<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>sicilia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/sicilia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 09 Apr 2026 14:23:14 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Anna Voltaggio &#8211; La santa degli altri</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/11/anna-voltaggio-la-santa-degli-altri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Voltaggio]]></category>
		<category><![CDATA[neri pozza]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[santa rita]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119277</guid>

					<description><![CDATA[Primo capitolo dal nuovo romanzo di Anna Voltaggio "La santa degli altri" (Neri Pozza, marzo 2026)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anna Voltaggio</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-119391 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-181x300.jpg" alt="" width="255" height="422" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-181x300.jpg 181w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-253x420.jpg 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-150x249.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-300x498.jpg 300w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></p>
<p style="text-align: center;">Primo capitolo de</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La Santa degli Altri</strong></p>
<p style="text-align: center;">di Anna Voltaggio</p>
<p>Nica mi ha lasciato, e per due settimane non me ne sono accorto. Un giorno mi ha fatto trovare un biglietto nella nostra stanza. L’ha scritto sulla carta di un cioccolatino,lo ha mangiato e poi ha scritto: Sapevamo entrambi che il trop po è per poco.<br />
Io mi sono messo seduto, dal lato in cui si sdraiava lei, e ho cercato di ricordare cosa fosse successo nelle ventiquattro ore precedenti, alle volte sono distratto.<br />
Anche a considerare dettagli senza importanza, non c’era niente che anticipasse una decisione così drastica, non trovavo segnali che facessero sospettare che quella sera avrei aperto la porta e trovato il suo passaggio e la sua fuga.<br />
Aveva anche quantificato il nostro tempo. Era stato davvero «poco»?<br />
Non avevo mai ragionato su quanto potesse durare la nostra relazione, come non ragiono su quanto possa durare la mia vita. Le cose finiscono, si sa, non ha senso starci a pensare.<br />
Di tanto in tanto era stato argomento delle nostre conversazioni, perché invece Nica, su questa cosa del tempo, ci ragionava eccome.<br />
Aveva ordinato un chinotto con ghiaccio e limone, al chiosco improvvisato sulla stradina sterrata davanti agli scogli. Il tavolo in alluminio era ricoperto di salsedine e avevo l’impressione che l’ombrellone dell’Algida sopra di noi creasse l’unico quadrato d’ombra di tutta la Sicilia.<br />
«Per quanto mi sforzi, non riesco a vederci nel futuro» disse all’improvviso, incastrando il bicchiere ghiacciato tra le cosce nude.<br />
«Da quand’è che cerchi di vedere il nostro futuro? Io non ci penso mai».<br />
«Ah, ecco. Sarà per questo che non lo vedo».<br />
«Sei di cattivo umore?»<br />
«No, affatto».<br />
«Non si direbbe».<br />
«Ti comporti come se ti avessi chiesto qualcosa…»<br />
«Ho solo sottolineato che non ci penso».<br />
«Ho detto che non riesco a immaginarci. È ridicola la tua reazione».<br />
«Va bene. Non mi va di litigare con trenta gradi».<br />
«Ti piace così tanto assumere questa posa?»<br />
«Di che stai parlando? Tu pensi troppo, diventi intrattabile quando pensi troppo».<br />
«Secondo te dove arriveremo?»<br />
«Suppongo che arriveremo fino alla fine».<br />
«Dunque, abbiamo una fine».<br />
«Non fare la bambina, anche l’amore eterno ha un tempo finito».<br />
«Noi bambine crediamo ai miracoli e all’amore infinito. Voi bambini fate la guerra, fate finire le cose».<br />
«Ce la stiamo vivendo, Nica. Quando finisce, finisce».<br />
«La stiamo vivendo a tentoni come un cieco».<br />
«A essere onesti, è l’unico modo».<br />
Si alzò e rimase in piedi davanti al tavolo, come fanno i ragazzini impazienti di fare qualcosa di meglio. L’uomo del chiosco si avvicinò presentandomi lo scontrino con aria vagamente solidale. Nica era generosa. Generosa nel senso che mi faceva continuamente regali, piccoli o costosi, nei limiti dei suoi guadagni, eppure non pagava mai. Mai al bar,<br />
né al ristorante, né al cinema. Non faceva neanche il gesto e non mi ringraziava dopo che le porgevo il suo biglietto o ci presentavano il conto che ormai avevo preso l’abitudine di afferrare. C’era qualcosa di lieve in quella sua indifferenza, che m’inteneriva, perché<br />
per tutto il resto voleva controllo, come se potesse calcolare ogni variabile della vita senza farsi mai trovare impreparata.<br />
Queste cose posso dirle adesso, che passo i miei giorni incollando pezzetti di lei come se fosse un puzzle di cui cerco di costruire il disegno.<br />
L’unica ragione che quella mattina l’aveva trattenuta dall’impulso di andarsene era che stavamo con la mia macchina a nove chilometri dalla città. Sentivo distintamente il suo senso di repulsione per la mia ragionevolezza, e di quelle sue reazioni ero esausto ma<br />
anche appagato.<br />
A ripensarci adesso che non c’è più, mi viene il dubbio che con quella frase improvvisa, Non riesco a vederci nel futuro, volesse lasciarmi intendere qualcosa di più profondo che però fatico ad afferrare. Ma forse sto soltanto manipolando la verità di un fatto molto<br />
più semplice, forse sto soltanto rimuginando troppo. Da quando se n’è andata non faccio che vivisezionare il tempo per trovare il punto esatto che mi sono perso, quello in cui ha deciso di sparire, e inizio a credere che, più mi ostino a cercare lei, più perdo me stesso.<br />
Sulla via del ritorno, il caldo opprimente combinato alla conversazione ci aveva reso tristi e non parlammo più. Misi in moto senza allacciare la cintura e dopo pochi secondi l’avviso acustico di sicurezza azionò i suoi bip striduli, sempre più ravvicinati, che ostentavo<br />
di ignorare fissando la strada. Sentivo il suo sguardo addosso, una furia muta che riempiva tutto l’abitacolo. In uno scatto improvviso e rapido, come qualcosa che cade dall’alto, Nica sbatté con una violenza selvaggia entrambe le mani sul cruscotto, facendomi saltare in aria. Allacciai la cintura e accesi la radio, senza dirle una parola. Dopo un paio di chilometri partì un brano dei Clash con un ritmo irresistibile che mi spinse a tamburellare con le dita sul volante, e Nica spense la radio.<br />
La sua irritazione provocava la mia, in una spirale che si alimentava in sé stessa. Il sale mi bruciava addosso e m’infiammava la pelle, sentivo prudere dappertutto, ma non osavo grattarmi. La macchina intanto scivolava sul viale ombroso della Favorita e ci riportava verso la città.<br />
Da quando mi ero trasferito a Palermo, fantasticavo di prendere una villetta sotto le Grotte dell’Addaura. L’idea di vivere in una casa tra il mare e le montagne mi dava la convinzione che avrei potuto combinare qualcosa di buono e smettere di scrivere i sottotitoli dei film, che presto sarebbero stati tradotti da un’intelligenza artificiale velocissima ed efficiente,<br />
in grado di cogliere sfumature di linguaggio apprese in dodici minuti.<br />
Quando ho conosciuto Nica, devo ammettere, ero in quel momento fragile della vita in cui non è chiaro se il futuro che deve arrivare è ancora quel genere di futuro che cambia le cose o se invece è soltanto il tempo che resta. In questi momenti, in modo del tutto paradossale, le illusioni generano sicurezza.<br />
Per non lasciarmi sopraffare da certe inquietudini, comunque, mi limitavo ad allontanarle, considerando fatti che non avevano a che fare soltanto con me stesso, ma con me in relazione al mondo. Mi concentravo sull’insieme e mai sul dettaglio.<br />
Quando si affacciano domande scomode è bene spostare l’attenzione su cose di maggiore importanza, che rendono insignificanti le nostre piccole miserie. I Paesi in guerra, l’oscenità mediatica, la paura del vuoto, gli squilibri economici, le solitudini, il disincanto del mondo.<br />
Mi chiese di lasciarla al negozio della sua amica Teresa e quando fermai la macchina, prima di aprire lo sportello mi guardò con un ghigno.<br />
«E allora? Come andrà a finire tra me e te, visto che tutto finisce?»<br />
«Come vuoi che vada a finire?»<br />
«Come se fosse stato un sogno» disse.<br />
Quella frase mi sembrò naïf, ma piena d’amore. Ricordo di aver sentito qualcosa di profondo salire in superficie e poi espandersi. Avrei voluto abbracciarla, ma invece non feci niente. Lasciai le braccia tese sul volante e la macchina in moto.<br />
Nica allora scese spingendo indietro lo sportello con una certa forza e per due giorni non si fece più sentire.<br />
Comunque sia, anche a saperle, tutte queste cose, si va avanti lo stesso, e il futuro, quando ci sono di mezzo i sentimenti, sembra che non debba arrivare mai. Dopo quei giorni di assenza, infatti, abbiamo ricominciato a vederci come se quella giornata non<br />
avesse avuto nessun senso. Nessun significato. Siamo abituati a immaginare il futuro convinti che saremo come siamo nel momento in cui lo stiamo pensando. Come se non dovessimo mutare, come se, nel frattempo, le cose della vita non dovessero succedere. È stupefacente come siamo ostinati a rifiutare la morte.<br />
Ultimamente mi chiedo come avrei dovuto risponderle quel giorno in macchina e se avrebbe fatto una qualche differenza. Come volevo che andasse a finire?<br />
Ognuno ha le sue idee sul modo di finire le cose. Che Nica sparisse così, come in un gioco di magia, non mi sembrava il modo migliore, ma avrei preferito una cena al ristorante o una lettera? Avrei preferito lasciarla io. Ecco cosa avrei dovuto rispondere. Per quanto doloroso possa essere, scegliere di allontanarsi da qualcuno contiene l’idea di avere<br />
accettato una rinuncia, e non è roba da poco.<br />
Succede sempre tutto in primavera. Adesso che è luglio, non succede più niente, l’estate addormenta le cose.<br />
Sono andato al negozio della sua amica Teresa, ieri, ho fatto avanti e indietro davanti alla vetrina decorata di piccole luci gialle e gigantografie di modelle dall’ovale rassicurante, ho guardato le clienti circondate dalla carta da parati a fiori, le ceste di shampoo e gli scaffali con le creme azione d’urto. Sembrava che lì dentro le persone si muovessero più lentamente, come se l’aria fosse soffice e asciutta mentre fuori, dove ero confinato io, traboccava di umidità. Avevo l’impressione che la porta di vetro del negozio fosse l’accesso di un mondo che mi veniva precluso. Ho osservato per un po’ le mani di Teresa che si davano da fare sopra la testa della donna seduta, che le sorrideva attraverso lo specchio mentre lei ricambiava con indulgenza, districando pazientemente la massa di capelli ruvidi e ispidi. I suoi, al contrario, sembravano una decorazione, ricci stretti e lunghi che occupavano molto spazio intorno a lei. Ne ha raccolto un paio di ciocche appuntandole con qualcosa, sono così neri che il sole che filtrava dal vetro li faceva luccicare.<br />
Non so quasi niente di lei, se non che con Nica si conoscono dai tempi della scuola e che è orfana. Quella parruccheria del borgo l’ha ereditata dalla zia perché ci lavora dentro da quando è una ragazzina, e le sorelle, per questa ragione, dell’eredità adesso non<br />
le parlano più.<br />
Le amiche di Nica mi hanno sempre messo uno strano timore addosso. Ogni tanto mi parlava di loro e me le figuravo come amazzoni sempre pronte a colpire, ma Teresa più di tutte, e adesso che la vedo per la prima volta mi sembra di riconoscere la bellezza severa che avevo immaginato.<br />
Se fossi entrato a chiederle dove fosse finita la sua amica non mi avrebbe risposto; nel migliore dei casi mi avrebbe guardato con compatimento, nel peggiore mi avrebbe chiesto di andarmene, senza riconoscermi, guardandomi come un estraneo, un nemico, un infiltrato.<br />
Alla fine, ho passeggiato avanti e indietro senza fare niente, ripensando alla stanza più vuota che avessi mai visto, quella senza di lei.<br />
La sera in cui Nica è sparita era il 22 maggio. È una coincidenza, perché il 22 maggio è la festa di santa Rita. Mi chiedo se l’abbia scelto apposta, perché anche questo era un tema ricorrente nelle nostre conversazioni, e il giorno del nostro primo incontro, senza che le avessi chiesto un bel niente, mi si era seduta accanto e aveva cominciato a parlare di santa Rita. Ci siamo conosciuti a un funerale. Questo particolare grottesco avrebbe dovuto prepararmi, anziché divertirmi. Era morta Mimì Puglisi, proprietaria della libreria Le Volte, che frequentavo abitualmente da quando mi ero trasferito, una di quelle librerie che<br />
sembrano il salotto di casa, con un divanetto a due posti tappezzato in velluto verde oliva e un vecchio pianoforte addossato al muro dove, sopra, era appesa una bella stampa incorniciata con un disegno di Dino Buzzati. Ero fuori dalla chiesa perché volevo prendermi<br />
una pausa da quella messa lunga e faticosa, dal prete che parlava con tono cantilenante citando passi del Vangelo secondo Matteo, e non so perché fosse uscita anche lei, ma in quel momento pensai che fosse per la stessa ragione.<br />
«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».<br />
«Beati voi» mi era suonato ironico.<br />
Il prete pronunciava frasi brevi con un tono che invitava a completarle, e infatti tutti, in coro, finivano le frasi dietro di lui. Parole sempre uguali ritornavano fino a svuotarsi di significato, come un rituale ipnotico in cui non si chiede a nessuno di comprenderne il<br />
senso.<br />
Io non sono stato educato a frequentare le chiese da fedele, neanche da simpatizzante. Le ho sempre conosciute vuote e stratificate, perché entrambi i miei genitori erano architetti e mi raccontavano le piante a croce, il transetto e l’abside, ma nessuna storia che riguardasse i misteri o le leggende. Non sono neanche abituato a vedere le chiese piene di persone, né preti che dicono messa. Mio padre aveva deciso che non era il caso che facessi il catechismo come il resto dei miei amici e nel 1987 ero l’unico bambino della<br />
scuola, forse di tutta Pavia, a essere esonerato dall’ora di religione.<br />
A un certo punto della messa mi ero isolato e avevo perso il significato di tutte le parole, non pensavo più neanche a Mimì Puglisi. Ero abbandonato a un flusso di pensieri vaghi sulla colpa e il desiderio, e di tanto in tanto tiravo fuori il cellulare dalla tasca per lasciarmi<br />
distrarre dall’algoritmo e accertarmi che fosse ancora carico, anche se sapevo che lo era.<br />
L’odore intenso della chiesa mi aveva messo addosso un fastidioso senso di disagio ed ero uscito. Seduto su un gradino defilato, davanti a un vecchio portone di cui si intuiva il verde della pittura ormai scrostata, mi accesi una sigaretta nel mezzo del mercato chiuso e muto. Nica si avvicinò e venne a sedersi accanto a me come se fosse normale. Indossava pantaloni stretti e un maglione che sembrava fatto a mano, con le maniche troppo lunghe che lasciavano appena scoperte le dita affusolate. Era un maglione nero con<br />
due grandi narcisi azzurro polvere che sparivano dietro i fianchi; sopra portava un trench lungo fino alle caviglie che svolazzava appena mentre avanzava verso di me con i suoi stivaletti di pelle sottile. Era una figura elegante e determinata, con la vita stretta e il ventre incavato. Dalle mie parti non è abitudine sedersi accanto a un estraneo, per di più per condividere una cosa tanto intima come il fumo di una sigaretta. Mi chiese da accendere con un tono molto serio, ma d’altra parte eravamo a un funerale. Fissai la sua<br />
giacca leggera e scura che strisciava a terra.<br />
«Hai visto il santuario di Santa Rita?» disse mentre avvicinava la sigaretta incastrata tra le labbra alla fiamma.<br />
«No» risposi sorpreso.<br />
«Eri dentro la chiesa, però».<br />
«Mi sono fermato nelle ultime file».<br />
«È alla sinistra della navata, nel cortile del convento. È molto potente».<br />
«Non sono religioso» mi affrettai a dire con un’aria di superiorità. «Conosco giusto i fondamentali».<br />
«Sei milanese». Inclinò a destra la testa sorridendo, come se esserlo fosse stupido.<br />
«Pavia. Ma l’ho lasciata presto e sono stato un po’ qui e un po’ lì. Adesso vivo a Palermo da quasi tre anni».<br />
«Molte donne sono devote a santa Rita in questa città, cercano aiuto e lo chiedono, sentono una connessione forte».<br />
«Santa femminista…»<br />
Fece una risatina per compiacermi.<br />
«D’altra parte sei un uomo» disse.<br />
«È un insulto? Non sono un fan del patriarcato».<br />
«È un fatto con i suoi limiti; gli uomini non possono sapere queste cose, non fanno parte della loro storia. Voglio dire… a Palermo le donne dovevano farsi furbe per sopravvivere, cercare alleanze. Meglio se con una santa».<br />
Mi era parso che s’illuminasse, mentre parlava, quel tipo di luce che trafigge da dentro, che rivela un fuoco.<br />
Fece un lungo tiro dalla sigaretta e il fumo uscì così denso e azzurro che ebbi l’impressione di guardarla attraverso la nebbia.<br />
«Quando ero piccola mia nonna mi raccontava la sua storia per farmi addormentare. La conosci la storia di santa Rita? Ma più ancora dei miracoli, mi piaceva sentire le richieste che le venivano fatte, mi sembrava di entrare nelle vite degli altri».<br />
Parlava senza prendere fiato, come se avesse fretta di dirmi tutte quelle cose che ascoltavo senza capire.<br />
«Speravo sempre in un lieto fine» disse, «che il miracolo si compisse, che i desideri venissero esauditi.<br />
Anche io cercavo di fare miracoli. Una volta ho resuscitato Lola, la mia gatta, quando è caduta dal terzo piano. Ma non sono riuscita a resuscitare mia nonna».<br />
Questa volta risi io. Timidamente. E lei mi guardava e mi sembrava contenta.<br />
«Ho l’impressione che si raccontino volentieri le grazie ricevute e ci si dimentichi di quelle inascoltate. Io preferisco non credere ai miracoli».<br />
E quando dissi così lei si rifece seria all’improvviso.<br />
«Forse non hai mai sofferto» disse.<br />
«Non saprei».<br />
«Per dolori profondi sono necessarie difese forti».<br />
Non ero affatto sicuro di seguire il filo del suo discorso ma non volevo che smettesse di parlare, stavo scivolando dal mondo reale a quello delle possibilità, e il desiderio che nasceva bruscamente per lei mi dava una vertigine.<br />
«Era di Cascia, niente di più lontano da un’isola. Ma a Palermo le donne sognavano cose impossibili, soluzioni a vite disperate».<br />
«E tu preghi per i tuoi sogni impossibili?»<br />
«Sì, una specie».<br />
Lo disse con dolcezza e poi fece un sorriso incredibile che per un momento sembrò dissolvere tutta la tristezza del mondo.<br />
Mi rendevo conto di guardarla come un innamorato pazzo. Le fissavo il collo nudo e gli occhi screziati di arancione, contornati di nero. In certi istanti sembrava una fata o una sirena; qualcosa di soprannaturale, ma provai a non darci peso. Si sarebbe alzata e<br />
non l’avrei vista più, pensavo, come succede con le fantasie.<br />
Non ricordo bene il resto della conversazione ma, improvvisamente, senza tanti giri di parole, le chiesi il numero di telefono e lei mi illuminò con un’occhiata rapida e chiara.<br />
Tirò fuori dalla tasca della giacca una penna con l’inchiostro liquido rosso e lo scrisse sulla mia mano, insieme al suo nome. Nica. Senza fare nessun sorriso e senza chiedermi perché. Io dissi ad alta voce il mio nome, Tommaso, lasciandolo appeso nell’aria, poi rimanemmo qualche minuto uno accanto all’altra senza dire altro, con le cicche delle sigarette spente nelle mani.<br />
«Perché sei a questo funerale?» mi chiese, alla fine.<br />
«Era la mia libraia. Ho passato molte ore a parlare con lei, mi ero affezionato a quel suo modo polemico e tenero che aveva di guardare il mondo. Ogni tanto mi chiedeva di tradurre certe schede che presentavano i libri da ordinare, erano per la sua socia francese,<br />
aveva anche una libreria italiana a Parigi. Ma forse lo sai» dissi distrattamente, rivedendo per un momento il viso di Mimì che rideva.<br />
«Sei un traduttore?»<br />
Annuii e subito dopo, come preso da uno strano pudore, mi corressi.<br />
«Una specie: scrivo i sottotitoli dei film, finché i robot non lo faranno al posto mio». (Ma non aggiunsi che nei mesi peggiori traducevo anche i bugiardini delle medicine e le istruzioni per ogni genere di elettrodomestico).<br />
«Bello» disse, con un’indifferenza sincera.<br />
«Mimì Puglisi invece stava scrivendo un libro, chissà se è riuscita a finirlo. Diceva che me lo avrebbe fatto leggere. Era appassionata di piante, un giorno mi ha regalato dei bulbi di amaranto, ma ho dimenticato di piantarli».<br />
«E di che parlava? Il libro, dico».<br />
«Non lo so. Qualche tempo dopo ho saputo che si era ammalata e non l’ho vista più in libreria. Mi è dispiaciuto».<br />
«Già».<br />
«Tu la conoscevi bene?»<br />
«Anche io ho passato molte ore a parlare con lei».<br />
Poi era andata via e alla fine della funzione l’avevo cercata tra i capannelli di persone che indugiavano sulla strada. Guardandomi intorno chiesi di lei a uno sconosciuto con la barba che fumava la pipa e che aveva gli occhi lucidi di chi ha trattenuto il pianto.<br />
«È andata al cimitero, per la sepoltura» disse quell’uomo. «È la figlia».<br />
La notizia e il caldo, quella notte, non mi avevano fatto dormire.</p>
<hr />
<p><strong>Anna Voltaggio</strong> è nata a Palermo. Vive a Roma e lavora nel settore culturale. Ha esordito con La nostalgia che avremo di noi, pubblicato da Neri Pozza nel 2023.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Primo capitolo del romanzo Chianafera (NN Edizioni, 2026)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/07/nuovo-romanzo-orazio-labbate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[butera]]></category>
		<category><![CDATA[dio]]></category>
		<category><![CDATA[gotico siciliano]]></category>
		<category><![CDATA[miniera]]></category>
		<category><![CDATA[nosocomio]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[zolfatare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118103</guid>

					<description><![CDATA[Estratto dal nuovo romanzo di Orazio Labbate (Chianafera, NN Editore).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Orazio Labbate</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-118583 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-191x300.jpg" alt="" width="237" height="372" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-652x1024.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-768x1206.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-978x1536.jpg 978w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-1304x2048.jpg 1304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-267x420.jpg 267w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-696x1093.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-1068x1678.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-scaled.jpg 1630w" sizes="(max-width: 237px) 100vw, 237px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>La fuga necessaria</strong></p>
<p style="text-align: left;">Non conosco il moto. I miei muscoli sviluppano, da ormai decenni, la forza paziente della lenta pioggia. Non posso ancora incamminarmi, infuocato, sull’unico sentiero di arenaria, giallo sciatto e lordo, fuori di qui. È annerito dalla pioggia, compatto come spaghetti incollati da più sputazzate di bambini. Collosi e nodosi, piccolini, gli scaracchi.<br />
Vedo, dassùtta, alcuni lampi, pochi altri subito dopo, gemelli insicuri, dentro le nuvole sconvolte, senza la madre a sistemarli. Nessuno può sapere della natura scombussolata di Dio.<br />
I lampi sono cuori di polvere e di agavi abbrustolite, dentro la materia screpolata delle nuvole. Esse sono disposte come tumultuosi cancelli rossi nei campi del cielo, al di là della linea barcollante del mare fasullo che è l’atmosfera. Poi i lampi, nella mia stanza, penetrano e diventano ceneri sottratte al rogo dell’aria. Finiscono per aggirarsi nei miei occhi. Mi fanno vedere l’inflessibile paranoia della mia penombra. Oltre l’unica finestrella c’è l’immenso patrimonio del buio della campagna attorno a Riesi. Intravedo l’impassibilità paralitica degli uccelli notturni che rimangono mucciàti e impigliati, con la propria lingua, nei rami di carrubi scheggiati dalla rottura temporale di altri fulmini. Dio affretta i tempi e li affretterà, Signore dei tempi e delle occasioni, Messia per il quale il tempo preme e aggiunge una dimensione di urgenza anche agli uccelli e alla notte. L’ordine del tempo ne è rovesciato e mi interrogo per mezzo di presagi, i critici e i vastàsi dell’anima: ora che uscirò da qui, come entrerò nel disordine dell’oscurità degli uccelli? Finirò innanzi a un’antropomorfa bestia siciliana, ripiena di enigmi e di lingue accartocciate, pronta a interrompere il camminamento?<br />
Qui, nella stanza, di ora, di prima?, ho trascorso un presente detemporalizzato, una catastrofe che si è ripetuta col male supèrchiu. Oltremisura è accaduto tutto nello stesso<br />
tempo, come se tutte le cose fossero sigillate nell’ossario antico del mio santo.<br />
Ho accettato lo strano sacramento della dimenticanza, catalogato il mio inconscio come fosse l’animale imbalsamato di un museo a cui è ancora, sempre, negato di accedere all’esistenza. Ho acquistato, infine, un’intelligenza tacita nei ragionamenti. La capacità silenziosa di apprezzare le metamorfosi perverse e sdìsuneste di volontà estranee alla mia. Sono parole impiccate o appese di sogni. Le ho viste e sentite pronunciare nel cuore fitùsu dei muri. Le udirò ancora nella bocca mortificata di bellezza, impastata di tranelli, quella di chi forse è solito affogarsi di rebus per mestiere? Perché chi fa parte di altri mondi più complessi– una nevrotica sfinge, una disarticolata bestia seduta di paese? – ci confonde attraverso le sue irresolutezze, sempre a partire dalle nostre. E noi gliele risolviamo, per poi scivolare, sicuru, negli altri livelli della nostra psiche, fino a uccidere il prodigio finale affinché ci liberi dagli annebbiamenti della nostra ragione mortificata.<br />
Un giorno, una faccia di merlo, congestionata d’ira, faceva la conta simbolica sulle pareti. Con le vene lilla, simili a quelle sotto la lingua, componeva poi un màgnu pannello provvisto di una cassetta composta di cifre mobili e io giocavo, prudente, col suo meccanismo rotan­te. Sono penetrato nella malinconia dell’uccello quando sbagliavo la combinazione e non vedevo nessuna fenditura nel muro appena spariva nell’indescrivibile solitudine del capannone tenebroso che è il corridoio notturno del nosocomio.<br />
È stata una vera indecenza la sfacciata fulmineità della scomparsa delle figure le quali, rettilesche, scivolose come sporgenze labiali, sono sprofondate nella sozzura delirante<br />
della mia ragione.<br />
Sono ancora affaticato dai discorsi di tutti quei reperimenti prodigiosi, dal loro silenzio mai assoluto, dall’inguaribile delirio mondano accaduto tra le pance reiette della mia psiche. Eppure, c’è lo stesso tenace lavorio mentale nelle costellazioni – impìstate da Dio per i più –, che solo dopo eoni vomitano, cerebrali e faticose, appena un loro elemento incongruo è rigettato sulla terra per farsi reale.<br />
Che sia una stella, che sia una piccola peripezia notturna cancellata dall’improvviso illuminismo di Dio lungo il firmamento, non si mostra alcuna contenuta tenerezza nei<br />
confronti della deflagrazione di una tristezza stomachevole nell’invisibile.<br />
Capto proprio adesso degli smottamenti interiori, ma non per ulteriori metafisiche disumane da osservare, bensì a causa del mero benevolo statuto dell’ansia. Il mio spirito<br />
non è più la rappresentazione geometrica di un enigma. È imbevuto dell’ordine fatidico di una mappa sconosciuta che mostra, però, il paese presso cui recarmi e quello da cui sto scappando irrisolto.<br />
Getto una guardata.<br />
La pioggia disorienta gli uomini con le sue forzose tempeste di robustezza eretica. Riesi, distante, sembra accudita dagli alberi circolari, a mo’ di una morta fresca di assassinio nel cofano splendente di un’auto. La pianura dentro cui è incassata, composta di spighe ritirate<br />
e di rocce sbiadite (quelle sottoposte a vecchi incendi), ora riluce – di picca –, di grappoli di lampioni ingobbiti attorno alla robusta chiesa della Madonna della Catena.<br />
È svuotata di reliquie, non si intravedono i fedeli. Ispessendo gli occhi, frettolose e fumose stelle ornano i tetti di una colonna di case incomplete, in cemento, come fossero sbilenche antenne. Ci vivono, sicuru, dentro, giacché le luminarie della festa patronale mariana non sono ancora state espulse, mentre fumi di zolfo fuoriescono dalle stesse fratturate dalla pioggia. Le miniere Trubia, unna sono, mi chiedo. Non ricordo. Non le vedo in piazza Garibaldi, in centro. Non le ho mai viste? Nessuna cattedrale metallica di zolfatara serpeggia nella notte a confondere il firmamento con chissà quale cometa stràmma prima<br />
che essa capitomboli nella sua scomparsa per disgrazia atmosferica. Che siano state masticate a bocca aperta, le torri, vastase, delle miniere, dall’arsura di questa terra saturnina anche se fradicia? I paesani sono stati immersi nei sotterranei e i loro scheletri, in qualche misura integri, hanno fondato, venuti fuori precari di mente, il nosocomio, il loro?<br />
L’aria è vuota e gelatinosa. L’orrore e le paure incontrollabili della vita sono onnipresenti nei posti in cui risultano ubique. La redenzione che aspetto con avidità, al di là della strada, è prossima. Pirchì?<br />
Siamo mostri psichici che bramano con avidità la fuga, altresì, nella pericolosità eccentrica degli incubi. Le nostre conversazioni segrete, ogni profonda irritazione dolorosa, le malinconie incoscienti vengono fuori nelle ore notturne con un’agitazione confusa di parole. Ci sfondiamo l’anima e io conosco, da molto tempo, l’inframondo di questo divoramento.<br />
Scavo preghiere nel costato svuotato di Dio e ho ascoltato i canti del tintinnio delle costole fra di esse e non c’è stata carne santa che ha potuto frenare la melodia a me piacevole. L’ho gustata dal burrone di vertigine della mia stanza, quella d’ora o quella dopo?, mentre pervertito dall’anima rompevo per poco i sigilli scandalosi della tensione psicologica. Ho bevuto acqua con pillole sotto i deboli lumi della luna della camera, d’ora o dopo, ho sentito l’oscillazione catastrofica dello scirocco, la tragica interruzione del sole prima di stutàrsi dentro di me, l’accorciamento dei tempi di Dio per lasciare spazio al sole della malattia invece. Il tempo è stato ricolmo di queste sacche illuminanti, di una sconvolgente letteratura delle macerie.<br />
Quale sarà la tessitura del tempo nuovo, della sua sacca? So che questa fuga qualificherà la serietà del mio tempo successivo. L’ho ripetuto più volte nauseandomi, come se stessi andando in giostra dentro un ristretto loculo ospedaliero. Si è adagiato, il mio pensiero, nella paralisi fatale delle mie interiora animiche, è stato illuminato da una sorta di penosa luce d’emergenza come quella che usiamo allo stremo, rannicchiati, l’unica disponibile, per leggere i libri astrusi dai doppi sensi.<br />
Ho tentato di raffigurarmi i posti di coloro che mi hanno abbandonato, ho allontanato in me i problemi della messa in immagine del divino. Sono rimasto defraudato del mio nome, da non conoscerlo.<br />
Una bara, la mia Butera, l’unica, ritratta in una geometria imprevista che non vedo ancora bene, nel mio cuore doppio, che sto lasciando? Scacciato, da chi?<br />
È un corpo in miniatura, un corpuscolo, il paesino dove sono nato. Sarà il doppio del mio corpo vivente, d’ora in avanti? Il rivestimento definitivo del mio vuoto, la cui proprietà essenziale è stata l’assenza.<br />
Rinascono così gli uomini assurdi, indossando una bara, che è la città o meno, come se si vestisse, attorno all’involucro osseo del nostro corpo, un qualcosa di simile a una bandiera conquistata.</p>
<hr />
<p><strong>Orazio Labbate</strong> (1985) è nato e cresciuto a Butera, in Sicilia. Autore di romanzi e saggi, nel 2018 ha vinto il Premio Rocco Federico per la narrativa. Dal suo romanzo Lo Scuru è stato tratto il film omonimo. Dirige la collana “Interzona” di Polidoro e scrive come critico letterario per La Lettura.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Manomissione &#8211; il nuovo romanzo di Domenico Conoscenti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/27/domenico-conoscenti-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Sep 2025 05:01:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Conoscenti]]></category>
		<category><![CDATA[estate]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115450</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Domenico Conoscenti</b> <br />
Preso dai pensieri che mi pulsano per la testa, non mi sono accorto di essere arrivato sotto casa. Infilo la chiave nella toppa del portone. Faccio le scale di casa mia. Apro la porta di casa mia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-116038 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-196x300.jpg" alt="" width="251" height="384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-670x1024.jpg 670w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-768x1173.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-1005x1536.jpg 1005w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-150x229.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-300x458.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-696x1063.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-1068x1632.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-275x420.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore.jpg 1103w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em> Manomissione </em>(Il ramo e la foglia, 2025)</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Cap.  28° &#8211; In un dopopranzo d’estate, che estate non è </strong></p>
<p>Preso dai pensieri che mi pulsano per la testa, non mi sono accorto di essere arrivato sotto casa. Infilo la chiave nella toppa del portone. Faccio le scale di casa mia. Apro la porta di casa mia. Entro, richiudo e accendo le luci. Ma è davvero casa mia? È la mia, almeno dovrebbe, ma è come se non lo fosse veramente. Potrei mettermi a osservare questi spazi come una telecamera che scorre lenta, e cercare di ricordare se le cose presenti coincidano con quelle che la mia memoria ha conservato: posizione, forma, dimensioni, colore… Forse <em>Certuni</em> hanno creato una copia quasi esatta di casa per farmi confessare qualcosa che (ancora) non so o farmi impazzire perché invece, senza saperlo, so troppo. Oppure <em>Qualcosa</em> cerca di nascondere, sotto l’apparente continuità del reale, un cambiamento già in corso, in modo che io possa accorgermene solo quando non potrò più fare nulla per impedirlo e nemmeno fuggire, e a quel punto dovrà eliminarmi o inserirmi nell’ingranaggio creato per i suoi scopi malvagi. Quello però che penso in questo istante, in questa casa che dovrebbe essere casa mia, è che tutte le cose (intendo gli oggetti, le pareti, i mobili, la macchina da scrivere, il pavimento, il soffitto, le lampade e le sedie e le stoviglie e i libri e il letto e il divano e gli interruttori e insomma tutte le cose tutte) mi stanno osservando per vedere se è la stessa persona, lo stesso io, anziché un intruso, identico solo in apparenza, quello che è appena entrato.</p>
<p>Fa caldo, tanto per cambiare. Un’umidità greve ristagna per le stanze. Ho un subitaneo accenno di vertigine che però ritorna sui propri passi. Ogni tanto si ripresenta, con lo stesso andamento elastico, ma più a lungo e sempre più simile a un malessere vago e deciso allo stesso tempo. Sento affiorare alla pelle la pellicola di sudore. Socchiudo le finestre, mi butto supino sul letto.</p>
<p>Sdraiato, in mutande, chiudo gli occhi e sullo schermo interno delle palpebre proietto la figura di Gaetano. Gaetano d’estate, dopo pranzo, sdraiato in mutande sul letto, con gli occhi chiusi ma sveglio. Si accosta al mio fianco, poggio le labbra sul suo collo, le nostre mani percorrono i corpi che si vanno assestando in maniera che il mio onori la santa consuetudine delle sue terga&#8230; Immagini remote, distanti anni luce, come un filmino amatoriale sgranato, con macchie e qualche salto. Non è questo Gaetano a mancarmi. Perduta col tempo la sua santità, quella consuetudine si era trasformata in sequenze sempre più cupe dov’era evidente infine che quei due non erano più né io né lui, ma controfigure svogliate. Non è questo il Gaetano che mi manca. Non mi mancava negli ultimi anni, quando tutte le notti dormivamo ciascuno nella propria stanza. Mi manca l’intimità domestica e la condivisione delle consuetudini che so che non raggiungerò con nessun altro. Lui che cucina e lascia a me i piatti da lavare, lui che mi dice di sua madre che confonde sempre più i tempi e le persone, lui che ascolta e assorbe le mie insofferenze sul lavoro, che per un po’ mi fa compagnia sul divano mentre guardo un film e poi se ne va a leggere o a telefonare, che si muove per casa prendendo la biancheria da mettere in lavatrice o che sbriga le sue incombenze senza per forza parlare o ascoltare, che non vuole prendere le medicine che gli passo quando sta male, lui che mi fa leggere quello che va scrivendo… Gaetano che semplicemente c’è, c’è ed è con me, anche se non siamo insieme nello stesso posto e nello stesso momento e lui è nella sua stanza o in giro con un amico o è in un’altra città, c’è anche se non facciamo l’amore da tanto tempo e scambiamo frasi sul mondo di fuori ma non più su di noi, noi come persone distinte, noi come coppia e oramai i silenzi sono più profondi e complici e intensi di quello che ci diciamo sulle bollette che stanno per scadere o sui film da vedere o sui racconti letti, immaginati e da scrivere o sui figli, se mai avessimo potuto adottarne…</p>
<p>Sdraiato in mutande sul letto, con gli occhi chiusi ma sveglio, in un dopopranzo d’estate che estate non è, da qualche parte, in un nastro temporale differente Gaetano sta in questo momento aspettando che la mano dell’uomo accanto a lui si poggi sulla sua coscia e resti lì ferma, come un tempo la mia. Vuole accertarsi che il proprio desiderio coincida con quello dell’altro, un desiderio composito, di ombre mutevoli e non tutte condivise allo stesso modo o nello stesso momento, come è il desiderio fra due che si amano. Quell’uomo non sono io. E questo pensiero mi disturba, certo, ma è indolente, è fiacco l’impulso di avventarmi su quell’estraneo, di insultarlo, di scaraventarlo con violenza fuori e mettermi al suo posto accanto al mio Gaetano. Potrei accettare la possibilità di lui insieme a un altro, ma senza vedere quest’altro né conoscerlo meno che mai, se non, forse, a distanza. Potrei accettare perfino di sentirgliene parlare, ammesso che voglia farlo, purché Gaetano ritorni e ci sia, sia il mio compagno, mia madre, mio figlio, il mio ex, il mio complice e amico e consorte. Purché ci sia, anche quando non è in casa o in città o è con quell’altro, purché accetti di esserci nella vita che mi resta, che ci resta da vivere, come due maturi e poi vecchi coniugi o ex coniugi che sanno di potere contare solo su quel partner, perché senza di lui rimaniamo privi della nostra interezza anche se non facciamo più l’amore da tanto tempo né condividiamo più tante altre cose, perché quella è l’unica persona rimasta che ci conosce e ci ha amato e voluto bene e con la quale non è necessario discutere o stare a spiegare le fisime, i rimpianti, i malesseri, le rabbie, i dolori del corpo e gli altri più oscuri.</p>
<p>Sdraiato in mutande sul letto, con gli occhi chiusi ma sveglio, in un dopopranzo d’estate che estate non è ma è come se lo fosse, da qualche parte, in qualche dimensione irreale o reale, da solo o con un altro, se pensa a noi due, Gaetano continua a sentire intollerabile quel nostro rapporto di affetto smisurato e complicità e sostegno infinito e cura, da tempo però amputato del richiamo imprevedibile dei corpi, quel rapporto che, dopo gli anni luminosi della scoperta e del reciproco adattarsi all’altro, aveva conosciuto un graduale diradarsi dei momenti di gioia, sia i nostri, di coppia, che quelli vissuti insieme agli amici, e a nulla erano valsi i suoi tentativi di coinvolgermi per tentare di leggere quanto ci stava accadendo. Forse banalmente ci stava accadendo quello che accade a tutte le coppie immerse nel flusso del tempo. Gaetano però si è sentito lasciato da solo, quasi tradito, nel suo tentativo di opporvisi, frenarlo. E ad un certo momento le mie ragioni, le mie colpe, le mie responsabilità, ma anche le sue colpe secondo me, le sue responsabilità ho iniziato a tenermele dentro, soprattutto l’insofferenza a vederlo ostinarsi in un modo di stare insieme che per lui rimaneva il paradiso perduto, sebbene ci avesse rivelato pure nelle nostre immancabili ombre, nelle nostre durezze e nelle disillusioni. Un silenzio opaco aveva preso a dilagarmi dentro, una paura istintiva priva di spiragli, un dolore vischioso come pece. Forse era rabbia per le sue tacite accuse, forse orgoglio, sì, forse soprattutto fastidio per il suo bisogno di trasformare sempre in spiegazioni, in parole quello che stavamo vivendo, per il suo non accettare e basta senza dovere capire a qualsiasi costo perché non si può capire ogni cosa, rifiutandosi al tempo stesso di ricordare che tutto cambia, al di là della nostra volontà, ci piaccia o no, che l’impermanenza era, è la regola ferrea del mondo sensibile secondo i suoi sapienti buddisti, i quali infatti ci ammoniscono a essere preparati in ogni istante a dire addio ai giorni felici, che abbiano un corrispettivo nella realtà esterna o pulsino solo come miraggi della mente. Alla fin fine era sfiducia nella sua capacità di uscire da sé per comprendermi veramente e comprendere in particolare che anche lui, anche noi eravamo immersi nel flusso rapinoso del tempo. Ma nemmeno adesso, forse, se mai mi chiedesse di parlare, di dire cosa sentissi o pensassi – aveva finito per adeguarsi al mio silenzio, le mie colate di pece avevano raggiunto anche lui – nemmeno adesso penso che potrei dirgli qualcosa. Non a lui. È già difficile pensarlo a voce alta, dirmi tutto fino in fondo, farci i conti con questa rabbia e questa paura abbarbicate e tossiche.</p>
<p>Sdraiato in mutande sul letto, con gli occhi chiusi ma sveglio, in un dopopranzo d’estate che estate non è, o forse sì, in qualche dimensione diversamente reale Gaetano si è rifugiato da qualche parte, scampato al pestaggio brutale dei poliziotti, e scappato da questo nostro rapporto in cui per anni si è sentito morire ogni giorno un poco, fino a quando si è convinto, dopo il fallimento dei suoi tentativi contrari a ogni evidenza, che nulla oramai sarebbe cambiato, e meno che mai tornato come prima. Sembrava che dopo un periodo teso e scontroso, Gaetano avesse accettato lo stato delle cose, vedevo in lui istanti di confidenza e di affetto, che non erano mai mancati, ma ora sotto una luce nuova, più serena. Eravamo tornati a stare bene insieme, certo, in maniera diversa e con ancora più spazi vissuti autonomamente. Avevamo superato il giro di boa. Ma dentro di me sapevo che era quello che avrei voluto io. Dal suo punto di vista era una realtà vera, sì, quel rapporto così solido e tutto nostro che non era mai cessato malgrado tutto, ma era vero altrettanto lo spazio rimasto desolatamente muto alle sue aspettative di un cambiamento, uno solo: l’apertura a condividere ancora momenti di gioia. E la speranza, si dice, è insonne, la rassegnazione è quiete.</p>
<p>In mutande sul letto, forse sullo schermo interno delle sue palpebre Gaetano ogni tanto proietta la mia immagine, come sto facendo io con la sua, ignoro se riproducendo spezzoni d’archivio o sperimentando variazioni inedite o altre del tutto improbabili. Posso dire con certezza in questo momento che vorrei che Gaetano esistesse in qualche realtà, sdraiato su un letto, con gli occhi chiusi ma sveglio, scampato alla brutalità degli agenti. Posso dire che preferirei anche saperlo fuggito dal nostro rapporto, purché vivo e guarito, intanto nel corpo. Mi piacerebbe dire infine che vorrei rivederlo, incontrarlo in questa o in un’altra dimensione, e sarebbe la verità, nient’altro che la verità. Ma non ora. Non ancora, almeno per me che parlo qui adesso.</p>
<hr />
<p><strong>Domenico Conoscenti</strong> (Palermo, 1958)<em> </em>ha insegnato in una casa di reclusione e, in seguito, negli istituti superiori. Ha pubblicato: <em>Qui nessuno dice niente. Un anno di scuola tra i carcerati</em>, Marietti, 1991 (Il Palindromo, 2021); il romanzo <em>La stanza dei lumini rossi</em>, Edizioni e/o, 1997 (Il Palindromo, 2015), edito in tedesco da<em> Berlin Verlag, </em>1999<em>;</em> la raccolta di racconti <em>Quando mi apparve amore</em>, Mesogea, 2016; il saggio ‘<em>I Neoplatonici’ di Luigi Settembrini. Gli amori maschili nel racconto e nella traduzione di un patriota risorgimentale</em>, Mimesis, 2019; <em>Intimo Paradiso</em>, trenta poesie, con trenta foto in b/n di Angelo Di Garbo<em>, Edizioni del laboratorio poetico di Palermo, </em>2022.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il fabbro di Ortigia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/13/il-fabbro-di-ortigia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Aug 2025 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bibliotheka Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Raudino]]></category>
		<category><![CDATA[Il fabbro di Ortigia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[siracusa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=113788</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Raudino</strong> <br /> Le cartoline, allora, servivano a rassicurare la famiglia. Le spedivo a casa da ogni porto in cui attraccavamo. Una cartolina con l’indirizzo di Siracusa ma senza testo, senza saluti, senza firma. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Raudino</strong></p>
<p><em>Il brano che segue è l&#8217;incipit di <a href="https://www.bibliotheka.it/libro/9788869349492?srsltid=AfmBOooZyyHeB7r5M2lKSjArtOYBeFiYrBz9g7zvMmGLmQpDOYKI7oGo">Il fabbro di Ortigia</a>, romanzo di Giuseppe Raudino pubblicato da Bibliotheka Edizioni (2024)</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-115153" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-683x1024.jpg" alt="" width="380" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-696x1044.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/copertina_fabbro_ortigia_raudino1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>Da libeccio, Ortigia mi appare come una femmina di pietra nuda, accosciata sul fianco dritto in posizione fetale, il dorso a levante, il profilo che si specchia nel porto grande, i capelli umidi che sventolano nel tremolio sciroccoso del porto Lachio.</p>
<p>C’è un punto preciso nel cielo, non troppo alto, cinquecento metri all’incirca, un punto preciso tra gli scogli di Castelluccio e la fortezza del Maniace, più o meno sospeso a mezz’aria sull’arco mediano che attraversa l’imboccatura del porto, dal quale è stata scattata la foto riprodotta sulla cartolina che ora tengo in mano. Deve essere stata presa da un velivolo leggero, come uno degli idrovolanti IMAM che avevamo a bordo dell’incrociatore.</p>
<p>Le cartoline, allora, servivano a rassicurare la famiglia. Le spedivo a casa da ogni porto in cui attraccavamo. Una cartolina con l’indirizzo di Siracusa ma senza testo, senza saluti, senza firma. Se avessi scritto dove mi trovavo avrei rivelato informazioni militari, rischiando la corte marziale. Il nemico stava lì ad ascoltare e avrebbe potuto approfittarne. Così ci dicevano: di stare attenti a ogni piccola informazione, anche insignificante, che potevamo rivelare inavvertitamente e che poteva costarci la pelle. Allora bastava una cartolina in bianco, tanto mia madre sapeva che ero io a spedirla, e da ciò capiva che stavo bene, che ero vivo e dove mi trovavo. Pescara, Napoli, Trieste: il timbro postale o l’illustrazione dicevano tutto.</p>
<p>Mia madre era apprensiva. Le volevo molto bene. Mio padre non aveva mai dato l’impressione di essere preoccupato. Non si preoccupava mai di niente, lui, e così doveva essere anche nei miei riguardi. Mi sapeva imbarcato nella Regia Marina e quello già era un privilegio, rispetto alla truppa, alla fanteria dagli scarponi sgualciti e dai moschetti che si inceppavano e puzzavano di rancio. Mia madre no, lei era sempre in pensiero. Io ero il suo preferito, il figlio più piccolo, quello che aveva desiderato a lungo dopo tante sorelle e qualche monello pestifero. Mi aveva desiderato diverso. Un po’ più chiaro di capelli e carnagione, e con gli occhi azzurri. Avrei dovuto somigliare, nei suoi desideri, a un bambolotto che teneva in soggiorno, riposto con grazia sempre sulla stessa poltrona. Un bambolotto dagli occhi di vetro azzurri, anzi celesti. Quando nacqui, mio padre quasi la rimproverò. Aveva un tono burbero, come sempre, e le disse che l’aver fissato troppo a lungo quel bambolotto tanto strano aveva influenzato il mio aspetto al pari di una magherìa. Ero venuto fuori io, con gli occhi celesti e i capelli biondi, come ci si aspetterebbe da un siciliano che nel sangue, a distanza di ottocento anni, ha ancora qualche traccia ereditata dai Normanni. Ma forse poteva trattarsi anche di qualche gene degli Svevi, ché in Germania non sono certo in pochi ad avere i capelli biondi.</p>
<p>La fortezza che protegge l’ingresso del porto siracusano è del periodo svevo. Me lo raccontò un mio professore, alla scuola d’arte. La fece diventare così come appare oggi l’imperatore Federico II. Dove ti giri giri, ci diceva quel professore, in Ortigia vedi svevi, normanni, angioini, aragonesi, greci, romani, arabi e borboni. In ordine sparso.</p>
<p>Io da bambino non ho mai capito le differenze architettoniche, e neanche ora ci faccio troppo caso. Per me Ortigia è lo scoglio che racchiude tutte queste diversità in modo misterioso, lo scoglio in cui sono nato nel 1921 e dove ho giocato ininterrottamente tutti i pomeriggi nei rioni della <em>Spidduta</em> e della <em>Masciarò</em>.</p>
<p>***</p>
<p>Un giorno ero seduto sul gradone d’ingresso della bottega di mio padre. I Currò erano fabbri ferrai. Anch’io lo sarei diventato, anni dopo, ma quel giorno ero ancora molto piccolo. Forse non avevo nemmeno due anni. Sentivo il martello battere ritmicamente contro qualche lastra poggiata sull’incudine e, negli intervalli, il mantice soffiare contro i tizzoni ardenti per alimentare la fucina. Mia madre si era allontanata per delle compere. Perché riuscisse a fare più in fretta e a portarsi più borse, mi aveva lasciato da mio padre, che mi aveva ordinato di giocare per strada. Forse temeva che un bambino così piccolo potesse ferirsi facilmente tra arnesi incandescenti e acuminati; o forse era solo infastidito nel vedermi gironzolare per la bottega mentre lui e i suoi fratelli stavano lavorando.</p>
<p>Con la fronte sudata e la faccia appena annerita, mi aveva guardato severo. «Tu vai fuori», mi aveva intimato, ma non ti muovere da quella porta, aveva aggiunto indicando l&#8217;ingresso. Nella mia vita gli avrei disobbedito qualche volta, in certe occasioni anche con spiccata veemenza, come quel giorno che gli comunicai di volermi arruolare, ma in genere sapevo che era un uomo brusco al quale conveniva ubbidire. Lo avevo capito anche in tenerissima età e quel giorno io mi misi buono buono davanti alla bottega senza muovermi di un passo.</p>
<p>Quando mia madre tornò dal mercato, chiese conto della mia assenza. Mio padre, meravigliato, esplorò ogni angolo della bottega, pensando che fossi entrato senza essere notato. Poi si tolse il grembiule e girò tutti i cortili, tutti i ronchi e tutte le vie limitrofe alla bottega. Chiedeva in giro ma nessuno mi aveva visto. Tutti erano presi ad ascoltare la radio, che parlava di grandi fermenti a Napoli, dove Mussolini, da protagonista sul palco, aveva rilasciato dichiarazioni pesanti: o ci danno il governo o ce lo prendiamo.</p>
<p>La gente, anche nella periferia del Regno – e non esisteva più periferia di Siracusa –, si interrogava sulle sorti del Paese e vociferava delle possibili conseguenze per loro vite, già afflitte da lutti e miseria che la Grande Guerra aveva portato nelle loro famiglie neanche un lustro prima. Mio padre era tornato dal fronte con una rabbia e un disgusto per la guerra, che le parole propagandiste dei fascisti e di d’Annunzio lo mandavano in bestia. Odiava ogni parola di elogio nei riguardi della guerra e del combattimento, perché lui aveva combattuto davvero, obbligato dai regi carabinieri che ti fucilavano alle spalle se provavi a disertare, e che ti facevano fare la stessa fine qualora ti fossi dato latitante e ti avessero trovato e arrestato con l’accusa di renitenza alla leva.</p>
<p>Chi sapeva leggere, raccontava ai propri conoscenti analfabeti come la stampa trattasse l’ascesa dei fasci, e riassumeva le accuse incrociate che fascisti da una parte, e liberali e socialisti dall’altra, si scambiavano con articoli al vetriolo. La tensione si percepiva anche attraverso i resoconti radiofonici che, per quanto addomesticati, lasciavano trasparire la gravità di quello che stava per accadere al Paese. Un cambiamento epocale era alle porte. I siracusani erano tutti intenti a discutere di politica anche se, in concreto, i loro pidocchi sarebbero rimasti attaccati alla stessa miseria, tanto lontana dai centri del potere romani e dai tavoli delle decisioni. Loro discutevano, chi osannando, chi avversando Mussolini, chi bestemmiando grottescamente, chi facendo del sarcasmo sulla minuta statura del re, sia fisica che morale. Potevano permetterselo, potevano chiacchierare con spavalderia e senza ricorrere ai sussurri, perché sapevano che difficilmente le voci della periferia sarebbero state udite da chi aveva il potere di fargliela pagare. O almeno sarebbe stato così per un po’, prima che quelle orecchie indiscrete si fossero intrufolate profondamente nel tessuto sociale di ogni più remoto villaggio, accompagnate dal nerbo di bue e dal nero della camicia.</p>
<p>I siracusani d’Ortigia erano tutti intenti a chiacchierare nei cortili baciati dal sole di fine ottobre e mio padre era intento a cercarmi e non mi trovava.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Terra Colta &#8211; romanzo d&#8217;esordio di Filippo Pistoia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/12/romanzo-pistoia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2025 06:50:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Dopoguerra]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta storica]]></category>
		<category><![CDATA[lotte contadine]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[noir mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[storia contemporanes]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=114413</guid>

					<description><![CDATA[Terra Colta è il romanzo d'esordio di Filippo Pistoia, un noir mediterraneo ambientato a Palermo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-114460 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-195x300.jpg" alt="" width="255" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-667x1024.jpg 667w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-300x460.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-696x1068.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-274x420.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50.jpg 720w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>La prima e unica indagine del Prof. Salvo Perricone</strong></p>
<p>ANTEFATTO</p>
<p>30 marzo 1947</p>
<p>“Andrea Raia di Casteldaccia, sindacalista, ucciso dai mafiosi locali mandati dai grossi proprietari terrieri fascisti e separatisti nell’agosto del ’44. Agostino D’Alessandria, di Ficarazzi, segretario della camera del lavoro, ucciso a settembre del ’46 per la sua lotta contro la mafia che controlla i pozzi per l’irrigazione. Gaetano Guarino, sindaco socialista di Favara, ucciso a maggio del ’46 dopo appena sessantacinque giorni dalla sua elezione; la sua unica colpa: chiedere a gran voce l’attuazione dei decreti Gullo per la ridistribuzione delle terre incolte. Pino Camilleri, sindaco socialista di Naro. E di recente, negli ultimi mesi, i nostri compagni e amici Accursio Miraglia, a Sciacca, e Pietro Macchiarella, a Ficarazzi, Leonardo Salvia, a Partinico…”.</p>
<p>In trentamila stavano ascoltando, senza fiatare, quel lungo elenco di nomi. Uomini, donne in rigoroso silenzio. Anche i bambini non fiatavano: i neonati erano stati attaccati al seno dalle madri per non farli piangere, i più grandicelli zitti per paura di prendere qualche scappellotto dai padri. Trentamila contadini giunti a Palermo da tutti i paesi della Sicilia occidentale, volti scavati dalla fame, coppole e vestiti logori. Molti di loro con gli occhi pieni di lacrime: i nomi che Li Causi, dal podio, stava elencando, erano stati compagni di tante lotte.</p>
<p>“È a loro che dobbiamo la vittoria di oggi. Al loro sacrificio”.</p>
<p>Un applauso scrosciante sostituì il silenzio.</p>
<p>Salvatore sentì il fragore di quel battere di mani quando era già arrivato al centro dei Quattro Canti. Camminava cercando di non pestare la distesa di merde di cavallo e di mulo che riempiva via Maqueda. La protesta era arrivata in città a dorso di scecco e aveva lasciato un palmo di concime lungo le strade, fin sopra i marciapiedi. Un percorso insidioso, soprattutto per le sue scarpe nuove, comprate, con tanti sacrifici, qualche giorno prima.</p>
<p>Stava tornando alla stazione centrale per prendere l’ultima corriera, quella delle 18, che l’avrebbe riportato a casa. Non vedeva l’ora di raccontare a sua moglie Giovanna, per filo e per segno, tutti i momenti di quella eroica giornata: l’incontro, all’alba, con i compagni davanti alla Casa del Popolo nella piazza del paese, poi il viaggio di andata in corriera in un misto di speranza e di paura per le sorti della manifestazione che da settimane stavano organizzando, l’arrivo a Palermo, il raduno a piazza Indipendenza con i rappresentanti delle centinaia di leghe cooperative nate negli ultimi tre anni, gli stendardi che riempivano l’area, la marcia verso la sede dell’Alto Commissario per la Sicilia, le bandiere rosse dei Fasci Siciliani che, tirate fuori dai loro nascondigli, di nuovo tornavano a sventolare, la delegazione, guidata da Mommo Li Causi che entrava dentro il palazzo, ore e ore di composta attesa e poi infine l’esplosione di applausi quando Li Causi, uscito dall’incontro con l’Alto Commissario, salito su un podio costruito alla buona durante l’attesa, aveva dichiarato vittoria.</p>
<p>Sulla corriera, seduto in disparte, mentre i suoi compagni ridevano e festeggiavano, Salvatore Perricone stava in silenzio, si godeva il paesaggio e la sensazione di soddisfazione che gli riempiva l’anima. La stanchezza per l’interminabile marcia era svanita. Così come erano svanite anche la paura per il futuro incerto e la rabbia contro il gabellotto mafioso al soldo del barone che l’aveva minacciato fino a pochi giorni prima. La gioia per il risultato raggiunto in quella giornata di vittoria del movimento contadino aveva annullato anche il dolore ai piedi per le scarpe nuove.</p>
<p>Sorrideva pensando alle tonnellate di letame che ingombravano le strade di Palermo. E, pieno di letame, oltre alle strade, c’era anche l’Alto Commissario per la Sicilia che adesso doveva per forza applicare i decreti Gullo dopo tre anni dalla loro emanazione. Tre anni in cui il blocco formato da politici, latifondisti e mafiosi aveva spadroneggiato infischiandosene della riforma agraria proposta dal Comitato di Liberazione Nazionale.</p>
<p>Giovanna ci avrebbe creduto? Avrebbe creduto che finalmente, dopo anni di lotte, avrebbero avuto anche loro diritto alla terra?</p>
<p>Sceso dalla corriera si mise a correre verso casa, veloce, incurante dei compaesani che lo chiamavano per avere notizie della marcia. Aprendo la porta trovò un gran casino: i pochi mobili erano riversi a terra, le sedie a gambe all’aria, il tavolo addossato a una parete. Si diresse verso l’unica altra stanza e trovò la moglie in lacrime, sul letto, mezza nuda, con la veste a brandelli.</p>
<p>Salvo non disse niente, le si sedette accanto e la strinse a sé.</p>
<p>“Don Calò fu, con suo figlio e suo compare”.</p>
<p>Furono queste le uniche parole, intervallate da lunghi singhiozzi, che udì da lei per molti e molti giorni.</p>
<p>*</p>
<p>11 maggio 2024</p>
<p><em>Questa terra, questa sconfinata solitudine schiacciata dal sole, è la Sicilia, che non è soltanto il ridente giardino di aranci, ulivi, fiori che voi conoscete, o credete di conoscere, ma è anche terra nuda e bruciata, muri calcinati di un biancore accecante, uomini ermetici dagli antichi costumi che il forestiero non comprende. Un mondo misterioso e splendido di una tragica ed aspra bellezza…</em></p>
<p>“Ivan, per favore, metti in pausa”.</p>
<p>La voce fuori campo si interruppe, Salvo accese la luce, un paio dei suoi studenti strinsero gli occhi che ormai si erano abituati al buio della sala.</p>
<p>“Ecco, adesso guardate le prossime scene del film. Immaginate i personaggi con cappelli e vestiti da cowboy. Questo di Pietro Germi è indubbiamente il primo western italiano. Ivan, premi play”.</p>
<p>Le scene di <em>In nome della legge</em> si susseguirono proiettate sullo schermo: i banditi mascherati, l’agguato e l’esecuzione del carrettiere, il furto dei muli. L’antesignano degli spaghetti western di Sergio Leone.</p>
<p>“Ivan, metti di nuovo in pausa. Ecco, state attenti adesso a quello che succede: questa è una delle prime pellicole in cui si comincia a trattare il tema del rapporto tra mafia e latifondismo. Tra un po’ il barone Lo Vasto lo dirà chiaramente che i notabili del tempo facevano affari con i campieri e con i gabellotti che rappresentavano la mafia di allora”.</p>
<p>“Prof, ma così ci sta spoilerando tutto il film”.</p>
<p>La voce arrivò dal centro della sala provocando una risata collettiva.</p>
<p>“Avete ragione! Dai, Ivan, attacca, proverò a non interrompere più”.</p>
<p>Salvo Perricone amava alla follia tutto il cinema neorealista, in particolare adorava i film e i documentari che raccontavano il mondo contadino. E In nome della legge, capolavoro del 1947 di Germi, era uno dei suoi preferiti.</p>
<p>Ci aveva pure scritto un libro su quell’opera.</p>
<p>Poca cosa, comunque, in confronto alle dozzine di saggi che invece aveva dedicato alla storia del movimento contadino e alle lotte popolari dell’Ottocento e del Novecento italiano.</p>
<p>Salvo ci aveva costruito tutto il suo percorso accademico su quel periodo storico: prima da studente, poi da dottorando, dopo da ricercatore. E ora, da professore associato dell’Università di Palermo.</p>
<p>Anni e anni di studi e di meticolosa ricerca storica gli avevano permesso di ingraziarsi il professore Vinciguerra, il titolare della cattedra di Storia contemporanea della sua facoltà. Vinciguerra lo aveva voluto prima come assistente e in seguito come associato, affibbiandogli tutto il lavoro: le lezioni, gli esami, i ricevimenti con gli studenti. Ma Salvo non percepiva tutto questo come sfruttamento, anzi, al contrario, era felice del suo ruolo: amava trasmettere le proprie conoscenze, lo faceva con passione, con dedizione. E gli studenti, a loro volta, lo amavano. Era un giovane professore dai modi poco convenzionali che riusciva a catturare l’attenzione di tutta l’aula, soprattutto l’attenzione delle studentesse e in particolare quella di Agnese, ricercatrice fresca fresca di incarico che lo seguiva in tutte le attività didattiche da lui proposte: gruppi di ricerca, organizzazioni di mostre, rassegne cinematografiche a tema, convegni, lezioni di approfondimento. Agnese aveva una cotta stratosferica per Salvo.</p>
<p>Anche Ivan, l’altro ricercatore, l’aveva. Ma, a differenza di Agnese, Ivan, pigro com’era, non aveva voglia di impegnarsi di più nella sua ricerca per poter trascorrere più tempo con il suo amato professore.</p>
<p>I titoli di coda cominciarono a scorrere sullo schermo dopo la cavalcata del mafioso Don Turi, interpretato da Charles Vanel, e dei suoi uomini.</p>
<p>Salvo Perricone accese le luci in sala. “Allora, che ne pensate? Commenti?”.</p>
<p>Agnese intervenne immediatamente, scatenando la gelosia di Ivan: “È emblematica nel film la figura del giovane magistrato Guido Schiavi. La sua insistente lotta contro l’ingiustizia fa quasi tenerezza. Io la trovo mielosa…”.</p>
<p>L’intervento dal tono cinico di Agnese venne interrotto sul nascere dallo squillo di uno smartphone.</p>
<p>Salvo si guardò attorno irritato: “Per favore! Vi ho sempre chiesto di tenere i cellulari spenti in aula…”.</p>
<p>Si interruppe vedendo Ivan, accanto al proiettore, che gesticolava per attirare la sua attenzione. Il ragazzo indicava con insistenza la valigetta in pelle che il professore teneva sulla cattedra.</p>
<p>Salvo, rosso di vergogna, si scusò con la platea e tirò fuori dalla borsa lo smartphone.</p>
<p>Sullo schermo lesse un nome che lo incupì: <em>Mario Sinna.</em></p>
<p>*</p>
<p>Salvo chiuse la porta dell’aula alle sue spalle lasciando dentro Agnese che aveva ripreso il suo intervento.</p>
<p>Rispose al telefono con tono infastidito: “Mario, dimmi, che c’è? Sono a lezione. È urgente?”.</p>
<p>“Certo che è urgente. Altrimenti non ti avrei chiamato. Lo so che a quest’ora sei all’università, sono dieci anni che sei sempre lì”.</p>
<p>“Che fa sfotti?”.</p>
<p>“No, assolutamente!”.</p>
<p>Salvo percepì il tono sarcastico dell’amico.</p>
<p>“Dai, non farmi perdere tempo, ho gli studenti che mi aspettano”.</p>
<p>“E mi sa che devono aspettare un po’. Ho bisogno di te. Stamattina abbiamo trovato il cadavere di una persona di novant’anni”.</p>
<p>“E io che c’entro, Mario? Le persone a novant’anni muoiono. È così che va la vita”.</p>
<p>“Sì, solo che questo non è morto per cause naturali. È stato ucciso nel letto mentre dormiva”.</p>
<p>“Oh, cazzo! A quell’età? È stata una rapina?”</p>
<p>“Dentro casa sembra non manchi niente. C’è tutto: soldi, gioielli&#8230; No, non si tratta di una rapina”.</p>
<p>“E quindi?”.</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>“Mario, scusami, devo continuare a farti io le domande o vuoi finalmente svelarmi il motivo di questa telefonata?”.</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>“Ohi, Mario, ci sei ancora? Pronto. Mario?”.</p>
<p>Ancora silenzio.</p>
<p>“Pronto. Ma che fa, è caduta la linea? Mario?”</p>
<p>“Scusa, è che sono rientrato nella stanza da letto. Qui la scena del delitto è assurda. Sembra il set di un film horror. C’è sangue ovunque. Ti ricordi quando eravamo bambini e abbiamo assistito all’omicidio di Nino ’U Summaccu? Ti ricordi quanto sangue c’era sul muro della sala biliardo? Qui ce n’è molto, molto di più! Credimi”.</p>
<p>Salvo si perse nei ricordi: Nino <em>’U Summaccu</em> era stato il primo della catena di morti ammazzati a Belmonte Mezzagno durante la seconda guerra di mafia dall’81 all’84. Gli avevano sparato in faccia in pieno giorno mentre ancora aveva la stecca in mano dopo un tiro a carambola. Il killer mandato dai corleonesi era fuggito via nello stesso istante in cui Salvo e Mario stavano entrando nella sala. La scena terrificante che si era svelata ai loro occhi non l’avrebbero più scordata.</p>
<p>“Sì, certo che lo ricordo. Hanno sparato in faccia pure a questo novantenne?”.</p>
<p>“L’hanno sgozzato come un animale e con il sangue l’assassino ha scritto una frase sul muro. È per questo motivo che ti ho chiamato. Ho bisogno del tuo aiuto per decifrare la frase”.</p>
<p>“Scusami, Mario, ma non ho capito. E perché telefoni a me? Cos’è, mi hai fatto un contratto da consulente e io non me ne sono accorto? Io mica sono della polizia scientifica!”.</p>
<p>La porta alle sue spalle si aprì, e via via gli studenti cominciarono a uscire. Agnese per ultima.</p>
<p>La ragazza si fermò a pochi passi da lui “Prof, tutto bene? È successo qualcosa di grave?”.</p>
<p>Salvo con un cenno della mano la tranquillizzò: “Tutto bene, grazie. Sono al telefono con un amico”.</p>
<p>Quando Agnese si fu allontanata, riprese la conversazione telefonica: “Mario, scusa, i miei studenti sono appena andati via, li ho salutati”.</p>
<p>“Scusami tu per avere interrotto il tuo lavoro. Mi sei venuto in mente e ti ho chiamato senza pensarci su. Ho bisogno che mi aiuti a capirci qualcosa. In vent’anni di servizio non avevo mai visto niente di simile”.</p>
<p>Il tono del maresciallo Mario Sinna non era spavaldo come al solito. La sua era davvero una richiesta di aiuto.</p>
<p>Salvo si mise in modalità ascolto.</p>
<p>“Con il sangue schizzato dalla giugulare l’assassino ha scritto: …<em>è del sistema</em> e l’ha scritto su un foglio di carta attaccato con lo scotch alla parete. Aspetta che ti leggo il resto: <em>Persuadevo dolcemente i lavoratori morenti di fame che la colpa non è di alcuno…</em> E poi ci sono decine di volantini ciclostilati attaccati in giro per la stanza, volantini comunisti che inneggiano al movimento contadino, alla distribuzione delle terre. Che significa, Salvo?”.</p>
<p>“La frase che mi hai letto è di Nicola Barbato, capopopolo dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. È un pezzo del suo discorso al processo dell’aprile 1894 dopo la messa al bando del movimento…”.</p>
<p>“Hai visto che avevo ragione a chiamarti? Lo sapevo che avresti decifrato la frase. È il tuo mondo, questo. A che ora torni in paese? Vorrei mostrarti le foto degli altri reperti trovati a casa del morto”.</p>
<p>“Rientro alle 18. Dove ti raggiungo? Chi è il morto?”.</p>
<p>“È Don Ciccio Passalacqua, il vecchio capomafia in pensione ormai da vent’anni”.</p>
<p>“Cazzo, Don Ciccio? Ma perché non me lo dicevi prima?”.</p>
<p>“Perché se lo avessi fatto, non mi avresti aiutato”.</p>
<hr />
<p><strong>Filippo Pistoia</strong> (Palermo, 1975) da più di vent’anni è manager di progetti culturali in Sicilia. Negli ultimi anni ha concentrato le sue energie sul processo di rivitalizzazione dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo In <em>Terra colta</em>, il suo primo romanzo, ha provato a fondere le sue due principali passioni: le lotte contadine del Novecento e il noir mediterraneo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Orazio Labbate &#8211; Cravuni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/27/labbate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 May 2025 05:23:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gotico siciliano]]></category>
		<category><![CDATA[italo americani]]></category>
		<category><![CDATA[oklaoma]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=113264</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Orazio Labbate</b> <br />
Il cielo serale non aveva nulla che lo tenesse a riposo, giacché un temporale strillava come se i fulmini fossero uccellini invisibili dotati di campanelli nei cumulonembi. Acuiti dalla violenta ostilità dei venti, essi annientavano ogni onesto potere dell’immaginazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-113514 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-201x300.jpg" alt="" width="386" height="576" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-201x300.jpg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-685x1024.jpg 685w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-768x1148.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-1027x1536.jpg 1027w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-150x224.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-300x449.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-696x1041.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-1068x1597.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1-281x420.jpg 281w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/2887ee3a-aaf9-4db0-ae00-8e81807ccdd1.jpg 1070w" sizes="(max-width: 386px) 100vw, 386px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Incipit dal nuovo romanzo di Orazio Labbate</strong></p>
<p>Il cielo serale non aveva nulla che lo tenesse a riposo, giacché un temporale strillava come se i fulmini fossero uccellini invisibili dotati di campanelli nei cumulonembi. Acuiti dalla violenta ostilità dei venti, essi annientavano ogni onesto potere dell’immaginazione.</p>
<p>Era novembre.</p>
<p>Ad Afton, Oklahoma, tutto era, come sempre, orribilmente astratto. Le catapecchie ai lati dell’unica strada principale, infestate dall’insensatezza di genti inette, cadute in basso, preganti una divinità infantile, diffondevano i sensazionali messaggi segreti di chi vive nel terrore di impazzire. Io le odio con entusiasmo sconfinato; con dolorosa euforia sono da sempre, le persone, ricadute nell’indeterminatezza di un caos strammàto, quando i tornado le scalfivano brillavano perfino di degenerazione. Non domina, ad Afton, la complessità crescente, quella degli ingegni fervidi, non esiste la razionalità poiché essa finisce in qualche modo slegata da tutti gli aspetti più profondi. Si percepiva, sempre più estraniato – il primo novembre –, un tuono far tremare il volto beato dell’unica stazione di servizio e con esso di sicuro la putìa di mia madre, <em>Labella’s </em>di Fina Jennifer Salemi. A Sua lurida immagine, di Dio, attraverso la natura disagiata da Esso manifestata, dovremmo comprendere soluzioni incantatorie, tracce di un crimine efferato dalla scoperta dell’irrazionale di Lui stesso. Ma ordinare tali fenomeni, in specie il tuono, significa fare i conti con un’eventualità terrificante per noi impossibile, noi non siamo dèi. Le nostre urgenze, le nostre tragiche cadute, compresa la mia, confidano nello sgomento di un’improvvisa scoperta dolorosa affinché possa continuare a infuriare in noi fino a sfunnàrci di senso.</p>
<p>Vortici dentro vortici sentii quella notte, non vortici di orrore oceanico, bensì del fervore di un rapimento estatico, di uno strappo che mi avrebbe reso difettoso e incompleto. Vagabondavo con la Mustang scura, venuto fuori dal picciddu Dipartimento di Polizia che comandavo, in veste di detective, da dieci anni, con ragione squilibrata, sotto la tortuosità delle gocce di pioggia, per vasàri la mamma prima di assecondare i miei inconsci impulsi tenebrosi subito dopo. Rintanarmi nella mia oscurità del <em>Motel 6</em>, circonfuso dalle indagini sulle leggi del pensiero, far agitare all’impazzata la natura inaccudita delle mie origini siciliane che gemevano e si afflosciavano sotto il peso di anni uguali colmi di svagataggine e imprecisione. I bisogni sempre più modesti m’erano insufficienti, mi imbestialivano; perciò, il mio marasma, si cristallizzava e fossilizzava, restando consumato non dalle donne ma da me stesso. Crudi, amorevoli, banchi di nuvole compensavano, intanto, largamente, l’aspetto lugubre del mio volto, funnùtu di buio. Guardai l’orologio in modo eloquente perché la putìa di mia madre non fosse chiusa. L’unico semaforo in prossimità del negozio sanguinava della sua luce purpurea e mi procurava una speciale soddisfazione appena colava sull’asfalto a mo’ di una smisurata e divaricata ferita in verticale come la coscia nuda di quel santo appestato. Chissà quali ingranaggi immobili ha inventato Dio al suo interno per costruire oggetti conditi di tempo, io fuggo da quel tempo, dagli oggetti del tempo, perché questi oggetti sono impregnati di religione, tuttu e nenti.</p>
<p>Parcheggiai la Mustang, mi incamminai verso il negozio, mentre la pioggia cadeva frettolosa ed entrava in contatto con le pozzanghere, senza operare distinzioni su dove capitombolare. C’è un lieve errore nella scelta e nei modi della morte, sulla sua venuta, sull’attraversamento di quest’apparente paradosso, noi ci apprestiamo a conoscerla seguendo un vero e proprio cerimoniale di degradazione ancor prima di raggiungere il posto dove c’è il morto. Sintìva io, Frank LaBella, un’inimitabile e candida franchezza nell’anima che era preannuncio di morte, cominciavo già a essere scheggiato a fondo da ciò che mi attendeva. La vidi, dunque, subito, distesa nei pressi della porta di ingresso del negozio, sotto il neon bluastro gracchiante, ceduta di carne, alla vergogna della pioggia, con la faccia tra la paura e il martirio, dimagrita al centro come se degli avvoltoi si fossero calati più volte sui resti di una festa.</p>
<p>Il vuoto dello stomaco non è una cosa facile da simulare. Immaginarlo senza maschera, fuori dal gioco, senza turbare una coscienza sperta, con l’umiliazione definitiva del bucu nel posto da cui escono i figli, da cui io sono sorto. Cereali piccidduzzi a forma di lettere galleggiavano nelle interiora acquose di latte e venivano a galla tutte storte e contorte poiché annacquate. Mia madre era stata squartata solo dalla pancia. Mi toccai anche io la pancia, come se fossi stato devastato dalla sua stessa fame, per contemporanea consanguineità. Strinsi in tasca al massimo la mia forchettina a due punte da carne per ferirmi e per sentire il rumorino della carne del palmo che s’apre. Poi mi portai la mano ferita dietro il fianco e fissai il volto di mia madre che era bianco come il quadrante di un orologio. Mia madre era un palcoscenico per fiere e intrattenitori, una rappresentazione mitologica di idee più complesse che infestano sdunàte i nostri sogni. Aggiustai i suoi capelli rossi sparpagliati rimuovendole dagli occhi azzurrino di gas e spostai rimasugli di cereali dalla bocca rapùta per metà da dormiente stonato e senza imbarazzo la baciai per non farla finire dritta nello scorticatoio dell’aldilà senza il mio impulsivo amore. Guardai poi le mani che sciagurate e solenni erano spezzate e attorcigliate. Mi avevano, da piccolo, addormentato, nella nostra casetta roulotte all’ingresso della città, con la stessa prontezza di chi in dignitosa povertà culla un piezzu di pane. Allontanai, però, i pericoli incommensurabili dei ricordi, della debolezza insuperabile, per rinnegare uno scandalo che avrebbe avuto il rumore fragoroso della mia definitiva solitudine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><strong>Orazio Labbate</strong>, classe 1985, ha pubblicato con Tunué, Italo Svevo Edizioni, Centauria, Giulio Perrone editore e ripubblicato la nuova edizione de Lo Scuru  con Bompiani. E’ stato giurato al Premio Calvino e collabora come critico letterario con La Lettura &#8211; Corriere della Sera. E’ editor della collana Interzona di Polidoro.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Non ho tempo per andare al mare &#8211; Mari Accardi (Nutrimenti Edizioni 2024)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/10/19/non-ho-tempo-per-andare-al-mare-mari-accardi-nutrimenti-edizioni-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Oct 2024 05:06:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[Peppino di Capri]]></category>
		<category><![CDATA[ray charles]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
		<category><![CDATA[vergine maria]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=110034</guid>

					<description><![CDATA[Primo capitolo del libro di Mari Accardi, edito da Nutrimenti Edizioni (2024).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-110035 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-191x300.jpg" alt="" width="271" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-652x1024.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-768x1206.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-696x1093.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo.jpg 839w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Estratto dal libro di Mari Accardi per Nutrimenti Edizioni. </strong></p>
<p class="primariga"><span lang="IT">Incontravo i turisti nella terrazza dell’hotel, indicata a ogni piano con una freccia puntata verso l’alto. Per loro erano state disposte sedie di plastica e tavole imbandite con vino bianco e rosso e pasticcini ricoperti di cioccolato che col caldo si squagliava. La Spugna assaggiava il vino bianco, faceva una smorfia, lo gettava dentro la pianta di monstera, riempiva il bicchiere di vino rosso fino all’orlo e poggiava la caraffa al lato della sedia. Era una scena che si ripeteva di volta in volta. D’altronde, sul logo della Compagnia era rappresentato un vecchietto che tracannava una bottiglia di lambrusco in una vasca a forma di Colosseo. Non c’erano ambiguità sul tipo di clientela che volevamo attirare.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Tutti indossavano un gilet multitasche blu che assomigliava a un giubbotto antiproiettile. Lo regalava la Compagnia insieme a un quaderno col logo, un’agenda col logo, una penna col logo, una borraccia col logo e un cappello a falde larghe pieghevole, che i turisti distribuivano nelle varie tasche. Sotto portavano pantaloni che tirando le cerniere diventavano pantaloncini, scarpe da trekking per gli uomini e ballerine da trekking con la suola di gomma per le donne: una sorta di divisa. La Compagnia li incoraggiava a viaggiare con il solo bagaglio a mano, chi lo imbarcava, come per ammonizione, lo smarriva in aeroporto. Al ritorno, tuttavia, molti compravano una seconda valigia. Viaggiavano soprattutto in coppia, i pochi solitari erano in maggioranza donne. Venivano da ogni parte d’America, ma anche dal Sudamerica e dal Canada, e perfino dall’Australia e dalla Corea. In aeroporto non c’era nessuno ad attenderli. Farli arrivare in albergo con i mezzi pubblici era uno degli obiettivi educativi della Compagnia, che si chiamava: Il Mondo degli Audaci.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Fino a quel momento, l’attività più rischiosa in cui ci eravamo spinti era stata salire sul 101 in un orario di punta. Dedicavo un’intera lezione alla corretta timbratura del biglietto: spiegavo in quale verso inserirlo, dove inserirlo, con quanta forza spingerlo, cosa fare se era spiegazzato, cosa fare se, nella calca, non si riusciva a raggiungere la macchinetta. I turisti avrebbero già dovuto sperimentarlo nel tragitto dall’aeroporto all’albergo ma sospettavo che in realtà barassero e prendessero il taxi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Alle 14.30, come se avessero impostato la sveglia, drizzavano la schiena e smettevano di parlare. Erano schierati in tre file, seduti sul bordo della sedia, in posizione di allerta. Con le loro divise e i giubbotti antiproiettile pareva stessero andando in missione. Erano l’‘esercito degli Audaci’ e io il loro comandante.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Buonasera e benvenuti in Sicilia, l’isola più grande del Mediterraneo, in cui hanno vissuto e convissuto fenici, greci, romani, bizantini, arabi, normanni, angioini, aragonesi, austriaci, borboni… Farei prima a elencarvi da chi non siamo stati dominati…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Risate).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Come vedete, noi siciliani accogliamo tutti. Anche gli animali randagi sono regolari cittadini”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Sorrisi perplessi).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Sono fiera di iniziare questo tour nella città in cui sono nata e cresciuta: Palermo”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Applausi).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Il mio nome è Matilde e sarò la vostra guida per i prossimi nove giorni”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Il Simpatico cominciava a fischiettare. Dopo alcuni secondi, la Spugna capiva il riferimento e gli dava manforte. Dall’ultima fila partiva il coro: “<span class="corsivo">Matilda, Matilda, Matilda, she takes me money and run Venezuela…</span>”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Adesso la canticchiavano tutti.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“<span class="corsivo">Everybody!</span>”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“<span class="corsivo">Matilda, Matilda, Matilda, she takes me money and run Venezuela</span>”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Aspettavo paziente che arrivassero all’ultima strofa.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Mi raccomando però: ricordatevi che il mio nome finisce con la <span class="corsivo">e</span>, non con la <span class="corsivo">a</span>. M-a-t-i-l-d-e”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“<span class="corsivo">Of course</span>, Matildeeeeeee”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: -.25pt;">“Adesso guardate il panorama dalla terrazza. Vedete quei due palazzi stretti e lunghi, quasi a ridosso della montagna? Li chiamano <span class="corsivo">Lunghi</span> <span class="corsivo">a matula</span>, perché gli appartamenti sono piccoli e mal distribuiti. Alle loro spalle, nell’interstizio, si intravede la casa in cui sono cresciuta</span><span lang="IT">”<span style="letter-spacing: -.25pt;">. Stavo seguendo la regola numero 4 del vademecum della brava guida: “Fai entrare i turisti nella tua vita”.</span></span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Tutti esclamavano “Ooooooh”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Lo vedete il giardino con la palma?”. Qualcuno rispondeva di sì, mentendo. Da quella distanza si distinguevano a stento i contorni e io descrivevo le immagini della mia memoria, quelle che negli anni non erano mai cambiate. “La vedete l’Audi marrone con il gatto giallino che si stiracchia sul cofano? Dentro c’è mio padre con un sigaro spento in bocca che ascolta Peppino di Capri o Ray Charles, a seconda dell’umore. È il posto in cui si rifugia quando si sente offeso”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">L’Ottuso chiedeva: “E perché non si va a fare un giro?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Perché l’Audi non parte”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Risate).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Un tempo mio padre faceva il rappresentante di commercio e la macchina per un rappresentante è il suo biglietto da visita. Ora che è in pensione non vuole sbarazzarsene”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Non gli piace la vita da pensionato?”, chiedeva il Devoto, prossimo alla pensione.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Forse si annoia”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“E cosa fa durante la giornata?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Litiga con la gente. Sul frigo ha appeso una mappa dove ha barrato i negozi in cui, secondo lui, hanno cercato di truffarlo. Per qualsiasi commissione fa dei giri lunghissimi e ci impiega ore”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Risate).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Mia madre per rabbonirlo è andata a portargli il caffè. Qualunque cosa succeda, che lei sia arrabbiata, affaccendata o indisposta, a quest’ora va sempre a portargli il caffè. Margherita, la vicina, ha sentito l’odore e si è presentata davanti al cancello. Sapete, Margherita ha lasciato il marito il giorno del cinquantesimo anniversario di matrimonio e mio padre crede che voglia convincere mia madre a fare lo stesso”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Ed è vero?”, chiedeva l’Impicciona.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Non proprio. Cerca di convincere <span class="corsivo">tutte</span> le donne a stare da sole. Ha adottato un chihuahua che ha chiamato Aceto perché l’ex marito era allergico all’aceto”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Beviamoci su”, diceva la Spugna, e proponeva il primo brindisi di una lunga serie. “All’amore eterno!”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“All’amore e basta”, diceva la Cinica.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Al vino!”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Quando siamo usciti per perlustrare il quartiere e visitare il santuario di Santa Rosalia non ci siamo persi neppure una volta. Nessuno aveva notato i miei errori di pronuncia e gli strafalcioni di storia. Dicevano che ero la guida migliore che avessero mai avuto. E dato che: “La prima impressione è l’unica che conta”, (regola numero 3) mi avrebbero riempito di ‘superbo’, il massimo dei voti.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Ecco come sarebbe dovuto andare, secondo il copione, il nostro primo incontro. Ma non andava mai così.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Di solito alle 14.30 facevo un respiro profondo, aprivo il petto e mi dirigevo a testa alta verso il palco: un angolo incastrato tra la pianta di monstera e il tavolo imbandito. Avevo il sole in faccia e socchiudevo gli occhi per mettere il pubblico a fuoco. Il vademecum diceva: “Gli Audaci sono membri temporanei della vostra famiglia”. Era la regola numero 1. Osservavo viso per viso, cercavo somiglianze con mia madre, mio padre, mia nonna, come quando da piccola andavo a caccia dei nostri sosia tra le tombe del cimitero. Avrebbe dovuto attutire il disagio di trovarmi tra estranei ma non funzionava. Quando stavo per parlare la Sorella schiva mi chiedeva dov’era il bagno, la Spugna si lamentava che le caraffe di vino erano vuote, il Pedante voleva sapere il nome delle chiese che si vedevano dalla terrazza. Oppure il Simpatico arrivava di corsa e molto lentamente si riempiva il bicchiere di vino davanti a me, coprendomi alla vista degli altri, mentre l’Ottuso mi pregava di ripetere le frasi. Per non parlare di tutte le parole italiane di cui dovevo fare lo spelling. Gli Audaci erano convinti che in una settimana avrebbero imparato l’italiano. Si appuntavano le parole sul quaderno, che poi dimenticavano in albergo. Era l’oggetto che più dimenticavano insieme ai calzini. Scrutavo le espressioni facciali, interpretavo ogni increspatura della fronte come un principio di astio nei miei confronti. Guardavo le bocche sporche e non capivo perché in estate, con tutti i dolci tipici che l’albergo avrebbe potuto offrire, paste di mandorla, sfogliatine, biscotti all’anice, offrisse proprio pasticcini al burro ricoperti di cioccolato. Mi leccavo le labbra sperando che di riflesso lo facessero anche gli Audaci ma continuavano a mangiare e a sporcarsi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Buonasera e <span class="corsivo">welcome to Sicily</span>. Mi chiam…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Non si dovrebbe dire ‘buon pomeriggio’?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Be’, tecnicam…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Come si dice <span class="corsivo">Sicily</span> in italiano?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“S-i-c-i-l-i-a”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“S-i-s-i…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“L-i-a. Dunque, come vi dicevo, mi chiamo Matilde e sarò la vostra guida per i prossimi no…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Parla più forte, <span class="corsivo">sweetie</span>”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">A un certo punto mi bloccavo e pensavo: ‘Che stai facendo? Non ti vergogni?’. Sentivo la voce di mio padre: ‘Ma se scambi Vergine Maria per Mondello’. Sentivo la voce di mia madre: ‘Li farai morire’. Sentivo la voce di mia nonna: ‘Non ti sai fare manco l’uovo bollito’. Tour dopo tour, l’attimo di vergogna continuava a presentarsi. E non potevo attribuirlo alla sindrome dell’impostore perché impostora lo ero davvero. Per fare la guida era necessario il patentino, che io ovviamente non avevo. Per i musei mi appoggiavo alle guide locali, ma per tutto il resto cercavo di non farmi notare. Quando incontravo vecchi compagni di università provavo a scappare o mentivo, mi sembrava che mi guardassero con sospetto. Mi sembrava che tutti mi guardassero con sospetto. Con gli Audaci mettevo subito le mani avanti. Nel copione una frase che non mancava mai era: “Se ci dovesse fermare un vigile, dite che siete i miei cugini”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Semmai zii”, puntualizzavano i vari Pedanti.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Ehi, ti sei imbambolata?”, diceva la Spugna schioccando le dita.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Colta alla sprovvista alzavo il bicchiere e dicevo: “<span class="corsivo">Cheers</span>”, ma i bicchieri degli Audaci erano già vuoti.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><strong>Mari Accardi</strong> (1977) è nata a Palermo e insegna alle scuole medie. Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste e sull’antologia Quello che hai amato (Utet) curata da Violetta Bellocchio. È stata selezionata da Granta per il numero Che cosa si scrive quando si scrive in Italia dedicato ai nuovi autori del nostro paese. Ha già pubblicato, Il posto più strano dove mi sono innamorata (finalista al Premio Settembrini) e Ma tu divertiti, entrambi con Terre di Mezzo Editore.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il cuore del mondo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/30/il-cuore-del-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2024 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Vittorini]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Tomasi di Lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Alerci]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Val Dèmone]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Consolo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=109404</guid>

					<description><![CDATA[di<strong> Luca Alerci</strong><br />
Vincenzo Consolo lo incontrai, viandante, nei miei paesi sui contrafforti dell’Appennino siciliano. Andava alla ricerca della Sicilia fredda, austera e progressista del Gran Lombardo, sulle tracce di quel mito rivoluzionario del Vittorini di "Conversazione in Sicilia".]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-109405" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448.jpg" alt="" width="1024" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" />di </span><strong><span style="font-size: medium;">Luca Alerci </span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vincenzo Consolo lo incontrai, viandante, nei miei paesi sui contrafforti dell’Appennino siciliano. Andava alla ricerca della Sicilia fredda, austera e progressista del Gran Lombardo, sulle tracce di quel mito rivoluzionario del Vittorini di </span><span style="font-size: medium;"><i>Conversazione in Sicilia</i></span><span style="font-size: medium;">. Era un pomeriggio d&#8217;inverno, freddo e livido: solo al tramonto, le nuvole divennero ocra e rosse sfiorate dal sole. Stavamo visitando un piccolo borgo, Villadoro d&#8217;Altesina. Parlava molto dei suoi anni milanesi, i primi, dei suoi studi di giurisprudenza. Discuteva con Liborio che non rinunciava neanche in quelle occasioni alle sue iperboli: “Vicì &#8211; gli diceva &#8211; la mia casa è il centro del mondo.” Lo guardavamo tutti un po&#8217; stupiti, ed era quello che voleva. “Ma è naturale” continuava. “Il Mediterraneo è il centro del mondo, la Sicilia è al centro del Mediterraneo, la nostra città è al centro della Sicilia, la mia casa è al centro della città. Mi pare ovvio, no?”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Consolo sorrideva, con il suo sguardo troppo simile a quello dei suoi personaggi: insinuante ma aperto, acuto ma ingenuo, forte ma delicato. </span><br />
“<span style="font-size: medium;">Sa avvocato?” Così si rivolgeva al mio amico Rino: “Io la invidio. Anch&#8217;io avrei voluto continuare sulla strada della legge. Si impara molto nei tribunali, e ancor di più quando si ascoltano le confessioni dei clienti.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Rino rispose con la consueta arguzia: “si imparano troppe cose, troppe per continuare a voler imparare.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">C&#8217;era una grande sintonia tra Rino e il nostro Consolo, la condivisione della passione per la giurisprudenza. Il crepuscolo, intanto, si stendeva lieve sulle strade solitarie: era tardi, bisognava rincasare e accompagnarlo all&#8217;albergo. Ma Liborio non voleva, era abituato ad uscire la notte, ad ascoltarla. Io dovevo rincasare per forza. Si decise di rientrare, per quella sera. C’eravamo tutti al rientro: Danila ci aveva raggiunti e con la sua consueta delicata premura, aveva portato il mio piccolo registratore e la macchina fotografica. Avremmo voluto e dovuto realizzare un’intervista, lei che scriveva per Il giornale di Sicilia, ma non so perché la rimandavamo continuamente, forse perché non volevamo in verità fermare sul foglio le emozioni di quelle sere, dei lunghi pomeriggi a spasso tra i monti. Eppure, una cosa Danila riuscì a chiedergli delle tante domande che si era preparata: cosa resta del laboratorio della letteratura siciliana? Consolo ci pensò su e poi le disse: “dipende da voi, dalla vostra generazione”. “Non granché allora &#8211; rispose amara Danila &#8211; non granché”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il giorno dopo quella passeggiata, lo andammo a prendere di buon mattino: ci aveva chiesto di salvarlo da non so quale conferenza o cenacolo organizzato per lui. Troppe parole, troppo rumorose soprattutto. A me dispiaceva in realtà assecondarlo e non perché non volessi continuare a chiacchierare con lui, da soli. Mi dispiaceva però tradire il nostro amico professore che tanto aveva desiderato questi incontri. Alla fine restammo, ma non mancò la possibilità di un&#8217;ultima discussione tra noi, all&#8217;ombra del duomo. Consolo mi disse: “anch&#8217;io sono nato nel Val Dèmone, eppure qui c&#8217;è aria di montagna, siete fortunati.” Io gli citai naturalmente </span><span style="font-size: medium;"><i>Le città del mondo,</i></span><span style="font-size: medium;"> le descrizioni oniriche di questi borghi osservati dai silenzi della vita nomade di Rosario e del padre, le scene delle fanfare nelle campagne, quasi metafisiche, ma che parlavano invece di lotte dure, di sacrifici, di emancipazione negate o tradite o mai raccontate. </span><br />
“<span style="font-size: medium;">Questa è la mia città &#8211; dissi. Mi dispiacerebbe andare via.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Consolo mi rispose che non c&#8217;era più bisogno di andare, non era più come ai suoi tempi. Poi mi disse, a proposito dei discorsi che aveva ascoltato tra noi su Tomasi di Lampedusa: “ho di recente riletto ancora tutto il carteggio di Vittorini e Mondadori. Le sue parole sul Gattopardo sono state sempre travisate o forse neanche mai lette veramente. È piaciuto creare questa contrapposizione. E te lo dice uno che secondo molti ha scritto l&#8217;anti Gattopardo (si riferiva ovviamente a </span><span style="font-size: medium;"><i>Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio</i></span><span style="font-size: medium;">).”</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nella primavera di quello stesso anno, nonostante mille problemi, decidemmo di andarlo a trovare per invitarlo a settembre in vista di un premio che la mia scuola voleva consegnarli. Era a Siracusa. Faceva già caldo, sulle coste, quel caldo denso che non capirò mai come si riesca a sopportare per cinque mesi all&#8217;anno.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Aveva poco tempo, e ci fu solo l&#8217;occasione di prendere un tè nel piccolo salottino dell&#8217;albergo, a Ortigia. </span><br />
“<span style="font-size: medium;">Ciao Vicì” gli disse Liborio. “A settembre, quando ci vedremo di nuovo da noi, ricordami che ti devo fare avere il bellissimo libro di Michele Anzalone, Favole a Castroforte. Ne parlavamo l&#8217;altra volta. Ci sono i protagonisti della nostra città, una città che non è però stata protagonista di nulla…”</span><br />
“<span style="font-size: medium;">Con piacere, certo che mi ricordo”, rispose. “Sai Liborio, c&#8217;è una cosa che volevo dirti. Non l&#8217;avere a male, ma devo confutare la tua teoria sulla non necessità dell&#8217;arte, ma forse ne parleremo a settembre, sei troppo attento ora.” Rise, e noi con lui, perché aveva ripreso una delle illuminazioni di Liborio quando voleva spostare il livello del discorso. Liborio era un grande artefice, creava racconti con la terracotta, la ceramica, il metallo, il legno, piccole increspature sopra la fronte di una statuetta che diventavano narrazioni: qua, qua è il racconto, ammoniva. Era la nostra guida, quando ci raccontava di Guttuso, delle manifestazioni a Roma dove lo chiamavano il Ciciliano, dell&#8217;avventura bella e dannata del PSIUP, “dell’acqua d’acqua” a proposito dei suoi esperimenti creativi nelle campagne di Piazza, dei suoi tormenti, ben nascosti tra i sorrisi beffardi.</span><br />
“<span style="font-size: medium;">Non bisogna mai guardare le cose troppo da vicino” continuò Consolo. “Bisogna osservare la vita, raramente parteciparvi.” Diceva così in quei momenti di fronte al livido scirocco sul mare dei Greci.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Doveva andare, e noi rientrare. “Allora, ci vediamo a settembre” disse. “Magari prima venite a Sant&#8217;Agata, da me. Voglio farvi vedere il mio mare del Val Dèmone, e poi ce ne saliamo sui monti, a guardare il cielo da vicino.” Furono strane parole.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Ma quel settembre non arrivò mai: quando lui tornò, noi non potemmo andare. Impegni di lavoro, per lo più.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Eppure ci sarebbe bastato, come ci aveva suggerito, valicare i Nebrodi tra Cesarò e San Fratello, nel cuore della faggeta di Sollazzo verde, solenne sotto Monte Soro, sino al mare di Sant&#8217;Agata. Un breve viaggio, due ore, nella Sicilia che era stata al centro della sua descrizione del Risorgimento degli ultimi.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Ma no, non ci andammo né allora né più mai.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ricordo ancora una delle sue illuminazioni, la prima volta che ci incontrammo: sapeva cosa pensavamo prima che lo pensassimo (non dovrebbero fare questo gli scrittori?). </span><br />
“<span style="font-size: medium;">La letteratura in Sicilia”, ci disse con tranquilla fermezza, “ha perduto la propria visione unitaria, non segue più la ricerca degli &#8216;altri doveri&#8217; di Vittorini. Non è per forza un male, anche se sembrano prevalere delle letterature di solo intrattenimento, neo rusticane. Ma capisco la vostra amarezza. Eppure non voglio pensarci ora, portatemi in giro tra queste nuvole basse accagliate tra le rocche.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Era felice, quella sera, aveva trovato forse ciò che era venuto a cercare, chissà. Camminammo a lungo, a braccetto. Ad un certo punto, la nebbia ce li nascose, lui e Liborio, scomparsi. Riapparvero dopo qualche minuto, ma sono sicuro che per loro erano passati anni, all&#8217;indietro, tanto felici e vivi erano i loro sguardi. </span><br />
“<span style="font-size: medium;">C&#8217;era Vittorini appoggiato ad un portone” ci disse Consolo guardando Liborio. “Era lì che si stava accarezzando i baffi e io gli ho detto se voleva venire a conoscervi, giovani e affiatati come i Dioscuri. Ma era impegnato, doveva raggiungere altri amici. Ci ha detto che tornerà. Aspettatelo, tornerà.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Liborio e Consolo ripresero la passeggiata. </span><br />
<span style="font-size: medium;">Noi guardavamo lontano, nonostante la nebbia. O forse proprio grazie a lei.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lo Scuru di Orazio Labbate, nuova edizione Bompiani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/04/lo-scuro-di-orazio-labbate-nuova-edizione/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/04/lo-scuro-di-orazio-labbate-nuova-edizione/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jul 2024 05:08:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[butera]]></category>
		<category><![CDATA[Gela]]></category>
		<category><![CDATA[gotico siciliano]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=108682</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Orazio Labbate</strong><br />Piazza Dante. Poggio le mani sui lastricati in ardesia, i miei sedili artigianali, voglio fottermi la frescura ficcatasi nelle fessure buie della pietra. Il caldo s’alza dai capannoni bruciati e le nuvole diventano nere. Io sono nato sotto quelle nuvole nere;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-108686 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-197x300.jpeg" alt="" width="310" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-197x300.jpeg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-672x1024.jpeg 672w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-768x1171.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-1008x1536.jpeg 1008w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-1344x2048.jpeg 1344w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-150x229.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-300x457.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-696x1061.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-1068x1628.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru-276x420.jpeg 276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/cover-lo-scuru.jpeg 1656w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Primo capitolo del romanzo di Orazio Labbate</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Piazza Dante.</p>
<p>Poggio le mani sui lastricati in ardesia, i miei sedili artigianali, voglio fottermi la frescura ficcatasi nelle fessure buie della pietra. Il caldo s’alza dai capannoni bruciati e le nuvole diventano nere. Io sono nato sotto quelle nuvole nere; ci mangio come i cani quando divorano le carcasse dei buoi nei rettilinei verso Gela, ci mangio pane e uovo, uovo e ciliegini spaccati in due, azzanno anche le ossa del pollo e manco mi scanto, non mi caco nei calzoni. Questo caldo fuori stagione. Le scarpe, rovinate, me le sento avvampare, sembrano zone carsiche erose dal fuoco, nei buchi entrano lucertole minuscole, alzo il piede solo per calpestarle. In Piazza Dante, a Butera, d’inverno, le putìe sono serrate, mentre i bastardi assettati si nascondono nelle loro cucine e i termosifoni tossiscono mosche. Le ali rimaste s’attaccano tra le viuzze, il fieto del troppo friddu si mischia agli scarti del macellaio Sciandrù e le bestemmie, che rimbombano dai soggiorni aperti lungo i vicoli, si sciolgono negli orecchi quando mi calo con la testa dentro l’acqua fredda della fontana.</p>
<p>Solo. Io sono da solo, dentro la piazza.</p>
<p>Palpare la morte di un cristiano non m’aggrada, preferisco gustarmela, succhiare fino al midollo il folclore della dipartita siciliana. Quando s’aprono le case, per mostrare il cadavere con la sua pelle screpolata, livida, come di pollo crudo, mi introduco nella camera ardente casalinga, a odorare quel profumo di gesso friscu. Gli insetti si inerpicano sul ventaglio delle comari, sfilettano impudichi la trama di raso nero e poi si posano sulla bara: legno bello lucidu, di modo che scintilli la cassa dò muortu. Mi brillano gli occhi a ogni ricorrenza, mi brilla l’anima perché io non sono crepato. Le palpebre delle vecchie che si prefigurano la stessa sorte, l’ambiente, che mi porta a benedire il respiro lesto dei miei anni, le conversazioni sottovoce dei presenti:</p>
<p>“Come minchia è morto?!”<br />
“Come se l’è preso u Signuri?”<br />
“Stava in grazia di Dio?”<br />
“Era un disonesto, sa pigghià ìntra u culu.”<br />
“Era a merda, a merda della sua famigghia.”<br />
Mi interesso agli appellativi, mi inorgoglisce discutere del poveretto, in silenzio, mentre la puzza dei fiori e il rancido sole scolorito sui mobili puntella la comicità dello scenario.</p>
<p>Aspetto il buio.</p>
<p>I completi del “cu murìu”, spacchiusi, scintillanti; le scarpe quasi leccate da una vacca incinta che s’alluminano a contatto con i riflessi del pomeriggio assolato, mentre c’è anche chi sputa sul palmo della mano per rizzittare il capello del morto per poi stuiarsi sui pantaloni dello stesso. Alcuni benedicono, altri condannano e in mezzo a quella scena i corpi, scorticati dai ventilatori, respirano a malapena, con i pantaloni appiccicati alla carne mentre quella stessa carne, che nel poveretto s’era rattrappita per volontà divina, non può riesumarsi nemmeno di fronte all’acqua benedetta, conservata nelle boccette a forma della Madre di Cristo. Nuddu poteva fare il miracolo, poteva succhiare la ciolla dura che ha il sole siciliano! “Cu mori, mori,” chi è morto è morto: non c’è minchia, fiamma, Spirito Santo o ampolle sacre che tengano. Me l’ha sempre spiato solo Zù Guglielmo, l’unico che ha capito cosa fosse u fuocu.</p>
<p>Nelle mani buteresi degli Spiteri, i becchini, nelle loro mani da muratori golosi di fosse da scavare, sta il corpo del dipartito. Il rito è sempre il medesimo. La Pilato Mercedes, i crisantemi stagionati colmi di vespe, il loro “ora ca muriu ni faciemmu i sordi”, il percettibile terremoto quando l’auto percorre la scala reale che allaccia Butera Bassa a Butera Alta, affinché i morti raggiungano il cimitero; il cuore secco dei parenti, come piante della macchia tranciate dallo scirocco ossidrico, i Gloria al Padre dentro l’abitacolo della macchina, e non c’è il mare, per i morti, e i parenti dei morti non possono vedere il mare, ché la sepoltura finale non ha quell’orizzonte limpido, e Butera è stinnicchiata in collina.</p>
<p>Io degli Spiteri amo la precisione, la coerenza nel timbrare, con un bollo di cera rossa, la caviglia del muortu, il loro farne una pecora numerata, una di quelle pecore strammate che incontro quando raggiungo Gela. Scappano da una roccia, le bestiole, lasciano pagliericcio fituso e fumoso, scattano dai burroni quasi calciati via dal culo storto del diavulu, insudiciano la provinciale. Altre volte si fanno investire, crepano lasciando la lingua buttata sui denti, penzolante e frisca. Te ne accorgi di notte, mentre viaggi, quando la luna è china e dentro c’ha il futuro degli animali perché deve fartelo vedere.</p>
<p>Per gli Spiteri i morti sono come gli animali: devono essere sacrificati, congelati, mostrati al miglior sguardo sofferto, offerente, e compressi nel proprio nuovo appartamento. Sono le regole, le regole per avere la minchia dura, per differenziare una morte dall’altra, tecnicamente, per imparare ad averla, per fare il becchino, e per coricarsi senza il rischio di scantarsi della propria faccia o del sempiterno aroma di lilium che avvolge anche le onde del Mediterraneo, dove non riusciresti a distinguere il buio del fondale con il buio del dormire! C’avevo empatia, c’avevo distacco partecipato, provavo compassione e versavo lacrime come un copertone che finge di forarsi sotto il vento africano, quello che t’ammacca senza torcerti. I copertoni di gomma nera, abbandonati ai lati della via, poco prima del sentiero per il cimitero: i copertoni che paiono introdurre “il posto” dei loculi costruiti per la decomposizione dei vutrìsi scaricati da dio: il cimitero, la discarica della morte.</p>
<p>Lassù, c’abitava Concetta, mia nonna.</p>
<p>Piccola, una nana lavandaia con l’amore per le uova, le frittate, cattolica sino alla stampa nera sul dito ciccione, dove si incarcava il rosario ad anello. Era un minuscolo cagnaccio, col grasso e la pancia piena di latte, un mammifero carico di figli, una cagnola che si trascina verso il Belvedere per lasciarsi cadere all’ombra del castello normanno.</p>
<p>Di fronte alla sua casa: il castello arabo-normanno, una villa secentesca, un orfanotrofio e un’altra casa colonica, sempre chiusa. Quattro esemplari di solitudine siciliana, quattro catacombe per sotterrare la propria esistenza mentre tutti i cristi a quattro zampe ficcano tra i cespugli incucchiati, e le gazze si affrettano a caricarsi il mangiare che il sole piano piano risucchia. I cardellini, invece, Concetta li faceva ingrassare. “Volatili a forma di baccello di cìciru verde,” diceva. Se n’è andata, Concetta. Morta, con sdillìnio, come frittura di pepi saraceni. C’era il tramonto a Butera, quella volta, mi hanno raccontato. Quel tramonto che s’appiattisce tra le case in una sorta di milza pressata dentro due lembi rozzi di pane cattivo. Oleoso. Freddo. Mia madre Angelina s’era recata, per staccare la corrente, in via Archimede, dove stava la casa che condivideva con la madre. Aveva scoperchiato il vaso di ceramica, al centro del tavolo della cucina, dove da una vita nonna Concetta conservava i nucatoli, i biscotti di Butera. Fu solo a quel punto che Angelina, una volta raggiunto il salotto, fece la scoperta del corpo della madre. Per terra, con gli occhi spirdati, un uccellino scuro che non riusciva ad uscire dalla stanza.</p>
<p>“Perché te ne sei andata, nonni?”<br />
“Perché non mi hai lasciato dire le ultime cose?”<br />
Mi ha lasciato negro, a Butera, come la solitudine di un arabo sotto il castello, pronto per essere sacrificato evangelicamente, nella tua dimora, a mangiare biscotti. E quello che mi resta, ora, è raccontare la mia storia. Come sono arrivato fino a qui.</p>
<hr />
<p><strong>Orazio Labbate</strong>, nato nel 1985, ha pubblicato i romanzi Lo Scuru (Tunué, 2014), Suttaterra (Tunué, 2017) e Spirdu (Italo Svevo Edizioni, 2021), e i saggi Atlante del mistero (Centauria, 2018), Piccola Enciclopedia dei mostri (Il Sole 24 Ore Cultura, 2016), Negli States con Stephen King (Giulio Perrone editore, 2021) e L’orrore letterario (Italo Svevo Edizioni, 2022). Ha ricoperto l’incarico di giurato della XXXV edizione del Premio Calvino e collabora con la Lettura &#8211; Corriere della Sera. Dirige la collana di narrativa italiana, Interzona, per Polidoro editore.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/04/lo-scuro-di-orazio-labbate-nuova-edizione/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Nome e Lagrime&#8221; di Elio Vittorini &#8211; nuova edizione Bompiani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/08/25/vittorini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Aug 2023 05:06:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[consolo]]></category>
		<category><![CDATA[conversazioni in sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Lupo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Verdi]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=104474</guid>

					<description><![CDATA[Nota critica alla nuova edizione Bompiani di "Nome e Lagrime" di Elio Vittorini]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-104477 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-199x300.jpg" alt="" width="279" height="421" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-678x1024.jpg 678w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-768x1161.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-1016x1536.jpg 1016w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-150x227.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-300x453.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-696x1052.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-1068x1614.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books-278x420.jpg 278w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Screenshot_20230817_125840_Google-Play-Books.jpg 1072w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota critica di Luca Alerci</strong></p>
<p>La riedizione di un testo di Elio Vittorini è un evento importante, sempre. Bompiani ha in queste settimane ripubblicato <em>Nome e lagrime</em>, titolo misterioso e dalla storia abbastanza complicata. Nato come racconto sulla rivista <em>Corrente di Vita giovanile </em>a Milano, Vittorini però lo riutilizzerà già due anni dopo come premessa e primo titolo di un romanzo (Firenze, 1941) ma né il titolo né la premessa troveremo per la seconda edizione Mondadori dello stesso romanzo, opera che tutti conosciamo come <em>Conversazione in Sicilia</em>. Si dovrà aspettare il 1972, sei anni dopo la morte dell&#8217;autore, perché Mondadori riprenda questo titolo per pubblicare una raccolta di racconti e scritti diversi risalenti agli anni Trenta e Quaranta del Novecento. La stessa raccolta viene oggi appunto riproposta da Bompiani con la cura di Giuseppe Lupo, profondo esegeta di Vittorini.</p>
<p>Seppure molto (forse troppo) si sia scritto e detto su questo intellettuale, il suo è un universo letterario talmente originale, articolato ed enigmatico, che l&#8217;esplorazione non sembra possa avere confini. Del resto è questa la natura dei classici, arabe fenici sempre pronte a rinascere, ma è pur vero che per decenni Vittorini è sembrato forse un po&#8217; datato, ingombrante, da incasellare tra i classici solo per dovere. Fortunatamente questo libro ci ricorda il ruolo che ha avuto nelle trasformazioni della cultura e della letteratura italiana.</p>
<p>I testi raccolti sono parte di quel laboratorio che è stata la produzione dell&#8217;autore siciliano lungo tutto il suo percorso: un banco di lavoro sparso di immagini, sondaggi, illuminazioni, ed errori. Ogni racconto è come la struttura sintetica dei romanzi della maturità e vi troviamo tutti i temi, i luoghi, talvolta i personaggi, lo stile dei suoi scritti maggiori, tutto però in forma nucleare.</p>
<p>Leggere questi lavori, se vogliamo, è come ascoltare le opere giovanili di Verdi: anch&#8217;esse sono simili a prime forme dei grandi lavori successivi, poi rimeditati: cos&#8217;è Il Trovatore se non un Ernani portato alla perfezione?</p>
<p>Ma cerchiamo di esplorare alcuni di questi testi, proprio alla ricerca degli indizi e delle anticipazioni di cui abbiamo detto.</p>
<p>Nel racconto del titolo, ad esempio, troviamo subito l&#8217;evidente legame con Conversazione in Sicilia, gli stessi dialoghi scarni, asciutti, che rimandano ai processi di costruzione del pensiero, fatti di riduzioni, di risposte che già ci sono ma di cui bisogna scoprire la necessità. Come detto, Vittorini utilizzò il racconto a premessa della prima edizione del suo capolavoro.</p>
<p>Continuando a sfogliare, troviamo un altro titolo emblematico, <em>Le città del mondo</em>, un altro titolo che subirà anch&#8217;esso diverse metamorfosi: oltre che per questo racconto sarà utilizzato per un progetto di esplorazione dei grandi centri urbani nell&#8217;ambito de <em>Il Politecnico</em>, e diventerà infine il titolo dello straordinario romanzo rapsodico, incompiuto, pubblicato postumo nel 1969. Il tema delle città è davvero cruciale in molti di questi testi, come sapientemente sottolineato dal curatore.</p>
<p>Non potevano poi mancare i racconti sul regime, sulla guerra, sulla resistenza: senza alibi, senza tentativi di revisione, Vittorini presenta il conto del fascismo, soprattutto a sé stesso. Come nel racconto <em>Il mio ottobre fascista</em> dove la fascinazione per Mussolini viene spiegata tramite la storia di un&#8217;improbabile e infatti fallita partecipazione di un ragazzino alla marcia su Roma;  o come nel drammatico <em>Milano come in Spagna Milano come in Cina</em>.</p>
<p>Molto densi risultano poi altri racconti quali <em>Quando cominciò l&#8217;inverno</em>, dove risuona il suo lavoro di quegli anni sugli scrittori americani, Hemingway e Faulkner su tutti, il primo come fabbro di dialoghi, il secondo negli squarci di nuda umanità senza giustizia.</p>
<p>Mi piace concludere citando il gustoso <em>Il signore che voleva assassinarlo</em>, un testo che, per molti aspetti, anticipa le atmosfere e le suggestioni dei racconti di Buzzati.</p>
<p>Emerge da queste pagine, in fondo, il Vittorini che già conosciamo, rigoroso, duro, sfuggente. Ma è anche il Vittorini di cui parlava Consolo, un intellettuale travisato, puro, e perciò spesso strumentalizzato. Questa raccolta ci parla di un mondo disperso, in frantumi, alla ricerca di una voce univoca, di una guida quasi. Vittorini indaga questo sfacelo non nascondendo la propria incapacità, come fosse una volontà incompiuta. Eppure nel sogno progressista del Gran Lombardo di Conversazione in Sicilia già balena un orizzonte nuovo, civile, politico, letterario, pur nel pieno della tragedia bellica. Bisognava guardare lontano quindi, e per questo la sua ricerca doveva pur essa guardare lontano, in America ad esempio, ma bisognava guardare anche vicino, vicinissimo, negli spettri della notte europea di quegli anni terribili.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Luca Alerci</strong> è nato e vive ad Enna. È docente presso la scuola pubblica. Collabora con riviste cartacee e online (La balena bianca, Limina, Lucialibri, Scorci). Ha partecipato alla raccolta <em>Ancora guerre</em> a cura di Marcello Benfante (Istituto Poligrafico Europeo, 2022). Cura il blog Vite di montagna, dedicato all&#8217;ambiente e alla cultura dell&#8217;appennino sicliano.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-10 21:41:07 by W3 Total Cache
-->