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	<title>Nazione Indiana &#187; solidarietà</title>
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		<title>Odiare i poveri: quando l&#8217;indifferenza non basta</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 06:25:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/09/16/sommario-del-n°-2-settembre-2010/">numero 2</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/">"alfabeta2"</a>, in edicola e nelle librerie dal 17 settembre.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un passo nel romanzo la <em>Nave morta</em> di B. Traven, ambientato nel primo dopoguerra del secolo scorso, in cui è evocato l’ordinario disprezzo che circola tra coloro che occupano gli ultimi gradini della scala sociale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/04/odiare-i-poveri-quando-lindifferenza-non-basta/">Odiare i poveri: quando l&#8217;indifferenza non basta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/09/16/sommario-del-n°-2-settembre-2010/">numero 2</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/">"alfabeta2"</a>, in edicola e nelle librerie dal 17 settembre.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un passo nel romanzo la <em>Nave morta</em> di B. Traven, ambientato nel primo dopoguerra del secolo scorso, in cui è evocato l’ordinario disprezzo che circola tra coloro che occupano gli ultimi gradini della scala sociale. Il protagonista, vagabondo e mendicante, si trova confrontato con la carità avvelenata dei marinai, che per Traven costituiscono il paradigma dei più sfruttati tra gli sfruttati. “A volte, mentre sto sulla banchina, guardando lassù verso il castello di una nave dove l’equipaggio sta mangiando, sento qualcuno di loro che grida: «Oh, voialtri, canaglie, bighelloni fetenti, non avete nulla da inghiottire? Suppongo che vogliate venire su a leccare gli sputi: ma solo due per volta, che vi possa tenere d’occhio, ladri!». Altri si divertivano a gettare il cibo: minestra, carne, pane, fave, prugne, caffè, tutto in un recipiente insieme con i loro avanzi già in parte masticati; poi ci offrivano quel pastone dicendo: «Se avete fame davvero, mangiate questo e dite grazie».”</p>
<p>Malgrado il fatto che, negli anni Venti, la linea di separazione tra un semplice marinaio e un vagabondo nullatenente fosse socialmente poco significativa, essa era sufficiente a generare nel primo un atteggiamento di scherno nei confronti del secondo, quasi che il sentimento caritatevole fosse direttamente proporzionale alla distanza sociale che separava il beneficiante dal beneficiato. Ciò nonostante, il gesto impietoso dei marinai non esprimeva odio e non giungeva al punto di trasformare l’irrisione in persecuzione. <span id="more-36792"></span>Esso sanciva una differenza di status che, proprio perché labile, andava enfatizzata in forma quasi apotropaica. Siamo ben lontani dalla carità cristiana, che per l’ideologia cattolica è stata sempre la giustificazione dell’interclassismo e della condanna della lotta di classe. Ma siamo lontani anche dalla solidarietà di classe. Come può il sottoproletario che preferisce la definitiva miseria allo sfruttamento, essere considerato fraternamente dagli sfruttati che combattono ogni giorno contro la loro miseria?</p>
<p>L’odio nei confronti degli “ultimi”, dei poveri, dei marginali è, nelle democrazie moderne, fenomeno storicamente e sociologicamente più raro. Di solito, dove non vige il disprezzo, vige una tollerante e individualistica indifferenza. Difficilmente, però, gli “ultimi” sono tramutati in nemici o in criminali, in persone che sollecitano un’aggressione legittima, una punizione esemplare. Il capolavoro di quell’entità semiclandestina, ma tremendamente reale, che sia chiama ideologia dominante, è ai nostri giorni questo: aver tramutato l’odio di classe, l’odio degli sfruttati nei confronti degli sfruttatori o dei diseredati nei confronti dei privilegiati, in odio dei più forti nei confronti dei più deboli. Lo si sperimenta purtroppo con una crescente frequenza. Lo si sente con le proprie orecchie.</p>
<p>Milano, tarda mattinata. Nel tragitto della metropolitana da Loreto a Villa San Giovanni, percorre i vagoni un tizio brutto, sporco, con le stampelle, chiedendo l’elemosina. Accanto a me una signora corposa, sulla cinquantina, vestito a fiori, un carrello della spesa di fronte a sé. Dopo che il mendicante storpio è passato, dice ad alta voce: “Bisognerebbe dargli fuoco!”. Ho speso una giornata intera, cercando, nella mia testa, di neutralizzare questa frase, di addolcirla, svuotarla, parodiarla, o semplicemente dimenticarla. Di certo, la signora non era facilmente immaginabile con una tanica di benzina in una mano e un accendino nell’altra, intenta ad armeggiare intorno allo storpio con lo scopo preciso di incendiarlo. Ma in quale contesto, allora, dare significato a quella frase, in quale gioco linguistico inserirla, a quale forma di vita associarla in modo coerente, quando a pronunciarla non è un naziskin durante un minoritario raduno di gente socialmente disturbata e attratta da azioni criminali in grande stile? Come convincersi che quelle parole, in bocca ad una normalissima casalinga milanese, siano del tutto <em>flatus vocis</em> e che in esse non vi sia traccia alcuna di fattualità? (E quando quella frase la dice davanti ai suoi figli ventenni, magari più sconsiderati e intraprendenti di lei? Oppure la rende, assieme ad altri, e in un modo altrettanto “innocuo”, il preludio coerente all’entrata in scena di qualcuno disposto a passare dalle parole ai fatti?)</p>
<p>Certo, già parecchie persone si sono affrettate a mostrarmi che, loro, se non altro, delle frasi del genere sanno disinnescarle subito, insomma, riescono a normalizzarle. Alcuni persino con un argomento apparentemente paradossale: “Ma non sai quante persone dicono frasi simili”. E ciò viene affermato con l’intento (del tutto vano) di rassicurarmi. Naturalmente mi sono trovato uno contro tre, quando nel vagone ho reagito alla frase della signora, dicendole: “Dunque lei la pensa come i nazisti, è quindi per una soluzione nazista?”. Un pensionato sessantenne, probabilmente un ex-operaio, subito si è schierato dalla parte della spensierata frase nazista, e subito dopo anche una signora molto elegante, della stessa età del pensionato. Questa signora mi ha persino detto: “Vorrei vedere lei che cosa direbbe, se le avessero violentato la sorella”. Sempre sul filo dell’implacabile logica, la prima signora ha replicato alla mia domanda: “Ma se lei non gli ha nemmeno dato dei soldi”. Alludeva al fatto, credo, che non avendo io dato l’obolo al mendicante, fossi di conseguenza del tutto propenso a cremarlo vivo. (Da tempo, la solenne “distruzione della ragione” ha assunto le farsesche spoglie della distruzione del ragionamento.)</p>
<p>Quindici giorni dopo, sempre a Milano, ho risentito una simile frase nazista. La commessa di un panificio si lamentava del sabato, giorno di mercato, per via di tutti gli “africani” che circolavano in maniera impenitente. Ho chiesto precisazioni sulla natura del problema, ma oltre a colpe attinenti all’abbandono di rifiuti – colpe assai diffuse in giorno di mercato –, è stata sottolineata una generica arroganza o maleducazione. In quel momento, un operatore ecologico presente alla discussione ha evocato in tono calmo e moderato la necessità di un lanciafiamme, installato in posizione proficua. Al mercato, gli africani sono in maggioranza impiegati dai venditori italiani per scaricare i camion, venendo pagati alla giornata. Non sono certo trattati coi guanti, e i loro datori di lavoro non si privano di ogni tipo di battuta, anche insultante e a sfondo razzista. Ma certo sono loro, in quel contesto, i più deboli: senza contratto ed extraeuropei, costantemente sospetti di farsi sfruttare illegalmente, in quanto privi di permesso di soggiorno. Per questo, dunque, meritano odio. Il razzismo, qui, se c’è, non è che un caso particolare di un fenomeno più ampio: la guerra ai poveri. Questa guerra non l’hanno dichiarata né la signora incontrata in metrò né l’operatore ecologico di cui sopra. Essa è un’invenzione ideologica, elaborata dal ceto politico. Non è invenzione nostrana, e neppure europea, ma una locale declinazione di una strategia di matrice statunitense, attiva oltreoceano da ormai un trentennio: la sostituzione dello <em>stato penale </em>allo <em>stato sociale</em> in un contesto di sempre maggiore precarietà salariale dei ceti popolari. (Poi, una volta dichiarata, una guerra trova sempre volontari entusiasti per partire al fronte.)</p>
<p>L’ossessione sul tema della sicurezza dei nostri governi di centro-destra viene da lontano e non è riducibile ad una periodica speculazione elettorale, più o meno redditizia, sulla pelle degli immigrati, dei rom o di altre categorie sociali di volta in volta indicate come fonte di minaccia e disordine per l’onesta cittadinanza. Diversi sono gli studi sul fenomeno delle politiche “securitarie”, ma tra i più lucidi e tempestivi vale la pena di ricordare quello del sociologo francese Loïc Wacquant, intitolato <em>Punire i poveri: il nuovo governo dell’insicurezza sociale</em> (2004) [1]. Wacquant, in uno studio comparato sulla situazione statunitense e francese, ha mostrato innanzitutto che l’ascesa della stato penale non risponde ad una crescita della criminalità ma allo sfaldamento della classe media legata al nuovo corso delle politiche neoliberiste in tema di produzione, salario e speculazione finanziaria. Se la popolazione criminale resta grosso modo stabile nel corso degli ultimi vent’anni, cresce invece una massa di disoccupati e sottoccupati considerati non più come “poveri”, destinatari cioè di una qualche forma di assistenza pubblica, ma come possibili fuorilegge, da porre sotto controllo preventivo o da punire sistematicamente fin dalle forme più elementari di trasgressione. Le politiche neoliberiste, dunque, producono insicurezza sociale sul piano economico, e ne curano le ricadute disastrose sul piano della vita sociale con dosi di repressione e marginalizzazione.</p>
<p>Finché esisteva una forma di stato sociale a cui delegare gli interventi sugli indigenti, sui malati mentali, sui tossicodipendenti, l’indifferenza poteva costituire un sentimento legittimo. Ora lo stato stesso promuove un atteggiamento più attivo nei confronti degli “ultimi”. Se i valori cattolici celebravano la carità, come forma di solidarietà privata e realizzata volontariamente dal cittadino, oggi le istituzioni cittadine promuovono una forma di prevenzione spontanea e privata del crimine. Sollecitano gruppi di cittadini volontari ad occuparsi di tenere sgombri piazze e quartieri dalle manifestazioni della marginalità sociale. Se la retorica della carità permetteva che il cattolico medio sognasse di tanto in tanto gesti d’estremismo evangelico – reazioni da buon samaritano –, allo stesso modo la retorica delle ronde e delle ordinanze anti-bivacco permettono alla placida casalinga cinquantenne e allo scrupoloso operatore ecologico di sognare soluzioni naziste contro il mendicante, l’africano o il barbone. Così accade che se qualche sindaco non ha ancora fatto installare il bracciolo di metallo in mezzo al sedile delle panchine, impedendo così il funesto atto dello sdraiarsi, qualche cittadino attivo si sentirà chiamato a vegliare che barboni o ubriachi non le utilizzino a sproposito (e nel caso in cui ciò fosse malauguratamente accaduto, starà a lui passare dalla prevenzione alla punizione, valutando privatamente la pena da comminare al reo: semplici insulti o una manica di botte). Va dunque corretta, la formula tanto abusata in questi tempi: non “guerra tra poveri”, ma “guerra ai poveri”, fatta al di fuori di ogni delega statalista: se non interviene il vigile o il poliziotto, ci pensi il cittadino più prossimo. Se a quest’ultimo manca poi il coraggio per l’intervento esemplare – la tanica di benzina – almeno si accontenti di sognarlo. Per l’intanto si eserciti nell’odio, una qualche conseguenza di esso prima o poi verrà.</p>
<hr size="1" />[1] Loïc Wacquant, <em>Punir les pauvres. Le nouveau gouvernement de l’insécurité sociale</em>, Agone, 2004 (trad. it., Deriveapprodi, 2006).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/04/odiare-i-poveri-quando-lindifferenza-non-basta/">Odiare i poveri: quando l&#8217;indifferenza non basta</a></p>
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		<title>Siamo tutti Saviano?</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2008 05:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile “Strage di Capaci”- far saltare con l’esplosivo le macchine blindate sull’autostrada Napoli –Roma &#8211;  e dopo l’intervista di “Repubblica” in cui dice di voler lasciare per un po’ l’Italia per riprendersi la sua vita, si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/">Siamo tutti Saviano?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/saviano-merda.jpg"/></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile “Strage di Capaci”- far saltare con l’esplosivo le macchine blindate sull’autostrada Napoli –Roma &#8211;  e dopo l’intervista di “Repubblica” in cui dice di voler lasciare per un po’ l’Italia per riprendersi la sua vita, si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti. Iniziative sui social network, letture collettive in piazza di <em>Gomorra</em> a Roma e Milano, cittadinanze onorarie, striscioni degli ultrà esposti allo stadio, un appello firmato da sei Premi Nobel che nella prima giornata raccoglie le adesioni di centomila persone. E molto altro, molto di più.<br />
E’ qualcosa di imprevisto e di straordinario soprattutto laddove è divampato dal basso, dalle persone che hanno letto il libro o l’hanno comprato o che hanno soltanto visto Saviano in tv e ne hanno fatto quel che è ora: un simbolo di lotta alla mafia, un simbolo di coraggio. E probabilmente di qualcos’altro, perché i simboli veri non sono come i cartelli stradali che stanno per una cosa sola, ma si caricano e irradiano significato. Ed è fin troppo facile obiettare che per aderire a un appello via rete o anche trovarsi in una piazza lontana dalla provincia di Caserta non ci vuole molto coraggio, né si mette in moto un cambiamento, né si fa qualcosa di concreto per togliere una persona dal pericolo in cui si trova. Sono soltanto gesti simbolici che rispondono proprio su quel piano a chi, appunto, è diventato un simbolo.<span id="more-10161"></span><br />
Esistono alcuni che pensano che Saviano sia diventato quello che è adesso grazie al marketing editoriale o all’influenza dei media o a entrambi. Ma nulla si sarebbe messo in moto senza il libro né tanto meno avrebbe raggiunto queste dimensioni senza pubblico perché è quest’ultimo, in un movimento di feed back circolare, che continua ad alimentare le ristampe e tener aperti gli spazi su televisioni e giornali.<br />
Quindi ha ragione Saviano quando dice che non è stato il suo libro a innescare una reazione da parte della camorra, ma il successo del suo libro, la trasformazione del suo libro e di lui stesso in qualcosa che riveste un valore simbolico per moltissime persone.<br />
Pasolini scriveva che il successo è l’altra faccia della <strong>persecuzione</strong> e queste parole acquistano nel caso di Saviano una verità sinistra.<br />
Credo che la realtà del pericolo che corre derivi ormai in una misura non meglio quantificabile dal valore che ha assunto, dalla notorietà raggiunta persino oltre ai confini dell’Italia.<br />
E’ un fatto inaudito. La visibilità doveva avere un effetto protettivo, fargli – come si dice- da “scorta mediatica”, comunicare ai nemici di Saviano che se lo toccano, la reazione scatenata peggiorerà pesantemente le condizioni per condurre i propri affari in segreto e in silenzio. Secondo quella logica tradizionale nell’ambito delle mafie, ammazzare Saviano non conviene: piuttosto si aspetta un tot di anni, quando non avrà più la scorta e l’attenzione pubblica, quando quest’ultima lo avrà almeno in parte dimenticato. Allora lo si distrugge, preferibilmente con diffamazione, querele, mosse trasversali, e se proprio non bastasse, con le armi. Ed è ovviamente uno scenario sempre presente e non escluso dalla situazione attuale. Cosa che fa capire che cercare di destreggiarsi fra la troppa esposizione e il possibile oblio, debba essere per Saviano come navigare fra Scilla e Cariddi.<br />
La logica della visibilità come protezione ormai non vale più senza riserve. I capi Casalesi in carcere si sono visti riconfermare gli ergastoli, le loro mogli- anche quella del latitante Antonio Iovine- sono state arrestate, Casal di Principe è presidiato dalla Folgore come un territorio occupato. Erano, fino al successo di <em>Gomorra</em>, un clan sconosciuto o di cui l’opinione pubblica non si interessava già a partire da Napoli. Ora qualsiasi loro azione, persino quelle non strettamente sanguinarie, rimbalza su giornali e telegiornali. Hanno poco da perdere, e l’idea che una volta tolto di mezzo Saviano, tutto tornerà come prima –magari non subito, ma basta aspettare- sembra possedere, a questo punto, una logica più stringente e una maggiore attrattiva. A questi uomini che si vedono come un potere assoluto, poter mostrare con un solo omicidio che detengono più potere di Stato, Premi Nobel, masse nazionali e internazionali, essere in grado di scatenare un putiferio anche politico, deve fare non poca gola.<br />
Per questo, l’istinto e il buon senso suggeriscono di non scartare lo spauracchio della riedizione della Strage di Capaci soltanto perché il pentito ha poi smentito l’informazione sul presunto attentato raccolta da un poliziotto. Nella migliore delle ipotesi mi pare rappresenti quello che il clan <strong>avrebbe voglia </strong>di fare.<br />
Chiunque abbia visto le interviste fatte da Repubblica tv o quelle di Matrix o delle Iene, si è reso conto che pure per il territorio dominato dai Casalesi, Saviano è un simbolo. Soltanto che è un simbolo negativo. A Casale- ma molto spesso anche a Napoli &#8211; Saviano è colui che è ti fa arrivare una sanzione se giri senza patente o senza casco, colui che è diventato famoso e venerato rovinando l’immagine della propria terra e affibbiando ai suoi abitanti l’immagine di mafiosi o di collusi, colui che si è arricchito senza aver fornito lavoro anche se nero o sporco, e non ha sganciato tangenti o soldi per i terreni trasformati in tombe di rifiuti tossici.<br />
Magari quel che abbiamo visto o letto non è tutta la verità, magari c’è qualcuno che in segreto la pensa diversamente, ma non importa. Importa che quelle dichiarazioni rappresentino la versione a cui da quelle parti occorre o conviene conformarsi. Persino il parroco di Casale ha lanciato un anatema contro Saviano perché infanga il nome dei bravi e onesti paesani.<br />
Basta aggiungere che accanto a un consenso negativo popolare intorno a Saviano, ci sono proprio nei luoghi che per primi dovevano essere scossi dalla sua denuncia, molti che si sentono sempre di più gettati nell’ombra dal fascio di luce che sembra ricadere tutto sul simbolo. Questi si trovano nello spettro di chi conduce la battaglia antimafia: dai magistrati ai testimoni di giustizia, dagli agenti delle forze dell’ordine ai militanti delle associazioni e così via. Giornalisti lamentano che Saviano avrebbe preso dai loro articoli e dalle loro inchieste, cosa che non avrebbe dato alcun fastidio se il libro l’avessero letto in 5.000 (la prima edizione di <em>Gomorra</em> aveva esattamente questa tiratura) e nemmeno in 50.000. Sarebbe infatti stato impossibile e grave se l’autore non avesse fatto tesoro delle informazioni raccolte anche aldilà della propria esperienza personale, ed è perfettamente normale che chi riporta semplicemente una notizia, non abbia bisogno di citare nessuna fonte: questo, a maggior ragione, per un libro che si colloca a cavallo fra saggistica e romanzo, fra esposizione di fatti e dati e narrazione.<br />
Ciò che non scorgono queste persone – o che la loro frustrazione fa passare in secondo piano &#8211; è che si tratta del più classico meccanismo del <em>divide ut impera</em>, tra l’altro messo in moto senza nessun burattinaio, e che a isolare Saviano ci si crea un danno da soli facendo il gioco dell’avversario. Inoltre non sembrano vedere la cosa più banale e primaria, ossia che, pur nell’ombra di Saviano, l’attenzione a quel che fanno non sia mai stato tanto alta: mai così tante opportunità di pubblicare libri, fare film ecc sulla camorra (e persino sulla ’ndrangheta fino ad allora quasi totalmente ignorata dall’attenzione pubblica), mai così tanto spazio nei mezzi d’informazione su arresti e inchieste, mai tanto impegno da parte dello stato nel territorio Casalese.<br />
Ma già qui si intravede una sorta di equivoco. La Folgore che è a Casal di Principe – uso l’esempio come immagine esemplare, aldilà della valutazione sulla sua efficacia- non gira contemporaneamente a Platì e nemmeno a Secondigliano, e ammesso anche che si riuscisse a dare un colpo durissimo al clan dei Casalesi, non si avrebbe di certo ottenuto una vittoria su tutte le altre mafie che magari anzi godono dello sforzo concentrato da una parte come il proverbiale terzo fra i litiganti.<br />
L’equivoco nasce dai piani di rappresentazione. Su quello basilare sembra trattarsi di una lotta fra Saviano e i Casalesi o, al massimo, fra Saviano e lo Stato e i Casalesi. Sembra che i Casalesi oggi “tirano” esattamente come un tempo facevano notizia solo i Corleonesi. In quest’equivoco che si autoalimenta ci casca pure l’editoria che pubblica libri sui Casalesi a cui sembra interessata solo una nicchia.<br />
Perché, in realtà, al celebre scrittore londinese, alla casalinga di Voghera o allo studente di Treviso che cosa gliene importa alla fine di un dato clan campano? Non moltissimo, se non avesse intenzione di uccidere Saviano e se nella sua vicenda non fosse simboleggiato molto altro.<br />
La libertà di parola, la fiducia nella verità e nella possibilità di dirla, il coraggio delle proprie azioni e convinzioni. E forse anche il meccanismo per cui la denuncia di certi clan reali, con nomi e cognomi, riesce a toccare per esteso le corde di chi in Italia si confronta con dinamiche “mafiose” in generale, cioè praticamente tutti. Credo che in questo paese vecchio, attanagliato da mille paure supposte o reali – dagli stranieri al pedofilo della porta accanto, dal latte contaminato alla recessione -, privo di fiducia nel proprio futuro e nella possibilità di uscire dal marciume, l’esempio di Saviano incontri soprattutto il desiderio di essere diversi da come si è realmente: non impauriti, asserviti, rassegnati. Eppure l’investimento simbolico su di lui sembra giocare un ruolo ambivalente. Ci si appaga nell’identificazione e nella preoccupazione per Saviano e si continua grosso modo a vivere come prima. D’altronde, cosa si potrebbe fare?<br />
Purtroppo dire “siamo tutti Saviano” non basta, anzi l’effetto è in parte anche contrario a quello desiderato. Perché alla fine solo Saviano è Saviano, solo Saviano è quello sotto scorta, minacciato di morte, ricusato dal parroco di un paese che non ha pronunciato nulla di simile nei confronti dei boss. E voglio ribadirlo: Saviano non è ovviamente l’unico potenziale bersaglio delle mafie e non è l’unico a vivere sotto scorta, ma è un bersaglio privilegiato proprio in quanto simbolo. Più ci si schiera dietro al suo nome, più lui diventa simbolo e come simbolo diventa unico, diventa solo. E il fatto che così pochi lo appoggiano proprio laddove dovrebbe invece essere appoggiato primariamente, non fa che accrescere la pericolosità di questo meccanismo.<br />
Chiunque abbia letto l’opera di René Girard centrata sulla funzione del capro espiatorio o conosca il mito e il rito del Re del Bosco analizzati dal <em>Ramo d’oro </em>di Frazer ha dimestichezza con la logica per cui figure investite collettivamente di un valore positivo e persino salvifico, siano per questa stessa ragione, destinate al sacrificio.<br />
Ma come si fa a strappare una persona reale, non un simbolo, dal pericolo che sta con troppa evidenza correndo anche in questo senso?<br />
Noi su questo sito abbiamo da sempre pensato che il modo migliore di stare vicini a Roberto era continuare a dare spazio alle tematiche che ha portato alla ribalta, anche e soprattutto se a scriverne erano altri, e cogliamo l’occasione per ribadire che Nazione Indiana è uno spazio aperto per chiunque voglia proporre un contributo. I Wu Ming con spirito simile hanno lanciato lo slogan di “<a href="http://www.giugenna.com/interventi/desavianizzazione_di_saviano.html"></a><a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/quasigiap_23ottobre2006.html#saviano">desavianizzare</a>” Saviano. Carla Benedetti e Giovanni Giovanetti sul sito de “Il primo amore” propongono di<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1138.html"> “Condividere il rischio”</a> facendo e ospitando inchieste su temi non solo legati alla criminalità organizzata.<br />
Tutto questo è giusto, però non illudiamoci: ormai non basta. Tutta l’attenzione e la maggiore facilità di accesso ai circuiti della comunicazione -dai blog, alle case editrici, ai telegiornali- che la fama di Saviano e del suo libro hanno innescato anche a beneficio di altri scrittori, giornalisti, documentaristi ecc., non hanno cambiato nulla su un certo piano. Si sono moltiplicate le voci di denuncia, ma Saviano è diventato sempre più simbolo.<br />
D’altronde, non si può dire alla gente: tutto questo è certamente anche bellissimo, ma per favore state attenti. Da un lato perché nessuno si sveglia la mattina dicendosi “adesso di sto ragazzo che ho visto ieri sera a Matrix faccio il mio simbolo di un Italia migliore o di chi “ha le palle”. Del resto, le stesse persone – che siano scrittori famosi o gente comune non importa &#8211; hanno reagito con affettuoso buon senso alla sua dichiarazione di volersene andare, dando la priorità al suo desiderio di riavere una vita decente. Non è che perché uno è simbolo che non ci si rende conto che è prima di tutto una persona in carne ed ossa.<br />
Ma soprattutto, pur con tutta la necessità di vederne gli aspetti rischiosi e ambivalenti, è giusto riconoscere che i bisogni simbolici sono bisogni profondi e reali, e il fatto che emergano con la loro portata utopica primaria, contiene in sé qualcosa di positivo: aldilà di ogni ricaduta concreta, di ogni possibilità che il semplice sentirli ed esprimerli possa bastare come appagamento e quindi diventi funzionale al mantenimento delle cose come stanno, e ovviamente aldilà di ogni manipolazione e strumentalizzazione della quale possono essere oggetto.<br />
Eppure, pur con tutta la consapevolezza dei limiti e dei rischi, non basta fermarsi a questo. Bisogna cercare di capire quel che hanno fatto<em> Gomorra</em> e il “fenomeno Saviano” un po’ più concretamente.<br />
<em>Gomorra</em> non è soltanto in assoluto il primo libro sulle mafie – inclusi quelli dedicati a Cosa Nostra, inclusa il volume intervista a Giovanni Falcone- ad aver ottenuto una simile diffusione in Italia e nel mondo. <em>Gomorra</em> ha soprattutto cambiato il modo di rappresentare e di vedere le mafie. Non più fenomeno locale, ma presenza ubiqua e interconnessa del mondo globalizzato. Non più intreccio fra potere criminale e potere politico, ma supremazia del potere economico al quale tutto il resto è subordinato. Quel che talvolta viene mosso come critica a Saviano, ossia aver riservato un ruolo marginale all’aspetto della collusione politica, è in realtà la condizione di partenza perché si fosse potuto verificare questo mutamento collettivo di consapevolezza.<br />
<em>Gomorra</em> ha fatto questo:spostare lo sguardo dal sangue e persino dalla politica al business che è ovunque e rappresenta il cuore del potere criminale. Ed è, aldilà delle mafie, un grande e necessario aggiornamento ai tempi nostri, dove recentemente gli stati e la politica non hanno potuto fare altro che cercare di tamponare i disastri creati dall’economia, stavolta finanziaria.<br />
Lo sguardo di <em>Gomorra</em> è la sua più grande novità. Ogni polemica su quel che Saviano possa aver preso da altri o su quel che “si sapeva già”, manca il bersaglio perché non si rende conto che è stato Saviano, solo Saviano, a scorgere in quella materia una portata universale e trovare lo strumento per fare breccia con la sua visione delle cose e con la forza di coinvolgimento del suo racconto. Nessuno prima d’allora era arrivato a mostrare soprattutto questo, a far pervenire soprattutto questo come messaggio, a dirti:”non chiederti principalmente se Totò Riina si è baciato o meno con Andreotti”, ma domandati piuttosto chi costruisce casa tua, come vengono raccolti i pomodori con cui fai la salsa, dove e come vengono smaltiti i rifiuti che butti nel bidone dell’immondizia”.<br />
Non erano cose di cui si interessava il lettore comune o il pubblico dei media, non erano nemmeno cose che sembravano riguardare da vicino i cosiddetti intellettuali, inclusi quelli impegnati. Pasolini probabilmente ha pagato con la vita il suo lavoro su Petrolio e il suo “Io so” che riguardavano comunque grandi intrecci fra politica e interessi multinazionali, non il subappalto del piccolo cantiere, non la proprietà di una pizzeria, non il racket subito dal negoziante. In breve: non il nostro quotidiano.<br />
Su tutto questo c’è stata una sensibilizzazione che forse è l’inizio di qualcosa che cambia. I giornali non danno solo quell’attenzione a camorra e Casalesi di cui prima godevano solo i mafiosi siciliani (e comunque, per qualsiasi motivo, è preferibile essere informati su due organizzazioni criminali piuttosto che su una sola), ma concedono uno spazio prima impensabile a questioni come le mani dell’ndrangheta sui lavori per l’Expo di Milano (vedi gli articoli su “<a href="http://sitesearch.corriere.it/forward.jsp">Corriere”</a> e <a href="http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=8748350">“Stampa”).</a><br />
Noi non siamo Saviano e possiamo fare ben poco per tutelarlo. Ma, senza nessun eroismo, possiamo continuare ad allargare il solco che ha tracciato, continuare a ritenere che ogni indagine sul reale ci riguardi, possiamo trasformare tutto questo in una duratura e normale consapevolezza capace di non essere soltanto qualcosa di effimero: leggere – o scrivere- poesie e inchieste, articoli di cronaca e romanzi. Cambiare definitivamente postura rispetto a questo. Capire che le nostre democrazie sono congegni imperfetti e fragili, i cui valori e il cui funzionamento possono essere messe in scacco non solo dall’ascesa al potere di un dittatore; che non bisogna arrivare al regime totalitario, per finire per perderne di fatto dei grossi pezzi. Questo paese ne è un esempio particolarmente mal messo, ma la questione di fondo non riguarda solo l’Italia e il suo meridione. E al tempo stesso non dobbiamo nasconderci lo sgomento e il senso di impotenza che ci coglie quando scopriamo che Caserta sembra più lontana da Roma, più altrove, che Parigi o Milano.<br />
Sapere che si possa fare poco. Ma farlo. Di modo che se Saviano se ne va per un po’ da un&#8217;altra parte, qualcosa di quel che ha aiutato a seminare continui a crescere e a radicarsi anche laddove non c’è mai stato uno specifico interesse per le mafie.<br />
E infine, anche se il coraggio è quella cosa che non ci si può dare da soli, sarebbe bello se fossimo capaci a tirarne fuori un po’ di più: ovunque, in qualsiasi campo. Non per Roberto Saviano, soprattutto per noi stessi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/">Siamo tutti Saviano?</a></p>
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		<title>Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 10:56:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Sul De Bestiarum Naturis di Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong> di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Pedrazzini disegna come Rabelais, sente come Plutarco.<br />
Di qui, in primo luogo, il lato comico, non burlesco, non vignettistico, non caricaturale del suo tratto.<br />
Il comico si fonda su un’acuta osservazione dell’infinita <em>varietas</em> della natura e sull’altrettanto infinita potenzialità della fantasia di mettere alla prova ogni travestimento dell’umano, ogni suo irrigidimento moralistico, ogni suo atteggiamento pedagogico, ogni sua pretesa astratta di giudicare dall’alto gli eventi umani e non umani: nelle creazioni comiche il trionfo della sovrana ragione del riso vince sulle ragioni della serietà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/dove-guarda-luccello-a-forma-di-domanda/">Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sul De Bestiarum Naturis di Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong> di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Pedrazzini disegna come Rabelais, sente come Plutarco.<br />
Di qui, in primo luogo, il lato comico, non burlesco, non vignettistico, non caricaturale del suo tratto.<br />
Il comico si fonda su un’acuta osservazione dell’infinita <em>varietas</em> della natura e sull’altrettanto infinita potenzialità della fantasia di mettere alla prova ogni travestimento dell’umano, ogni suo irrigidimento moralistico, ogni suo atteggiamento pedagogico, ogni sua pretesa astratta di giudicare dall’alto gli eventi umani e non umani: nelle creazioni comiche il trionfo della sovrana ragione del riso vince sulle ragioni della serietà. L’uomo davvero serio è colui che non si prende sul serio, e soprattutto, come Pedrazzini ci mostra attraverso i suoi animali, non prende sul serio l’Uomo.<span id="more-6043"></span><br />
Panurge, il personaggio di Rabelais, vorrebbe sposarsi, ma non sa decidersi. Chiede consiglio a Pantagruele, il quale ha un’idea: farsi portare le opere di tutti i grandi sapienti dell’antichità, Omero, Platone, Aristotele, Virgilio e aprire per tre volte a caso ciascuno dei loro scritti. Leggendo ogni volta il passo corrispondente, prima o poi – Pantagruele ne è certo –, la risposta salterà fuori. Dopo dotte e interminabili disquisizioni, i due, sconfortati, si danno per vinti, tanto che Panurge pensa di giocarsi la sorte ai dadi. In seguito, chiede consiglio un po’ a tutti, sacerdoti, cabalisti, filosofi, ma niente: nessuno è in grado di rispondere al suo fondamentale quesito: «Devo sposarmi oppure no?». La sua «fantasia» di matrimonio, così la chiama Rabelais, si scontra contro la «realtà» dei suoi interlocutori, che rappresentano un sapere tanto enciclopedico quanto inutile.<br />
Di che stupirsi? Per tutti i Sorbonagri di questo mondo il sapere è una cosa talmente seria da non contemplare né la «fantasia» fin troppo umana di Panurge né quella fin troppo popolata da animali di Pedrazzini.<br />
Nell’opera di Pedrazzini c’è, tuttavia, una radice più antica, e in fondo eretica.<br />
Che cosa pensiamo quando pensiamo al rapporto tra uomini e animali?<br />
Fin dalla nostra antichità, i Greci ci hanno offerto grosso modo due vie di interpretazione, che senza molti scossoni sono arrivate fino a noi.<br />
Aristotele, il primo grande catalogatore, ci ha fornito una classificazione descrittiva delle specie animali (più di 540!), corredata da un’imponente messe di informazioni e spiegazioni relative ai singoli fenomeni, affermando, come faranno poi Porfirio, Plinio il Vecchio, Claudio Eliano, Agostino, San Tommaso, Cartesio, Kant e ancor oggi illustri scienziati americani, che la differenza tra uomo e animale risiede nel fatto che quest’ultimo è privo di «ragione» (e di «anima immortale») e che essendo l’universo regolato da leggi che possono essere comprese solo dalla ragione umana, l’animale deve limitarsi a seguire ciecamente quelle leggi, vivendo e morendo per l’eternità nella notte degli istinti.<br />
La seconda via, che precede cronologicamente la prima, è quella del mito, terra di poeti (da Omero a Poe, da Ovidio a Borges). Il mito introduce nell’universo primordiale – che poi per Aristotele sarà regolato «secondo ragione» – esseri ibridi, formati da parti animali e umane. Di più, il mito si compiace di trasformare dei e uomini in animali grazie a una legge difficilmente comprensibile «secondo ragione», ovvero la legge della metamorfosi. Tuttavia, se Zeus s’intrufola per un breve periodo in un corpo di toro per montare una sua giovane conquista, gli uomini, salvo rare eccezioni, sono condannati a rimanere bestie per sempre. L’uomo, anche per il mito, è in fondo più simile agli dei (o a Dio) che a un animale, il quale è più simile a una cosa. Tali incastri apriranno poi la via a una concezione antropomorfica della natura animale, con tutte le sue prerogative simboliche, allegoriche, teologiche o semplicemente speculari, che avrà nelle diverse epoche le sue manifestazioni più tipiche nella favola, nei bestiari, nei fumetti.<br />
Esiste però una terza possibilità di concepire il rapporto tra uomo e animale, e questa è rappresentata da Plutarco, il celebre autore delle <em>Vite parallele</em>, nato nel 47 d. C. a Cheronea e vissuto, pare, fino al 127 d. C.<br />
Plutarco, nei suoi <em>Moralia</em>, dedica alcuni scritti agli animali. Il più noto, <em>De esu carnium</em> (Del mangiare carne) è una breve serie di «logoi», in cui si critica l’uso umano di alimentarsi con carne animale. In un’altra operetta in forma di dialogo, intitolata <em>Bruta animalia ratione uti</em> (Gli animali usano la ragione), l’autore rielabora a suo modo il celebre episodio dell’<em>Odissea</em> in cui la maga Circe, trasformati i compagni di Ulisse in porci, cede alle preghiere dell’eroe liberando i malcapitati dall’incantesimo. Nel suo dialogo Plutarco immagina che Ulisse, vista esaudita la sua richiesta, chieda a Circe che vengano sciolti dall’incantesimo anche gli altri Greci che pascolano nel giardino. Costoro, tuttavia, con grande sorpresa dell’eroe, non desiderano affatto ritornare uomini. Uno di loro, un porco dall’aria particolarmente sveglia, spiega a Ulisse con tagliente retorica e abbondanza di argomentazioni il perché: gli animali, essendo più vicini dell’uomo alla natura, scelgono e praticano le azioni che sono loro necessarie. «Dunque ammetti già – afferma il porco rivolgendosi a Ulisse –  che l’anima degli animali è più felicemente predisposta per natura alla nascita della virtù ed è più compiuta a tale scopo; perché senza avere ricevuto imposizioni né insegnamenti, per così dire, senza semina né coltura, essa produce e fa crescere naturalmente la virtù adeguata a ciascuno di loro».<br />
Il sentimento di Plutarco, che fa da sottofondo ai suoi scritti sugli animali, è quello di un’autentica fedeltà all’infinità varietà della natura, non solo umana. Nelle sue parole, cioè, il concetto di giustizia, paradigma centrale dell’esperienza per i greci, viene esteso con un atto di coraggio a tutte le altre specie animali. Per imporre la sua “eresia”, egli adotta non solo le armi della retorica, ma anche quelle della comicità. A volte noi uomini, per comprendere le sopraffazioni che la nostra stessa ragione regolatrice dell’universo compie, abbiamo bisogno di un porco travestito da sofista o, come si vede in un disegno di Pedrazzini, di un topo stilita in grado di leggere su un interminabile papiro che ruota nel buio di una biblioteca-cloaca i significati reconditi delle nostre abitudini e dei nostri comportamenti.<br />
Plutarco, inoltre, con la sua riflessione, compie un passo definitivo e a cui bisogna sempre tornare se si vuole sostare, foss’anche in punta di china, sulle «proprietà» o «nature» degli animali. Il suo è un atto di solidarietà nei confronti di questi testimoni muti della nostra tragicommedia. Se il demiurgo dell’universo ha voluto innalzare un muro di silenzio tra noi e gli animali, imprigionando noi e loro in un linguaggio reciprocamente indecifrabile, egli non ci impedisce di condividere ciò che ci rende tutti, uomini e animali, eguali, ovvero il comune sostrato di vita, il fatto di essere creature incarnate in un corpo in grado di assaporare la semplice sensazione di essere.<br />
Ai sentimenti di fedeltà, di solidarietà e di empatia nei confronti di tutti gli animali, propri di Plutarco, nei disegni di Pedrazzini si aggiunge un atto di ribellione. Gli animali di Pedrazzini, infatti, non esistono in natura. Quali proprietà potranno mai possedere animali che non fanno parte del nostro mondo? L’infinità varietà della natura, grazie al gesto di rivolta dell’artista, sperimenta l’infinita varietà della fantasia: come se nei disegni di Pedrazzini la fantasia volesse continuare il gioco della natura, come se per Pedrazzini nulla potesse davvero essere visto e compreso in natura senza la forza della fantasia. La sola differenza tra la zoologia scientifica e quella fantastica del disegnatore è che ogni esemplare della sua fantasia, a differenza di quanto vediamo intorno a noi, è una specie in sé, un individuum tanto inaspettato quanto irriproducibile.<br />
E ancora. Pedrazzini osserva come un enciclopedista settecentesco precursore di Kafka e sogna come un Alfred Jarry rivisitato da Cortázar.<br />
La sua è una scuola di alta precisione dove lo spazio, proprio come nelle tavole scientifiche del Settecento, viene smembrato e anatomizzato al fine di creare molteplici punti di vista, compreso quello dell’animale che quello spazio occupa. La sua stessa scelta tecnica, il disegno a china, sottende una volontà etica di rifuggire dal vago, dall’esornativo, da ogni tentazione barocca. Pedrazzini privilegia l’avvicinamento descrittivo, il lento scavo nell’essenza di una «natura» attraverso una cura maniacale dei dettagli. Tutto ciò, un po’ come in Kafka, produce un duplice effetto: più si osservano i suoi strani animali più essi ci sembrano famigliari (in Kafka avviene esattamente il contrario); più ci addentriamo nelle loro «nature», più ci viene sottratto quel potere che l’uomo esercita su di loro, tanto che essi, veri o fantastici che siano, si trasformano in esseri simili a noi, come noi incarnati in corpi finiti e transeunti. Guardando i disegni di Pedrazzini mi sono sentito spesso sollevato da quella che sempre Kafka chiamava «l’angoscia della posizione eretta»; liberato dal mio stesso potere; affrancato finalmente dalla mia stessa «natura» umana.<br />
Sebbene ispirato dalla ragione settecentesca, Pedrazzini non è un enciclopedista che pensa che tutte le «nature» si possano descrivere e spiegare secondo l’ottimismo scientifico e filosofico del XVIII secolo. L’universo, per un artista degli inizi del XXI secolo, se è reale non per questo è realistico: non è un sistema armonico di principi e di rapporti di causa ed effetto e neppure uno zoo dove non esistono specie sconosciute. Ciò che lo caratterizza è anzi una pantagruelica <em>varietas</em> delle forme. E in questo universo, che vive e si moltiplica, egli, come il provetto Faustroll di Jarry, non smette di pensare che il vero studio della «natura» sta nell’applicarsi con umiltà e devozione soprattutto alle sue eccezioni apparentemente incredibili, fantastiche, o solo dimenticate. Detto altrimenti e prendendo a prestito le parole di Julio Cortázar – dopo Kafka forse il più grande osservatore della zoologia umana dal punto di vista degli animali –, ogni atto artistico, in quanto «sospensione della credulità» (Coleridge), è una «tregua» dal «duro, implacabile assedio che il determinismo fa all’uomo». L’arte è un atto insieme di nostalgia e di ribellione, grazie al quale gli uomini, afferma Cortázar, «cessano di essere se stessi e la propria circostanza» e dove desiderano «essere se stessi e l’inaspettato, se stessi e il momento in cui la porta che prima o poi dà sull’ingresso si socchiude lentamente per lasciarci vedere il prato dove nitrisce l’unicorno»&#8230;<br />
O dove dondola il Tapire roulant di Pedrazzini, o dove guarda il suo uccello a forma di domanda che pare trafitto e conficcato al suolo da due bastoncini di legno (a meno che non si tratti della parte superiore delle sue lunghissime ed esili zampe), o dove nuota quel suo grande pesce dall’occhio scettico dentro il quale nuota un altro pesce, molto più piccolo e dall’occhio molto più saccente, che a mo’ di vademecum sembra suggerirgli in una delle tante lingue sconosciute a pescatori e a marinai la rotta da seguire&#8230;</p>
<p><em>Post scriptum</em></p>
<p>Aristotele, dopo aver catalogato le sue 540 specie animali e averle con minuzia aristotelica descritte, affermò, come è noto, che «il riso è una caratteristica propria dell’uomo».<br />
Gli animali di Pedrazzini mi trasmettono quel sentimento di fedeltà all’infinità varietà della natura che è alla base stessa della loro creazione. Non solo. Mi rendono partecipe delle loro «nature», per quanto queste possano sfuggire al nostro quotidiano incubo deterministico.<br />
Provo nei loro confronti una profonda empatia. Sento il loro dolore. Mi ribello alla loro incolpevole e ingiusta esclusione dalla nostra vita di esseri tanto potenti quanto angosciati della nostra posizione di potere. A tal punto che a volte divento uno di loro. Proprio come adesso. E rido. Quello che prima era una fantasia, adesso, ve lo assicuro, è una realtà.<br />
Non date retta ad Aristotele, ad Agostino, a San Tommaso, a Kant, ai post-umanisti del XXI secolo. Ridere, come diceva Rabelais è «soprattutto cosa umana», ma non esclusivamente cosa umana. Adesso che anch’io sono diventato una creazione di Pedrazzini lo so: l’uomo non è l’unico animale che sa ridere!</p>
<p>DE BESTIARUM NATURIS<br />
disegni di Andrea Pedrazzini</p>
<p>testo introduttivo di Massimo Rizzante</p>
<p>12 giugno &#8211; 12 luglio 2008<br />
inaugurazione Giovedì 12 giugno, ore 18.</p>
<p>GALLERIA D&#8217;ARTE DAVICO<br />
Gall. Subalpina 30 &#8211; 10123 Torino<br />
Tel. 011-562.91.52<br />
galleriadavico@virgilio.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/dove-guarda-luccello-a-forma-di-domanda/">Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</a></p>
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		<title>Verso un ritorno della “razza”?</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2008 05:14:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em>(Con il quarto governo Berlusconi, mi sembra che sia ormai cambiato il contesto che ha visto su questo blog prendere corpo un dossier intitolato “Razzismi quotidiani”. Il motivo di questo cambiamento è semplice. Molti di noi hanno continuato a pensare in termini di “denuncia” del pregiudizio e della discriminazione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/verso-un-ritorno-della-%e2%80%9crazza%e2%80%9d/">Verso un ritorno della “razza”?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em><span lang="ES-MX">(Con il quarto governo Berlusconi, mi sembra che sia ormai cambiato il contesto che ha visto su questo blog prendere corpo un dossier intitolato “Razzismi quotidiani”. Il motivo di questo cambiamento è semplice. Molti di noi hanno continuato a pensare in termini di “denuncia” del pregiudizio e della discriminazione. Si partiva dall’assunto che, nella nostra società, la maggioranza delle persone non potesse sostenere a chiare lettere un atteggiamento discriminatorio nei confronti di altri esseri umani. Uno dei nostri obiettivi era l’esigenza di “svelare” un razzismo che spesso si presentava sotto vesti più innocenti o decenti. Oggi, invece, chi palesa i suoi pregiudizi e chi invoca a chiare lettere l’esigenza di discriminare, riscuote successo. È un po’ quello che succede con il fascismo. C’è ancora chi denuncia “gesti”, “attitudini”, “discorsi” fascisti. </span>Ma è proprio in quanto “fascisti” che quei gesti, attitudini e discorsi piacciono. </em><span lang="ES-MX"><em>Detto questo, è doveroso non tacere. E anzi, di fronte al trionfo della semplificazione del reale, è importante confrontarsi con le comunità di studio, con tutti coloro che non producono esclusivamente “sapere” televisivo e giornalistico. A. I.)</em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="ES-MX"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">di <strong>Simone Morgagni</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Il problema della legalità è all’ordine del giorno. Si tratta forse della questione sociale che gode da qualche anno a questa parte di maggiore attenzione da parte dei media e dei cittadini, da parte dei governanti e dei governati dei paesi occidentali. Nella quasi totalità dei casi la tematica della legalità e della sicurezza si incrociano con fenomeni di emarginazione, di violenza e di insicurezza che sembrano porre domande sempre più pressanti riguardo ai legami che intercorrono tra tutte queste nozioni.</span><span id="more-5948"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Il disastro provocato dall’uragano Katrina in Louisiana alla fine dell’agosto 2005; le proteste e gli scontri nelle banlieues francesi, durante l’autunno dello stesso anno proseguiti, con maggiore o minore intensità, fino ad oggi, fino ad arrivare al clamore mediatico ottenuto dagli stupri ad opera degli &#8220;extracomunitari&#8221; <strong>(come se lo stupro fosse una loro prerogativa esclusiva)</strong>, sembrano chiamare in causa <strong>-</strong> ancora una volta <strong>-</strong> il vecchio concetto di razza. <span>Questa volta, tuttavia, sembra non trattarsi semplicemente, di un semplice ritorno delle vecchie forme di razzismo istituzionalizzato.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">La situazione attuale sembra piuttosto metterci<span> </span>di fronte ad un suo parziale ritorno che si presenta accompagnato da una pletora di nuove forme di discriminazione ed esclusione che, nonostante un’apparenza spesso meno inquietante, possono probabilmente essere riportate alla stessa matrice. In</span><span lang="IT"> questa stessa ottica si potrebbero ad esempio leggere gran parte delle politiche “securitarie” che vengono proposte, attuate e propagandate con lo scopo dichiarato di riportare ordine nel caos prodotto dai processi di globalizzazione delle merci, delle persone e delle paure. Basti pensare alla costituzione di banche dati sempre più numerose, alle ispezioni sempre più intime, all’identificazione delle persone attraverso il riconoscimento delle loro sole specificità fisiche. Sembra allora tornare ad emergere, dalla considerazione di questi scenari, la possibilità di utilizzare specificamente la nozione di “razza” come categoria interpretativa, come strumento di diagnosi dell’impatto che questi fenomeni hanno sullo spazio della nostra vita pubblica, della nostra politica, delle nostre istituzioni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Si assiste in tal modo ad un imprevisto capovolgimento di quel percorso intellettuale che, dopo aver messo in discussione la nozione di razza come entità tassonomica sostenuta da prove genetiche, fa riapparire quella stessa categoria come elemento comunitario, portatore di cultura, di esclusione come di solidarietà. Questo perché la categoria viene recuperata sia nei discorsi delle minoranze che in quelli dei gruppi oppressori, mostrandone una progressiva ed inedita doppia utilizzazione, non più limitata alla creazione di una distanza da non superare, ma espansa anche alla costruzione stessa di una identità collettiva. Se il termine “razza” sembra ormai non aver più alcun senso, scientificamente parlando, la tanto auspicata eliminazione dello stesso termine, inteso come struttura culturale, potrebbe avere conseguenze ancora più nefaste<span>. Le nostre società, infatti, sembrano mostrare serie difficoltà nell’assorbire questa nozione all’interno di quelle preesistenti, come quella di “cultura” o quella di “etnia”. Di conseguenza si assiste ad un tendenziale mantenimento di modalità di dominio e sopraffazione spesso estremamente reali, ma nascoste dietro la cortina di una nuova tipologia di attività discriminatorie, meno appariscenti e visibili rispetto al passato. Per questa ragione, all’interno delle società multiculturali, i dilemmi posti dalle questioni di eguaglianza, libertà, inclusione, sicurezza devono tornare ad essere indagati secondo una nuova ottica capace di ricostruire il legame tra vecchie e nuove forme di discriminazione. Questa rinnovata attività di indagine ci pare del resto la sola possibilità per comprendere più in profondità quel diffuso senso di<span> </span>inquietudine verso il “diverso” che si propaga attualmente senza che si riescano ancora a trovare le categorie adatte per poterlo comprendere, e combattere. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Tutte queste motivazioni ci hanno spinto a proporre ai lettori di <em>Nazione Indiana</em> questa piccola serie di quattro interventi che vogliono tentare di fornire una sorta di mappa concettuale, di diario minimo delle attuali riflessioni su due tematiche fondamentali quali “la discriminazione di soggetti vulnerabili derivante dal fenomeno delle migrazioni”  e “la crisi della capacità delle istituzioni e del diritto di operare in base a valori condivisi”. Si tratta di una selezione dell’attività di ricerca svoltasi in questi ultimi anni e promossa in Italia soprattutto <strong>presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche</strong> dell’Università di Modena e Reggio Emilia e presso il <strong>Dipartimento di Teoria e Storia del diritto</strong> dall’Università di Firenze. Questa attività è stata accompagnata da una serie di pubblicazioni online che indichiamo qui di seguito e si è conclusa con la pubblicazione, nel novembre 2007, di un doppio volume a titolo <a href="http://www.diabasis.it/Database/diabasis/diabasis.nsf/b4604a8b566ce010c125684d00471e00/0eb2ae482ad95d2dc125735a003d3956!OpenDocument">“Differenza razziale, discriminazione e razzismo nelle società multiculturali”</a> edito dalla casa editrice<strong> Diabasis </strong>di Reggio Emilia e a cura di <strong>Thomas Casadei</strong> e <strong>Lucia Re</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Sarà proprio da questa pubblicazione che saranno tratti i tre interventi che verranno pubblicati nei giorni a venire. Proporremo dapprima un approccio teorico sulla questione de “La costruzione del razzismo”, formulato dal filosofo francese <strong>Etienne Balibar,</strong> cui seguirà una breve analisi delle pratiche discriminatorie e dei possibili trattamenti uguaglianti a firma di <strong>Costanza Margiotta</strong> per concludere poi con la trattazione di alcuni problemi legati alla libertà di espressione e posti a confronto con le recenti Teorie Critiche della Razza. Speriamo possano rivelarsi utili strumenti per avvicinarsi ad un fenomeno quantomai reale e purtroppo così poco analizzato, se non con gli strumenti, evidentemente inadatti, della repressione e della soppressione progressiva delle libertà fondamentali dell’uomo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Indichiamo, qui di seguito, una serie di collegamenti ipertestuali che conducono ad alcune raccolte di testi disponibili in rete ed elaborati all’interno del quadro d’analisi che è stato brevemente presentato. Segnaliamo in particolare:</span></p>
<ul>
<li><!--[if !supportLists]--><strong><span style="font-weight: normal; font-family: Symbol;"></span></strong><span lang="IT">Il dibattito <strong>“</strong><strong><span style="font-weight: normal;"><a href="http://www.sifp.it/eventomese.php"><span>Razza e diritto: tra sicurezza, discriminazioni e cittadinanza</span></a>” che si svolto sul sito Internet della Società Italiana di Filosofia Politica.</span></strong></span></li>
<li><!--[if !supportLists]--><span class="sommario"><span style="font-family: Symbol;"></span></span><!--[endif]--><strong><span style="font-weight: normal;" lang="IT">Il numero della rivista Cosmopolis dedicato alla tematica “</span></strong><span class="sommario"><span lang="IT"><a href="http://www.cosmopolisonline.it/20070705/sommario%20razza.html">I dilemmi della &#8216;razza&#8217;: tra cittadinanza ed esclusione</a>”</span></span></li>
<li><!--[if !supportLists]--><span style="font-family: Symbol;"></span><span class="sommario"><span lang="IT">Il numero della rivista Jura Gentium dedicato alla tematica “</span></span><span lang="IT"><a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/forum/race/index.htm">Legge, ‘razza’ e diritti a partire dalla Critical Race Theory”</a></span></li>
</ul>
<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"><span lang="IT">Approfittiamo di questo primo intervento per ringraziare le Edizioni Diabasis e Thomas Casadei per la collaborazione che ci hanno fornito e per l’autorizzazione alla ‘liberazione’ online dei testi pubblicati. Teniamo inoltre particolarmente a ringraziare Etienne Balibar, Costanza Margiotta e <strong>Giorgio</strong> <strong>Pino </strong>per la loro cortesia nel<span> </span>concederci l’autorizzazione alla pubblicazione dei loro testi e per la disponibilità dimostrata anche con la loro volontà, tempo permettendo, di seguire l’eventuale dibattito generato dalla<span> </span>pubblicazione.</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/verso-un-ritorno-della-%e2%80%9crazza%e2%80%9d/">Verso un ritorno della “razza”?</a></p>
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<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/12/14/l%e2%80%99italia-dei-cittadini-e-l%e2%80%99italia-degli-immigrati-alcune-considerazioni-sul-razzismo/' rel='bookmark' title='L’Italia dei cittadini e l’Italia degli immigrati. Alcune considerazioni sul razzismo.'>L’Italia dei cittadini e l’Italia degli immigrati. Alcune considerazioni sul razzismo.</a> <small>di Tiziana de Novellis La situazione attuale in Italia e...</small></li>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Do you remember la solidarietà?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/01/do-you-remember-la-solidarieta/</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 17:27:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[remo bassino]]></category>
		<category><![CDATA[ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Remo Bassini </strong></p>
<p>Due ricordi. Magari imprecisi.<br />
Ero ragazzo.<br />
Un giornale scrive che i portuali di Genova hanno fatto uno sciopero contro il regime di Pinochet. Proseguo nella lettura. Nello stesso giornale c&#8217;è scritto che alcuni diplomatici del governo di Pinochet sono stati ricevuti &#8211; c&#8217;è anche la foto: sorridono tutti &#8211; dal governo cinese, nonché maoista, nonché comunista.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/01/do-you-remember-la-solidarieta/">Do you remember la solidarietà?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Remo Bassini </strong></p>
<p>Due ricordi. Magari imprecisi.<br />
Ero ragazzo.<br />
Un giornale scrive che i portuali di Genova hanno fatto uno sciopero contro il regime di Pinochet. Proseguo nella lettura. Nello stesso giornale c&#8217;è scritto che alcuni diplomatici del governo di Pinochet sono stati ricevuti &#8211; c&#8217;è anche la foto: sorridono tutti &#8211; dal governo cinese, nonché maoista, nonché comunista. Bene. <span id="more-4539"></span><br />
Qualche anno dopo.<br />
Sto leggendo un libro di Merli sulla storia del Movimento sindacale italiano. Siamo a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Lavoro in fabbrica. Ma sto anche preparando un esame universitario. E quel libro mi piace. Leggo di episodi di solidarietà lontani nel tempo. Di lavoratori italiani che, venuti a conoscenza di un lungo sciopero in Francia, fanno collette, raccolgono viveri, vestiario da spedire agli scioperanti. Senza retorica si può scrivere che si toglievano il pane dai denti per degli sconosciuti. Fratelli di sfruttamento, però. Dunque fratelli.<br />
Arrivo a tre mesi fa.<br />
Ora, che son diventato grande, dirigo un piccolo giornale di provincia. Mi telefona una donna. Che poi incontro, per farmi raccontare, raccontare bene. Sul posto di lavoro è perseguitata da un tipo, sembra sia una persona disturbata. Dispetti pesanti. No: pesantissimi. Perché non è solo un dispetto ritrovarsi i vetri della macchina infranti. Assumo informazioni. Il tipo è noto. Prende di mira una donna per volta. Sceglie un soggetto debole. Poi magari si piazza di fronte a casa di questa &#8220;prescelta&#8221; dalle 23 alle 3 di notte. Fermo, appoggiato al palo della luce. A fissare la casa. Va oltre, il soggetto: aggredisce, picchia. Rimedia così denunce, che poi sbolliscono: la magistratura ha ben altro a cui pensare.<br />
La faccio breve. Ieri sera riesco a mettere in contatto tre donne che hanno subito pressioni, minacce, botte anche. Perseguitate per anni da una persona malata. Donne che l&#8217;hanno denunciato, ma una volta c&#8217;è stata di mezzo l&#8217;amnistia, una volta la denuncia non era comprovata da prove e testimoni, una volta&#8230;<br />
Hanno vissuto anni della loro vita in modo folle.<br />
Accusate dai loro stessi mariti, magari: <em>Se quello fa così vuol dire che lo provochi.<br />
</em>E i colleghi? I dirigenti? Il sindacato?<br />
Mentre queste donne mi raccontano (dicendomi: tanto non si può fare niente) mi viene in mente un collega giornalista che fu messo sotto scorta per minacce ricevute dalla camorra. Per un anno e mezzo. Quando la gente mi incontrava, mi ha raccontato questo collega, si girava dall&#8217;altra parte.<br />
Penso a lui. E a queste donne. Che hanno vissuto e stanno vivendo in mezzo a gente che si volta dall&#8217;altra parte. Così, dicono, non abbiamo guai alle nostre auto.<br />
E penso alla storia del movimento sindacale del Merli, alla solidarietà.<br />
Magari non era vero niente. Come i campi di concentramento: tutta retorica giudaico-comunista.<br />
(Ho fatto un pezzo di fondo sul mio piccolo giornale, oggi. Ma dove viviamo?).<br />
 </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/01/do-you-remember-la-solidarieta/">Do you remember la solidarietà?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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