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	<title>Nazione Indiana &#187; Stefano Guglielmin</title>
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 4: Stefano Guglielmin</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2008 05:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Guglielmin]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong>omaggio al <em>meridiano</em></strong></p>
<p><em>Respiro, il che significa direzione e destino</em>. Mi si chiede perché scrivo, ed io rispondo, con Celan: perché respiro. Dico: respiro, e scrivo. Scrivo del verso che si contrae e si dilata, del verso-mantice che dà fiato al mio &#8220;20 gennaio&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/03/variazioni-meridiano-4-stefano-guglielmin/">Variazioni Meridiano &#8211; 4: Stefano Guglielmin</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>omaggio al <em>meridiano</em></strong></p>
<p><em>Respiro, il che significa direzione e destino</em>. Mi si chiede perché scrivo, ed io rispondo, con Celan: perché respiro. Dico: respiro, e scrivo. Scrivo del verso che si contrae e si dilata, del verso-mantice che dà fiato al mio &#8220;20 gennaio&#8221;. Così facendo, il verso lo traduce in canto, muta quel tragico giorno in <em>direzione e destino</em>. E tuttavia nel canto, nel mio canto, direzione <em>è</em> destino. Per me scrivere è andare incontro, andare verso, tornare. <em>Verso</em>, ossia volgere, girarsi, così che andare lungo la direzione sia, anche, tornare nei pressi di dov&#8217;ero già stato. E, da qui, parlare. Fato ha la medesima etimologia; <em>phatos</em>: detto, sentenza, oracolo. E sorte: annodare, legare insieme. Dico: respiro, e annodo la lingua al presente, indicando una direzione, facendo il verso alla direzione. Guardo indietro, come l&#8217;angelo di Klee. Riconosco nelle macerie il mio destino. Inorridisco, in loro vedo intero il mio 20 gennaio, la mia &#8220;soluzione finale&#8221;. Eppure destino è bifronte. Il futuro è già qui, aperto. Direzione è destino nell&#8217;aperto della lingua.<br />
<span id="more-5440"></span></p>
<p><em>Qui, dove tutto volge alla fine</em>. L&#8217;aperto è tutto ciò che volge alla fine. Volge, in verità, custodisce il segreto di direzione e destino, del loro essere siamesi, come ringraziare e pensare, <em>danken</em> e <em>denken</em>. La lingua si volge indietro, si fa verso e, così facendo, versa la fine nel corpo del testo, la tiene nell&#8217;aperto. Tiene nell&#8217;aperto quel tutto che volge alla fine. Null&#8217;altro. Perché scrivo? Per tenere vivo <em>altro</em>, ciò che, non essendo qui, volge all&#8217;inizio. Ed è minuscolo, come il corpo del testo, come il respiro del corpo quando scrive. <em>Null&#8217;altro</em> soffia in <em>tutto ciò che volge alla fine</em>, lo lascia essere. <em>Null&#8217;altro</em> non è meridiano, non consiste, dalla mia soglia, in &#8220;tutto ciò che unisce&#8221;, bensì è ciò che lascia nella disseminazione, null&#8217;altro che questo dissiparsi delle esistenze nell&#8217;aperto del mondo. La poesia che scrivo dissipa l&#8217;aperto nello spazio del testo, lasciandogli tuttavia il tempo dell&#8217;incontro. Giusto il tempo di un respiro.</p>
<p><em>La pausa del respiro – questo sperare e pensare –</em>. Tra l&#8217;inspirazione e l&#8217;espirazione, l&#8217;istante diventa attimo, un passaggio dove quel tutto che volge alla fine mostra il null&#8217;altro da cui viene. Null&#8217;altro spera, null&#8217;altro pensa, mentre tutto volge alla fine. La poesia asseconda questo destino caduco, nella pienezza della luce del pensiero e della grazia. Essa lascia al respiro il canto del proprio 20 gennaio, dandogli in dono speranza e pensiero. Dico: respiro, e già ringrazio il creato di stare tutto nella sua fine. Scrivo per raccontare questo dono, che mi fa essere qui, null&#8217;altro che qui, a cantare le macerie della storia e i passi che verranno, nell&#8217;aperto del pensiero della speranza. Scrivo questo dono, che è racconto degli olocausti ed è parola del signore. Minuscolo perché, al mio signore, l&#8217;increato non appartiene. Signore è questa creatura, sono io-tu, in equilibro su null&#8217;altro.</p>
<p><em>Arte crea lontananza dall&#8217;io</em>. Arte opera per la lontananza dell&#8217;io. Che fa olocausti, come ci racconta Zygmunt Bauman. Io erge steccati, impone scadenze, erige città. Io redige liste di proscrizione, compila elenchi per gli obitori. L&#8217;arte invece crea salvezza, allontanando l&#8217;io; ecco la lista di Schindler, il quale dice, disperato: potevo salvare altri ebrei vendendo la mia auto, perché non l&#8217;ho fatto? Schindler, perdendo se stesso, trova l&#8217;umanità. Allo stesso modo, poesia, la mia poesia, non è tutta mia. Non la controllo pienamente, non ne dispongo come fosse uno strumento. Piuttosto, la verso sul foglio e le vado incontro, ne cerco l&#8217;orma per acquietarmi in essa ed ascoltare la pausa del respiro: speranza e pensiero. Io sceglie l&#8217;ascolto, vuole ciò che deve, in nome di altro: &#8220;Parlare <em>per conto di un Altro</em> – chissà, magari di <em>tutt&#8217;Altro</em>&#8220;, scrive Celan. Vivere poeticamente è assunzione di questa responsabilità: io nella quiete canta la morte di Dio, canta speranza e pensiero, e si libera per la propria fine, scegliendo <em>altro</em>. Scrivo per prepararmi a scegliere, in piena libertà di pensiero, ciò che apre direzione e destino. Se nella <em>mia</em> poesia direzione <em>è</em> destino, la prassi vuole invece solco e memoria, passo e meta. Entrambi separatamente perché poeta è uomo che cammina fra gli uomini. Non dice io, ma noi. E ama la festa. Eppure poeta, in generale, è modello astratto, prigione. Poeta, in verità, si dissemina in <em>questo</em> e <em>quello</em>. E festa talvolta sta chiusa nella teca per troppa luce oppure rinuncia al canto perché il poeta, <em>questo</em> poeta, abita da sempre la mezzanotte dell&#8217;olocausto. Non c&#8217;è luna lì e il mondo dimentica. In questo autunno, Celan scelse l&#8217;aprile della Senna. Il suo viaggio crudele non andrà a capo: giù, nell&#8217;ebbrezza del gorgo, per oltrepassare la notte. Arte crea lontananza dall&#8217;io. Vita offesa, annienta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/03/variazioni-meridiano-4-stefano-guglielmin/">Variazioni Meridiano &#8211; 4: Stefano Guglielmin</a></p>
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