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	<title>Nazione Indiana &#187; stato</title>
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		<title>APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 05:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/17/appello-per-un-nuovo-risorgimento/">APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-38458" title="flag" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento. La crisi attuale di questa nostra Nazione, della quale festeggiamo ora il 150° compleanno, è sotto gli occhi (e la penna) di tutti. Ed è ormai chiaro che una sua rinascita, in continuità con i valori risorgimentali, gli stessi che hanno ispirato la liberazione dal fascismo, e dalla quale è nata la Costituzione, non potrà realizzarsi nel quadro della politica attuale. Né questa sinistra catalettica né questa destra adulterata (non sto negando le differenze tra destra e sinistra, non mi si fraintenda), sapranno proporre una qualsivoglia soluzione, senza un risveglio e il pungolo di una larga banda di cittadini, senza l’intervento trainante di individui che si battano per quegli stessi ideali dai quali è nato il nostro stato unitario e indipendente. Mi permetto insomma, dall’alto della mia abissale ingenuità di narratore (non ignara tuttavia di quanto è stato scritto nel corso di due secoli sul carattere degli italiani, e quindi scientemente velleitaria, ma alla luce di qualche recente sintomo forse anche realista), di vagheggiare un nuovo Risorgimento.</p>
<p>Gli attori principali di tale nuovo Risorgimento, che per comodità chiamo “noi”, saranno i seguenti:</p>
<p>1) le donne a cui ripugna l’avvilimento mercificato del corpo femminile propugnato dal Presidente del Consiglio e dai suoi seguaci, e che non intendono avallarlo in alcun modo; il loro Risorgimento consisterà nel rifiutarsi di assistere all’offesa quotidiana e rituale della loro dignità più intima, spegnendo la televisione al primo scosciamento o decerebramento vaginale, e impedendo ai loro congiunti e familiari di sesso maschile di fruirla; e naturalmente facendolo sapere, dispiegando per esempio alla finestra un drappo rosa: chi passerà capirà; sappiano far capire che questa loro lotta, beninteso estesa alle strade e ai luoghi di lavoro, è in difesa della loro libertà, anche appunto sessuale, di cittadine e di donne per nulla inibite;<span id="more-38422"></span></p>
<p>2) i cattolici scioccati dall’inscusabile amoralità e machiavellismo della Chiesa nei confronti di chi detiene il potere e ne abusa per loschi fini personali; questi credenti denuncino gli interventi e le pratiche agli antipodi dei valori fondamentali della religione in cui credono, e perpetrate nell’unico fine di fortificare il dominio temporale della Chiesa; consci che i patrioti del Risorgimento non erano anticattolici e antireligiosi (come viene ripetuto), ma anzi per la stragrande maggioranza cattolici liberali o democratici, lottino come hanno fatto i loro predecessori contro l’arroganza clericale e per il libero arbitrio di ogni cittadino (cattolico o non cattolico); senza dimenticare che la Chiesa ha demonizzato e avversato per decenni i valori di libertà che oggi riteniamo sacrosanti, forzino – nell’interesse il clero a non immischiarsi nella conduzione della Nazione laica, laica e variegata, alla quale appartengono;</p>
<p>3) gli insegnanti che reputano (lo hanno imparato studiando la storia), che il Risorgimento, con i suoi limiti (non maggiori di quelli dei vari percorsi verso le grandi democrazie), è stata una tappa fondamentale e bella della nostra storia, che ha permesso alla nostra nazione di costituirsi in Stato nazionale liberale, attutendo in tempi molto rapidi la macroscopica arretratezza sociale e economica, e aprendo la via alla libertà degli individui e all’uguaglianza di opportunità di cui godiamo ora, dopo l’intermezzo fascista; ma anche i presidi, e tutti quelli che lavorano nell’insegnamento e che ritengono che la scuola pubblica sia fondamentale per imparare a vivere assieme, e per creare uno zoccolo di valori e di comportamenti sociali condivisi, così come la coscienza di appartenere a una stessa comunità nazionale; tutte queste persone denuncino le interessate falsità che si dicono sul Risorgimento, e sappiano che siamo riconoscenti nei loro confronti: si battano giorno per giorno per denunciare e osteggiare il degrado delle scuole;</p>
<p>4) i magistrati, ma anche gli avvocati e tutti coloro che fanno andare la macchina certo perfettibile della giustizia, che ora con finalità pretestuose si sta cercando di piegare alle necessità di una casta corrotta, come era regola prima del Risorgimento; queste persone scioperino, paralizzino completamente i tribunali, prendendo però il tempo di spiegare ai loro concittadini (noi) perché lo fanno, evitando di ragionare e di inalberarsi come una casta opposta a un’altra casta; continuino a battersi con la coscienza e l’orgoglio di aver rappresentato negli ultimi anni il più efficace baluardo di resistenza della democrazia sorta sulla scia del Risorgimento (e dalla sua naturale appendice, la Resistenza);</p>
<p>5) i precari giovani e non più tanto giovani, asserviti e umiliati, e ricattati per anni con contratti offensivi per la loro dignità e negativi per lo stesso buon svolgimento delle mansioni per le quali sono assoldati; che non si battano solo per avere un posto fisso, il loro personale (e tombale) posto fisso, ma per un trattamento dignitoso, per avere reali opportunità future, per poter esprimere la loro intelligenza e le loro capacità e le loro speranze, per essere valutati in base ai loro meriti; osino denunciare i soprusi e i favoritismi e le meschinità, biasimino apertamente l’asservimento, senza paura di essere cacciati, senza timore di pagare personalmente, o di dover emigrare, e ricordandosi che i protagonisti del Risorgimento, ai quali dobbiamo la nostra libertà e la nostra uguaglianza, avevano la loro età, e si sono battuti per gli stessi fini;</p>
<p>6) il Presidente della nostra Repubblica: sia ben cosciente delle responsabilità eccezionali che si ritrova sulle spalle; insorga con tutti i poteri che gli dà il suo ruolo contro la riesumazione dei privilegi di casta e delle limitazioni della libertà individuale per le quali hanno lottato gli artefici (anche istituzionali) del Risorgimento; tenga ben presente che il rischio di incappare in situazioni di conflitto tra istituzioni è minore di quello di non essere più un riferimento morale e istituzionale per i cittadini italiani, e che lo Stato venga identificato, come avveniva prima del Risorgimento, come il giardino privato dei più ricchi e dei più forti (i quali non a caso sminuiscono e dileggiano il Risorgimento), perdendo ogni credibilità e ogni legittimità;</p>
<p>7) i giornalisti che per frequentazione dei media degli altri paesi democratici sono coscienti dell’umiliante sudditanza nel quale s’è cantonata la loro professione; queste persone si ribellino, denuncino le distorsioni e le pressioni, si battano, a costo di farsi licenziare e di bussare altrove, o di essere perseguitati, per dare un’informazione oggettiva e critica e non soggiogata al potere più indifferente al bene collettivo; non perdano di vista che in ogni stato democratico l’informazione rappresenta il più grande antidoto contro le ingiustizie e contro i soprusi dei potenti;</p>
<p>8) gli italiani di origine straniera che sono in Italia, i quali con il loro lavoro contribuiscono alla prosperità del paese, e che sono trattati come cittadini di secondo rango, vittime di scoperte politiche razziste, e additati come responsabili delle disfunzioni derivate del malgoverno; si battano per i diritti e l’uguaglianza che la Costituzione garantisce loro, siano fieri dell’energia e delle culture che apportano a un paese dimentico del proprio passato e ripiegato su se stesso, e sappiano che le loro aspirazioni all’uguaglianza e alla fratellanza, le stesse che hanno fondato il paese che è ora il loro, il nostro, saranno fondamentali per mantenerne viva la democrazia;</p>
<p>9) gli italiani dell’ignorata diaspora intellettuale (i musicisti, i pittori, i ballerini, tutti gli altri artisti, i matematici, gli altri uomini di scienza, gli universitari, i ricercatori, i tecnici, gli architetti…), diaspora che il crescente degrado ingrosserà ancora, ma anche della diaspora non intellettuale (tutti quelli che sono andati per trovare lavoro, per sentirsi più liberi e meglio); tutte queste persone non sottomesse, e consce della vivifica apertura internazionale nella quale è germinato il Risorgimento, trovino il modo di far sapere che ci sono, e che pur essendo scappate sono attaccate ai destini del loro paese, e intendono avere voce in capitolo: creino blog e gruppi sulla rete, scrivano ai giornali e ai partiti, tempestino di lettere i ministeri che avrebbero dovuto occuparsi di loro, denuncino ai media nazionali e esteri la situazione che li ha fatti fuggire, sconfessino le bugie dei governanti (e il dilettantismo storiografico antirisorgimentale), aiutino chi ne ha bisogno a trovare un rifugio temporaneo;</p>
<p>10) i cittadini che vivono nelle zone dove la criminalità organizzata detta legge o anche solo sta ora dilagando: sappiano che la loro libertà personale e la loro dignità, quelle stesse garanzie perseguite dal Risorgimento, dipendono dalla capacità dello stato nazionale di debellare le strutture violente che li soggiogano e umiliano; lottino contro la corruzione dei politici, sappiano che senza di loro la giustizia non può vincere; i cittadini che vivono dove politicanti ignari della storia (che falsificano a proprio uso e consumo) e dei valori risorgimentali predicano velleitarie e irrealistiche secessioni, denuncino le corrotte reti di dominio che questi hanno costruito, smascherino le menzogne (e l’odio razziale) che coprono l’inadeguatezza ad affrontare i veri problemi in un mondo globalizzato; tutte queste persone non dimentichino che la forza vincente del Risorgimento è stata quella di unire gli ideali di giustizia e fratellanza alle preoccupazioni economiche: da lì è venuta la relativa (rispetto alla situazione precedente) prosperità;</p>
<p>11) gli studiosi e i tecnici dell’ambiente e i semplici amanti della natura: dedichino una parte del loro tempo a osteggiare la rapace distruzione del paesaggio, denuncino le costruzioni abusive, si oppongano alle cementificazioni inutili e agli sfruttamenti irreversibili o anche solo, come molte associazioni già fanno, alla caccia di frodo; non dimentichino che il paesaggio è la nostra principale ricchezza, sappiano che la loro battaglia è per il bene di tutti, e che la riteniamo essenziale.</p>
<p><em>[una versione abbreviata di questo testo esce sul quotidiano "Trentino" del 17.03.11]</em></p>
<p><em><strong>[l'immagine: Mattia Paganelli (1985)]</strong><br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/17/appello-per-un-nuovo-risorgimento/">APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il male maggiore, Saviano e i letterati</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 05:18:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/">Il male maggiore, Saviano e i letterati</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”. Da sinistra viene detta in modo apocalittico, da destra in modo cinico.</p>
<p>La catena del vizio, naturalmente, non compie salti: essa lega in una stessa vischiosa fratellanza chi ha eluso qualche fattura sino al rapinatore in armi, passando per corruttori e frodatori dal colletto bianco. Questo atteggiamento fornisce una straordinaria narrazione corale, compiutamente sottratta alla logica del divenire storico e immersa in un’eterna commedia delle basse passioni. In tale contesto ogni forma di analisi critica, che si voglia porre come preludio a un possibile cambiamento, giunge sempre tardi. Tutto è già stato, da tempo immemore, denunciato e denigrato; tutti i mali sono <em>risaputi</em>. Accade, poi, che certi mali siano talmente risaputi, da scivolare in una zona inerte della coscienza nazionale, dove galleggiano in una sorta di foschia definitiva, né compiutamente rimossi né inclusi una volta per tutte nella zona vigile.<span id="more-37478"></span></p>
<p>Ora, se c’è una cosa che distingue le piaghe dell’Italia da quelle di altri paesi europei, nonostante il comune male degli attacchi allo stato sociale e della recrudescenza xenofoba e razzista, è senza dubbio la sua disponibilità ad ospitare sul proprio territorio quattro delle maggiori organizzazioni criminali di tipo mafioso del pianeta: cosa nostra, camorra, ’ndrangheta e sacra corona. Vale la pena di ricordare che, in fatto di crimine, non tutto il mondo è paese. Scrive Ugo Di Girolamo, in uno studio del 2009 sull’argomento: “Ciò che sappiamo è che il crimine organizzato è presente in tutte le moderne società industrializzate e non, ma il crimine mafioso, quello che si intreccia simbioticamente con i poteri pubblici, no! Nell’Europa occidentale è presente solo in Italia” <strong>(1)</strong>. Distinzione cruciale, in quanto rende conto della difficoltà di combattere un fenomeno che, nonostante una ricorrente percezione, non si caratterizza né in termini di antagonismo allo Stato (l’antistato) né in termini di sostituto perverso di esso. La condizione perché si dia un’organizzazione di tipo mafioso è una stabile simbiosi tra due soggetti distinti, criminali e uomini dello stato (politici e amministratori pubblici). La mafia prospera non <em>contro </em>o <em>al posto </em>dello Stato, ma <em>grazie</em> ad esso.</p>
<p>In un saggio sulla geopolitica del crimine organizzato<strong> (2)</strong>, il criminologo Jean-François Gayraud include le nostre mafie nel G. 9 delle mafie transnazionali, considerate nel rapporto annuale dell’ONU per il 2007, intitolato <em>State of the future</em>, come uno dei maggiori problemi del decennio a venire, assieme al riscaldamento climatico, al terrorismo, alla corruzione e alla disoccupazione. Di queste minacce globali, però, solo quella costituita dalle mafie continua a godere di una generale sottovalutazione, di una <em>distrazione</em> mediatica e politica che è, da sempre, il suo maggiore alleato.</p>
<p>Più di un secolo e mezzo di mafie in Italia dovrebbero, almeno su questo punto, averci immunizzato. Abbiamo compiuto il fondamentale passo verso la guarigione, ossia le mafie sono entrate definitivamente nella coscienza vigile del paese, palesandosi come il più endemico, peculiare e grave dei nostri mali nazionali? Di mafie ne stiamo finalmente parlando <em>troppo</em>? Sono diventate un argomento abusato, che ossessiona giornalmente gli editoriali dei nostri opinionisti? I talk-show sono stati invasi da esperti e studiosi, da magistrati e criminologi, che ogni giorno ridisegnano le geografie del crimine, tracciano le parabole dell’infiltrazione, fanno l’inventario delle connivenze istituzionali? I politici speculano sul cavallo di battaglia dell’antimafia, ingaggiando lo stato sul versante oltre che giudiziario e repressivo anche culturale, sostenendo ovunque associazioni e singoli, artisti e persone comuni, che si battono contro la mafia? La mafia è stata dunque – lei che teme lo spettacolo più di ogni altra cosa – posta sotto i riflettori in modo sistematico? Vi è, insomma, un fenomeno di ridondanza, che segna la fuoriuscita irreversibile dal cono d’ombra dell’elusione?</p>
<p>Se qualcosa di simile è accaduto, o sta accadendo nel nostro paese, allora la vicenda di Roberto Saviano è, attualmente, la più significativa. Molti sono gli studiosi della criminalità mafiosa, molti sono gli artisti, gli scrittori, i giornalisti, anche giovani, che si occupano con coraggio e intelligenza di criminalità mafiosa. Alcuni di essi, come Saviano, vivono sotto scorta. Ma una cosa è certa: Saviano ha realizzato un exploit senza precedenti. Ha destato un’attenzione nei confronti del crimine mafioso pari al livello di importanza e pericolosità che esso costituisce per il nostro e per gli altri paesi. E lo ha fatto grazie al successo realizzato dal suo libro e al ruolo che ha assunto, a livello internazionale, di giornalista e scrittore in grado di utilizzare efficacemente i vari media di massa (cinema, radio, tv, teatro). Saviano ha saputo parlare del fenomeno della criminalità mafiosa al di fuori dei contesti discorsivi che ne riducevano e limitavano inevitabilmente la percezione da parte dell’opinione pubblica, ossia al di fuori della cronaca locale, del dibattito politico regionale, dello studio specialistico, dell’opera letteraria. Forse esistono scrittori meno noti con più talento, ma sarebbe riduttivo ricondurre l’impatto di Saviano a meccanismi mediatici pensati a prescindere dalla specifica efficacia di denuncia e divulgazione delle sue parole.</p>
<p>Eppure proprio il caso di Saviano ha finito per costituire un rilevatore prezioso del diverso grado di consapevolezza che il paese ha del suo male maggiore. Mi limito qui a considerare le reazioni di due gruppi sociali ben distinti, quello dei politici e quello dei letterati. La classe politica di governo, attraverso il suo maggiore rappresentante, ossia il presidente del Consiglio, si è espressa in modo inequivocabile sulla popolarità della campagna antimafia di Saviano. Nel corso di una conferenza stampa il 16 aprile 2010, Berlusconi accusò fiction televisive come la <em>Piovra</em> e autori come Saviano di enfatizzare il fenomeno mafioso in Italia agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Non potendo più essere nella negazione pura e semplice (“la mafia non esiste”), il potere politico assume quelle che Di Girolamo chiama <em>responsabilità omissive</em>: “quando si sottovaluta il fenomeno mafioso ritenendolo un problema marginale della politica nazionale, di natura solo criminale e relativo ad alcune aree meridionali”. Naturalmente queste responsabilità non sono prerogativa dei soli politici del centrodestra, ma emergono ovunque l’insistenza della denuncia è screditata come eccessiva, e si richiede che venga <em>ridimensionata</em>, magari in nome dell’orgoglio napoletano o campano…</p>
<p>L’altro caso significativo è costituito dalla reazione dei <em>letterati</em><strong> (3)</strong>. Che in un paese di lettori riluttanti come il nostro, esistano ancora dei letterati, è in un certo senso merito di Saviano avercelo ricordato. <em>Gomorra</em> e il lavoro giornalistico successivo restituiscono centralità, nel dibattito pubblico, al fatto che milioni di cittadini italiani non siano ancora passati, nel XXI secolo, dall’arcaico “Stato dei favori” al moderno “Stato di diritto”. Questa circostanza, agli occhi dei letterati, è del tutto secondaria, in quanto i problemi importanti sono tutti e sempre di ordine esclusivamente letterario. Un letterato, d’altra parte, si distingue da uno scrittore proprio perché dimostra che il “mondo può attendere”, e che prima di tutto vengono le questioni del bello scrivere e del buon intreccio. Non si vuole qui riesumare l’opposizione solita tra “impegno” e “disimpegno”, ma riconoscere quanto sosteneva Fortini: “Non c’è lettura-scrittura, per degradata che sia, che non contenga, foss’anche in minima parte, un appello alla libertà-azione”. Se Saviano ha fatto di questo appello il motore della propria scrittura, ciò non toglie che anche l’opera letteraria meno immediata e accessibile custodisca in sé il medesimo sogno d’emancipazione e giustizia. Soltanto i letterati se ne dimenticano, vedendo come una minaccia il rapporto troppo stretto tra la scrittura e il mondo.</p>
<p>In un’epoca dove tanto si lamenta la marginalità della parola letteraria, Saviano, con i suoi libri e i suoi interventi, ha smosso montagne, strappando la mafia dalla zona anestetizzante del risaputo. I letterati, dal canto loro, si sono soprattutto dati da fare perché venga contrastata la comune opinione che <em>Gomorra </em>sia un’opera letteraria importante. Questo costituisce, per loro, il male maggiore della cultura italiana .</p>
<p>°</p>
<hr size="1" />1) Ugo Di Girolamo, <em>Mafie, politica, pubblica amministrazione. È possibile sradicare il fenomeno mafioso dall’Italia?</em>, Guida, 2009, p. 28.</p>
<p>2) Jean-François Gayraud, <em>Le Monde des mafias</em>, Odile Jacob, 2005 e 2008.</p>
<p>3) Una vecchia definizione ancora buona la si può trovare in Parise “Uno scrittore, un poeta, un artista, dando per scontato sia una persona colta (…) può essere o no un letterato. Se non lo è i suoi strumenti di conoscenza, di espressione, d’arte insomma, sono diretti, salgono direttamente dalla vita e quasi dalla vita del corpo (…). Se uno scrittore è un letterato, tutto, cose viste, esperienze dirette, vita insomma (…) passa attraverso il filtro della letteratura (…)”, in Goffredo Parise, <em>Opere</em>, vol. II, Mondadori, Milano 1989 e 2005, pp. 1434-1435. Quanto a Saviano, valgano le parole di Walter Siti: “Saviano non è un letterato, è un intellettuale: dalla propria esperienza di scrittura trae, e vuole trarre, indicazioni teoriche”, “Saviano e il potere della parola” in Roberto Saviano, <em>La parola contro la camorra</em>, Einaudi, Milano 2010, p. VII.</p>
<p><em>[Questo articolo è uscito sul numero di 4 (novembre) di "alfabeta2"]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/">Il male maggiore, Saviano e i letterati</a></p>
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		<title>sedizione</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 05:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>(ragionamenti post-<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gaspare_Spatuzza">Spatuzza</a>)</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona.<br />
Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando oltre la quarta parete e disintegrando addirittura la quinta, parete di cui finora in pochi avevano intuito esistere addirittura una quinta bis e, forse e solo se alcune nostre teorie su dio dovessero rivelarsi corrette, una sesta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/sedizione/">sedizione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(ragionamenti post-<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gaspare_Spatuzza">Spatuzza</a>)</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona.<br />
Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando oltre la quarta parete e disintegrando addirittura la quinta, parete di cui finora in pochi avevano intuito esistere addirittura una quinta bis e, forse e solo se alcune nostre teorie su dio dovessero rivelarsi corrette, una sesta. Per entrambe il nostro proposito è di abbatterle. E se questo dovesse portare alla fine dell’<em>evidenza</em> per come la conosciamo il nostro intento è proprio quello di far esplodere consapevolezze espandendo fino al capovolgimento i capisaldi mediatici del nostro mondo come crediamo di conoscerlo. <span id="more-27328"></span><br />
I giornali dissero di noi che siamo stati incoerenti con le nostre spiegazioni. La cosa ci scombussolò alquanto dal momento che le nostre spiegazioni, come piacque di etichettarle a quelli, non erano tali se non da un punto di vista, per così dire, discorsivo. Se a una domanda segue una risposta e una richiesta è soddisfatta da una spiegazione, il normale corso di una domanda surrettizia è un dubbio. Il vostro dubbio. Se noi vi chiedessimo “è vero?” dareste la stessa risposta che dareste a questa domanda? Il risultato cui siamo pervenuti è costringervi alla nostra risposta non curandoci minimamente della vostra convinzione. Noi siamo andati oltre la domanda e anzi ne abbiamo applicato il metodo alla nostra forma di rivoluzione autosufficiente, una ribellione che sembra bastare a sé stessa, che soddisfa noi e soltanto noi che siamo scienziati della reality e l’unica cosa che ci preme è di dimostrare la nostra tesi. Abbiamo scatenato una serie di reazioni controllate fin quanto possibile; abbiamo analizzato i dati cercando di arginare al massimo l’impressionante numero di variabili nelle vostre azioni e nell’immedesimazione, a volte esagerata, di attori raccattati nei più ascosi paesi dell’entroterra isolano. Abbiamo scelto una location straniata dal resto dell’evoluzione, e le abbiamo dato delle convinzioni che col tempo si sono stratificate in folklore quindi in storia recente e definitivamente in quotidianità. La meridionale accondiscendenza con la quale siamo stati accolti è storica (ma di una storia più ricca e remota) e caratteristica financo letteraria di nobiltà lascive e povertà fisiologica. Abbiamo proposto un’alternativa alla disoccupazione innescando un’implosione a orologeria di cui le nuove generazioni intuiscono appena la profondità e anzi sembrano non accorgersi della necessità del taglio, dell’inconfutabile occorrenza della ferita. Siamo stati revisionisti per esigenza ed è l’unica cosa di cui ci vergogniamo, abbiamo inventato una parte della storia d’Italia incuranti dell’infezione che avremmo propagato, in parte perché nostra intenzione, in parte, ripetiamo, per necessaria pattuizione. Non avevamo considerato la colpevolezza come motore immobile e l’irrefrenabile bisogno di sentirla parte integrante e causa suprema di giustificazione. La colpevolezza è stato il virus che ha scatenato la pandemia, prima su base locale poi, oltre la critica, a livello nazionale. L’ordine applicato quando abbiamo lasciato correre il nostro esperimento è stato repulsione, folklore, sottovalutazione, comprensione dei meccanismi intrinseci e, soprattutto, delle potenzialità politiche, sfruttamento, abitudine, tentativo di controllo, folklore di copertura, silenzio. I dizionari recano un significato della parola <em>omertà</em> tutto sommato neutro e gli unici tentativi di reazione sono provenuti da fortunate riforme giudiziarie. Non ci dispiace neanche avere, seppur implicitamente, causato la morte di molti uomini. E nessuno li esalti martiri d’Italia, sono <em>morti</em> naturalmente impossibilitati alle manette. Defunti nelle pieghe di un golpe meta-mediatico che non ha portato né porterà ad alcun capovolgimento politico né insurrezione civile che ci schiererebbe, non a torto, con la schiera dei colpevoli (anche se di una colpevolezza diversa da quella particolare declinazione dell’animo che ha permesso tutto questo). Non faremo nomi già noti né parleremo di particolari maggioranze triplicate in seno ai partiti. Non ci avvicineremo neanche lontanamente all’unica loggia che per prima è stata incuriosita e ammaliata dalla nostra creatura. Non parleremo neanche dell’unica forza mitigatrice che avevamo immaginato, dei giornalisti che hanno perso dimestichezza con il gioco di leve e fulcri e si sono visti travolti, a volte lasciandosi travolgere, da un’altra grande perversione italiana fattasi da sola stringendo le molte unte mani della nostra invenzione sociale. Dinanzi all’immensità delle conclusioni lasciamo tutte queste inezie, in parte risapute e inspiegabilmente neutre, in parte misconosciute. Teniamo soltanto a sottolineare che da tempo abbiamo abbandonato la regia di tutto questo causando pentimenti che non credevamo possibili e un parziale smascheramento delle nostre vittime fino alla dimostrazione della nostra tesi.<br />
Il nostro non è un pentimento tardivo ma un vanto che ci sentiamo di fare nel momento di massimo splendore della nostra nuova evidenza, dell’esplosione di ogni verità nel centenario più falso della storia d’Italia. Ha resistito ai sindacati, alle occupazioni, ha dapprima oltrepassato l’oceano e garantito sbarchi e pace, poi è rientrata e ha attraversato lo stretto per tornarci attendendo cemento, è lentamente risalita accattivandosi simpatie via via più incuriosite, ha suscitato moti d’indignazione, esili lenzuola contra roboanti esplosioni, ha garantito voti, più voti di quanto si pensi e più trasversali di quanto si immagini, ha sorvolato sulla capitale insinuandosi lentamente, mutando come i virus più sofisticati e ha fatto tutto sulle sue ossute gambe con la sola supervisione di un gruppo di cineasti disillusi che da due generazioni osservano compiaciuti l’altra faccia d’Italia, quella biblica e vergognosa. È sopravissuta a chi non ne ha capito la grandezza e ha suscitato dubbi sulla sua tenuta ormai salda morendo miseramente nello sfidarla, incastonato nel nome di una via, nell’intitolazione di un centro di informazione di periferia.<br />
Potreste obiettare che non ha la forza per fare tutto ciò di cui diciamo essere responsabile. Ebbene, vi sbagliate: le abbiamo garantito una forza riflessa, la possibilità di essere un nucleo di concetti poco vaghi e di una concretezza di facile attuazione. Abbiamo stritolato l’essenza di corruzione, omicidio, estorsione, ricatto, spremendone le definizioni fino al sufficiente sentimento di paura che retro intende ognuno di questi delitti definiti “odiosi”. Paura e potere, laddove il potere si è pietrificato nella capacità di ingenerare altra paura. Ci siamo infatti compiaciuti nel vedere che le direttive unificatrici della nostra creatura sono migrate verso altre professioni, luoghi, proprio per la loro totale applicabilità al sistema Italia, una metastasi che abbiamo usato come frangiflutti di un’Europa che si avvia all’Alto Rappresentante previsto dal trattato di Lisbona.<br />
Adesso parlano tutti privi di una guida molto al di sopra dei servizi segreti, capace di manipolare anche le loro arguzie. E abbiamo deciso di parlare anche noi, l’Alta Guida che ha esaurito il suo compito nell’ora in cui viene a nascere il Figlio, il volto pulito e riciclato delle più bieche devianze che abbiamo generato. Col suo avvento, durato vent’anni, la nostra dimostrazione giunge alla sua realizzazione. Le ipotesi sono tesi: la nostra creatura, la Mafia, ha sedotto lo Stato dimostrando che la sua forma  corrente è marcia e corrotta.<br />
Noi abbiamo vinto, confidiamo ora nella Terza Repubblica nella speranza che non sia soltanto un numero ordinale.</p>
<p>*</p>
<p><small>Gianluca Cataldo è nato a Palermo nel 1984.<br />
&#8220;Mi sto laureando in legge presso l&#8217;università di Bologna con una tesi in sociologia del diritto sulla legge Basaglia e i ddl attualmente depositati in Parlamento, i quali cercano, in qualche modo, di aggirarla. Vivo a Bologna da quattro anni. Questo è il primo pensiero-racconto che una qualsiasi rivista pubblica.&#8221;</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/sedizione/">sedizione</a></p>
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		<title>Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/07/24/le-millecinquecento-battute-di-enrico-deaglio/</link>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 04:58:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>In millecinquecento battute ieri su <em>Repubblica</em> <strong>Enrico Deaglio</strong> ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i<em> media</em> avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro <em>dibattito politico</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/24/le-millecinquecento-battute-di-enrico-deaglio/">Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>In millecinquecento battute ieri su <em>Repubblica</em> <strong>Enrico Deaglio</strong> ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i<em> media</em> avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro <em>dibattito politico</em>. In realtà, sia l&#8217;informazione che il dibattito politico ha avuto tra i suoi pregevoli effetti di <em>cancellare</em> dalle nostre menti (o rendere <em>irrilevanti</em>) molti di quegli elementi che Deaglio ha raccolto in queste poche righe. </p>
<p>In altri termini, le millecinquecento battute di Deaglio sono quanto ci si dovrebbe aspettare da un serio e intelligente giornalismo politico, impegnato a informare l&#8217;opinione pubbliche su questioni della massima importanza per il destino del paese. Ci possono essere questioni più gravi, vitali e urgenti da discutere e chiarire che queste, questioni che coinvolgono nello stesso tempo la realtà politica, economica e criminale del paese?<br />
<span id="more-19488"></span><br />
Ieri, con il titolo “Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda”, appariva a pagina 8 di <em>Repubblica</em> l&#8217;articolo di Deaglio che, al suo interno, conteneva il brano cruciale. Mi sono preso la briga di ricopiarlo e di metterlo in rete, favorendo quanto possibile una ridondanza dell&#8217;informazione. </p>
<p>Un intervento simile, infatti, non ha solo il pregio di trattare notizie scomode, come quelle che sta affrontando <em>Repubblica</em> in questi giorni sul “patto” tra Cosa Nostra e Stato (1992-1994). Ma realizza anche quella indispensabile sintesi, che offre la possibilità di pervenire a un giudizio e a una deliberazione. Quella sintesi e <em>visione d&#8217;insieme</em> degli avvenimenti che l&#8217;intero sistema dell&#8217;informazione quotidianamente cancella, per calcolo politico (propaganda) o insipienza professionale (irresponsabilità). </p>
<p>Chiunque, in qualsiasi paese cosiddetto “civile”, avanzasse tali questioni in un ambito pubblico, tramite un quotidiano di importanza nazionale, dovrebbe scatenare un dibattito politico acceso e ad ampio raggio. Questi dovrebbero essere temi di cui discutere per mesi, dentro e fuori il parlamento. Ma in realtà dovremmo dire, questi sono i temi di cui si dovrebbe discutere <em>da anni</em>. E invece magicamente, appena essi emergono, spariscono poi con grandissima velocità dalle scene. Uomini di governo, uomini dell&#8217;opposizione, giornalisti, opinionisti, tutti riusciranno immediatamente a frantumare lo scenario, per agitare ognuno un suo frammento avulso, o per semplicemente far calare un altro paesaggio, più rassicurante o semplicemente più slegato dalla realtà politica e dalle sue responsabilità.</p>
<p>Da <em>Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda</em> di <strong>Enrico Deaglio</strong> [<em>La Repubblica</em>, 23 luglio 2009, p. 8]</p>
<p>&#8220;1) Cosa Nostra siciliana negli anni &#8217;70 è protagonista del più grande successo capitalistico italiano. Praticamente monopolista del mercato americano dell&#8217;eroina, la sua finanza invade l&#8217;economia italiana. 2) Per decenni protetta da Giulio Andreotti, subisce un pesante smacco dalla legge Rognoni La Torre (1982) che prevede la confisca dei suoi beni e, subito dopo dalle indagini del giudice Giovanni Falcone che trova in Tommaso Buscetta l&#8217;uomo che gli spiega tutto. 3) La Sicilia è il maggiore destinatario della spesa pubblica italiana. Le principali aziende del nord stringono patti diretti con Cosa Nostra per ottenere appalti.<br />
E, per quello che ho capito, andando nei particolari, Raul Gardini (1986) entra ufficialmente in borsa con la Calcestruzzi Spa al 50 per cento con la famiglia Buscemi di Palermo, emissaria di Riina. Silvio Berlusconi (anni 80-90) viene finanziato da Cosa Nostra nella costruzione delle sue televisioni e nel 1994, nella funestra prospettiva di un governo di sinistra in Italia, viene convinto da Cosa Nostra a metterci la faccia; la Confindustrai siciliana (inizio anni 90) firma un patto con Cosa Nostra per aggiudicarsi gli appalti miliardari della Sicilia, versando “un&#8217;addizionale Riina” di appena lo 0,80 per cento e si giunge al punto che al suo massimo esponente nell&#8217;isola viene scortato da uomini di Cosa Nostra. Il Pds (allora si chiamava così) è abbastanza afono, anche perché le cooperative di Ravenna che si aggiudicano, tramite la Calcestruzzi di Gardini, buoni lavori in Sicilia, lo finanziano.&#8221;</p>
<p>*</p>
<p>Ieri sera, dopo mesi che non vedevo la televisione, ho assistito a un inquietante programma di Rai Tre, una docu-fiction intitolata <em>Amore criminale</em>. Il programma era dedicato alla vicenda reale di una giovane donna perseguitata e infine assassinata dal suo marito tossico e violento. Alternava commenti della conduttrice, interviste dei genitori della vittima e degli avvocati, e ricostruzioni con attori e scenari verosimili. Mi chiedo come sia possibile che trasmissioni del genere siano trasmesse da una TV pubblica, da quella TV che dovrebbe dar voce ai giornalisti meno cinici e opportunisti, meno proni alle esigenze propagandistiche del governo. Mi chiedo come delle persone adeguatamente pagate possano lavorare per produrre qualcosa di così profondamente guasto, storto. Se un programma così è possibile, allora l&#8217;intera corporazione giornalistica vive in un regime d&#8217;irresponsabilità quasi totale. </p>
<p><em>Amore criminale</em> è un programma disgustoso non solo perché, banalmente, crea spettacolo a partire da un fatto di cronaca, mettendo in scena il sangue, la morte, il dolore, la ferocia, nella loro forma più bruta. Non solo perché le sue ricostruzioni infettano la comprensione della realtà, diffondendo ad ogni passo stereotipi del tutto irreali (lo stereotipo del tossico, del violento, della donna martire, ecc.). Non solo perché, in modo razzistico, mette i sottotitoli in italiano ai monologhi dei genitori reali della vittima, due persone senza istruzione, che parlano un italiano scorretto e con inserti dialettali, ma perfettamente comprensibile. Non solo perché mette in scena avvocati e pubblici ministeri e carabinieri che entrano completamente nelle forme del racconto così come è richiesto dal tipo di trasmissione, tutto incentrato sugli effetti emotivi e su una psicologia d&#8217;accatto. La cosa peggiore è ciò che <em>lateralmente</em> emerge dalla storia narrata, qualcosa che non è minimamente tematizzato dagli autori del documentario né dai testimoni reali della vicenda. Il fatto scandaloso che affiora – per sbaglio – dalla docu-fiction è che, in Italia, una donna, nonostante abbia denunciato il marito per lesioni, con tanto di espliciti referti medici, non riceve alcuna efficace protezione nei confronti del marito aggressore. Ciò che emerge e riempie d&#8217;indignazione è il fatto che risulti del tutto normale che un uomo possa continuare a minacciare e terrorizzare una donna, dopo essere stato da questa denunciato per un&#8217;aggressione violentissima e documentata presso i carabinieri. Ciò che dunque si ricava dalla docu-fiction è che, in un paese che non fa altro che cianciare dalla mattina alla sera di “sicurezza”, una donna massacrata di botte dal proprio marito sia dalle istituzioni in piena conoscenza di causa lasciata indifesa di fronte al suo aggressore, fino al tremendo epilogo dell&#8217;assassinio. E di questa notizia, che è l&#8217;unica notizia importante che avrebbe rilevanza pubblica, il docu-fiction non dice nulla, e neppure nessuno dei testimoni reali invitati a parlare, carabinieri e magistrati compresi. Questa trasmissione esemplifica la piena ignoranza, inconsapevolezza, e inciviltà del nostro paese, e in particolare del nostro sistema giornalistico.</p>
<p>È grazie anche al giornalismo dei docu-fiction come <em>Amori criminali</em>, che l&#8217;opinione pubblica è sollecitata ad una quotidiana <em>amnesia</em>, ed è grazie a questa amnesia sempre rinnovata, che &#8211; come diceva Deaglio &#8211; la classe politica può cancellare dall&#8217;agenda i capitoli più scandalosi e oscuri in cui è stata coinvolta, o di cui, comunque, dovrebbe occuparsi.</p>
<p>Che sia poi ancora una volta un&#8217;inchiesta giudiziaria a sollecitare il mondo politico, e a mostrare la sua inadeguatezza (l&#8217;inchiesta della Procura di Palermo dei pm Di Matteo e Ingroia sulla “trattativa”  tra Cosa nostra e lo Stato) non può sorprendere. Ha scritto lo storico del Mezzogiorno <strong>Salvatore Lupo</strong>:</p>
<p>“la contaminazione tra piano politico e piano giudiziario non deriva da manovre, né da strumentalizzazioni, né da particolari scelte interpretative di alcuno, ma dalla stessa evoluzione dei fatti: è stata la politica a spostarsi al di fuori ovvero al di sotto di se stessa, nella sfera d&#8217;azione della magistratura penale, in una situazione in cui l&#8217;illegalità (affaristica, terroristica, mafiosa) non è stata solo uno strumento del potere, quanto uno dei campi di esercizio del potere stesso. La nostra non è tanto (non è solo) una nazione più corrotta di altre, o più corrotta di quanto fosse prima – in età liberale, ad esempio; è una nazione nella quale alcune delle transazioni e degli avvenimenti fondamentali della vita collettiva si sono realizzati nell&#8217;illegalità e nella segretezza, in stanze sotterranee che indubitabilmente sono qui di vastità inusitata rispetto ad altre situazioni e ad altri tempi.” [da <em>Andreotti, la mafia, la storia d'Italia</em>, Roma, Donzelli, 1996, p. 26.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/24/le-millecinquecento-battute-di-enrico-deaglio/">Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio</a></p>
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		<title>No alla legge-tortura. Sì al testamento biologico. Tutti a Piazza Navona sabato 21 febbraio ore 15</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/02/18/no-alla-legge-tortura-si-al-testamento-biologico-tutti-a-piazza-navona-sabato-21-febbraio-ore-15/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 16:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Appello di <strong>Lorenza Carlassare, Andrea Camilleri, Furio Colombo, Umberto Eco, Paolo Flores D&#8217;Arcais, Margherita Hack, Pancho Pardi, Stefano Rodotà:</strong></p>
<p>&#8220;<strong>La vita di ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa. La vita appartiene solo a chi la vive.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/18/no-alla-legge-tortura-si-al-testamento-biologico-tutti-a-piazza-navona-sabato-21-febbraio-ore-15/">No alla legge-tortura. Sì al testamento biologico. Tutti a Piazza Navona sabato 21 febbraio ore 15</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Appello di <strong>Lorenza Carlassare, Andrea Camilleri, Furio Colombo, Umberto Eco, Paolo Flores D&#8217;Arcais, Margherita Hack, Pancho Pardi, Stefano Rodotà:</strong></p>
<p>&#8220;<strong>La vita di ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa. La vita appartiene solo a chi la vive.</strong> Il decreto legge di Berlusconi, trasformato in disegno di legge dopo che il presidente Napolitano, da custode della Costituzione, ha rifiutato di firmarlo, vuole sottrarre al cittadino il diritto sulla propria vita e consegnarlo alla volontà totalitaria dello Stato e della Chiesa. Rendendo coatta l’alimentazione e l’idratazione anche contro la volontà del paziente, impone per legge la tortura ad ogni malato terminale.<br />
Pur di imporre questa legge khomeinista, Berlusconi ha dichiarato che intende sovvertire la Costituzione repubblicana. E’arrivato ad oltraggiare una delle costituzioni più democratiche del mondo, la nostra, definendola “filosovietica”, mentre non perde occasioni per elogiare il suo “amico Putin”, ex-dirigente del Kgb. <strong>Al governo Berlusconi che ha ormai dichiarato guerra alla Costituzione repubblicana, è dovere democratico di ogni cittadino opporre un fermo “ora basta!”.</strong><br />
Per dire sì alla vita e no alla tortura, per dire sì alla Costituzione e no al progetto di dittatura oscurantista, per dire sì al Presidente che sostiene la Costituzione contro chi la viola, la svilisce, la insulta, chiediamo a tutti i democratici di auto-organizzarsi per una grande e <strong>pacifica manifestazione, senza bandiere di partito, solo con la passione e l’impegno civile di liberi cittadini, a Roma, a piazza Navona, sabato 21 febbraio alle ore 15.</strong>Passa parola, la democrazia dipende anche da te&#8221;.</p>
<p><strong>FIRMA L&#8217;APPELLO</strong>: http://www.micromega.net</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/18/no-alla-legge-tortura-si-al-testamento-biologico-tutti-a-piazza-navona-sabato-21-febbraio-ore-15/">No alla legge-tortura. Sì al testamento biologico. Tutti a Piazza Navona sabato 21 febbraio ore 15</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>♫ dei poeti le voci [3]: MARIA VALENTE</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/16/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-3-maria-valente/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 10:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center">&#160;</p>
<p><br />



</p><p align="center"><br />
<br />
<br />

</p>



<p></p>
<p style="padding-left: 390px;">[ img © ,\\' ]</p>
<p align="center">&#160;&#160;<strong>Maria Valente</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/maria-valente_disconnect-the-machine-o-la-buona-morte.mp3"><strong>DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE</strong></a></p>
<p align="center">&#160;</p>
<p align="center">&#160;&#160;<strong>DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE&#160;&#160;</strong></p>
<p align="center">&#160;</p>
<p></p>
<p style="padding-left: 50px"><strong>La vita? la morte?&#8230; succede come i fiori e il loro vezzo<br />
di decorare il tritacarne, renderlo confortevole- così<br />
farcito di metastasi – rosa determinante o piuttosto<br />
grigio accogliente che si spalanca e inghiotte tutto:<br />
braccia e busto, gambe e busto, bastone e carota,<br />
bastone e carota, bastone e carota</strong></p>
<p style="padding-left: 50px;">nessuna indicazione sul senso di marcia</p>
<p style="padding-left: 50px;">se abbiamo conservato i nomi è stato per<br />
abitudine, unicamente per abitudine, perché è b&#8230;</p>
<p style="padding-left: 50px;">ma più spesso, preferisco confinarmi nella più<br />
piccola delle mie idee: una formula magica, le<br />
prime parole.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/16/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-3-maria-valente/">♫ dei poeti le voci [3]: MARIA VALENTE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">&nbsp;</p>
<p><center><br />
<table width="75%" style="border:20px solid #31BD00;" align="center" cellspacing=0 cellpadding=0>
<tr>
<td bgcolor=#005200>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/mediumheartbt.gif" alt="" /><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/mediumheartbt.gif" alt="" /><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/higheartbt.gif" alt="" /><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/higheartbt.gif" alt="" /><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/slowheartbt.gif" alt="" /><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/slowheartbt.gif" alt="" /><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/heartbt.gif" alt="" /><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/heartbt.gif" alt="" />
</p>
</td>
</tr>
</table>
<p></center></p>
<p style="padding-left: 390px;"><small>[ img © ,\\' ]</small></p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<span style="color: #0066cc; font-size:8pt;"><strong>Maria Valente</strong></span><br />
<script type="text/javascript" src="http://mediaplayer.yahoo.com/js"></script><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/maria-valente_disconnect-the-machine-o-la-buona-morte.mp3"><span style="color: #0066cc; font-size:8pt;"><strong>DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE</strong></span></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="color: #00ff00; background-color:#005200; font-size:11pt;">&nbsp;&nbsp;<strong><font face="Arial">DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE&nbsp;&nbsp;</font></strong></span></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><font size="2" face="Arial"></p>
<p style="padding-left: 50px"><strong>La vita? la morte?&#8230; succede come i fiori e il loro vezzo<br />
di decorare il tritacarne, renderlo confortevole- così<br />
farcito di metastasi – rosa determinante o piuttosto<br />
grigio accogliente che si spalanca e inghiotte tutto:<br />
braccia e busto, gambe e busto, bastone e carota,<br />
bastone e carota, bastone e carota</p>
<p style="padding-left: 50px;">nessuna indicazione sul senso di marcia</p>
<p style="padding-left: 50px;">se abbiamo conservato i nomi è stato per<br />
abitudine, unicamente per abitudine, perché è b&#8230;</p>
<p style="padding-left: 50px;">ma più spesso, preferisco confinarmi nella più<br />
piccola delle mie idee: una formula magica, le<br />
prime parole. il resto: l’ho già scordato come<br />
il mio indirizzo – ammesso pure che qualcuno<br />
mi abiti, perché dovrei farne parte?<br />
<span id="more-12249"></span><br />
-le occasioni nelle sue braccia anche scomparvero<br />
-come dirti: che c’è? come piove o fa’ piano<br />
o restano schiacciate tutte nella pancia, spaccata<br />
in due come un’arancia</p>
<p style="padding-left: 50px;">nelle tue mani i miei pensieri intrappolati<br />
-oppure indossi i miei denti come una collana<br />
nelle tue mani, i miei pensieri si spellano<br />
l’intimità che la malattia ha forzato, una<br />
perizia &#8211; nelle tue mani sgocciolo corallo<br />
igienica – esisteva così poco quasi senza<br />
implicazioni</p>
<p style="padding-left: 50px;">freddo freddo&#8230; quando torni?//&#8230; freddo freddo<br />
-senti ancora le voci?//&#8230; solo quando mi parlano</p>
<p style="padding-left: 50px;">perché è bello sentire che il sole sorge anche se<br />
ognuno sa che è solo un modo di dire<br />
(con lei che, amore a rovescio, scatta come una<br />
molla in bagno a vomitare e qualcuno da dietro<br />
che le tiene i capelli, piacere di scarico- il tuo<br />
profilo accartocciato- piccole scariche- il tuo<br />
profilo che sbatte da tutte le parti, capillare</p>
<p style="padding-left: 50px;">ogni volta che guardo qualcosa da vicino,<br />
brulica di larve -abbiamo la stessa iride-<br />
dice lei- interni scarni, una camera<br />
gestionale attrezzata di tutto punto<br />
per un feto fantasma un uovo bianco/<br />
i sentieri interrotti, le superfici guaste<br />
-ma qui abitare dove tutto è stato preso<br />
-ma forse mutando la forma delle ali<br />
-perdere le foglie i fili o vocali. perdere i capelli</p>
<p style="padding-left: 50px;">Tutta la storia accede sui pannelli e un occhio<br />
sempre vigile accompagna l’industria dei pro-<br />
totipi, le teste insabbiate, infilate nei sacchetti<br />
così, tanto per assegnarsi una struttura, discutere<br />
animatamente del progetto di una bufala ben<br />
costruita con pezzi di cordicella, trucioli,<br />
materiali di scarto: tutta una cava ingombra<br />
di bisogni e carenze, l’uomo in avanzo non<br />
è che una scoria, una crosta sformata in un<br />
grumo di muco</p>
<p style="padding-left: 50px;">l’individuo codificato che vive in un burrone,<br />
a pelo d’acqua o l’intestino di un mammifero</p>
<p style="padding-left: 50px;">e l’individuo codificato che inghiotte piaga<br />
dopo piaga- vivo per stordimento e continua<br />
a succhiare liquido che cola via dal ventre aperto</p>
<p style="padding-left: 50px;">qualunque fetta di cielo vista da qui sarebbe<br />
pleonastica/ tutta slacciata e un viso che si<br />
sfrolla i visi da sminare e sempre lo stesso<br />
equivoco: come dev’essere tenera la<br />
creazione qui! per questo cielo senza chiglia e<br />
senza istanza</p>
<p style="padding-left: 50px;">ho chiesto alle vene solo di difendermi mentre<br />
urlavo: non avete il diritto di trattenerci qui<br />
di tagliarci le gole, non ne avete il diritto!
</p>
<p style="padding-left: 50px;">-</p>
<p style="padding-left: 50px;">la permanenza si rivela un accidente<br />
consolidato, una vecchia abitudine,<br />
che si asseconda solo per imbarazzo
</p>
<p style="padding-left: 50px;">-succede che alla vita subentrino i congegni</p>
<p style="padding-left: 50px;">tutta fiorita dall’occipite al metatarso<br />
e come didascalia un ossame bianchissimo<br />
tutta fiorita, ali croccanti a fari spenti nella<br />
notte tutta imbrattata tutta sfiorita tutta dis-<br />
fatta in brodo primordiale: ci sono cose che<br />
solo un embrione è in grado di sopportare</p>
<p style="padding-left: 50px;">(allora decidi tu: puoi andartene o rimanere qui:<br />
. qui /. con noi./ al buio/ dove la luce non si tocca.<br />
dietro la nuca un desiderio estorto,<br />
il mento rovesciato contro il vetro stellato</p>
<p style="padding-left: 50px;">la vita  a quattro zampe o al condizionale passato</p>
<p style="padding-left: 50px;">“NUTRIMENTO &amp; IDRATAZIONE GARANTITE<br />
FINO AD ESAURIMENTO” esaurimento e la chiamano vita…<br />
per accanimento, con tutte le viscere stracciate in<br />
arcipelago</p>
<p style="padding-left: 50px;">– ma senza allontanarsi<br />
troppo dal tubo, facendo sì che emetta braccia e<br />
gambe e dia  inizio al balletto meccanico<br />
ruotando fettucce o triturando corpi di<br />
compensato che piovono segatura o carne a<br />
seconda dei casi.</p>
<p style="padding-left: 50px;">la vita col sondino? una vita assai “misteriosa”<br />
con tutti quei tubicini che spremono fuori la<br />
vita dai contorni – chiamarla vita è un progetto<br />
“ambizioso” da formulare una proposta di<br />
sopravviversi con tutta la flora batterica e<br />
intestinale // chiamarla vita è così&#8230; è così&#8230;<br />
do-lo-ro-so<br />
quando la vita ti guarda e ti chiede: cos’altro<br />
sai fare?</p>
<p style="padding-left: 50px;">se tutte  le vostre facoltà fossero sterminate<br />
continuereste a danzare?</p>
<p style="padding-left: 50px;">-“quello che conta è la fermentazione degli enzimi”<br />
-anche se piega come burro i lampioni e rosicchia<br />
piloni in cemento armato?</p>
<p style="padding-left: 50px;">vivere a strappi a scatti vivere irreversibile-<br />
ravanando la terra con le unghie coi rebbi,<br />
vivere un brutto vizio- vivere irreversibile/<br />
con la spina dorsale  incastrata tra i denti/<br />
vivere a cateratte vivere irreversibile, tenendo<br />
assieme i pezzi  con spille e cosmesi<br />
vivere senza scampo vivere irreversibile<br />
infilzati alle sbarre come risarcimento</p>
<p style="padding-left: 50px;">o&#8230; magari&#8230; vivere senz’altro<br />
pretesto che non sia vivere per un atto di protesta<br />
provarsi a declinare i vegetalia tantum, vivere di<br />
respiro e di amaranto</p>
<p style="padding-left: 50px;">ogni tanto resta una crosticina di sangue<br />
rappresa alle ovaie, ma tanto non bisogna avere<br />
fretta, i morti non hanno fretta, i morti ormai hanno<br />
smesso di scappare- &#8230; la vita? &#8230; la morte?&#8230;<br />
succede !</p>
<p></strong></p>
<p></font></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>(Le citazioni sono più numerose dei versi per cui tralascio di compilare una lista ineusaribile, dirò solo che la musica è tratta da <em>Connect the machine to the lips tower *be proud of your cake* </em>dall&#8217;album <em>Punk&#8230;.Not Diet!</em> dei Giardini di Mirò. M.V.)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>su Nazione Indiana di Maria Valente <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/24/blu-organico/" target="_blank"><strong>BLU ORGANICO</strong></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">[ <em>la voce di <strong>Maria Valente</strong> nasce poesia e la sua poesia nasce già voce - per essere recitata dalla sua voce - dalle sue vibrazioni - indecisioni - slanci di certezze e tenerezze - ritiri e avanzate - incursioni - cantilene - il passaggio fra le lettere del testo è un incarnarsi provvisorio già teso verso il dover essere detto -  da mente a voce - da voce a memoria - com'era la poesia antica - aedi o tenzoni di rime che fossero - cetra o versi sul cozzare delle spade di latta dei pupi sulle corazze - o forse il parlare da soli di quando si è scossi o tristi - dimenticati o dementi per strade<br />
&nbsp;<br />
,\\'<br />
&nbsp;<br />
ci sono testi che si pubblicano con il "pilota automatico" - si copia incollano quasi alla leggera - righe fiere si consegnano in pasto a fiere  - altri - come questo - che tastano il polso al cuore del mondo e ne disegnano elettrocardiogrammi sempre diversi - invece - per il tema - per le profondità che stanano e smuovono - si pubblicano con un certo tremore - come per cavalli non ancora domati che non fanno da Lipizzani bardati il giro della pista a passo di polka - ma scartano all'improvviso - sbuffano dalle froge - s'impennano ombrosi di lato<br />
&nbsp;<br />
,\\'<br />
&nbsp;<br />
<strong>DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE</strong> per la teoria e la pratica dei <strong>vasicomunicanti</strong> esce in contemporanea leggermente differita anche su <a href="http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article1633" target="_blank"><strong>AbsolutePoetry</strong></a></em> ]</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/28/♫-dei-poeti-le-voci-2-viola-amarelli/" target="_blank"><strong>♫ dei poeti le voci [2]: VIOLA AMARELLI</strong></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/16/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-3-maria-valente/">♫ dei poeti le voci [3]: MARIA VALENTE</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/16/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-3-maria-valente/feed/</wfw:commentRss>
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		</item>
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		<title>Il punto vulnerabile</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/</guid>
		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
]]></description>
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<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/</link>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 11:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese. I rappresentanti dell’attuale governo insistono nel parlare di strumentalizzazione politica da parte della sinistra dei ragazzi che oggi occupano scuole e università, fanno l’autogestione o manifestano nei cortei. Sono inoltre uscite affermazioni piuttosto imbarazzanti nel loro contenuto riguardo all’anomalia del sodalizio tra docenti del corpo insegnante e studenti. Nello specifico il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni su Il Giornale:</p>
<p>“Che le posizioni di studenti e docenti convergano, è una cosa mai capitata prima. Una contraddizione in termini visto che hanno obbiettivi diversi”.<br />
<span id="more-10345"></span><br />
Viene da chiedersi quali dovrebbero essere questi obiettivi diversi. Un’ipotesi: gli insegnanti mirano alla formazione culturale e scientifica degli studenti, mentre gli studenti a sfangarla facendo il meno possibile, sbeffeggiando il sistema scolastico?</p>
<p>Ma anche viceversa: studenti che hanno sete di sapere e professori insipienti che mirano solo alla busta paga di fine mese?</p>
<p>Se questi due esempi riflettono un modello tutto italiano dove è il furbo e non il meritevole, l’arroganza e non il dialogo ad avere la meglio, resta pur triste che un esponente del governo “difenda” la scuola come organismo che divide invece che lavorare nell’ottica di un bene comune, di un sapere da trasmettere. Perché l’obbiettivo della scuola, ci sembra, dovrebbe essere soltanto uno, condiviso da tutti: formare individui per un futuro migliore, dare loro più strumenti possibili perché siano un giorno le unità fondanti di una società più equa, perché si riapproprino di quella giustizia sociale che oggi sembra minata e che consapevolezza e istruzione possono renderci. Far sentire a professori e studenti il peso e la responsabilità di essere liberi.</p>
<p>Queste considerazioni non vengono da membri di un sindacato o di un partito, ma da noi genitori della provincia di Pistoia, che circa un mese fa ci siamo ritrovati per discutere insieme di ciò che succederà con l’approvazione del decreto 137 e con la messa in atto della legge finanziaria 133.</p>
<p>Tutto questo putiferio scatenato dalla Gelmini alla fine torna utile, almeno per smuovere le coscienze di alcuni italiani, coscienza che in un paese normale sarebbero già state smosse da tempo.<br />
È un’occasione unica di stimolo: noi genitori siamo toccati su una corda sensibile, il futuro dei nostri figli. Questa riforma torreggia sul loro avvenire come l’ombra di una nuvola nera. Vuoi soffocare la vita di una pianta? Mettila in un vaso più piccolo di quello dove è sempre stata, non darle mai sole se non una parvenza luce riflessa, dalle pochissima acqua. Non morirà, ma crescerà stentata.</p>
<p>Da noi genitori è nata la volontà di aggregarsi per dare una risposta positiva ad una situazione intollerabile. A coloro che la vivono accanto agli insegnanti, la scuola appare già allo stremo delle forze. Quante collette abbiamo dovuto fare per le cose più disparate, in una scuola spoglia, abbellita solo dai disegni dei bambini; i servizi di pre-scuola erano già ridotti all’osso, prima della Gelmini, sotto gli occhi di tutti. Già ci aveva insegnato l’esperienza della Moratti , e già eravamo scesi in piazza, anche se non con la stessa determinazione.<br />
Siamo tuttavia stati etichettati subito come “genitori comunisti”, pur non avendo espresso nessuno schieramento ideologico né esserci appoggiati ai sindacati. Al di là del fatto che ci lascia perplessi il modo in cui l’attribuzione di un pensiero di “sinistra” debba coincidere con il riconoscersi comunisti, ci stupisce ancora di più come non sia comprensibile che il singolo, il comune cittadino si indigni per qualcosa che non trova affatto giusto e che cerchi scambio e collaborazione con altri cittadini come lui. I nostri governanti hanno un’opinione così bassa di noi e dei nostri figli da non riconoscerci la capacità di leggere, ascoltare, riflettere senza un mediatore? Credono forse che come nel teatrino di Mangiafuoco abbiamo bisogno di fili e mani altre per muoverci? È piuttosto avvilente se è davvero così. Tanto più che nei momenti delle campagne elettorali siamo invitati a votare proprio secondo coscienza, prendendo atto dei malestri dell’uno o dell’altro (a seconda di chi fa il comizio), a non farci menare per il naso… Allora decidetevi siamo o non siamo capaci di intendere e pensare da soli? Forse la risposta è che l’autonomia del pensiero fa paura. Va soppressa alla radice, negando la sua stessa possibilità (finché non torna comodo il contrario). Forse succede che nel paese del popolo delegatore è inammissibile che i cittadini chiedano alla politica di tornare tale, assumendosene il carico in modo attivo. Si è dimenticato in ultima istanza il senso dell’essere politico, che pure figura chiaramente nel primo articolo della nostra Costituzione:</p>
<p><em>La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.</em></p>
<p>I partiti ci devono rappresentare. Devono rispondere alle nostre richieste legittime, ai nostri bisogni, perfino al nostro dissenso. Noi, oggi, uniti per i nostri figli, ma anche per i figli altrui, perché non si perda del tutto il senso sociale (non patriottico) di un paese, siamo fortemente politici. E tuttavia apartitici. In attesa che il potere non sia ad uso e consumo dei governanti, che non si confonda lo Stato con un’azienda privata.</p>
<p>I fatti sono accessibili a tutti: chiunque attraverso la Rete può informarsi, può risalire direttamente alla fonte. Ed il quadro è desolante: l’ultima finanziaria di Tremonti risalente approvata significativamente nel mese di agosto quando l’attenzione del popolo italiano, già di per sé dormiente, è minima, sancisce l’inizio della fine dello stato sociale, e lo fa con un colpo tremendo sia alla scuola pubblica che alla sanità. Il nostro blog ha ricevuto critiche stato perché non riportava i riferimenti diretti alle leggi e ai decreti: abbiamo subito corretto l’errore. Ma sorge spontanea una domanda: perché la gente non cerca di informarsi in modo autonomo?</p>
<p>Una prima riflessione la merita il progetto di classi separate per stranieri. Preso in sé, è chiaro che non può funzionare perché va contro al concetto stesso di integrazione: un alunno straniero inserito in una classe di italiani nel giro di pochi mesi impara la lingua e stabilisce relazioni di amicizia con gli altri compagni, e questo aiuta anche l’integrazione della sua famiglia. E’ un fatto provato dalla nostra esperienza. Inoltre se si stabiliscono barriere, si impedisce ai ragazzi italiani di stabilire un contatto con lo straniero e la sua cultura, allora si perde una grande ricchezza, un contributo fondamentale per tutti. Ci sembra una sorta di autogol in un mondo che si definisce villaggio globale. Se invece vogliamo toccare il punto centrale, che è la mentalità che sta dietro al progetto, la domanda è: perché si vogliono seguire modelli razzisti che già si sono dimostrati deleteri nella nostra Storia e recentemente nell’esperienza di altri Paesi europei, come la Francia? Dobbiamo ripetere all’infinito gli stessi errori? Siamo davvero un popolo senza memoria?</p>
<p>Riguardo al tentativo di reintrodurre il maestro unico nella scuola primaria, il concetto stesso di “necessità di una figura unica di riferimento “ per i bimbi nell’età della scuola elementare è se preso in buonafede, piuttosto ridicolo. Pensiamo a come vivono oggi i nostri figli: i genitori lavorano, quasi sempre entrambi altrimenti non c’è modo di mandare avanti la famiglia, ed i ragazzi sono continuamente sballottati tra nonni , zii, genitori, maestri, insegnanti del pre-scuola.<br />
Se invece di due maestri ne avranno uno solo, cambierà qualcosa?<br />
Il maestro unico si dovrebbe sostituire alla figura del genitore? Ma via! No, i nostri ragazzi saranno solo meno seguiti, avranno solo meno istruzione. E poi, dobbiamo pensare che il mondo cambia e la scuola deve adeguarsi. Le esigenze per l’istruzione dei ragazzi oggi non sono le stesse di trent’anni fa, quando eravamo ragazzi noi. La scuola è importante perché si sobbarca l’onere di dare ai ragazzi quello che i modelli culturali e comportamentali della società di oggi non danno loro. Oggi ogni individuo è costantemente investito da un flusso di informazione che è enorme rispetto a trent’anni fa: questa esposizione continua ci leviga, ci rende scivolosi e insensibili, e ci corrode dentro.<br />
Per questo, gli insegnanti oggi si trovano a fare un lavoro immenso, perché la capacità di concentrazione dei ragazzi è tremendamente ridotta, anche se hanno più mezzi e opportunità rispetto al passato. Il bagaglio di nozioni che un ragazzo deve possedere per avere una formazione completa è aumentato rispetto a quando c’era il maestro unico, ed è per venire incontro a queste esigenze che è stato introdotto l’insegnamento differenziato fin dalle scuole elementari.</p>
<p>Poi c’è la questione del tempo pieno. Sebbene il ministro Gelmini provi a rassicurare, dicendo che le ore resteranno le solite ci sembra difficile credere che con il passaggio al maestro unico il tempo pieno sia garantito per tutti. Tanto più che le ultime dichiarazioni del ministro suonano come una contraddizione in termini dato che nel decreto-legge 137 si parla chiaramente di una riduzione dell’orario scolastico settimanale a 24 ore. Il fatto di leggere anche che si lavorerà ad una “più ampia articolazione del tempo-scuola” secondo le esigenze delle famiglie, non ci rassicura. Quanto questa suddetta articolazione inciderà sulle spese familiari? E le famiglie che non potranno permetterselo? E l’alternativa al tempo pieno non rischierà di essere un parcheggio per i nostri ragazzi? Non si rischia di tornare paurosamente indietro ad ogni livello con la ricomparsa dell’angelo del focolare, uno stereotipo da cui si credeva la donna contemporanea occidentale fosse uscita? Non è piuttosto che questo tagliare ore e personale ha come unico fine il risparmio economico?</p>
<p>E allora, se c’è bisogno di risparmiare, perché non iniziare dagli stipendi dei parlamentari, dalla serie di servizi di lusso (cuochi, parrucchieri, segretarie…) di cui usufruiscono mentre compilano decreti alle nostre spalle, in piena estate, approvandoli in meno di dieci minuti?</p>
<p>Sono domande forse semplici le nostre, di persone che si sentono considerate alla stregua di inetti, a cui il governo paternalista mette una mano calda sul capo dicendo: “non vi preoccupate, manifestate, fate i vostri striscioni, litigate guardando la televisione… fate i monelli tranquillamente che alle cose serie ci pensiamo noi”.</p>
<p>Ebbene noi genitori vogliamo che lo Stato ci sia, che esista e che sia forte e sano, che soprattutto sia disposto al dialogo con i cittadini.</p>
<p>Ci siamo riuniti il 29 ottobre scorso alle 21 per una manifestazione di piazza a Pistoia in cui è stata coinvolta buona parte della città, comprese le istituzioni che ci hanno ospitato. Genitori, ricercatori, insegnanti, studenti, anziani affacciati ai balconi ad incoraggiarci. È stato un momento bello e forte di condivisione. Vogliamo che sia il primo di tanti incontri, tesi a sensibilizzare la cittadinanza ed eventualmente ad aprirci ad altri movimenti simili in altre città. Il decreto è passato, ma noi non possiamo arrenderci.<br />
Certo ci rendiamo conto che la nostra è una realtà privilegiata: a Pistoia, come altrove in Toscana, il problema dell’integrazione ad esempio non è così drammatico come nel nord e così le tensioni sociali. Ma forse proprio per questo possiamo diventare un punto di riferimento per altri genitori di altre città, possiamo portare la nostra esperienza come mezzo di confronto.</p>
<p>Non dobbiamo rammaricarci inoltre se i nostri propositi e dubbi per ora non hanno risposte: c’è un tempo in cui è più importante porsi delle domande. E dobbiamo chiederci come mai abbiamo permesso ad un <em>pinche tirano </em>di sostituirsi alle nostre coscienze: non c’è altra possibile spiegazione per giustificare come vengano accettati passivamente certi provvedimenti. Quello che noi genitori di Pistoia dobbiamo fare per il bene di noi stessi e dei nostri figli è far rinascere e mantenere alto il livello di attenzione verso questa società, perché questa società siamo noi che la facciamo: se abbiamo un certo governo, esso è espressione di quello che noi siamo. E allora se il governo non ci piace più, se le misure che esso prende ci sembrano assurde, dobbiamo prima di tutto guardarci dentro. E il primo concetto che dobbiamo riesaminare è quello che ci fa sentire tanto italiani: l’idea di Libertà, ricordandoci che l’unica libertà possibile è quella che viene dall’autodeterminazione e si può raggiungere solo attraverso la consapevolezza.</p>
<p>Dopo tante domande, perlomeno una risposta: se vogliamo che i nostri figli crescano liberi, dobbiamo educarli insieme con la scuola, strumento indispensabile da potenziare e non da soffocare come vuol fare questo governo. L’ignoranza è schiavitù. In Italia l’ignoranza si esprime particolarmente verso tutte le questioni politiche. Pur essendo facilitata e alimentata dall’ignoranza generale, questa sfiducia o voglia di delegare sempre ad altri le fatiche di gestione della cosa pubblica è per noi assai pericolosa, e alla fine rischiamo di diventare come un cane che si morde la coda, perché il potere ha tutto l’interesse a mantenerci ignoranti ed è sempre più detenuto a sua volta da ignoranti.<br />
Noi genitori attraverso il confronto reciproco vogliamo ravvivare il nostro spirito critico ed estendere la discussione non solo alla scuola, ma anche agli altri problemi: oltre alla sanità, un altro tema da risolvere è quello dell’informazione. Non sarà possibile che questo Paese possa crescere se l’informazione non sarà riportata su toni di civiltà e correttezza. Per questo dobbiamo seguire i modelli anglosassoni: prima si divulgano i fatti, e poi si commentano.<br />
In questo panorama buio, noi abbiamo iniziato la nostra lotta civile.<br />
Non sappiamo quale sarà l’esito, ma la lotta ci fa sentire vivi e ci dà gioia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" alt="" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le vocazioni alla tortura</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 11:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Immagino che ci siano diverse forme di vocazione alla tortura, e quindi diverse tipologie di torturatori. Ci devono essere, in taluni, vocazioni possenti, irresistibili, che richiedono di organizzare l&#8217;intera propria vita per rendere il più possibile usuale, corrente, l&#8217;esercizio della tortura.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/01/le-vocazioni-alla-tortura/">Le vocazioni alla tortura</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/emmanuelbonsu_da_crimeblog.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/emmanuelbonsu_da_crimeblog-300x225.jpg" alt="" title="emmanuelbonsu_da_crimeblog" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-9077" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Immagino che ci siano diverse forme di vocazione alla tortura, e quindi diverse tipologie di torturatori. Ci devono essere, in taluni, vocazioni possenti, irresistibili, che richiedono di organizzare l&#8217;intera propria vita per rendere il più possibile usuale, corrente, l&#8217;esercizio della tortura. È probabile che certi individui criminali scelgano il loro destino grazie anche alle opportunità, che gli offre una carriera fuorilegge, di torturare quando l&#8217;occasione si presenti. Il sentimento di superiorità che molti incalliti criminali sentono nei confronti della massa di persone normali nasce dalla consapevolezza di essere un&#8217;eccezione, di far parte di una ristretta cerchia che ha neutralizzato tutte le sociali inibizioni finalizzate a ostacolare l&#8217;esercizio della crudeltà nei confronti di altri esseri umani.<br />
<span id="more-9073"></span><br />
Esistono, però, anche torturatori dalla vocazione più debole, dei torturatori meno eccezionali. Questi torturatori mancano del coraggio di disporsi al di fuori del patto sociale, non si riconoscono nella figura del fuorilegge. Non sopporterebbero i rischi dell&#8217;emarginazione sociale, della condanna morale, della repressione poliziesca. Questi torturatori amano torturare, ma lo vogliono fare in tutta tranquillità. Possibilmente vogliono torturare in divisa, ossia dalla parte della legge, sostenuti da un apparato burocratico e amministrativo protettivo, da una corporazione solidale, da garanti politici estremamente autorevoli e influenti. Per tali ragioni queste vocazioni alla tortura, benché molto diffuse e ordinarie per il loro carattere “a bassa intensità”, rimangono potenziali e irrealizzate per lungo tempo. A volte, i più coraggiosi arrivano ad esprimerle all&#8217;interno del nucleo familiare, tra le quattro mura domestiche. Ma nonostante le vittime siano quasi sempre in posizione di debolezza (figli più giovani o donne), la tortura in ambito famigliare non possiede mai quelle garanzie tipiche della tortura in divisa, come servizio dello stato. Solo quest&#8217;ultima, infatti, garantisce al torturatore la piena tranquillità.</p>
<p>È quindi ben comprensibile che i torturatori ordinari e poco coraggiosi si decidano finalmente a realizzare il loro sogno sadico, quando circostanze favorevoli rendano del tutto priva di rischi la loro attività. Essi aspettano con pazienza, magari senza neanche esserne consapevoli, che si venga a creare un certo clima politico, che circoli una certa cultura all&#8217;interno delle istituzioni, che cedimenti  si realizzino qua e là nell&#8217;equilibrio dei poteri di un sistema democratico. Questi torturatori ordinari aspettano, all&#8217;interno di ordinarie democrazie, che si creino quelle situazioni d&#8217;eccezione, affinché la tortura in divisa, esercitata a nome dello stato, sia tollerata e difesa. Ma essendo molti di questi aspiranti torturatori davvero poco coraggiosi, essi non si sentono davvero tranquilli nel pestare, umiliare, insultare senza motivo una persona indifesa, se non percepiscono che anche al di fuori della corporazione, anche al di là delle garanzie burocratiche e politiche, esiste uno sguardo bonario, indifferente, non giudicante. Questi torturatori non solo vogliono essere protetti dallo stato di cui indossano le divise, ma vogliono anche la complicità silenziosa della società civile, dei comuni cittadini. Magari non un plauso, ma di certo non un biasimo. Questi torturatori sono esseri fragili psicologicamente. Anche solo sentirsi fischiati e giudicati vigliacchi da una folla inerme potrebbe scuotere il loro equilibrio.</p>
<p><em>[Foto: Emmanuel Bonsu]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/01/le-vocazioni-alla-tortura/">Le vocazioni alla tortura</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Come sono diventato un professore della scuola italiana</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 10:00:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"></a><br />
di <strong>Sergio Soda Star</strong></p>
<p><strong>Il Tirocinio</strong><br />
Il tirocinio è una attività che si compie per allenarsi a diventare professore della scuola italiana. Si fa nelle scuole affiancando professori che ti insegnano a diventare come loro abili nell&#8217;insegnamento e quindi si impara a contribuire a formare la società italiana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/come-sono-diventato-un-professore-della-scuola-italiana/">Come sono diventato un professore della scuola italiana</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/scuola-arsenia.jpg" alt="" title="scuola" width="454" height="271" class="alignnone size-full wp-image-8236" /></a><br />
di <strong>Sergio Soda Star</strong></p>
<p><strong>Il Tirocinio</strong><br />
Il tirocinio è una attività che si compie per allenarsi a diventare professore della scuola italiana. Si fa nelle scuole affiancando professori che ti insegnano a diventare come loro abili nell&#8217;insegnamento e quindi si impara a contribuire a formare la società italiana.</p>
<p><strong>La prof.ssa Vengo</strong><br />
La prof.ssa Vengo oggi ha cominciato a insegnarmi a diventare professore.<br />
Lei è un tipo spigliato e aperto che contesta la destra che sta al governo facendo riferimenti ironici a Berlusconi e al nord che è produttivo ma non ha la cultura. La prof.ssa Vengo ha un rapporto paritario con gli alunni che danno molto fastidio facendo battute in continuazione o scrivendo sul muro.<br />
Lei mi ha spiegato che il registro è un&#8217;arma antidemocratica nei confronti degli allievi, poi non ho capito come, mi ha detto che i suoi alunni cambieranno in meglio la società.<br />
Mi ha detto che anche il professore impara dagli alunni e che i voti si contrattano con la classe.<br />
Insegna in uno dei licei classici più antichi della città e ritengo che le sue idee sono ancora troppo difficili per l&#8217;Italia.<br />
Io la stimo già però se avessi un figlio lo metterei in un&#8217;altra sezione.<br />
<span id="more-8234"></span><br />
<strong>La prof.ssa Vengo 2</strong><br />
Oggi con la Vengo ci siamo capiti subito, è bastato uno sguardo.<br />
Siamo andati in classe per far vedere che eravamo venuti e lei ci ha detto accomodatevi. Io, con una faccia molto particolare sapendo come risolvere certe situazioni, ho detto ti dispiace se non ci accomodiamo? Lei a quel punto si è quasi vergognata di averci invitato a fare il nostro dovere in classe e ha detto no no certo voi il mio orario ce l&#8217;avete no? Andandocene ho ringraziato la Vengo per la sua grande disponibilità.<br />
Oggi risulta che ho fatto 6 ore: 2 con la Vengo e 4 con la De Mattia.<br />
La De Mattia ha detto qualche volta venite e io ho detto sì sì certo.</p>
<p><strong>Corso di specializzazione</strong><br />
Oltre al tirocinio frequento anche una specializzazione, sempre allo scopo di diventare professore.<br />
Oggi durante la pausa del laboratorio di Storia alcuni colleghi si sono fatti una canna potentissima e uno beveva anche molta birra. Quando sono tornati in classe ridevano sempre e il professore ha chiesto che c&#8217;era ma loro non si trattenevano. Il professore parlava di Burckhardt e di Huizinga e allora uno ha detto Mazinga e si è continuato a ridere.<br />
Poi il massimo è stato quando il docente ha detto il nome di uno storico francese che somigliava a Bin Laden e allora subito uno ha fatto il nome del famoso terrorista: lì il professore si è incazzato ma ha fatto finta di niente e secondo me ha capito che c&#8217;era qualcosa che non andava.<br />
Comunque questa è una scuola di specializzazione post laurea e certi comportamenti forse sono sbagliati ma ognuno è libero di operare le proprie scelte.</p>
<p><strong>CGIL CISL</strong><br />
Siccome devo emigrare l&#8217;altro giorno mi sono fatto un giro per i sindacati per vedere dove ci sono più opportunità essendo insegnante. Sono andato alla CISL.<br />
Sono entrato in questo appartamento e non c&#8217;era nessuno, c&#8217;erano stanze aperte con delle persone che leggevano il giornale senza guardarmi. Quando sono passato davanti a una stanza uno mi ha detto prego. Gli ho detto che venivo da parte di un suo amico e gli ho spiegato il mio problema. Questo mi ha risposto delle cose che non c&#8217;entravano niente mentre si vestiva per andarsene, poi ha detto allora tutto risolto e mi ha detto se mi volevo iscrivere. Allora sono andato alla CGIL.<br />
Là non si lavorava come alla CISL ma tutti erano disponibili e gentili. Appena io parlavo, loro facevano delle telefonate per risolvere il mio problema ma non rispondeva nessuno.<br />
Per non togliermi la speranza mi hanno dato altri appuntamenti e mi hanno detto di andare tranquillamente a nome loro.<br />
La CGIL è molto meglio della CISL e quindi è giusto rompere l&#8217;unità sindacale.</p>
<p><strong>Il giovane di sindacalista</strong><br />
A Napoli quando uno fa l&#8217;aiutante di qualcun altro si dice che è il giovane di quello, perciò c&#8217;è il giovane di barbiere, il giovane del salumiere, il giovane del meccanico, ecc. Se aiuti uno sei il giovane anche se hai 70 anni.<br />
Oggi mentre ero al sindacato ho visto una figura nuova: il giovane di sindacalista.<br />
Entrava in tutte le stanze per salutare e aveva sempre in mano un po&#8217; di caffè da offrire a quelli che salutava. A Napoli il caffè è molto importante e l&#8217;hanno offerto anche a noi che stavamo in fila perché al sindacato si è tutti uguali e si tutelano i nostri diritti dei lavoratori.</p>
<p><strong>Il massimo</strong><br />
Oggi alla specializzazione è stato il massimo.<br />
Il professore di storia della pedagogia storiografica (se non ricordo male), parlava mentre nessuno lo ascoltava.<br />
A un certo punto se ne è accorto e collo stesso tono ha parlato del fatto che nessuno ascoltava. Siccome non cambiava tono io e gli altri continuavamo a non sentire e quindi non ci siamo accorti che ci richiamava.<br />
Lui finalmente ha cambiato voce e ha detto che era il massimo, che non ci eravamo accorti nemmeno che aveva cambiato argomento parlando di noi.</p>
<p><strong>Assemblea di classe</strong><br />
Oggi i ragazzi discutevano di cosa parlare all’assemblea di classe. Erano molto indecisi se discutere di fatti loro interni alla classe o della Giorgia.<br />
Io gli volevo consigliare di fare mezz’ora e mezz’ora oppure 40 minuti per la Giorgia che forse come argomento è più di ampio respiro, ma poi ho lasciato grande libertà non interferendo con le loro decisioni autonome.<br />
Non sono riusciti a mettersi d’accordo quando c’ero io e quindi non so di cosa parleranno, ma credo che alla fine la Giorgia vincerà, ma solo come argomento perché la Russia è più forte.</p>
<p><strong>Umiliazione eccessiva</strong><br />
L’altro giorno alla specializzazione la professoressa di laboratorio di storia contemporanea ha perso la pazienza verso di noi.<br />
Mentre provava a fare lezione noi facevamo sempre squillare i cellulari chiamandoci tra di noi e facevamo dei rumori dando la colpa agli operai che fanno i lavori all’università.<br />
Lei ha detto che siamo una generazione di idioti maleducati e che quelli più giovani sono molto meglio, ha detto anche che non ce la fa più e che è veramente assurdo che noi andremo a insegnare.<br />
Io credo che ha esagerato anche perché in classe non siamo tutti della stessa generazione dal momento che alcuni hanno 24 anni e altri per esempio 43.</p>
<p><strong>Corso di specializzazione 2</strong><br />
Oggi alla specializzazione è venuta la professoressa di decimologia.<br />
All’inizio molto simpaticamente ha cominciato a raccontarci la sua vita in cui lei aveva fatto il 68 e grazie a questo l’istruzione non era più autoritaria essendo democratica e non elitaria. Finita questa parte ha cominciato a parlare della sua materia ma a quel punto nessuno più ascoltava.<br />
Lei ci ha ripreso ma purtroppo eravamo distratti e non la smettevamo e alla fine la professoressa si è arrabbiata e ha cominciato a urlare dicendo che forse il 68 era stato anche un errore se aveva preparato nelle scuole idioti come noi.</p>
<p><strong>Comportamento illegale</strong><br />
Oggi alla specializzazione eravamo 6 ma dovevamo essere 34. Sul foglio delle firme ce n’erano circa una trentina perché ognuno firma anche per i colleghi assenti.<br />
Il professore ci ha spiegato che questo comportamento è sia vergognoso e sia illegale.<br />
Allora abbiamo rifatto il foglio ma verso la fine della lezione comunque abbiamo aggiunto di nuovo le firme false.</p>
<p><strong>La prof.ssa Vengo 3</strong><br />
Oggi siamo andati dalla Vengo per farci firmare il registro e lei molto disponibilmente come al solito ci ha messo tutte le firme.<br />
Per non far vedere che ce ne andavamo pure la volta che andiamo per le firme siamo andati in classe con lei. Quando siamo entrati c’erano 3 persone mentre gli altri erano fuori. La Vengo ha detto menomale così stiamo un poco quieti.<br />
A un certo punto la Vengo ha cominciato un interessante discorso sulla politica e sulla scuola dicendo che la cultura è sempre di sinistra e che le persone di destra non ascoltano gli altri. Io, che sono di destra, avrei voluto rispondere ma poiché la Vengo è molto disponibile ho fatto finta che ero d’accordo.<br />
La Vengo mi ha detto che prima che se ne va butta una molotov in presidenza e che poi spera che Berlusconi va in galera.</p>
<p><strong>Per interessare i giovani</strong><br />
Tutti sanno che per interessare i giovani bisogna fare delle strategie per andare incontro ai loro gusti.<br />
Qualche anno fa Fiorello fece una bellissima canzone da discoteca chiamata San Martino che riusciva a fare piacere il testo di una poesia vecchissima che si fa a scuola. Oggi durante un programma ho riconosciuto le parole di quella canzone in una domanda. Il presentatore per ogni frase della canzone faceva un riferimento ironico rivolgendosi alla valletta per esempio diceva che i tini ribollivano perché l’avevano vista.<br />
Io adesso anche grazie alle battute sfiziose del presentatore ricordo quasi tutte le frasi della canzone come urla e biancheggia il mare e la nebbia agli irti colli.<br />
La Gerini dovrebbe molto riflettere su queste cose capendo che un cantante e un presentatore certe volte diffondono la cultura meglio dei professori che sono sempre chiusi nel mondo accademico.</p>
<p><strong>Proposta al governo</strong><br />
La scuola è uno dei settori che non funzionano perfettamente in Italia e quindi bisogna fare qualcosa se non si vuole rischiare di doverle chiudere perché funzionano male.<br />
I miei dialoghi con gli operatori del settore come la Vengo o i colleghi della specializzazione oltre alle mie conoscenze mi hanno fatto capire che ci vuole qualche personaggio nuovo che sa veramente andare incontro a quei ragazzi che non hanno lo stimolo per la cultura.<br />
Dopo avere pensato molto tempo credo che Daria Bignardi potrebbe occuparsi di questo settore molto bene sia perché ha avuto esperienza nel campo della televisione col grande fratello e le invasioni barbariche sia perché da anni segue i libri che sono ancora uno strumento molto usato in classe. Lei potrebbe portare quelle innovazioni necessarie per fare tornare la scuola a essere protagonista e vicina al mondo degli alunni.</p>
<p><strong>Corso di specializzazione 3</strong><br />
Oggi alla specializzazione è venuto un professore eccezionale che ci ha fatto riflettere sulla grande missione che stiamo per compiere.<br />
Noi eravamo tutti un po’ depressi per via di questo fatto dell’emigrazione perché comunque si lasciano le persone che si conoscono, ma lui ci ha fatto capire che molto dipende da che punto di vista guardiamo le cose e anzi siamo fortunati.<br />
Ha spiegato che noi siamo i nuovi sofisti che diffonderemo la cultura nel nord essendo pagati dallo stato, questo è un ruolo di grande responsabilità che solo i migliori del campo possono affrontare perché il nord aspetta il nostro sapere per formare la futura classe dirigente dal momento che la ricchezza e la produttività da sole non portano da nessuna parte.<br />
Effettivamente allora ho guardato le cose da un altro punto di vista e ho pensato che i miei amici li posso vedere durante le feste perché durante l’anno ho altro da fare, e poi mi sono anche ricordato delle parole della Vengo che mi spiegò che il nord è produttivo ma non ha la cultura.</p>
<p><strong>La prof.ssa Vengo 4</strong><br />
Oggi la Vengo ha fatto una lezione eccezionale.<br />
Dopo avere parlato qualche secondo di Platone con un collegamento ha cominciato a spiegare la verità ai ragazzi sulla guerra in Giorgia.<br />
Ha detto che non c’entra il gas ma che bisogna fare caso ai confini della Giorgia e dell’Afganistan per capire che gli Americani vogliono solo bloccare i cinesi e già Mussolini parlava del pericolo giallo. Spiegando questa verità i ragazzi rispondevano infatti, e hanno detto che il preside è un bastardo perché ha detto che non si poteva mettere la bandiera della pace ma loro l’hanno messa lo stesso non obbedendo.<br />
Poi con un altro collegamento che non ho capito bene ha parlato della morte spiegando che non bisogna avere paura perché è solo un fatto chimico come l’amore, tutte cose che noi chiamiamo sentimenti ma che in realtà sono solo fisiche.<br />
Quando è suonata la campanella un ragazzo facendo anche il gesto ha detto alla Vengo che la Cina glielo mette in quel posto agli Americani e fa proprio bene, e che comunque il preside è un bastardone.</p>
<p><strong>La prof.ssa Vengo 5</strong><br />
Oggi siamo andati dalla Vengo per le ultime firme, lei come al solito è stata molto disponibile e poi ha cominciato a confidarci alcune cose. Ha detto che il presidente della Serbia fu fatto uccidere dagli americani che con i servizi segreti decidono i governi negli altri paesi, che il preside è un grandissimo coglione e alla fine la bandiera della pace è in tutte le classi, e che la scuola italiana bisogna incendiarla infatti lei l’anno prossimo se ne va. Proprio mentre diceva queste cose i ragazzi entravano e uscivano sfottendola, usando espressioni napoletane fra di loro come mettersi la lingua in culo, e una ragazza faceva vedere un vestito molto sensuale che aveva comprato perché domani veniva il ragazzo dalla Croazia e lei stava come una pazza mentre un’altra voleva sapere se eravamo fidanzati. Prima di andarcene la Vengo ha detto auguri e noi l’abbiamo ringraziata per la sua grande disponibilità facendo capire che ci aveva fatto piacere conoscerla avendo imparato grazie a lei cosa significa insegnare.</p>
<p><strong>L’ultimo consiglio della Vengo</strong><br />
Per farci capire come bisogna comportarsi a scuola la Vengo ci ha raccontato una cosa che avvenne.<br />
Una volta un suo alunno dopo avere sfottuto un bidello era stato ripreso dal preside e essendosi offeso era andato dalla Vengo per chiedere come comportarsi.<br />
Lei allora gli consigliò di fare capire al preside che la sua famiglia era piena di persone in carcere in modo tale che lui avendo paura di avere a che fare con brutta gente non si permetteva più di riprenderlo, e questo perché bisogna sempre fare capire ai presidi che non si ha paura di loro e ai ragazzi che possono sempre contare su di noi.</p>
<p><strong>Sulla guerra</strong><br />
Oggi alla specializzazione ho avuto paura che dei colleghi stavano partendo per le zone di guerra, infatti si erano riuniti tra di loro e sentivo che dicevano che dovevano andare, che era una cosa importantissima cioè un dovere morale. Mi sono molto impressionato anche perché uno di loro aveva una valigia e continuavano a dire andiamo, andiamo non è il momento di pensare alla lezione.<br />
Quando se ne stavano andando essendo preoccupato per loro gli ho chiesto che facevano e loro mi hanno detto che andavano a piazza Matteotti perché c’era un sit in dove discutevano della pace. Allora mi sono calmato, e sono andato in classe dove essendo molto vivace con i colleghi rimasti abbiamo fatto perdere la pazienza al professore.</p>
<p><strong>Corso di specializzazione 4</strong><br />
Oggi alla specializzazione con il professore che fa propaganda di sinistra è nata quasi una simpatia.<br />
Poiché io gli do sempre ragione non rivelando le mie idee politiche, lui ha cominciato a dire che lavoro molto bene e che ho ragione su molti punti.<br />
Il massimo è stato quando ho criticato la riforma Moratti non sapendo nemmeno che cos’era, facendo capire che ero contro il fatto che la scuola era diventata un’azienda. A quel punto il professore sorridendomi ha detto che era proprio così, mentre dei colleghi a bassa voce dicevano tra di loro che facevo schifo.</p>
<p><strong>Tesina</strong><br />
Oggi mentre chiamavo una professoressa che non conosco per farmi fare la tesina per l’esame finale alla specializzazione ho capito molte cose. Innanzi tutto che lo stipendio dei professori non è sufficiente e che quindi anch’io al nord forse dovrò fare lavori come le tesine sfruttando le mie conoscenze, e poi che in Italia esiste sempre una soluzione per tutto magari non ufficiale, mentre invece nelle altre nazioni del primo mondo non è così.<br />
Quando sarò professore proverò a cambiare lentamente le cose, educando i ragazzi ad avere dei principi molto forti, che però non devono essere rigidi impedendogli magari di risolvere un proprio problema personale.<br />
La professoressa mi ha detto che la tesina viene 100 euro, e che sicuramente sarà un ottimo lavoro. Poi, non ho capito perché, mentre parlavamo in generale, si è messa a piangere confidandomi che non ce la fa più.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Linus <em>l'anno scorso, ma non ricordo più la data e il numero. Il racconto è stato, nel frattempo, modificato e aggiornato dall'autore. Vorrei solo aggiungere che gli errori che avete trovato leggendolo non sono refusi dell'autore né disattenzioni del redattore. Insomma, sono lì apposta! G.B.</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/come-sono-diventato-un-professore-della-scuola-italiana/">Come sono diventato un professore della scuola italiana</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Aug 2008 08:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti. I glutei, tuttavia, non sono vecchi e cadenti ! E neppure solo femminili! Sono glutei giovani e nonostante ciò alla ricerca di se stessi.<br />
Come spiegare il mistero dei giovani glutei perduti?<br />
Nuotando in solitudine, la risposta mi pare semplice: il tempio della salute (<em>salus per aquam</em>, dicevano gli antichi Romani), che fino a dieci anni fa era frequentato da un pubblico di moribondi o da persone mature e annoiate, è diventata la cattedrale del <em>wellness</em>, la casa della bellezza fisica, <em>The Beauty Farm</em>.<br />
In una verde vallata circondata dalle montagne, alla frontiera tra Italia e Austria (non lontano dal castello del grande alpinista Reinhold Messner), dove, secondo la leggenda, Ötzi, l’uomo primitivo, ha trascorso il suo tempo a urlare il proprio nome per notti e notti– ottenendo come unica risposta una triste eco – si trova il Centro di benessere «Paradiso». <span id="more-7769"></span><br />
Si tratta di un’oasi per giovani coppie in viaggio di nozze, per giovani coppie con prole (la Beauty Farm «Paradiso» è dotata di un <em>baby-club</em> e di graziose animatrici bilingui) desiderose di dimenticare il loro status di genitori, per neomamme che aspirano, <em>post partum</em>, a snellire i loro lombi, per giovani manager in fuga dai loro computer, per studentesse alla ricerca di giovani manager in fuga dai loro computer desiderose di continuare a vestire Gucci, Louis Vitton, Dolce &amp; Gabbana, per single la cui incertezza sessuale è proporzionale a quella del loro avvenire: persone tra i diciotto e i trent’anni che possono diventare qualsiasi cosa: omosessuali, eterosessuali, bisessuali, transessuali, o tutte e quattro le cose insieme e che cercano un rifugio, una pausa, una «camera del silenzio», un trattamento per capelli, un lettino dove riposare o meditare in compagnia del loro Ipod.<br />
Di solito, nuoto prima dell’ora della cristalloterapia, prevista per le dieci.<br />
La cristalloterapia si basa su un unico principio: tutto ciò che esiste nell’universo è energia solidificata in strutture precise e apparentemente chiuse in se stesse. Apparentemente. L’energia, infatti, non si può imprigionare. Si agita continuamente, secondo una frequenza vibratoria particolare che dipende dai corpi in cui s’imbatte durante il suo percorso. Il cristallo, che possiede una vibrazione costante, una volta posato su un corpo umano (di preferenza su un dorso completamente rilassato), le cui vibrazioni sono purtroppo molto più instabili, perviene a stabilire uno stato d’armonia. Secondo i fondamenti della cristalloterapia, tutte le malattie dell’uomo derivano da un blocco energetico che invia vibrazioni negative sul piano fisico, emotivo e mentale. Perciò, se si vuole neutralizzare la nostra consustanziale mancanza d’armonia e reintegrare il flusso positivo dell’energia universale, bisogna assolutamente provare la cristalloterapia.<br />
Quindi passare direttamente all’aromaterapia, poi al massaggio al miele, successivamente a quello al cioccolato, poi al trattamento alle alghe marine, quindi alle immersioni nel fieno – molto indicate per la cura di ogni indurimento sia epidermico che spirituale –, poi sottomettersi a una doccia nebulizzante, poi immergersi in una vasca di latte ricoperta di ciclamini, quindi, usciti dal latte, scivolare delicatamente in un’altra vasca riempita di scorze di mela «Vitalis».<br />
Infine bisogna assolutamente provare la terapia del «Cau».<br />
«Cau» significa «lavorare con il fuoco senza la fiamma». La terapia unisce il calore alle essenze arboree. Si fonda sull’uso dell’artemisia, una pianta dalle proprietà divine. Il «Cau» può prolungare la vita in quanto il suo principio è il calore. Tutto nell’universo nasce dal calore. Perciò, quando le foglie ardenti dell’artemisia, dopo un’accurata manipolazione destinata a dar loro una forma conica, si posano sul vostro corpo già candeggiato e reso pressoché trasparente dai numerosi trattamenti e immersioni precedenti, voi cominciate a urlare.<br />
La massaggiatrice bilingue dal seno invadente conosce alla perfezione il vostro urlo. Il vostro, infatti, non è un urlo di dolore. Il calore non provoca dolore, crea l’amore, la vita. Il vostro urlo non è che il primo vagito di un neonato. Un novello Ötzi è nato, restituito dai ghiacciai della preistoria alla civiltà del benessere.<br />
Nel pomeriggio, dopo un pranzo frugale a base di mele «Vitalis» e foglie di artemisia, vado nella hall del «Paradiso». L’atmosfera è effervescente, conviviale. La gente è a suo agio, disponibile. La mattinata deve aver purificato i corpi e le anime. I pori della pelle si devono essere talmente dilatati da aprirsi anch&#8217;essi al dialogo. Tutti sembrano in vena di confidenze.<br />
Ne approfitto per abbordare una donna sulla quarantina alle prese con uno specchio.<br />
«Che ne direbbe di una breve passeggiata nella valle?».<br />
«D’accordo – risponde. Sono sempre attratta dalla natura. Eppure, sa, a volte la natura non è all’altezza dei nostri desideri».<br />
Usciamo. La luce, per effetto dei raggi solari che si riflettono sulle rocce delle Dolomiti che ci circondano è di un rosa confetto. Osservo l’incarnato del suo volto: anch’esso è rosa confetto. Ho un dubbio: si tratta di un’illusione ottica? O siamo davvero ridiventati dei neonati dalla pelle immacolata? La donna continua la sua riflessione:<br />
«Giunta a quarant’anni, una donna è obbligata a estendere il suo potere d’azione fino alla propria intimità. Comprende quel che voglio dire? La natura, terminato il suo compito, ci abbandona a noi stesse. A questo punto una donna deve pensare a un ringiovanimento estetico delle sue zone intime. Le ragioni che la spingono a sottomettersi a una “modernizzazione” della sua vagina possono essere le più disparate: piccoli problemi d’incontinenza; liposuzione del grasso che con il tempo si è concentrato nella regione pubica; correzione dell’orifizio che una ventina d’anni di attività sessuale ha allargato o reso asimmetrico. Tuttavia, come afferma uno dei più grandi specialisti di questo genere di interventi chirurgici, il professor Carlo Alberto Balla d’Oro, la funzione più importante della vaginoplastica è quello di offrire nuovamente alla donna la gioia del suo primo orgasmo. O, come il professor Balla d’Oro dice più precisamente, usando una metafora musicale: farle riscoprire “la tonalità ardente della prima nota acuta del vero godimento”».<br />
L’ultima frase della donna dalla vagina rifatta mi fa tornare in mente l’urlo che al mattino avevo lanciato sotto lo sguardo bonario della massaggiatrice dal seno invadente. Secondo l’antica terapia orientale del «Cau», tutto è calore. Noi, dunque, dobbiamo bruciare. Corpo e anima. Per questa ragione la frontiera tra il corpo e l’anima, cioè la nostra pelle, deve dilatarsi grazie a trattamenti estetici e terapeutici fino a diventare una pellicola invisibile. O fino a essere recisa da un bisturi. Così il professor Balla d’Oro raggiunge l’antica saggezza, proprio mentre io e la mia confidente raggiungiamo le soglie del «Paradiso».<br />
Prima di entrare nel Centro, dopo averla ringraziata per le sue rivelazioni, la saluto il più intimamente possibile. Mi accomodo su una poltrona. Prendo un giornale. Un articolo desta il mio interesse. Si parla dell’«Indiana Jones del Sud Tirolo». Visto che sono da queste parti, voglio saperne di più. Si raccontano le avventure dell’ufficiale, alpinista e vulcanologo francese Déodat de Dolomieu, fondatore della geologia alpina, la cui vita, scrive la giornalista, è stata più romanzesca di quella del celebre personaggio del ciclo cinematografico. Dal 1789, anno in cui scopre la composizione della roccia dal color rosa (la «dolomie»), che fa di questa regione un paradiso, il suo prestigio s’impone per l’eternità: il nome delle Alpi dolomitiche viene infatti da Dolomieu. Sembra che al momento della scoperta, abbia lanciato un urlo ancestrale, simile a quello di Ötzi, l’uomo primitivo e leggendario che, secondo gli abitanti di questi luoghi, si può ancora udire durante certe notti d’inverno. Il viaggio sulle Dolomiti, nella vita di Dolomieu, non è tuttavia che una tappa. La sua sete inesauribile di ignoto lo conduce alle soglie della morte alla fine di quattro anni di prigionia nella fortezza di Messina, dove, di ritorno da una spedizione napoleonica in Egitto, era naufragato. Nella sua biografia intitolata <em>Le avventure del cavaliere geologo Déodat de Dolomieu</em>, l’autrice, Thèrèse de la Vallée d’Or, racconta come, una volta liberato dai Borboni, Dolomieu, novello cavaliere dell’Ordine di Malta, ricominci a solcare il Mediterraneo combattendo contro i Turchi. Rientrato in Sicilia, esplora l’isola in lungo e in largo, studia la sua stratificazione geologica, scala l’Etna. Nel corso della sua terza scalata al vulcano prende la decisione più difficile e più bizzarra della sua vita: si dà al libertinaggio. Dolomieu, come si può verificare grazie a un ritratto eseguito dalla pittrice tedesca Diotima Kaufmann che si trova a Villa Borghese, era un tipo affascinante. Vulcanologo di fama, si ricorda del suo vecchio compagno d’armi Choderlos de Laclos, l’autore de <em>Le relazioni pericolose</em>. Gli scrive una lunga lettera nella quale, fra gli innumerevoli aneddoti sulla sua vita di donnaiolo scientifico, si può leggere questo passaggio: «L’avventura erotica in sé non è interessante. Quel che rende interessante un’avventura erotica sono i dettagli. Se ho avuto l’imperdonabile mancanza di tatto di compromettere molte donne, ho anche avuto l’abilità di salvarne altrettante. Ciò lo devo soprattutto alla mia natura scrupolosa di vulcanologo, da sempre attenta a scoprire le minime fonti di calore, anche in terreni e corpi all’apparenza glaciali (cosa che ho dimostrato nell’inverno del 1789 in occasione del mio viaggio sulle Alpi delle Venezie).<br />
Sono rapito dal Valmont dei vulcani, quando un uomo sulla cinquantina, calvo e tarchiato, avviluppato in un accappatoio bianco e attraversato da un continuo fremito di vitalità, mi rivolge senza mezzi termini la grande domanda:<br />
«Hai mai avuto rapporti sessuali con un automa?».<br />
Sorpresa. Sconcerto. Calcolo. Sebbene, soprattutto in gioventù, abbia scopato molte volte con ragazze il cui corpo rigidamente immaturo sembrava quello di un cadavere e che al momento del godimento emettevano un flebile «Uhhhh&#8230;» (niente a che vedere con l’urlo primitivo di Ötzi né con quello di Dolomieu alla scoperta della sua roccia), non ho mai copulato con un automa.<br />
«No» – rispondo.<br />
«Mi chiamo Deodato Siciliano. Sono un ingegnere specializzato in cibernetica e robotica e presidente dell’<em>IEEE ROBOTICS AND AUTOMATION SOCIETY</em>. Le annuncio che le sue ore sono contate. Da qui a tre anni ciascun rappresentante della civiltà del benessere avrà il suo <em>Intelligent and Sex Toy</em>, un androide in grado di soddisfare ogni esigenza sessuale. Sono appena rientrato dall’<em>Euron Roboethics Atelier</em> di Ginevra dove per cinque giorni si è discusso di robotica sessuale, una delle ultime frontiere della tecnica. Qualsiasi altro oggetto sessuale – vibratore, bambola gonfiabile, pene in plastica o in vetro soffiato – sarà ben presto obsoleto. Lo sa, l’automazione della vita sessuale renderà la civiltà del benessere estremamente morale! Basta con i sexy-shop, basta con i video pornografici, basta con le chat-line. Non è straordinario?»<br />
«Basta anche con la masturbazione?» – domando con un velo di tristezza<br />
«Niente di niente. Immagini la gioia e l’eccitazione che ciascuno di noi potrà sperimentare quando possederà un robot praticamente identico a un essere umano (già oggi ne esistono, ma su scala mondiale ridotta), un robot in grado di abbracciarla, di dirle delle parole d’amore, delle oscenità, capace di darle un godimento completo. L’<em>Intelligent Sex Toy</em> è il perfezionamento assoluto dell’interattività. Ne abbiamo abbastanza dell’interumanità&#8230; No? Ad ogni movimento del suo possessore corrisponderà una reazione del robot. Ad ogni emozione umana un dispositivo tecnico in grado di assecondarla. Ciascuno sarà libero di scegliere le caratteristiche fisiche del suo androide. Un po’ come oggi siamo liberi di scegliere i vari prodotti sul Web».<br />
«Le donne, immagino, saranno molto contente di utilizzare questa macchina sessuale. Gli uomini, a sentire i commenti delle mie colleghe, eiaculano sempre più precocemente. Non riescono quasi mai a renderle felici» – gli dico con una certa prudenza.<br />
«È naturale. Le principali beneficiarie di questa nuova tecnologia saranno le donne. Una macchina può garantire una performance sessuale illimitata. Esiste già un <em>Tommy Lee</em>, un «Real Guy» (gli automi femminili sono chiamati «Real Dolls»). Si può comprarlo per diecimila dollari (www.orgasmtronics.com). È dotato di un cuore artificiale che accelera i battiti durante la copulazione, di un radiatore a nido di vespe che aumenta la temperatura corporea al fine di stimolarne l’eccitazione, di una voce sintetizzata che produce dei gemiti in modo proporzionale al ritmo dell’amplesso, di un sistema elettronico che secreta un liquido molto simile a quello seminale (si tratta, in realtà, di un acido sintetico creato in laboratorio del tutto inoffensivo che si può senza alcun rischio leccare o ingurgitare), e infine di un microchip nascosto dietro l’orecchio sinistro: basta che la donna pronunci una frase standard, come “Tommy, più forte”, perché l’automa risponda “D’accordo”. Quindi passa dalle parole ai fatti, cosa che un uomo in carne ed ossa non riesce il più delle volte a fare».<br />
«E le puttane? – gli chiedo. Anche loro spariranno quando il mondo della civiltà del benessere sarà popolato da milioni di androidi sessuali? Non posso immaginare un mondo senza puttane. È una delle mie debolezze. Come poeta, mi piacerebbe che sopravvivessero a tutto ciò. Poeta e puttana, dopotutto, sono i due mestieri più antichi del mondo. Mi sentirei un orfano senza quelle sorelle e madri dell’ispirazione e del dolore umani&#8230;».<br />
«Mi dispiace molto. Anch’io, le confesso, quando avevo quattordici anni ho scritto alcune poesie erotiche. Tuttavia, recenti studi di psicologia applicata e di sociologia del corpo umano – continua Deodato che non ha perso un milligrammo della sua vitalità – indicano che le persone frequentano le prostitute soprattutto perché desiderano avere un’attività sessuale priva di ogni implicazione emotiva. Perciò, quale miglior soluzione di quella di copulare con delle macchine?  Siamo alle soglie di un affrancamento definitivo dalla nostra idea di trasgressione in quanto sospensione dei tabù. Dopo la coppia eterosessuale, dopo la coppia omosessuale, dopo la trasformazione dell’uomo in donna e della donna in uomo, dopo il sesso cibernetico, c’è il sesso con gli androidi, che non è, del resto, l’ultimissima frontiera del sesso. Si tratta, al contrario, dell’inizio di una nuova era, altamente sessualizzata e al contempo emancipata una volta per tutte da ogni specie di pornografia. Non ci sarà più nessuna violazione della morale, nessuna censura, nessun conflitto tra i generi della specie umana. Tutte le prostitute, tutti i gigolò, tutti i transessuali, tutte le pornostar saranno destinati a diventare una classe di invisibili, di intoccabili, di zombie. Un po’ quello che oggi succede ai veri artisti e ai veri poeti».<br />
Non so come spiegare quel che dopo le ultime parole di Deodato – che nel frattempo si è allontanato per ordinare due succhi di mela «Vitalis» – si svolge al di là della grande vetrata che mi sta di fronte.<br />
Ai margini della verde vallata tre personaggi se ne stanno seduti sull’erba: una donna e due uomini. La donna, nuda, mi guarda con voluttà. Forse è una puttana. Gli uomini sembrano conversare tra loro. Ignorano la donna. Forse sono omosessuali. O forse si tratta di un ménage a tre. Sullo sfondo vedo un’altra donna, vestita di un abito leggero che si sta immergendo in una vasca colma di latte e foglie di artemisia. Mi ignora come sembra ignorare quel che accade poco lontano da lei. L’atmosfera è radiosa. La luce che si riflette sui volti dei personaggi è rosa, come la dolomite. Tuttavia, i colori della scena non sono costanti. Nei corpi si possono notare alcune vibrazioni instabili. Si direbbe un dipinto pornografico di un’epoca passata. Forse il capolavoro pornografico di un artista che, dopo averlo esposto, ha perduto tutto il suo prestigio, tanto da diventare invisibile agli occhi dei suoi contemporanei.<br />
È noto: la pornografia di un’epoca è l’arte più autentica di un’altra. Ma mi chiedo: se, come afferma Deodato, l’automazione sessuale e il suo potere moralizzatore riusciranno nel giro di pochi anni a sradicare ogni forma di pornografia, l’arte avrà ancora qualche speranza di sopravvivere?<br />
Provo un soprassalto di nostalgia nei confronti del mio moribondo universo pornografico destinato ben presto a entrare nell’invisibile.<br />
Una nuvola bianca e instabile si avvicina. Intravedo un frammento del corpo tozzo, liscio e rosa di Deodato che ritorna dal bar. Sorseggiamo in silenzio i nostri succhi di mela «Vitalis».</p>
<p>Nota<br />
Il testo è un capitolo di un romanzo in fieri intitolato &#8220;Lo stato delle cose in Occidente&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
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		<title>La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2008 05:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>
</p><p ALIGN="center">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p ALIGN="center"><strong>Scala</strong></p>
<p><em>Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente.<br />
Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo<br />
meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala,<br />
e mentre la costruivo la salivo.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/02/la-prima-e-venuta-cosi-in-sonno-poi-l%e2%80%99ho-sistemata-da-sveglio-la-terza-e-la-quinta-erano-fatte-cosi-la-quarta-era-cosi-si-era-cosi/">La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;">
<p ALIGN="center">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p ALIGN="center"><strong><big>Scala</big></strong></p>
<p><em><marquee scrollamount=9 loop=1 behavior=slide>Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente.</marquee><br />
<marquee scrollamount=8 loop=1 behavior=slide>Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo</marquee><br />
<marquee scrollamount=7 loop=1 behavior=slide>meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala,</marquee><br />
<marquee scrollamount=6 loop=1 behavior=slide>e mentre la costruivo la salivo. Ora stavo in cima mezzo cieco,</marquee><br />
<marquee scrollamount=5 loop=1 behavior=slide>ma un po’ ancora ci vedevo. Fu allora  che iniziai a capire le cose</marquee><br />
<marquee scrollamount=4 loop=1 behavior=slide>tutte quante su di uno sfondo azzurro, e l’azzurrità proteggeva</marquee><br />
<marquee scrollamount=3 loop=1 behavior=slide>l’innocenza del bianco, elideva lo scuro e l’oscuro. La scala era fatta</marquee><br />
<marquee scrollamount=2 loop=1 behavior=slide>per scendere fra i bagliori di tutti i balconi. Ero stato prudente a non</marquee><br />
<marquee scrollamount=1 loop=1 behavior=slide>gettarla via da me. Mi aspettava una barca dove non stare più straniero</marquee></em><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/azzurrita.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-6272" title="azzurro" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/azzurro.gif" alt="Azzurro"/></a></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><span id="more-6271"></span></p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>La scala</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Quasi cieco la visione si fece crepuscolare<br />
Stacchi di scuro dividevano<br />
i momenti della vita ma l’ascoltava meglio<br />
così la vita</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Era stato un carpentiere<br />
Aveva costruito una buona scala<br />
e mentre la costruiva la saliva</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ora stava in cima, mezzo cieco, ma un po’<br />
ci vedeva e non aveva gettato via la scala da sé<br />
Ora iniziava a scenderla</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Rotella</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ai piedi del Monte, è lì che sorge Rotella<br />
L’attraversano un piccolo fiume e un torrente<br />
Sta da secoli lì con il nome di ora<br />
Tutt’intorno ci sono i calanchi<br />
Ci sono i vulcanelli</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>A sud il Monte si spezzetta, si dirupa<br />
Vi nascono ginestre</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Stiamo distesi sotto una roverella<br />
Penso ai vulcanelli di Rotella<br />
Alle ginestre</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Spartiacque</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni &#8211; anno più anno meno che conta -<br />
che giro senza sosta in questa stanza,<br />
che sposto il suo confine.</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ma quando si prova a dire di un sé non è mai lineare<br />
lo spartiacque, con le ombre di ieri in conflitto<br />
continuo, e accanto le cose quotidiane in secondo piano,<br />
in terzo, in quarto. Così via. E in tutta questa apparenza<br />
traballante i giorni a venire.</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni che cammino per questa strada impervia,<br />
ed eccomi in un’ombra di porto a guardare i tuoi capelli,<br />
ad ascoltare le tue parole.</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Dipendenza cellulare</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ieri ho faticato forte a non chiamarti<br />
Me ne stavo lì come un adolescente compulsivo<br />
a digitare messaggi lasciati a metà</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Tenevo in tasca il cellulare. Lo tenevo<br />
presente a me stesso come la mano come le dita<br />
quando da diverso tempo non stanno in azione<br />
La chiamano “dipendenza da cellulare”</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Poi mi sono detto, più forte che potevo<br />
che bisogna ammettere a se stessi sempre e per intero<br />
come stanno le cose per capirle per schiarirle<br />
e ho guardato in quella mia tribolazione<br />
a non chiamarti, l’ho chiamata “dipendenza cellulare”</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ti chiamerò per scambiare due parole semplici allora<br />
quando i giorni a venire saranno meno incerti di ora</em>
</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;">maggio giugno 2008</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/02/la-prima-e-venuta-cosi-in-sonno-poi-l%e2%80%99ho-sistemata-da-sveglio-la-terza-e-la-quinta-erano-fatte-cosi-la-quarta-era-cosi-si-era-cosi/">La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</a></p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/">Un ricordo improbabile</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/">Un ricordo improbabile</a></p>
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		<title>Chiaiano è sola?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/chiaiano-e-sola/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jun 2008 18:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>Maurizio Braucci mi manda questo appello a cui potete aderire inviando una mail all&#8217;indirizzo che compare qui sotto e un bel video realizzato dai bambini della scuola Virgilio IV realizzato con Giovanna Pignataro, la figlia di <a href="http://www.felicepignataro.org/">Felice Pignataro</a>.hj</em></p>
<p>Nell’attesa del responso sull’idoneità dei terreni delle cave, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano continuano a presidiare pacificamente i luoghi della contesa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/chiaiano-e-sola/">Chiaiano è sola?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/6Dj0z5OpROA&#038;hl=en"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/6Dj0z5OpROA&#038;hl=en" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p><em>Maurizio Braucci mi manda questo appello a cui potete aderire inviando una mail all&#8217;indirizzo che compare qui sotto e un bel video realizzato dai bambini della scuola Virgilio IV realizzato con Giovanna Pignataro, la figlia di <a href="http://www.felicepignataro.org/">Felice Pignataro</a>.hj</em></p>
<p>Nell’attesa del responso sull’idoneità dei terreni delle cave, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano continuano a presidiare pacificamente i luoghi della contesa. Nei giorni di fuoco della protesta, i cronisti di radio, giornali e televisioni hanno spesso descritto chi si opponeva alla discarica come una folla di egoisti o di oscuri personaggi, inventando storie di armi, droga e camorra. Lo stesso era accaduto a gennaio a Pianura, mentre allora come oggi il consiglio comunale e quello regionale si sono tenuti a distanza dalle tensioni che hanno contribuito a provocare con le loro assurde politiche sui rifiuti. A loro e al governo Berlusconi, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano chiedono<span id="more-6164"></span><br />
•	di non realizzare una discarica in un terreno non idoneo, già destinato a parco naturale.<br />
•	di interrompere la gestione straordinaria dei rifiuti che perdura dal 1994 e che ha causato l             l’attuale disastro ambientale.<br />
•	di iniziare immediatamente la raccolta differenziata a Napoli e in  Campania applicandola legislazione europea<br />
•	di lasciare libera la magistratura di indagare sulle reti di illeciti intorno alla gestione dei rifiuti.<br />
Sui media, la popolazione campana appare sempre passiva rispetto alla cosa pubblica, oppure se si mobilita lo fa perché prezzolata da loschi interessi. Si cita spesso la camorra. Se analizziamo il passato recente, la camorra sembrerebbe più incline all’apertura che non alla chiusura delle discariche, avendo dimostrato di saper entrare nel loro funzionamento. Come per la camorra, l’emergenza rifiuti è stata finora anche per politici ed imprenditori un’occasione di speculazione e di violazione dei diritti sociali ed ambientali. Il decreto Berlusconi si inserisce perfettamente in questa filosofia emergenziale e tenta di rimuovere gli ostacoli alla sua realizzazione. E lo fa in più punti: nella costituzione di una superprocura che controlli le inchieste accettabili e quelle “inadeguate&#8221;, nella possibilità di stoccare in discarica diverse tipologie di rifiuti speciali e tossici, nello stanziamento senza controllo di altri 150 milioni di euro che permetterà di assegnare le infrastrutture senza gara d’appalto, nell&#8217;imposizione di uno stato d’eccezione con norme penali ad hoc per colpire chi protesta. Ma esistono altre vie d’uscita dall’emergenza:  la riduzione drastica degli imballaggi, la separazione almeno del secco dall’umido, l&#8217;allestimento d&#8217;impianti per la trasformazione dei rifiuti differenziati, in grado di ricavare compost (utile per bonifiche e agricoltura), nuovi polimeri dalla plastica, nuovo vetro. Perchè non si può virare il piano in questa direzione? E perchè si continuano a fare scelte così bizzarre: aree vulcaniche come Terzigno o la Selva di Chiaiano, unico polmone verde di Napoli. Ancora una volta, si chiede ai cittadini di sacrificarsi al buio, senza nessun segnale di inversione reale di rotta, di emancipazione dalla sudditanza agli interessi forti.<br />
Con questo appello intendiamo esprimere la nostra solidarietà alle persone che abitano nella zona delle cave di Chiaiano, che animano i presidi e partecipano alle manifestazioni contro la discarica e rivolgiamo ai mass media l’esigenza di un racconto dei fatti non pregiudiziale.<br />
Aderiscono all’appello tra gli altri:<br />
24 Grana-Anselmo Marcello-Biasiucci Antonio-Braucci Maurizio-Capone Maurizio-Cerciello Carlo-De Luca Erri-Esposito Patrizio-Evangelisti Valerio–Farina Riccardo-Ferrara Luciano-Frasca Gabriele-Geremicca Fabrizio-Lanzetta Oreste-Loguercio Canio-Longobardi Sergio-Martinelli Marco-Onorato Antonio-Orioles Riccardo-Pavolini Lorenzo-Persico Luca Zulù-Philopat Marco-Piccoli Guido-Piro Sergio-Riccio Alessandra–Rossomando Luca-Salvia Marco-Scateni Luciano-Sepe Daniele-Wu Ming-Zanotelli Alex</p>
<p>Per sottoscrivere l’appello, scrivete una mail con vostro nome, cognome, professione, città di residenza a: antoniabasura@gmail.com . L’appello, con l’elenco completo di coloro che hanno aderito, è sul sito: www.rifiutizerocampania.org/</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/chiaiano-e-sola/">Chiaiano è sola?</a></p>
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		<title>Verso un ritorno della “razza”?</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2008 05:14:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em>(Con il quarto governo Berlusconi, mi sembra che sia ormai cambiato il contesto che ha visto su questo blog prendere corpo un dossier intitolato “Razzismi quotidiani”. Il motivo di questo cambiamento è semplice. Molti di noi hanno continuato a pensare in termini di “denuncia” del pregiudizio e della discriminazione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/verso-un-ritorno-della-%e2%80%9crazza%e2%80%9d/">Verso un ritorno della “razza”?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em><span lang="ES-MX">(Con il quarto governo Berlusconi, mi sembra che sia ormai cambiato il contesto che ha visto su questo blog prendere corpo un dossier intitolato “Razzismi quotidiani”. Il motivo di questo cambiamento è semplice. Molti di noi hanno continuato a pensare in termini di “denuncia” del pregiudizio e della discriminazione. Si partiva dall’assunto che, nella nostra società, la maggioranza delle persone non potesse sostenere a chiare lettere un atteggiamento discriminatorio nei confronti di altri esseri umani. Uno dei nostri obiettivi era l’esigenza di “svelare” un razzismo che spesso si presentava sotto vesti più innocenti o decenti. Oggi, invece, chi palesa i suoi pregiudizi e chi invoca a chiare lettere l’esigenza di discriminare, riscuote successo. È un po’ quello che succede con il fascismo. C’è ancora chi denuncia “gesti”, “attitudini”, “discorsi” fascisti. </span>Ma è proprio in quanto “fascisti” che quei gesti, attitudini e discorsi piacciono. </em><span lang="ES-MX"><em>Detto questo, è doveroso non tacere. E anzi, di fronte al trionfo della semplificazione del reale, è importante confrontarsi con le comunità di studio, con tutti coloro che non producono esclusivamente “sapere” televisivo e giornalistico. A. I.)</em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="ES-MX"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">di <strong>Simone Morgagni</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Il problema della legalità è all’ordine del giorno. Si tratta forse della questione sociale che gode da qualche anno a questa parte di maggiore attenzione da parte dei media e dei cittadini, da parte dei governanti e dei governati dei paesi occidentali. Nella quasi totalità dei casi la tematica della legalità e della sicurezza si incrociano con fenomeni di emarginazione, di violenza e di insicurezza che sembrano porre domande sempre più pressanti riguardo ai legami che intercorrono tra tutte queste nozioni.</span><span id="more-5948"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Il disastro provocato dall’uragano Katrina in Louisiana alla fine dell’agosto 2005; le proteste e gli scontri nelle banlieues francesi, durante l’autunno dello stesso anno proseguiti, con maggiore o minore intensità, fino ad oggi, fino ad arrivare al clamore mediatico ottenuto dagli stupri ad opera degli &#8220;extracomunitari&#8221; <strong>(come se lo stupro fosse una loro prerogativa esclusiva)</strong>, sembrano chiamare in causa <strong>-</strong> ancora una volta <strong>-</strong> il vecchio concetto di razza. <span>Questa volta, tuttavia, sembra non trattarsi semplicemente, di un semplice ritorno delle vecchie forme di razzismo istituzionalizzato.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">La situazione attuale sembra piuttosto metterci<span> </span>di fronte ad un suo parziale ritorno che si presenta accompagnato da una pletora di nuove forme di discriminazione ed esclusione che, nonostante un’apparenza spesso meno inquietante, possono probabilmente essere riportate alla stessa matrice. In</span><span lang="IT"> questa stessa ottica si potrebbero ad esempio leggere gran parte delle politiche “securitarie” che vengono proposte, attuate e propagandate con lo scopo dichiarato di riportare ordine nel caos prodotto dai processi di globalizzazione delle merci, delle persone e delle paure. Basti pensare alla costituzione di banche dati sempre più numerose, alle ispezioni sempre più intime, all’identificazione delle persone attraverso il riconoscimento delle loro sole specificità fisiche. Sembra allora tornare ad emergere, dalla considerazione di questi scenari, la possibilità di utilizzare specificamente la nozione di “razza” come categoria interpretativa, come strumento di diagnosi dell’impatto che questi fenomeni hanno sullo spazio della nostra vita pubblica, della nostra politica, delle nostre istituzioni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Si assiste in tal modo ad un imprevisto capovolgimento di quel percorso intellettuale che, dopo aver messo in discussione la nozione di razza come entità tassonomica sostenuta da prove genetiche, fa riapparire quella stessa categoria come elemento comunitario, portatore di cultura, di esclusione come di solidarietà. Questo perché la categoria viene recuperata sia nei discorsi delle minoranze che in quelli dei gruppi oppressori, mostrandone una progressiva ed inedita doppia utilizzazione, non più limitata alla creazione di una distanza da non superare, ma espansa anche alla costruzione stessa di una identità collettiva. Se il termine “razza” sembra ormai non aver più alcun senso, scientificamente parlando, la tanto auspicata eliminazione dello stesso termine, inteso come struttura culturale, potrebbe avere conseguenze ancora più nefaste<span>. Le nostre società, infatti, sembrano mostrare serie difficoltà nell’assorbire questa nozione all’interno di quelle preesistenti, come quella di “cultura” o quella di “etnia”. Di conseguenza si assiste ad un tendenziale mantenimento di modalità di dominio e sopraffazione spesso estremamente reali, ma nascoste dietro la cortina di una nuova tipologia di attività discriminatorie, meno appariscenti e visibili rispetto al passato. Per questa ragione, all’interno delle società multiculturali, i dilemmi posti dalle questioni di eguaglianza, libertà, inclusione, sicurezza devono tornare ad essere indagati secondo una nuova ottica capace di ricostruire il legame tra vecchie e nuove forme di discriminazione. Questa rinnovata attività di indagine ci pare del resto la sola possibilità per comprendere più in profondità quel diffuso senso di<span> </span>inquietudine verso il “diverso” che si propaga attualmente senza che si riescano ancora a trovare le categorie adatte per poterlo comprendere, e combattere. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Tutte queste motivazioni ci hanno spinto a proporre ai lettori di <em>Nazione Indiana</em> questa piccola serie di quattro interventi che vogliono tentare di fornire una sorta di mappa concettuale, di diario minimo delle attuali riflessioni su due tematiche fondamentali quali “la discriminazione di soggetti vulnerabili derivante dal fenomeno delle migrazioni”  e “la crisi della capacità delle istituzioni e del diritto di operare in base a valori condivisi”. Si tratta di una selezione dell’attività di ricerca svoltasi in questi ultimi anni e promossa in Italia soprattutto <strong>presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche</strong> dell’Università di Modena e Reggio Emilia e presso il <strong>Dipartimento di Teoria e Storia del diritto</strong> dall’Università di Firenze. Questa attività è stata accompagnata da una serie di pubblicazioni online che indichiamo qui di seguito e si è conclusa con la pubblicazione, nel novembre 2007, di un doppio volume a titolo <a href="http://www.diabasis.it/Database/diabasis/diabasis.nsf/b4604a8b566ce010c125684d00471e00/0eb2ae482ad95d2dc125735a003d3956!OpenDocument">“Differenza razziale, discriminazione e razzismo nelle società multiculturali”</a> edito dalla casa editrice<strong> Diabasis </strong>di Reggio Emilia e a cura di <strong>Thomas Casadei</strong> e <strong>Lucia Re</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Sarà proprio da questa pubblicazione che saranno tratti i tre interventi che verranno pubblicati nei giorni a venire. Proporremo dapprima un approccio teorico sulla questione de “La costruzione del razzismo”, formulato dal filosofo francese <strong>Etienne Balibar,</strong> cui seguirà una breve analisi delle pratiche discriminatorie e dei possibili trattamenti uguaglianti a firma di <strong>Costanza Margiotta</strong> per concludere poi con la trattazione di alcuni problemi legati alla libertà di espressione e posti a confronto con le recenti Teorie Critiche della Razza. Speriamo possano rivelarsi utili strumenti per avvicinarsi ad un fenomeno quantomai reale e purtroppo così poco analizzato, se non con gli strumenti, evidentemente inadatti, della repressione e della soppressione progressiva delle libertà fondamentali dell’uomo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Indichiamo, qui di seguito, una serie di collegamenti ipertestuali che conducono ad alcune raccolte di testi disponibili in rete ed elaborati all’interno del quadro d’analisi che è stato brevemente presentato. Segnaliamo in particolare:</span></p>
<ul>
<li><!--[if !supportLists]--><strong><span style="font-weight: normal; font-family: Symbol;"></span></strong><span lang="IT">Il dibattito <strong>“</strong><strong><span style="font-weight: normal;"><a href="http://www.sifp.it/eventomese.php"><span>Razza e diritto: tra sicurezza, discriminazioni e cittadinanza</span></a>” che si svolto sul sito Internet della Società Italiana di Filosofia Politica.</span></strong></span></li>
<li><!--[if !supportLists]--><span class="sommario"><span style="font-family: Symbol;"></span></span><!--[endif]--><strong><span style="font-weight: normal;" lang="IT">Il numero della rivista Cosmopolis dedicato alla tematica “</span></strong><span class="sommario"><span lang="IT"><a href="http://www.cosmopolisonline.it/20070705/sommario%20razza.html">I dilemmi della &#8216;razza&#8217;: tra cittadinanza ed esclusione</a>”</span></span></li>
<li><!--[if !supportLists]--><span style="font-family: Symbol;"></span><span class="sommario"><span lang="IT">Il numero della rivista Jura Gentium dedicato alla tematica “</span></span><span lang="IT"><a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/forum/race/index.htm">Legge, ‘razza’ e diritti a partire dalla Critical Race Theory”</a></span></li>
</ul>
<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"><span lang="IT">Approfittiamo di questo primo intervento per ringraziare le Edizioni Diabasis e Thomas Casadei per la collaborazione che ci hanno fornito e per l’autorizzazione alla ‘liberazione’ online dei testi pubblicati. Teniamo inoltre particolarmente a ringraziare Etienne Balibar, Costanza Margiotta e <strong>Giorgio</strong> <strong>Pino </strong>per la loro cortesia nel<span> </span>concederci l’autorizzazione alla pubblicazione dei loro testi e per la disponibilità dimostrata anche con la loro volontà, tempo permettendo, di seguire l’eventuale dibattito generato dalla<span> </span>pubblicazione.</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/verso-un-ritorno-della-%e2%80%9crazza%e2%80%9d/">Verso un ritorno della “razza”?</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" alt="opereitaliane.jpg" /></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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		<title>La società turca tra esercito e partiti islamisti</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 05:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Niels Kadritze</strong>*<strong><br />
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<p><em> Dopo la spettacolare vittoria alle elezioni legislative dello scorso luglio, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp)  ha intrapreso una profonda riforma della Costituzione.  Ma il progetto si scontra  con la volontà dell&#8217;esercito  di mantenere la propria egemonia e con le divisioni della società in tema di definizione di nazionalismo e laicità.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/13/la-societa-turca-tra-esercito-e-partiti-islamisti/">La società turca tra esercito e partiti islamisti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Niels Kadritze</strong>*<strong><br />
</strong></p>
<p><em> Dopo la spettacolare vittoria alle elezioni legislative dello scorso luglio, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp)  ha intrapreso una profonda riforma della Costituzione.  Ma il progetto si scontra  con la volontà dell&#8217;esercito  di mantenere la propria egemonia e con le divisioni della società in tema di definizione di nazionalismo e laicità. L&#8217;aggravarsi della crisi curda, alla fine del 2007, ha fornito ai militari l&#8217;occasione per riaffermare il loro potere di fronte al nuovo presidente Abdullah Gül. Tratto da <a title="Niels Kadritze sulla Turchia 2008" href="http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Gennaio-2008/pagina.php?cosa=0801lm09.01.html">Le Monde Diplomatique, gennaio 2008</a>.</em><br />
<span id="more-5740"></span></p>
<p id="testo">Ventinove ottobre, giorno della festa nazionale. In Turchia tutto sembra andare per il meglio. In piedi, uno accanto all&#8217;altro, il presidente della Repubblica, Abdullah Gül, e il capo di stato maggiore, Yasar Büyükanit, passano in rivista le truppe. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e la crisi da questo scatenata lungo la frontiera turco-irachena hanno riavvicinato le due anime, civile e militare, dell&#8217;esecutivo. Ma l&#8217;antagonismo cova sotto la cenere. Una foto, pubblicata in prima pagina da tutti i quotidiani appena un mese prima, lo testimonia con chiarezza: mostra l&#8217;accoglienza riservata al presidente Gül di ritorno dal suo primo viaggio ufficiale all&#8217;estero in compagnia della moglie. Nel comitato d&#8217;accoglienza, all&#8217;aeroporto, un generale gira le spalle ai civili; la signora Gül porta un foulard  &#8211;  oggetto del contenzioso. Per non «provocare», spesso non partecipa alle cerimonie ufficiali presenziate dal marito.</p>
<p id="testo">Il conflitto tra il governo di Recep Tayyip Erdogan, il cui Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) non rinnega le proprie radici musulmane, e l&#8217;esercito, che si considera la punta di diamante del campo kemalista risolutamente laico, si è evidenziato a più riprese dall&#8217;autunno 2007. La vittoria elettorale dell&#8217;Akp e l&#8217;elezione alla presidenza dell&#8217;ex ministro degli affari esteri di Erdogan, che i kemalisti volevano a tutti costi evitare, hanno cambiato i rapporti di forza tra le due fazioni. Per la prima volta, l&#8217;Akp controlla i due rami dell&#8217;esecutivo e dunque la presidenza, considerata il baluardo difensivo dell&#8217;eredità di Mustafa Kemal Atatürk. Il predecessore kemalista di Gül, Ahmet Necdet Sezer, un rigoroso giurista, aveva opposto il veto a molti progetti di legge e a diverse nomine del governo. Non stupisce quindi che i militari volessero impedire a Gül di succedergli.</p>
<p id="testo">Il 27 aprile, poco prima del voto di designazione al Parlamento, lo stato maggiore pubblicò su Internet un comunicato in cui si dichiarava che le forze armate, «irremovibili garanti della laicità», erano decise «a proteggere gli irrinunciabili valori della Repubblica».<br />
L&#8217;«intervento militare elettronico» ottenne l&#8217;effetto desiderato: la Corte costituzionale annullò l&#8217;elezione di Gül, con una decisione che la maggior parte dei giuristi ritenne di semplice ubbidienza agli ordini <a class="linke" href="#1">(1)</a><a name="n1"></a>.</p>
<p id="testo">Ma il tiro di sbarramento dello stato maggiore non ottenne l&#8217;effetto sperato: Erdogan reagì convocando, per il 22 luglio, elezioni legislative anticipate, e le stravinse. Con il 46,6% dei voti, l&#8217;Akp aumentava del 12,2% i voti del 2002. Ottenuto questo risultato, rimise in lizza il suo candidato: Gül fu eletto presidente della Repubblica il 28 agosto, al terzo turno di scrutinio.</p>
<h3>Il ruolo determinante dell&#8217;economia</h3>
<p id="testo">Lo stato maggiore, però, boicottò la cerimonia d&#8217;investitura del nuovo presidente. Solo l&#8217;aggravarsi della crisi curda permise di uscire dalla situazione di stallo (si legga l&#8217;articolo di Olivier Piot pagine 10 e 11). Con le sue incursioni transfrontaliere, il Pkk offrì ai militari l&#8217;opportunità di fare pressione sul governo e sull&#8217;Akp. La reazione emotiva della popolazione fu così forte, da non lasciare ad Erdogan alcuna possibilità di opporsi ai piani di mobilitazione dell&#8217;esercito e del suo capo di stato maggiore, Büyükanit. Per impedire che quest&#8217;ultimo occupasse da solo la scena, l&#8217;Akp fece votare al Parlamento una legge che autorizzava azioni militari nel nord dell&#8217;Iraq. La questione fondamentale su chi abbia il potere di decidere in tempo di crisi  &#8211;  il governo controlla o no la direzione dell&#8217;esercito?  &#8211;  resta irrisolta.</p>
<p id="testo">Ciònonostante, l&#8217;equilibrio del potere tra responsabili politici e militari è nettamente cambiato dall&#8217;estate del 2007. Analisti e commentatori politici divergono però quando si tratta di stabilire in che misura il memorandum Internet dello stato maggiore del 27 aprile abbia accelerato la vittoria dell&#8217;Akp. Lo storico Ayhan Aktar ritiene che a decidere siano stati i «voti frustrati»: «in Anatolia, la gente ha vissuto come un insulto le minacce contro Gül, che è originario di Kayseri».</p>
<p id="testo">Il più noto degli analisti elettorali, Tarhan Erdem, è di parere diverso. In tutte le inchieste effettuate dal suo istituto di sondaggi, l&#8217;Akp raggiungeva il 45-50% già dal febbraio 2007. Ritiene quindi che, anche se il 27 aprile ha provocato un sussulto di simpatia in suo favore, tuttavia la vittoria elettorale del 22 luglio è dovuta prima di tutto alla buona condizione economica della Turchia.  Secondo Metin Münir, l&#8217;editorialista economico del quotidiano Milliyet che ha seguito la campagna elettorale a Gaziantep, il fattore economico è stato determinante anche nell&#8217;est del paese. La città, che conta un milione di persone ed è situata vicino alla frontiera siriana, gode di uno sviluppo che gli abitanti attribuiscono al governo. Ma l&#8217;Akp ha registrato un notevole incremento anche nella parte sottosviluppata dell&#8217;Anatolia: Münir racconta che, per la prima volta, gli abitanti hanno ricevuto libri scolastici per i figli e beneficiano di cure mediche gratuite <a class="linke" href="#2">(2)</a><a name="n2"></a>. Tutto ciò ha fatto dell&#8217;Akp il primo partito nelle regioni curde. Tuttavia, il giornalista ritiene che anche l&#8217;esercito abbia contribuito alla vittoria di Erdogan: le minacce del 27 aprile avrebbero nuociuto al Partito repubblicano del popolo (Chp), kemalista, che si sarebbe presentato un po&#8217; troppo come il «braccio civile dell&#8217;esercito».</p>
<p id="testo">Per Erdem, i risultati ottenuti indicano un significativo spostamento delle classi medie e superiori, di cui l&#8217;Akp ha totalmente assorbito il potenziale conservatore. E prevede che, se il partito riuscirà a mantenere questo vivaio di voti, resterà a lungo al potere. Dello stesso parere è anche Münir, che però aggiunge: «Solo se il Partito si muoverà con intelligenza». Dato che la vittoria elettorale ha definitivamente inserito l&#8217;Akp tra i partiti borghesi, si sono di conseguenza indeboliti i suoi legami con l&#8217;elettorato religioso.<br />
Secondo Münir, il primo ministro sarebbe folle a spaventare la sua nuova base elettorale con iniziative a tinte «islamiste».</p>
<p id="testo">Ma il leader dell&#8217;Akp si comporterà in modo razionale? O non seguirà invece un&#8217;«agenda segreta», come sostengono i suoi avversari? I kemalisti ortodossi spargono la voce che lo scopo ultimo di Erdogan e Gül sarebbe quello di istaurare un sistema all&#8217;iraniana. Questa diffidenza spiega perché la «questione del foulard» domina il dibattito politico da quando il governo ha annunciato il progetto di una nuova Costituzione.</p>
<p id="testo">Il problema non riguarda tanto cosa indossa la moglie del presidente né il sacrosanto principio dello stato kemalista, la laicità. Il vero problema è il potere del blocco kemalista. Un blocco che non comprende solo l&#8217;apparato militare in senso stretto, ma ingloba tutto il complesso detto dello «stato profondo» (derin devlet), e dunque include anche i servizi segreti e l&#8217;apparato poliziesco, così come i bastioni del kemalismo nella giustizia, l&#8217;università e la burocrazia.</p>
<p id="testo">Questo «blocco di potere», estremamente complesso, rappresenta gli interessi di un&#8217;élite che ha a lungo dominato il paese. Aktar parla dei «turchi bianchi», che si sentono minacciati dai «negri anatolici», da sempre trattati come i «parenti poveri nella casa dei ricchi».<br />
L&#8217;élite kemalista, ironizza, accetterà Erdogan solo quando «si raderà i baffi, manderà al diavolo la moglie e si farà fotografare al braccio di una modella». Ma, dietro le divergenze di ordine culturale e sociale, lo storico evidenzia puri conflitti d&#8217;interesse: la vecchia classe borghese vede i suoi privilegi minacciati dall&#8217;ascesa dell&#8217;Akp e della «giovane» borghesia anatolica.</p>
<p id="testo">È per questo che i kemalisti, sia militari che civili, fanno della riforma costituzionale un vero test. Tanto più che gli islamisti hanno annunciato di voler sopprimere la proibizione del türban <a class="linke" href="#3">(3)</a><a name="n3"></a> nelle università statali. A fine settembre, il capo dell&#8217;esercito, il generale Ilker Basbug, metteva in guardia contro l&#8217;«anarchia delle idee» e avvertiva: «La laicità è la pietra angolare di tutti i principi e di tutti i valori della Turchia e non può essere oggetto di alcuna discussione <a class="linke" href="#4">(4)</a><a name="n4"></a>».</p>
<p id="testo">Il problema è: di quale margine di manovra dispone l&#8217;esercito? La maggior parte degli osservatori è perplessa. Da una parte, ritiene che dall&#8217;esterno non sia possibile penetrare nei disegni nascosti dello stato maggiore e che le forze armate non abbandoneranno il potere senza combattere. D&#8217;altra parte, molti osservano che «l&#8217;intervento del popolo», cioè il suo voto, dovrebbe aver quanto meno ridotto in modo considerevole la forza dei militari, i quali, del resto, non hanno mai voluto esercitare direttamente il potere. Concepiscono idealmente il proprio ruolo come quello di un&#8217;istanza di tutela che interviene solo quando il popolo, immaturo, non agisce secondo il loro punto di vista.</p>
<p id="testo">Aktar, appassionato di basket, ritiene che «lo stato maggiore ha dovuto ripiegare su una difesa a zona», una scelta tattica che dovrebbe spingere l&#8217;avversario all&#8217;errore, cioè ad attaccare apertamente il secolarismo (laiklik). E siccome Erdogan e Gül ribadiscono quotidianamente la loro adesione alla laicità, i militari dichiarano che il solo cancellare la proibizione all&#8217;uso del foulard rappresenta già un attacco ai valori fondanti dello stato kemalista.  Ma, in Turchia, proibire l&#8217;uso del foulard nelle università non è né legale né costituzionale. La svolta risale a una semplice sentenza della Corte costituzionale del 1989, che fa della laicità il «principio supremo della vita sociale e culturale». Diventato così questo principio superiore a tutti gli altri, nessuno può «valersi di una qualsiasi libertà, che non sia compatibile con il principio della laicità».</p>
<h3>Santità di stato</h3>
<p id="testo">Un secondo punto è altrettanto importante: la laicità dei kemalisti non ha a nulla a che vedere con quella dei francesi, tedeschi e inglesi.<br />
Laiklik non vuol dire separazione fra chiesa e stato, ma controllo della religione da parte dello stato. È la ragione d&#8217;essere della direzione degli affari religiosi (Diyanet Isleri Baskanlõgõ, Dib), un&#8217;amministrazione che organizza e sorveglia l&#8217;islam sunnita hanafita.</p>
<p id="testo">Si vuole che sia all&#8217;altezza dell&#8217;ideale di una nazione omogenea nel senso della «sintesi turco-islamica», diventata ideologia di stato dopo il putsch militare del 1980, e propagandata fino ad oggi da tutti i libri scolastici. È con questo spirito che la Dib nomina gli imam e dispensa corsi di religione obbligatori nelle scuole pubbliche.</p>
<p id="testo">Il politologo Sahin Alpay descrive la Dib come lo strumento statale della politica identitaria sunnita. Poiché questa amministrazione è finanziata dalle tasse, tutti i turchi non sunniti, compresi i cittadini ebrei e cristiani, pagano per essere discriminati: considerati alla stregua di «stranieri», sono esclusi dalla funzione pubblica.</p>
<p id="testo">Anche gli alevi, che costituiscono la minoranza musulmana più numerosa, non sono riconosciuti come gruppo religioso autonomo.</p>
<p id="testo">La separazione tra chiesa e stato è dunque un principio altrettanto estraneo allo stato kemalista quanto il diritto di eguaglianza tra le religioni. La laicità non è che un&#8217;illusione, e serve solo a proteggere un&#8217;altra fede: in quasi tutte le aule universitarie sono appesi pii ritratti di Atatürk. Nella Turchia laica, la «religione kemalista» è onnipresente. In ogni villaggio c&#8217;è un busto del fondatore della Turchia moderna, la sua effigie si trova su tutte le banconote. A scuola, la vita di Atatürk è insegnata come quella di un santo. Chiunque metta in discussione questa leggenda rischia una querela per blasfemia, grazie all&#8217;articolo 301 del codice penale turco <a class="linke" href="#5">(5)</a><a name="n5"></a>. E, naturalmente, il «santo di stato» ha anche un suo luogo di pellegrinaggio: il mausoleo di Atatürk nella capitale, Ankara.</p>
<p id="testo">Nella Costituzione, la prima frase del preambolo si richiama al «capo immortale e all&#8217;eroe ineguagliabile» Atatürk, le cui idee sarebbero tanto essenziali per lo stato e la nazione quanto le sue «riforme e principi ». Un modo di immobilizzare la storia per farne un principio costituzionale&#8230;</p>
<p id="testo">Nessuno storico negherà i meriti di Atatürk quando, sulle rovine dell&#8217;Impero ottomano e lottando contro l&#8217;invasore greco, creò, dopo la prima guerra mondiale, prima un esercito di liberazione, poi uno stato, e infine le basi di una nuova nazione. Ma i suoi metodi portano i segni di un&#8217;epoca in cui si sviluppavano in Europa idee nazionaliste ed autoritarie. E quindi, come ha scritto Mustafa Akyol, il nuovo nazionalismo turco aveva anche «caratteristiche fasciste», come, ad esempio, le «affabulazioni sulla superiorità della razza turca <a class="linke" href="#6">(6)</a><a name="n6"></a>».<br />
Fin dall&#8217;inizio, il pilastro istituzionale della tradizione autoritaria è stato l&#8217;esercito. Si considera non solo il salvatore storico del paese, ma anche il garante di una mutazione sociale che, come dice l&#8217;ex capo di stato maggiore Hilmi àzkök, «per la Turchia è stata importante quanto il Rinascimento per l&#8217;Occidente <a class="linke" href="#7">(7)</a><a name="n7"></a>». I militari pensano che solo l&#8217;esercito può garantire la coesione di una società profondamente divisa. È per questo che il corpo degli ufficiali, grazie alla sua formazione nelle accademie militari, si ritiene immune dalle «ideologie esterne» che possono costituire una minaccia per l&#8217;omogeneità dell&#8217;esercito.</p>
<p id="testo">Un modello tanto autoritario può durare ad vitam aeternam. L&#8217;astuzia dei kemalisti sta nel denunciare qualsiasi contestazione come reazionaria, capace di riportare la Turchia al Medio evo.</p>
<p id="testo">Ma le cose sono più complesse. L&#8217;attuale dibattito costituzionale preoccupa molte donne, anche quando sono contrarie alla proibizione di indossare il foulard. Temono una «riturbantizzazione» rampante, la stessa che vede avanzare il sociologo Sherif Mardin: la «pressione sociale» rischia di diventare così forte, in un ambiente musulmano tradizionale, che anche studentesse non religiose si piegheranno.<br />
Come ad esempio a Fener, un poverissimo quartiere di Istanbul sulla riva sud del Corno d&#8217;oro, feudo dei musulmani integralisti. Qui, una donna su due porte il carsaf, un foulard nero integrale che lascia fuori solo il volto, mentre le altre hanno i capelli nascosti dal türban. La maggior parte degli uomini porta lo zucchetto di maglia e la barba tipici dei musulmani osservanti. Davanti alla moschea Ismaïl Aga, si vendono videocassette e cd-rom di predicatori sauditi e combattenti afgani. L&#8217;imam della moschea è stato ucciso un anno fa, in circostanze non ancora chiarite. La polizia turca non ha la minima possibilità di penetrare tutti i misteri del quartiere. Se esiste a Istanbul un «Islamistan» autonomo, è questo. Ma vi si trovano anche posti dove non solo stranieri non musulmani, ma anche uomini turchi, possono mangiare durante il ramadan. Fener dà l&#8217;impressione di un quartiere autistico, ma non ostile.  Luoghi come questo mostrano chiaramente due cose: da una parte, che la forza d&#8217;inerzia dell&#8217;«islam anatolico» non potrà essere spezzata dall&#8217;autoritarismo di stato; dall&#8217;altra, che la questione religiosa ha una dimensione sociale. La trasformazione dei comportamenti e del modo di pensare tradizionale costituisce un&#8217;evoluzione della società che nessuna repressione potrà fermare. Eppure, con le loro paure, i post-kemalisti di sinistra arrivano anche, inconsciamente, a condividere le fantasie autoritarie dei kemalisti, rispetto al possibile successo di un&#8217;accelerazione del «processo di modernizzazione».</p>
<p id="testo">Sono timori che distorcono la percezione della realtà. È quel che dimostra uno studio esteso a tutta la Turchia, finanziato dalla fondazione Tesev: nel maggio 2006, il 65% delle persone intervistate si diceva convinta che un numero sempre maggiore di donne portasse il foulard <a class="linke" href="#8">(8)</a><a name="n8"></a>. Lo stesso studio ha verificato che, dal 1999 al 2006, il numero di donne «velate» è diminuito del 9%. Nel 1999, solo il 27,3% delle donne si mostrava in pubblico senza foulard o türban; nel 2007, erano il 36,5%.</p>
<h3>L&#8217;«agenda nascosta» islamista non esiste</h3>
<p id="testo">Il foulard può anche farsi più raro, ma quelle che lo portano sono sempre più visibili agli occhi dell&#8217;élite cittadina. Le ragioni vanno ricercate nell&#8217;esodo dalle campagne dell&#8217;Anatolia verso le grandi città, nell&#8217;ascesa sociale di molti imprenditori anatolici, nella presenza mediatica di politici dell&#8217;Akp che non nascondono le loro mogli. Non vi è alcun dubbio che alcune paure della sinistra siano giustificate: in un primo momento, la soppressione della proibizione farà aumentare il numero di studentesse con il foulard, in quanto le famiglie tradizionali accentueranno la pressione sulle figlie che studiano. Ma, che la sinistra e le femministe temano a tal punto la «pressione sociale», non è una forma di resa?</p>
<p id="testo">Se l&#8217;attuale dibattito costituzionale è così fortemente monopolizzato dalla questione del foulard e della laicità, la colpa non è solo dei kemalisti puri e duri, ma anche del governo. L&#8217;Akp non ha proposto alla pubblica opinione il nodo storico del dibattito. La società deve pronunciarsi sulle grandi linee di una Costituzione che superi finalmente il kemalismo fossilizzato e predemocratico, e deve rispondere a tre grandi domande: come sottoporre l&#8217;esercito al controllo civile?; come superare il rapporto autoritario tra stato e cittadini?; e, terza domanda, come può una Costituzione tener conto delle differenze etniche, culturali, religiose esistenti nella popolazione?</p>
<p id="testo">La Costituzione del 1982 proclama che lo scopo supremo dello stato è «l&#8217;esistenza perenne, la prosperità e il benessere materiale e spirituale della Repubblica di Turchia». Esalta la «supremazia assoluta della volontà della nazione», presupponendo che questa abbia un carattere omogeneo. I diritti fondamentali dei cittadini sono quindi una semplice funzione dello stato, emanano da questo, uno stato la cui sovranità sul popolo è garantita in ultima istanza dal ruolo tutelare dell&#8217;esercito.</p>
<p id="testo">La differenza con una Costituzione democratica è evidente. Secondo Mehmet Firat, vice presidente dell&#8217;Akp, «mentre la Costituzione attuale è stata proclamata per proteggere lo stato dal popolo, la nuova Costituzione ha lo scopo di proteggere l&#8217;individuo dallo stato». Non a caso Firat formula questa professione di fede davanti agli ambasciatori dei paesi dell&#8217;Unione europea <a class="linke" href="#9">(9)</a><a name="n9"></a>. L&#8217;Akp può e vuole tradurre questo obbiettivo nei fatti? Gli osservatori sono scettici, per due motivi: il governo, sotto lo sguardo diffidente dei kemalisti, non si sentirebbe abbastanza forte da demilitarizzare e liberalizzare il sistema; lo stesso Akp non sarebbe immunizzato contro la «cultura politica nazionalista e autoritaria che lo ha visto crescere <a class="linke" href="#10">(10)</a><a name="n10"></a>».</p>
<p id="testo">Quali siano i progetti del governo, nessuno può saperli meglio di Ergen àzbudun. Professore di diritto costituzionale, egli è stato chiamato a presiedere la commissione incaricata di elaborare il nuovo progetto di Costituzione. àzbudun non è sospetto di inclinazioni islamiste: nel 2001, rappresentava il governo presso la Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo per difendere l&#8217;interdizione del Partito islamista Refah, in cui Erdogan e Gül avevano fatto le loro prime esperienze.</p>
<p id="testo">Ma il professor àzbudun riconosce che tutti e due sono cambiati, e ritiene l&#8217;Akp un Partito conservatore che ha optato in maniera credibile per l&#8217;Unione europea e un sistema democratico. La famosa «agenda nascosta» islamista non è, per lui, che una pura invenzione dei kemalisti.  Nella lettera e nello spirito, il progetto di Costituzione si basa sulla Convenzione europea dei diritti dell&#8217;uomo e sulle sentenze della Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo. Questo vale in particolare per la definizione della libertà di pensiero e della libertà di espressione, così come per la priorità del diritto umanitario internazionale sulla Costituzione turca. Per àzbudun è altrettanto importante che le sentenze dei tribunali militari possano essere controllate in ultima istanza da tribunali civili. Si potrebbe infine, a suo parere, proporre una soluzione del problema curdo definendo la lingua turca come «lingua amministrativa», e aprendo così uno spazio per altre lingue «non ufficiali», come il curdo, nei media audiovisivi e nelle scuole.</p>
<p id="testo">Quanto ai corsi di religione, che i militari hanno introdotto nel 1982 come materia obbligatoria, sarebbero ora opzionali, e la Costituzione garantirebbe il diritto di qualsiasi cittadino a cambiare religione.</p>
<p id="testo">Per il giurista, la proibizione del foulard nasce da una «concezione distorta della laicità» che porterebbe a ledere i diritti della persona.<br />
La commissione propone una soluzione elegante: dichiarare inammissibile qualsiasi «discriminazione legata al tipo di abbigliamento (&#8230;) finché ciò non contravviene ai principi e alle riforme di Atatürk».</p>
<p id="testo">Una tattica che testimonia con quante infinite precauzioni la commissione si muova nel negozio di porcellane della repubblica kemalista. Quanto poi a sapere quali idee della commissione àzbudun verranno riprese nel testo della Costituzione che il governo dell&#8217;Akp presenterà questo inverno in Parlamento, è un&#8217;altra questione. La versione definitiva deve essere votata dal Parlamento nella primavera 2008, poi approvata da un referendum.</p>
<p id="testo">È poco verosimile che alla fine la Costituzione risponda integralmente agli ideali laici del professor àzbudun. Il professor Ali Bardakoglu, il grande controllore della direzione degli affari religiosi, ha già richiesto con forza il mantenimento dei corsi di religione obbligatori.<br />
Il motivo invocato è rivelatore: dei corsi facoltativi non farebbero che «rafforzare le differenze tra gli studenti <a class="linke" href="#11">(11)</a><a name="n11"></a>»  &#8211; , come a dire che se cade il monopolio della dottrina maggioritaria sunnita, è l&#8217;omogeneità nel suo complesso ad essere minacciata. C&#8217;è poi una terza posizione, a ugual distanza da kemalisti e Akp, che si esprime, anche se con prudenza. Giuristi di sinistra, rappresentanti delle minoranze religiose e sostenitori di una «laicità democratica» esigono che sia formulato un quadro giuridico per il pluralismo religioso.<br />
Si tratta insomma di mettere fine alle discriminazioni nei confronti di musulmani non sunniti e credenti di altre religioni.</p>
<p id="testo">In questo contesto, intellettuali che hanno difeso Erdogan e l&#8217;Akp contro la vecchia guardia kemalista si mostrano critici verso il governo. Il politologo Sahin Alpay, rispettato editorialista del giornale Today&#8217;s Zaman, vicino al governo, critica il comportamento dell&#8217;Akp nei confronti degli alevi, i quali, peraltro, a luglio avevano votato in maggioranza per il Chp kemalista in quanto vedevano in Erdogan il capo di un partito sunnita. Per Alpay, una «laicità democratica» può essere garantita solo se la nuova Costituzione prevede eguaglianza di diritti per gli alevi.</p>
<p id="testo">Il procuratore militare Ümit Kardas consiglia, invece, lo smantellamento totale della Costituzione del 1982. Il testo è per lui uno «strumento non emendabile» in quanto già il preambolo rinvia a un&#8217;epoca superata in cui l&#8217;esercito definiva la nazione a suo uso e consumo. La sua posizione si fonda sull&#8217;esperienza: in quanto giudice militare, dopo il putsch del 1980 ha vissuto da vicino la repressione contro la popolazione curda, fino a dare le dimissioni dalle sue funzioni.</p>
<p id="testo">Kardas sostiene il principio di una laicità sul modello di alcuni paesi europei. Vuole sopprimere completamente la direzione degli affari religiosi, la Dib, e con essa il controllo dello stato sulle religioni. Queste ultime non sarebbero più finanziate dalle tasse, ma solo da donazioni e fondazioni che dovrebbero poter esercitare le loro attività fuori dal controllo statale.</p>
<p id="testo">Gli ideali costituzionalisti di Kardas offrono una sorta d&#8217;impronta «in negativo» di una Legge fondamentale che si potrebbe definire «post kemalista». Una Costituzione in cui le libertà individuali e i diritti civili non sarebbero più limitati in riferimento a una definizione autoritaria dello stato. Con il diritto all&#8217;obiezione di coscienza e la creazione di un servizio civile sostitutivo, egli vuole anche attenuare l&#8217;influenza coercitiva dell&#8217;esercito sulla società civile. Arriva perfino a sognare un esercito e una polizia che, ripensando la propria formazione secondo principi democratici e rispettosi dei cittadini, non funzionino più come «i due cani mastini dello stato» la cui prima funzione sia quella di tenere sotto controllo la popolazione.</p>
<p id="testo">Kardas non pensa affatto che l&#8217;Akp riprenderà tali e quali idee così radicali. Si chiede anche se l&#8217;atteggiamento difensivo di questo partito non risponda ad una tattica prudenziale nei confronti del blocco kemalista, o a tendenze autoritarie che Erdogan ha già lasciato intravedere in vari momenti. Ad esempio, quando ha sporto querela per diffamazione contro dei caricaturisti che, prendendo a bersaglio le debolezze del primo ministro, avevano fatto solo il loro mestiere.</p>
<p id="testo">Se si chiede a democratici sinceri come Kardas quali siano le forze politiche che possono realizzare una Costituzione post-kemalista, si ha in risposta un&#8217;alzata di spalle rassegnata. Sì, certo, una sinistra indipendente, post-kemalista, è necessaria, ma non la si vede da nessuna parte. Nelle elezioni dell&#8217;estate 2007, si era sperato che alcuni candidati, che si presentavano come «indipendenti», conquistassero qualche seggio. Ma il candidato indipendente non è riuscito ad imporsi neppure nella liberale Istanbul.<br />
I problemi sociali e i conflitti politici che di norma dovrebbero permettere ad un partito di sinistra di avere il vento in poppa, sono più esasperati che mai. L&#8217;Akp persevera con costanza in una politica economica neoliberista. Il divario tra ricchi e poveri aumenta.<br />
I progressi di una politica sociale degna di questo nome sono sporadici.</p>
<p id="testo">La gente più povera è spesso pesantemente indebitata. E la stabilità economica alla quale Erdogan deve la vittoria elettorale si basa su un afflusso costante di capitali stranieri. Tuttavia, nessuno a sinistra si sentirebbe di augurare una crisi economica: con una popolazione fortemente eccitata dalla «crisi curda», solo il Partito d&#8217;azione nazionalista (Mhp), di estrema destra, ne uscirebbe avvantaggiato.</p>
<p id="linke"><strong>note:</strong><br />
* Giornalista, Berlino , inviato speciale di Le Monde Diplomatique.</p>
<p><a name="1"></a> Si legga Ignacio Ramonet, «Elezioni decisive», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2007.</p>
<p><a name="2"></a> L&#8217;Akp ha ottenuto più del 50% dei voti in Anatolia e nella regione del mar Nero, mentrenell&#8217;est dell&#8217;Anatolia è arrivato anche al 56%.</p>
<p><a name="3"></a> Il termine turco türban indica il foulard stretto attorno alla testa e che copre tutta la capigliatura.</p>
<p><a name="4"></a> Turkish Daily News, Ankara, 25 settembre 2007.</p>
<p><a name="5"></a> Questo articolo punisce «l&#8217;offesa all&#8217;identità turca»; ma, per i procuratori kemalisti, «identità turca» e Atatürk sono una sola e unica cosa.</p>
<p><a name="6"></a> Turkish Daily News, 7 ottobre 2007.<br />
<a name="7"></a> Cfr. Ersel Atdinli, Nihat Ali àzcan e Dogan Akyaz, «The Turkish military&#8217;s march toward Europe», Foreign Affairs, Londra, gennaio-febbraio 2006.</p>
<p><a name="8"></a> Ali Carkoglu e Binnaz Toprak, Religion, Society and Politics in a Changing Turkey, Tesev Publications, Istanbul, 2007, p. 63.</p>
<p><a name="9"></a> Today&#8217;s Zaman, Istanbul, 20 settembre 2007.</p>
<p><a name="10"></a> Dogu Ergil, Today&#8217;s Zaman, 23 settembre 2007.</p>
<p><a name="11"></a> Turkish Daily News, 26 settembre 2007.</p>
<p id="linke">(Traduzione di G. P.)</p>
<p><!-- testo fine --> <!-- qui finisce il testo --></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/13/la-societa-turca-tra-esercito-e-partiti-islamisti/">La società turca tra esercito e partiti islamisti</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Flaubert Dry</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2008 08:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra. Tra i riflessi del cristallo il liquido fluttuava e schiumava, uscendo a spruzzi da un bel capezzolo rosso vivo. <em>L’éducation</em> si beveva in una luce da tramonto tropicale, mentre le onde sonore delle chitarre acustiche si propagavano dagli altoparlanti attraverso le sale aperte, rimbalzando sui banconi di legno laccato, gli sgabelli da vertigine, le chaise-longue leopardate, i quadri astratti del genere <em>color-field painting</em>. <span id="more-5802"></span>Al centro del tramonto c’erano le cameriere. Immaginatele come entità corporee inaccessibili, ispiratrici di desideri che loro stesse non avrebbero potuto soddisfare. Donne dai seni turgidi, in minigonne di canapa e lingerie Wolford, con il logo del locale tatuato sulle guance (tre graffi cicatrizzati che ricordavano un’artigliata).<br />
Il Flaubert Dry era un perfetto esempio di spazio mutevole. Il design incitava alla violenza. Tutto era affilato ma carezzevole, come le scarpe di quel centinaio di clienti che ogni sera raschiavano il parquet con i sassolini attaccati al cuoio delle suole. Un posto dove fama voleva dire desiderio: un desiderio di elevazione, di significato e di azione caratteristico dell’individuo sano. Qualcosa di così onesto da sembrare osceno, come una vergine nuda che entrasse da Marks &#038; Spencer a rifarsi il guardaroba. E infatti i frequentatori del Flaubert Dry inseguivano il successo nello stesso modo in cui, da adolescenti, scrutavano lo specchio in cerca di qualità estetiche – senza trovarle, naturalmente, perché la bellezza non si nasconde, per non parlare del fatto che male sopporta repliche e riflessioni.<br />
Mi ero attaccata alla mammella già un paio di volte e cominciava a girarmi la testa. Johnny aveva comprato tre o quattro spinelli da un pusher con l’aspetto di un demone in perizoma (il corpo palestrato, la faccia butterata, il cranio con due escrescenze all’altezza dell’osso parietale – insomma, il genere di adulto da cui ogni adolescente vorrebbe essere stuprata). Uno spinello grosso come un dito, un lungo bozzolo di cartine Drum farcito con il fiore della resina di canapa. Educatamente me lo fece accendere. I Led Zeppelin cantavano <em>Babe, I’m gonna leave you</em> a volume critico, indebolendo le mie difese emozionali. Sugli scaffali retroilluminati c’erano almeno seicento bottiglie di liquori policromi. I ventilatori ronzavano, spargendo una brezza variabile e fradicia. Altri due sorsi e mi misi a singhiozzare.<br />
In quei momenti capivo solo ciò che provavo, come un animaletto ferito. Non sentivo dolore, eppure avevo inarcato il busto, reggendomi lo stomaco quasi che l’alcool lo stesse per sciogliere.<br />
Johnny s’incuriosì. Me lo dimostrò appoggiando la guancia sul piano dove tenevo la mammella. Mi fissò in modo analitico, comprensivo.<br />
– Tutto bene? – chiese.<br />
– Adesso passa.<br />
– Devo chiamare qualcuno? Se vuoi lo faccio.<br />
Gli risposi con un deciso no della testa. Ma Johnny non era abituato a prendere sul serio quello che la gente gli diceva e saltò giù dallo sgabello. Dopo un minuto era di nuovo al suo posto. Questa volta aveva compagnia.<br />
– Ciao bambina, – mi salutò la ragazza che lo aveva seguito.<br />
– Ciao Remedios.<br />
– Che cos’hai, bambina? No, non dirmelo, prima ti asciugo le lacrime.<br />
– Posso farlo da sola.<br />
– Non mi costa niente aiutarti. Vieni qui, fatti guardare.<br />
Conoscevo Remedios da tutta la vita. Il nostro rapporto era fatto di similitudini. Eravamo nate lo stesso giorno alla clinica Zuckmayer. Avevamo frequentato il liceo a Coira (la stessa classe), e ai tempi dell’agenzia dividevamo un flat in Edgware Road, a due passi da Marble Arch, nel centro di Londra. Quel posto ci serviva da base operativa, perché l’aria di Milano mi procurava dei pruriti alla pelle che i medici non riuscivano a spiegare. Ci assomigliavamo, eravamo alte uguali. Avevamo lo stesso peso, la stessa taglia. Confesserò una cosa. Avevo voglia di abbracciarla. E per farlo mi sarei sbarazzata volentieri di Johnny Deep.<br />
Remedios era calore. Aveva un viso ovale con treccine bionde da bambola. Quando mi trovavo nel suo campo gravitazionale provavo una precisa fiducia nel significato delle cose, o la certezza che ne avessero uno. Lo sentivo anche in quel momento, mentre vedevo passare dietro le sue spalle un centauro dadaista – il corpo di zebra, il viso da efebo, i movimenti svagati, l’aria un po’ ottusa.<br />
Remedios. Stava cercando un segno rivelatore nella mia espressione. Il senso del disagio, l’argomento della crisi. Glielo leggevo negli occhi. Voleva introdursi nella mia coscienza attraverso le sue manifestazioni facciali. Mi pulì le guance con un fazzoletto. La stoffa tamponò la pelle quasi senza sfregarla. Remedios emanava un odore di professionismo, l’aroma inconfondibile che sprigiona dal corpo delle conversatrici.<br />
Sì, conversare, parlare per mestiere. Avere a che fare con il desiderio di felicità della gente, mentre le leggi della natura complottano per tradirlo. Trovare argomenti di conversazione che si adattino a un <em>Victorine</em> o a un <em>Madame Arnoux</em>, strutturati long drink da meditazione. E i clienti fissi, i clienti nuovi, uomini soli, donne sole, a interpretarli, ad accoppiarli. Per quel lavoro ci voleva l’energia di un giaguaro, ma a Remedios non solo piaceva, si divertiva anche a trovare le forze per farlo. Il che, dovete ammetterlo, è il solo presupposto della passione.<br />
– Devo dirti una cosa, Remedios.<br />
– Che cosa, bambina?<br />
– Ti voglio bene.<br />
Remedios allargò il fazzoletto e me lo ripassò sulle guance. Poi fissò attentamente la pelle per apprezzare il risultato. Sembrava assorta.<br />
– È qualcosa che non avresti dovuto dirmi, Vera. Non qui. Non alle otto di sera.<br />
– Non dovevo, Remedios?<br />
– Non lo avresti detto se non ci fosse un problema.<br />
– No, non lo avrei detto.<br />
– Lo avresti pensato, ma non lo avresti detto.<br />
Abbassò il fazzoletto, valutò la sua distanza da Johnny e mi parlò all’orecchio. Chiudere gli occhi e ascoltarla era una delle mie forme preferite di oblio.<br />
Poi, non soddisfatta, si voltò verso Johnny e disse: – Scusa, puoi lasciarci sole un momento?<br />
– Perché? – si stupì JD. – A Vera piace se vi sto a sentire.<br />
– È vero, bambina?<br />
– Credo di sì, Remedios.<br />
Lei mi studiò in apparenza senza sforzo. – Vi conoscete da molto?<br />
– Da un paio d’ore soltanto, – ammisi. – Però in questo momento ho l’impressione che la presenza di Johnny possa valorizzare quello che dico.<br />
– A beneficio di chi?<br />
– Tuo, immagino.<br />
– Io non ho bisogno che Johnny ti valorizzi.<br />
– Non stiamo parlando dei tuoi bisogni, – intervenne JD, spegnendo lo spinello e assumendo la posizione adatta a reggersi il mento.<br />
– Di che cosa stiamo parlando, allora?<br />
– Del fatto che la gente non l’ascolta.<br />
Remedios sorrise in modo neutro, con una comprensione senza ironia.<br />
– Johnny ha ragione, – dissi.<br />
– Ma stai parlando con me, Vera. E io non sono la gente.<br />
– Immagina di non conoscermi. Immagina di non avere mai visto la mia faccia. Sono un’estranea, Remedios, e a prima vista nemmeno troppo simpatica. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Ti vedo continuamente, Vera. Passiamo insieme almeno trenta ore la settimana.<br />
– Sì, ma supponi di perdere la memoria. Non ti ricordi chi sei, dove abiti, se Parigi è in Francia o sulla luna. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Perché?<br />
– Be’, Johnny lo conosci, non è così? Se lui mi ascolta lo faresti anche tu.<br />
– Ma se non mi ricordo di Parigi, perché dovrei ricordarmi di Johnny?<br />
Le sorrisi. – Johnny lo vedi dappertutto, Remedios! Ti guardi attorno e lui è appeso ai muri. È uno di famiglia. Di lui ti fidi.<br />
– È questa la tua idea?<br />
– È così che funziona.<br />
Lei spostò una ciocca di capelli scivolata davanti ai miei occhi. Era così fin da bambina. Non materna, ma stregata dalla tessitura delle cose.<br />
– È questo che mi spaventa, – riconobbi. – Ho bisogno di Johnny perché la gente mi ascolti. JD mi è indispensabile come il suo sound mediterraneo.<br />
Remedios accavallò le gambe e raddrizzò la testa, una successione di movimenti che mi spiegai come il segno di una decisa volontà interpretativa. La fissavo, aspettando che dicesse qualcosa. Le sostanze commestibili che avevo assimilato nel corso della giornata, quasi tutte letali in modo non significativo, mi stavano procurando una euforia convincente, al punto da crederla un dato ambientale.<br />
– Non pensavo che ti interessasse, – disse Remedios.<br />
– Che cosa?<br />
– Parlare alla gente.<br />
– Oh, per me quello che conta è lasciare aperta ogni possibilità espressiva. C’è ancora da bere?<br />
Johnny agitò la mammella per farmi capire che era quasi vuota.<br />
– Vi ordino qualcosa, – disse Remedios.<br />
– Tu che cosa prendi?<br />
– Una <em>Tentazione di Sant’Antonio</em>.<br />
– Che cos’è, un long drink?<br />
– In un certo senso. Soda con l’aggiunta di rosso Congo, un colorante insapore. Ai clienti con cui parlo dico che è Campari.<br />
– E loro ti credono?<br />
Scoppiammo a ridere simultaneamente, lasciando andare la testa l’una sulla spalla dell’altra.<br />
– Vorrei un’altra mammella, – disse Johnny sbadigliando. – Ma questa volta con dentro una ciliegia al maraschino.<br />
– Come? – esclamò Remedios. – Come, come? È una tetta, Johnny. La ciliegina non passa dal capezzolo.<br />
Scoppiai a ridere più forte, producendo un suono vibrato, uno sbuffo d’aria sotto pressione. Il petto di Remedios sussultava, la mia fronte appoggiata alla sua si muoveva da una parte e dall’altra, come se il pavimento fosse sul punto di sprofondare. Per non cadere, lei si aggrappò ai miei fianchi. Forse anche Johnny si divertiva. Forse la risposta di Remedios gli era servita da introduzione al senso del ridicolo, un genere d’incontro che poteva chiarirgli la sua distanza dal divino. Piegai la testa da un lato, decisa a vedere l’espressione della sua faccia. Ed eccolo il testimonial di una nota bibita energizzante che si sta fissando l’unghia di una mano. Quell’unghia lo interessava sul serio. Muoveva il dito circolarmente, pazientemente. Lo studiava da prospettive diverse, la mente sgombra da inquietudini conoscitive, come se il suo scopo fosse solo quello di tenere occupata la vista. Decisamente, lo spettacolo non valeva la fatica della torsione alla quale mi costringeva.<br />
Mi voltai e alle spalle di Remedios vidi qualcosa di più interessante. Al centro della sala erano comparsi tre uomini. Li notavo perché sembravano i soli a non capire dove si trovassero. Contai tre teste, sei gambe e cinque braccia, associando la mutilazione di uno di loro alle guerre di logoramento. In realtà l’uomo senza braccio aveva l’aria del coordinatore qualificato ed era senza dubbio un apprezzato leader per anzianità. Teneva in mano una sigaretta spenta e parlava quasi senza muovere le labbra, come se la lingua in cui si esprimeva avesse una prevalenza di consonanti. Se quei tre fossero stati vestiti con giacche scure, spiegazzate, e camicie bianche, ormai molli per la completa perdita di amido, forse avrei capito subito il loro mestiere. Invece indossavano jeans pre-usurati e un giubbotto in Cordura multitasche, come la maggior parte dei clienti. Mi incuriosiva il modo in cui si guardavano attorno, l’apparente indifferenza dei loro sguardi dalla occulta propensione analitica. Senza dare nell’occhio valutavano funzione, dimensione e distanza delle cose. Tracciavano linee di demarcazione tra aree di influenza, esaminavano ingressi, vani, vie di fuga, sommando e sottraendo da un valore critico metri e metri cubi di aria condizionata. Tutto questo in relazione alla posizione dei clienti e ai loro modi di agire, che valutavano molto prima delle loro facce.<br />
La svolta arrivò inaspettata. L’uomo senza braccio mormorò qualcosa, indicando il bancone del bar. Il gesto generò un movimento coordinato. Il più grasso del gruppo rifilò una pacca sulla natica del centauro, dando allo stesso tempo una strizzata d’occhio alla telecamera di vigilanza – un documento da cineteca sui temi della determinazione violenta e dell’indifferenza verso la sfera privata. La musica si fermò. Non esisteva una ragione precisa perché questo succedesse. Però successe. Il mio senso della vista cominciò a operare su un livello di energia autonomo. Sentivo l’urgenza di capire le ragioni di quel cambiamento, non per curiosità ma per istinto di sopravvivenza. Lo dimostrava il fatto che l’uomo verso cui si incamminavano quei tre continuava a bere con indolenza il suo mescal. Perché? Risposta: era il solo che già conoscesse l’esatta natura del pericolo.<br />
– Ho una cosa per te, Gabriel, – gli disse il grasso, appoggiandosi pesantemente al banco.<br />
Gabriel era un ragazzo alto e nero di capelli, il naso spezzato da boxer. Aveva un pizzetto tagliente, quasi cesellato, e la carnagione olivastra. Indossava abiti da uomo d’affari e si tastava la cravatta a nodo largo come se la consistenza del tessuto gli desse sicurezza. Il grasso sfilò una mano dalla tasca. Gabriel ne seguì il movimento. La mano si fermò a mezz’aria, lasciando cadere sopra il bancone qualcosa di viscido. Gabriel sorrise e scosse la testa. Sembrava trovare l’iniziativa del grasso una mancanza di stile. Sopra il piano umido luccicava una pallina giallastra, una specie di uovo di quaglia con dei filamenti a un’estremità.<br />
Capii che si trattava di un bulbo oculare quando gli altri due uomini ci appoggiarono accanto un lobo di fegato e un piccolo rene. In quel momento mi accorsi che esisteva altra vita cerebrale oltre la mia. Ero in mezzo alla gente, e la gente gridava, arretrava, si ammassava. La sala piombò nel buio. Le sole fonti di luce risparmiate dal collasso nervoso del locale furono una lampada da tavolo alle spalle di Gabriel e lo scaffale fluorescente dei liquori.<br />
– Che roba è? – domandò Gabriel, voltandosi verso l’uomo senza braccio. – Che roba sarebbe?<br />
– Prove, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Prove? Che genere di prove? Ehi, ehi&#8230; ragazzi. Ragazzi, io mi occupo di frattaglie. Compro e vendo fottutissime interiora. Avete presente il fantastico mondo dei visceri? Andiamo, la gente va pazza per queste cose.<br />
– Zitto, – gli intimò il grasso. – Zitto, coglione.<br />
Vicino a me qualcuno piangeva. Una voce chiese: – Chi siete? Chi sarebbe questo Gabriel?<br />
L’uomo senza braccio si voltò. L’oscurità aveva maglie così strette che lui probabilmente non poteva vedere oltre la linea dei primi tavoli.<br />
– Gabriel è un trafficante di organi, – rispose in tono mite l’uomo senza braccio. – E queste sul tavolo sono le prove che abbiamo raccolto.<br />
– Cristo, – esclamò la stessa voce nel buio, – come diavolo fate a portarvi in tasca certe porcherie?<br />
Il grasso si voltò di scatto e fissò l’oscurità. Anche il terzo uomo fece un passo in avanti per capire da dove provenisse la voce.<br />
– Adesso ce ne andiamo, – annunciò l’uomo senza braccio. – È tutto finito, gente.<br />
Ma mentre quei tre erano voltati, il pubblico assisteva a una scena raccapricciante. Il trafficante d’organi ingoiò le prove e si sciacquò la bocca con un sorso di mescal. Quando il grasso se ne accorse, Gabriel lo inchiodò ai fatti con un rutto cupo e prolungato.<br />
– È tutto a posto, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Oh no, no&#8230; – gridò il grasso. – Santissima Madre di Dio, no&#8230; – e afferrò Gabriel per il collo, schiacciandolo contro il bancone.<br />
Gabriel rise fino quasi a piangere. Dalla gola gli usciva un suono di aria strozzata. Rideva e si dimenava, cercando con le dita gli occhi del grasso. Riuscì quasi subito a divincolarsi. Era agile e si dileguò nel buio.<br />
– Non muovetevi, gente, – gridò l’uomo senza braccio e fece segno al grasso di inseguire Gabriel.<br />
La luce si riaccese di colpo. La canzone ricominciò da dove era stata interrotta. Il locale prese l’aspetto di una camera da letto illuminata nel cuore della notte. I clienti erano spettri, sonnambuli, lemuri. Avevano facce scioccate, espressioni da stato di narcosi. Sugli zigomi scendevano le lacrime. E di Gabriel, del grasso e del terzo uomo nessuna traccia.<br />
– È tutto a posto, – ripeté l’uomo senza braccio, che non si era mosso dal banco. – La cosa è risolta. Permettete, gente, che vi offra da bere.<br />
Chi si trovava in piedi cercò il sostegno delle pareti o di un tavolo, di qualsiasi oggetto a portata di mano, purché fosse stabile e sufficientemente strutturato. Non solo per il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, ma per una esigenza di contatto. Per ognuno era importante constatare di essere ancora una entità corporea, con un volume rispettabile, un peso adeguato, una consistenza di corpo vivo. La mancanza di certezze faceva dare di stomaco una cameriera a due passi dalla porta dei bagni.<br />
– Da bere per tutti, – gridò l’uomo senza braccio. – Coraggio, gente, fatevi sotto.<br />
Il barman passò una spugna sul banco e si mise al lavoro. Ammucchiò bicchieri e ghiaccio tritato, mescolò gin a succo d’arancia, riempì di fragole i frullatori.<br />
– Mio Dio, Remedios, – piagnucolai.<br />
– Ssst&#8230; – fece lei. – Non agitarti, bambina.<br />
– È orribile, non è vero? – sentii dire alle mie spalle, ma più che una voce era un suono spaventoso. – Be’, Johnny, come te la passi?</p>
<p>Il presente frammento è tratto dal romanzo di Omar Viel, <em>Fetish</em>, Lampi di stampa, Milano 2005</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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		<title>Perché la mafia ha vinto</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2008 08:58:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Giancarlo Caselli</strong></p>
<p>Più di un secolo fa, nel suo saggio “Che cosa è la mafia” Gaetano Mosca scriveva: “È strano notare come coloro che discorrono e scrivono di mafia […] raramente abbiano un concetto preciso ed esatto della cosa, o delle cose, che colla mafia vogliono indicare».&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/25/perche-la-mafia-ha-vinto/">Perché la mafia ha vinto</a></p>
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<p>di <strong>Giancarlo Caselli</strong></p>
<p>Più di un secolo fa, nel suo saggio “Che cosa è la mafia” Gaetano Mosca scriveva: “È strano notare come coloro che discorrono e scrivono di mafia […] raramente abbiano un concetto preciso ed esatto della cosa, o delle cose, che colla mafia vogliono indicare». Un vecchio vizio, tutto italiano, che per fortuna contempla vistose ed importanti eccezioni. Tra queste – indubbiamente – le ricerche e gli studi di Nicola Tranfaglia, ormai patrimonio consolidato per tutti coloro che di mafia vogliano sapere qualcosa di più serio rispetto alle…fiction televisive di moda. L’ultima fatica di Nicola Tranfaglia (preziosa come le precedenti) si intitola “Perchè la mafia ha vinto”. In realtà si tratta di una storia della mafia che ci aiuta a capire meglio che cos’è la mafia oggi, nel terzo millennio, a quindici anni dalle tremende stragi palermitane del ’92. <span id="more-5574"></span></p>
<p>L’Autore sa bene che sempre più si deve parlare di «mafie», anziché di «mafia», perché accanto alle mafie “tradizionali” ( Cosa nostra siciliana , ‘Ndrangheta calabrese , Camorra napoletana e Sacra corona unita pugliese) il nostro Paese, aduso ad «esportare» anche il crimine organizzato, si trova nell’inedita situazione di dover ospitare nuove mafie d’importazione (russa, albanese, cinese, nigeriana, ecc.), che in questi ultimi anni si sono insediate nel territorio e che talora interagiscono con le più antiche organizzazioni mafiose nazionali. Mentre il processo di globalizzazione finanziaria ha inevitabilmente influito sulle più recenti forme di manifestazione dell’economia criminale, imponendo una più spiccata interazione fra le varie organizzazioni mafiose del mondo, i cui interessi e capitali illeciti si incontrano nel mercato globale del grande riciclaggio internazionale, con evidenti intrecci fra la macrocriminalità del riciclaggio e parte consistente di quel potere finanziario – più o meno “grigio” &#8211; che ormai opera, spesso senza adeguati controlli, nell’intero ambito planetario.</p>
<p>Oggi, pertanto, la base di partenza di qualunque ragionamento sulle mafie è che esse , pur nella radicale continuità con se stesse, pur mantenendo ( in molti casi) un evidente radicamento localistico, sono ormai in grado di condurre attività illecite in una dimensione globale e reticolare. Così da costituire una vera e propria impresa multinazionale, che produce ricchezza attraverso mille traffici e affari illeciti, cui si affiancano imprese legali di copertura o riciclaggio.</p>
<p>Ma non volendo – né potendo &#8211; scrivere un’enciclopedia sterminata, Tranfaglia ha giustamente scelto di limitarsi a seguire un “filo centrale”, incentrandolo su “Cosa nostra” ed in particolare sui suoi rapporti con le classi dirigenti del Paese. Constatando innanzitutto come questa organizzazione criminale sia oggi capace – forse più che nel passato– di mimetizzarsi e scomparire. La mafia siciliana, infatti, dopo avere attuato ed esibito con le stragi del 1992 una violenta e spietata strategia d’attacco frontale allo Stato, ha dovuto subire un’efficace reazione (latitanti arrestati come mai in precedenza, per numero e caratura criminale, tra cui gli autori materiali di quelle stragi; beni mafiosi sequestrati per decine di miliardi; veri e propri arsenali di armi requisiti). E ha subìto anche la stagione dei processi, che per i suoi affiliati si sono conclusi con pesantissime condanne. Ed ecco che la mafia, duramente colpita, sceglie di attuare una sorta di «strategia della tregua» finalizzata, fra l’altro, a far dimenticare la sua tremenda pericolosità. Niente più stragi, niente più omicidi eclatanti; regna lo spirito di mediazione anziché la logica dello scontro aperto. Bernardo Provenzano, regista di questa nuova stagione, adotta la tecnica del «cono d’ombra», con l’obiettivo, appunto, di rendere invisibile l’organizzazione, di inabissarla. Si fa ricorso alle armi soltanto come extrema ratio e si riduce, di conseguenza, il numero dei regolamenti di conti interni. Quando si elimina qualcuno, il suo cadavere viene fatto sparire (le cosiddette «lupare bianche»), così da rendere più difficile la percezione dell’entità della violenza omicida messa in atto. La mafia di Provenzano è sempre più una mafia degli affari: l’intromissione di Cosa Nostra in tutti gli appalti di un certo rilievo serve a presentarsi come volano di un’economia che altrimenti – si vuol far credere – resterebbe inerte e improduttiva. In questo modo Cosa Nostra cerca di dissimulare il suo volto più feroce, per recuperare e sviluppare spazi di intervento e per rafforzare i meccanismi di accumulazione di capitale illecito. Con una peculiarità che complica le cose perché, secondo tradizione, essa tende anche a proporsi come soggetto politico-sociale capace di controllare l’economia e di esercitare una funzione di (apparente) sviluppo, anche sostituendo o integrando le competenze pubbliche.</p>
<p>La strategia con la quale la mafia ha affrontato il nuovo millennio è quindi meno sanguinaria, ma più insidiosa, perché favorisce l’affievolirsi dell’attenzione sulla questione mafia in conseguenza del calo «statistico» dei fatti di sangue conosciuti. Ma è proprio nei periodi di pax mafiosa che Cosa Nostra dimostra maggiore forza, capacità di infiltrarsi nel tessuto economico-sociale e di intrecciare nuove relazioni anche sul versante dell’intermediazione fra popolazione meridionale e luoghi decisionali della cosa pubblica. E’ allora che essa amplia la propria sfera di intervento, mirando ad influenzare anche gli orientamenti politici (a partire da quelli elettorali) nelle zone sottoposte al suo controllo.</p>
<p>E’ a partire da questi dati che Tranfaglia arriva alla conclusione che “la mafia ha vinto”. Mi sembra importante, però, elencare anche i cambiamenti in positivo che l’antimafia ha registrato nel corso degli anni ( soprattutto gli ultimi 15), per verificare come la celebre riflessione di Giovanni Falcone &#8211; con la quale lo stesso Tranfaglia apre il suo libro – secondo cui “la mafia è un fenomeno umano, e come ha avuto un inizio così avrà una fine” non fosse una frase fatta, buona solo per esorcizzare il problema. Indicava un percorso possibile, lungo il quale ci sono compiuti passi anche significativi. La strada è certo ancora lunga ed impervia. Il cammino compiuto fino ad oggi è insufficiente per molti profili. E tuttavia ci sono stati momenti positivi, dei quali innanzitutto vorrei parlare.</p>
<p>Non dimentichiamo che c’era una volta in cui la mafia…. neppure esisteva. Anzi peggio: il Procuratore generale della Corte di cassazione Giuseppe Guido Lo schiavo, il più alto magistrato italiano, su una rivista giuridica (negli anni Cinquanta) scriveva testualmente: “si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura, è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura e la giustizia e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione dei fuorilegge e dei banditi ha addirittura affiancato le forze dell’ordine. Oggi si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini, in seno della consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto delle leggi dello Stato e del miglioramento sociale della collettività”. Se oggi qualcuno, Procuratore generale o no, si esprimesse in questi termini, l’invettiva che Grillo ha fatto diventare di moda sarebbe assolutamente scontata. Oggi sono i mafiosi che devono scendere in piazza per far sapere che la mafia non esiste. Roberto Saviano torna in Campania a Casal di Principe e Nicola Schiavone (padre del boss Francesco, il famigerato Sandokan) in piazza deve gridare &#8211; feroce, minaccioso, ma in una certa misura anche patetico &#8211; che la camorra non esiste e se l’è inventata Saviano per vendere più copie del suo libro…</p>
<p>Altri cambiamenti si registrano sul piano degli strumenti di contrasto investigativo-giudiziario. Una volta c’era soltanto il 416 bis, l’associazione a delinquere semplice, ed era – di nuovo parole di Falcone – “come dover combattere contro un carro armato, la mafia, con una cerbottana”. Si perdeva. Adesso invece , sia pure con grave ritardo e soltanto dopo la morte di Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa, abbiamo il 416 bis: uno strumento mirato, calibrato sulla realtà specifica delle associazioni mafiose. Abbiamo la Procura nazionale Antimafia con la sua banca dati, uno strumento davvero importantissimo, un patrimonio inestimabile di conoscenze formato acquisendo tutti i dati significativi ovunque disponibili. Abbiamo la DIA (direzione investigativa antimafia). Abbiamo un uso massiccio ormai della tecnologia: in particolare le intercettazioni telefoniche e ambientali, che consentono il monitoraggio continuo dei punti “sensibili”, anche per la ricerca dei latitanti: che conseguentemente non possono non vivere costantemente sotto tensione, braccati di continuo come sono, mentre una volta non venivano neppure cercati. E dopo le stragi del 1992, abbiamo avuto la legge sui “pentiti” e la legge sul trattamento carcerario di giusto rigore dei mafiosi detenuti: strumenti che sono stati decisivi per risalire la china quando il terrorismo stragista dei mafiosi sembrava incontenibile. Quando nel nostro Paese si era verificato qualcosa di simile all’11 settembre di New York: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come le Torri Gemelle, simboli abbattuti da una violenza politica totalizzante, con obiettivi proiettati ben oltre le vittime immediatamente colpite. Quest’immagine ( che è di Andrea Camilleri) esprime bene il gravissimo pericolo che si abbatté sull’Italia: il pericolo di diventare uno stato-mafia, un narco-stato di tipo colombiano, dominato da un’organizzazione criminale stragista. Per fortuna, con il concorso di tutti (istituzioni, società civile, forze dell’ordine e magistratura), invece di precipitare in un abisso senza fondo, siamo riusciti a resistere.</p>
<p>Per certi profili, sul piano investigativo-giudiziario facciamo persino scuola. E non è un caso che la nuova convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità trans-nazionale firmata a Palermo, nel dicembre 2000, preveda tutta una serie di misure pensate con riferimento alla realtà specifica delle organizzazioni criminali, quale emersa dall’esperienza di contrasto maturata sul campo soprattutto nel nostro Paese. Ecco allora, in questa convenzione ONU, la previsione come reato della partecipazione ad un gruppo criminale organizzato, la confisca dei beni dell’associazione, la protezione dei testimoni, l’assistenza delle vittime, l’incentivazione dei “pentimenti”. Noi oggi, condizionati da una certa black propaganda, quando parliamo di “pentiti” ci tappiamo il naso, o peggio. In questa convezione ONU c’è invece scritto che i “pentimenti” devono essere incentivati mediante sconti di pena, fino all’immunità per quegli ordinamenti che l’immunità prevedano. Piuttosto va detto ( e lo vedremo meglio in seguito) che mentre facciamo da modello, esportando le nostre esperienze, poi tendiamo incredibilmente ad arretrare per quanto riguarda noi stessi.</p>
<p>Altre novità positive si possono riscontrare sul piano della lotta all’estorsione, un punto di forza delle mafie ( come si sa), sia per l’accumulazione di profitti illeciti, sia per il controllo del territorio. Ricordiamo tutti la vicenda di Libero Grassi, che aveva denunciato il racket, aveva pubblicamente dichiarato che non avrebbe pagato. E però Grassi fu a sua volta denunciato dal presidente degli industriali di Palermo, che gli intimò di smetterla perchè: “i panni sporchi si lavano in casa”. Così Grassi restò isolato e venne ucciso. Ancora recentemente, non più di due anni fa, una inchiesta del Censis ha accertato che il 42,5 % degli imprenditori del sud interpellati riteneva che senza mafia avrebbe potuto fortemente incrementare il proprio fatturato. Ma è con amarezza che il Censis rilevava come gli imprenditori siciliani detenessero un singolare primato con i colleghi calabresi: quello di avvertire di meno o addirittura di negare il problema della mafia. Evidentemente pensavano che i padrini garantissero più sicurezza delle forze dell’ordine e che se c’era da pagare una tassa era (come dire) un costo di gestione da accettare senza fare troppe storie.</p>
<p>Oggi dei cambiamenti (pochi, fragili e precari fin che si vuole: ma pur sempre significativi) ci sono. La positiva esperienza antiracket di Tano Grasso che va estendendosi dalla Sicilia in altre parti del Paese; la Confindustria siciliana che espelle chi paga il pizzo, con l’ appoggio della Confindustria nazionale; altri importanti segnali di recupero in Calabria. Finalmente, anche se con fatica, qualcosa si muove.</p>
<p>Poi ci sono novità sul piano dell’aggressione ai patrimoni dei mafiosi. Ieri (lo testimoniano i diari del Consigliere Chinnici) la situazione era questa: quando nell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, diretto appunto da Chinnici, si affaccia un giovanissimo magistrato a quei tempi assolutamente sconosciuto, di nome Giovanni Falcone, Chinnici (che ne intuisce subito le grandi capacità) gli affida alcune inchieste di mafia. Ora, è scritto nei diari di Chinnici che immediatamente un altissimo magistrato palermitano si precipita nel suo ufficio e in sostanza gli dice: “Ma che combini? Perché affidi a questo Falcone processi di mafia? Caricalo di processi bagatellari, di processi da niente, che non abbia il tempo di occuparsi di mafia: perché altrimenti rovina l’economia siciliana”. Chinnici chiaramente non ci sta, continua ad investire su Falcone e anche per questo suo coraggio la mafia lo uccide. Ma se indagare sulla mafia equivaleva a …. rovinare l’economia, conseguentemente non c’era – non poteva esserci &#8211; nessuna legge che aiutasse ad operare sul versante dell’aggressione dei patrimoni mafiosi. Oggi invece abbiamo la legge La Torre, che ha escogitato questo grimaldello formidabile che è imporre ai mafiosi l’onere di provare la provenienza legittima dei loro beni, perché altrimenti si presumono di provenienza illecita e quindi vengono sequestrati e confiscati. Successivamente abbiamo avuto (grazie anche al milione di firme raccolto da “Libera”, l’efficacissima forma di organizzazione della società civile guidata da Luigi Ciotti e agli inizi anche da Rita Borsellino) la legge 199/1996 per l’impiego a fini socialmente utili dei beni confiscati. Importanti novità, oggi da affinare e potenziare e tuttavia ormai in campo, concretamente operanti. Ettari ed ettari di terre confiscate ai mafiosi sono oggi lavorati da Cooperative di giovani coordinate da “Libera”, che ha saputo costruire un’imponente rete di collegamento sull’intero territorio nazionale, un ponte tra Sud e Nord formato da oltre 1500 gruppi, uniti dal comune interesse sui temi della legalità e della giustizia. La pasta, l’olio, il vino prodotti sui terreni confiscati alla mafia in varie regioni italiane sono la materializzazione della legalità come restituzione del “maltolto”, cioè di parte delle ricchezze accumulate dalla mafia mediante un sistematico drenaggio delle risorse e la “vampirizzazione” del tessuto economico legale ( a forza di estorsioni, usure, truffe, appalti truccati, tangenti etc.). I prodotti di “Libera”, in altre parole, sono la dimostrazione che l’antimafia è recupero di legalità che “paga” anche in termini di nuove opportunità di lavoro e di nuove occasioni di iniziative imprenditoriali. Sono un baluardo della democrazia contro i ricatti e le umiliazioni dei mafiosi, sintesi di dignità ed indipendenza conquistate col lavoro: il modo più efficace per coinvolgere la società civile in un effettivo impegno antimafia, senza più deleghe esclusive alle forze dell’ordine e alla magistratura, inevitabilmente indebolite se lasciate sole. Per cui è proprio su questo versante – del coinvolgimento e dell’impegno della società civile, che si possono registrare i segnali più rilevanti, comprendendovi anche i ragazzi di Locri e i ragazzi “no pizzo” di Palermo. Segnali che si stagliano in un quadro ancora molto cupo, e tuttavia importanti.</p>
<p>Quel che non cambia o che cambia troppo poco è la politica, o perlomeno certa politica. E qui il pessimismo di Tranfaglia ( “Perché la mafia ha vinto”) può pescare a piene mani.</p>
<p>Va premesso che il contrasto di “Cosa nostra” per quanto concerne l’ala cosiddetta militare dell’organizzazione ormai registra una forte e rassicurante continuità: dall’arresto di Riina e soci fino agli arresti di Provenzano e dei Lo Piccolo e alla mega-inchiesta “Old bridge” del febbraio 2008 in cooperazione fra Italia e Usa, ecco tutta una serie di importanti interventi che dimostrano come l’apparato investigativo-giudiziario antimafia si sia stabilmente assestato su livelli di assoluta eccellenza. Non altrettanta continuità, però, è dato di registrare sul versante del contrasto alle cosiddette “relazioni esterne”, vale a dire le complicità, coperture e collusioni con pezzi del mondo legale (politica, affari, imprenditoria, istituzioni….) che rappresentano la spina dorsale, il nerbo del potere mafioso. Se tali coperture non sono aggredite con forza e appunto continuità, senza sconti o scaltrezze, “Cosa nostra” non è certo onnipotente, ma continuerà a trovare sostegni preziosi se non decisivi anche nei momenti più difficili. Se persiste il malvezzo di applaudire quando si arrestano capimafia e gregari, per gridare al teorema o al complotto quando si cerca di far luce più in profondità, allora avrà ancora una volta ragione chi sostiene che si possono anche arrestare boss su boss, ma l’alt ad andare oltre, in forma anche esplicita e non solo sottintesa, rimane: e pesa come un macigno.</p>
<p>Persino il pool di Falcone e Borsellino dovette piegarsi a questa “regola”. Con il maxi-processo, il pool aveva posto fine ( nel rispetto rigoroso delle regole, delle prove, delle procedure) al mito dell’invulnerabilità di Cosa Nostra. La mafia poteva essere finalmente sconfitta, e invece si dovette registrare un fatto che rappresenta una colossale vergogna della nostra storia nazionale. Il pool, invece di essere sostenuto nella sua azione, venne letteralmente spazzato via. Siamo 4-5 anni prima delle stragi, ed una tempesta di polemiche tanto violente quanto ingiuste si scatena sul pool: professionisti dell’antimafia, uso spregiudicato dei pentiti, uso della giustizia a fini politici di parte, pool trasformato in centro di potere. Per effetto di queste aggressioni, alla fine il pool di fatto scompare e il suo metodo di lavoro &#8211; vincente &#8211; viene cancellato. E ciò proprio nel momento in cui il pool comincia ad occuparsi non solo di mafiosi di “strada”, ma anche dei cugini Salvo, di Ciancimino, dei Cavalieri del lavoro di Catania(vale a dire dei rapporti della mafia con pezzi della politica, delle istituzioni, del mondo degli affari…). E’ allora che il pool non va più bene. Perché sta traducendo in cifra operativa quel che aveva sostenuto nella ordinanza-sentenza conclusiva del primo maxi-processo del 1985, quando denunziava “una singolare convergenza fra interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti che vanno ben al di là della mera contiguità e che devono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina”. E’ nel momento in cui il pool comincia a “voltare pagina” che si moltiplicano &#8211; furibondi &#8211; gli attacchi che ne causano la delegittimazione e poi la scomparsa, con azzeramento del suo metodo di lavoro.</p>
<p>La tecnica è semplice: ripetere ossessivamente (a forza di ripeterle, anche le menzogne diventano credibili) che le indagini riguardanti i rapporti tra mafia e politica sono invenzioni di magistrati politicizzati, asserviti a strategie eterodirette. Ovviamente è un’assurdità, comprensibile soltanto se a propagandarla è Cosa nostra, che difatti la sostenne contro il pool di Falcone, quando Antonino Salvo, uomo “d’onore” riservato della famiglia di Salemi, per difendersi dalle accuse del pool proclamava di essere “sotto il mirino dei politici e, in particolare, anzi, soltanto del Partito Comunista italiano”. Una falsità che sarà poi ripresa pari pari da Salvatore Riina, pronto ad inveire pubblicamente (24 Maggio ’94, Corte di Assise di Reggio Calabria) contro i “comunisti” che complottano ai suoi danni anche nella Procura della Repubblica di Palermo. Ma quel che interessa sottolineare è che Salvo e Riina non parlavano e non parlano a caso, ma lanciano trasparenti messaggi, magari rivolgendosi a settori che immaginano, sperano, disposti a riceverli.</p>
<p>Interessa sottolineare, inoltre, che la storia (almeno in parte) si ripete, nel senso che anche dopo le stragi del ‘92 le cose vanno bene , per il pool dei magistrati inquirenti della Procura di Palermo, finchè ci si occupa soltanto di Riina e soci. Ma quando &#8211; non in base a teoremi politico-sociologici ma a fatti ed emergenze probatorie &#8211; si aprono e si sviluppano anche procedimenti a carico di imputati &#8220;eccellenti&#8221; appartenenti alla borghesia politica, imprenditoriale e professionale (cioè a settori che da sempre hanno un ruolo centrale nella storia della mafia), ecco che &#8211; pur di scongiurare il salto qualitativo nell&#8217;azione di accertamento dei legami e delle collusioni con Cosa Nostra &#8211; sono molti coloro che accettano di perdere una guerra che si sarebbe potuta vincere. Le tappe di questa strategia rinunciataria sono note e già sperimentate contro il pool di Falcone: la definizione della ricerca della verità come inaccettabile «cultura del sospetto»; l&#8217;insinuazione di uno scorretto rapporto tra “pentiti” e inquirenti; la conseguente delegittimazione pregiudiziale dei “pentiti” (cosa – inutile dirlo – tutt&#8217;affatto diversa dalla doverosa prudenza nella valutazione delle dichiarazioni degli stessi); l&#8217;accusa a pubblici ministeri e giudici di costruire teoremi per ragioni politiche o, più brutalmente, di «essere comunisti o amici dei comunisti». Risultato? Proprio mentre l’incalzare dell’azione della Procura stava disgregando l’organizzazione criminale, proprio quando l’isolamento di Cosa nostra (grazie anche alle indagini sui collusi) andava profilandosi come ormai irreversibile, ecco inscenarsi un “processo” alla stagione giudiziaria che ha seguito le stragi del &#8217;92. E se le persone da mettere sotto accusa sono i magistrati, ad avvantaggiarsene – obiettivamente – è la criminalità. Cosa nostra fa meno fatica a risorgere, ha più tempo e più spazio per ricostruire le fortificazioni sbrecciate. Sembrava fatta, Cosa nostra ed i suoi complici stretti in un angolo, sotto una gragnola di colpi portati con rigoroso rispetto delle regole e delle garanzie, e invece….. Certo, l’azione degli inquirenti non viene bruscamente interrotta come ai tempi del pool di Falcone, ma la strada si fa più in salita. Continuano i “successi” sul versante militare dell’organizzazione, ma l’indispensabile lotta alle collusioni rallenta e si inceppa. Ed è proprio qui che si può registrare quanto sopra anticipato: molte cose sono cambiate in positivo nell’impegno antimafia; quel che invece non cambia mai – o cambia troppo poco – è la politica, perlomeno certa politica.</p>
<p>Vorrei ancora fissare alcuni punti:</p>
<p>1. Larga parte della politica oggi (anche trasversalmente) considera troppa giustizia e troppa legalità come un fastidio. Gli viene l’orticaria. Non si identifica con l’Italia delle regole quanto piuttosto con l’Italia dei furbi, degli affaristi o degli impuniti.</p>
<p>2. In democrazia, il primato della politica è un assioma. Spetta alla politica, soltanto alla politica, operare le scelte di governo nell’interesse &#8211; si spera &#8211; di tutti. Non spetta a nessun altro, meno che mai ai giudici (la storiella del governo dei giudici è bieca propaganda). Ma proprio perché non può esservi dubbio alcuno su questo primato, la politica deve viverlo ed interpretarlo nella consapevolezza della sua importanza effettiva, non con attenzione alla sola facciata. Allora, se ci sono delle inchieste giudiziarie che rivelano fatti dando indicazioni preziose in tema di corruzione e collusione fra mafia e politica, ecco che la politica dovrebbe esercitare il suo primato intervenendo con nuove leggi, con controlli più adeguati. E invece di tutto questo abbiamo avuto ben poco dal ’90 ad oggi. Si avverte invece una certa tendenza (trasversale) a mal concepire il primato della politica, a farne la base per pretendere una sorta di sottrazione dei politici ai controlli, alla legge che dovrebbe essere uguale per tutti. Ecco allora che la giustizia nel nostro paese non funziona, ma invece di chiedere più giustizia si chiede meno giustizia, tutte le volte che si incrociano determinati interessi. Ecco allora che alla magistratura si chiede di fare un passo indietro, invece di potenziarne gli strumenti e le possibilità di intervento.</p>
<p>3. Usa dire che l’antimafia e l’anticorruzione non portano voti. Chissà…. Sta di fatto che antimafia e anticorruzione nell’agenda politica, quando ci sono, sono in posizioni non primarie. Per quanto riguarda la mafia ciò accade a partire dal 1996, con vari sussulti successivi di tipo emergenziale: nel senso che soltanto dopo un fatto clamoroso che ci sveglia, con una forte tendenza a dimenticare presto e rimettere la questione mafia ai margini dell’agenda.</p>
<p>Ma se questo è lo scenario di fondo, non stupisce che tanti uomini politici, amministratori, imprenditori, operatori economici, professionisti (con frequente predilezione per il settore della sanità), non stupisce che tanti, troppi soggetti ancora oggi intrattengano rapporti di affari o di scambio con mafiosi o paramafiosi. Ancora oggi, dopo le terribili stragi del ‘92 e del ‘93, ancora oggi ci sono personaggi che vivono e operano nel mondo legale, talora con responsabilità istituzionali di altissimo rilievo, che sono disposti a trescare, a trattare con mafiosi o paramafiosi come se nulla fosse, come se fosse cosa assolutamente normale. Questa è una totale vergogna, che dovrebbe fare drizzare i capelli in testa a tutti. Invece quelli che si indignano sono sempre di meno. E chi viene colto con le mani nel sacco può sempre contare sulla solidarietà dei propri capi cordata, sia locali che nazionali. E allora ecco che invece dell’indignazione o della giusta tensione ci sono passività e rassegnazione. Ci si convince che così va il mondo, che c’è poco o nulla da fare. La questione morale e la responsabilità politica diventano reperti archeologici, favole per i gonzi. E la mafia obiettivamente e inesorabilmente cresce. Mentre è sempre più difficile agganciare i giovani con discorsi credibili in termini di impegno per la legalità.</p>
<p>L’impressione è che la buona politica sia stata soppiantata o rischi di essere sempre più soppiantata da una politica che va facendosi poco compatibile con la verità. Politica e verità stanno imboccando strade sempre più diverse. Una certa politica (oltre ad essere autoreferenziale, oltre a trasformare il confronto in perenne rissa ideologica) costruisce verità virtuali per conservare e consolidare il suo potere. Nasce anche di qui la perenne autoassoluzione di se medesima da parte di una certa politica, anche quando sono evidenti ed indiscutibili clamorose responsabilità, se non giudiziarie, certamente politico-morali. La strada maestra ormai è confondere deliberatamente assoluzione con prescrizione. Non sono la stessa cosa, anche se confonderle ormai è la regola. Se una sentenza &#8211; magari una sentenza definitiva di cassazione come quella relativa al “caso” Andreotti &#8211; elenca come provati e commessi fatti gravissimi (scambi di favori con mafiosi; incontri con boss per discutere di fatti criminali, compresi omicidi; senza mai denunziare niente di niente; contribuendo in questo modo ad un sostanziale rafforzamento della organizzazione criminale), se in quella sentenza si dice &#8211; una prova dopo l’altra &#8211; che tutto questo è stato commesso fino a una certa data e che costituisce reato, non punibile ancorché commesso sol perché prescritto, questa non è assoluzione! E’ un’altra cosa.</p>
<p>Confondere la prescrizione di un reato provato come effettivamente commesso con la prescrizione è prima di tutto un errore tecnico. Ma non solo. E’ anche, è soprattutto un grave errore politico. Perché se si dice che c’è stata assoluzione, a fronte di fatti gravissimi accertati in una sentenza, questi fatti vengono cancellati, sbianchettati. Ma cancellando questi fatti (come se non fossero mai accaduti, come se fossero invenzioni di giustizialisti, di magistrati politicizzati al servizio di una fazione….), si legittima di fatto un certo modo di fare politica che contempla anche rapporti organici con la mafia. E questo modo di fare politica si legittima per il passato, per il presente e anche per il futuro. Tutto ciò è di una gravità inaudita, perché significa cancellare il confine tra lecito ed illecito, tra morale ed immorale. Ma se cade questo confine, non c’è convivenza civile al mondo che possa reggere più di tanto. Prima o poi si va a sbattere. Tutti. E tutti ci si può ritrovare sotto un bel cumulo di macerie. Oppure si va alla deriva e si finisce chissà dove. E intanto la mafia non può non approfittarne, magari per superare momenti difficili e riemergere, fino a dare quella sensazione di vittoria che esprime il titolo del libro di Tranfaglia.</p>
<p>In questo quadro, si capiscono tante cose, a partire dallo scarto ( di cui abbiamo già parlato) fra la continuità ormai acquisita sul versante del contrasto della mafia “militare” e la discontinuità dell’azione che voglia colpire la spina dorsale del potere mafioso, le relazioni esterne. Su questo versante si riesce a rimanere ad un certo livello &#8211; quando lo si raggiunge &#8211; per non più di due, tre anni. Poi stop. Allora si capisce come la nostra antimafia – ripetiamolo &#8211; sia quella del giorno dopo: se non succede qualcosa che ci costringe ad intervenire e finalmente ci sveglia dal nostro torpore, non ce ne occupiamo. Allora si capiscono la drastica revisione della legislazione antimafia; la minore efficienza del circuito carcerario differenziato per i boss; la nuova disciplina legislativa della collaborazione con la giustizia che ha prodotto effetti tutt’altro che incentivanti; le profonde riforme del processo penale che, seppure introdotte per tutelare sacrosanti diritti di garanzia, hanno finito per inceppare ulteriormente il funzionamento e allungare ancora i tempi del processo penale. Si capisce – in sostanza – come lo strumentario normativo antimafia risulti oggi un’arma meno incisiva se confrontato con quello varato all’indomani delle terribili stragi del ’92. Allora si capisce perché quel punto nevralgico dell’antimafia che è la gestione snella ed efficiente dei beni confiscati ai mafiosi stia subendo –lentamente ma inesorabilmente &#8211; vischiosità ed inceppamenti che rischiano di svuotare e rendere sempre meno credibile una delle conquiste più importanti dei nostri tempi. Allora si capiscono le amnesie: per esempio l’anagrafe dei conti bancari, una legge del ’93 che non è mai stata attuata. Allora si capiscono le gaffes di chi dice che con la mafia bisogna convivere. E magari dice cose che tanti altri pensano anche se lo negano, ma poi le praticano.</p>
<p>E attenzione: è proprio questo contesto che favorisce scelte disastrose. Una recente ricerca Svimez, e prima ancora una ricerca del Censis, dimostrano lo zavorramento dell’economia delle aree meridionali ad opera delle mafie. Zavorramento che significa 180 mila posti di lavoro perduti ogni anno; zavorramento che significa produzione di ricchezza in meno pari a 7,5 miliardi di euro ogni anno; vale a dire che senza le mafie il PIL pro-capite del mezzogiorno sostanzialmente sarebbe identico a quello del centro-nord. Ma non basta. Il Censis ha anche denunciato che il potere criminale è sempre più potere economico, al punto che sta trasformando radicalmente il mercato e la concorrenza in scatole vuote. Perché l’imprenditore mafioso – rispetto a quello onesto – gode di vantaggi enormi: capitali a costo zero (il mafioso è ricco di suo, grazie al denaro illecito che continuamente riempie le sue tasche); possibilità, proprio perché già immensamente ricco di suo, di offrire prezzi molto più bassi, non avendo come obiettivo immediato quello del profitto ma la conquista di pezzi di mercato. E infine, se ci sono dei problemi l’imprenditore mafioso, rispetto all’imprenditore normale, ha il vantaggio di poterli risolvere &#8211; questi problemi &#8211; coi sistemi che sono nel suo DNA di mafioso: la corruzione, la suggestione, l’intimidazione e la violenza. Vantaggi che spiazzano ogni concorrente pulito, ne comprimono gli affari o lo espellono dal mercato. Oppure lo spolpano fino a svuotarlo, consentendo ai mafiosi o ai prestanome dei mafiosi di impadronirsi di quelle attività.</p>
<p>Così, il libero mercato e la legale competizione economica diventano scatole sempre più vuote e la situazione è tale che bisogna soltanto sperare che Francesco De Gregori, quando cantava: “legalizzare la mafia sarà la regola del 2000”, non fosse &#8211; mentre faceva della intelligente ironia &#8211; un profeta.</p>
<p>Di fatto le mafie oggi sono ancora un’enorme questione nazionale, ancorché questo dato di fatto sia da molti &#8211; anche a sinistra &#8211; negato. La drammatica realtà delle mafie, oggi, è che esse hanno costruito una vera e propria “economia parallela” che pian piano risucchia nel suo gorgo commerci, imprese e forze economiche sane, che spesso trovano difficoltà enormi nel costruire le loro sorti ed il loro futuro sul rispetto delle pratiche legali. Così l’economia illegale inesorabilmente avanza e si espande, come un’onda che si insinua dovunque e cerca di impadronirsi di tutto. Essa si presenta, purtroppo, spesso come vincente, a fronte di uno Stato che troppe volte dà l’impressione di rinunziare a combattere (o di non combattere con sufficiente energia) una battaglia che si potrebbe invece sostenere e vincere, con azioni positive e convincenti da parte di chi dovrebbe – in politica come in economia – offrire il buon esempio.</p>
<p>Di qui la necessità ( che percorre come un filo rosso l’intiero libro di Tranfaglia) di superare qual limite culturale che da sempre inceppa l’azione antimafia: quello di percepire la mafia come un problema esclusivamente di ordine pubblico, cogliendone la pericolosità soltanto quando mette in atto strategie sanguinarie; quello di trascurare i rischi della convivenza con la mafia quando essa adotta strategie «attendiste», dimenticando la sua lunga storia di violenze e quella straordinaria capacità di condizionamento che ha fatto di un’associazione criminale un vero e proprio sistema di potere criminale, oggi sempre più potere economico.</p>
<p>Tutto ciò presuppone decisi interventi soprattutto sul piano della politica, azioni positive e convincenti (sia rispetto all’illegalità in generale sia rispetto al crimine organizzato in particolare). Azioni condotte con energia e solerzia, mentre la storia della mafia registra, oltre a vere e proprie complicità, il prevalere – salvo alcune fasi &#8211; di un atteggiamento di sostanziale lassismo (che Gaetano Mosca chiamava «fiaccona»), capace di contribuire non poco al rafforzarsi del potere mafioso.</p>
<p>La “fiaccona” e le complicità sono da sempre i migliori alleati della mafia. Questo in definitiva dimostra il libro di Tranfaglia. E se la “fiaccona” e le complicità persistono, la mafia – appunto &#8211; vince.</p>
<p><em>Questo testo rappresenta la prefazione all&#8217;omonimo libro di Nicola Tranfaglia ed è stato tratto dal portale Articolo 21.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/25/perche-la-mafia-ha-vinto/">Perché la mafia ha vinto</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tortura di Stato</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 15:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di &#8220;sospensione dei diritti umani&#8221;, ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell&#8217;amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere &#8220;buono&#8221; diceva ai &#8220;prigionieri&#8221; di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell&#8217;acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.<br />
<span id="more-5520"></span><br />
Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato &#8211; contro i 45 imputati &#8211; che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 &#8220;fermati&#8221; e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.</p>
<p>Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista&#8230;). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che &#8220;soltanto un criterio prudenziale&#8221; impedisce di parlare di tortura. Certo, &#8220;alla tortura si è andato molto vicini&#8221;, ma l&#8217;accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.</p>
<p>Il reato di tortura in Italia non c&#8217;è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo &#8211; né avvertito il dovere in venti anni &#8211; di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell&#8217;Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d&#8217;uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l&#8217;abuso di ufficio, l&#8217;abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell&#8217;indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).</p>
<p>Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa &#8220;degli altri&#8221;, di quelli che pensiamo essere &#8220;peggio di noi&#8221;. Quel &#8220;buco&#8221; ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che &#8211; per tre giorni &#8211; ci è già appartenuta.</p>
<p>Nella prima Magna Carta &#8211; 1225 &#8211; c&#8217;era scritto: &#8220;Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese&#8221;. Nella nostra Costituzione, 1947, all&#8217;articolo 13 si legge: &#8220;La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà&#8221;</p>
<p>La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un&#8217;accorta gestione, si sono voluti cancellare i &#8220;luoghi della vergogna&#8221;, modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l&#8217;idea di farne un &#8220;Centro della Memoria&#8221; a ricordo delle vittime dei soprusi. C&#8217;è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i &#8220;carcerieri&#8221; accompagnavano l&#8217;arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come &#8220;Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!&#8221;, cori di &#8220;Benvenuti ad Auschwitz&#8221;.</p>
<p>Dov&#8217;era il famigerato &#8220;ufficio matricole&#8221; c&#8217;è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come &#8220;Morte agli ebrei!&#8221;, ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.</p>
<p>Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l&#8217;ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l&#8217;ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).</p>
<p>A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: &#8220;Allora, non li vuoi vedere tanto presto&#8230;&#8221;. A un&#8217;altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l&#8217;avvocato. Minacciano di &#8220;tagliarle la gola&#8221;. M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: &#8220;Vengo a trovarti, sai&#8221;. Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti &#8211; gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra &#8211; e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni &#8220;per accertare la presenza di oggetti nelle cavità&#8221;.</p>
<p>Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i &#8220;prigionieri&#8221; di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono &#8211; 55 &#8220;fermati&#8221;, 252 &#8220;arrestati&#8221; &#8211; sono approssimativi. Meno imprecisi i &#8220;tempi di permanenza nella struttura&#8221;. Dodici ore in media per chi ha avuto la &#8220;fortuna&#8221; di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia &#8220;media&#8221; &#8211; prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera &#8211; è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all&#8217;ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.</p>
<p>È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le &#8220;posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa&#8221;. La &#8220;posizione del cigno&#8221; &#8211; in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro &#8211; è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell&#8217;attesa di poter entrare &#8220;alla matricola&#8221;. Superati gli scalini dell&#8217;atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della &#8220;posizione&#8221; peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;, in punta di piedi.</p>
<p>Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato &#8220;entro stasera vi scoperemo tutte&#8221;; agli uomini, &#8220;sei un gay o un comunista?&#8221; Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: &#8220;viva il duce&#8221;, &#8220;viva la polizia penitenziaria&#8221;. C&#8217;è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un &#8220;trauma testicolare&#8221;. C&#8217;è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.</p>
<p>D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano &#8220;di rompergli anche l&#8217;altro piede&#8221;. Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. &#8220;Comunista di merda&#8221;. C&#8217;è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di &#8220;non picchiarlo sulla gamba buona&#8221;. I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.</p>
<p>Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: &#8220;Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?&#8221;. S. D. lo percuotono &#8220;con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi&#8221;. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: &#8220;Troia, devi fare pompini a tutti&#8221;, &#8220;Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte&#8221;. S. P. viene condotto in un&#8217;altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e &#8220;a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania&#8221;. J. S., lo ustionano con un accendino.</p>
<p>Ogni trasferimento ha la sua &#8220;posizione vessatoria di transito&#8221;, con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C&#8217;è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.</p>
<p>In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l&#8217;altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: &#8220;I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone&#8221;. Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.</p>
<p>B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: &#8220;E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci&#8221;. Poi un&#8217;agente donna gli si avvicina e gli dice: &#8220;È carino però, me lo farei&#8221;. Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell&#8217;unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all&#8217;accompagnatore. Che sono spesso più d&#8217;uno e ne approfittano per &#8220;divertirsi&#8221; un po&#8217;.</p>
<p>Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, &#8220;arrangiandosi così&#8221;. A. K. ha una mascella rotta. L&#8217;accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto &#8220;se è incinta&#8221;. Nel bagno, la insultano (&#8220;troia&#8221;, &#8220;puttana&#8221;), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: &#8220;Che bel culo che hai&#8221;, &#8220;Ti piace il manganello&#8221;.</p>
<p>Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché &#8220;puzzano&#8221; dinanzi a medici che non muovono un&#8217;obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato &#8220;strattonato e spinto&#8221;.</p>
<p>Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con &#8220;questo è pronto per la gabbia&#8221;. Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di &#8220;trofei&#8221; con gli oggetti strappati ai &#8220;prigionieri&#8221;: monili, anelli, orecchini, &#8220;indumenti particolari&#8221;. È il medico che deve curare L. K.</p>
<p>A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un&#8217;iniezione. Chiede: &#8220;Che cos&#8217;è?&#8221;. Il medico risponde: &#8220;Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!&#8221;. G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All&#8217;arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c&#8217;è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due &#8220;fino all&#8217;osso&#8221;. G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede &#8220;qualcosa&#8221;. Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.</p>
<p>Per i pubblici ministeri, &#8220;i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria&#8221;.</p>
<p>Non c&#8217;è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell&#8217;estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un&#8217;osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che &#8211; ha ragione Marco Revelli a stupirsene &#8211; l&#8217;indifferenza dell&#8217;opinione pubblica, l&#8217;apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.</p>
<p>Possono davvero dimenticare &#8211; le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato &#8211; che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la &#8220;dimensione dell&#8217;umano&#8221; di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre &#8220;con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l&#8217;etica, con l&#8217;identica allergia alla coerenza&#8221;?</p>
<p><em>(17 marzo 2008)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
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		<title>Un mutamento di clima &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 05:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p><strong>Cellule staminali</strong></p>
<p>Lo studio delle cellule staminali rappresenta, oggi, uno degli aspetti più importanti della ricerca scientifica finalizzata alla cura di determinate malattie (in particolare alcune malattie “degenerative”, come il Morbo di Parkinson e l’Alzheimer – caratterizzate dalla distruzione progressiva di vaste aree di tessuto cerebrale -, ma anche di malattie mortali, come l’ictus, il diabete, le malattie cardiache e le paralisi).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/11/un-mutamento-di-clima-2/">Un mutamento di clima &#8211; 2</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p><strong>Cellule staminali</strong></p>
<p>Lo studio delle cellule staminali rappresenta, oggi, uno degli aspetti più importanti della ricerca scientifica finalizzata alla cura di determinate malattie (in particolare alcune malattie “degenerative”, come il Morbo di Parkinson e l’Alzheimer – caratterizzate dalla distruzione progressiva di vaste aree di tessuto cerebrale -, ma anche di malattie mortali, come l’ictus, il diabete, le malattie cardiache e le paralisi). La ricerca su questo speciale tipo di cellule, associata alla tecnica della clonazione, sta facendo eccezionali progressi non solo per le importantissime prospettive terapeutiche, ma anche per la comprensione dei meccanismi per ottenere tessuti da utilizzare nei trapianti e per lo studio dei tumori. In un futuro prossimo, questa ricerca, se non ostacolata (come di fatto accade in molti Stati, tra cui l’Italia, dov’è consentita solo su cellule staminali somatiche), potrà rivoluzionare il modo di curare tante malattie che, allo stato attuale, sono di fatto incurabili e gravemente invalidanti.<span id="more-5449"></span></p>
<p>Gli atteggiamenti verso l’uso di cellule staminali ai fini della ricerca scientifica o di cure mediche variano da un paese all’altro, in particolare nei confronti dell’uso di cellule staminali provenienti da embrioni umani. L’uso di embrioni umani per qualsiasi fine che non sia quello della riproduzione rimane oggi una questione molto controversa: per alcuni l’uso di un embrione umano per sviluppare nuove terapie è inaccettabile (Italia), per altri lo è solo nei primi stadi dello sviluppo embrionale e solo nel caso di gravi malattie (Gran Bretagna). Lo stesso discorso è valido per l’uso delle tecniche di clonazione. Secondo la vigente legislazione, in Italia sono vietate sia la manipolazione sia la clonazione “terapeutica” degli embrioni umani (procedure entrambe consentite nel Regno Unito anche se con limiti di legge rigorosi: le cellule embrionali possono essere utilizzate solo entro 14 giorni dalla fecondazione), mentre la clonazione umana a scopo “riproduttivo” (la formazione con metodiche artificiali di un embrione umano con caratteristiche genetiche eguali a un altro individuo successivamente impiantato nell’utero di una donna) sono vietate in Italia come nel Regno Unito e come ovunque. Le diversità culturali e storiche delle nazioni europee hanno prodotto legislazioni diverse da paese a paese, impedendo la creazione di una legislazione comune europea. Allo stato attuale, ciò che risulta legale in un paese non lo è in un altro.</p>
<p>Nonostante gli sforzi di tanti ricercatori di trovare altre fonti di cellule staminali, ad esempio dal midollo osseo degli adulti o dal cordone ombelicale, le cellule staminali embrionali sono al momento la prospettiva più immediata per ottenere nuove cure. Per questi motivi vorrei tentare di chiarire alcuni degli aspetti tecnici, sia in tema di cellule staminali che di clonazione.</p>
<p>Le cellule staminali sono i precursori di tutte le altre cellule che compongono i nostri organi. Un embrione è costituito esclusivamente di cellule staminali, mentre un individuo adulto ne possiede solo una piccola quota “di riserva”, necessaria a sostituire le cellule dei tessuti danneggiate o usurate. Questa, però, è una suddivisione grossolana: in realtà queste cellule sono molto diverse tra loro per funzione e grado di differenziazione. Nell’embrione ai primi stadi di vita le staminali, per l’appunto “embrionali”, sono “totipotenti”, <em>capaci cioè di formare qualunque tipo possibile di cellula dell’adulto</em>. Nell’adulto, invece, le cellule staminali possono dare origine o a pochi tipi di cellule o a un solo tipo cellulare (staminali “multipotenti” del midollo osseo da cui originano un altro tipo di staminali “unipotenti”, da cui originano ad esempio i globuli rossi). In sostanza le staminali “embrionali” hanno la potenzialità di trasformarsi in qualunque tipo cellulare dell’adulto e, per tale motivo, dal loro studio in laboratorio si potranno ottenere tessuti per il trapianto. In questo senso grandi progressi si sono avuti nello studio della cura del Morbo di Parkinson, malattia degenerativa del tessuto nervoso con perdita “selettiva” di un determinato tipo di neuroni (i neuroni che producono dopamina, e che permettono il controllo dei movimenti proprio rilasciando la dopamina), che si manifesta con tremori e perdita delle capacità dei movimenti fino alla paralisi. Gli studi sull’utilizzo delle staminali embrionali per la cura di questa malattia (relativamente diffusa oltre i 70 anni, ma che colpisce anche dai 40 anni) sono iniziati in modo sistematico dopo il 2002. Attualmente sono in corso sperimentazioni sugli animali in Inghilterra e in Spagna con ottimi risultati. Uno studio recente del Dipartimento di Neurochirurgia di Kyoto ha dimostrato che è possibile migliorare i sintomi del Parkinson nei primati (scimmie) trapiantando cellule staminali embrionali. A questo studio ne sono seguiti altri, ciascuno con miglioramenti tecnici rispetto ai precedenti. (In sintesi, le cellule staminali prelevate dall’embrione vengono messe in coltura, dove si applicano determinate sostanze stimolanti che favoriscono la loro trasformazione in cellule neuronali in grande numero. Le cellule così ottenute vengono trapiantate in sedi specifiche del cervello).</p>
<p>Oggi, in tutta l’Unione Europea, ci sono almeno 100.000 embrioni “di riserva” conservati nei congelatori, e, in gran parte, inutilizzati a causa delle normative di legge che in molti paesi ne vieta l’uso per scopi di ricerca. Questi embrioni vengono creati di routine nella cura della sterilità (Fivet). Durante un solo ciclo di trattamento di Fivet, sono fecondati simultaneamente vari ovuli, dei quali solo alcuni saranno reimpiantati nella madre, mentre gli ovuli non utilizzati vengono congelati e conservati nel caso in cui il tentativo di fecondazione non riuscisse. Se la Fivet ha successo la coppia può decidere di donare gli embrioni non utilizzati a scopo di ricerca, ammesso che la legge lo consenta. Negli ultimi venti anni, i congelatori delle cliniche si sono riempiti di embrioni congelati, il cui destino rimane incerto. Una seconda fonte possibile di staminali è poi la creazione di embrioni unicamente a fini di ricerca, visto che esistono già milioni di spermatozoi e migliaia di ovuli non fecondati congelati nelle cliniche di fertilità di tutta Europa. Ma questa possibilità è ancora più contestata della precedente: la creazione di un embrione a scopo di ricerca è considerata inammissibile ed eticamente scorretta da molte persone e da alcuni governi. In ogni caso, se quegli spermatozoi congelati fossero utilizzati per fecondare gli ovuli allo stesso modo conservati, sarebbe disponibile un numero ancora più elevato di embrioni per studiare e curare molte malattie.</p>
<p>Esiste infine un altro modo di ottenere embrioni umani, basato sull’uso della clonazione (<em>clonare</em> significa produrre una copia geneticamente identica di un individuo). Ora, mi sembra importante chiarire il significato di questa tecnica e le sue possibilità di uso nella ricerca scientifica. La stampa ha parlato molto della clonazione umana con la quale sarebbe possibile ottenere un individuo geneticamente identico a un altro partendo da una cellula epidermica (la cellula epidermica viene inserita nell’ovulo di una donna da cui viene estratto il DNA, con una scintilla elettrica l’ovulo comincia a dividersi e forma l’embrione, geneticamente identico alla cellula epidermica di origine). In realtà, i ricercatori non sono interessati a realizzare cloni umani, ma a produrre cellule umane clonate che possano essere utili nella cura di alcune malattie. Ad esempio nel caso di una malattia che distrugge le cellule del cervello, a partire dal Dna di una cellula epidermica dell’individuo malato si produce un embrione clonato e da questo embrione vengono prelevate le cellule staminali, trasformandole nelle cellule cerebrali che stanno morendo e che verrebbero trapiantate nel cervello. L’embrione così clonato è in pratica una copia genetica di una persona viva e consenziente, in questo caso malata, che potrebbe liberamente decidere se utilizzare il suo DNA in prospettiva di una guarigione. Tra l’altro, utilizzare un embrione clonato, che contiene solo il DNA del paziente, ha il vantaggio di ridurre il rischio del rigetto delle cellule staminali trapiantate. A questo punto è lecita una domanda: abbiamo il diritto di decidere che cosa fare del nostro DNA? No, se viviamo in Italia, sì, se viviamo in Gran Bretagna, dove la clonazione terapeutica per produrre cellule staminali è consentita anche se con molte limitazioni (entro i 14 giorni dalla fecondazione, solo per malattie gravi e, naturalmente, non a scopo riproduttivo).</p>
<p>A favore dello sviluppo della “clonazione terapeutica”, finalizzata ad ottenere cellule staminali per la cura di alcune malattie, c’è anche il dato negativo dei risultati ottenuti nella clonazione a scopo “riproduttivo”. La maggior parte delle ricerche pubblicate dimostra che nella clonazione di mammiferi il risultato è quasi sempre il fallimento. Il caso della pecora Dolly, clonata nel 1996 e morta nel 2003 a causa di una grave malattia polmonare, è paradigmatico. Dolly fu ottenuta solo dopo 277 tentativi falliti (aborti). Questo, oltre alle normative di legge e ai controlli del caso, metterebbe naturalmente al riparo dai rischi connessi ad un abuso di questa tecnica.</p>
<p>Oggi molti ricercatori sperano che le cellule staminali embrionali possano permettere la cura di gravi malattie, anche se questo tipo di ricerca è fortemente osteggiata. Mentre per alcuni un embrione di 14 giorni di vita è solo un ammasso di cellule privo di qualsiasi caratteristica umana, per altri l’embrione è un essere umano a tutti gli effetti. Per tale motivo il diritto di un embrione di 14 giorni di vita diviene più importante di quello di un adulto o bambino gravemente malato. Per lo stesso motivo le migliaia di embrioni congelati nei freezer di tutta Europa rimangono inutilizzati. Chi ha maggiori diritti, la persona adulta che sta morendo o l’embrione congelato di pochi giorni?</p>
<p>A questo proposito Benedetto XVI, il 31 gennaio 2008, così s’interroga: &#8220;Quando esseri umani, nello stato più debole e più indifeso della loro esistenza, sono selezionati, abbandonati, uccisi o utilizzati quale puro ‘materiale biologico’, come negare che essi siano trattati non più come un ‘qualcuno’, ma come un ‘qualcosa’, mettendo così in questione il concetto stesso di dignità dell&#8217;uomo?&#8221;. E sulla ricerca sulle cellule staminali embrionali aggiunge: &#8220;mostrano chiaramente come, con la fecondazione artificiale extra-corporea, sia stata infranta la barriera posta a tutela della dignità umana&#8221;. &#8220;Certamente &#8211; spiega il Papa &#8211; la Chiesa apprezza e incoraggia il progresso delle scienze biomediche che aprono prospettive terapeutiche finora sconosciute, mediante, ad esempio, l&#8217;uso delle cellule staminali somatiche oppure mediante le terapie volte alla restituzione della fertilità o alla cura delle malattie genetiche&#8221;. Nel contempo però &#8220;essa sente il dovere di illuminare le coscienze di tutti, affinché il progresso scientifico sia veramente rispettoso di ogni essere umano, a cui va riconosciuta la dignità di persona, essendo creato ad immagine di Dio&#8221;. In proposito il Papa ricorda che il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione <em>Dignitatis Humanae</em>, ribadisce che i fedeli &#8220;nella formazione della loro coscienza devono considerare diligentemente la dottrina sacra e certa della Chiesa&#8221;. Infatti, conclude, &#8220;la Chiesa cattolica è maestra di verità, e il suo compito è di annunziare e di insegnare in modo autentico la verità che è Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare con la sua autorità i principi dell&#8217;ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana&#8221;.</p>
<p>Le verità della fede, per loro natura, contengono un elemento di coercizione e per questo motivo sono in contrasto con le opinioni riguardanti la vita politica di uno Stato. Il pensiero politico è per sua natura multiforme e mutevole. (Io mi formo un’opinione considerando una questione da diversi punti di vista e possibilmente rendendo presenti alla mia mente anche le opinioni di coloro che hanno un’opinione diversa dalla mia. Quante più posizioni altrui riesco a tenere presenti tanto maggiore sarà la mia capacità di pensiero “collettivo” e tanto più valide saranno le mie conclusioni finali, cioè la mia opinione. È proprio questa forma di “mentalità ampliata” che rende gli uomini atti a giudicare.) Nessuna opinione relativa alla politica è di per sé evidente. Per le opinioni politiche, e non invece per le verità religiose, il pensiero può valutare qualunque tipo di vedute antagoniste. Nel mondo in cui viviamo, le ultime tracce dell’antagonismo tra verità religiose e “opinioni pubbliche” sembravano apparentemente scomparse. La verità della religione rivelata sembrava non dover più interferire negli affari del mondo. E la separazione tra Chiesa e Stato sembrava essere sancita una volta per tutte. Pensando nei termini delle moderne democrazie, ci si poteva sentire in diritto di concludere che l’antico conflitto fosse stato finalmente regolato e soprattutto che la sua causa originaria, lo scontro tra verità dogmatica e opinione, fosse scomparsa dalla scena politica. Purtroppo, tuttavia, non è così, perché lo scontro tra ragione di Stato e ragione di fede di cui siamo oggi testimoni su così larga scala presenta aspetti molto simili a quelli di epoche che pensavamo definitivamente passate.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/11/un-mutamento-di-clima-2/">Un mutamento di clima &#8211; 2</a></p>
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		<title>Un mutamento di clima &#8211; 1</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 05:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p><em>Come medico, ho sentito la necessità di dare un piccolo contributo al dibattito sui temi di bioetica, nel tentativo di chiarirne alcuni degli aspetti tecnici, oltre che sociali e umani. Questo scritto, a causa della complessità delle tematiche affrontate, non pretende né di esaurirne gli aspetti scientifici né di dare risposte univoche o risolutrici.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/06/un-mutamento-di-clima-1/">Un mutamento di clima &#8211; 1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p><small><em>Come medico, ho sentito la necessità di dare un piccolo contributo al dibattito sui temi di bioetica, nel tentativo di chiarirne alcuni degli aspetti tecnici, oltre che sociali e umani. Questo scritto, a causa della complessità delle tematiche affrontate, non pretende né di esaurirne gli aspetti scientifici né di dare risposte univoche o risolutrici. TdN</em></small></p>
<p><small><em>“Solo il fanatismo, che come sempre nasce da un’intenzione apparentemente buona, può far credere che i medici di Napoli non siano persone perbene ma stregoni sadici, allegri assassini di nascituri. Il signor giudice, mandando la polizia in sala operatoria, ha trasformato un luogo di lenimento della sofferenza in un quadro di Bosch. E alla fine invece di mostrare il presunto orrore della professione medica, ha mostrato tutta l’asfissia di un’altra professione, della sua professione.”</em> Francesco Merlo, “La crudeltà dell’ideologia”, <em>la Repubblica</em>, 13 febbraio 2008.</small></p>
<p>Riconsiderando alcune delle recenti vicende politiche del nostro paese, a cominciare dall’abbandono del dibattito parlamentare sulla normativa che avrebbe dovuto regolare le unioni di fatto, il rifiuto delle cure, la procreazione assistita fino alla recente messa in discussione della legge che regola l’aborto volontario e terapeutico, è evidente che l’ingerenza pressoché quotidiana delle gerarchie ecclesiastiche nella vita politica dello Stato risulta essere più efficace del dibattito politico stesso. Ciò che è in gioco, oggi, è la sopravvivenza del confronto democratico intorno a quei temi cosiddetti “eticamente sensibili”, a cui si contrappongono alcune “idee” sempre più radicate come “articoli di fede”. <span id="more-5448"></span>I continui precetti enunciati dalle gerarchie vaticane &#8211; capaci tra l’altro di escludere qualunque forma di dibattito anche interno allo stesso mondo cattolico &#8211; tendono a totalizzare i poteri modificando il clima politico e sociale e il flusso di opinioni “contrastanti”. Ma soprattutto modificano i rapporti tra Stato e Chiesa, determinando un clima di vera e propria aggressione sociale, capace di culminare in episodi di “violenza di Stato” come quello di Napoli.</p>
<p>Probabilmente in nessun’altra epoca si sono manifestate opinioni tanto diverse su questioni cruciali riguardanti la vita umana, questioni emerse tra l’altro grazie all’evolversi del progresso scientifico e degli strumenti che la scienza ha messo a nostra disposizione per affrontarli. Il dibattito che ne è scaturito è il frutto del libero confronto di opinioni contrastanti, tipico di una moderna democrazia. A parte qualunque tipo di considerazione, personale e non, sul contenuto delle “moratorie per la vita” messe in atto da una certa politica, il clima diffuso di consenso sociale, politico, istituzionale e religioso che ruota intorno ai temi di bioetica, marginalizza, fino ad abolirli, i diritti e le libertà individuali. Qui non mi occuperò di questo. I fatti che ho in mente sono diffusamente conosciuti, eppure c’è oggi in Italia chi, spesso con successo, tenta di proibirne la discussione e pretende di trattarli come se fossero ciò che non sono, vale a dire “verità rivelate”. E dal momento che tali “verità” concernono problemi di immediata rilevanza umana e sociale, è in gioco molto di più che la tensione fra due modi diversi di vedere una realtà comune. È questa stessa realtà a essere messa in gioco, e ciò costituisce un problema politico di prim’ordine per il nostro paese, che ne condiziona il mutamento di clima.</p>
<p><strong>Testamento biologico</strong></p>
<p>Oggi, in Italia, le proposte sul testamento biologico attendono di essere unificate e discusse in Commissione Sanità. Un’inerzia che a molti appare intollerabile. Tra l’altro, l’elevato numero di proposte presentate conferma la scarsa conoscenza della materia da parte della classe politica, ma, per alcuni, questa potrebbe essere una scelta per rendere impossibile l’elaborazione di un testo da portare in Parlamento: una sorta di preostruzionismo. Lo scenario fino a oggi è quello del paziente terminale lasciato solo con il suo medico, in balìa degli eventi. Com’è possibile che un momento tanto drammatico come quello della fine della vita venga scaricato sulle spalle del medico? Nel nostro paese il dibattito sui temi di bioetica è stato a lungo dimenticato, e questo per svariati motivi. Prima di tutto per la resistenza degli ambienti confessionali, ma anche per un ritardo e disinteresse sia di molti medici che di una parte consistente della classe politica, non disgiunto dall’incapacità di capire l’impatto che l’avanzamento della medicina ha e può avere nella società e nella cultura contemporanee. Oggi, dopo il clamore sollevato dal caso Welby, la problematica è esplosa, ma non è stato favorito un dibattito serio – per il quale sono necessarie informazioni “tecniche” specifiche – per affrontare tematiche tanto delicate. In questo scenario è facile confondere le idee all’“opinione pubblica”, mandando in stallo ogni tentativo di soluzione giuridica. E anche su questo il caso Welby è paradigmatico.</p>
<p>Prima di tutto, entrando nel merito del problema, è necessario chiarire la differenza tra “desistenza terapeutica” ed “eutanasia”, differenza grandissima e misconosciuta, anche fra gli stessi medici. La desistenza – vale a dire la limitazione, o la pianificazione, o l’interruzione, così come il non inizio, di una terapia destinata a un malato terminale &#8211; è praticata da tutti, medici e pazienti. Ma non ha nulla a che fare con l’eutanasia. L’eutanasia è una scelta “attiva”, diretta a somministrare una sostanza farmacologica ad un paziente con il fine di provocarne, intenzionalmente ed istantaneamente, la morte attraverso l’interruzione dell’attività cardiaca e/o respiratoria. (Senza dubbio l’eutanasia è una scelta difficilissima non solo per il paziente e per la sua famiglia, ma anche per il medico, e probabilmente solo una fermissima convinzione sul diritto di autodeterminazione della persona, può convincere un medico &#8211; che di consueto “protegge la vita” &#8211; a praticarla.)</p>
<p>Il testamento biologico è un documento scritto per garantire il rispetto della propria volontà in materia di trattamento medico anche quando non si è in grado di comunicarla. Nel testo proposto da alcune associazioni &#8211; <a href="http://www.exit-italia.it/">Exit Italia</a>, <a href="http://www.liberauscita.it/online/">Libera Uscita</a> e <a href="http://www.fondazioneveronesi.it/">Fondazione Veronesi </a>- si afferma: “<em>il mio diritto, in caso di malattia, di scegliere tra le diverse possibilità di cura disponibili e al caso anche di rifiutarle tutte, nel rispetto dei miei principi&#8230; anche nell&#8217;ipotesi in cui in futuro mi accada di perdere la capacità di decidere o di comunicare le mie decisioni ai miei medici curanti sulle scelte da fare riguardo ad una malattia.”</em> E ancora: <em>“Premesso il valore della vita e la dignità della Persona, considero prive di valore e lesive della mia dignità di persona tutte le situazioni in cui non fossi capace di un&#8217;esistenza razionale e/o fossi impossibilitato da una malattia irreversibile a condurre una vita di relazioni; e quindi considero non dignitose tutte le situazioni in cui le cure mediche non avessero altro scopo che quello di un mero prolungamento della vita vegetativa. Perciò, dato che in tali circostanze la vita sarebbe per me molto peggiore della morte, voglio che tutti i trattamenti destinati a protrarla siano sospesi o cessati. Considero egualmente non accettabili, in quanto anch&#8217;esse peggiori della morte e in contrasto con il mio concetto di valore della vita e dignità della persona umana, situazioni in cui malattie senza prospettive di guarigione siano inutilmente prolungate attraverso cure e metodi artificiali.” </em>Di seguito vengono indicate le disposizioni generali per attuarlo, nelle quali si rifiutano quei <em>&#8220;provvedimenti di sostegno vitale”</em> (ad esempio la rianimazione cardiopolmonare, la ventilazione assistita, l’alimentazione artificiale, etc.) “<em>qualora il loro risultato fosse, a giudizio di due medici, dei quali uno specialista: il prolungamento del mio morire, il mantenimento di uno stato d&#8217;incoscienza permanente, il mantenimento di uno stato di demenza, la totale paralisi con incapacità a comunicare.”</em> Infine, tra le disposizioni particolari del testamento: “<em>Nella prospettiva, inoltre, di un&#8217;auspicata depenalizzazione, anche nel nostro paese, dell&#8217;eutanasia, nel caso in cui anche la sospensione di ogni trattamento terapeutico non determini la morte, chiedo che mi sia praticato il trattamento eutanasico, nel modo che sarà ritenuto più opportuno per la conclusione serena della mia esistenza.”</em></p>
<p>L’obiezione più spesso sostenuta contro una legge sul testamento biologico è che potrebbe ledere il diritto alla vita, visto che introduce il diritto alla morte. Tale obiezione viene spesso sostenuta da chi confonde i propri princìpi di natura etico-religiosa, peraltro rispettabilissimi, con il diritto giuridico. Una legge sul testamento biologico permette semplicemente l’estensione del diritto costituzionale al rifiuto dei trattamenti sanitari anche quando viene meno la capacità d’intendere e di volere. Rimane però un diritto che spetta alla singola persona e, considerando che un diritto non è un dovere, chi non desidera esercitarlo non è certo costretto a farlo. Ma, allo stesso tempo, il mio legittimo diritto a rifiutare l’esercizio di un mio diritto non può tramutarsi nella negazione del diritto di altri di esercitarlo per sé stessi. In base a questo principio, apparentemente complicato, ma in realtà molto semplice, sono state emesse le sentenze sui casi Englaro e Riccio-Welby. (La sentenza che dichiara il “non luogo a procedere” nei confronti del medico Mario Riccio &#8211; che sedò Piergiorgio Welby per poi staccare la spina del respiratore meccanico che lo teneva artificialmente in vita e per questo motivo venne indagato per “omicidio consenziente” &#8211; riconosce il diritto del malato, grazie agli articoli 13 e 32, secondo comma, della Costituzione, di rifiutare le terapie o la prosecuzione di terapie non più volute anche quando questa interruzione possa determinare la morte del malato stesso e stabilisce che “il fatto non costituisce reato” per il dottor Riccio ai sensi dell’articolo 51 del codice penale sull’adempimento di un dovere).</p>
<p>Per ciò che riguarda le giustificazioni “etiche” alla base di una legge sul testamento biologico, a differenza del diritto giuridico, il problema rimane aperto. Per alcuni, in particolare per chi fa riferimento a una confessione religiosa (ma non solo), l’individuo non può autodeterminarsi come desidera. O almeno può farlo fino a un certo limite. In bioetica una tale limitazione viene applicata alla riproduzione, alla sessualità, all’inizio o alla fine di vita. Per altri, invece, il concetto di autodeterminazione non può essere limitato in nessun campo, fino a quando, ovviamente, non leda la libertà di altri. E questo principio è valido per il testamento biologico: <em>interrompendo una terapia alla quale sono sottoposto, non impedisco a un’altra persona di proseguirla</em>. L’esistenza di una legge sul testamento biologico permetterebbe a ciascuno di esercitare il proprio diritto, mentre la mancanza di tale legge limita i diritti di una parte di cittadini.</p>
<p>L’orientamento del Vaticano sul testamento biologico è “di cautela fino all’ostilità” – dichiarazione di monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia della Vita – e rifiuta sia l’eutanasia che l’accanimento terapeutico. Sulla legge Sgreccia dichiara: “Noi non possiamo accettare il principio di autodeterminazione. Bisogna ricordare che la vita non è proprietà del singolo, il malato ha la stessa dignità della persona sana e nessuno può sapere, quando sta bene, quale sarà la sua volontà al momento della morte.” Ma anche sul versante politico l’orientamento è quantomeno “prudente”, visto che: “il programma del Partito Democratico non parla di testamento biologico”, come riferisce il 21 febbraio la senatrice Paola Binetti a margine di un convegno sui tumori all’Università Cattolica di Roma, “parla senz&#8217;altro della possibilità di una persona di esprimere il senso delle proprie scelte, come recita l&#8217;art. 32 della Costituzione, parla inoltre del no all&#8217;accanimento terapeutico come recita il codice deontologico dei medici”. La senatrice sottolinea ancora: “Il programma esclude quindi i trattamenti estremi, ma nulla dice sul valore dell&#8217;idratazione e della nutrizione che noi abbiamo sempre considerato trattamenti ordinari e non estremi”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/06/un-mutamento-di-clima-1/">Un mutamento di clima &#8211; 1</a></p>
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		<title>&#8220;eppur si muore&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2008 19:33:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/5462/" rel="attachment wp-att-5462" title="beghelli.jpg"></a><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/">&#8220;eppur si muore&#8221;</a></p>
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di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma sono quasi certo che le istituzioni non hanno presente la mappa del mercato del lavoro in Italia, nemmeno a grandi linee. E quindi non hanno la più pallida idea della mappa del rischio. Cominciamo da un dato: il differenziale di circa 2,4 punti percentuali tra l’incidenza dei morti sul lavoro in Italia rispetto al resto dell’Europa è dovuto al fatto che da noi si muore “in itinere”, cioè mentre ci si sposta per lavoro o per andare o tornare dal luogo di lavoro. Quindi “il luogo” di lavoro di per sé, concepito come luogo fisico, non sarebbe più rischioso in Italia di quanto sia quello di altri Paesi europei. E’ lo spazio della mobilità quello più rischioso. Perché?<br />
<span id="more-5460"></span><br />
La rivoluzione postfordista ha agito in due direzioni: 1) ha man mano “dissolto” il luogo di lavoro come spazio fisico separato mischiandolo sempre più al luogo di vita privata e lo ha dilatato nello spazio (despazializzazione del rischio), 2) ha – come in nessun altro Paese d’Europa – affidato la gestione del rischio a un’entità particolarissima, quella che forma la caratteristica più tipica dell’Italia, cioè la microimpresa. E quando intendo microimpresa intendo un’entità talmente piccola che stento a riconoscere in quella le caratteristiche istituzionali di un’impresa – cioè di qualcosa che ha bisogno almeno di tre ruoli sociali, il capitale, il manager e l’operaio. Io vorrei prendere per mano il Ministro Damiano, il dottor Epifani e il dottor Guariniello e metterli di fronte a quella semplice tabella ISTAT che sono solito riprodurre in tutte le mie presentazioni. Da cui risulta che più di 6 milioni di persone – su un totale di 24 &#8211; lavora in unità impropriamente chiamate “imprese” la cui dimensione media è 2,7 addetti. Ma c’è qualcosa di più recente. Il 29 ottobre 2007 l’ISTAT pubblicava una nuova serie di dati, cito: “Nelle microimprese (meno di 10 addetti), che rappresentano il 94,9 per cento del totale, si concentra il 48,0 per cento degli addetti, il 25,2 per cento dei dipendenti, il 28,3 per cento del fatturato ed il 32,8 per cento del valore aggiunto. In esse il 65,1 per cento dell&#8217;occupazione è costituito da lavoro indipendente”. Perché questa assurda miniaturizzazione dell’impresa in Italia? Per ottenere flessibilità, minori costi del lavoro ma anche per trasferire sui più deboli il rischio. Paradossalmente ha ragione la Confindustria quando protesta contro i decreti d’inasprimento delle sanzioni. Le sue imprese, quelle che hanno firmato gli accordi sindacali, quelle dove vige ancora l’art. 18, il rischio lo hanno esternalizzato da vent’anni, non è roba loro, ma dei loro fornitori, dei subappalti, delle cooperative di lavoro, degli autonomi, in una parola, è roba scaricata sulla microimpresa! Pertanto il rischio ha cambiato sede, si è trasferito sui percorsi della mobilità (morti “in itinere”) e si è annidato nei piccolissimi organismi della microimpresa, là dove padrone e operaio stanno a galla per miracolo e dove il padrone muore assieme all’operaio (vedi Molfetta). Il caso Thyssen è un caso anomalo, non bisogna prenderlo a misura delle cose. Le maggiori sanzioni previste nei decreti non colpiranno mai le piccole, medie, le grandi imprese – colpiranno sempre, state sicuri, quei poveracci che se la cavano in mezzo a mille difficoltà. Ma sono quelli che mandano avanti questo Paese, sono quelli che garantiscono la tenuta occupazionale, sono quelli che per vent’anni si sono assunti sulle spalle la responsabilità del rischio! Senza poter dettare le condizioni del loro lavoro ma subendo i ritmi voluti dai committenti. E sono questi ritmi ad uccidere, malgrado tutte le attrezzature antinfortunio. Che te ne fai dei tuoi fottuti caschi, scarponi, cinture, occhiali, della tua fottuta segnaletica quando devi scaricare da una nave 37 container all’ora e invece di otto ore ne devi lavorare dodici, perché senza gli straordinari non arrivi a fine mese?<br />
Misure legislative, azione repressiva della magistratura, diavoleria dell’antinfortunistica – tutta roba inutile. Bisogna rovesciare i rapporti sociali che hanno creato questa infame e incivile condizione del lavoro oggi in Italia, per cui sui più deboli economicamente si è scaricato non solo tutto il rischio fisico ma anche tutta la responsabilità civile e penale del medesimo. Non è un caso, è la riprova di quanto sto dicendo, che sia a Genova che a Molfetta la colpa degli incidenti è stata attribuita o alle vittime (“non hanno indossato le mascherine”) o ai compagni delle vittime. Malvolere di magistrati? No, il rischio è stato strutturato in modo che la colpa sia sempre delle vittime. Postfordismo all’italiana. Uscire da questa condizione è una strada lunga, lo so, ma questa è la realtà, questo il risultato di aver messo in soffitta per più di vent’anni il problema del lavoro.</p>
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		<title>L&#8217;emozione della politica</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 11:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Giorgio Almirante<br />
Via della Scrofa, 43<br />
Roma</p>
<p>Caro onorevole, sono passati quasi vent’anni da quando lei si dimise dal Tutto. Era estate, me lo ricordo. Un brutto agire, ricordare la morte al morto. Non c’è nulla da ricordare, per lei, onorevole, lo so.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/lemozione-della-politica/">L&#8217;emozione della politica</a></p>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Giorgio Almirante<br />
Via della Scrofa, 43<br />
Roma</p>
<p>Caro onorevole, sono passati quasi vent’anni da quando lei si dimise dal Tutto. Era estate, me lo ricordo. Un brutto agire, ricordare la morte al morto. Non c’è nulla da ricordare, per lei, onorevole, lo so. Ma io le devo scrivere questa lettera, è un obbligo che mi sono dato, dopo un ventennio di silenzio nelle parole e nei pensieri. Ne è passata di acqua sotto i ponti della politica, in questo paese; prima tumultuosa, poi sempre più sudicia e lenta. Molte cose non sono più le stesse. E allora, non essendoci comunque niente da festeggiare, si può, quasi a cuor leggero, commemorare. Un mondo che non c’è più. Figure sparite nel buio di quello che tanti chiamano <em>nulla</em>. </p>
<p><span id="more-4666"></span>Altre figure sono divenute manichini vecchi e impolverati che si muovono in scena come automi. Lei, onorevole, lo chiamava teatro. La politica è un teatro. Montecitorio è un teatro, coi suoi gironi infernali d’un inferno quasi sempre spento, acceso solo quando c’è da far finta di litigare. Lo ricordo bene, con la nettezza delle cose perdute ma che ci hanno affascinato, che sopravvivono nel galleggiamento estremo dei ricordi. Quando Gerardo, il mio amico bevitore accanito, da me chiamato Onorevole Ciccioli per via di quella canzone di Jannacci, <em>Silvano</em> – e adesso, onorevole, lo sa lei che esiste veramente un onorevole Ciccioli? Si chiama Carlo Ciccioli, l’ho trovato su Internet, ed è, guardi un po’, nelle liste di Alleanza Nazionale !-; ecco, quando Gerardo mi regalò la sua <em>Autobiografia di un “fucilatore”</em> (con quelle virgolette ben strette addosso a quella parola infamante) capii che quel libro per la mia vita sarebbe stato importante. La seguivo da anni sa? Mi piacevano le Tribune Politiche soltanto quando vi compariva lei, con l’eleganza innata che la contraddistingueva. Sembrava un militare inglese di vecchio rango, un ex diplomatico. Sapeva parlare come nessuno. E sapeva scudisciare l’avversario, ridurlo in poltiglia con una battuta, con una staffilata dialettica. Non aveva pietà. Soprattutto del povero Pannella, il sopravvissuto digiunatore. Lei quelle ridicole diete non le avrebbe mai fatte. Sicuramente, non le avrebbe giudicate degne di sé.<br />
Sono passati vent’anni e mi ricordo ben poco. Strappi della memoria, spizzichi, bocconi appena accennati, d’assaggio. Se non, nettamente, un servizio del TG, con la bara che esce dalla chiesa portata a spalla da camerati che piangono come vitelli <em>neri</em>. E anch’io, sì che sono lì – mi ricordo davanti al televisore, mio padre incredulo –, incollato al video, piangente a calde lacrime per la sua morte. Inconcepibile, oggi. Non mi riconoscerei di certo, se mi rivedessi in quel ragazzo di allora. E non sarebbe una gran cosa, perché invece, in barba a tutti, mi piacerebbe riconoscermi. Non piansi per Moro, che finì dentro quella Renault 4 rossa, trovato lì, come un cadavere di morto ammazzato qualsiasi, assassinato dalle Brigate della morte d’ogni dignità; ed alcuni di quegli assassini ne sono usciti a testa alta, e con buone <em>chances</em> per il loro futuro. Non piansi nemmeno per Moro. Mentre per lei buttai fuori dagli occhi lacrime di dolore autentico, che vennero via sgorganti come se lei fosse stato un parente stretto, uno di famiglia. Oggi non mi riconoscerei nemmeno in quel ventiseienne dolente, e la cosa mi fa un po’ male. Perché allora un ideale lo avevo. Perché, grazie a lei, onorevole, credevo ancora nella politica. Non tanto nel suo partito, o movimento: quello per me era più o meno un accessorio solido, era il soppalco che teneva in piedi la sua figura per me e per molti altri svettante. Lei rappresentava la voce calda, ferma e rassicurante di una protesta estrema. La voce di chi protesta contro tutti, e protesta ancora più forte, se possibile, contro chi protesta. La voce di chi non sopportava il bailamme urgente – e per me a quel tempo incomprensibile – delle classi operaie spiegate per la città, a tambureggiare la protesta assieme agli studenti di buona famiglia che non piacevano a Pasolini. Io, onorevole, ero tra quelli che non capivano perché in Italia ci si poteva chiamare comunisti senza essere presi a calci. Non lo capivo e non lo digerivo. Ero <em>perdutamente</em> giovane. Un ragazzo tutto sommato fortunato. Scuole regolari, anche se mal frequentate, sempre sul filo del rasoio della bocciatura; e poche amicizie, tutte di estrema destra, come quel Franco, al liceo, che si proclamava nazionalsocialista. <br />
Ora, onorevole, sposto l’asse del discorso direttamente su me stesso, come se mi stessi puntando addosso un teatrale occhio di bue:<em> mi do del tu</em>, per entrare ancora di più in intimità con questa storia, per andare più a fondo, perché l’uomo di oggi possa parlare con più intensità all’adolescente dell’altro ieri del cuore di tutto il discorso.<br />
E dunque <em>tu</em>, ragazzo piccolo e rabbioso, stavi lì a sentire il tuo amico Franco, che scriveva anche lui – tutti scrivevano – e alcuni della tua scuola sono diventati scrittori e critici, te compreso; e insomma, lo sapevi che Hitler era stato quello che era stato, come tutti avevi visto un sacco di documentari in bianco e nero alla televisione; e non fosse bastato quello c’era stato tuo padre, ex soldatino diciassettenne della Wehrmacht, coi suoi tremendi racconti di prima linea, fronte russo 44/45. Ma tu niente, duro e impuro, simpatico e un filo bugiardo, sognatore e sinistro goliarda t’eri dato alla macchia dalla buona ragione e avevi speso parole d’idolatria idiota e ben poco convinta per quel massacratore vigliacco; finché – avevi 14 anni, ragazzo biondo e gracile – avevi vergato con la BIC nero di china punta fine, una di quelle pennette di plastichina gialla che scrivevano così così e con le quali buttavi giù i tuoi primi racconti, una svastica sul muro del soggiorno, e tuo padre ti aveva mollato una sberla che ti aveva lasciato la guancia viola per un’ora, ricordandoti che lui, per colpa di quel segno crociato di morte, ci aveva perso la patria e quasi la vita, nonché la salute fisica e  mentale di ragazzo tedesco prima ricco e poi divenuto povero, profugo e disperato. Era stata un’umiliazione pesante, per te, ragazzo che eri; e forse allora ti convincesti senza volerlo di qualcosa, nella tua testa prese nebulosa forma la reazione che sempre ti ha accompagnato. Tuo padre ti picchiava per una svastica segnata sul muro del soggiorno? E tu lo colpivi d’incontro, maturando dentro di te uno stranissimo riscatto. <br />
Più avanti avevi frequentato un liceo privato, pieno di ragazzi abbienti, nel pieno centro della tua città, protetto dalla guerriglia fratricida fatta da giovani di opposte fazioni che infestava le scuole pubbliche del nostro <em>regno repubblicano</em>; e così avevi continuato la tua vita pigra, annoiata, inutile. Scrivevi, questo sì. Avevi trovato un’insana passione, e vi ci dedicavi i sogni e qualche nebulosa speranza. T’infliggevi dei piccoli <em>tour de force</em> notturni con la tua pennetta gialla in mano, facevi leggere i tuoi racconti e le tue poesie solo a pochi amici, che scrivevano anche loro. Persi tra i deliri di Nietzsche, gli americani del modernismo e Beckett, col suo purgatorio in terra. E poi una notte leggesti <em>Il giovane Holden</em> come tanti ragazzi della tua età, e vedesti un miracolo tra tutte quelle righe, trovasti la vita in un impasto irresistibile di scrittura. Stavi protetto non perché avevi paura dello scontro fisico, ma perché l’ansia di tua madre aveva avuto la meglio su tutto; lei non avrebbe resistito a saperti in balia delle tue emozioni negative, della tua rabbia innata. Tuo padre aveva sentenziato “liceo linguistico”, e così tutti sarebbero stati contenti, perché imparare le lingue era importante per il futuro, per il lavoro, per la famiglia che avresti costruito seguendo proprio il suo virtuoso esempio. Con qualche amico della scuola si parlava di politica, si comprava a volte il <em>Candido</em> – rivista nella quale anni dopo avresti scritto qualche articolo di critica televisiva con lo pseudonimo preso a prestito da un funzionario della RAI che aveva lasciato la collaborazione –; si discuteva con un cinismo annoiato e col sarcasmo tenero e irrecuperabile di chi non ha provato nulla, di chi non ha ancora fatto i conti con niente. Franco, il nazionalsocialista, trovava ovviamente il M.S.I. troppo moderato, tu non eri d’accordo. Ma i vostri discorsi – soprattutto i tuoi, ragazzo che eri – erano in definitiva disimpegnati. La vostra politica era un accessorio estetico. Vi piacevano le divise mortuarie del passato belligerante, vi piacevano i perdenti di lusso o di successo, i suicidi, i pazzi, gli indemoniati. Come possono piacere a dei ragazzini dei personaggi cinematografici, degli eroi del noir, come può piacere Machinegun Kelly, Al Capone, Peter Kuerten il mostro di Duesseldorf. Fondaste, tu, Franco e Paris &#8211; un triestino col pallino della Germania &#8211; una specie di gruppo terroristico di estrema destra che avevate battezzato <em>Oder-Neisse Gruppe</em>, pensando alla Linea Oder-Neisse, fatta dal fiume Oder e dall’affluente Neisse che dopo la guerra ridefinirono le frontiere tra Polonia e Germania. Come dire: riprendiamoci quello che ci è stato tolto. Si progettò l’acquisto di due o tre flobert, e qualche attentato dimostrativo da effettuarsi nelle cabine telefoniche. Le avreste fatte bruciare di notte, e poi avreste mandato ai giornali una lettera nella quale rivendicare l’attentato. Niente spargimenti di sangue, niente vere motivazioni. E nelle cabine telefoniche, invece, ci pisciaste a turno una sera, dopo una sbronza di birra colossale. Eravate dei ragazzini borghesi ai quali non mancava nulla, affetto compreso. Si finì alcune volte a casa di Paris, al pomeriggio, a mangiare panini al burro e salame e a bere la solita birra tedesca – Paulaner di Monaco – facendo il saluto romano a ogni piè sospinto. Goliardia bella e buona. Mi fai quasi tenerezza, ragazzo che eri. La tua vita non era un romanzo, era un cortometraggio in bianco e nero dell’Istituto Luce. Lottavi contro quella noia e quell’apatia terribile che ti prendevano stretto alla gola. Cercavi qualcosa, e non trovavi che birra, partite di calcio violente, politica da teatrino. Entravi in una chiesa la domenica e ne uscivi cambiato: non credevi più, i riti ti parevano insensati, su Dio non avevi più alcuna opinione. Per non rischiare di sbagliare – ché già sbagliavi a metraggio su troppe cose – ti consegnavi all’agnosticismo, e <em>amen</em>. Anni dopo Franco ti portò in via Mancini, a Milano, a parlare con l’allora capo del Fronte della Gioventù; era convinto che avresti fatto bene, e per un po’ anche tu ci avevi creduto, perché cercavi qualcosa da farne, dei tuoi vent’anni, e continuavi a capire poco di tutto, e la politica faceva sempre parte di quel tutto. Andasti a un paio di riunioni di quegli scalmanati, che parlavano per slogan per ore e ore: qualcuno indossava la camicia nera, come in un film di guerra sui gerarchi fascisti, qualcuno era in jeans sotto impataccate tute mimetiche; tutti che blateravano di giustizia e libertà e uguaglianza, così che ti sembrò quasi uno scherzo. I toni erano gli stessi di quelli dell’altra parte, era stessa l’età, la provenienza, tutto, erano stati fatti tutti uguali, come con lo stampino, a sinistra e ora all’estrema destra, lo stavi sentendo con le tue orecchie in quella tua presenza passiva ma attenta, era tutto un vomito di rabbia e confusione. Parlasti col capo e con sua moglie, lui non ti fece una buona impressione, lei la trovasti simpatica. Ma non ti convinsero, anche perché non ti promisero nulla, né insistettero più di tanto, tu non eri nessuno; sorridesti cordiale, sei sempre stato rabbioso ma anche cordiale, dicesti che ci avresti pensato, li ringraziasti con sincerità, ti sentisti addirittura onorato, eri rimasto incredulo per quell’offerta. Ma non dovesti pensarci troppo, la risposta l’avevi già serrata nei tuoi pugni morbidi assieme alla tua cordialità non di facciata, ché di facciata in te non c’era nulla, e dicesti a Franco, già il giorno dopo, che avresti lasciato perdere, che quello era un branco di chiacchieroni e basta così.<br />
E così, onorevole Almirante, torno alla terza persona, riparlo nuovamente a<em> lei</em> &#8211; dopo aver spento quel teatrale occhio di bue su me stesso- con la voce fatta dei segni di questo mio inchiostro ancora vivacissimo d’oggi. Io ero uno dei tanti ragazzini ignoranti di quasi tutto, anch’io sballottato in mezzo ai quei tempi feroci del post contestazione, verso la fine degli anni Settanta, quegli anni segnati dal sentimento dell’assoluto, da un’energia scomposta, vitale e mortale allo stesso tempo.<br />
Leggevo molti romanzi, pochissimo i libri di scuola, ero un furetto timido, picchiavo sodo durante interminabili partite di calcio (un paio di volte m’ero scontrato anche con due avversari in una volta sola, senza badare al fatto, molto più che possibile, che le avrei prese di brutto, come appunto successe). Ed era per me un perverso godimento andare a piedi uniti su avversari che si proclamavano, pensi lei, socialisti. Ma come, nemmeno comunisti, nemmeno di Democrazia Proletaria! Adolescenti socialisti, con tutto quel carico di proterva, calcolata, ben scelta meschinità. Perché l’essere della sinistra estrema era pur sempre una scelta vera e sentita, era comunque una scelta abbracciata nel cuore. Era mettersi da una parte, perseverare sì nell’errore, dare di certo del tu al diavolo, tutto quel che lei vuole; ma comunque si trattava di un passo importante, coraggioso, vero, da uomini. Ma avere neanche vent’anni e proclamarsi ai quattro venti socialisti (preparandosi così a fruttuose carriere nel mondo del lavoro) era cosa  meschina e ridicola. Io e i miei amici volevamo qualcosa di diverso. Era chiaro, almeno per me: quel tambureggiare e quello sventolare di bandiere rosse era a vuoto. Capivo che l’uguaglianza delle classi era una impostura, che l’Unione Sovietica era un inferno. E si sentivano bene, anche da qui e per chi le voleva sentire, le campane a morto dei gulag che dindondavano cupe per tutta Europa. Era tutto successo invano. Una guerra mondiale, col suo carico d’infamia e soprattutto di vittime e di superstiti condannati a una grigia sopravvivenza non era bastata, eravamo tuttora pieni di quell’odio che s’era perpetuato attraverso le generazioni. C’era ancora tra noi, rimasta nella sua crudezza fratricida, la caccia al fascista, perché la caccia al fascista, dai giorni della Liberazione (oggi scrivo questa parola con la maiuscola, allora non l’avrei proprio fatto) non era ancora terminata. L’odio. Attraverso gli anni e le generazioni. Di padre in figlio. Qualsiasi bruttura della vita e della morte, qualsiasi genere di falsità, qualsiasi ingiustizia, era di genere, diciamo così, fascista. Fascista era una parola feticcio, che voleva dire male, sporcizia, infamia. Un fascista era un delinquente politicizzato. <em>Sparare a un fascista non è reato!</em> Così si gridava alle manifestazioni. E allora leggere quel suo libro, nel quale lei raccontava con quella sua penna aguzza d’ingegno gli anni della fine della guerra e della clandestinità, fino a quando riprese l’attività politica in mezzo alla scarsità di mezzi e ai rischi fisici, fu un’esperienza importante. Com’era possibile che lei, fascista che mai aveva rinnegato il fascismo, parlasse tranquillamente di pace, di vita civile, di non belligeranza? Forse ci prendeva tutti in giro? Non l’ho mai creduto. Io credo invece che le sue lotte contro il famigerato pentapartito, quell’accozzaglia pentagonale di partiti politici che governavano l’Italia col metodo mafioso della spartizione delle cariche e dei conseguenti poteri, erano lotte anticipatrici; basta rileggere <em>Autobiografia di un “fucilatore”</em> e vi troviamo cose che soltanto parecchi anni dopo furono dette e ridette da tutti, come prescrizioni naturali, di buon senso, ma che soltanto allora lei aveva avuto il coraggio di dire e ribadire nel vuoto quasi totale di consensi.<br />
E ora, onorevole, le racconto una strana storia: in un caldo pomeriggio di due anni fa, in piena campagna elettorale, camminando per il mio quartiere m’imbattei in un camper pieno di manifesti targati Alleanza Nazionale; e fin qui niente di nuovo. Ma cosa c’era scritto sotto il premiato logo del partito di Fini? “Almirante”, ecco cosa c’era scritto. Sono passati quasi vent’anni dalla sua morte; e ora il vecchio leader defunto del M.S.I. viene a dar man forte al suo delfino dall’aldilà o dal nulla, viene cioè a dare man forte da morto al leader vivo e vegeto di un partito che più democristiano non si può?<br />
Ci penso ancora a quel maledetto camper, e a tutti quei manifesti con la scritta surrealista “Almirante” appiccicati su tutti i fronti. E nel 2005. E mi viene da ridere davvero amaro. E mi viene anche da pensare che, in poco meno di 20 anni, è proprio cambiato tutto, e non si salva proprio nessuno. (Ecco ritornarmi in mente l’onorevole Ciccioli! Su Internet ci sono alcuni suoi interventi alla Camera. Da quanto ho capito è uno che interrompe sempre. Livia Turco proprio non lo regge. Ma sì, meglio lasciar perdere, onorevole, già ho capito, sento che lei non sa, o forse – più probabile – non vuole sapere).<br />
E io sono diventato un elettore della sinistra per disperazione: e forse di sinistra – anche se soltanto nello sgabuzzino elettorale – così è giusto diventare: per disperazione, per rabbia, per mai doma sete di giustizia.<br />
Non mi faccio illusioni nemmeno sulla sinistra, me ne guardo bene; non so più dove posizionarmi politicamente da tanti anni, glielo confesso; e la destra come l’ho sognata io da ragazzo a causa sua non esiste più da almeno, guardi un po’, un ventennio. Anzi, è molto probabile che non sia mai esistita. S’è proprio trattato d’un sogno giovanile, è così; è stata tutta un’illusione, anzi è stata proprio un’allucinazione. E’ però anche vero che quella sua destra targata M.S.I., che di difetti e di zone d’ombra ne aveva più di mille, che era indietro su di un sacco di questioni e “non rinnegava” le sue origini, era un partito che faceva pur sempre opposizione. Faceva ostruzionismo, combatteva a suo modo contro il sistema. Non era davvero poco, ripensandoci oggi. Un sistema, quello di allora, che somigliava tanto a quello attualmente in auge. Forse era un sistema un po’ meno impresentabile dell’attuale. Ed era fatale, per certi giovani idealisti che maledettamente a ragione non credevano nella truffa del comunismo, e che disprezzavano il democattolicume di regime, andare a cercare un ideale rifugio “di protesta” nel M.S.I. Niente nostalgie, per quanto mi riguarda, glielo voglio dire a chiare lettere, confidando in quella chiarezza – perlomeno espositiva – che era il suo marchio di fabbrica e che è stato sempre il mio modo di espormi: tanto meno per quel vecchio motto che lei ripeteva, e che oggi, voglio dirle anche questo, mi suona piuttosto sinistro: “Vivi come se tu dovessi morire subito; pensa come se tu non dovessi morire mai”. Buono per un orgoglio giovanile tutto da costruire, in sostanza. Buono per i merli ignorantotti che eravamo.<br />
Io invece credo nell’esempio di un altro vecchio uomo di destra, in fondo un moderato; uno che soprattutto alla fine della sua lunga vita un buon esempio di ragionevole anticonformismo ce lo ha dato. Parlo di Indro Montanelli: <em>puoi fare qualcosa per te stesso solo in cabina elettorale; e là dentro turati il naso con tutta la forza che hai e vota per l’accozzaglia di lanzichenecchi meno orribile presente sulla piazza della nostra sciagurata politica.</em> Ecco, onorevole. Ho chiuso ricordando un altro grande vecchio di questa nostra Italia che si dibatte tra la gloria, la generosità, l’infamia, la meschinità, un utile spargersi di menzogna, un’inutile sincerità; un grande vecchio italiano passato come lei dall’altra parte del fiume. Dobbiamo voler bene ai nostri vecchi di un bene fermo, dobbiamo tenere in vita con orgoglio ciò che ci hanno lasciato. E ancora di più dobbiamo voler bene a quelli grandi, che un <em>prezioso</em> straccio di esempio ce lo hanno dato con la loro forza, la loro intelligenza, il loro coraggio. Pur negli errori dei fatti e dei caratteri mai facili, e nei difetti spesso imperdonabili. Spero di non averla stancata coi miei ricordi, con le mie rabbie che mi tengono però sempre giovane e vigile nella trincea della vita. Io la ricordo sempre con un strano affetto, che è dovuto a qualcuno che, volente o nolente, ci ha regalato delle emozioni, ci ha fatto sentire vivi. Come un amore lontano. Non è stato un maestro, per me, non posso certo dirlo. Ma per un tratto non breve mi è stato vicino come un personaggio ideale, come una specie di padre politico. Ho abbandonato forse tutti i suoi insegnamenti, ma non ho dimenticato l’emozione forte di un suo comizio, giusto o sbagliato che fosse ciò che lei andava dicendo con evidentissima forza e capacità oratoria eccezionale. Perché é quella, forse, l’unica cosa bella della politica che ci rimane. Il ricordo di un’emozione.</p>
<p><em>(Tratto dall&#8217;antologia &#8220;I nostri ponti hanno un&#8217;anima, voi no &#8211; Lettere ai politici&#8221;, Fazi, 2007.)</em></p>
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