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	<title>Nazione Indiana &#187; Sergio Bologna</title>
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		<title>Errorismo di Stato</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 05:16:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p>di</p>
<p><strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, <strong>Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato</strong>. Laterza, Bari 2010.<br />
Nemmeno i negazionisti erano arrivati a tanto. Si erano limitati a dire che i campi di sterminio non erano mai esistiti, ma non si sono spinti a dire che gli ebrei avevano gasato i nazisti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/04/teorema-operaio/">Errorismo di Stato</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36801" title="63966" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/63966-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" /></a></p>
<p>di</p>
<p><strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, <strong>Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato</strong>. Laterza, Bari 2010.<br />
Nemmeno i negazionisti erano arrivati a tanto. Si erano limitati a dire che i campi di sterminio non erano mai esistiti, ma non si sono spinti a dire che gli ebrei avevano gasato i nazisti. I tre autori di questa nuova prova della miseria italiota vanno oltre il negazionismo. L’arresto di Toni Negri e di molti suoi compagni il 7 aprile 1979 è stato il primo atto di una persecuzione giudiziaria e di un linciaggio mediatico che non aveva precedenti nella storia d’Italia dal 1945 ad allora e non ha avuto eguali nei trent’anni successivi. Nel libro in questione Toni Negri appare invece come un criminale dal volto ancora sconosciuto, grazie alla “copertura” dei servizi di Stato deviati e golpisti. “Getti la maschera” continua a gridargli Calogero, “scopra finalmente il suo volto”, “esca dal suo nascondiglio”! E questo lo grida a un uomo bersagliato per mesi da titoli cubitali dei giornali come l’ispiratore di 17 omicidi (così recitava il primitivo mandato di cattura stilato da Calogero), a un uomo del quale sono stati gettati in pasto alla folla affetti personali e appunti sul notes, agende telefoniche e abitudini quotidiane. Toni Negri tra galera e domicili coatti si è fatto 11 anni. E qui viene definito come uno che lo Stato ha colpevolmente protetto.<br />
Sono passati poco più di trent’anni da allora e trent’anni esatti dalla sconfitta della classe operaia Fiat dopo l’occupazione durata 35 giorni. Trent’anni lungo i quali tanti fili si sono spezzati, tante sequenze sono state interrotte, tranne una sola: l’umiliazione del lavoro. A leggere oggi certe testimonianze su come vengono trattati i giovani laureati negli stages, a scorrere le cronache sui 35 operai morti nelle pulizie delle cisterne, a navigare sui blog dove centinaia di giovani italiani raccontano d’essersene andati da un Paese per loro invivibile, viene da dire: “Sono stato di Potere Operaio e ne sono orgoglioso”.<br />
<span id="more-36800"></span><br />
 Potere Operaio voleva dire che il lavoro non si deve lasciar umiliare, e se qualcuno – chiunque sia – vuole umiliarlo, il lavoro deve ribellarsi, deve alzare la testa. E’ l’unica condizione perché in un Paese ci sia democrazia. E’ l’unica condizione perché un Paese possa valorizzare le sue risorse umane, è l’unica condizione perché nell’impresa ci sia innovazione, è l’unica condizione perché il servizio pubblico sia rispettoso dei cittadini, è l’unica condizione che permette alla maggioranza di vivere meglio. Perché la maggioranza dei cittadini di questo Paese vive del proprio lavoro.<br />
Ma forse c’è un’altra sequenza che non si è mai interrotta: la disinformazione. Non si è mai fermato il degrado dell’informazione quotidiana, un degrado morale e linguistico. Basta poco, basta sfogliare un grande quotidiano italiano e un grande quotidiano tedesco, britannico, francese, americano, spagnolo. C’è un abisso. “Il ritorno dei cattivi maestri”, titolava l’altro giorno in prima pagina “La Stampa” l’articolo di un suo giornalista. Torna la solfa dei cattivi maestri. E torna non a caso in un momento di crisi politico-istituzionale che apre una fase oscura, inquietante, dove quel poco di Stato che ancora esiste ed esiste perché c’è della gente che ci dedica tutti i suoi talenti, le sue energie, gente che cerca di arginarne lo sfascio, rischia di sgretolarsi. Si fregano le mani in tanti che Berlusconi sia al tramonto, ma troppi tra questi hanno dato una spinta perché il lavoro venisse umiliato. Non solo c’è un’opposizione inesistente ma anche quella che sembra più intransigente, ci marcia con la solfa dei cattivi maestri, affonda le mani in questa melma.<a href="http://www.youtube.com/watch?v=tquP3Gg169s&#038;feature=channel"> Sul blog di Beppe Grillo</a> si poteva da settimane leggere le affermazioni di un giornalista, un certo Fasanella non nuovo a questa bravate, che anticipava le tesi di Calogero e accostava le “coperture” di cui avrebbe goduto l’Autonomia padovana a quelle che rendono ancora insoluto il mistero di Ustica. Abbiamo perduto amici, alcuni dei quali erano come fratelli, morti prematuramente, logorati dalla persecuzione giudiziaria, da carceri preventivi: Luciano Ferrari Bravo, Emilio Vesce, Augusto Finzi, Sandro Serafini, Guido Bianchini. Non possiamo tollerare che le loro tombe vengano insozzate in questo modo!<br />
E’ un brutto momento e può succedere di tutto. Se è vero che l’imbeccata di questa nuova campagna contro i “cattivi maestri” è venuta da alte cariche dello Stato c’è da stare in guardia, vuol dire che la crisi politico-istituzionale è più grave di quanto appaia. Proprio in questi giorni esce nelle librerie l’edizione completa, digitalizzata, della rivista “Primo Maggio”. Ecco il volto dei cattivi maestri, ecco le loro parole. Volete scoprire la loro faccia? Leggete, banda di miserabili. A 30 anni di distanza quei lavori di ricerca, di analisi, quelle inchieste, conservano la loro dignità intellettuale e spesso sono ancora attuali. Abbiamo saputo prendere le distanze allora da pratiche e discorsi dell’Autonomia e dei partiti armati. Lo abbiamo fatto per coerenza d’idee, non per opportunismo, ed è questo che determina oggi l’interesse di tanti giovani per i nostri scritti di quel tempo. Il filone di pensiero che parte dall’operaismo è uno dei pochi che ha dimostrato di resistere alla sfida della globalizzazione e del postfordismo, è rimasto al passo dei tempi. Forse perché al fondo aveva un principio saldo ed elementare: il lavoro non deve lasciarsi umiliare. Abbiamo difeso il lavoro altrui, noi che operai non eravamo. Oggi dobbiamo difendere il lavoro cognitivo, il nostro lavoro, il lavoro intellettuale, più disprezzato e umiliato di quello manuale. Per questo dobbiamo affrontare le infamie della carta stampata a viso aperto, anzi, a brutto muso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/04/teorema-operaio/">Errorismo di Stato</a></p>
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		<title>Radio Kapital: Sergio Bologna (come un&#8217;invettiva)</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 11:36:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<em>immagine di effeffe</em></p>
<p><strong>Grêveries</strong><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/20/radio-kapital-sergio-bologna-come-uninvettiva/">Radio Kapital: Sergio Bologna (come un&#8217;invettiva)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap-300x205.jpg" alt="" title="radiokap" width="300" height="205" class="aligncenter size-medium wp-image-35912" /></a><br />
<em>immagine di effeffe</em></p>
<p><strong>Grêveries</strong><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi? Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano. C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente. “Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente).<br />
Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!</p>
<p><strong>Nota di effeffe</strong><br />
Dopo il primo commento di Jacopo Galimberti ho chiesto a Sergio Bologna di accettare la sfida con una replica. Quella che segue è la risposta alla domanda : Come si fa a difendere la democrazia?<br />
<span id="more-35911"></span><br />
 La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro? Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale. Il primo viene dalla Rivoluzione francese, il secondo dall’affermazione del movimento operaio e sindacale. Il primo è costato un sacco di morti, il secondo forse molto di più, ma in genere morti silenziose. Milioni di donne e di uomini che hanno rischiato la vita, la miseria, la galera, il licenziamento per essere rispettati sul luogo di lavoro ed avere dallo stato un sistema previdenziale e assistenziale, il cosiddetto “modello sociale europeo”. L’azione quotidiana di quei milioni di persone ha creato case del popolo, cooperative, scuole professionali, asili nido, ambulatori – insomma una specie di società parallela che viveva “separata” e con minimi livelli di autosufficienza dalla società in generale. Ha posto per prima il problema dell’eguaglianza femminile, ha combattuto l’alcolismo, ha guardato con rispetto ed interesse agli altri popoli (che conosceva, perché era costretta ad emigrare), ha condotto la lotta antifascista. Ed ha capito una cosa fondamentale che la cultura borghese non vuole capire: un diritto vale quando esiste nei fatti non quando è scritto sulla carta di una qualche costituzione. E’ una diversa concezione della democrazia, quella sostanziale contrapposta all’idea formale di democrazia. Di questa parlo io. Se non ci mettiamo d’accordo sui termini, è difficile capirsi. Nell’Italia del secondo dopoguerra questa forma di democrazia era forse la più solida d’Europa, grazie anche ai comunisti, ai socialisti, ai cattolici di base, a tutti coloro che avevano imparato queste cose sul luogo di lavoro.</p>
<p>Questo immenso patrimonio è andato disperso, in parte anche per scelte politiche precise: si pensi al XIX Congresso del PCI, artefice l’attuale Presidente della Repubblica, più ancora che Occhetto, che ha buttato a mare come roba vecchia il partito di massa per scegliere il toyotista lean party (“è come se si fossero licenziati su due piedi 800.000 militanti”, disse una volta una compagna che aveva fatto la Resistenza). Si pensi all’ondata di privatizzazioni, che hanno consegnato nelle mani di qualche avventuriero della finanza enormi patrimoni economici pubblici (e l’operazione “Mani Pulite” che avrebbe dovuto colpire la corruzione, in realtà ha dato una mano a questo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato). Ma questo è il meno, dopo tutto, il partito di massa era formula vecchia e l’economia pubblica era saccheggiata dai partiti di maggioranza.</p>
<p>Là dove la democrazia sostanziale italiana muore, là dove c’è il vero passaggio di civiltà, la vera tragica svolta epocale, è nella flessibilizzazione del lavoro. E’ lì che vengono erosi nei fatti diritti che sulla carta esistono ancora. Le imprese si frammentano e così si arriva ad oggi dove il 52% della forza lavoro dipendente non gode delle tutele dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori perché il numero degli addetti è inferiore alla soglia dei 15. Gli accordi sindacali del luglio 1993 garantiscono tregua salariale e di fatto spengono le lotte operaie (chi è andato in queste settimane a parlare con gli operai delle fabbriche occupate o presidiate dai lavoratori, ha trovato fabbriche che non scioperavano da 16 anni). E’ cambiata la struttura tecnica dell’impresa, lo stile di management, il lavoro sempre più precario, l’impossibilità dei giovani d’inserirsi…si potrebbe continuare all’infinito (la globalizzazione ecc. ecc.). Tutte cose considerate “minori”, che non fanno notizia, quotidiane, ma è qui che la democrazia sostanziale muore e attraverso le quali si perdono anche libertà civili (di recente ho scoperto che esistono contratti che prevedono il licenziamento per il dipendente che “confessa” a un suo collega quanto percepisce di salario). E’ sul rapporto di lavoro che l’uomo perde la sua dignità, quando si accetta come normale e persino lodevole che giovani, soprattutto laureati, lavorino per mesi gratuitamente in cosiddetti tirocinii con la speranza di essere assunti (ma perché mai se ci sono altri mille pronti a prendere il loro posto gratis?). E’ qui che muore la democrazia, è qui che sta morendo il diritto di sciopero, anche se nessuno lo ha tolto dalla carta costituzionale. Muore nei fatti. Ma su questo si tace, lo si considera un’evoluzione fisiologica dei modi di produzione. L’attenzione è posta su intercettazioni, conflitti d’interesse, mafie, il protagonista della società, la grande speranza è il magistrato, figura che assume il ruolo del demiurgo, del liberatore dal Male. Ne risulta distorta la stessa funzione della magistratura, prevista dai principi della democrazia borghese. La magistratura non deve sostituirsi all’azione politica. Ma la politica, la vera politica, è quella praticata dalla società, non dai partiti, dai milioni di uomini e di donne che giorno per giorno cercano di rendere più civile l’ambiente in cui vivono, più giusta la relazione tra persone, di quelli che non fanno alcun atto di eroismo né alcun gesto da prima pagina. Come può la magistratura dare un supporto a queste mille azioni quotidiane? Su questo microcosmo è impotente (e forse disinteressata). Molte di queste pratiche sociali – unico baluardo di una democrazia sostanziale – sono note. Ma rimane ancora da capire come si fa a rovesciare il degrado dei rapporti di lavoro. Gli stessi giuslavoristi affermano che non è più questione di produzione legislativa ma di contrattazione. Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali? Queste sono le domande centrali. Ci sono riusciti operaie e operai analfabeti, che vivevano in condizioni miserabili, ci hanno messo mezzo secolo (dalle prime società di mutuo soccorso ai primi sindacati industriali). Perché non dovrebbero riuscirci milioni di giovani scolarizzati, overeducated? Chi non è d’accordo con il mio piccolo sfogo forse ha un’idea della democrazia del tutto diversa dalla mia, ritiene più urgenti certe battaglie di altre, considera “un male minore” quelle che per me sono vere tragedie della civiltà. Si tratta di punti di vista, ma come faccio a rinunciare al mio, se su quello ho costruito 50 anni di presenza nella società e di comportamento privato?</p>
<p><strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/20/radio-kapital-sergio-bologna-come-uninvettiva/">Radio Kapital: Sergio Bologna (come un&#8217;invettiva)</a></p>
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		<title>Radio Kapital: Romano Alquati</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 08:25:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2.jpg"></a><br />
<strong>Hommage</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/08/radio-kapital-romano-alquati/#footnote_0_32642" id="identifier_0_32642" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Lo scorso 3 Aprile &#232; mancato a Torino, all&#38;#8217;et&#224; di 74 anni, Romano Alquati, esponente di spicco del pensiero operaista di cui fu uno degli iniziatori, partecipando alla redazione dei &#38;#8220;Quaderni rossi&#38;#8221; prima e di &#38;#8220;Classe Operaia&#38;#8221; poi">1</a><br />
di<br />
<a href="http://www.lumhi.net">Sergio Bologna</a></p>
<p>Non frequentavo Romano da una trentina d’anni, poco so della sua attività di docente, segnali e messaggi mi arrivavano ogni tanto da suoi allievi, persone in genere che avevano “una marcia in più” grazie al suo insegnamento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/08/radio-kapital-romano-alquati/">Radio Kapital: Romano Alquati</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2-300x225.jpg" alt="" title="bologna2" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-32643" /></a><br />
<strong>Hommage</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/08/radio-kapital-romano-alquati/#footnote_0_32642" id="identifier_0_32642" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Lo scorso 3 Aprile &egrave; mancato a Torino, all&amp;#8217;et&agrave; di 74 anni, Romano Alquati, esponente di spicco del pensiero operaista di cui fu uno degli iniziatori, partecipando alla redazione dei &amp;#8220;Quaderni rossi&amp;#8221; prima e di &amp;#8220;Classe Operaia&amp;#8221; poi">1</a></sup><br />
di<br />
<a href="http://www.lumhi.net">Sergio Bologna</a></p>
<p>Non frequentavo Romano da una trentina d’anni, poco so della sua attività di docente, segnali e messaggi mi arrivavano ogni tanto da suoi allievi, persone in genere che avevano “una marcia in più” grazie al suo insegnamento. Quindi il modo migliore di ricordarlo mi sembra quello di andare indietro nel tempo, quando anch’io bene o male stavo imparando da lui e dai compagni che avevano messo in piedi i “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Quaderni_Rossi">Quaderni Rossi</a>”. Ho detto in altre testimonianze e debbo ribadirlo anche adesso che alle riunioni generali dei “Quaderni” non ricordo di aver mai aperto bocca, parlando solo se interpellato, poi magari nel gruppo milanese mi davo abbastanza da fare ma in sostanza gli anni dei “Quaderni” sono stati per me Bildungsjahre.</p>
<p>Conricerca quindi. Non è mica facile dire che significato aveva questa parola. Perché certamente si tratta di una tecnica ma non formalizzata e forse non formalizzabile. Possiede lo stesso carattere sfuggente se la chiamiamo metodo, approccio. Quindi proviamo a procedere per esclusione. L’inchiesta sociologica può essere formalizzata, anzi può essere ridotta a procedura, c’è un metodo alle spalle, un sistema di pensiero. Il metodo della storia orale anch’esso può esser formalizzato in una serie di prescrizioni, anzi, dal punto di vista della tecnica può essere ridotto a manuale.<br />
<span id="more-32642"></span><br />
E’ chiaro che nessuno di questi approcci poteva interessare Romano anche se li conosceva bene e ne prelevava tutti gli elementi utili. Ma qualunque approccio disciplinare gli sarebbe stato troppo stretto perché lui e molti di quella generazione più che un bisogno di strumenti di conoscenza avevano un bisogno identitario prepotente e sofferto, quello di liberarsi dalla stretta della storia ormai conclusa del conflitto fascismo-antifascismo, dell’Italia repubblicana, della DC e del PCI. I conflitti erano altri, il ciclo mondiale era un altro, era una cosa grossa, pesante come sarebbe stata anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Per capire i contorni del nuovo ciclo storico e trovarvi piena cittadinanza (questo intendo per bisogno identitario) Romano e prima di lui Danilo Montaldi, al quale a mio avviso Alquati deve moltissimo, scelsero di indagare<em> “l’uomo che verrà”</em>, per riprendere il titolo di un film fortunato. Cosa intendo dire? Quando Danilo parla con il militante politico di base che le ha fatte tutte o con i personaggi inurbati delle periferie milanesi, o quando Romano parla con un operaio delle Ferriere, anch’esso ancora legato più o meno al mondo contadino, mettono in moto un sistema complesso di conoscenze, memorie, sensazioni, affetti, brandelli di letture, esperienze, schiudono un piccolo “vaso di Pandora” trabordante di indicazioni su “chi siamo”, “come funziona adesso la baracca”, “chi e che cosa ci impedisce di essere liberi”, “chi ci sta raccontando delle balle”, “quali sono le cose serie, che anche tra trent’anni ci troveremo tra i piedi”, “la tecnica da che parte la prendiamo, ci opprime soltanto o ci mette in mano degli strumenti”, “quanta parte della tua memoria mi porto dentro senza saperlo”, “per cavarmela, per difendermi io ho imparato questo e questo” ecc., ecc.. Cose che possono essere riassunte nella definizione “ricerca della soggettività altrui”, io penso invece che fossero in primo luogo un modo per chiarire a se stessi la propria identità, per trovare la propria cittadinanza dentro un mondo i cui contorni si chiarivano man mano che il dialogo e la partecipazione alla vicenda operaia andavano avanti. Chi attiva veramente conricerca non si sente mai “un ricercatore”, non percepisce mai se stesso come tale, non sente mai di essere qualcosa di diverso, di “altro&#8221; dalla persona con cui sta parlando. Pertanto non ha come bisogno primario quello di conoscere i tratti formali di una disciplina, di un metodo di ricerca. Il suo bisogno primario è quello di assumere un comportamento, uno stile di relazione, un’affettività, una complicità. E’ un gesto dove mette in gioco tutta la propria fragilità e insicurezza, dove le idee confuse sulla propria identità e collocazione storica si chiariscono poco a poco. Dev’essere un gesto alla pari e al tempo stesso di distanza, niente di peggio che un rapporto vischioso, il rispetto per gli altri esige distanza. E qui, inutile girarci attorno, c’è chi ci riesce e chi no, chi ha la struttura umana, la sensibilità, l’intelligenza, la passione e chi non le ha oppure riesce ad esprimerle in altri campi. Qui c’è l’uomo e Romano era quest’uomo, inimitabile.</p>
<p>Così riusciva a vedere quel che altri non vedono, riusciva ad attribuire un valore a cose che gli venivano trasmesse che altri non sarebbero stati in grado di cogliere o che fraintendevano. Un esempio: l’analisi della passività operaia. Per gli sciocchi militanti tradizionali gli operai esistevano solo quando lottavano. Leggere in senso positivo o, meglio ancora, ambivalente i lunghi periodi di passività della classe operaia è stato un forte passo avanti, anche per indagare meglio certi periodi storici (si pensi al problema del consenso durante il fascismo). Quindi Romano ci ha insegnato a cogliere le sfumature, le sfaccettature, le enormi differenziazioni all’interno del corpo della classe operaia. Da qui nasce il concetto di composizione di classe, che poi si è rivelato assai utile per non incorrere in quelle generalizzazioni senza senso che sono la negazione stessa sia dell’indagine che dell’iniziativa. Il conflitto industriale infatti parte sempre da una situazione specifica. Dalle condizioni generali di sfruttamento (salari, ritmi, orari, ambiente, rischio), che costituiscono per così dire la piattaforma costante del conflitto, per arrivare al dunque c’è sempre bisogno di qualcosa di specifico, di esemplare.</p>
<p>Ancora due cose vorrei aggiungere. Romano non solo ci ha insegnato a non assumere il ruolo di “ricercatore” facendo conricerca, non solo ci ha insegnato a mettere da parte un ruolo professionale formalizzato per raggiungere obbiettivi più alti e a più lunga scadenza, ma ci ha anche insegnato a sostituire il concetto di “direzione” con quello di “servizio”. Non ha mai pensato di voler essere né di voler formare “dirigenti” della classe operaia, rompendo in tal modo il cordone ombelicale con la cultura e la tradizione comuniste. Aveva però chiaro in testa che c’è chi è in grado di tirare, chi ha le idee più chiare degli altri, chi vede più lontano e chi no. Non gli importava un fico secco di “scrivere per tutti”, aveva sviluppato un linguaggio tutto suo, uno stile di scrittura inimitabile, chi era in grado di seguirlo bene, chi lo trovava astruso, peggio per lui. Segno evidente di un caratteraccio, come si dice in gergo. Ma proprio per questo coloro che lo hanno conosciuto non solo cercavano di ascoltare i suoi insegnamenti, ma anche gli volevano bene. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/08/radio-kapital-romano-alquati/">Radio Kapital: Romano Alquati</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_32642" class="footnote">Lo scorso 3 Aprile è mancato a Torino, all&#8217;età di 74 anni, Romano Alquati, esponente di spicco del pensiero operaista di cui fu uno degli iniziatori, partecipando alla redazione dei &#8220;Quaderni rossi&#8221; prima e di &#8220;Classe Operaia&#8221; poi</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Radio Kapital &#8211; Sergio Bologna</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 06:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><em>Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</em> <strong>S.B.</strong></p>
<p>Intervista, che potete trovare anche <a href="http://www.lumhi.net/">qui</a><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/29/radio-kapital-sergio-bologna/#footnote_0_32278" id="identifier_0_32278" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="LIBERA UNIVERSITA&#38;#8217; DI MILANO E DEL SUO HINTERLAND
&#171;Franco Fortini&#187;">1</a>  a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/">Sergio Bologna</a> su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale.<br />
Egea Editore, Milano 2010, pp. 325</p>
<p> <em>Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per il Piano Generale dei Trasporti e della Logistica.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/29/radio-kapital-sergio-bologna/">Radio Kapital &#8211; Sergio Bologna</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-300x298.jpg" alt="" title="bologna2" width="300" height="298" class="aligncenter size-medium wp-image-32285" /></a></p>
<p><em>Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</em> <strong>S.B.</strong></p>
<p>Intervista, che potete trovare anche <a href="http://www.lumhi.net/">qui</a><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/29/radio-kapital-sergio-bologna/#footnote_0_32278" id="identifier_0_32278" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="LIBERA UNIVERSITA&amp;#8217; DI MILANO E DEL SUO HINTERLAND
&laquo;Franco Fortini&raquo;">1</a></sup>  a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/">Sergio Bologna</a> su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale.<br />
Egea Editore, Milano 2010, pp. 325</p>
<p> <em>Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per il Piano Generale dei Trasporti e della Logistica. Questo tuo nuovo libro, “Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale”, ha a che fare con quella esperienza? </em></p>
<p>Direi di no, la parte dedicata ai porti italiani è una parte marginale. Per ritrovare dei collegamenti con la mia attività di ricerca si dovrebbe risalire piuttosto agli Anni 70, alle inchieste sul settore trasporto merci di “Primo Maggio” – la rivista che dirigevo allora e la cui collezione completa tra poco sarà disponibile su CD presso Derive&#038;Approdi. In un numero del 1976 già si tentava di abbozzare una “Storia del container”. Un altro mio saggio di quei tempi, la cui impostazione in un certo senso anticipa quella delle multinazionali del mare, è “Petrolio e mercato mondiale”, pubblicato su “Quaderni Piacentini” nel 1974 sull’onda del primo shock petrolifero. </p>
<p><em>Nel senso che tra la crisi attuale e la crisi petrolifera del 1973 tu trovi delle analogie?</em></p>
<p>Nel senso che si tratta di fenomeni globali, la cui portata si avverte in ogni angolo del mondo. Il settore dello shipping è per sua natura un settore globale, anzi è una delle forze motrici della globalizzazione. La novità, che io cerco di analizzare in questo libro, è che questa caratteristica si è estesa anche all’attività portuale, che per sua natura invece ha un carattere municipale.  Oggi esistono grandi organizzazioni che controllano terminal portuali in tutto il mondo. E’ un fenomeno assai recente, esploso negli Anni Novanta.<br />
<span id="more-32278"></span><br />
Non c’è un solo porto italiano di rilievo che non sia controllato da queste organizzazioni, da Gioia Tauro a Genova, da Trieste a Taranto, da La Spezia a Napoli. Sono cinesi, tedesche, di Singapore, di Dubai, vere e proprie multinazionali che impiegano le tecnologie più avanzate e portano quindi un livellamento degli standard di servizio e delle pratiche organizzative in qualunque parte del globo. L’area maggiormente interessata da questi investimenti oggi è l’Africa Occidentale. L’altra novità, anch’essa assai recente, è che le compagnie marittime, tradizionali clienti dei porti, hanno cominciato ad investire anche loro in terminal portuali, quindi è saltata la secolare divisione del lavoro tra chi trasporta la merce (il vettore marittimo) e chi fa il carico e lo scarico nei porti. La nave e il porto sono sempre stati in un certo senso antagonisti: la nave voleva fare in fretta, il porto cercava di rallentare. Oggi i porti, soprattutto nei terminal container, lavorano secondo tempi ed esigenze della nave, là dove il porto e la compagnia marittima fanno parte dello stesso gruppo c’è una perfetta integrazione tra le due fasi principali del ciclo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna-214x300.jpg" alt="" title="bologna" width="214" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-32279" /></a></p>
<p><em>Ma quando dici che queste organizzazioni multinazionali, queste società, controllano un porto o un terminal portuale, vuoi dire che ne sono proprietarie, come funziona la cosa?</em></p>
<p>Nella grande maggioranza dei casi sono concessionarie, ottengono cioè la possibilità di gestire in esclusiva per un lungo numero di anni una determinata banchina in cambio di un canone annuo. L’infrastruttura però rimane di proprietà dello Stato o della municipalità, le quali consegnano al concessionario delle infrastrutture che corrispondono agli standard richiesti e spesso ne sostengono i costi della manutenzione. Man mano però, visto che gli Stati, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, non avevano risorse, le multinazionali si sono impegnate anche a sostenere una parte dei costi per portare a standard l’infrastruttura portuale, cioè per fare una banchina in grado di sopportare certi pesi, per approfondire i fondali, per consolidare le opere marittime. In genere lo fanno secondo il sistema pubblico-privato del project financing, che coinvolge quindi istituzioni finanziarie private e organismi internazionali come la Banca Mondiale che forniscono i capitali o le garanzie bancarie allo Stato povero di risorse. In questo caso il canone può essere ridotto a una cifra simbolica, si tratta di vedere chi sopporta i costi della manutenzione, alla fine della concessione tutto ritorna allo Stato. Ma ci sono anche casi, la Gran Bretagna è quello più famoso, dove la multinazionale diviene proprietaria dell’infrastruttura portuale. </p>
<p><em>Il ruolo della finanza, i modi di operare dell’investitore, pubblico o privato, mi sembrano aspetti importanti del tuo libro. Come mai questa forte attenzione al fenomeno finanziario</em>?</p>
<p>Sono contento che tu l’abbia colto, questo aspetto, perché lo considero il filo conduttore del mio libro, non solo nel capitolo dedicato esplicitamente alla finanza dello shipping. Intanto distinguiamo la finanza che si occupa di navi e quella che si occupa di porti. La prima raccoglie e convoglia i capitali necessari alla costruzione delle navi. Capitale mondiale di questo settore della finanza è la Germania. Quindi mi è parso opportuno dedicare un intero capitolo allo straordinario sviluppo di questo settore, ma anche alle follìe che ha commesso durante l’ultima fase del ciclo economico mondiale, quella che precede la crisi, con dei comportamenti che sono stati molto simili a quelli sui derivati e con conseguenti crolli che hanno dato un severo colpo alla stabilità del mondo bancario tedesco nel suo insieme, pubblico e privato. La massima parte di questi investimenti sono stati realizzati per costruire navi portacontainer di dimensioni sempre maggiori. Con la crisi, una parte di queste navi sono state bloccate nei cantieri, un’altra, appena varata, è stata messa in disarmo. Si valuta che l’11,6% della flotta mondiale di navi portacontainer sia ferma per mancanza di carico. “Le navi come titoli tossici”, recita infatti uno slogan di noti analisti finanziari. </p>
<p><em>Quindi questo mercato finanziario si è fermato? Le banche sono state risanate dagli Stati, sono fallite? Oppure gli investimenti si sono diversificati?</em></p>
<p>Esattamente. Assistiamo a un fenomeno interessante di diversificazione, che ho cercato di analizzare nel capitolo “non si vive di solo container”. Le navi portacontainer sono una delle tante tipologie di navi in circolazione e non sono state le uniche ad essere colpite severamente dalla crisi, per esempio le car carrier, specializzate nel trasporto di veicoli, sono state investite dalla crisi del settore dell’auto in maniera ancora più pesante, così come le bulk carrier per il trasporto di rinfuse solide (carbone, altri minerali). Invece gli investimenti oggi si orientano verso le navi multipurpose che possono trasportare prodotti di ogni genere, ma anche container, stivati su ponti diversi, oppure sulle navi per il trasporto di pesi eccezionali, le cosiddette heavy lift autoaffondanti. Dal punto di vista del mercato della logistica si dice che questo è il segmento del project cargo, molto remunerativo. Lo spostamento dell’interesse dell’armamento e della finanza verso questo settore è simboleggiato dalla costituzione, nella primavera del 2009, del cosiddetto Heavy Lift Club, un’Associazione, a fini di lobbying evidentemente, cui partecipa una dozzina di compagnie marittime specializzate in questo tipo di traffici. Analoga diversificazione si verifica anche negli investimenti portuali ed io ho dedicato un’analisi particolare a un caso specifico, quello del fondo d’investimenti Babcock&#038;Brown, giunto sull’orlo del fallimento, che ha dovuto cedere i suoi asset portuali a una grande società finanziaria canadese, la Brookfield Asset Management, specializzata nelle energie alternative e nella costruzione di pubbliche utilities. Il criterio dell’investimento è stato quello di scegliere terminal portuali non di container, ma bensì terminal specializzati nelle rinfuse o nel cargo tradizionale, nella filiera della carta e così via. In conclusione, sia la finanza specializzata nella costruzione di navi, sia l’armamento, sia la finanza specializzata negli investimenti in utilities sta abbandonando il settore del container e si orientano decisamente verso il settore del general cargo cosiddetto “tradizionale”, che nel frattempo però ha avuto uno straordinario sviluppo d’innovazione tecnologica nel disegno delle navi, per cui chiamarlo “tradizionale” è un modo con cui si rischia di falsificare la realtà. I porti italiani, che invece sono ossessionati dal container e progettano tutti investimenti faraonici in banchine dedicate al container, dovrebbero tener conto di questa tendenza e non percorrere la strada suicida della monocultura del container.</p>
<p><em>Mi sembra che nel tuo libro ci sia anche il tentativo di dare una spiegazione a questo fenomeno della diversificazione. In particolare tu parli di un possibile spostamento dei flussi di traffico dalle rotte est-ovest verso le rotte nord-sud a seguito della crisi. La relazione tra questi due fenomeni non è chiara immediatamente, per chi non è addentro nel settore. Potresti provare a spiegarla in modo che sia percepibile anche al lettore non specializzato?</em></p>
<p>La sequenza del ragionamento a me pare assai limpida, mi dispiace di non esser riuscito nel libro, evidentemente, ad essere chiaro. Primo passaggio: lo sviluppo del traffico container è stato trainato dai consumi delle società avanzate (Nordamerica ed Europa) di prodotti fabbricati in Cina o in altri Paesi del Far East. I volumi sulle direttrici est-ovest hanno avuto una crescita spettacolare tra il 2002 e il 2007, il cosiddetto “super ciclo”. La crisi è stata determinata dalla caduta dei consumi nel Nordamerica e ingigantita dall’avventurismo della finanza. Secondo passaggio: i Paesi avanzati (Nordamerica ed Europa) forse non raggiungeranno mai più i livelli di consumo di questi anni, la Cina ha cambiato il suo modello di sviluppo, non più export oriented ma tutto concentrato sullo stimolo della domanda interna. Quindi il mercato del container sulle rotte est-ovest è destinato a restare stagnante per molti anni a venire, Drewry valuta che nel Sudeuropa solo nel 2013 si raggiungeranno di nuovo i volumi del 2008, per crescere poi a tassi molto meno elevati che nel periodo 2002-2007. Terzo passaggio: quali sono invece le prospettive positive dei traffici? Quelle generate dalla domanda dei Paesi dell’Asia (India in primo luogo), dell’America Latina (Brasile soprattutto) e dell’Africa, una domanda non tanto di beni di consumo ma soprattutto di beni d’investimento nella ingegneria civile, nella ricerca di fonti energetiche, nell’impiantistica, tutte merci che vengono trasportate su navi multipurpose o heavy lift su rotte nord-sud. A questo si aggiungono nicchie di mercato che sono tutt’altro che secondarie, la sostituzione delle piattaforme off shore divenute obsolete, per esempio. Intendiamoci, questo mercato non avrà la forza sostitutiva per riempire il buco del container, però sarà una grande occasione di business per operatori logistici, compagnie marittime e investitori. L’armamento italiano tra l’altro dispone di due specialisti del settore: Grimaldi per le multipurpose e Messina per le rotte nord-sud, mentre nel settore heavy lift l’industria italiana dispone di un grande operatore logistico come Fagioli. Mancherebbero all’appello solo i porti italiani, che non vedono altro che container e crociere.</p>
<p><em>Conoscendoti, i tuoi lettori si sarebbero aspettati un libro focalizzato più sul lavoro portuale che sulla finanza.</em></p>
<p>E’ vero, è un libro che guarda al capitale più che al lavoro. Tuttavia mi pare di aver lanciato qua e là degli spunti di riflessione. Innanzitutto nel porre l’interrogativo se un terminal portuale può essere ridotto alla logica della catena di montaggio. Ho risposto di no, il lavoro in un terminal portuale è sottoposto a tante incognite che non sarà mai possibile averne la certezza del funzionamento quanto in una catena di montaggio. Attenzione: questa imprevedibilità, che richiede quindi decisioni prese al momento da parte del fattore lavoro, persiste anche in presenza di una forte automazione del ciclo di sbarco e imbarco. Amburgo e Rotterdam oggi presentano dei terminal container con il massimo di automazione possibile allo stato attuale della tecnologia eppure l’incognita quotidiana richiede sempre un intervento umano decisivo. L’altro spunto che ho offerto riguarda proprio il settore multipurpose e dei carichi eccezionali. Nel presentarsi alla stampa, il Club Heavy Lift appena costituito, ha lamentato apertamente che nei porti, a causa della monocultura del container, siano andate perdute molte professionalità specializzate nello stivaggio di navi “tradizionali”. Anche i capitani delle navi ormai hanno perduto questa capacità, abituati al fatto che nel container tutto è programmato da un piano di carico fatto al computer. Infine uno spunto è stato proposto nella parte riguardante i costi operativi delle navi portacontainer. Il costo dell’equipaggio è ancora la voce più importante (sul 35% in media del totale) ma la voce di costo che è andata aumentando di più negli ultimi anni è quella maintenance and repair. Perché il prezzo dell’olio lubrificante è andato alle stelle? Non prendiamoci in giro: perché la forza lavoro sulle navi è sempre meno qualificata e non sa effettuare operazioni anche elementari di manutenzione e riparazione, ma soprattutto perché le tabelle d’armamento sono ridotte all’osso, il numero di marinai presente sulla nave è il minimo richiesto, non ha nemmeno il tempo di effettuare operazioni di manutenzione e riparazione. Negli anni del “super ciclo” lo sfruttamento in termini di ritmi di lavoro è stato davvero pesante e altrettanto la sollecitazione cui sono stati sottoposti i motori e le apparecchiature ausiliarie. Tra l’altro, le tecnologie impiegate sulle navi sono sempre più sofisticate e quindi la forza lavoro dovrebbe essere all’altezza di questi progressi. Purtroppo spesso accade il contrario.</p>
<p><em>Nel primo capitolo, memore della tua passata attività di storico, ti sei concesso un divertimento sul passato di Trieste, oppure è solo un omaggio alla tua città natale?</em></p>
<p>Né l’uno, né l’altro. Ho voluto sottolineare l’importanza della finanza nello sviluppo delle grandi infrastrutture di trasporto. Bene o male sia Genova che Trieste sono nate come porti moderni grazie a due uomini di finanza. Il Canale di Suez e le linee ferroviarie dell’Ottocento sono state finanziate grazie a delle operazioni bancarie azzardate ma innovative. La banca d’affari moderna nasce dal Crédit Mobilier dei fratelli Péreire, le società per azioni nascono in quel contesto. Anche qui c’è un collegamento con la mia attività di ricerca degli Anni 70 ed in particolare con il mio saggio sugli articoli di Marx per la “New York Daily Tribune”, fondamentali per comprendere la sua teoria del credito e illuminanti sulla natura delle crisi finanziarie moderne. Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/29/radio-kapital-sergio-bologna/">Radio Kapital &#8211; Sergio Bologna</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_32278" class="footnote">LIBERA UNIVERSITA&#8217; DI MILANO E DEL SUO HINTERLAND<br />
«Franco Fortini»</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>A gamba tesa: Sergio Bologna</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 14:57:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento studentesco]]></category>
		<category><![CDATA[recessione economica]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Bologna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Sergio mi ha appena mandato questo suo testo. Lo giro a voi sicuri di fare cosa grata</em>. Effeffe<br />
ps<br />
Ne approfitto per ringraziare quanti su segnalazione o spontaneamente hanno linkato, copiaincollato, fotocopiato il testo di Sergio Bologna. Grazie a loro si sono sviluppati commenti, discussioni altrettanto interessanti quanto quelle che si sono lette e viste qui.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/">A gamba tesa: Sergio Bologna</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sergio mi ha appena mandato questo suo testo. Lo giro a voi sicuri di fare cosa grata</em>. Effeffe<br />
ps<br />
Ne approfitto per ringraziare quanti su segnalazione o spontaneamente hanno linkato, copiaincollato, fotocopiato il testo di Sergio Bologna. Grazie a loro si sono sviluppati commenti, discussioni altrettanto interessanti quanto quelle che si sono lette e viste qui. Tanto per cominciare,<br />
Centro Studi Franco Fortini ovvero <a href="http://www.ospiteingrato.org/Interventi_Interviste/Bologna_68_Siena.html">l&#8217;Ospite Ingrato</a><br />
a seguire:</p>
<p><a href="http://georgiamada.splinder.com/post/19040293#more-19040293">Georgiamada</a><br />
<a href="http://insonnoeinveglia.splinder.com/post/19062801/A+gamba+tesa:+Sergio...">In sonno e in veglia</a><br />
<a href="http://scriptavolant.net/blog/index.php/luniversita-il-caos-lidentita/">Scriptavolant</a><br />
<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1198.html">Il primo amore</a><br />
<a href="http://bellaciao.org/it/spip.php?article21967">Bellaciao</a><br />
<a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&#038;file=article&#038;sid=5244&#038;mode=thread&#038;order=0&#038;thold=0">Come Don Chisciotte</a><br />
<a href="http://annaritabriganti.blog.dada.net/archivi/2008-11-14">Annarita Briganti</a><br />
<a href="http://rivistatabard.blogspot.com/2008/11/toxic-asset-toxic-learning.html">Tabard</a><br />
<a href="http://article.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3241">GMANE</a><br />
<a href="http://www.scrittinediti.it/blog/tag/sergio-bologna/">Scritti inediti</a><br />
<a href="http://roma.indymedia.org/taxonomy/term/4142">Roma Indymedia</a><br />
<a href="http://caparossa.noblogs.org/post/2008/11/15/a-gamba-tesa-sergio-bologna-sull-onda">Caparossa</a><br />
<a href="http://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/sergio-bologna-a-gamba-tesa-sugli-studenti-2.html">Senza soste</a><br />
<a href="http://biancamadeccia.wordpress.com/2008/11/13/sergio-bologna-a-gamba-tesa-su-nazione-indiana/">Bianca Madeccia</a><br />
<a href="http://melpunk.splinder.com/post/19040900/Sergio+Bologna+a+gamba+tesa">Melpunk</a><br />
&#8230;e tanti altri che invito a segnalarsi nei commenti. Grazie a tutti.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/jYPDfvDxSDc&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/jYPDfvDxSDc&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p><strong>Toxic asset – toxic learning</strong><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
<em>Nello spirito del ’68 – senza nostalgie nè tormentoni</em><br />
(dopo un incontro all’Università di Siena, organizzato dal Centro ‘Franco Fortini’ nella Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008)</p>
<p>State vivendo un’esperienza eccezionale, l’esperienza di una crisi economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i vostri nonni hanno mai conosciuto. Un’esperienza dura, drammatica, dovete cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti che vi consentano di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi ve ne può parlare con cognizione diretta, i vostri docenti stessi la crisi precedente, quella del 1929, l’hanno studiata sui libri, come si studia la storia della Rivoluzione Francese o della Prima Guerra Mondiale.<br />
Ho letto che l’Ufficio di statistica del lavoro degli Stati Uniti prevede che nel 2009 un quarto dei lavoratori americani perderà il posto.<br />
Qui da noi tira ancora un’aria da “tutto va ben, madama la marchesa”, si parla di recessione, sì, ma con un orizzonte temporale limitato, nel 2010 dovrebbe già andar meglio e la ripresa del prossimo ciclo iniziare. Spero che sia così, ma mi fido poco delle loro prognosi.</p>
<p>Torno da un congresso che si è svolto a Berlino dove c’erano i manager di punta di alcune delle maggior imprese multinazionali, con sedi in tutto il pianeta, gente che vive dentro la globalizzazione, che dovrebbe avere il polso dei mercati, gente che tratta con le grandi banche d’affari e con i governi. Mi aspettavo un po’ di chiarezza, qualche prognosi meditata. Balbettii, reticenze, sforzi per minimizzare, qualcuno che fa saltare la conferenza all’ultimo minuto perché richiamato d’urgenza. Pochissimi quelli che hanno parlato chiaro dicendo che la cosa è molto seria, che nessuno sa come andrà a finire e che le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.<br />
<span id="more-10870"></span></p>
<p>Ma voi vi occupate – giustamente – dei tagli alla spesa universitaria e tutti vi applaudono, docenti in testa e politici d’opposizione e magari anche qualcuno della maggioranza, siete scesi in piazza autonomamente e tutto sommato tira un’aria di consenso attorno a voi. Non era così nel ’68, forse perché allora un po’ di violenza c’era, in parte provocata dal comportamento dello stato o delle forze dell’ordine. Ma quel che di buono c’era allora, di eccezionale, era la grande voglia di capire il mondo che avevano gli studenti. In Francia erano partiti dalle tasse universitarie, dal discorso della riforma degli studi ma tutto sommato quel che volevano era molto di più, volevano darsi gli strumenti per cambiare le cose, volevano capire cosa succedeva nei paesi comunisti, o nell’America Latina dove sei mesi prima Che Guevara ci aveva lasciato la pelle, volevano capire a cosa portava la politica di Piano del governo gollista, che cos’era un sindacato operaio, volevano vedere come funzionava una fabbrica e come parlavano gli operai dentro, come funzionava un ospedale e come venivano trattati i malati. E’ questa grande voglia di sapere, questa sconfinata ambizione di sapere, questa utopica sfida alle capacità della propria conoscenza, che io non vedo tra di voi. O, meglio, che all’esterno non si vede, non si percepisce.</p>
<p>Volete salvare l’Università, così com’è? Spero di no. Com’è oggi non vale una messa, come si dice. Oggi si taglia malamente, d’accordo, ma ieri si è speso peggio e tutti i governi ci hanno messo del suo. L’Università si è allargata  come un virus, qualunque cittadina con un sindaco un po’ dinamico riusciva ad avere il suo pezzetto d’Università. L’Università come retail. Alla qualità della spesa nessuno ha pensato e ben presto è nato il sospetto che questo meccanismo dilatatorio non fosse – come ci raccontavano – animato dalla nobile intenzione di fare della conoscenza una merce a portata di mano ma dal meschino proposito di creare cattedre con il loro corollario di posti precari e malpagati. Se non temessi d’essere frainteso vi direi: “La difendano loro questa Università, i professori”. Voi che c’entrate? Avete mai avuto modo di partecipare sia pure alla lontana alle decisioni che sono state alla base della configurazione dell’Università com’è oggi? Finora, con le vostre tasse avete pagato un servizio sulla cui qualità ed efficienza non esistono parametri di valutazione di cui possiate disporre per chiederne il miglioramento. “Mangia questa minestra o salta da quella finestra”. E quasi uno studente su due salta, il tasso di abbandono nell’Università italiana – leggo sul sito www.lavoce.info – è vicino al 50%. E chi inizia gli studi e li abbandona sapete bene che è un soggetto ad alto rischio di disadattamento. Una volta, quando la lingua italiana aveva ancora un tono popolare, si diceva “E’ uno spostato”.<br />
“Gli studenti italiani potrebbero fare causa a metà degli atenei italiani per i servizi che offrono”, scrive Roberto Perotti, nel libro L’Università truccata (Einaudi, Torino 2008) – un libro che spero tutti voi abbiate almeno scorso. A leggerne le prime 90 pagine vien da pensare che qualche abbandono può essere stato provocato dallo schifo di fronte a certe situazioni di nepotismo e di corruzione. Un libro che sfata alcuni miti, che combatte alcuni luoghi comuni, come quello delle scarse risorse dedicate in Italia all’Università. Sono scarse se si calcola l’ammontare della spèsa diviso per il numero di studenti iscritti ma se invece si assume come parametro non il numero degli iscritti ma di quelli che frequentano veramente a tempo pieno, l’Italia sarebbe ai primi posti nel mondo.</p>
<p>Ma molti di voi potrebbero dirmi che la lotta contro i tagli al budget universitario è solo un veicolo per esprimere a livello di massa e con facile consenso opposizione al governo Berlusconi. Dunque non di bassa cucina si tratterebbe, non di volgari valori economici, ma di alta politica. E come nel ’68 gli studenti francesi avevano lottato in definitiva contro il Generale De Gaulle, così quarant’anni dopo gli studenti italiani lotterebbero contro il Cavaliere Berlusconi. (Per inciso debbo dire che mai due si sono assomigliati di meno, il Cavaliere anche coi tacchi rinforzati non sarebbe arrivato alla cintola del Generale, l’uno alto alto, rigido e solenne come una statua di cera, l’altro piuttosto basso e tarchiato, gesticolante a dentiera scoperta). Ma se questa è l’alta politica che vi spinge all’azione mi sentirei in tutta franchezza di dirvi “scegliete un percorso diverso” perché altrimenti rischiate di farvi usare come carne da macello da coloro che condividono con la Destra il pensiero strategico sottostante alle scelte economiche della Seconda Repubblica e dunque sono sostanzialmente corresponsabili della crisi attuale e delle sue conseguenze future. Ciò che minaccia il vostro futuro non è soltanto il governo della signora Gelmini ma un pensiero economico bipartisan che non ha mai saputo né voluto mettere vincoli o imporre regole a una gestione del sistema finanziario dove nulla ormai assomiglia a un mercato ma tutto assomiglia a un gioco d’azzardo con i soldi dei lavoratori e della middle class che vive del proprio lavoro. Un sistema che è stato capace di creare ricchezza fittizia e di distruggere ricchezza reale in misura mai vista nella storia recente. Un sistema la cui follìa era già evidente a tutti almeno dallo scoppio della bolla del 2001, un sistema che premiava i manager che gestivano le imprese non per farle crescere ma per farle dimagrire, aumentandone il valore di borsa a furia di licenziamenti del personale, per rivenderle e intascare fior di premi e plusvalenze. Un sistema che in nome dell’efficienza e della competitività distruggeva soprattutto le competenze, il capitale umano (quando si licenzia per diminuire l’incidenza dei salari si comincia dalle posizioni meglio retribuite, cioè dagli impiegati e tecnici più anziani e con maggiore esperienza). Un sistema che ha riprodotto nella società le abissali differenze di reddito esistenti nelle grandi aziende (manifatturiere o di servizi che siano) e che quindi ha ridotto l’Italia in un paese con i maggiori squilibri tra la parte più ricca e quella meno ricca della popolazione, come ben testimonia l’indagine Bankitalia sulle famiglie italiane. Un sistema che ha consentito<br />
“a chi lavorava nella finanza di guadagnare già nel 2000 il 60 per cento in più rispetto agli altri settori” – scrive Esther Duflo, che insegna al MIT di Boston &#8211; e aggiunge:<br />
“Il problema delle remunerazioni è stato ovviamente affrontato negli Stati Uniti quando si è discusso il piano Paulson, che autorizza il governo americano a spendere 700 miliardi di dollari per acquistare i toxic asset rifiutati dai mercati. Sembra ingiusto far pagare ai contribuenti il disastro creato da coloro che in un’ora guadagnavano 17mila dollari”,</p>
<p>e conclude il suo intervento con queste parole:<br />
“Osservando gli avvenimenti di questi giorni vien voglia di mandare a casa certi nostri amministratori delegati del settore finanziario. Speriamo almeno che la fine dei guadagni esorbitanti incoraggi i giovani a dedicarsi ad altri settori dove i loro talenti potrebbero essere più utili alla società. La crisi finanziaria potrebbe farci cadere in una recessione grave e prolungata. L’unico vantaggio potrebbe appunto essere quello di un migliore impiego dei nostri giovani più dotati”. </p>
<p>Le elezioni americane, portando alla presidenza Barack Obama, sono state una bella reazione a questa insopportabile situazione e fareste bene a riflettere in seminari di autoformazione su quel che è accaduto negli Stati Uniti. Tutta la stampa e l’opinione corrente è unanime nel dire: “E’ accaduto un fatto nuovo perché è stato eletto un nero, un afroamericano”. Soliti giudizi superficiali, da semianalfabeti della politica. Queste elezioni sono state importanti perché dopo circa 30 anni – dai tempi di Reagan – la tematica di classe è stata al centro del dibattito. Non del proletariato, ma della middle class (di cui fanno parte anche strati operai di grande fabbrica), cioè di quel ceto medio che per più di un secolo ha fatto da collante alla credibilità dell’american dream e che da alcuni anni – proprio in conseguenza dei processi scatenati da una forma di capitalismo senza regole e senza etica, un capitalismo di avventurieri e di giocatori d’azzardo – ha subìto un processo d’impoverimento che non trova paragoni se non nella grande crisi del 1929. Contro questa tendenza alla disgregazione sociale e all’impoverimento della middle class hanno cominciato a battersi da alcuni anni molte iniziative civiche (tra le tante quella messa in piedi dalla nota giornalista e scrittrice Barbara Ehrenreich con il sito www.unitedprofessionals.org). Barack Obama ha colto questo disagio, questo malessere, e ne ha fatto il suo tema dominante. Non ha parlato, come ormai ci hanno abituato questi bolsi, stucchevoli, “politicamente corretti” leader della cosiddetta Sinistra, di “quote rosa”, di gay, non ha parlato di bianchi e di neri, di aiuole pulite e di biciclette, è andato al sodo, ha puntato il dito sui disastri del neoliberalismo selvaggio, ha fatto per la prima volta dopo 30 anni un discorso di classe. E ha vinto riuscendo a portare alle urne anche i giovani, che al 70% hanno votato per lui. Ha colto la grande tendenza dell’epoca, quella che da tempo cerco di chiarire a me stesso ed agli altri nei miei scritti sul lavoro (l’ultimo mio libro si intitolava “Ceti medi senza futuro?” e non se l’è filato nessuno).</p>
<p>Sono convinto che la lotta che state conducendo potrebbe essere utile a voi stessi e agli altri se ne approfittaste per crearvi un vostro sistema di pensiero, per procurarvi strumenti critici in grado di capire com’è accaduto quel che è accaduto e quali sono stati i perversi meccanismi che in questi ultimi vent’anni hanno dominato l’economia, senza che venissero contestati né da Destra né da Sinistra – a parte qualche voce isolata di studioso. “Un sistema che si autoregola, per questo esistono le Authorities” &#8211; recitava la litania liberista in questi anni. Balle! Basterà dire che lo scandalo Enron, che spesso viene portato ad esempio della severità con cui il sistema USA punisce le aziende dal comportamento irregolare, non sarebbe mai scoppiato se una donna che era membro del Consiglio di Amministrazione non avesse deciso di “cantare”, di svelare gli imbrogli. Una “gola profonda” è stata all’origine di tutto, non certo l’FBI!  Negli anni della forsennata privatizzazione (1992/93) con cui l’Italia ha messo nelle mani di nuovi raider della finanza immensi patrimoni pubblici (leggetevi a questo proposito il libro di Giorgio Ragazzi I signori delle autostrade, Il Mulino, Bologna 2008 – ma lo stesso se non peggio potrebbe dirsi di Telecom), suggellando il suo “golpe bianco” con l’accordo sindacale del luglio 1993 grazie al quale oggi abbiamo i salari d’ingresso più bassi d’Europa, non erano certo personaggi della nuova Destra a menare la danza ma uomini come Romano Prodi ed altri ex manager pubblici. A beneficiarne sono stati i Tronchetti Provera, i Benetton, i Colaninno, i Gavio – li ritroviamo tutti guarda caso oggi nella vicenda Alitalia. L’Università di Siena ha la reputazione di essere un centro di eccellenza nelle discipline economiche e bancarie. Vi hanno mai parlato di queste storie e come ve ne hanno parlato? E della crisi odierna che vi dicono? Che è una solita crisi ciclica, forse un po’ più acuta ma in sostanza è tutto normale, razionale, un po’ di eccessi magari ci sono stati ma il sistema è saldo, è sano. Questo vi dicono? Non vi dicono che questo sistema, questi meccanismi, creano, stabilizzano, consolidano le disuguaglianze sociali, le ingiustizie sociali? Non vi dicono che questo sistema umilia, calpesta le competenze, il capitale umano? Che è l’esatto contrario della knowledge economy di cui si riempiono la bocca, l’esatto contrario di un sistema meritocratico? E se non ve le dicono queste cose, se continuano a raccontarvi le solite favole di Cappuccetto Rosso, se continuano a farvi flebo d’ideologia liberista – allora mandateli loro a protestare nelle piazze per i tagli all’Università.<br />
Questa vostra lotta ha un senso se è un passo in avanti, se diventa atto costitutivo di un processo di autoformazione. </p>
<p>Quel che è avvenuto in questi mesi non è mai accaduto nell’ultimo secolo e cioè che istituzioni e persone le quali hanno prodotto danni incalcolabili (pensate soltanto ai fondi pensione che si sono volatilizzati con questa crisi!) invece di essere punite ed i loro beni sequestrati, sono state salvate senza che lo stato, che ha fornito i mezzi per salvarle, assumesse il controllo di queste istituzioni. Un regalo di enormi proporzioni agli avventurieri, ai ladri, una terribile lezione morale per le nuove generazioni. (Non che la gestione pubblica sarebbe stata migliore, in Germania le peggiori nefandezze le hanno commesse alcune banche pubbliche come la Landesbank della Baviera).<br />
C’è stato qualcuno che vi ha chiamato in piazza per opporvi a questa vergogna?<br />
Ma ha ragione in un certo senso anche chi dice: “che cosa si poteva fare d’altro?” Nessuno infatti ha saputo o voluto in questi anni immaginare una società diversa che non fosse un’utopia. Alternative globali nessuna, solo strategie di sopravvivenza. Ed è sostanzialmente questo che vi propongo anch’io: costruendo percorsi comuni di autoformazione costruite anche delle reti, vi liberate pian piano dalla costrizione all’isolamento, dall’individualismo e soprattutto dall’illusione che “una buona preparazione universitaria”, corredata magari da qualche corso o master post laurea, possa mettervi al riparo dalla crisi, dalla sottoccupazione o dall’umiliazione di vedervi trattati dal datore di lavoro come un puro costo.<br />
In un paese dove i salari d’ingresso, quelli dei primi assunti, sono i più bassi d’Europa, la preparazione conta assai poco. I precari, i lavoratori a tempo determinato, hanno delle remunerazione parametrate su quelle dei primi assunti. Dunque anche loro sono pagati peggio che altrove. E le vostre generazioni rischiano di andare avanti con lavoretti precari fino ai 40 anni. Pertanto è pura demagogia quella di coloro che parlano di democratizzazione degli accessi, che difendono di questa università il fatto che possono iscriversi anche i figli di famiglie povere. Il problema non è la massificazione della popolazione studentesca ma il fatto che il capitale umano di un laureato non vale una cicca sul mercato del lavoro! O i giovani riacquistano  un minimo di forza contrattuale sul mercato del lavoro oppure l’università sarà solo un frigorifero di disoccupati, un osceno apparato di puro controllo sociale. Pesanti le responsabilità sindacali per questa situazione. Miope e meschina la strategia del padronato italiano da vent’anni a questa parte. Squallido il mondo dell’informazione che su questa realtà tace o si sofferma di sfuggita. Quarant’anni fa gli studenti sono andati nelle fabbriche, negli uffici, nei laboratori di ricerca, negli ospedali, nelle aule dei tribunali, nelle redazioni dei giornali a vedere come funziona il mondo reale, non si sono accontentati di lasciarselo raccontare, non hanno fatto visite guidate. Ficcatevi nei processi reali ovunque se ne presenti l’occasione! Usate la grande risorsa del web per procurarvi le notizie alla fonte, per attingere a visioni critiche del mondo, anche se questo esercizio talvolta vi costringe a rovistare nella spazzatura di Internet. Gli Stati occidentali che hanno smantellato i sistemi di welfare si sono ridotti a ingoiare toxic asset, voi cercate di non inghiottire toxic learning! Avrete già fatto un passo in avanti per vivere meglio.<br />
Organizzate incontri con quelli che hanno alcuni anni più di voi, fatevi raccontare come vengono accolti dal mondo del lavoro, quando escono dall’Università. Frequentate i blog dove la gente racconta le proprie esperienze di lavoro, chiedetevi seriamente se val la pena di studiare in un’Università com’è fatta oggi oppure se non sia meglio costruire processi di autoformazione e di controinformazione. Scatenate la fantasia nel creare un’estetica della protesta, efficace, aggressiva, non ripetitiva, le forme della comunicazione sono state uno degli strumenti vincenti delle lotte del proletariato nel Novecento, ripercorrete le spettacolari performances degli occasionali dello spettacolo francesi che hanno tenuto duro per un paio d’anni, buttate nella spazzatura vecchi slogan, scanditi stancamente, parole d’ordine che sono ormai diventate banalità che fanno venire il latte alle ginocchia. Ai vostri colleghi che affollano le facoltà di comunicazione non viene nulla in testa?</p>
<p>Ho insegnato all’Università per quasi vent’anni, quando mi hanno cacciato non ho fatto nulla per restare, per difendere la mia cattedra, gli ultimi due anni d’insegnamento li ho passati all’Università di Brema, ormai un quarto di secolo fa. Ci sono tornato in questi giorni perché un mio collega di allora prendeva congedo definitivo dall’insegnamento e andava in pensione un anno prima del termine previsto dalla legge in Germania. Aveva rinunciato, com’è d’uso, alla lectio magistralis. E nelle poche parole di congedo davanti a un centinaio di amici e colleghi ha voluto dire perché se ne andava in anticipo. “ho fatto il Preside di Facoltà in questi ultimi cinque anni, mi ci sono dedicato completamente, pensando di fare il mio dovere, non ho avuto tempo né di studiare né di tenermi aggiornato, non me la sento di tornare a insegnare per dire le stesse cose di cinque anni fa, non me la sento per onestà verso gli studenti”. Quanti docenti italiani farebbero lo stesso? Questi fanno i Ministri e poi tornano tranquillamente a insegnare, specialmente se vengono da governi di centro-sinistra. Malgrado l’Università italiana sia un luogo da cui sono contento di essermene andato, sia un luogo che umilia le intelligenze invece di stimolarle, credo che siano ancora tanti i docenti e molti i ricercatori con i quali voi potete stabilire un patto di formazione negoziata. Le dinamiche di coalizione che si creano durante un processo rivendicativo, durante una protesta che chiede la restituzione di qualcosa – come la maggior parte delle proteste che nascono da situazioni difensive e non da un’iniziativa preventiva – sono molto fragili e rischiano d’impoverirsi e irrigidirsi, troppo focalizzate sull’obbiettivo. Pertanto occorre pensare ad attivare processi di continuità, svincolati dall’obbiettivo. Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione di fondo non cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/">A gamba tesa: Sergio Bologna</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;eppur si muore&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2008 19:33:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/5462/" rel="attachment wp-att-5462" title="beghelli.jpg"></a><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/">&#8220;eppur si muore&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/5462/" rel="attachment wp-att-5462" title="beghelli.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/beghelli.jpg" alt="beghelli.jpg" /></a><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma sono quasi certo che le istituzioni non hanno presente la mappa del mercato del lavoro in Italia, nemmeno a grandi linee. E quindi non hanno la più pallida idea della mappa del rischio. Cominciamo da un dato: il differenziale di circa 2,4 punti percentuali tra l’incidenza dei morti sul lavoro in Italia rispetto al resto dell’Europa è dovuto al fatto che da noi si muore “in itinere”, cioè mentre ci si sposta per lavoro o per andare o tornare dal luogo di lavoro. Quindi “il luogo” di lavoro di per sé, concepito come luogo fisico, non sarebbe più rischioso in Italia di quanto sia quello di altri Paesi europei. E’ lo spazio della mobilità quello più rischioso. Perché?<br />
<span id="more-5460"></span><br />
La rivoluzione postfordista ha agito in due direzioni: 1) ha man mano “dissolto” il luogo di lavoro come spazio fisico separato mischiandolo sempre più al luogo di vita privata e lo ha dilatato nello spazio (despazializzazione del rischio), 2) ha – come in nessun altro Paese d’Europa – affidato la gestione del rischio a un’entità particolarissima, quella che forma la caratteristica più tipica dell’Italia, cioè la microimpresa. E quando intendo microimpresa intendo un’entità talmente piccola che stento a riconoscere in quella le caratteristiche istituzionali di un’impresa – cioè di qualcosa che ha bisogno almeno di tre ruoli sociali, il capitale, il manager e l’operaio. Io vorrei prendere per mano il Ministro Damiano, il dottor Epifani e il dottor Guariniello e metterli di fronte a quella semplice tabella ISTAT che sono solito riprodurre in tutte le mie presentazioni. Da cui risulta che più di 6 milioni di persone – su un totale di 24 &#8211; lavora in unità impropriamente chiamate “imprese” la cui dimensione media è 2,7 addetti. Ma c’è qualcosa di più recente. Il 29 ottobre 2007 l’ISTAT pubblicava una nuova serie di dati, cito: “Nelle microimprese (meno di 10 addetti), che rappresentano il 94,9 per cento del totale, si concentra il 48,0 per cento degli addetti, il 25,2 per cento dei dipendenti, il 28,3 per cento del fatturato ed il 32,8 per cento del valore aggiunto. In esse il 65,1 per cento dell&#8217;occupazione è costituito da lavoro indipendente”. Perché questa assurda miniaturizzazione dell’impresa in Italia? Per ottenere flessibilità, minori costi del lavoro ma anche per trasferire sui più deboli il rischio. Paradossalmente ha ragione la Confindustria quando protesta contro i decreti d’inasprimento delle sanzioni. Le sue imprese, quelle che hanno firmato gli accordi sindacali, quelle dove vige ancora l’art. 18, il rischio lo hanno esternalizzato da vent’anni, non è roba loro, ma dei loro fornitori, dei subappalti, delle cooperative di lavoro, degli autonomi, in una parola, è roba scaricata sulla microimpresa! Pertanto il rischio ha cambiato sede, si è trasferito sui percorsi della mobilità (morti “in itinere”) e si è annidato nei piccolissimi organismi della microimpresa, là dove padrone e operaio stanno a galla per miracolo e dove il padrone muore assieme all’operaio (vedi Molfetta). Il caso Thyssen è un caso anomalo, non bisogna prenderlo a misura delle cose. Le maggiori sanzioni previste nei decreti non colpiranno mai le piccole, medie, le grandi imprese – colpiranno sempre, state sicuri, quei poveracci che se la cavano in mezzo a mille difficoltà. Ma sono quelli che mandano avanti questo Paese, sono quelli che garantiscono la tenuta occupazionale, sono quelli che per vent’anni si sono assunti sulle spalle la responsabilità del rischio! Senza poter dettare le condizioni del loro lavoro ma subendo i ritmi voluti dai committenti. E sono questi ritmi ad uccidere, malgrado tutte le attrezzature antinfortunio. Che te ne fai dei tuoi fottuti caschi, scarponi, cinture, occhiali, della tua fottuta segnaletica quando devi scaricare da una nave 37 container all’ora e invece di otto ore ne devi lavorare dodici, perché senza gli straordinari non arrivi a fine mese?<br />
Misure legislative, azione repressiva della magistratura, diavoleria dell’antinfortunistica – tutta roba inutile. Bisogna rovesciare i rapporti sociali che hanno creato questa infame e incivile condizione del lavoro oggi in Italia, per cui sui più deboli economicamente si è scaricato non solo tutto il rischio fisico ma anche tutta la responsabilità civile e penale del medesimo. Non è un caso, è la riprova di quanto sto dicendo, che sia a Genova che a Molfetta la colpa degli incidenti è stata attribuita o alle vittime (“non hanno indossato le mascherine”) o ai compagni delle vittime. Malvolere di magistrati? No, il rischio è stato strutturato in modo che la colpa sia sempre delle vittime. Postfordismo all’italiana. Uscire da questa condizione è una strada lunga, lo so, ma questa è la realtà, questo il risultato di aver messo in soffitta per più di vent’anni il problema del lavoro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/">&#8220;eppur si muore&#8221;</a></p>
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		<title>Le santissime parole di Ascanio Celestini (prima parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2008 07:31:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
Qualche giorno fa, in una conversazione con Sergio Bologna gli ho chiesto se avesse visto il film documentario di Ascanio Celestini, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Q3zdxkxsRVI"><em>Parole sante</em></a>. E gli ho anche detto che secondo me lo si poteva considerare per una serie di motivi che proverò a formulare, la traduzione in immagine, <em>in movimento</em> di molte delle riflessioni che hanno animato quella straordinaria scuola di pensiero politico e sociale che è stata <a href="http://multitudes.samizdat.net/spip.php?rubrique544">l&#8217;operaismo</a>, e per certi versi determinate analisi del mondo attuale scaturite da quelle tesi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/03/le-santissime-parole-di-ascanio-celestini-prima-parte/">Le santissime parole di Ascanio Celestini (prima parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/cipputi2jp.jpg' alt='cipputi2jp.jpg' /><br />
Qualche giorno fa, in una conversazione con Sergio Bologna gli ho chiesto se avesse visto il film documentario di Ascanio Celestini, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Q3zdxkxsRVI"><em>Parole sante</em></a>. E gli ho anche detto che secondo me lo si poteva considerare per una serie di motivi che proverò a formulare, la traduzione in immagine, <em>in movimento</em> di molte delle riflessioni che hanno animato quella straordinaria scuola di pensiero politico e sociale che è stata <a href="http://multitudes.samizdat.net/spip.php?rubrique544">l&#8217;operaismo</a>, e per certi versi determinate analisi del mondo attuale scaturite da quelle tesi. Insomma, gli ho detto: &#8221; Sergio, devi assolutamente vedere <em>Parole Sante</em>&#8220;.</p>
<p> La mia tesi è  che Ascanio Celestini, tra tutti gli autori che in Italia si sono occupati di lavoro precario-  e a loro va comunque riconosciuto il merito di essersi rivolti a quei cambiamenti- è riuscito a &#8220;raccontare&#8221; più che semplicemente descrivere o <em>croniquer</em> le mille trappole del lavoro precario e lo ha fatto da una prospettiva distante anni luce dal miserabilismo e dalla compiacente mortificazione delle persone asservite all&#8217;ideologia del &#8220;posto fisso&#8221; secondo una logica e visione dei sindacati &#8220;attuali&#8221; in Italia. La storia di <strong>Parole sante</strong>, del resto, non è una storia di parole, ma di esperienze. E per osservare un&#8217;esperienza bisogna mettere le facce di chi l&#8217;esperienza la fa, soprattutto sulla propria pelle. E non smette di sorridere nemmeno quando è nel pieno della battaglia. </p>
<p><strong>Innanzitutto </strong>cos&#8217;è l&#8217;operaismo?<br />
Scrive Mario Tronti*<br />
<span id="more-5426"></span></p>
<p>&#8220;E’ un’esperienza che ha cercato di unire pensiero e pratica della politica, in un ambito determinato, quello della fabbrica moderna. Alla ricerca di un soggetto forte, la classe operaia, in grado di contestare e di mettere in crisi il meccanismo della produzione capitalistica. Sottolineo il carattere di esperienza. Si trattava di giovani forze intellettuali che si incontravano con le nuove leve operaie, introdotte soprattutto nelle grandi fabbriche dalla fase taylorista e fordista dell’industria capitalistica.</p>
<p>Quello che era avvenuto negli anni Trenta in Usa avveniva negli anni Sessanta in Italia. Il contesto storico era proprio quello degli anni Sessanta del Novecento. In Italia, c’è in quel periodo il decollo di un capitalismo avanzato, il passaggio da una società agricolo-industriale a una società industriale-agricola, con uno spostamento migratorio di forza-lavoro dal sud contadino al nord industriale. Si disse: neocapitalismo. Produzione di massa-consumi di massa, modernizzazione sociale con welfare State, modernizzazione politica con governi di centro-sinistra, democristiani più socialisti mutamento di costume, di mentalità, di comportamento. Si andava verso il ’68 che in Italia sarà ‘68-’69, contestazione giovanile più autunno caldo degli operai, quando ci fu un forte cambiamento del rapporto di forza tra operai e capitale, con il salario che andò a incidere direttamente sul profitto.</p>
<p>E questo poté avvenire, anche perché c’era stato l’operaismo, con il richiamo alla centralità della fabbrica, alla centralità operaia, nel rapporto sociale generale. L’operaismo è dunque stata un’esperienza politica che ha contato storicamente, cioè in una situazione storica determinata.<br />
Si trattava di dare una nuova forma, teorica e pratica, alla contraddizione fondamentale. Questa veniva individuata all’interno stesso del rapporto di capitale, quindi nel rapporto di produzione, quindi in quello che chiamavamo “il concetto scientifico di fabbrica”. Qui l’operaio collettivo aveva potenzialmente, se lottava, se organizzava le sue lotte, una sorta di sovranità sulla produzione. Era, o meglio, poteva diventare, un soggetto rivoluzionario. La figura centrale era l’operaio di linea, l’operaio alla catena di montaggio, nell’organizzazione fordista del processo produttivo e nell’organizzazione taylorista del processo lavorativo. Qui l’alienazione del lavoratore toccava il suo livello massimo. L’operaio non solo non amava, ma odiava il suo lavoro.</p>
<p>Il rifiuto del lavoro diventava un’arma mortale contro il capitale. La forza-lavoro, in quanto parte interna del capitale, capitale variabile distinto dal capitale costante, facendosi autonoma, si sottraeva alla funzione di lavoro produttivo, impiantando una minaccia nel cuore del rapporto capitalistico di produzione. La lotta contro il lavoro riassume il senso dell’eresia operaista. Sì, l’operaismo è un’eresia del movimento operaio.<br />
Bisogna considerarlo rigorosamente dentro la grande storia del movimento operaio, non fuori, mai fuori. Una delle tante esperienze, uno dei tanti tentativi, una delle tante fughe in avanti, una delle tante generose rivolte e una delle tante gloriose sconfitte. Noi, seguendo l’indicazione di Marx, che studiava le leggi di movimento della società capitalistica, andavamo a studiare le leggi di movimento del lavoro operaio. Le lotte operaie hanno sempre spinto in avanti lo sviluppo capitalistico, hanno costretto il capitale all’innovazione, al salto tecnologico, al mutamento sociale. La classe operaia non è classe generale. Così l’hanno voluta rappresentare i partiti della Seconda e della Terza Internazionale. Era giusta la frase di Marx: il proletariato, emancipando se stesso, emanciperà tutta l’umanità.</p>
<p>Questo processo è già avvenuto, limitato al solo Occidente. Se emancipazione è progresso, modernizzazione, benessere, democrazia, tutto questo c’è, ma tutto questo è servito a una grande rivoluzione conservatrice, a un processo di stabilizzazione del sistema capitalistico, che oggi, com’era nella sua vocazione originaria, assume la dimensione dello spazio-mondo, ordine mondiale di dominio che scende dall’alto dell’Impero, ma sale anche dal basso, introiettato in una mentalità borghese maggioritaria. I sistemi politici democratici sono oggi la tribuna del libero assenso a una servitù volontaria.</p>
<p>L’operaismo, cioè la rivendicazione della centralità operaia nella lotta di classe, si è scontrato con il problema del politico. In mezzo, tra operai e capitale, io ho trovato la politica: nella forma delle istituzioni, lo Stato, nella forma delle organizzazioni, il partito, nella forma delle azioni, tattica e strategia. Il capitalismo moderno non sarebbe mai nato senza la politica moderna. Hobbes e Locke vengono prima di Smith e Ricardo.<br />
Non ci sarebbe stata accumulazione originaria di capitale senza accentramento statale delle monarchie assolute. La storia d’Inghilterra insegna. La prima rivoluzione inglese, quella brutta della dittatura di Cromwell, e quella bella, gloriosa, del Bill of Rights, corrispondono alle due fasi dettate da Machiavelli: sono due cose diverse la conquista del potere e la gestione del potere, per la prima ci vuole la forza, per la seconda ci vuole il consenso.</p>
<p>Il capitalismo libero-concorrenziale ha avuto bisogno dello Stato liberale, il capitalismo del welfare ha avuto bisogno dello Stato democratico. Poi, attraverso la soluzione, provvisoria, del totalitarismo, fascista e nazista, la sintesi della democrazia liberale ha stabilizzato il dominio della produzione capitalistica. E adesso siamo nella fase della esportazione del modello a livello mondo. Non tutto funziona secondo i piani del capitale. La cosa oggi più interessante politicamente è il mondo.La “grande trasformazione”, per usare l’espressione di Polanyi, riguarda lo spostamento del baricentro mondiale da Occidente a Oriente.I nostri paesi europei, al loro interno, lasciano scarsi motivi di interesse.</p>
<p> E’ difficile appassionarsi alla politica con i Blair e con i Prodi. Ma il capitalismo è un ordine e oggi, come aveva previsto Marx, un ordine mondiale che continuamente rivoluziona se stesso. E’ qui il punto di interesse. Guardate la rivoluzione che ha portato nel mondo del lavoro. Per rispondere alla minaccia della centralità operaia ha deciso di abbattere la centralità dell’industria, e ha abbandonato, o ha rivoluzionato, quella società industriale, che era stata la ragione e lo strumento della sua nascita e del suo sviluppo. Quando l’isola di montaggio sostituisce la linea, la catena, di montaggio nella grande fabbrica automatizzata e si entra nella fase postfordista, tutto il resto del lavoro cambia, nel classico passaggio dalla fabbrica alla società. </p>
<p>La domanda di oggi: esiste ancora la classe operaia? La classe operaia come soggetto centrale della critica al capitalismo. Non quindi come oggetto sociologico ma come soggetto politico. E le trasformazioni del lavoro, e della figura del lavoratore, dall’industria ai servizi, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, dalla sicurezza alla precarietà, dal rifiuto del lavoro alla mancanza di lavoro, tutto questo che cosa comporta politicamente?<br />
E’ di questo che dobbiamo discutere.<br />
L’operaismo è stato il contrario dello spontaneismo. E l’opposto del riformismo. Più vicino, quindi, al movimento comunista delle origini che alle socialdemocrazie classiche e contemporanee. Ha coniugato di nuovo, in modo creativo, Marx con Lenin.<br />
Mi chiedo, se nelle condizioni trasformate del lavoro di oggi frantumazione, dispersione, individualizzazione, precarizzazione &#8211; delle figure di lavoratori si possa tornare a coniugare qui e ora analisi del capitalismo e organizzazione delle forze alternative. E non ho una risposta.</p>
<p>So per certo che non si dà lotta vera, seria, in grado di fare conquiste, senza organizzazione. Non si dà conflitto sociale capace di battere l’avversario di classe senza forza politica. Questo è quello che abbiamo imparato dal passato. Se i nuovi movimenti non raccolgono l’eredità della grande storia del movimento operaio, per portarla avanti in forme nuove, per essi non c’è futuro. Nuove pratiche, nuove idee, ma dentro una storia lunga.<br />
Guardate, ai capitalisti fa paura la storia degli operai, non fa paura la politica delle sinistre. La prima l’hanno spedita tra i demoni dell’inferno, la seconda l’hanno accolta nei palazzi di governo. E ai capitalisti bisogna fare paura.<br />
E’ ora che un altro spettro cominci ad aggirarsi, non solo in Europa, ma nel mondo. Lo spirito, risorto, del <a href="http://www.comitatotinamodotti.it/img/falce.jpg">comunismo</a>.</p>
<p>- continua / à suivre con<br />
<em>Scritti sul lavoro, in corso </em>di <strong>Claudio Franchi</strong>, seconda parte<br />
<em>Santissime parole</em> . Note sul lavoro di Ascanio Celestini, di <strong>Francesco Forlani</strong> terza parte</p>
<p>* dal<a href="http://www.globalproject.info/art-10513.html#top"> testo</a> in rete, della conferenza tenuta al convegno internazionale &#8220;Historical Materialism 2006. New Directions in Marxist Theory&#8221;, Londra 8-10 dicembre 2006.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/03/le-santissime-parole-di-ascanio-celestini-prima-parte/">Le santissime parole di Ascanio Celestini (prima parte)</a></p>
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		<title>La Classe non è Acqua! (bis)</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 17:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/camion.jpg" title="camion.jpg"></a></p>
<p>Dopo la pubblicazione di questo articolo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/" alt="uscire dal vicolo cieco - di Sergio Bologna" title="uscire dal vicolo cieco">qui </a> Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. Grazie al lavoro di impaginazione di Jan Reister -santo subito!- possiamo proporvelo nella speranza che, a lettura avvenuta, anche a voi le <strong>cosedicasanostra</strong> sembreranno un tantino più chiare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/la-classe-non-e-acqua-bis/">La Classe non è Acqua! (bis)</a></p>
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<p>Dopo la pubblicazione di questo articolo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/" alt="uscire dal vicolo cieco - di Sergio Bologna" title="uscire dal vicolo cieco">qui </a> Sergio Bologna me ne propose un altro, altrettanto illuminante, sulla questione dei trasporti. Grazie al lavoro di impaginazione di Jan Reister -santo subito!- possiamo proporvelo nella speranza che, a lettura avvenuta, anche a voi le <strong>cosedicasanostra</strong> sembreranno un tantino più chiare. In merito alla lunghezza di post/saggi come questo, gli interventi dei commentatori in casi simili, mi incoraggiano a credere che anche nei blog siano possibili gli approfondimenti.<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<h3><strong>Ragionare sui numeri: colpa dei camionisti anche i rincari prenatalizi?</strong></h3>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Nei giorni scorsi, mentre gli autotrasportatori paralizzavano con la loro protesta una parte del Paese e costringevano industrie come Fiat e Barilla a fermare gli impianti, sono stato interpellato da diversi organi d’informazione perché esprimessi un giudizio sulla vertenza.<br />
Mi sono rifiutato di farlo perché non avevo sottomano sufficienti elementi quantitativi, dei “numeri”, da poter proporre alla riflessione. Il mio giudizio sulla vertenza valeva ben poco, avrei fatto qualcosa di utile se fossi stato in grado di far circolare semmai delle informazioni.</p>
<p><span id="more-5129"></span><br />
Tuttavia, mi sono deciso di uscire dal silenzio di fronte a esternazioni come quelle del Presidente di Confindustria (“un Paese fai da te”), ma soprattutto di fronte alla volgare campagna d’opinione che intende attribuire i rincari di certi generi alimentari ai costi di trasporto.<br />
Che l’Italia fosse un Paese “fai da te” non c’era bisogno che ce lo ricordasse il Presidente di Confindustria, ce lo avevano già fatto capire in maniera più rigorosa le statistiche. Che questa situazione si sia creata in seguito al continuo trasferimento del rischio ai soggetti più deboli lungo una catena di esternalizzazione e di subappalti che ha prodotto un’incredibile miniaturizzazione dell’impresa, lo sapevamo.<br />
Nell’ottobre del 2006 l’ISTAT aveva reso pubblici i dati relativi alla distribuzione degli occupati in Italia per classe dimensionale delle imprese, anno 2004. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavorava in imprese al di sotto dei 10 dipendenti. Di queste, 6.179.000 lavoravano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti.<br />
Questa situazione si è riprodotta all’estremo nel settore del trasporto, dove nel 1995, secondo i dati della Confetra, la maggiore organizzazione padronale del settore, su 213.765 imprese attive 137.744 erano imprese “individuali”. Dieci anni dopo, su 193.445 imprese attive quelle « individuali » sono 134.749, dunque la loro incidenza sul totale è aumentata.<br />
Quali siano i livelli di reddito in questo settore si può desumere indirettamente da questa tabella, riportata nell’ultima edizione del “Conto Nazionale Trasporti”.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/tabella.png" title="Redditi medi annui lordi di personale dipendente"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/tabella.png" alt="Redditi medi annui lordi di personale dipendente" /></a></p>
<p><strong>Clicca sull&#8217;immagine per ingrandire</strong><br />
Se si tiene conto che il reddito medio annuo lordo di un dipendente spesso è superiore a quello dell’indipendente, del cosiddetto “padroncino”, si ha un’idea della situazione in cui si trovano a vivere e lavorare questi cittadini italiani il cui nastro lavorativo giornaliero può toccare anche le 18 ore (il dipendente, teoricamente, dovrebbe avere un orario di lavoro “normale”).</p>
<p>Ma la sorpresa maggiore, dalla lettura del “Conto Nazionale Trasporti” viene dai dati relativi all’occupazione nei diversi segmenti del settore “servizi di trasporto”. Quello relativo al trasporto merci su strada nel 2006 contava 686.600 occupati – il 50% dell’intero settore – mentre il segmento della logistica ne contava 323.500, su un totale (passeggeri e merci, aereo, marittimo e ferroviario compresi) di 1.368.300 effettivi, dipendenti e indipendenti. Quindi più di 1 milione di persone sarebbero occupate in Italia a distribuire, manipolare, gestire le merci (molto inferiore la stima degli addetti fatta dall’Ufficio Studi di Confetra: 445.901, ma non sono stati calcolati gli indipendenti).<br />
Poiché il “Conto Nazionale Trasporti”, da dove abbiamo tratto questi dati, è pubblicato a cura del Ministero dei Trasporti, sarebbe lecito pensare che qualcuno nei corridoi romani si sia preso la briga di leggere queste cifre e magari di farci su qualche riflessione, se non altro perché si tratta di un universo che rappresenta più dell’80% della forza lavoro occupata nel comparto di competenza del Ministero stesso. Ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi. Nei documenti che il Ministero ha lasciato circolare in questi mesi prima di presentare, non più di due mesi fa, la versione definitiva di quelle che vengono definite “Linee Guida del Piano della Mobilità” – finora il più importante atto di programmazione del Governo Prodi in materia di servizi di trasporto – si sono lette frasi del tipo: “il costo della logistica in Italia pesa sul prodotto industriale per una quota variabile tra il 12 e il 20% con punte del 28% per i prodotti deperibili”. Dunque è questa la fonte originaria dell’attuale campagna che attribuisce ai costi di trasporto il rincaro dei prezzi dei generi alimentari sotto Natale?<br />
Ragionando di buon senso, prima di esaminare qualche “numero”, si dovrebbe concludere che gli imprenditori italiani sono degli irresponsabili oppure dei generosi dispensatori di beni alla collettività – se fossero vere le cifre contenute nel documento del Ministero. Se infatti l’incidenza dei costi logistici sul prodotto fosse del 20%, in Italia l’inflazione dovrebbe salire a due cifre, per l’aumento dei prezzi dei generi di consumo, dovuti ai costi della distribuzione. Invece l’inflazione non ha un andamento anomalo nel nostro Paese, si mantiene abbastanza sui valori medi europei, non solo, ma è generata soprattutto dai prezzi e dalle tariffe praticate dai settori protetti, i quali, com’è noto, hanno un’incidenza dei costi logistici sul fatturato a dir poco ridicola.<br />
Per rispondere alle accuse di essere i primi responsabili dei rincari, Assotir, un’Associazione di autotrasportatori prevalentemente impiegati nel “refrigerato”– esclusa dal tavolo delle trattative – ha prodotto le seguenti cifre, che qui si portano a conoscenza con l’avvertenza che non sono state sottoposte dallo scrivente a un lavoro di verifica.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_66ee9246.png" title="costi di trasporto prodotti in camion"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_66ee9246.png" alt="costi di trasporto prodotti in camion" /></a></p>
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<p>Come si vede l’incidenza del costo del trasporto per unità di vendita va da un massimo del 4,19% per una lattuga proveniente dall’area di Salerno e venduta in un supermercato di Milano a un minimo di 0,95% per dei pomodori pelati venduti al supermercato di Roma (mentre per gli stessi venduti a Milano l’incidenza è di 1,90%). Per le acque minerali l’incidenza è del 3,97% &#8211; compreso il ritorno a vuoto &#8211; e per una carne d’agnello proveniente dall’Irlanda e venduta al supermercato a Milano è dell’1,58%. In attesa che queste cifre vengano smentite, noi continueremo a pensare che quei lavoratori, in gran parte autonomi, costretti a stare decine di ore al giorno al volante in un traffico sempre più caotico, grazie ai quali l’apparato produttivo e distributivo di questo Paese può funzionare, rappresentano ancora uno dei segmenti del lavoro più sfruttati e disprezzati. Ma poiché nel nostro Paese il grottesco non ha limiti, prima di concludere vorrei ricordare alle anime belle che nei giorni del fermo dei camionisti si sono chieste “perché le merci non viaggiano sul treno?”, che questo Governo un anno fa, con un tratto di penna, ha abrogato gli incentivi al trasporto di merci su ferrovia (cosiddetto trasporto “combinato” strada-rotaia), erogati dal Governo Berlusconi dopo una lunga trattativa con l’Unione Europea, in ottemperanza al Piano Generale dei Trasporti e della Logistica che era stato elaborato dai governi di centro-sinistra ed approvato dal Parlamento. Come dire che il centro-sinistra ha remato contro se stesso.</p>
<h3>Chi si lamenta del “Paese fai da te”</h3>
<p>Voci più autorevoli di quelle di Montezemolo avevano messo a nudo i disastrosi effetti che la miniaturizzazione dell’impresa ha prodotto sulla produttività del lavoro.<br />
Ricordiamo che, parlando agli studenti dell’Università di Roma “La Sapienza” nel novembre del 2006, il Governatore della Banca d’Italia, Draghi, aveva affermato:</p>
<p>“Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un<br />
punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno<br />
è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è<br />
aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema<br />
economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei<br />
fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).</p>
<p>Il 25 maggio scorso, in una relazione presentata  all’Associazione Italiana Economisti del Lavoro, il prof. Tronti, dirigente dell’ISTAT, ha presentato le tabelle qui accluse:<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" alt="tabella ISTAT produttività oraria" /></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" title="produttività oraria 1995-2005"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_m25a377b5.gif" alt="produttività oraria 1995-2005" /></a></p>
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<p>Il crollo della  produttività oraria nelle dimensioni riportate in tabella è, come si vede, un fenomeno unico tra i paesi industriali.<br />
Questa è la drammatica anomalia del sistema italiano, dovuta in gran parte alla lunga stagnazione delle retribuzioni di fatto ed alla struttura dimensionale delle imprese.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_67a5e868.gif" title="retribuzioni e produttività tabella"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_67a5e868.gif" alt="retribuzioni e produttività tabella" /></a><br />
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Dal 1995 il valore aggiunto per occupato in Italia cala in maniera pressoché costante e precipita nel 2005/2006.<br />
Aggiunge il prof. Tronti nella sua relazione: “Quando esperti, politici e rappresentanti delle parti sociali parlano di produttività, la intendono quasi sempre come un problema che nasce <em>fuori dai cancelli delle fabbriche e dagli uffici</em>: deficienza di infrastrutture, carenza di qualità dell’istruzione, inefficienza della P.A., regole poco flessibili nel mercato del lavoro. Tuttavia, un voluminoso filone di studi documenta che i fattori interni all’impresa prevalgono nettamente su quelli esterni. Secondo un importante studio americano (Black e Lynch, <em>Economic Journal</em>, 2004), la crescita annua dell’1.6% nella produttività totale dei fattori delle imprese americane è riconducibile nella misura dell’1,4% (equivalente all’89%) <em>alla riorganizzazione dei luoghi di lavoro</em> e alle <em>nuove pratiche di lavoro</em>”.<br />
Mentre l’universo della microimpresa, cioè il settore più debole, “il fai da te”, negli ultimi anni traina la domanda di lavoro ed i ritmi occupazionali, (il 50% è attribuibile al settore delle costruzioni), il “nocciolo duro” del sistema d’impresa italiano, quelle 2010 imprese di successo analizzate dalla ricerca Mediobanca-Unioncamere del 2006, ha ridotto “ininterrottamente” il proprio personale nel decennio 1996-2005. La media impresa italiana, quella che è la protagonista involontaria della retorica del <em>made in Italy</em> ha un’incidenza assai modesta sull’insieme del fatturato. L’economia italiana si regge sui settori protetti e sulle rendite (ENEL, ENI, Telecom, banche, assicurazioni), non certo sull’impresa che compete sui mercati internazionali.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_354fafd1.gif" title="retribuzioni reali e produttività del lavoro"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_354fafd1.gif" alt="retribuzioni reali e produttività del lavoro" /></a><br />
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<p>Il 26 ottobre 2007, intervenendo a Torino al Congresso della Società Italiana degli economisti, il Governatore Mario Draghi ha affermato, tra l’altro:<br />
“Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea. Secondo dati dell’Eurostat relativi alle imprese dell’industria e dei servizi privati nel 2001-02, la retribuzione media oraria era, a parità di potere d’acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito. (…) Le differenze salariali rispetto agli altri paesi sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate”.<br />
Non è da meravigliarsi quindi se il reddito disponibile pro capite in Italia ristagna, come emerge da questa tabella acclusa al discorso del Governatore:</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_20572b15.png" title="reddito e conssumi famiglie"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ragionare_sui_numeri_html_20572b15.png" alt="reddito e conssumi famiglie" /></a><br />
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E nell’ultimo numero del “Bollettino Economico” della Banca d’Italia si ricorda che dal 2003 al 2007 l’indebitamento delle famiglie italiane è passato dal 13% al 49%.  Che abbiano tutti fatto un mutuo per la casa?<br />
Aspettiamo i consuntivi dello shopping natalizio per vedere se gli Italiani hanno tanti o pochi soldi da spendere, se ormai si sono “americanizzati” e s’indebitano fino al collo pur di mantenere lo standard di consumi da fare invidia al vicino oppure sono tornati alle antiche pratiche sparagnine.<br />
Ma se non dovessero spendere come Dio comanda, non date la colpa ai camionisti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/la-classe-non-e-acqua-bis/">La Classe non è Acqua! (bis)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La Classe non è Acqua!</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2007 19:36:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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immagine di effeffe</p>
<p>Questo saggio di <strong>Sergio Bologna </strong>forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale.<br />
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!<br />
<em>effeffe</em></p>
<strong>Uscire dal vicolo cieco</strong>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
pubblicato su <a href="http://criticalab.wordpress.com" title="il sito criticalab">http://criticalab.wordpress.com</a></p>
<p><em>(in occasione della Mayday 07 a Milano)</em></p>
<p>Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/">La Classe non è Acqua!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/aveugles-copia.jpg" title="aveugles-copia.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/aveugles-copia.jpg" alt="aveugles-copia.jpg" /></a><br />
immagine di effeffe</p>
<p>Questo saggio di <strong>Sergio Bologna </strong>forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale.<br />
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!<br />
<em>effeffe</em></p>
<h2><strong>Uscire dal vicolo cieco</strong></h2>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
pubblicato su <a href="http://criticalab.wordpress.com" title="il sito criticalab">http://criticalab.wordpress.com</a></p>
<p><em>(in occasione della Mayday 07 a Milano)</em></p>
<p>Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose. Troppi sono gli ostacoli che impediscono di fare passi avanti. L’attuale Governo e la politica del suo Ministero del Lavoro è uno di questi, ma non meno insidiosi sembrano gli ostacoli interni al movimento stesso.<br />
Il pericolo che un’intera generazione sia condannata ad un’esistenza da cittadini di serie B è reale. Nei media e nei discorsi ufficiali si diffondono inviti alla rassegnazione dicendo che questa condizione è generalizzata a tutto l’Occidente capitalistico. In realtà se questo è vero – ed è purtroppo vero – costituisce una ragione di più per essere preoccupati e cercar di reagire.</p>
<h3><strong>Avere coscienza di sé come classe</strong></h3>
<p><span id="more-5051"></span></p>
<p>E’ opinione abbastanza condivisa che il fordismo ha prodotto l’operaio massa.<br />
In base a questa percezione si sono costruiti i ragionamenti politici che hanno dato un contenuto ai movimenti sociali degli Anni 60 e 70. Non è altrettanto chiaro, o comunque altrettanto condiviso, il ragionamento sulla classe prodotta dal postfordismo. Molti tentativi di definire i contorni di questa classe sono stati fatti e sono in corso, non ultimo quello di definirla come “non classe”. Ma finché non si riesce a trovarne un profilo adeguato, che abbia la stessa chiarezza, schematicità, evidenza e capacità di comunicazione che ha avuto il termine di “operaio massa”, ogni sforzo per farne un soggetto politico con cui Governo e capitale debbono confrontarsi sarà inutile.</p>
<h3><strong>Ricomporre un sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Quello che viene definito “operaismo italiano” è stato forse l’unico sistema di pensiero che ha cercato di mettere ordine nella percezione dei rapporti di classe del dopoguerra. Ripercorriamo per un momento la strada che ha battuto per arrivare a definire il soggetto di classe del fordismo, l’operaio massa. Il punto di partenza è stato lo sforzo di comprensione dei cambiamenti tecnologici e organizzativi del capitalismo. Come le macchine ed il loro uso trasformavano, plasmavano gli uomini che ricevevano un salario per azionarle e controllarle. Primo passo, capire le macchine e la loro capacità di mutamento genetico dei comportamenti umani. Secondo passo, capire il governo politico di questo processo, trovare coerenza tra azioni di governo, amministrazione pubblica e trasformazioni tecnologico-organizzative del lavoro salariato. Terzo passo: riconosciuti i lucchetti che ti serrano le mani, imparare a farli saltare uno a uno. Un percorso analogo oggi è impraticabile? Proviamo a imitarne la sequenza, chissà che da qualche parte non ci porti. Primo passo: uso capitalistico delle macchine.</p>
<h3><strong>Il genere umano adatto al computer</strong></h3>
<p>Assumiamo che la tecnologia-simbolo del fordismo sia la catena di montaggio e la tecnologia-simbolo del postfordismo il computer. Richiedono due razze diverse di forza lavoro. La prima una forza lavoro che, anche se scolarizzata, deve soltanto adattare i propri bioritmi a quelli della macchina, esserne una funzione, un componente. La seconda una forza lavoro che, anche se non scolarizzata, deve possedere competenze, conoscenze e saper interagire con la macchina. Nel fordismo abbiamo una potenza tecnologica che soggioga e disciplina la forza lavoro, nel postfordismo uno strumento tecnologico che dialoga con la forza lavoro, nel fordismo l’uomo – per paradosso – ridotto a scimmia, nel postfordismo l’uomo tutto cervello. La liberazione nel primo caso passava per il rovesciamento dei rapporti con la macchina (il ritmo lo decido io e non la catena, il cottimo individuale va abolito, la tecnologia non va accettata come tale ma modificata, prima la salute e poi la produttività, i salari tendenzialmente uguali per tutti ecc. ecc.). Erano i primissimi passi per riacquistare dignità umana e diventare soggetto politico. Non è lo stesso percorso che si presenta nel postfordismo, il computer è – può essere – liberazione. I percorsi sono molto più complessi e per individuarli dobbiamo abbandonare l’operaismo. Anzi, può diventare un ostacolo. Ed in effetti oggi il revival dell’operaismo, che avviene in coincidenza con il quarantennale della pubblicazione dell’opera di Mario Tronti “Operai e capitale”, avviene in un contesto che rafforza le posizioni di coloro che sono i principali avversari di una liberazione del precariato, come cercheremo di dimostrare. Noi dobbiamo difendere lo spirito, la logica dell’operaismo originario, non la moda operaista di oggi.</p>
<h3><strong>I mutamenti genetici indotti dal postfordismo</strong></h3>
<p>Utilizziamo il termine “mutamento genetico” in senso figurato ma non troppo. I fenomeni che inducono un mutamento dei comportamenti sociali, delle abitudini e degli stili di vita hanno un’importanza che possiamo considerare maggiore di quella che potrebbe ottenersi con mutamenti indotti nell’organismo umano. Il primo grande salto che compie il postfordismo rispetto al fordismo è l’attribuzione di valore al capitale umano, alle conoscenze/competenze. Questo comporta una prima “specifica di cittadinanza”, intendendo per specifica i requisiti richiesti per essere cittadino in un mercato del lavoro postfordista. Sono requisiti costosi, perché significano un investimento consistente – in termini di tempo e di denaro – nella cosiddetta formazione. Per accedere al mercato del lavoro occorre essere dotati di un consistente bagaglio formativo, in modo da attestare frequenze da inserire in quei curricula che si allungano in proporzione agli anni di precariato.<br />
Anya Kamenetz è una giornalista di 25 anni del Village Voice ed ha appena pubblicato un libro, Generation Debt, dal sottotitolo “Perché oggi è terribile essere giovani”. L’argomentazione è molto semplice: la stragrande maggioranza dei giovani americani esce dagli studi con tanti debiti sul collo (contratti per pagarsi gli studi) che ne restano condizionati al momento di entrare nel mercato del lavoro, e rendono le condizioni lavorative &#8211; che si deteriorano sempre di più – ancora più dure. Insomma sono già fottuti prima di cominciare. Questa non è ancora la situazione in Europa ma ci stiamo arrivando. La “specifica di cittadinanza” richiesta dal postfordismo ha prodotto un gonfiamento abnorme e mostruoso della cosiddetta “offerta formativa”; centinaia di scuole, di corsi, di master che ci assordano con le loro proposte, sono oggi appannaggio del mercato privato, ma presto sarà la scuola pubblica a presentarsi come un brand, a fare marketing, come stanno già facendo alcune università italiane, che si strappano gli studenti a forza di promesse di corsi brevi o di corsi facili, talune abbassando i prezzi, altre alzandoli in modo da creare nella clientela l’effetto “lusso” (“se costa tanto vuol dire che è buona”). E’ il postfordismo che ha inventato il lifelong learning, quel micidiale meccanismo per il quale il giovane si convince che il suo precariato non dipende da rapporti di forza tra le classi ma dalla sua insufficiente formazione, quindi più rimane disoccupato o sottoccupato e più studia. Non è un caso che le forze maggiormente responsabili della precarizzazione di massa richiedano a gran voce investimenti nella formazione. I Sindacati hanno beneficiato in questi ultimi vent’anni di finanziamenti europei di notevole entità per la formazione, risorse con cui avrebbero potuto essere finanziati ammortizzatori sociali mirati.<br />
Risultato zero. In parallelo a questa frenesia del mercato della formazione si è andata svolgendo l’involuzione del sistema scolastico, mentre l’Università ha continuato ad essere governata e organizzata in base alle esigenze dei docenti e non in base ai bisogni degli studenti. Pertanto il postfordismo o la cosiddetta knowledge economy hanno prodotto la superfetazione di un mercato della formazione pubblica e privata la cui sola funzione ormai è quella di produrre un essere umano che è un precario prima ancora di entrare nel mercato del lavoro e che solo per eufemismo viene chiamato “uomo flessibile”. Il postfordismo in tal modo ha trasformato una condizione lavorativa – che per sua definizione è modificabile in base a un rapporto di forza – in una caratteristica genetica. Il precariato non deve nascere solo al momento dell’incontro con il mercato del lavoro, deve essere costitutivo della mentalità della persona, deve essere inoculato nella persona come percezione del sè.</p>
<h3><strong>L’obsolescenza delle competenze</strong></h3>
<p>Si dovrebbe cominciare a difenderli sin da piccoli i nostri figli da questa macchina infernale che si chiama formazione, tanto più quanto maggiore è il pericolo che crescano “schermodipendenti” (display della tv di casa, del telefonino, del videogioco, del computer). Mai l’autoformazione è stata così importante per aiutarci a vivere e a non restare schiacciati dal mercato della formazione. Mai un sistema di pensiero indipendente, scaturito dalla necessità primordiale di sopravvivere e di non farsi sommergere dalla marea formativa che sale ogni giorno di più, è stato tanto necessario come oggi.<br />
L’ideologia perversa del lifelong learning, la credenza che le competenze accumulate sono sempre insufficienti, come se fossero quelle e non i rapporti tra le classi che impediscono un’occupazione stabile, trovano tuttavia una giustificazione, una base di realtà, nel fatto che effettivamente nel postfordismo l’innovazione tecnologica, soprattutto a livello d’informatica, è rapida e uccide ogni giorno posti di lavoro per obsolescenza. Nel fordismo questi passaggi, per cui interi gruppi professionali venivano messi fuori gioco, non erano così frequenti, tant’è che, ogniqualvolta accadeva, il fatto era riportato con enfasi epica o tragica dai libri di storia (es. l’espulsione dei “camalli” in seguito all’introduzione del container). Oggi è storia quotidiana, è un fenomeno strutturale. Ma proprio per questo richiederebbe interventi mirati, politiche di compensazione specifiche. Oppure una gestione delle risorse destinate alla cosiddetta “riqualificazione” interamente sottratta alle forze che sono le principali responsabili della precarizzazione.</p>
<h3><strong>Cosa significa avere un proprio sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Uno dei fattori che ha contribuito a rendere politicamente “forte” il sistema di pensiero operaista agli inizi degli Anni 60 è stato il fatto di aver guardato a fondo nella natura del taylorismo e del fordismo, di averlo studiato nel suo paese di origine, gli Stati Uniti. La cultura italiana ed europea dell’epoca infatti ne sapeva ben poco. Il taylorismo ed il fordismo erano arrivati con dieci, quindici anni di ritardo in Europa, in Paesi come l’Italia e la Germania erano arrivati con i regimi fascisti. La cultura “industriale” del PCI e del PSI di quei tempi aveva idee piuttosto vaghe sul fordismo, era una cultura “produttivista”, completamente condizionata dall’antifascismo, cioè da problematiche di tipo istituzionale. Le durissime condizioni di lavoro nell’industria italiana degli Anni 50 – per i ritmi ossessivi e la disciplina da caserma della fabbrica – venivano ricondotte al riemergere di mentalità fasciste e autoritarie. Il taylorismo veniva guardato come strumento di innalzamento della produttività che ben aveva funzionato in Unione Sovietica. C’era dunque un grande gap culturale tra gli operaisti ed il resto della Sinistra.<br />
Oggi noi viviamo analoga situazione. La cultura industriale italiana – e quindi anche quella della Sinistra, che non si discosta nemmeno di un millimetro da quella di Confindustria – non sa e non vuol sapere quel che veramente è accaduto negli Stati Uniti con la new economy, le dot.com e tutto quell’insieme di iniziative e di avvenimenti che hanno prodotto una vera e propria rivoluzione negli Anni 90, prima e dopo l’avvento del web. Soprattutto non hanno capito che quella rivoluzione ha avuto anche dei connotati anticapitalistici ed è stata condotta all’insegna del rifiuto dei modelli disciplinari e produttivi delle big corporations, in uno spirito libertario, anticonformista, e con un chiaro senso di rivolta contro il sistema della formazione così come viene offerto dalle business schools e dalle big universities. Veniva esaltata l’autoformazione, quella che una volta si chiamava l’autodidattica. I main frame della IBM erano chiamati “i Lager dell’informazione”. E’ da questo spirito che è nato il movimento per l’open source, da qui provengono i gruppi ancora attivi degli “informatici per la democrazia”, che vigilano sui pericoli di privatizzazione del web. Qui si è formata quella nuova classe che i guru del management come Drucker chiamano knowledge workers, sociologi come Florida creative class o economisti e politici come Robert Reich “analisti di simboli”. Hanno sognato un nuovo mondo, un nuovo modo di lavorare, di fare impresa, un diverso modo di definirsi, né blue collar né white collar, tant’è che uno come Andrew Ross, cronista egregio della loro storia, li ha chiamati no-collar. Poi sono stati risucchiati dalla finanza e stritolati dalla crisi del 2000/2001 – ma quale rivoluzione nell’Occidente capitalistico non viene risucchiata e stritolata?<br />
<strong><br />
</strong></p>
<h3><strong> Ci siamo stufati di Ken Loach</strong></h3>
<p>E’ dalle vicende di questa web class – passatemi il neologismo – che bisogna ripartire per capire a fondo la natura del postfordismo e la sua capacità di rendere strutturale la condizione di lavoro precaria. Pochi in Italia conoscono questa storia e ancor meno hanno cercato di ragionarci su, per tirarne fuori un pensiero politico. La “Shake” agli inizi degli Anni Novanta lo ha fatto (non è stata la sola), lo hanno fatto quelli che hanno inventato la Mayday, ma i loro ragionamenti non sono diventati patrimonio comune né della Sinistra nè di una parte consistente dei movimenti, i quali continuano ancora ad attardarsi nel celebrare i funerali della classe operaia. Non solo, ma la sconfitta dell’operaio massa (sconfitta relativa peraltro) invece di un monito viene assunta a paradigma politico. I modelli di lavoro del fordismo – in particolare il contratto di lavoro subordinato – invece di essere superati nel diritto e nelle politiche del lavoro, con uno sforzo d’innovazione che vada incontro al precariato e lo riconosca come forma generale, vengono cristallizzati come unici modelli che danno accesso al sistema di tutele. Nei loro stampi vengono ficcati a forza i precari, i parasubordinati, i lavoratori autonomi di seconda generazione, tutto il lavoro postfordista. Belle le storie di lavoro raccontate da Ken Loach, ma inchiodate ancora al mito di una classe operaia che fu, storie di nostalgia che guardano indietro e mai in avanti e ricordano terribilmente quelle del neorealismo italiano: mentre i contadini meridionali diventavano operai di fabbrica e formavano il reparto di punta dell’operaio massa, i registi italiani continuavano a raccontare storie di terre aride e di donne in nero, inzuppate di pathos similgreco e di retorica meridionalista – che mandavano in solluchero l’intellighentsia comunista ed a molti di noi facevano solo toccare ferro.<br />
Per dire che è ora di finirla con questa riproposizione di una storia finita della classe operaia (mostrata guarda caso sempre da “simpatica perdente”) ed è invece urgente focalizzare il lavoro postfordista, le sue problematiche, le sue possibilità di riscatto, è indispensabile trovare nuovi criteri di tutela delle condizioni lavorative che non rientrano nel contratto-tipo del lavoro subordinato, nuovi ammortizzatori sociali, nuovi incentivi – che compaiono, pur timidamente, anche nel programma elettorale di Segolène Royal in Francia. In questo senso si diceva che il revival operaista di oggi può essere un fattore di conservazione e di blocco dell’agire politico.</p>
<h3><strong>Il precariato come il morbillo ovvero c’è di peggio della legge Biagi</strong></h3>
<p>Varrebbe la pena seguire il percorso dell’intellighentsia di Sinistra nell’occultare la natura del lavoro nel postfordismo. La prima percezione che qualcosa stava cambiando la ebbe dieci anni fa quando si accorse che c’era un po’ di occupazione “atipica” o “non standard”, come dicono a Bruxelles. Sociologi di vaglia cominciarono ad occuparsi di strani esseri umani, i co.co.co.. Furono fatte dal sindacato le prime inchieste e saltò fuori che erano più di due milioni in Italia. Il problema del lavoro “atipico” dunque non era marginale, ma coinvolgeva il 10% della forza lavoro. A questo si aggiungevano i lavoratori autonomi di seconda generazione, ma di questi ci si sbarazzò subito dicendo che non erano lavoratori ma “imprese”, “ditte individuali”, e pertanto di competenza di Confindustria. Intanto era giunto al potere Berlusconi e il suo Ministero del Lavoro, con la consulenza iniziale di Marco Biagi, diede una veste istituzionale al lavoro “atipico”, compiendo un primo passo importante nel riconoscimento che il postfordismo stava cambiando il mondo del lavoro e che a partire da questi mutamenti andava costruita una nuova politica del diritto e della contrattualistica. Ma l’astuta talpa dell’intellighentsia di Sinistra continuava a lavorare per ridurre il problema dei lavori “atipici” ad un problema marginale. I due milioni e passa di co.co.co. vennero ridotti a 400.000 da analisi statistiche più attente, che depurarono i dati INPS dalle mancate cancellazioni e scartarono i co.co.co. titolari di pensione o di altre occupazioni.<br />
Al tempo stesso, sempre con statistiche alla mano, fornite dai dati ISTAT della Rilevazione continua delle forze di lavoro, altri valenti sociologi annunciavano al mondo che il lavoro autonomo era in diminuzione (trascurando il fatto cheera in diminuzione quello tradizionale, il lavoro contadino e del piccolo commercio, mentre quello di seconda generazione era in forte ascesa). Così il problema del postfordismo, che abbiamo visto implica una trasformazione molto complessa degli assetti capitalistici, veniva praticamente ridotto a problema marginale e il precariato a problema fisiologico. Si trattava, secondo queste menti eccelse, di un periodo transitorio della vita lavorativa di ognuno di noi (il periodo del “flusso”), destinato rapidamente ad estinguersi e passare poi al periodo dell’occupazione stabile (il periodo dello “stock”) e sicura per tutta la vita. Insomma il precariato come malattia infantile, come il morbillo, la scarlattina. Si giunge così al governo Prodi ed al Ministero Damiano, con il quale ogni traccia di ragionamento sul lavoro postfordista viene azzerata.<br />
L’unica idea di lavoro è quella che corrisponde alla fattispecie del contratto di lavoro a tempo indeterminato; il precario, l’atipico, il non standard sono riconosciuti solo come “figure di passaggio”, fanno parte dell’effimero del mercato del lavoro; scompariranno quando entreranno nella forza lavoro stabile, nello “stock” di forza lavoro. Vengono aumentate le aliquote contributive però. Effimeri come cittadini lavoratori ma non come cittadini contribuenti. In questo quadro, tra l’altro, l’unica azione di governo concreta in favore del precariato non può che essere quella all’interno dell’impiego pubblico, immettendo in ruolo un po’ di lavoratori a tempo determinato dell’Amministrazione pubblica. Sul mercato privato nulla può il governo, a meno di introdurre una nuova legislazione del lavoro. Di fronte a questa sequenza inquietante, a questo rifiuto di voler percorrere strade nuove per fenomeni nuovi – sia nel sistema delle tutele fondamentali che nel sistema degli ammortizzatori sociali – la vituperata “legge 30” rischia di fare bella figura. Anche nella sua versione maroniana infatti, questa legge ha rappresentato un riconoscimento dell’esistenza di una fattispecie lavorativa diversa dal modello standard. A suo modo, forse in maniera maldestra, ha cercato di inserire elementi di tutela, ha legittimato per la prima volta il lavoro postfordista ed il precariato come fenomeno strutturale – non come fenomeno passeggero (un “flusso”), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di Governo ed i loro consiglieri. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di precarietà, ha cercato di formalizzarla. Il “pacchetto Treu” dei precedenti governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro. Pertanto aver scelto la “legge Biagi” come obbiettivo di fondo di una lotta contro il precariato sembra la classica riedizione delle imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento.<br />
Bene o male la “legge 30” prende atto che le posizioni di lavoro “atipiche” sono una componente costante, la cultura ministeriale attuale le considera come l’acne giovanile. Ed alle donne (soprattutto) e agli uomini che sono invecchiati a furia di contratti di co.co.co., temporanei, stages, partite Iva e altri espedienti per vivere, sa dire soltanto “pagate troppo poche tasse”!</p>
<h3><strong>I grandi numeri ovvero le misure della Signora Italia</strong></h3>
<p>A leggere ed ascoltare il discorso pubblico si ha la sensazione spesso che il ceto politico non abbia ben presente com’è fatto il Paese, che gli mancano i grandi numeri. Ogni tanto ricordarli vale la pena, soprattutto se vogliamo avere un’idea del lavoro postfordista. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavora in imprese al di sotto dei 10 dipendenti e di queste 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti (dati Istat, ottobre 2006). Se ci aggiungiamo circa 1 milione di persone che lavora in imprese che non superano i 15 dipendenti, abbiamo un esercito di circa 8 milioni e mezzo di persone su un totale di 16 milioni e mezzo che non è tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pertanto anche il contratto di lavoro a tempo indeterminato rappresenta un sistema di totale sicurezza del lavoro per meno del 50% della forza lavoro occupata nel settore di mercato (cioè escluso il settore pubblico). Quindi il mercato del lavoro italiano – se escludiamo per ora il settore pubblico e parapubblico – ha già un elevato grado di flessibilità nell’ambito dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Su questo substrato si innesta il precariato vero e proprio.<br />
Ma guardiamolo meglio questo substrato, perché non riusciremo mai a capire la natura del precariato se non abbiamo chiaro il terreno su cui si forma.<br />
Piaccia o non piaccia, il vero “buco nero” di questo substrato è rappresentato da quei 6 milioni e passa di persone che lavorano in imprese il cui numero medio di dipendenti non arriva nemmeno a tre. Perché è un “buco nero”? Per due ragioni di fondo. La prima è che un organismo che ha meno di tre dipendenti non può essere chiamato “impresa”. Anche chi ha letto solo un Bigini di economia sa che l’impresa è un’istituzione costituita da tre figure o ruoli sociali distinti: il capitale, il management e la forza lavoro. Nelle imprese familiari capitale e management s’identificano. Una struttura composta da nemmeno tre persone viene chiamata “impresa” solo per ragioni ideologiche, cioè per voler inquadrare nella borghesia capitalistica quello che è invece il variegato universo del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione, fenomeno antico ma esploso proprio in coincidenza del diffondersi di rapporti postfordisti. Quei 6 milioni 179 mila sono infatti rappresentati in parte dalle cosiddette “ditte individuali” (altro termine assurdo e mistificatorio) ed in parte da lavoratori autonomi che hanno uno o due (virgola sette) dipendenti – assunti spesso con contratti di lavoro a tempo indeterminato. La seconda ragione di fondo per cui questo è il vero “buco nero”, è rappresentata dal fatto che questo universo e quello immediatamente continguo, cioé l’universo delle imprese al di sotto dei 10 dipendenti, è quello che crea la maggiore domanda di lavoro, è quello che tiene alta la dinamica occupazionale. Le imprese medio-grandi infatti, in particolare quelle 2010 imprese che formano il nocciolo duro del capitalismo italiano analizzate nella ricerca di Mediobanca del 2006 – ricerca che chiunque voglia farsi un’idea veritiera del sistema capitalistico italiano dovrebbe sapere a memoria – nel decennio 1996/2005 hanno ridotto ininterrottamente gli occupati.<br />
Ma non basta. In Italia, dopo che i sindacati hanno firmato lo sciagurato accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati sono rimasti quasi fermi, circostanza che non si è verificata in nessun altro Paese dell’Unione Europea. Malgrado questo blocco dei salari, le imprese hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare, a restringere sempre più l’area del core manpower ed a ingrossare l’area della microimpresa o del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione. Il blocco dei salari avrebbe dovuto indurre le imprese a ingrandirsi, ad assumere più gente “in pianta stabile”, a investire in ricerca e innovazione. Invece è avvenuto il contrario: sempre più frammentati, sempre più piccoli, sempre più fragili, sempre più low tech. I corifei di Confindustria chiamano questa roba “capitalismo molecolare”. Ma piantatela! Questi sono milioni di persone che lavorano in condizioni precapitalistiche, che non hanno mai avuto un soldo in prestito da una banca mentre l’azienda che fino all’altroieri è stata di Tronchetti Provera ha 43 miliardi di euro di debiti con le banche (86 mila miliardi di vecchie lire!) ed a tutti – tranne Beppe Grillo, grazie al cielo – sembra normale.<br />
Sono milioni di persone che non hanno mai goduto dei benefici e dei sussidi previsti per le imprese – sono cosiddette “microimprese” prive di capitali e di sussidi (la Cassa Integrazione è un sussidio per l’impresa), che vivono del loro solo capitale umano, cioè del know how e delle risorse d’iniziativa delle persone che ci lavorano. E’ qui che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi.<br />
Malgrado questa posizione di assoluta inferiorità nel mercato, è questo universo che traina l’occupazione in Italia. Le imprese che accumulano profitti in misura mai toccata nella storia – è sempre la ricerca Mediobanca a documentarlo – danno un contributo modestissimo all’occupazione o addirittura contribuiscono a ridurla. Il capitalismo in Italia va proprio storto, la conformazione capitalistica italiana è un’anomalia. Ma chi ne fa le spese? Il capitale umano naturalmente, le competenze, le conoscenze. Lo scorso novembre, parlando agli studenti dell’Università di Roma, il Governatore della Banca d’Italia ha dichiarato: “Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).<br />
La produttività del lavoro, com’è noto, cresce nella misura in cui il capitale umano, cioè l’intelligenza e la competenza delle persone, il loro sforzo fisico, l’erogazione di energia lavorativa umana, si combinano con il capitale fisso rappresentato da tecnologie, macchinari, sistemi organizzativi, infrastrutture di rete materiali e immateriali ecc.. Il sistema capitalistico italiano o lascia completamente abbandonato a se stesso il capitale umano, addossando sulle sue spalle gli interi costi di riproduzione e privandolo di capitale fisso (appunto l’universo delle cosiddette “microimprese” – che io preferisco chiamare l’universo del lavoro autonomo con un minimo grado di organizzazione) oppure concentra le risorse finanziarie in imprese che impiegano poco capitale umano, nelle imprese cioè dei settori a bassa tecnologia, che sono caratteristici della specializzazione produttiva del Paese e di gran parte dei cosiddetti, esageratamente esaltati, “distretti industriali”. Ma non basta. Il sistema capitalistico italiano non solo è un sistema low tech ma è un sistema nel quale la rendita prevale sul profitto. Le grandi imprese italiane non sono quelle dei settori competitivi del mercato mondiale, “maturi” o meno che siano – auto, chimica, elettronica, editoria ecc. – ma quelle che godono di posizioni di monopolio, di posizioni di rendita (ENI, ENEL, Telecom, Autostrade, banche, assicurazioni ecc.), sono imprese in qualche modo “protette”. E se ci sono imprese in grado di competere a livello internazionale in settori avanzati, è più probabile che siano pubbliche, come Finmeccanica (armi) o Fincantieri (navi da crociera) che private.</p>
<h3><strong>Il deterioramento della qualità del lavoro dipendente</strong></h3>
<p>Ecco il disastroso risultato delle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno consegnato monopoli pubblici nelle mani di privati (hanno avuto la faccia tosta di chiamarli “capitani coraggiosi” – gente che non ha rischiato una lira di suo, che si è trovata padrona di imperi senza avere tirato fuori il becco di un quattrino). Ecco la penosa situazione creata dall’aver legato le mani dietro la schiena al lavoro con lo sciagurato accordo del 1993. Dicevano, negli Anni Ottanta, che non potevano investire perché il costo del lavoro era troppo alto, perché c’era troppa rigidità nel mercato del lavoro. Dicevano che le imprese non potevano crescere. Hanno avuto la flessibilità in misura superiore a qualunque altro Paese europeo, il blocco dei salari, la morte della conflittualità.<br />
E hanno portato il Paese nelle condizioni in cui si trova, un Paese dove lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi è il più grande dell’Unione Europea, cioè un Paese dove l’ingiustizia sociale regna e dove quelli che stanno peggio sono proprio i giovani, in particolare quelli che investono in formazione, quelli che lavorano in proprio, che cercano di cavarsela, dopo aver aspettato per anni un’occupazione adeguata alla loro formazione. Il prezzo più alto lo paga il capitale umano, lo pagano le competenze, lo paga il merito, lo paga l’intelligenza. Hanno creato un sistema che odia l’intelligenza, la teme, e fa di tutto per mortificarla, umiliarla, ricattarla (basta vedere come sono scritti i giornali). Knowledge economy! Chissà quando i giovani italiani si renderanno conto pienamente che per il loro capitale umano non c’è mercato, che conoscenze e competenze vengono misurate solo in rapporto al costo, che si trova lavoro solo per raccomandazioni, che la qualità dei posti di lavoro – esattamente come negli Stati Uniti descritti da Anya Kamenetz e per usare le sue parole – “si deteriora ogni giorno di più”.<br />
Ci si aspetterebbe che coloro i quali condividono con il capitale la responsabilità di questa situazione, formulino un accenno di autocritica. Macché, salgono in cattedra e si atteggiano a difensori del precariato! Loro che non sono riusciti a difendere il lavoro dipendente!<br />
E qui nasce il grottesco della situazione cui assistiamo in questi mesi. Da parte di spezzoni del sindacato e da parte di ex sindacalisti diventati Ministri si continua a promettere il superamento del precariato attraverso l’inserimento nel sistema del lavoro dipendente, del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questo atteggiamento produce una pesante mistificazione, perché il fenomeno più grave e dilatato del nostro tempo non è il precariato (o non è solo il precariato) ma il deterioramento della qualità del lavoro dipendente, in termini di retribuzione, in termini di dinamiche di carriera, in termini di rapporti col sistema gerarchico/disciplinare dell’impresa, anche in termini di rapporti tra colleghi, in termini di stress, di lunghezza delle giornate lavorative, in termini di sicurezza del posto di lavoro, in termini di riconoscimento del merito e così via. Lo si coglie, questo deterioramento, in tutta la letteratura che tratta gli aspetti della vita aziendale, in particolare nel settore di quelli che una volta venivano chiamati quadri intermedi, cioè nei settori a contenuto di conoscenza ed a forte impegno relazionale. In Italia tra il reddito annuo netto di un lavoratore dipendente a tempo indeterminato e quello di un lavoratore precario ci sono solo 250 euro al mese di differenza a favore del primo! Ed è proprio il deterioramento della qualità del lavoro dipendente che spinge molti giovani a scegliere il lavoro autonomo. E qui nasce l’altra mistificazione. Per questi signori il lavoro autonomo è un “finto” lavoro autonomo, è un lavoro dipendente mascherato. I contratti di lavoro “atipici” sarebbero posizioni di lavoro dipendente che si tratterebbe di far “emergere”, per inserirli nella cittadella del contratto di lavoro a tempo indeterminato.<br />
Questa sarebbe la formula magica con cui sconfiggere il precariato. E cantano vittoria quando riescono a far assumere a tempo indeterminato i lavoratori di un call center. Invece le posizioni di lavoro “atipiche”, come le chiamano loro, occasionali, indipendenti, sono spesso, anzi sempre più, posizioni di autotutela nei confronti della miseria del lavoro dipendente, dei suoi salari da fame e delle sue condizioni ambientali che si deteriorano sempre più, oltre che rivendicazioni di autonomia e di indipendenza. Pertanto l’intero impianto concettuale e culturale delle politiche del lavoro e delle politiche giovanili del Governo Prodi si fonda su una sequenza impressionante di mistificazioni, azzerando in ultima analisi vent’anni di riflessione sul postfordismo e le sue caratteristiche.</p>
<h3><strong>Non aver paura di identificarsi con la middle class</strong></h3>
<p>Non si capisce perché tanti spezzoni di movimento che intendono rappresentare le istanze del precariato debbono travestirsi da proletariato e identificarsi con gli immigrati extracomunitari, continuando ad usare le più consunte simbologie e i più stucchevoli immaginari della tradizione del socialismo ottocentesco. Non si capisce perché si debba sopportare questo micidiale cocktail di pauperismo lamentoso e di pietismo cristiano, che ha cancellato ogni traccia di marxismo. Il fenomeno centrale di questa fase dell’epoca postfordista o della “nuova economia” è la crisi della middle class nei paesi occidentali. Secondo Robert Reich, l’ex ministro del lavoro di Clinton, è dai tempi della Grande Depressione, dal 1929, che la classe media americana non sta così male. Non sono gli strati marginali della società a scricchiolare, è la componente centrale a perdere colpi, a non vedere un futuro, a non riuscire a ritagliarsi una fetta della torta. Poiché la struttura della forza lavoro in Italia e nell’Europa occidentale non è molto diversa da quella degli Stati Uniti, questo è il problema di fondo oggi. Che cosa sanno dire i nostri eroi del centro-sinistra a questo proposito? Che bisogna “saper conquistare i voti della borghesia moderata”. Sono ancora fermi lì da trent’anni, anzi da cinquanta. Da mezzo secolo non si sono più chiesti se quell’aggregato che chiamano “borghesia moderata” è cambiato oppure no. E poiché il postfordismo ha inciso più pesantemente sulla natura e la composizione della middle class che su quella della classe operaia, i nostri eroi non hanno la più pallida idea di cosa sia il postfordismo. Welcome to the middle class poverty è lo slogan che il sindacato dei freelance di New York (40.000 iscritti) ha scritto sui volantini diffusi a migliaia nella metropolitana. Magari se si fosse indagato un po’ più a fondo sul disagio della middle classs si sarebbe capito meglio il berlusconismo, ma l’”analisi di classe”, si sa, non è più praticata da un ceto politico che sa ragionare solo in termini di clientelismo e lascia in pegno il cervello a viale dell’Astronomia. Il precariato come fenomeno di massa di una forza lavoro dotata di competenze e conoscenze, che ha pesantemente investito in formazione, di una forza lavoro dotata di skills acquisiti in decine di esperienze lavorative, lungo un percorso di lavori instabili, occasionali, ma di alto contenuto professionale, inframmezzati da lavori di merda – questo precariato è un fenomeno di middle class, interessa cittadini di società opulente. Che bisogno c’è di travestirsi da proletari e di portarsi dietro tutta la zavorra culturale della Seconda, della Terza, della Quarta Internazionale? Quanto tempo deve ancora durare il coma irreversibile del comunismo? Non è ora di fare come Welby invece di rifondarlo? Che bisogno c’è di travestirsi da proletari quando comunque si sarà costretti, laureati o no, a cercar lavoro in giro per il mondo, come lo hanno fatto milioni di contadini semianalfabeti dei primi del Novecento?</p>
<h3><strong>Quanti sono i precari in Italia?</strong></h3>
<p>Sembra che non debba ripetersi la telenovela delle statistiche sui co.co.co.. Gli studiosi del mercato del lavoro dimostrano maggiore prudenza nel quantificare l’area del precariato, sanno di toccare un problema sensibile e non se la cavano concludendo che il problema è marginale, denunciano che i dati sono scarsi e ammettono che l’oggetto dell’osservazione è complesso. Vuol dire che, in dieci anni, il lavoro postfordista si è guadagnato un po’ di attenzione. Ma veniamo ai risultati, come emergono da un articolo pubblicato sul sito www.lavoce.info il 21 marzo 2007. I precari in Italia sarebbero 3.757.000 pari al 12,2% dell’occupazione totale, “mentre tra coloro che non hanno più un lavoro, ma sono in cerca di una nuova occupazione o sarebbero immediatamente disponibili a lavorare, i precari sono il 36,3%”. Secondo la stessa fonte, il reddito annuo netto di un lavoratore a termine sarebbe in media di 12.438 euro, di un co.co.pro. sarebbe di 10.191 euro, di un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato di 15.342 euro e di un autonomo (non meglio specificato) di 23.277 euro. E’ stato giustamente fatto osservare che da questo computo mancano due tipologie abbastanza diffuse: il lavoratore a tempo indeterminato senza contratto scritto (la legge non ne prevede l’obbligatorietà), che di fatto rientra nel “lavoro nero”, e i soci di cooperative che lavorano per enti pubblici, retribuiti solo quando la cooperativa li chiama.<br />
Quanti siano i lavoratori appartenenti a queste due tipologie non lo sappiamo, ma nel giorno in cui il Ministero ha voluto celebrare l’Emersion Day si è parlato di 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero o irregolari in Italia.<br />
Questi dati, per quanto affidabili e frutto di ricerche scrupolose, non ci restituiscono mai “il clima sociale” di un fenomeno come il precariato, né tantomeno la carica pesante di soggettività che ne viene coinvolta. Di questi aspetti le ricerche universitarie non parlano, sciorinano freddi numeri, dietro i quali si fa fatica a vedere il volto ed a sentire la voce delle persone. Per cui occorre essere attenti a quelle pochissime, purtroppo, indagini, che scaturiscono dalla volontà di lavoratori di vederci chiaro nel loro mondo e di dirlo con le proprie parole, ponendosi le domande giuste, magari facendosi aiutare da qualche esperto solidale con loro, adottando il metodo che l’”operaismo” chiamava della conricerca. Prendiamone una recente, la ricerca fatta dai lavoratori di un grande gruppo editoriale, il gruppo RCS (quotidiani, riviste, libri, video ecc.), un settore tipico delle trasformazioni della new economy, un settore strategico come quello dell’informazione, un settore che viene iscritto nella sfera della creative class. La ricerca ha riguardato solo la sezione “periodici”, in pratica il lavoro giornalistico (che tanti sogni e immaginari ancora suscita nei giovani). In cinque anni (dal 2001 al 2006) sul totale dei lavoratori, quelli dipendenti sono scesi dal 23,3% al 7,9%; i lavoratori parasubordinati (co.co.pro. e altri) sono scesi dal 20,9% all’11,1% ed i lavoratori autonomi – i freelance veri e propri – sono cresciuti dal 55,8% all’81% del totale. Per quanto riguarda i livelli di reddito dei freelance, il 40% guadagna meno di 1.200 euro lordi al mese ed il 18% meno di 600 euro lordi, ma c’è anche un 30% che guadagna più di 2.500 euro al mese lordi. La maggioranza degli intervistati, uomini e donne, preferisce la condizione di lavoratore autonomo a quella di lavoratore dipendente. Un quadro analogo, ancora più vivo, in quanto fondato solo su testimonianze ed autobiografie, esce dal volumetto curato dai soci di un’Associazione di lavoratori autonomi, ACTA, che si può scaricare dal loro sito www.actainrete.it. Ma se dovessimo fare un inventario dei siti e dei blog in cui i lavoratori di oggi parlano della loro condizione, esprimono la loro esasperazione, la loro delusione, la loro incazzatura, non ci basterebbero altrettante pagine. Chissà se i nostri Ministri ed i nostri sindacalisti gettano ogni tanto un’occhiata su questo materiale?</p>
<p>Purtroppo da queste voci esce quasi sempre un senso di impotenza, poche le proposte d’iniziativa, come se si fosse persa la cultura dell’azione dal basso. Anche questo fa parte del mutamento genetico. Qualcuno dice che la middle class non è per sua natura capace di organizzarsi sindacalmente. Invece il postfordismo anche qui porta dei cambiamenti. Dieci anni fa a New York un’avvocatessa, nipote di dirigenti sindacali degli anni 30, mette in piedi un’organizzazione “Lavorare oggi”, anzi, un sito (www.workingtoday.org), che poi diventa veicolo d’organizzazione. Si rivolge al precariato dei freelance, a quella che abbiamo chiamato la web class, ai mille mestieri di una metropoli moderna, esercitati da gente che ha professionalità o semplicemente necessità di sopravvivere. Nasce così un grande sindacato, la Freelancers Union, che pone una serie di rivendicazioni: assistenza malattia, pensione di vecchiaia, fiscalità meno pesante, misure contro i committenti che non pagano. Oggi, coi suoi 40.000 iscritti, è una delle lobby che condizionano il governo della Grande Mela. La città di New York ha fatto una ricerca, per capire quanti sono questi “liberi professionisti”, in gran parte ascritti alla creative class, ed ha scoperto che rappresentano il 30% della forza lavoro e l’80% dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni. Alla metà di aprile di quest’anno il Consiglio Comunale di New York si è riunito per ascoltarli e loro hanno esposto i loro problemi. Trattano da posizione di forza con banche e assicurazioni la loro previdenza privata. Hanno iniziato a tutelarsi, si ricollegano alla tradizione del movimento operaio ma lavorano con stile e metodi del tutto “postfordisti”, soprattutto col web. E ciò avviene in un Paese dove il tasso di sindacalizzazione nell’industria è del 7%. Cosa succede invece nella nostra gloriosa Seconda Repubblica? Andiamo a cercare col lanternino presso i co.co.pro. e le partite Iva “gli indizi di subordinazione”, ci rompiamo la testa – anzi se la rompono i professori universitari che questi mestieri in genere non esercitano &#8211; per capire chi è un vero autonomo e chi un finto dipendente. Pare addirittura che per saperlo il povero cittadino/lavoratore oggetto dell’indagine deve dare risposta a sei domande, cinque delle quali sono state formulate “in base all’analisi delle sentenze di trasformazione di contratti di lavoro autonomo in lavoro dipendente desunti dai verbali del giudice del lavoro del tribunale di Torino” come ci dicono i valenti ricercatori de lavoce.info. Se alla fine risulta che uno è un finto autonomo ha diritto alla pensione e alle tutele sindacali, altrimenti, se è un autonomo “vero”, non ne ha diritto. E se uno è autonomo al 30%? Su queste baggianate si costruiscono le politiche del lavoro. San Precario, Beppe Grillo, aiutateci voi!</p>
<h3><strong>Definirsi classe, non generazione</strong></h3>
<p>“Génération précaire”, “Generation Debt”, “generazione milleuro” – in tutti i Paesi c’è sempre il termine “generazione” che viene usato per caratterizzare la condizione del lavoro di oggi. In questo modo però se da un lato si sottolinea che sono soprattutto i giovani a subire le conseguenze del sistema postfordista, s’insinua d’altro lato la falsa idea che questo sia un problema soltanto giovanile. Invece c’è gente che è invecchiata ormai a furia di lavorare in posizioni “non standard”. Non è un problema giovanile &#8211; è un problema che riguarda la nuova classe prodotta dal fordismo e dalla new economy, la nuova umanità del web e della globalizzazione. Per questo abbiamo buttato lì il termine web class e chissà che non funzioni. Ma abbiamo detto web class perché ci vediamo dentro un elemento positivo, un potenziale di organizzazione, di autotutela e quindi di soggettività politica. Web come “costruzione di una rete”, come strumento potente di comunicazione, come Babele di lingue dove però alla fine impariamo a riconoscere i nostri simili, dove possiamo stabilire codici d’identificazione e parlare in tempo reale e reagire alla quotidianità incessante delle cazzate che vengono pronunciate sul nostro conto. Come strumento silenzioso per preparare il momento in cui bisogna fare rumore per farsi ascoltare (e gli impianti a tutto volume della Mayday montati sui bestioni sono un’azzeccata metafora di questa necessità).<br />
Web class come cooperazione tra intelligenze, competenze, skills, come costruzione di un sistema di pensiero, sofisticato ma chiaro, intelleggibile a tutti, fatto di poche idee centrali, schematiche, tagliate con l’accetta – dove la parte più complessa e difficile, forse la vera battaglia da condurre, è quella sulla gestione della memoria, sulla scelta degli immaginari che ci trasmette la storia del lavoro che ha saputo autotutelarsi, la storia del movimento operaio.<br />
Una memoria che può essere il fardello più pesante che ci impedisce di andare avanti oppure lo spunto di idee, di iniziative, l’incoraggiamento a tentare. E’ chiaro che la web class così delineata è una piccola minoranza della forza lavoro complessiva, se noi guardiamo ai processi di globalizzazione. E’ chiaro che alla crisi della middle class occidentale corrisponde un’ascesa della borghesia media nei Paesi emergenti. Ma noi siamo in Italia, la nostra sopravvivenza si gioca qui, in mezzo a questa miseria politica e civile che ci sommerge da ogni parte e da cui dobbiamo cercare di liberarci poco a poco. In tutta la storia del movimento operaio è sempre stata una minoranza di classe che ha preso l’iniziativa. Le prime società operaie furono costituite dai tipografi, perché erano quelli che sapevano leggere, ma rappresentavano meno dell’1% della forza lavoro. L’operaio massa degli Anni 60 era una minoranza anche dentro il settore industriale, a parte il terziario e l’agricoltura. Non solo erano minoranze ma anche relativamente privilegiate. Può rischiare lo scontro chi ha un minimo di margini, di risorse. Gli sfigati totali con Berlusconi. Bisogna riportare il lavoro al primo posto dell’agenda politica, prima dei Dico, dei Pacs, delle pari opportunità, di Zapatero, della striscia di Gaza, delle grandi infrastrutture, dell’equilibrio di bilancio, del Partito Democratico, prima di quella marea di argomenti che sembrano sempre più importanti del lavoro.<br />
Bisogna cominciare a mettere il lavoro al primo posto nella negoziazione con gli enti locali. E’ una battaglia che potrebbe raddrizzare il Paese, visto come lo hanno ridotto, è una battaglia per la valorizzazione del capitale umano. Ma “l’interesse generale”, come sappiamo, è scomparso dalla cultura politica da tempo e alla web class conviene accentuare in questa fase la sua visione “di parte”, guardare solo alla propria condizione e da lì trarre le conseguenze per agire.</p>
<p><em>Sergio Bologna, docente di Storia del movimento operaio dal ‘66 all’83, ha partecipato a Classe operaia e ai Quaderni Piacentini dal 1963 al 1980. Fondatore e direttore della rivista Primo Maggio, attualmente collabora con la Fondazione di storia sociale del ventesimo secolo di Amburgo. E&#8217; autore, tra gli altri, di “Nazismo e classe operaia 1933-1993″, Manifestolibri 1996; e curatore di “Il lavoro autonomo di seconda generazione” (con A. Fumagalli), Feltrinelli 1997.</em></p>
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