eccessivo pretendere che sia caduta in desuetudine la tradizione dell&#8217;ingiunzione vociferata, dell&#8217;insulto abbaiato, dell&#8217;ordine senza replica e dell&#8217;insubordinazione che ne è la risposta appropriata. <!--more--></p>
<p>L&#8217;autorità quasi assoluta di cui è investito il maestro serve piuttosto all&#8217;espressione di comportamenti nevrotici che alla diffusione di un sapere. La legge del più forte non ha mai fatto dell&#8217;intelligenza altro che una delle armi della stupidità. Molti arricciano il naso, sicuramente, per il fatto di non avere che il diritto di tacere. Ma finchè una comunità di interessi non situerà al centro del sapere le inclinazioni, i dubbi, i tormenti, i problemi che ciascuno risente giorno dopo giorno &#8211; cioè quel che forma la parte più importante della sua vita -, non vi sarà che l&#8217;obitorio e il disprezzo per trasmettere dei messaggi il cui senso non ci riguarda veramente in quanto esseri di desiderio.</p>
<p>&#8220;Prima lavora, ti divertirai in seguito&#8221; ha sempre espresso l&#8217;assurdità di una società che ingiungeva di rinunciare a vivere per meglio consacrarsi a una fatica che distruggeva la vita e non lasciava ai piaceri che i colori della morte.</p>
<p>Ci vuole tutta la stupidità dei pedagoghi specializzati per stupirsi che tanti sforzi e fatiche inflitti agli scolari portino a risultati così mediocri. Che cosa aspettarsi quando il cuore è assente? Charles Fourier, nel corso di un&#8217;insurrezione, osservando con quale cura e quale ardore gli agitatori disselciavano i sanpietrini di una strada e alzavano una barricata in qualche ora, notava che per la stessa opera ci sarebbero voluti tre giorni di lavoro ad una squadra di sterratori agli ordini di un padrone. I salariati non avrebbero trovato altro interesse nella faccenda che la paga, mentre la passione della libertà animava gli insorti. Solo il piacere di essere sé e di appartenersi darebbe al sapere quell&#8217;attrazione passionale che giustifica lo sforzo senza ricorrere alla costrizione.</p>
<p>Perché diventare ciò che si è esige la più intransigente delle risoluzioni. Ci vuole costanza e ostinazione. Se non vogliamo rassegnarci a consumare delle conoscenze che ci ridurranno al miserabile stato di consumatori, non possiamo ignorare che, per uscire dall&#8217;imbroglio in cui si è impantanata la società del passato, dovremo prendere l&#8217;iniziativa di una spinta nel senso opposto. Ma come? Vi si vede pronti a battervi e a schiacciare gli altri per ottenere un impiego ed esitereste ad investire le vostre energie in una vita che sarà tutto l&#8217;impiego che farete di voi stessi?</p>
<p>Noi non vogliamo essere i migliori, noi vogliamo che il meglio della vita ci appartenga, secondo quel principio di inaccessibile perfezione che abolisce l&#8217;insoddisfazione in nome dell&#8217;insaziabilità.</p>
<h2><strong>FARE DELLA SCUOLA UN CENTRO DI CREAZIONE DI VITA, NON L&#8217;ANTICAMERA DI UNA SOCIETA&#8217; PARASSITARIA E MERCANTILE</strong></h2>
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<p><span></p>
<p align="justify">Nel dicembre 1991 la Commissione europea ha pubblicato un memorandum sull&#8217;insegnamento superiore. Vi si raccomandava alle università di comportarsi come imprese sottoposte alle regole concorrenziali del mercato. Lo stesso documento auspicava che gli studenti fossero trattati come dei clienti, incitati non ad apprendere ma a consumare.</p>
<p>I corsi diventavano così dei prodotti, i termini &#8220;studenti&#8221;, &#8220;studi&#8221;, lasciavano il posto ad espressioni più appropriate al nuovo orientamento: &#8220;capitale umano&#8221;, &#8220;mercato del lavoro&#8221;.</p>
<p>Nel settembre 1993 la stessa Commissione recidiva con un <em>Libro verde sulla dimensione europea dell&#8217;educazione</em>. Vi si precisa che, sin dalla scuola materna, bisogna formare delle &#8220;risorse umane per i bisogni esclusivi dell&#8217;industria&#8221; e favorire &#8220;una maggiore adattabilità di comportamento in maniera da rispondere alla domanda del mercato della manodopera&#8221;.</p>
<p>Ecco come lo zoom insudiciato del presente proietta come futuro radioso la forza esaurita del passato!</p>
<p>Una volta eliminato quel che sussisteva di mediocremente redditizio nella scuola di ieri &#8211; il latino, il greco, Shakespeare e compagnia -, gli studenti avranno finalmente il privilegio di accedere ai gesti che salvano: equilibrare la bilancia dei mercati producendo dell&#8217;inutile e consumando della merda.</p>
<p>L&#8217;operazione è sulla buona strada perché per quanto si dicano diversi, i governi aderiscono all&#8217;unaminità al principio: &#8220;L&#8217;impresa deve essere impostata sulla formazione e la formazione sui bisogni dell&#8217;impresa.&#8221;</p>
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<p align="justify">Delle nuove leve per gestire il fallimento</p>
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<p>Non è inutile precisare, per aiutare alla comprensione della nostra epoca, attraverso quale processo lo sviluppo del capitalismo sia sfociato in una crisi planetaria che è la crisi dell&#8217;economia nel suo funzionamento totalitario.</p>
<p>Ciò che ha dominato, dall&#8217;inizio del XIX secolo, l&#8217;insieme dei comportamenti individuali e collettivi, è stata la necessità di produrre. Organizzare la produzione tramite il lavoro intellettuale e il lavoro manuale esigeva un metodo direttivo, una mentalità autoritaria, se non dispotica. Erano i tempi della conquista militare dei mercati. I paesi industrializzati depredavano senza scrupoli le risorse delle nuove colonie.</p>
<p>Quando il proletariato iniziò a coordinare le sue rivendicazioni, subì, a dispetto della sua spontaneità libertaria, l&#8217;influenza autocratica che la preminenza del settore produttivo esercitava sui costumi. Sindacati e partiti operai si danno una struttura burocratica che avrebbe finito per ostacolare le masse laboriose con il pretesto di emanciparle.</p>
<p>Il potere rosso si stabilisce tanto più facilmente perché riesce a strappare alla classe sfruttatrice porzioni dei benifici, tradotte in aumenti salariali, miglioramenti del tempo lavorativo (la giornata di otto ore, le ferie pagate), vantaggi sociali, (sussidio di disoccupazione, mutua).</p>
<p>Gli anni &#8217;20 e &#8217;30 spingono al suo stadio supremo la centralizzazione della produzione. Il passaggio del capitalismo privato al capitalismo di Stato avviene brutalmente in Italia, in Germania, in Russia, dove la dittatura di un partito unico &#8211; fascista, nazista, stalinista &#8211; impone la statalizzazione dei mezzi di produzione.</p>
<p>Nei paesi in cui la tradizione liberale ha salvaguardato una democrazia formale, la concenrazione monopolistica che attribuisce allo Stato una vocazione padronale si compie in modo più lento, sornione, meno violento.</p>
<p>E&#8217; negli Stati Uniti che si manifesta per la prima volta un nuovo orientamento economico, votato ad uno sviluppo che trasformerà sensibilmente le mentalità e i costumi: l&#8217;incitamento al consumo infatti diventa più forte della necessità di produrre.</p>
<p>A partire dal 1945 il piano Marshall, destinato ufficialmente ad aiutare l&#8217;Europa devastata dalla guerra, apre la via alla società dei consumi, identificata ad una società del benessere.</p>
<p>L&#8217;obbligo di produrre a qualunque prezzo cede il posto ad un&#8217;impresa addobbata con gli ornamenti della seduzione, sotto la quale si nasconde nei fatti un nuovo imperativo prioritario: consumare. Consumare qualunque cosa, ma consumare.</p>
<p>Si assiste allora ad un&#8217;evoluzione sorprendente: un edonismo da supermercato e una democrazia da self-service, propagando l&#8217;illuzione dei piaceri e della libera scelta riescono a minare &#8211; in modo più sicuro di quanto lo avrebbero sperato gli anarchici del passato &#8211; i sacrosanti valori patriarcali, autoritari, militari e religiosi che un&#8217;economia dominata dagli imperativi della produzione aveva privilegiato.</p>
<p>Si misura meglio oggi quanto la colonizzazione delle masse lavoratrici, attraverso l&#8217;incitamento pressante a consumare una felicità secondo i propri gusti, abbia rallentato la stretta dell&#8217;economia sulle colonie d&#8217;oltremare e abbia favorito il successo delle lotte di decolonizzazione.</p>
<p>Se la libertà degli scambi e la loro indispensabile espansione hanno contribuito alla fine della maggior parte dei regimi dittatoriali e al crollo della cittadella comunista, hanno svelato assai rapidamente i limiti del benessere consumabile.</p>
<p>Frustrati da una felicità che non coincideva propriamente con l&#8217;inflazione di gadgets inutili e di prodotti adulterati, a partire dal 1968, i consumatori hanno preso coscienza della nuova alienazione di cui erano fatti oggetto. Lavorare per un salario che si investe nell&#8217;acquisto di merci di un valore d&#8217;uso aleatorio, suggerisce meno lo stato di beatitudine che l&#8217;impressione spiacevole di essere manipolati secondo le esigenze del mercato. Coloro che subivano l&#8217;officina e l&#8217;ufficio durante la giornata ne uscivano solo per entrare nelle fabbriche meno coercitive ma più menzognere del consumabile.</p>
<p>I falsi bisogni prevalendo su quelli veri, questo &#8220;gadget qualunque&#8221; che bisognava comprare ha finito per generare a sua volta una produzione sempre più aberrante di servizi parassitari, orditi intorno al cittadino con il compito di rassicurarlo, inquadrarlo, consigliarlo, sostenerlo, guidarlo, in breve di inglobarlo in una sollecitudine che lo assimila a poco a poco a un handicappato.</p>
<p> </p>
<p>Si sono visti così i settori prioritari sacrificati a vantaggio del settore terziario, che vende la prorpia complessità burocratica sotto forma di aiuti e portezioni. L&#8217;agricoltura di qualità è stata schiacciata dalle lobbies dell&#8217;agroalimentare che producono in eccesso surrogati di cereali, carni e verdure. L&#8217;arte di abitare è stata sepolta sotto il grigiore, la noia e la criminalità del cemento che assicura le entrare dei gruppu di affari.</p>
<p>Per quanto riguarda la scuola, essa è chiamata a servire da riserva per gli studenti d&#8217;élite ai quali è promessa una bella carriera nell&#8217;inutilità luvrativa e nelle mafie finanziarie. Il circolo è chiuso: studiare per trovare un impiego, per quanto aberrante sia, si è riallacciato con l&#8217;ingiunzione di consumare nel solo interesse di una macchina economica che si blocca da tutte le parti in Occidente &#8211; anche se gli specialisti ci annunciano ogni anno la sua trionfale ripresa.</p>
<p>Ci impantaniamo nelle paludi di una burocrazia parassitaria e mafiosa in cui il denaro si accumula e circola in circuito chiuso anziché investirsi nella fabbricazione di prodotti di qualità, utili al miglioramento della vita e del suo ambiente.</p>
<p>Il denaro è ciò che manca di meno, contrariamente a quello che vi rispondono i vostri deputati, ma l&#8217;insegnamento non è un settore redditizio.</p>
<p>Esiste tuttavia un&#8217;alternativa all&#8217;economia di deperimento e al suo impossibile rilancio. Allontanandosi dal fossato che si scava sempre di più tra gli interessi della merce e l&#8217;interesse di ciò che vive, l&#8217;alternativa propone di riconvertire al servizio dell&#8217;umano una tecnologia che l&#8217;imperialismo luvrativo ha disumanizzato, fino a farne &#8211; nel caso della fissione nucleare e della sperimentazione genetica &#8211; delle temibili nocività. Essa esige di accordare la priorità alla qualità della vita e a quelle attività di base che l&#8217;assurdità del capitalismo arcaico condanna precisamente a cadere a pezzi sotto i colpi di continue restrizioni di bilancio: l&#8217;abitazione, l&#8217;alimentazione, i trasporti, l&#8217;abbigliamento, la salute, l&#8217;educazione e la cultura.</p>
<p>Una mutazione si mette in moto sotto i nostri occhi. Il neocapitalismo si prepara a ricostruire con profitto ciò che il vecchio ha rovinato. A dispetto delle resistenze del passato, le energie naturali finiranno per sostituirsi ai mezzi di produzione inquinanti e devastanti.</p>
<p>Come la rivoluzione industriale ha suscitato, dall&#8217;inizio del XIX secolo, un numero considerevole di inventori e di innovazioni &#8211; elettricità, gas, macchina a vapore, telecomunicazioni, trasporti rapidi -, così la nostra epoca esprime una domanda di nuove creazioni che prenderanno il posto di ciò che oggi serve la vita solo minacciandola: il petrolio, il nucleare, l&#8217;industria farmaceutica, la chimica inquinante, la biologia sperimentale&#8230; e la pletora di servizi parassitari dove prolifera la burocrazia.</p>
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<p align="justify">La fine del lavoro forzato inaugura l&#8217;era della creatività</p>
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<p>Il lavoro è una creazione abortita. Il genio creatore dell&#8217;uomo si è trovato preso in trappola in un sistema che l&#8217;ha condnnato a produrre potere e profitto, non lasciando altro sfogo al suo rigoglio che l&#8217;arte e il sogno.</p>
<p>Ora, questo lavoro di sfruttamento della natura, cos&#8217; spesso esaltato come la potenza prometeica che trasforma il mondo, ci consegna oggi il suo bilancio definitivo: una sopravvivenza confortevole le cui risorse ed il cui cuore si consumano nel circolo vizioso del profitto.</p>
<p>Come potrebbe un lavoro cos&#8217; inutile e così nocivo alla vita non esaurirsi a sua volta? Ieri procurava l&#8217;automobile e la televisione, al prezzo dell&#8217;aria inquinata e dei palliativi di una vita assente. Oggi resta solo un salvagente aleatorio di una società paralizzata dall&#8217;inflazione burocratica, dove niente è più garantito, né il salario, né la casa, né i prodotti naturali, né le risorse energetiche, né le conquiste sociali.</p>
<p>In un&#8217;atmosfera resa oppressiva dalla rarefazione degli affari, la diminuzione del lavoro è evidentemente sentita come una maledizione. La disoccupazione è un lavoro svuotato. Una stessa rassegnazione vi fa attendere un&#8217;elemosina come il lavoratore attende il suo salario dedicandosi ad un&#8217;occupazione che lo annoia (anche se ormai giudica imprudente confessarlo).</p>
<p>Mentre tutto va alla malora sul fulo di una disperazione ispirata dall&#8217;autodistruzione planetaria economicamente programmata, un mondo è là, lasciato all&#8217;abbandono, un mondo che bisogna restaurare, spogliare delle sue nocività e ricostruire per il nostro benessere, come se, spezzandosi, lo specchio delle illusioni consumistiche avesse messo la felicità alla nostra portata, dopo averne mostrato il falso riflesso.</p>
<p>Diminuire il tempo di lavoro per meglio distribuirlo? Sia pure. Ma in quale prospettiva e con quale coscienza? Se l&#8217;obbiettivo dell&#8217;operazione è, per i più, aumentare la produzione di beni e di servizi utili al mercato e non alla vita., in cambio di un salario che ne pagherà il consumo crescente, allora il vecchio capitalismo non avrà fatto altro che recuperare a suo profitto ciò che finge di abbandonare al profitto di tutti.</p>
<p>Al contrario, se la stessa pratica ubbidisce alle sollecitazioni di un neocapitalismo che cerca nell&#8217;investimento ecologico un&#8217;arma contro l&#8217;immobilismo di un padronato senza immaginazione, mancherà soltanto una resa di coscienza perché il salario garantito e il tempo di lavoro ridotto aprano a ciascuno il campo di una libera creazione e la libertà di ritrovarsi ed essere infine se stessi.</p>
<p>Perché, a dispetto dell&#8217;occultazione che intrattengono intorno ad essa le burocrazie della corruzione e le mafie affariste, esiste una domanda economico-sociale che va controcorrente rispetto alle grida di soccorso del disastro ordinario. Essa reclama un ambiente che migliori la qualità della vita, una produzione senza oppressione né inquinamento, dei rapporti autenticamente umani, la fine della dittatura che la redditività esercitt sulla vita. Sta a voi &#8211; e alla nuova scuola che inventerete &#8211; impedire che la creatività, obiettivamente stimolata dalla promessa di impieghi di utilità pubblica, si inrappoli nell&#8217;alienazione economica, tagliandosi fuori dalla creazione di sé.</p>
<p>Se vi dimenticate di ciò che siete e in quale vita volete essere, non sperate in un altro destino che quello di una merce buona da buttare appena superata la cassa.</p>
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<p align="justify">Privilegiare la qualità</p>
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<p align="justify"> </p>
<p>A forza di obbedire al criterio della quantità, la corsa al profitto scade nell&#8217;assurdità della sovrapproduzione. Produrre molto aumentava ieri il plusvalore dei padroni, che non esitavanop a distruggere le eccedenze di caffé, di carne, di grano per impedire un abbassamento dei pressi sul mercato.</p>
<p>Lo sviluppo del consumo, toccando un più vasto settore della popolazione, ha permesso di assorbire in una certa misura una cescente quantità di merci concepite piuttosto a scopo di guadagno che per il loro uso pratico. La qualità di un prodotto è stata considerata con tanta più disinvoltura in quanto non era questa a determinare il livello delle vendite, ma la menzogna pubblicitaria di cui era rivestita per sedurre il cliente. Ma a forza di lavare sempre più bianco anche la menzogna finisce per logorarsi. Offesa dall&#8217;eccesso di disprezzo, la clientela ha finito per recalcitrare. Si è mostrata critica, ha rifiutata di ingoiare ciecamente quello che il cucchiaino dello slogan gli infilava ad ogni momento negli occhi, in bocca, nelle orecchie, in testa.</p>
<p>Molti hanno dunque deciso di non lasciarsi più consumare da un&#8217;economia che se ne infischia della loro salute e della loro intelligenza. Esigendo la qualità di ciò che viene loro proposto, scoprono o riscoprono la loro qualità di esseri, la loro specificità di individui lucidi, che era stata occultata da quella riduzione allo stato gregario provocata e intrattenuta dalla propaganda consumistica.</p>
<p>Ma, mentre gli organismi di difesa dei consumatori organizzano il boicottaggio dei prodotti snaturati da un&#8217;agricoltura che inonda il mercato di cereali forzati, di ortaggi concimati, di carni provenienti da animali martirizzati in allevamenti-lager, sembra che nelle scuole ci si rassegni a vedere la cultura avviarsi sulla stessa strada della peggiore agricoltura.</p>
<p>Se gli uomini politici nutrissero nei riguardi dell&#8217;educazione le buone intenzioni che proclamano a ogni piè sospinto, non dovrebbero mettere in opera tutto per garantire la qualità? Tarderebbero forse a decretare le due misure che determinano la condizione <em>sine qua non</em> di un apprendimento umano: aumentare il numero di insegnanti e diminuire il numero di allievi per calsse, in modo che ciascuno sia trattato secondo la sua specificità e non nell&#8217;anonimato di una folla?</p>
<p>Ma, apparentemente, l&#8217;interesse ha per loro una connotazione più economica che semplicemente umana. Se i governi privilegiano l&#8217;allevamento intensivo di studenti consumabili sul mercato, allora i principi di una sana gestione prescrivono di stivare nello spazio scolastico più piccolo la quantità minima di teste, modellabili dal minimo personale possibile. La logica è pefetta e nessuna società protettrice degli animali insorgerà contro il consumo forzato di conoscenze sottoposte alla legge della domanda e dell&#8217;offerta, né contro gli usi da mercanti di cavalli che regnano sulla fiera del lavoro.</p>
<p>Rassegnatevi dunque al partito preso della stupidità che implica lo stato gregario, perché per educare una classe di trenta allievi non vedo che la sferza o l&#8217;astuzia.</p>
<p>Ma non invocate l&#8217;impossibilità materiale di promuovere un insegnamento personalizzato. Gli sviluppi delle tecniche audiovisive non potrebbero permettere ad un grande numero di studenti di ricevere individualmente ciò che un tempo apparteneva al maestro di ripetere fino a memorizzazione (ortografia, grammatica elementare, vocabolario, formule chimiche, teoremi, solfeggio, declinazioni&#8230;)? Oppure di verificare come in un gioco il grado i assimilazione e di comprensione?</p>
<p>Così liberato di un&#8217;occupazione ingrata e meccanica, l&#8217;educatore non avrebbe più che da dedicarsi all&#8217;essenziale del suo compito: assicurare la qualità delle informazioni globalmente ricevute, aiutare alla formazione di individui autonomi, dare il meglio del suo sapere e della sua esperienza aiutando ciascuno a leggersi e a leggere il mondo.</p>
<p>Informazione al massimo numero di soggetti possibili, formazione per piccoli gruppi. Al centro di una vasta rete di irrigazione che dreni verso ogni allievo la molteplicità delle conoscenze, l&#8217;educatore avrà finalmente la libertà di diventare ciò che ha sempre sognato di essere: il rivelatore di una cretività di cui non vi è nessuno che non possieda la chiave, per quanto nascosta essa sia sotto il peso delle passate costrizioni.</p>
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<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/avviso-agli-studenti-3/">Avviso agli studenti / 3</a></p>
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