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	<title>Nazione Indiana &#187; sean penn</title>
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		<title>da EEEEE EEE EEEE / Tao Lin. 2007</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 09:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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<p>traduzione di <strong>Gherardo Bortolotti</strong></p>
<p>Andrew guida verso il lavoro. La musica è troppo alta. La spegne. I suoi genitori vivono in una torre; una di otto. Quale? Quella con il cancro. Sara è nel sedile a fianco. Andrew guarda.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/04/da-eeeee-eee-eeee-tao-lin-2007/">da EEEEE EEE EEEE / Tao Lin. 2007</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tao Lin</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Gherardo Bortolotti</strong></p>
<p>Andrew guida verso il lavoro. La musica è troppo alta. La spegne. I suoi genitori vivono in una torre; una di otto. Quale? Quella con il cancro. Sara è nel sedile a fianco. Andrew guarda. Non c’è. Se ci fosse gli avrebbe indicato qualcosa e poi ci si sarebbero arrampicati. Una montagna. Ci sarebbero state delle montagne. Andrew l’avrebbe abbracciata. Non ha voglia di consegnare le pizze. Ha voglia di costruire una casa sull’albero. Al lavoro saranno tutti ritriti e pieni di cliché. Andrew è ritrito e pieno di cliché. Non ha niente da dire a nessuno. Nessuno ha niente da dire a nessuno, per qualche ragione. È tutto pieno di cliché e melodrammatico. Una volta, La ragazza di Andrew al college ha cercato di uccidersi con il valium di un’operazione ai denti. Aveva fatto sentire Andrew pieno di cliché e melodrammatico. Avrebbe dovuto riderle in faccia come un maniaco, e poi ucciderla con un tubo di piombo. Lui e Sara, che ridevano in modo sexy in faccia al cadavere della sua ex. Baciarla mentre rideva in modo sexy. Mentre sono ancora sull’albero. Sposarla con astuzia e sveltezza, e poi ucciderla, per qualche ragione. Andrew dovrebbe vendere la sua casa immensa e andare a New York. Si porterebbe il denaro in una valigetta. Ci sarebbe lì Sara, che ride. Starebbero lì in piedi nelle librerie. Darebbero la caccia a Jhumpa Lahiri e la seguirebbero come delle pecore con i loro tubi di piombo. <em>Costruiamole una casa sull’albero sulla faccia</em>. Sara darebbe del figlio di puttana ad uno di quei poliziotti a cavallo. Il poliziotto distoglierebbe lo sguardo. Sara gli chiederebbe indicazioni per il selvaggio west.<span id="more-36796"></span><br />
Al semaforo, tutto è calmo e quieto. Andrew ha la sensazione di essere ripreso. Capita ogni volta al semaforo. Le cose devono scoppiare. La vita di Andrew deve cambiare in modo ritrito, pieno di cliché e melodrammatico. Mette la testa fuori dal finestrino e urla senza convinzione. Se ci fosse Sara riderebbe. Diventa verde. Se Andrew guida in modo assurdamente veloce, come un pazzo, Sara se ne accorgerà a New York, od ovunque sia. Andrew guida velocissimo e lascia delle strisciate tra due corsie mentre curva come un pazzo ad un incrocio. Al lavoro consegna quattro pizze e poi consegna delle ali di pollo alla Buffalo ad un vecchio in pigiama. Sono le sette di sera. Andrew ritorna in macchina. C’è un delfino nel sedile posteriore.<br />
Andrew torna con la macchina da Domino’s.<br />
“Matt” dice. “C’è un delfino nel sedile posteriore. Posso andare a casa?”<br />
“Fammi mettere su questi peperoni” dice Matt. “Poi ti pago la giornata.”<br />
Dopo aver avuto sessanta centesimi di rimborso benzina per ogni consegna Andrew ha quattordici dollari.<br />
“Danne metà al delfino” dice Matt.<br />
Sono nell’ufficio di Matt.<br />
“Ok” dice Andrew. “Aspetta. Perché?”<br />
“Non fare domande” dice Matt. “Sono stanco della tua insubordinazione.”<br />
“Ok.”<br />
“Ok” dice Matt. “Apri la porta ma non uscire dall’ufficio.”<br />
Andrew apre la porta.<br />
“Jeremy” grida Matt.<br />
Jeremy entra nell’ufficio.<br />
L’ufficio è piccolo.<br />
È un po’ affollato con tre persone.<br />
“Sì?” dice Jeremy.<br />
“Fai venire tutti qui dentro” dice Matt.<br />
Jeremy se ne va.<br />
“Andrew” grida Matt.<br />
Andrew torna indietro.<br />
“Il delfino può aspettare” dice Matt.<br />
Jeremy ritorna con tutti quanti.<br />
Vanno tutti nell’ufficio di Matt.<br />
Non c’è abbastanza spazio.<br />
Alcuni si mettono in piedi sulla scrivania di Matt.<br />
Qualcuno chiude la porta.<br />
È molto affollato.<br />
Qualcuno spegne la luce.<br />
L’unica finestra è bloccata dal corpo di qualcuno.<br />
Andrew non riesce a muoversi né a vedere niente.<br />
È buio e fa davvero caldo.<br />
“Chiunque mi ha dato una gomitata in faccia” dice Matt. “Sei licenziato.”<br />
“Chiunque sia stato” dice qualcuno facendo la voce in falsetto. “Non dire niente.”<br />
“Ma allontanati da Matt” dice una voce diversa. “Quando le luce si accendono. Così non ti vede. Se mai ce ne andremo, intendo.”<br />
“Questo è l’ufficio mio e di Matt” dice Jeremy. “Tutti lo chiamano ‘l’ufficio di Matt’. È di tutti e due.”<br />
“Il manager triste” dice Andrew.<br />
“Andrew?” dice Jeremy.<br />
“Ho paura” dice qualcuno.<br />
“Sono annoiato” dice Andrew. “Sto sudando.”<br />
“C’è qui Rachel?” dice qualcun altro.<br />
“No” dice qualcuno.<br />
Passa mezzo minuto.<br />
“Cosa stavate per dire su di me?” dice Rachel.<br />
“Non lo so” dice qualcuno.<br />
“Sono confuso” dice qualcuno.<br />
“Qualcuno apra la porta” dice Matt.<br />
Qualcuno apre la porta.<br />
“E adesso?” dice qualcuno.<br />
“Non lo so” dice qualcun altro.<br />
“Andrew” dice Jeremy.<br />
“Dovreste tornare tutti al lavoro” dice Matt.<br />
“Sei sicuro?” dice qualcuno. “Forse dovremmo tornare tutti a qualcos’altro. Non so… qualcos’altro.”<br />
Ma sono già tutti tornati al lavoro.<br />
Andrew è in macchina.<br />
Dà sette dollari al delfino.<br />
Il delfino fa “EEEEE EEE EEEE.”<br />
Andrew guida verso casa.<br />
Al primo semaforo il delfino dice “Mollami al Kmart.”<br />
“Quale Kmart? Dove c’è un Kmart?”<br />
“Al negozio di diamanti” dice il delfino.<br />
“Quello è il Target.”<br />
“Mollami al Target” dice il delfino.<br />
“È lontano.”<br />
“Dunque?” dice il delfino.<br />
“Vuoi comprare della droga?”<br />
“Perché mi hai chiesto se voglio comprare della droga?” dice il delfino. “Stai facendo lo stupido.”<br />
Andrew guida fino al Target, parcheggia, esce dalla macchina.<br />
“Non mi ci devi accompagnare” dice il delfino.<br />
“Mi serve la carta igienica” dice Andrew.<br />
Il delfino cammina più velocemente di Andrew, che rallenta un po’.<br />
Andrew cammina per un po’ in una direzione diversa.<br />
Il delfino lo vede e cammina con un angolo che si allontana da Andrew.<br />
Quando arrivano all’entrata ci arrivano insieme.<br />
“Non comportarti in modo stupido e imbarazzante” dice il delfino. “Vuoi camminare con me o no?”<br />
“Va bene” dice Andrew. “Aspetta. Stai per…”<br />
Il delfino guarda fisso Andrew. “Non pensarci neanche” dice il delfino.<br />
“No, aspetta” dice Andrew. “Che cosa vuoi comprare?”<br />
“Stai lontano da me” dice il delfino. “Stavi per dire se stavo per fare ‘Eeeee eee eeee.’ Sei uno stupido pezzo di merda. Stai lontano da me.” Il delfino guarda Andrew.<br />
“Aspetta” dice Andrew.<br />
Il delfino va in mezzo ad una rastrelliera circolare per vestiti e piange sommessamente.<br />
Andrew si guarda in giro.<br />
Va a casa.<br />
Il delfino piange per un po’ e poi si compra un coltello da carne.<br />
Il delfino va a casa.<br />
Si guarda alla specchio.<br />
Si mette la punta del coltello perpendicolare al collo e stringe con forza il manico.<br />
Si guarda fisso allo specchio.<br />
Si mette una giacca, prende un aereo per Hollywood e trova Elijah Wood.<br />
“Vieni con me da qualche parte” dice il delfino.<br />
“Posso fare una corsa sul fiume?” dice Elijah.<br />
“Aggrappati alle mie pinne.”<br />
Elijah si arrampica sulla schiena del delfino.<br />
“Ma, cazzo, sei proprio stupido. Aggrappati quando arriviamo al fiume” dice il delfino. “Non in un parcheggio del cazzo.”<br />
Elijah ride.<br />
“Sei un cretino” dice il delfino.<br />
Vanno con la macchina di Elijah fino all’oceano.<br />
Sulla spiaggia il delfino si stende nell’acqua.<br />
Elijah si arrampica sul delfino.<br />
Il delfino nuota.<br />
“Sì!” dice Elijah.<br />
Il delfino nuota fino a un’isola.<br />
“Devo prendere una cosa” dice il delfino.<br />
Il delfino se ne va e ritorna con un grosso ramo pesante dietro la schiena.<br />
“Hai presente <em>La tempesta di ghiaccio</em>?” dice Elijah Wood. “Alla fine del libro il tizio vede un supereroe o qualcosa del genere. Era strano. Non l’hanno messo nel film. C’era Christina Ricci nel film.”<br />
Il delfino prende a bastonate in testa Elijah Wood.<br />
Elijah Wood scappa via e cade.<br />
Il delfino prende a bastonate Elijah sul corpo e sulle gambe.<br />
Elijah grida.<br />
Il delfino trascina il cadavere di Elijah in una grotta e ci si siede sopra.<br />
La grotta è molto buia e quieta.<br />
Il delfino si sente male.<br />
Se sente molto calmo e un po’ male.<br />
Un orso trascina dentro il cadavere di Sean Penn.<br />
Il delfino spinge il cadavere di Elijah in un buco e si sente un forte rumore di noci di cocco.<br />
L’orso fa una pausa e poi trascina velocemente il cadavere di Sean Penn fuori dalla grotta.<br />
Il cranio di Sean Penn fa un leggero rumore di noci di cocco contro il fondo della grotta.</p>
<p style="text-align: right">[<em>da Eeeee eee eeee / Tao Lin. Melville House, 2007</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/04/da-eeeee-eee-eeee-tao-lin-2007/">da EEEEE EEE EEEE / Tao Lin. 2007</a></p>
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		<title>MILK. E L&#8217;ITALIA ?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2009 05:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/penn-milk.jpg"></a> In occasione dell&#8217;uscita di MILK di Gus Van Sant &#8211; protagonista Sean Penn &#8211; incentrato sulla figura di Harvey Milk, l&#8217;attivista gay assassinato da un omofobo a San Francisco nel 1978, propongo <a href="http://www.wuz.it/intervista/2884/franco-buffoni-poeta-diritti-omosessuali.html">questa intervista</a> realizzata per Wuz Cultura.</p>
<p>FRANCO BUFFONI</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/27/milk-e-litalia/">MILK.</a>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/27/milk-e-litalia/">MILK. E L&#8217;ITALIA ?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/penn-milk.jpg"><img class="size-full wp-image-13608 alignnone" title="penn-milk" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/penn-milk.jpg" alt="" width="125" height="189" /></a> In occasione dell&#8217;uscita di MILK di Gus Van Sant &#8211; protagonista Sean Penn &#8211; incentrato sulla figura di Harvey Milk, l&#8217;attivista gay assassinato da un omofobo a San Francisco nel 1978, propongo <a href="http://www.wuz.it/intervista/2884/franco-buffoni-poeta-diritti-omosessuali.html">questa intervista</a> realizzata per Wuz Cultura.</p>
<p>FRANCO BUFFONI</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/27/milk-e-litalia/">MILK. E L&#8217;ITALIA ?</a></p>
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		<title>Il sogno del nomade. Appunti dalla terra estrema.</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Feb 2008 06:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp.bmp" title="lapp.bmp"></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>“In una certa stagione della nostra vita, noi siamo<br />
soliti considerare ogni pezzo di terra come possibile luogo<br />
di dimora”.<br />
HENRY D. THOREAU</p>
<p>“Per quale diavolo di motivo volete tornare là? Non è che<br />
un vecchio autobus”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/12/il-sogno-del-nomade-appunti-dalla-terra-estrema/">Il sogno del nomade. Appunti dalla terra estrema.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp.bmp" title="lapp.bmp"><img width="240" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp.bmp" alt="lapp.bmp" height="363" style="width: 160px; height: 262px" /></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>“In una certa stagione della nostra vita, noi siamo<br />
soliti considerare ogni pezzo di terra come possibile luogo<br />
di dimora”.<br />
HENRY D. THOREAU</p>
<p>“Per quale diavolo di motivo volete tornare là? Non è che<br />
un vecchio autobus”.<br />
BUTCH KILLIAN, <em>uno dei cacciatori d’alce che trovò il<br />
corpo di Chris McCandless a Stampede Trail, in Alaska nel<br />
Settembre 1992</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>ricordare la propria ignoranza</em></p>
<p>Quando tra il 1845 ed il 1847 il filosofo americano Henry David Thoreau si trasferì a vivere in una capanna nei boschi presso il lago Walden nel Massachussetts, non lontano dalla sua città natale, non compiva una fuga dalla civiltà moderna, ma, parafrasandolo, “recuperava la sua ignoranza” &#8211; seguiva un’attitudine primigenia nell’uomo di scoperta e indagine del mondo, che viene inesorabilmente repressa dall’aderenza a modelli prestabiliti (il lavoro, la famiglia, la reputazione) con l’età adulta. Era il suo un atto profondamente etico, teso a dimostrare che conformandosi senza riserve al modello sociale consolidato si finisce spesso con il disobbedire alla nostra indole più intima, azzittendo quel particolare “genio” che dà all’individuo la sua singolarità.<span id="more-5333"></span></p>
<p>Doveva agitarsi qualcosa di simile nella mente del ventiduenne Chris McCandless, che nel 1990, dopo essersi laureato a pieni voti, decise di abbandonare lo stile di vita fino ad allora conosciuto, devolvendo i suoi risparmi in beneficienza e rinunciando alla sua identità anagrafica. Distrusse i documenti, si ribattezzò Alexander Supertramp, il supervagabondo, ed iniziò a viaggiare per l’America, attraversando Arizona, California, navigando in canoa il fiume Colorado fino al Pacifico, lavorando per un periodo come operaio nelle piantagioni di grano in South Dakota, preparandosi alla sua meta finale: le terre selvagge, ostili dell’Alaska. Quando nel settembre 1992 il suo corpo, denutrito ed in stato di avanzata decomposizione, fu scoperto all’interno di un bus abbandonato, lungo un sentiero poco percorso in un parco dell’Alaska sud-orientale, iniziò il mito o addirittura il “culto” di McCandless. Lo scrittore e avventuriero Jon Krakauer scrisse un articolo e conseguentemente un libro, <em>Into the Wild</em>, nel quale oltre a riportare le testimonianze di chi aveva conosciuto McCandless, propone storie di altri americani affascinati mortalmente dall’ultima frontiera o dal mito della natura incontaminata: l’ovest, il deserto americano, il grande nord.</p>
<p>Dopo aver letto due volte il libro, nell’agosto 2006, Sean Penn si recò al “Magic Bus”, come McCandless lo aveva ribattezzato, la sua ultima casa. In uno dei molteplici quaderni con le firme dei visitatori, Penn lasciò scritto queste parole da una poesia di Leonard Cohen: “<em>Sei andato per la tua strada. Anch’io la seguirò</em>”.<br />
Fedele a questo verso Penn ricrea nella sua trasposizione cinematografica una totale immedesimazione con il protagonista, e seguendo una linea già tracciata con l’esordio alla regia in <em>Lupo Solitario </em>(The Indian Runner, 1991), fa esplodere come istinto primordiale il legame tra spirito umano e natura. Nella mitologia di Penn il viaggio di Chris inizia nella corsa del cervo che apre <em>The Indian Runner</em>, in quel battito accelerato dove si uniscono il cacciatore indiano e la preda. Mentre però nell’opera prima questo richiamo selvaggio e l’insofferenza verso la società si risolvevano in una violenza tragica, in <em>Into The Wild</em> prevale il denudamento dell’essere, il confronto con l’esperienza del proprio credo fino alle sue drastiche conseguenze – una graduale, quasi ascetica, spoliazione. La bellezza visiva dell’opera di Penn è indebitata con l’insegnamento di Terrence Malick: è impossibile non pensare a <em>I giorni del cielo</em>, quando sullo schermo scorre la distesa gialla dei campi di grano di Carthage nel Sud-Dakota; è ugualmente difficile non fare per un attimo il paragone tra la storia di McCandless e le fughe metafisiche nella boscaglia delle isole oceaniche del soldato Witt in <em>La sottile linea rossa</em>.</p>
<p>Ho pensato che questa bellezza del paesaggio, dell’esplorazione solitaria sia una risposta alla scelta di McCandless. Ma questo ragazzo non cercava primariamente il confronto con la natura, non era proiettato tanto verso l’esterno, quanto verso se stesso, né poteva sapere, inizialmente, quanto le due cose coincidessero.<br />
Ci sono vari dubbi, reazioni contrastanti che la storia di McCandless alimenta. Non è stato il solo ad imbarcarsi in una simile avventura: come cinicamente osservano alcuni detrattori, quasi tutti residenti in Alaska, l’unica differenza è che lui è morto. Non gli perdonano l’incoscienza, la poca umiltà, lo scarso rispetto per il luogo di cui aveva sottostimato le difficoltà concrete con cui ogni indigeno si scontra quotidianamente.<br />
Tutto giusto senz’altro dal punto di vista dell’autoctono, se non fosse che questa vicenda porta molti altri all’identificazione, ad essere toccati – forse, come suggerisce Krakauer, alcuni dei critici riconoscono in McCandless loro stessi da giovani e avendo percorso altre strade ne sono irritati, non inclini alla comprensione per qualcosa a cui da tempo hanno rinunciato.<br />
C’è poi chi ha tentato di darsi una spiegazione ricorrendo al disagio, ad una realtà familiare problematica, una forma di alienazione mentale: credo che nessun discorso con simili premesse sia valido ed esaustivo.</p>
<p>Io non mi sono mai spinta così lontano. Ma, specialmente anni fa, trascorrendo la notte nei boschi, dormendo nei campi e nella brughiera in Inghilterra o Scozia, suonando per strada, vagabondando digiuna in Bretagna e soprattutto trovandomi nell’enorme silenzio della foresta nordica in Finlandia, ho sentito la solitudine come atto di libertà, la voglia di strapparsi di dosso i ruoli, la stancante/asfissiante pressione dei giudizi altrui, l’esibizione sterile dei saperi &#8211; quasi come respirare finalmente il mistero della mia persona e delle possibilità nel mondo. Diventare responsabili di noi stessi, questo può significare essere soli, imparare ad ascoltare a guardarsi intorno come se tutto fosse costantemente nuovo. Ma la maggioranza degli individui ha paura della solitudine, dei demoni interiori che essa può svegliare, delle conferme che sradica quando ci si addentra in lei così come nell’intrico della foresta.</p>
<p>McCandless, mosso da una sete conoscitiva, da una dose di mancato buon senso, ma anche da un’ammirabile forza di volontà e dalla capacità di trovare sempre nuove risorse, cercava questa particolare solitudine che separa sottilmente il concetto di individuo da quello di singolo. La sua ricerca nasceva nell’amore fatale per i libri, che non abbandonò mai – Tolstoj, Thoreau, London, nello zaino insieme ad una scorta di riso e ad un fucile. Aveva creduto così intensamente alle parole da volerle vivere. Questo per me è abbastanza per provare rispetto, se non ammirazione. Non era un fuggiasco, ma un cercatore, un giovane uomo pieno di domande, più che di certezze da mettere in pratica. “Datemi la verità”, dice nel film, riprendendo le parole di Thoreau. Niente di più idealista e di più pericoloso: chi cerca la verità è pronto a scoperte impreviste, anche al nulla o ad un totale ribaltamento della sua prospettiva. La verità è un luogo vago, inesplorato. Nella sua geografia McCandless lo chiamò Alaska. Fece anzi un passo ulteriore, che si rivelò letale: si inventò una <em>terra incognita</em>, non tracciata sulla carta, semplicemente sbarazzandosi delle mappe topografiche. A pochi chilometri dal bus dove abitò potevano esserci, come infatti c’erano, tracce di costruzioni umane, capanni di cacciatori, rifugi con legna e scorte alimentari per chi si trovasse a vagare nei boschi e non molto lontano abitazioni, strade asfaltate. Ma lui non lo sapeva. Fu questa voluta ignoranza a segnare la trasformazione definitiva, portarlo dentro l’essenziale dove la vita è una continua sopravvivenza, la speculazione dello spirito un tutt’uno con la ricerca del cibo, la mappatura personale dell’ambiente. L’interno rovesciato come un guanto sull’esterno – ansie, sogni, affetti nella concretezza della terra abitata: le lastre di ghiaccio e melma nel fiume, la stortura dei rami, l’accensione di un fuoco, la notte che acuisce l’udito, l’asperità del freddo come un fiore arrossato sulle nocche, la pioggia scrosciante sulle lamiere, le prede scuoiate, il residuo delle ossa tra gli sterpi.</p>
<p>“Tutta la nostra vita è stupefacentemente morale”. Ancora Thoreau. Ma tornare nella natura mette a dura prova l’etica: sconvolge i confini di una mente educata, rende incerta la distinzione tra giusto e ingiusto, efferato e necessario, ci disarma con la sua cruda meraviglia ed il suo relativismo. McCandless, come scrive Krakauer, era combattuto riguardo all’uccisione di animali: particolare non sottovalutabile per chi volesse resistere nella terra selvaggia. Quando all’inizio dell’estate riuscì ad uccidere un alce, ma non a preservarne le carni, lasciando il cadavere infestato da parassiti ai lupi, scrisse nel suo diario che quella perdita costituiva “una delle più grandi tragedie della mia vita”. Non aggiunse spiegazioni. Nella parola “tragedia” sono uniti lo spreco di cibo, lo spettro corposo della fame, di una disperazione che non ha nulla di spirituale, e lo spreco di una bellezza vitale, il rimorso di aver ucciso a vuoto. La tragedia diviene il trauma di un passaggio compiuto: sia una realtà “morale”, l’evidenza amara dell’errore, che la violazione della moralità acquisita &#8211; la carta dei libri sfaldata in linfa, radice, carcassa sottostante, vuoto.</p>
<p>Liberato dall’ansia di riconoscimento, dalla delusione reiterata in cui si concludono quasi tutti i rapporti umani “adulti”(specialmente se non si scende a compromesso, se la direzione contraria dell’ego è sempre troppo manifesta, sconcertante per gli altri), ma anche dal cumulo di esigenze e aspettative che accompagnano coloro che ci troviamo ad amare, quale soluzione trovò McCandless a se stesso, nel crescere incessante del paesaggio? Noi non lo sappiamo. Il diario esiguo, la sua morte non ci rispondono: siamo chiamati a leggere quello che non c’è &#8211; intuire.<br />
Un passo, ad esempio, de <em>La felicità domestica </em>di Tolstoj sottolineato e annotato: “la felicità è vera solo se condivisa”. Quasi ad indicare che ogni viaggio verso il centro prevede un ritorno alla periferia, un tendere le mani, accettare l’imperfezione nostra e altrui.<br />
Ma non si accetta finché non ci si oppone, non si sperimenta.<br />
E ancora forse trovò che l’uomo in sé non è così importante. Non sta al centro di nulla, se non delle sue convinzioni. Chiunque cerchi genuinamente è prima o poi folgorato dalla magnifica indifferenza di ciò che è bello, vivo e feroce nonostante l’essere umano.</p>
<p>Una brevissima scena del film di Penn mostra McCandless, allo stremo delle forze, visitato da un grizzly che si sofferma vicino l’autobus, in quello che è il suo habitat naturale. Chris resta immobile – cauto, spaventato – l’animale lo valuta appena, proseguendo il suo cammino. <em>Tu sei niente.</em> C’è un sollievo, una sottrazione di peso, nell’accorgersi di non essere più di ciò che guardiamo, che a sua volta non necessariamente ci guarda.</p>
<p><em>difendere le illusioni</em></p>
<p>Su questa scena mi fermo, perché il mondo che si apre fluisce in un’altra storia solo apparentemente simile e nell’opera di un artista molto diverso.<br />
È facile fare un paragone con il destino di Timothy Treadwell, il “guerriero gentile”, che trascorse, completamente disarmato, tredici estati tra i grizzly della riserva nazionale di Katmai in Alaska. L’orso grizzly è il più grosso carnivoro terrestre. Può arrivare fino a tre metri in altezza. Treadwell, innamorato di questi animali, dette a tutti un nome, li filmò, si convinse di un legame speciale tra lui e gli orsi. Alla fine del settembre 2003, per un equivoco all’aeroporto, lui e la sua compagna non poterono far rientro in California: tornarono nella foresta, ma buona parte degli orsi conosciuti era ormai in letargo. Altri più feroci dall’interno erano sopravvenuti: fu probabilmente uno di questi ad uccidere i due, smembrandoli e divorandoli in parte. Nel 2005 il materiale documentaristico di Treadwell fu selezionato e raccolto nel film <em>Grizzly Man</em>, di Werner Herzog, accompagnato da una serie di interviste postume agli amici di Treadwell e ai testimoni della vicenda, e dal commento fuori campo di Herzog stesso.</p>
<p>A differenza di McCandless la figura di Treadwell non mi suscita tanto il rispetto, quanto la commozione &#8211; forse perché l’aspetto più commovente dell’essere umano sono spesso le sue titaniche illusioni. McCandless seguendo la traccia del suo spirito trovò la natura estrema – Treadwell, come suggerisce Herzog, spinto nella bellezza frastagliata del nord e dei suoi animali, aveva trovato lo scenario della sua salvifica illusione: mostrava nelle riprese non tanto la forza primitiva del luogo, ma il tormento della sua anima. Vedeva ciò che voleva vedere, traslando negli orsi e nelle volpi locali un senso di appartenenza, di gruppo sodale, che non aveva trovato nella comunità umana.</p>
<p>In una delle scene conclusive l’obbiettivo di Treadwell è vicinissimo all’espressione dell’orso – Herzog interviene con un terribile, indimenticabile, commento:<br />
“Ciò che mi turba è che, su tutti i volti di tutti gli orsi ripresi da Treadwell, non ho mai visto affinità, comprensione o pietà. Vedo solo la travolgente indifferenza della natura. Per me non esiste nessun mondo segreto degli orsi. Questo sguardo vuoto suggerisce solo una ricerca quasi meccanica di cibo. Ma per Timothy Treadwell quest’orso era un amico, un salvatore”.</p>
<p>Dentro di sé, io credo, Treadwell era consapevole, seppure remotamente, delle leggi di necessità e sopravvivenza che dominano la vita degli orsi, lo scenario delle terre selvagge, ed era probabilmente implicito in questa comprensione scomoda, l’eventualità della sua stessa morte. Non per gli orsi, come ripeteva con enfasi nei video, ma per la sua illusione.</p>
<p>Eppure chiunque abbia amato intensamente un cane, un gatto, il corpo morto di un animale boschivo, lo ha a volte, se non sempre, preferito all’uomo, riconoscendo in lui il senso dell’uguaglianza. Un’uguaglianza però che non appartiene ad una superiore e perduta armonia del creato, ma alla cognizione radicale della propria mortalità.</p>
<p><em>smembramento: andare all’altro mondo</em></p>
<p>Ecco dunque noi viaggiamo attraverso la morte. E tutto quello che chiamiamo esperienza non è che un processo di scarnificazione. Chiunque abbandona la società affronta il suo morire ed il conseguente mutamento.<br />
In una nota fiaba popolare, <em>Pelle d’asino</em>, la protagonista è costretta ad abbandonare la casa paterna e la sua identità, mascherandosi sotto la pelle putrescente dell’asino. I suoi abiti, l’investitura umana, la legittimazione come membro della società, viaggeranno con lei, nel sottosuolo, la casa dei morti. Prima di essere nuovamente riconosciuta, segnando il passaggio da figlia assoggettata al volere paterno a donna libera e adulta, Pelle d’asino deve perdere tutto, scomparire – essere la bestia selvatica che indossa.<br />
Più di altre la fiaba ha un fortissimo sostrato sciamanico.</p>
<p>Lo sciamano siberiano si travestiva con pelli, ossa e parti animali, per chiamare a sé gli spiriti e soprattutto la protezione dell’“animale madre”, lo spirito in forma di renna, alce, uccello, che ne aveva generato l’anima. Durante i viaggi estatici lo sciamano raccontava di venir squartato e mangiato dagli spettri, per essere poi ricomposto a partire dalle ossa, attentamente collezionate. Acquisiva così il sapere: osservando il corpo dilaniato dai demoni. Ogni demone gli trasmetteva una qualità.<br />
Gli spiriti dell’altro mondo avevano quasi sempre una forma animale: erano dunque riconoscibili, ma anche imprevedibili e pericolosi come gli abitanti della foresta.</p>
<p>Gli Inuit affermano che essere sciamano significa “nascondersi”. Lo sciamano è colui che “diventa seminascosto” oppure “chi si rifugia nell’impossibile nascondiglio”. Così facendo, disumanandosi in un luogo impervio e inimmaginabile, mantenendo tuttavia un legame con la sua gente umana per potervi fare ritorno, lo sciamano viene ucciso e sanato: impara a curare se stesso, per essere in grado di guarire gli altri. Apprende la lezione del nulla, ben iscritta nell’osso &#8211; impara, ripetutamente, a vivere la sua propria fine.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp1ah7.jpg" title="lapp1ah7.jpg"><img width="384" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp1ah7.jpg" alt="lapp1ah7.jpg" height="262" style="width: 315px; height: 228px" /></a></p>
<p><em>“che vuol dir questa solitudine immensa?”</em></p>
<p>Nel 1831 a Firenze, un uomo singolare che aveva trascorso buona parte della vita tra le mura della biblioteca della casa natale, viaggiando disperatamente nei libri, pubblicò una “canzone” che aveva per tema la riflessione lontanissima di un pastore, nella notte, nella steppa asiatica dei venti. L’idea era venuta a Giacomo Leopardi dalla lettura di un articolo francese sui canti eroici orali dei Kirghisi, una nazione nomade dell’Asia centro-settentrionale: canti tristi che i pastori improvvisavano sedendo sulle rocce dislocate della piana, sotto la luna. Con un’adesione immaginativa, più che emotiva, alla sorte di fatica e precarietà del nomade, Leopardi scrisse il <em>Canto notturno di un pastore errante per l’Asia</em>, un’opera antieroica sulla condizione umana. Perché proprio un nomade, perché non un altro uomo qualunque, suo vicino e conterraneo?</p>
<p>Il nomade per nascita non ha bisogno di esplorazioni, rinunce, allontanamenti dalla comunità per esperire il limite dell’uomo, la sua originale collocazione nel mondo. Non ha nessuna idilliaca visione della natura da coltivare o una società animale che sopperisca alle mancanze della sua propria. Uomini, animali, potenze terrestri e celesti cooperano e si avversano in modo egalitario.<br />
La sua solitudine è quella di ogni creatura vivente.</p>
<p>Penso a Dersù Uzala nella foresta siberiana che vede un uomo in ogni cosa: nel borbottio del fuoco, nel sole, nell’acqua, nella tigre. Quello che passa per infantile animismo è una forma di rispetto ed umiltà – la sapienza connaturata che non possediamo nulla, non controlliamo nemmeno le prede cacciate, non ci assicuriamo con un tetto e del cibo la vita quotidiana. Abbandonato un rifugio Dersù lascia una scorta di riso per chiunque passerà di lì, per una tacita fratellanza dove l’esistere coincide con il resistere, più che con l’affermazione individuale.</p>
<p>Meno di un secolo dopo il <em>Canto notturno</em>, all’inizio del Novecento, il lappone Johan Turi scrisse <em>La vita del lappone </em>il primo libro sulla sua gente, già vessata dai governi norvegese e finlandese, per testimoniare cosa significava essere gli ultimi nomadi europei &#8211; non reclamare un diritto sulla terra stagionalmente percorsa, ma esserne il frutto e la voce.</p>
<p>Il lappone &#8220;non capisce molto quando sta dentro una stanza chiusa, quando il vento non gli soffia nel naso&#8221;.<br />
Nelle migrazioni invernali, le famiglie cercano di proteggere gli elementi deboli, sebbene alcuni vecchi muoiano per il freddo e gli stenti e non ci sia tempo per i riti o il dolore – vanno seppelliti in fretta, prima di procedere.<br />
Un sentimento cosmico del destino, ma anche del bene che è nella vita (un bene indifferente: che non fa differenze), permea il rapporto tra nomade e animale, dove chi ha la meglio deve rendere merito allo sconfitto. Il lupo, il più odiato dei nemici, cacciato atrocemente e quasi sterminato, viene descritto come una creatura soprannaturale e maligna, a cui però si riconosce, quando gli uomini ne stanano e uccidono i cuccioli con l’aiuto dei cani, la stessa paura che ci abita tutti.<br />
Alla renna, che è nutrimento, riparo, mezzo di trasporto e compagno di giochi dei bambini, il lappone deve tutto.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp1.jpg" title="lapp1.jpg"></a></p>
<p> &#8221;Il Lappone ha quasi la stessa indole della renna; entrambi tendono verso sud e verso nord, seguendo la consuetudine di sempre. Entrambi si intimoriscono facilmente, e per colpa di questa paura vengono scacciati da ogni parte. Ed è per questo che ora il lappone è costretto a vivere in posti dove non ci sono altri uomini oltre a lui, soltanto lassù sulle montagne nude; rimarrebbe lì anche per sempre, se solo potesse stare al caldo e avere pascolo per la sua mandria di renne. E il lappone conosce il tempo, un po&#8217; l&#8217;ha imparato anche dalla renna. E per lui è facile scaldarsi e trovare le strade, la trova anche al buio, con la nebbia e il nevischio; comunque sono molti i lapponi che ci riescono. E sciare e correre sono cose che fanno parte della sua indole. Ai tempi antichi i lapponi abitavano nei boschi di pini e vivevano in pace su ogni montagna, e quando non c&#8217;era più pascolo, quando le renne avevano sollevato con gli zoccoli tutta la neve, si spostavano su un&#8217;altra montagna o in un altro posto dove il pascolo non era ancora esaurito; quando la mandria ha pascolato in un posto, lì la neve diventa così dura che la renna non riesce a scavarla una seconda volta. Ed è bello quando c&#8217;è un buon pascolo: non c&#8217;è molto lavoro e non bisogna spingere le renne correndo sugli sci, a meno che non ci siano lupi. Nelle annate cattive la renna fugge a valle e i lapponi la seguono fino al mare, e un tempo molti abitavano lì, finché il contadino non li spaventò e li fece fuggire verso le montagne, e li inseguì finché le montagne li fermarono. E i lapponi salirono in montagna e costeggiarono le cime&#8221;.</p>
<p>Una volta l’Europa era tutta Lapponia.</p>
<p>(<em>La prima fotografia è di Alex Bernasconi</em>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/12/il-sogno-del-nomade-appunti-dalla-terra-estrema/">Il sogno del nomade. Appunti dalla terra estrema.</a></p>
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