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	<title>Nazione Indiana &#187; sogni</title>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
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		<title>Corde del sogno #2#</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/29/corde-del-sogno-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 07:10:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/vertigo-pic-4.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/24/corde-del-sogno/">Qui </a>la prima puntata</em></p>
<p><strong>VIOLONCELLO</strong></p>
<p><em>(Sono un inventore ben più meritevole di tutti coloro che mi hanno preceduto; anzi un musicista, che ha scoperto qualcosa come la chiave dell’amore.)</em><br />
Arthur Rimbaud- <em>Illuminazioni</em>.</p>
<p><em>Il merlo maschio</em>. Un timballo produttivo del cinema italiano, di quel genere commedia sexy che non c’è più da decenni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/29/corde-del-sogno-2/">Corde del sogno #2#</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/vertigo-pic-4.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/vertigo-pic-4-300x163.jpg" alt="" title="vertigo-pic-4" width="300" height="163" class="alignnone size-medium wp-image-12923" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/24/corde-del-sogno/">Qui </a>la prima puntata</em></p>
<p><strong>VIOLONCELLO</strong></p>
<p><em>(Sono un inventore ben più meritevole di tutti coloro che mi hanno preceduto; anzi un musicista, che ha scoperto qualcosa come la chiave dell’amore.)</em><br />
Arthur Rimbaud- <em>Illuminazioni</em>.</p>
<p><em>Il merlo maschio</em>. Un timballo produttivo del cinema italiano, di quel genere commedia sexy che non c’è più da decenni. Lo vedo al cinema seduto accanto a un uomo dell’apparente età della mia, dunque non più giovane, non ancora vecchio, quasi adolescente, e quasi morto e ben più che vivo. È, questa, una sala parrocchiale, vicino casa, che frequentavo da giovane; ha delle finestre di formato normale che si aprono sull’esterno. Fuori, bambini con le gote rosse, svizzeri, le bocche disegnate da sbuffi espressionisti di cioccolato appena addentato, stanno coi nasi schiacciati contro queste finestre, come se guardassero avidamente, dentro una pasticceria, dolci viennesi. <span id="more-12920"></span><br />
Nella sala si proietta dunque due volte: il film all’interno e, dall’esterno, la luce, che proviene dalle finestre:  dieci, dalle quali i dieci bambini svizzeri (Lucerna,  Sciaffusa,   Bellinzona,  Vevey,  Zurigo,  Thun,  Le Chaux-de-Fonds,  Basilea,  Coira,  Berna) stanno coi nasi rossi, intirizziti dal freddo, a sbirciare dentro, sempre più famelici, quasi rabbiosi.<br />
Proiettano <em>Il merlo maschio</em>, con Lando Buzzanca, 1971, appunto. D’ improvviso l’attore palermitano -che nel film interpreta la parte di un violoncellista siciliano a Verona &#8211; contravvenendo allo svolgimento del film originale, scompare. La polizia lo cerca per tutto il resto del film. Apro gli occhi: accanto a me lo scheletro di un Buzzanca cinquantenne, riconoscibile dalla  mandibola spaziosa. I ragazzi svizzeri si fanno indietro dall’orrore tutti insieme, e si mettono, dopo qualche secondo di indecisione, a lanciare pietre contro i vetri, che rimbalzano ogni volta, fin quasi a colpirli.</p>
<p><strong>STAGIONI</strong></p>
<p><em>(Le stagioni hanno sempre avuto un forte effetto su di me. Per esempio, al risveglio tutti vengono assaliti da una domanda che di solito è: Dove mi trovo? O a volte: Che giorno è? Io invece mi sono sempre svegliato domandandomi: Che stagione è?)</em><br />
Douglas Coupland – <em>Hey Nostradamus!</em></p>
<p>Mi sveglio all’inizio dell’inverno: torno da un letargo all’inverso. È novembre e non lo è, è freddo ma ancora non con la serietà, con la rigidità di Gennaio. Mi si sta scollinando la palpebra sulla lana grezza di un golf che sto infilando dalla parte sbagliata, e intanto, fuori, si muovono urla di giubilo. Vivo vicino a un ippodromo. I cavalli sentono particolarmente il cambio delle stagioni, sono ciclotimici. Li sento nitrire a nitrito basso, depressi; poi improvvisamente saltano sulle zampe posteriori, posizione rodeo. Nitriscono, alti, altissimi. Non li vedo, ma li immagino: scalpitare imbizzarriti, e poi partire a razzo verso il  lungo sciopero delle categorie ippiche e il conseguente posticipo di sette settimane sulla data di effettuazione della finale. Sette settimane probabilmente determinanti ai fini del risultato della più ricca e importante corsa del calendario trottistico nazionale: l’81° Derby Italiano del Trotto. L’indiscussa leader generazionale Lana del Rio era infatti uscita ridimensionata dalle batteria di qualificazione nella quale aveva subito inattesa sconfitta ad opera di Letter From Om e Libeccio Grif, ma ha beneficiato della lunga e inattesa pausa per ritrovare una condizione fisica ottimale grazie alla quale ha siglato in bello stile il Derby del Trotto a 21 anni di distanza dalla precedente vittoria dell’altra femmina Gitana d’Asolo. Accendo una Camel, guardo il pacchetto, c’è un cammello, anzi un dromedario – o è un cammello? Faccio sempre confusione, non mi entra mai in testa la differenza. E’ una specie di cavallo di Notre Dame. I nitriti e i <em>galop</em> continuano per ore, mi infilo una cuffia di poliuretano espanso in testa. Vado a fare pallanuoto nella vasca da bagno, dopo aver tirato fuori dal <em>necessaire</em> una pillola di LSD ed averla ingoiata subito. Trip acustico. Ascolto in successione <em>Wish you  were here</em> dei Pink Floyd, <em>Raffaella è mia </em>di Tiziano Ferro, <em>We are your friends</em> di Justice vs Simian,  e <em>Wooo</em> di Vitalic senza che alcuno stereo o radio o Last FM sia stato acceso. Ma ho le cuffie da pallanuoto ben inserite. Un cavallo bianco, dechirichiano, si affaccia nella mia stanza da bagno. E’ tranquillo. Abbassa la testa e beve un po’di acqua calda della mia vasca mischiata a Bagnoschiuma Pino Silvestre Vidal. Gli accarezzo la testa. Mi strizza l’occhio sinistro.</p>
<p><strong>MERDA</strong></p>
<p><em>(Andai di sotto.<br />
Vicino alla porta di casa c’era una grossa merda. Era stato il soldato.)</em><br />
Walter Kampowski- <em>Tadelloeser &#038; Wolff </em></p>
<p>Lune, lune di primavera che si vedono da questo lembo nero di terra. E’ quasi l’alba. Le lune, lune di primavera, mi guardano o guardano altri, o tutti, o i miei soldati morti, intorno a me. Un fiore sbuca dalla sacca di Bryansk. E’ l’ alba. La luce è spettrale. Anch’io sono spettrale, mi specchio nella luce che proviene da una casa abbandonata, nel freddo. La luce rimanda le mie palpebre gonfie e le sopracciglia bianche di brina. Mi alzo lentamente, prendo a camminare a brevi passi, stando attento a non svegliare i morti intorno a me. Attaccato alla divisa di ognuno, un enorme Post-it color rosso sangue,con su scritto, a penna nera: VADO.<br />
Cammino verso la casa. Ma invece che avvicinarmi mi ci allontano. Dopo dieci minuti la vedo sparire, come se avesse avuto dei piedi sotto alle fondamenta. Davanti a me, una collina di merda. Penso siano  stati gli elefanti di Annibale, ma qui siamo in Russia. E’ la nostra guerra.</p>
<p><strong>LIBERTA’</strong></p>
<p><em>(L-Libertà: il diritto di obbedire alla polizia.)</em><br />
Bertrand Russell- <em>L’alfabeto del buon cittadino</em></p>
<p>Liberi tutti, nel gioco senza senso. Un escamotage emotivo. Si giocava a campana, si giocava alle olimpiadi. Bravo nel lancio del giavellotto, un manico di scopa che lancio sul selciato del cortile rimbalza, a una decina di metri da terra si piega e diventa una specie di boomerang che non torna più indietro, che sale sparendo nel cielo in pochi secondi, come fosse un’astronave. E la libertà è svanita, e il tempo è passato. Forse questo non è un sogno. In effetti non so stabilirlo: il mio è un dormiveglia separato dal corpo. Giro la testa sul cuscino e attraverso gli schermi labili presenti alla finestra dietro di me vedo la luce, la stessa, di trentacinque anni fa. La luce non è proprio cambiata. Chiudo gli occhi nel sogno, rientrato in me; e spalanco gli occhi, ora, che sto di nuovo dormendo del tutto, nettamente. Liberi tutti, nel gioco senza senso, si giocava a campana ma poi anche a calcio, per ore e ore, fino allo sfinimento. E la piccola maratona intorno ai caseggiati. Ora corro con me, accanto a me, superandomi, facendomi superare: o trentacinque anni fa. E’ caldo, ho ritrovato tutto il mio fiato, tutta l’energia fisica, mi sembra di correre, ora, dopo un attraversamento di scenario immediato, su una brughiera, nell’estremo nord, saltando sulle scarpe speciali, leggerissime, morbidissime, saltando  nella brughiera color terra, contro un cielo celeste senza nuvole atterrato dal Mare del Nord, che dista da qui pochi chilometri. La libertà, liberi tutti, nel gioco senza senso. Spensierato come mai, mi sveglio con il batticuore di chi sente che tutto è ancora da fare anche se già tutto passato.</p>
<p><strong>INNOCENZA</strong></p>
<p><em>(I cuori di uomini arditi, folli e facilmente entusiasti sono insondabili; sono pozzi notturni i cui pensieri, i sentimenti, i ricordi, le paure, le speranze, il rimorso stesso, possono sprofondare, e per qualche tempo anche il timore di Dio. Profondo e buio, un vero pozzo, era il cuore di Nikolaus Tarabas. Ma nei suoi grandi occhi chiari l’innocenza brillava.)</em><br />
Joseph Roth – <em>Tarabas.</em></p>
<p>Negli occhi quello che cerco, che cerchi. Siamo vestiti di labili cose, che ci vengono incontro nell’attesa. Rotondità di una speranza. Di una giustificata ambizione. Così, senza averne vera ragione, riprendo a combattere, a colpi di spada, in un forte. Ho l’armatura dei Lancaster. Guerra della due Rose. Taglio, mozzo, squarto, infilo per intero la spada nel collo del nemico. Il sangue schizza vermiglio da loro, schizza da me, ma io sono immortale. L’Inghilterra, lo scontro fratricida, uccidere, col cuore sgombro, io sono innocente.<br />
La notte dormo pacificamente, solo qualche incubo, di cui non ho notizia. Mi sveglio all’alba, con i miei uomini andiamo cavalcando verso sud. Sorrido.</p>
<p><strong>OSARE</strong></p>
<p><em>(Avere non significa nulla. E’osare ciò che conta.)</em><br />
Reinhold Messner – <em>La mia vita al limite</em>.</p>
<p>“Oso lo snobismo di leggere, alla stazione, il cartello d’entrata in inglese, che è scritto in piccolo, e non in italiano, che è in grande”, dico a mio cugino.”Osavo prendere la corda dell’alpinista e salire in montagna soltanto sulle punte, come i danzatori. Ho osato gridare a un vegano animalista  ‘vergognati della tua morte!’, e a un neonazista ho sussurrato ‘sei seducente quando ti arrabbi con violenza, furore, insomma con vera sete di sterminio’. Oso qualsiasi cosa che mi viene in mente: mi piace dire battute triviali a nostra nonna defunta, o fuggire, morto, dall’unica donna che davvero mi ha accolto come un essere umano e non come un pupazzo di buon taglio.” Abbasso la mia grossa testa, la rialzo quasi chiudendo gli occhi, mio cugino si volta verso di me e mi sorride. Riprendo:”Oso andare a piedi dove c’è solo e soltanto cielo, e la terra è sparita chissà dove da cent’anni. Ecco, chi non osa non è. Se ha, questo non ha importanza.” Mio cugino si alza dalla sedia, viene verso di me e mi abbraccia con una tale stretta che mi soffoca. Mi fa molto male. Sento ossa e giunture scricchiolare con un rumore di lamiere divelte, sento le ossa rompersi a pezzi sempre più piccoli fino a sbriciolarsi, sento le mani incantarsi nel sangue fermo, sento rientrare in me lo scroto, ora piccolo come un’oliva, sento fiammeggiare i piedi. Mi sto rompendo in mille pezzi.</p>
<p><em>Immagine da: Vertigo [La donna che visse due volte] di Alfred Hitchcock</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/29/corde-del-sogno-2/">Corde del sogno #2#</a></p>
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		<title>Corde del sogno</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 10:50:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[sogni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/fernando_rey.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><em>Nel pensiero vagante scendo sotto, addormentato la testa, abbandonata, come sepolta. Sono teso con le mani attaccate alle corde del sogno, che si spalanca da una botola di palco. Attaccato alle corde tiro forte, le mani aperte, graffiate, stando con i piedi piantati a terra, uno dietro l&#8217;altro.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/24/corde-del-sogno/">Corde del sogno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/fernando_rey.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/fernando_rey-300x162.jpg" alt="" title="fernando_rey" width="300" height="162" class="alignnone size-medium wp-image-11420" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><em>Nel pensiero vagante scendo sotto, addormentato la testa, abbandonata, come sepolta. Sono teso con le mani attaccate alle corde del sogno, che si spalanca da una botola di palco. Attaccato alle corde tiro forte, le mani aperte, graffiate, stando con i piedi piantati a terra, uno dietro l&#8217;altro.<br />
Tiro, tiro, tiro. Le corde del sogno avvolgono come una pellicola un film Super 8 di tanti anni fa. Lui bambino piccolo, i pochi capelli biondi e il sorriso, nell&#8217;auto che frena e riparte. Le corde del sogno restano tra la morte e me, fino alle palpebre incrinate, come cristallo spezzato, al<br />
risveglio.</em><span id="more-11419"></span></p>
<p><strong>FREDDI</strong></p>
<p>Detesto i freddi, le cose così fredde, anche fosse una bionda perversa avvolta nuda nei pali della luce, mi scandalizza il freddo delle ossa e delle tue tenebre molli. Io faccio la mia parte, sulla pelle, vado a brandelli nelle tue cose chiuse, in vasche di mascara. Come un soldo bucato, vago per la crisi dell’asfalto, mentre da grattacieli alti come papaveri manga piovono banchieri. E’ la crisi, è il sistema-lue, e la grande, mondiale macchia di AIDS che si spande sulla camicia bianca fino al colletto azzurro. Detesto i freddi, le cose così fredde, il sorriso bucato dal bel sole ottuso di quest’ ottobre impazzito, le tue ossa contraffatte per pelle allisciata dalle mie mani rigate di desiderio. Detesto le tue cose chiuse, in vasche di mascara, vado a brandelli nelle tue cose chiuse, mangiando cuori di nebbia, ascoltando una vecchia poesia al registratore picchiato nelle mie vene calde.</p>
<p><strong>GRIGIO</strong></p>
<p>Sono un gigione, un gigione, me lo dicono tutti, sono un gigione, leggo da gigione e parlo a volte così; e sono insomma un gigione, e da piccolo vedevo in tivu Topo Gigio, un gigione anche lui, a suo modo; e lui, un altro, lo chiamavo Gigetto quand’eravamo piccoli, anche poco prima che morisse, e non era più piccolo da un pezzo, e lo chiamavo a volte così, ancora; e il cielo di quella mattina, poche mattine fa, rientrando a casa, era grigio, o bigio, non era per niente al mondo un cielo gigione, nemmeno gigioneggiava, voglio dire, per farsi coraggio, per vincere una timidezza, un panico, una follia, un blocco; no, quel cielo era bigio come un pezzo di pane raffermo che viene calato in una tazza di latte, che sta davanti a una finestra che dà su quello stesso cielo grigio, o è del pane ed acqua, di un grigio di condanna, grigio di stento e di fine della corsa; e, a proposito, c’è il grigio dell’asfalto al Tour de France, il grigio di un paio d’occhi muti che mi guardarono una volta cercando nel mio azzurro un po’ di comprensione, quel grigio che ci sferza fino alle vene battenti con la pioggia; e il grigio del bianco e nero, lustrato di quella stessa pioggia nelle strade bagnate, lunghe strisce di lacrime sballottate in un lavaggio-strade, che sia a Brooklyn o sulla strada sotto casa, che dà a sua volta verso finestre spente da chiazze grigie, che sono in realtà soltanto tende, dello stesso colore; e dietro queste, delle anime grigie in pena, stordite fino in fondo dal terrore, che premono su tutto il grigio che si potrebbe scavare dentro il loro essere per decidere, una buona volta, di farla finita.</p>
<p><strong>SOGNO N°3</strong></p>
<p>Nel pieno rimbombante del sogno, sono in una caserma. Non è la solita, non è una delle caserme che ho frequentato da militare. Ha il tetto basso come un seminterrato; anzi è un seminterrato. Su questo tetto poco più in alto delle nostre teste, che ci racchiude come in una scatola di soldatini semoventi, quasi fossimo delle opere di uno scultore postmoderno e iperrealista, sta sopra di noi una plafoniera enorme, cioè lunghissima ma stretta non più di mezzo metro, che emette una luce spettrale, da drive in. Nella camerata-seminterrato ci sono solo delle brande con lenzuola e coperte verdi militare; il pavimento è di linoleum chiaro. L’atmosfera è di cupa rassegnazione. Sono seduto su una delle brande, in mutandoni di lana e maglietta verde. Ho la testa abbassata del calciatore seduto in panchina dopo una sostituzione non gradita ma necessaria per mancanza di fiato. Ho già una certa età, almeno quarant’anni, e sono di nuovo a naja, per l’ennesima volta, in un eterno progressivo richiamo alle armi. Sono il comandante di un gruppo di ragazzi che mi circondano; che non sono più ragazzi neanche loro, a guardarli anche distrattamente: alcuni hanno messo su pancia, qualcuno ha i capelli grigi: sono tutti ultratrentenni, magari con mogli e figli, anche loro richiamati alle armi, riservisti del nulla. C’è una guerra in atto? Siamo qui soltanto per esercitazioni annuali, come si fa nell’esercito svizzero, nel quale il militare non finisce se non molto avanti nell’età? Non lo sappiamo. Forse è in atto la guerra definitiva, quella che, col suo chiamarsi “terza”, potrà dirsi perfetta: una guerra perfetta è tale solo se porta alla distruzione totale, universale, senza ritorno. Sì, non sappiamo perché siamo chiusi in quell’antro squadrato e gigantesco. In noi soltanto una corrente elettrica a basso voltaggio, che ci percuote leggermente il petto, fino allo stomaco, sinistra, invadente, qualcosa di più energico dello sfarfallio dell’ansia tipica. E’ il non sapere dove si è esattamente, e per quale scopo. E’ questo senso di estraneità e al contempo di riconoscimento di una condizione subalterna a qualsiasi cosa. Sentiamo ancora una volta, ciascuno per suo conto, ma sintonizzato con gli altri tramite un’empatia dolorosa, che la vita militare è la vita della servitù necessaria, dell’estrema ratio. Alzo la testa, ricordo che c’è da fare una specie di appello: chiamo stancamente gli uomini a raccolta davanti a una scrivania malandata, dietro la quale c’è una sedia di ferro. Ma non mi siedo: sono stato seduto in una specie di pesante e arcigna catalessi fino a ora. Prendo finalmente un foglio battuto a macchina  un po’ in nero e un po’ in rosso, da qualcuno che aveva a disposizione una macchina da scrivere difettosa o non aveva più un rullino d’inchiostro di ricambio, e scandisco dei nomi che non ricordo fin da subito. I ragazzi a uno a uno alzano stancamente il braccio.<br />
Finito l’appello, torniamo a sederci tutti quanti sui bordi delle nostre brande. La luce lentamente s’abbassa, come fosse  di un palco teatrale prima della rappresentazione. Un occhio di bue, dal palco, riprende il volto di uno spettatore, appisolato in prima fila: è l’attore spagnolo Fernando Rey, morto alcuni anni fa. Apre gli occhi: tutto quello che sta intorno a lui sparisce; la macchina da presa segue il suo sguardo, si posa sugli occhi del regista Luis Bunuel. La luce si spegne: nel buio, soltanto gli occhi del regista possono essere visti, allungati come se sorridessero.</p>
<p><strong>CORDE</strong></p>
<p>Come liane i tuoi capelli: corde. Come d’attracco, corde. Gesti ripetuti di mani fini dentro le unghie rosse, lo smalto tra biscotti zigrinati e caffellatte. Corde, mentre in un sole sparso come neve gialla, sul cemento quasi nero, vedevo l’indiano di diciotto anni buttare la palla gialla nell’angolo più sparuto e solo del campo. Applausi. Al 30-0 finivo rotolando in una botola di lacrime che avrei tenuto a galla nella mia notte emotiva fino a quel maggio atroce di cent’anni dopo. Con lo zoom dell’adolescenza spianata negli occhi vidi la rete balzarmi addosso, provocata da corde che si gonfiavano nell’aria. Sotto rete, il braccio scavato in una volley. Niente, l’indiano raggiunge quella palla gialla battuta quasi nell’angolo alla sua destra con un paio di balzi da ghepardo, e rimanda gonfiando la bocca di un rantolo, che percorre il suo braccio fino alla sua Bancroft  di legno. E fa un altro punto. Corde. Indietro a velocità di missile, la palla gialla mi sorpassa infinite altre volte, mentre la rete si gonfia come appena lanciata da una baleniera e le corde di quella rete, gonfiandosi come ali di vento, mi surclassano come il cielo di un funerale prima di una pioggia di cocci, tutti i poveri resti della mia vita, dal passato fino al futuro gelido della mia stessa morte. Mi sveglio intirizzito, nelle mie mani, per scaldarmi, il ricordo dei tuoi capelli: corde. Tese alla dimostrazione dell’esistenza di qualcosa che valga la pena di tenere stretto nelle mani sbiancate, sempre più. Corde, corde di rete, di liana, nello scurirsi, il tuo volto dalle labbra rosse e dischiuse di divano di Dalì, che si apre al sesso di fortuna fatto da due bambole Mattel che si spogliano di furia. . Corde, le tue corde tra le mie mani che cercano altri pezzi di corda, i tuoi capelli come d’attracco, corde. Liane, appeso a un filo mi tengo nella notte, attaccato al sospiro, piangendo dentro di me nella notte, mentre tu apri le labbra e mi mangi rotolando i denti bianchi nel palato tra la mia pelle come biscotti secchi.</p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: Fernando Rey</em></p>
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