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	<title>Nazione Indiana &#187; Šklovskij</title>
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		<title>Gesti senza domani</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 11:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Carlo Tirinanzi De Medici</strong></p>
<p>(a F., con autonomia)</p>
<p>Diversi romanzi usciti in Italia negli ultimi anni hanno per protagonisti bambini e adolescenti. Al di là delle evidenti differenze di qualità, stile e scopo, in opere come <em>Io non ho paura</em> di Niccolò Ammanniti (2001), <em>Il tempo materiale</em> di Giorgio Vasta (2008), <em>Stabat mater</em> di Tiziano Scarpa (2008), <em>Riportando tutto a casa</em> di Nicola Lagioia (2009) o <em>Acciaio</em> di Silvia Avallone (2010) si racconta di ragazze e ragazzi non ancora maggiorenni che devono destreggiarsi in un mondo distante, misterioso, a tratti incomprensibile: quello degli adulti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/08/gesti-senza-domani/">Gesti senza domani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Carlo Tirinanzi De Medici</strong></p>
<p>(a F., con autonomia)</p>
<p>Diversi romanzi usciti in Italia negli ultimi anni hanno per protagonisti bambini e adolescenti. Al di là delle evidenti differenze di qualità, stile e scopo, in opere come <em>Io non ho paura</em> di Niccolò Ammanniti (2001), <em>Il tempo materiale</em> di Giorgio Vasta (2008), <em>Stabat mater</em> di Tiziano Scarpa (2008), <em>Riportando tutto a casa</em> di Nicola Lagioia (2009) o <em>Acciaio</em> di Silvia Avallone (2010) si racconta di ragazze e ragazzi non ancora maggiorenni che devono destreggiarsi in un mondo distante, misterioso, a tratti incomprensibile: quello degli adulti. In questi romanzi si racconta l’epoca dell’immaturità e il percorso che disegnano è quello di una conquista progressiva della consapevolezza da parte dei giovani.<span id="more-36034"></span></p>
<p>Sembrerebbero tutti, in senso lato, romanzi di formazione, il che è al contempo vero e falso.<br />
Vero, perché il percorso dei protagonisti è quello di una progressiva presa di coscienza delle cose del mondo (o almeno così ci sembra). Falso, perché il romanzo di formazione è divenuto un meccanismo inattivo, oggetto di operazioni di recupero o semplice repertorio di stilemi. Esso, nella sua forma classica, è ormai escluso dallo «spazio letterario» della contemporaneità, ovvero da quell’insieme di opere che uno scrittore in un dato momento ritiene ragionevole scrivere. Franco Moretti ha osservato che «maturità e gioventù sono inversamente proporzionali» nel romanzo di formazione, e che proprio il contrasto derivato dalla compresenza dei due termini creava lo spazio artistico e formale del genere letterario. Nei romanzi dell’immaturità manca proprio questa struttura profonda di opposizione: viene recuperato solo ciò che è sulla superficie della forma originale, personaggi e situazioni, ma manca il contrasto profondo tra maturità e gioventù che dava senso al romanzo di formazione ottocentesco. Possiamo dire qualcosa di simile, tra l’altro, anche per altre forme narrative. Il malinteso realismo di tanta letteratura contemporanea, per esempio, recupera Flaubert senza preoccuparsi delle spinte e controspinte estetiche, epistemologiche e culturali cui Madame Bovary rispondeva, e realizza il desiderio del protagonista di <em>Zoo o lettere non d’amore</em> di Šklovskij: «vorrei scrivere come se la letteratura non fosse mai esistita». Ma quando i romanzi cadono fuori dalla storia del romanzo, essi, come afferma Kundera, cessano di essere opere e divengono pura attualità, «un gesto senza domani».</p>
<p>Il punto allora non è l’uso dell’adolescente o del bambino nel romanzo, ma è avere un buon motivo per farne il protagonista. Stefano Benni, ad esempio, nel suo piccolo ha sempre raccontato storie di ragazzi, ma il senso dell’operazione dello scrittore bolognese è chiarissimo: il bambino è il classico punto di osservazione straniante che produce lo spazio satirico tipico dei romanzi benniani. In secondo luogo il bambino è funzionale alla creazione del mondo fiabesco-meraviglioso in cui di muovono i protagonisti, in contrasto con il mondo gretto-realistico degli antagonisti, che sono tutti adulti — vecchi e bambini, dunque, a loro agio (i primi per innocenza, i secondi per esperienza) con il magico che irrompe nella logora quotidianità, fatta di prevaricazioni e violenze, degli adulti.</p>
<p>Ma non è certo questa la linea seguita dalle opere di cui sto parlando. C’è troppo realismo, troppo storicismo, troppa serietà perché la linea magico-meravigliosa prenda il sopravvento.<br />
Per esempio a Lagioia interessa raccontare una Bari mefitica, ubriaca di denaro e droga, dove si brucia la gioventù italiana, e collegare quella realtà alla nostra di oggi tramite la duplicità del protagonista ragazzo degli anni Ottanta e adulto del Duemila. Ma egli non vive nessun contrasto tra maturità e gioventù: il racconto retrospettivo permette all’io narrante di “controllare” il protagonista, suo vecchio io, e rimodulare il proprio vissuto in base alla prospettiva che egli ha assunto oggi. La cifra storiografica dell’operazione è data dalla preminenza che il secondo ha sul primo nel tessuto narrativo: questo ragazzino è più adulto del padre. Il passato è un teatro in cui far muovere le contraddizioni di oggi: il protagonista del romanzo di Lagioia (e anche di quelli di Vasta e di tutti gli altri) è un adulto consapevole e maturo infilato nelle carni di un adolescente. A questo punto è più efficace un romanzo di formazione tardiva (per non dire estrema) come <em>La fuga</em> (2009) del giovane Adam Thirlwell, che rifiuta i ruoli prestabiliti e non confonde mai la «formazione» con la «maturità». Nella narrativa italiana, invece, abbiamo romanzi in cui l’immaturità è un’assenza, uno iato della memoria tra «come eravamo noi» e «come sono io». I romanzi dell’immaturità parlano, paradossalmente, di persone assai mature.</p>
<p>L’uomo maturo (nella <em>Fuga</em>, ad esempio, lo sono tutti meno il protagonista) sa che la vita «è viaggiare in capo al mondo, dire ‘Prego, prima lei’», ride educatamente alle battute del suo capufficio, paga con regolarità il mutuo per il villino a schiera e non si ubriaca mai alle feste. Magari è «democratico» e crede nella laicità, nel rispetto della diversità, nell’uguaglianza di fronte alla legge; oppure è reazionario, o «radicale»: in ogni caso è sempre sicuro di sé, perfettamente consapevole di avere precise responsabilità, dovute al posto che occupa nel mondo. C’è perciò un contrasto tra messaggio e medium: il romanzo ha necessità di compromettersi con l’immaturità, perché solo così evita di imitare gli atteggiamenti moraleggianti delle «persone serie». Il romanzo non sta mai al suo posto e fa sempre qualcosa di stupido, ingenuo o sconveniente. I suoi colpi di testa non sono quelli infantilmente ribellistici degli adolescenti, poiché il romanzo è nato adulto (con Cervantes, Sterne, Defoe) e nel corso degli anni magari è invecchiato (con Svevo, Gombrowicz, e poi con Bellow), ma sempre nell’ostinata ricerca di un’esperienza senza la saggezza a buon mercato del senno del poi, senza mai invischiarsi nella melassa delle buone maniere: è un genere selvaggio, come i <em>Detective</em> di Roberto Bolaño, non ha morali da vendere né etiche da regalare. Insomma il romanzo vive con la consapevolezza che la sua vecchiaia senza maturità, scevra di ogni consapevolezza su quel che è vero o bello o giusto, è l’arma con la quale esso può incidere la crosta indurita delle doxai, delle interpretazioni e delle credenze sul mondo che ci sono date da altri. Perché è solo in questo modo che il romanzo può mettere a nudo il nostro io, la nostra storia, disegnare le infinite possibilità del mondo e puntare a qualcosa di più elevato di un premio Strega.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/08/gesti-senza-domani/">Gesti senza domani</a></p>
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		<title>La legge delle altalene</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 08:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Nori</strong><br />
<em>[I brani sono presi dal <a href="http://www.paolonori.it/">blog dell'autore</a>]</em></p>
<p><em>Esprit de l&#8217;escalier</em><br />
martedì 3 marzo 2009<br />
Stanotte, prima di addormentarmi (ammesso che poi mi addormenti ma credo di sì), adesso, tre minuti fa, ho pensato a una cosa che avrei potuto dire per radio oggi pomeriggio, in diretta dal ridotto del Teatro Regio di Parma quando mi hanno chiesto cosa pensavo della letteratura russa del novecento, se era vero che era un po&#8217; schiacciata, nella nostra percezione, dall&#8217;ottocento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/la-legge-delle-altalene/">La legge delle altalene</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Nori</strong><br />
<em>[I brani sono presi dal <a href="http://www.paolonori.it/">blog dell'autore</a>]</em></p>
<p><em>Esprit de l&#8217;escalier</em><br />
martedì 3 marzo 2009<br />
Stanotte, prima di addormentarmi (ammesso che poi mi addormenti ma credo di sì), adesso, tre minuti fa, ho pensato a una cosa che avrei potuto dire per radio oggi pomeriggio, in diretta dal ridotto del Teatro Regio di Parma quando mi hanno chiesto cosa pensavo della letteratura russa del novecento, se era vero che era un po&#8217; schiacciata, nella nostra percezione, dall&#8217;ottocento. Avrei potuto dire, come ho detto, che era vero, ma prima avrei potuto dire anche Intanto grazie per avermi invitato, che io vivo a Bologna ma sono di Parma, e il mio commercialista ce l&#8217;ho a Parma, e ho approfittato di questo viaggio per portare al commercialista tutte le spese del duemilaeotto, che era una cosa che eran due mesi che pensavo che la dovevo fare adesso l&#8217;ho fatta son molto contento.<span id="more-15375"></span></p>
<p><em>Parma</em><br />
martedì 17 febbraio 2009<br />
Poi mi scrive Mattia Filippini una cosa che metto qua sotto:<br />
Da quando abito a Bologna, verso ora di cena, mi capita di vedere spesso il tg regionale e di solito le notizie più originali sono quelle che riguardano la città di Parma e i parmigiani in generale. Per esempio, qualche anno fa avevano parlato di uno che si chiamava Giuseppe Incatasciato, palleggiava col pallone, una roba incredibile da vedere, tacco coscia testa, tum tum tum, come una goccia sulla pietra. Era il figlio di un ex-trapezista del circo Orfei, arrivato dalla provincia di Siracusa, s&#8217;era messo davanti ai cancelli del Parma calcio a chiedere di fargli un provino, che lui non s&#8217;era mai allenato ma sapeva di valere di più di tutti i giocatori professionisti messi assieme, che lui aveva le articolazioni speciali. Aveva scritto tutte le sue richieste su dei cartelli, lui palleggiava in silenzio da giorni, dormiva nell&#8217;aiuola davanti al cancello della società.<br />
Oppure c&#8217;era un altro servizio bellissimo su un museo di Parma; non parlava di una mostra, ma di una poiana messa dentro questo museo infestato dai piccioni e se li mangiava. Lanciava il suo urletto da rapace e poi si tuffava in picchiata sopra gli ignari piccioni, una roba incredibile da vedere, come li squartava col becco.<br />
Poi, l&#8217;altro ieri, c&#8217;era un gruppo di parmigiani che aveva fatto una petizione da mandare al ministro della cultura Bondi con l&#8217;esplicita richiesta di far passare in radio almeno tre ore di liscio al giorno, che a loro avviso il liscio da anni ormai subisce un processo di ghettizzazione musicale inarrestabile che non gli fa bene per niente.</p>
<p><em>Ne travaillez jamais</em><br />
giovedì 12 febbraio 2009<br />
Nella biblioteca Sala borsa di Bologna, nel bagno degli uomini, qualcuno ha scritto sulla porta la traduzione di una frase che era, se non sbaglio, una specie di manifesto dei situazionisti. Non lavorate mai, c&#8217;è scritto con un pennarello nero, e di fianco un cerchio attraversato da una freccia piegata che dev&#8217;essere il simbolo dell&#8217;autonomia. E sotto qualcun altro ha scritto, sempre con un pennarello nero: E chi ci ha mai pensato.</p>
<p><em>Anticiclone (sulla razza)</em><br />
giovedì 29 gennaio 2009<br />
Galton fa una scoperta importante nel campo della meteorologia, scopre l&#8217;anticiclone, che è una parola bellissima, ma forse lì c&#8217;entra la mia educazione, forse lì c&#8217;entra il fatto che a Parma, quand&#8217;ero giovane, nel posto dove andavo io, che era un piazzale con un bar, dove ho passato non so quanti pomeriggi, innumerevoli, quando uno si ubriacava dicevamo che aveva preso un ciclone. Ho preso un ciclone, ieri. C&#8217;erano anche degli altri modi, di dirlo, la ciotola, ho preso una ciotola, la scimmia, Ciavevo una scimmia, ma ciclone per me resta il più suggestivo, con tutti i suoi derivati, Inciclonarsi, Inciclonata, e anticiclone, nella mia testa, suona come derivato di quel ciclone lì e indica una sobrietà irremovibile e cieca.</p>
<p><em>Non funziona</em><br />
sabato 24 gennaio 2009<br />
Šklovskij, anche se è un critico, appartenente alla corrente chiamata Formalisti russi, che i critici, e i formalisti russi, non so, io, delle volte, se penso ai critici in generale e ai formalisti russi in particolare mi vengono in mente delle immagini, come un ventilatore con il filo della corrente staccato, oppure un orologio fermo, su un muro scrostato, o delle veneziane, verdi, semichiuse, impolverate, o degli scartafacci, lì, sopra un tavolo, con dello spago intorno, o delle librerie, ma di quelle tristi, con le grate fatte di quella retina che usano anche per i pollai, come se i libri non fossero libri ma galline in prigione, non lo so come mai, mi vengono in mente queste cose, non lo so, è un&#8217;idea che si vede che ho dentro la mia testa quando penso ai critici e ai formalisti russi, e un po&#8217; mi piace, devo anche dire, il disastro, le cose messe lì, in un angolo, le cose che non funzionano, a me della Russia, della Russia sovietica, per esempio, quando ci son stato, il cartello che più spesso si trovava in giro, appeso ai telefoni, ai distributori di acqua gassata, sulle porte dei bagni, era Ne rabotaet, Non funziona, e un po&#8217; faceva venire il nervoso un po&#8217; era bellissimo, in un certo senso.<br />
Solo che poi, i formalisti russi, in generale, e anche Šklovskij, in particolare, a leggerli, ci son delle idee, lì dentro, che io secondo me, non solo funzionano, ma io, da quando le ho lette, io secondo me non me le dimentico fintanto che scampo.</p>
<p><em>Horror</em><br />
domenica 25 gennaio 2009<br />
Adesso, è normale, io ho studiato letteratura russa, mi succede spesso, che le cose che penso, e che vedo, mi fan venire in mente dei russi, anche se, mi rendo conto, in parte succede anche a me, la Russia, e i russi, sono un posto e della gente che fanno un po&#8217; paura. Io conosco della gente che mi dicono Sì, i romanzi russi, va bene, però, ci sono quei nomi, così lunghi.<br />
Non leggono i romanzi russi perché ci sono dei nomi lunghi, che è una cosa, a pensarci, che succede davvero, dentro i romanzi russi c&#8217;è un giro di nomi, cognomi, patronimici, soprannomi, vezzeggiativi, dispregiativi, gradi, che uno a un certo momento se non stai attento non capisci chi è il personaggio che sta parlando, deve andare indietro pagine e pagine, si fa una fatica, delle volte, a leggere i romanzi russi, che veramente poi uno quando li vede prende paura e in un certo senso, mi viene in mente adesso, la letteratura russa potrebbe essere anche una specie di sottogenere della letteratura horror; i romanzi russi, anche quelli che parlan d&#8217;amore, per dire, o della rivoluzione, o dei nichilisti, o di Napoleone, o del tradimento, hanno un qualcosa che li si potrebbero mettere tutti negli scaffali della letteratura horror, nelle librerie occidentali.</p>
<p><em>Comincio</em><br />
giovedì 22 gennaio 2009<br />
Si sente? Si sente se parlo così? Anche là in fondo? Bene.<br />
Io tutte le volte che devo dire qualcosa, anche che devo leggere, in pubblico, comincio sempre così, dico Si sente?<br />
Per rompere il ghiaccio.<br />
Non è che mi interessi tanto, sapere se si sente, cioè, mi interessa, se non si sentisse sarebbe inutile che parlassi per quaranta minuti, ma quello che mi interessa di più, è rompere il ghiaccio. Per me, in queste occasioni, dire Si sente? equivale in un certo senso a prendere uno e dirgli Ascolta, hai quaranta minuti che ti devo dire una cosa?<br />
E se la gente risponde, come avete fatto voi, che si sente, vuol dire che ce li avete, i quaranta minuti.<br />
Un piccolo, non so come dire, scivolo, per cominciare.<br />
Uno scivolo che ti porta, velocemente, in medias res, come si dice con un&#8217;espressione latina, dentro la vicenda, nel nostro caso dentro il discorso, un piccolo scivolo che ti fa saltare l&#8217;inizio, che l&#8217;inizio, di solito, è la cosa più complicata, più complicata ancora che della fine.<br />
Che finire, quando hai cominciato, finisci per forza, cominciare, invece, delle volte stai lì un sacco a pensarci, comincio o non comincio, comincio o non comincio?</p>
<p><em>Enantiosemie</em><br />
venerdì 16 gennaio 2009<br />
Mi scrive Paolo Albani:<br />
Caro Paolo, non vorrei sembrarti pedante ma in termini linguistici il fenomeno delle parole che significano due cose opposte si chiama enantiosemia, strano fenomeno di una parola che possiede significati opposti, un ossimoro condensato in un solo vocabolo, come la parola «STORIA» che può voler dire egualmente «resoconto vero di fatti reali» e «bugia», ed è perciò una parola bifida che coabita con il suo contrario, che racchiude in sé un «sosia perverso», un doppio negativo. Naturalmente, qui lo dico e qui lo nego. Ciao</p>
<p><em>Raddoppiamenti che dimezzano</em><br />
venerdì 16 gennaio 2009<br />
Scrive Massimo Tallone:<br />
È un bel tema, quello delle parole che dicono la cosa e il suo opposto, proprio un bel tema. C&#8217;è anche una bella variante, quella per così dire del &#8216;raddoppiamento che dimezza&#8217;. Esempio: se dico che una cosa è &#8216;così&#8217; fornisco un livello di precisione alto, ma se dico che è &#8216;così così&#8217; non raddoppio la precisione, ma la dimezzo. Poi c&#8217;è &#8216;forse&#8217;, che indica un livello di incertezza, ma se dico &#8216;forse forse&#8217; non raddoppio l&#8217;incertezza, perché &#8216;forse forse&#8217; vuol dire &#8216;quasi sicuro&#8217;. Poi c&#8217;è anche una &#8216;certa età&#8217;, che è indefinita e non proprio &#8216;certa&#8217;.</p>
<p><em>Oggi invece</em><br />
mercoledì 14 gennaio 2009<br />
Oggi invece, alla scuola materna, una compagna di mia figlia mi ha detto Ti abbiam visto sul giornale. E mia figlia ha detto Sì, è vero, cantavi.</p>
<p><em>Makarenko</em><br />
mercoledì 14 gennaio 2009<br />
Rivedere le bozze di un libro complicato, e lungo, come le Anime morte, è un po&#8217; come andare in fabbrica, e io in questi giorni faccio così.<br />
Al mattino mi alzo, mi lavo, mi metto la tuta, e vado in fabbrica, come quando lavoravo alla Star, in via Budellungo.<br />
Viene in mente la pedagogia di Makarenko: al mattino a scuola, al pomeriggio in fabbrica. Le Anime son un po&#8217; tutte e due le cose insieme.</p>
<p><em>Di tutte le poesie</em><br />
giovedì 8 gennaio 2009<br />
Poi, dopo, per dire, di tutte le poesie di Chlebnikov che ho letto, quella che, forse, mi è tornata in mente più spesso, da quando l&#8217;ho letta, è questa qua:</p>
<p>La legge delle altalene prescrive<br />
Che si abbiano scarpe ora larghe, ora strette.<br />
Che sia ora notte, ora giorno.<br />
E che signori della terra siano ora il rinoceronte, ora l&#8217;uomo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/la-legge-delle-altalene/">La legge delle altalene</a></p>
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