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	<title>Nazione Indiana &#187; sicurezza</title>
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		<title>Favola amara di un Giudice Istruttore che sa come vanno le cose</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 20:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Anonimo Lombardo</strong> (da Arcoiris, <a href="http://domani.arcoiris.tv/?p=3292&#38;cp=1">qui</a>)</p>
<p>25 dicembre 2009: &#8220;Trovato neonato in una stalla. La polizia e i servizi sociali indagano. Arrestati un falegname e una minorenne&#8221;. L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino grazie alla segnalazione di un comune cittadino (obbediente all’invito del ministro Maroni): aveva scoperto una famiglia accampata in una stalla.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/24/favola-amara-di-un-giudice-istruttore-che-sa-come-vanno-le-cose/">Favola amara di un Giudice Istruttore che sa come vanno le cose</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Anonimo Lombardo</strong> (da Arcoiris, <a href="http://domani.arcoiris.tv/?p=3292&amp;cp=1">qui</a>)</p>
<p>25 dicembre 2009: &#8220;Trovato neonato in una stalla. La polizia e i servizi sociali indagano. Arrestati un falegname e una minorenne&#8221;. L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino grazie alla segnalazione di un comune cittadino (obbediente all’invito del ministro Maroni): aveva scoperto una famiglia accampata in una stalla. Al loro arrivo gli agenti di polizia, accompagnati da assistenti sociali, si sono trovati di fronte ad un neonato avvolto in uno scialle e depositato in una mangiatoia dalla madre extracomunitaria, tale Maria H. di Nazareth, appena quattordicenne.</p>
<p>Al tentativo della polizia e degli operatori sociali di far salire la madre e il bambino sui mezzi delle forze dell’ordine, un uomo, successivamente identificato come Giuseppe H di Nazareth, ha opposto resistenza spalleggiato da alcuni pastori e tre stranieri presenti sul posto. Sia Giuseppe H. che i tre stranieri, risultati sprovvisti di documenti di identificazione e permesso di soggiorno, sono stati tratti in arresto.<span id="more-28187"></span></p>
<p>L’Ufficio Stranieri della Questura e la Guardia di Finanza stanno indagando per scoprire il paese di provenienza dei tre clandestini. Secondo fonti di polizia i tre potrebbero essere spacciatori internazionali, dato che sono stati trovati in possesso di un ingente quantitativo di oro e di sostanze presumibilmente illecite. Nel corso del primo interrogatorio gli arrestati hanno riferito di agire in nome di Dio per cui non si escludono legami con Al Qaeda. Le sostanze chimiche rinvenute sono state inviate al laboratorio per le analisi. La polizia mantiene uno stretto riserbo sul luogo in cui è stato portato il neonato. Si prevedono indagini lunghe e difficili.</p>
<p>Un breve comunicato stampa dei servizi sociali, diffuso in mattinata, si limita a rilevare che il padre del bambino è un adulto di mezza età, mentre la madre è ancora adolescente. Gli operatori si sono messi in contatto con le autorità di Nazareth per scoprire quale sia il rapporto tra i due e se la loro lontananza dal luogo di residenza abituale possa nascondere rapimento o plagio. Nel frattempo Maria H. è stata ricoverata all’ospedale e sottoposta a visite cliniche e psichiatriche. Sul suo capo pende l’accusa di maltrattamento e tentativo di abbandono di minore. Gli inquirenti nutrono dubbi sullo stato di salute mentale della donna la quale afferma di essere ancora vergine e di aver partorito il figlio di Dio.</p>
<p>Il primario del reparto di Igiene Mentale ha dichiarato oggi in conferenza stampa: &#8220;Non sta certo a me dire alla gente a cosa deve credere, ma se le convinzioni di una persona mettono a repentaglio – come in questo caso – la vita di un neonato, allora la persona in questione rappresenta un rischio sociale. Il fatto che sul posto siano state rinvenute sostanze stupefacenti non ancora consuete al nostro mercato clandestino, non migliora il quadro. Sono comunque certo che, se sottoposte ad adeguata terapia per uno due o tre anni – solo i progressi determineranno la durata della cura – le persone coinvolte, compresi i tre trafficanti di droga, potranno essere reinseriti a pieno titolo nella società. Le autorità competenti decideranno se espellerli con foglio di via obbligatorio o accettare la loro eventuale richiesta di permesso di soggiorno. Ma questo esula da ogni mia responsabilità professionale&#8221;.</p>
<p>Pochi minuti fa si è sparsa la voce che anche i contadini presenti nella stalla vengono sospettati di essere consumatori abituali di sostanze stupefacenti. Il loro alibi non ha retto ai primi controlli. Sostengono di essere stati costretti a recarsi nella stalla da una persona di alta statura con addosso una lunga veste bianca e due ali sulla schiena (?). Avrebbe loro imposto di festeggiare il neonato. Il portavoce della sezione antidroga della questura ha così commentato: &#8220;Gli effetti di certe sostanze a volte sono imprevedibili, ma si tratta della scusa più assurda mai messa a verbale negli interrogatori di tossicodipendenti&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/24/favola-amara-di-un-giudice-istruttore-che-sa-come-vanno-le-cose/">Favola amara di un Giudice Istruttore che sa come vanno le cose</a></p>
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		<title>Le nostre vene</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 11:20:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p>“Rinnoviamo la più ferma critica al gruppo dirigente delle Ferrovie che ha dirottato risorse e tecnologia sul servizio &#8216;luccicante&#8217; dell&#8217; alta velocità lasciando che il resto del servizio ferroviario, in particolare merci e pendolari, deperisse sia in termini di qualità che di sicurezza”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/30/le-nostre-vene/">Le nostre vene</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p>“Rinnoviamo la più ferma critica al gruppo dirigente delle Ferrovie che ha dirottato risorse e tecnologia sul servizio &#8216;luccicante&#8217; dell&#8217; alta velocità lasciando che il resto del servizio ferroviario, in particolare merci e pendolari, deperisse sia in termini di qualità che di sicurezza”. Mi fermo su queste parole, le dichiarazioni dei ferrovieri, di chi ci lavora, di chi le cose le vede, sa come funzionano e quando non funzionano molto di più di ogni manager che sta in ufficio e guadagna centinaia di migliaia di euro. Ognuna di queste parole la sostengo in pieno non senza una sensazione di sconforto. Perchè appena sveglia stamani e ho saputo di quanto successo a Viareggio, dopo un lampo di smarrimento e di orrore, il pensiero è andato agli altri deragliamenti a Prato dei giorni scorsi, un campanello di allarme non ascoltato e poi subito a Dante De Angelis, il macchinista, delegato RLS che denuncia da anni l’insicurezza dei nostri treni, che invece di essere seriamente ascoltato è stato licenziato diventando un caso di lotta fra i lavoratori, non solo delle ferrovie. <span id="more-18946"></span></p>
<p>Sull’alta velocità in Italia, non so più cosa aggiungere in merito dopo tutti questi anni, dopo i danni ambientali del Mugello e il processo di CAVET, dopo i morti sul lavoro, dopo le infiltrazioni mafiose di certi subappalti, dopo la catastrofe finanziaria e pure l’evasione fiscale denunciata in questi ultimi giorni. Consiglio, per chi non l’ha ancora visto di guardarsi il video-documentario Fratelli di TAV, che ricostruisce un po’ la storia della TAV nel nostro Bel Paese.</p>
<p>Mi ha colpito sentire in televisione un giornalista chiedere: non è che la ferrovia passi troppo vicino dalle case? Ma lui dove vive? L’Italia è fatta così. Siamo una terra stretta e montuosa con migliaia di comuni, per questo serve un collegamento capillare funzionante più che grandi arterie solitarie. I binari passano ovunque nelle città, dentro ai paesi, lungo le spiagge, dentro le montagne. Per questo è necessario investire maggiore attenzione e fondi su ogni tratta, investire in manodopera e sicurezza, perchè sono le vene del nostro corpo Italia. Quel sangue che ci scorre dentro siamo noi, pendolari di ogni mattina, cittadini semplici consumatori di merci, quindi tutti noi. Bisogna cominciare a curare queste vene, ogni capillare che sta schiantando è un segnale di malessere e va ascoltato o presto avremo un corpo malato. Comincerei proprio dai ferrovieri. Oggi chi vuole capire Viareggio, vuole individuare le responsabilità e vuole lavorare affinché non si ripeta, vuole una ferrovia italiana sicura e funzionante fino alla piccola tratta, deve andare ad ascoltare chi ci lavora sui binari, sempre non siano già stati licenziati.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/30/le-nostre-vene/">Le nostre vene</a></p>
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		<title>Morti da lavoro: crimini e porcate</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jan 2009 05:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Palmisano</strong></p>
<p><a href="http://www.corriere.it/cronache/08_dicembre_11/taranto_operaio_morto_ilva_cf38b65e-c75a-11dd-a4b9-00144f02aabc.shtml">La notte scorsa</a> il rosario di morte dei cosiddetti “infortuni” sul lavoro ha visto sgranare una nuova vittima sacrificale, Jan Zygmunt Paurowicz, 54 anni, polacco; stavolta, ancora, in quella specie di tempio satanico per gli esseri umani e per l’ambiente circostante che risponde al nome di stabilimento siderurgico Ilva di Taranto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/01/palmisano/">Morti da lavoro: crimini e porcate</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Palmisano</strong></p>
<p><a href="http://www.corriere.it/cronache/08_dicembre_11/taranto_operaio_morto_ilva_cf38b65e-c75a-11dd-a4b9-00144f02aabc.shtml">La notte scorsa</a> il rosario di morte dei cosiddetti “infortuni” sul lavoro ha visto sgranare una nuova vittima sacrificale, Jan Zygmunt Paurowicz, 54 anni, polacco; stavolta, ancora, in quella specie di tempio satanico per gli esseri umani e per l’ambiente circostante che risponde al nome di stabilimento siderurgico Ilva di Taranto.</p>
<p>Ancora un dipendente dell’appalto, come gli ultimi due poveri sventurati che lo hanno preceduto quest’anno, vera e propria carne da macello immolata sull’altare di un’inarrestabile catena di montaggio a due linee parallele: profitti esorbitanti per l’azienda da una parte (878 milioni di utili nel solo 2007), morti e feriti per i lavoratori dall’altra (tre morti nel solo 2008, per l’appunto).<br />
<span id="more-12934"></span><br />
Ovviamente, anche tenendo conto della mattanza dei giorni scorsi su tutto il territorio nazionale, oggi la locuzione più ricorrente in chiave bipartisan è la solita: “basta, mai più” ecc… Durerà poco; solo per i canonici due – tre giorni di raglio.</p>
<p>Se mai, infatti, in capo a qualche anima bella, per quanto non estremamente perspicua, fossero residuati dubbi sulla reale volontà delle parti padronali, o quantomeno delle loro più alte rappresentanze di categoria, di rimuovere o almeno di provare a contrastare seriamente le cause più profonde del massacro quotidiano di loro dipendenti, l’articolo pubblicato sul Manifesto di venerdì 5 u.s., a firma di Sara Farolfi, spazza il terreno da ogni equivoco.</p>
<p>Vi si legge, infatti, di una “ipotesi di avviso comune sulla sicurezza” a firma di tutte, diconsi tutte, le sigle dei “sindacati dei padroni” (loro per definizione bipartisan), da Confindustria alla Lega delle cooperative, per sabotare, letteralmente, le parti più innovative ed incisive del Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro.</p>
<p>Non tanto quella sulle sanzioni detentive, già per loro conto votate ad un sistematico autosabotaggio di fatto, stante la natura meramente contravvenzionale delle stesse che le rende, per l’appunto, quasi fatalmente destinate ad estinguersi per prescrizione, prim’ancora che desolantemente inadeguate nel merito rispetto all’entità dei valori in campo, ossia la vita e l’incolumità dei lavoratori e delle lavoratrici; ma alcune fondamentali previsioni precettive.</p>
<p>Tra queste c’è proprio la norma dell’art. 26 del Testo Unico che stabiliva (a questo punto l’imperfetto è quasi d’obbligo) l’obbligo per il datore di lavoro committente, nel caso di lavori affidati in appalto all’interno della propria azienda, di redigere il cosiddetto “documento di valutazione dei rischi da interferenza esterna”, i rischi, cioè, che derivano dalla presenza di imprese e di lavoratori diversi, anche molto diversi tra loro, nello stesso sito produttivo, con conseguente attribuzione di responsabilità allo stesso datore committente nel caso in cui quella valutazione dei rischi non fosse stata fatta sul serio, o non fosse stata fatta per niente.</p>
<p>E c’è (c’era?) un’altra importantissima previsione legale, sempre disposta all’art. 26 del T.U., ossia quella per cui “<em>nei contratti di appalto o di subappalto e di somministrazione [….] devono essere specificamente indicati a pena di nullità ai sensi dell&#8217;articolo 1418 del codice civile i costi relativi alla sicurezza del lavoro con particolare riferimento a quelli propri connessi allo specifico appalto</em>”.</p>
<p>Ebbene, gli estensori dell’“avviso comune” pare non gradiscano particolarmente queste disposizioni; più precisamente, vogliono sbarazzarsene, liberarsi da questi ennesimi lacci e laccioli nei quali s’impigliano le ali benemerite dell’italica libera iniziativa economica individuale; quella mirabilmente rappresentata dalla presidente di Confidustria, Emma Marcegaglia, già capitana coraggiosa Cai, il cui gruppo industriale, pochi mesi fa, ha patteggiato una condanna per corruzione al Tribunale di Milano a proposito di una tangente pagata nel 2003 a un manager dell’Enipower in cambio di un appalto: pena pecuniaria 500 mila euro e 250 mila di confisca alla Marcegaglia Spa, pena pecuniaria di 500 mila euro e 5 milioni di confisca alla controllata NE Cct Spa, 11 mesi di reclusione patteggiati dal vicepresidente Antonio Marcegaglia (fratello di Emma). Il padre della presidente, invece, Steno, è stato condannato dal Tribunale di Brescia a 4 anni per la bancarotta Italcase-Bagaglino.</p>
<p>È questa quintessenza di imprenditori schumpeteriani che oggi pretende che quelle previsioni presunte giugulatorie per le imprese, per definizione libere e belle (le imprese, naturalmente), si applichino solo negli “<em>appalti di una certa</em> (sic!) <em>consistenza, economica e temporale.</em>”</p>
<p>Così, secondo lorsignori e signorotti, si combattono le morti da lavoro: abbattendo, anzitutto, quelle norme che realmente sarebbero in grado di porre un argine alla strage quotidiana.</p>
<p>Magari credono che queste siano pessimistiche, ed oggi, com’è noto, il pessimismo è uno dei reati che genera maggiore allarme sociale. O, addirittura, che portino male, quasi una sorta di profezia che, alla fine, si autoavvera; dunque, esorcizzando le norme, essi credono, o vogliono far credere, che così si scongiurino anche le morti.</p>
<p>A volte, in presenza di una porcata, si dice, quasi per consolarsi: “è un elemento di chiarezza”.<br />
L’“ipotesi di avviso comune” è indubbiamente un elemento di chiarezza; cionondimeno, o forse proprio per questo, resta un’indubitabile porcata.</p>
<p>Sarebbe bello, ma prim’ancora minimamente dignitoso, se qualcuno tra i partiti e i movimenti che una volta, in qualche modo, recavano nel loro statuto più volte le parole “lavoro” e “lavoratori”; tra gli intellettuali che una volta quelle parole le ripetevano come intercalare; oltreché, soprattutto, tra i sindacati i cui vertici non si intrattengono in incontri clandestini con il presidente del consiglio – operaio, cercasse un modo, uno solo, purché serio, per far sapere che non è dello stesso avviso.</p>
<p>Ma, soprattutto, sarebbe doveroso che lo facesse sapere chiunque ancora si riconosce in quella Carta, tanto nobile quanto svillaneggiata, il cui principio fondativo è quello che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Fasano, 12.xii.2008</em></p>
<p>“La tragicommedia della storia umana fa sì che si erigano monumenti celebrativi ai morti in guerra con i quali il potere che ha pianificato le guerre costruisce e alimenta un patriottismo che gli fa comodo, ma i detentori del potere non hanno mai fatto erigere monumenti a coloro che sono stati sacrificati sul lavoro per garantire e aumentare i loro profitti.” (R. Tomatis)</p>
<p> </p>
<p><small><em>[Pubblico con ritardo questo pezzo (già apparso in forma ridotta su <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/12/13/le-tragedie-sul-lavoro-quelle-norme-aggirate.html">"La Repubblica"</a> del 13 dicembre 2008, edizione di Bari) e me ne scuso con l'Autore. Tuttavia, non credo che ciò ne diminuisca l'attualità e la pertinenza. a. r.]</em></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/01/palmisano/">Morti da lavoro: crimini e porcate</a></p>
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		<title>Le sette abitudini dei terroristi inefficaci</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/02/le-sette-abitudini-dei-terroristi-inefficaci/</link>
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		<pubDate>Sun, 02 Nov 2008 06:43:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2008/10/the_seven_habit.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>La maggior parte delle strategie antiterrorismo non falliscono a causa di problemi tattici, ma per un malinteso di fondo in merito a ciò che spinge in primo luogo i terroristi ad agire. Se vogliamo sconfiggere il terrorismo, dobbiamo comprendere anzitutto che cosa spinge le persone a diventare terroristi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/02/le-sette-abitudini-dei-terroristi-inefficaci/">Le sette abitudini dei terroristi inefficaci</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2008/10/the_seven_habit.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>La maggior parte delle strategie antiterrorismo non falliscono a causa di problemi tattici, ma per un malinteso di fondo in merito a ciò che spinge in primo luogo i terroristi ad agire. Se vogliamo sconfiggere il terrorismo, dobbiamo comprendere anzitutto che cosa spinge le persone a diventare terroristi.</p>
<p>Secondo il giudizio prevalente, il terrorismo è un fenomeno intrinsecamente politico e si diventa terroristi per ragioni politiche. Questo è il modello “strategico” del terrorismo, e si tratta sostanzialmente di un modello economico. Esso stabilisce che le persone ricorrono al terrorismo quando credono (a ragione o a torto) che ne valga la pena; ovvero, quando ritengono che i vantaggi politici del terrorismo meno i costi politici siano superiori a quanto otterrebbero con una qualsiasi altra forma di protesta più pacifica. Si presume, per esempio, che chi si unisce a Hamas abbia come obiettivo la realizzazione di uno stato palestinese; e chi si unisce al PKK lo faccia per arrivare a ottenere una realtà nazionale curda; e chi si unisce ad al-Qaida voglia, fra le altre cose, cacciare gli Stati Uniti dal Golfo Persico.<span id="more-10192"></span></p>
<p>Se si crede a questo modello, il sistema per combattere il terrorismo è quello di modificare tale equazione, e ciò è quanto consigliano molti esperti. I governi tendono a ridurre al minimo i guadagni politici del terrorismo mediante una policy che rifiuta ogni concessione. La comunità internazionale tende a consigliare la riduzione delle ingiustizie politiche dei terroristi mediante pacificazione, nella speranza di indurli a rinunciare alla violenza. Entrambi i casi suggeriscono policy che offrano alternative non-violente credibili, come le elezioni libere.</p>
<p>Storicamente, nessuna di queste soluzioni ha funzionato in maniera costante o affidabile. Max Abrahms, un ricercatore predottorato al Center for International Security and Cooperation della Stanford University, ha studiato decine di gruppi terroristici di ogni parte del mondo. Secondo lui quel modello è errato. In uno studio pubblicato quest’anno in International Security (che, purtroppo, non ha il titolo “Le sette abitudini di terroristi altamente inefficaci”) egli parla, appunto, di sette abitudini di terroristi altamente inefficaci. Queste sette tendenze si riscontrano in organizzazioni terroristiche di tutto il mondo, e contraddicono direttamente la teoria secondo cui i terroristi sono dei massimizzatori politici:</p>
<p>I terroristi &#8212; scrive Abrahms &#8211;</p>
<ol>
<li>attaccano i civili, una linea di condotta che vanta precedenti ben poco efficaci nel convincere quei civili a dare ai terroristi quello che vogliono;</li>
<li>trattano il terrorismo come prima risorsa, non come ultima spiaggia;</li>
<li>non scendono a compromessi con il paese preso di mira, anche quando quei compromessi sarebbero nei loro migliori interessi da un punto di vista politico;</li>
<li>hanno piattaforme politiche proteiformi, che cambiano regolarmente e a volte radicalmente;</li>
<li>spesso sferrano attacchi anonimi, che impedisce ai paesi bersagliati di garantire loro delle concessioni politiche;</li>
<li>attaccano regolarmente altri gruppi terroristici che hanno la stessa piattaforma politica; e</li>
<li>rifiutano la dispersione, anche quando continuano a non raggiungere i loro obiettivi politici o anche dopo aver raggiunto gli obiettivi politici dichiarati.</li>
</ol>
<p>Abrahms fornisce un modello alternativo per spiegare tutto questo: le persone si rivolgono al terrorismo alla ricerca di solidarietà sociale. Egli teorizza che le persone si uniscono a organizzazioni terroristiche in tutto il mondo per poter essere parte di una comunità, proprio come i ragazzini delle grandi città si uniscono alle gang da strada negli Stati Uniti.</p>
<p>I fatti corroborano questa teoria. I singoli terroristi spesso non hanno mai avuto niente a che fare con l’attività e le priorità di un gruppo terroristico, e frequentemente si uniscono a più gruppi terroristici con piattaforme politiche incompatibili. Molti individui che si uniscono a gruppi terroristici spesso non sono soggetti oppressi in alcun modo, né sanno delineare gli obiettivi politici delle loro organizzazioni. Spesso chi entra a far parte di un gruppo terroristico ha amici o parenti che già ne sono membri, e la stragrande maggioranza dei terroristi sono isolati socialmente: giovani uomini non sposati o vedove che non avevano un lavoro prima di entrare nel gruppo. Queste caratteristiche si possono riscontrare in gruppi terroristici radicalmente diversi fra loro, come l’IRA e al-Qaida.</p>
<p>Per esempio, molti dei dirottatori dell’11 settembre avevano pianificato di combattere in Cecenia, ma erano sprovvisti della documentazione necessaria, e quindi hanno attaccato l’America. I mujaedin non sapevano chi attaccare dopo che i Russi si ritirarono dall’Afghanistan, per cui se ne sono stati senza far niente finché non hanno trovato un nuovo nemico: l’America. I terroristi pakistani passano regolarmente ad altri gruppi con una piattaforma politica completamente diversa. Molti nuovi membri di al-Qaida dichiarano, con poca convinzione, di aver deciso di diventare parte della jihad dopo aver letto un blog estremista e anti-americano, oppure dopo essersi convertiti all’islamismo, magari solo da qualche settimana. Queste persone sanno ben poco di politica e di islamismo, e francamente non danno l’impressione di voler saperne di più. I blog a cui si riferiscono non sono molto profondi in questi campi, anche se esistono blog assai più ricchi di informazioni.</p>
<p>Tutto ciò spiega le sette abitudini. Non è che siano inefficaci di per sé, solo che hanno un obiettivo differente. Possono non essere efficaci da un punto di vista politico, ma lo sono socialmente, e contribuiscono a preservare l’esistenza e la coesione del gruppo.</p>
<p>Questo genere di analisi non è solo teoria: ha delle conseguenze pratiche per l’antiterrorismo. Non solo ora possiamo comprendere con maggiore chiarezza chi potrebbe diventare un terrorista, ma possiamo mettere a punto delle strategie mirate a indebolire i vincoli sociali all’interno delle organizzazioni terroristiche. Creando disaccordi fra i membri dei gruppi &#8212; convertendo le condanne penali in cambio di informazioni pratiche di intelligence, inserendo un maggior numero di agenti doppi nei gruppi terroristici &#8212; sarà un ottimo sistema per indebolire considerevolmente i vincoli sociali all’interno di quei gruppi.</p>
<p>Occorre anche prestare più attenzione agli emarginati sociali più che ai politicamente oppressi, come tutte quelle comunità non assimilate che vivono in paesi occidentali. Bisogna sostenere e favorire comunità e organizzazioni vivaci e positive come alternative da offrire a potenziali terroristi affinché abbiano quella coesione sociale di cui hanno bisogno. E infine è necessario ridurre al minimo i danni collaterali nelle nostre operazioni antiterrorismo, nonché porre un  freno al fanatismo e ai crimini motivati dall’odio, che non fanno altro che creare un maggiore dislocamento e isolamento sociale, e fomentare le inevitabili ritorsioni.</p>
<p>Il saggio originale di Max Abrahms: <a href="http://maxabrahms.com/pdfs/DC_250-1846.pdf">What terrorists really want &#8211; terrorist motives and counterterrorism strategies</a></p>
<p>Questo articolo è precedentemente apparso su <a href="http://www.wired.com/print/politics/security/commentary/securitymatters/2008/10/securitymatters_1002  ">Wired.com</a>.</p>
<p>Una <strong>confutazione interessante di Laurent Murawiec</strong>: <a href="http://www.cambridgeblog.org/2008/10/can-terror-be-understood/">Can terror be understood?</a></p>
<p>Edizione italiana curata da <a href="http://www.communicationvalley.it">Communication Valley SpA</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/02/le-sette-abitudini-dei-terroristi-inefficaci/">Le sette abitudini dei terroristi inefficaci</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Omicidi bianchi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 14:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi&#8230;</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/">Omicidi bianchi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-9504" title="img01" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01-150x150.jpg" alt="" width="105" height="105" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili. Così come individuabili sono i &#8220;motivi&#8221; che rendono possibili quelle morti. Una sinistra che davvero fosse tale porrebbe in essere una serie di dispositivi che andassero alla radice di quei motivi, e chiamassero davvero in causa i soggetti responsabili.</span></div>
<p><span>Le morti sul lavoro sono sempre &#8220;sovradeterminate&#8221; da cause interne al modello di sviluppo del nostro paese: la frammentazione del processo produttivo e dell&#8217;organizzazione del lavoro, la catena infinita di appalti e subappalti, la condizione precaria dei lavoratori e la loro conseguente ricattabilità, l&#8217;abbassamento del costo del lavoro, la preminenza abnorme della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221; nel tessuto produttivo italiano. </span><br />
Ma allora come contrastare questa piaga, se non è un fatto contingente ma una piaga implicata dalla struttura stessa dell&#8217;economia?<span id="more-9503"></span> E&#8217; necessario un cambiamento culturale – ma nel senso più ampio del termine &#8220;cultura&#8221;. Dove &#8220;cultura&#8221; è tutto l&#8217;insieme di pratiche materiali che formano l&#8217;umano, a partire dal suo essere uomo produttore. Cambiamento culturale, allora, significa prendere coscienza di quelli che sono i meccanismi di un intero sistema sociale ed economico che produce, e io credo non possa non produrre, le sue vittime sacrificali. Significa comprendere che la vera cura del problema sarebbe: &#8220;lavorare con lentezza&#8221;. Sono le necessità della produzione, dei suoi ritmi e dei suoi tempi – del profitto, dunque &#8211; che inducono a trascurare la sicurezza, che fanno intensificare ritmi e tempi di lavoro, che impediscono una formazione adeguata dei lavoratori. Se si deve fare in fretta, finire i lavori in tempi strettissimi, incrementare la produzione – la sicurezza diventa un impiccio. Ma la società – e il centrosinistra su questo non fa attrito &#8211; va in tutt&#8217;altra direzione: la detassazione degli straordinari, a livello italiano; e la decisione dell&#8217;Unione europea di abbattere il limite delle 48 ore conquistato nel 1917 (quando è ben noto che aumentando i tempi di lavoro cresce esponenzialmente la possibilità di infortuni e morti). Il lavoro, dunque, prima di tutto, e sopra ogni altra considerazione.</p>
<p><span>L&#8217;Italia ha un numero di morti sul lavoro più alto rispetto agli altri paesi europei sia in termini assoluti che in termini relativi (mi riferisco all&#8217;indice di morti ogni 100mila occupati, escludendo le morti in itinere, ovvero nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa: e questo nonostante i trucchi retorici che Confindustria ha usato a piene mani negli ultimi anni, senza che nessuno svelasse mai i suoi artifizi). Questo picco italiano di omicidi bianchi deve essere messo in relazione con un&#8217;altra specificità del sistema produttivo, che è la frammentazione abnorme del processo produttivo e la presenza della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221;, la cui assoluta centralità nel tessuto produttivo italiano viene fatta rilevare in particolare dagli studi di Sergio Bologna.</span><br />
<span>Dai dati Istat dell&#8217;ottobre 2006 risulta che su circa 16 milioni e mezzo di lavoratori nel settore di mercato, 8 milioni e mezzo sono impiegati in aziende con meno di 15 dipendenti (dunque senza le tutele dello Statuto dei lavoratori), e 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti. Si tratta di imprese familiari, o addirittura di &#8220;ditte individuali&#8221; (un vero e proprio paradosso logico), che costituiscono il cuore dell&#8217;economia italiana. Un dato che emerge da un&#8217;indagine di Mediobanca del 2006 appare decisivo: nel decennio 1996/2005, le medie e grandi imprese (quelle sopra i cinquanta occupati) hanno ridotto ininterrottamente la forza lavoro, accumulando nello stesso tempo profitti in misura mai così grande nella storia del paese (e determinando lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi che è il più grande dell’Unione Europea ). Nonostante il fatto che. dopo l&#8217;accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati siano rimasti quasi fermi, caso unico nell&#8217;Unione Europea, le medie e grandi imprese non hanno scelto di investire in tecnologie o in ricerca, per ingrandirsi e creare occupazione, ma hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare. Perciò è stato l’universo delle &#8220;imprese&#8221; al di sotto dei 10 dipendenti a creare la maggiore domanda di lavoro, tenendo alta la dinamica occupazionale. Piccole e piccolissime &#8220;imprese&#8221; che devono spesso far fronte a bassi margini di profitto, che lavorano senza capitali, che hanno difficoltà a ottenere prestiti dalle banche, che non hanno sussidi come la cassa integrazione. Non a caso è in questo settore che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi. E questo, è evidente, ha effetti immediati anche quanto alla sicurezza. Intervenire in questa questione sarebbe dunque essenziale. Incentivare la ricerca e colpire le rendite. Riformare un capitalismo malato. </span><br />
<span>Nel frattempo, si potrebbe impedire per quanto possibile la pratica generalizzata degli appalti al massimo ribasso. Che è una causa diretta di morte. Eppure messa in atto normalmente anche dagli enti locali e pubblici (un esempio tra i mille? I lavori per l’allargamento della terza corsia del Grande raccordo anulare a Roma, dove per quindici chilometri di strada da realizzare sono stati utilizzati più di centocinquanta subappalti). Lo si capisce facilmente: se una azienda appaltatrice vince un appalto con un ribasso del 50%, il margine di profitto non potrà che scaturire dal taglio del costo del lavoro, dall&#8217;incremento di tempi e ritmi di lavoro, dal taglio dei costi sulla sicurezza. E&#8217; così in tutti i settori produttivi, e massimamente in quello dell&#8217;edilizia. Che è il settore che tira il Prodotto Interno Lordo nazionale. Nell&#8217;ultimo decennio l&#8217;edilizia residenziale ha toccato la maggior produzione nella storia del paese, e dal 2001 al 2007 gli investimenti nazionali sono balzati da 58 a oltre 71 miliardi di euro, con un incremento del 23 per cento. Senza il contributo del settore edile, il Pil avrebbe avuto segno negativo. Ma questa crescita significa morte. Nell&#8217;edilizia accadono quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. E cinque infortuni su cento denunciati producono menomazioni permanenti. (&#8220;Denunciati&#8221; è necessario aggiungerlo, ché se l&#8217;Italia è il paese in Europa che ha il più alto tasso del sommerso &#8211; circa il 18% del Prodotto Interno Lordo -, sono moltissimi gli infortuni non registrati perché non denunciati. Secondo le stime della stessa Inail,l&#8217;Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, sono stimabili in duecentomila l&#8217;anno.) </span>L&#8217;esperienza della ricostruzione in Umbria dopo il terremoto del 1997 lo testimonia: se si stabiliscono dei parametri corretti (ovvero una sorta di pavimento sotto il quale non si possa scendere per l&#8217;assegnazione degli appalti) e ci sono controlli sufficienti, le morti nei cantieri calano in maniera drastica.</p>
<p><span>Occorre rimettere dunque mano all&#8217;organizzazione del lavoro, e ai motivi che la determinano. Ma come? Io credo vi sia una sola strada: la creazione di un nuovo legame solidale tra i lavoratori, che sconfigga quel diffuso senso di solitudine sociale ormai generalizzato. Sono i lavoratori a doversi difendere. Nessuno può farlo per loro. E questa azione non può che passare per una pratica sindacale reticolare, dove sindacato significa proprio questo: autodifesa dei lavoratori, e rivendicazione dei propri diritti. Non dunque il sindacato sterilizzato, chiuso nelle sue camere iperbariche – non quel sindacato che tende a mediare i conflitti, o che tende a diventare patronato. Ma un sindacato che vive sui luoghi di lavoro, giorno dopo giorno. Ovvero, i lavoratori stessi che si difendono, in virtù dei comuni interessi che li uniscono. Lo dicono gli stessi tecnici della prevenzione – i dipendenti Asl che dal 1978 controllano la sicurezza sul lavoro (per quanto riguarda i cantieri vige anche il controllo degli ispettori del lavoro) -: occorre un rapporto privilegiato tra i tecnici e i lavoratori, attraverso la figura dell&#8217;Rls, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – figura che a sua volta deve essere difesa e valorizzata.</span></p>
<p><span>Certo, anche qui si tratterebbe di porre questioni di ampio respiro. Porre insomma la questione di un cambiamento radicale. Culturale, ancora, nel senso più ampio di cui sopra. Uscire dalla società del precariato. Dove precari non sono solo quelli che hanno un contratto e tempo determinato, ma precaria è la percezione soggettiva del lavoro. Precario è, etimologicamente, colui che prega, colui che implora una grazia (<em>gratia gratum faciens</em>). E la nostra è una società precaria perché il lavoro non viene più vissuto soggettivamente come un diritto da rivendicare, ma come una grazia da avere, una privilegio di cui occorre essere grati. E chi è grato è debitore, e non rivendica alcunché. China la testa – lavora e zitto.</span><br />
<span>Figura paradigmatica di questa china discendente del lavoro sono i migranti – figura precaria per eccellenza. Gli immigrati in genere si infortunano, secondo i dati Inail, il 50% più degli altri lavoratori. Nel 2006, ad esempio, gli infortuni denunciati dai lavoratori immigrati erano 116.305, contro i 798.720 degli italiani; quelli mortali, 141 contro i 1140 degli italiani. La maggior parte rumeni. E&#8217; evidente la sproporzione tra la percentuale del numero di lavoratori immigrati sul totale degli infortunati (circa il dodici percento) e la percentuale del numero degli immigrati che risiedono regolarmente in Italia (poco più del sei percento, secondo il rapporto Caritas 2007). Si consideri poi che tra gli immigrati non denunciare l&#8217;infortunio è prassi normale. Prassi indotta dalla legge sull&#8217;immigrazione – il cui scopo è produrre clandestinità (dove appunto la clandestinità è la figura estrema della precarietà, essendo assoluta assenza di diritti). Poiché il contratto di lavoro è essenziale per la permanenza in Italia, l&#8217;immigrato non vorrà certo rischiare di perderlo, e dunque, a norma di legge, il lavoratore immigrato tenderà a causare quante meno frizioni possibili con il suo datore di lavoro. Sarà, per usare un termine caro a Foucault, più &#8220;docile&#8221;. I lavoratori immigrati sono quelli più deboli, più ricattabili, più silenziosi. Le figure più moderne, dunque, del mondo del lavoro.</span><br />
<span>Un discorso a parte meriterebbe la questione delle sanzioni. In una società che reclama a gran voce più carcere per tutti, gli unici che si sentono immuni sono gli imprenditori. Sul tipo di sanzioni da comminare – penali, economiche, inibizioni personali all&#8217;attività – la discussione è aperta, e da fare. Ma è certo che finché ci sarà, come ora, la certezza dell&#8217;impunità, l&#8217;imprenditore non avrà alcun interesse a garantire la vita dei lavoratori.</span><br />
<span>Infine: anche ai mass media – nella produzione di un nuovo senso comune &#8211; toccherebbe di articolare discorsi che facciano senso di eventi che potrebbero apparire casuali. Parlare di morti sul lavoro non come vuota ritualità, come enumerazione di tragiche fatalità significherebbe mantenere alta l&#8217;attenzione sulla vicenda, impegnarsi a dar conto come vanno avanti i procedimenti giudiziari. Non il plastico della villetta di Cogne, insomma, e nemmeno solo meri loculi anagrafici: ma inchieste, e l&#8217;impegno a seguire ogni singolo caso – che di solito finisce nel nulla. Non dimenticarsi delle morti il giorno dopo, lasciando nel vago ogni responsabilità. Fare di ogni morte sul lavoro quel che, per una serie forse casuale di eventi, il sistema mediatico ha fatto (e in alcuni casi ha <em>dovuto</em> fare) per la ThyssenKrupp.</span><br />
<span>Fermare gli omicidi bianchi è la cosa più difficile. E&#8217; utopia, oggi. (E, in quanto utopia, è necessaria). Perché stiamo parlando di vittime sacrificali di un sistema tutto intero. E solo scardinando dalle fondamenta quel sistema potremmo immaginare un mondo dove lavoro non significa morte.<br />
</span></p>
<p><span>Dal libro <em><a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5001119">Sinistra senza sinistra &#8211; Idee plurali per uscire dall&#8217;angolo</a></em> (Feltrinelli, euro 14).</span></p>
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		<title>11 ottobre: libertà, non paura!</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Oct 2008 04:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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<p></p>
<p> <strong></strong>Contro l&#8217;escalation della sorveglianza una manifestazione europea congiunta contro l&#8217;abuso dei mezzi di sorveglianza attuato dai governi e dalle aziende. L&#8217;<strong>11 ottobre 2008</strong> in piazza in tutta Europa, al grido di &#8220;Libertà, non paura!&#8221; Azioni pacifiche e creative, manifestazioni e conferenze stampa avranno luogo in molte capitali europee.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/07/11-ottobre-liberta-non-paura/">11 ottobre: libertà, non paura!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-9298" title="fnf2008roma" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/fnf2008roma.jpg" alt="locandina freedom not fear 2008 roma" width="450" height="634" /></p>
<p><span id="more-9297"></span></p>
<p><span class="mw-headline"> <strong></strong>Contro l&#8217;escalation della sorveglianza </span>una manifestazione europea congiunta contro l&#8217;abuso dei mezzi di sorveglianza attuato dai governi e dalle aziende. L&#8217;<strong>11 ottobre 2008</strong> in piazza in tutta Europa, al grido di &#8220;Libertà, non paura!&#8221; Azioni pacifiche e creative, manifestazioni e conferenze stampa avranno luogo in molte capitali europee.</p>
<p>Non importa quello che facciamo, a chi telefoniamo e con chi parliamo, di chi siamo amici, quali sono i nostri interessi ed a quali associazioni partecipiamo &#8211; i <a class="external text" title="http://www.bigbrotherawards.org" rel="nofollow" href="http://www.bigbrotherawards.org/">&#8220;Grandi Fratelli&#8221;</a> nei governi ed i <a class="external text" title="http://bba.winstonsmith.info" rel="nofollow" href="http://bba.winstonsmith.info/">&#8220;piccoli fratelli&#8221;</a> nelle aziende conoscono tutto sempre più approfonditamente.</p>
<p>La risultante perdita di <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Privacy" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Privacy">privacy</a> e riservatezza sta mettendo a rischio la libertà di parola, la libertà di religione ed anche il semplice lavoro di medici, giornalisti, avvocati ed anche del volontariato.</p>
<p>I programmi di riforma della sicurezza prefigurano la convergenza di polizia, servizi segreti ed esercito, minacciano la <em>separazione democratica dei poteri</em> ed il loro reciproco equilibrio.</p>
<p>Con l&#8217;uso di mezzi di sorveglianza di massa, la cooperazione paneuropea di agenzie di intelligence ed autorità di polizia ci sta portando verso la creazione di un &#8220;Fortezza Europa&#8221; che sarà utilizzata contro rifugiati politici e dissidenti, ma riguarderà da vicino anche attivisti politici, poveri ed emarginati, e perfino tifosi sportivi.</p>
<p>La sorveglianza di massa sta quindi minando il tessuto profondo di una società aperta e democratica.<br />
<strong></strong></p>
<p>Sorveglianza, sfiducia e paura stanno gradualmente trasformando la nostra società in un gregge di acritici consumatori che non hanno <em>&#8220;nulla da nascondere&#8221;</em> e che &#8211; in un fallimentare tentativo di ottenere una completa sicurezza &#8211; sono pronti a cedere le loro libertà civili.</p>
<p><strong>Noi non vogliamo vivere in una tale società!</strong></p>
<ul>
<li> Noi crediamo che il rispetto della privacy sia una parte importante della dignità umana.</li>
<li> Una società libera ed aperta non puoi esistere senza spazi di comunicazione totalmente liberi.</li>
</ul>
<p>La crescente registrazione e sorveglianza elettronica di tutta la popolazione non ci rende affatto più protetti dalla criminalità, ma ci costa milioni di euro di denaro pubblico e minaccia la privacy dei cittadini onesti.</p>
<p>In un regno della paura e di iniziative di &#8220;sicurezza&#8221; cieche ed improvvide, le classiche, &#8220;umane&#8221; ed efficaci misure di sicurezza vengono messe da parte, proprio come la necessità di risolvere i problemi della gente comune quali disoccupazione e miseria.</p>
<p>Per protestare contro la minaccia delle misure di sicurezza e contro l&#8217;abuso della sorveglianza, noi scenderemo pacificamente in piazza nelle capitali di tutta Europa l&#8217;<strong>11 ottobre 2008.</strong></p>
<p>Le richieste principali sono:</p>
<p><strong>1.</strong> <strong>Diminuzione della sorveglianza indiscriminata</strong></p>
<ul>
<li> abolizione della registrazione a tappeto delle comunicazioni telefoniche e telematiche <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Winston_Smith#La_proposta_di_legge_contro_la_Data_Retention" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Winston_Smith#La_proposta_di_legge_contro_la_Data_Retention">(data retention)</a></li>
<li> abolizione della memorizzazione indiscriminata di dati biometrici e dei passaporti <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Frequency_IDentification" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Frequency_IDentification">RFID</a></li>
<li> abolizione della registrazione indiscriminata di dati genetici</li>
<li> abolizione delle registrazioni audiovisive permanenti e di inumani sistemi automatici di riconoscimento e reazione.</li>
<li> riduzione dei fondi di ricerca per soluzioni di sorveglianza indiscriminata</li>
<li> abolizione della registrazione obbligatoria dei dati dei passeggeri <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Codice_aeroportuale_IATA" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Codice_aeroportuale_IATA">(PNR)</a></li>
<li> nessuno scambio indiscriminato di dati sulla popolazione e gli individui con paesi che non applicano gli standard europei di protezione dei dati e della privacy</li>
<li> divieto di infiltrazione e perquisizione occulta di sistemi informatici e telematici</li>
<li> nessun filtraggio e sorveglianza delle normali comunicazioni Internet (EU Telecompor-Package)</li>
</ul>
<p><strong>2.</strong> <strong>Valutazione delle esistenti iniziative di sorveglianza</strong></p>
<ul>
<li> Chiediamo una verifica indipendente delle attuali forma di sorveglianza con una analisi della loro efficacia, degli effetti collaterali e del rapporto costi/benefici.</li>
</ul>
<p><strong>3.</strong> L<strong>&#8216;istituzione di una moratoria all&#8217;introduzione di nuove forme di sorveglianza.</strong></p>
<ul>
<li> Dopo le recenti iniziative di controllo della popolazione, chiediamo uno stop immediato di nuove iniziative che per qualsiasi motivo tendano a comprimere ulteriormente libertà civili e diritti costituzionali.</li>
</ul>
<p><strong>4.</strong> <strong>Garantire libertà di comunicazione, informazione ed espressione in Rete <a class="external text" title="http://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_Universale_dei_Diritti_dell%27Uomo" rel="nofollow" href="http://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_Universale_dei_Diritti_dell%27Uomo">(Art.12)</a></strong></p>
<ul>
<li> Divieto di installazione di filtri e profilazioni da parte degli <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Internet_Service_Provider" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Internet_Service_Provider">ISP</a>.</li>
<li> Solo la magistratura potrà ordinare, su basi singole e non generalizzate la rimozione di contenuti criminali dalle parti nazionali della Rete.</li>
<li> Creare un diritto di citazione e <a class="external text" title="http://it.wikipedia.org/wiki/Fair_use" rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fair_use">&#8220;fair use&#8221;</a> che protegga la libera circolazione di contenuti multimediali in Rete.</li>
<li> Protezione legale per le comunità&#8217; di espressione e partecipazione in Rete quali siti collaborativi, wiki, forum e blog, minacciati oggi da una legislazione inadeguato che incoraggia e permette azioni minatorie e di autocensura (chilling effect)</li>
</ul>
<p><strong>Venerdi, 10.10.2008</strong> alle 11:00, conferenza stampa di presentazione dell&#8217;evento Freedom Not Fear 2008 presso la Sala Stampa della <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Camera+dei+Deputati+roma&amp;sll=41.90151,12.502441&amp;sspn=0.075382,0.175095&amp;ie=UTF8&amp;ll=41.901031,12.478688&amp;spn=0.009806,0.021887&amp;z=16&amp;iwloc=addr">Camera dei Deputati</a> (riservata ai giornalisti &#8211; accreditarsi presso l&#8217;ufficio stampa della Camera dei Deputati)</p>
<p><strong>Sabato, 11.10.2008</strong> dalle <strong>09:30</strong> alle 13:00, conferenza-dibattito in nella sede della <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=provincia+di+roma&amp;sll=41.856265,12.495918&amp;sspn=0.166214,0.350189&amp;ie=UTF8&amp;ll=41.897134,12.484524&amp;spn=0.009807,0.021887&amp;z=16&amp;iwloc=addr">Provincia di Roma a Palazzo Valentini, Sala della Pace</a>, via IV Novembre, 119/A. dal titolo<strong>&#8220;Salvare i diritti civili, fermare l&#8217;escalation della sorveglianza&#8221;</strong> (ingresso libero)</p>
<p>Aderiscono a &#8220;Libertà, non paura 2008&#8243;</p>
<ul>
<li><a class="external text" title="http://pws.winstonsmith.info/" rel="nofollow" href="http://pws.winstonsmith.info/">Progetto Winston Smith</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.partito-pirata.it/" rel="nofollow" href="http://www.partito-pirata.it/">Partito Pirata italiano</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.radicali.it/view.php?id=31/" rel="nofollow" href="http://www.radicali.it/view.php?id=31/">Partito Radicale Nonviolento</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.liberosapere.org/joomla/" rel="nofollow" href="http://www.liberosapere.org/joomla/">Collettivo Libero Sapere</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.radioradicale.it/exagora/la-lega-internazionale-antiproibizionista/" rel="nofollow" href="http://www.radioradicale.it/exagora/la-lega-internazionale-antiproibizionista/">Lega Internazionale Antiproibizionista</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.certidiritti.it/" rel="nofollow" href="http://www.certidiritti.it/">Associazione Radicale Certi Diritti</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.ush.it" rel="nofollow" href="http://www.ush.it/">ush.it &#8211; a beautiful place</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.fhf.it/" rel="nofollow" href="http://www.fhf.it/">Free Hardware Foundation</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.popolobue.tv/" rel="nofollow" href="http://www.popolobue.tv/">PopoloBue.tv</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.telematicsfreedom.org/" rel="nofollow" href="http://www.telematicsfreedom.org/">telematicsfreedom.org</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.computerlaw.it/" rel="nofollow" href="http://www.computerlaw.it/">Computerlaw 2.0 &#8211; Informatica e Diritto</a></li>
<li><a class="external text" title="http://liberius.org/" rel="nofollow" href="http://liberius.org/">Sportello Liberius &#8211; Portale di consulenza giuridica</a></li>
<li><a class="external text" title="http://netleft.org/" rel="nofollow" href="http://netleft.org/">Ne(x)t Left &#8211; la Sinistra nella Società dell&#8217;Informazione</a></li>
<li><a class="external text" title="http://hopfrog.eu/" rel="nofollow" href="http://hopfrog.eu/">Hop Frog ::: associazione culturale</a></li>
<li><a class="external text" title="http://www.iquindici.org/" rel="nofollow" href="http://www.iquindici.org/">iQuindici &#8211; Repubblica Democratica dei Lettori</a></li>
<li><a class="external text" title="http://81100.eu.org/" rel="nofollow" href="http://81100.eu.org/">Hackaserta 81100 ::: Associazione per la diffusione del software libero</a></li>
<li>e, segnalando l&#8217;evento, anche Nazione Indiana</li>
</ul>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/07/11-ottobre-liberta-non-paura/">11 ottobre: libertà, non paura!</a></p>
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		<title>I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Aug 2008 05:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://ziccardi.typepad.com">Giovanni Ziccardi<br />
</a></p>
<p>Il Comune di Milano ha finanziato, con un milione di euro, l&#8217;installazione, sui taxi locali, di telecamere che riprendono i clienti e l&#8217;abitacolo. La stessa cosa è già stata fatta a Firenze e, presto, sarà portata a compimento a Roma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/12/i-taxi-di-milano-la-privacy-e-tutto-quanto/">I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://ziccardi.typepad.com">Giovanni Ziccardi<br />
</a></p>
<div id="attachment_7064" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/44cb4b91287cfcd8111d471867502a3cac861ab0.jpg"><img class="size-full wp-image-7064" title="piazza George Orwell videosorvegliata" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/44cb4b91287cfcd8111d471867502a3cac861ab0.jpg" alt="piazza George Orwell videosorvegliata" width="500" height="326" /></a><p class="wp-caption-text">piazza George Orwell videosorvegliata</p></div>
<p>Il Comune di Milano ha finanziato, con un milione di euro, l&#8217;installazione, sui taxi locali, di telecamere che riprendono i clienti e l&#8217;abitacolo. La stessa cosa è già stata fatta a Firenze e, presto, sarà portata a compimento a Roma.<span id="more-7063"></span><br />
Grazie anche ad un contributo parziale: il tassista riceve dal Comune 1.000 euro e deve aggiungerne più o meno altri 1.400 per completare l&#8217;installazione del sistema e pagare il canone annuo del servizio di gestione dei dati.<br />
Il vicesindaco di Milano, De Corato, ha dichiarato al Corriere della Sera (pagina 27 del 30 luglio 2008): &#8220;Siamo orgogliosi di essere la città più videosorvegliata d&#8217;Italia. Le telecamere mettono in crisi i delinquenti&#8221;.<br />
Sempre a Milano, si legge sul Corriere, vi sono 900 telecamere attive in città; l&#8217;ATM, dal canto suo, ha annunciato l&#8217;obiettivo di avere 2.500 telecamere funzionanti nelle zone afferenti la metropolitana entro la fine del 2009.<br />
Ad onor del vero, il quotidiano scrive anche che la proposta in stile orwelliano &#8220;video-taxi 19-84&#8243; ha avuto poco &#8220;appeal&#8221; tra i tassisti milanesi: sono rimasti nella cassa del Comune, inutilizzati, 800 mila euro che però, con ogni probabilità, soddisferanno appetiti simili manifestati dagli edicolanti cittadini. Anche loro hanno sollevato, infatti, l&#8217;esigenza di installare telecamere: si spera, per il loro business, che non inquadrino zone dell&#8217;edicola che espongono film o riviste particolari.</p>
<p>Gli annunci degli esponenti politici milanesi sono l&#8217;occasione per una riflessione sulla normativa in tema di privacy italiana a dieci anni, più o meno, dall&#8217;entrata in vigore della legge.<br />
Le parole provenienti dagli amministratori milanesi, unitamente a ciò che è successo in Italia in questi ultimi dieci anni, ci suggeriscono di procedere ad un&#8217;analisi al contrario: non ragionare, in particolare, su quali valori e comportamenti siano tutelati oggi dalla normativa sulla privacy in Italia ma, al contrario, su quali siano le eccezioni/limitazioni che rendono la legge italiana per molti settori, &#8220;trasparente&#8221;, come se non ci fosse e, soprattutto, su quali siano i poteri che progressivamente si sono &#8220;chiamati fuori&#8221;.</p>
<p>Quando fu introdotta in Italia, per la prima volta, nel 1996/1997 una normativa sulla privacy, ci fu immediatamente una sorta di &#8220;fuggi fuggi&#8221; generale di gran parte dei settori della nostra società; organi legislativi, giudiziari, di governo e autorità indipendenti fecero finta, in molti casi, di non vedere, oppure concessero proroghe su proroghe sperando in una &#8220;conversione sulla via di Damasco&#8221; di molte amministrazioni geneticamente refrattarie al concetto di privacy.<br />
L&#8217;effetto delle proroghe, soprattutto nel settore pubblico, fu devastante: si percepì il valore privacy come superfluo, poco importante, &#8220;tanto gli adempimenti venivano sempre prorogati&#8221;&#8230;</p>
<p>In ordine temporale, i primi a chiamarsi fuori furono i giornalisti e tutto il mondo dei media e della stampa, in nome di un &#8220;diritto di cronaca&#8221; sacrosanto ma che andrebbe letto e inteso, in Italia, in maniera molto più nobile del puro pettegolezzo/morbosità/&#8221;incontinenza&#8221; che i nostri organi di stampa hanno spesso manifestato. In pratica, l&#8217;idea di un codice di autoregolamentazione/deontologico/disciplinare da concordarsi col Garante e, addirittura, incorporato come allegato nella normativa vigente si è rivelato, in pratica, essere semplicemente un elenco di eccezioni e di zone franche concesse alla stampa.</p>
<p>I secondi a chiamarsi fuori furono quasi tutti gli apparati del settore pubblico, con motivazioni tra le più varie: la prevalenza del diritto all&#8217;accesso sul diritto alla privacy, il problema di costi e mancanza di risorse (&#8220;non abbiamo i soldi per la carta igienica, figuratevi se ci preoccupiamo della privacy nei nostri uffici&#8221; ha comunicato un magistrato a un rappresentante del Garante durante un convegno cui ho assistito), le già dette continue proroghe, di sei mesi in sei mesi, che hanno reso nulla la percezione d&#8217;importanza di questi valori.</p>
<p>Contestualmente, soprattutto dopo l&#8217;attentato di Madrid, vi è stata, anche in Italia, l&#8217;emergenza sicurezza e terrorismo, che ha portato alla custodia a tempo indeterminato dei file di log e delle informazioni sulle comunicazioni (saltando a piè pari i limiti che erano previsti dalla legge sulla privacy e causando anche uno spiacevole &#8220;incidente diplomatico&#8221; in tema di data retention) alla disciplina degli Internet cafè e delle postazioni Internet aperte al pubblico.</p>
<p>Poi si è continuato con la recente polemica sulla raccolta di impronte biometriche dei bambini. Tralasciando questioni politiche e di merito, si noti che la biometria era sempre stata considerata, anche nelle decisioni del Garante, un argomento molto delicato, quasi una extrema ratio: in alcune occasioni il Garante ha vietato la raccolta di impronte digitali perché ritenuta un metodo non proporzionato, in punto di invasività, per gli scopi della raccolta e dell&#8217;obiettivo da raggiungere.<br />
Si è poi passati alla sorveglianza/pattuglia nelle città (che, in pochi lo scrivono, ma comporta anche grossi problemi di privacy) e, ora, alle videocamere sui taxi.</p>
<p>A seguito di tali episodi, anche il semplice osservatore può notare come la legge sulla privacy italiana, in questi anni, sia diventata &#8220;trasparente&#8221; per tanti attori e settori della nostra società; ciò porta al fatto che sono molte di più le eccezioni (ovvero le situazioni che, a seguito di un giudizio di importanza elaborato, di solito, dal mondo politico, sono considerate preminenti rispetto al diritto alla privacy) rispetto alle aree protette dall&#8217;ombrello della legge.</p>
<p>Le motivazioni sono state, in questi dieci anni, sempre le stesse: &#8220;è più importante la sicurezza della privacy&#8221;, &#8220;è più importante il diritto di cronaca della privacy&#8221;, &#8220;le telecamere tengono lontani i delinquenti&#8221; e simili.<br />
Non vogliamo discutere, nel merito, questo modo di ragionare, perché è molto soggettivo, legato alla formazione culturale, alle opinioni politiche e alle esperienze personali di ognuno di noi.</p>
<p>Vorremmo però far notare che un approccio di questo tipo, in Italia, ha dato vita a un problema enorme: tutto sembra essere più importante del diritto alla privacy, e ci stiamo avvicinando alla società sorvegliata perfetta.</p>
<p>Da ogni parte ci informano che siamo &#8220;in emergenza&#8221;: emergenza terrorismo, emergenza immigrazione e clandestini, emergenza Rom, emergenza intercettazioni, emergenza sicurezza, emergenza tagli alle spese. L&#8217;emergenza che può giustificare un annullamento del diritto alla privacy del singolo riguarda, ormai, ogni ambito: niente più privacy in città, in negozio, in metropolitana, in taxi, sul posto di lavoro e così via.</p>
<p>Pensiamo però che anche in (asserita) emergenza sia sempre necessario valutare con cura il bilanciamento tra esigenze di sicurezza e esigenze di privacy, tenendo a mente che il rapporto tra questi due valori non è, come molti vogliono far credere, o bianco o nero, ma può manifestare zone di grigio che possono creare un quadro che sia rispettoso della privacy e contemporaneamente benefico per la sicurezza.</p>
<p>Un primo passo può essere una spiegazione chiara, al cittadino, delle modalità di gestione di tutti i dati trattati e dei limiti che, comunque, devono essere rispettati.</p>
<p>Se il potere politico, sia a livello locale sia a livello centrale, decide legittimamente di prendere un provvedimento lesivo della privacy ma volto a garantire più sicurezza, il cittadino non ha molto margine di azione se non impugnare il provvedimento, ove possibile, o, in occasione di nuove elezioni, non votare più quel soggetto. Ha però il diritto di conoscere nei dettagli, chiaramente e senza dubbi, come i suoi dati siano trattati.</p>
<p>Il Comune decide di mettere le telecamere sui taxi, o nelle edicole? Bene. Che fine fanno le registrazioni delle telecamere sui taxi? Chi le gestisce? Con che misure di sicurezza? È stato fatto un test di sicurezza sulle banche dati a protezione da accessi abusivi esterni? L&#8217;informativa è chiara? Posso mantenere riservato (non ripreso dalla telecamera) l&#8217;indirizzo di destinazione che comunico al tassista, perché magari corrisponde a una struttura sanitaria o a un sexy shop? Posso chiedere al guidatore di spegnere la telecamera, dopo avergli dato opportune garanzie che non sono delinquente, dal momento che devo fare una telefonata importante? Se sono un VIP, magari in compagnia? La telecamera come sarà posizionata? Mobile o fissa? Sul volto o sulle gambe? I dati che mi riguardano verranno distrutti a fine corsa, una volta che ho pagato e il tassista è incolume?</p>
<p>Occorre una maggiore coscienza del cittadino, in una vita sociale che sta diventando completamente controllata, su che destinazione e &#8220;vita&#8221; abbiano i dati. Siamo in un periodo critico per la privacy in Italia e, leggendo le recenti dichiarazioni del Garante, lo stesso sembra mantenersi molto cauto e diplomatico, quasi rassegnato, a volte con consigli più da bonario parroco di provincia che da agguerrito difensore dei diritti alla privacy dei cittadini: fornisce suggerimenti, annuncia analisi, esterna timidi consigli, ma non sembra in grado di arginare, come se avesse armi spuntate rispetto all&#8217;emergenza in corso, questo attacco sistematico a ogni aspetto della privacy.<br />
Non ci sembra di esagerare, per chiudere il discorso, nel dire che oggi la legge sulla privacy sia più un&#8217;eccezione (che va a colpire soprattutto i deboli, contro cui è molto semplice fare la voce grossa) che una regola, tanti sono i settori che si sono &#8220;chiamati fuori&#8221; per i motivi più vari.</p>
<p>Risulta però molto difficile ragionare pacatamente e fare proposte se, veramente &#8220;siamo tutti contenti di vivere nella città più sorvegliata&#8221; e se anche il Garante si è ormai rassegnato a vedere il diritto alla privacy posto dal mondo politico, nella classifica di importanza dei diritti tutelati dalla nostra società, in una posizione inferiore a tutti gli altri.</p>
<p>Biometria, sorveglianza e videocamere, stampa e media, file di log e controllo del traffico, grandi provider sono già &#8220;sfuggiti&#8221; o stanno sfuggendo alla normativa: presto avremo la raccolta delle impronte di tutti i detenuti, la banca dati del DNA (prima il DNA dei colpevoli di crimini di sangue poi, ad abundantiam, di tutti gli altri), le telecamere in dotazione non solo a tassisti, edicolanti, negozianti e aziende di trasporti ma a chiunque ne faccia richiesta, non riusciremo più a distinguere il nobile diritto di cronaca dalla pura morbosità del giornalista (anche quest&#8217;ultima, oggi, tutelata dalla normativa sulla privacy in Italia grazie a un sistema di eccezioni e riserve che il &#8220;potere forte&#8221; della stampa ha ottenuto già da diversi anni) e cercheremo presto, come un ago in un pagliaio, un taxi col bollino &#8220;camera-free&#8221; o &#8220;privacy oriented&#8221;, un angolo non coperto dalle telecamere per scambiarci un bacio che non sia trasmesso in mondovisione con la nostra compagna o un&#8217;edicola dove comprare ciò che più ci piace senza che qualcuno ci osservi.</p>
<p>Leggo, intanto, che negli Stati Uniti d&#8217;America, a New York, vi è il <a href="http://punto-informatico.it/2287898/PI/News/new-york-polizia-video-registra-spari.aspx">progetto di dare alle Forze dell&#8217;Ordine delle armi con installata, sotto alla canna, una telecamera</a> che filmi tutto ciò che succede, soprattutto in caso di scontri a fuoco. L&#8217;agente non ha la possibilità di modificare, cancellare o rimuovere in alcun modo la registrazione cifrata di oltre un&#8217;ora di video e audio, che si attiva non appena l&#8217;agente estrae la pistola e la punta contro un soggetto o una situazione.<br />
Se siete a New York e un poliziotto vi punta una pistola addosso, ricordatevi quindi di dire &#8220;cheese&#8221;; se, invece, a Milano avete la fortuna di &#8220;salire&#8221; su uno dei (pochi) video-taxi 19-84, state attenti a cosa fate e dite.<br />
Consiglio di ascoltare, e mi perdonino le signore che leggono, la prima strofa di una bella <a href="http://www.youtube.com/watch?v=d5m9Is5y8K0">canzone dei Baustelle, &#8220;L&#8217;aeroplano&#8221;</a>, contenuta nell&#8217;ultimo album, traccia n. 5.<br />
Ascoltata la strofa, in questi giorni la battuta è davvero facile: resta un bel video!</p>
<p>Giovanni Ziccardi</p>
<p><em>Giovanni Ziccardi, Avvocato, è Professore di &#8220;Informatica giuridica&#8221; e &#8220;Informatica giuridica avanzata&#8221; presso la Facoltà di Giurisprudenza dell&#8217;Università degli Studi di Milano e siede nel Board of Directors di Ip Justice. Il suo sito è all&#8217;indirizzo <a href="http://www.ziccardi.org">http://www.ziccardi.org</a>, il suo Blog è consultabile all&#8217;indirizzo <a href="http://ziccardi.typepad.com">http://ziccardi.typepad.com</a></em></p>
<p>Pubblicato su <a title="link all'originale su Punto Informatico" href="http://punto-informatico.it/2376232/PI/Commenti/taxi-milano-privacy-tutto-quanto.aspx">Punto Informatico</a> Anno XIII n. 3049 di venerdì 1 agosto 2008. La fotografia non compare nell&#8217;originale, viene da <a title="autoironia" href="http://groups.google.com/group/it.fan.marco-ditri/browse_thread/thread/cabee6c68a4f0db0#">it.fan.marco-ditri</a> ed è un esempio di <a title="autoironia" href="http://monsterlippa.info/2008/06/10/riferimenti-circolari/">corto circuito informativo</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/12/i-taxi-di-milano-la-privacy-e-tutto-quanto/">I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</a></p>
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		<title>Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jun 2008 23:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Leggo che il bambino- anzi: il bimbo- di tre anni colpito venerdì sera da un proiettile durante una festa di una scuola a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, è stato operato al ospedale Bambin Gesù di Roma e ora sarebbe stabile ma grave.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/">Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XtYeuH9NL8g&#038;hl=en"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/XtYeuH9NL8g&#038;hl=en" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Leggo che il bambino- anzi: il bimbo- di tre anni colpito venerdì sera da un proiettile durante una festa di una scuola a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, è stato operato al ospedale Bambin Gesù di Roma e ora sarebbe stabile ma grave. O grave ma stabile. Prognosi strettamente riservata, in ogni caso.<span id="more-6092"></span><br />
Ieri l’avevano trasportato con un volo dell’aeronautica militare perché, pur tenuto in coma farmacologico, era peggiorato. &#8220;E&#8217; sopraggiunta un&#8217;ischemia cerebrale &#8211; ha detto il primario del reparto di rianimazione degli Ospedali riuniti, Giuseppe Doldo &#8211; che ha provocato un aggravamento della condizione del bambino, che a questo punto rischia la vita&#8221;.<br />
Così “Repubblica” di ieri.<br />
Insomma questo bambino- Antonino- era lì insieme agli altri bambini dell’asilo a fare il saggio o la recita di fine anno, lì sul lungomare davanti alla chiesa del paese, quando è arrivato su uno scooter nero un uomo che ha mirato a un altro uomo prendendolo alla gamba e invece colpendo in faccia il bambino. Alla gola. Alla lingua. Con la pallottola che si è fermata alla nuca.<br />
L’uomo obiettivo dell’agguato dalla stampa viene definito “pregiudicato”: il che non rende bene l’idea. E’ stato assolto in appello da un’accusa di omicidio, condannato per tentato omicidio e altrettanto “per eccesso colposo di legittima difesa” &#8211; il risultato della quale era comunque un morto ucciso.<br />
Secondo gli inquirenti, c’erano centinaia di persone in piazza, ma nessuno parla. Neanche una telefonata anonima, niente di niente. La madre ha lanciato un appello accorato, il parroco si è rivolto a tutte le madri di Melito tuonando contro l’omertà. &#8220;Non <strong>fate</strong> l&#8217;omertà&#8221;, ha detto.<br />
“Omertà” è una di quelle parole dal significato apparentemente chiaro. Come, mettiamo, “voodoo”.<br />
Ah beh’, pensiamo, sappiamo come funziona laggiù: c’è l’omertà. Così come i Yoruba o i neri di New Orleans hanno il voodoo.<br />
A volte certe parole sono come etichette di marca che ci fanno desistere dal voler guardare cosa c’è dietro, cosa c’è dentro.<br />
Che cos’è questa cosa che fa sì che un centinaio di genitori, nonni, zii in una piazza che ascoltano le canzoncine o le poesiole recitate dai loro figli, nipoti, nipotini quando vedono un bambino crollare per terra in un lago di sangue, stanno tutti zitti? Paura? Sottomissione? L’istinto d’autoconservazione di chi l’ha scampata e quindi pensa solo di portare a casa i propri figli fisicamente illesi e ripararli dal trauma, farli dimenticare quello che hanno visto, cercare di convincerli che quella cosa che è successa, NON PUO’ SUCCEDERE, non può succedere a loro. Ci stanno papà e mamma che garantiscono. I genitori, nella loro angoscia, si convincono delle frottole d’onnipotenza che raccontano ai propri figli.<br />
Non so esattamente cosa sia l’omertà, ma so che è qualcosa che si innesca quando sai che quella cosa invece PUO’ SUCCEDERE, può succedere sempre, a chiunque, anche a te e a tuo figlio. E che non puoi farci niente: solo tentare di farti piccolo, irrilevante, non farti notare. L’omertà somiglia molto o forse è identica all’atteggiamento della maggioranza delle persone che vivono sotto un regime. Zitti e sempre in difesa. Come i russi sotto Stalin. Come i tedeschi sotto Hitler. Con un patto di sottomissione che tratta il potere quasi fosse una forza della natura.<br />
Non è una cosa arcaica, da terroni, non è qualcosa che accade solo “laggiù”. Sembra ancestrale, tribale, ma in realtà distrugge ogni vincolo. Il fatto che il potere porti il nome di “clan” o di “famiglia” e sia fondato realmente su legami di sangue, specie in Calabria, trae in inganno su come agisce. E temo che distrugga i più superficiali vincoli di solidarietà ben oltre un paese in provincia di Reggio Calabria.<br />
Quel che mi ha stupito è che la notizia di un bimbo di tre anni quasi ucciso al posto di un killer non sembra aver provocato il solito dramma e melodramma nazionale. Ne avrà colpa il fatto che Antonino non sia morto, certo. E se la cosa fosse accaduta non in Calabria, ma in Piemonte? Se per caso i pistoleros fossero stati non ndranghetisti autoctoni, ma rumeni, magrebini, albanesi, slavi?<br />
Questa è una mossa retorica, d’accordo. Ma vorrebbe servire per formulare un’ipotesi che credo sia meno scontata della semplice affermazione che abbiamo due pesi e due misure e che il nostro problema di sicurezza è razzisticamente improntato sugli stranieri. Vorrebbe servire a dimostrare che quando una cosa ci fa paura veramente, quando pensiamo che sia una condizione da cui non esistono difese e difensori,- una <strong>condizione</strong> e non un singolo caso aberrante &#8211;  allora non strilliamo, non reclamiamo sicurezza, non additiamo i colpevoli. Ma stiamo zitti. Anche se ammazzano il compagno di classe, l’amico del cuore, il cuginetto.<br />
E allora anche i giornali, le tivvù, i Michele Cucuzza abbassano la voce. Perché chi vive in posti analoghi non ha piacere di farsi sventolare sotto il naso la propria condizione. E perché chi ci vive lontano, pensa che tanto quelle cose succedono laggiù, dove stanno i calabresi che hanno la mafia e l&#8217;omertà. Gente che appartiene a un&#8217;altra cultura. Come i Yoruba o i neri di New Orleans.<br />
Risultato: la vera aberrazione non sta in quel che è successo, ma che in un giorno in cui per tutti i bambini d’Italia finivano le scuole, in cui chissà quanti facevano le feste, le recite, i saggi, le pizzate, non si sia sentito scattare un lampo nella mente collettiva che dicesse POTEVA ESSERE IL MIO.<br />
Il piccolo Antonino non potrà mai significare nemmeno un decimo di quel che ha significato il piccolo Alfredino. Non ha neppure un nome- questo nome- al di fuori dei giornali calabresi. Se sopravvive, se scampa il rischio di  pesanti lesioni cerebrali e quel che ne consegue: chi se ne frega</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/">Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La sola dell&#8217;avvenire</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jun 2008 20:41:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p align="justify">Come forse si poteva anche prevedere, il disastro elettorale di aprile (al confronto del quale lo sbandamento della &#8220;gioiosa macchina da guerra&#8221; appare oggi come un incidente di percorso) si è portato dietro anche un’implosione linguistica. Due aggregati pseudopolitici partoriti in fretta come il Pd e la Sinistra Arcobaleno si sono sbriciolati soprattutto contro se stessi, invalidando di fatto la possibilità di utilizzare anche in futuro il misero repertorio valoriale che avrebbero voluto tesaurizzare: cose come &#8220;il modello Roma&#8221; o un antagonismo di classe atomizzato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/04/la-sola-dellavvenire/">La sola dell&#8217;avvenire</a></p>
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<p align="justify">Come forse si poteva anche prevedere, il disastro elettorale di aprile (al confronto del quale lo sbandamento della &#8220;gioiosa macchina da guerra&#8221; appare oggi come un incidente di percorso) si è portato dietro anche un’implosione linguistica. Due aggregati pseudopolitici partoriti in fretta come il Pd e la Sinistra Arcobaleno si sono sbriciolati soprattutto contro se stessi, invalidando di fatto la possibilità di utilizzare anche in futuro il misero repertorio valoriale che avrebbero voluto tesaurizzare: cose come &#8220;il modello Roma&#8221; o un antagonismo di classe atomizzato. E quindi obbligando chiunque voglia riaversi da questo ground zero politico, a ripartire sicuramente non &#8220;da qui&#8221;, ma &#8220;da altrove&#8221;, a cercare qualunque altro tipo di riferimento ideale, di germe identitario per dare vita a qualcosa che possa chiamarsi sinistra.<span id="more-6044"></span></p>
<p>Ma le colpe di Veltroni in questo senso sono state forse maggiori di quelle non piccole di Bertinotti. Nel suo progetto di suicidio morbido, l’ex-sindaco nel giro di pochi mesi è riuscito a segare prima il ramo su cui era seduto per poi sradicare direttamente l’albero. Non solo infatti ha fatto piazza pulita delle esperienze di governo esistenti, la sua e quella di Prodi, ma soprattutto ha eliminato – una pulizia etnica concettuale, si direbbe – almeno un secolo di pensiero e prassi politica in Italia. Il suo &#8220;shock di innovazione&#8221; ha funzionato sì, ma come l’ultima scossa di una sedia elettrica. Quest’eutanasia lampo è stata compiuta in nome di una battaglia contro un nemico esplicito: una militante campagna contro le identità.</p>
<p>Nel momento in cui Veltroni è diventato segretario del partito che lui stesso ha plasmato dal fango e ha avuto modo di chiarire quali fossero le basi della sua visione culturale e politica, si è subito affrettato a scagliarsi contro le tradizioni dei movimenti e dei partiti del Novecento, liquidandoli come blocchi sociali, abbarbicamenti nostalgici, pulsioni minoritarie. Parallelamente a quest’opera di repulisti, si è anche prodigato per una ridefinizione dei termini del conflitto con l’anomalia berlusconiana, di fatto legittimandola come mai prima. Scatola vuota per scatola vuota – qualcuno avrà pensato –, Forza Italia ha comunque quindici anni di storia. Questo è avvenuto secondo almeno due direzioni strategiche di comunicazione, forse veramente concepite da qualche spin-doctor.</p>
<p>La prima possiamo chiamarla &#8220;l’elogio preventivo del contesto&#8221;: in ogni occasione in cui Veltroni ha parlato da sei mesi a questa parte, le sue prime parole sono state un elogio incondizionato al contesto in cui il confronto avveniva. Con punte di quasi beatificazione della tautologia, ha lodato la piazza, lo studio televisivo, la pacatezza dei toni dell’intervistatore, il mero fatto che si fosse lì: &#8220;<em>Innanzitutto</em> fatemi dire come questa campagna elettorale sia migliore di tutte quelle precedenti&#8221;. Il risultato era che al di là del programma che andava sbandierando, chi lo ascoltava non ha mai avuto il minimo sentore di critica dell’esistente. Anche questo evidentemente doveva avere a che fare con quello che si intende per &#8220;vocazione maggioritaria&#8221;. Soprattutto se accostata alla retorica berlusconiana, che nei manuali di marketing di Publitalia passati in mano ai militanti di Forza Italia consigliava di relazionarsi nel pubblico confronto come Berlusconi aveva sempre fatto: lodare il sorriso della donna, lodare la cravatta dell’uomo, anche qui preventivamente.</p>
<p>La seconda arma del discorso veltroniano era più raffinata a prima vista. Seguendo forse le indicazioni del linguista George Lakoff, dalla campagna elettorale in poi il nuovo leader del Pd pareva aver deciso di evitare di &#8220;pensare all’elefante&#8221;. Come i democratici negli States rispetto ai conservatori, anche lui ha scelto di non nominare Berlusconi, ritenendo così di districarsi da quella che sembrava essere una delle tare più ingombranti della sinistra recente: la demonizzazione dell’avversario, l’antiberlusconismo fine a se stesso. Seppure l’intenzione poteva essere lodevole – togliere al contendente Berlusconi la possibilità di imporre sempre lui l’ordine del giorno del dibattere, sottrargli il fronte del palco –, la retorica sostitutiva è stata peggiore di quella da superare. Proponendosi di non stigmatizzare mai l’uomo col bandana, Veltroni e i democratici si sono però concentrati a non farsi sfuggire nemmeno uno degli argomenti della destra (dallo sprezzo dello stato sociale all’elogio dell’inesperienza), impiccandosi poi da soli col nodo scorsoio del &#8220;tema della sicurezza&#8221;. In un tentativo scomposto di farlo proprio, &#8220;rideclinandolo&#8221;, in contorcimenti, distinguo lessicali, aggettivazioni ad hoc, di cui gli elettori – più identitari forse? – hanno stentato a riconoscere la consistenza: perché per presidiare un luogo presuntamene pericoloso devo piazzare cinquanta telecamere se posso direttamente organizzare una ronda?</p>
<p>Ma l’aspetto meno evidente della prospettiva veltroniana è ancora un altro: la povertà di visione ideale. Nel momento in cui gli è toccato farsi carico di un progetto politico che andasse al di là di una plausibile agenda amministrativa, l’entusiasmo puff! si è dissolto. Anche questo trova il suo alibi sì, in un atteggiamento intellettuale fiacco: far coincidere la (supposta) comprensione sociale con il progetto politico. Il commento sui tempi spacciato per immagine del futuro. È indicativo in questo senso vedere come venga utilizzata, come strumento di analisi dei mutamenti del mondo, la vulgata sociologica di Bauman (anche nella lettera a <em>Repubblica</em> del 1 giugno): Veltroni ci aderisce in toto, e sembra che questo basti. Il mondo è liquido, il bisogno di sicurezza è legittimo, occorre disinnescare il clima di paura, serve solidarietà e severa certezza della pena. È permesso chiedersi dov’è la prospettiva teorica, progettuale, francamente politica, esemplare, simbolicamente efficace, personale?</p>
<p>E poi: in che modo il tema della sicurezza, con il suo portato semantico di evidente separazione – tutela di una parte della popolazione a scapito di un’altra – possa ancora essere rivendicato come un argomento di sinistra, è veramente difficile da capire; specialmente se lo raffrontiamo con quella che sembrava fino a poco tempo fa la vera parola chiave della sinistra: l’uguaglianza. Qualcuno ne ha sentito parlare negli ultimi tempi?</p>
<p>Certo questa svolta linguistica doveva portare i suoi frutti, nella fattispecie il più prezioso: il nuovo. Il nuovo, nella neo-lingua veltroniana (ossia nel tragicissimo esempio di una metamorfosi orwelliana perdente), era tutto nella &#8220;vocazione maggioritaria&#8221; che la sinistra atavicamente litigiosa doveva finalmente fare sua: &#8220;conquistare&#8221; – come si legge nell’ormai malinconico <em>La nuova stagione</em> – &#8220;i consensi necessari a portare avanti un programma di governo&#8221;.</p>
<p>Nel frattempo in cui però si sono rifiniti ogni giorno i dettagli di questo governo imminente, ci si è un po’ distratti dall’immaginare un diverso tipo di società. Certo, se si fosse vinto, poco male. Ma, alla luce del risultato, la strategia di comunicazione non è stata quel che si dice efficace e le prospettive oggi sono quelle di un orizzonte stampato su poster attaccato al muro di un loft. Non sapendo fare altro che governare, i rappresentanti del partito democratico si sono inventati quindi una lunghissima sessione del gioco di ruolo chiamato governo-ombra. Il tempo da passare sono solo cinque anni, ha giurato il leader. In attesa, aspettando la definitiva maturazione della politica italiana (forse il partito &#8220;a vocazione unica&#8221;), chi può si arrangia andando a rispolverare qualche minimo tratto distintivo. Dai radicali ai cristiano-sociali e addirittura un partito rabberciato come l’Italia dei Valori prova a dire che tipo di società vorrebbe, differenziandosi dall’orizzonte degli eventi del Pd, semplicemente affermando la propria esistenza in vita. In altri casi, più isolati, c’è ogni tanto qualcuno che tenta invece di difendere categorie ormai in disuso come la giustizia sociale, l’identità dei diritti, la critica al sistema economico, l’antifascismo… Del resto, la sinistra dovrà pur risorgere da quello che è diventata: una piccola simpatica sottocultura, come i fanatici di Star Trek o quelli del curling.</p>
<p>(scritto per il giornale online di DeriveApprodi: <a href="http://www.deriveapprodi.org">www.deriveapprodi.org</a>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/04/la-sola-dellavvenire/">La sola dell&#8217;avvenire</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;anonimato, gli alcolisti e la rete Tor</title>
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		<pubDate>Sun, 25 May 2008 04:53:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2007/09/anonymity_and_t_1.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Come dice il nome stesso, gli incontri degli Alcolisti Anonimi sono anonimi. Non occorre firmare nulla, né mostrare un documento d’identità, e nemmeno rivelare il proprio vero nome. Ma gli incontri non sono privati. Chiunque può parteciparvi. E chiunque è libero di riconoscervi: dal viso, dalla voce, dalle storie che raccontate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/25/lanonimato-gli-alcolisti-e-la-rete-tor/">L&#8217;anonimato, gli alcolisti e la rete Tor</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2007/09/anonymity_and_t_1.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Come dice il nome stesso, gli incontri degli Alcolisti Anonimi sono anonimi. Non occorre firmare nulla, né mostrare un documento d’identità, e nemmeno rivelare il proprio vero nome. Ma gli incontri non sono privati. Chiunque può parteciparvi. E chiunque è libero di riconoscervi: dal viso, dalla voce, dalle storie che raccontate. L’anonimato non vuol dire privacy.</p>
<p>Ciò è ovvio e poco interessante, ma molti sembrano dimenticarsene quando utilizzano un computer. Pensano “è sicuro” e si dimenticano che “sicuro” può voler significare molte cose diverse.<span id="more-4721"></span><br />
<a title="il sito di Tos, software anonimo" href="https://torproject.org"> Tor</a> è uno strumento gratuito che permette di usare Internet in modo anonimo. Sostanzialmente, entrando in Tor si entra a far parte di una rete di computer sparsa in tutto il mondo: le macchine appartenenti alla rete si passano il traffico Internet in modo casuale prima di inviarlo alla destinazione prescelta. Immaginatevi una ristretta cerchia di persone che si passano delle lettere.</p>
<p>Di tanto in tanto una lettera lascia il gruppo, spedita verso una certa destinazione. Se non potete vedere che cosa avviene all’interno di quella cerchia, non potrete stabilire chi ha inviato una qualsiasi lettera basandovi sull’osservazione delle lettere che lasciano il gruppo.<br />
Ho tralasciato parecchi <a href="http://tor.eff.org/overview.html">dettagli</a>, ma questo è in sostanza il principio di funzionamento di Tor.</p>
<p>Viene chiamato “<a href="http://www.onion-router.net/">onion routing</a>”, e fu inizialmente sviluppato al Naval Research Laboratory. Le comunicazioni fra i nodi di Tor sono cifrate in un protocollo a strati (di qui l’analogia con la cipolla), ma il traffico che lascia la rete Tor è in chiaro. Deve esserlo.</p>
<p>Se volete che il vostro traffico Tor sia privato, dovrete criptarlo. Se volete che sia autenticato, dovrete anche firmarlo. Il <a href="http://wiki.noreply.org/noreply/TheOnionRouter/TorFAQ#ExitEavesdroppers">sito Tor</a> dice persino:</p>
<blockquote><p>“Sì, la persona che gestisce il nodo di uscita può leggere i byte che entrano ed escono da quel nodo. Tor rende anonima l’origine del vostro traffico, e garantisce la cifratura di tutto ciò che si trova all’interno della rete Tor, ma non cripta magicamente tutto il traffico di Internet”.</p></blockquote>
<p>Tor ‘anonimizza’, niente più.</p>
<p>Dan Egerstad è un ricercatore di sicurezza svedese, che gestiva cinque nodi Tor. Nell&#8217;agosto 2007 ha <a href="http://www.derangedsecurity.com/deranged-gives-you-100-passwords-to-governments-embassies/">pubblicato</a> un elenco di <a href="http://www.heise-security.co.uk/news/95778">100 credenziali email</a> (indirizzi IP di server, account email e le rispettive password) di <a href="http://www.securityfocus.com/news/11486">ambasciate governi e ministeri</a> di tutto il mondo; dati ottenuti effettuando lo <a href="http://www.derangedsecurity.com/time-to-reveal%e2%80%a6/">sniffing del traffico in uscita</a> alla ricerca di nomi utente e password dei server di posta.</p>
<p>L’elenco contiene soprattutto ambasciate del terzo mondo: Kazakhstan, Uzbekistan, Tajikistan, India, Iran, Mongolia, ma figurano anche un’ambasciata giapponese, l’ufficio di richiesta dei visti britannico nel Nepal, l’ambasciata russa in Svezia, l’Ufficio del Dalai Lama e svariati gruppi di Hong Kong per i Diritti Umani. E questa è solo la punta dell’iceberg: Egerstad ha ottenuto anche un migliaio di conti aziendali con lo stesso metodo di sniffing. Davvero <a href="http://www.wired.com/politics/security/news/2007/09/embassy_hacks">preoccupante</a>.</p>
<p>Presumibilmente molte di queste organizzazioni stanno utilizzando Tor per nascondere il proprio traffico di rete dalle spie dei loro paesi. Ma dato che chiunque può aggiungersi alla rete Tor, gli utenti di Tor passano necessariamente il proprio traffico a organizzazioni di cui potrebbero <a href="http://www.derangedsecurity.com/time-to-reveal%e2%80%a6/">non fidarsi</a>: svariate agenzie d’intelligence, gruppi di hacker, organizzazioni criminali e così via.</p>
<p>È semplicemente inconcepibile che Egerstad sia la prima persona ad aver effettuato questo tipo di intercettazione; Len Sassaman ha pubblicato <a href="http://www.cosic.esat.kuleuven.be/publications/article-896.pdf">uno studio</a> su tale attacco qualche mese fa. Il prezzo che si paga per l’anonimato è esporre il proprio traffico a persone infide.<br />
Non sappiamo realmente se gli utenti di Tor esposti fossero i legittimi proprietari degli account o se si sia trattato di hacker introdotti in quegli account con altri mezzi e che si stavano servendo di Tor per cancellare le proprie tracce. Ma di certo molti di questi utenti non hanno compreso che anonimato non significa privacy. Il fatto che la maggior parte degli account elencati da Egerstad fossero di piccoli paesi non sorprende: proprio da quei paesi c’è da aspettarsi una serie di pratiche di sicurezza più deboli.</p>
<p>È difficile conseguire un anonimato completo. Come possiamo essere riconosciuti in un incontro di Alcolisti Anonimi, così si può essere <a href="http://www.cs.utexas.edu/~shmat/abstracts.html#netflix">riconosciuti anche in Internet</a>. Vi sono molte <a href="http://www.nd.edu/~netsci/TALKS/Kleinberg.pdf">ricerche</a> volte a <a href="http://citeseer.ist.psu.edu/novak04antialiasing.html">rompere l’anonimato</a> in generale, e quello di <a href="http://www.cl.cam.ac.uk/~sjm217/papers/oakland05torta.pdf">Tor nello specifico</a>, ma in alcuni casi non è neanche necessario fare grossi sforzi. L’anno scorso, AOL ha reso pubbliche 20.000 query di ricerca anonime come strumento di ricerca. Non è stato molto difficile <a href="http://www.nytimes.com/2006/08/09/technology/09aol.html?ei=5090&amp;en=f6f61949c6da4d38&amp;ex=1312776000&amp;partner=rssuserland&amp;emc=rss&amp;pagewanted=all">risalire alle persone</a> partendo dai dati.</p>
<p>Un progetto di ricerca chiamato <a href="http://www.nsf.gov/news/news_summ.jsp?cntn_id=110040">Dark Web</a>, finanziato dalla National Science Fundation, ha persino tentato di identificare scrittori anonimi dal loro stile:</p>
<blockquote><p>“Uno degli strumenti sviluppati da Dark Web è una tecnica chiamata Writeprint, che estrae automaticamente migliaia di caratteristichemultilingue, strutturali e semantiche per determinare chi sta creando contenuti ‘anonimi’ online.Writeprint può esaminare un post in un forum online, per esempio, e confrontarlo con altri scritti trovati altrove in Internet. Analizzando queste caratteristiche specifiche, può stabilire con più del 95% di accuratezza, se quell’autore ha prodotto altri contenuti in passato”.</p></blockquote>
<p>E se il vostro nome o altre informazioni che possano identificarvi si trovano in solo uno di quegli scritti, è possibile risalire a voi.</p>
<p>Come tutti gli strumenti di sicurezza, Tor viene utilizzato sia da <a href="http://advocacy.globalvoicesonline.org/wp-content/plugins/wp-downloadMonitor/user_uploads/Anonymous_Blogging.pdf">persone oneste</a> che da <a href="http://blog.wired.com/27bstroke6/2007/07/cyber-jihadists.html">malintenzionati</a>. Perversamente, proprio il fatto che qualcosa si trovi all’interno della rete Tor significa che qualcuno, per qualche ragione, vuole nasconderlo o nascondere il proprio operato.<br />
Finché Tor sarà un magnete che attira traffico “interessante”, Tor attirerà anche coloro i quali vogliono <a href="http://www.securityfocus.com/news/11447">intercettare</a> quel traffico, specialmente perché <a href="http://www.securityfocus.com/news/11486">più del 90% degli utenti</a> di Tor non lo cripta.</p>
<p>Questo articolo è precedentemente apparso su <a href="http://www.wired.com/politics/security/commentary/securitymatters/2007/09/security_matters_0920">Wired.com</a>. Traduzione italiana a cura di <a href="http://www.communicationvalley.it/">Communication Valley</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/25/lanonimato-gli-alcolisti-e-la-rete-tor/">L&#8217;anonimato, gli alcolisti e la rete Tor</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Verso un ritorno della “razza”?</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2008 05:14:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em>(Con il quarto governo Berlusconi, mi sembra che sia ormai cambiato il contesto che ha visto su questo blog prendere corpo un dossier intitolato “Razzismi quotidiani”. Il motivo di questo cambiamento è semplice. Molti di noi hanno continuato a pensare in termini di “denuncia” del pregiudizio e della discriminazione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/verso-un-ritorno-della-%e2%80%9crazza%e2%80%9d/">Verso un ritorno della “razza”?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em><span lang="ES-MX">(Con il quarto governo Berlusconi, mi sembra che sia ormai cambiato il contesto che ha visto su questo blog prendere corpo un dossier intitolato “Razzismi quotidiani”. Il motivo di questo cambiamento è semplice. Molti di noi hanno continuato a pensare in termini di “denuncia” del pregiudizio e della discriminazione. Si partiva dall’assunto che, nella nostra società, la maggioranza delle persone non potesse sostenere a chiare lettere un atteggiamento discriminatorio nei confronti di altri esseri umani. Uno dei nostri obiettivi era l’esigenza di “svelare” un razzismo che spesso si presentava sotto vesti più innocenti o decenti. Oggi, invece, chi palesa i suoi pregiudizi e chi invoca a chiare lettere l’esigenza di discriminare, riscuote successo. È un po’ quello che succede con il fascismo. C’è ancora chi denuncia “gesti”, “attitudini”, “discorsi” fascisti. </span>Ma è proprio in quanto “fascisti” che quei gesti, attitudini e discorsi piacciono. </em><span lang="ES-MX"><em>Detto questo, è doveroso non tacere. E anzi, di fronte al trionfo della semplificazione del reale, è importante confrontarsi con le comunità di studio, con tutti coloro che non producono esclusivamente “sapere” televisivo e giornalistico. A. I.)</em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="ES-MX"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">di <strong>Simone Morgagni</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Il problema della legalità è all’ordine del giorno. Si tratta forse della questione sociale che gode da qualche anno a questa parte di maggiore attenzione da parte dei media e dei cittadini, da parte dei governanti e dei governati dei paesi occidentali. Nella quasi totalità dei casi la tematica della legalità e della sicurezza si incrociano con fenomeni di emarginazione, di violenza e di insicurezza che sembrano porre domande sempre più pressanti riguardo ai legami che intercorrono tra tutte queste nozioni.</span><span id="more-5948"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Il disastro provocato dall’uragano Katrina in Louisiana alla fine dell’agosto 2005; le proteste e gli scontri nelle banlieues francesi, durante l’autunno dello stesso anno proseguiti, con maggiore o minore intensità, fino ad oggi, fino ad arrivare al clamore mediatico ottenuto dagli stupri ad opera degli &#8220;extracomunitari&#8221; <strong>(come se lo stupro fosse una loro prerogativa esclusiva)</strong>, sembrano chiamare in causa <strong>-</strong> ancora una volta <strong>-</strong> il vecchio concetto di razza. <span>Questa volta, tuttavia, sembra non trattarsi semplicemente, di un semplice ritorno delle vecchie forme di razzismo istituzionalizzato.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">La situazione attuale sembra piuttosto metterci<span> </span>di fronte ad un suo parziale ritorno che si presenta accompagnato da una pletora di nuove forme di discriminazione ed esclusione che, nonostante un’apparenza spesso meno inquietante, possono probabilmente essere riportate alla stessa matrice. In</span><span lang="IT"> questa stessa ottica si potrebbero ad esempio leggere gran parte delle politiche “securitarie” che vengono proposte, attuate e propagandate con lo scopo dichiarato di riportare ordine nel caos prodotto dai processi di globalizzazione delle merci, delle persone e delle paure. Basti pensare alla costituzione di banche dati sempre più numerose, alle ispezioni sempre più intime, all’identificazione delle persone attraverso il riconoscimento delle loro sole specificità fisiche. Sembra allora tornare ad emergere, dalla considerazione di questi scenari, la possibilità di utilizzare specificamente la nozione di “razza” come categoria interpretativa, come strumento di diagnosi dell’impatto che questi fenomeni hanno sullo spazio della nostra vita pubblica, della nostra politica, delle nostre istituzioni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Si assiste in tal modo ad un imprevisto capovolgimento di quel percorso intellettuale che, dopo aver messo in discussione la nozione di razza come entità tassonomica sostenuta da prove genetiche, fa riapparire quella stessa categoria come elemento comunitario, portatore di cultura, di esclusione come di solidarietà. Questo perché la categoria viene recuperata sia nei discorsi delle minoranze che in quelli dei gruppi oppressori, mostrandone una progressiva ed inedita doppia utilizzazione, non più limitata alla creazione di una distanza da non superare, ma espansa anche alla costruzione stessa di una identità collettiva. Se il termine “razza” sembra ormai non aver più alcun senso, scientificamente parlando, la tanto auspicata eliminazione dello stesso termine, inteso come struttura culturale, potrebbe avere conseguenze ancora più nefaste<span>. Le nostre società, infatti, sembrano mostrare serie difficoltà nell’assorbire questa nozione all’interno di quelle preesistenti, come quella di “cultura” o quella di “etnia”. Di conseguenza si assiste ad un tendenziale mantenimento di modalità di dominio e sopraffazione spesso estremamente reali, ma nascoste dietro la cortina di una nuova tipologia di attività discriminatorie, meno appariscenti e visibili rispetto al passato. Per questa ragione, all’interno delle società multiculturali, i dilemmi posti dalle questioni di eguaglianza, libertà, inclusione, sicurezza devono tornare ad essere indagati secondo una nuova ottica capace di ricostruire il legame tra vecchie e nuove forme di discriminazione. Questa rinnovata attività di indagine ci pare del resto la sola possibilità per comprendere più in profondità quel diffuso senso di<span> </span>inquietudine verso il “diverso” che si propaga attualmente senza che si riescano ancora a trovare le categorie adatte per poterlo comprendere, e combattere. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Tutte queste motivazioni ci hanno spinto a proporre ai lettori di <em>Nazione Indiana</em> questa piccola serie di quattro interventi che vogliono tentare di fornire una sorta di mappa concettuale, di diario minimo delle attuali riflessioni su due tematiche fondamentali quali “la discriminazione di soggetti vulnerabili derivante dal fenomeno delle migrazioni”  e “la crisi della capacità delle istituzioni e del diritto di operare in base a valori condivisi”. Si tratta di una selezione dell’attività di ricerca svoltasi in questi ultimi anni e promossa in Italia soprattutto <strong>presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche</strong> dell’Università di Modena e Reggio Emilia e presso il <strong>Dipartimento di Teoria e Storia del diritto</strong> dall’Università di Firenze. Questa attività è stata accompagnata da una serie di pubblicazioni online che indichiamo qui di seguito e si è conclusa con la pubblicazione, nel novembre 2007, di un doppio volume a titolo <a href="http://www.diabasis.it/Database/diabasis/diabasis.nsf/b4604a8b566ce010c125684d00471e00/0eb2ae482ad95d2dc125735a003d3956!OpenDocument">“Differenza razziale, discriminazione e razzismo nelle società multiculturali”</a> edito dalla casa editrice<strong> Diabasis </strong>di Reggio Emilia e a cura di <strong>Thomas Casadei</strong> e <strong>Lucia Re</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Sarà proprio da questa pubblicazione che saranno tratti i tre interventi che verranno pubblicati nei giorni a venire. Proporremo dapprima un approccio teorico sulla questione de “La costruzione del razzismo”, formulato dal filosofo francese <strong>Etienne Balibar,</strong> cui seguirà una breve analisi delle pratiche discriminatorie e dei possibili trattamenti uguaglianti a firma di <strong>Costanza Margiotta</strong> per concludere poi con la trattazione di alcuni problemi legati alla libertà di espressione e posti a confronto con le recenti Teorie Critiche della Razza. Speriamo possano rivelarsi utili strumenti per avvicinarsi ad un fenomeno quantomai reale e purtroppo così poco analizzato, se non con gli strumenti, evidentemente inadatti, della repressione e della soppressione progressiva delle libertà fondamentali dell’uomo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Indichiamo, qui di seguito, una serie di collegamenti ipertestuali che conducono ad alcune raccolte di testi disponibili in rete ed elaborati all’interno del quadro d’analisi che è stato brevemente presentato. Segnaliamo in particolare:</span></p>
<ul>
<li><!--[if !supportLists]--><strong><span style="font-weight: normal; font-family: Symbol;"></span></strong><span lang="IT">Il dibattito <strong>“</strong><strong><span style="font-weight: normal;"><a href="http://www.sifp.it/eventomese.php"><span>Razza e diritto: tra sicurezza, discriminazioni e cittadinanza</span></a>” che si svolto sul sito Internet della Società Italiana di Filosofia Politica.</span></strong></span></li>
<li><!--[if !supportLists]--><span class="sommario"><span style="font-family: Symbol;"></span></span><!--[endif]--><strong><span style="font-weight: normal;" lang="IT">Il numero della rivista Cosmopolis dedicato alla tematica “</span></strong><span class="sommario"><span lang="IT"><a href="http://www.cosmopolisonline.it/20070705/sommario%20razza.html">I dilemmi della &#8216;razza&#8217;: tra cittadinanza ed esclusione</a>”</span></span></li>
<li><!--[if !supportLists]--><span style="font-family: Symbol;"></span><span class="sommario"><span lang="IT">Il numero della rivista Jura Gentium dedicato alla tematica “</span></span><span lang="IT"><a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/forum/race/index.htm">Legge, ‘razza’ e diritti a partire dalla Critical Race Theory”</a></span></li>
</ul>
<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"><span lang="IT">Approfittiamo di questo primo intervento per ringraziare le Edizioni Diabasis e Thomas Casadei per la collaborazione che ci hanno fornito e per l’autorizzazione alla ‘liberazione’ online dei testi pubblicati. Teniamo inoltre particolarmente a ringraziare Etienne Balibar, Costanza Margiotta e <strong>Giorgio</strong> <strong>Pino </strong>per la loro cortesia nel<span> </span>concederci l’autorizzazione alla pubblicazione dei loro testi e per la disponibilità dimostrata anche con la loro volontà, tempo permettendo, di seguire l’eventuale dibattito generato dalla<span> </span>pubblicazione.</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/verso-un-ritorno-della-%e2%80%9crazza%e2%80%9d/">Verso un ritorno della “razza”?</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Privacy e asimmetrie di potere: il mito della società trasparente</title>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2008 05:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/essay-208.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Quando parlo e scrivo di privacy, mi viene regolarmente presentata l’obiezione della divulgazione reciproca di informazioni. Spiegata in libri quali “The Transparent Society” [La Società Trasparente] di David Brin, tale obiezione si può riassumere così: in un mondo di sorveglianza continua e onnipresente, voi saprete tutto di me, ma allo stesso tempo io saprò tutto di voi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/20/privacy-e-asimmetrie-di-potere-il-mito-della-societa-trasparente/">Privacy e asimmetrie di potere: il mito della società trasparente</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/essay-208.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Quando parlo e scrivo di privacy, mi viene regolarmente presentata l’obiezione della divulgazione reciproca di informazioni. Spiegata in libri quali “The Transparent Society” [La Società Trasparente] di David Brin, tale obiezione si può riassumere così: in un mondo di sorveglianza continua e onnipresente, voi saprete tutto di me, ma allo stesso tempo io saprò tutto di voi. Il governo ci osserverà, ma al contempo noi osserveremo il governo. È una situazione diversa rispetto al passato, ma non è automaticamente peggiore. E dato che conosco i tuoi segreti, tu non puoi usare i miei come arma contro di me.</p>
<p>Questa potrebbe non essere l’idea di utopia che tutti abbiamo in mente (e di certo non affronta il valore intrinseco della privacy), ma tale teoria può essere molto attraente, e può venire facilmente scambiata per una soluzione al problema della continuata erosione della privacy da parte della tecnologia. Solo che non funziona, perché ignora la fondamentale diversità di potere.<span id="more-5696"></span></p>
<p>Non è possibile stimare il valore di privacy e divulgazione senza tenere in conto dei relativi livelli di potere di chi divulga informazioni e di chi riceve le informazioni divulgate.</p>
<p>Se io rivelo informazioni a te, il tuo potere nei miei confronti aumenta. Un sistema per risolvere questo squilibrio di potere è che, allo stesso modo, tu riveli delle informazioni a me. Entrambi avremo meno privacy, ma l’equilibrio di potere verrà mantenuto. Ma questo meccanismo fallisce miseramente se i nostri livelli di potere sono differenti sin dall’inizio.</p>
<p>Un esempio chiarificatore. Venite fermati da un agente di polizia, che vuole che gli mostriate un documento di identità. Rivelare la vostra identità darà all’agente un’enorme quantità di potere su di voi. Egli potrà effettuare ricerche nei database della polizia utilizzando le informazioni sul vostro documento; egli potrà aprire un file su di voi; o potrebbe persino aggiungere il vostro nome a questa o quella watch list antiterrorismo segreta. Chiedere all’agente che in cambio vi mostri il suo documento di identità non vi darà lo stesso tipo di potere su di lui/lei. Lo squilibrio fra i due poteri è troppo grande e non verrà colmato dalla divulgazione reciproca di informazioni.</p>
<p>Potete pensare al potere che già avete come all’esponente in un’equazione che determina il valore (per voi) di maggiori informazioni. Più potere avete, più potere ricaverete dai nuovi dati.</p>
<p>Altro esempio: quando il vostro medico vi dice “si spogli”, non ha senso rispondere “prima lei, dottore”. La vostra non è un’interazione fra pari.</p>
<p>Questo è il principio che dovrebbe guidare chi ha il compito di prendere decisioni quando si considera l’installazione di telecamere di sorveglianza o il lancio di programmi di data mining. Non è sufficiente aprirsi al pubblico scrutinio. Tutti gli aspetti del governo funzionano meglio quando il potere relativo fra governatori e governati rimane il minore possibile, ovvero quando il livello di libertà è alto e il livello di controllo basso. La trasparenza imposta al governo riduce il differenziale di potere relativo fra le due parti, ed è generalmente una buona cosa. La trasparenza imposta alla gente aumenta il potere relativo, ed è generalmente una cosa negativa.</p>
<p>Il 17enne Erik Crespo fu arrestato nel 2005 in quanto implicato in una sparatoria in un ascensore a New York. Non vi è dubbio che sia stato lui a sparare: è stato registrato dalle telecamere di sorveglianza. Ma Crespo dichiarò che mentre veniva interrogato dal detective Christopher Perino, questi cercò di convincerlo a non richiedere un avvocato, e gli disse che avrebbe dovuto firmare una confessione prima di poter vedere un giudice.</p>
<p>Perino negò sotto giuramento; negò addirittura di aver interrogato Crespo. Ma Crespo aveva ricevuto un lettore MP3 come regalo di Natale, e di nascosto aveva registrato l’interrogatorio. La difesa portò come prova una trascrizione della conversazione e un CD. Poco dopo l’accusa offrì a Crespo un accordo migliore di quello precedentemente offerto (sette anni di reclusione invece di quindici). Crespo accettò l’accordo e Perino fu accusato di spergiuro in separata sede.</p>
<p>Senza quella registrazione era la parola del detective contro quella di Crespo. E chi avrebbe creduto alla parola di un sospetto omicida contro la parola di un detective della polizia di New York? Quello squilibrio di potere è stato ridotto soltanto perché Crespo è stato abbastanza furbo da premere il pulsante di registrazione sul suo lettore MP3. Perché non vengono effettuate delle registrazioni di tutti gli interrogatori? Perché gli imputati non hanno diritto a che vengano eseguite, così come hanno il diritto di avere un avvocato d’ufficio? Per proteggersi, la polizia registra periodicamente i controlli al traffico dalle proprie volanti; quelle videoregistrazioni non dovrebbero fermarsi una volta che la persona fermata non è più una minaccia.</p>
<p>Ha senso utilizzare le telecamere per riprendere la polizia, come ha senso metterle negli uffici in cui i legislatori si incontrano con gli esponenti delle lobby, e in qualsiasi luogo in cui i funzionari governativi hanno potere sulla gente. Hanno senso anche le leggi per un governo trasparente, che mettono a disposizione dell’opinione pubblica gli archivi governativi e le riunioni dei vari organi di governo. Tutte queste cose promuovono la libertà.</p>
<p>Programmi di sorveglianza totale che colpiscono tutti, senza fondati elementi di prova e senza mandati, come i programmi di intercettazione illegale della National Security Agency, o le varie proposte di monitorare tutto quel che passa su Internet, promuovono il controllo. E nessuno è al sicuro in un sistema politico di controllo.</p>
<p>Vedi anche:<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/29/il-valore-della-privacy/">Il valore intrinseco della privacy</a>;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/13/sicurezza-contro-privacy/">Sicurezza contro privacy</a></p>
<p>Questo articolo è originariamente apparso su <a href="http://www.wired.com/politics/security/commentary/securitymatters/2008/03/securitymatters_0306">Wired.com</a>. Traduzione italiana a cura di <a href="http://www.communicationvalley.it/cryptogram.php">Communication Valley</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/20/privacy-e-asimmetrie-di-potere-il-mito-della-societa-trasparente/">Privacy e asimmetrie di potere: il mito della società trasparente</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Flaubert Dry</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2008 08:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra. Tra i riflessi del cristallo il liquido fluttuava e schiumava, uscendo a spruzzi da un bel capezzolo rosso vivo. <em>L’éducation</em> si beveva in una luce da tramonto tropicale, mentre le onde sonore delle chitarre acustiche si propagavano dagli altoparlanti attraverso le sale aperte, rimbalzando sui banconi di legno laccato, gli sgabelli da vertigine, le chaise-longue leopardate, i quadri astratti del genere <em>color-field painting</em>. <span id="more-5802"></span>Al centro del tramonto c’erano le cameriere. Immaginatele come entità corporee inaccessibili, ispiratrici di desideri che loro stesse non avrebbero potuto soddisfare. Donne dai seni turgidi, in minigonne di canapa e lingerie Wolford, con il logo del locale tatuato sulle guance (tre graffi cicatrizzati che ricordavano un’artigliata).<br />
Il Flaubert Dry era un perfetto esempio di spazio mutevole. Il design incitava alla violenza. Tutto era affilato ma carezzevole, come le scarpe di quel centinaio di clienti che ogni sera raschiavano il parquet con i sassolini attaccati al cuoio delle suole. Un posto dove fama voleva dire desiderio: un desiderio di elevazione, di significato e di azione caratteristico dell’individuo sano. Qualcosa di così onesto da sembrare osceno, come una vergine nuda che entrasse da Marks &#038; Spencer a rifarsi il guardaroba. E infatti i frequentatori del Flaubert Dry inseguivano il successo nello stesso modo in cui, da adolescenti, scrutavano lo specchio in cerca di qualità estetiche – senza trovarle, naturalmente, perché la bellezza non si nasconde, per non parlare del fatto che male sopporta repliche e riflessioni.<br />
Mi ero attaccata alla mammella già un paio di volte e cominciava a girarmi la testa. Johnny aveva comprato tre o quattro spinelli da un pusher con l’aspetto di un demone in perizoma (il corpo palestrato, la faccia butterata, il cranio con due escrescenze all’altezza dell’osso parietale – insomma, il genere di adulto da cui ogni adolescente vorrebbe essere stuprata). Uno spinello grosso come un dito, un lungo bozzolo di cartine Drum farcito con il fiore della resina di canapa. Educatamente me lo fece accendere. I Led Zeppelin cantavano <em>Babe, I’m gonna leave you</em> a volume critico, indebolendo le mie difese emozionali. Sugli scaffali retroilluminati c’erano almeno seicento bottiglie di liquori policromi. I ventilatori ronzavano, spargendo una brezza variabile e fradicia. Altri due sorsi e mi misi a singhiozzare.<br />
In quei momenti capivo solo ciò che provavo, come un animaletto ferito. Non sentivo dolore, eppure avevo inarcato il busto, reggendomi lo stomaco quasi che l’alcool lo stesse per sciogliere.<br />
Johnny s’incuriosì. Me lo dimostrò appoggiando la guancia sul piano dove tenevo la mammella. Mi fissò in modo analitico, comprensivo.<br />
– Tutto bene? – chiese.<br />
– Adesso passa.<br />
– Devo chiamare qualcuno? Se vuoi lo faccio.<br />
Gli risposi con un deciso no della testa. Ma Johnny non era abituato a prendere sul serio quello che la gente gli diceva e saltò giù dallo sgabello. Dopo un minuto era di nuovo al suo posto. Questa volta aveva compagnia.<br />
– Ciao bambina, – mi salutò la ragazza che lo aveva seguito.<br />
– Ciao Remedios.<br />
– Che cos’hai, bambina? No, non dirmelo, prima ti asciugo le lacrime.<br />
– Posso farlo da sola.<br />
– Non mi costa niente aiutarti. Vieni qui, fatti guardare.<br />
Conoscevo Remedios da tutta la vita. Il nostro rapporto era fatto di similitudini. Eravamo nate lo stesso giorno alla clinica Zuckmayer. Avevamo frequentato il liceo a Coira (la stessa classe), e ai tempi dell’agenzia dividevamo un flat in Edgware Road, a due passi da Marble Arch, nel centro di Londra. Quel posto ci serviva da base operativa, perché l’aria di Milano mi procurava dei pruriti alla pelle che i medici non riuscivano a spiegare. Ci assomigliavamo, eravamo alte uguali. Avevamo lo stesso peso, la stessa taglia. Confesserò una cosa. Avevo voglia di abbracciarla. E per farlo mi sarei sbarazzata volentieri di Johnny Deep.<br />
Remedios era calore. Aveva un viso ovale con treccine bionde da bambola. Quando mi trovavo nel suo campo gravitazionale provavo una precisa fiducia nel significato delle cose, o la certezza che ne avessero uno. Lo sentivo anche in quel momento, mentre vedevo passare dietro le sue spalle un centauro dadaista – il corpo di zebra, il viso da efebo, i movimenti svagati, l’aria un po’ ottusa.<br />
Remedios. Stava cercando un segno rivelatore nella mia espressione. Il senso del disagio, l’argomento della crisi. Glielo leggevo negli occhi. Voleva introdursi nella mia coscienza attraverso le sue manifestazioni facciali. Mi pulì le guance con un fazzoletto. La stoffa tamponò la pelle quasi senza sfregarla. Remedios emanava un odore di professionismo, l’aroma inconfondibile che sprigiona dal corpo delle conversatrici.<br />
Sì, conversare, parlare per mestiere. Avere a che fare con il desiderio di felicità della gente, mentre le leggi della natura complottano per tradirlo. Trovare argomenti di conversazione che si adattino a un <em>Victorine</em> o a un <em>Madame Arnoux</em>, strutturati long drink da meditazione. E i clienti fissi, i clienti nuovi, uomini soli, donne sole, a interpretarli, ad accoppiarli. Per quel lavoro ci voleva l’energia di un giaguaro, ma a Remedios non solo piaceva, si divertiva anche a trovare le forze per farlo. Il che, dovete ammetterlo, è il solo presupposto della passione.<br />
– Devo dirti una cosa, Remedios.<br />
– Che cosa, bambina?<br />
– Ti voglio bene.<br />
Remedios allargò il fazzoletto e me lo ripassò sulle guance. Poi fissò attentamente la pelle per apprezzare il risultato. Sembrava assorta.<br />
– È qualcosa che non avresti dovuto dirmi, Vera. Non qui. Non alle otto di sera.<br />
– Non dovevo, Remedios?<br />
– Non lo avresti detto se non ci fosse un problema.<br />
– No, non lo avrei detto.<br />
– Lo avresti pensato, ma non lo avresti detto.<br />
Abbassò il fazzoletto, valutò la sua distanza da Johnny e mi parlò all’orecchio. Chiudere gli occhi e ascoltarla era una delle mie forme preferite di oblio.<br />
Poi, non soddisfatta, si voltò verso Johnny e disse: – Scusa, puoi lasciarci sole un momento?<br />
– Perché? – si stupì JD. – A Vera piace se vi sto a sentire.<br />
– È vero, bambina?<br />
– Credo di sì, Remedios.<br />
Lei mi studiò in apparenza senza sforzo. – Vi conoscete da molto?<br />
– Da un paio d’ore soltanto, – ammisi. – Però in questo momento ho l’impressione che la presenza di Johnny possa valorizzare quello che dico.<br />
– A beneficio di chi?<br />
– Tuo, immagino.<br />
– Io non ho bisogno che Johnny ti valorizzi.<br />
– Non stiamo parlando dei tuoi bisogni, – intervenne JD, spegnendo lo spinello e assumendo la posizione adatta a reggersi il mento.<br />
– Di che cosa stiamo parlando, allora?<br />
– Del fatto che la gente non l’ascolta.<br />
Remedios sorrise in modo neutro, con una comprensione senza ironia.<br />
– Johnny ha ragione, – dissi.<br />
– Ma stai parlando con me, Vera. E io non sono la gente.<br />
– Immagina di non conoscermi. Immagina di non avere mai visto la mia faccia. Sono un’estranea, Remedios, e a prima vista nemmeno troppo simpatica. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Ti vedo continuamente, Vera. Passiamo insieme almeno trenta ore la settimana.<br />
– Sì, ma supponi di perdere la memoria. Non ti ricordi chi sei, dove abiti, se Parigi è in Francia o sulla luna. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Perché?<br />
– Be’, Johnny lo conosci, non è così? Se lui mi ascolta lo faresti anche tu.<br />
– Ma se non mi ricordo di Parigi, perché dovrei ricordarmi di Johnny?<br />
Le sorrisi. – Johnny lo vedi dappertutto, Remedios! Ti guardi attorno e lui è appeso ai muri. È uno di famiglia. Di lui ti fidi.<br />
– È questa la tua idea?<br />
– È così che funziona.<br />
Lei spostò una ciocca di capelli scivolata davanti ai miei occhi. Era così fin da bambina. Non materna, ma stregata dalla tessitura delle cose.<br />
– È questo che mi spaventa, – riconobbi. – Ho bisogno di Johnny perché la gente mi ascolti. JD mi è indispensabile come il suo sound mediterraneo.<br />
Remedios accavallò le gambe e raddrizzò la testa, una successione di movimenti che mi spiegai come il segno di una decisa volontà interpretativa. La fissavo, aspettando che dicesse qualcosa. Le sostanze commestibili che avevo assimilato nel corso della giornata, quasi tutte letali in modo non significativo, mi stavano procurando una euforia convincente, al punto da crederla un dato ambientale.<br />
– Non pensavo che ti interessasse, – disse Remedios.<br />
– Che cosa?<br />
– Parlare alla gente.<br />
– Oh, per me quello che conta è lasciare aperta ogni possibilità espressiva. C’è ancora da bere?<br />
Johnny agitò la mammella per farmi capire che era quasi vuota.<br />
– Vi ordino qualcosa, – disse Remedios.<br />
– Tu che cosa prendi?<br />
– Una <em>Tentazione di Sant’Antonio</em>.<br />
– Che cos’è, un long drink?<br />
– In un certo senso. Soda con l’aggiunta di rosso Congo, un colorante insapore. Ai clienti con cui parlo dico che è Campari.<br />
– E loro ti credono?<br />
Scoppiammo a ridere simultaneamente, lasciando andare la testa l’una sulla spalla dell’altra.<br />
– Vorrei un’altra mammella, – disse Johnny sbadigliando. – Ma questa volta con dentro una ciliegia al maraschino.<br />
– Come? – esclamò Remedios. – Come, come? È una tetta, Johnny. La ciliegina non passa dal capezzolo.<br />
Scoppiai a ridere più forte, producendo un suono vibrato, uno sbuffo d’aria sotto pressione. Il petto di Remedios sussultava, la mia fronte appoggiata alla sua si muoveva da una parte e dall’altra, come se il pavimento fosse sul punto di sprofondare. Per non cadere, lei si aggrappò ai miei fianchi. Forse anche Johnny si divertiva. Forse la risposta di Remedios gli era servita da introduzione al senso del ridicolo, un genere d’incontro che poteva chiarirgli la sua distanza dal divino. Piegai la testa da un lato, decisa a vedere l’espressione della sua faccia. Ed eccolo il testimonial di una nota bibita energizzante che si sta fissando l’unghia di una mano. Quell’unghia lo interessava sul serio. Muoveva il dito circolarmente, pazientemente. Lo studiava da prospettive diverse, la mente sgombra da inquietudini conoscitive, come se il suo scopo fosse solo quello di tenere occupata la vista. Decisamente, lo spettacolo non valeva la fatica della torsione alla quale mi costringeva.<br />
Mi voltai e alle spalle di Remedios vidi qualcosa di più interessante. Al centro della sala erano comparsi tre uomini. Li notavo perché sembravano i soli a non capire dove si trovassero. Contai tre teste, sei gambe e cinque braccia, associando la mutilazione di uno di loro alle guerre di logoramento. In realtà l’uomo senza braccio aveva l’aria del coordinatore qualificato ed era senza dubbio un apprezzato leader per anzianità. Teneva in mano una sigaretta spenta e parlava quasi senza muovere le labbra, come se la lingua in cui si esprimeva avesse una prevalenza di consonanti. Se quei tre fossero stati vestiti con giacche scure, spiegazzate, e camicie bianche, ormai molli per la completa perdita di amido, forse avrei capito subito il loro mestiere. Invece indossavano jeans pre-usurati e un giubbotto in Cordura multitasche, come la maggior parte dei clienti. Mi incuriosiva il modo in cui si guardavano attorno, l’apparente indifferenza dei loro sguardi dalla occulta propensione analitica. Senza dare nell’occhio valutavano funzione, dimensione e distanza delle cose. Tracciavano linee di demarcazione tra aree di influenza, esaminavano ingressi, vani, vie di fuga, sommando e sottraendo da un valore critico metri e metri cubi di aria condizionata. Tutto questo in relazione alla posizione dei clienti e ai loro modi di agire, che valutavano molto prima delle loro facce.<br />
La svolta arrivò inaspettata. L’uomo senza braccio mormorò qualcosa, indicando il bancone del bar. Il gesto generò un movimento coordinato. Il più grasso del gruppo rifilò una pacca sulla natica del centauro, dando allo stesso tempo una strizzata d’occhio alla telecamera di vigilanza – un documento da cineteca sui temi della determinazione violenta e dell’indifferenza verso la sfera privata. La musica si fermò. Non esisteva una ragione precisa perché questo succedesse. Però successe. Il mio senso della vista cominciò a operare su un livello di energia autonomo. Sentivo l’urgenza di capire le ragioni di quel cambiamento, non per curiosità ma per istinto di sopravvivenza. Lo dimostrava il fatto che l’uomo verso cui si incamminavano quei tre continuava a bere con indolenza il suo mescal. Perché? Risposta: era il solo che già conoscesse l’esatta natura del pericolo.<br />
– Ho una cosa per te, Gabriel, – gli disse il grasso, appoggiandosi pesantemente al banco.<br />
Gabriel era un ragazzo alto e nero di capelli, il naso spezzato da boxer. Aveva un pizzetto tagliente, quasi cesellato, e la carnagione olivastra. Indossava abiti da uomo d’affari e si tastava la cravatta a nodo largo come se la consistenza del tessuto gli desse sicurezza. Il grasso sfilò una mano dalla tasca. Gabriel ne seguì il movimento. La mano si fermò a mezz’aria, lasciando cadere sopra il bancone qualcosa di viscido. Gabriel sorrise e scosse la testa. Sembrava trovare l’iniziativa del grasso una mancanza di stile. Sopra il piano umido luccicava una pallina giallastra, una specie di uovo di quaglia con dei filamenti a un’estremità.<br />
Capii che si trattava di un bulbo oculare quando gli altri due uomini ci appoggiarono accanto un lobo di fegato e un piccolo rene. In quel momento mi accorsi che esisteva altra vita cerebrale oltre la mia. Ero in mezzo alla gente, e la gente gridava, arretrava, si ammassava. La sala piombò nel buio. Le sole fonti di luce risparmiate dal collasso nervoso del locale furono una lampada da tavolo alle spalle di Gabriel e lo scaffale fluorescente dei liquori.<br />
– Che roba è? – domandò Gabriel, voltandosi verso l’uomo senza braccio. – Che roba sarebbe?<br />
– Prove, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Prove? Che genere di prove? Ehi, ehi&#8230; ragazzi. Ragazzi, io mi occupo di frattaglie. Compro e vendo fottutissime interiora. Avete presente il fantastico mondo dei visceri? Andiamo, la gente va pazza per queste cose.<br />
– Zitto, – gli intimò il grasso. – Zitto, coglione.<br />
Vicino a me qualcuno piangeva. Una voce chiese: – Chi siete? Chi sarebbe questo Gabriel?<br />
L’uomo senza braccio si voltò. L’oscurità aveva maglie così strette che lui probabilmente non poteva vedere oltre la linea dei primi tavoli.<br />
– Gabriel è un trafficante di organi, – rispose in tono mite l’uomo senza braccio. – E queste sul tavolo sono le prove che abbiamo raccolto.<br />
– Cristo, – esclamò la stessa voce nel buio, – come diavolo fate a portarvi in tasca certe porcherie?<br />
Il grasso si voltò di scatto e fissò l’oscurità. Anche il terzo uomo fece un passo in avanti per capire da dove provenisse la voce.<br />
– Adesso ce ne andiamo, – annunciò l’uomo senza braccio. – È tutto finito, gente.<br />
Ma mentre quei tre erano voltati, il pubblico assisteva a una scena raccapricciante. Il trafficante d’organi ingoiò le prove e si sciacquò la bocca con un sorso di mescal. Quando il grasso se ne accorse, Gabriel lo inchiodò ai fatti con un rutto cupo e prolungato.<br />
– È tutto a posto, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Oh no, no&#8230; – gridò il grasso. – Santissima Madre di Dio, no&#8230; – e afferrò Gabriel per il collo, schiacciandolo contro il bancone.<br />
Gabriel rise fino quasi a piangere. Dalla gola gli usciva un suono di aria strozzata. Rideva e si dimenava, cercando con le dita gli occhi del grasso. Riuscì quasi subito a divincolarsi. Era agile e si dileguò nel buio.<br />
– Non muovetevi, gente, – gridò l’uomo senza braccio e fece segno al grasso di inseguire Gabriel.<br />
La luce si riaccese di colpo. La canzone ricominciò da dove era stata interrotta. Il locale prese l’aspetto di una camera da letto illuminata nel cuore della notte. I clienti erano spettri, sonnambuli, lemuri. Avevano facce scioccate, espressioni da stato di narcosi. Sugli zigomi scendevano le lacrime. E di Gabriel, del grasso e del terzo uomo nessuna traccia.<br />
– È tutto a posto, – ripeté l’uomo senza braccio, che non si era mosso dal banco. – La cosa è risolta. Permettete, gente, che vi offra da bere.<br />
Chi si trovava in piedi cercò il sostegno delle pareti o di un tavolo, di qualsiasi oggetto a portata di mano, purché fosse stabile e sufficientemente strutturato. Non solo per il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, ma per una esigenza di contatto. Per ognuno era importante constatare di essere ancora una entità corporea, con un volume rispettabile, un peso adeguato, una consistenza di corpo vivo. La mancanza di certezze faceva dare di stomaco una cameriera a due passi dalla porta dei bagni.<br />
– Da bere per tutti, – gridò l’uomo senza braccio. – Coraggio, gente, fatevi sotto.<br />
Il barman passò una spugna sul banco e si mise al lavoro. Ammucchiò bicchieri e ghiaccio tritato, mescolò gin a succo d’arancia, riempì di fragole i frullatori.<br />
– Mio Dio, Remedios, – piagnucolai.<br />
– Ssst&#8230; – fece lei. – Non agitarti, bambina.<br />
– È orribile, non è vero? – sentii dire alle mie spalle, ma più che una voce era un suono spaventoso. – Be’, Johnny, come te la passi?</p>
<p>Il presente frammento è tratto dal romanzo di Omar Viel, <em>Fetish</em>, Lampi di stampa, Milano 2005</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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		<title>Turchia: Le donne di Istanbul</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 05:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la prima parte di un reportage di viaggio in Turchia nell'inverno del 2007; leggi anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">la seconda parte</a> e un approfondimento a seguire.]<a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi"><br />
</a></em></p>
<p></p>
<p>Negli ultimi anni Istanbul è diventata una meta molto battuta dai turisti italiani, attratti dallo splendore del Topkapi, il palazzo del sultano, della Moschea blu e di Santa Sofia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/">Turchia: Le donne di Istanbul</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la prima parte di un reportage di viaggio in Turchia nell'inverno del 2007; leggi anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">la seconda parte</a> e un approfondimento a seguire.]<a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi"><br />
</a></em></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/001_istanbul_hb.jpg" alt="001_istanbul_hb.jpg" /></p>
<p>Negli ultimi anni Istanbul è diventata una meta molto battuta dai turisti italiani, attratti dallo splendore del Topkapi, il palazzo del sultano, della Moschea blu e di Santa Sofia. A Istanbul siamo stati anche noi, ma la nostra visita ha soltanto sfiorato le mete turistiche. Il nostro scopo era sondare l’opinione pubblica turca attorno a due problemi scottanti, dalla cui soluzione sembra dipendere l’ingresso della Turchia nell’unione Europea: il velo femminile e la questione curda. Il nostro viaggio si è svolto quindi in due tempi, attraverso di una realtà politica complicata e violenta. È stato un viaggio che ci ha riservato molte sorprese e durante il quale ci siamo dovuti sbarazzare di non pochi pregiudizi.<span id="more-5757"></span></p>
<p>Bastano pochi giorni a Istanbul per rendersi conto che globalizzazione e postmodernità non sono concetti astratti, ma categorie interpretative che esercitano una forte presa sulla realtà. In questa città, da sempre ponte tra oriente e occidente, si intersecano non solo temporalità multiple (chiese del sesto secolo e moschee del sedicesimo, palazzi art nouveau del primo ‘900, edifici modernisti degli anni cinquanta e recenti grattacieli), ma anche “dimensioni di vita” parallele. Per le strade del centro, percorse da venditori ambulanti di çay (tè) e di nohut pilav (riso e ceci), Mc Donald, Starbucks Coffee e Simit Sarayi (una catena turca di fast food) si affiancano a ristoranti tradizionali e chioschi di Kebab. La musica techno dei locali si alterna al canto dei muezzin diffuso dagli altoparlanti dei minareti. Abbiamo bevuto çay in salette fumose frequentate da un pubblico esclusivamente maschile dedito al gioco delle carte e della tavla (backgammon), e siamo stati a una festa in un locale all’ultimo piano di un edificio sull’Istiklal Caddesi (il viale dell’indipendenza, il corso centrale), la cui clientela di giovani uomini e donne alla moda avrebbe potuto trovarsi indifferentemente a Berlino, Londra o New York. In una situazione così complessa, non sempre al visitatore è facile capire come comportarsi per non offendere il proprio interlocutore, che cosa si può dire e su che cosa è meglio tacere. Ma come regola generale possiamo affermare che, quando abbiamo tentato di parlare di religione e di politica, la reazione più comune è stata un’imbarazzata reticenza che tradiva un sentimento di paura. Per non apparire maleducati o provocatori, talvolta abbiamo chiesto scusa giocando la parte dei turisti ingenui. Ma in alcuni rari casi ci è stato utilie dichiararci ricercatori universitari, giornalisti, e ancora di più militanti di sinistra, attivisti del movimento gay, membri del “Partito Comunista Italiano”.</p>
<p>Una cartina tornasole per sondare la complessità della società turca è la questione del velo femminile. La repubblica turca fondata da Mustafa Kemal (Atatürk, il padre dei turchi) nel 1923, era uno stato non solo laico, ma laicista. E tale è rimasta per lungo tempo. Nel 1989 una sentenza della corte costituzionale proibì alle donne di indossare il velo negli uffici pubblici e nei luoghi istituzionali, come nelle università. Di conseguenza, ancora qualche anno fa il presidente Ahmed Necdet Sezer evitava di invitare alle cerimonie ufficiali Emine Erdoğan, la moglie del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, per la sua abitudine di indossare il türban (il foulard che copre soltanto i capelli). E la deputata Merve Kavakçi, che voleva prestare giuramento velata, fu  privata dell’immunità parlamentare e perseguita per legge. Ma oggi anche Arunnissa Gül, la moglie del nuovo presidente Abdullah Gül, porta il türban. E lo scorso 7 febbraio il parlamento ha approvato degli emendamenti costituzionali che di fatto consentono di indossarlo nelle università &#8211; ufficialmente a godere di questa nuova libertà saranno però soltanto le studentesse, e non le professoresse: la nuova norma recita che “nessuno può essere privato del diritto a un’educazione superiore”.</p>
<p>L’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi), il Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere da cinque anni e di nuovo vincitore alle scorse elezioni, a cui appartengono sia Gül sia Erdoğan, è infatti al tempo stesso un partito riformista, liberista e modernizzatore che promette di condurre la Turchia all’interno dell’Unione Europea, e un partito islamico sunnita moderato. Questo spiega (o giustifica ideologicamente) i conflitti tra il governo e l’esercito, ancorato all’eredità di Atatürk e garante della laicità dello Stato. È importante precisare che per laicità (laiklik) il blocco nazionalista, che oltre all’esercito comprende i cosidetti “lupi grigi” dell’MHP (Milliyeteçi Harcket Partisi, il Partito del Movimento Nazionalista), i servizi segreti, la polizia e buona parte della burocrazia e dell’università, intende non tanto la separazione tra stato e moschee, quanto il controllo della religione da parte dello stato. Del resto lo stesso culto di Atatürk, la cui effige è impressa su ogni banconota e la cui immagine ricorre in ritratti, fotografie, busti, monumenti sparsi nelle vie e nelle piazze di tutta la Turchia, assomiglia molto a una religione civile nazionalista. Anche la bandiera rossa con la mezzaluna e la stella bianche è onnipresente, e quasi ogni mese le scuole festeggiano una ricorrenza della vita repubblicana.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/002_istanbul_hb.jpg" alt="Pannello luminoso con fotografia Atatürk su una parete nel distretto di Beyoğlu" /></p>
<p><em>Pannello luminoso con fotografia Atatürk su una parete nel distretto di Beyoğlu</em></p>
<p>Per pressioni dell’esercito, la scorsa primavera, la corte costituzionale aveva annullato l’elezione di Güll: Erdoğan ha reagito indicendo per il 22 luglio nuove elezioni legislative che l’AKP ha vinto con il 46,6% dei voti, ottenendo 341 seggi su 550. Con una tale maggioranza Güll è stato confermato alla presidenza il 28 agosto, e il governo ha presto annunciato la sua volontà di elaborare la riforma costituzionale ora approvata. La questione del velo è così diventata il simbolo dei conflitti tra l’AKP e il blocco nazionalista, che per il momento sembrano essersi risolti con una mediazione. Gli emendamenti alla costituzione sono passati infatti con 404 voti a favore e 92 contrari (era necessaria un maggioranza di almeno due terzi): a votarli sono stati non solo i parlamentari islamisti del’AKP, ma anche i “lupi grigi” nazionalisti dell’MHP. Segno di un preoccupante compromesso, che ha avuto contraccolpi significativi (il più evidente è stato l’invio dell’esercito nel Kurdistan iracheno), ma non sufficienti a chiudere definitivamente il contenzioso: una sentenza della corte costituzionale ha recentemente dichiarato l’AKP incompatibile con la costituzione turca. Per il momento l’esercito non sembra intenzionato a occupare il parlamento, ma è difficile prevedere come potrà evolvere una situazione tanto intricata.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/003_istanbul_hb.jpg" alt="Quartiere di Çarşamba. Una delle zone più conservatrici della città, negli ultimi anni ha vissuto un forte processo di islamizzazione" /><br />
<em>Quartiere di Çarşamba. Una delle zone più conservatrici della città, negli ultimi anni ha vissuto un forte processo di islamizzazione</em></p>
<p>In alcuni quartieri, come a Carşamba, non sono poche le donne che per strada si coprono con il carsaf, il foulard nero integrale. Per motivi legati non alla laicità ma alla sicurezza dello Stato, non possono però occulatare il volto fino a rendersi irriconoscibili: ricorrono allora all’escamotage di appuntare una spilla al velo al di sotto del naso, in modo da ripararsi dagli sguardi maschili senza infrangere la legge. In questo quartiere, davanti alla moschea di Sultan Selim, abbiamo visto una teenager così abbigliata a braccetto di una coetanea dai capelli bicolori, in jeans attillatissimi e tacchi alti: una coppia di amiche a passeggio che, ci è sembrato, nessuno trovava stravagante. In altre zone della città, del resto, le donne integralmente velate sono una rarità.</p>
<p>A Benazid, davanti all’Università di Istanbul (una delle quasi-trenta università della città), abbiamo assistito alla conferenza stampa convocata da un collettivo di studenti socialisti (saranno stati una ventina) per protestare contro la polizia. Secondo il volantino che hanno distribuito, pochi giorni prima avevano subito un attacco degli studenti “fascisti”: la polizia aveva dato sostegno a questi ultimi e picchiato loro. A leggere il comunicato, di fronte a una cinquantina di giornalisti e fotografi e a più di cento poliziotti schierati in assetto anti-sommossa, era Dilan, una bella ragazza dai capelli fulvi sciolti sulle spalle.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/004_istanbul_hb.jpg" alt="Dilan durante la manifestazione contro la polizia davanti all’Università di Istanbul" /><br />
<em>Dilan durante la manifestazione contro la polizia davanti all&#8217;Università di Istanbul</em></p>
<p>Tre anni fa anche il corteo dell’8 marzo è finito con un pestaggio che ha scosso l’opinione pubblica. Le associazioni femministe hanno organizzato altre manifestazioni di protesta, e l’8 marzo 2006 le forze dell’ordine hanno inviato soltanto poliziotte donne con in mano mazzi di fiori anziché manganelli e mitra. Il 2007 è stato invece l’anno del primo gay pride di Istanbul, organizzato dall’associazione Lambda, a cui ha portato sostegno con la sua presenza anche la nostra Vladimir Luxuria. In questo caso il corteo, poche centinaia di metri lungo l’Istiklal, è stato concordato con la polizia e non ha dato luogo a disordini – come, del resto, nessuno scontro è stato provocato dalla manifestazione dell’8 marzo 2008. Ma questo non significa necessariamente che si sia inaugurato un nuovo corso nei rapporti tra polizia e manifestanti.</p>
<p>A spiegarci perché è Aysegul, una dinamica trentenne militante nell’associazione femminista Amargi (il nome deriva da una parola sumera, che significa “libertà” ma anche “ritorno alla madre”). Ci racconta che nessuno in Turchia si fida della polizia, che tutti ne hanno paura. Ci descrive i poliziotti, di solito provenienti dalle classi meno abbienti, come violenti e corrotti: come detentori di un potere arbitrario e imprevedibile. I mazzi di fiori alla manifestazione dell’8 marzo 2006, a suo avviso, altro non sono stati se non un esempio della schizofrenia delle forze dell’ordine. Per questa ragione lei e le sue compagne li hanno rifiutati. Aysegul ci racconta dell’associazione Cumartesi Anneleri, “le madri del sabato” che ogni sabato protestano davanti al monumentale liceo Galatasaray, sull’Istiklal, per i propri figli o fratelli “scomparsi” nelle carceri turche. E che quasi ogni sabato vengono malmenate dalla polizia.</p>
<p>Amargi esiste dal 2001, e dalla metà del dicembre scorso ha aperto anche la prima libreria femminista della città che è anche uno spazio per conferenze e seminari: tra gli scaffali si trovano classici del femminismo, da Simone De Beauvoir a Luce Irigaray, ma anche testi delle più aggiornate queer theories, a partire da Judith Butler. Al momento nessuna donna velata fa parte di Amargi, ma Aysegul ci spiega che l’associazione non esprime giudizi sul türban e cerca un dialogo con le donne islamiche: “Portare il türban può essere una libera scelta, e solo una donna che ha fatto questa scelta può spiegarla alle altre”. Aysegul ritiene che per la società turca esercito e polizia costituiscono un pericolo molto più grave dell’Islam: un tempo sperava nelle riforme modernizzatrci di Güll ed Erdoğan, e nell’ingresso della Turchia in Europa, ma in seguito a quello che giudica un brutto compromesso tra AKP e blocco nazionalista, l’Europa le appare sempre più lontana. Perentoriamente Aysegul condanna l’intervento militare in Irak, da cui ritiene non possa venire nulla di buono per la Turchia e per i suoi rapporti internazionali.</p>
<p>Aysegul non è l’unica donna a parlarci della questione curda. In una traversa dell’Istiklal ci imbattiamo in una giovane writer col capo coperto: non dal türban, ma da un berretto di lana decorato con un motivo di fiamme. Con la mano destra impugna una bomboletta spray, nella sinistra porta una mascherina di cartoncino: Cins, questo il suo pseudonimo di street artist, sta decorando (o a imbrattando, a seconda dei punti di vista) un muro con la tecnica dello stencil. È lei a invitarci alla festa sull’Istiklal. Ma prima ci permette di fotografare i suoi lavori, non il suo volto. Ci mostra dapprima una galleria di ritratti sorridenti: “Questi sono i miei amici”. “Ma il mio primo ritratto è stato questo”: il volto di Deniz Gezniş, un giovane di sinistra ucciso dalla polizia in seguito a una manifestazione. Infine ci indica un altro stencil. Ritrae un bambino in lacrime. Sotto una scritta: “o şimdi ırakta asker” (ora è soldato in Irak). Cins, come Aysegul, è contraria non solo all’intervento dell’esercito turco contro i guerriglieri del PKK, a anche alla permanenza di truppe turche in Irak.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/005_istanbul_hb.jpg" alt="Gli stencil di Cins" /><br />
<em>Gli stencil di Cins</em></p>
<p>Ma non tutte, naturalmente, la pensano come Aysegul e Cins. Deniz ha trantacique anni ed è proprietaria di un elegante ristorante italiano sul Bosforo. Vive tra Istanbul e Londra e porta un cognome importante: Kalafat. Suo nonno Emin Kalafat, un parlamentare democratico, finì in prigione nel 1960 in seguito a un colpo di stato militare. Deniz si presenta con queste parole “Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Mi considero una donna democratica, laica, liberale e ritengo che tanto l’AKP quanto i lupi grigi dell’MHP costituiscano un pericolo per la democrazia. La storia della mia famiglia ha suscitato da sempre in me un’accesa avversione per l’esercito, però credo che nell’attuale situazione politica l’esercito sia l’unica istituzione che possa proteggere la Turchia tanto dall’islamismo radicale, quanto dal terrorismo curdo”. Le chiediamo di argomentare meglio: “Nei primi cinque anni di governo, l’AKP non ha sollevato la questione del velo, e i suoi rappresentanti in parlamento si sono occupati soltanto di questioni economiche. Ma dopo la nuova vittoria l’AKP ha rivelato la sua vera natura: si maschera da partito europeista, ma è un partito islamico che rischia di condurre la Turchia in una situazione simile a quella iraniana. Personalmente ritengo che ogni donna dovrebbe avere il diritto di vestire come vuole. Ma nessuno può presentarsi a un controllo dei documenti con il volto coperto dal carsaf! Da laica, ritengo anche che non si dovrebbero indossare simboli religiosi nelle istituzioni pubbliche, e che una professoressa non dovrebbe fare lezione col türban perché non dovrebbe fare proselitismo religioso presso i propri studenti”.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/006_istanbul_hb.jpg" alt="Deniz Kalafat, imprenditrice turca residente a Londra" /><br />
<em>Deniz Kalafat, imprenditrice turca residente a Londra</em></p>
<p>Sulla questione curda è lapidaria: “L’opinione pubbica europea nutre forti simpatie per il popolo curdo, e sembra non capire che il PKK è semplicemente un partito di terroristi, come l’IRA in Irlanda e l’ETA nei paesi baschi. Sono stata favorevole all’intervento militare nel nord dell’Irak. Era l’unica soluzione possibile.”</p>
<p><em>Fine della prima puntata. </em></p>
<p>Lorenzo Bernini (<a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it"> lorenzo.bernini@unimi.it</a>), libero pensatore (e pensatore libertario), milita nel movimento lgbtq* (lesbico-gay-bisessuale-transessuale-transgender-queer*) ed è attualmente assegnista di ricerca in Storia della Filosofia politica presso l’Università degli Studi di Milano.<br />
Tra le sue pubblicazioni:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4210"><em>La decostruzione filosofica del binarismo sessuale. Dal freudomarxismo alle teorie transgender</em>,</a> in Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità, a cura di Marco Inghilleri ed Elisabetta Ruspini, Napoli, Liguori, 2008, pp. 49-70.</li>
<li><a href="http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833917894"><em>Il dispositivo totalitario, in Forme contemporanee di totalitarismo</em>,</a> a cura di Massimo Recalcati, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 141-155.</li>
<li><a href="http://www.mimesisedizioni.it/archives/000642.html"><em>Contro la liberazione sessuale, per un libero uso dei piaceri. Pensieri in movimento</em>,</a> in We will survive! Lesbiche, gay, trans in Italia, a cura di Paolo Pedote e Nicoletta Poidimani, Milano, Mimesis, 2007, pp. 43-58.</li>
<li><em>Le logiche del potere. Sovranità e biopolitica in Hobbes e Foucault</em>, in Storia dei concetti, Storia del pensiero politico. Saggi di ricerca, a cura di Sandro Chignola e Giuseppe Duso, Napoli, Editoriale Scientifica, 2006, pp. 141-164.</li>
<li><a href="http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_fascicolo.php?isbn=11188&amp;ilmulino="><em> Una libertà senza liberalismo. A proposito dei corsi di Foucault al Collège de France (1977-1979)</em>,</a> in «Filosofia politica», n° 1, 2006, pp. 129-141.</li>
<li>Si veda anche: <a href="http://www.nonluoghi.info/nonluoghi-new/modules/news/article.php?storyid=771">L&#8217;aborto, il caso di Napoli e i &#8220;ragazzi XXY&#8221;</a></li>
</ul>
<p>Foto: © <a href="mailto:sanoi@email.it">Giovanni Hänninen</a> 2008 all rights reserved</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/">Turchia: Le donne di Istanbul</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sicurezza contro Privacy</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Apr 2008 15:45:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/essay-203.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Se esiste un dibattito che sintetizza la politica post-11 settembre, è quello della sicurezza contro la privacy. Quale delle due è più importante? A quanta privacy siete disposti a rinunciare per la sicurezza? E poi, ci possiamo davvero permettere la privacy in quest’epoca di insicurezza?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/13/sicurezza-contro-privacy/">Sicurezza contro Privacy</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/essay-203.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Se esiste un dibattito che sintetizza la politica post-11 settembre, è quello della sicurezza contro la privacy. Quale delle due è più importante? A quanta privacy siete disposti a rinunciare per la sicurezza? E poi, ci possiamo davvero permettere la privacy in quest’epoca di insicurezza? Sicurezza contro Privacy: è la battaglia del secolo, o almeno di questo primo decennio.<span id="more-5694"></span></p>
<p>In un <a href="http://www.newyorker.com/reporting/2008/01/21/080121fa_fact_wright">articolo del “New Yorker” </a>del 21 gennaio Michael McConnell, direttore della National Intelligence, parla di un progetto proposto per monitorare tutte (proprio così, TUTTE) le comunicazioni Internet a fini di sicurezza. Un’idea talmente estrema che l’aggettivo “orwelliano” è un eufemismo.</p>
<p>Nell’articolo è contenuto questo passaggio: “Perché il cyberspazio possa essere controllato, l’attività in Internet dovrà essere rigorosamente monitorata. Ed Giorgio, che sta collaborando con McConnell al progetto, ha affermato che ciò significherebbe dare al governo l’autorità di esaminare il contenuto di ogni email, di ogni trasferimento di file o ricerca Web. ‘Google possiede registri che potrebbero essere di grande aiuto in un’indagine cibernetica’, ha detto. Giorgio avverte, ‘Abbiamo un detto in questo mestiere: la privacy e la sicurezza sono un gioco a somma zero’”.</p>
<p>Sono certo che abbiano quel detto nel loro mestiere. Ed è esattamente per questo che, quando un governo viene guidato da gente del loro mestiere, si converte in uno stato di polizia. Se la privacy e la sicurezza fossero davvero un gioco a somma zero, avremmo assistito a un’immigrazione di massa verso l’ex Germania dell’Est e verso la Cina di oggi. Se da un lato è vero che in stati di polizia come questi il crimine di strada è minore, nessuno ha dimostrato che i loro cittadini siano essenzialmente più sicuri.</p>
<p>Ci è stato detto che dobbiamo giungere a un compromesso fra sicurezza e privacy così tante volte (in dibattiti sulla sicurezza e sulla privacy, in concorsi di scrittura, sondaggi, articoli ragionati e retorica politica) che molti di noi non mettono nemmeno in discussione l’essenziale dicotomia.</p>
<p>Ma è una falsa dicotomia.</p>
<p>La sicurezza e la privacy non sono gli estremi opposti di un’altalena: non occorre accettare meno di una per ottenere di più dell’altra. Pensiamo a una serratura, a un allarme antirapina e a una recinzione molto alta. Pensiamo alle pistole, alle misure anti-contraffazione delle banconote e a quello stupido divieto sui liquidi negli aeroporti. La sicurezza influisce sulla privacy soltanto quando si basa sull’identità, ed esistono dei limiti a quel genere di approccio.</p>
<p>Dall’11 settembre, tre cose hanno potenzialmente aumentato la sicurezza aerea: l’irrobustimento dei portelli della cabina di pilotaggio, i passeggeri che hanno capito che devono reagire e, forse, la presenza di sky marshal. Tutto il resto, tutte le misure di sicurezza che vanno a intaccare la privacy, si tratta semplicemente di una messinscena di sicurezza e di uno spreco di risorse.</p>
<p>Analogamente, molte delle misure di “sicurezza” anti-privacy che oggi vediamo (documenti d’identità nazionale, intercettazioni senza mandati, data mining su larghissima scala, ecc.) fanno ben poco per migliorare la sicurezza, e in certi casi addirittura la compromettono. E le dichiarazioni di successo da parte del governo sono sbagliate oppure riguardano false minacce.</p>
<p>Il dibattito non è “sicurezza o privacy”, ma “libertà o controllo”.</p>
<p>Lo si può vedere nei commenti di funzionari del governo: “La privacy non deve più significare anonimato”, <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2007/11/redefining_priv.html">sostiene Donald Kerr</a>, vice direttore principale della national intelligence. “Invece, la privacy dovrebbe comportare che il governo e le imprese proteggano in modo adeguato le comunicazioni private delle persone e le loro informazioni finanziarie”. Avete capito? Ci si aspetta da voi che rinunciate al controllo della vostra privacy per affidarlo ad altri, i quali, presumibilmente, finiscono col decidere quanta privacy meritate. Ecco che cos’è la perdita della libertà.</p>
<p>Non deve sorprendere che la gente preferisca la sicurezza alla privacy: 51% contro il 29% in un recente sondaggio. Anche se non vi identificate nella gerarchia di bisogni di Maslow, è ovvio che la sicurezza sia più importante. La sicurezza è cruciale per la sopravvivenza, non solo delle persone, ma di ogni essere vivente. La privacy è una caratteristica che riguarda solo gli esseri umani, ma è un bisogno sociale. È essenziale per la dignità personale, per la vita di famiglia, per la società, per ciò che ci rende umani, ma non per la sopravvivenza.</p>
<p>Se si imposta la falsa dicotomia, è naturale che le persone sceglieranno la sicurezza a scapito della privacy, soprattutto se prima le spaventiamo. Ma rimane una falsa dicotomia. Non esiste sicurezza senza privacy. E la libertà richiede sia sicurezza che privacy. La nota massima attribuita a Benjamin Franklin dice: “Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di sicurezza momentanea non merita né la libertà né la sicurezza”. È anche vero che chi rinuncia alla privacy per la sicurezza finirà probabilmente senza l’una né l’altra.</p>
<p>Questo articolo è originariamente apparso su <a href="http://www.wired.com/politics/security/commentary/securitymatters/2008/01/securitymatters_0124">Wired.com</a>. Traduzione italiana a cura di <a href="http://www.communicationvalley.it/cryptogram.php">Communication Valley</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/13/sicurezza-contro-privacy/">Sicurezza contro Privacy</a></p>
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		<title>La fine del lavoro</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/30/la-fine-del-lavoro/</link>
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		<pubDate>Sun, 30 Mar 2008 05:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Palmisano</strong></p>
<p>Qualcuno fino a qualche giorno fa si lamentava che in questa campagna elettorale si parlasse poco di programmi, dopo le pregnanti discussioni, le “fabbriche” e le relative, enciclopediche produzioni che in questo campo ne erano scaturite in occasione delle scorse elezioni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/30/la-fine-del-lavoro/">La fine del lavoro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Palmisano</strong></p>
<p>Qualcuno fino a qualche giorno fa si lamentava che in questa campagna elettorale si parlasse poco di programmi, dopo le pregnanti discussioni, le “fabbriche” e le relative, enciclopediche produzioni che in questo campo ne erano scaturite in occasione delle scorse elezioni.</p>
<p>Questa gravissima lacuna democratica è stata finalmente colmata: adesso il programma c’è.</p>
<p>Ovviamente, non è quello del centrodestra, e men che meno quello del cosiddetto partito democratico.</p>
<p>È quello di Confindustria; il vero programma di governo della prossima legislatura è questo. Qualunque sia la sfumatura cromatica del prossimo esecutivo.<br />
<span id="more-5546"></span></p>
<p>Di questo “decalogo” (com’è stato subito etichettato dai sempre originali mass media) quegli altri due testi, al massimo, possono aspirare ad esser considerati delle <em>editiones minores</em> per importanza.</p>
<p>Non è possibile analizzare partitamente queste illuminanti tavole della legge padronale.</p>
<p>Un punto del “decalogo”, però, si impone all’attenzione in queste giornate: il quarto, quello dedicato al mondo del lavoro.</p>
<p>Questa summa di giuslavorismo confindustriale prevede, tra l’altro: 1) la valorizzazione dell’apprendistato, che deve diventare “<em>lo strumento principale dell’assuzione dei giovani</em>”; 2) la detassazione degli straordinari, “<em>per dar vita ad un circolo virtuoso salari – produttività – crescita</em>”. Il tutto, naturalmente, “<em>mettendo al centro la sicurezza sul lavoro</em>”. Anzi, com’è noto, obiettivo prioritario di Confindustria è quello di “<em>creare una vera e propria cultura della sicurezza</em>.”</p>
<p>Queste proposte degli industriali non sono nuove; ma desta, comunque, curiosità l’idea di un “circolo virtuoso” che parta da un provvedimento che sarebbe un ulteriore premio e volano per il ricorso alla sovrautilizzazione della forza lavoro già attiva, in un Paese, come l’Italia, con qualche leggero problema di disoccupazione, specie giovanile e specie al meridione. Qualcuno, magari mosso da irredimibile ostilità ideologica al sovrapprofitto delle imprese, potrebbe, infatti, esser indotto a pensare che, se il poco lavoro che c’è, lo si fa fare tutto alle stesse persone, a costo di strizzarle come limoni, questo anzitutto potrebbe non aprire proprio magnifiche sorti e progressive per chi un lavoro lo sta cercando disperatamente.</p>
<p>Ma il punto più significativo ai fini di queste brevi note è un altro. È soprattutto la pretesa “messa al centro” della sicurezza sul lavoro in questo inconfutabile circolo virtuoso che merita qualche altra considerazione, alla stregua di due diversi elementi.</p>
<p>Il primo. È di pochi giorni fa la pubblicazione di una nuova ricerca dell’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (OSHA) che mostra che “<em>i principali rischi psicosociali sono correlati alle nuove forme di contratti di lavoro, alla precarietà del lavoro, all’intensificazione dell’attività lavorativa…. La precarietà del lavoro</em>”, prosegue il testo, “<em>la necessità di svolgere più di un’attività lavorativa o l’elevata intensità del lavoro possono sottoporre i lavoratori a un alto livello di stress e mettere a repentaglio la loro salute.</em>” Ancora, “<em>i lavoratori con contratti precari tendono a svolgere i lavori più pericolosi, a lavorare in condizioni peggiori e a ricevere meno formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro.</em>”</p>
<p>Gli incentivi a gogò al lavoro straordinario invocati dalle imprese probabilmente non si pongono proprio in antitesi “<em>all’intensificazione dell’attività lavorativa</em>” che, tra gli altri, secondo l’Eu-Osha, mette maggiormente “<em>a repentaglio la loro salute</em>”.</p>
<p>Così come l’apprendistato, che secondo il quarto comandamento padronale dovrebbe diventare “<em>lo strumento principale dell’assuzione dei giovani</em>”, non è cosa molto diversa da un contratto precario.</p>
<p>Curiosamente, nessuno dei protagonisti della cosidetta competizione elettorale, regolarmente ultra-eurofili, si è accorto di questa lieve discrasia tra le emergenze rilevate da un organismo sanitario europeo in uno studio scientifico e lo stentoreo pronunciamento dei padroni delle ferriere.</p>
<p>Ma l’elemento certamente più idoneo, in queste ore, a lumeggiare l’idea di “<em>vera e propria cultura della sicurezza” </em>che hanno gli industriali italiani è dato dall’atteggiamento di questi verso i decreti legislativi sulla sicurezza sul lavoro che il governo si appresta ad emanare sulla base della legge delega approvata la scorsa estate. Più precisamente, quella assolutamente emblematica è la posizione sulle sanzioni verso i contravventori previste nel futuro testo unico, cioè quelle che si applicherebbero agli imprenditori che fanno lavorare i loro dipendenti in condizioni “di rischio”, per usare una pietosa litote: “troppo repressive”, secondo l’organizzazione datoriale.</p>
<p>Il garantismo padronale e filo-padronale è vecchio almeno quanto la storia stessa del diritto, per non dire dell’uomo, ma ogni volta che si manifesta è capace di regalare sensazioni forti: in questo paese chi ruba un pacco di pasta in un supermercato è punito con una pena che va dai tre ai dieci anni; sorte non molto dissimile può toccare a chi si fa una canna in gruppo.</p>
<p>Naturalmente, non solo dai giuristi di Confindustria, ma nemmeno dalla stragrande maggioranza di quelli “democratici” si sentono di solito lai garantisti particolarmente acuti contro la presenza nel nostro ordinamento di queste figure di reato un po’ repressive. Anzi, al primo scippo che si conclude in dramma, specie se commesso da un rumeno, è immediatamente “allarme sicurezza”, con l’indefettibile corollario del mantra bipartisan della “certezza della pena”.</p>
<p>Quando, però, si tratta di delinquenti (in senso etimologico) perbene questo canovaccio viene completamente sovvertito: dall’invocazione della mannaia della pena esemplare si passa in un batter d’occhio alla richiesta del piumino da cipria della <em>moral suasion</em>.</p>
<p>Come nel caso del testo unico sulla sicurezza del lavoro.</p>
<p>In questo caso, c’è effettivamente una parte in causa che avrebbe molto da protestare contro questa legge, e proprio sullo specifico dell’apparato sanzionatorio: sono i lavoratori.</p>
<p>Le pretese pene draconiane previste dal testo unico (“fino a due anni di arresto”, sic!), contro le quali gli industriali stanno dando vita, nei giorni della Thyssen e di Molfetta, al più inverecondo dei piagnistei, sono, in realtà, né più né meno che grida manzoniane: si sa che non si applicheranno mai.</p>
<p>A tacere, infatti, della questione della “durezza” delle stesse (due anni di arresto, a fronte di omissioni in materia prevenzionistica che sono regolarmente in grado di rovinare se non proprio di togliere la vita ad uno o a più lavoratori, non sembrano proprio un accanimento repressivo), <u>il punto disperante, più che dolente, della questione è che si tratta, sempre e comunque, di contravvenzioni</u>, cioè non di reati, ma di caricature di reati, alla stregua di quello che accade quotidianamente nella pratica giudiziaria. Per una semplice ragione: le contravvenzioni, che nel nostro ordinamento sono le figure di illecito penale più lievi, si prescrivono, cioè si estinguono, in quattro anni; quando nella maggioranza dei processi non si è ancora arrivati neppure alla sentenza di primo grado. E col reato si estingue, naturalmente, il processo.</p>
<p>È contro queste sanzioni che si stracciano le vesti le nostre classi dirigenti che contano davvero; ed è in queste pene, e dunque in questa legge, che, in fondo, ripongono la gran parte della loro aspettativa di sopravvivenza a quella quotidiana trincea chiamata posto di lavoro milioni di lavoratori e di lavoratrici. O almeno questo i loro dirigenti sindacali e politici li inducono a pensare.</p>
<p>Se anche uno solo di coloro, in entrambi “i campi”, che ci stanno ammorbando con la campagna elettorale più fatua e falsa che si ricordi non avesse rimosso qualsiasi rapporto con la conoscenza e con la verità, non permetterebbe che il lavoro ed i lavoratori oltreché quotidianamente massacrati venissero anche così atrocemente ingannati.</p>
<p>Nel 60° anniversario della Costituzione che vuole l’Italia “Repubblica democratica fondata sul lavoro.”</p>
<p><small>Fasano, 6.3.2008</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/30/la-fine-del-lavoro/">La fine del lavoro</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Specie non protette</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 05:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.avvstefanopalmisano.it">Stefano Palmisano</a></p>
<p>Poco più di un mese fa, l&#8217;omicidio di una giovane donna italiana, secondo l&#8217;accusa, ad opera di un immigrato rumeno scatenò immediatamente gli spiriti animali della permanente “emergenza sicurezza”, che nella variante scaturita da questo tragico fatto assunse i tratti somatici granguignoleschi della “razza rumena”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/14/specie-non-protette/">Specie non protette</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.avvstefanopalmisano.it">Stefano Palmisano</a></p>
<p>Poco più di un mese fa, l&#8217;omicidio di una giovane donna italiana, secondo l&#8217;accusa, ad opera di un immigrato rumeno scatenò immediatamente gli spiriti animali della permanente “emergenza sicurezza”, che nella variante scaturita da questo tragico fatto assunse i tratti somatici granguignoleschi della “razza rumena”.</p>
<p>Quella presunta emergenza, letteralmente costruita nel laboratorio bipartisan degli orrori, tra strilli di avvoltoi di destra e ruggiti di conigli di sinistra, mise in luce, secondo costoro, le presunte lacune o addirittura “il lassismo” del nostro ordinamento verso quegli odiosi titolari di licenza di uccidere e rubare che sono i migranti, specie se rumeni.</p>
<p>Nel nostro codice penale il furto di una scatoletta di tonno in un supermercato è punito con una pena che può arrivare a 10 (dieci) anni.</p>
<p>Quanto alla legislazione sui migranti, o meglio sui “clandestini”, non dovrebbe essere necessario, ci si augura, ricordare le numerose perle di “lassismo” normativo inanellate in questa materia dalla prestigiosa compagine di legislatori liberali Turco-Napolitano-Bossi-Fini-Pisanu.<span id="more-5136"></span></p>
<p>Ciononostante, da quel fatto di cronaca nera, indubbiamente terribile, ma purtroppo non più di tanti altri, derivò in tempo reale un nobile decreto – legge: l&#8217;ennesimo prezioso pacchettino – sicurezza che, per riempire i fantomatici buchi nelle maglie della nostra rete repressiva (sempre ed esclusivamente, s’intende, destinata ad intrappolare ogni tipo di delinquenti, purchè rigorosamente povericristi), tra le altre sue chicche di civiltà giuridica conteneva l’istituzione di una mini-deportazione su base etnica, prontamente avviata dagli zelanti funzionari di uno Stato che, per definizione, è un delizioso giardino di legalità, amorevolmente coltivato anzitutto dalle sue classi dirigenti.</p>
<p>La scorsa settimana, in una fabbrica di Torino, sei sventurati lavoratori (l’ultimo si è spento ieri <small>19.12.2007 N.d.C.</small>) sono stati uccisi in un incendio scoppiato nella linea di produzione numero 5 di quello stabilimento.</p>
<p>Un incendio propagatosi perché gli estintori erano scarichi e le manichette dell’acqua rotte; perché la manutenzione dei dispositivi di sicurezza, in una fabbrica che stava sbaraccando, non la faceva più nessuno.</p>
<p>Secondo i compilatori bipolari dell’agenda unica degli allarmi e delle paure nazionali, quegli operai sono stati uccisi dall’incendio. E basta.</p>
<p>Gli stessi avvoltoi che levano alti i loro gridi contro ogni rapina in villa commessa “dagli slavi”, gli stessi conigli che ruggiscono imperiosamente alla tolleranza zero ad ogni scippo commesso “dai clandestini”, in questi casi, quando si tratta solo di qualche normale morte operaia sul posto di lavoro (praticamente fisiologica, secondo alcuni degni imprenditori), ritrovano l’aplomb dello statista, l’analisi dotta e distaccata del fine giurista.</p>
<p>Secondo questa augusta vulgata, contro i padroni che calpestano sistematicamente le più elementari regole in materia di sicurezza dei loro dipendenti sul posto di lavoro “non servono nuove norme più severe, basta applicare quelle che già ci sono.”</p>
<p>La nostra normativa antinfortunistica in materia di pericolo di incendio in fabbrica prevede che “<em>nelle aziende o lavorazioni in cui esistono pericoli specifici di incendio [….] devono essere predisposti mezzi di estinzione idonei in rapporto alle particolari condizioni in cui possono essere usati, in essi compresi gli apparecchi estintori portatili di primo intervento. Detti mezzi devono essere mantenuti in efficienza e controllati almeno una volta ogni sei mesi da personale esperto…</em>” (<strong>art. 34, D.P.R. 547/55</strong>).</p>
<p>La violazione di questa norma da parte dei datori di lavoro e dei dirigenti è punita “<em>con l’arresto da due a quattro mesi o con l’ammenda da lire un milione a lire cinque milioni.</em>” (<strong>art. 389</strong>).</p>
<p>Fino a che in quella fabbrica infernale di Torino continuava, per un caso fortuito e fortunato, a non verificarsi il fattaccio, pur in quelle condizioni di criminale sfacelo delle più basilari misure di sicurezza, padroni, capi e capetti della Thyssen-Krupp, che pure avevano creato quelle condizioni, se beccati avrebbero rischiato al massimo l’arresto fino a quattro mesi o l’ammenda fino a lire cinque milioni.</p>
<p>A sentire il coro bipartisan delle voci tonitruanti “della sicurezza”, inopinatamente affievolitesi sino a degradare al rango di autentiche voci bianche quando è in gioco quella sottospecie di sicurezza che è quella dei lavoratori, questa sarebbe la sanzione penale sufficiente a spingere gli imprenditori a rispettare un precetto vitale, come dimostrano tragicamente i fatti di Torino, per la tutela dei lavoratori in fabbrica, come quello su citato in materia di mezzi di prevenzione antiincendi.</p>
<p>Cosa deve accadere perché per una volta, una soltanto, ci venga risparmiato lo spettacolo indecente di uomini politici o addirittura di uomini di governo che, in una materia ed in un momento del genere, ci imbrogliano spudoratamente oppure, in alternativa, che non sanno letteralmente di cosa stanno parlando, lasciando al lettore la valutazione su quale delle due ipotesi sia più degradante per un “governante”?</p>
<p>Il 24 aprile scorso il governo ha presentato un disegno di legge in materia di tutela penale dell’ambiente che tende a far finalmente diventare i reati ambientali delitti (il genere più grave di illeciti penali previsto dal codice penale), da contravvenzioni (quello decisamente meno grave; per non dire, meglio, meno serio) quali sono oggi.</p>
<p>La legge delega n. 123 del 3 agosto scorso, in materia di “tutela della salute e della sicurezza sul lavoro”, invece, prevede che i reati contro la salute e la sicurezza sul lavoro, cioè quelle dei lavoratori e delle lavoratrici, contravvenzioni erano e tali restino.</p>
<p>Con tutto quello che questa fulgida scelta del legislatore di centrosinistra (con l’ovvia astensione del centrodestra) comporta in termini anzitutto di effettiva applicabilità della sanzione, ossia di serietà della stessa, dato che, indipendentemente dal, già di loro tragicomico, merito quantitativo, comunque si tratta e si tratterà di pene che in 9 casi su 10 non vengono e non verranno mai comminate, e men che meno eseguite, per la semplice, notoria ragione che un reato contravvenzionale si prescrive, cioè si estingue, in quattro anni; un termine nel quale un processo penale di solito è ancora ai suoi primi vagiti.</p>
<p>Forse, insieme alle, comunque benemerite, campagne di adozione degli alberi di arance siciliane e dei ratti di laboratorio, bisognerà iniziare a pensare di avviare una campagna di adozione degli esemplari di quella specie sempre meno protetta che è la specie umana lavoratrice.</p>
<p align="right">Fasano, 20/12/2007</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/14/specie-non-protette/">Specie non protette</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La Classe non è Acqua!</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2007 19:36:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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immagine di effeffe</p>
<p>Questo saggio di <strong>Sergio Bologna </strong>forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale.<br />
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!<br />
<em>effeffe</em></p>
<strong>Uscire dal vicolo cieco</strong>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
pubblicato su <a href="http://criticalab.wordpress.com" title="il sito criticalab">http://criticalab.wordpress.com</a></p>
<p><em>(in occasione della Mayday 07 a Milano)</em></p>
<p>Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/">La Classe non è Acqua!</a></p>
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immagine di effeffe</p>
<p>Questo saggio di <strong>Sergio Bologna </strong>forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale.<br />
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!<br />
<em>effeffe</em></p>
<h2><strong>Uscire dal vicolo cieco</strong></h2>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
pubblicato su <a href="http://criticalab.wordpress.com" title="il sito criticalab">http://criticalab.wordpress.com</a></p>
<p><em>(in occasione della Mayday 07 a Milano)</em></p>
<p>Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose. Troppi sono gli ostacoli che impediscono di fare passi avanti. L’attuale Governo e la politica del suo Ministero del Lavoro è uno di questi, ma non meno insidiosi sembrano gli ostacoli interni al movimento stesso.<br />
Il pericolo che un’intera generazione sia condannata ad un’esistenza da cittadini di serie B è reale. Nei media e nei discorsi ufficiali si diffondono inviti alla rassegnazione dicendo che questa condizione è generalizzata a tutto l’Occidente capitalistico. In realtà se questo è vero – ed è purtroppo vero – costituisce una ragione di più per essere preoccupati e cercar di reagire.</p>
<h3><strong>Avere coscienza di sé come classe</strong></h3>
<p><span id="more-5051"></span></p>
<p>E’ opinione abbastanza condivisa che il fordismo ha prodotto l’operaio massa.<br />
In base a questa percezione si sono costruiti i ragionamenti politici che hanno dato un contenuto ai movimenti sociali degli Anni 60 e 70. Non è altrettanto chiaro, o comunque altrettanto condiviso, il ragionamento sulla classe prodotta dal postfordismo. Molti tentativi di definire i contorni di questa classe sono stati fatti e sono in corso, non ultimo quello di definirla come “non classe”. Ma finché non si riesce a trovarne un profilo adeguato, che abbia la stessa chiarezza, schematicità, evidenza e capacità di comunicazione che ha avuto il termine di “operaio massa”, ogni sforzo per farne un soggetto politico con cui Governo e capitale debbono confrontarsi sarà inutile.</p>
<h3><strong>Ricomporre un sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Quello che viene definito “operaismo italiano” è stato forse l’unico sistema di pensiero che ha cercato di mettere ordine nella percezione dei rapporti di classe del dopoguerra. Ripercorriamo per un momento la strada che ha battuto per arrivare a definire il soggetto di classe del fordismo, l’operaio massa. Il punto di partenza è stato lo sforzo di comprensione dei cambiamenti tecnologici e organizzativi del capitalismo. Come le macchine ed il loro uso trasformavano, plasmavano gli uomini che ricevevano un salario per azionarle e controllarle. Primo passo, capire le macchine e la loro capacità di mutamento genetico dei comportamenti umani. Secondo passo, capire il governo politico di questo processo, trovare coerenza tra azioni di governo, amministrazione pubblica e trasformazioni tecnologico-organizzative del lavoro salariato. Terzo passo: riconosciuti i lucchetti che ti serrano le mani, imparare a farli saltare uno a uno. Un percorso analogo oggi è impraticabile? Proviamo a imitarne la sequenza, chissà che da qualche parte non ci porti. Primo passo: uso capitalistico delle macchine.</p>
<h3><strong>Il genere umano adatto al computer</strong></h3>
<p>Assumiamo che la tecnologia-simbolo del fordismo sia la catena di montaggio e la tecnologia-simbolo del postfordismo il computer. Richiedono due razze diverse di forza lavoro. La prima una forza lavoro che, anche se scolarizzata, deve soltanto adattare i propri bioritmi a quelli della macchina, esserne una funzione, un componente. La seconda una forza lavoro che, anche se non scolarizzata, deve possedere competenze, conoscenze e saper interagire con la macchina. Nel fordismo abbiamo una potenza tecnologica che soggioga e disciplina la forza lavoro, nel postfordismo uno strumento tecnologico che dialoga con la forza lavoro, nel fordismo l’uomo – per paradosso – ridotto a scimmia, nel postfordismo l’uomo tutto cervello. La liberazione nel primo caso passava per il rovesciamento dei rapporti con la macchina (il ritmo lo decido io e non la catena, il cottimo individuale va abolito, la tecnologia non va accettata come tale ma modificata, prima la salute e poi la produttività, i salari tendenzialmente uguali per tutti ecc. ecc.). Erano i primissimi passi per riacquistare dignità umana e diventare soggetto politico. Non è lo stesso percorso che si presenta nel postfordismo, il computer è – può essere – liberazione. I percorsi sono molto più complessi e per individuarli dobbiamo abbandonare l’operaismo. Anzi, può diventare un ostacolo. Ed in effetti oggi il revival dell’operaismo, che avviene in coincidenza con il quarantennale della pubblicazione dell’opera di Mario Tronti “Operai e capitale”, avviene in un contesto che rafforza le posizioni di coloro che sono i principali avversari di una liberazione del precariato, come cercheremo di dimostrare. Noi dobbiamo difendere lo spirito, la logica dell’operaismo originario, non la moda operaista di oggi.</p>
<h3><strong>I mutamenti genetici indotti dal postfordismo</strong></h3>
<p>Utilizziamo il termine “mutamento genetico” in senso figurato ma non troppo. I fenomeni che inducono un mutamento dei comportamenti sociali, delle abitudini e degli stili di vita hanno un’importanza che possiamo considerare maggiore di quella che potrebbe ottenersi con mutamenti indotti nell’organismo umano. Il primo grande salto che compie il postfordismo rispetto al fordismo è l’attribuzione di valore al capitale umano, alle conoscenze/competenze. Questo comporta una prima “specifica di cittadinanza”, intendendo per specifica i requisiti richiesti per essere cittadino in un mercato del lavoro postfordista. Sono requisiti costosi, perché significano un investimento consistente – in termini di tempo e di denaro – nella cosiddetta formazione. Per accedere al mercato del lavoro occorre essere dotati di un consistente bagaglio formativo, in modo da attestare frequenze da inserire in quei curricula che si allungano in proporzione agli anni di precariato.<br />
Anya Kamenetz è una giornalista di 25 anni del Village Voice ed ha appena pubblicato un libro, Generation Debt, dal sottotitolo “Perché oggi è terribile essere giovani”. L’argomentazione è molto semplice: la stragrande maggioranza dei giovani americani esce dagli studi con tanti debiti sul collo (contratti per pagarsi gli studi) che ne restano condizionati al momento di entrare nel mercato del lavoro, e rendono le condizioni lavorative &#8211; che si deteriorano sempre di più – ancora più dure. Insomma sono già fottuti prima di cominciare. Questa non è ancora la situazione in Europa ma ci stiamo arrivando. La “specifica di cittadinanza” richiesta dal postfordismo ha prodotto un gonfiamento abnorme e mostruoso della cosiddetta “offerta formativa”; centinaia di scuole, di corsi, di master che ci assordano con le loro proposte, sono oggi appannaggio del mercato privato, ma presto sarà la scuola pubblica a presentarsi come un brand, a fare marketing, come stanno già facendo alcune università italiane, che si strappano gli studenti a forza di promesse di corsi brevi o di corsi facili, talune abbassando i prezzi, altre alzandoli in modo da creare nella clientela l’effetto “lusso” (“se costa tanto vuol dire che è buona”). E’ il postfordismo che ha inventato il lifelong learning, quel micidiale meccanismo per il quale il giovane si convince che il suo precariato non dipende da rapporti di forza tra le classi ma dalla sua insufficiente formazione, quindi più rimane disoccupato o sottoccupato e più studia. Non è un caso che le forze maggiormente responsabili della precarizzazione di massa richiedano a gran voce investimenti nella formazione. I Sindacati hanno beneficiato in questi ultimi vent’anni di finanziamenti europei di notevole entità per la formazione, risorse con cui avrebbero potuto essere finanziati ammortizzatori sociali mirati.<br />
Risultato zero. In parallelo a questa frenesia del mercato della formazione si è andata svolgendo l’involuzione del sistema scolastico, mentre l’Università ha continuato ad essere governata e organizzata in base alle esigenze dei docenti e non in base ai bisogni degli studenti. Pertanto il postfordismo o la cosiddetta knowledge economy hanno prodotto la superfetazione di un mercato della formazione pubblica e privata la cui sola funzione ormai è quella di produrre un essere umano che è un precario prima ancora di entrare nel mercato del lavoro e che solo per eufemismo viene chiamato “uomo flessibile”. Il postfordismo in tal modo ha trasformato una condizione lavorativa – che per sua definizione è modificabile in base a un rapporto di forza – in una caratteristica genetica. Il precariato non deve nascere solo al momento dell’incontro con il mercato del lavoro, deve essere costitutivo della mentalità della persona, deve essere inoculato nella persona come percezione del sè.</p>
<h3><strong>L’obsolescenza delle competenze</strong></h3>
<p>Si dovrebbe cominciare a difenderli sin da piccoli i nostri figli da questa macchina infernale che si chiama formazione, tanto più quanto maggiore è il pericolo che crescano “schermodipendenti” (display della tv di casa, del telefonino, del videogioco, del computer). Mai l’autoformazione è stata così importante per aiutarci a vivere e a non restare schiacciati dal mercato della formazione. Mai un sistema di pensiero indipendente, scaturito dalla necessità primordiale di sopravvivere e di non farsi sommergere dalla marea formativa che sale ogni giorno di più, è stato tanto necessario come oggi.<br />
L’ideologia perversa del lifelong learning, la credenza che le competenze accumulate sono sempre insufficienti, come se fossero quelle e non i rapporti tra le classi che impediscono un’occupazione stabile, trovano tuttavia una giustificazione, una base di realtà, nel fatto che effettivamente nel postfordismo l’innovazione tecnologica, soprattutto a livello d’informatica, è rapida e uccide ogni giorno posti di lavoro per obsolescenza. Nel fordismo questi passaggi, per cui interi gruppi professionali venivano messi fuori gioco, non erano così frequenti, tant’è che, ogniqualvolta accadeva, il fatto era riportato con enfasi epica o tragica dai libri di storia (es. l’espulsione dei “camalli” in seguito all’introduzione del container). Oggi è storia quotidiana, è un fenomeno strutturale. Ma proprio per questo richiederebbe interventi mirati, politiche di compensazione specifiche. Oppure una gestione delle risorse destinate alla cosiddetta “riqualificazione” interamente sottratta alle forze che sono le principali responsabili della precarizzazione.</p>
<h3><strong>Cosa significa avere un proprio sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Uno dei fattori che ha contribuito a rendere politicamente “forte” il sistema di pensiero operaista agli inizi degli Anni 60 è stato il fatto di aver guardato a fondo nella natura del taylorismo e del fordismo, di averlo studiato nel suo paese di origine, gli Stati Uniti. La cultura italiana ed europea dell’epoca infatti ne sapeva ben poco. Il taylorismo ed il fordismo erano arrivati con dieci, quindici anni di ritardo in Europa, in Paesi come l’Italia e la Germania erano arrivati con i regimi fascisti. La cultura “industriale” del PCI e del PSI di quei tempi aveva idee piuttosto vaghe sul fordismo, era una cultura “produttivista”, completamente condizionata dall’antifascismo, cioè da problematiche di tipo istituzionale. Le durissime condizioni di lavoro nell’industria italiana degli Anni 50 – per i ritmi ossessivi e la disciplina da caserma della fabbrica – venivano ricondotte al riemergere di mentalità fasciste e autoritarie. Il taylorismo veniva guardato come strumento di innalzamento della produttività che ben aveva funzionato in Unione Sovietica. C’era dunque un grande gap culturale tra gli operaisti ed il resto della Sinistra.<br />
Oggi noi viviamo analoga situazione. La cultura industriale italiana – e quindi anche quella della Sinistra, che non si discosta nemmeno di un millimetro da quella di Confindustria – non sa e non vuol sapere quel che veramente è accaduto negli Stati Uniti con la new economy, le dot.com e tutto quell’insieme di iniziative e di avvenimenti che hanno prodotto una vera e propria rivoluzione negli Anni 90, prima e dopo l’avvento del web. Soprattutto non hanno capito che quella rivoluzione ha avuto anche dei connotati anticapitalistici ed è stata condotta all’insegna del rifiuto dei modelli disciplinari e produttivi delle big corporations, in uno spirito libertario, anticonformista, e con un chiaro senso di rivolta contro il sistema della formazione così come viene offerto dalle business schools e dalle big universities. Veniva esaltata l’autoformazione, quella che una volta si chiamava l’autodidattica. I main frame della IBM erano chiamati “i Lager dell’informazione”. E’ da questo spirito che è nato il movimento per l’open source, da qui provengono i gruppi ancora attivi degli “informatici per la democrazia”, che vigilano sui pericoli di privatizzazione del web. Qui si è formata quella nuova classe che i guru del management come Drucker chiamano knowledge workers, sociologi come Florida creative class o economisti e politici come Robert Reich “analisti di simboli”. Hanno sognato un nuovo mondo, un nuovo modo di lavorare, di fare impresa, un diverso modo di definirsi, né blue collar né white collar, tant’è che uno come Andrew Ross, cronista egregio della loro storia, li ha chiamati no-collar. Poi sono stati risucchiati dalla finanza e stritolati dalla crisi del 2000/2001 – ma quale rivoluzione nell’Occidente capitalistico non viene risucchiata e stritolata?<br />
<strong><br />
</strong></p>
<h3><strong> Ci siamo stufati di Ken Loach</strong></h3>
<p>E’ dalle vicende di questa web class – passatemi il neologismo – che bisogna ripartire per capire a fondo la natura del postfordismo e la sua capacità di rendere strutturale la condizione di lavoro precaria. Pochi in Italia conoscono questa storia e ancor meno hanno cercato di ragionarci su, per tirarne fuori un pensiero politico. La “Shake” agli inizi degli Anni Novanta lo ha fatto (non è stata la sola), lo hanno fatto quelli che hanno inventato la Mayday, ma i loro ragionamenti non sono diventati patrimonio comune né della Sinistra nè di una parte consistente dei movimenti, i quali continuano ancora ad attardarsi nel celebrare i funerali della classe operaia. Non solo, ma la sconfitta dell’operaio massa (sconfitta relativa peraltro) invece di un monito viene assunta a paradigma politico. I modelli di lavoro del fordismo – in particolare il contratto di lavoro subordinato – invece di essere superati nel diritto e nelle politiche del lavoro, con uno sforzo d’innovazione che vada incontro al precariato e lo riconosca come forma generale, vengono cristallizzati come unici modelli che danno accesso al sistema di tutele. Nei loro stampi vengono ficcati a forza i precari, i parasubordinati, i lavoratori autonomi di seconda generazione, tutto il lavoro postfordista. Belle le storie di lavoro raccontate da Ken Loach, ma inchiodate ancora al mito di una classe operaia che fu, storie di nostalgia che guardano indietro e mai in avanti e ricordano terribilmente quelle del neorealismo italiano: mentre i contadini meridionali diventavano operai di fabbrica e formavano il reparto di punta dell’operaio massa, i registi italiani continuavano a raccontare storie di terre aride e di donne in nero, inzuppate di pathos similgreco e di retorica meridionalista – che mandavano in solluchero l’intellighentsia comunista ed a molti di noi facevano solo toccare ferro.<br />
Per dire che è ora di finirla con questa riproposizione di una storia finita della classe operaia (mostrata guarda caso sempre da “simpatica perdente”) ed è invece urgente focalizzare il lavoro postfordista, le sue problematiche, le sue possibilità di riscatto, è indispensabile trovare nuovi criteri di tutela delle condizioni lavorative che non rientrano nel contratto-tipo del lavoro subordinato, nuovi ammortizzatori sociali, nuovi incentivi – che compaiono, pur timidamente, anche nel programma elettorale di Segolène Royal in Francia. In questo senso si diceva che il revival operaista di oggi può essere un fattore di conservazione e di blocco dell’agire politico.</p>
<h3><strong>Il precariato come il morbillo ovvero c’è di peggio della legge Biagi</strong></h3>
<p>Varrebbe la pena seguire il percorso dell’intellighentsia di Sinistra nell’occultare la natura del lavoro nel postfordismo. La prima percezione che qualcosa stava cambiando la ebbe dieci anni fa quando si accorse che c’era un po’ di occupazione “atipica” o “non standard”, come dicono a Bruxelles. Sociologi di vaglia cominciarono ad occuparsi di strani esseri umani, i co.co.co.. Furono fatte dal sindacato le prime inchieste e saltò fuori che erano più di due milioni in Italia. Il problema del lavoro “atipico” dunque non era marginale, ma coinvolgeva il 10% della forza lavoro. A questo si aggiungevano i lavoratori autonomi di seconda generazione, ma di questi ci si sbarazzò subito dicendo che non erano lavoratori ma “imprese”, “ditte individuali”, e pertanto di competenza di Confindustria. Intanto era giunto al potere Berlusconi e il suo Ministero del Lavoro, con la consulenza iniziale di Marco Biagi, diede una veste istituzionale al lavoro “atipico”, compiendo un primo passo importante nel riconoscimento che il postfordismo stava cambiando il mondo del lavoro e che a partire da questi mutamenti andava costruita una nuova politica del diritto e della contrattualistica. Ma l’astuta talpa dell’intellighentsia di Sinistra continuava a lavorare per ridurre il problema dei lavori “atipici” ad un problema marginale. I due milioni e passa di co.co.co. vennero ridotti a 400.000 da analisi statistiche più attente, che depurarono i dati INPS dalle mancate cancellazioni e scartarono i co.co.co. titolari di pensione o di altre occupazioni.<br />
Al tempo stesso, sempre con statistiche alla mano, fornite dai dati ISTAT della Rilevazione continua delle forze di lavoro, altri valenti sociologi annunciavano al mondo che il lavoro autonomo era in diminuzione (trascurando il fatto cheera in diminuzione quello tradizionale, il lavoro contadino e del piccolo commercio, mentre quello di seconda generazione era in forte ascesa). Così il problema del postfordismo, che abbiamo visto implica una trasformazione molto complessa degli assetti capitalistici, veniva praticamente ridotto a problema marginale e il precariato a problema fisiologico. Si trattava, secondo queste menti eccelse, di un periodo transitorio della vita lavorativa di ognuno di noi (il periodo del “flusso”), destinato rapidamente ad estinguersi e passare poi al periodo dell’occupazione stabile (il periodo dello “stock”) e sicura per tutta la vita. Insomma il precariato come malattia infantile, come il morbillo, la scarlattina. Si giunge così al governo Prodi ed al Ministero Damiano, con il quale ogni traccia di ragionamento sul lavoro postfordista viene azzerata.<br />
L’unica idea di lavoro è quella che corrisponde alla fattispecie del contratto di lavoro a tempo indeterminato; il precario, l’atipico, il non standard sono riconosciuti solo come “figure di passaggio”, fanno parte dell’effimero del mercato del lavoro; scompariranno quando entreranno nella forza lavoro stabile, nello “stock” di forza lavoro. Vengono aumentate le aliquote contributive però. Effimeri come cittadini lavoratori ma non come cittadini contribuenti. In questo quadro, tra l’altro, l’unica azione di governo concreta in favore del precariato non può che essere quella all’interno dell’impiego pubblico, immettendo in ruolo un po’ di lavoratori a tempo determinato dell’Amministrazione pubblica. Sul mercato privato nulla può il governo, a meno di introdurre una nuova legislazione del lavoro. Di fronte a questa sequenza inquietante, a questo rifiuto di voler percorrere strade nuove per fenomeni nuovi – sia nel sistema delle tutele fondamentali che nel sistema degli ammortizzatori sociali – la vituperata “legge 30” rischia di fare bella figura. Anche nella sua versione maroniana infatti, questa legge ha rappresentato un riconoscimento dell’esistenza di una fattispecie lavorativa diversa dal modello standard. A suo modo, forse in maniera maldestra, ha cercato di inserire elementi di tutela, ha legittimato per la prima volta il lavoro postfordista ed il precariato come fenomeno strutturale – non come fenomeno passeggero (un “flusso”), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di Governo ed i loro consiglieri. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di precarietà, ha cercato di formalizzarla. Il “pacchetto Treu” dei precedenti governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro. Pertanto aver scelto la “legge Biagi” come obbiettivo di fondo di una lotta contro il precariato sembra la classica riedizione delle imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento.<br />
Bene o male la “legge 30” prende atto che le posizioni di lavoro “atipiche” sono una componente costante, la cultura ministeriale attuale le considera come l’acne giovanile. Ed alle donne (soprattutto) e agli uomini che sono invecchiati a furia di contratti di co.co.co., temporanei, stages, partite Iva e altri espedienti per vivere, sa dire soltanto “pagate troppo poche tasse”!</p>
<h3><strong>I grandi numeri ovvero le misure della Signora Italia</strong></h3>
<p>A leggere ed ascoltare il discorso pubblico si ha la sensazione spesso che il ceto politico non abbia ben presente com’è fatto il Paese, che gli mancano i grandi numeri. Ogni tanto ricordarli vale la pena, soprattutto se vogliamo avere un’idea del lavoro postfordista. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavora in imprese al di sotto dei 10 dipendenti e di queste 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti (dati Istat, ottobre 2006). Se ci aggiungiamo circa 1 milione di persone che lavora in imprese che non superano i 15 dipendenti, abbiamo un esercito di circa 8 milioni e mezzo di persone su un totale di 16 milioni e mezzo che non è tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pertanto anche il contratto di lavoro a tempo indeterminato rappresenta un sistema di totale sicurezza del lavoro per meno del 50% della forza lavoro occupata nel settore di mercato (cioè escluso il settore pubblico). Quindi il mercato del lavoro italiano – se escludiamo per ora il settore pubblico e parapubblico – ha già un elevato grado di flessibilità nell’ambito dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Su questo substrato si innesta il precariato vero e proprio.<br />
Ma guardiamolo meglio questo substrato, perché non riusciremo mai a capire la natura del precariato se non abbiamo chiaro il terreno su cui si forma.<br />
Piaccia o non piaccia, il vero “buco nero” di questo substrato è rappresentato da quei 6 milioni e passa di persone che lavorano in imprese il cui numero medio di dipendenti non arriva nemmeno a tre. Perché è un “buco nero”? Per due ragioni di fondo. La prima è che un organismo che ha meno di tre dipendenti non può essere chiamato “impresa”. Anche chi ha letto solo un Bigini di economia sa che l’impresa è un’istituzione costituita da tre figure o ruoli sociali distinti: il capitale, il management e la forza lavoro. Nelle imprese familiari capitale e management s’identificano. Una struttura composta da nemmeno tre persone viene chiamata “impresa” solo per ragioni ideologiche, cioè per voler inquadrare nella borghesia capitalistica quello che è invece il variegato universo del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione, fenomeno antico ma esploso proprio in coincidenza del diffondersi di rapporti postfordisti. Quei 6 milioni 179 mila sono infatti rappresentati in parte dalle cosiddette “ditte individuali” (altro termine assurdo e mistificatorio) ed in parte da lavoratori autonomi che hanno uno o due (virgola sette) dipendenti – assunti spesso con contratti di lavoro a tempo indeterminato. La seconda ragione di fondo per cui questo è il vero “buco nero”, è rappresentata dal fatto che questo universo e quello immediatamente continguo, cioé l’universo delle imprese al di sotto dei 10 dipendenti, è quello che crea la maggiore domanda di lavoro, è quello che tiene alta la dinamica occupazionale. Le imprese medio-grandi infatti, in particolare quelle 2010 imprese che formano il nocciolo duro del capitalismo italiano analizzate nella ricerca di Mediobanca del 2006 – ricerca che chiunque voglia farsi un’idea veritiera del sistema capitalistico italiano dovrebbe sapere a memoria – nel decennio 1996/2005 hanno ridotto ininterrottamente gli occupati.<br />
Ma non basta. In Italia, dopo che i sindacati hanno firmato lo sciagurato accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati sono rimasti quasi fermi, circostanza che non si è verificata in nessun altro Paese dell’Unione Europea. Malgrado questo blocco dei salari, le imprese hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare, a restringere sempre più l’area del core manpower ed a ingrossare l’area della microimpresa o del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione. Il blocco dei salari avrebbe dovuto indurre le imprese a ingrandirsi, ad assumere più gente “in pianta stabile”, a investire in ricerca e innovazione. Invece è avvenuto il contrario: sempre più frammentati, sempre più piccoli, sempre più fragili, sempre più low tech. I corifei di Confindustria chiamano questa roba “capitalismo molecolare”. Ma piantatela! Questi sono milioni di persone che lavorano in condizioni precapitalistiche, che non hanno mai avuto un soldo in prestito da una banca mentre l’azienda che fino all’altroieri è stata di Tronchetti Provera ha 43 miliardi di euro di debiti con le banche (86 mila miliardi di vecchie lire!) ed a tutti – tranne Beppe Grillo, grazie al cielo – sembra normale.<br />
Sono milioni di persone che non hanno mai goduto dei benefici e dei sussidi previsti per le imprese – sono cosiddette “microimprese” prive di capitali e di sussidi (la Cassa Integrazione è un sussidio per l’impresa), che vivono del loro solo capitale umano, cioè del know how e delle risorse d’iniziativa delle persone che ci lavorano. E’ qui che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi.<br />
Malgrado questa posizione di assoluta inferiorità nel mercato, è questo universo che traina l’occupazione in Italia. Le imprese che accumulano profitti in misura mai toccata nella storia – è sempre la ricerca Mediobanca a documentarlo – danno un contributo modestissimo all’occupazione o addirittura contribuiscono a ridurla. Il capitalismo in Italia va proprio storto, la conformazione capitalistica italiana è un’anomalia. Ma chi ne fa le spese? Il capitale umano naturalmente, le competenze, le conoscenze. Lo scorso novembre, parlando agli studenti dell’Università di Roma, il Governatore della Banca d’Italia ha dichiarato: “Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).<br />
La produttività del lavoro, com’è noto, cresce nella misura in cui il capitale umano, cioè l’intelligenza e la competenza delle persone, il loro sforzo fisico, l’erogazione di energia lavorativa umana, si combinano con il capitale fisso rappresentato da tecnologie, macchinari, sistemi organizzativi, infrastrutture di rete materiali e immateriali ecc.. Il sistema capitalistico italiano o lascia completamente abbandonato a se stesso il capitale umano, addossando sulle sue spalle gli interi costi di riproduzione e privandolo di capitale fisso (appunto l’universo delle cosiddette “microimprese” – che io preferisco chiamare l’universo del lavoro autonomo con un minimo grado di organizzazione) oppure concentra le risorse finanziarie in imprese che impiegano poco capitale umano, nelle imprese cioè dei settori a bassa tecnologia, che sono caratteristici della specializzazione produttiva del Paese e di gran parte dei cosiddetti, esageratamente esaltati, “distretti industriali”. Ma non basta. Il sistema capitalistico italiano non solo è un sistema low tech ma è un sistema nel quale la rendita prevale sul profitto. Le grandi imprese italiane non sono quelle dei settori competitivi del mercato mondiale, “maturi” o meno che siano – auto, chimica, elettronica, editoria ecc. – ma quelle che godono di posizioni di monopolio, di posizioni di rendita (ENI, ENEL, Telecom, Autostrade, banche, assicurazioni ecc.), sono imprese in qualche modo “protette”. E se ci sono imprese in grado di competere a livello internazionale in settori avanzati, è più probabile che siano pubbliche, come Finmeccanica (armi) o Fincantieri (navi da crociera) che private.</p>
<h3><strong>Il deterioramento della qualità del lavoro dipendente</strong></h3>
<p>Ecco il disastroso risultato delle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno consegnato monopoli pubblici nelle mani di privati (hanno avuto la faccia tosta di chiamarli “capitani coraggiosi” – gente che non ha rischiato una lira di suo, che si è trovata padrona di imperi senza avere tirato fuori il becco di un quattrino). Ecco la penosa situazione creata dall’aver legato le mani dietro la schiena al lavoro con lo sciagurato accordo del 1993. Dicevano, negli Anni Ottanta, che non potevano investire perché il costo del lavoro era troppo alto, perché c’era troppa rigidità nel mercato del lavoro. Dicevano che le imprese non potevano crescere. Hanno avuto la flessibilità in misura superiore a qualunque altro Paese europeo, il blocco dei salari, la morte della conflittualità.<br />
E hanno portato il Paese nelle condizioni in cui si trova, un Paese dove lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi è il più grande dell’Unione Europea, cioè un Paese dove l’ingiustizia sociale regna e dove quelli che stanno peggio sono proprio i giovani, in particolare quelli che investono in formazione, quelli che lavorano in proprio, che cercano di cavarsela, dopo aver aspettato per anni un’occupazione adeguata alla loro formazione. Il prezzo più alto lo paga il capitale umano, lo pagano le competenze, lo paga il merito, lo paga l’intelligenza. Hanno creato un sistema che odia l’intelligenza, la teme, e fa di tutto per mortificarla, umiliarla, ricattarla (basta vedere come sono scritti i giornali). Knowledge economy! Chissà quando i giovani italiani si renderanno conto pienamente che per il loro capitale umano non c’è mercato, che conoscenze e competenze vengono misurate solo in rapporto al costo, che si trova lavoro solo per raccomandazioni, che la qualità dei posti di lavoro – esattamente come negli Stati Uniti descritti da Anya Kamenetz e per usare le sue parole – “si deteriora ogni giorno di più”.<br />
Ci si aspetterebbe che coloro i quali condividono con il capitale la responsabilità di questa situazione, formulino un accenno di autocritica. Macché, salgono in cattedra e si atteggiano a difensori del precariato! Loro che non sono riusciti a difendere il lavoro dipendente!<br />
E qui nasce il grottesco della situazione cui assistiamo in questi mesi. Da parte di spezzoni del sindacato e da parte di ex sindacalisti diventati Ministri si continua a promettere il superamento del precariato attraverso l’inserimento nel sistema del lavoro dipendente, del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questo atteggiamento produce una pesante mistificazione, perché il fenomeno più grave e dilatato del nostro tempo non è il precariato (o non è solo il precariato) ma il deterioramento della qualità del lavoro dipendente, in termini di retribuzione, in termini di dinamiche di carriera, in termini di rapporti col sistema gerarchico/disciplinare dell’impresa, anche in termini di rapporti tra colleghi, in termini di stress, di lunghezza delle giornate lavorative, in termini di sicurezza del posto di lavoro, in termini di riconoscimento del merito e così via. Lo si coglie, questo deterioramento, in tutta la letteratura che tratta gli aspetti della vita aziendale, in particolare nel settore di quelli che una volta venivano chiamati quadri intermedi, cioè nei settori a contenuto di conoscenza ed a forte impegno relazionale. In Italia tra il reddito annuo netto di un lavoratore dipendente a tempo indeterminato e quello di un lavoratore precario ci sono solo 250 euro al mese di differenza a favore del primo! Ed è proprio il deterioramento della qualità del lavoro dipendente che spinge molti giovani a scegliere il lavoro autonomo. E qui nasce l’altra mistificazione. Per questi signori il lavoro autonomo è un “finto” lavoro autonomo, è un lavoro dipendente mascherato. I contratti di lavoro “atipici” sarebbero posizioni di lavoro dipendente che si tratterebbe di far “emergere”, per inserirli nella cittadella del contratto di lavoro a tempo indeterminato.<br />
Questa sarebbe la formula magica con cui sconfiggere il precariato. E cantano vittoria quando riescono a far assumere a tempo indeterminato i lavoratori di un call center. Invece le posizioni di lavoro “atipiche”, come le chiamano loro, occasionali, indipendenti, sono spesso, anzi sempre più, posizioni di autotutela nei confronti della miseria del lavoro dipendente, dei suoi salari da fame e delle sue condizioni ambientali che si deteriorano sempre più, oltre che rivendicazioni di autonomia e di indipendenza. Pertanto l’intero impianto concettuale e culturale delle politiche del lavoro e delle politiche giovanili del Governo Prodi si fonda su una sequenza impressionante di mistificazioni, azzerando in ultima analisi vent’anni di riflessione sul postfordismo e le sue caratteristiche.</p>
<h3><strong>Non aver paura di identificarsi con la middle class</strong></h3>
<p>Non si capisce perché tanti spezzoni di movimento che intendono rappresentare le istanze del precariato debbono travestirsi da proletariato e identificarsi con gli immigrati extracomunitari, continuando ad usare le più consunte simbologie e i più stucchevoli immaginari della tradizione del socialismo ottocentesco. Non si capisce perché si debba sopportare questo micidiale cocktail di pauperismo lamentoso e di pietismo cristiano, che ha cancellato ogni traccia di marxismo. Il fenomeno centrale di questa fase dell’epoca postfordista o della “nuova economia” è la crisi della middle class nei paesi occidentali. Secondo Robert Reich, l’ex ministro del lavoro di Clinton, è dai tempi della Grande Depressione, dal 1929, che la classe media americana non sta così male. Non sono gli strati marginali della società a scricchiolare, è la componente centrale a perdere colpi, a non vedere un futuro, a non riuscire a ritagliarsi una fetta della torta. Poiché la struttura della forza lavoro in Italia e nell’Europa occidentale non è molto diversa da quella degli Stati Uniti, questo è il problema di fondo oggi. Che cosa sanno dire i nostri eroi del centro-sinistra a questo proposito? Che bisogna “saper conquistare i voti della borghesia moderata”. Sono ancora fermi lì da trent’anni, anzi da cinquanta. Da mezzo secolo non si sono più chiesti se quell’aggregato che chiamano “borghesia moderata” è cambiato oppure no. E poiché il postfordismo ha inciso più pesantemente sulla natura e la composizione della middle class che su quella della classe operaia, i nostri eroi non hanno la più pallida idea di cosa sia il postfordismo. Welcome to the middle class poverty è lo slogan che il sindacato dei freelance di New York (40.000 iscritti) ha scritto sui volantini diffusi a migliaia nella metropolitana. Magari se si fosse indagato un po’ più a fondo sul disagio della middle classs si sarebbe capito meglio il berlusconismo, ma l’”analisi di classe”, si sa, non è più praticata da un ceto politico che sa ragionare solo in termini di clientelismo e lascia in pegno il cervello a viale dell’Astronomia. Il precariato come fenomeno di massa di una forza lavoro dotata di competenze e conoscenze, che ha pesantemente investito in formazione, di una forza lavoro dotata di skills acquisiti in decine di esperienze lavorative, lungo un percorso di lavori instabili, occasionali, ma di alto contenuto professionale, inframmezzati da lavori di merda – questo precariato è un fenomeno di middle class, interessa cittadini di società opulente. Che bisogno c’è di travestirsi da proletari e di portarsi dietro tutta la zavorra culturale della Seconda, della Terza, della Quarta Internazionale? Quanto tempo deve ancora durare il coma irreversibile del comunismo? Non è ora di fare come Welby invece di rifondarlo? Che bisogno c’è di travestirsi da proletari quando comunque si sarà costretti, laureati o no, a cercar lavoro in giro per il mondo, come lo hanno fatto milioni di contadini semianalfabeti dei primi del Novecento?</p>
<h3><strong>Quanti sono i precari in Italia?</strong></h3>
<p>Sembra che non debba ripetersi la telenovela delle statistiche sui co.co.co.. Gli studiosi del mercato del lavoro dimostrano maggiore prudenza nel quantificare l’area del precariato, sanno di toccare un problema sensibile e non se la cavano concludendo che il problema è marginale, denunciano che i dati sono scarsi e ammettono che l’oggetto dell’osservazione è complesso. Vuol dire che, in dieci anni, il lavoro postfordista si è guadagnato un po’ di attenzione. Ma veniamo ai risultati, come emergono da un articolo pubblicato sul sito www.lavoce.info il 21 marzo 2007. I precari in Italia sarebbero 3.757.000 pari al 12,2% dell’occupazione totale, “mentre tra coloro che non hanno più un lavoro, ma sono in cerca di una nuova occupazione o sarebbero immediatamente disponibili a lavorare, i precari sono il 36,3%”. Secondo la stessa fonte, il reddito annuo netto di un lavoratore a termine sarebbe in media di 12.438 euro, di un co.co.pro. sarebbe di 10.191 euro, di un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato di 15.342 euro e di un autonomo (non meglio specificato) di 23.277 euro. E’ stato giustamente fatto osservare che da questo computo mancano due tipologie abbastanza diffuse: il lavoratore a tempo indeterminato senza contratto scritto (la legge non ne prevede l’obbligatorietà), che di fatto rientra nel “lavoro nero”, e i soci di cooperative che lavorano per enti pubblici, retribuiti solo quando la cooperativa li chiama.<br />
Quanti siano i lavoratori appartenenti a queste due tipologie non lo sappiamo, ma nel giorno in cui il Ministero ha voluto celebrare l’Emersion Day si è parlato di 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero o irregolari in Italia.<br />
Questi dati, per quanto affidabili e frutto di ricerche scrupolose, non ci restituiscono mai “il clima sociale” di un fenomeno come il precariato, né tantomeno la carica pesante di soggettività che ne viene coinvolta. Di questi aspetti le ricerche universitarie non parlano, sciorinano freddi numeri, dietro i quali si fa fatica a vedere il volto ed a sentire la voce delle persone. Per cui occorre essere attenti a quelle pochissime, purtroppo, indagini, che scaturiscono dalla volontà di lavoratori di vederci chiaro nel loro mondo e di dirlo con le proprie parole, ponendosi le domande giuste, magari facendosi aiutare da qualche esperto solidale con loro, adottando il metodo che l’”operaismo” chiamava della conricerca. Prendiamone una recente, la ricerca fatta dai lavoratori di un grande gruppo editoriale, il gruppo RCS (quotidiani, riviste, libri, video ecc.), un settore tipico delle trasformazioni della new economy, un settore strategico come quello dell’informazione, un settore che viene iscritto nella sfera della creative class. La ricerca ha riguardato solo la sezione “periodici”, in pratica il lavoro giornalistico (che tanti sogni e immaginari ancora suscita nei giovani). In cinque anni (dal 2001 al 2006) sul totale dei lavoratori, quelli dipendenti sono scesi dal 23,3% al 7,9%; i lavoratori parasubordinati (co.co.pro. e altri) sono scesi dal 20,9% all’11,1% ed i lavoratori autonomi – i freelance veri e propri – sono cresciuti dal 55,8% all’81% del totale. Per quanto riguarda i livelli di reddito dei freelance, il 40% guadagna meno di 1.200 euro lordi al mese ed il 18% meno di 600 euro lordi, ma c’è anche un 30% che guadagna più di 2.500 euro al mese lordi. La maggioranza degli intervistati, uomini e donne, preferisce la condizione di lavoratore autonomo a quella di lavoratore dipendente. Un quadro analogo, ancora più vivo, in quanto fondato solo su testimonianze ed autobiografie, esce dal volumetto curato dai soci di un’Associazione di lavoratori autonomi, ACTA, che si può scaricare dal loro sito www.actainrete.it. Ma se dovessimo fare un inventario dei siti e dei blog in cui i lavoratori di oggi parlano della loro condizione, esprimono la loro esasperazione, la loro delusione, la loro incazzatura, non ci basterebbero altrettante pagine. Chissà se i nostri Ministri ed i nostri sindacalisti gettano ogni tanto un’occhiata su questo materiale?</p>
<p>Purtroppo da queste voci esce quasi sempre un senso di impotenza, poche le proposte d’iniziativa, come se si fosse persa la cultura dell’azione dal basso. Anche questo fa parte del mutamento genetico. Qualcuno dice che la middle class non è per sua natura capace di organizzarsi sindacalmente. Invece il postfordismo anche qui porta dei cambiamenti. Dieci anni fa a New York un’avvocatessa, nipote di dirigenti sindacali degli anni 30, mette in piedi un’organizzazione “Lavorare oggi”, anzi, un sito (www.workingtoday.org), che poi diventa veicolo d’organizzazione. Si rivolge al precariato dei freelance, a quella che abbiamo chiamato la web class, ai mille mestieri di una metropoli moderna, esercitati da gente che ha professionalità o semplicemente necessità di sopravvivere. Nasce così un grande sindacato, la Freelancers Union, che pone una serie di rivendicazioni: assistenza malattia, pensione di vecchiaia, fiscalità meno pesante, misure contro i committenti che non pagano. Oggi, coi suoi 40.000 iscritti, è una delle lobby che condizionano il governo della Grande Mela. La città di New York ha fatto una ricerca, per capire quanti sono questi “liberi professionisti”, in gran parte ascritti alla creative class, ed ha scoperto che rappresentano il 30% della forza lavoro e l’80% dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni. Alla metà di aprile di quest’anno il Consiglio Comunale di New York si è riunito per ascoltarli e loro hanno esposto i loro problemi. Trattano da posizione di forza con banche e assicurazioni la loro previdenza privata. Hanno iniziato a tutelarsi, si ricollegano alla tradizione del movimento operaio ma lavorano con stile e metodi del tutto “postfordisti”, soprattutto col web. E ciò avviene in un Paese dove il tasso di sindacalizzazione nell’industria è del 7%. Cosa succede invece nella nostra gloriosa Seconda Repubblica? Andiamo a cercare col lanternino presso i co.co.pro. e le partite Iva “gli indizi di subordinazione”, ci rompiamo la testa – anzi se la rompono i professori universitari che questi mestieri in genere non esercitano &#8211; per capire chi è un vero autonomo e chi un finto dipendente. Pare addirittura che per saperlo il povero cittadino/lavoratore oggetto dell’indagine deve dare risposta a sei domande, cinque delle quali sono state formulate “in base all’analisi delle sentenze di trasformazione di contratti di lavoro autonomo in lavoro dipendente desunti dai verbali del giudice del lavoro del tribunale di Torino” come ci dicono i valenti ricercatori de lavoce.info. Se alla fine risulta che uno è un finto autonomo ha diritto alla pensione e alle tutele sindacali, altrimenti, se è un autonomo “vero”, non ne ha diritto. E se uno è autonomo al 30%? Su queste baggianate si costruiscono le politiche del lavoro. San Precario, Beppe Grillo, aiutateci voi!</p>
<h3><strong>Definirsi classe, non generazione</strong></h3>
<p>“Génération précaire”, “Generation Debt”, “generazione milleuro” – in tutti i Paesi c’è sempre il termine “generazione” che viene usato per caratterizzare la condizione del lavoro di oggi. In questo modo però se da un lato si sottolinea che sono soprattutto i giovani a subire le conseguenze del sistema postfordista, s’insinua d’altro lato la falsa idea che questo sia un problema soltanto giovanile. Invece c’è gente che è invecchiata ormai a furia di lavorare in posizioni “non standard”. Non è un problema giovanile &#8211; è un problema che riguarda la nuova classe prodotta dal fordismo e dalla new economy, la nuova umanità del web e della globalizzazione. Per questo abbiamo buttato lì il termine web class e chissà che non funzioni. Ma abbiamo detto web class perché ci vediamo dentro un elemento positivo, un potenziale di organizzazione, di autotutela e quindi di soggettività politica. Web come “costruzione di una rete”, come strumento potente di comunicazione, come Babele di lingue dove però alla fine impariamo a riconoscere i nostri simili, dove possiamo stabilire codici d’identificazione e parlare in tempo reale e reagire alla quotidianità incessante delle cazzate che vengono pronunciate sul nostro conto. Come strumento silenzioso per preparare il momento in cui bisogna fare rumore per farsi ascoltare (e gli impianti a tutto volume della Mayday montati sui bestioni sono un’azzeccata metafora di questa necessità).<br />
Web class come cooperazione tra intelligenze, competenze, skills, come costruzione di un sistema di pensiero, sofisticato ma chiaro, intelleggibile a tutti, fatto di poche idee centrali, schematiche, tagliate con l’accetta – dove la parte più complessa e difficile, forse la vera battaglia da condurre, è quella sulla gestione della memoria, sulla scelta degli immaginari che ci trasmette la storia del lavoro che ha saputo autotutelarsi, la storia del movimento operaio.<br />
Una memoria che può essere il fardello più pesante che ci impedisce di andare avanti oppure lo spunto di idee, di iniziative, l’incoraggiamento a tentare. E’ chiaro che la web class così delineata è una piccola minoranza della forza lavoro complessiva, se noi guardiamo ai processi di globalizzazione. E’ chiaro che alla crisi della middle class occidentale corrisponde un’ascesa della borghesia media nei Paesi emergenti. Ma noi siamo in Italia, la nostra sopravvivenza si gioca qui, in mezzo a questa miseria politica e civile che ci sommerge da ogni parte e da cui dobbiamo cercare di liberarci poco a poco. In tutta la storia del movimento operaio è sempre stata una minoranza di classe che ha preso l’iniziativa. Le prime società operaie furono costituite dai tipografi, perché erano quelli che sapevano leggere, ma rappresentavano meno dell’1% della forza lavoro. L’operaio massa degli Anni 60 era una minoranza anche dentro il settore industriale, a parte il terziario e l’agricoltura. Non solo erano minoranze ma anche relativamente privilegiate. Può rischiare lo scontro chi ha un minimo di margini, di risorse. Gli sfigati totali con Berlusconi. Bisogna riportare il lavoro al primo posto dell’agenda politica, prima dei Dico, dei Pacs, delle pari opportunità, di Zapatero, della striscia di Gaza, delle grandi infrastrutture, dell’equilibrio di bilancio, del Partito Democratico, prima di quella marea di argomenti che sembrano sempre più importanti del lavoro.<br />
Bisogna cominciare a mettere il lavoro al primo posto nella negoziazione con gli enti locali. E’ una battaglia che potrebbe raddrizzare il Paese, visto come lo hanno ridotto, è una battaglia per la valorizzazione del capitale umano. Ma “l’interesse generale”, come sappiamo, è scomparso dalla cultura politica da tempo e alla web class conviene accentuare in questa fase la sua visione “di parte”, guardare solo alla propria condizione e da lì trarre le conseguenze per agire.</p>
<p><em>Sergio Bologna, docente di Storia del movimento operaio dal ‘66 all’83, ha partecipato a Classe operaia e ai Quaderni Piacentini dal 1963 al 1980. Fondatore e direttore della rivista Primo Maggio, attualmente collabora con la Fondazione di storia sociale del ventesimo secolo di Amburgo. E&#8217; autore, tra gli altri, di “Nazismo e classe operaia 1933-1993″, Manifestolibri 1996; e curatore di “Il lavoro autonomo di seconda generazione” (con A. Fumagalli), Feltrinelli 1997.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/">La Classe non è Acqua!</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Scroogled</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Dec 2007 06:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Google controlla le vostre mail, i vostri video, il vostro calendario, le vostre ricerche&#8230; E se controllasse la vostra vita?</em><br />
un racconto di <strong>Cory Doctorow</strong></p>
<p align="right"> Datemi due righe scritte dall’uomo più onesto, e io vi troverò di che impiccarlo.</p>
<p align="right"> <em>Cardinale Richelieu</em></p>
<p align="right"> Su di voi non sappiamo abbastanza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/14/scroogled/">Scroogled</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Google controlla le vostre mail, i vostri video, il vostro calendario, le vostre ricerche&#8230; E se controllasse la vostra vita?</em><br />
un racconto di <strong>Cory Doctorow</strong></p>
<p align="right"> Datemi due righe scritte dall’uomo più onesto, e io vi troverò di che impiccarlo.</p>
<p align="right"> <em>Cardinale Richelieu</em></p>
<p align="right"> Su di voi non sappiamo abbastanza.<br />
<em>Eric Schmidt, CEO di Google</em></p>
<p><span id="more-4566"></span><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/07-google-73932041_10.jpg" alt="videosorveglianza con telecamere: una sala di controllo" /></p>
<p>Greg atterrò all’aeroporto internazionale di San Francisco alle otto di sera, ma quando finalmente giunse in cima alla coda alla dogana era passata mezzanotte. Era spuntato fuori dalla prima classe con la pelle color nocciola, la barba di due giorni e i muscoli rilassati di un mese di spiaggia a Cabo (passato a fare immersioni tre volte a settimana e a girare attorno alle studentesse francesi il resto del tempo). Quando era partito dalla città un mese prima era un rottame, con le spalle cascanti e la pancia prominente. Adesso era un dio abbronzato e attirava gli sguardi ammirati delle hostess in fondo alla cabina.</p>
<p>Quattro ore di fila alla dogana dopo si era lentamente ritrasformato da dio in uomo. Il lieve stato di euforia si era esaurito, il sudore gli colava giù per il culo e le spalle e il collo erano tanto tesi che al posto della schiena gli pareva di avere una racchetta da tennis. Le batterie dell’iPod erano morte da un pezzo e a lui non era rimasto altro da fare che mettersi a origliare i discorsi della coppia di mezz’età davanti a lui.</p>
<p>– Le meraviglie della tecnologia moderna, – disse la donna indicando con la spalla un cartello lì vicino: Immigration – Powered by Google.</p>
<p>– Mi pareva che non dovessero iniziare prima del mese prossimo –. L’uomo si passava di continuo un sombrero dalla testa alle mani.</p>
<p>Google alla frontiera. Cristo santo. Greg era andato via da Google sei mesi prima, liquidando le sue azioni per prendersi “un po’ di tempo per me”, tempo che alla fine si rivelò meno appagante di quanto si fosse aspettato. Nei cinque mesi che seguirono non fece quasi altro che riparare i PC degli amici, guardare la TV tutto il giorno e mettere su cinque chili, che si spiegò con il fatto che era restato a casa invece di andare al Googleplex, con la sua palestra ben equipaggiata e aperta ventiquattr’ore su ventiquattro.</p>
<p>Certo: doveva immaginarselo. Il governo USA aveva sperperato quindici miliardi di dollari in un programma di raccolta delle impronte digitali e delle fotografie di chiunque passasse dalla frontiera e non aveva preso neanche un terrorista. Era chiaro che il settore pubblico non era attrezzato per Effettuare Ricerche Appropriate.</p>
<p>L’agente del dipartimento di sicurezza aveva le borse sotto gli occhi e lanciava occhiate al suo monitor, picchiettando sulla tastiera con dita come salsicciotti. Non stupiva che ci volessero quattro ore per uscire da quel dannato aeroporto.</p>
<p>– ’sera, – disse Greg consegnando all’uomo il suo passaporto sudaticcio. L’agente grugnì e glielo strappò di mano, poi si mise a fissare lo schermo battendo sui tasti. Un sacco. Aveva un pezzetto di cibo seccato all’angolo della bocca e la sua lingua spuntò fuori e lo leccò.</p>
<p>– Vogliamo parlare del giugno 1998? –</p>
<p>Greg distolse lo sguardo dal cartello Partenze. – Scusi? –</p>
<p>– Il 17 giugno 1998 ha pubblicato un messaggio su alt.burningman riguardo alla sua intenzione di partecipare a un festival. Ha chiesto: “Ma i funghetti sono proprio un’idea tanto malvagia?” –</p>
<p>L’interrogatore della sala accessoria di controllo era piuttosto anziano, e tanto macilento che pareva fosse stato intagliato nel legno. Le sue domande andarono molto più a fondo dei funghetti.</p>
<p>– Mi parli dei suoi hobby. Si interessa di modellini di razzi? –</p>
<p>– Come? –</p>
<p>– Modellini di razzi –.</p>
<p>– No, – disse Greg. Assolutamente no –. Cominciava a capire dove volevano andare a parare.</p>
<p>L’uomo prese un appunto, pigiò qualche tasto. – Vede, se gliel’ho chiesto è perché noto un forte picco sulle inserzioni di componenti di razzi in corrispondenza dei risultati delle sue ricerche e della sua casella di posta su Google –.</p>
<p>Greg avvertì uno spasmo alle viscere. – State controllando le mie ricerche e la mia posta elettronica? – Non toccava una tastiera da un mese, ma sapeva che probabilmente quello che aveva inserito in quella barra di ricerca rivelava più cose su di lui di quante non ne dicesse al suo strizzacervelli.</p>
<p>– Signore, stia tranquillo, la prego, – disse l’uomo con un fischio di scherno. – No, non sto controllando le sue ricerche: sarebbe incostituzionale. Noi vediamo solo le pubblicità che compaiono quando legge la sua posta o effettua ricerche. Ho una brochure che spiega tutto. Gliela darò appena avremo finito –.</p>
<p>– Ma le pubblicità non significano niente, – farfugliò Greg. – Mi spunta la pubblicità delle suonerie di Ann Coulter(<strong>1</strong>) ogni volta che ricevo una mail dal mio amico di Coulter, nell’Iowa! –</p>
<p>L’uomo annuì. – Capisco, signore. Ed è per questo che sono qui a parlare con lei. Secondo lei come mai le inserzioni dei modellini di razzi compaiono tanto spesso? –</p>
<p>Greg si lambiccò il cervello. – Va bene, faccia così. Cerchi “fanatici del caffè” –. Era stato molto attivo in quel gruppo: li aveva aiutati a costruire il sito per il loro servizio di abbonamento al “caffè del mese”. La miscela con cui lo avrebbero lanciato si chiamava Carburante jet. “Carburante jet” e “lanciare”: probabilmente quelle parole avrebbero fatto sputar fuori a Google delle inserzioni di modellini di razzi.</p>
<p>Erano in dirittura d’arrivo quando l’uomo intagliato nel legno trovò le foto di Halloween. Erano sepolte nella terza schermata dei risultati di ricerca su “Greg Lupinski”.</p>
<p>– Era una festa a tema sulla guerra del Golfo, – disse lui. – Al Castro –.</p>
<p>– E lei è vestito da&#8230;? –</p>
<p>– Attentatore suicida, – rispose lui imbarazzato. Bastò pronunciare quelle parole a farlo sobbalzare.</p>
<p>– Venga con me, signor Lupinski, – disse l’uomo.</p>
<p>Quando lo rilasciarono erano le tre di notte passate. Le sue valigie stavano abbandonate vicino al nastro dei bagagli. Le raccolse e vide che erano state aperte e richiuse senza troppi complimenti. I vestiti spuntavano fuori dai bordi.</p>
<p>Quando tornò a casa si accorse che le sue finte statuette precolombiane erano state tutte rotte e al centro della sua camicia messicana di cotone bianco nuova di zecca c’era un’inquietante impronta di scarpone. I suoi vestiti non odoravano più di Messico. Odoravano di aeroporto.</p>
<p>Non sarebbe riuscito a addormentarsi. Assolutamente. Doveva parlarne con qualcuno. C’era solo una persona che avrebbe capito. Per fortuna di solito a quell’ora era sveglia.</p>
<p>Maya aveva cominciato a lavorare da Google due anni dopo Greg. Era stata lei a convincerlo ad andare in Messico dopo che aveva liquidato le azioni: dovunque potesse riavviare la sua esistenza, aveva detto.</p>
<p>Maya aveva due giganteschi labrador color cioccolato e una ragazza molto, molto paziente di nome Laurie che accettava qualunque cosa tranne di essere trascinata in giro per il Dolores Park alle sei del mattino da centosessanta chili di sbavante natura canina.</p>
<p>Mentre Greg le si avvicinava di corsa, Maya fece per prendere lo spray antiaggressione, poi, a scoppio ritardato, spalancò le braccia, lasciando cadere i guinzagli e bloccandoseli sotto la scarpa. – Dovè finito tutto il resto? Amico, sei diventato un gran figo! –</p>
<p>Lui ricambiò l’abbraccio, rendendosi conto all’improvviso del suo odore dopo una notte di intrusioni via Google. – Maya, – disse, – cosa sai di Google e del dipartimento di sicurezza nazionale? –</p>
<p>Non fece in tempo a finire la domanda che lei si irrigidì. Uno dei cani si mise a uggiolare. Lei si guardò attorno, poi indicò i campi da tennis con un cenno del capo. – In cima al lampione laggiù; non guardare, – disse. – È uno dei nostri access point WiFi municipali. Webcam grandangolari. Guarda dall’altra parte mentre parli –.</p>
<p>Nel grande schema delle cose, a Google non era costato tanto installare webcam in tutta la città. Soprattutto se si considerava la sua capacità di proporre pubblicità a ognuno in base a dove si trovava. Greg non ci aveva fatto molto caso quando le telecamere e tutti quegli access point erano stati aperti al pubblico: per un giorno intero sui blog si era scatenato il putiferio mentre tutti giocavano con il nuovo giocattolo onniveggente zoomando su varie zone frequentate dalle prostitute, ma dopo un po’ lo scalpore si era esaurito.</p>
<p>Sentendosi idiota, Greg bofonchiò: – Mi stai prendendo in giro –.</p>
<p>– Vieni con me, – disse lei girando le spalle al lampione.</p>
<p>I cani non furono felici di accorciare la passeggiata ed espressero il loro scontento in cucina mentre Maya preparava il caffè.</p>
<p>– Con il dipartimento di sicurezza siamo giunti a un compromesso, – disse prendendo il latte. – Loro hanno acconsentito a non attingere più ai nostri archivi delle ricerche e noi abbiamo accettato di fargli vedere le pubblicità che comparivano nelle schermate degli utenti –.</p>
<p>A Greg venne la nausea. – Perché? Non dirmi che Yahoo già lo stava facendo&#8230; –</p>
<p>– No, no. Be’, sì. Yahoo lo stava facendo. Ma non è questo il motivo per cui Google ha seguito l’esempio. Lo sai: i repubblicani odiano Google. Da noi la maggioranza è iscritta al partito democratico, quindi facciamo quello che possiamo per farci la pace prima che ci bastonino. Non sono I.I.P. – Informazioni Identificative Personali, lo smog tossico dell’età dell’informazione. – Sono solo metadati. Quindi è solo un po’ malvagio –.</p>
<p>– E allora perché tutte queste precauzioni? –</p>
<p>Maya sospirò e abbracciò il labrador che le si strusciava sul ginocchio con l’enorme testa. – I servizi sono come pidocchi. Arrivano dappertutto. Si presentano alle nostre riunioni. È come in un ministero sovietico. E le autorizzazioni speciali&#8230; siamo divisi in due fronti: gli autorizzati e i sospetti. Sappiamo tutti chi non ha l’autorizzazione, ma nessuno sa perché. Io ce l’ho. Per mia fortuna, essere lesbica non significa più essere esclusa. Un autorizzato non si degnerebbe mai di pranzare assieme a un inautorizzabile –.</p>
<p>Greg era molto stanco. – Quindi direi che sono stato fortunato a uscire vivo dall’aeroporto. Avrei potuto finire tra gli “scomparsi” se mi fosse andata male, eh? –</p>
<p>Maya lo guardò fisso. Lui aspettò una risposta.</p>
<p>– Che c’è? –</p>
<p>– Ora io ti dico una cosa, ma tu non dovrai mai farne parola con nessuno, va bene? –</p>
<p>– Ehm&#8230; non è che fai parte di qualche cellula terroristica, vero? –</p>
<p>– No, è meno semplice di così. La storia è questa: l’esame di sicurezza aeroportuale è come un varco doganale informatico. Permette agli sbirri di restringere i criteri di ricerca. Quando ti trattengono alla frontiera per il controllo secondario, diventi una “persona interessante” e non ti mollano mai più. Cercheranno minuziosamente il tuo viso e la tua andatura con le webcam. Ti leggeranno la posta. Controlleranno le tue ricerche –.</p>
<p>– Non avevi detto che i giudici non glielo avrebbero permesso?&#8230; –</p>
<p>– I giudici non gli permetterebbero di passarti indiscriminatamente al vaglio di Google. Ma una volta che entri nel sistema, la ricerca diventa selettiva. Tutto legale. E quando cominciano a studiarti con Google, qualcosa lo trovano sempre. Tutti i tuoi dati finiscono in un grande imbuto che cerca “schemi sospetti” usando la devianza dalla norma statistica per inchiodarti –.</p>
<p>Greg si sentì come se dovesse vomitare. – Com’è potuto succedere? Google era un bel posto. “Non essere malvagio”, giusto? Era il motto aziendale, e per Greg era stato uno dei motivi principali per prendere il diploma di dottorato in informatica a Stanford e portarlo direttamente a Mountain View.</p>
<p>Maya rispose con una risata dura. – Non essere malvagio? Ma dai, Greg. La nostra lobby è formata dallo stesso manipolo di criptofascisti che ha tentato di silurare Kerry. Il tabù della malvagità l’abbiamo rotto da un bel pezzo –.</p>
<p>Restarono zitti per un minuto.</p>
<p>– È tutto cominciato in Cina, – continuò lei infine. – Una volta che ce li abbiamo trasferiti, i server sono passati sotto la giurisdizione cinese –.</p>
<p>Greg sospirò. Conosceva il raggio d’azione di Google fin troppo bene: ogni volta che visitavi una pagina con la pubblicità di Google, usavi le mappe di Google o la posta di Google, e perfino se mandavi un messaggio a un utente di Gmail, la compagnia raccoglieva diligentemente informazioni su di te. Di recente il software di ottimizzazione delle ricerche aveva iniziato a usare i dati per adattare le ricerche Web al singolo utente. Lo strumento si era rivelato rivoluzionario per i pubblicitari. Un governo autoritario avrebbe avuto altri obiettivi in mente.</p>
<p>– Ci hanno usato per costruire i profili di tutti quanti, – continuò Maya. – Quando c’era qualcuno che volevano arrestare, venivano da noi e trovavano un motivo per pigliarli. Sulla rete non c’è quasi niente che tu possa fare che non sia illegale in Cina –.</p>
<p>Greg scosse la testa. – Perché avevano tutto questo bisogno di mettere i server in Cina? –</p>
<p>– Il governo aveva detto che ci avrebbe bloccato comunque. E Yahoo era già lì –. Fecero entrambi una smorfia. A un certo punto ai dipendenti di Google era venuta l’ossessione di Yahoo, e avevano cominciato a stare più attenti alle conseguenze della competizione che alle prestazioni della loro azienda. – Allora ci siamo andati. Ma a molti di noi l’idea non è piaciuta –.</p>
<p>Maya fece un sorso di caffè e abbassò la voce. Uno dei cani stava annusando con insistenza sotto la sedia di Greg.</p>
<p>– Quasi subito i cinesi ci hanno chiesto di cominciare a censurare i risultati delle ricerche, – disse Maya. – Google ha accettato. La versione aziendale era da morire dal ridere: “Non stiamo facendo del male: stiamo offrendo ai consumatori uno strumento di ricerca migliore! Se gli mostrassimo dei risultati cui loro comunque non potrebbero accedere, rimarrebbero soltanto frustrati. Sarebbe un’<em>esperienza negativa di utilizzo</em>” –.</p>
<p>– E adesso? – Greg allontanò un cane. Maya ne parve ferita.</p>
<p>– Adesso sei una persona interessante, Greg. Google ti pedina. Adesso vivi tutta la tua vita con qualcuno che ti sta costantemente dietro una spalla a osservarti. Sai qual è l’obiettivo, no? “Organizzare le informazioni del mondo”. Ogni cosa. Dagli ancora cinque anni e sapremo quanti stronzi c’erano nella tazza prima che tirassi lo sciacquone. Unisci il tutto all’automatico sospetto per chiunque corrisponda al quadro statistico del tipo cattivo e sei&#8230; –</p>
<p>– Fottuto (<strong>2</strong>)–.</p>
<p>– Completamente, – annuì lei.</p>
<p>Maya portò i due labrador nella camera da letto in fondo al corridoio. Lui la sentì discutere sottovoce con la compagna e lei tornò sola.</p>
<p>– Posso risolvere io la cosa, – disse in un sussurro incalzante. – Quando i cinesi hanno cominciato a fare retate, con i miei <em>podmate</em> abbiamo dedicato il nostro progetto del 20 per cento a metterglielo in culo –. (Tra le innovazioni apportate da Google all’azienda c’era la regola per cui ogni dipendente doveva dedicare il 20 per cento del suo tempo a progetti personali di nobili intenti.) “Lo chiamiamo Googlecleaner. Si infila nel data base e ti normalizza a livello statistico. Le tue ricerche, i tuoi istogrammi su Gmail, i tuoi schemi di navigazione. Tutto. Greg, posso ripulirti. È l’unica soluzione –.</p>
<p>– Non voglio che ti cacci nei guai –.</p>
<p>Lei scosse la testa. – Io sono già condannata. Ogni giorno che passa da quando ho creato questa dannata cosa è tempo preso in prestito: non ci vorrà molto prima che qualcuno faccia notare la mia esperienza e la mia storia al dipartimento di sicurezza e poi, oh, non so. Qualunque cosa facciano alle persone come me nella guerra dei sostantivi astratti –.</p>
<p>A Greg tornò in mente l’aeroporto. La perquisizione. La sua camicia, l’impronta di scarpone nel centro.</p>
<p>– Fallo, – disse.</p>
<p>Il Googlecleaner fece miracoli. Greg lo capì dalle pubblicità che spuntarono accanto alle sue ricerche, pubblicità chiaramente dirette a qualcun altro: dati sul design intelligente, corsi universitari online, un futuro senza terrore, un software per bloccare i siti porno, il problema degli omosessuali, biglietti scontati per Toby Keith(<strong>3</strong>). Erano gli effetti del programma di Maya. Era chiaro che la nuova ricerca personalizzata di Google lo aveva classificato come tutta un’altra persona, un conservatore timorato di Dio con un debole per la musica folk.</p>
<p>A lui la cosa stava benissimo.</p>
<p>Poi cliccò sulla rubrica e trovò che mancavano metà dei suoi contatti. La sua cartella della posta in entrata su Gmail aveva tanti buchi quanto un tronco infestato dalle termiti. Il suo profilo su Orkut, normalizzato. Il calendario, le foto di famiglia, i segnalibri: tutto vuoto. Prima di allora non si era mai reso davvero conto di quante cose della sua vita fossero migrate sul web e si fossero infilate nelle webfarm di Google: tutta la sua identità online. Maya lo aveva ripulito da cima a fondo: era diventato l’uomo invisibile.</p>
<p>Greg pestò assonnato i tasti del portatile che aveva accanto al letto, riportando in vita lo schermo. Lanciò un’occhiata all’orologio lampeggiante sul pannello della scrivania: 4.13 del mattino! Cristo santo, chi era che veniva a bussare alla porta a quell’ora?</p>
<p>Gridò: – Arrivo! – con voce impastata e si infilò una vestaglia e le pantofole. Ciabattò nel corridoio, accendendo una luce dopo l’altra. Alla porta, strizzò l’occhio nello spioncino e vide Maya che gli ricambiava cupa lo sguardo.</p>
<p>Tolse la catena e il catenaccio e spalancò la porta. Maya si precipitò dentro alle sue spalle, seguita dai cani e dalla compagna.</p>
<p>Era madida di sudore e i capelli solitamente pettinati le stavano appiccicati alla fronte a ciocche. Si stropicciò gli occhi, che erano rossi e cerchiati.</p>
<p>– Fa’ i bagagli, – disse rauca.</p>
<p>– Come? –</p>
<p>Lo prese per le spalle. – Fa’ come ti dico, – disse.</p>
<p>– Dove vuoi&#8230;? –</p>
<p>– In Messico, probabilmente. Non lo so ancora. Fa’ i bagagli, cazzo –. Entrò in camera sua spingendolo di lato e si mise a spalancare cassetti.</p>
<p>– Maya, – disse lui secco, – io non vengo da nessuna parte finché non mi dici che succede –.</p>
<p>Lei gli lanciò uno sguardo truce e si scostò i capelli dal viso. – Il Googlecleaner vive di vita propria. Dopo che ti ho ripulito, l’ho spento e me ne sono andata. Era troppo pericoloso usarlo di nuovo. Però lui è comunque impostato per mandarmi messaggi di conferma ogni volta che entra in funzione. Qualcuno lo ha usato sei volte per ripulire tre utenti molto specifici: utenti che per puro caso sono quelli di membri della commissione commercio del senato candidati alla rielezione –.</p>
<p>– Da Google c’è qualcuno che getta fango sui senatori? –</p>
<p>– Non da Google. Proviene da qualche altra parte. Il gruppo di indirizzi IP di cui fa parte è registrato a Washington. E gli IP sono tutti usati da utenti Gmail. Indovina a chi appartengono le caselle –.</p>
<p>– Hai sbirciato nelle caselle Gmail? –</p>
<p>– E va bene. Sì. Gli ho guardato la posta elettronica. Lo fanno tutti, in continuazione, e per motivi molto peggiori dei miei. Ma fa’ attenzione: viene fuori che tutta quest’attività è diretta dalla nostra lobby. Stanno solo facendo il loro mestiere: difendere gli interessi dell’azienda –.</p>
<p>Greg si sentiva il sangue pulsare nelle tempie. – Dovremmo parlarne con qualcuno –.</p>
<p>– Non servirà a niente. Sanno tutto di noi. Possono vedere ogni ricerca. Ogni e-mail. Tutte le volte che siamo stati ripresi da una webcam. Chi fa parte della nostra comunità&#8230; sapevi che se su Orkut hai 15 amici è statisticamente provato che non sei a più di tre passi da qualcuno che ha versato un contributo a una causa “terroristica”? Ti ricordi dell’aeroporto? Stavolta sarà molto più dura –.</p>
<p>– Maya, – disse Greg, cercando di riprendere il controllo. – Andarsene in Messico non è un po’ esagerato? Licenziati e basta. Possiamo fondare un’azienda nostra o qualcosa del genere. Questa è una follia –.</p>
<p>– Oggi sono venuti da me, – disse lei. – Due agenti della sezione politica del dipartimento di sicurezza. Sono rimasti ore. E mi hanno fatto un sacco di domande pesanti –.</p>
<p>– Sul Googlecleaner –.</p>
<p>– Sui miei amici e sulla mia famiglia. Sulla mia cronologia di ricerca. Sulla mia storia personale –.</p>
<p>– Gesù –.</p>
<p>– Mi stavano lanciando un messaggio. Osservano ogni click e ogni ricerca. È ora di andare. Di mettersi fuori tiro –.</p>
<p>– In Messico Google ha una sede, lo sai, no? –.</p>
<p>– Dobbiamo andarcene, – disse lei, decisa.</p>
<p>– Laurie, tu che ne pensi? – chiese Greg.</p>
<p>Laurie diede un buffetto tra le spalle ai cani. – I miei se ne sono andati dalla Germania Est nel ’65. Mi hanno raccontato della Stasi. La polizia segreta chiudeva tutto quello che c’era su di te nella tua cartella personale: se raccontavi una barzelletta poco patriottica, tutto quanto. Che lo volesse o no, quello che Google ha creato non è diverso –.</p>
<p>– Greg, vieni? –</p>
<p>Lui guardò i cani e scosse la testa. – Ho dei pesos che avanzano, – disse. – Prendeteli. E state attente, va bene? –</p>
<p>Maya dava l’impressione di volerlo prendere a pugni. Poi, addolcendosi, lo strinse in un abbraccio feroce.</p>
<p>– Sta’ attento anche tu, – gli sussurrò in un orecchio.</p>
<p>Vennero a cercarlo dopo una settimana. A casa, nel cuore della notte, proprio come se l’era immaginato lui.</p>
<p>Due uomini si presentarono alla sua porta poco dopo le due del mattino. Uno rimase in silenzio sull’uscio. L’altro era del tipo cordiale, basso e grinzoso, una giacca sportiva con una macchia su un risvolto e una bandiera americana sull’altro. – Greg Lupinski, abbiamo motivo di credere che lei abbia violato la Legge sulla frode e gli abusi informatici, – disse per tutta presentazione. – Nella fattispecie, per violazione di accesso protetto e per essersi procurato informazioni con questo genere di condotta. Dieci anni per un incensurato. Ci risulta che quello che lei e la sua amica avete fatto con i nostri archivi di Google sia classificabile come reato penale. E oh, chissà cosa verrà fuori al processo&#8230; tutta la roba che avete cancellato dal suo profilo, tanto per cominciare –.</p>
<p>Greg si era figurato questa scena per una settimana. Si era immaginato ogni sorta di cose coraggiose da dire. Così aveva trovato qualcosa da fare mentre aspettava notizie di Maya. Lei non aveva chiamato.</p>
<p>– Vorrei parlare con un avvocato, – fu tutto quello che riuscì a tirar fuori.</p>
<p>– Certo, può farlo, – disse il piccoletto. – Ma forse possiamo trovare un accordo migliore –.</p>
<p>Greg ritrovò la voce. – Vorrei vedere il suo distintivo, – balbettò.</p>
<p>Il viso da bassotto del tizio si illuminò mentre lui emetteva una risatina divertita. – Amico, io non sono uno sbirro, – ribatté. – Sono un consulente. Google mi paga (la mia ditta rappresenta i suoi interessi a Washington) per stabilire rapporti. Ovvio che non coinvolgeremmo la polizia senza averne prima parlato con lei. Lei è di famiglia. A dire il vero, avrei un’offerta da farle –.</p>
<p>Greg si voltò verso la macchina del caffè e buttò il filtro usato.</p>
<p>– Io mi rivolgo ai giornali, – disse.</p>
<p>L’uomo annuì come se ci stesse riflettendo su. – Be’, certo. Potrebbe entrare negli uffici del <em>Chronicle</em> domattina stesso e raccontare tutto. Loro cercherebbero una fonte per confermare la cosa. Non ne troveranno neanche una. E quando tenteranno di cercarla, noi li troveremo. Quindi, amico, che ne dice di starmi a sentire? Il mio è un lavoro in cui si vince soltanto. E io lo faccio molto bene –. Fece una pausa. – A proposito, questo caffè è eccellente, ma non vuole dare prima una sciacquatina ai chicchi? Gli toglie un po’ di amaro e gli fa emettere l’olio. Ecco: mi passa un colino? –</p>
<p>Greg guardò l’uomo togliersi la giacca in silenzio e appenderla a una sedia della cucina, poi sbottonarsi i polsini e arrotolarsi le maniche con cura, facendosi scivolare in tasca un orologio digitale da pochi soldi. Versò i chicchi dal macinino al colino di Greg e li sciacquò dentro l’acquaio.</p>
<p>Era un po’ tozzo e pallidissimo, con la grazia sociale di un ingegnere elettrico. Sembrava un vero impiegato di Google, a dire il vero, ossessionato com’era dalle minuzie. Se la cavava bene anche con il macinacaffè.</p>
<p>– Stiamo mettendo su una squadra per il Blocco 49&#8230; –</p>
<p>– Non esiste nessun Blocco 49, – disse Greg meccanicamente.</p>
<p>– Certo, – disse il tizio con un breve sorriso a denti stretti. – Non esiste nessun Blocco 49. Ma noi stiamo mettendo in piedi una squadra per ottimizzare il Googlecleaner. Il codice di Maya non era molto efficiente, sa. È pieno di bug. Ci serve un aggiornamento. Lei sarebbe l’uomo che fa per noi, e se tornasse da noi, quello che sa non avrebbe più importanza –.</p>
<p>– Incredibile, – disse Greg con una risata. – Se pensate che sia disposto ad aiutarvi a infangare candidati politici in cambio dei vostri favori, siete più pazzi di quanto pensassi –.</p>
<p>– Greg, – disse l’uomo, – noi non stiamo infangando nessuno. Ripuliamo solo un po’ le cose. Per alcuni individui scelti. Sa cosa voglio dire, vero? Qualunque profilo di Google risulta un po’ spaventoso a un esame approfondito. E in politica l’esame approfondito è all’ordine del giorno. Candidarsi a qualche carica è come sottoporsi a una colonscopia pubblica –. Caricò la caffettiera e spinse giù lo stantuffo, il viso distorto in una smorfia di solenne concentrazione. Greg recuperò due tazze da caffè – tazze di Google, naturalmente – e le passò agli altri.</p>
<p>– Faremo per i nostri amici quel che Maya ha fatto per lei. Solo una pulitina. Non vogliamo fare altro che proteggere la loro privacy. Tutto qui –.</p>
<p>Greg fece un sorso di caffè. – Che succede ai candidati che non ripulite? –</p>
<p>– Già, – disse il tizio lanciando a Greg un flebile sorriso. – Già, ha ragione. Per loro sarà un po’ dura –. Si frugò nella tasca interna della giacca e tirò fuori diversi fogli ripiegati.</p>
<p>Li lisciò e li appoggiò sul tavolo. – Questo è uno dei bravi ragazzi che ha bisogno del nostro aiuto –. Era una stampata della cronologia di ricerca di un candidato che Greg aveva sostenuto durante le ultime tre campagne elettorali.</p>
<p>– Il tipo se ne torna nella sua camera d’albergo dopo una giornata massacrante di campagna porta a porta, accende il portatile e scrive “culi caldi” nella barra di ricerca. Bell’affare, eh? Per come la vediamo noi, permettere che questo impedisca a un brav’uomo di continuare a servire il suo paese è semplicemente contrario ai principi dell’America –.</p>
<p>Greg annuì piano.</p>
<p>– Allora, aiuterà quest’uomo? – chiese il piccoletto.</p>
<p>– Sì –.</p>
<p>– Bene. C’è un’altra cosa. Abbiamo bisogno del suo aiuto per trovare Maya. Non aveva capito un tubo delle nostre intenzioni e adesso pare che sia fuggita di galera. Quando avrà sentito le nostre ragioni tornerà subito indietro, non ho dubbi –.</p>
<p>Lanciò un’occhiata alla cronologia di ricerca del candidato.</p>
<p>– Potrebbe darsi, – rispose Greg.</p>
<p>Il nuovo Congresso ci mise undici giorni di seduta ad approvare la Legge per la sicurezza e il controllo delle comunicazioni e degli ipertesti, che autorizzava il dipartimento di sicurezza e l’NSA a esternalizzare fino all’80 per cento del lavoro di analisi e raccolta dati a ditte private. In teoria, i contratti andavano assegnati con una gara d’appalto, ma dentro le sicure mura del Blocco 49 di Google nessuno aveva dubbi su chi avrebbe vinto. Se Google avesse speso quindici miliardi di dollari per prendere i cattivi alla frontiera, ci si poteva scommettere che li avrebbero presi&#8230; è che i governi proprio non sono attrezzati per Effettuare Ricerche Appropriate.</p>
<p>Il mattino dopo Greg si esaminò con attenzione mentre si faceva la barba (ai tizi della sicurezza la barba incolta da hacker non andava giù e non si facevano nessun problema a dirglielo) e si rese conto che quello era il suo primo giorno di lavoro come agente segreto de facto per il governo degli Stati Uniti. Fino a che punto sarebbe stato orrendo? Non era meglio che a occuparsi di queste cose fosse Google piuttosto che un goffo burocrate del dipartimento di sicurezza?</p>
<p>Quando parcheggiò nel Googleplex, tra le auto ibride e le rastrelliere per biciclette traboccanti, aveva preso una decisione. Stava meditando su quale frullato biologico prendere in mensa quando il suo tesserino elettronico non aprì la porta del Blocco 49. Il LED rosso lampeggiava monotono a ogni strisciata. In qualunque altro edificio avrebbe potuto mettersi alle costole di qualcun altro, con tutta la gente che entrava e usciva di corsa. Ma i responsabili del 49 spuntavano solo per i pasti, e a volte neanche allora.</p>
<p>Striscia, striscia, striscia. Di colpo udì una voce al suo fianco.</p>
<p>– Greg possiamo scambiare due parole, per favore? –</p>
<p>L’uomo grinzoso gli mise un braccio intorno alle spalle e Greg sentì l’odore del suo dopobarba agli agrumi. Era lo stesso che usava il suo maestro di sub a Baja quando uscivano a bere la sera. Greg non si ricordava più il suo nome. Juan Carlos? Juan Luis?</p>
<p>Il braccio che l’uomo gli aveva appoggiato sulla spalla era fermo, e lo allontanava dalla porta dirigendolo verso il prato impeccabile, oltre il giardino di erbe aromatiche davanti alla cucina. – Le diamo un paio di giorni liberi, – disse.</p>
<p>Greg ebbe un’improvvisa fitta di ansia. – Perché? – Aveva fatto qualcosa di male? Sarebbe finito in prigione?</p>
<p>– È per Maya –. L’uomo lo fece girare e lo fissò negli occhi con il suo sguardo senza fondo. – Si è uccisa. In Guatemala. Mi dispiace, Greg –.</p>
<p>Greg ebbe la sensazione di sfrecciare via, in un luogo a chilometri di distanza dalla terra, una ripresa del Googleplex su Google Earth, dove vide se stesso e l’uomo grinzoso giù in basso come un paio di puntini, due pixel, minuscoli e insignificanti. Ebbe voglia di strapparsi i capelli, di cadere in ginocchio e di piangere.</p>
<p>Da molto lontano si sentì dire: – Non ho bisogno di giorni liberi. Sto bene –.</p>
<p>Da molto lontano sentì l’uomo grinzoso insistere.</p>
<p>La discussione durò a lungo, poi i due pixel si spostarono nel Blocco 49, e la porta gli si richiuse alle spalle.</p>
<p><strong>Note di traduzione</strong></p>
<p><strong>1</strong> Ann Hart Coulter è una giornalista conservatrice statunitense nota per lo stile polemico</p>
<p><strong>2</strong> In Inglese “Scroogled”, gioco di parole tra “screw”, fottere, e Google: è questo l’intraducibile titolo del racconto.</p>
<p><strong>3</strong> Cantante folk conservatore.</p>
<p>&#8212;-</p>
<p>Racconto originale sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/deed.it" title="la licenza aperta Creative Commons in italiano">Creative Commons Attribuzione &#8211; Non Commerciale &#8211; Condividi allo stesso modo</a>.</p>
<p>Traduzione a cura di <a href="http://collanediruggine.noblogs.org/post/2007/11/29/scroogled" title="traduzione italiana di Scroogled di Cory Doctorow a cura di Collane di ruggine">Collane di ruggine</a>. Esiste una seconda traduzione indipendente di <a href="http://stiappona.blogspot.com/" title="altra traduzione italiana di Scroogled di Cory Doctorow">Decio Biavati</a>, leggi le <a href="http://reginazabo.noblogs.org/post/2007/11/30/scroogled-diritto-autore-e-scandali-della-traduzione" title="Scroogled di Cory Doctorow in italiano, il diritto d'autore e gli scandali della traduzione">considerazioni di una delle traduttrici</a> sulla vicenda. Esiste anche una <a href="http://cfeditions.com/scroogled/" title="traduzione francese di Scroogled di Cory Doctorow">traduzione francese</a> <span class="nom">di Valérie Peugeot</span>, <span class="nom">Hervé Le Crosnier</span> et <span class="nom">Nicolas Taffin</span> e molte altre <a href="http://craphound.com/?p=1902" title="lista delle traduzioni di Scroogled, di Cory Doctorow">traduzioni in altre lingue</a>.</p>
<p>Il racconto è uscito inizialmente su <a href="http://www.radaronline.com/from-the-magazine/2007/09/google_fiction_evil_dangerous_surveillance_control_1.php" title="Cory Doctorow Scroogled in Radar Online Magazine">Radar</a> (da cui è tratta anche la fotografia), qui una <a href="http://www.boingboing.net/2007/09/25/scroogled-in-the-wal.html" title="Cory Doctorow's Scroogled interview">intervista all&#8217;autore</a> pubblicata sul Wall Street Journal.<a href="http://www.radaronline.com/from-the-magazine/2007/09/google_fiction_evil_dangerous_surveillance_control_1.php" title="Cory Doctorow Scroogled in Radar Online Magazine"></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/14/scroogled/">Scroogled</a></p>
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		<title>Fuori dalle palle tutti i rumeni!</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Nov 2007 11:50:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gli slittamenti linguistici, i lapsus, sono sempre molto più indicativi di quello che sembrano. Da un paio di mesi a questa parte su tutti i quotidiani non esistono più i rumeni (con la “u”, come correttamente dovrebbe essere)  ma i romeni (con la “o”).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/10/fuori-dalle-palle-tutti-i-rumeni/">Fuori dalle palle tutti i rumeni!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/scritta.jpg' alt='scritta.jpg' /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gli slittamenti linguistici, i lapsus, sono sempre molto più indicativi di quello che sembrano. Da un paio di mesi a questa parte su tutti i quotidiani non esistono più i rumeni (con la “u”, come correttamente dovrebbe essere)  ma i romeni (con la “o”). All&#8217;improvviso dotti laureati in lettere, i nostri amati giornalisti &#8211; sempre così proni di fronte al potere costituito o agli umori della piazza &#8211; hanno dimenticato il vocabolario   preferendo, “creativamente”, una vocale ad un&#8217;altra. Di modo che, neppure troppo sottotraccia, si dia la percezione che i rumeni siano, anche linguisticamente, tutti rom-eni. Rom. Zingari. Mostri, insomma. <span id="more-4756"></span><br />
Perché abbiamo bisogno di mostri. Abbiamo bisogno di nemici da odiare, abbiamo bisogno che si sposti fuori dalle mura di casa nostra  &#8211; dove si perpetra il più alto numero di omicidi e delitti sulla persona – il sospetto della nostra intima malvagità, trasferendola, liberatoriamente, ad un intero popolo.<br />
I giornali ci hanno raccontato che un&#8217;italiana è stata uccisa da un rOmeno. Io ho visto una povera donna uccisa da un uomo. Come molta parte delle donne, che, statisticamente, muoiono molto più per omicidio, in Italia, che per malattia. Ma non è di ginocidio (non è un lapsus) che i giornali oggi vogliono parlare. Che “le nostre donne” (così scrivono sui muri i gruppi neofascisti: “le nostre donne”. Nostre di chi? Sono di loro proprietà?) se devono essere massacrate che almeno lo siano per mano italica!<br />
Che poi sia stata proprio una rumena di etnia rom a denunciare il criminale, non fa testo. Cosa ce ne facciamo di una “rumena buona”? Non fa abbastanza audience, ammettiamolo! Poi ci tocca fare il conto della serva: per un “criminale rumeno” una “rumena buona”. No, no, non va bene!<br />
È che oggi va di moda il tiro al rumeno. Come cinque anni fa al musulmano, come dieci anni fa all&#8217;albanese. Come quarant&#8217;anni fa al terrone.<br />
Ho paura, ve lo voglio dire.<br />
Ho paura degli italiani. Ho paura dei squadristi che spezzano le ossa di padri di famiglia rumeni con le spranghe, per ritorsione. Ho paura di un governo che sbanda, che segue l&#8217;onda emotiva della piazza per ragioni di gretta sopravvivenza elettorale, che di primo acchito demolisce le baracche, disperde i poveracci (per ritorsione?), decide di espellere tutti, indiscriminatamente, basta che siano rOmeni.<br />
Perché ci hanno invaso.<br />
Dimenticando che la prima invasione l&#8217;hanno subita loro, da parte degli imprenditori del neoliberismo italiano, che delocalizzavano i loro prodotti (creando disoccupazione in Italia) in Romania &#8211; e già che c&#8217;erano si scopavano le minorenni rumene – pagando con stipendi da fame gli operai del posto, mentre loro giravano per quel paese, arroganti, con SUV che sembravano astronavi, infine incrementando il mercato della prostituzione in Italia, per scoparsi le ragazzine direttamente qui, comodi comodi.<br />
Uno stato di diritto punisce un criminale, non un popolo o una etnia. Di volta in volta cambia il colore della pelle o la religione, ma la ragione profonda è un&#8217;altra. Diciamolo, ammettiamolo: non è perché sono rumeni. E neppure perché sono rom. A noi fanno paura perché sono poveri! La Moratti l&#8217;ha detto a chiare lettere: “fuori i poveri dall&#8217;Italia”, andando contro alla stessa direttiva del Parlamento Europeo sulla sicurezza. A noi questi sgraziati morti di fame fanno un po&#8217; schifo, non ci sembra neppure giusto che abbiano il privilegio di possedere dei diritti civili. Non sono cittadini veri, sono subumani.<br />
Qualcuno dice che non vogliamo guardarli in faccia perché ci ricordano troppo i nostri nonni. Ma noi, poveri, non lo siamo più! Quindi è giusto così: fuori tutti. Un rumeno ha ucciso barbaramente una italiana? Una “nostra donna”? Fuori dalle palle tutti i rumeni! E già che ci siamo: a Perugia è morta una studentessa uccisa, probabilmente da una statunitense? Fuori tutti gli americani dall&#8217;Italia. Via, via, fuori dalle palle. Un marocchino stupra? Fuori tutti i marocchini. E via così. Sai quanto spazio libero ci sarebbe!<br />
A proposito: per la giusta regola della reciprocità, però, al primo delitto commesso da un italiano in Germania o negli Stati Uniti, è giusto che le decine di milioni di italiani e figli di italiani nel mondo vengano tutti trasferiti, in massa a casa nostra. Mi pare il minimo. Sai che ridere poi.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Epolis Milano,<em> oggi, in versione più breve</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/10/fuori-dalle-palle-tutti-i-rumeni/">Fuori dalle palle tutti i rumeni!</a></p>
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		<title>La teoria dell’inferenza corrispondente e il terrorismo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/22/la-teoria-dell%e2%80%99inferenza-corrispondente-e-il-terrorismo/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 04:45:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2007/07/correspondent_i.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Due persone, uno sperimentatore e un soggetto, sono sedute insieme in una stanza. Lo sperimentatore si alza e va a chiudere la porta, e la stanza si fa più tranquilla. Il soggetto molto probabilmente crederà che lo scopo dell’azione dello sperimentatore (chiudere la porta) era quello di rendere la stanza più tranquilla.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/22/la-teoria-dell%e2%80%99inferenza-corrispondente-e-il-terrorismo/">La teoria dell’inferenza corrispondente e il terrorismo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2007/07/correspondent_i.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Due persone, uno sperimentatore e un soggetto, sono sedute insieme in una stanza. Lo sperimentatore si alza e va a chiudere la porta, e la stanza si fa più tranquilla. Il soggetto molto probabilmente crederà che lo scopo dell’azione dello sperimentatore (chiudere la porta) era quello di rendere la stanza più tranquilla.</p>
<p>Questo è un esempio di teoria dell’inferenza corrispondente. Le persone tendono a dedurre gli scopi, e anche il temperamento, di qualcuno che svolge una certa azione basandosi sugli effetti delle sue azioni e non su fattori esterni o situazionali. Se vedete qualcuno picchiare un’altra persona con violenza, presumete che quell’individuo voleva farlo e che è una persona violenta, e non che si tratta di un attore che interpreta una parte. Se leggete la notizia di qualcuno che rimane coinvolto in un incidente d’auto, presumete che sia un pessimo conducente e non che si sia trattato di un colpo di sfortuna. E, venendo al tema di questo articolo, se leggete qualcosa che riguarda un terrorista, presumete che il suo scopo ultimo sia il terrorismo.<br />
<span id="more-4568"></span><br />
Naturalmente non è sempre così facile. Se un tizio decide di traslocare a Seattle invece che a New York, è per il clima, la cultura o la sua carriera? Edward Jones e Keith Davis, che promossero questa teoria negli anni Sessanta e Settanta, proposero il concetto di “corrispondenza” per descrivere il grado di preponderanza di tale effetto. Quando un’azione presenta una corrispondenza alta, le persone tendono a dedurre le intenzioni di chi agisce direttamente dall’azione stessa (esempio: colpire qualcuno con violenza). Quando un’azione presenta una corrispondenza bassa, le persone tendono a non formulare l’assunzione (esempio: traslocare a Seattle).</p>
<p>Come per la maggior parte dei pregiudizi cognitivi, l’inferenza corrispondente ha senso da un punto di vista evolutivo. In un mondo di azioni semplici e di obiettivi di base, è una buona regola empirica che permette a una creatura di dedurre rapidamente gli scopi di un’altra creatura (“Mi sta attaccando perché vuole uccidermi”). Anche in creature senzienti e sociali come gli esseri umani, continua ad avere senso nella maggioranza dei casi. Se vedete qualcuno colpire violentemente qualcun altro, è ragionevole assumere che si tratti di una persona violenta. I pregiudizi cognitivi non sono male: si tratta di regole empiriche sensate.</p>
<p>Ma come tutti i pregiudizi cognitivi, anche la teoria dell’inferenza corrispondente a volte fallisce. E un ambito in cui fallisce in maniera spettacolare è la nostra risposta al terrorismo. Dato che spesso il terrorismo ha come risultato la morte orribile di molti innocenti, noi deduciamo erroneamente che la morte orribile di molti innocenti sia la motivazione principale del terrorista o dei terroristi, e non il mezzo per uno scopo diverso.</p>
<p>Ho trovato quest’analisi interessante in uno studio di Max Abrahms in “International Security”. “Why Terrorism Does Not Work” [Perché il terrorismo non funziona] esamina le motivazioni politiche di 28 gruppi terroristici: l’elenco completo delle “organizzazioni terroristiche straniere” delineato dal Dipartimento di Stato USA sin dal 2001. Abrahms elenca 42 obiettivi di policy di tali gruppi, e ha rilevato che i gruppi terroristici li hanno conseguiti soltanto il 7% delle volte.</p>
<p>Secondo i dati, il terrorismo ha più probabilità di riuscire se 1) i terroristi attaccano obiettivi militari più frequentemente che non obiettivi civili, e 2) se i terroristi hanno scopi minimalisti quali scacciare un potere straniero dal loro paese o assumere il controllo di una porzione di territorio, e non scopi massimalisti come stabilire un nuovo sistema politico nel paese o annientare un’altra nazione. In ogni caso, il terrorismo rimane un mezzo piuttosto inefficace per influenzare una linea politica.</p>
<p>La metodologia di Abrahms dà adito a molte critiche sottili, ma egli sembra eccedere nell’assegnare successi ai gruppi terroristici. (Gli obiettivi degli Hezbollah di espellere sia le forze di pace sia Israele dal Libano vengono contati come un successo, e allo stesso modo viene considerato il “parziale successo” delle Tigri di Tamil di costituire uno stato Tamil). Abrahms comunque offre un’ottima serie di dati per corroborare ciò che fino a oggi tutti sapevano: che il terrorismo non funziona.</p>
<p>Si tratta di materiale interessante, e consiglio la lettura dello studio. Per quanto mi riguarda, la parte più sagace è quando Abrahms utilizza la teoria dell’inferenza corrispondente per spiegare perché i gruppi terroristici che attaccano soprattutto i civili non raggiungono i loro obiettivi di policy, anche se si tratta di obiettivi minimalisti. Abrahms scrive:</p>
<p>“Secondo la teoria qui postulata, i gruppi terroristici che prendono di mira i civili non sono in grado di forzare un cambiamento di policy perché il terrorismo presenta una corrispondenza estremamente elevata. I paesi credono che le loro popolazioni civili vengano attaccate non perché un gruppo di terroristi sta protestando contro condizioni esterne sfavorevoli, quali l’occupazione territoriale o la povertà. Le nazioni prese di mira, invece, deducono le conseguenze a breve termine dell’atto terroristico: la morte di civili innocenti, il panico di massa, la perdita di fiducia nel governo come entità protettrice, la contrazione economica e l’inevitabile erosione delle libertà civili, e le ritengono gli obiettivi dei gruppi di terroristi. In breve, i paesi presi di mira considerano le conseguenze negative degli attacchi terroristici ai danni delle loro società e sistemi politici come una prova che i terroristi vogliono distruggere quei paesi. Le nazioni bersagliate sono comprensibilmente scettiche sul fatto che il negoziare o fare concessioni placherà dei terroristi che si ritiene siano motivati da questi obiettivi massimalisti”.</p>
<p>In altre parole, il terrorismo non funziona perché spinge le persone a essere meno propense ad accettare le richieste dei terroristi, non importa quanto semplici o limitate esse siano. La reazione al terrorismo ha un effetto totalmente opposto a ciò che vogliono i terroristi: le persone, semplicemente, non credono che quelle richieste tanto limitate siano le richieste vere e proprie.</p>
<p>Questa teoria spiega, con una chiarezza mai vista prima, perché molte persone sostengano bizzarramente che il terrorismo di al Qaeda (o il terrorismo islamico in generale) sia “diverso”: ovvero, che mentre altri gruppi terroristici hanno o possono avere degli obiettivi di policy, la motivazione principale di al Qaeda sia di ucciderci tutti. È una cosa che abbiamo sentito il presidente Bush affermare ripetutamente (Abrahms fa una serie di esempi nel suo studio), ed è un punto retorico nel dibattito.</p>
<p>Infatti gli obiettivi di policy di Bin Laden sono stati sorprendentemente coerenti finora. Abrahms ne elenca quattro; eccone sei enunciati dall’ex analista della CIA Michael Scheuer nel suo libro “Imperial Hubris”:</p>
<ul>
<li>Terminare il supporto statunitense nei confronti di Israele</li>
<li>Spingere le truppe americane fuori dal Medioriente, specialmente dall’Arabia Saudita</li>
<li>Terminare l’occupazione USA in Afghanistan e (successivamente) in Iraq</li>
<li>Terminare il supporto degli USA delle politiche anti-musulmane di altri paesi</li>
<li>Terminare la pressione statunitense sulle compagnie petrolifere arabe affinché mantengano prezzi bassi</li>
<li>Terminare il supporto statunitense verso governi arabi “illegittimi” (cioè moderati), come il Pakistan</li>
</ul>
<p>Anche se Bin Laden ha protestato per il fatto che gli americani hanno completamente frainteso le ragioni degli attacchi dell’11 settembre, la teoria dell’inferenza corrispondente postula che egli non sarà in grado di convincere la gente. Il terrorismo, e in special modo l’11 settembre, presentano una corrispondenza talmente elevata che le persone utilizzano gli effetti di quegli attacchi per dedurre le motivazioni dei terroristi. In altre parole, dato che Bin Laden ha provocato la morte di un paio di migliaia di persone con gli attacchi dell’11 settembre, la gente assume che questo deve essere stato il suo obiettivo, e che egli stia semplicemente presentando un’adesione formale a quelli che SOSTIENE siano i suoi obiettivi. Persino gli scopi reali di Bin Laden vengono ignorati, poiché le persone concentrano la loro attenzione sulle morti, sulla distruzione e sull’impatto economico.</p>
<p>Perversamente, il fraintendimento di Bush in merito agli obiettivi dei terroristi sta efficacemente impedendo ai terroristi di raggiungere i loro scopi.</p>
<p>Nulla di tutto questo vuole attenuare o giustificare il terrorismo; anzi, è tutto il contrario, poiché dimostra come il terrorismo non è un buon strumento di persuasione e di cambiamento di politica. Ma potremo combattere il terrorismo in maniera più efficace se comprendiamo che si tratta di un mezzo per il raggiungimento di un fine, che non è fine a se stesso. È necessario capire le vere motivazioni dei terroristi e non solo le loro tattiche specifiche. E più i nostri pregiudizi cognitivi offuscano questa comprensione, più sbagliamo nell’identificare la minaccia, scegliendo pessimi compromessi di sicurezza.</p>
<p><a href="http://www.mitpressjournals.org/doi/pdf/10.1162/isec.2006.31.2.42">Max Abrahms, “Why Terrorism Does Not Work” </a><br />
<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Correspondent_inference_theory">Correspondent inference theory </a><br />
Pregiudizi cognitivi: <a href="http://www.healthbolt.net/2007/02/14/26-reasons-what-you-think-is-right-is-%20wrong/">6 Reasons What You Think is Right is Wrong</a></p>
<p>Questo articolo è originariamente apparso su <a href="http://www.wired.com/politics/security/commentary/securitymatters/2007/07/securitymatters_0712">Wired.com</a></p>
<p>Edizione italiana curata da <a href="http://www.communicationvalley.it">Communication Valley SpA</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/22/la-teoria-dell%e2%80%99inferenza-corrispondente-e-il-terrorismo/">La teoria dell’inferenza corrispondente e il terrorismo</a></p>
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		<title>Big Brother State &#8211; un corto di David Scharf</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/big-brother-state-un-corto-di-david-scharf/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/big-brother-state-un-corto-di-david-scharf/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Oct 2007 03:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
		<category><![CDATA[david scharf]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[video]]></category>

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		<description><![CDATA[<blockquote><p><a href="http://bigbrotherstate.com/">Big Brother State</a> è un film educativo su ciò che i politici chiamano <em>protezione della nostra libertà</em>, ma che noi definiremmo meglio <em>leggi repressive</em>. Da quando il terrorismo è diventato una minaccia globale, specie dopo l&#8217;11 settembre, molti governi hanno varato leggi che, essi dicono, aumenteranno la sicurezza nazionale.</p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/big-brother-state-un-corto-di-david-scharf/">Big Brother State &#8211; un corto di David Scharf</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><a href="http://bigbrotherstate.com/">Big Brother State</a> è un film educativo su ciò che i politici chiamano <em>protezione della nostra libertà</em>, ma che noi definiremmo meglio <em>leggi repressive</em>. Da quando il terrorismo è diventato una minaccia globale, specie dopo l&#8217;11 settembre, molti governi hanno varato leggi che, essi dicono, aumenteranno la sicurezza nazionale. E&#8217; ovvio invece che queste leggi hanno un altro scopo: permettere agli stati di avere sempre più controllo sui cittadini, a discapito della nostra privacy e della nostra libertà. (dal sito del cortometraggio)</p></blockquote>
<p><a href="http://bigbrotherstate.com/">www.bigbrotherstate.com</a></p>
<p><span id="more-3497"></span><br />
<embed src="http://www.youtube.com/v/jJTLL1UjvfU" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" height="350" width="425"></embed>Puoi anche guardare il filmato sul tuo pc con sottotitoli in italiano:</p>
<ul>
<li>Scarica e installa <a href="http://www.videolan.org/vlc/">VLC</a></li>
<li>Vai sul sito dell&#8217;autore: <a href="http://bigbrotherstate.com/">bigbrotherstate.com</a> (<a href="http://www.huesforalice.com/bbs/">mirror</a>) e scaricalo (a piccola, media oalta risoluzione);</li>
<li>Scarica i sottotitoli da <a href="http://www.fh-augsburg.de/~thedude/bbs/bigbrotherstate_subtitles.rar">bigbrotherstate.com</a></li>
<li>Metti il file video e i sottotitoli che ti interessano nella stessa cartella. Usa un solo file sottotitoli, ad esempio per l&#8217;italiano usa il file bigbrotherstate_it.srt;</li>
<li>Rinomina i due file in modo simile, ad esempio bigbrotherstate_XviD_768px.AVI &#8211;&gt; bbs.avi e bigbrotherstate_it.srt &#8211;&gt; bbs.srt</li>
<li>Avvia VLC Player</li>
<li>Se i sottotitoli non appaiono automaticamenteseleziona &#8220;Video -&gt; Subtitles -&gt; Track 1&#8243;</li>
<li>Credits Italian Subtitles &#8211; <a href="Freshcut.it">Freshcut.it</a></li>
</ul>
<p>Via <a href="http://www.marketingblog.it/big-brother-state.htm">Marketingblog</a>.</p>
<p><em>Aggiornamento: grazie a carlo che segnala in un commento una versione sottotitolata in italiano disponibile <a href="http://www.youtube.com/watch?v=HgDslDlYo98">su Youtube</a></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/big-brother-state-un-corto-di-david-scharf/">Big Brother State &#8211; un corto di David Scharf</a></p>
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		<title>Morti bianche</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/17/morti-bianche/</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Sep 2007 08:44:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[morti bianche]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a title="foto_guanto_lavoro_md.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/foto_guanto_lavoro_md.jpg"></a></p>
<p>Comunicato Stampa</p>
<p><strong>Lavorare in sicurezza</strong><br />
<em>Il lavoro, la salute e la sicurezza nelle fotografie delle collezioni Alinari<br />
In mostra al Palazzo del Quirinale dal 18 ottobre al 25 novembre<br />
Presentazione alla stampa</em>: <strong>mercoledì 17 ottobre</strong>.</p>
<p>Parte dalla Sala delle Bandiere del Quirinale, il prossimo 18 ottobre, la grande mostra itinerante per raccontare il lavoro, la salute e la sicurezza dei lavoratori, attraverso le collezioni degli archivi Alinari, il più importante fondo fotografico documentario esistente in Italia e uno dei maggiori su scala mondiale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/17/morti-bianche/">Morti bianche</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="foto_guanto_lavoro_md.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/foto_guanto_lavoro_md.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/foto_guanto_lavoro_md.jpg" alt="foto_guanto_lavoro_md.jpg" /></a></p>
<p>Comunicato Stampa</p>
<p><strong>Lavorare in sicurezza</strong><br />
<em>Il lavoro, la salute e la sicurezza nelle fotografie delle collezioni Alinari<br />
In mostra al Palazzo del Quirinale dal 18 ottobre al 25 novembre<br />
Presentazione alla stampa</em>: <strong>mercoledì 17 ottobre</strong>.</p>
<p>Parte dalla Sala delle Bandiere del Quirinale, il prossimo 18 ottobre, la grande mostra itinerante per raccontare il lavoro, la salute e la sicurezza dei lavoratori, attraverso le collezioni degli archivi Alinari, il più importante fondo fotografico documentario esistente in Italia e uno dei maggiori su scala mondiale.<br />
<span id="more-4457"></span></p>
<p>Successivamente, la raccolta fotografica, realizzata sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica e il Patrocinio della Presidenza del Consiglio, toccherà altre grandi città italiane: Milano, Torino, Palermo, Firenze, Napoli.</p>
<p>La mostra, a cura del Ministero del lavoro, in collaborazione con la Fondazione per la Storia della Fotografia Fratelli Alinari, sarà presentata alla stampa, dal Ministro del Lavoro, Cesare Damiano e dal Consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, Louis Godart, alle ore 12 di mercoledì 17 ottobre, nella Sala delle Bandiere del Quirinale.</p>
<p>Nel pomeriggio dello stesso giorno è prevista l’inaugurazione, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e del Ministro del Lavoro.<br />
Sarà così possibile offrire ai visitatori, un percorso per immagini, delineato grazie ad una ricerca iconografica svolta per l’occasione, che testimonia l’evoluzione e il cambiamento delle condizioni di lavoro in relazione al tema della sicurezza e della salute dei lavoratori nell’arco di quasi due secoli.</p>
<p>Le fotografie degli archivi Alinari permettono di inquadrare il tema della sicurezza del lavoro all’interno del contesto in cui storicamente si colloca, nel quadro del processo che porta l’Italia a divenire, da paese sostanzialmente agricolo e industrialmente arretrato, una delle maggiori nazioni industrializzate, con la necessità quindi di recuperare tutta una serie di ritardi che trovano espressione anche sul piano della sicurezza del lavoro.</p>
<p>I richiami della cronaca al ripetersi ancor oggi troppo frequente di gravi infortuni e di morti sul lavoro richiedono una seria riflessione sul fenomeno, sulle sue dimensioni, caratteri, e quindi sui mezzi per controllarlo meglio e sempre di più. E’ recente la notizia dell’approvazione in Parlamento del Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, il disegno di legge elaborato dal Ministero del Lavoro insieme al dicastero della Salute, che prevede, tra l’altro, pene più severe per chi non rispetta le norme di sicurezza, premi alle aziende virtuose, trecento nuovi ispettori per combattere la piaga dello sfruttamento del lavoro nero.</p>
<p>In questo contesto, la mostra si propone di offrire un materiale visivo che permetta di sensibilizzare e attrarre l’attenzione del grande pubblico, sviluppando una lettura critica e consapevole del fenomeno, capace di inquadrarlo nella sua dimensione storica.</p>
<p>Roma, 10/09/07</p>
<p>Ufficio Stampa</p>
<p>Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale</p>
<p>Tel. 06/48161451 – 452</p>
<p>Fax 06/48161456</p>
<p>ufficiostampa@lavoro.gov.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/17/morti-bianche/">Morti bianche</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il pianeta è un posto poco sicuro (il pianeta è un posto pauroso)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/07/24/il-pianeta-e-un-posto-poco-sicuro-il-pianeta-e-un-posto-pauroso/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/07/24/il-pianeta-e-un-posto-poco-sicuro-il-pianeta-e-un-posto-pauroso/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 Jul 2007 21:16:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Il pianeta è un posto poco sicuro]]></category>
		<category><![CDATA[pianeta]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a title="dscf1218.JPG" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf1218.JPG"></a> di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>a Franzisko e Franzone: poli francescani della mia idiozia</p>
<p><em>Il faro dell’illuminismo lombardo, ossia il quotidiano di Varese «La Prealpina», pubblicava il 10 luglio scorso un’interessante analisi del celebre elzevirista Boni, che scriveva in un editoriale intitolato</em> Italia paese poco sicuro<em>: “Nove persone su dieci si dicono preoccupate per il crescente numero di episodi di criminalità e ritengono che l’Italia sia diventata un Paese poco sicuro.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/24/il-pianeta-e-un-posto-poco-sicuro-il-pianeta-e-un-posto-pauroso/">Il pianeta è un posto poco sicuro (il pianeta è un posto pauroso)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="dscf1218.JPG" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf1218.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf1218.thumbnail.JPG" alt="dscf1218.JPG" /></a> di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>a Franzisko e Franzone: poli francescani della mia idiozia</p>
<p><em>Il faro dell’illuminismo lombardo, ossia il quotidiano di Varese «La Prealpina», pubblicava il 10 luglio scorso un’interessante analisi del celebre elzevirista Boni, che scriveva in un editoriale intitolato</em> Italia paese poco sicuro<em>: “Nove persone su dieci si dicono preoccupate per il crescente numero di episodi di criminalità e ritengono che l’Italia sia diventata un Paese poco sicuro. Un clima di incertezza che si concentra maggiormente nelle regioni del Nord, quelle con la percentuale più alta di migranti.” Mi sia permesso di dire che la visione di Boni è del tutto ottimistica. Credo sia ora di affrontare il problema alla radice: non solo il Nord, non solo l’Italia, ma il pianeta tutto è in larga misura fuori dal nostro controllo. Il pianeta non è più un posto sicuro. Non è più un luogo dove portare a passeggio i propri bambini.</em><br />
<img class="mce_plugin_wordpress_more" title="More..." src="http://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/themes/advanced/images/spacer.gif" alt="More..." width="100%" height="10" /><br />
Il pianeta è un posto poco sicuro, non può essere del tutto rassicurato, il pianeta manca di sicurezza. (Ha un carattere debole, esita, è sfiduciato.)</p>
<p>Il pianeta è un posto poco sicuro, meglio sarebbe stare chiusi in casa, ma stando attenti a non rimanere chiusi dentro. (Meglio stare chiusi fuori, potendo nel caso scappare dentro. [Quelli rimasti dentro, spesso sono stati estratti fuori quasi morti. Senza contare i murati vivi.]).</p>
<p>Il pianeta è un posto poco sicuro, va illuminato meglio, anche dietro al muro, o sopra, nelle siepi, sott’acqua, dove regna, di notte, il lato oscuro, lì si deve intervenire con fari e lampi, ma senza accecare, senza esagerare. (Ci sono stati casi, molti, di sbandamento, salto di corsia, frontale secco, per via dei lampeggianti, delle luminarie disseminate ovunque, anche tra i sedili, o tra i piedi, nella bocca dei cani randagi.)</p>
<p>Il pianeta è un posto poco sicuro, tira un sacco d’aria, che colpisce la faringe, poi i polmoni, la colonna vertebrale, il collo, i bulbi oculari. È consigliabile coprirsi, ma coprire soprattutto, con teli impermeabili e gran tendaggi di feltro, e doppi vetri, strisce di nastro adesivo lungo le fessure, anche sulla bocca del compagno, da dove sale un venticello malizioso. (Attenzione, però, il proprio respiro, benché rischioso in luoghi umidi, è ritenuto comunque necessario.)</p>
<p>Il pianeta è un posto poco sicuro, per via dei finti cibi, autenticamente artificiali, ma contraffatti dopo, artificiosamente, da falsari senza dubbio orientali. (Polli allevati a siringate di veri antibiotici, contraffatti da polli siringati da antibiotici scaduti; polli che ingozzano soia veramente modificata, contraffatti da polli che ingozzano approssimazioni di soia poco identificata.)</p>
<p>Il pianeta è un posto poco sicuro, in quanto lo straniero entra come vuole nel paese, persino ci vive lavorando tanto, dormendo poco, e mangiando male. Questo primitivismo va corretto, lo straniero educato, piegato alle regole, al contratto giusto: e cibo buono, cappotto bello, auto fiammante. (Col rischio dello straniero ricco e altezzoso, e dell’indigeno porco e povero: quello che schifosamente usa tovagliolo e forchetta, quest’altro che pateticamente si sputa in mano e si liscia i cappelli.)</p>
<p>Ogni giorno, sul nostro pianeta, avvengono terribili, ingiustificati, incidenti di cui sono vittime uomini, donne, vecchi e bambini. Senza parlare di cos’accade alle lucertole o ai bufali muschiati, e alle tante altre bestie, sprovviste di protezione sanitaria, mense della Caritas e caserme dei carabinieri.</p>
<p>Ogni giorno migliaia di persone rimangono intrappolate in un lenzuolo, cadono in trance alla vista di un gatto, svengono durante la festa del loro compleanno, si prendono a sberle prima di addormentarsi, rimangono incastrate tra due rami mentre colgono ciliegie, s’infilano per errore un attaccapanni in gola, si feriscono con un pettine di plastica, vengono accecate da corvi che le scambiano per impiccati, perdono un piede per aver stretto esageratamente i lacci delle scarpe, soffocano facendo la doccia, cadono ipnotizzati girando il volante dell’auto, si evirano tentando di masturbarsi con un aspirapolvere, muoiono di fame perché a quell’ora i ristoranti erano chiusi, muoiono di freddo essendosi addormentati in cantina, asfissiano ingoiando una fetta di melone senza togliere la scorza, muoiono per il malocchio, perdono l’uso della parola cercando di ricordare una poesia imparata a scuola, si ammazzano per dimostrare agli altri che non scherzano, prendono fuoco misteriosamente, sono colpiti da radiazioni vaganti, dissanguati per ferite da ventaglio, amputati per un malinteso chirurgico, uccisi per motivi gravi e personali.</p>
<p><strong>C’È ANCHE IL RISCHIO DEL PERICOLO</strong></p>
<p>Attenti! È troppo pericoloso rischiare, e chi vive è ostaggio di molti rischi pericolosi.</p>
<p><strong>DANGER DANGER</strong> ha scritto la gioventù più consapevole.<br />
<em>DANGER DANGER </em>ha scritto con grande maturità<br />
<em>DANGER DANGER</em> sulla schiena dei propri genitori</p>
<pre><strong>C’è il pericolo</strong> della bistecca marcia
del latte tagliato
della calza spaiata
del martello sul ginocchio
della ciabatta ad imbuto
del mandarino con dentro il chiodo
del dio carogna
della nuova Bisanzio
della corsa all’atletismo
della frenesia per il ribes
del cazzo che non monta
del cazzo che non smonta
delle formazione eterna
del meteorite finale
della droga che non fa male e non dà dipendenza
della poesia fannullona
del rischiare meno raschiando tutto
del cazzo morto per preservativo contraffatto
della bocca morta per cazzo contraffatto
dell’uomo morto per cognome contraffatto
della contraffazione del caviale
della contraffazione delle feci
del finto cane veramente lupo
della finto criceto veramente ratto
del finto marito veramente bestia
del controllo mentale
del controllo rettale
dei cagatori incontrollati</pre>
<p><strong>POI C’È IL RISCHIO DI LEGGERE LE STATISTICHE</strong></p>
<p><em>In Italia si calcola che un bambino di meno di 14 anni muore accidentalmente ogni tre ore. </em></p>
<p><em>Su 100 morti accidentali di bambini da sei mesi a nove anni, un terzo muore per incidenti del traffico stradale, ma i due terzi restanti per INCIDENTI DOMESTICI. </em></p>
<p><em>Sottovalutare gli incidenti domestici è come tagliare la gola ad un prete disperato.</em></p>
<p><em>La casa appare come un luogo falsamente sicuro. (Paradossalmente un budello di miniera è meno pericoloso.)</em></p>
<p><em>Messi in ordine di maggiore frequenza, gli incidenti domestici si definiscono come<br />
-	cadute e traumi<br />
-	intossicazioni<br />
-	ustioni<br />
-	asfissie, soffocamenti, annegamenti<br />
-	scariche elettriche<br />
-	eventi imponderabili<br />
-	malocchio</em></p>
<p><em>I bambini sono facilmente soggetti a cadute:<br />
- da un luogo elevato (seggiolone, letto a castello, balcone, finestra, spalle di un adulto, quadrupede domestico, scala a pioli, altalena)<br />
- su suolo duro (cortile della ricreazione, caduta dalla bicicletta, sulla strada)<br />
- con slancio (bicicletta, pattini, skate, monopattino, dorso di un amico).</em></p>
<p><em>I traumi cranici sono gravissimi quando sono accompagnati dai seguenti fenomeni:<br />
- perdita di conoscenza al momento della caduta, anche se molto breve<br />
- vomito o mal di testa<br />
- stato di sonnolenza secondaria<br />
- vociferazione in lingue sconosciute<br />
- allucinazioni visive o uditive con comparsa di ruote infuocate e suono di cembali<br />
- perdite di sangue dal naso o dalle orecchie<br />
- fame aggressiva<br />
- desiderio di mostrarsi molto più ricchi e potenti dei propri genitori<br />
- evocazione di dottrine sull’origine del male</em><em> </em></p>
<p><em><strong>E L’INCIDENTE DOMESTICO NON È IL PIÙ RISCHIOSO: LEGGETEVI DUE RIGHE SUGLI INCIDENTI ALIMENTARI</strong></em></p>
<p><em>Si è parlato recentemente del rischio di bere latte mescolato con spremute di coratella, o latte vaioloso, o latte che fa letteralmente schifo. Si è anche avvisato il paese del rischio di utilizzare un dentifricio di marca contraffatta, che potrebbe contenere sostanze tossiche. MA SIETE AL CORRENTE DELLE STIME AVANZATE DALL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ?</em></p>
<p><em>Secondo l’OMS ancor oggi 110.000 persone in tutto il mondo mangiano ogni giorno </em><em>merda</em>. Merda vera, escrementi umani. Il 40% di coloro che ogni giorno mangiano merda lo fanno per ignoranza, ossia sono convinti che la merda sia una sostanza gradevole e commestibile. Ma almeno il 25% mangia merda per distrazione, ossia scambiandola per una sostanza commestibile. Un buon 8% mangia merda in piena consapevolezza pur essendone disgustato, ma lo fa per motivi religiosi. E mi dispiace dirlo, ma i cattolici che mangiano merda per ragioni dottrinarie sono più numerosi, fatte le debite proporzioni, dei protestanti, degli ortodossi e degli stessi musulmani. La cosa che forse rattrista di più è che tra tutti i mangiatori di merda quotidiani solo il 5% lo fa unicamente per deliberato piacere (4% mangiano merda per rafforzarsi; 4% senza nessun motivo; 10% per risparmiare sulla spesa).</p>
<p><em>Se ci spostiamo su di un evento assai meno sgradevole che l’ingoiare feci umane, ma comunque non attraente, quale il cagarsi addosso, ci rendiamo conto dell’enormità del fenomeno. Nel solo Belpaese, benché non se ne parli mai sui massmedia, ben 800 persone adulte si defecano addosso ogni giorno. In questa cifra sono compresi anche coloro che già hanno varcato la soglia di un bagno pubblico o privato. Sono invece esclusi da questa cifra coloro che si defecano addosso per goffaggine, intempestività o mancanza di mira, una volta che hanno già sbottonato i pantaloni o sollevato la gonna, in prossimità della tazza del cesso. Stiamo quindi parlando soprattutto di gente che si caga addosso per errore, distrazione, calcolo impreciso, a casa, in ufficio, sui mezzi pubblici, in discoteca, per strada. </em></p>
<p><em>Ora che sono rese pubbliche queste cifre, io penso che nessuno potrà sentirsi sicuro non solo a casa propria, ma per così dire nel proprio corpo. Inoltre, ciò che rende più inquietante queste statistiche sta nel fatto che la merda con cui entriamo in contatto (per ingestione – nel primo caso – o per sfregamento – nel secondo) dipende non dall’azione violenta di qualcuno su di noi. Molto inferiori sono le cifre di coloro che nel mondo sono obbligati a mangiare feci o che vengono colpiti dalle feci altrui (attraverso un lancio o un tranello). </em></p>
<p><em>TAKE CARE : DON’T EAT SHIT !<br />
NE MANGEZ PAS VOTRE MERDE NI CELLE D’AUTRUI !<br />
PRIMA DI MANGIARE, ASSAGGIATE SEMPRE QUELLO CHE AVETE NEL PIATTO!</em></p>
<p><em><a title="dscf2008.JPG" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf2008.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf2008.thumbnail.JPG" alt="dscf2008.JPG" /></a> </em><em>(Foto di un classico incidente domestico: strangolamento e soffocamento con lenzuolo notturno.)</em></p>
<p><em><strong>MA SOPRATUTTO C’È IL PERICOLO DELLA PAURA</strong></em></p>
<p><em>(IL PIANETA È UN POSTO PAUROSO)</em></p>
<pre><em><strong>La paura</strong> di sbattere la porta
di camminare a piedi nudi
di mettere i piedi nelle scarpe
di guardare il sole
di non vedere niente
di respirare
di un esaurimento dell’ossigeno
di aver mangiato la cotoletta di maiale rossa che porta la tenia
di non trovare che carne marcia da mangiare
di inghiottire lamette da barba
di non ingoiare più aria
di entrare nella botola
di uscire dalla lavatrice
di essere mangiato vivo dai parenti
di dover mangiare crudi tutti i figli
di dover inculare il proprio nonno
di farsi masturbare da gesù bambino
di bere per sbaglio l’antigelo ghiacciato
di cadere di faccia nel ragù bollente
di essere rapiti dagli alieni
di essere violentati dagli alieni
di dover mangiare il cibo degli alieni
di dover conversare tutto il pomeriggio con gli alieni
di non incontrare mai gli alieni

<strong>E POI C’È IL PERICOLO DI PAURE ANCORA PIÙ PAUROSE</strong>

<strong>La paura</strong> di morire nudi
	di rimanere mezzi morti e mezzi vivi
	di morire per finta poi si scopre che è per davvero
	di morire ancor prima di nascere
	di nascere zombie
di nascere dalla propria madre
di nascere con i piedi trasparenti
di rimanere intrappolato in un dipartimento universitario
di dover scontare un ergastolo con un professore universitario
di essere nato scemo ma nessuno lo dice per cortesia
di diventare scemo a forza di stare con gli scemi
di essere completamente pazzo
di essere l’unico a non essere pazzo
di fare a botte con il papa
di cadere vittima di una truffa escogitata da se stessi
di perdere la calma davanti a un bicchiere di vino
di acquistare la calma solo davanti a una bottiglia di vino
di amare la droga più che se stessi
di porgere alla droga l’altro braccio
di amare la droga d’altri
di pensare che la droga non fa la felicità
di fare l’amore nudo
di fare l’amore con l’abito della prima comunione
di fare l’amore con tutta la propria famiglia
di fare l’amore con il cadavere di Petrarca
di leccare un piede
di leccare una donna mestruata
di farsi leccare da un gruppo di carmelitane scalze
di svegliarsi dentro la testa di un arabo
di diventare il più grande cantante ma in arabo
di calzare le ciabatte di un musulmano
di far mangiare porchetta a venti musulmani
del fiato di un ebreo
di diventare tirchio come un ebreo
del nero della pelle di un africano
di diventare pigro come un africano
della pronuncia di un calabrese
di mangiare piccante come un calabrese
di avere le sopraciglia napoletane
di diventare ladro come un napoletano
della pelle gialla dei cinesi
di lavorare tutta la vita come un cinese
di avere un cervello statunitense
di diventare simpatico come uno statunitense
di avere le orecchie abruzzesi
di parlare il dialetto veneziano
di mangiare come un pugliese
di andare al cesso come un romano
di divertirsi come un milanese
di diventare omosessuale per sbaglio
di essere manipolato da un circolo di femministe
di nascere biondo
di avere le unghie che crescono già da vivo
di cagare delle murene
di cagare il pancreas
di cagare un feto
di mettere il piede dentro l’ano di un mostro
</em></pre>
<p><em></em><em>(Il servizio fotografico, porco incluso, è stato realizzato interamente a spese dell&#8217;autore.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/24/il-pianeta-e-un-posto-poco-sicuro-il-pianeta-e-un-posto-pauroso/">Il pianeta è un posto poco sicuro (il pianeta è un posto pauroso)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Prima vennero a prendere gli zingari</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2007 10:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>Partiamo da un dato incontrovertibile: la Lega, da quattro legislature, amministra, insieme ai suoi alleati, la città di Milano, in una condizione politica davvero unica, con la regione saldamente nelle mani di Formigoni da circa un decennio e con, alle spalle, il governo di centro destra con la più lunga legislatura repubblicana, quello di Berlusconi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/05/prima-vennero-a-prendere-gli-zingari/">Prima vennero a prendere gli zingari</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/lega1.jpg" alt="lega1.jpg" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo da un dato incontrovertibile: la Lega, da quattro legislature, amministra, insieme ai suoi alleati, la città di Milano, in una condizione politica davvero unica, con la regione saldamente nelle mani di Formigoni da circa un decennio e con, alle spalle, il governo di centro destra con la più lunga legislatura repubblicana, quello di Berlusconi. Se c&#8217;era un problema di sicurezza, questa gente che oggi lancia allarmi e <a href="http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/04_Aprile/04/lega.shtml">organizza ronde</a>, avrebbe avuto tutte le condizioni ideali per risolverlo. Se c&#8217;era. E se, soprattutto c&#8217;era la voglia di risolverlo. <span id="more-3650"></span>Perché, per come la vedo io, non c&#8217;è nessuna voglia di risolvere un bel niente. Perché a questi attivisti della passeggiata nei campi nomadi, i rom fanno comodo; se non esistessero dovrebbero inventarli. Sono il nemico che manca, il cattivo, l&#8217;orco, l&#8217;uomo nero. Sono il male necessario, sono i differenti, i diversi, i mostri, quelli fuori dal cerchio comunitario, gli altri. Se non ci fossero gli altri non ci saremmo noi. Se non ci fossero i nemici non definiremmo gli amici. E gli amici degli amici.<br />
Dare addosso all&#8217;immigrato oggi non conviene, perché gli amici degli amici, spesso imprenditori con la fabrichetta che fa lavorare in nero i neri (che negro non si può dire in pubblico che fa razzista e noi non siamo razzisti) ne hanno un bisogno vitale. E poi i neri sono quelli che violentano le nostre donne, mica quelli che rubano. Inutile ricordare che il 90% delle violenze nei confronti di donne è perpetrato da italiani e, altra cosa che non si dice, che il 75% di donne che subiscono quelle violenze sono straniere.<br />
Quindi non siamo noi ad essere razzisti ma sono loro, gli zingari, ad essere ladri. È da oltre un decennio che, prima fotocopiato, poi direttamente in rete, gira un volantino anonimo con i segni che gli zingari tracciano sulle pulsantiere delle abitazioni per permettere ai loro simili di rubare, al meglio. Ma noi siamo furbi; noi ce ne accorgiamo, noi diffondiamo la notizia. E loro, a quanto pare, sono proprio stupidi, se i segni che usano sono gli stessi da decenni, senza neppure cambiarli dopo essere stati scoperti. Che sia un falso degno dei <em>Protocolli dei savi di Sion</em>, non ha importanza, ora. Ci sono elezioni amministrative a breve, c&#8217;è da battere il tamburo, c&#8217;è da soffiare sul fuoco, sull&#8217;allarme sicurezza, <em>Moratti docet</em>. Allora, ragazzi miei, vi prego, abbiate il coraggio di spingere sull&#8217;acceleratore. Ditelo ad alta voce: interniamoli in un campo, bruciamoli, facciamo questo bel sacrificio rituale che ci rimette in pace con noi stessi. Chi li piangerà mai?<br />
Sto esagerando? Risolvere civilmente la convivenza col popolo rom, con chi non ci piace, con chi è troppo diverso da noi, è la differenza che passa dalla democrazia &#8211; che se deve “difendersi” punisce eventualmente il singolo per le sue effettive azioni personali &#8211; al razzismo, che castiga qualcuno “a prescindere”, per la sua semplice appartenenza ad una etnia, ad un gruppo.<br />
Non andrebbero mai dimenticate le parole del poeta, quando diceva che prima vennero a prendere gli zingari perché rubavano, ma lui zingaro non era e la cosa non gli interessava, poi i comunisti ma lui comunista non era, poi gli ebrei, ma lui ebreo non era. Poi vennero a prendere lui. Ma non c&#8217;era rimasto più nessuno a protestare.</p>
<p>[<em>pubblicato in una versione più breve su</em> La Repubblica - Milano <em> di oggi</em>]<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/razquot3-big.gif" alt="logo razzismi quotidiani grande" id="image2210" title="logo razzismi quotidiani grande" align="middle" /></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/05/prima-vennero-a-prendere-gli-zingari/">Prima vennero a prendere gli zingari</a></p>
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