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	<title>Nazione Indiana &#187; sionismo</title>
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		<title>L&#8217;Israeliano Napolitano</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 13:34:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> </strong><strong>Luca Galassi</strong></p>
<p style="font-weight: bold;"> &#8230;</p>
Elevare lo status del rappresentante palestinese in Italia a quello di &#8216;ambasciatore&#8217; può essere un mero escamotage formale. Perchè, in sostanza, lo Stato palestinese non esiste. Che la formula sia “riconosciuta dal governo israeliano” è una conferma al gattopardesco rituale degli incontri diplomatici.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/17/lisraeliano-napolitano/">L&#8217;Israeliano Napolitano</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> </strong><strong>Luca Galassi</strong></p>
<p style="font-weight: bold;"><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<div>Elevare lo status del rappresentante palestinese in Italia a quello di &#8216;ambasciatore&#8217; può essere un mero escamotage formale. Perchè, in sostanza, lo Stato palestinese non esiste. Che la formula sia “riconosciuta dal governo israeliano” è una conferma al gattopardesco rituale degli incontri diplomatici. Napolitano è stato ieri in visita in Israele e in Cisgiordania. Se al presidente palestinese ha promesso un nuovo rango per la sua feluca – “un altro regalo che ci fa l&#8217;Italia”, ha commentato in modo assai infelice Abu Mazen – agli israeliani Napolitano, nel corso dell&#8217;incontro a Gerusalemme dal titolo “Italia e Israele, da 150 anni insieme”, ha ricordato i legami storici tra Mazzini e Herzl. Perché Italia e Israele dovrebbero essere legati da 150 anni di storia, cultura, politica comune? Che c&#8217;entra il patriota italiano con il teorico e fondatore del sionismo?</div>
<div id="_mcePaste">Chi conosce la storia del sionismo e dello Stato di Israele risponderebbe senza esitazione: c&#8217;entrano molto poco. Eppure, metterli insieme, accomunarli in modo arbitrario, deliberato e sgangherato, sancire una comunità di ideali e di aspirazioni tra Mazzini e Herzl – oltreché far correre parallele le storie di due nazioni il cui processo di costruzione è agli antipodi – ha un suo preciso significato.<span id="more-39059"></span></div>
<div id="_mcePaste">Per legittimarsi, il potere ha da sempre avuto bisogno di una genealogia. Se una comunità, un popolo, una nazione, non hanno forza, credito, sostegno, necessari a garantirsi l&#8217;esistenza (e il mantenimento di tale esistenza, ovvero la sopravvivenza), deve entrare in gioco una narrazione storica che si richiami a una mitologia. Genealogia e mitologia sono il lievito che, impastato alla teoria e all&#8217;ideologia politica, rende commestibile un pane altrimenti azzimo.</div>
<div id="_mcePaste">Ebbene, suo malgrado, Napolitano obbedisce a questo: alla fondazione di un mito e alla sua propaganda. Suo malgrado perché non sa quel che dice. Suo malgrado perché dice quello che gli dicono di dire. Nelle stanze delle istituzioni italiane si sta imponendo un processo di legittimazione dello Stato di Israele e della società israeliana che parte da una colossale mistificazione. E Napolitano è voce forse inconsapevole di tale processo.</div>
<div id="_mcePaste">Il presidente della Repubblica italiana ieri ha detto che la storia d&#8217;Italia e quella di Israele sono “intrecciate in modo speciale e ineludibile”, che “alla radice di entrambi i processi unitari c&#8217;è la coscienza di un&#8217;identità mai sopita”, che i &#8216;nostri&#8217; sono “due popoli il cui destino appare intrecciato in nome di una storia così alta e ricca di idealità”, ha sostenuto che sia “la nazione mazziniana che il sionismo di Theodor Herzl sono ben lontani dagli esiti disastrosi dei nazionalismi del XX Secolo”. Ma soprattutto Napolitano ha detto che “il nostro Risorgimento fu fonte di ispirazione e di incoraggiamento per l&#8217;evolversi della coscienza ebraica nel senso della consapevolezza di rappresentare non più solo una comunità religiosa, ma un popolo e una nazione, e di dover mirare al Ritorno nella terra di Palestina. Ma importante – conclude, come se non bastasse, il capo dello Stato italiano – agli albori del sionismo, fu la lezione, soprattutto, di Giuseppe Mazzini per suggerire un approccio alla questione nazionale che presentasse la più limpida impronta umanistica e universalistica&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">Non si capisce in che modo possano essere intrecciate le storie di due nazioni che si sono formate in modo completamente diverso: la prima con i moti carbonari, le Cinque giornate di Milano, la guerra di indipendenza contro gli occupanti borboni, austriaci, spagnoli, francesi. La seconda con l&#8217;acquisto e la presa di possesso violenta di una terra abitata da altri, con l&#8217;immigrazione illegale e la colonizzazione. La &#8216;storia&#8217; così &#8216;alta e ricca di idealità&#8217; che accomuna i due popoli è, per Israele, una storia di invasione e di occupazione. Esattamente il contrario di quella italiana, che è stata di liberazione. Se il sionismo di Herzl è “lontano dagli esiti disastrosi dei nazionalismi del XX Secolo”, chi potrà contestare che la costruzione della nazione israeliana ha avuto esiti disastrosi per settecentomila (secondo la moderna storiografia israeliana) palestinesi che abitavano la Palestina? Come poté il &#8216;nostro Risorgimento&#8217; essere &#8216;ispirazione e incoraggiamento&#8217; per l&#8217;evolversi di una coscienza ebraica intesa come rappresentazione di un &#8216;popolo&#8217; e di una &#8216;nazione&#8217;, e di &#8216;dover mirare al Ritorno nella terra di Palestina&#8217;? In che modo il nostro Risorgimento – che ha combattuto gli occupanti – avrebbe incoraggiato gli ebrei a diventare essi stessi occupanti, a mettere in fuga gli indigeni palestinesi, a diventare d&#8217;incanto un &#8216;popolo&#8217; solo per ius soli, a formare la propria nazione su un territorio solo biblicamente &#8216;promesso&#8217; (fatte salve le &#8216;rassicurazioni&#8217; di Lord Balfour nel 1917), a plasmarlo in seguito a un&#8217;immigrazione continua e illegale, a generare una &#8216;nazione&#8217; cosmopolita totalmente artificiale e ad espellerne con massacri i legittimi abitanti? Avrebbe Mazzini appoggiato tale operazione?</div>
<div id="_mcePaste">Non è difficile individuare gli ispiratori del discorso di Napolitano. Uno si chiama Luigi Compagna, è un senatore del Pdl e nel 2010 ha scritto un libro intitolato “Theodor Herzl. Il Mazzini d&#8217;Israele”, in cui sostiene pari pari le tesi enunciate da Napolitano. Compagna, presidente dal 2001 al 2006 del Comitato interparlamentare di amicizia Italia-Israele, è stato il relatore, nel 2005, di un Ddl per la &#8216;salvaguardia culturale del patrimonio ebraico&#8217;, poi diventato legge: un finanziamento di cinque milioni di euro nell&#8217;arco di tre anni. L&#8217;altro è Francesco Nucara, segretario del Pri e oggi nel Gruppo dei Responsabili, che affiancava Herzl a Mazzini nel suo discorso “La nascita dell&#8217;Italia indipendente e quella dello Stato di Israele”, tenuto al municipio di Sderot nel 2007. Tale discorso si concludeva così: “Gli occidentali hanno il dovere di difendere Israele, perché, come diceva lo scomparso leader La Malfa, &#8216;la libertà dell&#8217;occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”. Durante la visita del sindaco di Sderot alla sede del Pri, Nucara disse: “Noi difendiamo Israele perché è l&#8217;unica democrazia in tutto il Medio Oriente”. Nucara e Compagna sono entrambi esponenti della lobby ebraica in Italia. E sono entrambi massoni. Anche Mazzini era massone. Ma auspicava &#8211; riprendendo il discorso di Napolitano di ieri &#8211; “l&#8217;aspirazione a realizzare condizioni di pacifica e cooperativa convivenza fra nazioni”. Parole paradossali, se applicate allo Stato di Israele. Ma anche parole pericolose.</div>
<div id="_mcePaste">Pericolose perché mistificano. Pericolose perché, provenendo dalla più alta carica dello Stato italiano in missione diplomatica, rappresentano la linea di politica estera di un Paese e l&#8217;opinione del popolo di questo Paese. Avvalorando tesi che affratellano uno dei padri della patria italiana con l&#8217;ideologo del sionismo – in una subdola operazione di hasbara, di propaganda –, non solo si giustifica il sionismo, quello originario di Herzl e quello degenerato fino ai giorni nostri in forme ben più perniciose. Ma si reca ingiuria al pensiero liberale, democratico, laico, solidale e progressista di Mazzini. Al suo ossequio per i principi di giustizia sociale, di libertà, di pace. Alla sua fede nella autodeterminazione dei popoli. Di tutti i popoli, e non di uno soltanto.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/17/lisraeliano-napolitano/">L&#8217;Israeliano Napolitano</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 07:03:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese</strong></p>
<p>Pisa, 5 marzo 2010 (<a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/">link</a>)</p>
<p>Cari colleghi,</p>
<p>siamo un gruppo di docenti universitari italiani particolarmente sensibili alla situazione universitaria e scolastica del popolo palestinese, sia nei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), sia all’interno dello Stato israeliano, in particolare in Galilea, dove vivono oltre un milione di “arabi-israeliani”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/">Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese</strong></p>
<p>Pisa, 5 marzo 2010 (<a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/">link</a>)</p>
<p>Cari colleghi,</p>
<p>siamo un gruppo di docenti universitari italiani particolarmente sensibili alla situazione universitaria e scolastica del popolo palestinese, sia nei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), sia all’interno dello Stato israeliano, in particolare in Galilea, dove vivono oltre un milione di “arabi-israeliani”. Per esperienza diretta e sulla base di ricerche effettuate da centri studi palestinesi e israeliani possiamo denunciare gravi violazioni del diritto all’istruzione, della libertà di insegnamento e della libertà di pensiero del popolo palestinese. Poiché l&#8217;Italia nel 2009 è diventata primo partner europeo nella ricerca scientifica e tecnologica dello Stato di Israele, responsabile delle violazioni di cui sopra, riteniamo necessario che la comunità accademica italiana prenda coscienza delle discriminazioni in atto. <span id="more-31779"></span></p>
<p>Il livello culturale e scientifico nelle 11 università palestinesi è stato fortemente condizionato dall&#8217;occupazione e dalle restrizioni alla mobilità di docenti e studenti, in violazione della IV Convenzione di Ginevra. Dopo la chiusura di scuole e università palestinesi da parte del governo israeliano durante la Prima Intifada (1987-93), gli accordi di Oslo hanno consentito la creazione di un Ministero dell&#8217;Istruzione dell&#8217;Autorità Nazionale Palestinese, ma le violazioni da parte dell&#8217;esercito israeliano sono continuate. In termini di perdita di vite umane, dall&#8217;ottobre 2000 al giugno 2008, 658 studenti sono stati uccisi, 4852 feriti (di cui 3607 minorenni) e 738 imprigionati. Tra i docenti, 37 sono stati uccisi, 55 feriti e 190 detenuti. Nello stesso periodo il danno totale alle università (edifici, attrezzature ecc.) a causa delle invasioni israeliane ammonta a 7.888.133 USD, mentre per le scuole il danno è di 2.298.389 USD. Tutto questo comporta una bassa percentuale di studenti iscritti e una scarsa presenza di docenti. A Gaza, in particolare, la situazione è drammatica: il 50% degli studenti è assente e lo è anche il 40% dei docenti. Qui durante l&#8217;operazione militare Piombo Fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009) l&#8217;aviazione israeliana ha bombardato, distruggendo o danneggiando gravemente, 280 scuole/asili e 16 edifici universitari. In pochi giorni sono stati uccisi 164 studenti e 12 docenti.</p>
<p>La privazione della libertà di movimento di studenti e docenti palestinesi è inoltre una violazione del diritto allo studio e all&#8217;attività accademica. I check-point militari che costellano la Cisgiordania rendono difficile raggiungere scuole e università, e nei periodi in cui si svolgono esami scolastici e universitari i controlli si fanno particolarmente severi. A Gaza invece è l&#8217;assedio a impedire l&#8217;entrata e l&#8217;uscita dalla striscia di docenti palestinesi che volessero svolgere attività di ricerca presso università estere, di docenti stranieri che volessero visitare le università di Gaza, e degli oltre 1000 studenti che ogni anno fanno domanda per studiare all&#8217;estero. E non dovrebbero essere dimenticati i casi di discriminazione degli studenti arabi da parte di università israeliane, ampiamente denunciati da rappresentanze studentesche e sindacati di docenti palestinesi ma anche da organizzazioni israeliane per i diritti umani. Più generalmente, le principali istituzioni accademiche israeliane non hanno assunto una posizione neutrale e apolitica nel conflitto e rivendicano il sostegno della ricerca scientifica alle istituzioni governative e militari israeliane, giungendo persino a tollerare il riconoscimento dello status di “centro universitario” al College di Ariel, situato in un insediamento illegale nei territori occupati. Consigliamo la lettura del dossier curato da Uri Y. Keller, <a href="http://www.alternativenews.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2223:the-economy-of-the-occupation-23-24-academic-boycott-of-israel&amp;catid=172:economy-of-the-occupation&amp;Itemid=930">Academic boycott of Israel and the complicity of Israeli academic institutions in the occupation of Palestinian territories</a>.</p>
<p>La prospettiva che si fa sempre più probabile è un vero e proprio etnocidio del popolo palestinese ed arabo-israeliano: le nuove generazioni sono esposte ad una radicale perdita della conoscenza della propria storia e della propria identità culturale e linguistica.</p>
<p>Che cosa intendiamo fare e vi stiamo proponendo? Vorremmo anzitutto chiedervi di rispondere positivamente a questa nostra “Lettera aperta” e di aderire al nostro progetto di intervento a favore delle università palestinesi. Una volta ottenuto un numero sufficiente di adesioni al nostro documento vorremmo organizzare dei seminari in sedi universitarie italiane con la presenza di docenti universitari italiani, palestinesi e israeliani. L’obiettivo sarebbe l’individuazione e l’impostazione degli strumenti di intervento concreto a favore delle università e delle nuove generazioni di studenti e studiosi palestinesi e arabo-israeliani. Molto utile potrebbe essere la firma di convenzioni di cooperazione culturale, scientifica e didattica fra atenei italiani e atenei palestinesi. Un ulteriore passo avanti potrebbe essere l’organizzazione di un primo convegno nazionale su questi temi, con la collaborazione di istituzioni nazionali e internazionali, non solo accademiche, disposte a sostenere il nostro progetto: aiutare le nuove generazioni palestinesi a raggiungere in assoluta autonomia un buon livello di scolarizzazione e acculturazione universitaria nonostante l’occupazione, l&#8217;assedio e la repressione in corso.</p>
<p><strong>Firme dei proponenti:</strong></p>
<p>Danilo Zolo (Filosofo del diritto, Università di Firenze)</p>
<p>Angelo Baracca (Fisico nucleare, Università di Firenze)</p>
<p>Giorgio Gallo (Informatico, Università di Pisa)</p>
<p>Giorgio Forti (Biologo, Università di Milano)</p>
<p>Martina Pignatti Morano (Scienza per la pace, Università di Pisa)</p>
<p>Cinzia Nachira (Storica, Università del Salento)</p>
<p>&#8230;</p>
<p>e altri 220 &#8211; leggi <a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/category/lettera-aperta/firme-dei-proponenti/">tutte le firme</a> dei proponenti.</p>
<p>Per adesioni all&#8217;iniziativa scrivere a: diritto.studio.palestina@gmail.com</p>
<p><a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/">http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/">Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</a></p>
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		<title>I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 05:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>[Invito tutti coloro che s'interessano alla questione israelo-palestinese a leggersi senza pregiudizi questa intervista a Jeff Halper. A me sembra di una straordinaria lucidità e onestà intellettuale. Non solo ma, in mezzo a tanta anti-politica, apre delle reali prospettive politiche. A I] </em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/">I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff_halper2-300x200.jpg" alt="jeff_halper2" title="jeff_halper2" width="300" height="200" class="aligncenter size-medium wp-image-22345" /></p>
<p><em>[Invito tutti coloro che s'interessano alla questione israelo-palestinese a leggersi senza pregiudizi questa intervista a Jeff Halper. A me sembra di una straordinaria lucidità e onestà intellettuale. Non solo ma, in mezzo a tanta anti-politica, apre delle reali prospettive politiche. A I] </em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.<br />
In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, <em>Israeli Committee Against House Demolitions</em> ( <a href="http://www.icahd.org">www.icahd.org</a> ), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che  forniscono supporto economico e materiale per  la loro ricostruzione. Per questa attività, e per il suo attivismo pacifista, Halper è stato arrestato dal governo israeliano una decina di volte, ed è ora considerato uno dei più autorevoli attivisti israeliani per la pace e i diritti civili. </p>
<p>In questi giorni Halper è in Italia per un giro di conferenze e per promuovere il suo libro “Ostacoli alla pace”, Edizioni “una città”. Il programma delle sue conferenze è consultabile su: <a href="http://www.unacitta.it ">www.unacitta.it </a>.<br />
<span id="more-22237"></span><br />
*</p>
<p><em>Tu sei un cittadino dello &#8220;stato ebraico&#8221; di Israele, uno stato fortemente voluto nel Novecento dal movimento sionista e ottenuto dopo 50 anni di grande emigrazione degli ebrei europei nel 1948, sulla spinta della fine della Seconda guerra mondiale e del terribile crimine della Shoah. Che cos&#8217;è per te oggi, concretamente, il sionismo?</em></p>
<p>Halper: “Il sionismo fu un movimento nazionale che ebbe un senso in un determinato tempo e luogo. Mentre i popoli d’Europa cercavano un’identità come nazioni rivendicando i loro diritti all’autodeterminazione, allo stesso modo si comportavano gli ebrei, considerati all&#8217;epoca dalle nazioni d&#8217;Europa stesse un popolo separato. Tuttavia, due problemi trasformarono il sionismo in un movimento coloniale che oggi non può più essere sostenuto. Innanzitutto, il sionismo adottò una forma di nazionalismo tribale, influenzato dal pan-slavismo russo e dal pan-germanismo del centro Europa, culture dominanti nei territori dove la maggior parte degli ebrei vivevano in Europa, rivendicando la terra d&#8217;Israele fra il Mediterraneo e il fiume Giordano come fosse un diritto esclusivamente ebraico. Questo creò i presupposti per un inevitabile conflitto con i popoli indigeni, quelli della comunità araba palestinese, che ovviamente rivendicavano un proprio Paese dopo la partenza dei britannici. Se il sionismo avesse riconosciuto l&#8217;esistenza di un altro popolo nel territorio, &#8220;alloggiare&#8221; tutti in una sorta di stato bi-nazionale sarebbe stato ancora possibile. Ma pretendere la proprietà esclusiva, pretesa che anche oggi sussiste dai sionisti e da Israele, rende non fattibile uno stato &#8220;ebraico&#8221;. Il secondo problema fu che il paese non era disabitato. Una proprietà esclusiva del territorio avrebbe potuto funzionare se fosse stato completamente privo di abitanti. Ma visto che la popolazione palestinese esisteva ed era in effetti in maggioranza, cosa che sta avvenendo anche oggi, una realtà bi-nazionale esisteva già allora e doveva essere gestita come tale.” </p>
<p><em>Molti anni fa tu ti sei trasferito dagli USA in Israele: è stata una scelta dovuta a motivi contingenti, personali, o spinta da una motivazione ideologica?</em></p>
<p>Halper: “Sono cresciuto negli Stati Uniti negli anni ‘60. Sono sempre stato coinvolto nelle attività politiche della sinistra (o perlomeno la nuova sinistra): i movimenti per i diritti civili di Martin Luther King, il movimento contro la guerra in Vietnam ecc. Dunque, dopo il 1967 sono diventato critico dell&#8217;occupazione d&#8217;Israele (Israele non fu mai un argomento politico di grande rilievo prima di quel momento). Ma gli anni ‘60 furono anche un periodo in cui molti di noi cittadini americani bianchi di classe media rifiutavamo il materialismo americano e la conseguente superficialità della sua cultura, cercando significati più profondi attraverso la ricerca delle nostre radici etniche. Man mano che divenivo più distaccato dalla cultura americana, la mia identità di ebreo diventò centrale &#8211; ma in senso culturale e viscerale, non religioso. Ho viaggiato attraverso Israele nel 1966, mentre ero in transito per andare ad effettuare delle ricerche in Etiopia, e il paese mi &#8220;parlò&#8221;. Provai un senso di appartenenza che risultò soddisfacente alla mia ricerca di un&#8217;identità, pur restando conscio a livello politico dell&#8217;occupazione, a cui mi opponevo. Quando mi sono trasferito in Israele nel 1973, mi sono immediatamente unito ai movimenti pacifisti di sinistra.</p>
<p>Le mie vedute negli anni sono cambiate coi tempi e le circostanze. Ormai non sono più un sostenitore della soluzione dei due stati, visto che non ritengo che Israele sia realizzabile come stato &#8220;ebraico&#8221;, sostenendo al contrario la soluzione dello stato bi-nazionale. Però credo ancora che gli ebrei abbiano legittimamente diritto a un posto in Israele/Palestina, anche come entità nazionale. Non siamo stranieri in questa terra e non accetto la nozione che il sionismo sia semplicemente un movimento coloniale europeo (sebbene si sia effettivamente comportato come tale).” </p>
<p><em>In Europa, e segnatamente in Italia, sta passando l&#8217;equazione antisionismo uguale antisemitismo; infatti, il nostro presidente Napolitano durante la Giornata della Memoria del 2007 ha detto che va combattuta ogni forma di antisemitismo, anche quando si traveste da antisionismo, e qualche mese fa, il presidente della Camera Fini ha detto in tivù, di fronte all&#8217;accondiscendente presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che oggi l&#8217;antisionismo è la nuova forma che ha assunto l&#8217;antisemitismo. Come spieghi questo fenomeno? Che significato ha a livello politico internazionale?</em></p>
<p>Halper: “Questo è il risultato di una campagna martellante da parte del governo israeliano per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele o le sue politiche. Diversi anni fa, in una riunione di strategia tenutasi al ministero degli affari esteri, un &#8220;nuovo antisemitismo&#8221; fu inventato, che sfruttava in modo conscio e deliberato l&#8217;antisemitismo per fini di pubbliche relazioni israeliane. Il &#8220;nuovo antisemitismo&#8221; affermava che ogni critica mossa contro Israele era anche antisemita. Tutto ciò non è solo falso e disonesto da un punto di vista politico, ma pericoloso per tutti gli ebrei del mondo. L&#8217;antisemitismo è effettivamente un problema che andrebbe combattuto assieme ad altre forme di razzismo. Definirlo solo in termini israeliani lascia altri ebrei della diaspora senza protezione. E&#8217; quindi considerato accettabile essere antisemiti, vedi Fini e gli evangelisti americani come Pat Robertson, ad esempio, purché si è &#8220;pro-Israele&#8221;. Loro lo sono per vari motivi (principalmente perché Israele si è allineata con elementi destrorsi e fascisti ovunque nel mondo). Ma se sei critico di Israele come Paese, ed abbiamo tutti il diritto di esserlo, non sei antisemita però vieni condannato e zittito secondo la dottrina del &#8220;nuovo antisemitismo&#8221;. E&#8217; conveniente per Israele ma pericoloso sia per gli ebrei della diaspora che per chiunque si batta a favore dei diritti umani e contro il razzismo.”  <br />
<em><br />
In Israele hai fondato l&#8217;Icahd, l&#8217;Israeli Committee Against House Demolitions, con il quale ti sei opposto, anche fisicamente, alla demolizione di molte case palestinesi, finendo più volte in carcere per questo. Come giudichi le politiche israeliane per l&#8217;assegnazione della terra e per i permessi edilizi? Credi si possa parlare di apartheid?</em></p>
<p>Halper: “I governi israeliani più recenti hanno tentato di istituzionalizzare un sistema di apartheid, basato su un &#8220;Bantustan&#8221; palestinese, prendendo a modello ciò che fu creato nell&#8217;era dell&#8217;apartheid in Sud Africa. Quest&#8217;ultima creò dieci territori non-autosufficienti, per la maggioranza abitati da neri, ricoprenti solo l&#8217;11% del territorio nazionale, in modo da dare al Sud Africa una manovalanza a buon mercato e contemporaneamente liberandola della sua popolazione nera, rendendo quindi possibile il dominio europeo &#8220;democratico&#8221;. Questo è esattamente ciò che intenderebbe fare Israele – il proprio &#8220;Bantustan&#8221; palestinese comprenderebbe solo il 15% del territorio della Palestina storica. In effetti, dai tempi di Barak come primo ministro, Israele ha proprio adottato il linguaggio dell&#8217;apartheid. Quindi il termine usato per definire la politica di Israele nei confronti dei palestinesi è hafrada, che in ebraico significa &#8220;separazione&#8221;, esattamente come lo fu in Afrikaans. Apartheid non è né uno slogan, né un sistema esclusivo del Sud Africa. La parola, come viene usata qui, descrive esattamente un regime che può aver avuto origine in Sud Africa, ma che può essere importato e adattato alla situazione locale. Alla sua radice, l&#8217;apartheid può essere definita avente due elementi: prima di tutto, una popolazione che viene separata dalle altre (il nome ufficiale del muro è &#8220;Barriera di Separazione&#8221;), poi la creazione di un regime che la domina definitivamente e istituzionalmente. Separazione e dominio: esattamente la concezione di Barak, Sharon e eventualmente, Olmert e Livni, per rinchiudere i palestinesi in cantoni poveri e non autosufficienti.</p>
<p>La versione israeliana dell&#8217;apartheid è tuttavia persino peggiore di quella sud africana. In Sud Africa i Bantustans erano concepiti come riserve di manodopera nera a buon mercato in un&#8217;economia sud africana bianca. Nella versione israeliana i lavoratori palestinesi sono persino esclusi dall&#8217;economia israeliana, e non hanno nemmeno un&#8217;economia autosufficiente propria. Il motivo è che Israele ha scoperto una manodopera a buon mercato tutta sua: all&#8217;incirca 300 000 lavoratori stranieri provenienti da Cina, Filippine, Thailandia, Romania e Africa occidentale, la pre-esistente popolazione araba in Israele, Mizrahi, etiope, russa e est europea. Israele può quindi permettersi di rinchiuderli là dentro persino mentre gli vengono negate una propria economia e legami liberi con i paesi arabi circostanti. Da ogni punto di vista, storicamente, culturalmente, politicamente ed economicamente, i palestinesi sono stati definiti un&#8217;umanità di troppo, superflua. Non gli resta che  fare da popolazione di &#8220;stoccaggio&#8221;, condizione che la preoccupata comunità internazionale sembra continuare a permettere a Israele di attuare. </p>
<p>Tutto ciò porta oltre l&#8217;apartheid, a quello che può essere definito lo &#8220;stoccaggio&#8221; dei palestinesi, una della popolazioni mondiali &#8220;di troppo&#8221;, assieme ai poveri del mondo intero, i detenuti, gli immigrati clandestini, i dissidenti politici, e milioni di altri emarginati. “Stoccaggio” rappresenta il migliore, e anche il più triste dei termini per definire ciò che Israele sta creando per i palestinesi nei territori occupati. Siccome lo &#8220;stoccaggio&#8221; è un fenomeno globale e Israele è stato pioniere nel creare un modello di questo metodo, ciò che sta accadendo ai palestinesi dovrebbe essere affare di tutti. Potrebbe costituire una forma di crimine contro l&#8217;umanità completamente nuovo, e come tale essere soggetto a una giurisdizione universale delle corti del mondo come qualsiasi altra palese violazione dei diritti umani. In questo senso &#8220;l&#8217;occupazione&#8221; di Israele ha implicazioni che vanno ben oltre un conflitto locale fra due popoli. Se Israele può confezionare e esportare la sua articolata &#8220;matrice di controllo&#8221;, un sistema di repressione permanente che unisce una amministrazione kafkiana, leggi e pianificazioni con forme di controllo palesemente coercitive contro una precisa popolazione mantenuta entro i limiti di comunità murate con metodi ostili (insediamenti in questo caso), mura e ostacoli di vario tipo contro qualsiasi libero spostamento, allora, in questo caso, come scrive lucidamente Naomi Klein nel suo libro The Shock Doctrine, altri paesi guarderanno ad Israele/Palestina osservando che : &#8220;Un lato sembra Israele; l&#8217;altro lato sembra Gaza&#8221;. In altre parole, una Palestina Globale.”</p>
<p><em>Ti abbiamo visto in alcuni filmati descrivere la situazione di Gerusalemme est, spiegare quante e quali case palestinesi sono state distrutte: che cosa sta succedendo a Gerusalemme est? Si può parlare di pulizia etnica per Gerusalemme est, come fa Ilan Pappé?</em></p>
<p>Halper: “Concordo con Pappé nell&#8217;affermare che la pulizia etnica non stia avvenendo solo nella Gerusalemme est, ma anche nel resto dei territori occupati e in tutto Israele stesso. L&#8217;anno scorso il governo israeliano ha distrutto tre volte più case dentro Israele &#8211; appartenenti a cittadini israeliani che naturalmente, erano tutti palestinesi o beduini &#8211; rispetto al numero che ha distrutto nei territori occupati. L&#8217;ICAHD ha come scopo quello di resistere all&#8217;occupazione opponendosi alla politica di Israele di demolire le case dei palestinesi. Dal 1967 Israele ha distrutto più di 24 000 case palestinesi &#8211; praticamente tutte senza motivo o giustificazioni legate alla &#8220;sicurezza&#8221;, oltre ad aver dato decine di migliaia di ordini di demolizione, che possono essere messi in atto in qualsiasi momento.”</p>
<p><em>Israele negli ultimi 4 anni ha sostenuto due guerre di invasione sanguinarie, quelle contro il Libano e la Striscia di Gaza. Ha ricevuto da molte parti accuse di crimini di guerra, sia per il tipo di armi che ha usato sia per la volontà deliberata di colpire la popolazione e le strutture civili, impedendo in molti casi i soccorsi medici. Come spieghi l&#8217;apparente consenso di una grande maggioranza di cittadini israeliani nei confronti di queste guerre? Come spieghi l&#8217;adesione a queste soluzioni politiche da parte di intellettuali considerati “pacifisti” come Grossmann e Oz?</em></p>
<p>Halper: “In Israele, la popolazione ebraica è ben poco interessata sia all&#8217;occupazione che al più universale principio della pace. Sono entrambi non-argomenti in Israele (non credo che siano stati menzionati una sola volta durante la passata campagna elettorale). Gli ebrei israeliani stanno attualmente vivendo una vita piacevole e sicura, e Barak e gli altri leader sono riusciti a convincere la gente che non esiste soluzione politica, che agli arabi non interessa la pace (siamo bravissimi a dare la colpa ad altri per evitare le nostre responsabilità di grande potenza colonizzatrice degli ultimi 42 anni!). Finché tutto sarà tranquillo e l&#8217;economia andrà bene, nessuno vuole sapere nulla degli &#8220;arabi&#8221;. Credo che dobbiamo rinunciare a sperare di vedere il pubblico israeliano come elemento attivo del cambiamento verso la pace. La maggior parte degli israeliani non si intrometterebbero in una soluzione imposta se la comunità internazionale dovesse insistere nell&#8217;imporne una, ma non farebbero alcun passo significativo da soli in quella direzione. Alla stessa maniera dei bianchi in Sud Africa, che accettarono e in alcuni casi dettero il benvenuto alla fine dell&#8217;apartheid, e che al tempo stesso non sarebbero mai insorti contro di essa. Invece per quel che riguarda gli &#8220;intellettuali&#8221;, anche loro non vedono. E&#8217; la dimostrazione che si può essere estremamente sensibili, intelligenti, ricettivi come Amos Oz e alcuni dei nostri professori, che tuttavia rimangono al sicuro nella loro &#8220;nicchia&#8221;.”</p>
<p><em>Tu da qualche anno sostieni che non è più praticabile sul campo la soluzione due nazioni due stati, poichè Israele ha ormai occupato con il Muro, le colonie e le strade gran parte della West Bank. Sostieni quindi la soluzione di uno stato laico binazionale. Oggi, dopo la carneficina di Gaza, e dopo le elezioni israeliane, è ancora immaginabile questa soluzione?</em></p>
<p>Halper: “Noi dell&#8217;ICAHD crediamo che la soluzione dei due stati sia irrealizzabile &#8211; a meno che si accetti una soluzione da apartheid, un mini-stato palestinese sovrano solo a metà sul 15% del territorio palestinese storico, spezzettato in ciò che Sharon chiama quattro o cinque &#8220;cantoni&#8221;. Non li vediamo né come fattibili né giusti o pratici, sebbene Israele li veda come una soluzione e stia spingendo in questa direzione al processo di Annapolis. Per noi la questione non è solo di creare uno stato palestinese, ma uno stato autosufficiente. Non solo questo minuscolo stato palestinese dovrà sopportare il ritorno dei rifugiati, ma un 60% di palestinesi sotto l&#8217;età di 18. Se emerge uno stato che non ha alcuna possibilità di offrire un futuro ai suoi giovani, una economia autosufficiente che può svilupparsi, rimane semplicemente uno stato-prigione, un super-Bantustan.<br />
Credo che se non si materializzerà la soluzione dei due stati, e la soluzione per uno stato bi-nazionale (che io preferisco) verrà effettivamente impedita da Israele e la comunità internazionale, allora preferirei una confederazione economica medio orientale che comprenda Israele, Palestina, Giordania, Siria e Libano, nella quale tutti i residenti della confederazione abbiano la libertà di vivere e lavorare all&#8217;interno della stessa. Israele/Palestina è semplicemente un territorio troppo piccolo per poterci infilare tutte le soluzioni necessarie &#8211; la sicurezza, lo sviluppo economico, l&#8217;acqua, i rifugiati. E alla fine, quanto sarà grande lo stato palestinese sarà importante solo se verrà concepito come un&#8217;entità indipendente, economicamente autonoma. Se ai palestinesi sarà concessa la sovranità anche solo di un piccolo stato, più ristretto rispetto ai confini del &#8217;67, ma comunque avente l&#8217;intera confederazione per sviluppare la propria autonomia economica, credo che questo potrebbe rivelarsi lo scenario migliore. Ma questa è una proposta ambiziosa e campata in aria per il momento, e resta finora senza sostenitori (sebbene Sarkozy stia anche pensando in termini regionali). Quando si vedrà che la soluzione dei due stati è fallita, credo che allora la gente inizierà a cercare una nuova soluzione. E credo proprio che allora l&#8217;idea della confederazione risulterà sensata.”<br />
<em><br />
Credi che esistano forze politiche parlamentari, in Israele, in grado di sostenere un accordo autentico con i Palestinesi, in vista di una pace e della creazione di uno stato palestinese?</em></p>
<p>Halper: “L&#8217;unico ostacolo a un&#8217;autentica soluzione dei due stati (cioè uno stato palestinese disteso su tutti i territori occupati, con pochissime modifiche agli attuali confini) è nella volontà di Israele di permettere che avvenga. Giudicando dai fatti che si vedono sul terreno, la costruzione di nuovi insediamenti in particolare, nessun governo israeliano, né di destra né tanto meno di sinistra o centro, ha mai veramente considerato la soluzione dello stato palestinese come fattibile. Per rendere le cose ancora più difficili, se un simile governo dovesse mai emergere (e non ve n&#8217;è uno in vista), non avrebbe alcun mandato, alcuna autorità per evacuare gli insediamenti e &#8220;rinunciare&#8221; ai Territori Occupati Palestinesi considerato l&#8217;estrema frammentazione del sistema politico israeliano.</p>
<p>Semplicemente, fra i partiti politici non vi è alcuna unità d&#8217;intenti per concordare veramente una soluzione di pace e di due stati. Ecco perché, se la comunità internazionale dovesse forzare Israele a ritirarsi per una vera pace, il pubblico israeliano la sosterrebbe. Israele non è destrorso quanto la gente immagina. Ho quindi una formula per la pace: Obama, l&#8217;ONU o la comunità internazionale dovranno dire a Israele: 1) Vi amiamo (gli israeliani se lo devono sentir dire); 2) Garantiremo la vostra sicurezza (QUESTA è la preoccupazione maggiore del pubblico israeliano); 3) ora che è finita l&#8217;occupazione, sarete fuori da ogni centimetro cubo dei Territori Occupati Palestinesi entro i prossimi 2-3-4 anni (e noi, la comunità internazionale, pagheremo per il dislocamento). </p>
<p>Credo che ci sarebbe gente a ballare per le strade di Tel Aviv se tutto ciò avvenisse. Questo è esattamente ciò che vorrebbero gli israeliani, ma non possono sperarci, visto il nostro sistema politico. E&#8217; altamente improbabile che ciò avvenga.” </p>
<p><em>Che giudizio dai all&#8217;azione politica dei dirigenti palestinesi di Fatah ed Hamas dalla morte di Arafat a tutt&#8217;oggi?</em></p>
<p>Halper: “Ovviamente l&#8217;andamento della leadership palestinese è altamente problematico. Dobbiamo ricordare, tuttavia, che negli ultimi 40 anni Israele ha sostenuto una sistematica campagna di omicidi, esili e incarcerazioni dei capi di governo palestinesi, quindi la leadership attuale è mutilata (si potrebbe essere ingenerosi e, alla luce delle campagne condotte dall&#8217;autorità palestinese contro la sua stessa gente, affermare che l&#8217;attuale leadership di Fatah sia ancora viva e funzionante perché Israele sa bene chi deve eliminare e chi risparmiare).</p>
<p>Una delle mie maggiori critiche rivolte all&#8217;attuale leadership di Fatah riguarda la sua inefficacia nel veicolare la causa palestinese all&#8217;estero. Nonostante un cambiamento dell&#8217;opinione pubblica ormai più a favore dei palestinesi, soprattutto dopo l&#8217;invasione di Gaza, la leadership non ha saputo sfruttare il momento propizio per inviare i propri portavoce presso le popolazioni ed i governi del mondo (in effetti, nell&#8217;ultimo anno, incluso il cruciale periodo della transizione verso l&#8217;amministrazione Obama, non vi è stato un solo rappresentante palestinese a Washington &#8211; e i rappresentanti palestinesi all&#8217;estero, con qualche rara eccezione, sono generalmente inefficaci). Al contrario di Israele, pare che la leadership palestinese si sia quasi ritirata dal gioco politico. </p>
<p>In questo vuoto lasciato da Fatah, Hamas è giunto sulla scena come il &#8220;salvatore&#8221;, la forza/partito/leadership che resisterà ad Israele, resisterà alla &#8220;soluzione&#8221; dell&#8217;apartheid, manterrà l&#8217;integrità palestinese e combatterà la corruzione. Mentre la sua ideologia religiosa ed il suo programma dovrebbero essere considerati inaccettabili per qualsiasi persona minimamente progressista, si dovrebbe perlomeno ammirare la resistenza di Hamas e ammettere che stia effettivamente controbilanciando ciò che è stata percepita come la collaborazione di Fatah con Israele.”</p>
<p><em>Credi che se la classe politica palestinese usasse dei metodi di lotta nonviolenta, quali il digiuno pubblico, e se convincesse la popolazione palestinese israeliana o che lavora in Israele a forme di sciopero generalizzato potrebbe ottenere dei risultati concreti?    </em></p>
<p>Halper: “I metodi non-violenti sarebbero potuti essere efficaci. Se la leadership palestinese fosse più portata alla strategia, potrebbe usare a proprio vantaggio metodi non-violenti, come il movimento BDS (Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni) e altre campagne analoghe con gruppi di pressione efficaci. Ma non lo fanno.” </p>
<p>*</p>
<p>Oltre alle sue attività accademiche e per l’ICAHD, Halper scrive libri ed è un conferenziere internazionale.<br />
Nel 2006 è stato candidato al Premio Nobel per la Pace dall’American Friends Service Committe.<br />
Nell’agosto del 2008 Halper ha partecipato alla spedizione per Gaza del “Free Gaza Movement”*. La spedizione era costituita da un gruppo internazionale di attivisti dei diritti umani, tra i quali l’italiano Vittorio Arrigoni, e ha raggiunto Gaza a bordo di un peschereccio partito da Cipro, rompendo così per la prima volta l’embargo marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza. </p>
<p>* Qui si può leggere il comunicato stampa con cui Halper ha annunciato la sua adesione alla spedizione: http://<a href="http://www.freegaza.org/uploads/media/italiantexts.pdf">www.freegaza.org/uploads/media/italiantexts.pdf</a><br />
 </p>
<p>Questo percorso su NI attraverso voci minoritarie in Israele è cominciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">qui</a>. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/">I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</a></p>
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		<title>L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Mar 2008 11:45:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Questa vuole essere una proposta di un dossier dedicato alla dissidenza intellettuale in Israele. Di esso fanno già parte alcuni pezzi postati su NI &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/vattimo-sul-dibattito/">qui</a>.)</em></p>
<p>Di <strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Lorenzo Galbiati</strong>, <strong>Daria Giacobini</strong>, <strong>Diego Ianiro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Fabio Orecchini</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Questa vuole essere una proposta di un dossier dedicato alla dissidenza intellettuale in Israele. Di esso fanno già parte alcuni pezzi postati su NI &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/vattimo-sul-dibattito/">qui</a>.)</em></p>
<p>Di <strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Lorenzo Galbiati</strong>, <strong>Daria Giacobini</strong>, <strong>Diego Ianiro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Fabio Orecchini</strong>.</p>
<p>È passato più di un mese dalla proposta – pubblicata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/ancora-sulla-fiera-del-libro-di-torino/">qui </a>su Nazione Indiana – che intendeva essere un’alternativa sia al pieno sostegno della Fiera del libro di quest’anno sia al suo boicottaggio. Da allora non molto è cambiato se si eccettua l’escalation della violenza fuori e dentro gli incerti confini del Paese ospite della Fiera. Violenza che fa rumore e scuote solo quando raggiunge certi picchi ciclici di mostruosità, ma che lascia generalmente indifferenti nel suo costante – e del tutto asimmetrico – stillicidio quotidiano.</p>
<p>Violenza che giorno dopo giorno ha reso quella proposta  anacronistica e, per certi versi, quasi offensiva, se non si finge di considerare il carico di morte e di lutto che un mese e più ha lasciato a un pugno di famiglie israeliane e a decine e decine di famiglie palestinesi, già provate dalla sistematica distruzione fisica e morale della loro esistenza.<br />
<span id="more-5542"></span><br />
Mentre noi si discuteva, si precisava l’azione, a Gaza si crepava trasportando Qassam artigianali a dorso di mulo, perché di benzina non ce ne sta più neanche una goccia. Peggio, si crepava magari solo perché il rifugio scelto era quello sbagliato: ma dove scappare quando si è in una prigione? Circa centodieci vittime civili in un giorno solo non sono poche, in effetti.</p>
<p>Ma non è quello che fa montare la rabbia, che spinge a desistere nelle proposte, nei tentativi di conciliazione – a fronte di un’amarezza soverchiante. Sconfortano i dettagli dell’invasione israeliana di Gaza, quegli eventi sul campo che difficilmente sfondano nei media il muro spettacolare che il sangue delle vittime di morte violenta garantisce sempre e comunque: l<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2008/Marzo08/07-03-08MessaggioDiPace.htm">’uso delle scuole palestinesi</a> come postazioni militari israeliane, per esempio; la violazione di spazi, cultura, memoria e fiducia dei bambini che si tradurrà giocoforza in odio verso quel nemico alieno in divisa; odio che, in mancanza di esperienze di contatto umano presaghe d’un futuro di pace, sfocerà poi nella corsia preferenziale della vendetta futura.</p>
<p>Qualsiasi entusiasmo verso la nostra proposta è ora destinato a scemare e a spegnersi, per manifesta impotenza nell’opporsi a una catena di eventi che appare ineluttabile e inarrestabile, ma che in verità potrebbe essere fermata se intervenissero i garanti del diritto internazionale in modo appropriato nei confronti delle violazioni dei diritti umani, e dei crimini contro l’umanità, che continuano a perpetrarsi. Quei garanti sono colpevolmente ciechi, sordi e muti – oggi più che mai.</p>
<p>Per continuare a credere a un dibattito a tutto tondo, alla Fiera del libro, sul sionismo, sulla democrazia in Israele, e sulla questione israelo-palestinese, si può mantenere una certa dose di lucidità solo se ci si rende conto che gli eventi dell’ultimo mese non sono l’eccezione ma la norma (in scala più visibile di altre occasioni), e che la nostra proposta avrebbe voluto rompere le regole di questa situazione mettendo in luce chi dall’interno percepisce quanto le radici di questa “normalità” insensata e folle affondino in “equilibri” storici, economici e geo-politici che vanno ben oltre la geografia attuale di Israele e di quella terra sempre più esigua che chiamiamo Palestina.</p>
<p>Avremmo voluto che alla Fiera ci fosse spazio per tutti quei poeti, scrittori, intellettuali e giornalisti israeliani realmente critici nei confronti del sionismo e in grado di riconoscere – fuori dalla propaganda – l&#8217;emergenza democratica di uno stato, lo “stato ebraico”, che volendo configurarsi in base a una precisa appartenenza identitaria, tende ad escludere dal pieno riconoscimento di diritti e doveri una parte consistente di popolazione presente sul suo territorio, nonché l’intera popolazione imprigionata su quello che ancora occupa, in spregio al diritto internazionale.</p>
<p>Ma questi autori per lo più non avranno spazio, sopratutto in occasioni ufficiali come le Fiere del Libro, e continueranno ad essere assenti dai dibattiti sulla stampa italiana ogniqualvolta si discute di Israele e si documenta il punto di vista di qualche scrittore o intellettuale israeliano.</p>
<p>Avremmo voluto inaugurare, con il supporto di alcuni redattori/lettori di NI e dei promotori del boicottaggio, la mobilitazione per l&#8217;inclusione, nel contesto della Fiera, di tutte quelle voci ebraiche nate, cresciute o residenti in Israele che sono messe a tacere da una precisa strategia di marketing politico che mette in vetrina gli scrittori organici alle politiche sioniste presentandoli, però, come critici dell’operato del governo, e magari anche come progressisti laici e pacifisti, al fine di mostrarci un solo volto di Israele, quello moderno, buono e luccicante di &#8220;unica democrazia del Medioriente&#8221;.</p>
<p>Gli eventi dell’ultimo mese, e il silenzio della maggior parte dei soggetti che volevamo coinvolgere, non ci hanno permesso di inaugurare la mobilitazione, e crediamo sia troppo tardi, ora, per sperare che si concretizzi.</p>
<p>Però nulla vieta a Nazione Indiana di fare in modo che il presente articolo, con relativa lista di autori, dia il via a un dossier che voglia rendere visibile la letteratura e il giornalismo israeliani critici del sionismo.</p>
<p>Da parte nostra è stato aperto, con l&#8217;apporto fondamentale di  Hawiyya, <a href="http://othersideofisrael.blogspot.com">un sito</a> per continuare a far luce su questa faccia pochissimo conosciuta, almeno qui in Europa, di Israele, e abbiamo ultimato la lista delle principali personalità che riteniamo avrebbero dovuto essere degne d’attenzione, al pari delle altre ufficialmente invitate, da parte della Fiera del Libro di Torino.</p>
<p>ECCO LA LISTA (e perdonateci per quanto puo&#8217; essere lacunosa.)</p>
<p><strong>Roy Arad</strong><br />
Poeta e musicista israeliano, nato nel 1977. Tra i fondatori del periodico letterario Maayan, ha pubblicato tre libri tra cui “The nigger”. Il suo stile poetico, chiamato “Kimo”, è stato definito “l’adattamento ebraico degli haiku giapponesi”. Autore di una canzone contro la guerra in Libano, Arad è un attivista per i diritti civili dei palestinesi.<br />
Una sua poesia, scritta per l&#8217;esposizione dell&#8217;artista Michal Helfman alla Biennale di Venezia del 2003, è disponibile in inglese <a href="http://www.geocities.com/chickyplus/owle.doc">qui</a>.</p>
<p><strong>Gilad Atzmon</strong><br />
Nato a Gerusalemme nel 1963 da famiglia dalle &#8220;solide e orgogliose convinzioni sioniste&#8221;, Atzmon comincia un lungo e<br />
complesso percorso di &#8220;allontanamento&#8221; dal sionismo grazie alla musica:<br />
&#8220;Scoprire che Parker era nero è stata una rivelazione: nel mio mondo, le cose buone erano involontariamente associate solo ad ebrei. Bird è stato l&#8217;inizio del viaggio&#8221;.<br />
Nel 1982 si trovò a combattere in Libano durante il servizio militare obbligatorio: l&#8217;esperienza maturò nel distacco dal suo paese, che lasciò definitivamente nel 1993, in una sorta di autoesilio. Oggi vive a Londra con la sua famiglia, e si autodefinisce &#8220;palestinese di lingua ebraica&#8221;.<br />
Atzmon è un sassofonista e compositore jazz di fama internazionale: con il gruppo <em>The Orient House Ensemble</em> ha realizzato sei album, l&#8217;ultimo dei quali è uscito a fine 2007. Ma è conosciuto anche come scrittore e attivista politico, una delle voci più critiche nei confronti del governo israeliano e dell&#8217;ideologia sionista, al vertice delle &#8220;balck list&#8221; stilate dai gruppi ultraortodossi (e non solo). Il suo è un attacco frontale all&#8217;artificio identitario di cui il sionismo è stato vettore attraverso una rifondazione posticcia dell&#8217;ebraismo confessionale:</p>
<p>&#8220;Il Sionismo ha fondato una lingua (l’ebraico), ha fornito l’ebreo di una concreta dimensione geografica (Eretz Israel), ha trasmesso l’immagine di una cultura (il nuovo folklore ebraico) ed è riuscito persino a presentare una falsa immagine di una polarizzazione politica ed etica (sinistra e destra). Se i fondatori del Sionismo tentarono di salvare l’ebreo diasporico dalla sua condizione anomala, ebbene dobbiamo ammettere che allora il Sionismo è riuscito nei suoi intenti e ha adempiuto alla sua missione. Il successo del Sionismo non ha nulla a che vedere con l’ideologia, la politica o le sue pratiche devastanti. Ovviamente, non sono molti gli ebrei che comprendono che cosa rappresenti il Sionismo (ideologicamente, politicamente, eticamente e praticamente). Non sono molti gli ebrei diasporici che cedono apertamente alla scuola di pensiero sionista e alla sua prassi amorale. Al contrario, essi aderiscono al “folklore israeliano”, alla bizzarra parola ebraica, al falafel e all’humus che erroneamente identificano con Israele (piuttosto che con la Palestina). Cantano al ritmo di musica israeliana, che si tratti di Hava Nagila, Yafa Yarkoni o Yeuda Poliker. Per quelli che non comprendono, la “cultura israeliana” è un diretto prodotto del progetto sionista. Ovviamente, la cultura ebraica moderna è riuscita a depredare il mondo del simbolismo ebraico. Il Sionismo ha fondato una nuova forma di affiliazione tribale ebraica.&#8221; [da <em>Lo Tzabar (Sabra) e il Sabbar (Fico d’india): riflessione su Memoria e Nostalgia</em>, tradotto da <strong>Diego Traversa</strong> <a href="http://www.tlaxcala.es/pp.asp?lg=it&amp;reference=4429">qui</a>].<br />
Atzmon è autore di due romanzi (mai tradotti in italiano)  di &#8220;satira fantapolitica&#8221; dal discreto successo: <em>A Guide to the Perplexed</em> (Serpent&#8217;s Tail, 2002), tradotto in molte lingue, e <em>My One and Only Love</em> (Saqi Books, 2004). La versione ebraica di <em>A Guide to the Perplexed </em>fu vietata in Israele poche settimane dopo l&#8217;uscita (2001), anche se oggi ne è disponibile una nuova ristampa.<br />
Un&#8217;intervista a Gilad Atzmon tradotta in italiano: http://<a href="http://www.kelebekler.com/occ/talens.htm">www.kelebekler.com/occ/talens.htm</a><br />
Il sito ufficiale: http://<a href="http://www.kelebekler.com/occ/talens.htm">www.gilad.co.uk</a></p>
<p><strong>Meron Benvenisti</strong><br />
Nato nel 1934 a Gerusalemme da padre sefardita e madre ashkenazita, è uno scienziato e uomo politico israeliano. Svolse mandati amministrativi a Gerusalemme fra il 1971 e il 1978, con particolare riferimento alla zona Est e alle sue vicinanze arabe. E&#8217; un critico acuto della politica israeliana riguardo la Striscia di Gaza, e più in generale della linea Sharon. Sostiene l&#8217;idea di uno stato &#8220;binazionale&#8221;, scrive per <em>Ha&#8217;aretz</em>, <em>The guardian</em> e <em>Le Monde Diplomatique</em> e ha pubblicato diversi libri sul tema: <em>West Bank Data Project: A Survey of Israel&#8217;s Policies</em> (1984), <em>Intimate Enemies: Jews and Arabs in a Shared Land</em>(1995), <em>City of Stone: The Hidden History of Jerusalem</em> (1996). L&#8217;ultimo è <em>Sacred Landscape: Buried History of the Holy Land Since 1948</em> (University of california press, 2002) più la recentissima autobiografia <em>Son of the Cypresses: Memories, Reflections, and Regrets from a Political Life</em> (2007).<br />
Con Benny Rubenstein ha pubblicato <em>The West Bank Handbook: a Political Lexicon</em> (1986).<br />
Da un articolo del <em>Manifesto</em> di M. Giorgio (24/11/2006):<br />
&#8220;Meron Benvenisti […] punta l&#8217;indice contro il pacifismo di maniera. Benvenisti, in un commento su <em>Haaretz</em>, ha accusato Grossman di aver parlato a nome di quella parte della popolazione ashkenazita, laica, nazionalista e vagamente socialista &#8211; che continua a pensare che il modello israeliano era perfetto ma si è rovinato dopo l&#8217;occupazione di Cisgiordania e Gaza nel 1967. L&#8217;intellettuale ha sottolineato che Grossman non ha condannato la decisione del governo Olmert di scatenare una guerra contro il Libano (nella quale peraltro lo scrittore ha perduto un figlio, Uri) ma la sua gestione. «In ciò la sinistra si è unita a coloro che lamentano la perdita della capacità di deterrenza, in modo da preparare Israele per nuovo round di battaglie», ha scritto Benvenisti. «Dove era (nel discorso di Grossman) l&#8217;appello alla lotta contro l&#8217;ingiustizia provocata dal muro, dall&#8217;assedio attuato con posti di blocco in Cisgiordania e contro Gaza, dove era l&#8217;appello contro l&#8217;uccisione di donne e bambini, la distruzione delle istituzioni dell&#8217;Anp, la deportazione di famiglie palestinesi perché prive di documenti?», ha concluso.&#8221;<br />
<strong><br />
Avraham Burg</strong><br />
Nato presso Gerusalemme nel 1955, sua madre fu tra i sopravvissuti del massacro di Hebron del 1929. Ha ricoperto la carica di Speaker alla Knesset (equivalente pressappoco al nostro Presidente della Camera) dal 1999 al 2003, ed è stato presidente dell&#8217;Agenzia Ebraica per Israele; oggi è parlamentare laburista. Nel 2007 ha scritto <em>Lenazeach et Hitler</em> (Vincere Hitler), testo con cui si &#8220;congeda&#8221; dal sionismo, sottolineando la contraddizione nel definire uno Stato contemporaneamente &#8220;ebraico&#8221; e &#8220;democratico&#8221;, cosa che lo porta a individuare nel paese &#8220;la versione contemporanea della Germania degli anni &#8217;30&#8243;. Online è disponibile un suo articolo in italiano <em><a href="http://www.hakeillah.com/4_03_16.htm">La morte del sionismo</a></em>. Dati e commenti in italiano, qui: http://<a href="http://www.metaforum.it/forum/showthread.php?t=1172%20.">www.metaforum.it/forum/showthread.php?t=1172 .</a></p>
<p><strong>Uri Davis</strong><br />
Nato a Gerusalemme nel 1943, è un intellettuale e attivista israeliano. I suoi interessi principali sono l&#8217;apartheid e la democrazia nel Medio Oriente e in Israele; si è distinto per la lotta a favore dei diritti umani in Palestina. E&#8217; stato vicepreseidente della <em>Israeli League for Human and Civil Rights </em>e ha pubblicato numerose opere di geopolitica, fra cui <em>Israel: An Apartheid State</em> (1987), <em>Citizenship and the State in Middle East</em> (2000) e <em>Apartheid Israel: Possibilities for the Struggle Within</em> (2003). Membro del <em>Palestine National Council</em>, si descrive come &#8220;Ebreo palestinese antisionista&#8221;. È disponibile online il suo <a href="http://www.canpalnet-ottawa.org/Uri%20Davis%20Canada%20Park%2024.9.04.pdf">Apartheid in Israele and the jewish national fund of Canada</a>.</p>
<p><strong>Lev Luis Grinberg</strong><br />
Nato a Buenos Aires nel 1953. Sociologo ed economista, è direttore dell&#8217;<em>Humphrey Institute per la Ricerca Sociale</em> alla Ben Gurion University. Nel 2004 ha esortato la comunità europea ad intervenire direttamente per fermare il &#8220;genocidio simbolico&#8221; dei palestinesi e &#8220;salvare&#8221; Israele da se stesso:<br />
&#8220;Incapable of getting beyond the trauma of the Shoah and the insecurity that it caused, the Jewish people, supreme victim of genocide, is currently inflicting a symbolic genocide on the Palestinian people. Because the world will not permit a total elimination, it is a partial annihilation that is going on. As a child of the Jewish people, and as an Israeli citizen, I condemn this abominable act and appeal to the international community to save Israel from itself; specifically, I exhort the European community to intervene in a direct and forceful manner to stop this blood bath. The complex ties between the Jewish people and Europe have not yet been severed, and it is time to act; not because Europe should exorcize its guilt, but indeed because it is also responsible for the future of the world&#8221;.<br />
Autore dello studio sulle politiche del lavoro e del mercato in Israele <em>Split Corporatism in Israel</em> (SUNY Series in Israeli Studies, 1991). In Italia è stato pubblicato un suo articolo nel volume <em>Parlare con il nemico. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto</em> (Bollati Boringhieri, 2004).</p>
<p><strong>Jeff Halper</strong><br />
Jeff Halper, ebreo nato negli Stati Uniti, è stato attivista per i diritti umani sin dagli anni ’60-’70 (contro la guerra del Vietnam) ;  si è trasferito in Israele nel 1973, dove oggi vive con la famiglia. Urbanista, antropologo, già docente alla<br />
Ben Gurion University, nel 1997 è il co-fondatore (oggi coordinatore) dell&#8217;<em>Icahd</em>, il <em>Comitato israeliano contro la demolizione delle case dei palestinesi</em>. Per questo suo immenso lavoro di raccolta fondi e ricostruzione l’ AFSC lo ha nominato per il Nobel per la Pace nel 2006.<br />
Per saperne di più sull’ ICAHD: http://<a href="http://www.icahd.org/eng/">www.icahd.org/eng/</a><br />
Nel suo libro più conosciuto, <em>Obstacles to Peace: A Reframing of the Palestinian-Israeli Conflict</em> (Paperback, April, 2005), Halper fornisce un’analisi sul campo di come l’avanzata degli insediamenti israeliani, abitazioni e vie di comunicazione, stia soffocando la vita, le aspirazioni del popolo palestinese, riducendo al minimo la prospettiva di sicurezza nell’area. E al tempo stesso è il superamento della teoria enunciata nel 2003 all’Onu di un solo stato ebraico e palestinese. Di imminente pubblicazione <em>An Israeli in Palestine: Resisting Dispossession, Redeeming Israel</em> (PlutoPress, 2008)</p>
<p><strong>Yitzhak Laor</strong><br />
Yitzhak Laor è nato nel 1948 a Padres Hannah, in Palestina, un anno prima che diventasse territorio israeliano. Si è laureato all&#8217;Università di Tel Aviv in Letteratura e Teatro. Lavora e scrive a Tel Aviv, come poeta, drammaturgo, romanziere. È critico letterario del quotidiano <em>Haaretz</em>. Ha pubblicato più di dieci volumi di poesia, commedie e novelle; il suo lavoro è tradotto in più di nove lingue, tra cui l&#8217;arabo. Nel 1972 ha scontato sei mesi di detenzione, per diserzione dalle armi (<em>refusing</em>), durante le azioni di occupazione militare. Negli anni &#8217;80 ha scritto una poesia che condanna la guerra israeliana in Libano.<br />
Nel 1985 la censura israeliana ha impedito la diffusione del suo lavoro <em>Ephraim Goes Back to the Army</em>. Laor ha portato il caso alla Corte Suprema dello Stato d&#8217;Israele, che disporrà all&#8217;istituto <em>Film and Play Censorship Board</em> la cancellazione del provvedimento. Nel 1990 il primo ministro Yitzhar Shamir ha rifiutato di firmare il <em>Prime Minister&#8217;s Prize of Poetry</em>, che sarebbe stato vinto da Laor.<br />
Tra i suoi scritti, <em>Reflection on the Study of History</em> è un  saggio satirico sul perché i generali responsabili della prima guerra in Libano non dovrebbero più partecipare ad altre azioni militari; il testo è stato scritto nel 2006, quattro mesi prima dell’ultima, devastante guerra di Israele in Libano.</p>
<p><strong>Smadar Lavie</strong><br />
Smadar Lavie si definisce un&#8217;ebrea araba residente in Israele. Vive a Tel Aviv dove studia e denuncia gli elementi di discriminazione  all’interno dell&#8217;ideologia sionista. Nel 1990 scrive un classico dell&#8217;antropologia, <em>The Poetics of Military Occupation</em> (University of California Press, 1990) e nel 1996 pubblica, insieme a Ted Swedenburg, <em>Displacement, Diaspora and Geographies of Identity</em> (Duke University Press). Dal 1994 al 1996 tiene la cattedra di Antropologia e Teoria critica all&#8217;Università di Denver che abbandona, poi, per questioni personali.<br />
Tornata in Israele è bandita dal sistema universitario che reputa  &#8220;incompatibili&#8221; con le proprie linee interne i suoi studi sul sionismo  come sistema discriminatorio basato sull&#8217;intreccio di classe, razza e genere. E’ membro della direzione nazionale del gruppo <em>Ahoti</em>, movimento  femminista formato da donne ebree arabe di colore (<em>mizrahim</em>) che si battono per il riconoscimento pubblico delle colpe dello stato di  Israele contro le comunità immigrate dai paesi arabi, per la parità di  diritti tra tutti i cittadini dello Stato, contro ogni discriminazione in base al genere, alla provenienza e al colore della pelle.</p>
<p><strong>Yael Lerer</strong><br />
Yael Lerer nasce a Tel Aviv. Si è specializzata in Storia e Cultura israeliana presso l&#8217;Università di Tel Aviv e ha studiato Lingua Araba  e Letteratura moderna all&#8217;Università Americana del Cairo. E&#8217; stata, inoltre, portavoce ufficiale del filosofo palestinese Azmi Bishara, membro del Parlamento israeliano (Knesset).<br />
Nel 2001 fonda la casa editrice Al-Andalus che si occupa di tradurre in ebraico testi di  letteratura araba come quelli della scrittrice libanese Hoda Barakat o del marocchino Mohammed Choukri.<br />
Nel 2006 l&#8217;esperieza di Al-Andalus si conclude con due soli successi di pubblico: tremila copie vendute di Bab el Shams, la Porta del Sole di Elias Khouri, e  poco più di mille copie per il libro di versi del poeta palestinese Mahmoud al Darwish.<br />
&#8220;Da noi vige un apartheid culturale. Un muro delle menti molto più  alto di quello di cemento armato che ormai corre nella Cisgiordania e attorno a Gerusalemme&#8221;. Y.L.</p>
<p><strong>Gideon Levy</strong><br />
Giornalista israeliano per il quotidiano <em>Ha’aretz</em>, di cui è membro del comitato di redazione. Nato nel 1955 a Tel Aviv, ha dichiarato che da adolescente era membro a pieno titolo dell&#8217;orgia religiosa nazionalista del suo paese. E&#8217; stato portavoce di Shimon Peres per quattro anni, dal 1978 al 1982, dopo i quali ha iniziato a lavorare per <em>Ha’aretz</em>, sulle cui colonne, dal 1986, descrive in modo approfondito che cosa significhi per i palestinesi vivere sotto l&#8217;occupazione militare israeliana. Il quotidiano francese <em>Le Monde</em> lo ha definito &#8220;una spina nel fianco di Israele&#8221;.<br />
Levy considera il suo lavoro di informazione come un modesto contributo affinché il popolo israeliano non si trovi nella condizione di dire: &#8220;Non sapevamo&#8221;. Un tema ricorrente nei suoi articoli è la descrizione della &#8220;cecità morale&#8221; della società israeliana di fronte alle conseguenze degli atti di guerra e di occupazione militare verso i palestinesi. Levy ha criticato il suo governo per il rifiuto di fermare la costruzione di insediamenti israeliani in terra palestinese, e ha giudicato la sua politica “l&#8217;impresa più criminale” nella storia di Israele. Nei suoi articoli, Levy sostiene che nella società e nella stampa israeliane si rifletta un atteggiamento di sistematica disumanizzazione dei popoli vicini a Israele. Come soluzione per la questione israelo-palestinese, Levy ha proposto il ritiro unilaterale dell&#8217;esercito israeliano dai territori occupati, senza alcuna richiesta di concessioni:<br />
&#8220;Israel is not being asked &#8220;to give&#8221; anything to the Palestinians; it is only being asked to return &#8211; to return their stolen land and restore their trampled self-respect, along with their fundamental human rights and humanity. This is the primary core issue, the only one worthy of the title, and no one talks about it anymore. No one is talking about morality anymore. Justice is also an archaic concept, a taboo that has deliberately been erased from all negotiations. Two and a half million people &#8211; farmers, merchants, lawyers, drivers, daydreaming teenage girls, love-smitten men, old people, women, children and combatants using violent means for a just cause &#8211; have all been living under a brutal boot for 40 years. Meanwhile, in our cafes and living rooms the conversation is over giving or not giving. . . . Just as a thief cannot present demands &#8211; neither preconditions nor any other terms &#8211; to the owner of the property he has robbed, Israel cannot present demands to the other side as long as the situation remains as it is. &#8221; (Gideon Levy, ‘Demands of a thief,’ <em>Ha’aretz</em>, 25/11/2007)</p>
<p><strong>Moshe Machover</strong><br />
Nato a Tel Aviv nel 1935, fu uno dei fondatori del Matzpen, la storica &#8220;Organizzazione Socialista Israeliana&#8221; famosa per il suo antisionismo dichiarato, nel 1962. Attualmente insegna filosofia (e logica matematica) al King&#8217;s College di Londra. Con una formazione &#8220;matematica&#8221;, Machover si occupa di &#8220;econofisica&#8221;, branca sperimentale della ricerca economica che applica modelli statistici e dinamica non lineare alle scienze politiche, sociali ed economiche. Le sue pubblicazioni in merito sono molto numerose. La sua posizione in merito alla questione israelopalestinese è definita molto bene in <a href="http://www.labournet.net/other/0205/moshe1.html">questo articolo del 2002</a>. Machover è contro l&#8217;ipocrisia della soluzione &#8220;a due stati&#8221; ritenendo indispensabile la creazione di un solo stato democratico.<br />
Oltre alla sua vasta produzione scientifica, Machover ha scritto alcuni volumi insieme ad <strong>Akiva Orr</strong> ed un gran numero di articoli sulla politica israeliana e il sionismo. Online è disponibile <em><a href="http://www.amielandmelburn.org.uk/articles/moshe%20machover%20%202006lecture_b.pdf">Israelis and Palestinians: Conflict and Resolution</a></em> del 2006.<br />
E’ attivista del movimento <em>HOPI</em>, “Hands off the people of Iran!” (http://<a href="http://www.hopoi.org/index.html">www.hopoi.org/index.html</a>).</p>
<p><strong>Susan Nathan</strong><br />
Scrittrice israeliana nata in Inghilterra (1949) da padre sudafricano.<br />
Ha dapprima lavorato come <em>counselor</em> dei malati di AIDS, poi, da convinta sionista, nel 1999 decide di andare a vivere in Israele, condividendo così la legge israeliana del diritto al ritorno, l&#8217;<em>Aliyah</em>. Nel 2003 si sposta da Tel Aviv a Tamra, città israeliana abitata da soli arabi, per vedere &#8220;l&#8217;altra faccia di Israele&#8221;. Da lì prende forma la sua presa di posizione fortemente critica verso le pratiche discriminatorie della società israeliana nel libro: <em>The Other Side of Israel: My Journey Across the Jewish/Arab Divide</em> (2005), pubblicato in Italia con il titolo <em>Shalom fratello arabo</em> dalla Sperling &amp; Kupfer (2005 e, in versione economica, nel 2007).<br />
In questo testo, Nathan ci fornisce una testimonianza importante su come gli spazi vitali in Israele, già ristretti, siano distribuiti in modo di penalizzare la popolazione araba, a cui spesso sono negati servizi e possibilità. Ma la scrittrice non ha mai smesso di pensare che ebrei e arabi sono figli della stessa terra, e che l&#8217;unica strada verso l&#8217;armonia sia &#8220;riconoscere se stesso nell&#8217;altro&#8221;. Secondo Rabbi Eliyahu di Gerusalemme, &#8220;lei sta mettendo in atto la forma più estrema di giudaismo &#8230; il suo comportamento racchiude l&#8217;intima essenza della nostra fede&#8221;.<br />
Ecco uno stralcio del libro <em>Shalom fratello arabo</em>, in cui la voce narrante è quella di un soldato israeliano: &#8220;&#8230;Quel mattino a Hebron è arrivato un gruppo piuttosto numeroso, composto da una quindicina di ebrei provenienti dalla Francia, tutti osservanti. Erano di buonumore, si stavano divertendo e ho trascorso il mio intero turno di servizio a seguirne gli spostamenti e a cercare di evitare che distruggessero la città. Se ne andavano in giro raccogliendo pietre e lanciandole contro le finestre delle abitazioni arabe; oppure rovesciavano qualunque cosa capitasse loro sulla strada. Non è successo nulla di orrendo: non hanno dato la caccia a qualche arabo uccidendo o altre cose del genere, ma a disturbarmi era l&#8217;idea che qualcuno aveva parlato loro dell&#8217;esistenza di un luogo in cui un ebreo può sfogare la sua rabbia contro il popolo arabo e lasciarsi andare ad ogni intemperanza, recarsi in una città palestinese e fare qualsiasi cosa gli passi per la testa, tanto ci saranno i soldati israeliani ad appoggiarli. Perché quello era il mio lavoro, proteggerli e fare in modo che non succedesse loro niente&#8221;.</p>
<p><strong>Adi Ophir</strong><br />
Nato nel 1951, Ophir insegna filosofia alla Tel Aviv University.<br />
La sua opera principale è <em>The Order of Evils &#8211; Toward an ontology of morals</em>  (MIT Press/Zone books, 2005). Ophir ha messo al centro della sua &#8220;ontologia della morale&#8221; la riflessione sul male, che ha natura sociale e politica. Gli estremi storici da cui si muove il discorso di Ophir sono la Shoah da un lato e l&#8217;occupazione della Palestina dall&#8217;altro.<br />
Una sua citazione in merito all&#8217;&#8221;anomalia democratica&#8221; di Israele:<br />
&#8220;&#8230;Questo corrisponde al ruolo ideologico del discorso filosemita: la costruzione di un muro linguistico intorno ad Israele, la sola democrazia &#8211; non del Medio Oriente, ma del mondo intero &#8211; in cui più di un terzo di quelli che dipendono dal suo governo non ne sono cittadini&#8230;.&#8221; (da &#8220;Le nouveau philosémitisme&#8221; in <em>De l&#8217;autre côté</em>, La fabrique, 2006)</p>
<p><strong>Akiva Orr</strong><br />
Nato a Berlino nel 1931. Scampato alla Shoah, ha combattuto giovanissimo per la costituzione dello stato d&#8217;Israele nel &#8217;48. Vive a Tel Aviv dove conserva un vasto archivio di memorie. Marxista nel movimento <em>Matzpen</em>, ha maturato una profonda riflessione sulla democrazia, quella diretta in particolare, poi confluita nel saggio <em>La politica senza i politici</em> (fruibile integralmente in italiano qui: http://<a href="http://www.abolish-power.org/pwp_italy.html">www.abolish-power.org/pwp_italy.html</a>).<br />
Autore insieme a <strong>Moshe Machover</strong> di <em>Peace, Peace and No Peace</em> (1962). Autore di T<em>he unJewish State: The Politics of Jewish Identity in Israel</em> (1983) e dello studio <em>Israel: Politics, Myths and Identity Crisis</em> (Pluto Press, 1994). E&#8217; scaricabile online il suo ultimo <em><a href="http://www.world-wide-democracy.net/books/DIY-final.pdf">Revolution, The D.I.Y. Version</a> </em>(2007).</p>
<p><strong>Ilan Pappe</strong><br />
Nato a Haifa nel 1954, figlio di ebrei tedeschi, ha studiato storia all´Università ebraica di Gerusalemme e quindi a Oxford, dove si è laureato con una tesi sulla guerra di “indipendenza” del 1948. Su questo tema ha pubblicato vari studi, sostenendo, contrariamente alla versione canonica del sionismo, che quella guerra fu un&#8217;autentica operazione di pulizia etnica, con l´espulsione della stragrande maggioranza della popolazione palestinese dai villaggi distrutti, per guadagnare territori allo Stato d´Israele. In base a quelle ricerche, Ilan Pappe è giunto alla convinzione, duramente osteggiata nel suo Paese, che Israele debba ammettere la responsabilità di quella spoliazione, riconoscendo il &#8220;diritto al ritorno&#8221; dei profughi palestinesi come presupposto alla pace.<br />
Docente di storia mediorientale all´università di Haifa, è stato protagonista di uno scandalo per aver aderito al boicottaggio del mondo accademico britannico contro le università di Haifa e di Bar-Ilan, a causa delle vessazioni e discriminazioni dei due atenei ai danni di Teddy Katz, autore di una tesi sul massacro nel 1948 degli abitanti di Tantura (ndr. un villaggio palestinese vicino Haifa). Tanto è bastato ad alimentare forti pressioni in Israele per l´espulsione dello stesso Pappe dall´università. Ma a Pappe è giunto il sostegno degli ambienti accademici europei e statunitensi, dove il suo prestigio ha basi solide (a chi desideri conoscere il suo rigore intellettuale raccomando il suo libro<em> A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples</em>, Cambridge University Press 2004, tradotto in italiano come <em>Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli</em>, Einaudi 2005). Pappe,  attivista del Partito comunista, nel suo libro affianca le narrazioni degli sfruttatori (israeliani) e degli sfruttati (palestinesi) con il suo metodo rigoroso (basato su documenti originali in ebraico e arabo), non mancando di sottolineare che oppressi e oppressori non possono mai essere messi sullo stesso piano. Il suo ultimo libro, che verrà tradotto in italiano quest’anno,  è <em>The ethnic cleansing of palestine</em>, uscito nel 2007.<br />
Una <a href="http://www.hawiyya.org/wordpress/2007/05/27/una-reinterpretazione-della-storia-disraele-di-ilan-pappe/">intervista in italiano</a>.<br />
Il sito ufficiale: http://<a href="http://Il%20sito%20ufficiale:%20http://www.ilanpappe.org">www.ilanpappe.org</a></p>
<p><strong>Nurit Peled-Elhanan</strong><br />
Nata nel 1949 in Israele, scrittrice, attivista per la pace e professoressa di “Linguaggio ed educazione” alla Hebrew University, è diventata una pensatrice critica verso Israele e l’occupazione della West Bank dopo la morte della figlia Smadari, nel 1997, vittima di un attentato suicida palestinese. Secondo Peled-Elhanan sua figlia è stata uccisa a causa dell’oppressione e dell’umiliazione che ogni giorno devono subire milioni di palestinesi sotto occupazione, tanto da reagire con gesti disumani quali gli attentati suicidi, che dal punto di vista morale possono essere paragonati al comportamento di un soldato israeliano dislocato nella West Bank che costringa una donna palestinese a partorire e a perdere il bambino in un check point.<br />
Come docente di Linguaggio ed educazione, Peled-Elhanan ha pubblicato vari studi su come alcuni libri scolastici israeliani dipingano in modo stereotipato e negativo gli arabi o descrivano le colonie in Giudea e Samaria come parti integranti dello stato di Israele.<br />
Nurit Peled-Elhanan ha vinto nel 2001 il premio Sakharov per i diritti umani e la libertà di parola assegnato dal Parlamento europeo.</p>
<p><strong>Danny Rubenstein</strong><br />
Nato nel 1937 a Gerusalemme, è editorialista e membro del direttivo del quotidiano <em>Ha&#8217;aretz</em>. Insegna presso il dipartimento di storia mediorientale dell&#8217;Università Ben Gurion. Si è dedicato allo studio del mondo arabo-palestinese fin dalla guerra del 1967 e di Arafat quasi ogni giorno negli ultimi trent&#8217;anni della sua vita incontrandolo e intervistandolo varie volte, da cui il libro, tradotto in italiano, <em>Il Mistero Arafat </em>(UTET, 2003).<br />
Il 30 agosto 2007 Rubenstein dichiarò,  nel corso di una conferenza sponsorizzata dalle Nazioni Unite, che Israele è uno &#8220;Stato d&#8217;apartheid&#8221;.</p>
<p><strong>Shlomo Sand</strong><br />
Il Prof. Sand insegna all’ Università di Tel Aviv. Il suo libro, <em>Quando e come fu inventato il popolo ebraico?</em> (pubblicato in ebraico da Resling), vuole sostenere l’idea per cui Israele dovrebbe essere “uno stato con tutti i suoi cittadini – ebrei, arabi e altri – al contrario della sua dichiarata identità di stato ‘Ebraico e democratico’.”<br />
Con le parole di Tom Segev (Un&#8217;invenzione chiamata &#8216;popolo ebraico&#8217;, http://<a href="http://www.infopal.it/testidet2.php?id=7793">www.infopal.it/testidet2.php?id=7793</a> ): secondo lo storico Shlomo Sand “non c’è mai stato un popolo ebraico, ma una religione ebraica, e anche l’esilio non è mai avvenuto – pertanto non ci fu ritorno. Sand rifiuta la maggior parte delle storie sulla formazione di un’identità nazionale della Bibbia, compreso l’esodo dall’Egitto, ancor di più, gli orrori della conquista di Giosuè.<br />
Secondo Sand, i Romani non esiliarono l’intero popolo, e alla maggior parte degli Ebrei fu permesso di rimanere nel territorio. Coloro che furono esiliati erano al massimo decine di migliaia. Quando la regione fu conquistata dagli Arabi, molti ebrei si convertirono all’Islam e si mescolarono con gli invasori. Ne consegue che gli antenati degli arabi palestinesi siano ebrei. Sand non si è inventato questa teoria; trent’anni prima della Dichiarazione di Indipendenza, fu esposta da David Ben-Gurion, Yitzhak Ben-Zvi e altri.<br />
Se la maggior parte degli ebrei non sono stati esiliati, come mai se ne trovano molti quasi in ogni parte del mondo? Sand sostiene che siano emigrati di loro spontanea volontà oppure, se erano tra coloro che furono esiliati a Babilonia, scelsero di rimanerci. Al contrario di quel che comunemente si crede, l’ebraismo ha cercato convertire seguaci di altre fedi, il che spiega come mai ci siano milioni di ebrei nel mondo.<br />
Come è riportato nel Libro di Esther: “Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei perchè il timore dei Giudei era piombato su di loro”.<br />
Sand cita molti studi attuali, alcuni dei quali condotti in Israele ma messi da parte nelle discussioni importanti. Parla molto anche del regno ebraico di Himyr a sud della penisola arabica e degli Ebrei berberi in Nord Africa. La comunità ebraica in Spagna discendeva dagli Arabi, i quali divennero Ebrei e giunsero con gli eserciti che sottrassero la Spagna ai Cristiani e ad altre genti di origine europea che si erano convertite a loro volta all’ebraismo.<br />
Il primo ebreo di Ashkenaz (Germania) non proveniva dalla Terra di Israele e non raggiunse l’Europa dell’Est dalla Germania, bensì divenne ebreo nel Regno di Khazar nel Caucaso. Sand spiega le origini della cultura Yiddish: non fu importata dagli ebrei in Germania, ma fu il risultato delle relazioni tra i discendenti dei kuzari e dei tedeschi che viaggiarono verso l’est, alcuni dei quali come mercanti.<br />
Ha notato poi che un gran numero di persone di nazionalità e razze diverse si è convertito all’ebraismo. Secondo Sand, il bisogno sionista di pensare per queste persone un’etnicità condivisa e una continuità storica ha prodotto una lunga serie di artifici e invenzioni, accanto all’invocazione di teorie razziste. Alcune furono architettate da coloro che avevano ideato il movimento Sionista, altre furono presentate come i risultati di studi genetici condotti in Israele.”<br />
Su <em>Haaretz</em> del 10 ottobre 2000, nell’articolo “To Whom Does the State Belong?”, Shlomo Sand ha scritto: “The very definition of the state as a Jewish state is inherently an anti-egalitarian, alienating factor. It is doubtful that it can sustain a properly functional liberal democracy. Certainly, in the historical conditions prevailing in 1948, three years after the Holocaust, it is understandable why the Declaration of Independence was formulated as the declaration of the Jewish people. However, we must recognize that 52 years later the rigidly Jewish identity of the state has become an anachronistic, permanent and dangerous anomaly. According to this definition, the state belongs to an anti-Zionist rabbi in New York much more than to an Arab member of the Knesset, and even more than to the Druze soldier who died … [in the battle at] Joseph’s Tomb.”<br />
<strong><br />
Tom Segev</strong><br />
Nato a Gerusalemme nel 1945. Storico e giornalista israeliano. I genitori lasciarono la Germania nazista nel 1935 e si stabilirono in Palestina, dove il padre fu ucciso nel 1948 durante la guerra tra Israele e i paesi arabi. Segev si è laureato in storia all&#8217;Università ebraica di Gerusalemme e ha preso il dottorato all&#8217;Università di Boston; fa parte del gruppo di storici di sinistra chiamato &#8220;Nuovi storici&#8221; (<em>New Historians</em>), che ha prodotto tante pubblicazioni controverse su Israele e il sionismo. Ha scritto vari libri, tra cui il molto discusso <em>The Seventh Million: The Israelis and the Holocaust</em>, (Holt Paperbacks, 2000), l&#8217;unico pubblicato in Italia (<em>Il settimo milione. Come l&#8217;Olocausto ha segnato la storia di Israele</em>, Mondadori, 2001), in cui esprime giudizi molto critici verso il comportamento degli ebrei di Palestina durante la seconda guerra mondiale. Il suo ultimo libro è <em>1967: Israel, the War and the Year That Transformed the Middle East</em> (Metropolitan Books, 2006). Come giornalista, Segev scrive per il quotidiano di sinistra <em>Ha’aretz</em>, dalle cui colonne, durante l&#8217;ultima guerra tra Israele e Libano ha così giudicato l&#8217;appello che Grossman, Oz e Yehoshua lanciarono per chiedere un cessate il fuoco bilaterale, pur ribadendo la legittimità della guerra da parte di Israele: &#8220;I tre scrittori hanno preparato il loro appello come se stessero lavorando nell&#8217;ufficio legale del Ministero degli Esteri&#8221; (&#8220;The three writers worded their ad as though they were working in the legal department of the Foreign Ministry&#8221;, <em>Ha’aretz</em>, 2006/08/11, &#8220;Someone to fight with&#8221; by Tom Segev).</p>
<p><strong>Aharon Shabtai</strong><br />
Nato nel 1939 è uno dei maggiori poeti israeliani contemporanei. Ha studiato Greco e Filosofia alla Hebrew University, alla Sorbona e a Cambridge. Insegna letteratura ebraica all’Università di Tel Aviv. Shabtai, il più accreditato traduttore di drammi greci in ebraico, ha ricevuto nel 1993 il premio del Primo Ministro per la Traduzione. Dal suo primo volume di versi apparso nel 1966, Shabtaï ha pubblicato più di sedici libri di poesia. Influenzato da fonti diverse, come William Carlos Williams e la mitologia greca, è un poeta che ha spesso mescolato reale e irreale. Egli prende ispirazione dalla filosofia, dagli eroi e dall’immaginario erotico greco per esprimere uno dei suoi temi ricorrenti: l’esaltazione e la totalità sono raggiunti attraverso la morte e la profanazione. Traduzioni dei suoi lavori in inglese sono apparsi in numerose riviste, incluse la “American Poetry Review”, la “London Review of Books”, e “Parnassus in Review”; un’ampia selezione delle sue poesie, <em>Love and Other Poems</em>, è stata pubblicata in lingua inglese nel 1997 da Sheep Meadow Press. Nel 2003, per le edizioni New Directions, è uscita la traduzione inglese del volume intitolato<em> J’Accuse</em>, vincitore del premio del PEN American Center. Molte delle poesie contenute in <em>J’Accuse</em> sono state pubblicate precedentemente nel supplemento letterario settimanale del quotidiano israeliano <em>Ha’aretz</em> e hanno provocato lettere di sdegno all’editore e minacce di cancellazione degli abbonamenti. Richiamandosi alla famosa lettera in cui Emile Zola denunciava l’antisemitismo del governo francese durante l’affare Dreyfus, in <em>J’Accuse</em> Shabtai accusa il suo Paese di crimini contro l’umanità, rifiutando di abbandonare la sua fede nei valori morali della società Israeliana e di tacere di fronte agli atti di barbarie. Pur essendo uno dei quaranta scrittori israeliani invitati alla Fiera del libro di Parigi nel 2008, Shabtaï si è rifiutato di essere presente. In un’intervista concessa a Silvia Cattori e pubblicata sul sito francese <em>Free Palestine</em>, Shabtaï afferma: “Questo salone del libro, così come ogni altro tipo di manifestazioni dove lo Stato d’Israele è invitato, non è un mezzo per promuovere la pace in Medio Oriente, né un mezzo per portare la giustizia ai Palestinesi. Si tratta solamente di propaganda, che mira a dare di Israele un’immagine di paese liberale e democratico”. Non è la prima volta che il poeta boicotta una manifestazione culturale israeliana per ragioni politiche. Atteggiamento simile ebbe anche nel 2006, quando rifiutò di partecipare al <em>Poetry International Festival</em>, che si tenne a Gerusalemme. In quell’occasione scrisse pubblicamente: “Io mi oppongo a un festival internazionale di poesia in una città dove gli abitanti arabi sono sistematicamente e brutalmente oppressi”.</p>
<p><strong>Avi Shlaim</strong><br />
Nato a Baghdad nel 1945, ha cittadinanza israeliana e britannica.<br />
Storico appartenente al gruppo dei cosiddetti &#8220;Nuovi Storici&#8221; (di cui facevano parte Pappé e Morris), scrive regolarmente su <em>The Guardian</em>. Sostiene che attualmente il sionismo sia il vero e unico &#8220;nemico&#8221; degli ebrei.<br />
Il suo ultimo libro è <em>Lion of Jordan: The Life of King Hussein in War and Peace</em> (2007). In italiano è disponibile <em>Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo</em> (Casa Editrice Il Ponte, 2003), che descrive come l&#8217;opzione &#8220;muro di ferro&#8221; (&#8220;secondo la quale ogni negoziato con gli arabi avrebbe dovuto essere condotto da una posizione di forza militare&#8221;) sia il filo conduttore di tutte le &#8220;trattative&#8221; israeliane. A cura di Shlaim il volume <em>La guerra per la Palestina. Riscrivere la storia del 1948</em> (Casa Editrice Il Ponte, 2004).<br />
<strong><br />
Ella Habiba Shohat</strong><br />
Nata in Israele da famiglia di ebrei iracheni. Professoressa alla New York University e autrice del saggio <em>The Mizrahim in Israel. Zionism from the perspective of its Jewish victims</em> ripubblicato in <em>Dangerous Liaisons: Gender, Nation, and Postcolonial Perspectives</em> (University of Minnesota Press, 1997). I suoi studi si concentrano sulla ricostruzione/ridefinizione dell&#8217;identità degli ebrei di cultura &#8220;araba&#8221; (i Mizrahim) nella vulgata eurocentrica apportata dal sionismo all&#8217;intero ebraismo. Tra gli articoli scientifici da segnalare: &#8220;The Invention of the Mizrahim&#8221; del 1999.<br />
<strong><br />
Michel Warschawski</strong><br />
Ebreo di origine francese nato nel 1949, Michel (alias Mikado) Warschawski ha ricevuto un’educazione ebrea ortodossa dal padre rabbino. Cresciuto a Strasburgo, nel 1965 va a Gerusalemme, dove studia in un seminario talmudico; nel 1967 è al lavoro al kibboutz Sha Alvin e quando scoppia la &#8220;Guerra dei sei giorni&#8221;, assiste all&#8217;esodo palestinese. Dopo la guerra aderisce a un gruppo di estrema sinistra, &#8220;Matzpen&#8221;, prima organizzazione israeliana a opporsi apertamente all&#8217;occupazione. Completati gli studi di filosofia e scienze politiche, organizza incontri tra universitari israeliani e palestinesi, dal <em>Comité de Solidarité de l&#8217;Université Bir Zeit </em>di Ramallah, al <em>Comité anti-guerre du Liban</em>. Diviene poi un attivista di primo piano dell’AIC, <em>Alternative Information Center</em> (<a href="http://www.alternativenews.org">www.alternativenews.org</a>), un&#8217;organizzazione israelo-palestinese contraria all’occupazione israeliana, che diffonde informazione, ricerca e analisi politica sulle società palestinese e israeliana e sul conflitto israelo-palestinese. L’AIC, inoltre, promuove una cooperazione tra palestinesi e israeliani sulla base della giustizia sociale e della solidarietà, e fornisce sostegno diretto alla popolazione palestinese e ai Refuseniks israeliani. Nel 1988, dopo aver organizzato manifestazioni pubbliche israelo-palestinesi in memoria dei massacri nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, Warschawski viene arrestato dal Shin Beth e, dopo un processo di quattro anni, condannato a 30 mesi di carcere.<br />
Tra i suoi libri tradotti in italiano, ricordiamo: <em>Sionismo e questione ebraica. Storia e attualità</em> (con <strong>Moscato Antonio</strong>, <strong>Taut Jakob</strong>), Ed. Sapere 2000 Ediz. Multimediali, 1983; <em>Israele Palestina. La sfida binazionale. Un «sogno andaluso» del XXI secolo</em>, Ed. Sapere 2000 Ediz. Multimediali, 2002; <em>Sulla frontiera</em>, Ed. Città aperta, 2003; <em>A precipizio. Crisi della società israeliana</em>, Boringhieri, 2004.<br />
Da “Israele-Palestina. La sfida binazionale”:<br />
&#8220;Il Terzo Millennio vedrà la nascita di uno stato palestinese. La cosiddetta Seconda Intifada non è altro che la guerra d’indipendenza palestinese, così come la violenza commessa dall’esercito israeliano e dai coloni non è che l’espressione sanguinaria dell’odio coloniale e vendicativo di fronte ad una rivoluzione di cui ben conosciamo gli inevitabili risultati. E non è la prima volta in mezzo secolo che una forza occupante si rivela sconfitta”.</p>
<p><strong>Shmuel Yerushalmi</strong><br />
Nato a Bila Tserkva in Ucraina nel 1972, vive in Israele dal 1988. Yerushalmi è coinvolto nel &#8220;foro Civile&#8221; di Hadash, mirante a sollecitare la nascita di un&#8217;identità civile non-sionistica israeliana (da Wikipedia: http://<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hadash">en.wikipedia.org/wiki/Hadash</a>). Scrive e pubblica poesie in ebraico, gestisce un sito personale: http://<a href="http://www.kvistrel.page.tl/">www.kvistrel.page.tl/</a>.</p>
<p><strong>Oren Yiftachel</strong><br />
Dal 1994 è professore di geografia e politica pubblica alla Ben Gurion University del Negev a Beer-Sheva, in Israele. Autore di svariate pubblicazioni scientifiche, tra le quali <em>Planning a Mixed Region in Israel: The Political Geography of Arab-Jewish Relations in the Galilee</em> (Avebury, Gower Publishing Limited, Aldershot, Hampshire, UK, 1992) e <em>Ethnocracy: Land, and the Politics of Identity Israel/Palestine </em>(PennPress &#8211; the University of Pennsylvania, 2005). Un suo saggio, &#8220;&#8216;Etnocrazia&#8217;: la politica della giudaizzazione di Israele/Palestina&#8221;, fa parte del volume collettaneo <em>PARLARE CON IL NEMICO. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto</em>, curato da Jamil Hilal e Ilan Pappe (Bollati Boringhieri, Torino 2004, pagg. 96-131). Ha insegnato presso la Pennsylvania University e la Columbia University, negli Stati Uniti. Dal 1999 al 2003 e&#8217; stato preside del Dipartimento di geografia della Ben Gurion University. Ha fondato e dirige la rivista &#8220;Hagar/Hajer: International Social Science Review&#8221;. In <em>Etnocrazia</em>, l&#8217;autore propone lo studio comparato dei regimi etnocratici, ossia quei regimi che fanno prevalere l&#8217;appartenenza etnica sulla cittadinanza, e che subordinano a tale appartenenza la distribuzione di risorse e potere. I regimi etnocratici risultano dalla combinazione di tre elementi: il colonialismo, l&#8217;etnonazionalismo e la logica etnica del capitale. Regimi di questo tipo si trovano in Estonia, in Sri Lanka, e in Malesia. Anche il caso di Israele illustra questo processo di fabbricazione di uno stato etnocratico, attraverso il lungo processo di giudeizzazione del territorio.<br />
Alcune pubblicazioni online qui: http://<a href="http://www.geog.bgu.ac.il/members/yiftachel/papers.html">www.geog.bgu.ac.il/members/yiftachel/papers.html</a></p>
<p><strong>Benny Ziffer</strong><br />
Nato a Tel Aviv nel 1953 da famiglia di origini turche. Ha studiato letteratura francese e scienze politiche, è l&#8217;attuale responsabile della rubrica letteraria del quotidiano Ha&#8217;aretz. Ha scritto un volume di poesie, <em>Tsipor Mekanenet Ba-bait</em> (&#8220;A bird nests at home&#8221;, Martef 1978), e tre romanzi: <em>Marsh Turki </em>(Am Oved 1995), <em>Tziffer U-Bnei Mino</em> (&#8220;Ziffer and his Kind&#8221;, Am Oved 1999) e <em>The Literary Editor&#8217;s Progress</em> (2005). Nei suoi romanzi affronta il tema dell&#8217;omosessualità nella società israeliana. Tra i principali attivisti contro la costruzione del muro nel villaggio palestinese di Bil&#8217;in, è autore di numerosi articoli estremamente critici nei confronti della politica e della società israeliana.<br />
<strong><br />
Moshe Zuckermann</strong><br />
Nato a Tel Aviv nel 1949, insegna sociologia e storia all&#8217;Università della stessa città.  Dal 2000 al 2005 ha diretto il dipartimento di Storia Tedesca. Zuckermann studia da anni le forme e le modalità di costruzione dei miti identitari, nello specifico del caso israeliano, per comprendere come si sia potuta creare una &#8220;etnocrazia colonizzatrice e  segregazionista&#8221;. Uno dei suoi ultimi lavori, <em>Zweierlei Holocaust</em> (&#8220;Il doppio Olocausto&#8221;,  Göttingen 1998) affronta di petto il tema della Shoah nella sua doppia qualità di memoria mitica e sapere storico, incrocio che lo pone al di là dell&#8217;analisi &#8220;razionale&#8221; e che spinge all&#8217;indifferenza verso altri tipi di sofferenza (quella palestinese).<br />
La maggior parte dei suoi testi principali sono pubblicati in tedesco, come <em>Gedenken und Kulturindustrie. Ein Essay zur neuen deutschen Normalität</em> (Berlin u. Bodenheim b. Mainz 1999). In italiano è pubblicato l&#8217;articolo &#8220;Aspetti dell&#8217;Olocausto nella cultura politica israeliana&#8221; nel volume collettivo <em>Parlare con il nemico </em>(Bollati Boringhieri 2004).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</a></p>
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		<title>Il gatto e la farfalla</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2005 07:53:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Mano]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Yoel Hoffmann]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Yoel Hoffmann</strong><br />
a cura di <strong>Davide Mano </strong></p>
<p></p>
<p><strong>Il gatto e la farfalla</strong> è l’ennesimo splendido memoir dello scrittore israeliano <strong>Yoel Hoffmann</strong>. Il libro è suddiviso in trentotto capitoli stampati in solo <em>recto</em>, dove “le pagine lasciate volutamente bianche vanno intese proprio come margine grafico a disposizione delle parole, in modo che possano dilatarsi, impossessarsi di tutto lo spazio reso necessario dall’interpretazione che il lettore ne vuole dare” (Alessandro Guetta).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/04/il-gatto-e-la-farfalla/">Il gatto e la farfalla</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Yoel Hoffmann</strong><br />
a cura di <strong>Davide Mano </strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/Cat_and_Butterfly.jpg" border="0" alt="Cat_and_Butterfly.jpg" hspace="2" vspace="4" width="200" height="200" align="left" /></p>
<p><strong>Il gatto e la farfalla</strong> è l’ennesimo splendido memoir dello scrittore israeliano <strong>Yoel Hoffmann</strong>. Il libro è suddiviso in trentotto capitoli stampati in solo <em>recto</em>, dove “le pagine lasciate volutamente bianche vanno intese proprio come margine grafico a disposizione delle parole, in modo che possano dilatarsi, impossessarsi di tutto lo spazio reso necessario dall’interpretazione che il lettore ne vuole dare” (Alessandro Guetta).<br />
Yoel Hoffmann, studioso di <strong>poesia haiku</strong>, ha scritto sette romanzi e due raccolte di racconti. Rappresenta un unicum in tutta la letteratura israeliana: la sua opera viene definita “<strong>prosa per gli amanti della poesia, poesia per gli amanti della prosa</strong>”.<br />
<span id="more-811"></span><br />
“Il gatto e la farfalla” è costruito come un <strong>caleidoscopio</strong>, è una spirale in cui la commedia umana di un’infanzia (vissuta tra Europa e Palestina) gira e rigira, fino a dare al lettore la sensazione di essere parte di un carosello privato in cui la magìa gioca un ruolo preminente. La memoria dell’io narrante sembra non esaurirsi mai, s’arricchisce continuamente di <strong>immagini mitologiche, mistiche</strong>, di flash fotografici, e di episodi macchiettistici in cui trova spazio anche la vena ironica dell’autore. In questo stato di sospensione, tocca al lettore interpretare. E non ne ha mai abbastanza.<br />
Riportiamo un estratto dal libro (ancora inedito in Italia, negli USA è stato tradotto da Peter Cole per le edizioni New Directions, New York 2004):<br />
[…]<br />
Se sapessi dedicare un canto a mia madre, come quello che Allen Ginsberg ha dedicato a sua madre, certo lo farei. Una specie di <em>kaddish</em> proveniente da brani aggiunti in ritardo a quel grande libro che ha il suo principio nel principio. Con il <em>suo nome</em>. I bimbi morti che ha partorito, come un compositore cieco che porta alla luce permutazioni di lettere secondo l’odore del piombo. Il suo andare verso la morte, come un falegname dentro un mobile vecchio che egli stesso ha intagliato e ha limato senza guardare indietro una sola volta. Nel frantoio dei sogni lei si toglie il grembiale bianco ed io posso vedere che è una donna snella. Un gatto cieco mi segue e mi è difficile chiederle: “Ti è stata dura partorire?” e “Che ora è ora?” Prendi i maccabei e l’elefante nel libro di storia, e svegliati sù, alzati, donna senza vita, se almeno avessi lasciato un collo su cui far affidamento. Spiegami l’aria. La pioggia. Il movimento della mia bocca quando parlo e lo sguardo meravigliato della gente diversa, che si stringe in piccoli gruppi come in un raduno di cuaccheri nel lungo e largo di questa piana Aravà. Pronunciano parole confuse come “se” o “o” nonostante non ci sia proprio niente da dire per dar prova di queste visioni: un cielo e un altro cielo avvolto in esso, e le stelle tutte riunite nell’intimo spazio.<br />
Chiamerei i tuoi vestiti per nome. Un vestito numero uno, ossia l’abito delle capre lontane. Un vestito fatto di tessiture bianche e rosse. Lo si potrebbe chiamare l’abito del tavolo del caffè. Un vestito trasparente, numero sette o otto. Un vestito chiamato l’ultimo, in cui ancora si riconoscono i tanti corpi che hai avuto. Oppure potrei contare le membra: un piede. Un piede. Un piede. Un’ascella che si dice armpit. La tavola del cuore. Pori, o forse no. Capelli. O forse nemmeno questi. Dieci dita dei piedi fino al termine dell’anima e tutto il resto come a Pompei, dove sono rimasti solo gli affreschi: una donna in una tinozza da bagno, sul suo capo un’upupa.<br />
Potrei raccontarti della gran quantità di finestre che ho visto dopo la tua morte. Sei e ancora sei, e in ogni finestra il piccolo Avremale con sua madre che gli dava da mangiare con un grande cucchiaino portato da Theresienstadt. Ed un gelso nella corte e sotto il gelso gattini appena nati, persino il signor Rimalt [un illustre rappresentante del sionismo mondiale] divenne uno statista su quel grande palco, lontano da te quanto i corpi celesti. Ho visto anche la signora Yoel nascondere una bottiglia di succo di lampone negli angoli della credenza. In tutta la via Rav Kook, solo lei diceva <em>Hambursh</em> [quando parlava di Hamburg]. Qualcosa di mia madre, il suo bacino. Il suo bacino aveva qualcosa di simile a un ombrello ma, dato che i tedeschi perseguitavano le mogli degli avvocati e le donne che si allargavano in basso, lei seppe districarsi bene in mezzo ai venti del tempo.<br />
Ho visto anche il sarto che si cuciva dei pantaloni eterni dalla pianta del piede in su. Una grande trasparenza era entrata nella macchina da cucire Singer, posta nel mezzo del negozio come un altare antico per i sacrifici degli uomini: sulla parete c’erano i tagli dei vestiti che non erano stati finiti, e la gente andava in segreto a cambiarsi d’abito. Come si chiamasse il sarto, tutti coloro a cui potevo chiederlo sono morti. [Lo potremmo chiamare <em>Schneider Schneider Kim Aroys</em>, come si può chiamare una lumaca, e subito lui se ne uscirebbe fuori agitando un righello.]<br />
In quel tempo la settimana aveva ancora sette giorni. Il primo giorno era il giorno della colomba. Dalla casa del piccolo Hanan provenivano innumerevoli colombe del colore del vino. Questi uomini primitivi, grandi come una tortora, vagavano di albero in albero, un mare superiore di colombe, quasi l’anima della terra galleggiasse nell’aria. Il secondo giorno era il giorno del corvo. E’ il corvo che fu creato dalla mia infanzia fino ai libri superiori di storia, e che gridava solo per me il Nome ineffabile. Il terzo giorno era il giorno di alta e bassa marea. Potevo vedere il cuore della nuvola andare e venire nelle acque superiori. Il quarto giorno era il giorno del grande sonno. I due tempi passati si riunivano a metà strada finché non si annullavano. L’altro suo nome era il giorno dell’equilibrio. Il quinto giorno era il giorno dello schiarirsi del sole, nel quale il sole vestiva la faccia della luna e così fino alla fine del sesto giorno, l’ultimo giorno nel computo dei volatili; l’ossatura del cielo è il giorno che lo precede. Il sabato era il giorno della mia vita, perché in quel giorno mi giravano intorno due porcellini d’India, maschio e femmina, i loro occhi sembravano bottoni neri e la loro saggezza era più profonda dell’infinità dei tempi.<br />
So che hai vissuto come imprigionata nell’ombra di mio padre, egli viveva per lungo tutta la sua statura, che quando lui stendeva le mani una mano era più bianca dell’altra, come al telefono quando ha detto Andreas ma si è persa la parte finale della parola. Vari segni sono venuti a insegnarmi, come campane d’allarme, che la tua morte è stata un gesto di grazia che si è capovolto nella mia vita. Perché non era proprio possibile contenere tutte le lettere della parola “grazia” in un corpo solo.<br />
[…]</p>
<p>Da “Il gatto e la farfalla” (tit. or. <em>Ha-shunra we-ha-schmetterling</em>) di Yoel Hoffmann<br />
Traduzione dall’ebraico a cura di Davide Mano (hidud@libero.it)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/04/il-gatto-e-la-farfalla/">Il gatto e la farfalla</a></p>
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