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	<title>Nazione Indiana &#187; spettacolo</title>
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		<title>Clam-des-tinus</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 15:46:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg1.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg.jpg"></a>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Clandestino, clam-des-tinus. Ciò che sta nascosto al giorno, e odia la luce. Chi sta nell&#8217;ombra. L&#8217;agguato al varco, là in fondo al corridoio nero, un film di Lynch. L&#8217;uomo nero, <em>unheimlich</em>. Uomo sabbiolino: Enter sandman. <em>Exit light</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/clam-des-tinus/">Clam-des-tinus</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg1.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-17706" title="097bg1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg1-150x150.jpg" alt="097bg1" width="120" height="120" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg.jpg"></a></span></div>
<p><span>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Clandestino, clam-des-tinus. Ciò che sta nascosto al giorno, e odia la luce. Chi sta nell&#8217;ombra. L&#8217;agguato al varco, là in fondo al corridoio nero, un film di Lynch. L&#8217;uomo nero, <em>unheimlich</em>. Uomo sabbiolino: Enter sandman. <em>Exit light</em>. <em>Enter night</em>.</p>
<p>Tu, clandestino, sei un delinquente. La tua invisibilità, la tua condizione d&#8217;inesistenza, prodotta dal diritto, da oggi il diritto la punisce. Che meraviglioso gioco di prestigio. E che meraviglioso servo sei tu, clandestino. Ci servi, ci serviamo di te, e non lo diciamo. Se una mano dà scandalo, la si tagli. Quanta parte dell&#8217;Italia oggi occorrerebbe amputare?<span id="more-17703"></span></p>
<p>Trovo intorno a me i soliti vecchi nuovi mostri, e più potenti. La realtà è in mano loro, che la rovesciano, e rovesciano le parole, e le mostrificano. Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso. Si prosegua lo show, un barcone viene fermato, rovesciata la dritta, al rovescio adesso, al rovescio dei campi e del deserto, un piccolo sacrificio per dar segno di ineluttabilità, guardami negli occhi lazzaro, guardami e ingoia il bianco delle mie pupille, fatti inghiottire, guardami e torna a dormire, il pubblico impagabile applaude e ritorna alla sua impagabile assenza. Segni, intorno nient&#8217;altro che segni d&#8217;assenza. La testa nella sabbia. E sopra (il mondo è realmente rovesciato), il sabbiolino che soccombe al sole del deserto dove è stato ricacciato. Non si veda, questo sole accecante, la testa nella sabbia! Lo spettacolo è sabbia che occulta il reale, e la testa accecata di buio non vede la sabbia.</p>
<p>Manca il fiato, qui. Qui si gira a vuoto. Un movimento senza presa sulle cose, che produce solo rumore, effetto larsen. Parole che tornano su se stesse, e crescono l&#8217;una sull&#8217;altra, superfetazione tumorale. Un grande apparato coscienziale che produce, insonne, mostri. Sì, lo so, è solo l&#8217;incubo prodotto da questo illusorio, è questo illusorio reale che vince su di me e mi toglie ogni speranza. E sì, so che mai cesserò di produrre parole, le parole sono cose che alla lunga producono un altro reale, ma adesso questo illusorio reale è troppo potente e mi mostrifica le parole, non mi appaiono come evangelio ma come apocalissi. Sono sopraffatto da questo illusorio reale che non vede e acceca di buio. Che mi fa clandestino.</p>
<p>Enuncio il mio soccombere, solo così posso rialzarmi, riprendere a parlare.</p>
<p><em>Now I lay me down to sleep</em>.</p>
<p>Mi risveglio alla luce.</p>
<p>Su la testa.</p>
<p> </p>
<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/clam-des-tinus/">Clam-des-tinus</a></p>
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		<title>Le brioches di Londra</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 06:20:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Un altro resistente schiacciato dalla macina del denaro, un altro respiro che manca. La calca causata dall&#8217;incivile pratica poliziesca del cordonamento, un infarto &#8211; e ancora una volta in questione è il muro invalicabile del cuore nero del Potere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/05/le-brioches-di-londra/">Le brioches di Londra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: small;">Un altro resistente schiacciato dalla macina del denaro, un altro respiro che manca. La calca causata dall&#8217;incivile pratica poliziesca del cordonamento, un infarto &#8211; e ancora una volta in questione è il muro invalicabile del cuore nero del Potere. Ancora una volta, la &#8220;rete&#8221; dei movimenti contro la fortezza del sistema. Ed è nella rete web che si riescono ad ascoltare i suoni delle strade di Londra,– a cominciare dal nodo londinese di Indymedia (london.indymedia.org.uk), dove ci sono aggiornamenti in tempo reale, e video caricati dai resistenti.</span></span></span></p>
<p>E&#8217; da internet che sono venuto a sapere che nel pomeriggio di mercoledì gli impiegati della City hanno gettato, dalle loro finestre, biglietti da dieci sterline sui manifestanti (secondo un&#8217;altra versione, li sventolavano). L&#8217;immagine perfetta di un mondo che, nel momento estremo del pericolo, cerca la salvezza nell&#8217;oscena esibizione di quella verità negata fino ad ora, celata nelle &#8220;<em>spettacolari&#8221;</em> alchimie della finanza. <span id="more-16379"></span>Ora che il fantasma è finalmente venuto a galla, affiorato come onda tsunami, ecco che gli stregoni che l&#8217;hanno suscitato ne rivendicano fieramente il possesso. <em>C&#8217;est la lutte finale</em>, verrebbe da dire &#8211; se non fosse che quel demone tiene in pugno ancora, e chissà per quanto, i desideri e le speranze di troppi, disseccati. Quella folla che assedia Londra, allora, che rivendica le strade, che occupa la città e la fa sua, che assalta le banche che non cessano di rapinarla &#8211; sono la prova vivente di una resistenza necessaria, quella di una contro-onda, un sommovimento tellurico che faccia cadere ciò che è in alto, nei palazzi della City. Essi sono la presa della coscienza  (del) reale sull&#8217;incoscienza dell&#8217;Immaginario (l&#8217;immateriale gioco della Finanza spettacolare).</p>
<p><span style="font-size: small;"><span lang="IT">Che sia l&#8217;immagine della loro fine, quella degli immondi uomini della City che lanciano denaro. Che sia l&#8217;icona mitica che li accompagni alla tomba, come fu per quella di Maria Antonietta e le brioches.</span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><em>(pubblicato su</em> <em>l&#8217;Unità, 4/4/2009)</em></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/05/le-brioches-di-londra/">Le brioches di Londra</a></p>
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		<title>Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/05/dalla-milano-da-bere-a-quella-da-vomitare-1/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Jul 2008 10:49:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>1. C&#8217;era una volta la Milano da bere&#8230;</strong></p>
<p>Nacque tutto da uno spot, quello dell’amaro Ramazzotti. Sulle note di <em>Birdland</em>, capolavoro jazz-rock dei Weather Report, si stendeva un tappeto d’immagini <em>glamour </em>della città di Milano nel pieno sfolgorio di paillettes.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/05/dalla-milano-da-bere-a-quella-da-vomitare-1/">Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/ramazzotti.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/ramazzotti-300x225.jpg" alt="" title="ramazzotti" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-6337" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>1. C&#8217;era una volta la Milano da bere&#8230;</strong></p>
<p>Nacque tutto da uno spot, quello dell’amaro Ramazzotti. Sulle note di <em>Birdland</em>, capolavoro jazz-rock dei Weather Report, si stendeva un tappeto d’immagini <em>glamour </em>della città di Milano nel pieno sfolgorio di paillettes. Se negli anni Sessanta c’era stata l’anticipazione – proprio l’aperitivo immaginifico &#8211; del grande attore teatrale e televisivo Ernesto Calindri, che beveva il suo Cynar in mezzo a una piazza (Piazza Siena, vicinissimo a casa mia, dove nel settembre del &#8217;67 vidi sfrecciare la Fiat 1100 scura della banda Cavallero inseguita a pistolettate da due Gazzelle Alfa Romeo della polizia) , mentre le auto, nel bianco e nero della pellicola d’antan, sfrecciavano non solo simbolicamente attorno all’attore che placidamente sorbiva il suo aperitivo “contro il logorio della vita moderna”, vent’anni dopo tutto era cambiato, a parte la speranza di un nuovo rinascimento all’ombra della Rinascente. Milano si ripresentava nell’immaginario degli italiani non più come il mulo da traino dell’intera economia nazionale, ma come dispensatore di mode, vezzi, abitudini. L’aperitivo non veniva più sorbito in Galleria, come da decenni di tradizione, ma per il lungo e il largo di una metropoli pulsante, una specie di piccola mela rilucente, che aveva allontanato da sé tutte le nebbie propagate dagli anni di piombo. Gli anni Ottanta furono gli anni di Milano, questa <em>Milano da bere </em>che, a partire da uno slogan felice e di successo, riprese a rappresentarsi agli occhi dell’opinione pubblica e dell’immaginario collettivo come simbolo di durata nel successo, di velocità, arditezza, anche di gioia di vivere.<span id="more-6336"></span><br />
Erano finiti i tempi della Milano antonioniana disarcionata da se stessa, quella de <em>La notte</em>, una Milano che si spegne malinconicamente la sera, lasciando andare i propri personaggi verso l’oblio di una festa per ricchi, e defluire verso un addio. Ora, dopo l’intervallo da coprifuoco degli anni Settanta – anni di lotte politiche, di camionette della Celere posizionate notte e giorno in Piazza San Babila, covo dell’estremismo di destra – il rinascimento di una città verticalizzava una spinta propulsiva che sembrava inarrestabile; in concomitanza e serrando le fila, i socialisti di Craxi facevano il bello e il cattivo tempo amministrando la città con una disinvoltura inedita anche per un paese già abbastanza disinvolto nel governare come l’Italia, e poi il made in Italy della moda, che finalmente usciva allo scoperto andando a conquistare mercati in tutto il mondo, sicché la zona più centrale della città, a due passi dal Duomo e sede delle vie dell’incontestabile <em>glamour nazionale </em>venivano battezzate &#8220;Triangolo della moda.&#8221;<br />
Era il neoboom, era il ritorno di fiamma di una speranza di progresso che nella città, al di là delle folgorazioni pubblicitarie, era palpabile a ogni ora del giorno e della notte. I locali erano di nuovo presi d’assalto, si suonava il jazz per tutta la città, si riempivano i ristoranti e i menu diventavano più internazionali, dando spazio alle leggere voluttà della <em>nouvelle cuisine</em>. E le discoteche, che sparavano per le sale la musica tipica di quegli anni, tra la disco e la elettronica, il tambureggiare asfissiante di motivi che celebravano la trasgressione gay come <em>Relax </em>dei Frankie Goes To Hollywood, e che in locali come il Divina – famoso per la clientela gay e lesbo tranquillamente mischiata a quella etero – diventavano inni di un’ era nuova, di un periodo nel quale la prosperità economica coesisteva  con una disillusione da ultimo spettacolo che gli anni Sessanta, più ingenui e impreparati al peggio, non avevano avuto.<br />
Milano viveva al di sopra della proprie possibilità in una specie di apnea della felicità, facendo finta di non aver capito quello che sarebbe successo, in una finta ingenuità che da Tangentopoli in poi la città e poi il resto del paese avrebbe pagata cara.</p>
<p><strong>2. Come la realtà quotidiana divenne un mito   </strong></p>
<p>Marco Mignani era un pubblicitario illuminato. Se ne è andato nell’aprile di quest’anno, stroncato a 64 anni da un tumore al colon. Era una specie di simbolo ignoto ai più di una città, Milano, che è stata e forse è ancora un modo di essere. Era un periodo florido per la pubblicità, quello degli anni Ottanta: Carosello aveva lasciato il campo ai “commercial” d’impronta statunitense, fatti di brevi spot – proprio macchie filmiche straordinariamente compresse e complesse, nelle quali esistono, nello spazio a volte di pochi secondi, luci, ombre, suoni e dialoghi propri di un vero film, soltanto enormemente “infeltriti” nel tempo. Mignani era un uomo saggio e tranquillo, soprattutto un uomo di grande creatività. Il pubblicitario è una specie di scrittore a tema, che deve trovare, più che uno svolgimento, una chiave. Al contrario di uno sceneggiatore cinematografico o di un romanziere, deve partire da uno sviluppo, fatto dalla sua osservazione della realtà, per arrivare a un’idea nodale, a un nucleo sintetizzante, che deve racchiudere uno slogan e soprattutto una filosofia. E’ un lavoro tutto di compressione e di sintesi, difficile perché bisogna sfrondare, cercare quasi l’assoluto, cercare la fiamma dell’idea primigenia.<br />
Mignani divenne famoso per lo slogan sulla Milano da bere dell’Amaro Ramazzotti, a metà anni Ottanta. Uno slogan che uscì dal comparto pubblicitario e dalla società dello spettacolo e dei suoi fruitori, e divenne simbolo, prima positivo e poi irrimediabilmente negativo, allo scoccare dell’ora terribile di Tangentopoli, di una speranza disattesa ferocemente.<br />
Ma quest’uomo, che non aveva nulla del pubblicitario avido e cinicamente temerario che proprio certa pubblicistica ha rappresentato, è stato lo scopritore – come un cercatore d’oro lo è della vena aurifera che lo farà ricco – di altri slogan felici e passati alla storia: come quello dei &#8220;dieci piani di morbidezza&#8221; per Scottex, o &#8220;più buono proprio non ce n&#8217;è&#8221; per Beltè. Si potrebbe andare avanti a lungo: Mignani davvero faceva il mestiere del cercatore d’oro, se crediamo alla suggestione che ogni buona idea c’è sempre stata; bisogna soltanto farla venire magicamente alla luce.<br />
Certo, lo slogan del Ramazzotti era stato trovato dal pubblicitario milanese proprio da una precisa osservazione di come la città in quel periodo stava velocemente cambiando: Mignani osservò le modelle che arrivavano a frotte in città, come se Milano fosse divenuta una sorella  di New York, osservò il cambiamento del rito dell’aperitivo, i ristoranti del centro che cominciarono a inventarsi piatti nuovi per tempi nuovi, come il carpaccio con la rucola. E in effetti, se andiamo a rivedere quello spot, ritroviamo convulsamente ritratti i momenti di una giornata tutti reali, tutti vissuti, tutti visti da tutti. La rappresentazione mitizzata di una realtà che allora era tangibile.</p>
<p><strong>3. Tutto e solo impegno</strong></p>
<p>”Si, Milano è la città dell’amaro Ramazzotti, l’amaro di chi vive e lavora, l’amaro della vita, di una giornata che non è mai finita, che è nato qui 170 anni fa e che ancora oggi porta dovunque questa Milano da vivere, da sognare, da godere; questa Milano da Bere.” Questo era il testo del famoso spot pubblicitario che annunciò gli anni dello splendore meneghino. Era un amaro, una bevanda ad alta gradazione alcolica che serve alla digestione di “piatti forti”. In pochi minuti i capisaldi della città venivano mostrati da una macchina da presa famelica, che sembrava ingurgitare senza pietà, con la follia di tutti i dopoguerra, strade, piazze, situazioni, momenti di lavoro e di relax. Era come se non ci fosse separazione tra un atto e l’altro della giornata. A Milano tutto era impegnativo, ma con successo, come se si andasse al lavoro fischiettando su quelle note americane, su quella colonna sonora da film hollywoodiano. Una città americanizzata, un po’ <em>Wall Street </em>di Oliver Stone, un po’ <em>Vacanze di Natale </em>dei Vanzina, sussiegosa e clamorosa, plastificata e impellicciata. Una città ubriaca di quell’amaro che divenne appunto calice da sorbirsi all’indomani del crollo verticale, quando tutto quel tormentoso abbandono all’ottimismo divenne dopo sbornia annunciato  mille volte, divenne chiusura definitiva del dopoguerra e delle sue illusioni e delle sue speranze, divenne l’oggi.</p>
<p><em>(Pubblicato su La Tribuna &#8211; 30.06.2008. Continua.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/05/dalla-milano-da-bere-a-quella-da-vomitare-1/">Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</a></p>
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		<title>Flaubert Dry</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2008 08:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra. Tra i riflessi del cristallo il liquido fluttuava e schiumava, uscendo a spruzzi da un bel capezzolo rosso vivo. <em>L’éducation</em> si beveva in una luce da tramonto tropicale, mentre le onde sonore delle chitarre acustiche si propagavano dagli altoparlanti attraverso le sale aperte, rimbalzando sui banconi di legno laccato, gli sgabelli da vertigine, le chaise-longue leopardate, i quadri astratti del genere <em>color-field painting</em>. <span id="more-5802"></span>Al centro del tramonto c’erano le cameriere. Immaginatele come entità corporee inaccessibili, ispiratrici di desideri che loro stesse non avrebbero potuto soddisfare. Donne dai seni turgidi, in minigonne di canapa e lingerie Wolford, con il logo del locale tatuato sulle guance (tre graffi cicatrizzati che ricordavano un’artigliata).<br />
Il Flaubert Dry era un perfetto esempio di spazio mutevole. Il design incitava alla violenza. Tutto era affilato ma carezzevole, come le scarpe di quel centinaio di clienti che ogni sera raschiavano il parquet con i sassolini attaccati al cuoio delle suole. Un posto dove fama voleva dire desiderio: un desiderio di elevazione, di significato e di azione caratteristico dell’individuo sano. Qualcosa di così onesto da sembrare osceno, come una vergine nuda che entrasse da Marks &#038; Spencer a rifarsi il guardaroba. E infatti i frequentatori del Flaubert Dry inseguivano il successo nello stesso modo in cui, da adolescenti, scrutavano lo specchio in cerca di qualità estetiche – senza trovarle, naturalmente, perché la bellezza non si nasconde, per non parlare del fatto che male sopporta repliche e riflessioni.<br />
Mi ero attaccata alla mammella già un paio di volte e cominciava a girarmi la testa. Johnny aveva comprato tre o quattro spinelli da un pusher con l’aspetto di un demone in perizoma (il corpo palestrato, la faccia butterata, il cranio con due escrescenze all’altezza dell’osso parietale – insomma, il genere di adulto da cui ogni adolescente vorrebbe essere stuprata). Uno spinello grosso come un dito, un lungo bozzolo di cartine Drum farcito con il fiore della resina di canapa. Educatamente me lo fece accendere. I Led Zeppelin cantavano <em>Babe, I’m gonna leave you</em> a volume critico, indebolendo le mie difese emozionali. Sugli scaffali retroilluminati c’erano almeno seicento bottiglie di liquori policromi. I ventilatori ronzavano, spargendo una brezza variabile e fradicia. Altri due sorsi e mi misi a singhiozzare.<br />
In quei momenti capivo solo ciò che provavo, come un animaletto ferito. Non sentivo dolore, eppure avevo inarcato il busto, reggendomi lo stomaco quasi che l’alcool lo stesse per sciogliere.<br />
Johnny s’incuriosì. Me lo dimostrò appoggiando la guancia sul piano dove tenevo la mammella. Mi fissò in modo analitico, comprensivo.<br />
– Tutto bene? – chiese.<br />
– Adesso passa.<br />
– Devo chiamare qualcuno? Se vuoi lo faccio.<br />
Gli risposi con un deciso no della testa. Ma Johnny non era abituato a prendere sul serio quello che la gente gli diceva e saltò giù dallo sgabello. Dopo un minuto era di nuovo al suo posto. Questa volta aveva compagnia.<br />
– Ciao bambina, – mi salutò la ragazza che lo aveva seguito.<br />
– Ciao Remedios.<br />
– Che cos’hai, bambina? No, non dirmelo, prima ti asciugo le lacrime.<br />
– Posso farlo da sola.<br />
– Non mi costa niente aiutarti. Vieni qui, fatti guardare.<br />
Conoscevo Remedios da tutta la vita. Il nostro rapporto era fatto di similitudini. Eravamo nate lo stesso giorno alla clinica Zuckmayer. Avevamo frequentato il liceo a Coira (la stessa classe), e ai tempi dell’agenzia dividevamo un flat in Edgware Road, a due passi da Marble Arch, nel centro di Londra. Quel posto ci serviva da base operativa, perché l’aria di Milano mi procurava dei pruriti alla pelle che i medici non riuscivano a spiegare. Ci assomigliavamo, eravamo alte uguali. Avevamo lo stesso peso, la stessa taglia. Confesserò una cosa. Avevo voglia di abbracciarla. E per farlo mi sarei sbarazzata volentieri di Johnny Deep.<br />
Remedios era calore. Aveva un viso ovale con treccine bionde da bambola. Quando mi trovavo nel suo campo gravitazionale provavo una precisa fiducia nel significato delle cose, o la certezza che ne avessero uno. Lo sentivo anche in quel momento, mentre vedevo passare dietro le sue spalle un centauro dadaista – il corpo di zebra, il viso da efebo, i movimenti svagati, l’aria un po’ ottusa.<br />
Remedios. Stava cercando un segno rivelatore nella mia espressione. Il senso del disagio, l’argomento della crisi. Glielo leggevo negli occhi. Voleva introdursi nella mia coscienza attraverso le sue manifestazioni facciali. Mi pulì le guance con un fazzoletto. La stoffa tamponò la pelle quasi senza sfregarla. Remedios emanava un odore di professionismo, l’aroma inconfondibile che sprigiona dal corpo delle conversatrici.<br />
Sì, conversare, parlare per mestiere. Avere a che fare con il desiderio di felicità della gente, mentre le leggi della natura complottano per tradirlo. Trovare argomenti di conversazione che si adattino a un <em>Victorine</em> o a un <em>Madame Arnoux</em>, strutturati long drink da meditazione. E i clienti fissi, i clienti nuovi, uomini soli, donne sole, a interpretarli, ad accoppiarli. Per quel lavoro ci voleva l’energia di un giaguaro, ma a Remedios non solo piaceva, si divertiva anche a trovare le forze per farlo. Il che, dovete ammetterlo, è il solo presupposto della passione.<br />
– Devo dirti una cosa, Remedios.<br />
– Che cosa, bambina?<br />
– Ti voglio bene.<br />
Remedios allargò il fazzoletto e me lo ripassò sulle guance. Poi fissò attentamente la pelle per apprezzare il risultato. Sembrava assorta.<br />
– È qualcosa che non avresti dovuto dirmi, Vera. Non qui. Non alle otto di sera.<br />
– Non dovevo, Remedios?<br />
– Non lo avresti detto se non ci fosse un problema.<br />
– No, non lo avrei detto.<br />
– Lo avresti pensato, ma non lo avresti detto.<br />
Abbassò il fazzoletto, valutò la sua distanza da Johnny e mi parlò all’orecchio. Chiudere gli occhi e ascoltarla era una delle mie forme preferite di oblio.<br />
Poi, non soddisfatta, si voltò verso Johnny e disse: – Scusa, puoi lasciarci sole un momento?<br />
– Perché? – si stupì JD. – A Vera piace se vi sto a sentire.<br />
– È vero, bambina?<br />
– Credo di sì, Remedios.<br />
Lei mi studiò in apparenza senza sforzo. – Vi conoscete da molto?<br />
– Da un paio d’ore soltanto, – ammisi. – Però in questo momento ho l’impressione che la presenza di Johnny possa valorizzare quello che dico.<br />
– A beneficio di chi?<br />
– Tuo, immagino.<br />
– Io non ho bisogno che Johnny ti valorizzi.<br />
– Non stiamo parlando dei tuoi bisogni, – intervenne JD, spegnendo lo spinello e assumendo la posizione adatta a reggersi il mento.<br />
– Di che cosa stiamo parlando, allora?<br />
– Del fatto che la gente non l’ascolta.<br />
Remedios sorrise in modo neutro, con una comprensione senza ironia.<br />
– Johnny ha ragione, – dissi.<br />
– Ma stai parlando con me, Vera. E io non sono la gente.<br />
– Immagina di non conoscermi. Immagina di non avere mai visto la mia faccia. Sono un’estranea, Remedios, e a prima vista nemmeno troppo simpatica. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Ti vedo continuamente, Vera. Passiamo insieme almeno trenta ore la settimana.<br />
– Sì, ma supponi di perdere la memoria. Non ti ricordi chi sei, dove abiti, se Parigi è in Francia o sulla luna. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Perché?<br />
– Be’, Johnny lo conosci, non è così? Se lui mi ascolta lo faresti anche tu.<br />
– Ma se non mi ricordo di Parigi, perché dovrei ricordarmi di Johnny?<br />
Le sorrisi. – Johnny lo vedi dappertutto, Remedios! Ti guardi attorno e lui è appeso ai muri. È uno di famiglia. Di lui ti fidi.<br />
– È questa la tua idea?<br />
– È così che funziona.<br />
Lei spostò una ciocca di capelli scivolata davanti ai miei occhi. Era così fin da bambina. Non materna, ma stregata dalla tessitura delle cose.<br />
– È questo che mi spaventa, – riconobbi. – Ho bisogno di Johnny perché la gente mi ascolti. JD mi è indispensabile come il suo sound mediterraneo.<br />
Remedios accavallò le gambe e raddrizzò la testa, una successione di movimenti che mi spiegai come il segno di una decisa volontà interpretativa. La fissavo, aspettando che dicesse qualcosa. Le sostanze commestibili che avevo assimilato nel corso della giornata, quasi tutte letali in modo non significativo, mi stavano procurando una euforia convincente, al punto da crederla un dato ambientale.<br />
– Non pensavo che ti interessasse, – disse Remedios.<br />
– Che cosa?<br />
– Parlare alla gente.<br />
– Oh, per me quello che conta è lasciare aperta ogni possibilità espressiva. C’è ancora da bere?<br />
Johnny agitò la mammella per farmi capire che era quasi vuota.<br />
– Vi ordino qualcosa, – disse Remedios.<br />
– Tu che cosa prendi?<br />
– Una <em>Tentazione di Sant’Antonio</em>.<br />
– Che cos’è, un long drink?<br />
– In un certo senso. Soda con l’aggiunta di rosso Congo, un colorante insapore. Ai clienti con cui parlo dico che è Campari.<br />
– E loro ti credono?<br />
Scoppiammo a ridere simultaneamente, lasciando andare la testa l’una sulla spalla dell’altra.<br />
– Vorrei un’altra mammella, – disse Johnny sbadigliando. – Ma questa volta con dentro una ciliegia al maraschino.<br />
– Come? – esclamò Remedios. – Come, come? È una tetta, Johnny. La ciliegina non passa dal capezzolo.<br />
Scoppiai a ridere più forte, producendo un suono vibrato, uno sbuffo d’aria sotto pressione. Il petto di Remedios sussultava, la mia fronte appoggiata alla sua si muoveva da una parte e dall’altra, come se il pavimento fosse sul punto di sprofondare. Per non cadere, lei si aggrappò ai miei fianchi. Forse anche Johnny si divertiva. Forse la risposta di Remedios gli era servita da introduzione al senso del ridicolo, un genere d’incontro che poteva chiarirgli la sua distanza dal divino. Piegai la testa da un lato, decisa a vedere l’espressione della sua faccia. Ed eccolo il testimonial di una nota bibita energizzante che si sta fissando l’unghia di una mano. Quell’unghia lo interessava sul serio. Muoveva il dito circolarmente, pazientemente. Lo studiava da prospettive diverse, la mente sgombra da inquietudini conoscitive, come se il suo scopo fosse solo quello di tenere occupata la vista. Decisamente, lo spettacolo non valeva la fatica della torsione alla quale mi costringeva.<br />
Mi voltai e alle spalle di Remedios vidi qualcosa di più interessante. Al centro della sala erano comparsi tre uomini. Li notavo perché sembravano i soli a non capire dove si trovassero. Contai tre teste, sei gambe e cinque braccia, associando la mutilazione di uno di loro alle guerre di logoramento. In realtà l’uomo senza braccio aveva l’aria del coordinatore qualificato ed era senza dubbio un apprezzato leader per anzianità. Teneva in mano una sigaretta spenta e parlava quasi senza muovere le labbra, come se la lingua in cui si esprimeva avesse una prevalenza di consonanti. Se quei tre fossero stati vestiti con giacche scure, spiegazzate, e camicie bianche, ormai molli per la completa perdita di amido, forse avrei capito subito il loro mestiere. Invece indossavano jeans pre-usurati e un giubbotto in Cordura multitasche, come la maggior parte dei clienti. Mi incuriosiva il modo in cui si guardavano attorno, l’apparente indifferenza dei loro sguardi dalla occulta propensione analitica. Senza dare nell’occhio valutavano funzione, dimensione e distanza delle cose. Tracciavano linee di demarcazione tra aree di influenza, esaminavano ingressi, vani, vie di fuga, sommando e sottraendo da un valore critico metri e metri cubi di aria condizionata. Tutto questo in relazione alla posizione dei clienti e ai loro modi di agire, che valutavano molto prima delle loro facce.<br />
La svolta arrivò inaspettata. L’uomo senza braccio mormorò qualcosa, indicando il bancone del bar. Il gesto generò un movimento coordinato. Il più grasso del gruppo rifilò una pacca sulla natica del centauro, dando allo stesso tempo una strizzata d’occhio alla telecamera di vigilanza – un documento da cineteca sui temi della determinazione violenta e dell’indifferenza verso la sfera privata. La musica si fermò. Non esisteva una ragione precisa perché questo succedesse. Però successe. Il mio senso della vista cominciò a operare su un livello di energia autonomo. Sentivo l’urgenza di capire le ragioni di quel cambiamento, non per curiosità ma per istinto di sopravvivenza. Lo dimostrava il fatto che l’uomo verso cui si incamminavano quei tre continuava a bere con indolenza il suo mescal. Perché? Risposta: era il solo che già conoscesse l’esatta natura del pericolo.<br />
– Ho una cosa per te, Gabriel, – gli disse il grasso, appoggiandosi pesantemente al banco.<br />
Gabriel era un ragazzo alto e nero di capelli, il naso spezzato da boxer. Aveva un pizzetto tagliente, quasi cesellato, e la carnagione olivastra. Indossava abiti da uomo d’affari e si tastava la cravatta a nodo largo come se la consistenza del tessuto gli desse sicurezza. Il grasso sfilò una mano dalla tasca. Gabriel ne seguì il movimento. La mano si fermò a mezz’aria, lasciando cadere sopra il bancone qualcosa di viscido. Gabriel sorrise e scosse la testa. Sembrava trovare l’iniziativa del grasso una mancanza di stile. Sopra il piano umido luccicava una pallina giallastra, una specie di uovo di quaglia con dei filamenti a un’estremità.<br />
Capii che si trattava di un bulbo oculare quando gli altri due uomini ci appoggiarono accanto un lobo di fegato e un piccolo rene. In quel momento mi accorsi che esisteva altra vita cerebrale oltre la mia. Ero in mezzo alla gente, e la gente gridava, arretrava, si ammassava. La sala piombò nel buio. Le sole fonti di luce risparmiate dal collasso nervoso del locale furono una lampada da tavolo alle spalle di Gabriel e lo scaffale fluorescente dei liquori.<br />
– Che roba è? – domandò Gabriel, voltandosi verso l’uomo senza braccio. – Che roba sarebbe?<br />
– Prove, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Prove? Che genere di prove? Ehi, ehi&#8230; ragazzi. Ragazzi, io mi occupo di frattaglie. Compro e vendo fottutissime interiora. Avete presente il fantastico mondo dei visceri? Andiamo, la gente va pazza per queste cose.<br />
– Zitto, – gli intimò il grasso. – Zitto, coglione.<br />
Vicino a me qualcuno piangeva. Una voce chiese: – Chi siete? Chi sarebbe questo Gabriel?<br />
L’uomo senza braccio si voltò. L’oscurità aveva maglie così strette che lui probabilmente non poteva vedere oltre la linea dei primi tavoli.<br />
– Gabriel è un trafficante di organi, – rispose in tono mite l’uomo senza braccio. – E queste sul tavolo sono le prove che abbiamo raccolto.<br />
– Cristo, – esclamò la stessa voce nel buio, – come diavolo fate a portarvi in tasca certe porcherie?<br />
Il grasso si voltò di scatto e fissò l’oscurità. Anche il terzo uomo fece un passo in avanti per capire da dove provenisse la voce.<br />
– Adesso ce ne andiamo, – annunciò l’uomo senza braccio. – È tutto finito, gente.<br />
Ma mentre quei tre erano voltati, il pubblico assisteva a una scena raccapricciante. Il trafficante d’organi ingoiò le prove e si sciacquò la bocca con un sorso di mescal. Quando il grasso se ne accorse, Gabriel lo inchiodò ai fatti con un rutto cupo e prolungato.<br />
– È tutto a posto, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Oh no, no&#8230; – gridò il grasso. – Santissima Madre di Dio, no&#8230; – e afferrò Gabriel per il collo, schiacciandolo contro il bancone.<br />
Gabriel rise fino quasi a piangere. Dalla gola gli usciva un suono di aria strozzata. Rideva e si dimenava, cercando con le dita gli occhi del grasso. Riuscì quasi subito a divincolarsi. Era agile e si dileguò nel buio.<br />
– Non muovetevi, gente, – gridò l’uomo senza braccio e fece segno al grasso di inseguire Gabriel.<br />
La luce si riaccese di colpo. La canzone ricominciò da dove era stata interrotta. Il locale prese l’aspetto di una camera da letto illuminata nel cuore della notte. I clienti erano spettri, sonnambuli, lemuri. Avevano facce scioccate, espressioni da stato di narcosi. Sugli zigomi scendevano le lacrime. E di Gabriel, del grasso e del terzo uomo nessuna traccia.<br />
– È tutto a posto, – ripeté l’uomo senza braccio, che non si era mosso dal banco. – La cosa è risolta. Permettete, gente, che vi offra da bere.<br />
Chi si trovava in piedi cercò il sostegno delle pareti o di un tavolo, di qualsiasi oggetto a portata di mano, purché fosse stabile e sufficientemente strutturato. Non solo per il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, ma per una esigenza di contatto. Per ognuno era importante constatare di essere ancora una entità corporea, con un volume rispettabile, un peso adeguato, una consistenza di corpo vivo. La mancanza di certezze faceva dare di stomaco una cameriera a due passi dalla porta dei bagni.<br />
– Da bere per tutti, – gridò l’uomo senza braccio. – Coraggio, gente, fatevi sotto.<br />
Il barman passò una spugna sul banco e si mise al lavoro. Ammucchiò bicchieri e ghiaccio tritato, mescolò gin a succo d’arancia, riempì di fragole i frullatori.<br />
– Mio Dio, Remedios, – piagnucolai.<br />
– Ssst&#8230; – fece lei. – Non agitarti, bambina.<br />
– È orribile, non è vero? – sentii dire alle mie spalle, ma più che una voce era un suono spaventoso. – Be’, Johnny, come te la passi?</p>
<p>Il presente frammento è tratto dal romanzo di Omar Viel, <em>Fetish</em>, Lampi di stampa, Milano 2005</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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		<title>Palinsesti di risarcimento</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 06:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.jpg" title="3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quello che il poeta fiorentino Marco Simonelli ha fatto con <em>Palinsesti</em>, Zona, pagg. 79 euro 10.00, è qualcosa di molto ambizioso. Poeta giovane – è del 79 &#8211; e bizzarro, attento come pochi alla <em>mise en scéne </em>di un linguaggio alto associato ai personaggi molto degradabili della televisione, Simonelli ha creato con questo libro una sorta di viaggio al termine della notte del monoscopio, e non solo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/palinsesti-di-risarcimento/">Palinsesti di risarcimento</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f.jpg" title="3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f.jpg"></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.jpg" title="3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.thumbnail.jpg" alt="3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quello che il poeta fiorentino Marco Simonelli ha fatto con <em>Palinsesti</em>, Zona, pagg. 79 euro 10.00, è qualcosa di molto ambizioso. Poeta giovane – è del 79 &#8211; e bizzarro, attento come pochi alla <em>mise en scéne </em>di un linguaggio alto associato ai personaggi molto degradabili della televisione, Simonelli ha creato con questo libro una sorta di viaggio al termine della notte del monoscopio, e non solo. <span id="more-5162"></span>All&#8217;epoca dei copisti un palinsesto era un foglio pieno di cancellature. E anche in queste poesie, raccolte in una specie di <em>unicum</em> proprio di palinsesti, ci sono delle cancellature, vale a dire ci sono delle scelte e delle omissioni. E poi i personaggi, dietro i quali si nasconde il nostro immaginario di comuni mortali, tutti affannosamente alla ricerca di un rispecchiamento via schermo.</p>
<p>Nell’enormità delle proposte televisive, l’autore ha scelto alcuni programmi-capisaldo del suo <em>come eravamo </em>e <em>come siamo</em>. Come siamo rimasti, anzi. Perché nell’immaginazione elettrica del bambino Simonelli, che beveva il <em>Latte +</em> delle programmazioni di una tivu ormai a più teste (RAI, Fininvest e svariatissime emettenti locali) certi programmi hanno inciso con maggior spessore di taglio, per ovvie ragioni. E allora, io credo, per lui, in questa operazione di ripescaggio delle scorie di un’infanzia – per certi versi ancora in servizio effettivo – s’è trattato di calarsi a occhi chiusi nell’acqua melmosa del passato e, a tastoni, riconoscere certe figure rappresentative e consegnarle al riconoscimento in certo modo mitico della poesia.</p>
<p>L’operazione è ambiziosa e curata in tutti i dettagli: il poeta fa tornare alla luce dal fondo di se stesso e di tanta parte della collettività i reperti di una vecchia tivu; e, con la testa di oggi, mette insieme ad esempio il piccolo mito provinciale di una Wanna Marchi degli albori con quello che è diventata, svelata dalla forza d’un caso eclatante di cronaca giudiziaria. Così, l’amarezza si stempera con l’apologia (come da titolo &#8211; <em>Apologia per Wanna Marchi</em>).</p>
<p>Anche nel caso di Aldo Biscardi, il giornalista sportivo del famoso <em>Processo</em>, l’autore vuole dare il conforto di un’ironica assoluzione: “Se il mesto allocco rosso appare sciocco/ non lo potete condannare:/è solo un testimone spaventato/di questo allucinante campionato”. Ecco, qui Simonelli, scusando le proverbiali sgrammaticature del famoso giornalista, sembra svelarci una verità plausibile: un divo televisivo può essere addirittura spaventato dal contesto in cui si trova. Più che sull’impresentabilità di un torneo sportivo famoso nel mondo qui si vuole mettere a segno il punto su qualcosa di profondo, di sconvolgente direi: uno spavento, una intima sofferenza invisibile ai più.</p>
<p>E’ chiaro che Simonelli vuole andare molto al di là delle apparenze, facendosi scudo con il lazzo e la finta bonomia di certi giudizi; quello che lui fa è spalancare la vista, col riso spiegato del giovane ormai disilluso e però ancora ancorato a un’età di ludici abbandoni,  sul baratro dell’uomo che nel suo pubblico si scontra lesivamente col suo spesso miserevole privato. Ad esempio, nella poesia su Vianello e la Mondaini, l’autore non può fare a meno di annotare, per voce di lei, che “Se siamo la coppia più bella del mondo/lo dobbiamo alla noia, Raimondo”. Si parla del famoso tormentone dell’attrice (“Che barba che noia che noia che barba”), ma anche, alla fine, di ciò che la comicità, col suo potere d’esorcismo, rappresenta, cioè lo squallore indubitabile della vita, nobilitandolo col potere assolutorio della risata.</p>
<p>E infatti <em>Palinsesti</em> è a mio avviso una lunga assoluzione: assoluzione di personaggi, di persone svestite della loro rappresentatività mediatica, di un’epoca che sembra tramontata; ma è solo, anche stavolta, apparenza. Il <em>trash </em>televisivo si alimenta bulimicamente delle scorie del passato (sono emblematiche certe trasmissioni che pescano a piene mani nel passato catodico, in un’operazione in qualche modo necrofila di rivitalizzazione dei ricordi spettacolari), così come Simonelli si alimenta, per la sua opera, del ricordo ancora vivo  di certe trasmissioni, alcune delle quali, ormai, fuori palinsesto. Il suo è un tentativo – riuscito – assai nobile: dare facoltà di parola poetica all’estremamente aleatorio ma anche incidente nella nostra cultura popolare. Molti dei personaggi evocati tra un certo numero di anni non saranno più ricordati, si dissolveranno nella fine definitiva dell&#8217;epoca di cui sono stati in qualche modo rappresentanti, e però quello che Simonelli fa, come Dante nella <em>Commedia</em>, per esempio col Vanni Fucci &#8211; mito del male dell&#8217;epoca e dunque molto degradabile, che grazie alla poesia diventa immortale e simbolico, mito eterno &#8211; è di tentare di rendere tali personaggi ricordabili anche nella sede più preziosa delle parole poetiche, spesso consegnate per tradizione a un compito da svolgersi in “altitudine”. Non esiste forse vera altitudine: è la forza della rappresentazione, è la capacità di sentire e trasmettere al di là del consueto che sposta in alto la visuale.</p>
<p>L&#8217;opera è, più di tutto, un breve canzoniere autobiografico; perché l’autore, creando questi palinsesti, ci racconta, attraverso queste scelte e il modo con cui essere vengono fatte, molte cose della sua vita. E non solo: perchè ognuno dei lettori può rivedere la sua personale e speciale biografia, esattamente come succede a ciascuno di noi, che proiettiamo noi stessi nelle figure dei personaggi televisivi, che dunque diventano miti, seppure di irrilevante consistenza. La forma scelta dall&#8217;autore, poi, è quella che alla fin fine si doveva: una forma metrica chiusa, come sono chiuse le due scatole &#8211; raccolte in una -della copertina: la lavatrice, che tutto &#8220;passa e va&#8221;, lavando e buttando scorie, e ovviamente la televisione, scatola chiusa per antonomasia, dalla quale, nonostante i buoni propositi, è impossibile veramente evadere. O meglio, con la quale non si evade veramente mai. Inoltre, quella che viene allo scoperto, nell&#8217;opera di Simonelli, è una incapacità a vedere davvero dentro la propria vita – ed è per questo che si sceglie di raccontare ciò che si è visto non dentro di sé, ma sempre attraverso uno schermo televisivo, schermo di emozioni, di tempo trascorso, di crescita effettuata.<br />
<em>Palinsesti </em>è anche, o forse soprattutto, andando al nocciolo, storia di una personale inadeguatezza a vedere e vivere la vita con i propri occhi; e dunque la scrittura poetica arriva in soccorso a risarcire, a mettere forse qualche cerotto all’anima, pur tagliando qui e là col bisturi di una coscienza di sé trovata spesso con fatica e con una certa dose di dolore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/palinsesti-di-risarcimento/">Palinsesti di risarcimento</a></p>
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		<title>Una madre che piange, o il suo Spettacolo</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 19:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile. Quando hai davanti una madre che piange l&#8217;irredimibile assenza del figlio, è come smisurata. Non sai neppure come potresti abbracciarla. Ti pare di avere davanti il dolore infinito, infinito e informe, e nessun abbraccio potrebbe contenerlo. Stai a distanza, allora. Qualsiasi contatto sarebbe fonte di dolore ulteriore. Potresti sfregare quell&#8217;infinita ferita. Chi sei tu, per provarci.</p>
<p>Prendi invece una madre in televisione. Contenuta la mattina tra una canzonetta e un gioco a premi. Resa oggetto di una morbosità che ne fa oggetto di estrazione di dolore per convertirlo in ascolto, in dati di audience. Per convertirlo dunque in pubblicità, in merce.<span id="more-4711"></span></p>
<p>Andrea Bosich, di Novi Ligure, è morto il 29 gennaio 2004. A trentanove anni. Lavorava in un&#8217;azienda di carpenteria pesante. Dove informalmente lavorava anche il padre della titolare. Mica era un gruista lui, solo che era in pensione, e dava un mano alla figlia. O meglio, la ditta era intestata alla figlia, e lui portava avanti il lavoro di una vita. Già una volta aveva causato un incidente. Manovrando una gru aveva fatto cadere un disco di alluminio, novanta chili, sul piede di Andrea. Che al pronto soccorso non aveva detto la verità, “mi è caduto addosso un pezzo” aveva detto, e poi era tornato in ditta perché era stato lui a iniziare un lavoro e voleva finirlo, i suoi genitori gli avevano detto di stare a casa, ma era un piacere che voleva fare al proprietario. Ne aveva ancora per poco, il contratto era a tempo determinato, scadeva a febbraio. Ancora tre settimane di lavoro, dunque, e poi si sarebbe cercato un altro impiego. Se non fosse stato, ancora, per la gru, e per il suo manovratore. Un intero carico di dischi stavolta, per un totale di novecento chili, si sgancia dalla gru mentre stanno caricando un camion e gli piomba addosso. E&#8217; un attimo. Si saprà, dopo, che la gru non veniva revisionata da più di dieci anni. Il procuratore è stato rapido, rispetto al solito, e al processo ha condannato sia la titolare che suo padre. Un anno e quattro mesi, senza la condizionale. Non accade mai che in questo tipo di cause la condizionale venga sospesa. Il fatto è stato giudicato clamoroso dal giudice, un giudice che evidentemente ne ha abbastanza di certe impunità. Gli imputati sono stati condannati a pagare una provvisionale ai familiari – che però non hanno visto niente, dopo tre anni, in virtù di una nullatenenza dichiarata dai titolari. L&#8217;assicurazione, poi, rimborsa solo i danni causati dai dipendenti in regola, e il padre della titolare non lo era. I condannati, in ogni caso, sono ricorsi in appello, la pena gli è parsa troppo grave. Nel frattempo c&#8217;è stato l&#8217;indulto, che ha fatto lo sconto di tre anni anche sulle pene inflitte per gli omicidi colposi sul lavoro. Padre e figlia, dunque, continuano a lavorare come sempre, e come sempre nessuno pagherà pegno.</p>
<p>Anna Maria, la madre di Andrea, mi dice che parlare le fa male. Sono passati tre anni, non me la sento. Mi basta andare dall&#8217;avvocato e entro in crisi. Ancora non riesco a farmene una ragione. Sono passati tre anni, e riesco a parlare di mio figlio solo con gli amici, con i parenti, e ancora mi commuovo, e ci commuoviamo.</p>
<p>Dico alla madre di Andrea di quelle madri che si organizzano per far sì che le storie che le hanno toccate non abbiano a ripetersi. Lei risponde che capisce, che è giusto. Ma io non ce la faccio, non ne ho la forza. E poi sono una nonna a tempo pieno, mi devo prendere cura dei miei nipoti. Uno di nove anni, uno di otto, uno di quattro. L&#8217;ultimo era nato da pochi mesi quando è morto suo padre. Non posso fare altro che questo. E ancora, la sento commuoversi.</p>
<p>La commozione, fatto privato. Ma non è egoismo, il suo, o semplicemente un ripiegamento sul proprio dolore. Certo, il dolore prostra. Ma si tratta di non esibire, oscenamente, qualcosa che appartiene alla tua intimità. Mi hanno chiamato a raccontare la mia storia in tv, dice, Ma io non vado. Non mi piace mescolare il mio dolore alle barzellette di un comico e a un balletto. E non mi piace andare a piangere davanti a tutti. Anna Maria ha ben chiaro davanti a sé il significato di “spettacolo”. Il divenir-merce di ogni cosa, il degradare di cose incomparabili a equivalenza, a pura scambiabilità, in un grande, immenso blob. Un blob che sa usare le vittime, e coloro che con le vittime hanno un rapporto affettivo, per spremerne lacrime. Perché il cuore resta pur sempre la più intima cavità umana, e dunque un serbatoio straordinario cui attingere per fare ascolto. Un ascolto fine a se stesso, che torna su se stesso e ripiega su un&#8217;impasse, fino a formare la figura di un vicolo cieco, a dare il senso di un&#8217;assoluta impossibilità di cambiare le cose. Una madre che piange è la cosa più oscena, se non si coglie il senso di quelle lacrime, se non si comprende che quelle lacrime chiedono di essere raccolte, e possono essere raccolte solo con una condivisione vissuta, con una pratica reale. Una pratica <em>religiosa</em> &#8211; nel senso etimologico di <em>re</em>-<em>ligare</em>, raccogliere insieme. Laddove, invece, i mass media ci inondano di pianto, un pianto che cresce nel chiuso di uno studio televisivo, del tubo catodico, di un appartamento, e così facendo si autoalimenta, è un circolo vizioso &#8211; e non c&#8217;è modo di asciugarlo, quel pianto, quel pianto <em>irreligioso</em>, di disseccarlo al sole dell&#8217;aperto, dove può scorrere liberamente, e sublimarsi in azione. Ché solo il fare è l&#8217;alchimia del dolore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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