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	<title>Nazione Indiana &#187; Sergio Garufi</title>
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		<title>Recensimenti letterari</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 08:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[censimento 2011]]></category>
		<category><![CDATA[deadline for s mainstream]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<category><![CDATA[pagine culturali]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg"></a><br />
L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, <em>to be on a deadline</em> sulla soglia dell&#8217;invalicabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/recensimenti/">Recensimenti letterari</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece-300x165.jpg" alt="" title="rece" width="300" height="165" class="alignleft size-medium wp-image-40830" /></a><br />
L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, <em>to be on a deadline</em> sulla soglia dell&#8217;invalicabile. Un <em>sistema</em> che violenta con la sua durata-durezza, <em>sistematicamente</em>, le persone che vivono sole, che hanno deciso di non tenere famiglia ma che le famiglie non tengono. Infatti un single, celibe, nubile, uno una che se ne stia per i cazzi propri fa la spesa max su due giorni, altrimenti butta la roba, <em>sistematicamente</em>, controllando sul retro la vaschetta di yogurth (mi piace dirlo alla francese iaùr) o quella di un formaggio ricco di fermenti lattici. Con questa angoscia ho compilato il mio atto di devozione alla statistica. L&#8217;Istat mi è entrata in casa come un agente della Stasi a determinare quantitativamente <em>chaque pièce</em> del mio orizzonte vero, reale ed io mi sono fatto accecare dalla lampada gialla apposta sulla sinistra della scrivania. La stessa che, presumo, mi ha ad un tratto illuminato la capa. E mi sono detto: se coloro che fanno e disfano le pagine culturali (paraculturali porno soft e palliative come le parafarmacie) invece di pubblicare i comunicati stampa delle case editrici manco fossero notizie  Ansa, o di proporre un giro di Monòpoli (vd <a href="http://lavienbeige.wordpress.com/2011/11/20/10-margaret-mazzantini-2/">l&#8217;ottima riflessione di Sergio Garufi </a>) o di recensire i propri collaboratori sulle stesse pagine su cui questi ultimi recensiranno i testi degli amici dei collaboratori, mandassero agli autori un questionario Istat, non ne sapremmo di più sulla genealogia di un&#8217;opera e sulla visionarietà del suo autore?<br />
<span id="more-40829"></span><br />
Magari dividendolo in due parti. Una, diremo noi delle notizie sull&#8217;autore, tipo:</p>
<p><em>8.1 Ha difficoltà nel vedere?<br />
No, nessuna difficoltà, tranne quando mi dicono che vedere le cose come stanno non piace al mercato e ai lettori ( che i lettori si sa passano il tempo al mercato non avendo un cazzo d&#8217;altro da fare)<br />
8.2 Ha difficoltà nel sentire?<br />
No, nessuna difficoltà, se si intende sentire sentire, perché sentire ascoltare, meglio non prestare ascolto al mondo che come lei sa mi distrae dalla creazione della mia opera maggiore.<br />
8.3 Ha difficoltà nel camminare o nel salire/scendere le scale?<br />
No, nessuna difficoltà ma lei ben conosce la lezione del narratore tipo, secondo cui bisogna inchiodare il culo alla sedia e farsi dire dagli altri quello che accade lì fuori per raccontarlo insieme al crucifige e così sia.<br />
8.4 Ha difficoltà nel ricordare o nel concentrarsi?<br />
No, nessuna difficoltà ma poi si sa no, che il romanzo è l&#8217;arte dell&#8217;oblio, e la letteratura un&#8217;arte di distrazione di massa</em></p>
<p>L&#8217;altra sull&#8217;opera, trattandola come una cosa-casa in sé. </p>
<p><em>3.3 L&#8217;acqua calda è prodotta esclusivamente dallo stesso impianto che è utilizzato per il<br />
riscaldamento dell&#8217;abitazione?<br />
No<br />
3.4 Qual è il combustibile o l&#8217;energia usata per riscaldare l&#8217;acqua?<br />
- Energia elettrica<br />
3.5 Di quanti impianti doccia e/o vasche da bagno dispone l&#8217;abitazione?<br />
1<br />
3.6 Quanti sono i gabinetti presenti nell&#8217;abitazione?</em></p>
<p>E finalmente sapere quanti cessi ci sono in casa di Moccia o della Mazzantini. Se Faletti usa PC o MAC, se l&#8217;avanguardia letteraria romana ha la vasca in casa mentre sappiamo che quella del Nord Est è piuttosto doccia. Scoprire che tipo di energia i letterati guru della sinistra adoperano per scrivere opere dai titoli visionari (era dai tempi dei geniali titoli di Peter Sloterdijk, dai famosi <em>Saggi di intossicazione volontaria</em>, che non si leggevano cose tipo: <em>La sinistra? si, ma  a sinistra di che? o Bisogna fare in fretta. Sì ma cosa?</em>)<br />
In fondo le case sono il linguaggio dell&#8217;essere. La frase faceva più o meno così, no?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/recensimenti/">Recensimenti letterari</a></p>
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		<title>Il nome giusto</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 06:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Sergio Garufi</strong>, <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle grazie, 234 pag.</p>
<p>Per alcuni autori la vita vince sulla scrittura, per altri la scrittura la sbaraglia. Non esiste vita se non attraverso i libri, non esiste esperienza se non condizionata dall’arte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/">Il nome giusto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg" alt="" title="il nome giusto" width="173" height="252" class="alignnone size-full wp-image-40436" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Sergio Garufi</strong>, <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle grazie, 234 pag.</p>
<p>Per alcuni autori la vita vince sulla scrittura, per altri la scrittura la sbaraglia. Non esiste vita se non attraverso i libri, non esiste esperienza se non condizionata dall’arte. Sergio Garufi sembra appartenere a questa categoria. La mediazione artistica, la citazione dotta, l’ammicco letterario, il rimando implicito, non devono però sembrare uno scudo per difendersi dalla vita; non sono una corazza che esclude il principio di realtà, semmai appaiono come una seconda pelle perfettamente aderente all’autore che amplifica la percezione emotiva del mondo.<br />
<span id="more-40435"></span><br />
<em>Il nome giusto</em> si apre, in effetti, col più irrealistico (e citatissimo) incipit immaginabile: un uomo, appena investito da una macchina, si rende conto di essere morto e allo stesso tempo di poter vedere il mondo da questa posizione di privilegiata condanna. Alla ricerca di un modo per poter essere dimenticato da chi lo ha amato in vita, per poter cioè finalmente abbandonare questa meta-realtà e disperdersi nel nulla, il protagonista, grazie all’ausilio, di capito in capitolo, di alcuni suoi libri svenduti ad un libraio, ripercorrerà la sua stessa esistenza: gli amori perduti, l’infanzia, i drammi familiari, il lavoro. </p>
<p>Garufi per sua fortuna è un autore esordiente ma non un “giovane autore”. Scrive con estremo equilibrio un libro che non è precisamente un romanzo (di “sformazione” borghese), ma una sorta di <em>patchwork </em>– simile a quelli venduti dal protagonista antiquario – composto da materiali nobili (<em>mémoire</em>, dissertazioni, divagazioni, aforismi) assemblati in apparenza senza alcun ordine narrativo, se non quello del gusto personale. Ma strada facendo ci si accorge di avere fra le mani di volta in volta non scampoli ma tessere di un mosaico che incastrandosi raccontano la resistibile discesa nell’anonimato di un uomo senza qualità, ossessionato dai suoi oscuri e irrisolti drammi familiari. La vita, insomma, l’autobiografia <em>tel quel</em>, si fa prepotente e crudele, fino a vincere sulla letteratura stessa.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 32 del 9 agosto 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/">Il nome giusto</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 10:12:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Angelini]]></category>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie, 2011 - disponibile stampato (<a href="http://www.ibs.it/code/9788862203579/garufi-sergio/nome-giusto.html">IBS</a>, <a href="http://www.amazon.it/nome-giusto-Romanzi-Sergio-Garufi/dp/8862203578/">Amazon</a>, €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM, <a href="http://www.ibs.it/ebook/Garufi-Sergio/il-nome-giusto/9788862204224.html">IBS</a> €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione - JR]</p>
<p><strong>di Lucio Angelini</strong></p>
<p>La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra Palace.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/">Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie, 2011 - disponibile stampato (<a href="http://www.ibs.it/code/9788862203579/garufi-sergio/nome-giusto.html">IBS</a>, <a href="http://www.amazon.it/nome-giusto-Romanzi-Sergio-Garufi/dp/8862203578/">Amazon</a>, €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM, <a href="http://www.ibs.it/ebook/Garufi-Sergio/il-nome-giusto/9788862204224.html">IBS</a> €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione - JR]</p>
<p><strong>di Lucio Angelini</strong></p>
<p>La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra Palace. Si era spacciato al telefono per un laureando alle prese con una tesi su di me, ma nessuno gli aveva creduto e non gli era stato accordato alcun appuntamento. Lui si presentò lo stesso alla reception alle nove di mattina.  Maria Kodama, la mia segretaria, scese garbatamente contrariata e gli concesse di parlare con me giusto il tempo della colazione. Un inserviente lo accompagnò fin sulla soglia della mia camera, dove si arrestò “come davanti a una ierofania” (avrebbe raccontato in seguito in giro per la rete), e io lo accolsi declamando i versi dell’inferno dantesco: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, seguiti da un paio di spettacolari ipallagi virgiliane. <span id="more-39905"></span>Volevo fargli capire che consideravo la letteratura solo un adorcismo e lui reagì tentando di stupirmi con una tautologia del tipo: “Sì, sì, la letteratura è davvero l’unico modo che abbiamo per interloquire con le furie che ci tormentano.” Ciò non toglie che all’ammirazione entusiasta per la grande letteratura italiana, in me si accompagnasse spesso un sentimento di prevenzione verso gli italiani, con ogni probabilità derivato dalla loro massiccia emigrazione in Argentina nei primi anni del Novecento. Negli anni Venti un’intera metà degli abitanti del mio paese era italiana, e a Buenos Aires ebbi modo di constatare di persona la volgarità, l’esibizionismo e la vuota retorica dannunziana della componente italica della popolazione portegna.</p>
<p>Sia come sia, ero perfettamente consapevole dell’evocatività della mia figura di “veggente cieco”, di “Omero del XX secolo”, oltre che del fatto che Garufi vedesse in me il perfetto <em>homme de verre </em>di<em> </em>Paul Valery, qualcuno che a forza di rispecchiare il mondo aveva smarrito la propria identità invece di acquistarla. Quello che non immaginavo era che quel titubante novizio dello <em>stalking</em> si sarebbe fatto via via più sfrontato, perseverando in sempre più imbarazzanti garufofanie fino alla mia morte. Anzi no, nemmeno solo fino a quella, come spiegherò fra poco. Insomma, dopo Venezia, non ebbi più tregua. Ogni volta che mi capitava di passare dall’Italia, Garufi  non perdeva occasione di spuntarmi al fianco come un Gabriele Paolini ante litteram* (<em>*il noto disturbatore dei collegamenti live dei telegiornali, N.d.r.</em>). Dopo Venezia ci furono Volterra, Roma e Senago, alla corte dell’ineffabile Verdiglione, una sorta di Alfonso Luigi Marra dell’epoca. Garufi  protundeva le labbra a canotto e sillabava chiaro e forte il suo nome, sperando di riuscire a imprimermelo in maniera indelebile nella mente: “Sono Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”. Da un lato era vero che in quel periodo mi divertivo a donarmi al pubblico in una sorte di dolce chenosi (l’atto di svuotamento a un tempo ludico e sacrificale con cui noi grandi accettiamo a volte di consegnarci alla tirannia degli altri fino a reificarci e ad abdicare a noi stessi), dall’altro cominciavo ad averne piene le scatole. L’ultima volta capitò a Milano nell’autunno del 1985, all’Università Statale. Il mio giovane tormentatore si era tirato dietro anche diversi amici e persino suo padre, cui non pareva vero di poter controllare da vicino (per poi eventualmente sminuire) l’idolo cieco del figlio. Poco prima dell’inizio del mio discorso,  Garufi si materializzò sul palco scandendo come al solito: “So-no Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”.  “E come no!”,  risposi garbatamente contrariato. “Ti ho riconosciuto dalla voce. Sei lo Sgarufone della mini-serie webbica ‘<em>Iooooo e Borges</em>’.”</p>
<p>Al termine della conferenza il mio adoratore abbracciò quanti più personaggi eminenti gli riuscì, impaziente di dimostrare al mondo la propria appartenenza a un giro tanto elevato. Fra questi anche il professor Paoli della facoltà di Magistero a Firenze, con il quale, sempre sulla pretestuosa base di una comune passione per me, era riuscito a imbastire una sorta di utile intesa. Gli presentò suo padre e dietro suo invito ci recammo insieme in un ristorante di corso Venezia. Maria Kodama, che aveva un impegno da sbrigare, approfittò dell’occasione per affidarmi al loro gruppo per il tempo della cena. Volete sapere come andò? Il padre di Garufi mi ascoltò in silenzio, Paoli mi interrogò sulle influenze dantesche nelle biografie compendiose (che palle!) e Garufi  junior, da par suo, declamò delle osservazioni imparate a memoria su alcuni passi del racconto <em>La morte e la bussola.</em> Gli interessava, precisò, la simbologia equivoca del triangolo che sdoppiandosi diventa un rombo, e in particolare l’alternativa tra i segni del 3 e del 4, tanto più che la situazione stessa pareva quasi suggerirglielo: noi commensali eravamo quattro, ma quelli attivi solo tre, visto che suo padre pareva già altrove. Risposi in modo garbatamente evasivo, ribadendo che in arte l’ambiguità è una ricchezza, e l’autore deve limitarsi a dar forma a un labirinto in cui il lettore possa smarrirsi, dopo averlo decifrato. (“Ciapa!”, sbottai mentalmente in perfetto dialetto veneziano.)</p>
<p>Per mia sfortuna non riuscii nemmeno a finire il risotto in bianco, tante erano le questioni sulle quali venivo incalzato a oracolare. Garufi junior, per lusingarmi, insisteva affinché parlassi soltanto dei miei libri, ma a un certo punto decisi di arginarlo dicendogli che secondo me leggeva “<em>demasiado Borges</em>”, quando c’erano in giro dozzine di altri autori senz’altro più interessanti di me.</p>
<p>Al ritorno di Maria, ci congedammo dandoci appuntamento per il giugno dell’anno seguente, il 1986, a Firenze, dove avrei dovuto inaugurare il Nono congresso mondiale dei poeti.  All’appuntamento, come è noto, mancai di presentarmi, perché mi capitò di morire a Ginevra  proprio pochi giorni prima del convegno per un cancro al fegato. In compenso il mio decesso consentì a Garufi  di millantare la nostra amicizia in rete senza più tema di essere smentito da chicchessia. In più occasioni, anzi, tenne a sottolineare che dei commensali della serata milanese era sopravvissuto lui solo (quando si dice “portare sfiga”…!). Morendo, ero convinto di essermi liberato di lui quando, proprio di recente, il mio fantasma è stato avvicinato da uno strano emissario uscito fresco fresco dalle pagine del libro <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie editore. L’autore?&#8230; Lasciate che vi racconti.</p>
<p>“Sono l’io narrante del romanzo di Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii”, esordì.</p>
<p>“Oh nooo!”, esclamai garbatamente contrariato. “Persino <em>qua</em> nell’adilà? Mamma mia che castigo, questo della memoria che non consente ai defunti di dissolversi nel nulla finché qualcuno dei vivi si ricorda di lui!”</p>
<p>“ ‘<em>Uno stalker è uno stalker è uno stalker…</em>’ “, salmodiò il fantasma, adattando alla bisogna il noto refrain sulla rosa della povera Gertrude Stein.</p>
<p>“Certo, ma tu non sei un fantasma vero. Sei un fantasma letterario… non sono mica cieco, sai? O meglio, lo sono stato in vita, ma adesso che sono morto ho recuperato appieno la capacità di osservare. So che negli ultimi anni, in Italia,  l’espediente di ricorrere al Fantasma Narrante (o “Morto che parla”, come lo chiama Alfio Squillaci nel blog <em>La poesia e lo Spirito</em>) è diventato un abusatissimo vezzo letterario. L’ha utilizzato persino Marco Mancassola nel suo ultimo libro. In realtà si vuole solo recuperare il punto di vista del caro vecchio Narratore Onnisciente, capace di leggere nella mente e nel cuore di tutti i personaggi.”</p>
<p>“Ma la mia funzione è diversa!”, protestò il molestatore. “È proprio attraverso la mia figura, infatti, capace di vagabondare in morte così come ha vagabondato in vita, che Garufi ha potuto cucire insieme gli appunti accumulati in decenni di trascrizioni dalle opere letterarie più disparate in un sorprendente arazzo-patchwork narrativo.”</p>
<p>“Ah sì? E che sviluppi si è inventato, di grazia, il tapino?”, domandai fintamente incuriosito.</p>
<p>“Ha immaginato che il protagonista del suo libro, un forte lettore senza arte né parte, ma dotato di una biblioteca ricca di ben 2500 titoli, muoia sulle strisce pedonali di una strada romana travolto da una grossa macchina marrone.”</p>
<p>“Originale trovata, non c’è che dire. Mi riferisco al colore marrone della macchina, naturalmente”, sbadigliai. “Che altro c’è di rilevante?”</p>
<p>“Che al termine del suo funerale sua sorella Giulia vende in blocco tutti i suoi libri a un rigattiere per cinquecento euro. Duemilacinquecento libri per appena cinquecento euro, capisci? Venti centesimi ciascuno, quando almeno due di essi, l’edizione originale delle <em>Bagatelle per un massacro </em>e il numero di ottobre 1913 della rivista <em>Der Anfang</em>, valevano da soli molto di più, come lamenta il protagonista a pagina 18.”</p>
<p>“Che aveva di tanto speciale quel numero di <em>Der Anfang</em>?”</p>
<p>“Era la rivista letteraria sulla quale erano apparsi i primi articoli di Walter Benjamin sotto lo pseudonimo ‘Ardor’. Quel numero era una delle gemme della biblioteca appena (s)venduta.”</p>
<p>“Be’, non esattamente un affare, in tal caso, per sua sorella Giulia.”</p>
<p>“E ancora meno per il rigattiere, se per questo, visto che a un certo punto fallisce ed è costretto a mandare al macero l’intero magazzino.”</p>
<p>“Una doppia tragedia, dunque. La morte dell’ex proprietario dei libri, e il successivo spappolamento dei libri stessi. Un’agnizione finale davvero risolutiva,  capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile.”</p>
<p>“A dire il vero il libro <em>comincia</em> con il protagonista che muore.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che è proprio all’inizio del libro che il protagonista viene raccolto sull’asfalto della circonvallazione in corrispondenza del bilocale da lui condiviso con un certo Vito, un bizzarro maestro di canto con la mania di imporre ai propri allievi canzoni dai titoli straziantemente allusivi: <em>Love is a losing game </em>di Amy Winehouse,  <em>The First Cut Is the Deepest</em> e via discorrendo.”</p>
<p>“Sì, certo, la prima ferita è la più profonda. Ma tornando all’invenduto da destinare al macero, non è un mistero per nessuno che l’editoria italiana versi, politraumatizzata,  in condizioni di completa asistolia, con midriadi fissa, assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale.”</p>
<p>“Speriamo che almeno la generazione TQ riesca a escogitare qualche via d’uscita dalla crisi.”</p>
<p>L’accenno ai Trenta-Quaranta mi strappò solo uno scettico “Figuriamoci!”.</p>
<p>“Non proprio <em>tutti</em> i libri del defunto, a dire il vero, finirono al macero”, riprese il mio interlocutore. “Qualcuno di essi venne acquistato da clienti di cui il fantasma, nel romanzo, segue gli spostamenti e i casi, ma solo per evidenziare di rimbalzo certi importanti episodi personali: casi, o cazzi, e scazzi di un’intera vita, modalità del decesso comprese.”</p>
<p>“Che succede, esattamente?”</p>
<p>“La vittima della strada vola in aria e ricade a terra a faccia in giù, in una pozza di sangue. Quando viene recuperato è ormai politraumatizzato e in condizioni di completa asistolia. L’esame obiettivo rileva lo sfondamento della parete anteriore del torace, la midriadi fissa, l’assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale…”</p>
<p>“Tralasciamo pure questi inutili gergalismi macabri.”</p>
<p>“Sai bene quanto Garufi tenga alla precisione terminologica!”</p>
<p>“Eccerto. Ricordo come tentasse di impressionarmi, nei nostri sporadici incontri, sparandomi addosso le parole o le espressioni italiane più ostiche e inconsuete, che andava a scovare chissà dove: anosmico, bruxismo, siliquastro, cella ialina, flusso banausico… ”</p>
<p>“Be’, a pagina 117 del suo romanzo c’è una spiegazione per tutto questo: ‘Il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con golosità a caccia di parole ricercate. Scoprirle e usare un lessico forbito mi dava un grande piacere,  ma facevo la figura del saccente e mi rendevo antipatico ai miei coetanei.’”</p>
<p>“Torniamo al plot, se ti va.”</p>
<p>“Come causa di morte, per il nostro pedone travolto, l’autore immagina che gli venga decretata la rottura dell’aorta ascendente con spandimento emorragico in mediastino. E bada che nell’impatto col terreno l’insegna luminosa della farmacia segna una data e un’ora precise: le 20.01 del 29 settembre 2010, la vigilia del suo quarantottesimo compleanno.”</p>
<p>“A occhio e croce mi pare di poter già cogliere almeno un paio di riferimenti culturali importanti: <em>29 Settembre</em> dell’Equipe 84 e il film <em>Fantasmi a Roma</em>, di Antonio Pietrangeli.”</p>
<p>“Non credo che Garufi abbia visto quel film. So, in compenso, che davanti a quel referto autoptico redatto in stile così gelido e neutrale, il fantasma onnisciente, cioè io, prende una decisione di grande impatto narrativo: si incarica di <em>raccontare l’inespresso</em>, ovvero tutto ciò che il laconico referto tace della vita della povera vittima della strada: volti, paesaggi e situazioni immagazzinati negli anni. Ed è così che il romanzo decolla.”</p>
<p>“Vaiiiiiii con l’autobiografia, dunque!”</p>
<p>“La prima cosa che il fantasma si preoccupa di puntualizzare è che mai si sarebbe aspettato che l’aldilà fosse esattamente il di qua, ovvero lo stesso mondo che aveva conosciuto da vivo, benché più freddo e indifferente di prima.”</p>
<p>“Temo di saperne qualcosa.”</p>
<p>“Da un lato il defunto si accorge di non essere più lo stesso:  non può toccare, sentire i rumori, gli odori, i sapori. Dall’altro può continuare a muoversi, guardare e registrare il flusso della vita che procede imperterrito. Ma il suo sospetto più atroce è che la condizione dell’immediato post mortem sia tutt’altro che definitiva.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che ha l’impressione di essere caduto dalla padella nella brace, ovvero solo in uno stadio di mera attesa della fine <em>vera</em>.”</p>
<p>“… che arriverebbe quando, allora?”</p>
<p>“Quando più nessun vivente potrà ricordarsi del defunto. Fino a quel momento la sua condanna è continuare a vagare tra le distese sterminate del <em>non ancora</em> e del <em>non più</em>, solo che il non ancora si riferisce alla morte e il non più alla vita: una falla temporale tra due vacuità.”</p>
<p>“Vuoi dire che l’inferno, per Garufi, sarebbe  la memoria?”</p>
<p>“Esattamente. La vera morte è il congedo definitivo dai pensieri degli altri, ‘una sorta di contrappasso ironico &#8211; sottolinea a pagina 12 &#8211; all’imperativo del successo, che istiga a rincorrere la fama e bolla l’anonimato come la peggiore delle infamie’. Finché sarà ricordato, il fantasma dovrà a sua volta ricordare, riflettendo sugli errori commessi, su ciò che sarebbe potuto essere e non fu. A meno che, come Garufi precisa a pagina 34, non esista una memoria dell’universo che ci condanna tutti.”</p>
<p>“In tal caso starei proprio fresco”, sospirai. “Per noi mostri sacri non c’è speranza di essere dimenticati definitivamente. Le nostre opere vengono stampate e ristampate nei secoli, e noi di conseguenza costretti a vivere <em>sub specie aeternitatis</em>. Un calvario davvero interminabile. Bella fregatura!<em>”</em></p>
<p>“Nel negozio di libri usati sono raccolti i  <em>fratelli d’inchiostro</em> del protagonista, gli amatissimi libri che lo avevano seguito nei vari traslochi, sopravvivendo ai rovesci del caso, solo che adesso non può più riprenderli in mano. Deve limitarsi a osservare chi lo fa.”</p>
<p>“E <em>chi</em> lo fa?”</p>
<p>“Una tisaniera, per esempio. Si compra l’<em>Obituario</em> monzese, una sorta di  laica litanomia di nomi preceduti sempre dalla O di Obiit, ossia ‘morì’. Il protagonista lo scovò raggiante nella libreria cattolica di Monza e si sorprese grandemente alla scritta ‘Morì Ognibene’, come se quel lutto privato assurgesse a simbolo universale, l’annuncio di un’apocalisse morale imminente.”</p>
<p>“Quali altri libri vede passare di mano in mano, o meglio: dalle mani del rigattiere a quelle di qualche sconosciuto cliente?”</p>
<p>“La monografia su Caravaggio di Mia Cinotti, per esempio. I quattro volumi dello <em>Zibaldone </em>di Leopardi; il libro sulle <em>Annunciazioni</em> della Phaidon, che registra le infinite varianti dello stesso soggetto, quello dell’angelo che visita Maria e le predice che diventerà madre, a dimostrazione che in arte lo stile è tutto, e che il medesimo argomento può essere declinato in mille forme diverse. Era stata la zia Salud a donargli quel libro. Salud era la sorella maggiore di sua madre, ‘crisalide che non diventò mai farfalla’, ‘Madonna senza angelo né annunciazione’, mentre Anna, la sua ultima fidanzata, a pag. 72 è definita ‘una Maria che non si rassegnò all’assenza dell’angelo, il suo annuncio lo pretese, e se lo andò a cercare in capo al mondo’. Ci sono poi il catalogo su Igor Mitoraj; Ashbery e i versi malinconici di <em>Self-Portrait in a Convex Mirror</em>; <em>La scopa del sistema</em> di David Forster Wallace, i <em>Diari</em> di Kafka, <em>Le cose fondamentali</em> di Tiziano Scarpa, il catalogo di Christian Boltanski rubato all’inaugurazione della mostra sull’artista francese tenutasi al Pac di Milano nella primavera del 2005: ‘Non mi sentivo in colpa’, precisa l’io narrante a pagina 168. ‘Pensavo che i libri andassero dati gratuitamente a chi dimostrava di leggerli davvero’. E poi il <em>Libro di spese diverse</em> di Lorenzo Lotto, una sorta di autobiografia in cifre, il bilancio di una vita sfortunata in cui l’artista veneto segnava i propri debiti e crediti come fossero categorie dello spirito. ‘È tutta lì, la storia di un uomo: entrate e uscite, quanto ha dato e quanto ha ricevuto. Il saldo è il suo ritratto impietoso’, commenta il protagonista a pagina 189. E in effetti Lorenzo Lotto, da vecchio, dopo mille rifiuti, tirò le somme e capitolò, facendosi oblato della Santa Casa di Loreto. Un altro libro che viene venduto è <em>Table talk</em> di Samuel Taylor Coleridge. Poi ancora  <em>Ricordi dal sottosuolo</em> di Dostoevskij<em>; Favole della vita,</em> di Peter Altenberg…”</p>
<p>“Non stai dimenticando qualcuno?”</p>
<p>“Ah, sì, scusami. Jorge Luis Borges! Il cofanetto con i <em>tuoi</em> due meridiani, per la precisione. Sergio Garufi si inchinava sui tuoi testi come un aruspice sulle interiora, se posso usare una sua similitudine.”</p>
<p>“La conosco bene. ‘C<em>ome un aruspice sulle interiora’</em> è una delle sue similitudini predilette. Ricordo che nel 2006, per celebrare il ventennale della mia morte su <em>Stilos</em>, scrisse addirittura ‘come un aruspice sulle <em>proprie</em> interiora’, magari esagerando un tantino, non trovi?”</p>
<p>“Nella mostra di Boltanski al Pac di Milano c’erano appesi diversi cartelli dal formato di targhe d’auto ma dal contenuto delle lapidi, con due date separate da un esile trattino e prive di nomi, perché solo <em>nessuno </em>può rappresentare <em>ognuno</em>. ‘In quel piccolo segmento &#8211; scrive Garufi &#8211; si compendiava il <em>punto acerbo che di vita ebbe nome</em>, si consumava l’istante di luce sospeso fra due eternità di tenebra: le vacuità di cui sopra, appunto. Ecco, magari l’idea di un limbo che non sia né vita né morte, ma solo attesa ed esclusione, gli venne proprio da quella mostra. Non appartenere a questo mondo e neppure all’altro. Essere degli apolidi del destino.”</p>
<p>“Quali sono, secondo te, i temi più interessanti del libro?”</p>
<p>“Quello del suicidio, <em>in primis</em>, così caro e familiare a Garufi, figlio di un padre suicida. Racconta, infatti, a pagina 118: ‘Solo da adulto scoprii che Salgari si era suicidato e che entrambi, alla stessa età, avevamo avuto un padre che si era tolto la vita. Salgari apparteneva addirittura a una dinastia di suicidi: tre generazioni consecutive. Suo padre Luigi, lui e i suoi figli Romero e Omar. La notizia mi allarmò, come se si trattasse di una tara genetica, qualcosa di ereditario e ineluttabile, a tal punto che sulla base della sua esperienza calcolai quando sarei diventato padre, quando mi sarei ucciso e quando sarebbe morto mio figlio. Pensai persino che non procreare fosse l’unico modo per spezzare quella catena del destino’. E a pagina 104: ‘In seconda elementare, con quasi tutti i voti eccellenti, mi capitò di prendere zero. Successe che consegnai in bianco un compito in cui si chiedeva di descrivere il colore del carapace di una tartaruga… Tornando a casa la mortificazione fu tale che, cercando a tutti i costi il lato positivo della disgrazia, pensai seriamente: «Va be’, alla peggio mi ammazzo». Naturalmente sul tema del suicidio vengono citati anche altri casi celebri: dal suicidio di Mario Monicelli, figlio a sua volta di un suicida (p.36), a quello di David Forster Wallace, che si ammazzò il 12 dicembre 2008 nel patio della sua casa di Claremont, in California. Garufi ne cita l’attacco del racconto <em>Caro vecchio neon</em>: ‘Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro <em>per piacere ed essere ammirato</em>’. Come dire che Wallace si sentiva un bluff e scelse il suicidio espiativo per eccellenza, quello più praticato dai detenuti: l’impiccagione. Il suo  ‘Mi manca chiunque’, ricordato a pagina 102, può essere interpretato come il disperato appello di un impostore che, dopo una vita di infingimenti, vuole provare il maggior dolore possibile per diventare se stesso nel momento della morte’. Due pagine dopo leggiamo: ‘Anch’io coltivai spesso propositi autodistruttivi… oltre alla convinzione di essere un bluff che prima o poi sarebbe stato scoperto… nel fondo dell’animo di chi è cresciuto a pane e compatimento un tonchio segreto rode incessantemente’.  Garufi non manca poi di menzionare Giuda, l’impostore per antonomasia, che s’impiccò a un albero (l’albero di Giuda o ‘siliquastro’?). Ma secondo lui la tecnica con cui uno sceglie di sopprimersi non è mai casuale, e nemmeno dettata unicamente da criteri di efficacia.”</p>
<p>“Da quali criteri, allora?”</p>
<p>“Garufi la considera una firma, un suggello, l’espressione precisa di una personalità. ‘Dimmi come ti ammazzeresti e ti dirò chi sei’, celia a pagina 153, dove leggiamo anche: ‘Mio padre adoperò una pistola perché lo considerava il metodo più virile e onorevole per andarsene’.”</p>
<p>“Che cosa gli era successo di tanto grave?”</p>
<p>“Lo racconta egli stesso nel <em>Diario intimo di L.G., </em>una quindicina di pagine consegnate al figlio prima di spararsi un colpo in testa. In esso Garufi senjor imputa la decisione del suicidio al dolore della separazione, che lo aveva distrutto. Il vedere la famiglia divisa, e il credere che non ci fosse possibilità di ricomporla, gli avevano tolto la voglia di vivere. ‘Da quel giorno’, racconta suo figlio,  ‘il <em>Diario intimo di L.G.</em> mi accompagnò in ogni trasloco e giacque intonso dentro una cartelletta per diciannove anni… Soltanto grazie ad Anna compresi che per garantirmi un avvenire dovevo prima chiudere i conti col passato, e che per voltare davvero pagina era necessario rileggere la sua storia e scrivere la mia’. Ed è esattamente la <em>sua</em> storia quella che Garufi è finalmente riuscito a mettere insieme, tessera dopo tessera, in questo straordinario romanzo <em>patchwok</em>.”</p>
<p>“Perché ‘<em>patchwork</em>’?”</p>
<p>“Perché, come Garufi stesso confessa nei ringraziamenti alla fine del libro, si è avvalso di scampoli d’ogni sorta: alcuni di scrittori famosi, altri di talenti sconosciuti. A un certo punto del romanzo ricicla persino la frase centrale del film di culto <em>Into the wild</em> : ‘La felicità è reale solo se condivisa’… <em>Happyness only real when shared</em>. La sua variante, che leggiamo a pagina 74, è: ‘Senza condivisione la felicità è mutila come le sculture di Mitoraj’. Peraltro sono anni che intorno a Garufi girano voci malevole: per esempio che sarebbe affetto da una sorta di vampirismo letterario, che lo porta a carpire frasi degne di nota dovunque gli capiti, o anche a copia-incollarne dal web, in vista di futuri utilizzi. Il protagonista del suo romanzo confessa: ‘A volte mi portavo un taccuino, trascrivevo brandelli di conversazione, facevo il bracconiere di parole’. E a pagina 86: ‘Provavo a giustificare la mia attitudine vampiresca dicendo che l’ispirazione è un fiume con molti affluenti, e che nel linguaggio non si accampano diritti di proprietà’. Ancora, a pagina 94: ‘Scrivendo spesso assemblavo materiali eterogenei. Sapevo riconoscere il bello e dargli forma, come il rapsodo greco, <em>il cucitore di canti</em>, ma non possedevo una fantasia di primo grado ed ero solo un bottegaio della letteratura: capace di confezionare un raccontino da rivista o un elzeviro per un quotidiano’.”</p>
<p>“Si potrebbe obiettare che qualunque scrittore, in un certo senso, è un ‘bracconiere di parole’.  Anche Hemingway o Céline orecchiavano le voci della strada. E Dostoevskij. Ma poi rielaboravano a fondo ogni cosa. Davano forma a ciò che non ne aveva.”</p>
<p>“Nel caso di Garufi, però, l’accusa è diversa. Le malelingue sostengono che, quando egli si ricicla uno scritto paro paro, non dà forma a un beato cazzo, visto che la forma c&#8217;è già. Al contrario, sono convinti che la sterilizzi, finendo per degradare il discorso stesso, che viene così privato non solo di qualunque radice psicologico-esistenziale (le parole non nascono sotto i cavoli, dietro di esse ci sono evidentemente una persona, un vissuto, uno sguardo sul mondo!), ma financo di qualunque specifico referente. ‘Tanto in rete contano solo i lustrini’, ironizzano, ‘e l&#8217;effetto di superficie. Suona bene, sembra una roba intelligente?&#8230; e allora bravo Garufi! &#8211; grazie. Splendido Garufi! &#8211; troppo buoni’. Ma per i denigratori di Garufi questo è solo un uso degradato (e sommamente anti-letterario) della parola, la cui funzione si riduce a promuovere il <em>brand</em> ‘Sergio Garufi’. Ma quale rapsodo greco!, protestano.  D&#8217;altronde, il rapsodo Garufi si è sempre guardato bene dal farsi anonimo ‘cucitore’. Aspirando al più gratificante status di ‘noto stilista’, ha pisciato la sua griffe ovunque, anche in icl, dove tutti ricordano benissimo la sua allergia al nick. Per un certo periodo, dopo che qualcuno lo aveva importunato a domicilio, si costrinse al monogramma (sg), ma durò poco. Presto fece trionfale ritorno al nome per esteso, persuaso che l&#8217;affermazione del prezioso marchio valesse bene qualche seccatura. Forse l’episodio ricordato a pagina 156,  quello svoltosi all’aeroporto di  Orio Sul Serio, corrisponde Sul  Serio*-° a giochini effettivamente praticati dall’autore nella vita vera, oltre che in letteratura: ‘Mi recai all’ufficio informazioni e dissi che avevo perso di vista un compagno, domandai se potevano chiamarlo con gli altoparlanti e diedi le mie generalità. Dopo tornai a sedermi <em>facendomi cullare dal mio nome che riecheggiava per tutta la hall</em>’. Invece, a dispetto di tutte queste basse insinuazioni, la mia opinione è che proprio con questo libro Garufi abbia dimostrato una volta per tutte l’inconsistenza delle accuse di plagio. Da un lato chiama la propria opera ‘arazzo <em>patchwork</em>’, <em> </em>costituito da mille scampoli diversi, dall’altro perviene a un risultato complessivo talmente autonomo, e di una tale scorrevolezza e nitore linguistico, che ‘<em>Il nome giusto</em>’ durerà nel tempo – sono pronto a scommetterci! – , cioè ben oltre il classico <em>espace d’un matin</em> che è la durata media del 99% delle attuali novità librarie. Nel capitolo settimo, peraltro, l’autore narra anche di un altro tipo di <em>patchwork </em>, in quel caso legato al business dell’arredamento, e che gli permise di mettere in piedi un discreto giro d’affari in terra americana. Insomma la tecnica del <em>patchwork</em> pare gli abbia dato già due volte soddisfazione: prima nel campo dei tessuti, poi in quello letterario. Più congeniale di così?”</p>
<p>“Se posso ricondurti sui binari… eravamo partiti dall’analisi del tema del suicidio, e di quello di suo padre in particolare.”</p>
<p>“Ah, sì, scusa. Non solo di suo padre, a dire il vero. Alle pagine 125-126 il protagonista riferisce che era stato molto attratto dal tema del suicidio anche prima che suo padre lo commettesse. ‘Gli autori del Novecento come Vladimir Majakowski, Ernest Hemingway, Virginia Woolf, Paul Celan, Sylvia Plath, Yukio Mishima, Anne Sexton, Sergej Esenin, Marina Cvetaeva, Walter Benjamin, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Primo Levi, Franco Lucentini e Mia Cinotti ai miei occhi erano ammantati di un’aureola leggendaria, godevano di uno statuto speciale. Della loro fine mi affascinava l’affermazione d’indipendenza, l’atto eroico, l’uomo padrone del proprio destino. Dopo quel 2 settembre cambiai opinione. La storia di mio padre, riassunta in quindici pagine, conteneva un finale a sorpresa. Svelava che un suicida non è il paladino del libero arbitrio e neppure un disertore, il crumiro della specie, bensì un povero cristo costretto a fare una scelta dettata dalla disperazione, dalla solitudine, in certi casi dal rancore. Ci si può uccidere anche per punire chi resta. Per rinsaldare dei rapporti che si erano allentati. Per il desiderio di rimanere vivi, almeno nel ricordo dei propri cari’.”</p>
<p>“Ci sono altri temi importanti, nel libro?”</p>
<p>“Eccome! Quello del rapporto genitori-figli, per esempio: ‘In casa mio padre era il dominus incontrastato. Era un dio che incuteva soggezione, amorevole e tirannico come ogni padreterno, e i padreterni finiscono sempre per generare figli crocefissi’, leggiamo a pagina 103.  E a pagina 114: ‘Io sono la dimostrazione che l’eterno regolamento di conti fra genitori e figli prosegue anche oltre la morte, e solo di rado, per brevi attimi fugaci, si compie il miracolo della trasformazione del risentimento nell’oro prezioso della nostalgia’… ‘Dentro di me c’è una vocina disfattista che, a ogni occasione importante, mi ripete lugubremente «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile»’. C’è poi il tema delle sindromi che affliggono l’umanità: la sindrome di Turette in un personaggio minore, la sindrome tolemaica in Cinzia (‘era una «ciao come sto», convinta che il mondo le ruotasse intorno), affetta in aggiunta da bruxismo notturno; il ‘complesso della sedia mancante’ (da un appunto del 1911 di Kafka); l’ossessione proctologica di Hieronymus Bosch, nei cui quadri ricorrono culi infilzati dagli oggetti più strani; il ‘demone dell’ analogia’ che non lascia mai in pace lo stesso protagonista: ‘Pensavo a quanto buttarsi nel vuoto somigliasse a un orgasmo: una lunga salita e poi il rapido precipitare’ (p. 232); l’ossessione della paremiologia in sua zia Salud, e soprattutto la ‘sindrome di Pausania’, sempre nel protagonista: la mania di perlustrare il noto, di cercare le infinite sfumature di senso della quotidianità, il punto di congiunzione fra l’assoluto e l’insignificante. ‘Il gusto per l’eccezionale &#8211; puntualizza a pagina 39 &#8211; è il crisma della mediocrità, anche per questo mi piaceva Leopardi’. Tanti documentari su anaconde, aquile reali, squali bianchi, orche marine, tigri, elefanti, giaguari, coccodrilli, pantere, giraffe, piranha, orsi polari, balene, condor, vedove nere… e neppure uno sui passeri! Collegato alle riflessioni sul suicidio,  c’è poi il tema del volo, a cominciare da quello degli uccelli migratori di pag. 37, in fuga verso un tempo migliore. Nella casa dell’antiquario che acquista <em>Der Anfang</em> campeggia a parete il fotomontaggio incorniciato ‘<em>Salto nel vuoto’</em> di Yves Klein nel settore dedicato all’arte. ‘Ho sempre trovato di grande intensità poetica quell’immagine’, scrive Garufi a pagina 151. ‘L’espressione felice della posa ginnica che comunica l’<em>amor vacui</em>, l’ambientazione periferica, di una strada qualunque, il passaggio del treno e il ciclista ignaro sullo sfondo, come il simbolo di quanto possa essere desiderabile andarsene nell’indifferenza degli altri, mentre il mondo prosegue la sua corsa, quasi che i folli fossero loro, non chi si butta’. Ma Garufi ricorda anche i tuffi dal trampolino della piscina dell’Hotel Carasco a Lipari, o dallo spuntone di roccia di Valle Muria, col mare profondo e scuro, o dai ponteggi delle cave di pomice alle spiagge bianche. E quando parla di tecniche di suicidio afferma: ‘Per parte mia, ho sempre saputo che sarebbe stato un volo. Il volo è il suicidio degli illusi, dei sognatori. Edoardo Agnelli, quello che nel Lingotto voleva produrre fiori anziché auto, si ammazzò in questo modo, gettandosi da un cavalcavia dell’autostrada Torino-Savona’ (cito da pagina 154). E nel finale: ‘Scavalcai e guardai di sotto. Un tuffo così alto non l’avevo mai fatto, quasi trenta metri. Dovevo lanciarmi un po’ in avanti per evitare i cassonetti e dei panni stesi. Staccai la mano dalla grata, chiusi gli occhi e in quell’istante avvenne il miracolo. Arrivò un altro sms’. Altrove Garufi allude anche alla facilità con cui si può finire ai margini: una malattia invalidante, un lutto improvviso, un fallimento in seguito a una truffa… ‘e la società da martire ti converte in proscritto, diventi un clandestino nella tua stessa patria’… ‘il mondo va avanti e tu non gli stai più dietro. All’inizio arranchi e poi ti fermi sul ciglio della strada e lo vedi allontanarsi, sempre di più, e ti rendi conto che non potrai raggiungerlo’. E che dire della massiccia presenza di cani nel suo libro, peraltro amatissimi anche da Céline? ‘Prima dei miei cani non avevo mai fatto esperienza dell’amore incondizionato’, afferma a pagina 204. Ecco, sì, direi che quello della ricerca di un amore incondizionato è un altro importante tema del libro.”</p>
<p>“Mi incuriosisce il titolo scelto per l’opera del suo debutto: <em>Il nome giusto</em>.”</p>
<p>“La scelta è spiegata a pagina 121, dove viene citata la nota del 1921 di Kafka, mentre era in cura nel Sanatorio di Matliary e corrispondeva con Milena: ‘Si può benissimo pensare che la magnificenza della vita sia pronta intorno a ognuno e in tutta la sua pienezza, ma velata, nel profondo, indivisibile, lontanissima. E però non ostile, non riluttante, non sorda. Se la si chiama con la parola giusta, col <strong>giusto nome</strong>, viene’. Ma sull’importanza dei nomi Garufi torna spesso. Ricordando Nicole, una delle donne importanti della sua vita, per esempio, racconta: ‘Mi rivelò che il suo nome non era Nicole, bensì Melissa. Nicole era il nickname creato apposta per me. Il suo compagno attuale la chiamava Juliette, e quello precedente in un altro modo ancora&#8230; non stava mai più di tre anni con un uomo, poi lo lasciava e cambiava nome e città’. E quando, a pagina 82, Nicole cambia destinazione e amore, il narratore considera: ‘Anche il suo nome era ormai un altro. Giusto quello mi lasciava: il nome’, per poi concludere, a pagina 121: ‘Il fallimento con Nicole dipese dal fatto che quello non era il suo vero nome. L’avevo chiamata col nome sbagliato, e la magia della vita se n’era andata’. C’è poi l’inquieta quarantenne anoressica Enrica a cui da sanyasi, seguace di Osho, viene subito assegnato un nuovo nome:  Alima (pace). Parlando delle sue letture di fanciullo, Garufi ricorda: ‘La mia fiaba preferita dei fratelli Grimm era Tremotino, il cui protagonista poteva vivere soltanto finché nessuno conosceva il suo nome’. Altrove insiste sulle diciture riportate nel dorso verde dell’Enciclopedia Larousse , da A-ARVI a Terrad-Z: ‘litania misteriosa, esotico mantra che recitavo come una combinazione in grado di svelarmi l’enigma dell’universo e il mio stesso destino’. Nel cimitero del Verano è affascinato dalla selva di nomi. E ‘<em>Qu’y a- t-il dans un nom</em>?’ è il titolo di una pagina di Le Monde menzionata a proposito della Macedonia e delle rivendicazioni territoriali di Grecia e Turchia sulla stessa. ‘Pensavo che se avessi trovato la <em>parola giusta</em>, Anna mi avrebbe perdonato, perché il punto  g delle donne sta nelle orecchie, solo così le si può conquistare. Eppure proprio io, che credevo di saper fare solo quello, ora con le parole non riuscivo a smuoverla di un millimetro’. Importantissimo, infine, il discorso sui libri e sulla scrittura. ‘I libri li respirai ancora prima di leggerli, ma fui l’unico a esserne tanto attratto’.  A pagina 41: ‘Mi persuasi che per diventare uno scrittore dovevo essere pubblicato’. Poi capisce che ‘un conto è scrivere, un altro pubblicare, un altro ancora vendere, ma il gradino più alto e impervio consisteva nell’ <em>essere letti</em>, nel trovare qualcuno che prestasse disinteressatamente la propria attenzione per ascoltare ciò che un estraneo aveva da dire’. Quando, a quarantasette anni, il protagonista del romanzo riesce a concludere il progetto più ambizioso della sua vita, la scrittura di un romanzo, si sente prosciugato e invecchiato di vent’anni: ‘La mia immagine ideale era stata sostituita dal ritratto di un vecchio spelacchiato, col segno del piscio nei boxer per la prostatite, il ventre gonfio e la calvizie dei polpacci’ (p. 105). ‘Scrivere dei miei casini mi aveva reso ipersensibile… e mi chiesi se la scrittura non nascesse da un <em>vulnus</em>, dalla mancata elaborazione di un lutto. A cosa allude, se non a quella dolorosa assenza? A cosa cerca disperatamente di <em>assegnare un nome</em>, se non a ciò che non ha più cittadinanza nell’essere, o che non l’ha mai avuta?’. Viene in mente il titolo di una delle canzoni predilette dal maestro di canto Vito: ‘<em>The first cut is the deepest</em>’. A pagina 214 leggiamo: ‘Ero legato ai miei libri, è con loro che starò fino alla fine’. E nella pagina seguente: ‘Quei libri rappresentano la mia ragion d’essere, il mio supplizio, il passato da cui mi sto accomiatando’. Ancora: ‘La mia vera casa stava dov’era la mia biblioteca… da Anna li avrei portati subito, senza esitazioni. Ero convinto che il suo appartamento fosse il loro approdo naturale’. Purtroppo la situazione precipita. ‘Le rogne mi investirono a settembre, finito il libro. L’ansia per il responso degli editor, i dubbi sul mio talento, i timori per il mio avvenire professionale, le piccole discussioni che terminavano con le sollecitazioni a trovarmi un lavoro, le preoccupazioni per i soldi, tutto questo minò le fondamenta della nostra fiducia’…‘Avevo finito i risparmi e la pigione era pagata solo fino a fine mese’. Finalmente l’editor a cui ha sottoposto il manoscritto gli invia una mail in cui lamenta l’assenza di un ‘finale che riannodi tutti i fili’, la ‘zampata risolutiva capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile’. È il momento dello scoramento: ‘Pensai di aver sbagliato tutto, di aver dato retta a una stupida fantasia… un relitto d’uomo, un quarantasettenne fallito e privo delle minime credenziali per trovar lavoro’… ‘Mi chiesi se solo chi possedeva un talento avesse diritto a una seconda chance’… ‘Sfogliai i capolavori dei miei coetanei: <em>Le particelle elementari</em>, <em>Infinte Jest</em>, e mi sentii ridicolo’&#8230; ‘Forse i miei guai dipendevano dai libri. Fu nel rapporto con loro che presi coscienza di me, ed era proprio questo a rendermeli insopportabili’… ‘in tutti i traslochi quei maledetti libri avevano rappresentato il fardello maggiore delle mie proprietà, non solo per le quaranta scatole necessarie a contenerli, ma anche per le discussioni con le fidanzate’… ‘Pensai che il mio solo talento era quello di segare i rami su cui ero seduto. Lì sì che ero imbattibile, un fenomeno’… ‘mi sentivo il più disgraziato del mondo’… ‘Non avevo la minima idea di che cazzo fare’. A pagina 230 un dettaglio crudele: gli si stacca una capsula e l’inghiotte. Più tardi caga nel catino di plastica per la roba sporca, sperando di trovarcela. ‘Non venne neppure tanto liquida, e dovetti ravanare a mani nude. Piangevo e bestemmiavo, setacciavo la poltiglia schifosa ma non usciva niente. Ero sopraffatto dalla puzza’. Torna al computer e apre il file del suo libro bisognoso di revisione, ma ormai gli sembra talmente inane e nauseante che non resiste all’impulso di premere ‘elimina’. ‘Troppa sofferenza lì dentro, e rimorsi, e affettazione, e pressapochismo. Mi facevo pena da solo. Basta, mi ero liberato di un incubo. A Roma non ero venuto per Anna o per diventare uno scrittore. Ero venuto a tacermi per iscritto’… ‘D’un tratto, però, passò l’incazzatura, e l’apprensione, e lo scoramento. Fu quando mi decisi per il piano B’… ‘Se non avevo colto le occasioni migliori era inutile recriminare. Era andata così, amen. E comunque, mi restava ancora una via d’uscita onorevole. Ora il come era scontato, si trattava di scegliere il dove’. Pensò di gettarsi dall’alto della palazzina in cui abitava il suo amico Fabio: ‘La mia preoccupazione era di non morire del tutto, come mio padre, di obbligare qualcuno ad assistermi per anni. Ma otto piani bastavano eccome’… ‘Pensai a mio padre… forse sperò fino all’ultimo di essere scoperto… forse s’interrogò sul dolore che ci avrebbe dato, gli dispiacque terribilmente, ma sentì che il suo era insostenibile, come ora stava succedendo a me. È un atto di egoismo e di sopravvivenza, uccidersi, lo si compie quando non si ha altra scelta, senza nemmeno pensarci tanto. <em>Primum perire, deinde philosophari’…‘</em>Accesi un’altra sigaretta, l’ultima. Scorsi il pacchetto di Camel light quasi pieno e pensai che era un peccato buttarlo. Stavo per buttarmi e mi spiaceva buttare un pacchetto di sigarette. Dopo un quarto d’ora mi arrivò un sms. Era la Tim, mi avvertiva che il credito stava per terminare’. Il protagonista pensa ad Anna che l’ha cacciato fuori di casa: ‘Provai a scriverle un biglietto e non mi venivano le parole giuste. Ne avevo dette tante, negli sms che le avevo mandato, ma non era servito a nulla. Poi mi venne in mente Peter Altenberg, e sperai che se ne sarebbe ricordata. L’aveva incuriosita la storia di quello scrittore povero e schivo, che a furia di cercare l’essenziale aveva ridotto le proprie poesie al nome e all’indirizzo della donna amata; così sul biglietto scrissi soltanto «Nell’intestazione della busta per me c’è tutta la poesia del mondo». Glielo spedii assieme a una dozzina di rose rosa.’.”</p>
<p>“E l’espediente funzionò? La letteratura aiutò la vita?”</p>
<p>“Te lo sussurrerò in un orecchio. Non posso ‘spoilerare’, come si dice in rete, anche questo dettaglio agli occhi di chi non ha ancora letto il formidabile libro di Garufi. Ti basti sapere che nella parte finale la narrazione accelera ulteriormente. Il rigattiere Lino affigge il cartello ‘svendo tutto per cessata attività’. L’unico mestiere che sapeva fare non gli dà più da vivere. L’ultimo affare che conclude è con le <em>Bagatelle</em> di Céline, che riesce a vendere a cinquecento euro. Glielo compra una spilungona ossigenata che intende farne un regalo a un ministro di centro destra accusato di corruzione. Poi il magazzino di libri usati chiude definitivamente. Arrivano due ragazzi col furgone a caricare il cartaceo rimasto. Non li inscatolano neppure, i libri superstiti. Li stringono con delle cinghie di plastica e li ammassano insieme. Nel primo deposito la carta da macero è stoccata su delle piattaforme per la prima sommaria selezione. I libri vengono pressati e ridotti in balle, spediti a una cartiera nei pressi dell’Aniene. Le balle vengono frazionate da una tagliatrice e immesse su un nastro trasportatore. Raggiungono un pentolone d’acciaio che li spappola, riducendoli a una pasta collosa semiliquida, che viene addizionata di prodotti disinchiostranti e passa attraverso un epuratore per l’eliminazione degli inquinanti più grossolani. Mediante l’ausilio di agenti chimici flottanti, gli inchiostri affiorano in superficie sotto forma di schiume. La pasta disinchiostrata confluisce in un grande contenitore circolare. È indistinta e candida, pronta per la miscelazione con altre materie prime fibrose…”</p>
<p>“Una metafora potente, direi quasi borgesiana, se mi è consentito di sboronare un po’. Mi ricorda l’incendio della biblioteca e poi dell’intera abbazia del romanzo ‘<em>Il nome della rosa</em>’. Saprai, oltretutto, che il personaggio di Jorge da Burgos, il vecchio monaco cieco spregiatore del riso e dello scherzo, è dichiaratamente ispirato alla mia figura, per ammissione dello stesso Umberto Eco, altro mio ammiratore di vaglia. Onore a Garufi, dunque. Evidentemente la vocina disfattista contro cui ha dovuto lottare fin dalla fanciullezza, quella che a ogni occasione importante continuava a ripetergli: «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile», è stata soffocata e vinta per sempre, con questa opera prima. Il brutto anatroccolo si è fatto finalmente cigno. Solo una cosa potrei rimproverargli. Di non aver osato, nel romanzo, andare fino in fondo, spingendo il protagonista,  suo evidente alter-ego, a suicidarsi davvero, anziché renderlo vittima di un banalissimo incidente stradale. L’avesse fatto, si sarebbe cautelato per sempre dalla tentazione di ripetere in proprio il gesto di suo padre, come già Salgari. La scrittura, in certi casi, può rivelarsi meravigliosamente terapeutica. Ma voglio fargli comunque un augurio sincero: che possa un giorno oscurare la mia fama, persino alloggiare all’hotel Londra-Palace di Venezia, se ci tiene, magari invitato dalla prestigiosa Fondazione Cini nell’Isola di San Giorgio. Con tutte le contro-indicazioni del caso, però. Compresa quella di sorbirsi imbarazzanti visite alle nove in punto del mattino&#8230; di <em>stalker</em> ostinatamente disposti a scambiarlo per una ierofania. Fossi sua zia Salud, la tipa fissata con la paremiologia, a questo punto non esiterei a ricordargli un proverbio: ‘Chi la fa, l’aspetti’.”</p>
<p>(COLLAGE di passi tratti dal libro stesso di Garufi ‘<em>Il nome giusto</em>’)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/">Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</a></p>
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		<title>Leggerezze ( a reti leggere )</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2010 10:09:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Due carissimi e talentuosi amici,<a href="http://www.tornogiovedi.it/2010/10/il-bello/"> Fernando Coratelli</a> e <a href="http://www.tornogiovedi.it/2010/10/parole-da-spiaggia/">Luigi Carrozzo</a> si sono inventati &#8216;<a href="http://www.tornogiovedi.it/">sta cosa.</a>  Una <em>bella</em> cosa che mi ha dato l&#8217;occasione di ritrovare vecchi compagni di rete come <a href="http://www.tornogiovedi.it/2010/11/il-ritorno-dell’incubo-del-diavolo/">Franz Krauspenhaar</a> e <a href="http://www.tornogiovedi.it/2010/11/il-popolo-delle-moleskine/">Sergio Garufi</a>. Io a &#8216;<a href="http://www.tornogiovedi.it/">sta cosa.</a>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/07/leggerezze-a-reti-leggere/">Leggerezze ( a reti leggere )</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Due carissimi e talentuosi amici,<a href="http://www.tornogiovedi.it/2010/10/il-bello/"> Fernando Coratelli</a> e <a href="http://www.tornogiovedi.it/2010/10/parole-da-spiaggia/">Luigi Carrozzo</a> si sono inventati &#8216;<a href="http://www.tornogiovedi.it/">sta cosa.</a>  Una <em>bella</em> cosa che mi ha dato l&#8217;occasione di ritrovare vecchi compagni di rete come <a href="http://www.tornogiovedi.it/2010/11/il-ritorno-dell’incubo-del-diavolo/">Franz Krauspenhaar</a> e <a href="http://www.tornogiovedi.it/2010/11/il-popolo-delle-moleskine/">Sergio Garufi</a>. Io a &#8216;<a href="http://www.tornogiovedi.it/">sta cosa.</a> partecipo con una rubrica dedicata a un libro, un luogo un musicista&#8230;</p>
<p><object width="460" height="283"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/_69I9mqDnAM?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/_69I9mqDnAM?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="460" height="283"></embed></object></p>
<p><a href="http://www.tornogiovedi.it/un-libro-vi-trasportera/"><em>Un libro vi trasporterà</em></a> è una video rubrica  dedicata, ogni volta, a un libro, alla musica, a una città.Si tratta di vere e proprie esplorazioni attraverso pagine di vita, città, riflessioni, volti, personaggi con lo scopo di tracciare una cartografia delle esperienze artistiche, letterarie e musicali, che attraversano l&#8217;Italia dei nostri giorni. Girate con camera digitale e destinate alla rete, le videointerviste si propongono come una filosofia della leggerezza del leggere.</p>
<p><strong><a href="http://www.youtube.com/user/tornogiovedi#p/c/8690F1D73B502094/0/_69I9mqDnAM">Prima puntata – &#8220;Strade bianche&#8221; di Enrico Remmert</a></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/07/leggerezze-a-reti-leggere/">Leggerezze ( a reti leggere )</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Expertise</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 11:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p>Un’idea che m’è venuta poco fa, parlando con Pino. Pino è un mio caro amico da quasi 30 anni. Da ragazzini suonavamo assieme in un complessino <em>new wave</em> sfigatissimo, i <em>Dopo</em>. Lui la chitarra e io la batteria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/expertise/">Expertise</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/medjugorje.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-15361" title="medjugorje" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/medjugorje.jpg" alt="medjugorje" width="150" height="190" /></a></p>
<p>di <a href="http://lavienbeige.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Sergio Garufi</strong></a></p>
<p>Un’idea che m’è venuta poco fa, parlando con Pino. Pino è un mio caro amico da quasi 30 anni. Da ragazzini suonavamo assieme in un complessino <em>new wave</em> sfigatissimo, i <em>Dopo</em>. Lui la chitarra e io la batteria. Entrambi con scarso talento e altrettanto scarsa determinazione. Sciolto il gruppo abbiamo continuato a frequentarci, nonostante le vistose differenze. Io che sembro uno scandinavo e lui che è uno scurissimo calabrese, a lui che non frega niente dei libri e io che vivo di quelli. Negli anni ha scoperto la sua vocazione mistica: è diventato prima buddista e ora fervente cattolico, anche se fervente è dire poco. Per capirci: l’ultimo capodanno l’ha passato sulla montagna delle apparizioni di Medjugorie con una temperatura di -10, e ogni venerdì sera subito dopo lavoro va ad Erba agli incontri di Radio Maria.<span id="more-15360"></span> Le rare volte che discutiamo di controverse questioni etiche, tipo il referendum sulla fecondazione assistita o il recente caso <strong>Englaro</strong>, finisce che litighiamo di brutto, per cui cerco in ogni modo di evitarle. Perché lo frequento, allora? Perché ho l’impressione che sia uno che capisce meglio di altri il dolore. Ho amici carissimi che vedo spesso ai quali tuttavia non confiderei mai certe mie preoccupazioni, con lui invece sento di poterlo fare e da lui ricevo parole di profonda comprensione umana, non sermoncini seriali e preconfezionati, forse perché nella vita ha dovuto affrontare molti brutti momenti. Ad ogni modo stasera l’ho incontrato, siamo andati al bar e poi a casa sua. Lì, purtroppo, ha riattaccato con Medjugorie, e mi si è accesa una lampadina. La lampadina riguarda una notizia che mi incuriosì e che ripresi in un articolo che scrissi per un giornale e in una conferenza che feci al <em>Circolo dei lettori</em> di Torino qualche anno fa. Si tratta di un bizzarro expertise che fece <strong>Federico Zeri</strong> nel 1987 analizzando l’immagine fotografica della Madonna di Medjugorie riprodotta in un santino assai diffuso. Si trattava di un’immagine “miracolosa” ottenuta da un pellegrino che udì pronunciare il suo nome sulla montagna delle apparizioni e non vedendo nessuno fotografò in quella direzione. Lo storico dell’arte ricollegava lo schema iconografico compositivo a una singolare combinazione fra un dipinto sacro di <strong>Ambrogio Lorenzetti</strong> e il volto di una diva hollywoodiana degli anni 50, <strong>Linda Darnell</strong> (che non a caso recitò la parte della Madonna nel film <em>Bernadette</em> dedicato alla piccola veggente di Lourdes). Era un viso “caratterizzato da una dolcezza un po’ <span style="color: #000000;"><em>gemütlich</em>,</span> attraente ma non sensuale, di uno splendore casalingo, castigato”. A Zeri non interessava tanto appurare se fosse vera o falsa, gli premeva piuttosto dimostrare che anche le visioni religiose si rifanno sempre ad un repertorio mnemonico-visivo noto a chi le percepisce. Che è un po’ ciò che denuncia quell’aneddoto di <strong>Bernard Berenson</strong>, quando gli riferirono che la Madonna era apparsa a <strong>Pio XII</strong> e lui chiese: “<em>in che stile</em>?” Pensavo insomma a questo mentre stasera Pino mi rivelava che le apparizioni di Medjugorie continuano tutt’oggi. Anzi, rispettano una cadenza molto puntuale. Dei 6 veggenti iniziali, Pino affermava che oggi 2 di questi vedono la Madonna una volta al mese ciascuno: Miriana il 2 e Mariam il 25. La prima riceve un messaggio della Madonna rivolto in particolar modo ai non credenti (<em>quorum ego</em>, quindi), mentre la seconda ascolta il messaggio indirizzato ai cattolici. Poco dopo, tradotti, questi testi vengono trasmessi al pubblico da Radio Maria. Forse, nell’ennesimo disperato tentativo di convertirmi, Pino ha controllato gli appunti sul suo cellulare e si è messo a leggermi il messaggio del 2 marzo rivolto ai non credenti, un discorsetto che mi sono trascritto interamente con lui basito per il mio inaspettato interesse. Me lo sono trascritto perché penso sarebbe utile farne un’esegesi delle fonti e un’analisi dello stile e della lingua sulla scorta dell’expertise artistico di Zeri. Anche in questo caso, non tanto per confutarne l’autenticità, quanto piuttosto per dimostrare che ciascuno di noi, compresa la Madonna, possiede un particolare repertorio mnemonico-verbale e lessicografico non meno vincolante di quello figurativo, e da qui cercare di individuare tutte le influenze, i debiti, le ricorrenze, gli stilemi, le citazioni e gli eventuali plagi. Ecco, dovrei controllare, però così su due piedi giurerei che un’espressione dell’ultimo testo della Madonna sia stata copiata paro paro da un libro di <strong>Erri de Luca</strong>. Ma per fare un’analisi seria e approfondita ci vorrebbe un critico vero, mica me. Io intanto butto lì l’idea.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/expertise/">Expertise</a></p>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" alt="" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
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<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
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<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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		<title>Moleskine 3</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Oct 2007 00:52:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/moleskine-3.jpg" title="moleskine-3.jpg"></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><em>Stilos</em> ha chiuso. In molti ne hanno rimarcato i difetti: il provincialismo delle foto e delle didascalie degli autori dei pezzi, la diffusione non proprio capillare, il tono quasi esclusivamente elogiativo degli articoli, l’assenza di retribuzione, l&#8217;eccessiva autoreferenzialità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/06/moleskine-3/">Moleskine 3</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/moleskine-3.jpg" title="moleskine-3.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/moleskine-3.thumbnail.jpg" alt="moleskine-3.jpg" /></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><em>Stilos</em> ha chiuso. In molti ne hanno rimarcato i difetti: il provincialismo delle foto e delle didascalie degli autori dei pezzi, la diffusione non proprio capillare, il tono quasi esclusivamente elogiativo degli articoli, l’assenza di retribuzione, l&#8217;eccessiva autoreferenzialità. Avendoci collaborato per 4 anni, potrei aggiungerne altri, come il fatto che spesso i pezzi venivano tagliati arbitrariamente, senza avvertire l’autore, e questo faceva infuriare molti. Ma è pur vero che il giornale nacque su basi volontaristiche, e che il lavoro di Bonina, svolto nei ritagli di tempo, doveva essere molto faticoso e ingrato. Il pregio principale è stato quello di ospitare le voci che si ritenevano meritevoli senza badare ai titoli, cosa che accade assai di rado nelle riviste letterarie tradizionali. Io fui uno di questi fortunati. Qualcuno segnalò a Bonina un mio articolo in rete e questo fu sufficiente per farmi entrare nel giornale. Lì avvenne il mio esordio su carta, se si eccettuano due fugaci comparsate su oscure riviste accademiche ai tempi dell’università.<span id="more-4555"></span></p>
<p>Quando iniziai a scriverci, <em>Stilos </em>era il supplemento letterario del quotidiano <em>La Sicilia</em>. Usciva ogni martedì. Ricordo che il primo pezzo che gli inviai era di una lunghezza spaventosa, circa 16.000 battute, e mi fu chiesto di accorciarlo della metà. In pratica, dovevo riscriverlo completamente. Nella mia piccola città il giornale era irreperibile, e siccome per posta arrivava in ritardo o addirittura non arrivava, spesso mi recavo a Milano a prenderlo. Ci andavo la sera perché di giorno lavoravo, ed era una grande emozione vedere il mio nome stampato su un giornale. Mi sentivo importante. A quell&#8217;ora, le uniche edicole aperte che lo vendevano erano i chioschi di corso Buenos Aires. Chi vive a Milano sa che questi chioschi la notte si trasformano. Al posto dei quotidiani e dei periodici &#8220;rispettabili&#8221; si riempiono di riviste e videocassette porno. Pure la clientela cambia. Ci si guarda con sospetto o vergogna, anzi si evitano gli sguardi. In quello dove andai una sera l’edicolante era un transessuale. Gli chiesi se aveva <em>Stilos</em> e mi rispose: ”Non mi pare. Di che parla?” Dissi: “Di letteratura”, e lui replicò con aria un po’ schifata: “Noi non teniamo quella roba”. Aveva ragione Valery Larbaud, la letteratura è un vizio, uno dei peggiori.</p>
<p>Sull’ultimo numero di <em>Stilos</em> &#8211; ultimo in tutti i sensi, quindi – Giulio Mozzi nella sua rubrica parla di sagre paesane e festival letterari. Lo fa con il consueto stile da agrimensore del linguaggio, che misura e delimita con precisione tutti i possibili campi semantici dei suoi enunciati, quasi a prevenire eventuali obiezioni. La sua preferenza va senza esitazione alle prime (“I festival non mi piacciono. A me piacciono le sagre”). Gli piace l’odore della carne ai ferri, le giostrine, i bambini che piangono, “perché la sagra è, prima di ogni altra cosa, baccano: grida di venditori, voci che si sovrappongono, musiche delle giostre” ecc. Alle sagre “una costoletta è una costoletta, una caffettiera in offerta a soli due ero una caffettiera in offerta a soli due euro, una giostra coi cavallini è una giostra coi cavallini. Nessuno pensa, stando qualche ora nella sagra, di vivere un’esperienza memorabile, o un’esperienza che rimandi a qualcos’altro: la sagra è la sagra”. Il festival per lui è il contrario, e il suo proporsi come esperienza “è la prova provata della sua falsità”.</p>
<p>Anche a me piacciono le sagre, e vicino a casa mia, soprattutto d’estate, ce ne sono diverse. Mi piace ballare il liscio con gli anziani del posto pur non sapendo ballare, mi piace assaggiare i cibi locali anche se spesso sono cucinati male, ma non ho mai pensato che siano più autentiche di altri tipi di manifestazioni. Al contrario, sono convinto che le sagre siano le Gardaland della nostalgia, e tuttavia non vedo nulla di male a immergersi in un passato ideale e posticcio, che fa riferimento a un sistema di valori che non esiste più. Sono delle piccole evasioni consolatorie e rassicuranti, che vogliono farci credere che esiste ancora una vita comunitaria fatta di solidarietà e buoni sentimenti, quando ci si conosceva tutti per nome e il bene aveva sempre la meglio. In sintesi, per me anch’esse si propongono come esperienze di qualcos&#8217;altro. E’ curioso da parte mia adoperare gli aggettivi <em>consolatorio</em> e <em>rassicurante </em>in senso non spregiativo. Nel recensese si liquidano così i brutti libri, è quella la <em>scarlet letter </em>più usata dai critici. Ma a volte questa vita ha bisogno di momenti di conforto e di evasione.</p>
<p>A settembre ero alla sagra della patata di Oreno, che è una frazione di Vimercate, uno dei tanti paesi che dà del voi (cioè che finisce in “ate”) della provincia di Milano. A Oreno c’è molto da vedere. La neoclassica Villa Gallarati Scotti, poi Villa Borromeo, col suo splendido parco all&#8217;inglese e il casino di caccia con gli affreschi tardogotici che ritraggono scene venatorie e ricreative dell’epoca (il XV sec.). La sagra offre degustazioni gastronomiche in tema, oltre a concerti di liscio, spettacoli teatrali, mostre, animazioni per bambini e un corteo storico. Mi faceva compagnia F., un’amica tedesca che per un certo periodo scrisse pure su <em>Stilos</em>, cioè fino a quando si arrabbiò perché le tagliarono un articolo senza avvertirla. Le chiesi di sua figlia J., di 13 anni, che un mese prima era follemente innamorata di un ragazzo di Genova col quale aveva trascorso una vacanza studio in Inghilterra, e mi rispose che si erano lasciati, che ora le piaceva un altro. Commentai che in fondo era normale per quell’età, vivere delle infatuazioni intense e brevissime, e F. replicò che lei a quell’età era molto diversa.</p>
<p>“Ricordo ancora il giorno in cui incontrai D. Era il 28 gennaio 1975, avevo 13 anni ed ero andata a una festa di due classi del mio liceo. Lui era più grande di me, biondo e magro. Ricordo perfettamente come eravamo vestiti, cosa mi disse, e pensai subito che quella data dovevo imprimermela nella memoria, ero assolutamente cosciente della sua importanza. Il sabato successivo dovevo incontrarlo e avevo deciso che a lui avrei dato il mio primo bacio. E invece niente, non mi guardò neppure, come non esistessi. Per mesi lo perseguitai, facendo telefonate mute, passeggiando sotto casa sua con un’amica, pedinandolo ovunque perché conoscevo i suoi orari: quando aveva lezione di pianoforte, quando andava in piscina. Se mi capitava di incontrare sua madre al supermercato era un evento, qualsiasi cosa avesse a che fare con lui mi emozionava e turbava. Mi rassegnai all’evidenza solo un anno dopo, quando baciai un altro ragazzo, ma ancora oggi ho l’impressione che quel giorno la mia vita prese una direzione sbagliata, che quello non era il ragazzo giusto. Il 28 gennaio 1975 è una data spartiacque per me, solo dopo quella delusione cominciai a scrivere.” “Lui sapeva cosa provavi, gliel’hai mai detto?” “No, figurati, ora neanche si ricorderà di me. Ma a volte mi immagino di stare con lui, magari in un ristorante, e di spiegargli i miei sentimenti di allora.” “Sai che fine ha fatto?” “Sì, insegna chimica in una università americana. Ho visto anche una sua foto. Non è invecchiato bene. Ora è calvo, grassotello e con la barba. Indossa un maglione a V e ha un bel sorriso, sembra felice. L’ho trovato su Google, lì c’è il mondo”.</p>
<p>Era un ricordo indotto dall&#8217;atmosfera nostalgica della sagra, o dalla visione delle scene di seduzione raffigurate negli affreschi che avevamo appena visto? Non lo so. So solo che il mondo è pieno di persone che sono state fondamentali nella vita di qualcuno, persone che ignorano del tutto questo loro ruolo decisivo ma restano impigliate nella rete dei nostri ricordi fino a condizionare un destino. Ascoltando la storia di F. mi è venuta in mente una bella scena di <em>Smoke</em>, il film di Wayne Wang basato sulla sceneggiatura di Paul Auster, quando il tabaccaio Harvey Keitel rivela all&#8217;amico scrittore William Hurt l&#8217;hobby che coltiva da vent&#8217;anni; ossia fotografare ogni giorno alla stessa ora l&#8217;angolo di strada di Brooklyn nel quale vive e lavora. E&#8217; un album fotografico che Keitel non ha mai mostrato ad alcuno, concepito come semplice omaggio al proprio spazio: un crocevia come tanti, anonimo, privo di monumenti storici o grattacieli famosi. Ma lì c&#8217;è la sua bottega, quello è il luogo dove trascorre la sua vita, e lui lo ritrae con dedizione, tutti i giorni alle otto del mattino. Hurt dapprima lo sfoglia distrattamente, ma dopo l&#8217;invito di Keitel ad osservare con maggiore attenzione le differenti sfumature dovute alla luce, al clima, alla gente che passa, riesce a scorgere, nella folla indistinta che si reca frettolosamente al lavoro, il volto di sua moglie morta alcuni anni prima durante una rapina, e si commuove. Ecco che quella cosa personalissima, quella dichiarazione d&#8217;amore verso il proprio spazio, ora diventa significativa anche per altri; non appartiene più unicamente al suo autore, ma interessa ed emoziona chiunque, perché il destino di chiunque può riguardare pure il nostro, basta che gli si presti la giusta attenzione.</p>
<p><em>The first cut is the deepest</em>, cantava nel 1967 Cat Stevens. Forse la scrittura nasce dalla mancata elaborazione di questi lutti sentimentali. Forse è una sorta di esorcismo, una vendetta, un risarcimento per l&#8217;amore negato. A cosa allude l&#8217;arte, se non a questa dolorosa assenza? A cosa cerca disperatamente di assegnare un nome, se non a ciò che non ha più cittadinanza nell&#8217;essere, o che non l&#8217;ha mai avuta?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/06/moleskine-3/">Moleskine 3</a></p>
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		<title>Moleskine 2</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Sep 2007 13:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine-2.jpg' title='moleskine-2.jpg'></a> di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Sfilata di chierici venduti in televisione. <em>L’Ecclesiaste</em> va aggiornato. Chi più sa, più s’offre.</p>
<p>Scampoli di cinismo contemporaneo. In fila alla cassa del supermercato c’è davanti a me un ragazzino di non più di 12 anni. La cassiera lo riconosce.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/29/moleskine-2/">Moleskine 2</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine-2.jpg' title='moleskine-2.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine-2.thumbnail.jpg' alt='moleskine-2.jpg' /></a> di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Sfilata di chierici venduti in televisione. <em>L’Ecclesiaste</em> va aggiornato. Chi più sa, più s’offre.</p>
<p>Scampoli di cinismo contemporaneo. In fila alla cassa del supermercato c’è davanti a me un ragazzino di non più di 12 anni. La cassiera lo riconosce. “Ciao Jacopo, come va?” E lui, con aria serissima e stanca: “Sopravvivo”.</p>
<p>La mia banca sta a 500 mt. da dove lavoro. Ci vado sempre a piedi, mi piace passeggiare. Guardo la gente, i negozi, immagino vincite fantastiliarde al superenalotto. O meglio, programmo meticolosamente la distribuzione dei soldi. Quanto alla famiglia, agli amici, quanto in viaggi, che casa comprare, l’auto nuova. Poi mi ricordo di un saggio messicano, s’intitola <em>Disgrazie milionarie </em>e fu recensito di recente su <em>Babelia</em>, il supplemento letterario del quotidiano <em>El Pais</em>. Si tratta di una serie di biografie di messicani che hanno vinto la locale lotteria. Lì ce n’è una sola l’anno, l’enorme montepremi va tutto a un’unica persona e questa è pubblica, tutti sanno chi è, dove abita, che faccia ha, perché viene intervistato in televisione. Forse si pensa che rendendo pubblica la sua figura questo faccia da traino per i concorsi successivi. Il saggio sembra un libro dell’orrore. Stragi familiari, separazioni, suicidi. Una volta realizzato, il sogno di diventare ricco si trasforma in incubo. Come in quell’antica maledizione gitana, che dice: “Che tutti i tuoi desideri si possano avverare”. Curiosamente, lo stesso testo che ricevo per sms dai parenti e gli amici più cari a Natale.<span id="more-4524"></span></p>
<p>La vita per macroscansioni. Oggi ho 44 anni: un terzo a dormire sono quasi 15 anni. Un anno almeno a guidare, una decina di seguito a lavorare, un mese ininterrotto a scopare, molto di più a fumare. Quanto tempo avrò passato, nell’arco di una vita, a pianificare una vincita milionaria che non farò mai?</p>
<p>In auto provo a sintonizzarmi su qualche stazione radio, e immancabilmente inciampo su <em>Radio Maria</em>. Il tono è sempre afflitto, sia che trasmettano una funzione sia che parli qualche ascoltatore raccontando le proprie disgrazie. In una conversazione con Pierre Rosemberg, che stava sottoponendo a Federico Zeri delle fotografie di dipinti antichi per un <em>expertise</em>, lo storico dell’arte romano contestò l’attribuzione di una natività rinascimentale proposta dal francese. “Perché non può essere italiana?”, chiese quest’ultimo. “Non vedi che l’asino ride?”, rispose Zeri. Il fulcro della religione cattolica non è la Natività, è la Passione, e la Passione è anzitutto un <em>patire</em>.     </p>
<p>Pare che si voglia vietare l’allattamento in pubblico. Un’aria pesante di sacrestia ha invaso il paese. Nella sala d’attesa del mio medico una donna tiene in braccio un neonato, tutto infagottato. Si vede solo il viso profondamente assopito. Hippolyte Taine, parlando del <em>Neonato </em>di Rennes di Georges de La Tour, dice: &#8220;Niente può esprimere quel sonno profondo e assorbente, come quello che il poverino dormiva otto giorni prima nel ventre di sua madre; la fronte senza capelli, gli occhi senza ciglia, il labbro inferiore abbassato, il naso e la bocca aperti, puri buchi per respirare, la pelle liscia e rilucente che l&#8217;aria ha toccato a malapena, tutta l&#8217;immersione primeva nella vita vegetativa. Il labbro superiore è rialzato, serve tutto per respirare. Il corpicino è incollato e serrato nelle sue rigide fasce bianche come nell&#8217;involucro di una mummia. E’ impossibile rendere meglio il profondo torpore originario, <strong>l&#8217;anima ancora sepolta.</strong>&#8221;</p>
<p>Su un <em>lit-blog </em>mi si contesta un giudizio. Provo a spiegarmi ma l’impressione è che non sia in ballo una questione di gusti, bensì di logica argomentativa. Viste nel suo insieme, quelle obiezioni rammentano la <em>XXV Centuria </em>del Manga, quella con lo scapolo che crede di aver ucciso sua moglie, poi si ricorda che è scapolo, allora si chiede perché non ha una moglie. L&#8217;hanno tutti. Chi è lui, un cane rognoso? Perché sua moglie è riuscita a non farsi sposare? O è lui che non l&#8217;ha sposata? Il giorno prima delle nozze è fuggita con un prete eretico. Ma non è lui quel prete? Quella donna è fuggita con lui? O con un altro? Chi è fuggito? &#8220;Che puttana&#8221;, dice, e cerca la chiave in tasca, lacrimando, con una smorfia di disprezzo.</p>
<p>Per 35 giorni consecutivi non mi ha funzionato il telefono di lavoro. A chi chiamava risultava libero, e c’erano dei clienti e dei fornitori che pensavano fossi scappato con chissà quale cassa. Ho perso un sacco di soldi, chi voleva pagare col pos non poteva, diceva che sarebbe andato a fare un bancomat e spesso non tornava. Ora devo scrivere un reclamo all’operatore telefonico, redigere un puntiglioso elenco di tutte le sollecitazioni, scritte per raccomandata o fatte a voce, per ottenere un rimborso che sarà sicuramente ridicolo. Mi sembra di essere Ferdinand Thrän, “l’archivista delle villanie”, come fu definito da Magris in <em>Danubio</em>. La vita è tutta un sopruso, e l’unico modo che abbiamo per reagire ai torti subiti è farne un elenco dettagliato.</p>
<p>In televisione trasmettono l’ennesimo documentario sugli animali. Questa volta sono di scena i calamari giganti, bestie che vivono negli abissi marini e che possono raggiungere dimensioni impressionanti. Anche qui si parla sempre e solo di vip. Avrò guardato un’infinità di documentari sugli squali bianchi, le orche, i coccodrilli, gli orsi polari, le anaconde, i condor, le vedove nere, creature che probabilmente non vedrò mai in vita mia, se non in qualche zoo o acquario, e mai niente sui passeri, che incontro quasi quotidianamente. Il gusto per l&#8217;eccezionale è il crisma della mediocrità. Sarà per questo che mi piace Leopardi.</p>
<p>Un amico scrittore mi invita ad unirmi a lui nell’appello per la traduzione inglese dello <em>Zibaldone</em> di Leopardi. Gli chiedo se l’ha letto e mi risponde: “No, insomma in parte, ma che c’entra?”. Mi viene in mente la frase di Scheiwiller, resa celebre da Manganelli, quella che identificava il lettore forte come colui che può stroncare senza leggere (“Non l’ho letto e non mi piace”). Ribaltandola, si potrebbe ottenere un’efficace definizione di classico. “Non l’ho letto e mi piace”. In entrambi i casi, non si legge.</p>
<p>I testi della nuova narrativa italiana che ho letto di recente mi sembrano delle mozzarelle. L’imperativo è essere sincroni, parlare di temi attuali e con un linguaggio il più possibile al passo coi tempi. Più che una firma, appongono una data. Si vuole incarnare a tutti i costi il ruolo di interprete ufficiale dello <em>Zeitgeist</em>, essere riconosciuti senza esitazione come &#8220;figli del proprio tempo&#8221;, mentre si finisce per apparire pateticamente aggrappati a questa paternità nel timore di rimanerne orfani. Su questi libri a volte pare di leggere l’avvertenza: “da consumarsi entro pochi giorni”, se no la mozzarella scade. Uno di questi autori mi rimprovera di scrivere &#8220;vecchio&#8221;, di usare termini polverosi come <em>Zeitgeist</em>, o <em>Weltanschauung</em>, che sono effettivamente polverosi, ma non meno ridicoli di certi anglismi nati vecchi stamattina. Quando Stanley Kubrick si pose il problema di quale colonna sonora accostare alla celebre scena della danza delle navicelle spaziali in <em>2001 Odissea nello spazio</em>, un collaboratore gli suggerì di scegliere una delle musiche avveneristiche che si componevano in quegli anni (il 1968). Se così avesse fatto, il risultato sarebbe stato ben più misero, perché semplice testimonianza di un preciso momento storico. Optando invece per l’accostamento ossimorico dei polverosissimi valzer viennesi di Strauss, Kubrick rese il suo film un classico senza tempo.</p>
<p>All’inaugurazione per la stampa della mostra su Christo a Lugano ci sono quasi solo fotografie delle sue opere, quelle mastodontiche, ambientali, che lo hanno reso celebre. All’inizio però impacchettava col <em>pluriball</em> sedie, comodini, piccoli oggetti, che sono tutti esposti nelle sale del Museo. A queste esposizioni i giornalisti vengono portati in autobus da Milano, e impressiona l’età media dei partecipanti, alcuni dei quali non mi sorprenderebbe vederli girare con una flebo o il catetere. Dopo la mostra si pranza in un ristorante sul lago, e io càpito in una tavolata con degli autorevolissimi ottuagenari. Uno di loro mi chiede che ne penso di Christo. In genere nessuno parla mai delle mostre che si sono appena viste, oppure limita il giudizio a quelle formulette sintetiche che appartengono alla gente comune quando esce dal cinema. L’elogio si riassume in: “ha il suo bel perché”, e la stroncatura è: “niente di che”. Provo a dire qualcosa di più articolato, parlando dell’idea del trasloco, di come cioè tutto per me abbia preso spunto dalla sua vita nomade, dai continui spostamenti di residenza, sempre in giro per il mondo imballando gli arredi di casa. L&#8217;impacchettamento come un trasloco semantico, insomma. Mentre parlo noto che gli altri fanno silenzio e mi guardano stupiti. Lo stupore non nasce dall’originalità dell’idea, ma dal semplice fatto che io l’abbia esposta, infrangendo una prassi consolidata. Solo un pivello racconta le sue idee ai colleghi, che potrebbero fregargliele per il loro articolo. Lì c’è gente che scrive per mensili, settimanali e quotidiani, e chi è più presente sulla carta potrebbe agevolmente scipparti. Ma le idee sono spore, germinano dove gli pare e nessuno può pretenderne l’esclusiva.</p>
<p>C. si lamenta della mia scarsa curiosità, perché dopo 6 ore in giro per Istanbul a vedere musei e moschee sotto un sole feroce dico che sono stanco e vorrei tornare in albergo. Intorno a noi fiumane di gente, fra cui molti italiani, che arrancano sfranti da una meraviglia all’altra. Quella non è curiosità, è la concezione penitenziale della cultura, secondo la quale in vacanza all’estero bisogna espiare il peccato di non aver mai letto un libro a casa propria durante l’anno o di non essere mai entrati in un museo. </p>
<p>La reimpiegologia è una forma di plagio, o di decontestualizzazione alla Duchamp. Nel Medioevo riutilizzavano spesso elementi architettonici precedenti cambiandogli funzione e destinazione. Un sarcofago romano diventava un altare o una fontana, e una lapide pagana veniva incastonata in una chiesa, ridotta a puro materiale edilizio. L’angolo di Milano che amo di più è in via degli Speronari, vicino al Duomo. Lì, di fianco a una pasticceria famosa per i suoi cannoncini alla crema, c’è il campanile di San Satiro. Ad altezza d’uomo vi hanno inserito una lapide romana scorciata. In quel periodo scarseggiavano i materiali di costruzione e si usava di tutto. La lapide è stata collocata di traverso, ed è scorciata a tal punto da rendere anonimo il suo titolare. Nell’antica Roma le lapidi svolgevano una funzione promozionale, pubblicitaria, venivano esposte lungo le vie più trafficate, e le dimensioni, la qualità della pietra e la bellezza della grafia scolpita fungevano da status symbol. Nel testo ci si autorappresentava al meglio. I più vantavano parentele altolocate seppur lontane, un po’ come se oggi si dicesse che il morto aveva un cugino sottosegretario o viveva in un attico e possedeva una Porsche Cayenne. Quella in via degli Speronari è di un servo, l&#8217;ultimo gradino della scala sociale, un mero attrezzo da lavoro dotato di voce (<em>instrumenta vocalia</em>), come allora veniva considerato. Questo servo non dice niente di sé. Dedica solo la sua piccola lapide alla moglie adorata, donna di grandi virtù (<em>coniugi benemerenti</em>) &#8220;<em>cum qua vixit sine ulla macula</em>&#8220;. Lo smog sta corrodendo l&#8217;iscrizione, e già oggi più che leggerla la si intuisce. Fra poco, della vita di quello schiavo innamorato si sarà persa ogni traccia, a meno che esista una memoria dell&#8217;universo, come congetturarono i teosofi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/29/moleskine-2/">Moleskine 2</a></p>
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		<title>Moleskine</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Sep 2007 01:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a title="moleskine.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine.jpg"></a> di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Diverse vie di Milano sono tappezzate da manifesti e striscioni che pubblicizzano un corso di antiquariato a pagamento. L&#8217;immagine che accompagna il testo, ritenuta rappresentativa di questa nobile professione, è quella del ritratto di <strong>Jacopo Strada </strong>eseguito da <strong>Tiziano Vecellio</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/26/moleskine/">Moleskine</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="moleskine.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine.thumbnail.jpg" alt="moleskine.jpg" /></a> di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Diverse vie di Milano sono tappezzate da manifesti e striscioni che pubblicizzano un corso di antiquariato a pagamento. L&#8217;immagine che accompagna il testo, ritenuta rappresentativa di questa nobile professione, è quella del ritratto di <strong>Jacopo Strada </strong>eseguito da <strong>Tiziano Vecellio</strong>. Strada era un antiquario veneziano di successo, e il dipinto in questione è uno degli esempi più noti di come il cadorino fosse capace di deridere i suoi stessi committenti mostrandone i lati oscuri; vedi le grettezze fisiognomiche di papa <strong>Paolo III</strong>, la tronfia vanagloria dell&#8217;<strong>Aretino</strong>, o appunto Jacopo Strada, &#8220;fissato – dice <strong>Zeri </strong>- nell&#8217;atto di spiare il momento opportuno per insinuarsi nella fiducia del cliente&#8221;, protagonista di &#8220;quell&#8217;attività di trame, colpi bassi, menzogne e prevaricazioni che è l&#8217;alto commercio di cose d&#8217;arte&#8221;. Magari non è una <em>gaffe</em>. <strong>Corona</strong> e <strong>Fiorani </strong>insegnano.<span id="more-4504"></span></p>
<p>La <em>gaffe </em>più memorabile che abbia mai sentito l’ha pronunciata E. Era andato al funerale di un compagno di università deceduto in un incidente in moto. Dopo la sepoltura era salito sull’autobus e si era seduto accanto a lui il padre del defunto, ovviamente prostrato. E., nell’imbarazzo di non saper cosa dire, aveva guardato l’orologio e rivolto al padre del morto aveva detto: “però, <em>ridendo e scherzando </em>si son fatte le cinque!”</p>
<p>A volte ho l’impressione che ci siano alcune sentenze che si condividono a parole ma non nella sostanza, tipo “l’arte vampirizza la vita”. E’ difficile trovare qualcuno che la rifiuti, eppure quasi sempre è un’adesione di facciata, che si ritratta al primo accenno di crudo realismo. E’ il caso della foto del <em>falling man</em> delle Torri Gemelle, o delle immagini dei suicidi nel film <em>The Bridge</em> di <strong>Steel</strong>, che molti trovano intollerabili. La morte è pornografica, e la pornografia più oscena e inaccettabile è la morte volontaria, specialmente se sono delle immagini a raccontarla, piuttosto che delle parole. E&#8217; la forma espressiva che disturba, la sua minore trasfigurazione? Nessuno contesterebbe a <strong>Omero</strong> l&#8217;affermazione secondo cui “gli dei tessono disgrazie affinché le generazioni future abbiano di che cantare”. Lo stesso concetto viene ribadito ora da <strong>Starobinski</strong>, di cui leggerei anche gli scarabocchi disegnati mentre parla al telefono, in un saggio meraviglioso su &#8220;Ulisse e le sirene&#8221; (incluso nella raccolta <em>Le incantatrici</em>, EDT). Per lui “tutto accade come se il canto immortale nascesse quasi immediatamente dopo l’impresa mortale, come se l’impresa mortale fosse compiuta al solo scopo di servire da pretesto al canto che la tramanderà alle generazioni future”.</p>
<p>Anni fa frequentavo saltuariamente una persona che faceva il <em>copywriter</em> pubblicitario. Guadagnava bene ed era stimato nel suo ambiente, ciononostante era sempre squattrinato perché i suoi risparmi li spendeva in studi di registrazione e nel pagamento di musicisti professionisti per incidere i suoi pezzi. Dopo una lunga gavetta sostenuta da un’ambizione smodata approdò ad una casa discografica che produsse il suo primo cd. Nel librettino interno vi era un’interminabile lista di ringraziamenti. I genitori, la sorella, gli amici, perfino le ex fidanzate. L’enfasi era quella del discorso dello sconosciuto che contro tutti i pronostici vince l’oscar e pensa di essere “arrivato”. Non mancava un paternalistico rimbrotto a coloro che non avevano creduto al suo talento, o che a suo dire avevano “remato contro”; rimbrotto che si smorzava infine con un magnanimo perdono. L’apice della sua carriera fu una fugace comparsata a <em>Buona </em><em>Domenica</em> e qualche passaggio in un paio di radio private, poi il suo nome ripiombò nell’oblio da cui era venuto, tant&#8217;è che quello fu il suo primo e ultimo disco. Pensavo a lui quando ho sfogliato l’altro giorno l’esordio letterario di B. La copertina era bella, il titolo adescante, ma i ringraziamenti finali occupavano due pagine fitte, non tralasciando di menzionare, oltre ai parenti e agli amici, perfino diversi lettori del suo blog, quasi che il suo desiderio di notorietà fosse indirizzato soprattutto a loro. E’ il salumiere sotto casa che ci deve ammirare, è lui che si spera di far ricredere sul nostro conto. Incomincio a pensare che la lunghezza della lista dei ringraziamenti sia inversamente proporzionale al valore dell’opera. Con P., che ho incontrato a <em>Pordenonelegge</em> e che sta finendo il suo primo romanzo per una nota casa editrice, mi sono raccomandato di farla brevissima, meglio ancora di ometterla del tutto, anche se <em>in fondo</em> speravo di comparirci.</p>
<p>Inizio sempre dalla fine, quando devo decidere se comprare un libro. Sarà che non leggendo gialli l’<em>explicit</em> non mi rovina alcunché. Seguo più il suono che il senso, prediligo il ritmo della frase rispetto al contenuto. Se quello mi invoglia, acquisto. E’ come quel sondaggio fra due automobilisti che avevano percorso lo stesso tratto autostradale, metti Milano-Bologna, nello stesso tempo (3 ore). Il primo aveva incontrato un ingorgo all’inizio, e poi era filato tutto liscio, mentre il secondo era partito spedito e si era inchiodato alla fine. Fra i due, il secondo era incazzato nero, e il primo si dichiarava contentissimo. Un buon finale riscatta un <em>incipit</em> mediocre, ma non viceversa. Chissà perché gli editor si soffermano così tanto sugli avvii. <em>Vergogna</em> di <strong>Coetzee</strong> inizia in modo banale ma ha un finale meraviglioso e terribile (meravigliosamente terribile).</p>
<p>A <em>Pordenonelegge</em> mi accorgo di cercare tra la folla gli scrittori famosi allo stesso modo in cui gli anonimi turisti mordi e fuggi della Costa Smeralda si aggirano sui moli di Porto Cervo sperando che da qualche yacht ancorato sbuchino i volti di <strong>Briatore </strong>e <strong>Dolce</strong> &amp; <strong>Gabbana</strong>&#8230;</p>
<p>Si fa un gran parlare di “casta” ed io non ho ancora detto nulla. Mi si nota di più se non intervengo o se intervengo un po’ in disparte? Intervengo in disparte, parlando del volo a V degli uccelli migratori. Non so se erano anatre quelle che ho visto stasera. Si spostavano verso sud, affrontando un viaggio lungo e faticosissimo. Per loro la vita associata deve rendere più agevole quella del singolo, e il <em>leader</em>, chi guida la comunità, è colui che compie lo sforzo maggiore, più gravoso. Quell’onore è soprattutto un onere insomma, a tal punto che la resistenza aerodinamica che incontra lo fiacca terribilmente, per cui dopo poco si sposta e cede il passo a un altro. La <em>leadership </em>è un servizio offerto alla comunità, e i privilegi spettano a quest&#8217;ultima, non a chi la guida.</p>
<p>L’hanno provato scientificamente: l’innamoramento è una malattia. Negli innamorati il livello di serotonina, che ha un effetto calmante, precipita alla stessa misura di chi è affetto da disordine ossessivo compulsivo.</p>
<p>Una mia cara amica, bella ma convinta di non esserlo, una sera andò in un locale con la sorella e venne abbordata da uno sconosciuto che disse di essere rimasto molto colpito dai suoi occhi. Lui ignorava che lei quella sera aveva delle lenti a contatto colorate. Il suo fascino era dovuto all’unica cosa che non le apparteneva. Mi è venuta in mente l’altro giorno, quando ho ricevuto la mail di un lettore che aveva apprezzato un mio articolo su <em>Liberazione</em>, in particolar modo per la bella frase che avevo copiato da <strong>Magris</strong>.</p>
<p>G. è simpatica e disinibita. Ci racconta del suo ultimo <em>flirt</em>, un ragazzo con cui è andata a letto dopo averlo conosciuto in un bar. Mentre lui la prendeva da dietro, forse incoraggiata dal fatto che non la guardava in faccia, gli ha sussurrato “insultami”. Dice che ha avvertito un attimo di imbarazzato silenzio, e poi lui ha gridato “scema!”. Il turpiloquio sessuale è uno dei rari ambiti espressivi in cui è vietata l’originalità, si pretende lo stereotipo. <strong>Cicerone</strong>, nelle orazioni <em>ad animos permovendos</em>, consigliava sempre di attenersi all&#8217;ovvio per riscuotere consenso. L&#8217;orgasmo della folla si attiva con le stesse logiche di quello individuale.</p>
<p>In <em>Come si seducono le donne</em>, divertentissimo manualetto in cui la dialettica amorosa viene equiparata alle manovre belliche, <strong>Marinetti </strong>raccomanda: “mai su un divano a tinta unita!” Ecco spiegata la ragione dei miei fallimenti: la scarsa audacia nella scelta dei tessuti. Non a caso la scritta <em>memento audere semper </em>campeggia sul Vittoriale.</p>
<p>Ci sono due immagini femminili, relative alla passione della lettura, che mi colpiscono sempre per la sostanziale identità. La prima è quella di una piccola terracotta funeraria, esposta in una teca del museo archeologico di Taranto, che ritrae una giovane seduta intenta a leggere una pergamena srotolata sulle ginocchia, col viso reclinato e la mano appoggiata alla guancia, quasi come se niente e nessuno potesse distrarla. Fu rinvenuta nel corredo funebre della tomba di una ragazza, evidentemente appassionata lettrice, vissuta 2400 anni fa. La seconda è un dipinto del &#8217;38 di <strong>Hopper</strong>. S&#8217;intitola <em>Scompartimento C, Vettura 293</em>. Raffigura una donna che sfoglia un libro seduta in treno, il volume sulle ginocchia, il viso reclinato, indifferente al paesaggio circostante che si scorge dal finestrino. In entrambe queste opere c&#8217;è la rappresentazione di un rito affascinante, solitario, silenzioso, che si ripete immutato, nei gesti e nell&#8217;attenzione, da secoli. Qualcuno, per me a ragione, ha detto che la narrativa finirà di esistere quando le donne smetteranno di leggere.</p>
<p><em>Ex absurdo sequitur quodlibet</em>. <strong>Ravasi </strong>sostiene che <em>assurdo</em> deriva da <em>sordo</em>. Non mi risulta ma <em>suona bene</em>. Ad ogni modo l’assurdità spesso somiglia a un dialogo fra sordi, in cui tutti parlano e nessuno ascolta. La sofferenza delle legioni di aspiranti scrittori che leggono unicamente se stessi è la medesima che affligge <em>Bartleby lo scrivano</em>, ed ha origine dal suo primo impiego, quello nel <em>Dead letters Office</em>, l&#8217;ufficio postale delle lettere smarrite. Tutti sogniamo di trovare un destinatario alle nostre parole, e solo pochissimi ci riescono. Quasi tutti i nostri discorsi tornano al mittente. L’amore lenisce in parte questo dolore, ma è un ascolto interessato e benevolo, rivolto più alla persona che a ciò che dice. <strong>Cioran</strong>, il <em>pusher </em>delle citazioni <em>prêt-à-porter </em>ad uso della chiacchiera culturale in astinenza da legittimazione bibliografica (me incluso, s&#8217;intende), anni fa lo disse chiaramente: “il matrimonio è l’unione tra due infelici per sopravvalutarsi a vicenda”.</p>
<p><strong>André Gorz </strong>e la moglie <strong>Dorine </strong>si sono suicidati. Insieme anche nella morte. <em>L&#8217;amour fusionnel</em>, è stato definito il loro bellissimo rapporto simbiotico. Si sopravvalutavano? Forse, ma che importanza ha?</p>
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		<title>Copiare</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Sep 2007 07:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Ho copiato <strong>Giulio Mozzi</strong>. Una volta lui ha scritto che quando legge un bel libro gli viene voglia di telefonare all’autore per chiedergli delucidazioni. Io ho telefonato a un personaggio. Lo si incontra a pag. 383 de <em>Il disordine perfetto</em>, l’ultimo volume di <strong>Marcus Du Sautoy </strong>(Rizzoli).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/19/copiare/">Copiare</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Ho copiato <strong>Giulio Mozzi</strong>. Una volta lui ha scritto che quando legge un bel libro gli viene voglia di telefonare all’autore per chiedergli delucidazioni. Io ho telefonato a un personaggio. Lo si incontra a pag. 383 de <em>Il disordine perfetto</em>, l’ultimo volume di <strong>Marcus Du Sautoy </strong>(Rizzoli). Il personaggio in questione si chiama <strong>Leonardo Fogassi</strong>. L’episodio che lo vede protagonista è una delle storie più affascinanti che mi sia capitato di leggere. Si svolge in un laboratorio scientifico dell’Università di Parma, un giorno imprecisato di 16 anni fa.<span id="more-4463"></span> Fogassi stava indagando su quali neuroni si accendono nel cervello quando le scimmie muovono le mani in determinati modi. Questi neuroni sono chiamati “neuroni motori”, perché presiedono alle capacità motorie. Assieme a <strong>Vittorio Gallese </strong>e <strong>Giacomo Rizzolatti</strong>, con i quali conduceva queste ricerche, Fogassi aveva attaccato degli elettrodi alla corteccia frontale delle scimmie, in modo tale da individuare gli specifici neuroni che si accendono per ogni specifico movimento. Quando gli elettrodi erano collegati a una particolare zona del cervello, ogni volta che la scimmia allungava la mano per prendere una nocciolina la macchina emetteva un suono, per indicare che i neuroni si stavano accendendo.</p>
<p>Quel giorno del ‘91 Fogassi era solo in laboratorio. Aveva trascorso tutta la giornata osservando le azioni delle scimmie e registrando i suoni corrispondenti sulla macchina. Soddisfatto dei risultati ottenuti, iniziò a riordinare il laboratorio. Ma quando stese la mano per portar via le noccioline la macchina improvvisamente suonò. Che strano, pensò. Quando distese la mano per prendere un’altra nocciolina vide che la scimmia seguiva il suo movimento con gli occhi e sentì ancora il suono. Ma la scimmia non aveva affatto mosso la propria mano. Fogassi temette che l’attrezzatura potesse essere difettosa. Controllò e vide che funzionava perfettamente. Anche se di fatto la scimmia non stava prendendo una nocciolina, sembrava che i neuroni del suo cervello si accendessero, come per creare una versione virtuale di quell’azione. Non erano i neuroni motori ad accendersi, ma qualcosa che i ricercatori battezzarono “neuroni specchio”, o neuroni scimmiottanti. Vedere qualcun altro che compie un’azione sembra una cosa molto diversa dall’immagine che uno ha di se stesso mentre esegue la medesima azione; tuttavia, l’attività del cervello è quasi identica. Qualcosa nel cervello trattiene dal mandare un segnale per compiere realmente l’azione. Ma ciò a volte non funziona: il segnale parte lo stesso e il corpo copia l’azione che sta osservando. Il caso più frequente è lo sbadiglio. Se vediamo qualcuno che sbadiglia ci viene da sbadigliare pure se non siamo stanchi. L’accensione dei neuroni specchio sta producendo nel nostro corpo il desiderio di riflettere in una perfetta simmetria l’azione della persona di fronte a noi.</p>
<p>Per il neurologo <strong>Vilayanur Ramachandran </strong>i neuroni specchio rappresentano per la psicologia ciò che il DNA ha rappresentato per la biologia. Una scoperta sensazionale dalle infinite ripercussioni. Alcuni scienziati ipotizzano addirittura che costituisca il <em>Big Bang </em>dello sviluppo culturale degli uomini. Circa 40.000 anni fa qualcosa innescò una forte e rapida espansione dei neuroni specchio nel cervello umano. All’improvviso gli utensili degli uomini preistorici divennero più raffinati. Pezzi di roccia furono modellati in punte di frecce simmetriche. Gli strumenti furono abbelliti da disegni che replicavano degli stilemi particolari, perché il cervello stava diventando sempre più attratto dalle forme simmetriche.</p>
<p>I neuroni specchio contribuiscono pure a spiegare la sorprendente abilità dei bambini a emulare in modo così perfetto la mimica facciale dei genitori, pur non avendo alcuna idea di che aspetto abbia la loro stessa faccia. Quando i suoi genitori tirano fuori la lingua, un bambino è in grado di ripetere l’azione. Il bambino non ha bisogno di pratica davanti allo specchio per copiare l’espressione facciale dei suoi genitori, sono i suoi neuroni specchio ad accendersi, creando nel suo cervello una copia dell’azione. Questi neuroni specchio hanno probabilmente aiutato gli esseri umani a sviluppare abilità linguistiche più sofisticate. L’acquisizione del linguaggio dipende dal rispecchiare i suoni prodotti da altri. Difatti, la collocazione dei neuroni specchio è simile per posizione, origine e struttura evolutiva all’area di Broca del cervello, che ha a che fare con il linguaggio. In sostanza, i neuroni specchio permettono all&#8217;animale di capire cosa fanno gli altri. Perché per comprendere cosa fa un altro individuo non occorre un complicato processo cognitivo, basta un raccordo tra azione osservata e azione codificata dai neuroni motori. Quando i neuroni specchio si attivano passivamente segnalano all&#8217;organismo la stessa azione di quando la compiono. In questo modo l&#8217;individuo che osserva si mette nei panni dell&#8217;attore dell&#8217;azione. Io capisco cosa fa un altro perché questo suscita in me la stessa attività neuronale di quando io faccio quell&#8217;azione. L’empatia, la capacità di questi neuroni specchio di aiutarci a entrare nella testa degli altri, è anche considerata una sorta di chiave per unire gli esseri umani in gruppi con chiare identità culturali. Si pensi alla comunità degli <em>Amish</em>, o al fenomeno degli <em>skin heads</em>, gruppi perfettamente omologati all’interno dei quali l’individuo costruisce la propria identità differenziale. I neuroni specchio custodiscono inoltre la chiave per comprendere patologie gravi quali l’autismo. L’incapacità di immedesimarsi negli altri potrebbe essere dovuta a un sistema di neuroni specchio ipofunzionante, che non si attiverebbe durante l’osservazione degli altri.</p>
<p>Tempo fa, nel post <em>Simmetrie e coefficienti di correlazione</em>, riferii la sentenza di <strong>Samuel Taylor Coleridge </strong>secondo la quale “tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici”. Quando devo dichiarare le ragioni per cui sento di appartenere alla seconda categoria, in genere metto in rilievo la ricerca dei nessi, delle affinità segrete che legano le cose e le persone. Senza per questo disconoscere le differenze, il platonico è qualcuno che pensa che il destino sia comune, che ciò che ci succede non sia mai solo nostro. Gli eventi importanti della vita: nascere, crescere, scoprire il mondo, innamorarsi, soffrire, morire, sono cose che ognuno vive in modo irripetibilmente suo, individuale, ma anche a nome di tutti, perché ognuno di noi è un coro. Questo atteggiamento col tempo è diventato qualcosa di più di un abito mentale, è una specie di ossessione. Le discussioni con la fidanzata, un amico o un cliente vengono valutate in base al criterio della reciprocità, cioè immaginando come mi sarei comportato se fossi stato nei loro panni, a ruoli invertiti. Così facendo, si giunge spesso alla conclusione che le posizioni dell’altro non sono poi così astruse come si pensava inizialmente.<br />
Altra convinzione tipica del platonico è quella secondo cui “Dio opera sempre attraverso principi geometrici”, e la geometria perfetta, il riflesso più evidente dell’armonia del mondo, è la simmetria. La maggior parte dei fenomeni naturali tende a questa caratteristica, giudicata la condizione più stabile. Il fiocco di neve è simmetrico. Il corpo umano è simmetrico. La goccia di pioggia che cade dal cielo non ha, come si crede, la forma a lacrima con cui viene generalmente rappresentata. Quella è solo la convenzione artistica per comunicare l’idea del movimento. La vera immagine di una goccia di pioggia che precipita è una sfera perfetta, ossia il solido tridimensionale con la simmetria più accentuata.</p>
<p>Mentre leggevo il libro di Marcus Du Sautoy, il cui sottotitolo è <em>L’avventura di un matematico nei segreti della simmetria</em>, ero a Istanbul in vacanza. L’albergo si trovava nel centro storico, a poche centinaia di metri dalla Moschea blu e da Santa Sofia. Malgrado la maggior ricchezza storica e figurativa della seconda, il mio sguardo era irresistibilmente attratto dalle elegantissime proporzioni simmetriche della prima. Il fatto poi di aver saputo che l’epoca in cui venne costruita (il XVII sec.) e perfino alcuni dei suoi architetti erano gli stessi del Taj Mahal, accrebbe ulteriormente la mia ammirazione per quel capolavoro di armonia. Ma è anche vero che esistono armonie non così i evidenti e immediatamente intelligibili, armonie e bilanciamenti talmente complessi da non risultare affatto, se non agli spiriti più sensibili. Armonie che, se analizzate con logiche tradizionali, possono apparire frutto del caso. I numeri primi, per esempio, l’ultimo grande enigma della matematica. La loro irriducibilità, quel loro stagliarsi come monadi isolate all’interno di un sistema perfettamente coerente, mi ha sempre procurato un certo disagio, come l’ultima tessera di un puzzle che non si inserisce laddove dovrebbe. Di questo disagio avevo accennato in un racconto intitolato <em>self </em><em>control 4-7</em>, ed è forse lo stesso disagio che ha spinto generazioni di matematici come <strong>Carl Friedrich Gauss</strong> a cercare di dare un ordine a quella sequenza imprevedibile (2,3,5,7,11,13,17,19,23,29,31…). Chissà, forse quando si proverà la suggestiva ipotesi di <strong>Bernhard Reimann</strong>, che descrisse un paesaggio immaginario in cui i numeri primi si convertono in musica, allora quel giorno il puzzle sarà completo, e noi potremo finalmente ascoltare ammirati l’armoniosa melodia della creazione.</p>
<p>E’ sempre questione di nessi, di affinità segrete da scoprire. Ciò che lega i numeri primi fra loro, il mistero di quelle note apparentemente indipendenti le une dalle altre, e ciò che unisce le cose e le persone. I matematici son tutti platonici per definizione, e il platonico ama l’astrazione. Per lui ogni essere umano è solo la copia di un&#8217;idea. <strong>Christian Raimo </strong>lamenta, nel suo recente post intitolato <em>Sorellastre</em>, il luogo comune letterario e cinematografico che ritrae i matematici come dei simil-autistici, dei geni strampalati e misantropi. E’ un luogo comune fino a un certo punto, se lo stesso Du Sautoy, sia ne <em>L’enigma dei numeri primi </em>che ne <em>Il disordine perfetto</em>, riferisce della ricerca dalla quale risultò che nei dipartimenti di matematica c’è una percentuale di persone affette da Sindrome di Asperger più alta rispetto a ogni altro dipartimento universitario. Per chi non lo sapesse, <strong>Hans Asperger </strong>era un pediatra viennese che identificò quella sindrome nella sua tesi di dottorato del 1944, descrivendola come una variante ad alto funzionamento dell’autismo. In pratica, la Sindrome di Asperger sta all’autismo come la distimia sta alla depressione. Sono le versioni socialmente accettabili di quelle terribili patologie.<br />
I sintomi più evidenti della Sindrome di Asperger sono la difficoltà nella comunicazione non verbale, l’adozione di comportamenti stereotipati, un forte impulso a sistematizzare, una ristrettissima cerchia di interessi e una scarsa propensione alle interazioni sociali. Dal che si desume che questa sindrome appartiene anche ad altre categorie professionali, tutte più o meno rinserrate in un loro mondo di astrazioni. Mi vengono in mente gli informatici creativi di <em>JPOD</em>, il romanzo di <strong>Douglas Coupland</strong>, che inventano una “macchina degli abbracci” che aziona dei cuscini che ti stringono, dandoti la sensazione piacevole del calore umano senza il pericolo di un coinvolgimento emotivo. Ma penso che atteggiamenti simili siano riscontrabili anche in molti letterati con frequenti crisi di panico e stati d’ansia, e questo forse potrebbe costituire un inquietante punto di contatto fra due discipline che vengono comunemente presentate come antinomiche o quasi.</p>
<p>Ne <em>Le particelle elementari </em>di <strong>Michel Houellebecq</strong>, per esempio, i fratellastri protagonisti del romanzo sembrano appunto simboleggiare il conflitto fra scienza e umanesimo. La soluzione di questo conflitto prospettata dal francese sembra andare in direzione antiumanistica. Alla fine l&#8217;umanità decide la propria liquidazione come un esperimento fallito, col ricorso a un&#8217;eutanasia su scala planetaria. L&#8217;essere umano viene sostituito da cloni indefferenziati. La de-antropizzazione dell&#8217;uomo è affidata alle scienze biologiche. Ma se è vero che il geniale biologo misantropo e il pornomane inveterato che insegna lettere, diversi in tutto tranne che nell’origine e nella fine &#8211; ossia nell’avere uno stesso genitore e nel morire tragicamente -, incarnano quella divaricazione stigmatizzata da Raimo, è altrettanto vero che non di rado proprio le teorie scientifiche più avanzate finiscono per ricorrere alla vecchia sorellastra letteratura al fine di illustrare con metafore libresche i concetti più ardui.</p>
<p>E’ il caso di <strong>Nima Arkani-Hamed</strong>, il 35enne di Berkeley che ha postulato l’idea che il nostro universo sia solo uno tra un’infinità di quelli esistenti, (“quasi fosse una pagina in un tomo alto 10 cm.”). Senza parlare poi delle enormi implicazioni filosofiche che avrebbero queste teorie qualora fossero dimostrate; e penso sia ai numeri primi che al “multiverso”. Per il riscontro di quest&#8217;ultimo non dovremo aspettare ancora molto, basterà attendere la fine di quest&#8217;anno, con l&#8217;entrata in funzione del <em>Large Hadron Collider</em>, l&#8217;acceleratore di particelle del Cern di Ginevra. Qui si condurranno una serie di esperimenti che daranno indicazioni sui primi istanti di esistenza dell&#8217;Universo, e si spera in quell&#8217;occasione di scoprire l&#8217;esistenza di particelle che nel gergo della fisica teorica sono dette, guarda caso, &#8220;supersimmetriche&#8221;.</p>
<p>Questo rapporto osmotico, benché all’apparenza residuale, fra le varie discipline che investigano il reale, ci invita a considerare il sapere come qualcosa di profondamente unitario. Le forme artistiche della conoscenza investono solo alcuni aspetti dei fenomeni, così come i modelli filosofici e scientifici ne affrontano altri, e non è ragionevole disprezzare nessuno di questi approcci (come il colore rosso, che nel film di <strong>Kieslowski</strong> allude al destino, nella simbologia politica ha altri significati, in quella erotica altri ancora, mentre per la scienza è un&#8217;onda elettromagnetica di una determinata lunghezza).</p>
<p>Per <strong>Nabokov</strong>, l’intreccio dei diversi linguaggi che indagano il Gran Libro della Natura era addirittura inevitabile, se si concorda con la sua idea che l’invenzione creativa presuppone necessariamente un’ispirazione di natura poetico-matematica. La metrica non è soprattutto calcolo del numero di sillabe indispensabile per ottenere un certo effetto musicale, di ritmo interno ai versi? E l’anafora non è forse un efficace strumento retorico per suggerire un effetto di simmetria nella composizione?</p>
<p>Come nel caso del macaco di Fogassi, il cervello dell’uomo sembra programmato per scovare un significato nei calchi, nelle ripetizioni, nei rispecchiamenti. Questo è il motivo per cui <strong>Rorschach</strong> ideò le macchie simmetriche d’inchiostro, quale mezzo utile a sollecitare l’inconscio del paziente. La letteratura postmoderna ha fatto un vanto di quest’opera di copiatura di modelli precedenti, quasi a voler esorcizzare “l’angoscia dell’influenza” di cui parlò <strong>Harold Bloom</strong>. Secondo <strong>Michael Maar</strong>, <em>Lolita </em>è un plagio di un racconto breve con lo stesso titolo pubblicato molti anni prima da <strong>Heinz von Eschwege</strong>, scrittore tedesco vissuto a Berlino per diversi anni nello stesso periodo di Nabokov. Non vi sono brani identici, ma oltre allo stesso titolo l’eroina eponima del tedesco è anch’essa una ninfetta della quale si innamora il narratore, un uomo più grande di lei simile a Humbert Humbert. Ciononostante, la collazione dei due testi fa pensare più a un’imitazione creativa che a un plagio, in cui l’opera successiva migliora la fonte d’ispirazione. La verità è che esistono diversi tipi di plagio, non tutti necessariamente fraudolenti, come evidenzia <strong>Richard A. Posner </strong>nel saggio <em>Il piccolo libro del plagio</em> (Elliot edizioni). L’autoplagio, per esempio, in cui uno scrittore copia brani di suoi scritti precedenti (articoli parzialmente riciclati per riviste differenti, lettere d’amore pressoché identiche inviate a donne diverse).</p>
<p>L’ultimo scandalo letterario francese riguarda un’accusa di “plagio psichico” rivolta da <strong>Camille</strong> <strong>Laurens</strong> a <strong>Marie Daurrieussecq</strong>. La prima aveva scritto anni fa un libro, <em>Philippe</em>, dolente resoconto della morte del figlio neonato; e in questi giorni la Daurrieussecq ha pubblicato un romanzo, <em>Tom est mort</em>, al cui centro c’è ancora la morte di un bambino narrata con parole simili a quelle usate da Laurens. Il “plagio psichico” consisterebbe nel ricalcare non frasi o idee, bensì emozioni. Fra i vari commenti apparsi in seguito sulla stampa francese, ho condiviso quello di <strong>Philippe Lançon </strong>su <em>Libération</em>, che ha affermato che “la letteratura è un plagio riuscito”, aggiungendo che l’accusa non regge per il semplice motivo che la copia è un racconto molto più scadente dell’originale. <strong>Eliot</strong>, la cui <em>Terra</em> <em>desolata </em>è chiaramente un arazzo di citazioni, seppur accreditate solo parzialmente nelle note, sosteneva che “i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno di diverso”. In questo senso, il termine inglese <em>copycat</em>, ossia <em>scopiazzatore</em>, comunemente inteso con un’accezione negativa, andrebbe rivalutato perché fa riferimento all’attenta imitazione del comportamento materno da parte dei gattini.</p>
<p>La questione metafisica della titolarità dell’opera e l’eterno tema dell’identità costituiscono il nucleo centrale di uno splendido racconto di <strong>Francesco Burdin</strong>, scrittore triestino ingiustamente negletto morto pochi anni fa (2003); che in vita godette della stima incondizionata di una ristretta ma autorevolissima cerchia di ammiratori, come <strong>Cesare Zavattini</strong>, che gli pubblicò nel ’38 il primo racconto, <strong>Giuliano Gramigna </strong>e <strong>Luigi Baldacci</strong>, che firmò la prefazione di <em>Manes</em>. In questa novella, che dà il titolo a una raccolta di sette racconti edita da Vallecchi nell’88 e che ricevette il Premio <em>Pozzale Luigi Russo</em>, non compare mai un nome, sia per i personaggi coinvolti nelle vicende che per le numerose citazioni riportate. Anzi, proprio la parola <em>nome </em>apre e chiude il racconto. L’anonimo protagonista è un commesso viaggiatore con la passione della scrittura, misconosciuto autore di numerosi testi costantemente respinti dagli editori, che si riduce infine a svendere quei lavori, un po&#8217; per campare, un po&#8217; per il conforto di vederli pubblicati sia pure a firma di un altro.</p>
<p>L&#8217;impossibilità di sposare il proprio nominativo al destino pubblico dell&#8217;opera è il segno della radicale inappartenenza di quest&#8217;ultima all&#8217;artefice, il quale, nell&#8217;istante del suo compiersi, ne ha già esaurito ogni diritto di paternità, anche puramente formale. All’inizio, cedendo i propri lavori a persone sempre diverse, a volte anche il medesimo pezzo opportunamente manipolato, in una sorta di proliferazione onomastica che cerca di lenire la sofferenza della privazione, questi s’illude di conservare una parvenza di controllo sui testi da cui, di fatto, si separa per sempre. Ma il momento della verità non tarda a presentarsi allorché, avvicinato da un agente letterario per conto di un fantomatico cliente, si vedrà richiedere non più un semplice racconto ma un romanzo, o meglio: un capolavoro, per la cui acquisizione non si baderà a spese. Quest&#8217;opera esiste, è il romanzo della vita e il frutto di annosi sacrifici, e si intitola appunto <em>Manes</em>. La trattativa è rapida, come il pentimento. Compromessa ogni residua speranza di essere uno scrittore consacrato, il protagonista è preso dalla smania di conoscere l&#8217;usurpatore che in sua vece si fregerà di tale titolo. Incontrare il proprio doppio &#8211; perché di questo si tratta &#8211; non ha mai portato bene.</p>
<p>&#8220;Era non alto e, sebbene avesse appena superato i trent&#8217;anni, di figura corpulenta e sgraziata, con un viso triste e tristemente a me noto.&#8221;</p>
<p>In questa descrizione c&#8217;è tutta l&#8217;incapacità dell&#8217;artista di convivere con la sua prosaica incarnazione terrena, e non perché mediocre in assoluto, ma perché, pur nello sfoggio di ogni virtù, irrimediabilmente estranea. Succede spesso così: le cose che più ci appartengono sono quelle in cui meno ci riconosciamo. Pensate alla nostra voce registrata, a come all’ascolto quella copia fedele ci risulti invece fastidiosa ed altra. Tuttavia è a quella voce “sgraziata”, a quel “corpulento” e “triste” <em>alter ego </em>dell’autore che il mondo attribuirà l&#8217;opera (<em>attribuire</em> anche nel senso di <em>rendere tributo</em>). Il protagonista, venendo meno ai patti, tenterà invano di protestare la sua paternità, di ricondurre al legittimo titolare il prodotto dell&#8217;ingegno che viene ora così largamente celebrato. Lo si caccerà invece come un molestatore, un povero mitomane.</p>
<p>Prelevata dal cassetto e consegnata al mondo, resa pubblica, l&#8217;opera – ogni opera &#8211; è anzitutto apocrifa. E in verità lo è costitutivamente e da sempre, perfino nel segreto di una sua mancata divulgazione; non già per il lettore, ma per l&#8217;autore, che tuttavia non sa rassegnarsi né all&#8217;una cosa né all&#8217;altra. La sua perdita originaria deve essere ratificata <em>coram populo</em>, il suo impossibile recupero intrapreso con ogni mezzo, fino al gesto estremo e disperato, che per Burdin coincide con l&#8217;assassinio del personaggio pubblico. Un assassinio esemplare, plateale e suicida, per molti versi simile a quello del <em>William Wilson </em>di <strong>Edgar Allan Poe</strong>. Burdin rinuncia a qualunque ulteriore ricomposizione. L&#8217;unica alternativa all&#8217;opera apocrifa rimane dunque, di fronte all’umanità, l’opera postuma.</p>
<p>(<em>questo scritto è in parte un plagio di diverse fonti, me compreso</em>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/19/copiare/">Copiare</a></p>
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		<title>Il negozio</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Sep 2007 21:54:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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<p>I suoi detrattori affermano che l’etimologia è il luna-park dei filologi, e che il significato originario delle parole non coincide mai con quello attuale. I suoi sostenitori ribattono che in quello scarto semantico spesso si annida il segno della decadenza dei tempi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/il-negozio/">Il negozio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="kylix3.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/kylix3.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/kylix3.thumbnail.jpg" alt="kylix3.jpg" /></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>I suoi detrattori affermano che l’etimologia è il luna-park dei filologi, e che il significato originario delle parole non coincide mai con quello attuale. I suoi sostenitori ribattono che in quello scarto semantico spesso si annida il segno della decadenza dei tempi. Per gli antichi Romani, ad esempio, il “negozio”, cioè il “lavoro”, era la negazione dell’ozio (<em>nec-otium</em>), e in questo modo stabilivano un’eloquente priorità linguistica; mentre il ribaltamento odierno denuncia che solo una società intimamente consapevole della propria condizione di schiavitù può definire “tempo <em>libero</em>” il non-lavoro. Ma si sa come vanno a finire queste cose. L’idea dell’asservimento universale è ormai degradata al rango di evidenza: tutti l’ammettono e nessuno si ribella. L’orrore della rivelazione è stato domato, e una volta divenuto <em>refrain</em> le sbarre spariscono. Come succede nelle assemblee condominiali, in cui la dimensione pubblica si sovrappone a quella privata fino a rendersi indistinguibile, oggi ognuno <em>è </em>ciò che <em>fa </em>(il <em>ragionier </em>Rossi, il <em>geometra</em> Brambilla, l’avvocato <em>Esposito</em>), e questa reclusione variamente retribuita ha partorito gerarchie e conferito <em>status symbol</em>.<span id="more-3921"></span></p>
<p>Fare il commerciante non significa certo occupare i gradini più alti della scala sociale. Nel migliore dei casi assicura un’agiatezza stentata, e le proverbiali battute sulla gretta mentalità bottegaia e sull’atavica avversione al fisco non lo rendono particolarmente appetibile. Gli si invidia un po&#8217; l’indipendenza, ma in realtà si tratta di una professione assoggettata a uno schema rigido e vessatorio simile a quello di un qualunque impiegato. L&#8217;obbligo di occupare un orario e uno spazio determinati, difatti, è lo stesso. Io ho lavorato diversi anni in un negozio, e poche cose somigliano a una cella più di un negozio. Credo che questo dipenda soprattutto dal fatto che la maggior parte del tempo trascorso lì dentro è attesa del cliente, frustrante divinazione delle imperscrutabili ragioni che lo inducono a decidere di varcare la soglia. Lui è il dispotico datore di lavoro del commerciante, la polimorfa guardia penitenziaria da ossequiare servilmente perché &#8220;il cliente ha sempre ragione&#8221;.</p>
<p>Il mio era un negozio di arredamento moderno con qualche pezzo di antiquariato. La mia salvezza, ciò che mi ha concesso di trascorrere molte ore d’aria in totale autonomia, è stata la passione per l’arte, la mia capacità di riconoscere con una certa sicurezza l’epoca e la qualità di un dipinto. All’improvviso, tutto il tempo passato a leggere, a visitare mostre e musei produceva un effettivo riscontro economico, mentre chi mi svendeva qualcosa scontava la sua ignoranza. Forse l’antiquariato è uno dei rari ambiti professionali in cui la cultura umanistica non è un semplice ornamento, se non addirittura un handicap. Beninteso, l’antiquariato d’arredamento è il parente povero dell’alto antiquariato: la qualità è aggiogata alla collocazione, perché una natura morta del ‘600 deve anzitutto intonarsi ai colori del divano. Pure la clientela è profondamente diversa. Non si ha a che fare con collezionisti competenti, ma con persone mediamente facoltose per le quali un quadro di alta epoca è mero lenocinio, un oggetto la cui sostanza è irrilevante, e in ogni caso subordinata alla sua centralità di investimento economico, di feticcio, di certificato di buona condotta culturale.</p>
<p>La mia occasione di fuga era il reperimento dei pezzi, che avveniva quasi sempre su commissione, dato che, per minimizzare i rischi di investimento, la merce in esposizione è spesso in conto vendita e di proprietà di privati. Mi piaceva quando mi domandavano cose difficili. Un agente di borsa, al quale avevo arredato con mobili moderni l’appartamento in un palazzo storico di Bergamo alta, mi chiese espressamente una sedia Savonarola del XVII secolo per il suo studio privato, e per la sala un grande dipinto dello stesso periodo con soggetto profano. La difficoltà principale consisteva nel fatto che quella sedia, raffigurata in parecchie tele coeve (come la versione londinese della <em>Cena in Emmaus </em>di <strong>Caravaggio</strong>), era estremamente rara perché soggetta a un’usura maggiore di altri tipi di arredo.</p>
<p>Partii in moto e mi recai in Toscana, visitando i miei contatti abituali (restauratori, antiquari, mercatini e piccole case d’asta). La prima tappa fu San Miniato, dove di solito alloggiavo in un monastero francescano le cui stanze affacciano all’interno verso il chiostro rinascimentale, e all’esterno verso la torre dove fu rinchiuso e morì <strong>Pier delle Vigne</strong>, il consigliere di <strong>Federico II</strong>. Non è il classico monastero cinque stelle esentato dal pagare l&#8217;ICI in cui i monaci badano più ai clienti che alla meditazione, tant’è che in tutti i miei soggiorni ero sempre l’unico ospite. Mi veniva affidata la chiave d’entrata e la sola raccomandazione era quella di non disturbare. Le camere erano ovviamente spartane e non veniva fornito alcun servizio, tuttavia preferivo questo agli agriturismo toscani con annesso maneggio gestiti da carrieristi milanesi pentiti. Altro luogo comune da sfatare riguarda gli antiquari, ai quali molti attribuiscono un carisma sacerdotale. In verità l’antiquario è una creatura anfibologica, un mostro di cultura e di nequizia, ipostasi del sacro sì, ma nell’accezione latina, che coniuga il venerando con l’infame.</p>
<p>I miei interlocutori privilegiati erano i restauratori, che sono in genere mediatori disinteressati e competenti. Da uno di loro scovai una grande tempera su tela che raffigurava <em>il carro allegorico di Diana</em>. Non era in ottime condizioni, ma con una discreta pulitura poteva riacquistare buona parte della sua lucentezza originaria. Sia per le dimensioni che per il soggetto era proprio il quadro che il mio cliente voleva. Inoltre il proprietario, con cui ero stato messo in contatto dal restauratore, sembrava disposto a privarsene per una cifra non irragionevole. Rimaneva soltanto il dubbio sull’autografia, perché alcuni elementi risultavano contraddittori, a tal punto da far sospettare un falso, sebbene di eccellente fattura. Io e il restauratore ne discutemmo in un ristorante con il loggiato, di fronte a un sapido risotto al tartufo nero. Quando la servitù del bisogno è solo un pallido ricordo, la buona conversazione stimola associazioni di idee audaci e brillanti, e riuscimmo così a identificare l’autore dell’enigmatica tela, che poteva essere <strong>Sante Peranda</strong>, un talentoso allievo del veneziano <strong>Palma il Giovane</strong>, per lungo tempo attivo nelle corti Estensi. In questo modo si conciliava l’impostazione tonale del dipinto, tipica del tardomanierismo veneto, col ritratto della dea della caccia che citava manifestamente il <strong>Correggio </strong>del Monastero di San Paolo a Parma. Felici per l’intuizione brindammo a quel lontano artista dalla doppia cittadinanza; in fondo <em>attribuire </em>una paternità a un dipinto anonimo significa <em>rendere tributo </em>a un autore negletto, offrirgli un deferente omaggio postumo. Intanto la vista sulla campagna circostante replicava lo sfondo del capolavoro di <strong>Paolo Uccello</strong>, <em>La battaglia di San Romano</em>. C’era il medesimo paesaggio dai colori smaltati, quelli che nei testi di storia dell’arte vengono definiti “onirici e fiabeschi”.</p>
<p>Le gite nel Centro Italia erano felici occasioni di svago, danzare in moto per quei tornanti assolati mi dava l’impressione di essere in vacanza, particolarmente d’estate, durante il <em>Festival dei Due Mondi </em>di Spoleto, <em>Umbria Jazz </em>e le chiassose sagre locali. Erano cose che in qualche modo sentivo che servivano al mio lavoro, che affinavano la mia sensibilità. Non si educa lo sguardo solo con le lezioni dell’Accademia di Belle Arti. I nomi celebrati non avrei mai avuto modo di trattarli; eppure il loro studio era indispensabile: tanto più i minori che compravo si avvicinavano a quelle vette sublimi, quanto più valore e importanza dimostravano. Perché i capolavori sono come l’orizzonte: qualcosa di irraggiungibile che però ti indica una direzione, ti orienta nel gusto. In ogni caso la storia dell’arte non è un’unica via maestra, esistono anche grandi artisti meno noti, ma non per questo attardati, o eccentrici, che percorrono sentieri sterrati eppur sontuosi.</p>
<p>Scattai un foto al quadro per sottoporla al mio ritorno al cliente e mi spostai a Lucca, alla ricerca della sedia Savonarola. Girai per mercatini, antiquari e restauratori fino a che ne trovai un paio e acquistai quella nel miglior stato di conservazione e al prezzo più conveniente, che mi sarebbe stata spedita nei giorni successivi. Un antiquario losco dal tipico eloquio con la pappagorgia mi presentò un tombarolo, il quale mi introdusse in un capanno degli attrezzi in aperta campagna offrendomi vasi attici a figure nere sottratti al corredo funebre di qualche buona famiglia etrusca. Il tombarolo è una figura macchiettistica, si accosta per gradi di illegalità, sonda la tua disponibilità a trasgredire con l’untuosa complicità di un ruffiano di Pigalle. Tra quelle ceramiche una <em>kylix</em>, magnifica: raffigurava nella parte concava l’accecamento di Polifemo e in quella sottostante il canto delle Sirene. Chi esita di fronte a una trattativa simile non sa se lo fa più per l’incapacità di accertarne l’autenticità o per uno scrupolo morale. Chi accetta, fa quasi sempre un affare. Pezzi simili in quegli anni si vendevano come regali di Natale.</p>
<p>Il giorno dopo era già lunedì. Pranzai frugalmente da <em>Giulio in Pelleria </em>e ripartii senza grande entusiasmo verso Milano. Sin dall’imbocco dell’autostrada i benefici di quel week-end in Toscana erano svaniti. L’essere in moto anziché in macchina non faceva alcuna differenza, mi sentivo parte del flusso banausico, uno dei tanti ingranaggi nella catena di montaggio del lavoro. La mia evasione legalizzata era scaduta. Al rientro nella confortevole cella ialina feci sviluppare e ingrandire la foto del quadro e sollecitai la spedizione della sedia. Il sabato successivo incontrai il cliente. Arrivò su un’utilitaria: quando c’è da pagare è sempre meglio non ostentare il proprio benessere. Era accompagnato dal suo <em>caveat emptor</em>, un esperto assoldato per garantirgli l’autenticità e il valore dell’opera, oltre che per rimarcare il minimo difetto al fine di ottenere il maggior sconto possibile. Se non ce l’hai, la cultura la compri. La trattativa fu rapida, non sono mai stato un gran lottatore. L’accordo fra il pervinca delle tende in organza e la stessa tonalità del panneggio di Diana, insieme all’omaggio della <em>kylix </em>omerica, vinse le sue ultime resistenze, ed io accettai un margine di guadagno ridotto, forse perché mi sembrava già troppo l’essere stato pagato per andare in vacanza. Presi un assegno della metà come acconto e concordammo il saldo alla consegna. Mentre li osservavo far manovra con l&#8217;auto nel parcheggio li mandai a fare in culo sorridendo. E’ sempre così: il mondo si divide in chi depreda e chi depreca.</p>
<p>Nei giorni seguenti tutto tornò alla normalità. Il lento e uniforme transito del tempo era interrotto dall’unica cosa che rende tollerabile la reclusione: la visita del carceriere. Come recita il motto della mia categoria: &#8220;<em>nulla dies sine </em>scontrino&#8221;.</p>
<p>(pubblicato su <em>il maleppeggio</em>, Anno II, n°4, 2007)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/il-negozio/">Il negozio</a></p>
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		<title>La Mazzafirra a Grosseto</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jul 2007 12:46:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[barocco fiorentino]]></category>
		<category><![CDATA[Cristofano Allori]]></category>
		<category><![CDATA[Giuditta con la testa di Oloferne]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a TITLE="la mazzafirra" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/mazzafirra.jpg"></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Se vi capita di passare da Grosseto in questi giorni, non perdetevi la mostra <em> Teatralità nel Barocco fiorentino </em>, allestita presso il <strong>Museo Archeologico e d&#8217;arte della Maremma </strong>(piazza Baccarini 3, tel.0564488754, biglietto d&#8217;ingresso 5 euro, aperta fino al 30 settembre).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/23/la-mazzafirra-a-grosseto/">La Mazzafirra a Grosseto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a TITLE="la mazzafirra" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/mazzafirra.jpg"><img ALIGN="left" VSPACE="5" HSPACE="5" ALT="la mazzafirra" SRC="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/mazzafirra250.jpg" /></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Se vi capita di passare da Grosseto in questi giorni, non perdetevi la mostra <em> Teatralità nel Barocco fiorentino </em>, allestita presso il <strong>Museo Archeologico e d&#8217;arte della Maremma </strong>(piazza Baccarini 3, tel.0564488754, biglietto d&#8217;ingresso 5 euro, aperta fino al 30 settembre). Vi si possono ammirare 17 capolavori provenienti dalla collezione Luzzetti, che evidenziano la vocazione teatrale e scenografica della pittura da stanza fiorita in Toscana al tempo degli ultimi Medici. Fra questi segnalo in particolar modo <em>Giuditta con la testa di Oloferne </em>di Cristofano Allori.<span id="more-4228"></span> L’opera è una versione autografa (datata e siglata 1618) della Giuditta della Galleria Palatina a Firenze, che ebbe una così vasta fortuna da essere fin da subito replicata in numerose varianti anche dall’Allori (l&#8217;elenco di 30 pezzi fornito da Chappell nel 1984 era già il frutto di una selezione). Nel 1620 Giovan Battista Marino avvertiva che gli amatori d&#8217;arte parigini si accontentavano di copie anche &#8220;goffe&#8221; pur di gustare &#8220;le maraviglie dell&#8217;originale&#8221;. Alla sua straordinaria notorietà molto contribuirono i risvolti autobiografici tramandati da Michelangelo Buonarroti il Giovane a Filippo Baldinucci, in cui si diceva che l&#8217;autore &#8220;ritrasse al vivo nella faccia di lei l&#8217;effigie della Mazzafirra, e dipinse se stesso per Oloferne&#8221;. Lo sguardo meduseo dell&#8217;incantevole amante di Cristofano (Maria di Giovanni Mazzafirri, una celebre cortigiana per la quale il pittore <em>perse la testa</em>, e che morì proprio nel 1618) ha affascinato parecchi studiosi nel corso del tempo. Claudio Pizzorusso (ne <em>Il Seicento fiorentino</em>, edito da Cantini) racconta che &#8220;di lei si sono cercati babbo e mamma, se ne sono ripercorsi i lineamenti di bocca, mento e scatola cranica, tanto che oggi se ne potrebbe fare un ologramma&#8221;. Seguendo la lettura data dal Marino, l&#8217;opera allude al subdolo agguato teso a Oloferne con l&#8217;arte della seduzione, e rappresenta la tormentosa bellezza femminile che colpisce &#8220;di strale&#8221; e uccide &#8220;pria col bel viso&#8221;.</p>
<p>(<strong>ORARI</strong>: 10-13 17-20, ven e sab apertura fino alle 23, lunedì chiuso)</p>
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		<title>Simmetrie e coefficienti di correlazione</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jan 2007 05:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[cioran]]></category>
		<category><![CDATA[Houellebecq]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Platonici si nasce, e io, modestamente, lo nacqui. Me ne resi conto un giorno di 8 anni fa, quando un amico, che conosceva la mia passione per <strong>Houellebecq</strong> e <strong>Cioran</strong>, mi consigliò di visitare un sito in rete che elaborava dei coefficienti di correlazione fra autori diversi, ossia stabiliva matematicamente quanto due variabili statistiche <em>x</em> e <em>y</em> fossero collegate fra loro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/17/simmetrie-e-coefficienti-di-correlazione/">Simmetrie e coefficienti di correlazione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="image3147" style="width: 232px; height: 165px" height="165" alt="ovum.bmp" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/ovum.bmp" width="232" />di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Platonici si nasce, e io, modestamente, lo nacqui. Me ne resi conto un giorno di 8 anni fa, quando un amico, che conosceva la mia passione per <strong>Houellebecq</strong> e <strong>Cioran</strong>, mi consigliò di visitare un sito in rete che elaborava dei coefficienti di correlazione fra autori diversi, ossia stabiliva matematicamente quanto due variabili statistiche <em>x</em> e <em>y</em> fossero collegate fra loro. Il risultato per il rumeno e il francese era di 0,98. In sostanza, a un estimatore dell’uno non poteva non piacere l’altro. <span id="more-3148"></span></p>
<p>Se non fosse che ho sempre dichiarato la mia insofferenza verso la semplificazione delle dicotomie, qui contraddetta in modo imbarazzante, aggiungerei che questo giochino vale anche per le contrapposizioni. Chi ama la <em>crocifissione</em> del <strong>Masaccio </strong>difficilmente apprezzerà<strong> </strong>l&#8217;enfasi e la retorica del <em>compianto sul Cristo morto</em> di <strong>Niccolò dell’Arca</strong>: nel secondo la Maddalena ha i tratti del volto stravolti dal dolore in modo quasi caricaturale e grottesco; mentre nel primo questo sentimento viene pudicamente suggerito dalla posizione delle braccia di lei, essendo ritratta di spalle. E, in genere, chi preferisce Niccolò dell’Arca è un estimatore del film <em>Magnolia</em> di <strong>Paul Thomas Anderson</strong>; mentre i “masacciani” (sempre restando su pellicole simili, cioè corali) sono soliti optare per il più sobrio e carveriano <em>America oggi</em> di <strong>Robert Altman</strong>. A questo punto nulla vieterebbe, se non un briciolo di buon senso, di fantasticare una futura applicazione sentimentale di quei coefficienti di correlazione, una qualche formula matematica in grado di preservarci dal dolore dei brutti incontri e dai traumi delle separazioni.  </p>
<p> Se le affinità fra Houellebecq e Cioran erano in fondo abbastanza evidenti (il nichilismo, per es.), meno chiare mi apparivano invece le ragioni di altre mie infatuazioni giovanili, quale quella per <strong>Borges </strong>e <strong>Piero della Francesca</strong>, se non altro per le differenti epoche storiche e discipline artistiche. Cosa avevano in comune uno scrittore argentino del Novecento e un pittore toscano del XV secolo? Rintracciare il <em>fil rouge</em> delle proprie passioni è un esercizio meno ozioso di quanto possa sembrare. Per certi versi spiega molte cose anche di se stessi, aiuta a conoscersi meglio.    </p>
<p> Quando studi un artista per anni, in modo quasi monomaniacale, arrivi a un punto in cui hai l’impressione &#8211; fallace o autentica non importa &#8211; di conoscerlo intimamente, come fosse un amico che incontri tutti i giorni. Per te rappresenta, a tutti gli effetti, una sorta di anima gemella che ti parla da un’epoca lontana. Può essere un persona vissuta 500 anni fa, di cui esistono scarsissimi documenti biografici, eppure ne percepisci con forza la personalità, ne intuisci le fattezze, comprendi le ragioni dei mutamenti del suo stile con gli anni. Forse tutto questo precede addirittura lo studio, nel senso che la scelta di studiarlo viene fatta in base all’intuizione delle affinità, piuttosto che rivelarsi successivamente. Successivamente te ne accorgi, ne sei consapevole, sai spiegare in qualche modo le ragioni di quell’interesse, ma queste preesistevano, e si erano manifestate sin dal primo contatto.  </p>
<p> Pur sussistendo enormi lacune documentarie riguardo alla vita di Piero della Francesca, le poche cose certe che sappiamo sul suo conto autorizzano a istituire un parallelo verosimile con Borges. A prima vista entrambi condussero un’esistenza relativamente tranquilla, celibe e agiata. Certo, l’argentino formalmente si sposò due volte, ma i suoi furono matrimoni farsa, contratti di assistenza domiciliare. Entrambi inoltre furono molto legati alla loro patria e rimasero ciechi in tarda età. La prova che <strong>Giorgio Vasari</strong> diceva il vero sulla cecità di Piero nelle sue <em>Vite</em> fu una distratta menzione in una <em>Cronichetta</em> biturgense del 1556 ad opera di <strong>Berto degli Alberti</strong>, nella quale l&#8217;autore intervistava alcuni cittadini di Sansepolcro fra cui <strong>Marco di Longaro</strong>, un piccolo artigiano che realizzava lampade a olio. Leggere quel brano mi colpì, mi identificai un po&#8217; con l’intervistato, ricordando i giorni in cui accompagnavo Borges per le strade di Roma o di Volterra. Rispondendo a una domanda di Berto degli Alberti, l&#8217;anziano Marco di Longaro rammentava che da giovane, molti decenni prima, aveva “datto il braccio” al grande pittore cieco per le vie della loro città; e, meno nelle parole che nel tono usato, in lui traspariva un misto di orgoglio e di rimorso, come se si fosse accorto soltanto in quell’istante che la sua lunga vita, fatta di lavoro e di affetti, sarebbe passata alla storia solo di riflesso, per quell&#8217;episodio che all&#8217;epoca gli parve insignificante.   </p>
<p> “Tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici”. Così sentenzia <strong>Samuel Taylor Coleridge</strong> in <em>Table talk</em> (1832). “Gli uni” – chiosa Borges – “sentono che le classi, gli ordini e i generi sono realtà; i primi, che sono generalizzazioni; per questi, il linguaggio non è altro che un approssimativo giuoco di simboli; per quelli è la mappa dell&#8217;universo. Il platonico sa che l&#8217;universo è in qualche modo un cosmo, un ordine; tale ordine, per l&#8217;aristotelico, può essere un errore o una finzione della nostra conoscenza parziale.&#8221; In questo senso, Borges e Piero (e pure il mio io di allora) appartenevano indubbiamente alla seconda categoria.  </p>
<p> Studiando le loro opere, la prima cosa che notai fu l’amore per le simmetrie. Per entrambi la simmetria è il punto di sintesi, lo strumento grazie al quale ogni antinomia si placa e si risolve. Un evidente <em>esprit de geometrie</em> anima le loro opere. Penso alla riflessione verticale degli angeli della <em>Madonna del</em> <em>Parto </em>di Monterchi, disegnati con lo stesso cartone, o agli alani contrapposti di Sigismondo Malatesta a Rimini, o ancora ai ritratti dei duchi di Urbino e alla <em>Madonna della</em> <em>Misericordia</em>. In Borges la simmetria si manifesta in un gioco di contrapposizioni tematiche, vedi ad esempio la disputa fra <em>i due teologi</em>, che agli occhi di Dio sono le due facce della stessa medaglia, o i destini speculari del <em>guerriero e della prigioniera</em>. Ma tracce di questa ossessione simmetrica si potrebbero rinvenire pure nello stile, con l’uso insistito della doppia aggettivazione. La simmetria trasmette loro un senso di ordine, di armonia, di bilanciamento dei contrasti. Il fine dell’arte sembra essere quello di ridurre la massa caotica delle <em>vérités de fait</em> all’ordine divino delle <em>vérités de raison</em>. L’impersonalità e l’atarassia dei loro personaggi sono gli attributi di un mondo reificato, che anela alla grazia e all’innocenza dell’inorganico, un mondo in cui è bandito il dolore.  </p>
<p> Le rare volte in cui l’asimmetria si manifesta nelle loro composizioni è come se la vita irrompesse brutalmente a urlare il suo strazio. La <em>Pala</em><em> Montefeltro</em> è la prima opera di Piero che vidi. Sùbito mi balzò agli occhi quell’assenza sottolineata, come se tutte le linee della composizione precipitassero in un buco nero, ossia là dove era lecito aspettarsi la presenza di Battista Sforza orante in ginocchio sotto l’omonimo santo. Ogni cosa si bilancia intorno all’asse della Madonna con Gesù bambino, l’architettura stessa pare disporre le figure: due angeli per lato e tre santi da entrambe le parti. Poi il donatore, Federico, e dall’altra parte nessuno. Quel vuoto è l’elemento che ha permesso di datare il dipinto, realizzato successivamente alla morte della moglie, ossia dopo il 1472. Ma quell’asimmetria è soprattutto il dolore inconsolabile di un lutto. E in fondo cos’è un amore non corrisposto, se non un’asimmetria dei sentimenti? E le malattie?   </p>
<p> Anche in Borges le asimmetrie compaiono di rado, e veicolano il medesimo messaggio. Al pari di Piero, il suo universo platonico, incorruttibile ed eterno, è fondato sulla geometria. Ne <em>La morte e la bussola</em> egli sviluppa un puro problema di logica e geometria, fondato sui simboli del numero 3 e del numero 4, del triangolo e del rombo. Dice bene <strong>Ernesto S<font size="2">á</font>bato</strong>: Red Scharlach pensa ed esegue un piano matematico. Il criminale ucciderà il detective che gli dà la caccia in un punto prefissato della città, come chi termina una dimostrazione: <em>more geometrico</em>, perché in quel racconto non si commettono omicidi, si dimostra un teorema. La stessa ambientazione, opportunamente privata di precise e riconoscibili coordinate spaziali, serve alla dimostrazione, tanto che, a rigore, il testo avrebbe potuto cominciare con la formula rituale dell’universo matematico: “si prenda una qualsiasi città X”. Trasformandosi in pura geometria, il racconto entra nel regno dell’eternità, si sottrae alla maledizione di <strong>Eraclito</strong>.  </p>
<p> Per Borges e Piero l&#8217;universo platonico è un invulnerabile rifugio di astrazioni in cui si annullano le differenze individuali e il dolore e i sentimenti non hanno cittadinanza. Lo spirito incarnato, la realtà sudicia e infetta va indovinata nelle pieghe nascoste dei loro giochi intellettualistici, là dove il pudore vien meno. E’ il caso del finale di <em>Nuova confutazione</em> <em>del tempo</em>, il saggio di Borges più lungo ed elaborato (incluso in <em>Altre Inquisizioni</em>). Dopo un estenuante e pedantissimo elenco delle teorie filosofiche che confutano l’esistenza del tempo, tutte presentate con una costruzione sintattica specularmente simmetrica, nella chiusa l’argentino confessa, in modo intenso e commovente, che “negare la successione temporale, negare l’io, negare l’universo astronomico sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete […] Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono quel fiume; è una tigre che mi divora, ma io sono quella tigre; è un fuoco che mi consuma, ma io sono quel fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.”<br />
<font size="3" /><font face="Times New Roman">  </font><br />
 </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/17/simmetrie-e-coefficienti-di-correlazione/">Simmetrie e coefficienti di correlazione</a></p>
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		<title>Tecniche di suicidio</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2005 18:09:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><em>L&#8217;incipit </em>di un libro è un tentativo di adescamento, e quello folgorante e lapidario de <em>Il mito di Sisifo </em>di <strong>Albert Camus</strong> è fra i più riusciti che io conosca. Vi si afferma in modo perentorio che esiste un solo &#8220;problema filosofico veramente serio: quello del suicidio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/10/01/tecniche-di-suicidio/">Tecniche di suicidio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/francolucentini.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><em>L&#8217;incipit </em>di un libro è un tentativo di adescamento, e quello folgorante e lapidario de <em>Il mito di Sisifo </em>di <strong>Albert Camus</strong> è fra i più riusciti che io conosca. Vi si afferma in modo perentorio che esiste un solo &#8220;problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta significa rispondere al quesito fondamentale della filosofia.&#8221;</p>
<p><span id="more-1314"></span></p>
<p>Tuttavia il suicidio logico, quello frutto di un ragionamento che astrae dalle proprie condizioni personali (per intenderci: il Kirillov dei <em>Démoni</em>), è un&#8217;eccezione che s&#8217;incarna appunto in un personaggio di finzione, trovando rarissimi riscontri nella vita reale. Uno di questi casi esemplari fu <strong>Philipp Batz</strong>, giovane e appassionato estimatore di <strong>Schopenhauer</strong>, che a soli 35 anni (cioè nel 1876) pubblicò il suo primo libro, <em>Filosofia della redenzione</em>, in cui avanzò la tesi secondo la quale la storia dell&#8217;umanità è l&#8217;oscura agonia dei frammenti di un Dio che si autodistrusse, e, in seguito, coerentemente col proprio pensiero, si tolse la vita impiccandosi (e altrettanto fece la sorella, dopo aver dato alle stampe il secondo volume postumo dell&#8217;opera di Philipp). A livello puramente teorico, echi di queste metafisiche nere, che fanno risalire la creazione del mondo al suicidio di una divinità, si rintracciano pure in diversi miti cosmogonici orientali, e perfino in occidente ci fu chi, come <strong>John Donne</strong> ne <em>Il Biathanatos</em>, ebbe l&#8217;ardire di sostenere che la morte volontaria di Cristo (deliberata perché avrebbe potuto sottrarvisi) prefigurasse in qualche modo la sconcertante ipotesi di &#8220;un Dio che crea il mondo per erigervi il proprio patibolo&#8221; (sono parole di <strong>Borges</strong>). Di recente, in un paradossale e suggestivo tentativo di coniugare scienza e religione, <strong>Anacleto Verrecchia</strong> ha scritto che la stessa &#8220;esplosione del <em>Big Bang </em>potrebbe far pensare che Dio si sia sparato.&#8221; In realtà, l&#8217;esperienza ci insegna che le motivazioni per cui una persona decide di sopprimersi attengono in genere a questioni molto più terrene, a fattori psicologici estremamente personali. Ma se è vero che nella morte autoinflitta il quadro eziologico risulta troppo vasto e confuso per essere ben determinato, confluendovi un insieme di ragioni non facilmente individuabili che però si possono, con buona approssimazione, riassumere nella ricerca di un sollievo a una condizione privata di sofferenza e di disperazione inesprimibili per la quale si crede non vi sia più alcuna soluzione; è altrettanto vero che molti studi scientifici evidenziano come nella maggior parte dei casi il suicidio sia un atto lungamente premeditato, e che la prima e principale preoccupazione dell&#8217;aspirante suicida riguardi soprattutto la scelta del luogo e del metodo con cui attuarlo, ai quali viene non di rado attribuito un rilevante significato simbolico. L&#8217;esasperata attenzione all&#8217;aspetto formale del gesto è registrata nel biglietto di addio dello scrittore giapponese <strong>Ryuunosuke Akutagawa</strong>, che pur riconoscendo che l&#8217;impiccagione è il metodo migliore perché non fa soffrire la scarta per una &#8220;ripugnanza di natura estetica&#8221;, optando poi per le pillole. Stesso discorso si potrebbe fare per la fine di <strong>Yukio Mishima</strong>, deliberatamente spettacolare e rituale.</p>
<p>Lo spaventoso archivio dei metodi con cui darsi la morte ne registra di stravaganti e macabri oltre ogni immaginazione, sebbene la casistica relativa agli scrittori del Novecento restringa poi la grande maggioranza delle modalità al lancio da un luogo elevato, alll&#8217;avvelenamento, al gas, all&#8217;impiccagione, all&#8217;annegamento e al colpo d&#8217;arma da fuoco. Quest&#8217;ultimo, avvalendosi ovviamente delle tecnologie in uso nel proprio tempo, era considerato il metodo più onorevole per un uomo sin dall&#8217;antichità. <strong>Céline</strong>, in qualità di medico, lo consigliava per la sua efficacia: &#8220;le persone che non ne possono più ricorrono al gas! che bella trovata! sappiate che me ne intendo un po&#8217;, io, 35 anni di pratica! il sistema più garantito, sono stato consultato 100 volte&#8230;un fucile da caccia in bocca! ficcato ben dentro, fino in fondo alla gola! e fanng!&#8230;vi fate saltare il cinema dalla zucca!&#8221; Più o meno così si uccisero <strong>Otto Weininger</strong> nel 1903, <strong>Carlo Michaelstaedter</strong> nel &#8217;10, <strong>Jacques Rigaut</strong> nel &#8217;29, <strong>Vladimir Majakowski</strong> nel &#8217;30, <strong>Ernest Hemingway</strong> nel &#8217;61, <strong>José María</strong> <strong>Arguedas</strong> nel &#8217;69, <strong>Henry De Montherlant</strong> nel &#8217;70, <strong>Guido Morselli</strong> nel &#8217;73, <strong>Richard Brautigan</strong> nell&#8217;84 e <strong>Guy Debord</strong> nel &#8217;94. Scelsero invece l&#8217;annegamento <strong>Alfonsina Storni</strong> nel &#8217;38, <strong>Virginia Woolf</strong> nel &#8217;41, <strong>Paul Celan</strong> e <strong>Jean Amery</strong> nel &#8217;70, e infine <strong>Lucio Mastronardi</strong> nel &#8217;79. Al gas ricorsero <strong>Tadeusz Borowski</strong> nel &#8217;51, <strong>Stig Dagerman</strong> nel &#8217;54, <strong>Sylvia Plath</strong> nel &#8217;63, <strong>Yasunari Kawabata</strong> nel &#8217;72 e <strong>Anne Sexton</strong> nel &#8217;74. <strong>Pierre Drieu La Rochelle</strong> decise di farla finita con il gas e un forte quantitativo di farmaci nel &#8217;45. <strong>Emilio Salgari</strong> si squarciò il ventre e la gola con un rasoio nell&#8217;11, <strong>Sergej Esenin</strong> s&#8217;impiccò dopo essersi tagliato le vene nel &#8217;25, Marina Cvetaeva nel &#8217;41 appese una corda a un gancio del soffitto, la strinse intorno al collo, salì su uno sgabello e gli diede un calcio. <strong>Màrio de Sà-Carneiro</strong> nel &#8217;16, <strong>Hart Crane</strong> nel &#8217;32, <strong>John Berryman</strong> nel &#8217;72 e <strong>Amelia Rosselli </strong>nel &#8217;96 si gettarono da un ponte; mentre <strong>Gilles Deleuze</strong> si lanciò dalla finestra della sua casa parigina nel &#8217;95. <strong>George Trackl</strong> morì per una overdose di cocaina nel &#8217;14, <strong>Walter Benjamin</strong> nel &#8217;40 ingoiò delle pastiglie di morfina, <strong>Stefan Zweig</strong> si iniettò del Veronal assieme alla seconda moglie nel &#8217;42, <strong>Albert Caraco</strong> ingerì dei barbiturici e si tagliò la gola nel &#8217;71. Fra gli altri nostri connazionali, grande commozione suscitò la fine di <strong>Cesare</strong> <strong>Pavese</strong> in una camera d&#8217;albergo a Torino nel &#8217;50, e sempre con i sonniferi si uccise nel dicembre del &#8217;38 la giovane poetessa <strong>Antonia Pozzi</strong>, che attese la morte distesa nella neve immacolata di Chiaravalle, quasi dando forma e sostanza all&#8217;anelito di purezza contenuto in molte sue liriche. Sopravvissuto ai lager nazisti, <strong>Primo Levi</strong> si tolse la vita gettandosi dalla tromba delle scale del suo appartamento torinese nell&#8217;87; così come fece 15 anni dopo e nella stessa città <strong>Franco Lucentini</strong>, tragicamente suggellando la propria vocazione letteraria con l&#8217;ultima, disperata citazione, l&#8217;addio virgolettato.</p>
<p>Questo raccapricciante e parziale elenco di suicidi non intende proporre una galleria di eroi positivi, di personalità forti che hanno vinto l&#8217;animalesco istinto alla sopravvivenza, la cieca e irrazionale volontà di vivere. Il suicida non è una figura leggendaria e neppure un reietto, il crumiro della specie. Non era scritto fin dalla nascita, nelle oscure officine del destino, che una ferrea necessità causale lo conducesse a quel drammatico epilogo. E&#8217; semplicemente qualcuno che, a un certo punto della vita, ha sentito il mondo come una sorta di pappagallo di Humboldt, qualcosa di incomprensibile e di insensato. <strong>Boris Pasternak</strong>, nella sua autobiografia dedicata a Majakovskij, Esenin e Cvetaeva, ci ricorda che &#8220;ci si uccide non per tener fede alla decisione presa, ma perché è insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua.&#8221; Ed è pensando a questa sofferenza, a questo supplizio assurdo e terribile che li attanagliò fino a convincerli che fosse preferibile morire piuttosto che continuare a vivere, che ci riesce difficile &#8220;immaginare Sisifo felice&#8221;, come invita a fare Camus nella formidabile chiusa del suo saggio. Ma se proprio dovessimo sforzarci di farlo, se potessimo concepire Sisifo felice del suo strazio routinario, allora l&#8217;unico suicidio possibile e quasi desiderabile resterebbe quello vagheggiato dal mite e schivo <strong>Camillo Sbarbaro</strong> nei suoi <em>Scampoli</em>, quando scrisse: &#8220;E&#8217; aperto un concorso per segretario comunale a Scarnafigi. Se vi concorressi? Immagino un paese tagliato fuori dal mondo; un grosso borgo, piatto, terribilmente banale. Vi arriverei in un giorno di pioggia. Vi sposerei una donna insignificante, ad esempio un&#8217;economa. Nessuno saprebbe più nulla di me. Mi preparerei una vecchiaia perbene. Accarezzo l&#8217;idea. Sarebbe un suicidio tranquillo e decente; più silenzioso dell&#8217;annegamento che riempie d&#8217;acqua la bocca.&#8221;</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Stilos&#8221; il 13.09.2005)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/10/01/tecniche-di-suicidio/">Tecniche di suicidio</a></p>
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		<title>La vanitas di Damien Hirst</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2005 21:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Sergio Garufi</p>
<p>&#8220;Le immagini di mattatoi e di carne mi hanno sempre molto colpito [...] Che altro siamo, se non potenziali carcasse? Quando entro in una macelleria mi meraviglio sempre di non esserci io, appeso lì, al posto dell’animale&#8221;.<br />
Francis Bacon, La brutalità delle cose, 1991.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/13/la-vanitas-di-damien-hirst/">La <i>vanitas</i> di Damien Hirst</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Sergio Garufi</b></p>
<p><img alt="finch10-4-1s.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/archives/finch10-4-1s.jpg" width="175" height="233" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left/><i>&#8220;Le immagini di mattatoi e di carne mi hanno sempre molto colpito [...] Che altro siamo, se non potenziali carcasse? Quando entro in una macelleria mi meraviglio sempre di non esserci io, appeso lì, al posto dell’animale&#8221;.</i><br />
<b>Francis Bacon</b>, <i>La brutalità delle cose</i>, 1991.</p>
<p>Ha ragione <b>Anna Detheridge</b>: &#8220;Damien Hirst è più antico di quanto non sembri&#8221;; e l’allestimento della sua prima retrospettiva al Museo Archeologico di Napoli, intitolata <i>Il Tormento e l’estasi</i>, suggella la sua appartenenza ad una genealogia illustre e secolare. Il tema centrale della sua produzione è quello della <i>vanitas</i>, intesa come totale soggezione di ogni cosa terrena al potere del tempo e della morte. Hirst, l’artista trasgressivo e scandaloso idolatrato dagli <i>happy few</i> e detestato dai benpensanti, è in realtà un conservatore; perché l’ossessione della carne sta alla base del pensiero reazionario e sancisce l’ineluttabilità del destino dell’uomo.<br />
<span id="more-845"></span><br />
Perfino la presenza, all’inaugurazione della mostra partenopea, di rockstar, divi hollywoodiani e tutta la bizzarra fauna del jet-set internazionale ne è in fondo il giusto coronamento. A chi si rivolgeva il teschio anamorfico di <b>Hans Holbein il giovane</b>? Chi deridevano, con particolare e sadico accanimento, gli scheletri sghignazzanti delle <b>danze macabre</b>? Ogni sua opera, anche quelle considerate più truculente e raccapriccianti, tacciate di essere epifanie dell’orrore teratologico, allucinazioni da tassidermista che istigano a un morboso voyeurismo, affonda le sue radici nella tradizione del <i>memento mori</i> barocco, e con questa condivide lo stesso repertorio teatrale di immagini e simboli ed il medesimo sentimento tragico della vita terrena di fronte alla morte.</p>
<p>&#8220;Non c&#8217;è progresso nell’idea della vanità del tutto&#8221;, sentenziava <b>Cioran</b>; e così, di primo acchito, la massa di riferimenti all’iconografia storica è tale da suonare come una verifica incontrovertibile di quella sentenza. Le mosche dei monocromi neri e di <i>A Thousand years</i> apparivano pure negli spartiti del <b>Baschenis</b>, nel teschio del <i>San Girolamo</i> di <b>Van Roemerswael</b> e nel <i>Vaso di fiori</i> di <b>Bosschaert</b> (oltre che nei recenti <i>angeli</i> di <b>Jan Fabre</b>). Anche il tema dei mozziconi di sigarette trova un preciso riscontro nelle pipe delle nature morte di <b>Gerrit Dou</b> e di <b>David Bailly</b>; rispecchiando fedelmente l’origine etimologica del termine ebraico <i>hével</i> (da cui deriva il latino <i>vanitas</i>), che <b>Ceronetti</b> traduce con <i>fumo</i>, <i>vapore</i>, <i>inconsistenza</i>. A ben vedere, finanche le icastiche immagini obitoriali e <i>Hymn</i>, il colosso bronzeo dalla policromia squillante, discendono dalle stampe secentesche di anatomia, non di rado corredate da massime moraleggianti quali <i>inevitabile fatum</i>. Potentemente espressive, pur nella loro asetticità, le teche con i medicinali allineati, illusorio paradiso farmacologico contro gli aspetti degenerativi del corpo; anch’esse in fondo una variante dell’<i>Et in Arcadia ego</i>. </p>
<p>Ben più attuali sono i tavoli d’ufficio compressi in scatole di vetro, metafora di quella vita <i>canarinizzata</i> e claustrofobica su cui già ironizzava <b>Gadda</b> decenni orsono. Se da un lato &#8211; e per esplicita dichiarazione di Hirst – l’idea del vetro (ma anche quella dell&#8217;inscatolamento e della carne) è ricavata da <b>Bacon</b>, con tutta evidenza il suo più immediato e riconoscibile maestro, e mira ad ottenere un effetto di distacco quasi funereo fra l’opera e lo spettatore, dall’altro la prossimità della scatola trasparente con il desco trasmette un senso di oppressione e un desiderio di fuga tipici di una società intimamente consapevole della propria condizione di asservimento, tanto da definire <i>tempo libero</i> quel poco che resta fuori dell’orario di lavoro. In ogni caso, e pur non attingendo a simboli espliciti come orologi, candele e clessidre, è ancora il tempo, il sentimento del suo trascorrere inesorabile, il tema chiave della sua poetica. Come ne <i>Le tre età</i>, per esempio, in cui all’interno del box di cristallo vi sono dei giocattoli per terra e due tavoli, uno ordinato e professionale e l’altro caotico e senile, col posacenere, gli occhiali, il vaso con la dentiera e gli avanzi di cibo sul piatto che ricordano tanto le mense di <b>Spoerri</b> (e a questo proposito <b>Laura Kreyder</b> segnalava argutamente che <i>reliefs</i>, in francese, significa sia <i>resti</i>, cioè avanzi di un pasto, che <i>rilievi</i>, sculture).</p>
<p>Le rappresentazioni di porzioni di vita quotidiana, il senso di <i>vissuto</i> che emana da quegli oggetti, presuppongono o vaticinano l’idea della sparizione e della morte dell&#8217;uomo. Un’osservazione di <b>Argan</b> sul significato intrinseco del <i>memento mori</i> sottolinea come &#8220;la presenza o emergenza delle cose implica l’assenza degli uomini&#8221;. Questa riflessione rinvia all’attenta lettura di <b>Tano Festa</b> dei <i>Coniugi Arnolfini</i> di <b>Van Eyck</b>, quando affermava che &#8220;il vero protagonista del quadro è il lampadario, perfettamente immobile, come se nulla, nemmeno un forte vento, potesse farlo oscillare. Questo lampadario incombe sulle figure degli Arnolfini come qualcosa che sta a misurare la durata e quindi il limite delle loro esistenze. Pensai con tristezza che gli Arnolfini sarebbero scomparsi molto prima del lampadario, che da quella scena sarebbero stati i primi ad uscire, mentre gli oggetti sarebbero rimasti ancora per lungo tempo al loro posto, testimoni muti e impassibili delle loro esistenze&#8221;. Forse, le tracce mnestiche di <b>Hirst</b> testimoniano la vana aspirazione dell’uomo defedato a sublimarsi fino alla grazia e all’innocenza dell’inorganico, la volontà di sottrarsi al proprio destino elevandosi al rango di <i>cosa</i>. Una sorta di invidia per la loro superiore <i>resilienza</i>; concetto che per gli oggetti determina la capacità di resistere a un urto senza rompersi, e in psicologia definisce l’attitudine necessaria per uscire dalla spirale del dolore.</p>
<p>Nella lunga intervista inclusa nel catalogo edito da Electa, l’artista inglese afferma: &#8220;Non ho mai pensato a questi lavori come violenti. Li ho sempre visti come molto tristi. C’è una sorta di tragedia insita in quei pezzi&#8221;. Forse è per questo che le creazioni più incisive di Hirst, quelle che meglio esprimono il <i>weltschmerz</i>, l’irredimibile dolore del mondo, restano le più note, scandalose e macabre: gli animali in formaldeide. E qui, più che altrove, si comprende quanto profonde e universali siano le radici della sua arte. Per <b>André Bazin</b>, &#8220;all’origine delle arti plastiche vi è la pratica dell&#8217;imbalsamazione. La religione egizia faceva dipendere la sopravvivenza dell&#8217;uomo dalla perennità materiale del corpo, perché fissare artificialmente le forme carnali dell’essere significava strapparle al flusso della durata, ricondurle alla vita&#8221;. La prima statua egizia è la mummia dell’uomo conciato e pietrificato, e la genesi religiosa della statuaria rivela la sua funzione primordiale e soteriologica: salvare l’essere mediante l’apparenza. Con le sue oscene bestie tassidermizzate – <i>oscene</i> perché rappresentate secondo il metodo della drammatizzazione, della <i>messa in scena</i> di una violenza simbolica –, <b>Damien Hirst</b> ritorna alle origini, quasi per attingervi un’energia che i secoli avevano estenuato. <img alt="hirst_shark.JPG" src="http://www.nazioneindiana.com/archives/hirst_shark.JPG" width="240" height="162" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=right/>Assente il notissimo <i>squalo</i>, icona totemica e ipostasi dell’angoscia contemporanea, così vividamente inquietante anche perché inserito all&#8217;apparenza nel proprio habitat naturale, il posto d’onore nella rassegna napoletana spetta a <i>Mother and child divided</i>: due vasche contenenti le sezioni di una mucca e di un vitello immersi nel liquido che ne differisce l’attimo fatale del trapasso. Non altrettanto efficaci, invece, mi sembrano le composizioni entomologiche, in cui le farfalle, ennesima declinazione del tema della <i>vanitas</i> come allegoria della condizione decidua della vita e della bellezza, si dispongono per accostamenti cromatici che producono effetti psichedelici simili a quelli delle opere più esangui ed afasiche di <b>Sol LeWitt</b>.</p>
<p>Ma <b>Hirst</b>si discosta significativamente dalla tradizione barocca della <i>vanitas</i> non solo per aspetti meramente formali, come l’iperrealismo del <i>ready-made</i> duchampiano. Se nell’iconografia seicentesca la rappresentazione degli oggetti era subordinata al fine moraleggiante del quadro, che costituiva insieme un monito e un’esortazione, nell’artista inglese il <i>memento mori</i> è ora interamente laico e secolarizzato, sottratto a ogni ricatto pedagogico. Certo, le opere d’arte di Hirst mostrano la vanità delle cose terrene e dunque, in qualche modo, anche di se stesse, offrendo nello stesso tempo un&#8217;immagine duratura sebbene illusoria della realtà, che sfida la transitorietà della vita nel medesimo istante in cui l’afferma. Tuttavia qui la morte non è legge decretata da Dio, metafisico <i>redde rationem</i>, bensì potenza autonoma, limite naturale. In questo senso, la coscienza del nulla e della propria finitudine possiedono in Hirst una valenza pagana – quella dei tragediografi greci secondo cui &#8220;la vita è un attimo di luce fra due eternità di tenebra&#8221; –, e trovano l&#8217;unico àmbito di possibilità proprio nella dimensione storica e contingente della singola esistenza individuale, cioè a dire in quel fugace e abbacinante <i>attimo di luce</i>. Solo lì, sembra dire <b>Hirst</b>, possiamo giocarci le nostre <i>chances</i>; essendo consapevoli che l’<i>incipit</i> de <i>l&#8217;Ecclesiaste</i> è una verità tanto inconfutabile quanto impraticabile. </p>
<p><b>Damien Hirst</b><br />
<i>Il Tormento e l’estasi</i><br />
Mostra Antologica 1989 &#8211; 2004<br />
<b>Napoli</b>, Museo Archeologico Nazionale<br />
fino al 31 gennaio 2005</p>
<p>Pubblicato su <b>Stilos</b>, gennaio 2005.</p>
<p>________________________________________</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/13/la-vanitas-di-damien-hirst/">La <i>vanitas</i> di Damien Hirst</a></p>
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		<title>Le torri di Anselm Kiefer a Milano</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Oct 2004 11:33:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>&#8220;Esistono nicchie temporali che non sono contemporanee  alla nostra epoca? Sacche di tempo fossile che si perpetuano a dispetto del calendario?&#8221;; si chiede uno scrittore italiano <em>de cuyo nombre no puedo acordarme</em>, almeno non qui. Certo che esistono.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/10/30/le-torri-di-anselm-kiefer-a-milano/">Le torri di Anselm Kiefer a Milano</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/kieftorri.jpg" alt="kieftorri.jpg" align="left" border="0" height="240" hspace="4" vspace="2" width="180" />&#8220;Esistono nicchie temporali che non sono contemporanee  alla nostra epoca? Sacche di tempo fossile che si perpetuano a dispetto del calendario?&#8221;; si chiede uno scrittore italiano <em>de cuyo nombre no puedo acordarme</em>, almeno non qui. Certo che esistono. Una di queste si trovava a <strong>Milano</strong>, in un punto del trafficatissimo <strong>viale Monza</strong>. Era un caseggiato esploso a causa di una fuga di gas. Vi era stato pure un morto.Per controversie sul rimborso dell&#8217;assicurazione, l&#8217;edificio rimase per circa un anno semidistrutto, senza impalcature e ponteggi che lo velassero pudicamente; e nei piani più alti, dov&#8217;era sopravvissuto parte di un pavimento, si potevano ancora osservare i resti di una stanza arredata, colta nell&#8217;attimo esatto della deflagrazione. Un cassettone, uno specchio appeso a parete, qualche soprammobile rimasto miracolosamente integro e al suo posto nonostante la terribile onda d&#8217;urto; tutto come sospeso sull&#8217;orlo dell&#8217;abisso. Sembrava una casa di bambole, di quelle che puoi vederne l&#8217;interno. Ogni cosa superstite era ferma a quell&#8217;istante, come il famoso orologio della stazione ferroviaria di <strong>Bologna</strong> dopo la bomba dell&#8217;agosto del 1980.<br />
<span id="more-655"></span><br />
Un&#8217;altra di queste nicchie temporali si trova alla periferia nord di <strong>Milano</strong>, in quel quartiere immenso e semiabbandonato costituito dagli stabilimenti dismessi della <strong>Pirelli</strong> e dell&#8217;<strong>Ansaldo</strong>, dove una volta ferveva il lavoro operaio e oggi si allestiscono <em>loft</em>  per manager e creativi. L&#8217;<strong>Hangar Bicocca</strong> è un capannone di dimensioni impressionanti: 15.000 mq e una cubatura che rivaleggia con quella della <em>Tate Modern</em>  di Londra. In pratica, il posto ideale per allestire grandi mostre di arte contemporanea, per ospitare le opere ciclopiche di megalomani visionari come <strong>Anish Kapoor</strong> o <strong>Anselm Kiefer</strong>. E difatti l&#8217;interno &#8211; interamente ridipinto di blu cobalto, con effetti emotivi che ricordano quelli provocati dai cicli di <strong>Alberto Burri</strong> nei nerissimi <strong>ex-seccatoi del tabacco</strong> di <strong>Città di Castello</strong> &#8211; troneggiano sette torri imponenti e desolate dell&#8217;artista tedesco.</p>
<p>L&#8217;installazione di <strong>Kiefer</strong> s&#8217;intitola <strong>I Sette Palazzi Celesti</strong>. La luce spettrale e teatrale scelta dall&#8217;artista ne rivela impietosamente la natura di fantasmi architettonici, ruderi e vestigia di un passato indefinito, confuso fra mitologie arcane e devastazioni recenti. Ciascuna delle torri è composta da moduli a pianta quadrata di identiche dimensioni sovrapposti gli uni agli altri, ma la giustapposizione imperfetta comunica un senso di disagio e precarietà, come testimoniano i numerosi detriti, calcinacci e vetri posti ai piedi delle costruzioni. Fra questi si scorgono pure le sue ben note <em>stelle cadenti</em>, motivo che ritorna nelle opere del tedesco a distanza di anni con insistenza percussiva, e che trasmigra con disinvoltura dall&#8217;architettura alla pittura e viceversa. Ricordo per esempio quelle di una mostra a <strong>Palazzo Grassi</strong> di quattro anni fa, che parevano colate da un dipinto materico appeso a parete.</p>
<p>Nella prima delle torri, la meno alta e la più vicina all&#8217;entrata, si scorgono delle scritte tratte dal glossario cabalistico che pencolano verso l&#8217;esterno come vecchie insegne; ma non sono tracce mnestiche, testimonianze di un passaggio, quanto piuttosto indicazioni di senso, segni che suggeriscono interpretazioni cosmogoniche tratte dalla mistica ebraica: <strong>i sette livelli della spiritualità</strong> &#8211; anche questa un&#8217;ossessione che riaffiora carsicamente in molte sue opere. Ma la simbologia della torre è talmente ricca di rimandi e associazioni antinomiche da consentire al visitatore meno smaliziato di ignorare il significato storico e spirituale di quella terminologia. E in ogni caso i dettagli si leggono con grande difficoltà, perché il percorso è transennato fino a una distanza considerevole, forse per il pericolo di crollo di questi edifici traballanti. <img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/kieftorri2.jpg" alt="kieftorri2.jpg" align="right" border="0" height="164" hspace="4" vspace="2" width="250" /></p>
<p>Vengono in mente la torre di Babele, allegoria dell&#8217;ambizione divina dell&#8217;uomo destinata al fallimento; o la torre come rappresentazione teologica della virtù della Speranza, come nella <em>Maestà</em> di <strong>Ambrogio Lorenzetti</strong> a <strong>Massa Marittima</strong>; o ancora la torre immagine fallica; o la recente tragedia delle <strong>Twin Towers</strong> di <strong>New York</strong>; e infine la torre come segno di potenza e ricchezza, come quelle di <strong>San Gimignano</strong>, la Manhattan del Medioevo. Similmente alle torri di San Gimignano, anche quelle di Kiefer danno l&#8217;impressione di architetture inabitabili, il cui progetto non prevedeva la presenza umana: come i silos per le granaglie, le torri dell&#8217;acqua e tutti gli edifici enigmatici e inquietanti che affollano i dipinti di <strong>Mario Sironi</strong>. O pure certi spazi beckettiani, apocalittici, in cui l&#8217;assenza dell&#8217;uomo è conseguenza della sua stessa volontà autodistruttiva. Sta di fatto che, anche senza disturbare <strong>Beckett</strong> &#8211; che a nominarlo  invano si commette peccato mortale -, la Storia, o meglio <strong>la funzione levatrice della violenza nella Storia</strong>, rappresenta uno dei motivi ricorrenti nell&#8217;opera dell&#8217;artista tedesco. Difatti basta dare un&#8217;occhiata al luogo e alla data di nascita &#8211; per una volta non dati biografici meramente accessori &#8211; per capirlo. <strong>Anselm Kiefer</strong> viene alla luce nel marzo del 1945 a <strong>Donaueschingen</strong>, cioè nel momento in cui si compie l&#8217;ultimo atto della più grande tragedia del secolo passato e nel luogo in cui nasce il <strong>Danubio</strong>, testimone impassibile e privilegiato di tante indicibili carneficine.</p>
<p>Le torri sono prive di soletta, come fossero state squarciate da un meteorite, e lo sguardo che percorre in verticale il canale creato dalle cavità interne di questi scheletri architettonici dà così corpo a un movimento che oscilla fra terra e cielo, materia e trascendenza, ascesi spirituale e irresistibili spinte verso la caduta. I diversi piani delle torri sembrano corrispondere a sedimentazioni semantiche, ci stimolano a decifrare codici trasmessi da antiche e rimosse tradizioni sapienziali, indagano il rapporto fra individuo e cosmo attraverso i miti e le epoche più lontane. E&#8217; curioso come un vecchio capannone industriale abbandonato della periferia<br />
milanese, grazie al cortocircuito temporale provocato da un&#8217;opera d&#8217;arte, sia diventato il luogo per eccellenza in cui una società quasi del tutto secolarizzata celebra il proprio senso del sacro. Ma forse è solo un gioco di citazioni colte che dura giusto il tempo di una visita, e quanto più sono criptiche le citazioni tanto più è divertente il gioco.</p>
<p>All&#8217;uscita fa una certa impressione, dopo l&#8217;immersione in quell&#8217;atmosfera sospesa e drammaticamente brechtiana, notare l&#8217;atteggiamento un po&#8217; frivolo e l&#8217;estrazione alto-borghese dei visitatori (ma <em>&#8220;les bourgeois, ce sont les autres&#8221;</em>, ammoniva giustamente <strong>Jules Renard</strong>  nel suo <strong>Diario</strong>), forse più adatti a un <em>vernissage</em> dell&#8217;arguto <strong>Tom Friedman</strong> alla <strong>Fondazione Prada&lt;</strong> che non a una austera rappresentazione teatrale dell&#8217;apocalisse come questa di <strong>Kiefer</strong>. Molta gente elegante della Milano bene che riprende la vita di sempre: quelli di una certa età col taxi in attesa da quando sono entrati, e i più giovani che si allontanano su scattanti smart ortogonalmente decorate come quadri di <strong>Mondrian</strong>. Dev&#8217;essere <strong>l&#8217;effetto alka-seltzer</strong> di cui parlava <strong>Hans Magnus Enzensberger</strong>, il famigerato <em>estetico diffuso</em>. Non c&#8217;è più dubbio: il tempo ha ripreso a scorrere.</p>
<p>__________________________________</p>
<p><strong>Anselm Kiefer</strong><br />
<em><strong>I Sette Palazzi Celesti</strong></em><br />
24 settembre 2004 &#8211; 12 febbraio 2005</p>
<p>Hangar Bicocca<br />
Viale Sarca 336, Milano<br />
Info. 02-73950962<br />
Orari: mar-sab 12-19</p>
<p>___________________________________________</p>
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		<title>Il testamento estorto</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Oct 2004 16:10:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Jorge Luis Borges]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><br />
Andiamo per ordine: la copertina è molto bella. C&#8217;è una foto in bianco e nero, di <strong>Carlos Goldin</strong>, che ritrae il dettaglio di una mano anziana, di quelle che la pelle sembra carta velina tanto è sottile e impalpabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/10/18/il-testamento-estorto/">Il testamento estorto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/borges.jpg" alt="borges.jpg" align="left" border="0" height="200" hspace="4" vspace="2" width="274" /><br />
Andiamo per ordine: la copertina è molto bella. C&#8217;è una foto in bianco e nero, di <strong>Carlos Goldin</strong>, che ritrae il dettaglio di una mano anziana, di quelle che la pelle sembra carta velina tanto è sottile e impalpabile. E&#8217; una mano che stringe il manico di un bastone di legno nodoso e irregolare; lo stesso che accompagnava il grande poeta cieco nei suoi viaggi per il mondo, che saggiava il terreno e lo avvertiva dei pericoli, gli faceva scansare gli ostacoli e gli inciampi della vita. Poi c&#8217;è il titolo, che promette grandi cose.<br />
<strong>Testamento poetico letterario.</strong><br />
E l&#8217;autore, naturalmente: il mitico <strong>Jorge Luis Borges</strong>.<br />
Insomma, un po&#8217; ti commuovi. E&#8217; uscito un suo nuovo libro, hanno rovistato nei cassetti e hanno trovato &#8216;sta chicca postuma, la sua opera definitiva.<br />
<span id="more-627"></span><br />
Nella 2a di copertina si avverte che il testo raccoglie la trascrizione delle sue ultime conferenze prima di morire a <strong>Ginevra</strong> nel giugno 1986. Quattro, per la precisione.<br />
La prima tenuta a <strong>Tokyo</strong>, nell&#8217;aprile del 1984, e le altre tre a <strong>Milano</strong> (novembre 1984, 30 novembre e 1 dicembre 1985).<br />
Alle ultime tre ero presente.<br />
La meno recente si svolse nell&#8217;aula magna della Statale.<br />
Fu indetta dalla <strong>Aging Foundation</strong>, un&#8217;associazione che si occupa dei problemi della terza età, e per ascoltare pochi minuti di <strong>Borges</strong> dovemmo sorbirci due ore di illustri gerontologi che disquisivano di incontinenza, disturbi alla prostata e case di riposo. Ricordo che ci fu una mezza sollevazione degli ispanisti presenti, relegati fra gli studenti in platea e a cui non fu concesso di profferir verbo.</p>
<p>Borges era così, negli ultimi anni della sua vita. Andava da chiunque lo invitasse. E&#8217; che gli piaceva viaggiare e parlare ai giovani, e ogni occasione era buona. Le altre due conferenze si tennero alla <strong>Fondazione Verdiglione</strong> di <strong>Senago</strong>, una villa antica immersa nel verde brumoso di quell&#8217;autunno, con le <strong>Quattro stagioni</strong> di <strong>Vivaldi</strong> diffuse all&#8217;interno e all&#8217;esterno. Rammento il mefistofelico cerimoniere – tutto fiero di esibire il grande ospite che lo legittimava –, che continuava a parlare di cifra, la infilava in ogni frase procurandogli una voluttà fastidiosa, come un bambino che avesse scoperto una parolaccia nuova. E c&#8217;era pure <strong>Nekrassov</strong>, <strong>Mathieu</strong> e qualche altro; però questi avevano gli occhi aperti, non erano ciechi come Borges.</p>
<p>In tutte queste conferenze i discorsi di <strong>Borges</strong> furono brevi e poco interessanti; e lo dico da suo fanatico estimatore. Niente che non avesse già detto, con parole più ricercate e in modo più articolato, in mille altre occasioni.Ma si era lì per vedere lui, più che ascoltarlo attentamente. Certo, il circo che gli girava intorno faceva un po&#8217; tristezza. Sembravano avvoltoi, più che pesciolini rossi coetziani.</p>
<p>La lettura della 2a di copertina di <strong>Testamento poetico letterario</strong> riserva una sorpresa. Vi si dice che “l&#8217;immagine di Borges che ne emerge è assolutamente originale e inedita”; e viene un po’ da sorridere, come quando in televisione t&#8217;imbatti in un sedicente mago che assicura miracoli portentosi che su di lui, con tutta evidenza, non hanno sortito alcun effetto.</p>
<p>Quindi l&#8217;indice, che segnala che dopo le dieci paginette smilze di Borges te ne attendono al varco 70 di <strong>Antonio Bertoli</strong>; e mi chiedo chi sia &#8216;sto Bertoli, che come ispanista, o critico letterario, è la prima volta che lo sento nominare. In ogni caso, quelli di <strong>Giunti</strong> meglio avrebbero fatto ad astenersi dal contrabbandare come libro di Borges un&#8217;opera scritta quasi interamente da altri.</p>
<p>I testi di Borges sono esilissimi, sia in quantità che in qualità. Chi lo ha letto attentamente ritroverà le stesse osservazioni ripetute in tante interviste precedenti, cioè in età più lucide. Di nuovo suo non c&#8217;è assolutamente nulla, ma questo è il destino editoriale postumo riservato a ogni grande, cioè quello di camuffare da salterio una mera lista della spesa. In cambio ci sono trenta – dicasi <strong>t r e n t a</strong> – postfazioni di <strong>Bertoli</strong>, più sei appunti sempre dello stesso, per un totale di quasi settanta pagine. Nella nona, che il Bertoli indica con una variante tutta sua della numerazione romana (VIIII), si parla dell&#8217;incidente agli occhi che occorse all&#8217;argentino la vigilia del natale 1938. C’è una sterminata bibliografia sull&#8217;argomento, e non tanto per l&#8217;aneddoto biografico in sé, quanto piuttosto per le conseguenze letterarie che produsse; dato che da quel momento Borges si cimentò stabilmente col genere dei racconti fantastici, con gli esiti che tutti conosciamo e di cui gli siamo grati. Dell&#8217;incidente ne parlò Borges stesso, sia nell&#8217;<strong>Abbozzo di autobiografia</strong> e sia, trasfigurandolo, nel racconto <strong>El Sur</strong>, ed esiste pure la testimonianza della madre (<strong>Leonor Acevedo de Borges</strong>, <strong><em>Propos</em></strong>, in &#8220;l&#8217;Herne&#8221;, Paris 1964, pagg. 9-11); e tutte convergono nel situare l&#8217;incidente sulle scale della casa di una ragazza che Borges era andato a prendere per portarla alla cena natalizia. Il Bertoli invece lo colloca nella biblioteca di quartiere in cui lavorava. Sono inezie, certo, ma basterebbe informarsi un minimo per evitarle; tanto più se ci si presenta come un profondo conoscitore della materia.</p>
<p>Ma pure lo stile alato del <strong>Bertoli</strong>, di un bellettrismo che non è evidentemente nelle sue corde, trasmette una certa ilarità. Si ha l&#8217;impressione che l&#8217;autore s&#8217;ispiri a modelli alti, con risultati invero modesti. In mezzo a tutto questo spicca, per l&#8217;inconfondibile odore di <em>déjà lu</em>, una chicca notevole. Compare a pag.89.<br />
Si tratta di una bella frase su Borges, scritta da <strong>Leonardo Sciascia</strong> in un articolo sul <strong>Corriere della sera</strong> del 30.9.79; solo che in questo caso Bertoli l&#8217;ha fatta sua. Se l&#8217;avesse copiata pari pari si poteva sempre pensare a una dimenticanza, per non aver messo le virgolette. Ma l&#8217;operazione è più astuta: s&#8217;è tenuto tutt&#8217;intero l&#8217;impianto e si è adoperato un paio di sinonimi per depistare un po&#8217;. E l&#8217;errore così è duplice e scoperto, perché la buona fede va a farsi benedire, e le modifiche finiscono per guastare il fragile equilibrio su cui si reggeva il fascino di quel pensiero.</p>
<p>Nell&#8217;originale di <strong>Sciascia</strong> si legge:</p>
<p>&#8220;Borges è armato di teologia. Che sarebbe poi l&#8217;arma del nemico. C&#8217;è un passo delle <strong>Altre inquisizioni</strong> che ce lo rivela: là dove, parlando dell&#8217;enigma di Edward Fitzgerald, dice: &#8220;Ogni uomo colto è un teologo&#8221;. Al contrario, pochissimi uomini colti lo sono. E solo Borges, oggi, lo è in modo straordinario, eccezionale, totale. Il più grande teologo del nostro tempo. Un teologo ateo. Vale a dire il segno più alto della contraddizione in cui viviamo&#8221;</p>
<p>E nella versione di <strong>Bertoli</strong>:</p>
<p>&#8220;In questa guerra contro il tempo Borges si arma di teologia, la quale costituisce in realtà l&#8217;arma del suo principale nemico, il tempo. Ciò è rivelato nel passo di <strong>Altre Inquisizioni</strong> in cui Borges – parlando dell&#8217;enigma di Edward Fitzgerald – dice quasi incidentalmente che &#8220;ogni uomo colto è un teologo&#8221;. Sappiamo tutti perfettamente che non è così, oggi come ieri, ma Borges era definitivamente e in maniera straordinaria, eccezionale, un uomo colto e un teologo: un teologo ateo, il segno più esauriente, emblematico e alto della contraddizione in cui viviamo oggi&#8221;</p>
<p>Qui, l&#8217;operazione di attribuirsi qualcosa che non gli appartiene è in fondo speculare e simmetrica a quanto fatto dall&#8217;editore <strong>Giunti</strong> assegnando questo libro a <strong>Borges</strong> anziché a <strong>Bertoli</strong>. Ma giungiamo alla fine, alla parte più divertente.<br />
E&#8217; il brano più ampio di Bertoli, e s&#8217;intitola ambiziosamente &#8220;<strong>Sulla lettura</strong>&#8220;. E&#8217; una sorta di racconto autobiografico, che si vorrebbe ispirato e intessuto con raffinata prosa d&#8217;arte.<br />
L&#8217;autore sta leggendo un libro di Borges – non specifica quale – e riflette sull&#8217;amore, la sua vita, trova che ci siano molti punti di contatto. Si capisce che è vita vera, forse si sta abbandonando a una confessione sofferta. Poi smette di leggere e va al bar. Lì incontra una coppia di amici che si amarono, si tradirono, si separarono e si rimisero insieme. Ce l&#8217;ha soprattutto con lei, che tiene accanto a sé il suo lui con un misto di ricatti e suplliche, e che ora &#8220;è molto curiosa della vita degli altri perché questo è il suo modo di risollevarsi dal disastro della propria vita&#8221;.</p>
<p>Viene il sospetto che stia parlando di sé, di una sua storia d&#8217;amore, e che un briciolo di pudore <em>in extremis</em> gli abbia suggerito di appiopparla a terzi, ma non vorremmo incorrere nelle ire del motto dell&#8217;ordine della giarrettiera, per cui ci fidiamo. Sia come sia, il Bertoli riflette sulle difficoltà dell&#8217;amore, si spinge fin sull&#8217;orlo dell&#8217;aforisma, butta giù un &#8220;la coppia è il luogo della vita sottratta&#8221; e torna a casa. Adesso usa la seconda persona, si rivolge direttamente al lettore, e scrive: &#8220;arrivi davanti alla porta di casa e scoppi a ridere pensando all&#8217;idiozia della tua trovata, all&#8217;idiozia di ogni definizione&#8221;. E ancora, ricorrendo alla paremiologia: &#8220;Una risata vi seppellirà: questo buono e vecchio adagio ti torna alla mente. Borges non rideva mai&#8221;.</p>
<p>E a questo punto è il lettore che ride. Come &#8220;Borges non rideva mai&#8221;? Quello è il <em>cliché</em> nato dalla caricatura dell&#8217;argentino diffusa da <strong>Eco</strong> ne <strong>Il nome della rosa</strong>, nella figura del torvo <strong>Jorge da Burgos</strong>. Al contrario, rideva spessissimo. Nelle conversazioni che ebbi con lui – a <strong>Venezia</strong>, <strong>Roma</strong>, <strong>Milano</strong> e <strong>Senago</strong> – ricordo un Borges allegro, gioviale; forse perché si godeva quel successo tardivo e inatteso che, per strane ragioni, considerava immeritato; o forse per timidezza, perché non amava mostrarsi triste e malinconico in presenza di estranei.</p>
<p>Perfino l&#8217;ironia del destino lo aveva sempre affascinato, sia nella buona che nella cattiva sorte. Nel &#8220;<strong>Poema de los dones</strong>&#8221; tratto da <strong>El Hacedor</strong>, parlando della sua cecità, che sopraggiunse contemporaneamente all&#8217;incarico di direttore della Biblioteca Nazionale di <strong>Buenos Aires</strong>, Borges intima che &#8220;nessuno umili a lacrima o a rimbrotto/ la dichiarazione della maestria/ di Dio, che con magnifica ironia/ mi dette insieme i libri e la notte&#8221;. La verità è che era tutto fuorché il tipico intellettuale mutrioso. Per lui la letteratura era un gioco. Un gioco pedante forse, ma pur sempre un gioco. E il ritratto fotografico che lo rappresenta meglio, a mio parere, è proprio quello fattogli da <strong>Scianna</strong> al Grand Hotel Villa Igiea di <strong>Palermo</strong> nel 1983, in cui Borges ride in un modo quasi contagioso.</p>
<p>Siamo alle ultime righe, il <strong>Bertoli</strong> prepara la chiusa ad effetto, si avverte che ama la prosa caudata. Ma nel frattempo continua a ridere; ride talmente tanto che sembra il gatto del Cheshire. Non c&#8217;è più Borges, letteratura, argomentazioni logiche, senso. Solo un sorriso inquietante e ineffabile.<br />
&#8220;Allora ridi ancora. Ridi ancora più forte. Ridi dei libri, dell&#8217;arte, della vita e della letteratura. Ridi del mondo e di te stesso. Ridi della tua spada, della tua mania di poesia. Ridi della gente che conosci, dell&#8217;amore e della morte. Ridi di Borges, di Rimbaud, di Majakowski [sic], di Dylan Thomas, di Dino Campana. Ridi di Caravaggio e dei poeti. Ridi della vita. Ridi. Ma ridi solo per non piangere&#8221;.<br />
E&#8217; proprio vero, a volte si ride solo per non piangere.</p>
<p>____________________________________________</p>
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		<title>Coetzee e le euforiche esequie del reading</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Oct 2004 00:42:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
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<p>Che avesse ragione <strong>Pontiggia</strong>, quando sosteneva che i <em>reading</em> letterari sono delle <em>euforiche esequie</em> sulle cui poltrone <em>educatamente s&#8217;attedia/ il pubblico di gente intelligente/ più della media</em> (<strong>G. Giudici</strong>)?<br />
<br />
A <strong>Mantova</strong>, la star indiscussa di quest&#8217;ultima edizione da record del festival della letteratura, che vanterà alla fine più di 50.000 visitatori, è il sudafricano <strong>John Maxwell Coetzee</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/10/05/coetzee-e-le-euforiche-esequie-del-reading/">Coetzee e le euforiche esequie del reading</a></p>
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<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/coetzee.jpg" alt="coetzee.jpg" align="left" border="0" height="98" hspace="4" vspace="2" width="75" /></p>
<p>Che avesse ragione <strong>Pontiggia</strong>, quando sosteneva che i <em>reading</em> letterari sono delle <em>euforiche esequie</em> sulle cui poltrone <em>educatamente s&#8217;attedia/ il pubblico di gente intelligente/ più della media</em> (<strong>G. Giudici</strong>)?<br />
<span id="more-598"></span><br />
A <strong>Mantova</strong>, la star indiscussa di quest&#8217;ultima edizione da record del festival della letteratura, che vanterà alla fine più di 50.000 visitatori, è il sudafricano <strong>John Maxwell Coetzee</strong>.  E non solo perché è il più recente premio Nobel per la letteratura,ma anche per la sua proverbiale riservatezza, che trasforma la sua presenza qui in una sorta di epifania. L&#8217;ampio spazio erboso del <strong>Cortile della Cavallerizza</strong> è gremito da diverse centinaia di lettori appassionati, e quasi altrettanti sono gli esclusi che non potranno assistere all&#8217;evento perché privi di prenotazione.</p>
<p><strong>Coetzee</strong> si presenta all&#8217;appuntamento con barba e camicia bianche scortato da <strong>Paola Splendore</strong>, che insegna letteratura inglese alla università di Roma con particolare riguardo ai paesi anglofoni e postcoloniali (<strong>Sudafrica</strong>, <strong>India</strong>, <strong>Australia</strong>). Dopo un rapido intervento introduttivo della docente, Coetzee legge un suo racconto intitolato <strong>As a woman grows older</strong>, comparso tempo fa sulla <strong>New York Review of Books</strong> e ancora inedito in Italia. E&#8217; chiaramente ispirato al suo ultimo libro, <strong>Elizabeth Costello</strong> (edito da <strong>Einaudi</strong>), e di questo riproduce lo schema del viaggio all&#8217;estero e della lezione di un&#8217;anziana scrittrice in compagnia dei figli.</p>
<p>Complice il fatto che la narrazione è un po&#8217; lunga, che la lettura è salmodiante e monocorde, che la lingua non è la nostra e pure che i <em>reading</em> letterari – seppur tenuti da un romanziere di questo calibro – ispirano spesso un tedio letale, dopo poco tempo mi accorgo che una parte del pubblico non nasconde segni di insofferenza; e i miei vicini, una coppia sui vent&#8217;anni, all&#8217;inizio frementi ed ammirati, ora cominciano a distrarsi bisbigliando fittamente.</p>
<p>Verrebbe da pensare che la logorrea non sia solo una semplice forma di maleducazione, seppur molesta e diffusa, ma denunci l&#8217;incapacità di accettare il silenzio e l&#8217;inattività, una specie di <em>horror vacui</em> di se stessi; quando in quel preciso istante <strong>Coetzee</strong> legge un brano in cui la protagonista del racconto confida al figlio che uno dei tipici sintomi della senilità è la propensione a <strong>deplorare</strong>, l&#8217;attitudine a lamentarsi di continuo per come vanno le cose al mondo; e i motivi del suo biasimo concernono proprio le cattive abitudini, come quella di conversare ad alta voce disturbando chi ti sta accanto.</p>
<p>Che le mie querimonie inespresse siano un segnale inquietante di invecchiamento o meno, resta che l&#8217;atteggiamento del pubblico conferma la validità della massima di <strong>Camillo Sbarbaro</strong>, secondo cui l&#8217;umanità si difende dal genio negandolo e se ne sbarazza riconoscendolo. Apparentemente fa la coda per loro, li venera e li blandisce, ma con l&#8217;intento non dichiarato e forse inconsapevole di disinnescarli, di adoperarli come paradigmi rassicuranti e consolatori, un pezzo del rosario di citazioni colte da sfoderare al momento giusto; facendoli così diventare i suoi cani da compagnia. E i cani, nei romanzi di Coetzee (vedi il randagio del finale di <strong>Vergogna</strong>), non fanno quasi mai una bella fine.</p>
<p>Forse è questa la ragione della sua piega amara della bocca, come di chi pensa che la vita abbia un cattivo odore; ma quella mutria non esprime la tipica alterigia dell&#8217;intellettuale snob, solo una comprensibile diffidenza verso quella folla di estimatori adoranti. In <strong>Elizabeth Costello</strong>, il romanzo più impudico ed autoreferenziale di uno scrittore per altri versi schivo e riservatissimo, il personaggio principale è una vecchia e famosa scrittrice australiana che gira il mondo tenendo conferenze sulla letteratura; e nella prima di queste paragona i suoi ammiratori a dei pesci rossi, all&#8217;apparenza innocui e simpatici, ma che presto si rivelano desiderosi di spartirsi le spoglie della balena agonizzante, di portarsi a casa un suo minuscolo brandello di carne come souvenir.</p>
<p>Sempre nello stesso libro l&#8217;autore, per bocca della Costello, cita una scena del film <strong>Frances</strong>, quella in cui <strong>Jessica Lange</strong> interpreta il ruolo di una diva hollywoodiana che, per un esaurimento nervoso, finisce in una corsia di manicomio. Qui, intontita dagli psicofarmaci, legata al letto e lobotomizzata, viene stuprata a turno dagli stessi infermieri che dovrebbero prendersi cura di lei; e uno di questi, accingendosi a violentarla, esclama &#8220;<strong>voglio proprio scoparmi una star del cinema!</strong>&#8221; In quella voce la Costello avverte chiaramente &#8220;<strong>l&#8217;orrido rovescio dell&#8217;idolatria: il risentimento omicida</strong>&#8220;.</p>
<p>Al termine della lettura, molti si dispongono pazientemente in fila per l&#8217;autografo di rito; che è pur sempre una forma garbata di possessione. L&#8217;anziano cetaceo accenna un sorriso stentato, firma e saluta i suoi educati pesci rossi; in fondo è a loro che deve il suo successo. Durante il <em>reading</em>, la voce di Coetzee s&#8217;imponeva una cadenza che non tradisse esitazioni, ma il tono flebile ne denunciava l&#8217;artificiosità, come di chi stesse recitando una parte che non gli appartiene e non vedesse l&#8217;ora di porre fine a quell&#8217;imbarazzo. A volte, la verità di un uomo può seguire percorsi sghembi, rivelarsi attraverso dettagli marginali, eludendo i criteri e gli schemi più ovvii.<strong>Daniel Pennac</strong>, in un brano di <strong>Ecco la storia</strong>, commentando il film <strong>Il grande dittatore</strong> di <strong>Chaplin</strong>, scrive che questi, parodiando <strong>Hitler</strong>, &#8220;non parla tedesco, ma ne imita il suono, il tono di voce, mettendo le parole ai ferri corti, il tono che è l&#8217;unica verità del discorso, l&#8217;esatto rumore che ha l&#8217;intenzione di un uomo&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/10/05/coetzee-e-le-euforiche-esequie-del-reading/">Coetzee e le euforiche esequie del reading</a></p>
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