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	<title>Nazione Indiana &#187; stefano liberti</title>
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		<title>Per Yusuf</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 17:26:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong><br />
</strong></p>
<strong>di </strong><strong>Stefano Liberti</strong> e <strong>Andrea Segre</strong>
<p style="font-weight: bold;"> </p>
Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba.
E&#8217; un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante.
E&#8217; il protagonista di <em>A sud di Lampedusa&#8230;</em>, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/20/per-yusuf/">Per Yusuf</a></p>
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</strong></p>
<div id="_mcePaste"><strong>di </strong><strong>Stefano Liberti</strong> e <strong>Andrea Segre</strong></div>
<p style="font-weight: bold;"><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<div>Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; il protagonista di <em>A sud di Lampedusa</em>, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger.</div>
<div id="_mcePaste">Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci.</div>
<div id="_mcePaste">Questa volta la telefonata non era uguale alle altre.</div>
<div id="_mcePaste">Ci ha detto: &#8220;Sono a Zuwarah, sulla costa libica, tra poche ore partirò per Lampedusa. Pregate per me. Ho bisogno delle vostre preghiere e dell&#8217;aiuto di Dio&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">Gli abbiamo detto: &#8220;Non partire, è pericoloso&#8221;. Lui ci ha detto: &#8220;Stare qui è più pericoloso&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">Yusuf partirà. Forse è già partito mentre leggete queste righe. Chissà se mai arriverà o se finirà come molti altri inghiottito dal Mediterraneo.<span id="more-38839"></span></div>
<div id="_mcePaste">E dall&#8217;indifferenza.</div>
<div id="_mcePaste">Non c&#8217;è più spazio per strategie diversive. Dobbiamo essere chiari e definitivi: la vita umana ha per noi europei ancora un valore indipendentemente dall&#8217;origine etnica?</div>
<div id="_mcePaste">Dobbiamo solo rispondere a questa domanda. Se la risposta è sì, c&#8217;è un&#8217;unica cosa da fare: avviare immediatamente tutte le procedure per organizzare corridoi umanitari che aiutino i profughi a fuggire dalla guerra in Libia anche via mare.</div>
<div id="_mcePaste">Se invece non lo facciamo e lasciamo che il loro destino sia la Libia o il rischio mortale del barcone, allora abbiamo risposto no a questa domanda.</div>
<div id="_mcePaste">La tv libica ha informato gli stranieri africani presenti nel territorio nazionale che possono lasciare la Libia come e quando vogliono. Tutti coloro che vogliono fuggire lo possono fare. Come lo fanno?</div>
<div id="_mcePaste">O via terra verso Tunisia ed Egitto.</div>
<div id="_mcePaste">O via mare verso l&#8217;Italia.</div>
<div id="_mcePaste">Partono.</div>
<div id="_mcePaste">Partono comunque.</div>
<div id="_mcePaste">Partono perché il regime che è stato nostro grande amico fino a due mesi fa e che oggi in modo confuso bombardiamo, dopo averli sfruttati, detenuti, isolati, deportati, ora li fa partire.</div>
<div id="_mcePaste">Cosa dobbiamo fare?</div>
<div id="_mcePaste">Fregarcene e farli morire, facendo finta che la nostra strategia politica degli ultimi anni sia stata un grande successo disturbato da un incidente di percorso non previsto? E’ un’opzione, ma allora dobbiamo dirlo chiaramente: la storia della nostra civiltà è cambiata, la vita umana non ha valore in sé. Oppure, se ancora crediamo al valore della vita umana, tentiamo di attivare quella che dalla seconda guerra mondiale a oggi è la naturale conseguenza di un conflitto: aiutare i civili a fuggire, dare un rifugio ai civili, indipendentemente dalla loro razza, dalla loro religione e dalla loro cultura. Azione umanitaria, così si chiama: umanitaria (chiediamo scusa, ma è diventato necessario spiegarlo).</div>
<div id="_mcePaste">Si dirà: &#8220;Eh, ma come si fa? Gheddafi non ci lascia farlo&#8221;. E&#8217; una scusa inaccettabile. Tutti gli sforzi diplomatici, attraverso le istituzioni internazionali, vanno attivati. E va fatto pubblicamente: i cittadini europei, italiani in testa, devono sapere che i governi stanno cercando di salvare quelle vite umane. E&#8217; una questione culturale e civile imprescindibile per il futuro della nostra dignità. Se ci saranno motivi concreti d’impedimento, se ne discuterà. Ma intanto se vogliamo rispondere sì a quella domanda questo è ciò che bisogna tentare di fare subito: traghetti umanitari dalla Libia per aiutare i profughi a fuggire.</div>
<div id="_mcePaste">Che ne pensa il PD, il più grande partito di opposizione progressista in Italia? Ha il coraggio a pochi giorni dalle elezioni amministrative di rispondere sì a questa domanda?</div>
<div id="_mcePaste">Se lo ha, si faccia portavoce di questa richiesta umanitaria fondamentale. Se pensa di avere dei rischi elettorali in un Paese ormai scavato dall&#8217;intolleranza seminata ovunque dalla piccolezza leghista, lo faccia anche solo con uno slogan umanamente minimo, ma almeno evidente: &#8220;Partono comunque, salviamoli&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; l&#8217;ultimo stadio. Proviamo a non rinunciarci.</div>
<div id="_mcePaste">Mentre leggete queste righe Yusuf potrebbe essere già partito. Arriverà a Lampedusa o finirà in fondo al mare? Provate solo un secondo a porvi questa domanda e vedrete che dietro ce n’è un’altra, che investe nel profondo la nostra cultura e interroga il futuro che vorremmo consegnare ai nostri figli: ha ancora un valore la vita umana?</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/20/per-yusuf/">Per Yusuf</a></p>
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		<title>Mobilità</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jul 2008 11:32:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[mobilità]]></category>
		<category><![CDATA[stefano liberti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Ci sono uomini che traversano deserti, e popolano terre di nessuno. Un viaggio necessario, inarrestabile. &#8220;Ma voi davvero pensate che è possibile fermare una marea umana di questo tipo? Pensate davvero che riuscirete a frenarci?&#8221; &#8211; così grida un senegalese appena rimpatriato dalla Spagna, e così inizia <em>A sud di Lampedusa</em> di Stefano Liberti (minimum fax, 14 euri), giornalista del manifesto, a cui quel grido era rivolto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/31/mobilita/">Mobilità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Ci sono uomini che traversano deserti, e popolano terre di nessuno. Un viaggio necessario, inarrestabile. &#8220;Ma voi davvero pensate che è possibile fermare una marea umana di questo tipo? Pensate davvero che riuscirete a frenarci?&#8221; &#8211; così grida un senegalese appena rimpatriato dalla Spagna, e così inizia <em>A sud di Lampedusa</em> di Stefano Liberti (minimum fax, 14 euri), giornalista del manifesto, a cui quel grido era rivolto. Questo libro non è una raccolta di articoli ognuno dei quali parla di un luogo diverso dei tanti che costellano il cammino dei migranti africani. Certo, Liberti ci racconta nel dettaglio gli itinerari, le facce, le parole, le speranze, i paesaggi. Dà un corpo, insomma, a quel travaglio che precede l&#8217;apparizione degli <em>uomini neri</em> sulle nostre coste. Ed è questo il primo livello della lettura, quello che tocca: i volti e i contorni delle persone e dei luoghi incontrate lungo il viaggio, figure indimenticabili. Ma più a fondo <em>A sud di Lampedusa</em> è un percorso critico nei &#8220;luoghi comuni&#8221;. <span id="more-6707"></span>Il percorso di un giornalista che racconta trasgredendo le regole del giornalismo: raccontando in prima persona, raccontando il proprio viaggio e sé stesso, le questioni, le attese, i dubbi. Leggendo ci si interroga con l&#8217;autore, sulla natura dei luoghi attraversati, sulle ragioni dei migranti, sulla natura del rapporto tra soggetto-giornalista-bianco-osservatore e oggetto-migrante-nero-osservato (Liberti non cessa di interrogarsi sul rapporto tra la propria empatia umana e il proprio ruolo sociale di giornalista). Passo dopo passo, dunque, si mettono in crisi i luoghi comuni del discorso costruito sopra l&#8217;evento-migrazioni: ad esempio si scopre il meccanismo del gioco – i cui attori sono le agenzie istituzionali, europee e nazionali, e i mass media – dell&#8217;allarme invasione – un&#8217;invasione costruita sapientemente, un meccanismo che sovrasta, in ultima analisi, ogni singola soggettività (spesso ricorre l&#8217;idea di essere parte di un &#8220;teatrino&#8221; in cui ciascuno recita il proprio ruolo). E si scopre, per esempio, come la retorica della tratta degli esseri umani, la retorica degli scafisti – sia appunto solo una retorica costruita e finalizzata a un discorso pubblico del tutto finzionale: non si ha traccia, per gli africani, di grandi organizzazioni criminali che gestiscano il traffico degli esseri umani, ma le migrazioni si fanno passo dopo passo, per prove e tentativi, e ogni luogo attraversato ha le proprie modalità organizzative e di autogoverno (e allora, viene da pensare, insistere sui trafficanti degli esseri umani non sarà parte del medesimo meccanismo retorico di autoassoluzione che usa Maroni quando, per giustificare l&#8217;abominio delle impronte ai minori rom, dice che non vuole più che vivano in mezzo ai topi dei campi?). Si scoprono allora i meccanismi che regolano questi viaggi, le figure che si ripetono nei vari luoghi, a partire dai <em>connection men</em>, quegli intermediari essenziali ai tentativi, e dai villaggi ghetto dove i migranti si riuniscono per nazionalità e hanno i propri responsabili, che offrono servizi. E si scopre come del discorso allarmista di cui sopra sia parte pure la retorica (spesso anche di sinistra) miserabilista, che vede i migranti tutti come poveracci e straccioni, e come invece le cose siano assai più complesse: non &#8220;dannati&#8221;, ma &#8220;avventurieri&#8221;; non &#8220;viaggi della disperazione&#8221;, ma &#8220;spedizioni&#8221;; del resto per i congolesi quelli che migrano sono <em>rallystes</em>, termine che rovescia la prospettiva nord-sud, dove adesso è da sud che i territori vengono attraversati, ma con la medesima inclinazione all&#8217;avventura – solo non per diporto, ma per sete di un&#8217;altra vita – non <em>turisti</em>, per dirla con Bauman, ma appunto <em>migranti</em>.</p>
<p>Mobilità – è il termine che spaventa le identità precarie dei cittadini di un nord che subiscono la perdita di certezze, sicurezze e garanzie che consegue alla globalizzazione. E il libro &#8220;Mobilità umane – Introduzione alla sociologia delle migrazioni&#8221; di Salvatore Palidda (Raffaello Cortina, 19,50 euri) è una guida per comprendere il &#8220;fatto sociale totale&#8221; delle migrazioni contemporanee. Con richiami al passato – e sorvoli sulle stesse migrazioni italiane tra otto e novecento – il cuore del libro sta nei due capitoli: &#8220;La gestione neoliberale delle migrazioni&#8221; e &#8220;La criminalizzazione delle migrazioni&#8221;. Dove non si capisce il secondo fatto senza inscriverlo nel primo. E Palidda ragiona, dati alla mano, su come l&#8217;allarme criminalità sia essenzialmente una costruzione mediatica, una grande menzogna finalizzata alla minorizzazione dei migranti e al loro uso servile nel contesto delle economie europee.</p>
<p>La distorsione operata dalle rappresentazioni dominanti, dunque – ancora una volta si torna lì. Come ci torna anche il libretto di Hervé Le Bras &#8220;Addio alle masse – Critica della ragion demografica&#8221; (elèuthera, 9 euri), che nell&#8217;ultima parte smonta gli allarmismi indotti dalle fosche previsioni di demografi disinvolti che fanno intravedere flussi oceanici a sommergere le civiltà dei paesi del nord. Le Bras riflette sugli errori delle previsioni della Banca Mondiale, e mostra come, al contrario, le migrazioni &#8220;tendono verso flussi modesti, articolati, specializzati, in un contesto di generale radicamento&#8221;. E – mettendo in crisi ogni nostro luogo comune – osserva che &#8220;un secolo fa le migrazioni internazionali erano decisamente più frequenti&#8221;. Ma allora, c&#8217;è o no questo evento epocale, oggi? Sì e no, risponde Le Bras. E per farlo ci invita a riconsiderare la parola &#8220;mobilità&#8221; &#8211; aggiungendo un elemento rispetto al percorso fatto nei due libri di cui sopra. Nella sua prospettiva occorre distinguere la migrazione dalla mobilità – dove la seconda si riferisce a qualsiasi cambiamento di luogo, mentre nella migrazione c&#8217;è sempre un aspetto definitivo. Oggi, grazie a riduzione di costi e tempi di spostamento, rispetto al passato aumenta sempre la mobilità, ma diminuisce la migrazione. Si pensi agli &#8220;immigrati&#8221; dell&#8217;Europa orientale.</p>
<p>Converrebbe prenderli in mano questi libri, approfondirli, ragionarci sopra per costruire prospettive politiche che contrastino la deriva razzista – una deriva di pancia, la cui forza è proprio quella di non saper articolare un discorso complessivo. Ragionare è più faticoso, ma è l&#8217;unica possibilità per tirarci fuori da questo immondezzaio in cui stiamo sprofondando.</p>
<p><em>(pubblicato su Liberazione il 31-7-2008)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/31/mobilita/">Mobilità</a></p>
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