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	<title>Nazione Indiana &#187; sergio baratto</title>
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		<title>Cammina Vagante. Intervista a Carla Benedetti</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 07:47:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/001-cammina.jpg"></a></p>
<p><strong>effeffe</strong> <a href="http://camminacammina.wordpress.com/2011/05/21/in-cammino-1-milano-pavia/">Il racconto</a> di Sergio Baratto sulla prima tappa di  <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_2338.html">Cammina Cammina</a> è  avvincente, ma mi piacerebbe cominciare dalla fotografia che lo documenta. Quella in cui si vede Antonio Moresco che cammina con la stessa sfrontatezza e libertà dell&#8217;anarchico di &#8220;Sarà una risata che vi seppellirà&#8221;, un&#8217;andatura &#8220;naturale&#8221;. <br />
A differenza delle marce, dei cortei, delle sfilate, <em>cammina cammina</em> sembra suggerire infatti qualcosa di più naturale, perfino disteso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/15/cammina-vagante-intervista-a-carla-benedetti/">Cammina Vagante. Intervista a Carla Benedetti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/001-cammina.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-39300" title="001-cammina" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/001-cammina.jpg" alt="" width="300" height="298" /></a></p>
<p><strong>effeffe</strong> <a href="http://camminacammina.wordpress.com/2011/05/21/in-cammino-1-milano-pavia/">Il racconto</a> di Sergio Baratto sulla prima tappa di  <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_2338.html">Cammina Cammina</a> è  avvincente, ma mi piacerebbe cominciare dalla fotografia che lo documenta. Quella in cui si vede Antonio Moresco che cammina con la stessa sfrontatezza e libertà dell&#8217;anarchico di &#8220;Sarà una risata che vi seppellirà&#8221;, un&#8217;andatura &#8220;naturale&#8221;. <br />
A differenza delle marce, dei cortei, delle sfilate, <em>cammina cammina</em> sembra suggerire infatti qualcosa di più naturale, perfino disteso. Tornare a fare delle cose insieme, in modo naturale, con i piedi per terra, ma con la gioia nel cuore.</p>
<p><strong>Carla Benedetti</strong> <em>Camminare è un&#8217;azione semplice, minima. Ma camminare per chilometri e chilometri attraverso l&#8217;Italia, “ricucirla con i nostri passi” &#8211; come dice lo slogan scelto per questa iniziativa – è anche una sfida ai propri limiti. Il corpo, per lo meno il mio, non è abituato a superare tali distanze senza mezzi di trasporto, perciò questo camminare assieme non è solo qualcosa di naturale, è qualcosa di più.<br />
<span id="more-39299"></span><br />
Farlo assieme ad altri ti dà la motivazione e l&#8217;energia per superare questo cimento. Questa mattina ho camminato assieme a altre 13 persone, qualcuna già a me nota, ma la maggioranza incontrate per la prima volta qui: persone che si sono aggiunte e che si aggiungono man mano a questa staffetta, provenienti dai posti più diversi, e dalle professioni più diverse&#8230; Abbiamo costeggiato il lago, poi immersi nei boschi, riemergendo tra i campi coltivati, fermandoci a riposare sotto querce secolari, a volte parlando con un altro camminatore, altre volte tacendo per risparmiare fiato nelle salite&#8230; C&#8217;era con noi anche un cane pastore tedesco, ancora quasi cucciolo, ma anche lui stanco, con le zampe doloranti per aver camminato troppo sull&#8217;asfalto caldo nelle tappe precedenti. La strada che seguiamo è la Francigena, che in questo tratto ricalca l&#8217;antico percorso della Cassia. Abbiamo visto riemergere per qualche centinaia di metri l&#8217;antico basolato della via consolare romana. Quante generazioni prima di noi hanno percorso questi stessi tracciati, dopo averli aperti, pavimentati, abbandonati, poi riaperti di nuovo con nuovi passi&#8230; Uno dei camminatori, un medico di Bari, Giovanni Tundo, mi dice che camminare è un&#8217;attività in special modo umana. Gli animali, pur conoscendo le migrazioni, non si sono mai mossi così tanto come gli uomini, lungo i continenti, dalla preistoria a oggi.</em></p>
<p><strong>effeffe</strong><em>Cammina cammina</em> non il numero zero di questa discesa (salita) nel concreto, nel reale. C&#8221;era stato l&#8217;incontro nel 2009 con le tribù d&#8217;IItalia riunite nel Castello Pasquini, affacciato sul mare di Castiglioncello, incontro organizzato nsieme a voi de Il primo Amore da Armunia, associazione che si occupa di teatro e danza. Qual era stato il tuo bilancio di allora e soprattutto cosa vi ha spinto verso questo nuovo esperimento?</p>
<p><strong>Carla Benedetti</strong><em>L&#8217;incontro di Castiglioncello è stato importante. Partiva dalla constatazione che in questo paese devastato esistono molte realtà “virtuose” di cui i media non parlano. Persone che da sole o in associazioni, fanno cose incredibili, costruiscono un altro modo di vivere, nonostante le difficoltà, l&#8217;isolamento, l&#8217;egoismo e il cinismo imperanti. Ma dopo che si sono incontrate, raccontando ognuna la propria esperienza, che senso aveva ripetere di nuovo l&#8217;incontro? Stare seduti a parlare, un&#8217;altra volta&#8230; Bisognava inventare qualcosa di diverso che desse anche il senso di un fare e di un movimento, anche fisico&#8230; Nelle situazioni bloccate, come quella che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni, il gesto di alzarsi e camminare in gruppo, ci pareva qualcosa di significativo&#8230;<br />
</em></p>
<p><strong>effeffe</strong>Più che di Giro d&#8217;Italia verrebbe da dire, <em>Italia in giro</em>, ovvero persone alla ricerca di realtà condivise ancor più che conosciute. &#8221; <em>La nostra vita scucita. L?talia scucita. Ricominciamo a cucirla coi nostri passi</em>&#8220;, è scritto alla fine del manifesto di <strong>Camminare, camminare</strong>. Da Nord a Sud, ovvero attraverso l&#8217;esperienza di uno strappo profondo, tra due culture, due storie, Cammina cammina secondo te vuol essere anche una risposta alla visione leghista delle cose?</p>
<p><strong>Carla Benedetti</strong><em> Certo. Il Nord e il Sud, alle ultime elezioni, hanno espresso qualcosa di nuovo e di inaspettato. Milano e Napoli&#8230; E&#8217; accaduto a marcia già iniziata. Abbiamo invitato Pisapia e De Magistris a fare una tappa con noi, nella fase finale dell&#8217;arrivo a Napoli. La visione leghista comunque non si basa solo sulla separazione tra Nord e Sud, ma anche sull&#8217;odio per gli immigrati. Come se si potessero mettere barriere alle migrazioni umane. Noi ci spostiamo come hanno fatto da sempre i popoli che migrano, camminando.</em></p>
<p><strong>effeffe</strong>In questo momento in Spagna un movimento spontaneo, di giovani e meno giovani ha messo in ginocchio il governo socialista. L&#8217;unica risposta politica alla crisi venuta fuori dai partiti politici e dagli schieramenti. In fondo anche <em>Cammina cammina</em> rivendica questa sua &#8220;sospensione&#8221; ideologica rivendicandosi come  &#8220;<em>una carovana muta, senza bandiere, senza slogan, senza striscioni, solo i nostri corpi e le nostre menti che riprendono il movimento</em>.&#8221; Cosa è successo ai partiti?</p>
<p><strong>Carla Benedetti</strong><em>I partiti, anche quelli all&#8217;opposizione, sono stati in questi anni dei fattori di blocco. Le ultime elezioni, e soprattutto il risultato dei referendum, li ha felicemente spiazzati.</em></p>
<p><strong>effeffe</strong>Come ultima domanda, Carla, vorrei chiederti, ma in tutto questo, cosa ci fa la letteratura per strada?</p>
<p><strong>Carla Benedetti</strong><em>La letteratura per strada è al suo posto. Se pensi che l&#8217;idea del Cammina cammina è partita da una rivista letteraria “di sconfinamento”&#8230; Però gli scrittori sembrano i più refrattari a sconfinare, a uscire dal proprio ruolo-gabbietta. Finora hanno partecipato alle tappe circa 450 persone. Di queste gli scrittori erano una parte insignificante, appena 5, e tutti del “primo amore”, poi c&#8217;è stato qualche giornalista, ma nella maggioranza erano chimici, medici, ingegneri, operai, un prete, molti studenti, tanti pensionati e nessuno specialista del trekking. La quasi assenza degli scrittori colpisce.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/15/cammina-vagante-intervista-a-carla-benedetti/">Cammina Vagante. Intervista a Carla Benedetti</a></p>
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		<title>Folklore italiano del XXI secolo</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Jan 2005 22:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p>&#8220;Oggi l&#8217;Italia è più rispettata e credibile nel mondo e in Europa, perchè tiene fede alle responsabilità che si è assunta. (…) L’Italia è cambiata ed è cambiata in meglio. E&#8217; migliore di quella che avevamo quando nacque An a Fiuggi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/31/folklore-italiano-del-xxi-secolo/">Folklore italiano del XXI secolo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/blood2.jpg" border="0" alt="blood2.jpg" hspace="4" vspace="2" width="404" height="208" align="left" />&#8220;Oggi l&#8217;Italia è più rispettata e credibile nel mondo e in Europa, perchè tiene fede alle responsabilità che si è assunta. (…) L’Italia è cambiata ed è cambiata in meglio. E&#8217; migliore di quella che avevamo quando nacque An a Fiuggi. Questo grazie al centrodestra.&#8221;<br />
&#8220;Il cambiamento che c&#8217;è stato con il governo del centrodestra si è visto già al G8 di Genova quando la sinistra dei no-golbal, che magari non considera assassini gli assassini dei fratelli Mattei, ha tentato la spallata.&#8221;</p>
<p>(Autore ed esecutore: <strong>Gianfranco Fini</strong>, ministro degli esteri della Repubblica italiana.<br />
Luogo e data di registrazione: Roma, 30 gennaio 2005)<br />
<span id="more-899"></span><br />
***</p>
<p>“Zecca, figlio di puttana, stronzo, comunista di merda,<br />
bombarolo di merda, devi morire lurido comunista.<br />
Negro di merda, schifoso, comunista di merda.<br />
Comunista frocio.<br />
Omosessuale, comunista, merdoso, frocio, ebreo, bastardo.<br />
Comunisti dimerda, puttane e zecche.<br />
Entreremo nella cella e dipingeremo i muri con i nostri manganelli<br />
dello stesso colore della vostra bandiera.<br />
Siete delle bocchinare, puzzate sporche bastarde.<br />
Troie, dovete fare pompini a tutti.<br />
Vi portiamo fuori nel furgone e vi stupriamo.<br />
Troie, ebree, puttane.<br />
Entro stasera vi scoperemo tutte.<br />
Senti che schifo questi froci come puzzano.<br />
Vi diamo fuoco; siete delle merde e dei parassiti.<br />
Uno di meno, siete uno di meno.<br />
La notte è lunga e questo è solo l’inizio.”</p>
<p>(Slogan e canti della polizia italiana.<br />
Luogo e data di registrazione: Genova Bolzaneto, 21-22 luglio 2001.<br />
Informatori: vari. Dai verbali dell’inchiesta.)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/31/folklore-italiano-del-xxi-secolo/">Folklore italiano del XXI secolo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dio, Robot</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/29/dio-robot/</link>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2005 08:44:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p>“È il metallo che sogna!”<br />
(Valerio Evangelisti, <em>Metallo urlante</em>)</p>
<p><em>2002. Gaak</em></p>
<p>Nella primavera del 2002, il Magna Science Adventure Park, una struttura ludico-scientifica dello Yorkshire inglese, aveva avviato su un gruppo di robot un esperimento per verificare la possibilità di uno “sviluppo co-evolutivo della macchina vivente”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/29/dio-robot/">Dio, Robot</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p>“È il metallo che sogna!”<br />
(Valerio Evangelisti, <em>Metallo urlante</em>)</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/talon.jpg" border="0" alt="talon.jpg" hspace="4" vspace="2" width="210" height="174" align="left" /><em>2002. Gaak</em></p>
<p>Nella primavera del 2002, il Magna Science Adventure Park, una struttura ludico-scientifica dello Yorkshire inglese, aveva avviato su un gruppo di robot un esperimento per verificare la possibilità di uno “sviluppo co-evolutivo della macchina vivente”. L’esperimento in questione si chiamava “La sopravvivenza del più forte”.<br />
Un giorno – era giugno – Noel Sharkey, un docente di robotica dell&#8217;Università di Sheffield che partecipava all’esperimento, parcheggiò temporaneamente la propria creatura in un recinto e andò a farsi un giro in una pausa tra un test e l’altro. In tutto, quindici minuti.<br />
<span id="more-896"></span><br />
k1?°dura nel recinto si chiamava Gaak, era un cosiddetto “robot predatore”. Durante l’esperimento, Gaak veniva costretto, per continuare a funzionare, ad azzannare un “robot preda” e a succhiarne l&#8217;energia. Obiettivo, la selezione dei microchip dei predatori più capaci e la creazione di una macchina dotata di un cervello complesso ed evoluto.<br />
Gaak misurava sessanta centimetri. Tanto bastava: strisciò lungo il recinto, trovò un dislivello, saltò oltre, infilò di corsa l’uscita e si diresse verso l’ingresso dell’autostrada M1.<br />
Era stanco di addentare i suoi simili? Provò pietà per sé stesso e per le proprie vittime? Probabilmente non lo sapremo mai. Un automobilista diretto verso il parcheggio del Magna Park lo sorprese e lo fece arrestare.<br />
Quando i giornalisti domandarono a Sharkey cosa potesse essere successo al “cervello” di Gaak, questi rispose che non ne aveva idea.<br />
“Se si mostra loro una luce, i robot predatori possono cadere vittime di allucinazioni e convincersi di avere di fronte un robot preda. Forse – Si disse poi – Gaak ha visto la luce. Ed è sfuggito al controllo.”</p>
<p><em>2005. Talon</em></p>
<p>Stanchi di veder schiattare i vostri figliuoli in divisa? Trovate inammissibile per un paese moderno e progredito che i suoi soldati possano morire? Vorreste maggior sicurezza per loro sul posto di lavoro? Non preoccupatevi: la scienza vi viene in aiuto. Un po’ di pazienza e tra qualche anno anche gli elicotteri Mangusta vi sembreranno preistoria. L’esercito degli Stati Uniti è lieto di presentarvi il soldato robot “Talon”. 36 chili di metallo senza patemi morali, Talon è dotato di fucile M240 o M249, dispositivi “distruttori” e lanciarazzi, può centrare una monetina a trecento metri di distanza, non dorme, non scorreggia, non è processabile, non tiene famiglia e se viene sgozzato se ne frega. Di più: teleguidato a distanza con un joystick, permetterà nello stesso tempo ai vostri ragazzi al fronte di restarsene al sicuro e di attaccare il nemico divertendosi come con la playstation.<br />
Il lancio del prodotto è previsto per il marzo-aprile 2005. In Iraq.<br />
Unico neo, il costo: 200.000 dollari per ogni esemplare. Ma si sa: la salute vale più di ogni altra cosa.</p>
<p>“Intuitive &#8211; easiest robot to operate; joystick controls”. Naturalmente Talon non è progettato per agire di propria iniziativa: secondo le rassicuranti parole del portavoce della ditta produttrice, la Foster-Miller (di proprietà della Qinetiq, una joint venture tra il Ministero della Difesa britannico e il famigerato Carlyle Group di George Bush Sr, John Major e svariati membri della famiglia Bin Laden…), “Guidare, osservare e sparare sono azioni che vengono sempre compiute sotto controllo umano. I ricercatori adorano l’autonomia, ma gli utenti preferiscono mantenere il controllo.”</p>
<p>***</p>
<p>“2+2=5”<br />
(G.V., pluriripetente, gran picchiatore, mio compagno di banco alle medie)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/29/dio-robot/">Dio, Robot</a></p>
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		<title>Assalto finale alle ultime sacche di esistenza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/15/assalto-finale-alle-ultime-sacche-di-esistenza/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Nov 2004 22:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p>Falluja, novembre 2004.<br />
Laggiù la chiamano la città delle mille moschee. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, la città era stata pacificamente occupata dalle truppe americane. Il comando militare alloggiava nella vecchia sede del partito baathista e i capitribù avevano eletto un sindaco convinto sostenitore della coalizione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/15/assalto-finale-alle-ultime-sacche-di-esistenza/">Assalto finale alle ultime sacche di esistenza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/falluja%20toy.jpg" alt="falluja toy.jpg" align="left" border="0" height="168" hspace="4" vspace="2" width="270" />Falluja, novembre 2004.<br />
Laggiù la chiamano la città delle mille moschee. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, la città era stata pacificamente occupata dalle truppe americane. Il comando militare alloggiava nella vecchia sede del partito baathista e i capitribù avevano eletto un sindaco convinto sostenitore della coalizione. Finché una manifestazione di protesta contro la presenza statunitense (200 persone) non è stata soffocata nel sangue (una quindicina di morti).<br />
350.000 abitanti. Centinaia di migliaia di sfollati, migliaia di persone rimaste senza casa, prigioniere in una città assediata, bombardata e poi attaccata con carri armati e artiglieria pesante. L’inverno in arrivo porta il freddo anche a quelle latitudini, non si creda che in Arabia il sole scotti sempre con la medesima intensità di una bomba all’uranio.<br />
<span id="more-719"></span><br />
Gli americani sono rientrati in città con il vigore e la prepotenza virile che si esigono dalle truppe mitologiche dei kolossal d’azione, benché senza colonna sonora e con gli occhi azzurri a testimoniare la loro difformità dai mongoli antichi dell’Orda. Sono entrati dopo il tramonto, all’ora in cui si ricomincia a bere e mangiare in tempo di ramadan: apprezzabile gesto di cortesia, non fosse per la generale scarsità di acqua e cibo.<br />
Hanno occupato con facilità burrosa cinque ospedali, nonostante la vile propaganda dei fatti continui a sostenere che a Falluja ne sia sempre esistito soltanto uno. Da giorni si combatte strada per strada.<br />
Nessuno conta i saraceni morti, come vorrebbero le norme internazionali. Non è tempo di onanismi contabili, bisogna catturare Al Zarqawi. Oh, accidenti, è scomparso! Pazienza, vorrà dire che lo riacciufferemo a Mosul.<br />
Nel frattempo, che a nessuno passi per la testa di riandare col pensiero a Srebrenica o a Sarajevo. Sarebbe storicamente sbagliato e di cattivo gusto.</p>
<p>I convogli della Mezzaluna Rossa non hanno il permesso di entrare in città. Camion e ambulanze cariche di cibo, tavolette per purificare l&#8217;acqua, medicine e biancheria. Persino le mutande evidentemente non possono passare. I feriti muoiono dissanguati senza poter ricevere alcun tipo di soccorso e una volta cadaveri vanno a ingombrare le strade. Ce ne sono a centinaia, dicono, i tank statunitensi li maciullano passandoci sopra con i cingoli (per fortuna da morti non si avverte più alcun dolore). Nessuno sa quanti civili sono caduti sotto i colpi della necessità o – meno eroicamente – sotto il tetto delle proprie case. Poiché non è permesso ad alcun estraneo affacciarsi alla porta del macello, possiamo conservare in cuor nostro la speranza che nessuno di loro sia rimasto colpito e che tutto si giochi virtuosamente tra giubbe blu e tagliatori di teste.<br />
Quanto a questi ultimi (riprendo dalla Reuters): <em>“Sono piuttosto duri a morire</em> [che protervia!]<em>. Queste persone non sparano a caso</em> [che malvagità!]<em>, ma attendono che le loro difese li raggiungano alle loro basi. È in quel momento che aprono il fuoco</em> [astuti come serpenti!]<em>”</em>. Il demenziale sketch è del colonnello Mike Shupp, un idiota che in un mondo normale sarebbe inabile persino a condurre un programma di Telepadania.</p>
<p>Ancora dalla Reuters: “‘Non abbiamo cibo o acqua. I miei sette bambini soffrono tutti di diarrea grave. Uno dei miei figli è stato ferito da una scheggia la notte scorsa e sanguina, ma non posso fare niente per aiutarlo’, ha raccontato l&#8217;uomo, che ha detto di chiamarsi Abu Mustafa. ‘Ci sono dei corpi in strada’”.<br />
Ma davvero vogliamo fidarci di uno che si chiama Abu Mustafa? Perché, secondo il comando militare statunitense, non c&#8217;è alcun bisogno di un&#8217;operazione di emergenza sanitaria per portare soccorso alla popolazione civile a Falluja. “Non ci dovrebbero essere rimasti civili intrappolati dai combattimenti nella città”. La battuta, naturalmente, è ancora del colonnello Shupp.</p>
<p>Questo accade oggi, domenica 14 novembre, nel totale silenzio della comunità internazionale. Chissà, m’interrogo mentre fumo una sigaretta alla finestra, forse invece Kofi Annan avrà detto qualcosa, forse l’Unione Europea avrà diramato qualche comunicato e io per distrazione non me ne sono accorto. Indubbiamente qualche parlamentare di sinistra qui da noi avrà presentato una mozione urgente. Strano a dirsi, ma questa certezza non mi provoca il benché minimo fremito al sacco scrotale.<br />
Il governo italiano si trova là, al fianco dei carri armati americani. Se non fisicamente, con tutta la forza della comunanza d’ideali. La storia è questa: per quanto la si possa rigirare, il governo che ci rappresenta partecipa al massacro di Falluja.<br />
Questo accade oggi, senza che in apparenza nessuno perda sul serio lucidità di ragionamento, equilibrio, buona creanza; senza che nessuno provi un impulso irrefrenabile a scendere per strada (una strada qualsiasi, la prima che capita a portata di piedi), gridando o al limite soltanto vomitando insulti, come i matti sul metrò di sera. Vergogna, orrore.<br />
La mattanza continua, il campionato anche. Forza Lecce e merda al bollo dell’auto. Evviva la democrazia e abbasso il carovita.<br />
Per quanto possiamo sbattercene i coglioni, siamo per sempre coinvolti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/15/assalto-finale-alle-ultime-sacche-di-esistenza/">Assalto finale alle ultime sacche di esistenza</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Moore, Bush, Kerry e la sinistra orfica</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/20/moore-bush-kerry-e-la-sinistra-orfica/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/20/moore-bush-kerry-e-la-sinistra-orfica/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Sep 2004 20:53:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[sergio baratto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><em>Il pezzo che posto qui è nato come commento a “<a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000631.html#more">Il documentario come ortopedia dello spirito 2</a>”, l’articolo dedicato a Fahrenheit 9/11 pubblicato qualche giorno fa su questo sito da Andrea Inglese (e di cui consiglio caldamente la lettura).</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/20/moore-bush-kerry-e-la-sinistra-orfica/">Moore, Bush, Kerry e la sinistra orfica</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/StopBush.jpg" alt="StopBush.jpg" align="left" border="0" height="175" hspace="4" vspace="2" width="230" /><em>Il pezzo che posto qui è nato come commento a “<a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000631.html#more">Il documentario come ortopedia dello spirito 2</a>”, l’articolo dedicato a Fahrenheit 9/11 pubblicato qualche giorno fa su questo sito da Andrea Inglese (e di cui consiglio caldamente la lettura). Quanto al testo che segue, si tratta semplicemente di alcune annotazioni a margine di quell’articolo.</em></p>
<p>A sentire da sinistra – dalla mia parte – tutti questi giudizi snobistici (e in verità, mi pare, più che altro risentiti) sul film di Michael Moore ho provato un’agghiacciante sensazione di soffocamento.<br />
Ho letto per esempio ciò che scrive Robert Jensen (il testo completo, dal titolo “Fahrenheit 9-11 è uno stupido film bianco” si può trovare <a href="http://www.zmag.org/Italy/jensen-stupidofilm.htm">qui</a>). Non so se sia più irritante o più sconfortante. Arrivato in fondo, il primo pensiero è stato “Speriamo che questa generazione di intellettuali radical scompaia in fretta e liberi il posto a qualcosa di meglio, di più fresco e meno cadaverico”.<br />
<span id="more-578"></span><br />
Tutto il pezzo gronda di una <em>political correctness</em> da far letteralmente cadere le palle. Scrive Jensen: “Nella sequenza sull&#8217;infiltrazione di gruppi pacifisti da parte di tutori dell&#8217;ordine, la videocamera passa quasi esclusivamente sui volti bianchi (ho notato un uomo asiatico nella scena) del gruppo pacifista Fresno, e chiede come si possa immaginare che tra questa gente vi siano dei terroristi. Non c&#8217;è considerazione del fatto che gruppi Arabi o Musulmani che si dedicano ugualmente al pacifismo sono normalmente perseguitati e devono costantemente dimostrare di non essere terroristi, proprio perché non bianchi. L’accusa di sottile razzismo, oltre che determinata dal tic politicamente corretto, mi pare penosamente pretestuosa. E poi, in nome di dio, dove mai il film “sfortunatamente non va molto oltre la sensazione che si esprime nel ‘è tutta colpa di Bush’”, come afferma più avanti? Sono io che ho le traveggole? Quando mostra tutti quegli zombie capitalisti intenti a spartirsi il flusso di petrolio e capitali tra una tartina di paté di marines e un calicino di iraqiblood non fa proprio il contrario? E le parole dette verso la fine, sulla guerra come strumento di conservazione del potere e sulla necessità di una presa di coscienza da parte della carne da macello che di tale sistema è strumento e vittima, scusate, quelle le ho sentite solo io? Ho dei deliri mistici in cui odo la voce di Carletto Marx, o nel film vengono dette davvero?</p>
<p>Allora le mie impressioni, avendo letto Jensen, Cacciari, Rossanda e sentito una vagonata di amici e bloggers tutti rigorosamente di sinistra, tutti rigorosamente entusiasti del (meno bello) <em>Bowling a Columbine</em> e ora tutti rigorosamente ipercritici su <em>Fahrenheit 9/11</em>, sono le seguenti.</p>
<p>1. Moore dà fastidio perché arriva dall’America ed è tutto dentro la logica yankee. Sarebbero disposti a perdonarlo solo se cadesse in ginocchio e dicesse “Sì, noi America siamo una merda totale”. Non lo fa, giustamente (ci mancherebbe: perché dovrebbe farlo?), anzi, dice “Noi America siamo un grande paese” (ha ragione &#8211; l’America è un grande paese: nel bene e nel male). Imperdonabile.</p>
<p>2. Siamo di fronte a una sinistra svizzera travestita da sinistra radicale. Sì, perché, non diversamente dai moderati apertamente elvetizzati, ama soprattutto il bon ton. Chi alza troppo la voce e bypassa ogni regola galateale è brutto e cattivo. In quest’ottica qual è, coerentemente, il massimo obbrobrio? La mancanza di stile!</p>
<p>3. Moore dà fastidio perché arriva da fuori, brutto e cattivo, e mette il muso in un’area riservata. Proprietà privata, divieto d’accesso ai non autorizzati! Siamo noi gli unici sacerdoti depositari della critica radicale al sistema! Come si permette quel tamarro senza background deleuziano di fare un documentario di denuncia, riuscendo oltretutto ad arrivare a milioni di spettatori che “non andranno tanto più il là, casomai, del votare Kerry” (almeno fosse vero!)? Ci ruba il lavoro! E lo fa con la scure! Calpesta i nostri ceselli professionali!</p>
<p>4. Moore dà fastidio perché è il tipico americano grasso, non mette in discussione apertamente il sistema, eppure ci ha scavalcato a sinistra. Ora, per un semplice ragionamento geometrico euclideo, se un moderato mi scavalca a sinistra, anche se mi credevo più a sinistra di lui devo ammettere che sono scivolato più a destra. Siccome la cosa brucia, allora si va di bizantinismi e sofismi autoprotettivi, per convincersi ai propri occhi che non è vero.</p>
<p>5. Moore crea ansia da prestazione: “Ah, io ‘ste cose le sapevo già”, “niente di nuovo”, “cose che si sanno”&#8230; Guai a far anche solo balenare il sospetto che non la si sappia (più) lunga. Ma non è vero! Anche se mi leggo tutto l’archivio di Zmag e tutto il parco libri di NuoviMondiMedia, per esempio, io non li avrei visti/sentiti in faccia/voce, ‘sti marines decerebrati che vanno di napalm per la gloria della civilisation! Non l’avrei mai visto, lo spot sull’arruolamento “nazi-videogame style”!<br />
Mai mostrare di essere stupiti, sconvolti: fa più figo dire “che noia, mi sono addormentato”. Anche nella scena in cui la poveretta irachena scoppiava in un pianto disperato (a mio avviso una delle scene più dolorose di tutto il film)?</p>
<p>6. La sinistra è passata dal realismo socialista al suo opposto speculare: l’orfismo radicale privé. Una volta si attaccavano gli intellettuali troppo ermetici, non-pedagogici, che si sottraevano al dovere della massima comprensibilità e fruibilità. Adesso si attaccano se sono capaci di raggiungere un ampio pubblico (no, dice Jensen, bisogna fare come me, che mi faccio leggere da cinque persone ma preservo la mia purezza rivoluzionaria), si dice con tono sprezzante “Che ovvove, il film di Muuv è pvpvio solo un pvodotto mainstream”. Cos’è quest’atteggiamento? Di sinistra?</p>
<p>7. “Kerry è come Bush o addirittura peggio”. Quante volte negli ultimi mesi ho sentito questa frase (oltretutto la stessa cosa girava ai tempi di Gore/Bush)? Kerry è un losco miliardario capitalista, sono d’accordo. Non mi faccio illusioni (non ho mai creduto al mito ipocrita di un imperialismo dialogante, “clintoniano” e buono, in contrapposizione all’imperialismo militarista “bushiano” e cattivo – lo specifico qui a scanso d’equivoci). Ma siccome non ha ancora avuto la possibilità di fare quello che sta facendo Bush, diamogli almeno il beneficio del dubbio. Gore si sarebbe comportato nella stessa maniera dell’attuale amministrazione americana? Avrebbe attaccato l’Iraq? Chi può dirlo con certezza?<br />
A margine, mi chiedo come reagirebbe un iracheno che avesse perso famiglia e gambe sotto le bombe di Bush, se una di queste anime belle andasse a dirgli (magari con lo stesso tono compreso e ispirato con cui è stato detto a me, una sera di happy hour lungo i navigli felici): “Guarda che comunque Bush e Kerry pari sono”. Mi chiedo come reagirebbe chiunque di noi in quella situazione. Annuiremmo costernati o preferiremmo tutto sommato le bombe aleatorie a quelle reali?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/20/moore-bush-kerry-e-la-sinistra-orfica/">Moore, Bush, Kerry e la sinistra orfica</a></p>
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		<title>Non si risparmino i bambini</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2004 21:34:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[sergio baratto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p>Non si risparmino i bambini<br />
i piccoli ventri gli occhi a palla dei bambini<br />
i corpicini i culi sporchi dei bambini<br />
si faccia macello dei bambini<br />
ci si schermi coi bambini<br />
piccoli stronzi bambini<br />
nemici in germoglio i bambini<br />
non ci si trattenga coi bambini<br />
si facciano a pezzi i bambini<br />
dentizioni di bambini<br />
scarabocchi di bambini<br />
escrementi di bambini<br />
cattiverie di bambini<br />
teste tonde di bambini<br />
si faccia scempio dei bambini<br />
nessuno è innocente nemmeno i bambini<br />
si sgozzano in fretta i bambini<br />
si svuotano in fretta del sangue i bambini</p>
<p>***</p>
<p>“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta lì finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo.”<br />
&#8230;Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/03/non-si-risparmino-i-bambini/">Non si risparmino i bambini</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p>Non si risparmino i bambini<br />
i piccoli ventri gli occhi a palla dei bambini<br />
i corpicini i culi sporchi dei bambini<br />
si faccia macello dei bambini<br />
ci si schermi coi bambini<br />
piccoli stronzi bambini<br />
nemici in germoglio i bambini<br />
non ci si trattenga coi bambini<br />
si facciano a pezzi i bambini<br />
dentizioni di bambini<br />
scarabocchi di bambini<br />
escrementi di bambini<br />
cattiverie di bambini<br />
teste tonde di bambini<br />
si faccia scempio dei bambini<br />
nessuno è innocente nemmeno i bambini<br />
si sgozzano in fretta i bambini<br />
si svuotano in fretta del sangue i bambini</p>
<p>***</p>
<p>“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta lì finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo.”<br />
&#8230;Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù.</p>
<p><em>Le divinità se la battono, i prodotti difettosi della creazione restano soli qui a versare o buttar sangue.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/03/non-si-risparmino-i-bambini/">Non si risparmino i bambini</a></p>
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<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2003/08/03/quello-che-succede-per-davvero/' rel='bookmark' title='Quello che succede per davvero'>Quello che succede per davvero</a> <small>di Sergio Baratto A me sembra che la censura odierna...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una piccola storia partigiana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/02/una-piccola-storia-partigiana/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/02/una-piccola-storia-partigiana/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Sep 2004 21:59:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[sergio baratto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><a href="http://www.anpi.it/sottoscr04/index.htm"></a></p>
<p>Così, nel <em>Partigiano Johnny</em>, Fenoglio descrive l’arrivo sui colli sopra Alba di un gruppo di trecento alpini disertori:</p>
<p>“Non avevano ufficiali, ed erano condotti da sergenti, come loro fratelli maggiori. I sergenti fecero formare quadrato e ordinarono il presentatarm.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/02/una-piccola-storia-partigiana/">Una piccola storia partigiana</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><a href="http://www.anpi.it/sottoscr04/index.htm"><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/25aprile.gif" alt="25aprile.gif" border="0" height="60" width="234" /></a></p>
<p>Così, nel <em>Partigiano Johnny</em>, Fenoglio descrive l’arrivo sui colli sopra Alba di un gruppo di trecento alpini disertori:</p>
<p>“Non avevano ufficiali, ed erano condotti da sergenti, come loro fratelli maggiori. I sergenti fecero formare quadrato e ordinarono il presentatarm. Poi vi fu la fusione e l’abbraccio. Johnny con Pierre si tuffò nel vortice, e vennero salutati, paccati, baciati e smorfiati tutto in reciprocation; commisurarono, in quel gorgo, le loro armi e divise, i disertori offrendo tutto di sé per aver di che cambiare in loco ed all’istante le loro vergognose assise fasciste, offrendo addirittura per spogliarsi anche parzialmente di quell’onta le loro stupende semiautomatiche tedesche per le toy-weapons della maggioranza partigiana. Parlavano e gridavano in schietto veneto, la dolcezza dell’inflessione violentata dall’altitudine del grido, ed un urlo di indignazione e vergogna scoppiò quando seppero che alpini veneti come loro presidiavano per i fascisti la città di Alba. Pregarono d’esser mandati istantaneamente addosso a quelli e di ucciderli, ucciderli tutti. – Tedeschi porci e repubblica anche più porca! – urlava un biondo di loro, incredibilmente giovane e massiccio, aerando la sua divisa come per sgombrarne il lezzo segoso e ferale delle baracche tedesche. – Semo fradeli, ostia! Come potevamo venirvi contro, fradeli! – Avevano uno strano stile d’insulto, non pareva insultassero, ma solo recriminassero e recriminando uccidessero. L’inflessione non gli consentiva il supremo insulto; pieni e maturi e perfetti erano, come voce, nell’esprimere amore”.<br />
<span id="more-556"></span><br />
Tra quei trecento alpini veneti c’era il mio prozio Enrico. Veniva dalle campagne di Treviso – il mio ramo materno è uscito da lì, da quelle famiglie contadine assurde, di tredici o quattordici figli. Era finito negli alpini, gli alpini erano finiti nella guerra.<br />
Nel 1943 lo zio Enrico aveva all’incirca 25 anni. Dopo l’8 settembre si trovò a dover scegliere. Poteva darsi alla macchia, tornare di soppiatto a casa e nascondersi in quella terra di nessuno in cui era cresciuto, tra il Livenza e il Piave, aspettare tranquillo che altri facessero il lavoro sporco, scommettere sul vincente, accodarsi. Poteva andare a ingrossare le fila dei repubblichini, magari approfittarne per darsi alla pazza gioia macellatoria sulle Apuane.<br />
Decise altrimenti. Disertò e si unì alle Brigate autonome del colonnello Martini Mauri – il comandante Lampus del romanzo di Fenoglio. Partigiani badogliani. Probabilmente partecipò alla presa di Alba. Sicuramente si trovava su quelle colline, nel piovosissimo ottobre del 1944.<br />
Lo zio Enrico, mi hanno detto, era un ragazzone allegro, gioviale, uno di quei “bellissimi ragazzi, sani e diretti, settentrionali ma accesi”, per dirla ancora con Fenoglio. Un contadino veneto, uno semplice, non istruito, senza retroterra ideologico. I campi, la grappa, la polenta, la mona, Maria Vergine. Eppure seppe scegliersi la parte, dietro la Linea Gotica.</p>
<p>Io non l’ho mai conosciuto, lo zio Enrico. È morto due anni dopo la Liberazione, in maniera banale e assurda, per una specie di beffa atroce del destino – di quelle proprio da manuale, che solo il fato porco o gli dei anche più porci sanno architettare.<br />
Si era trasferito con suo padre e sua sorella – mia nonna – in provincia di Milano, aveva trovato casa, un posto in fabbrica. Un giorno un suo collega è arrivato sul lavoro con una rivoltella. Chissà, forse voleva farsi bello con i propri compagni, forse voleva solo prezzarla. Capire se era ancora buona. In questi casi cosa fai? Vai da uno che di armi ne ha usate, ne ha dovute usare, che se ne intende. Ad Abbiategrasso non è che si fosse sparato più di tanto, gli uomini s’intendevano probabilmente di più di donne e biciclette. Forse quel tale si è solo messo a giocarci come un coglione. Di sicuro non ha pensato che un proiettile potesse essere rimasto in canna. Il proiettile ha fatto inaspettatamente il suo dovere di proiettile. È partito, ha centrato lo zio Enrico dritto in pancia.<br />
Mia mamma dice che era un bel ragazzo. Dice che era il fratello prediletto di mia nonna. Sulla foto, lo zio ha i baffetti e le stesse irresistibili orecchie a sventola del mio bisnonno.</p>
<p>Come si vede, è solo una piccola storia partigiana, non di quelle particolarmente mirabolanti o degne di chissà quale onorificenza ufficiale. Però secondo me dice molte cose, dice già quasi tutto. Avevo voglia di raccontarla perché – a furia di dibattere su commemorazioni datate, stalinismi garibaldini, superamento di vecchi valori e altre amenità – si finisce per dimenticare i piccoli, sconosciuti eroi di sessant’anni fa, grazie ai quali oggi possiamo non vergognarci totalmente della nostra storia, del nostro paese.</p>
<p><em>(Grazie a</em> <a href="http://www.strelnik.it/blog/">Strelnik</a> <em>per l&#8217;immagine)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/02/una-piccola-storia-partigiana/">Una piccola storia partigiana</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>ARRIVANO I MOSTRI</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2004 23:49:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><br />
<em>“Seduto in soggiorno, cercava di leggere. Si era preparato un whisky e soda al suo piccolo mobile bar e teneva il bicchiere in mano mentre era immerso in un testo di fisiologia. Dall’altoparlante sopra la porta del disimpegno usciva a volume altissimo la musica di Schoenberg.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/07/17/arrivano-i-mostri/">ARRIVANO I MOSTRI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/bottletoss.jpg" alt="bottletoss.jpg" align="left" border="0" height="208" hspace="4" vspace="2" width="300" /><br />
<em>“Seduto in soggiorno, cercava di leggere. Si era preparato un whisky e soda al suo piccolo mobile bar e teneva il bicchiere in mano mentre era immerso in un testo di fisiologia. Dall’altoparlante sopra la porta del disimpegno usciva a volume altissimo la musica di Schoenberg.<br />
Ma non bastava. Riusciva comunque a sentirli, lì fuori, a sentire i loro bisbigli, i passi, le grida, il ringhio e le risse tra loro. (…)<br />
Ed erano tutti lì per la stessa ragione.”</em></p>
<p><em>                            Richard Matheson,</em> Io sono leggenda</p>
<p>Ma che orrore la faccenda dei 37 sudanesi imprigionati per giorni su una nave e ora imprigionati in terraferma.<br />
E poi la farsa delle identificazioni: sono veri profughi in fuga dalla guerra (Darfur: oltre un milione di sfollati interni, 160.000 profughi, dai 10.000 ai 30.000 morti) o sono soltanto veri desperados? Ma se anche fossero solo 37 banalissimi ghanesi o nigeriani in fuga dalla miseria, dico, cambierebbe qualcosa? Comunque sia, a quanto pare 37 negretti assediano l&#8217;Europa. Pazzesco.<br />
<span id="more-538"></span><br />
<em>Finché la barca va, lasciala andare</em></p>
<p>Sarebbe questa l&#8217;Europa baluardo della civiltà, la risposta illuminata al grezzo pragmatismo bombarolo degli Stati Uniti? “Non vogliamo creare un precedente”, “La responsabilità è del maltese”, “La colpa è del crucco”…<br />
Menzione d’onore per il ributtante intervento del ministro degli Interni: siamo inflessibili con i negretti per non favorire le organizzazioni criminali che lucrano sulla loro disperata voglia di evasione. Come se in questo modo ci assolvesse dall’obbligo di portare loro soccorso. Come a dire Visto? la nostra durezza è solo una forma superiore di solidarietà.<br />
Verrebbe da rispondere Bene, anime belle, a proposito di lucro e criminalità, date un’occhiata ai caveau lussemburghesi. Ma no, lì tutti cessano improvvisamente di essere schizzinosi.</p>
<p>37 persone, nessuna pietà. Non sia mai, creare un pericoloso precedente di pietas. Potrebbe indurre milioni di persone all’innaturale e perniciosa pratica di fuggire da guerre, persecuzioni, carestie e regimi di merda verso le nostre terre. Dove la gente è sì tanto brava, ma deve fronteggiare già tanti problemi.<br />
Ci sono impedimenti burocratici, incertezze somatiche e non si vuole creare precedenti. Tale è dunque la linea del rigore scelta dall’UE: civile e solidale sì, ma non cogliona. Un conto è chiudere un occhio sullo sfondamento dei parametri del patto di stabilità (concetto caro all’Urss brezhneviana), un altro è aprire la porta allo sciame delle cavallette.<br />
Questo è quanto: banchieri, corporations, gli sfinteri di riciclaggio da cui passano gli immensi flussi finanziari mondiali di merda e sangue, bandiere azzurre con stelline, ricchi cotillon, monete da collezione, smarmellamenti retorici.<br />
Quanto a quei 37 pezzenti, se proprio volevano creare un precedente, potevano annegarsi volontariamente.</p>
<p>Non che qui da noi non si siano levate voci di protesta. La legge è la legge, si è detto, ma tra le nostre radici cristiane, insieme al divieto di spargere il seme e al fuoco della Geenna, c’è anche quella domanda retorica (disobbediente e francamente irresponsabile) che Gesù Cristo fece ai burocrati di allora: “Viene prima l’uomo o la legge?”. In poche parole, fatta salva la legge (dura lex sed lex), mobilitiamoci – noialtri che nel gioco dei cavilli sfioriamo il virtuosismo – per trovare una piccola scappatoia.<br />
L’armatore Elias Bierdel, il comandante Schmidt (il crucco con la barba che guidava l’aborrita Cap Anamur) e il primo ufficiale sono stati incriminati per “favoreggiamento del reato d’immigrazione clandestina”. Come la peggior specie di scafisti albanesi. Sulla carta, rischiano oltre 10 anni di carcere. Dura lex sed lex. (Se posso fare una considerazione del tutto personale, spero che – tra le tante durae leges fatte varare dal nostro PresDelCons per arginare la crudeltà antropologica della magistratura – ce ne sia una piccola piccola che li tiri fuori da questo budello.)</p>
<p><em>Dove la mutua passa ancora di tutto</em></p>
<p>Per chi arriva, per chi non annega, per gli apolidi, i senza cittadinanza e senza patria (insulto caro all’Urss staliniana) – i Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza (nonché i Centri di Identificazione per richiedenti asilo, dove non è meno difficile – anche per un parlamentare – riuscire ad entrare): sublime monumento linguistico all&#8217;ipocrisia e meraviglioso prodotto del decadimento morale progressista. Campi di concentramento per sbirri sadici e crocerossini pre-basagliani, dov’è possibile infierire sui corpi senza il pensiero fastidioso di un’eventuale inchiesta giudiziaria. Tanto di fotocamere non ce n’è.</p>
<p>Un caso su tutti: il CPT di Bologna, definito da Medici Senza Frontiere come uno dei migliori (o meno peggiori). Nell&#8217;aprile del 2003 dieci immigrati raccontarono di essere stati pestati a sangue dopo il tentativo di fuga di un detenuto. A guidare la spedizione punitiva sarebbe stato il responsabile della Croce Rossa che aveva in gestione il Centro. Da quelle denunce partì un&#8217;inchiesta giudiziaria, che ha messo sotto accusa alcuni agenti di polizia, i dirigenti e i volontari del servizio. Nel gennaio di quest’anno, una perquisizione all&#8217;interno del centro eseguita dai carabinieri del NAS su ordine della Procura della Repubblica: negli alimenti e nel sangue dei detenuti sono state trovate tracce di fenobarbital (un barbiturico, sostanza equiparata agli stupefacenti) e di carbamazepina (un anticonvulsionante usato per curare l&#8217;epilessia).</p>
<p>Altri psicofarmaci impiegati qua e là per i CPT del Bel Paese: ansiolitici tranquillanti minori, benzodiazepine (Valium, Rivotril); neurolettici (usati per curare le forme più gravi, come la schizofrenia); Farganesse (un antipsicotico neurolettici ormai in disuso: non si butta via niente). Dove l’orrore non è ovviamente tanto nell’impiego del Valium o solo nella somministrazione di psicofarmaci da cavallo, quanto nell’inquietante aspetto esemplare-simbolico di tutta la faccenda: uomini costretti in gabbie senza aver commesso crimini, claustrofobicamente impelagati in una situazione invivibile, vittime di spaventosi attacchi d’insonnia, depressi, frustrati e aggressivi, ben disposti almeno all’inizio a inghiottire la provvidenziale pasticca di soma, e poi via via sempre più oggetti passivi di psichiatrizzazione chimica. Cazzo: ma è la messinscena perfetta – in piccolo – dell’esistenza quotidiana di un milanese medio!</p>
<p>Ai criminali che osarono varcare i confini senza euro o conti svizzeri, dunque, bastonate e barbiturici: ma sì, che tanto – dura lex sed lex – la forza della ragione ce l’abbiamo noi.</p>
<p><em>Club Med</em></p>
<p>L’Europa spera che l’Italia, data la sua infelice posizione, funga da carta moschicida. L’Italia spera che l’Europa le tolga le castagne dal fuoco. Tutti sperano che Malta ecc.<br />
Nel canale di Sicilia, dicono, i pescatori ne hanno fin sopra i capelli di cadaveri galleggianti.<br />
Ora sia chiaro che per quanto si cerchi di prenderci per il culo e raccontarci coglionate sull’integrazione, la globalizzazione perbene, l’evoluzione civile e il ruolo magnifico e progressivo dell’Unione europea, così vanno le cose, qui. Siamo marci, paranoici e incattiviti. Chiusi dentro questa fortezza, prigionieri noi stessi, chimicamente psichiatrizzati, noialtri effimeri e non troppo scontenti cittadini dei piani alti.<br />
Oh, l’orgoglio che ci pervade, quando pensiamo al radioso modello di democrazia che forniamo alle decerebrate masse planetarie. Ah, la rabbia ci prende quando dal basso sale la puzza della miseria nera!</p>
<p>Ma ne arriveranno sempre di più. Gli stiamo sottraendo saperi, tradizioni, sequenze genetiche, risorse naturali. Gli vendiamo la loro stessa acqua, e a caro prezzo.<br />
Ne arriveranno sempre di più, con o senza precedenti. Lo Stivale è un cuneo ficcato in mezzo al Mediterraneo, che fa tanto figo nelle pubblicità à la Salvatores dei piatti di mare surgelati. Ma che nella realtà – da spazio comune si è trasformato in una linea di confine blindata.<br />
La questione non è se l’immigrazione sia un problema o un’emergenza. Molto più banalmente, verte piuttosto sul modo in cui si vuole affrontarla.<br />
A me sembra che nella storia le grandi muraglie siano sempre state scavalcate come niente.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/07/17/arrivano-i-mostri/">ARRIVANO I MOSTRI</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Infanti della patria # 2</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/04/10/infanti-della-patria-2/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Apr 2004 12:40:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><em>Servi dei servi, come recitano certi slogan un po’ muffi. Ma è proprio così. Servi delle multinazionali. Servi del peggior governo americano dai tempi di Nixon, impelagati in un’impresa guerresca che nulla ha a che fare con la lotta al terrorismo, ma promette di trasformarsi in una catastrofe di dimensioni storiche.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/10/infanti-della-patria-2/">Infanti della patria # 2</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/AllBlack.jpg" alt="AllBlack.jpg" align="left" border="0" height="206" hspace="4" vspace="2" width="277" /><em>Servi dei servi, come recitano certi slogan un po’ muffi. Ma è proprio così. Servi delle multinazionali. Servi del peggior governo americano dai tempi di Nixon, impelagati in un’impresa guerresca che nulla ha a che fare con la lotta al terrorismo, ma promette di trasformarsi in una catastrofe di dimensioni storiche. </em></p>
<p><em>Quassù nel mondo dello sviluppo sostenibile e delle riviste maschili pare valga ancora la vecchia regola: “di quello che succede intorno che ci frega?”. Intanto però nelle nostre città comincia a bruciarci il culo, saliamo su treni e metropolitana con una mano sul giornale (gratuito) e una sui coglioni. Lo sguardo corre alle pagine dello sport. Alla tele: la Fattoria, il Grande Fratello: “hai visto quella troia di …?”. I più furbi dicono: “io guardo Mai dire grande fratello”.</em><br />
<span id="more-376"></span><br />
<em>E ci vogliono più patriottici. L’altr’anno mi è arrivato a casa – non so più in allegato a cosa – un cd con l’inno di Mameli. In copertina, una tettona vestita di rosso. Nel mio cortile qualcuno l’ha messo sul lettore. Ci ha cantato sopra: “Fratelli d’Italia, l’Italia se desta…”. “Se desta”, cantato proprio così, tutto attaccato e con un vago accento da centurione.</em></p>
<p><em>I nostri ragazzi laggiù sparano, ammazzano e vengono ammazzati. Ma guarda: nel XXI secolo ai soldati dei paesi democratici può ancora succedere di morire e – addirittura! – di dare la morte.<br />
Nel fragore generale, il presidente del consiglio e i suoi ministri dicono “Resteremo là finché sarà necessario”. Passano come rulli compressori sopra opinione pubblica, regole democratiche e parlamento? Sai che novità&#8230; Il n.1, poi, è sempre eccezionale: “Non possiamo cedere a una milizia armata che fa parte di una setta religiosa il cui capo è considerato una persona pericolosa”. Da chi? Dal padrone.</em></p>
<p><em>Il padrone, dal canto suo, si dà da fare: in queste ore Falluja è assediata, i morti costellano le strade, le autorità locali chiedono (ah ah ah!) che le Nazioni Unite condannino l’operazione delle truppe statunitensi. Gli americani sono disposti a una tregua solo se la troupe di Al Jazeera lascerà la città. Non vogliono testimoni? Non hanno nemmeno il coraggio di fare il lavoro sporco alla luce del sole? Cos’è: cattiva coscienza? Civiltà significa commettere una porcata vergognandosene?<br />
Tutto questo è indegno, ignominioso.<br />
Rabbia e schifo. Non so gli altri, ma io ho una gran voglia di gridare.</em></p>
<p>1. “Bravaggènte”: la buona, antica tradizione italiana</p>
<p>«La popolazione è entusiasta dei nostri medici militari che si prodigano per tutti e fanno fuggire gli spiriti maligni, così dicono loro, dal corpo. Si istituiscono scuole e asili infantili nei maggiori centri. Grande sviluppo viene dato alle organizzazioni giovanili approfittando della predilezione dei giovanetti per gli esercizi ginnastici, sportivi e militari.» (<em>L’Impero d’Italia</em>, 1938)</p>
<p>2. Una missione accattivante</p>
<p>«Eppure era cominciata nel modo più <strong>accattivante</strong> la nostra partecipazione alla missione Antica Babilonia. (…) si confermarono subito “brava gente”, i nostri soldati inviati sulle rive di questa città dell’Eufrate famosa per i datteri, con il compito di “garantire quella cornice di sicurezza essenziale per un aiuto effettivo e serio al popolo iracheno…”.<br />
Soldati, avieri e carabinieri ricostruirono scuole, regalarono centinaia di zainetti, riportarono <strong>l’acqua corrente</strong>, l’elettricità, il gas.» (“Il Corriere della Sera”, mercoledì 7 aprile 2004)</p>
<p>3. Acqua corrente</p>
<p>«Ma anche il vicepresidente americano non potrà tornare a casa senza aver fatto significative concessioni.<br />
Da “businessman a businessman”, come dicono a Palazzo Chigi (Cheney cenerà con Berlusconi venerdì sera), vicepresidente americano e premier italiano discuteranno la partecipazione delle aziende italiane, dall&#8217;Eni alla Finmeccanica, alla Telecom, ai progetti di ricostruzione in Iraq.<br />
Fra l&#8217;altro l&#8217;amministrazione Usa ha assegnato proprio a un rappresentante italiano l&#8217;incarico di viceresponsabile del cosiddetto Program management office, la struttura guidata a Baghdad dall&#8217;ammiraglio David Nash e competente per la gestione dei contratti nell&#8217;Iraq liberato.<br />
Il governo ha scelto per la difficile missione <strong>Lino Cardarelli</strong>, uno dei più affermati manager con esperienze internazionali.» (“Panorama”, 26 gennaio 2004)</p>
<p>«”Il Carda”, come lo chiamavano in Montedison, dove era allo stesso tempo il cervello e il braccio finanziario di Mario Schimberni, ha un curriculum da manager internazionale alto come un elenco del telefono.<br />
In Iraq Cardarelli, che ultimamente era consigliere economico del ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, è arrivato su invito del governo americano. “Mi hanno chiesto di fare da consulente per la <strong>ristrutturazione del ministero delle Acque</strong>. Ho accettato e cominciato a lavorare a un <strong>piano di privatizzazione del settore</strong>”. In pratica si tratta di portare sul mercato 18 società, che si occupano della costruzione e della manutenzione delle dighe, del drenaggio dei canali e dei bacini, della distribuzione idrica. «Sono giuridicamente delle Soe, che sta per State owned enterprises, le nostre partecipazioni statali. In Iraq le società di questo tipo sono 220. L&#8217;obiettivo del Cpa [Coalition Provisional Authority] è arrivare a una <strong>privatizzazione integrale</strong>» (“Panorama”, 5 dicembre 2003)</p>
<p>4. Sono stati loro…</p>
<p>«Il colonnello Perrone esclude che fra le vittime causate dalle armi degli italiani ci siano “bambini o donne, perché i nostri hanno sparato solo contro gli aggressori”. (…) Di sicuro una bambina di otto anni è morta mentre si trovava in casa. La sua abitazione è stata colpita da un proiettile di mortaio. Ed è <strong>molto probabile che il colpo non sia partito dal settore degli italiani. Potrebbero averlo sparato gli estremisti sciiti</strong>. La conferma che essi dispongono di quel tipo di armi viene da Sayyed Ryad, un ventunenne che guida a Nassiriya un reparto dell’<strong>esercito privato</strong> dello sceicco Moqtada al Sadr (…). Perciò è verosimile che la bambina morta in casa sia rimasta vittima di un colpo di mortaio degli stessi miliziani» (“Il Corriere della Sera”, 7 aprile 2004)</p>
<p>5. …Forse…</p>
<p>«I nostri bersaglieri hanno usato anche i cannoni. Bocche di fuoco da 105 millimetri che hanno tirato giù persino una palazzina. I morti sono almeno 25. Lo conferma il medico del pronto soccorso dell’ospedale. Ma le voci raccolte sul posto da numerosi testimoni parlano di 40, forse 50 vittime. “Nessuno è in grado di dirlo”, ci dice al telefono il maggior generale Francesco Paolo Spagnuolo.» (“La Repubblica”, 8 aprile 2004)</p>
<p>6. …Non si sa</p>
<p>«“[I cecchini] si erano piazzati dentro una palazzina che sorgeva sulla sponda opposta del fiume. Sparavano di tutto. Raffiche di armi automatiche ma soprattutto razzi. Dalle finestre e dal tetto. Eravamo veramente in difficoltà. (…) Quel fuoco andava annientato”. (…) La selva di cannonate ha messo a tacere il gruppo di miliziani. Non si sa quanti sono rimasti sotto le macerie e soprattutto se la palazzina fosse abitata anche da iracheni civili. <strong>Forse</strong> all’interno c’era anche quella famiglia che <strong>ha perso</strong> una mamma e sua figlia. Difficile dirlo. Non lo sa neanche il generale Spagnuolo. “Non avevamo scelta”, continua a ripetere.» (“La Repubblica”, 8 aprile 2004)</p>
<p>6. Oil-keeping mission, ovvero: se l’ospedale italiano è a Baghdad, perché i soldati italiani sono a Nassiriya?</p>
<p>«Roma, 30 mag. &#8211; L&#8217;<strong>ENI</strong> è “molto interessata” alla possibilità di entrare in Iraq, secondo paese al mondo per importanza di riserve petrolifere. Al momento, però, il quadro complessivo non è ancora sufficientemente chiaro e il gruppo, per ora, preferisce “seguire giorno per giorno il divenire, pronto a cogliere quelle occasioni che ci consentano poi di lavorare con gli irakeni”. Lo ha detto il numero uno del gruppo, Vittorio Mincato, all&#8217;assemblea annuale, rispondendo alla domanda degli azionisti sull&#8217;interesse della società per il petrolio iracheno.» (Adnkronos, 30 maggio 2003)</p>
<p>«Da tempo l’ENI ha gli occhi sui campi petroliferi di <strong>Nassiriya</strong>. All’ENI quel giacimento da 300mila barili al giorno e con riserve tra i 2 e i 2,6 miliardi di barili interessa dai tempi del regime di Saddam, ma dopo la guerra l&#8217;azienda italiana ha riaperto il negoziato con gli americani di Paul Bremer e con il ministero del Petrolio irakeno. A giugno una delegazione dell&#8217;ENI si è recata a Baghdad a bordo di un aereo militare italiano per discutere nei dettagli.» (“Il Sole 24 Ore”, 13 novembre 2003)</p>
<p>7. Canons d’amour</p>
<p>Dicono che andarsene via adesso sarebbe una decisione irresponsabile e disastrosa. Ma cosa fanno veramente, di sostanziale, le truppe italiane? Pattugliano la zona. L’obiettivo è di mantenere il controllo del territorio, al fine – come si è detto all’inizio – di “garantire quella cornice di sicurezza essenziale per un aiuto effettivo e serio al popolo iracheno…”.<br />
L’obiettivo è proteggere i civili.<br />
Se necessario, per mantenere tale obiettivo, si è costretti all’uso della forza.<br />
Se si usa la forza, può darsi che dei civili vengano ammazzati.<br />
Che muoiano sotto i nostri colpi con la consapevolezza che, obiettivamente, è per il loro bene.</p>
<p>8. Punti di vista</p>
<p>Ancora dal “Corriere” del 7 aprile.<br />
Gli ayatollah collaborativi? “Autorità religiose locali”. I loro uomini sono “gli uomini di…”. Alì Al Sistani: “<strong>Il saggio ayatollah</strong>”.<br />
Gli ayatollah non collaborativi? “folli fanatici e boss della criminalità”. I loro uomini sono “l’esercito privato di…”. Moqtada Al Sadr: “<strong>il giovane arrogante</strong>”.<br />
Punti di vista.</p>
<p>9. L’uso delle parole</p>
<p>La famiglia “ha perso” una mamma e sua figlia. A casa mia si dice “morire ammazzati” (ma siccome a casa mia si dice anche “carta da culo” al posto di “carta igienica”, magari la colpa è mia, della mia indelicatezza).<br />
Il ventunenne Sayyed Ryad, nientemeno. Quando si dice l’autorevolezza delle fonti.<br />
L’esercito privato dello sceicco. Ah, fellone! Usa i <strong>miliziani privati</strong>! Don Rodrigo! Quelli occidentali si chiamano “<strong>Military Professional Resources</strong>” e sono quotati in borsa, vuoi mettere? Non c’è paragone.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/10/infanti-della-patria-2/">Infanti della patria # 2</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Promemoria – Genova, luglio 2001</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/03/02/promemoria-%e2%80%93-genova-luglio-2001/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2004 05:24:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><em>(Oggi 2 marzo a Genova comincia il processo contro 26 manifestanti tra i molti che hanno partecipato al controvertice G8 del 2001. Il reato – gravissimo – che viene loro contestato si chiama “devastazione e saccheggio” e comporta una pena minima di otto anni.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/02/promemoria-%e2%80%93-genova-luglio-2001/">Promemoria – Genova, luglio 2001</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><em>(Oggi 2 marzo a Genova comincia il processo contro 26 manifestanti tra i molti che hanno partecipato al controvertice G8 del 2001. Il reato – gravissimo – che viene loro contestato si chiama “devastazione e saccheggio” e comporta una pena minima di otto anni. Contro i 26 imputati il comune di Genova si è costituito parte civile.)</em></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/genovarouge2.jpg" alt="genovarouge2.jpg" align="left" border="0" height="215" hspace="4" vspace="2" width="334" /></p>
<p>1.<br />
La prima cosa che colpisce – molto concretamente, sulla pelle – è il calore del sole. La carne comincia subito a formicolarci, a friggere. Mi dico: va bene, probabilmente mi scotterò, ma forse finalmente mi abbronzerò anche un pochino, così la smetteranno di prendermi in giro.<br />
Ci incamminiamo. Il paesaggio da dietro le lenti scure è un po’ squallido, a parte il luccichio del mare alla nostra sinistra, esagerato e pagano come sempre.<br />
Poi iniziano i canti, le urla. Qualcuno, prima, aveva detto che sarebbe stata una cosa triste e silenziosa. Qualcun altro aveva aggiunto: “Dovrà esserlo – siamo seri”.Invece no. Apriamo sempre di più le nostre bocche impastate, strofa dopo strofa, finché il sole non ha comincia a luccicare sulle nostre otturazioni.<br />
<span id="more-318"></span><br />
Andiamo avanti così per molto tempo, ingrossandoci a ogni incrocio, a ogni piazzetta, per un tempo annullato che può essere contato indifferentemente in ore o giorni. È mattina? È pomeriggio? Chissenefrega. Il sole, a sbirciare nella sua direzione, sembra proprio che l’abbiano inchiodato in quel pezzo di cielo sopra le nostre teste.</p>
<p>2.<br />
Sturla. Immobili in quel magma di corpi sudati, adesso sembriamo davvero una mitologica moltitudine. E dove noi finiamo, sopra le punte dei capelli, lo spazio si riempie di un vocio abnorme, in continua esplosione. Qualche finestra si apre, qualcuno ci indica col dito puntato e il bambino tenuto in braccio guarda più il dito che noi. Una vecchia saluta. La parte superiore di un uomo nudo si sporge da un balcone, lancia grandi secchiate d’acqua. La nostra disidratata gratitudine verso quello strano centauro, metà essere umano e metà ringhiera, sale a ondate, istericamente.<br />
Ma perlopiù le case si sono abbottonate, rinchiuse, contratte in modo innaturale, come chi cerchi inutilmente di non ascoltare una storia che gli è sgradita tappandosi con forza muscolare le orecchie e strizzando gli occhi.<br />
E mi sembra che siamo noi, adesso, la storia sgradita.</p>
<p>3.<br />
A volte le cose ci mettono un secondo a trasformarsi. Un passo prima si era come nel sonno, un passo dopo si picchia contro spigoli e sporgenze. Rosalinda corruga la fronte. Si ferma di colpo. Si sfila un auricolare del walkman, mi guarda seria e dice: “Alla radio dicono che la polizia ha appena caricato la testa del corteo”.</p>
<p>Si va tutti avanti, ostinati. Le notizie dal fronte circolano di bocca in bocca, sempre più terrorizzanti, e allora noi ci si dice: cazzo, cerchiamo di racimolare anche le ultime briciole di coraggio o di imprudenza, continuiamo. Non diamogliela vinta. E queste parole dobbiamo urlarcele l’un l’altro accostando le bocche alle valve delle orecchie. È difficile capirsi, se due elicotteri ti ronzano proprio sopra la testa.</p>
<p>Boccadasse, Lido d’Albaro, Corso Italia. Corso Italia: da una parte una muraglia altissima, dall’altra il mare. Nessuna via di fuga.<br />
Fulvio mi fa segno di guardare in alto. Caserma. Su un’altura scintillano gli elmi blu.<br />
Faccio incontri inaspettati: “Pamela! Anche tu qui!”<br />
“E già. Come ti sembra la situazione?”<br />
“Una merda.”</p>
<p>Arriva di corsa un uomo. È sconvolto, grida: “Fermi, avanti duecento metri è un macello! La polizia sta caricando!”<br />
“Chi è che sta caricando?”<br />
“Il corteo! Picchia tutti indistintamente!”<br />
E allora ci fermiamo. Impossibile andare avanti, tornare indietro, girare a destra, svoltare a sinistra. Solo stare fermi, avanzare di uno o due passetti, faticosamente, migliaia di schiene contro migliaia di pance, migliaia di braccia contro migliaia di braccia.</p>
<p>4.<br />
In cima a una stradina laterale di destra, chiusa da un cancello, spuntano altri elmetti luccicanti. Passa un ragazzo. Tiene in mano una bottiglia, un foulard sulla bocca. Cerca un varco tra i nostri corpi. Qualcuno si ritrae spaventato. Qualcun altro gli urla di andare affanculo, figlio di puttana. Gli elmetti luccicanti a quel punto avranno forse stretto le impugnature dei manganelli, contratto l’indice sul grilletto dei lanciarazzi.</p>
<p>Grida concitate, una sirena. Un’ambulanza arriva facendosi largo tra di noi. Sembra in preda a una terribile urgenza. Mi passa proprio di fianco. Due cose attirano la mia attenzione. La prima è che non si tratta di un’ambulanza ordinaria, ma di un comune furgoncino bianco su cui hanno scritto “Servizio Sanitario GSF”. La seconda, che le hanno completamente fracassato i finestrini. Da quelle aperture dentellate posso scorgere le facce dei suoi occupanti. Hanno le pettorine rosse, le mani sporche di sangue, gli occhi sbarrati. Subito viene anche a me di sbarrare gli occhi.</p>
<p>5.<br />
Qualcosa deve aver dato uno scossone al corteo, come quando si dà un colpo di frusta, perché all’improvviso ci si mette a indietreggiare convulsamente, con le mani alzate.</p>
<p>“Stiamo scappando,” urla incredula una ragazza dietro di me, “stiamo scappando!”. Un’altra grida: “Fermi, sto cadendo, fermi!”. Mi metto anch’io a scappare, a dire scemenze. Penso: se uno adesso veramente cade per terra, che gli succede? Ma è il pensiero di un attimo, perché a soffermarcisi troppo, poi uno dimentica di fare attenzione ai propri piedi e casca per davvero.</p>
<p>Vicino a me un’anziana coppia si tiene a braccetto. Lui è basso e ha la barba grigia, lei sembra la mia panettiera. Sono terrorizzati, paonazzi per il sole e la tachicardia. Continuano a balbettare “Com’è possibile che ci facciano questo?”.</p>
<p>Mani alzate, ho detto. A guardarle meglio, si vede che strane forme stanno germogliando in cima ai palmi, strani fiori rivolti verso l’alto, dove ancora volteggiano gli elicotteri. Sono i nostri diti medi.</p>
<p>6.<br />
A ritroso, in massa sparpagliata. Le facce sono spugnose per la paura, la rabbia e la tristezza. I tre elementi si mescolano tra noi in proporzioni differenti. Per me soprattutto rabbia e paura. Un sinolo inestricabile di roba fusa insieme in forma di magma e merda. Il bisogno di pisciare è quasi insopportabile, ma bisogna contrarre i muscoli e andare avanti. O meglio, tornare indietro.</p>
<p>Metà pomeriggio. Si torna verso via Caprera in disordine sparso, a manciate. In tutto, qualche migliaio di persone che camminano sempre più lentamente. Uno vicino a me brontola che “non hanno rispettato il nostro diritto di manifestare”. Un altro si gira, batte le mani, incita: “Su, ragazzi, dai”. Fulvio lo guarda, mi dice: “Secondo te a quello se gli spacco il culo a calci faccio male?”<br />
“No, ma è meglio se lasci perdere.”<br />
“Oh, cos’è quel fumo?”<br />
“Oh, cazzo.”</p>
<p>7.<br />
A un centinaio di metri da noi la gente si mette a correre. Il coglione di prima grida “Non è niente, andiamo avanti, sarà qualcuno che ha acceso un fuoco sulla spiaggia!”.<br />
Fulvio: “Guarda che quelli sono lacrimogeni!”<br />
Il coglione: “Ma no, sarà un falò!”<br />
Fulvio: “Ma vattene un po’ affanculo!”</p>
<p>Andiamo avanti. Io e Fulvio ci guardiamo e all’unisono, senza parlare, ci infiliamo gli occhialini da piscina e il foulard.<br />
Il fumo sembra diradarsi, la gente davanti a noi si ricompone.<br />
Il coglione: “Visto? Non era niente”.<br />
Fulvio ed io gli occhialini ce li teniamo, per il momento.<br />
Arriviamo. Mi giro verso sinistra. C’è una stradina in salita, stretta e ripida. Attraverso gli occhialini un po’ appannati faccio in tempo a scorgere gli elmetti blu che scintillano sotto il sole. Un momento dopo partono i lacrimogeni. La gente si scompone, urla, si butta furiosamente verso destra. Veniamo travolti, trascinati via. A destra c’è un muro. Ci si schiaccia l’un l’altro contro quel muro. Qualcuno cade per terra. Rosalinda tossisce e stringe gli occhi. Gli occhialini non ce li ha mica, lei. La afferro per un braccio e mi metto a correre come un cretino. Usciamo dalla nebbia. Aspettiamo che escano anche gli altri del gruppo.<br />
Ci siamo tutti. Il coglione è ammutolito. Fulvio si sfila gli occhialini bestemmiando ad alta voce. Tossiamo, la pelle ci brucia. Cerchiamo di lavarci le braccia e il petto. È il gas C.S., mica cazzi!</p>
<p>8.<br />
Sturla, prima del tramonto.<br />
Siamo dall’altra parte della città, rispetto a dove dovremmo essere. Mentre la folla dei manifestanti ci sfila di fianco, diretta ai pullman, cerchiamo di capire dove si trova lo spezzone milanese del corteo, quello con cui dovremmo tornare. Si cerca di telefonare, ma i cellulari funzionano a singhiozzo. Veniamo a sapere che è molto più avanti e sta contrattando con la polizia la strada per la stazione. Ora ci tocca rifare daccapo la strada. O in alternativa di trovare un posto dove passare la notte.<br />
“C’è una scuola dormitorio, in centro. Se ci va male e non ribecchiamo il gruppone, possiamo andare lì.”<br />
“Fa’ vedere la cartina… Dov’è?”<br />
“Qui. Via Battisti.”<br />
“No, prima proviamo a raggiungere gli altri.”</p>
<p>Deciso. Ci mettiamo a correre. Via Cavallotti, Boccadasse, Lido d’Albaro. Tutti quelli che incrociamo vanno nella direzione opposta, verso piazza Sturla. Ci fermano, dicono: “Non andate verso il centro, che la polizia sta facendo i rastrellamenti”. Questa cosa dei rastrellamenti, in particolare, ce la ripete più d’uno. Ci domandiamo se stiamo facendo una cosa intelligente, a ributtarci in bocca a quelli lì.<br />
Ripassiamo dal posto dei lacrimogeni. Adesso non c’è nessuno, si passa tranquillamente.<br />
I rastrellamenti. Verrebbe da ridere, da dire “Dài, mica è un film con la Wermacht e i Marines!”. Un elicottero ci ronza costantemente sulla testa. Sembra che ce l’abbia proprio con noi, che ci stia dando la caccia. Ovviamente non è così, è solo una mia paranoia.</p>
<p>9.<br />
Poi, contro ogni speranza, ecco il nostro gruppone, che avanza serrato lungo Corso Italia.<br />
Facciamo cordone anche noi ultimi approdati, a turno, con l’assurda impressione di doverci guadagnare pericolosamente ogni metro di quel campo di battaglia non regolamentare per cui nessuno di noi immaginava di essere stato arruolato.<br />
Il servizio d’ordine: “Più veloci!”, “Rallentate!”. E che cazzo, non ho neanche ancora pisciato.<br />
Finalmente il sole picchia di meno, ma le mie braccia sono ormai belle cotte.<br />
Corso Marconi. Una carcassa d’auto incendiata, negozi devastati, vetri ovunque. Siamo in tanti, eppure all’improvviso non parla più nessuno. Stiamo entrando nel centro del gran casino.</p>
<p>Gli sbirri. Ovunque ci si giri, si vedono luccicare quei loro caschi blu o neri. Un blindato ci si accoda, un altro ci precede. Ai lati, altri sbirri. Ci guardano sfilare.<br />
Si resta tutti zitti, come se nessuno avesse il coraggio di aprir bocca, come se una sola parola detta a voce troppo alta potesse scatenare nuova violenza. Ci guardano sfilare e perlopiù hanno espressioni vuote. Alcuni sembrano stanchi. I pochi che portano in faccia un sorrisetto sottile non hanno la divisa, sono in borghese e stringono in mano ricetrasmittenti o macchine fotografiche. Li guardo con la coda dell’occhio destro e un ondata di odio purissimo mi monta dentro, nello stomaco, irresistibilmente.</p>
<p>10.<br />
Un tipo alto e grosso come un armadio, con una gran barba, è l’unico di noi che non ha mai smesso di parlare. Mentre passiamo davanti a quegli ufficialetti in ghingheri, alza il vocione da sega elettrica e si mette a sbraitargli contro. Grida “Fate l’ammòre! Fate l’ammòre!”. Dalla folla, in risposta, un coro unanime – “Ma piantala, pirla!”. Il gigante si offende:<br />
“Ma io non ho detto niente di violento! Ho detto ‘fate l’ammòre’! Non è provocazione!”<br />
“Ma va’ a cagare!”<br />
Torna il silenzio.<br />
Davanti a noi si profila la muraglia di container. Fanno impressione, davvero. Sembra impossibile che qualcuno possa aver avuto un’idea così. Recinti di ferro e muraglie di lamiera. Dico a Rosalinda: “Questi sono pazzi”. Mi risponde: “No. Sono come i Pinochet, i Videla, i Massera. Fascisti”.</p>
<p>In quel silenzio esplode una voce isolata: “Assassini! Assassini!”. Un istante dopo, con tutta la voce che ci resta, siamo in migliaia a urlare la stessa parola. E mentre anch’io urlo come non ho mai urlato, con un sapore ferroso di sangue in gola, sento che quella vibrazione furiosa sta risuonando anche nelle orecchie di quegli altri. Penso che, con tutta la loro arroganza e le loro corazze, se avessero un briciolo di intelligenza dovrebbero cominciare a preoccuparsi. Che se oggi possono anche convincersi e raccontare di aver vinto, da domani ci saranno migliaia di persone come me – agguerrite, ferite, incendiate di rabbia. Che tra ieri e oggi è scoppiata la guerra civile.</p>
<p>Assassini! Assassini! Assassini! Assassini! Assassini! Assassini! Assassini!</p>
<p>11.<br />
Il treno attracca. Milano Porta Garibaldi, è buio e le zanzare pungono di brutto, quando saltiamo giù dalla carrozza. La stazione è semideserta. Afa indonesiana come sempre.<br />
Qualcuno si saluta, si dà appuntamento per l’indomani. In fondo al binario uno sparuto gruppo di persone ci coglie alla sprovvista con un lungo applauso. Il coglione sorride e si mette ad applaudire all’unisono con loro.<br />
Fulvio: “Quello lì è proprio un deficiente”.<br />
Io li guardo in faccia, questi milanesi qui che sono venuti ad aspettarci alla stazione per confortarci. Sono facce normali, di quelle che incroci in cortile o per strada. Provo in silenzio una scalmana di gratitudine.</p>
<p>Saluto tutti. Resto solo. Vado a prendere il tram. La giornata è finita.</p>
<p>12.<br />
<em>Quella sera, tornando a casa dalla stazione, sono passato davanti all’Hollywood. L’Hollywood, per chi non lo sapesse, è un locale molto noto di Milano – una specie di discoteca molto à la page, frequentata da vip di ogni risma – o almeno questo è quello che si diceva una volta. Magari adesso non è più così, ma chissenefrega. Comunque sia, nel passarci davanti ho dovuto fendere un piccolo gruppetto di avventori che si erano assiepati sul marciapiede davanti all’ingresso. Parevano molto allegri, su di giri, un po’ cocainizzati. Di sicuro erano molto fighetti. Ridevano, chiacchieravano. Io gli sono passato in mezzo col ghiaccio in cuore, per tutto quello che era successo in quei due giorni di merda. Ho provato un senso atroce di estraneità. I nostri piedi stavano calcando il medesimo asfalto, ma appartenevamo a mondi separati, incomunicanti.<br />
La strada, i binari del tram, i palazzi con le finestre illuminate. Un sabato sera di luglio apparentemente come tanti altri.<br />
Sono salito sul Nove, mi sono seduto zitto zitto. Ho pensato.<br />
Domani comincia una nuova storia.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/02/promemoria-%e2%80%93-genova-luglio-2001/">Promemoria – Genova, luglio 2001</a></p>
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		<title>Infanti della patria</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/18/infanti-della-patria/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/18/infanti-della-patria/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2003 19:06:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio baratto</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p></p>
<p>“Il tenente l’ascoltava ammirato, Pietro era in estasi.<br />
– Ah, perché non sei italiana! – disse con rammarico.<br />
– Il mio cuore è italiano! – rispose la fanciulla con fervore.”<br />
Carolina Invernizio, <em>La piccola araba</em></p>
<p>Giovedì, i primi morti italiani in <strong>Iraq</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/18/infanti-della-patria/">Infanti della patria</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/AllBlack.jpg" alt="AllBlack.jpg" align="left" border="0" height="206" hspace="4" vspace="2" width="277" /></p>
<p>“Il tenente l’ascoltava ammirato, Pietro era in estasi.<br />
– Ah, perché non sei italiana! – disse con rammarico.<br />
– Il mio cuore è italiano! – rispose la fanciulla con fervore.”<br />
Carolina Invernizio, <em>La piccola araba</em></p>
<p>Giovedì, i primi morti italiani in <strong>Iraq</strong>.<br />
Dall’11 settembre 2001 ho imparato che di fronte a certi eventi è meglio costringersi a qualche ora o qualche giorno di silenzio. Che a far prendere subito aria alla lingua, si rischia di dar fiato al peggior alito. Com’era purtroppo prevedibile, i mezzi d’informazione e le autorità hanno invece prontamente spalancato la bocca. Ne è sgorgata una massa di vecchi liquami assortiti: l’amor di patria e il sacrificio per essa, la strategia calcio-spaghetti, i vili traditori, i <strong>Salvi D’Acquisto</strong>. Persino <strong>Ground Zero</strong>, il nuovo, superbo modello di ogni tragedia che si rispetti (che sia rispettabile).<br />
L’esperienza di calarsi in questa merda, nonostante il fetore, è istruttiva.</p>
<p><strong>1.</strong><br />
Sfoglio il <strong>Corriere</strong>. L’effetto che ha sui miei nervi è dirompente. Mi fa diventare acido, cattivo, antipatriottico. Leggo l’editoriale, la seconda pagina, la terza… Comincio irrefrenabilmente a pensare che l’Italia non esista per davvero. Che sia soltanto una summa di stereotipi da manuale di stesura per fiction televisive o film da oscar.<br />
<span id="more-203"></span><br />
Uno di questi stereotipi vuole che l’italiano sia buono, incapace per natura di fare del male. L’italiano è costitutivamente impossibilitato a diventare il nazista cattivo del cinema. Il soldato italiano è sempre simpatico. Sa essere efficiente anche quando sembra un po’ un cazzone. Prende in braccio i bambini, parla a gesti con le vecchiette, distribuisce il latte in polvere Nestlé.</p>
<p>L’italiano ama la commedia a lietissimo fine. Non quello in cui tutti i personaggi finiscono per volersi bene. No, troppo inquietante. Quello in cui si scopre che si volevano tutti bene fin dall’inizio.</p>
<p>La leggenda falsissima e ammuffita del soldato italiano che si fa amare ovunque vada a piantare il campo. L’armata “ti amo”, guardate che brava, invade la <strong>Grecia</strong>, ma senza cattiveria! E gli invasi, di fronte a tanta irresistibile simpatia e bontà, proprio non riescono a far loro del male.</p>
<p>L’attentato di <strong>Nassiriya</strong> è stato anche uno svelamento dirompente, la traumatica rivelazione che questa era solo una favoletta auto-assolutoria. Ciò che si credeva impossibile, improvvisamente si è materializzato in carne e sangue: esiste qualcuno che non ci trova irresistibili, che ci odia e – addirittura – ci fa del male! Assurdo!</p>
<p>Intervistato dal Corriere, il generale dei carabinieri <strong>Bellini</strong> esprime bene lo smarrimento morale prodotto da questa imprevista agnizione: <em>“Mi sento tradito. Tradito da quelli che in Iraq hanno fatto questo attentato, contro il senso della nostra missione: noi siamo partiti senza armi pesanti, siamo partiti per aiutare la gente”</em>.</p>
<p>E allora, come succede in questi casi, se una verità mette radicalmente in discussione le nostre categorie, meglio negarla e tornare alla nostra confortevole gabbia teorica. <em>“No, non è stata la gente di Nassiriya a concepire questa tragedia. La gente di Nassiriya ci vuole bene: vecchi, donne, bambini”</em>.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
Gentile signor <strong>Folli</strong>, ho letto il suo editoriale di venerdì 13 novembre. Mi scusi per la franchezza, ma l’ho trovato falso e in malafede. <em>“Non è bastata ai nostri soldati la cordialità verso la popolazione, non sono serviti i sorrisi, l’assenza di ogni arroganza, le armi leggere… il garbo verso i bambini”</em>. Le armi leggere sono certamente più garbate di quelle pesanti (lo stesso vale per le droghe, ma non andatelo a dire a <strong>Gianfranco Fini</strong>). I bambini, poi, si è visto, sono un argomento che tira sempre.</p>
<p>Lei continua così: <em>“È stato inutile che i nostri coraggiosi Carabinieri stabilissero la loro guarnigione a ridosso del centro urbano, anziché in qualche remota località: quasi a voler riprodurre la tranquilla serenità di una stazione dell&#8217;Arma in un paese italiano”</em>. Mi permetta solo una battuta facile facile: spero che la stazione dell’Arma presa a modello non sia <strong>Bolzaneto</strong>.</p>
<p><em>“Gesti nobili e generosi… in Iraq per portare pace e sicurezza, non certo per inseguire modelli tardo-coloniali… missione di pace… eroi moderni, eroismo di uomini semplici e determinati… il loro coraggio…la loro missione di pace è parte di una lotta più ampia alle forme di intolleranza violenta e destabilizzante…”</em>. Invece no, signor Folli. Facciamola finita con tutta questa ipocrisia su cui per chissà quale patto non scritto dovremmo sorvolare. Siamo andati in Iraq dopo che quegli altri hanno finito il lavoro più duro, più sporco. Da bravi italiani, prima ci siamo inventati una specie di “appoggio non belligerante”, una cosa talmente ributtante da farmi preferire persino l’interventismo dichiarato di <strong>Tony Blair</strong> (che perlomeno si assume anche tutti i rischi). Poi, quando abbiamo creduto che la situazione fosse più tranquilla, siamo partiti come cagnolini dietro il culo del presidente americano, con la speranza di vederci gettare nella ciotola gli avanzi del banchetto. Lo racconti, signor Folli, lei che è un giornalista, cosa s’intende per ‘banchetto’: 1 miliardo di dollari alla <strong>Bechtel Enterprise Holding</strong> (il cui direttore generale è membro del consiglio per l’export della <strong>Casa Bianca</strong>) per ricostruire le infrastrutture, 2,1 miliardi alla <strong>Halliburton</strong> (il cui ex-amministratore delegato è nientemeno che il vice-presidente degli Stati Uniti) per ripristinare gli impianti petroliferi.</p>
<p>Eppure, tra le righe, per un attimo, lei sembra lasciarsi sfuggire qualcosa: <em>“Solo rafforzando, e non indebolendo i legami dell&#8217; Italia con i suoi alleati, si possono influenzare scelte che riguardano tutti, frenare l&#8217; America nei suoi errori e nei suoi fallimenti (che sono tanti)…”</em>. Poi si ritrae. Perché? Le manca il coraggio?</p>
<p><strong>3.</strong><br />
<em>“… Questa comunità che va dagli Stati Uniti a Israele passando per l’Europa; e che dovrebbe abbracciare tanti Paesi derelitti, soffocati da satrapi simili a Saddam Hussein”</em> (comunità dalla quale, a questo punto, siamo costretti a escludere due civilissime democrazie come la <strong>Francia</strong> e la <strong>Germania</strong>). Lei ritiene, gentile signor Folli, che questo non sia un discorso tardo-coloniale? Libero di affermarlo. Io mi permetto – e mi perdoni se le sembrerà offensivo – di citarle alcuni brani di un libro che mi è recentemente capitato per le mani. Si tratta di un manuale scolastico per la V elementare, edito nel 1938 e intitolato “L’impero d’Italia”:</p>
<p><em>“Il Negus accentrava in sé i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, ma tali poteri venivano esercitati anche dai ras… Una forma di governo veramente assolutista e che a noi ricorda alcune deformazioni del medioevale feudalesimo; fra questi ras v’era sempre chi voleva prevalere con la prepotenza e la ferocia. Ai pochi ricchi padroni si contrapponevano molti poveri. Questi dovevano lavorare per  ricchi i quali li trattavano quasi come bestie. E si ebbe su larga scala la schiavitù più vergognosa fino alla conquista nostra. (…) Occorreva l’intervento della nuova Italia. L’Italia, mandataria ideale della giustizia romana e della civiltà latina, si è sostituita ad un governo d’inetti e di incapaci per far rendere un vasto Paese, virtualmente ricchissimo.”</em>E ancora: <em>“Liberare l’Etiopia dai cattivi capi che dall’alto dei monti continuavano a intimorirci con la superiorità selvaggia. E venne, piena rapida totalitaria, la liberazione dell’Etiopia”</em>.</p>
<p>‘Operazione di Peacemaking’ la chiamerebbero adesso. In effetti, sfrondati i concetti da tutta la vecchia retorica fascista, mi sembra che oggi non ci siamo allontanati di molto; tra satrapi crudeli, masse oppresse, minacce alla democrazia e missioni superiori, la morale è sempre quella: siamo laggiù per liberarli da loro stessi. E per le rendite.</p>
<p><strong>4.</strong><br />
Eroi, coraggiosi, nobili.<br />
Erano brave persone? Non le conoscevo personalmente, ci mancherebbe che gli attribuissi arbitrariamente cattiveria e brutto carattere.</p>
<p>Anzi, no: per giustizia nei loro confronti, perché non voglio che vengano strumentalizzati ai fini della propaganda, perché non sopporto l’idea che vengano spogliati della loro umanità e singolarità, e poi ridotti a iconcine funzionali al discorso del potere, dirò che per me potevano anche essere stronzi, maneschi, volgari o anche solo antipatici, ma che non per questo la loro morte è meno dolorosa.</p>
<p><strong>5.</strong><br />
Pura pornografia. I soliti sciacalletti della stampa si buttano sull’ordinaria amministrazione delle “ultime lettere” dei defunti ai parenti. Il solito voyeurismo cadaverico. Il poveraccio che, stando al Corriere, scriveva a casa che “Italy Good, dicono i mau mau”. Il gergo familiare, che giustamente se ne infischia del politicamente corretto, improvvisamente assunto a esempio ufficiale della scanzonata simpatia italica.</p>
<p>Sempre dal Corriere, modello tradizionale di misura e sobrietà: <em>“Era apparso anche a ‘Porta a Porta’. Lo avevamo visto in tv con in braccio un bambino”</em>.<br />
Sempre questa dannata televisione a fare da filtro unico. Ciò che è televisivo è reale. Il popolo auditel attende la diretta dei funerali. Un giornalista fa la cronaca della giornata di venerdì: i soldati escono dall’aereo “come nei film”, <em>“l’Italia televisiva (tutta, compatta, Rai, Mediaset, La7, Sky) per mezz’ora accantona i soliti show preserali”</em>. Per mezz’ora. Bravi. Quando poi, parlando del dolore delle famiglie, traccia un’ardito paragone con il terremoto in <strong>Abruzzo</strong> dell’anno scorso, è un altro ricordo televisivo: <em>“Vengono subito in mente altre scene apparse in tv proprio un anno fa: la grande sala ardente organizzata nella palestra di San Giuliano di Puglia dopo il crollo della scuola”</em>.</p>
<p><strong>6.</strong><br />
L’articolo in questione si intitola “Onore ai caduti (senza retorica)” e si conclude con un auspicio e una speranza: <em>“Chissà che dopo tanto sangue e tanti vuoti si cominci a guardare con un&#8217; attenzione diversa ai mille, spesso dimenticati monumenti che in ogni piazza italiana rammentano chi morì, in altri tempi, per gli stessi valori cari ai ragazzi di Nassiriya, nostri martiri contemporanei”</em>. Detto senza retorica, naturalmente.</p>
<p>Ma di quali monumenti, di quali valori, di quali altri martiri sta parlando? Dei soldati mandati a morire in <strong>Russia</strong> per i deliri bellicistici di <strong>Mussolini</strong>? Dei miei avi gettati fuori dalle trincee a fiotti di grappa e colpi di baionetta da quel figlio di puttana del generale <strong>Cadorna</strong>? Se è di loro, che qui si parla, io il loro sacrificio non l’ho mai dimenticato, per averlo letto, studiato e sentito raccontare. E so che il loro martirio, se si vuol proprio usare questa parola, è stato quello tragico della carne da macello spedita al massacro dai propri governi.</p>
<p><strong>7.</strong><br />
C’è solo quella morte orribile, decontestualizzata. Le vittime civili sono scomparse. Nessuno più che si domandi perché i nostri soldati erano a Nassiriya.<br />
Dire che erano laggiù per una causa ingiusta è tabù. “Come osi offendere i nostri ragazzi?”</p>
<p>Mio nonno partì per l’<strong>Abissinia</strong> nel ’36, a ventitrè anni. Veniva dalle campagne del Veneto, dal lavoro duro dei campi e dalla miseria. Semianalfabeta, nell’esercito aveva trovato un letto, una disciplina, un lavoro pagato e sicuro, la certezza di pasti regolari. Qualche anno fa, poco prima che morisse, durante un suo ricovero in ospedale, gli ho chiesto di raccontarmi della sua campagna d’Africa. Ne parlava con piacere, si capiva che per lui era stata un’esperienza importante. I suoi ricordi erano buffi, commoventi.</p>
<p>In Africa, l’esercito italiano andò per una causa ingiusta. Non ho mai pensato che mio nonno fosse una persona cattiva. Ditemi: sono schizofrenico?</p>
<p><strong>8.</strong><br />
Non poteva mancare un articolo indignato sui no-global spietati e disumani. L’incipit è micidiale, nel suo innatismo. <em>“Ci sono italiani che non provano dolore”</em>. Un’affermazione assoluta, una condanna categorica. Come a dire: ci sono italiani moralmente bacati che sono antropologicamente diversi dal resto degli italiani. Anzi, che non sono nemmeno veri italiani.</p>
<p>Chi non piange è una carogna congenita. Controllate che nell’occhio del vostro vicino scintilli almeno una parvenza di lacrima. Vigilate sui vostri compagni di banco, prestate orecchio ai loro commenti: sono italiani o mostri morali?<br />
Tra le manifestazioni di questa spietatezza, si cita la dichiarazione di un portavoce dei soliti disobbedienti. Dice: <em>“L&#8217; attentato di Nassiriya dimostra che la guerra non è finita. Muoiono civili iracheni e soldati italiani, tutte vittime incolpevoli di una guerra inutile, della quale è complice il governo Berlusconi”</em>. Sarà anche opinabile, ma non mi sembra particolarmente disumana. Mi interrogo: forse è proprio perché anch’io sono senza cuore. Forse, mentre butto giù queste righe, anch’io rientro nel novero degli italiani senza cuore.<br />
Mi ci sforzo. Niente da fare, non ci riesco.</p>
<p><strong>9.</strong><br />
<em>“No, nessuno se ne andrà così, non si scappa quando ti ammazzano i fratelli. E non se ne andrà nemmeno il maggiore Claudio Cappello, «anche se da ieri ho ricominciato a fumare e ho sempre un poco di freddo addosso, credo sia lo stress». Cappello si è fatto la Somalia, Israele, la Bosnia: l&#8217;Iraq è la quarta sfida al destino, «mi sa che ho esaurito il bonus», dice. Anche la guasconeria è un modo per mascherare il magone”</em>.</p>
<p>Il maggiore Cappello è con i nostri valorosi ragazzi a Nassiriya.<br />
Il maggiore Cappello era a <strong>Genova</strong>, in <strong>Piazza Alimonda</strong>, alle cinque e ventisette del 20 luglio 2001.<br />
Non chiedetemi di solidarizzare con lui.<br />
Qualunque sia la sua causa, non è la mia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/18/infanti-della-patria/">Infanti della patria</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Mani in alto: o l’acqua o la vita</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/10/25/mani-in-alto-o-l%e2%80%99acqua-o-la-vita/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 Oct 2003 11:10:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio moresco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><em>Prima di cominciare, è necessario smontare un luogo comune fuorviante. Non è corretto dire che si vuole privatizzare l’acqua. Si privatizza la sua gestione. Il che, probabilmente, suona più neutro e non evoca – a meno di farci veramente caso – scenari da film apocalittico con effetti speciali e Sean Connery nella parte dell’eroe.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/25/mani-in-alto-o-l%e2%80%99acqua-o-la-vita/">Mani in alto: o l’acqua o la vita</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/agua%20zapatista.jpg" alt="agua zapatista.jpg" align="left" border="0" height="187" hspace="4" vspace="2" width="150" /><em>Prima di cominciare, è necessario smontare un luogo comune fuorviante. Non è corretto dire che si vuole privatizzare l’acqua. Si privatizza la sua gestione. Il che, probabilmente, suona più neutro e non evoca – a meno di farci veramente caso – scenari da film apocalittico con effetti speciali e Sean Connery nella parte dell’eroe.</em><br />
<span id="more-172"></span><br />
<strong>I. L’acqua o la vita</strong></p>
<p><em>Milano 2003</em><br />
<em>“Siccità, allarme in tutta Italia. E la pioggia non arriva. La Lombardia rischia di finire in ginocchio, con le campagne bruciate dal caldo, e i fiumi e laghi sempre più ridotti al lumicino… la Coldiretti lombarda chiede lo stato di calamità naturale… Sono schizzati, nel frattempo, i consumi di acqua. Il record appartiene a Milano, che a giugno ha consumato una media di oltre 900 mila metri cubi d&#8217;acqua al giorno contro i 600 mila abituali e gli 800 mila del giugno 2002”</em>. La Repubblica, 11 luglio 2003.</p>
<p><em>Cochabamba 1999</em><br />
<em>“Per molti anni i governi hanno creduto che la riserva di acqua potabile e l’incanalamento sicuro delle acque di scarico fossero una materia troppo importante per lasciare che se ne occupasse il mercato. Ora ne sappiamo di più. International Water ha già dimostrato che risorse potenti, abilmente applicate da imprese private, potrebbero sollevare un grosso peso dalle spalle dei governi e quindi trasformare la vita dei cittadini.”</em> (Messaggio introduttivo alla home page di International Water).<br />
<em>“Cochabamba si trova in una valle fertile e verde, immersa tra campi e collinette, ed è considerata la città con il miglior clima del mondo e con <strong>i più grandi bevitori</strong> del paese. Fondata nel 1574&#8230;”</em>. Di questa breve descrizione di Cochabamba (la terza città della Bolivia), che si può facilmente reperire su internet, mi sembra particolarmente interessante l’affermazione secondo cui i suoi abitanti sarebbero dei gran bevitori. Perché in questo caso, come si vedrà, il luogo comune si è fatto carne.<br />
<em>“…In una valle fertile e verde, immersa tra campi e collinette…”</em>. Secondo altre fonti, Cochabamba sorge a 2500 metri d’altezza sulle Ande boliviane e una buona parte dei suoi 500.000 abitanti ha con l’acqua un rapporto problematico. La scarsa piovosità è controbilanciata da una ricca falda acquifera. L’area cochabambina è fertile, ma nello stesso tempo si fatica a irrigare i campi. L’acqua viene gestita da cooperative, che realizzano i pozzi e distribuiscono la risorsa a prezzi popolari: 1,5 dollari per 1000 litri. Purtroppo la rete idrica è vecchia e disastrata, e solo metà della cittadinanza ha il privilegio di potervi accedere per qualche ora al giorno. Chissà, forse sono questi i grandi bevitori. Un altro sistema “artigianale” diffuso è la raccolta dell’acqua piovana. Alla gente che vive nelle zone più povere l’acqua viene distribuita con le autobotti.<br />
La Bolivia è uno dei paesi più poveri del Sudamerica: secondo una stima ufficiale del 1998, la percentuale di popolazione indigente si aggira intorno al 70 per cento. Ebbene, alla fine del secolo scorso, sul limitare di un’era che in futuro mi piacerebbe poter chiamare “aS” (avanti Seattle), il governo boliviano decise di ristrutturare il sistema idrico cochabambino. Per fare questo si trovò costretto a chiedere un cospicuo prestito bancario (25 milioni di dollari) alla Banca Mondiale: un ente ben piantato nel cuore economico dell’America Latina, i cui rappresentanti, tanto per fare un esempio, solevano partecipare alle sedute del consiglio dei ministri boliviano. Chi è stato costretto a mendicare un mutuo può capire quanto sia umiliante e pericoloso avere a che fare con certi predatori da scrivania. Alla richiesta di prestito, infatti, la Banca Mondiale rispose vincolando l’erogazione del denaro a una condizione: che la gestione dei servizi idrici di Cochabamba venisse privatizzata. Così fu. Di fatto, l’acqua di Cochabamba diventò una merce regolarmente acquistabile, di proprietà del consorzio <em>Aguas del Tunari</em>.<br />
È un caso molto interessante, quello dell’<em>Aguas del Tunari</em>. Nonostante il nome baldanzosamente “latino”, si trattava di una vera e propria matrioska transnazionale, al cui interno, concentricamente, si nascondevano alcuni imprenditori locali, la spagnola Abengoa e soprattutto la fantomatica <strong>International Water Limited</strong>. Un’impresa con sede a Londra, ma che in realtà è una joint venture tra l’italiana <strong>Edison</strong> e la multinazionale statunitense <strong>Bechtel Enterprise Holding</strong>.<br />
Anche se in questi casi, solitamente, le autorità (i venditori) e le imprese (i compratori) si affrettano a rassicurare il volgo circa il fatto che il servizio cambierà in meglio e non si verificherà assolutamente alcun aumento dei costi, qualcuno tra gli abitanti di Cochabamba – i nostri grandi bevitori – avrà pur pensato, magari senza nemmeno prendersela troppo: “¡Madre de Dios! Vedrai che adesso la bolletta raddoppia”. Di fatto non andò così: anziché raddoppiare, in pochi mesi il prezzo dell’acqua potabile subì aumenti fino al 300 per cento. Tradotto in termini monetari, i cochabambini si videro recapitare bollette mensili ammontanti mediamente a 20 dollari: all’incirca un <strong>quarto del reddito medio mensile</strong> di molte famiglie della città. Ora si dirà: bene, i nostri grandi bevitori avranno scavato ancora più pozzi, aumentato la raccolta della pioggia. E invece no. Il consorzio Tunari (cioè la Bechtel e la Edison) vietò immediatamente lo scavo dei pozzi per la raccolta dell’acqua piovana e sottopose ogni sorgente a gravosi permessi di utilizzo.<br />
<em>“…Trasformare la vita dei cittadini.”</em></p>
<p><em>Cochabamba 2000</em><br />
<em>“Troverete qui le prove della fiducia che molti governi e autorità locali accordano a International Water e ai nostri associati. Insieme serviamo un pubblico che apprezza ciò che facciamo…”</em> (Messaggio introduttivo alla home page di International Water).<br />
È il febbraio del 2000. A Cochabamba scoppia la rivolta. I sindacati operai e le organizzazioni contadine locali costituiscono un agguerrito “Coordinamento di Difesa dell’Acqua e della Vita” (<em>Coordinadora de Defensa del Agua y de la Vida</em>); la mobilitazione coinvolge l’opinione pubblica boliviana. Un’ondata di scioperi investe il Paese. In pochi mesi sono centinaia di migliaia i boliviani che si mettono in marcia verso Cochabamba, per unirsi alla protesta. Il governo reagisce dichiarando – è aprile – lo stato d’assedio su tutto il territorio nazionale. A Cochabamba alcuni dei promotori della <em>Coordinadora</em> vengono arrestati nottetempo; altri sono costretti alla clandestinità. Polizia ed esercito convergono sulla città ribelle, che tra l’8 e il 9 aprile si trasforma in un enorme campo di battaglia. I militari sparano sulla folla. Un ufficiale prende la mira e centra alla testa un ragazzo di diciassette anni: tutta la scena si svolge davanti alle telecamere. Si portano i cadaveri (in tutto i morti saranno sei) nella cattedrale, dove comincia una veglia funebre notturna. Tutt’intorno gli scontri continuano. I feriti sono ormai centinaia e la situazione sembra precipitare inesorabilmente. Poi, inaspettatamente, nel pomeriggio del 10 aprile, l’incredibile annuncio: il governo ha annullato unilateralmente il contratto con il consorzio <em>Aguas del Tunari</em>. La gestione della rete idrica cochabambina passa nelle mani della <em>Coordinadora</em>.<br />
In base a quale appiglio legale il governo boliviano ha potuto rescindere l’accordo? Semplice. Il contratto di appalto presentava una piccola irregolarità: il valore della rete idrica cittadina era stato stimato in milioni di dollari, ma poi inspiegabilmente venduto all’<em>Aguas del Tunari</em> (cioè alla International Water) per la misera cifra di 25 mila dollari. I maligni suggeriscono che vi si possa vedere un lampante caso di corruzione.<br />
Manca ancora un ultimo tassello, perché la ricostruzione dei fatti sia completa. In seguito alla rescissione unilaterale del contratto da parte della Bolivia, la Aguas del Tunari/International Water/Bechtel ha denunciato ai tribunali internazionali il governo di La Paz. Il risarcimento richiesto dalla multinazionale ammonta a 25 milioni di dollari: a suo dire, il profitto che avrebbe ricavato dalla gestione dell’acqua cochabambina. Nel 2000 la Bechtel ha dichiarato un reddito di 14,3 miliardi di dollari.<br />
<em>“…Serviamo un pubblico che apprezza ciò che facciamo…”</em></p>
<p><strong>II. 1968-2003: Cronistoria di un&#8217;inversione a U</strong></p>
<p><em>Strasburgo 1968</em> – Carta Europea dell&#8217;Acqua (promulgata dal Consiglio d&#8217;Europa):<br />
<em>“L&#8217;acqua è un patrimonio comune, il cui valore deve essere riconosciuto da tutti. La gestione delle risorse idriche dovrebbe essere inquadrata nel bacino naturale piuttosto che entro frontiere amministrative e politiche. L&#8217;acqua non ha frontiere. Essa ha una risorsa comune, che necessita di una cooperazione internazionale”</em>.<br />
Nel testo della Carta Europea, all’acqua vengono associati termini ed espressioni come “vita”, “esseri viventi”, “salute”, “ambiente”, “vegetale”, “foreste”, “salvaguardia”, “bene/patrimonio comune”. Si tenga a mente questo fatto, man mano che si procederà nella lettura.</p>
<p><em>Mar de la Plata (Argentina) 1977 </em>– Dichiarazione della Prima Conferenza ONU sull’acqua:<br />
<em>“Tutti hanno diritto di accedere all’acqua potabile in quantità e qualità corrispondenti ai propri bisogni fondamentali”</em>.</p>
<p><em>New York 1980 </em>– 55ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite:<br />
<em>“L’Assemblea Generale, profondamente preoccupata che una grande parte della popolazione mondiale non abbia un accesso ragionevole ad acqua sana e abbondante e che una sua parte sempre maggiore sia senza adeguati servizi igienico-sanitari, (&#8230;) proclama il periodo 1981-1990 come ‘Decennio Internazionale dell’Acqua Potabile e del Risanamento’, durante il quale gli Stati membri si assumono l’impegno di apportare un miglioramento sostanziale negli standard e nei livelli dei servizi nell’approvvigionamento dell’acqua potabile e risanamento entro l’anno 1990”</em>.</p>
<p><em>Nuova Delhi 1990 </em>– Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, Conferenza Mondiale su Acqua Sicura ed Igiene, dichiarazione finale “Un po’ per tutti piuttosto che tanta per pochi”:<br />
<em>“La Dichiarazione di Nuova Delhi è un appello a tutte le Nazioni per un’azione concertata mirata ad ottenere due tra i <strong>bisogni umani basilari – acqua potabile sicura ed igiene ambientale</strong>. (…) La sicurezza delle riserve idriche e l’igiene ambientale sono vitali per proteggere l’ambiente, migliorare le condizioni di salute e ridurre la povertà. (…) Milioni di morti ogni anno sono direttamente attribuibili alla mancanza di questi servizi essenziali. I poveri, in particolare donne e bambini, sono le vittime principali”</em>.</p>
<p><em>Dublino 1992 </em>– Conferenza Internazionale delle Nazioni Unite su Acqua e ambiente.<br />
<em>“L’acqua ha un <strong>valore economico </strong>in tutti i suoi utilizzi e dovrà essere riconosciuta come<strong> bene economico </strong>(…). Nel passato, il mancato riconoscimento del valore economico dell’acqua ha comportato sprechi e utilizzi che hanno danneggiato l’ambiente. Gestire l’acqua come un bene economico rappresenta una via al raggiungimento di un suo <strong>uso equo e redditizio </strong>e all’incoraggiamento della conservazione e protezione delle risorse idriche”</em>.<br />
Il 1992 appare a tutti gli effetti come il punto di svolta, l’inizio del rovesciamento concettuale. La polvere sollevata dal crollo del blocco sovietico si è ormai posata. La guerra fredda è finita da poco, ma sembra già appartenere a un’epoca remota. S’avanza come un bulldozer il nuovo dogma liberista. Il mercato globale, non il comunismo, condurrà alla fine della storia. Dunque, del tutto coerentemente, “l’acqua va gestita come un bene economico” perché il suo uso sia “equo e redditizio”; e questo sublime ossimoro riassume alla perfezione l’orizzonte ideologico “liberal” o “riformista” che ha dominato le scene nel decennio passato.</p>
<p><em>Parigi 1998 </em>– Conferenza internazionale su “Acqua e sviluppo durevole”:<br />
“<em>È importante, per quanto concerne lo sviluppo, la gestione, l’utilizzazione e la protezione dell’acqua, promuovere una partecipazione pubblico-privata, consentendo di mettere in campo le migliori esperienze e di favorire finanziamenti a lungo termine; fondare queste attività su un processo decisionale partecipato aperto a tutti gli utilizzatori, in particolar modo le donne, le popolazioni che vivono in povertà ed i gruppi sociali più svantaggiati”</em>.<br />
Appare qui evidente come, accanto alle nobili parole di circostanza sulla necessità di salvaguardare i bisogni dei “gruppi sociali svantaggiati”, intorno alla questione idrica vada formandosi un involucro lessicale e semantico sempre più univocamente liberista: “sviluppo economico”, “finanziamenti”, “risorse finanziarie private”, “costi diretti e indiretti dei servizi”, “investitori”. Lentamente ma inesorabilmente, ogni altro aspetto del problema – sociale, ambientale, sanitario – passa in subordine. Poco più avanti il documento recita: <em>“Dovrà essere favorito il principio <strong>Chi inquina paga</strong> e incoraggiati sistemi attuativi del principio <strong>Chi utilizza paga</strong> sia a livello nazionale che locale e dovranno esser prese misure che facilitino l’apporto di finanziamenti privati ai progetti relativi all’acqua e al sistema di risanamento, tenendo conto della situazione di ciascun Paese e regione”</em>.</p>
<p><em>L’Aja 2000</em> – Dichiarazione del Secondo Forum Mondiale sull’Acqua:<br />
<em>“Per raggiungere la sicurezza idrica, Noi lanciamo le seguenti sfide: (…) dare un valore all’acqua: gestire l’acqua in modo tale da rifletterne il valore economico, sociale, ambientale e culturale presente nei suoi vari utilizzi e indirizzarsi verso una tariffazione dei servizi idrici che rifletta il costo della sua fornitura”</em>.<br />
Non esplicitamente formulato, ma di fatto definitivamente sancito, il nuovo principio recita: <strong>chi paga beve</strong>.</p>
<p><strong>III. I grandi bevitori</strong></p>
<p><em>Tallin 2001</em><br />
La <strong>Edison</strong> è italiana, l’emanazione della Montedison nel settore dell’energia. Come si è detto a proposito di Cochabamba, ha dato vita insieme all’impresa californiana Bechtel alla joint venture “International Water”, con cui si è gettata nel business dell’acqua. Navigando nel suo sito, ho trovato un vecchio articoletto. Il tono è fiero – d’altra parte è naturale che ci si inorgoglisca per i propri successi – e il lessico assolutamente meritevole di attenzione. Tra “opportunità di business” e “interessanti caratteristiche di redditività”, l’impressione è che manchi del tutto un particolare non irrilevante: una rete idrica presuppone l’esistenza di esseri umani e la loro necessità vitale di assumere acqua. L’articolo è il seguente:<br />
<em>“Milano, 12 gennaio 2001 – International Water (joint venture paritetica tra Edison e Bechtel) e United Utilities International hanno concordato l&#8217;acquisto del controllo della AS Tallin Vesi, società che gestisce i servizi idrici di Tallin, capitale dell&#8217;Estonia. L&#8217;accordo prevede la cessione del 50,4% del capitale della società da parte del Comune estone per un controvalore (…) pari a circa 80 milioni di euro. La firma del contratto avviene a conclusione di un&#8217;agguerrita gara internazionale per la privatizzazione della Società concessionaria dei servizi idrici nell&#8217;importante città baltica, che conta ca. 420.000 abitanti. L&#8217;investimento in un Paese con eccellenti prospettive di sviluppo, quale è l&#8217;Estonia, si inserisce nella strategia di crescita all&#8217;estero e di sviluppo in ottica multiutility della Edison, per creare valore attraverso la diversificazione dei servizi e la ricerca di opportunità di business a lungo termine, con interessanti caratteristiche di redditività. International Water (…) è attiva a livello internazionale nel ciclo idrico integrato (captazione, potabilizzazione, distribuzione, smaltimento) ed opera per un complesso di circa 6,5 milioni di abitanti in Europa, Asia ed Australia”</em>.</p>
<p><em>Baghdad 2003</em><br />
<em>“L’etica, l’integrità e l’equità sono imperativi commerciali che non possiamo ignorare, se vogliamo essere fieri della nostra impresa. Dalla fondazione di Bechtel nel 1898, quattro generazioni della famiglia Bechtel hanno gestito l’impresa rispettando le più elevate regole di etica commerciale. La reputazione di Bechtel, che non fa alcun compromesso in materia d’etica, è uno dei migliori atouts dell’impresa”</em>. Con questa ammirevole dichiarazione d’intenti si apre l’opuscolo della <strong>Bechtel Enterprise Holding</strong> dedicato alla deontologia degli affari. Più avanti nella stessa pubblicazione l’impresa californiana impone ai propri operatori il rispetto delle più rigorose norme antitrust. Vediamo come.<br />
Il 18 aprile 2003 (a guerra ancora in corso) l’Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale (UsAid) ha assegnato alla Bechtel la prima tranche di contratti per la ricostruzione in Iraq delle infrastrutture energetiche, idriche e fognarie, dei sistemi sanitari, di un porto e di alcune vie di trasporto. Valore totale del maxicontratto: 680 milioni di dollari (624 milioni di euro). In attesa che la Bolivia paghi i danni per la rescissione del contratto cochabambino, non si può certo dire che l’impresa sia stata a guardare.<br />
Tornando all’etica e all’antitrust, il fatto che George Schultz, segretario di stato ai tempi di Reagan, sieda oggi nel consiglio d’amministrazione della Bechtel può anche non significare nulla; tuttavia sarà interessante sapere che lo scorso febbraio George W. Bush ha nominato membro del consiglio per le esportazioni della Casa Bianca il signor Riley P. Bechtel. Ovvero il presidente e direttore generale dell’impresa omonima.</p>
<p><em>Johannesburg 2003</em><br />
La multinazionale francese <strong>Suez</strong> è uno dei più grandi colossi mondiali nel campo dell’energia e della distribuzione idrica. La sua divisione acqua si chiama Ondeo, fattura fino a 9 miliardi di dollari l’anno, opera in più di 40 paesi (dagli Stati Uniti all’Indonesia) e gestisce i sistemi idrici di decine di grandi città. Ha 125 milioni di clienti in tutto il mondo.<br />
Lo spirito della Suez/Ondeo è ben riassunto nelle parole del suo presidente e direttore generale, Gérard Mestrallet: <em>“Voglio che Suez incarni questi valori – etica, responsabilità sociale, protezione dell’ambiente. Voglio che il nostro nome evochi la nobiltà del nostro lavoro, delle nostre qualità, ma anche i nostri valori. Suez ha il dovere di essere un gruppo di riferimento: moderno, innovativo, caloroso”</em>.<br />
Effettivamente, per la capitale del Sudafrica, Suez ha escogitato un procedimento di distribuzione dell’acqua davvero innovativo. A Johannesburg, nel nuovo sistema idrico privatizzato realizzato dalla multinazionale francese, il consumo mensile delle famiglie allacciate alla rete (che – è bene specificarlo – non raggiunge il 2% del totale, a fronte di un 98% relativo all’industria e all’agricoltura) è monitorato da contatori domestici e l’acqua del rubinetto si compra comodamente con le tessere prepagate nel negozio sottocasa. Nelle intenzioni di Suez, questo sistema di pagamento “contestuale al consumo” servirebbe a evitare i furti d’acqua e l’alto tasso d’insolvenza. Nella pratica, oggi gli abitanti delle township povere intorno alla capitale hanno contatori dell’acqua sofisticati, ma continuano a vivere in capanne di paglia e lamiera, senza gabinetto interno e soprattutto senza rete fognaria.<br />
Secondo un recente studio dell’Università di Witswaterand, a Johannesburg più di 20.000 persone ogni mese perdono la propria acqua domestica a causa dell’aumento dei costi. Le famiglie che si vedono tagliare la fornitura sono costrette ad attingere l’acqua dei fiumi in cui, in mancanza di sistemi di smaltimento, si riversano i liquami fognari, e finiscono così per bere i propri escrementi insieme con l’acqua. Risultato: aumento esponenziale dei casi di dissenteria e un’epidemia di colera (140.000 contagiati).<br />
AQUASSISTANCE è un’associazione non lucrativa di volontariato creata dal Gruppo Suez per “portare aiuto alle popolazioni in difficoltà nel campo dell’acqua e dell’ambiente”, mettendo loro a disposizione “le competenze dei suoi membri e dei suoi mezzi materiali”. Forse qualcuno dovrebbe avvertire Aquassistance che a Johannesburg c’è bisogno di loro… La Suez, infatti, si è finora sempre rifiutata di costruire le infrastrutture necessarie a eliminare l’inquinamento delle falde acquifere. Semplicemente non è interessata all’affare.</p>
<p><em>Bruxelles 2003</em><br />
Vivendi Environnement (Francia), Ondeo/Suez Lyonnaise des Eaux (Francia), RWE/Thames Water (Germania/Gran Bretagna), Danone (Francia), Nestlè (Svizzera), Parmalat (Italia), Edison (Italia)… È curioso: ancora non si è tanto abituati a considerare l’<strong>Unione Europea</strong> come una potenza dominante, nell’agone neoliberista mondiale. Invece, almeno per quanto riguarda il mercato idrico, è proprio così. Si dice che l’America fondi il proprio potere sul petrolio. Ma se è vero che le risorse di idrocarburi vanno inesorabilmente esaurendosi e che le prossime guerre saranno combattute per l’acqua, sarebbe interessante giocare a immaginare quale entità geopolitica occuperà in futuro la posizione di predominio. Per ora, i colossi transnazionali dell’acqua si stanno “semplicemente” espandendo a ragnatela, dall’Europa alle Filippine, dagli Stati Uniti alla Mongolia.<br />
Attualmente la gestione e distribuzione privata dell’acqua coinvolge il 7% della popolazione mondiale, ma il processo di conquista avanza a gran velocità. La conferenza del Wto dello scorso settembre avrebbe dovuto imprimergli una notevole accelerazione, con la definizione conclusiva del GATS (l’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi). Il vertice di Cancún, come si sa, è miseramente fallito; tuttavia, nulla di ciò che accade sembra essere irreparabile, nel mondo degli affari internazionali: i negoziati sull’Accordo, pur in ritardo, continueranno. In sede di discussione sul GATS, l’Unione Europea ha sempre tenuto un comportamento rapace e aggressivo. Per limitarci al caso dell’acqua, ha presentato formale richiesta di privatizzazione delle reti idriche a 109 paesi, di cui ben 50 rientrano nell’elenco delle nazioni più povere del mondo. Ma sarebbe una malignità gratuita pensare che faccia così perché le più importanti imprese del settore sono europee.<br />
Detto en passant, uno dei paesi a cui è stato richiesto di privatizzare l’acqua è la Bolivia.</p>
<p><em>Milano 2003</em><br />
<em>“Danone Vitasnella. L’acqua che elimina l’acqua”</em> (manifesto pubblicitario dell’acqua potabile in bottiglia Danone).</p>
<p>***</p>
<p><em>Qualche sito interessante:</em></p>
<p><a href="http://www.bechtel.com">Bechtel</a><br />
<a href="http://www.edison.it">Edison</a><br />
<a href="http://www.suez.fr">Suez</a><br />
<a href="http://www.inwat.com">International Water</a><br />
<a href="http://www.carta.org/rivista/settimanale/2003/10/sommario.htm">carta almanacco (numero speciale sull&#8217;acqua)</a><br />
<a href="http://www.sgrtv.it/link/numeroacqua/">www.sgrtv.it/link/numeroacqua/</a><br />
<a href="http://www.altraofficina.it/accadueo/">http://www.altraofficina.it/accadueo/</a><br />
<a href="http://www.cipsi.it/contrattoacqua/">contrattoacqua</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/25/mani-in-alto-o-l%e2%80%99acqua-o-la-vita/">Mani in alto: o l’acqua o la vita</a></p>
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		<title>Quello che succede per davvero</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Aug 2003 11:26:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Sergio Baratto</strong></p>
<p></p>
<p>A me sembra che la <strong>censura odierna</strong> conosca modi di raffinata astuzia, per conservarci nell’ignoranza e nasconderci le verità più scomode. Per esempio, perché i giornali non ci parlano del <strong>GATS</strong>? Cos&#8217;è mai questa sigla?<br />
Se si ripercorre brevemente la cronistoria dell’ultimo anno politico, così com’è stata narrata dai mezzi d’informazione, vi si possono individuare due grandi “motivi” – il pericolo no-global e la guerra in Iraq.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/08/03/quello-che-succede-per-davvero/">Quello che succede per davvero</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Sergio Baratto</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/plakat.jpg" alt="plakat.jpg" align="left" border="0" height="200" hspace="4" vspace="2" width="167" /></p>
<p>A me sembra che la <strong>censura odierna</strong> conosca modi di raffinata astuzia, per conservarci nell’ignoranza e nasconderci le verità più scomode. Per esempio, perché i giornali non ci parlano del <strong>GATS</strong>? Cos&#8217;è mai questa sigla?<br />
Se si ripercorre brevemente la cronistoria dell’ultimo anno politico, così com’è stata narrata dai mezzi d’informazione, vi si possono individuare due grandi “motivi” – il pericolo no-global e la guerra in Iraq. E poi c’è anche un tema invadente che, come in una composizione di pessima fattura, tende a sovrastare in volume tutto il resto. Sono le polemichette e le chiacchiere della politica partitica italiana.<br />
<span id="more-101"></span><br />
Il meccanismo è in verità molto semplice: un politico del governo pronuncia una bestialità, i giornali la riportano con grande risalto, l’opposizione risponde indignata, i giornali titolano “È polemica”, il Corriere pubblica un editoriale equidistante che non sopisce la polemica; noi qui, dall’altra parte dell’edicola, quando ci si telefona o ci si incontra, tutti a commentare “Ma l’hai sentita <strong>l’ultima di Berlusconi</strong>, di Borghezio, di Gasparri…?”. La polemica lentamente si sgonfia, dopo le ultime dichiarazioni incrociate, tra un appello al presidente della repubblica e un uso smodato dei termini “responsabile”/”irresponsabile”. Trascorre un breve periodo di decompressione (in cui di solito domina la cronaca nera), poi si ricomincia. Me se si riesce ad estraniarsi per un attimo, se si esce dal circolo vizioso, appare subito lampante la scandalosa vuotezza di tutta la vicenda.</p>
<p><strong>Ci distraggono con le cazzate</strong>, per dirla in breve, ci stordiscono di bestialità, di battute inaccettabili e proclami immorali ma fasulli, risucchiano come vampiri tutta la nostra attenzione e la nostra indignazione, perché non ce ne resti più nemmeno una goccia. Perché non ci accorgiamo di quello che succede per davvero.</p>
<p>E non è che si possa attribuire alla nostra destra la paternità di questo sistema. I governi di centrosinistra si erano dimostrati altrettanto bravi. Chi si ricorda dell’<strong>affaire Mugello</strong>, che tanto occupò le nostre anime politiche e le pagine dei nostri quotidiani nel già remoto 1997? Ricordate la querelle tutt’interna al centrosinistra “Curzi o Di Pietro”? Chi non prova l’impulso, a posteriori, di esclamare “Ma chissenefrega!”? E soprattutto, chi si ricorda come andò a finire? Eppure allora sembrava che l’orizzonte della nostra vita politica non andasse oltre la collina toscana, che il mondo fosse circoscritto alla nostra piccola Italietta. Ci aveva convinto, la joint venture tra politici e sacerdoti dell’informazione. Tutti a discutere di Mugello.</p>
<p>E intanto, cosa accadeva per davvero?</p>
<p>La crisi delle tigri capitaliste asiatiche induceva il Fondo Monetario Internazionale a incrude-lire i propri folli piani di salvataggio; in <strong>Argentina</strong> un’impennata del tasso d’interesse prean-nunciava la catastrofe che avrebbe travolto il paese di lì a quattro anni; con il più classico effetto domino, la <strong>“Normativa sui nuovi alimenti”</strong> adottata dall’Unione Europea, che imponeva l’etichettatura dei prodotti contenenti <strong>OGM</strong>, provocava l’immediata reazione delle grandi multinazionali biotech e l’apertura – tramite il governo degli Stati Uniti – di un contenzioso presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio; si era alla vigilia dell’attuazione (fortuna-tamente sventata) del <strong>MAI </strong>(Multilateral Agreement on Investments &#8211; Accordo Multilaterale sugli Investimenti), che prevedeva di fatto, per le multinazionali, il diritto incondizionato di comprare, vendere e compiere operazioni finanziarie in tutto il mondo scavalcando le legislazioni nazionali e la possibilità di fare causa a uno Stato le cui leggi violassero gli accordi commerciali stabiliti dall’OMC.<br />
Cose grosse. Peccato che nessuno avesse interesse a raccontarcele.</p>
<p>1. GATS: Grandi Ablazioni Tenute Segrete</p>
<p>E funziona ancora, questo metodo, eccome se funziona. Recentemente, andando al lavoro, sono passato davanti a una bottega del commercio equo e solidale. Aveva la vetrina tappezzata di fogli e manifestini. Chissà perché davano l’idea di non essere mai stati letti. Non sembravano consumati dallo scorrere degli sguardi. Anche per me, è stato un caso (il fatto di essermi fermato per cercare l’accendino) che mi sia caduto l’occhio sul volantino. Sì, perché stavo pensando a tutt’altro, ero reduce da una discussione (in cui peraltro eravamo tutti della mede-sima idea) sul razzismo leghista. Erano i giorni in cui <strong>Bossi </strong>chiedeva l’uso del <strong>cannone contro gli immigrati</strong>. Non si parlava che di quello.<br />
Cioè non si parla assolutamente di GATS. <strong>Gianni Riotta </strong>non si infervora sulle pagine del Cor-riere, mentre ci spiega le meraviglie di quell’accordo. Almeno fosse così. Invece no, le informazioni bisogna andare pazientemente a cercarsele su internet, penetrando nelle zone “sovversive” della controinformazione e scremando le notizie serie dai deliri complottistici, o sui fogli della sinistra (dove giacciono seminascoste tra pubblicità della Benetton e celebrazioni del trash). Ma per farlo, bisogna sapere già in partenza cosa si cerca, e questo, mi sembra, è un altro circolo vizioso.</p>
<p>Per correttezza, sono andato a verificare sull’archivio <strong>telematico del Corriere della Sera</strong>. Vi si possono leggere (a volte gratuitamente, più spesso sottoscrivendo un abbonamento) tutti gli articoli comparsi sul quotidiano dal 1992. Ho inserito la parola “<strong>GATS</strong>” e limitato la ricerca all’ultimo anno e mezzo: dal 1° gennaio 2002 al 17 luglio 2003. Risultato: trovati <strong>due articoli</strong>. Il primo è uscito il 27 gennaio 2003, s’intitolava “E i disobbedienti preparano già la sfida al G8 di Evian”, citava di striscio il GATS senza spiegare cos’è e per il resto era il solito articolo sui no global arrabbiati e sovversivi a cui il Corriere ci ha abituati da Genova in poi. Il secondo (comparso il 18 febbraio 2002) si è rivelato essere la recensione di una mostra di pittori catalani a Parigi.<br />
Poi ho inserito la parola “<strong>Borghezio</strong>”, e mantenuto lo stesso arco temporale della ricerca pre-cedente. Risultato: <strong>129 articoli</strong>.<br />
Infine, ho inserito la parola “<strong>Mugello</strong>” e limitato la ricerca al solo anno 1997. Risultato: <strong>463 articoli</strong>.</p>
<p>Il fatto è che (un po’ come nel 1997) oggi si è alla vigilia di avvenimenti cruciali, che avranno delle ripercussioni enormi anche sulle nostre vite, e non certo metaforicamente. Che saranno immensamente più esplosivi, per gran parte dell’umanità, del cannone ad aria compressa di Umberto Bossi o delle battute volgari di Berlusconi. Perché nessuno ha interesse a raccontarceli?</p>
<p>2. Cosa succede per davvero?</p>
<p>Succede per esempio che in Messico, a <strong>Cancún</strong>, tra il 10 e il 14 settembre 2003 si terrà la quinta conferenza ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o World Trade Organization, WTO). L’occasione è particolarmente importante, perché in quella sede si prevede che i negoziati sull’<strong>applicazione del GATS </strong>entrino nella loro fase finale. Le decisioni che vi dovessero venir prese, andrebbero a incidere in maniera profonda e definitiva sulla vita economica e sociale del mondo intero. Non è un’esagerazione, se si pensa che dell’OMC fanno parte circa 140 paesi – vale a dire la quasi totalità dell’economia mondiale.</p>
<p>Il GATS, dunque. Cosa mai sarà? Una mia amica suggerisce scherzosamente che sia l’acronimo di Great American Trains Show; qualcun altro lo confonde con un musical sui felini. Nella realtà, purtroppo, sta molto più prosaicamente per <strong>General Agreement on Trade in Services</strong>, “Accordo Generale sul Commercio dei Servizi” (l’acronimo italiano – AGCS – è ancora più ignoto). La sua base teorica si fonda su un’emanazione del dogma liberista: se il principio vuole che tutto vada considerato come una merce, non si vede perché i “servizi” debbano sfuggire a questa regola.<br />
Il duplice obiettivo del GATS è la progressiva <strong>liberalizzazione del mercato dei servizi </strong>e la creazione per esso di un sistema di regole comuni. Così lo definisce l’OMC: “il primo accordo multilaterale atto a fornire diritti legalmente vincolanti al commercio di tutti i servizi”.</p>
<p>Di “servizi”, l’OMC ne ha classificati 160. Nella nostra vita quotidiana ne usufruiamo continuamente: <strong>telecomunicazioni, servizi bancari e postali, acqua, sanità, istruzione, sistema pre-videnziale, raccolta dei rifiuti, rete fognaria, distribuzione dell’energia, manutenzione delle infrastrutture, trasporti</strong>… Tutti servizi pubblici. Tutte merci.</p>
<p>Secondo le stime dell’OMC il settore dei servizi rappresenta oggi il 60% della produzione e dell’occupazione totali nel mondo. Il piatto è troppo ricco, si capisce, perché a nessuno venga voglia di metterci sopra le mani.</p>
<p><strong>Se il GATS verrà ratificato </strong>nella sua forma attuale, per i settori sopraelencati le conseguenze saranno decisamente sostanziose: il mercato dei servizi si aprirà alle imprese straniere, mentre agli stati nazionali sarà di fatto impedito qualsiasi tentativo di regolamentazione e controllo. Naturalmente i principali beneficiari dell’Accordo saranno i soliti <strong>colossi transnazionali</strong>. Dopodiché, al limite, si può sempre credere che la loro irruzione nelle fragili economie dei paesi in via di sviluppo non procuri alcun danno ma rechi tanto beneficio.</p>
<p>Ma le privatizzazioni dei servizi sono già una realtà da anni, si potrebbe obiettare.</p>
<p>Sì. Ma c’è una piccola, astuta gabbola, che si chiarisce solo se si tiene presente che una delle clausole contenute nel GATS vieta a governi e amministrazioni pubbliche di introdurre norme discriminatorie nei confronti degli investitori stranieri. In questo senso, per esempio, la quota di azioni (golden share) che uno stato o un’amministrazione pubblica detengono con la tra-formazione degli enti pubblici in Società per Azioni (e che dovrebbe garantire un certo pote-re di controllo), diventerebbe illegale. È un’eventualità assurdamente possibile, quella per cui un’azienda faccia causa presso l’OMC a uno stato nazionale (o addirittura a un’amministrazione comunale). Che vinca la causa, poi, è un’eventualità tutt’altro che remota.</p>
<p>I più informati controbattono che il GATS esclude dal proprio raggio d’influenza (art. 1.3) i “servizi forniti nell’esercizio dei poteri governativi che non siano forniti su base commerciale o in concorrenza con uno o più fornitori”.</p>
<p>Altra gabbola: come si sa, pressoché ovunque in Europa (tanto per restare dalle nostre parti) ampi settori dello stato sociale vengono già forniti a condizioni di mercato. Per questo motivo, cadono automaticamente nell’area d’influenza del GATS.</p>
<p>Istruzione, sanità, previdenza… I servizi pubblici che non vedano la concorrenza di fornitori privati sono sempre meno: e non è molto consolante sapere che tra questi pochi vi sono la di-fesa nazionale e l’emissione di moneta legale.</p>
<p>La terza obiezione richiede una digressione un po’ più lunga e un breve viaggio retrospettivo a Buenos Aires.</p>
<p>3. Adesso piangi pure, Argentina</p>
<p>“Basta con questi preconcetti criptocomunisti! La privatizzazione non è necessariamente un male: la libera concorrenza contribuirà a mantenere sotto controllo i costi dei servizi, e poi le aziende proprietarie avranno tutto l’interesse a fornire un servizio conveniente e di qualità, pena la perdita di clientela”.</p>
<p>Si potrebbe rispondere con un elenco anche sommario dei disastri del <strong>tatcherismo </strong>(il padre spirituale dell’odierno neoliberismo) in Gran Bretagna, ma sarebbe fin troppo facile.</p>
<p>Si prenda invece il caso più recente e noto della catastrofe economica argentina. Laggiù è stato il Fondo Monetario Internazionale, ma l’effetto è stato analogo. Tutta la faccenda è molto complessa perché la si possa riassumere in poche righe. Sommariamente, i fatti sono più o meno questi: a fronte di una crescente crisi economica, il governo liberista argentino chiese un prestito al FMI; il FMI, com’ è suo costume, subordinò l’erogazione del prestito a una serie di revisioni economiche strutturali, tra cui la <strong>privatizzazione della quasi totalità dei servizi pubblici</strong>; le imprese straniere si gettarono a pesce sulla svendita dello stato sociale argentino. Gli utili derivati dalla gestione privata dei servizi pubblici, dove credete che siano finiti? Sono stati reinvestiti in Argentina, per il miglioramento degli stessi, oppure sono fuggiti lontano, in quelle ardite speculazioni finanziarie che James Tobin proponeva ingenuamente di tassare dello 0,1 %?</p>
<p>4. Il comportamento dell’UE</p>
<p>L’insulto più diffuso è “<strong>protezionisti</strong>”. Lo pronunciano con una sorta di voluttuosa indignazione; sulle loro bocche suona come un misto aberrante di oscurantismo e cecità morale. L’accusa, implicita ma neanche tanto, è di <strong>antimodernismo</strong>. D’altra parte non è quello che si vuol intendere per esempio quando si dice che “sono i <strong>no-global </strong>i veri conservatori”?</p>
<p>In teoria, il protezionismo è il nemico numero uno dell’OMC e, per la nota proprietà dell’auto-identificazione teleologica, lo è anche – così dicono – dell’umanità e del progresso.<br />
In pratica, il comportamento dell’Unione Europea nella faccenda del GATS costituisce a questo proposito un esempio interessante e istruttivo.</p>
<p>Nel marzo di quest’anno l’Unione Europea ha presentato presso l’OMC le richieste di liberalizzazione dei servizi che intende fare ai paesi terzi. I paesi coinvolti sono 109, 50 dei quali sono tra i più poveri del mondo. A questi l’UE chiederà l’apertura pressoché totale del settore dei servizi alle proprie imprese. Naturalmente, a conferma della tesi secondo cui gli stati nazionali non sono più che semplici passacarte, la trattativa che ha portato alla definizione della bozza unitaria di proposta si è svolta nella più <strong>totale segretezza</strong>. Né l’opinione pubblica né i parlamenti dei singoli membri dell’Unione sono mai informati del contenuto della discussione.</p>
<p>La faccenda si fa ancora più interessante se si va a vedere qual è l’atteggiamento dell’UE rispetto ai servizi che è disposta a liberalizzare. Sorprendentemente, si scopre che la proposta dell’UE sembra concedere poco, e soprattutto esclude settori importanti come l’istruzione, la sanità e – guarda caso – l’acqua. Sembrerebbe proprio una doppia posizione, questa che pretende la difesa dei propri servizi e chiede nel contempo agli altri di liberalizzare completamente i loro. Bisognerebbe domandarsi quanto, nella fase di negoziato vero e proprio, sarà in grado di mantenerla, dato che lo scopo del nuovo round del GATS (quello che dovrebbe concludersi proprio a Cancún) riguarda precisamente l&#8217;estensione oggettiva e soggettiva dei servizi cui si applicano i principi teorici dell’Accordo.</p>
<p>Detto questo, guai ad attribuirle un atteggiamento “protezionista”! Solo <strong>José Bové </strong>e i suoi amici meritano quello sporco appellativo.</p>
<p>Se poi l’UE riuscisse a imporre la propria volontà (il che, come si è visto, è alquanto improbabile), resterebbero i gravi danni che l’Accordo può portare alle popolazioni del Terzo Mondo. Di fronte ai quali, in effetti, sono possibili due reazioni: possiamo considerarli come danni arrecati a noi stessi oppure fregarcene. Qui da noi finora la seconda opzione è stata di gran lunga la più praticata.</p>
<p>Materiali e informazioni su WTO, GATS e la conferenza di Cancún si possono reperire sui seguenti siti:</p>
<p><a href="http://www.attac.org/italia/privatizzazioni/nogats.htm">www.attac.org/italia/privatizzazioni/nogats.htm</a></p>
<p><a href="http://www.campagnawto.org">www.campagnawto.org</a></p>
<p><a href="http://www.stopwtoriva2003.org">www.stopwtoriva2003.org</a></p>
<p><a href="http://www.manitese.it/mensile/103/wto.htm">http://www.manitese.it/mensile/103/wto.htm</a></p>
<p><a href="http://www.nadir.org/nadir/initiativ/agp/free/cancun/">http://www.nadir.org/nadir/initiativ/agp/free/cancun/</a></p>
<p><a href="http://www.wto.org/index.htm">www.wto.org/index.htm</a></p>
<p><a href="http://www.esteri.it/polestera/wto/omc.htm">http://www.esteri.it/polestera/wto/omc.htm</a></p>
<p>Immagine: <a href="http://www.gats-stoppen.de/">http://www.gats-stoppen.de/</a></p>
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