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	<title>Nazione Indiana &#187; stefano savella</title>
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		<title>Il caso delle badanti vittime del metanolo in Sicilia</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Aug 2008 05:03:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a title="Puglialibre, il blog di Stefano Savella" href="http://puglialibre.blogspot.com"><strong>Stefano Savella</strong></a></p>
<p>Quello delle badanti in Italia è, aldilà delle apparenze, un universo di storie di sofferenza, di dolore, spesso al di fuori di ogni minima copertura legale (fiscale o assicurativa). Le famiglie italiane, laddove non coinvolte direttamente nella ricerca e nell’affidamento a badanti straniere di un proprio caro, vivono una percezione del fenomeno largamente sottostimata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/25/il-metanolo-in-sicilia-e-le-badanti-morte/">Il caso delle badanti vittime del metanolo in Sicilia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="Puglialibre, il blog di Stefano Savella" href="http://puglialibre.blogspot.com"><strong>Stefano Savella</strong></a></p>
<p>Quello delle badanti in Italia è, aldilà delle apparenze, un universo di storie di sofferenza, di dolore, spesso al di fuori di ogni minima copertura legale (fiscale o assicurativa). Le famiglie italiane, laddove non coinvolte direttamente nella ricerca e nell’affidamento a badanti straniere di un proprio caro, vivono una percezione del fenomeno largamente sottostimata. I mezzi di comunicazione non superano la soglia del singolo caso di cronaca che può riguardare il caso di una badante arrestata perché sorpresa a rubare o di un’altra destinataria di un decreto di espulsione pur avendo salvato la vita alla anziana donna che accudiva: tutto viene macinato nella rotatoria dei quotidiani e dei telegiornali senza essere accompagnato da una minima lettura critica e globale della presenza e del ruolo delle badanti in Italia. Il “rischio” più grande che viene veicolato da programmi di informazione e talk show sembra piuttosto essere quello dei matrimoni combinati tra badante straniera e anziano italiano, laddove la prima viene facilmente identificata con l’immagine della straniera corruttrice e ammaliatrice di “ingenui” nonni italiani. <span id="more-7284"></span><br />
Una storia che invece non ha, finora, mai interessato l’opinione pubblica nazionale, rimanendo confinata nei redazionali di cronaca nera dei quotidiani locali, è quella di un numero ancora imprecisato (tra le quindici e le venti) delle morti improvvise di persone straniere, in prevalenza badanti romene ma non solo, tra il 2004 e il 2008, tutte avvenute in territorio siciliano, da Trapani a Catania, da Palermo a Ragusa ed Enna. La causa: avvelenamento da metanolo. L’elenco dei casi rintracciabili sugli archivi dei quotidiani on line e delle agenzie di stampa è sicuramente parziale. Il primo caso segnalato è quello dei due romeni Josif Majhart e Campus Yonuth, rispettivamente di 46 e 24 anni, morti nell’agosto del 2006. Il 13 agosto «il manifesto» ne dà notizia con un articolo di Alfredo Pecoraro, che ricorda come i due lavorassero nelle campagne nei pressi di Vittoria «in condizioni disumane». Gli effetti dell’avvelenamento da metanolo vengono ricondotti dal cronista a due possibili cause: l’inalazione di sostanze chimiche pericolose in una serra o l’assunzione di vino adulterato con metanolo. I due vengono lasciati, presumibilmente dal loro datore di lavoro, sui marciapiedi degli ospedali più vicini e la Procura di Ragusa apre un’inchiesta in attesa dell’autopsia. Nel novembre dello stesso anno, un altro episodio simile. Questa volta è vittima un polacco di 44 anni, Robert Pioro, anch’egli lavoratore nelle campagne vicino Vittoria ma nel territorio della provincia di Catania. Abbandonato anch’egli sul marciapiede di fronte al pronto soccorso, muore per avvelenamento da metanolo. Anche la Procura di Catania apre un’inchiesta in attesa dell’autopsia.</p>
<p>Ma è il 2007 l’anno in cui si susseguono con un ritmo vertiginoso le vittime del metanolo in Sicilia, e si tratta quasi sempre di badanti. Il 27 gennaio a Bagheria muore una badante polacca. Il primo febbraio, a San Cono, un paesino in provincia di Catania, muore una badante romena. A fine febbraio un’altra badante romena, Maria Drugu di 47 anni, residente a Gibellina in provincia di Trapani, entra in coma irreversibile dopo aver ingerito del vino adulterato con il metanolo e muore pochi giorni dopo all’ospedale Sant’Antonio Abate di Trapani. Nel marzo 2007 si ha notizia di un’altra morte per metanolo, stavolta all’ospedale “Umberto I” di Enna, di una donna romena di 46 anni. Il 3 aprile muore all’ospedale Bucchieri La Ferla di Palermo Crina Morosanu, di 30 anni. Arrivata a Palermo appena tre mesi prima, la giovane badante romena assisteva un’anziana donna in viale Castiglia nel quartiere Zisa del capoluogo siciliano. In ospedale ha appena il tempo di dire di aver bevuto un bicchiere di grappa, prima di entrare in coma e spirare. Il 4 maggio muore all’ospedale “Dei Bianchi” di Corleone la badante romena Valeria Abajale, di 49 anni, che viveva a Prizzi, in provincia di Palermo. Anche per lei la diagnosi è avvelenamento da metanolo e il procuratore di Termini Imerese ne dispone l’autopsia legale. Il 21 luglio viene trovata morta nel suo appartamento di Licata la 40enne romena Gedina Corcoz. Ancora una volta causa della morte è l’avvelenamento da metanolo e il sostituto procuratore di Argigento dispone l’autopsia e apre un’inchiesta. Il 15 settembre l’Adnkronos diffonde la notizia di una donna romena di 31 anni ricoverata in stato di coma nel reparto di rianimazione dell’ospedale Papardo di Messina dopo aver bevuto «vino al metanolo» e viene indicato come il primo caso di avvelenamento da metanolo nella città dello Stretto. In realtà la donna si era recata all’ospedale di Sant’Agata di Militello, in provincia di Catania, già il primo settembre, e da lì era stata trasferita a Messina. La donna muore il 16 ottobre.</p>
<p>Il 24 settembre muore a Palermo la badante romena di 40 anni Liliana A., trovata senza vita riversa a terra nel bagno della sua abitazione. La Procura di Palermo apre un’altra inchiesta e il pm Gaetano Paci dispone l’autopsia, che confermerà l’avvelenamento da metanolo. Nell’ottobre 2007 viene segnalato un altro caso ad Augusta. Il 5 novembre 2007 muore invece a Vittoria la donna romena Lidiea Racu, di 38 anni, che lavorava come bracciante agricola nelle campagne circostanti insieme al marito. Sono i giorni in cui in Italia si scatena la caccia al romeno dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani ad opera di un ragazzo rom a Tor di Quinto. Fatica invece a trovare posto tra le notizie quella della morte di Lidiea Racu, e in particolare della donazione, avallata dal marito romeno della donna, di fegato e reni verso tre pazienti italiani in lista d’attesa. Ne dà notizia il quotidiano locale «Il Corriere di Ragusa», con un articolo a firma di Giuseppe La Lota, che scrive: «Una grande lezione di solidarietà. Anche da cittadini romeni. [...] Un autentico gesto umanitario che [...] ricorda che [...] le persone buone sono anche di nazionalità romena [...] Della serie: tutto il mondo è paese».</p>
<p>Il 21 novembre muore un’altra donna romena, Dorina Artenie, di 55 anni, ricoverata prima a Licata e poi a Enna. Anche per lei i medici indicano come causa della morte l’avvelenamento da metanolo. Il 6 dicembre muore a Palermo il 55enne romeno Eugene Tiba, bracciante agricolo residente a Castellammare del Golfo in provincia di Trapani. Due invece i casi riscontrati nel 2008 per la stessa ragione legata all’ingestione di metanolo: il polacco Sobolak Matius, di 33 anni, muore infatti a Palermo il 9 marzo 2008 dopo sette mesi di coma. Quando le morti sembrano essersi arrestate, tantopiù che l’avvelenamento del polacco Sobolak Matius risaliva comunque all’agosto del 2007, arriva invece la notizia, il 6 giugno 2008, della morte di Mircea Micu, 41enne bracciante agricolo residente a Calastra presso Agrigento.</p>
<p>Le pagine di cronaca di giornali e telegiornali nazionali si occupano solo in rari casi di queste morti, di un numero complessivamente ancora imprecisato. Tra il marzo e il maggio 2007 se ne occupa il portale on line Repubblica.it, mentre della morte di Crina Morosanu il 3 aprile 2007 ne parla anche il tg5. Tutti i restanti casi rimangono confinati in brevi articoli della pagine di cronaca dei quotidiani regionali o provinciali in Sicilia, quasi tutti dello stesso tenore. Qualcuno ricorda la morte di 19 persone nel 1986 per il vino adulterato al metanolo in Piemonte e Lombardia e lo scandalo che ne seguì. La maggior parte associa la morte di queste persone alla presunta abitudine consolidata dei cittadini dei paesi dell’Est di aggiungere del metanolo ai liquori per aumentarne l’effetto alcolico, creando così il famigerato alcolico “spirito di legno”, tipico della Transilvania. Lo “spirito di legno”, invece, altro non è che un altro nome col quale è conosciuto l’alcol metilico, o metanolo, che può prodursi in proprio solo durante il processo di fermentazione, e tenendo sempre sotto controllo la temperatura, in modo che la quantità di metanolo possa superare la soglia oltre la quale causa gravi danni alla vista e finanche la morte: ed è dunque evidentemente implausibile che il processo di fermentazione possa svolgersi abitualmente nelle case di badanti o in quelle di lavoratori nelle campagne. Eppure questa teoria è riportata, ad esempio, dal servizio del tg5 del 3 aprile 2007: «Lo producono in casa. Un liquore letale. Alcool adulterato mischiato al metanolo [...] sono già tredici i morti uccisi dall’intruglio che provoca sballo a buon mercato [...] L’appartamento è stato perquisito da cima a fondo dagli inquirenti che hanno trovato diverse bottiglie contenenti strani liquidi».</p>
<p>Repubblica.it, in un articolo del primo aprile 2007, è l’unica a porre in rilievo, seppur senza convinzione, il dato peculiare, e centrale, della vicenda: «Questa volta però le vittime sono solo romene, e i casi accertati tutti in Sicilia». Subito dopo però si riporta la versione più comune, veicolata dalle forze dell’ordine: «Una delle ipotesi, secondo gli investigatori, sarebbe da attribuire alla pratica consolidata di miscelare il metanolo con vino e liquori, per aumentarne la gradazione alcolica». Si tratta, in sostanza, della versione riportata, in quei giorni e non solo, da tutti gli altri quotidiani nazionali e locali in merito a questa vicenda: «Killer: il metanolo aggiunto nelle bevande alcoliche» (Quotidiano.net, 4 aprile); «L’aggiunta del metanolo agli alcolici è una pratica abbastanza frequente tra i romeni» (Corriere.it, 1 aprile); «Secondo una prima ipotesi la donna sarebbe morta per aver bevuto un liquore “casalingo” che molti immigrati dell’Est sono soliti preparare in casa o un cocktail di alcoolici» (Agrigento notizie.it, 21 luglio);  «La loro ‘febbre’ del sabato sera è il metanolo, aggiunto al vino o ad altri alcolici. La droga dei poveri la consumano in Sicilia immigrati dell&#8217;Est europeo, romeni, polacchi&#8230;» (A Marsala.it, 2 aprile); «Numerosi cittadini stranieri, però, soprattutto romeni e polacchi, usano aggiungerlo alle sostanze alcoliche al fine di aumentarne la gradazione» (TrapaniOk.it, 27 novembre); «Pratica consolidata, soprattutto per problemi economici, sarebbe quella di miscelare il metanolo con vino e liquori, per aumentarne la gradazione» («La Sicilia», 17 novembre).</p>
<p>Si pensa, cioè, abbastanza sbrigativamente, che le vittime abbiano addizionato al vino o al liquore che si apprestavano a bere del metanolo puro, una sostanza che non è presente in commercio e che è ricavabile appunto solo durante la fermentazione. Un altro quotidiano locale si spinge oltre, ipotizzando che «le giovani donne avrebbero bevuto vino o whisky adulterato, forse acquistato a poco prezzo nei paesi d’origine, oppure comprato in Sicilia da qualche connazionale senza scrupoli». (A Marsala.it, 6 marzo 07). Qui si dà, cioè, per scontato, che il vino addizionato al metanolo provenisse direttamente da Polonia e Romania (circostanza non facile da supportare, considerando la distanza tra i due paesi e la provenienza delle vittime da diverse regioni della Romania) oppure che vi fosse una compagine di romeni e polacchi che in Sicilia si compiacesse a mescolare a diverse tipologie di alcolici (vino, whisky, grappa) una consistente quantità di metanolo (ma in quale forma, e da quale provenienza?). Anche una direttiva del Dipartimento Prevenzione dell’Azienda Sanitaria Locale di Chieti riporta, riferendosi a un caso di intossicazione in Sicilia, che «Il caso confermerebbe quindi l’ipotesi del consumo nelle comunità straniere presenti in Sicilia di bevande alcoliche contenenti metanolo»: non si precisa, cioè, in che modo il metanolo possa essere stato addizionato alle bevande alcoliche e soprattutto perché, se si tratta di una consuetudine delle «comunità straniere» (in realtà solo di romeni e polacchi), gli effetti disastrosi del metanolo si ritrovano solo in vittime residenti in Sicilia.</p>
<p>Nel novembre del 2007 interviene finalmente il Centro Anti Veleni (CAV) di Milano, con uno studio inoltrato al Ministero della Salute, dove viene fatta chiarezza sulle sostanze contenenti metanolo che hanno causato la morte di questi lavoratori polacchi e romeni. Il CAV pone l’attenzione, cioè, su due prodotti, dall’apparente confezione dell’alcool denaturato utilizzato come disinfettante. In realtà, in questi due preparati, si era verificata una concentrazione di metanolo superiore, rispettivamente, del 70% e del 20% a quella prevista per legge. La relazione del CAV segnala come «nella Regione Sicilia sono prodotti e commercializzati due preparati contenenti metanolo, denominati nello stesso modo e con etichette simili»; in un altro punto si parla della «libera commercializzazione» di questi prodotti in tutta la Regione Sicilia, come dimostra del resto il gran numero di province interessate dal fenomeno. «Un ulteriore elemento da evidenziare – si legge ancora nella relazione del Centro Anti Veleni di Milano – è quello dell’adeguata informazione e protezione della popolazione generale dal rischio di esposizioni accidentali di particolare pericolosità in relazione alle modalità di etichettatura e confezionamento con cui vengono commercializzati i prodotti in questione».<br />
Quello che ne deriva è molto chiaro: le persone romene e polacche coinvolte nell’intossicamento da metanolo hanno utilizzato un prodotto dall’apparente etichetta comune, e commercializzato tranquillamente nei negozi al dettaglio. Non si trattava perciò di metanolo puro, come volevano far credere le cronache dei giornali, né si poteva parlare di uso comune, da parte delle comunità di quei paesi, di un utilizzo scriteriato del metanolo in quanto tale. Il prodotto in questione era commercializzato in negozi alla portata di tutti, quando andava invece, per la sua particolare composizione, adibito alla vendita solo in esercizi commerciali di articoli professionali e industriali. Inoltre, le confezioni delle due tipologie di alcool riportano etichette fuorvianti: così si legge in una informativa del Ministero della Salute: «è da ritenersi fuorviante il disegno di una casa su una delle due etichette e l’indicazione di “prodotto per accendi fuoco” quale informativa indirizzata ad un ambiente domestico su una delle due etichette. Se pur fatto divieto di utilizzo come solvente per colori e vernici nella etichetta di uno dei preparati è indicato l’uso per “diluire smalti e vernici”». Infine, cosa più importante, è «fatto divieto di utilizzo di metanolo in prodotti di uso domestico».<br />
Il 27 ottobre 2007, i Carabinieri del NAS di Palermo, in esecuzione di un provvedimento di perquisizione domiciliare, emesso dalla Procura della Repubblica di Termini Imerese, nei confronti della locale società “G. e M. Chimica” s.r.l., hanno proceduto al sequestro di 9 silos contenenti, complessivamente, 700 ettolitri di metanolo puro e 600 ettolitri di metanolo mescolato con altre sostanze; 32.000 etichette relative al prodotto denominato “Sanital”; varie attrezzature utilizzate per il confezionamento finale del prodotto. Il prodotto viene inoltre sequestrato su tutto il territorio nazionale. I casi di intossicamento avvenuti nel mese di novembre 2007, gli ultimi in ordine di tempo, sarebbero dunque riferibili a confezioni di quel prodotto acquistato prima del sequestro su tutto il territorio nazionale.</p>
<p>La vicenda tuttavia non si ferma qui. Il 7 febbraio 2008, dunque più di tre mesi dopo il sequestro del prodotto, si mobilita anche l’Assessorato alla Salute della Regione Sicilia, che invita la Protezione Civile a mettere in guardia, si cita il comunicato stampa, da «una bevanda ad alta gradazione alcolica, probabilmente un liquore auto-prodotto che conterebbe metanolo. [...] La bottiglia, in alcuni casi, è denominata “Sanital”». Il modo in cui è riportata la notizia è chiaramente confuso: il Sanital non è la bevanda alcolica che i romeni producono nelle proprie case, bensì è l’alcool denaturato, prodotto in Sicilia, che contiene illegalmente un’altissima percentuale di metanolo; questo viene sì aggiunto, talvolta, in minime quantità ad altre bevande alcoliche, ma se non contenesse metanolo i suoi effetti non comporterebbero grossi rischi per la salute dell’assuntore. Il sito internet Bagheriainfo.it, organo web del periodico «Il settimanale di Bagheria», si spinge più in là: «Una bevanda alcolica a base di metanolo dagli effetti devastanti è stata messa in circolazione in Italia e probabilmente anche in Sicilia. Il super alcolico è denominato: sanital [...] La bevanda, secondo la Protezione Civile, sta circolando fra le comunità rom». Il Sanital è invece prodotto in Sicilia e commercializzato esclusivamente in Sicilia; la bevanda alcolica non è il Sanital; il fatto che circoli tra le comunità rom (in realtà tra romeni e polacchi, non sono mai segnalati casi di esposizione da parte di persone di etnia rom) sembra automaticamente, ed erroneamente, avallare il liquido contaminato sia «stato messo in circolazione» da costoro o comunque da stranieri.<br />
Sul sequestro del “Sanital”, che scioglie definitivamente i dubbi sulle cause degli avvelenamenti e che “scagiona” le comunità dell’Est europeo in Sicilia dalle accuse di chissà quali traffici, cala tuttavia un certo silenzio. Ancora il 5 gennaio 2008 la cronaca di Palermo del quotidiano «la Repubblica», riportando la notizia del ricovero in ospedale di una badante romena di 47 anni residente a San Giuseppe Jato, scampata alla morte, titola con la parola «L’allarme» il contributo redazionale, che si chiude così: «è ormai accertato che si tratta di una bevanda dagli effetti allucinogeni, utilizzata come una sorta di droga dalla comunità rumena in Italia». Siamo a quasi due mesi e mezzo dal giorno del sequestro dei silos dell’azienda produttrice del Sanital, a Termini Imerese, e i quotidiani locali continuano a fornire notizie del tutto errate e fuorvianti: il metanolo non è contenuto in una «bevanda» e nel resto d’Italia la comunità romena non fa uso di questa cosiddetta «droga». Soltanto il giorno dopo lo stesso inserto locale, in un articolo di Salvo Palazzolo, dà notizia della risoluzione del «mistero che inghiottiva solo badanti rumene, e solo in Sicilia», ovvero del sequestro del Sanital. Ma non senza accusare un’ultima (?) volta la comunità romena e «l’omertà che avvolgeva ogni caso. Amici e parenti delle vittime avevano sempre timore di testimoniare, chissà per quale ragione». Il cronista siciliano finge di non sapere che fino a pochi mesi prima un cittadino romeno in Italia sprovvisto di permesso di soggiorno poteva venire chiuso in Cpt e successivamente espulso.</p>
<p>A oggi nessuno risulta iscritto nel registro degli indagati per la morte di circa venti cittadini dell’Est europeo in Sicilia negli ultimi anni. La Procura della Repubblica di Termini Imerese, diretta da Alberto Di Pisa prima del suo trasferimento a Marsala, sta compiendo un’inchiesta per omicidio colposo ma il fascicolo è ancora contro ignoti. Non è stato indicato, né sequestrato, sul territorio nazionale il secondo prodotto che il Centro Anti Veleni di Milano indicava come possibile causa dell’intossicamento da metanolo, e che sarebbe causa dell’avvelenamento della badante romena a San Giuseppe Jato riportata dai giornali locali nei primi giorni del 2008;  infine, non è ancora noto se le procure della Repubblica interessate negli anni dai casi di avvelenamento (sostanzialmente in tutte le province siciliane) stiano compiendo altre indagini, se siano giunte a nuovi sviluppi o se abbiano inviato alla Procura di Termini Imerese tutti gli atti delle inchieste da loro effettuate.</p>
<p>Stefano Savella</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/25/il-metanolo-in-sicilia-e-le-badanti-morte/">Il caso delle badanti vittime del metanolo in Sicilia</a></p>
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		<title>Tutele a metà. L&#8217;infanzia tra abuso e mercato.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/12/tutele-a-meta-linfanzia-tra-abuso-e-mercato/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Jun 2007 04:05:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG"></a><br />
di <strong>Stefano Savella</strong><br />
Che i pedofili siano mostri (meglio: “orchi”), che si appostino fuori dalle scuole, che vadano in giro in impermeabile a caccia delle loro prede, come in M il mostro di Dusseldorf, sono le rappresentazioni più immediate dell’immaginario collettivo dinanzi alla parola “pedofilo”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/12/tutele-a-meta-linfanzia-tra-abuso-e-mercato/">Tutele a metà. L&#8217;infanzia tra abuso e mercato.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG" alt="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG" /></a><br />
di <strong>Stefano Savella</strong><br />
Che i pedofili siano mostri (meglio: “orchi”), che si appostino fuori dalle scuole, che vadano in giro in impermeabile a caccia delle loro prede, come in M il mostro di Dusseldorf, sono le rappresentazioni più immediate dell’immaginario collettivo dinanzi alla parola “pedofilo”. I fatti di cronaca (denunce, arresti, atti inequivocabilmente compiuti) che acquistano maggiore valore, cioè che vengono riportati da tutti i telegiornali nazionali nei titoli di apertura, riguardanti la pedofilia, sono però essenzialmente di due tipi: una “retata” su commercio e scambio di materiale pedopornografico su internet che vede coinvolti spesso centinaia di persone di varie regioni italiane; una serie di arresti, spesso circoscritta a poche persone, di particolare rilevanza, come nel caso di insegnanti e personale scolastico o sacerdoti (con tre casi eclatanti negli ultimi anni, a Torre Annunziata, Brescia e, recentemente, Rignano Flaminio), a prescindere dalle successive sentenze di innocenza o colpevolezza emesse dalla magistratura.<br />
<span id="more-3987"></span><br />
<a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/450px-kick_scooter_ii.JPG" alt="450px-kick_scooter_ii.JPG" /></a><br />
Va detto però che quando il caso di pedofilia avviene all’interno di una famiglia, i termini “pedofilia” e ”pedofilo” tendono molto facilmente a scomparire, per essere sostituiti con altri come “abusi”, “violenza”, “l’arrestato”, “il cliente”, (nel caso di una minorenne costretta dalla madre a prostituirsi). Si vedano due casi molto recenti avvenuti tra Palermo e provincia: in nessuno dei due casi (<a href="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/abusi-sulla-figlia/abusi-sulla-figlia/abusi-sulla-figlia.html">1</a> e <a href="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/prostituisce-figlia/prostituisce-figlia/prostituisce-figlia.html">2</a>) Repubblica.it parla esplicitamente di “pedofilia”. La vicenda criminale, è chiaro, non cambia, ma cambia certamente la percezione per così dire istintiva che ne ha il lettore, se è vero, come è vero, che la parola “pedofilo” esercita una presa diversa, un’indubbia maggiore sensazione di avversione e sconcerto rispetto a tutte le altre possibili in questo contesto.</p>
<p>Eppure si ha la percezione che dietro la faccia più evidente del crimine della pedofilia quale è veicolata da giornali e tv, dunque quella dei casi mediaticamente più rilevanti e, meno esplicitamente, quella delle violenze contro i bambini avvenute in famiglia, si nasconda un ambiguo comportamento da parte chi dovrebbe poi tutelare incondizionatamente i minori; e dunque difendere la loro immagine dalla strumentalizzazione per fini di lucro, o addirittura dalla deformazione che la loro immagine subisce per strizzare l’occhio a un certo target di adulti e finanche da persone potenzialmente o già attivamente vicine alla pedofilia.</p>
<p><a href="http://www.tai.org.au">Corporate paedophilia</a>, o ‘pedofilia aziendale’, è il titolo di uno studio australiano dell’ottobre scorso che rileva l’impennata di immagini pubblicitarie con protagonisti bambini e pre-adolescenti ritratti in pose fortemente sessualizzate, pose – sottolineano le curatrici – modellate su quelle degli adulti. La ricerca fa l’esempio soprattutto di riviste australiane con un target dai 5 ai 13 anni, dove la visione di queste immagini da parte di coetanei dei bambini e ragazzini ritratti, di ambo i sessi, ma prevalentemente femminile, causa scompensi e problemi comportamentali negli stessi minori, e avverte anche che «the sexualisation of children could play a role in ‘grooming’ children for paedophiles – preparing children for sexual interaction with<br />
older teenagers or adults» (p. 5).</p>
<p>Il legame tra utilizzo di immagini sessualizzate di minori e la loro presenza all’interno di messaggi pubblicitari in generale è in realtà molto sottile: se è vero che vi sono certamente spot televisivi e non che accentuano esplicitamente le caratteristiche ‘adulte’ di persone ancora bambine, grazie a pose particolari o al trucco, è anche vero che ve ne sono altri in cui non si interviene direttamente sul bambino, ma sulla percezione che ne ha lo spettatore adulto, facendo indossare ai minori un abbigliamento leggero o, nel caso soprattutto dei neonati, mostrando l’intero corpo nudo.<br />
Eppure il Parlamento italiano, nel 2003, aveva un po’ a sorpresa, e forse senza una reale volontà, approvato una norma che impediva l’utilizzo di minori di 14 anni negli spot televisivi (ma non nelle televendite), sulla scorta anche dell’allora recente studio dell’Osservatorio sul lavoro minorile, a cura della psicologa Anna Oliviero Ferraris, che indicava come in un giorno qualsiasi di programmazione televisiva su una rete pubblica e una privata, in uno spot su tre il protagonista fosse un minore, e nella fascia di prima serata quasi in uno su due (<a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGOO">1</a> e <a href="http://www.osservatoriolavorominorile.it/documenta/spot_pubblicitari.ppt">2</a> ). Si trattava dell’emendamento dell’on. De Simone, di Rifondazione Comunista, che ostacolò il cammino della Legge Gasparri alla Camera, causandole un rinvio dell’approvazione finale con un nuovo passaggio al Senato, dove l’allora maggioranza di centro-destra decise di non eliminare l’emendamento per non creare ulteriori ritardi all’iter parlamentare della legge. Come molti ricorderanno, si trattò di una delle poche rilevanti sconfitte subite in aula dal centro-destra, e fu dunque soprattutto per questo motivo che i quotidiani di allora diedero ampio spazio alla notizia. «Il corriere della sera» dedicava titolo in prima pagina («I franchi tiratori rallentano la legge tv») e tutta la pagina 3 alla cronaca politica (nel lungo <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGPY">articolo</a> di Roberto Zuccolini l’unico riferimento al contenuto dell’emendamento oggetto della polemica è «Fino all’“incidente” ribattezzato dei “pannoloni” [sic] per il divieto di esibire bambini negli spot», due righe su ottanta), e recuperava in un box a parte a pagina 2 le conclusioni dello studio dell’Osservatorio sul lavoro minorile (ridotto peraltro a una sequenza di numeri). «la Repubblica», pur riportando un resoconto più esauriente del dibattito in aula sull’emendamento De Simone, bolla tutta la questione col titolo di pagina 3, <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGQY">«E lo spot sui pannolini travolge le file della destra»</a>.</p>
<p>«la Repubblica» riporta anche una breve intervista al pubblicitario Marco Testa, che parla di censura e del danno economico creato dall’emendamento, perché <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGPL">«i bambini, lo sappiamo, inteneriscono»</a>. Sempre Marco Testa interviene sul «Financial Times» del 19 luglio 2004, affermando che «In Italia, sicuramente, tendiamo a usare i bambini negli spot per andare dritti ai genitori. Fa parte del nostro spirito latino», mentre per Pier Silvio Berlusconi «la pubblicità che vede protagonisti bambini secondo me non fa male a questi ultimi e danneggia solo il mondo pubblicitario» (<a href="http://www.supercom.it/web/001453/00145322.html">fonte</a>). L’emendamento approvato veniva invece definito «il più stupido della serie» dall’on. Rotondi (Dc), mentre il ministro Gasparri lo etichettava come «insignificante, un dettaglio» (<a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGRNp1">link</a>). Invece si trattava di un provvedimento, comunque lo si voglia intendere, che interveniva in un campo lasciato esclusivamente in mano ai pubblicitari, molto più che un emendamento «salva-pannolini», come i maggiori quotidiani in quei giorni lo etichettavano, ben sapendo che i bambini erano (e sono) utilizzati negli spot di qualunque prodotto, dai telefonini ai prodotti alimentari all’abbigliamento. Gli stessi quotidiani del 2 ottobre 2003 davano spazio pressoché esclusivo alla cronaca politica, ai ‘dietro le quinte’, alle voci del Transatlantico, alle sotterranee manovre della corrente di An che aveva contribuito ad approvare l’emendamento per motivi di visibilità all’interno dell’esecutivo, dedicando invece pochissime righe di approfondimento su ciò che era stato realmente approvato, sul punto che riguardava direttamente il lettore e il cittadino, ovvero la tutela del minore.</p>
<p>Ad ogni modo, sotto la pressione delle organizzazioni dei pubblicitari, veniva approvata due anni dopo, in prima lettura alla Camera e in seconda, il 25 gennaio 2006, al Senato, la ‘leggina’ che modificava l’art.10 della Gasparri, sopprimendo le parole che vietavano l’utilizzo dei minori negli spot televisivi (<a href="http://www.senato.it/loc/link.asp?tipodoc=leggigu&amp;doclocatorserver=doclocator&amp;id=37&amp;anno=06">Legge n. 37/2006</a>, a firma degli on. Santanché, Romani, Bianchi Clerici, Caparini e altri), ovviamente dalla maggioranza di centro-destra (inclusi coloro che avevano votato due anni prima l’emendamento che ora veniva modificato). Una legge, questa, che viene per ironia della sorte (o forse no) promulgata appena prima della Legge 38/06 (Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet) che oscura del tutto sui quotidiani la notizia della modifica della legge Gasparri. Il giorno dopo l’approvazione del provvedimento alla Camera gli unici quotidiani a parlarne sono «Liberazione», con un ampio articolo, e «Il Giornale» con un box di poche righe. All’approvazione definitiva in Senato la notizia è ripresa solo dal «Giornale» (<a href="http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/060126/9qrom.tif">link</a>), dove si legge che la norma cancellata «avrebbe fatto registrare effetti distorsivi per il comparto pubblicitario senza assicurare comunque un’effettiva tutela dei minori». In realtà, ci avevano già pensato gli stessi pubblicitari ad aggirare la legge, in quei mesi, girando i loro spot televisivi nei teatri di posa e con bambini di San Marino, arrivando a selezionare il 10% della popolazione infantile della piccola repubblica (<a href="http://www.terre.it/giornale/articoli/288.html">link</a>).</p>
<p>Non esiste dunque oggi una normativa che regoli se e in che modo è possibile utilizzare immagini di minori nelle pubblicità. E così, in un mini-catalogo di abbigliamento estivo per bambine dai 3 agli 8 anni di un’azienda che, a guardare il suo sito web, parrebbe produrre esclusivamente bambole, compaiono bambine con le pose più innaturali e sguardi ammiccanti che è difficile non definire erotizzati. Immagini che rendono quanto mai evidente di quanto sia sottile il confine tra la caccia al pedofilo e la lecita mercificazione dei corpi dei bambini.</p>
<p>Succede anche a Gaia e Luna, due sorelle di nove e sei anni, il cui videoclip è tra i più visti su YouTube, dove si trova anche una loro “intervista doppia”. Di loro, e del loro primo singolo “Come Vasco Rossi” (“Vasco lo sai, per me sei un dio / spero che un giorno lo sia anch’io”, cantano nel ritornello), ha parlato Silvia Santalmassi (proveniente dalla redazione di Verissimo) sul tg5 delle 20 del 15 maggio scorso (<a href="http://www.video.mediaset.it/video.html?sito=tg5&amp;data=2007/05/15&amp;id=16219&amp;categoria=servizio&amp;from=tg5">link</a>). Il padre, Agostino Carollo, musicista e discografico, ha messo in vendita su I-Tunes a 99 centesimi il brano, che ha raggiunto il primo posto tra i download. Ma la giornalista sottolinea come abbia anche lui tutelato i minori: in una delle citazioni dei brani di Vasco Rossi, infatti, «cazzi suoi» viene sostituito con «cavoli suoi».</p>
<p>&#8211;<br />
<em>Foto di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/User:KF/Details">KF</a>, <a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG">rilasciata nel pubblico dominio</a> su Wikimedia Commons.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/12/tutele-a-meta-linfanzia-tra-abuso-e-mercato/">Tutele a metà. L&#8217;infanzia tra abuso e mercato.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il mondo di Tatiana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/03/23/il-mondo-di-tatiana/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2007 06:17:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tatiana è stata trovata morta, uccisa, la mattina di lunedì 19 febbraio 2007, nelle campagne alla periferia di Trani. Viveva in città da una decina d’anni Tatiana, transessuale brasiliana, e pare la conoscessero in molti. La notizia di un omicidio, in una città “tranquilla”, in una “perla del Sud”, appassiona sempre molto i giornalisti locali di nera, megafoni dei comunicati e delle conferenze stampa delle forze dell’ordine, ma in questo caso è calato dopo pochissimi giorni un ininterrotto silenzio; del resto, Tatiana incarnava alcuni tipici requisiti del reietto: transessuale, prostituta, in un luogo frequentato anche da omosessuali, immigrata (pur se «in Italia con regolare permesso di soggiorno», ci tengono a sottolineare i giornali).<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/23/il-mondo-di-tatiana/">Il mondo di Tatiana</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Stefano Savella</strong></p>
<blockquote><p><em>Coltivando tranquilla l’orribile varietà<br />
delle proprie superbie<br />
la maggioranza sta</em><br />
F. De Andrè</p></blockquote>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/15/razzismi-quotidiani/"><img id="image2374" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/razquot3-small-38x29.gif" alt="Razzismi Quotidiani" hspace="5" align="left" /></a>Tatiana è stata trovata morta, uccisa, la mattina di lunedì 19 febbraio 2007, nelle campagne alla periferia di Trani. Viveva in città da una decina d’anni Tatiana, transessuale brasiliana, e pare la conoscessero in molti. La notizia di un omicidio, in una città “tranquilla”, in una “perla del Sud”, appassiona sempre molto i giornalisti locali di nera, megafoni dei comunicati e delle conferenze stampa delle forze dell’ordine, ma in questo caso è calato dopo pochissimi giorni un ininterrotto silenzio; del resto, Tatiana incarnava alcuni tipici requisiti del reietto: transessuale, prostituta, in un luogo frequentato anche da omosessuali, immigrata (pur se «in Italia con regolare permesso di soggiorno», ci tengono a sottolineare i giornali).<span id="more-3505"></span></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/03/francescagalliani450.jpg" alt="foto di Francesca Galliani" /></p>
<p><em>foto* di <a title="Francesca Galliani, artista e fotografa" href="http://www.gallianiphoto.com/">Francesca Galliani</a>, via <a title="Deviant Bodies 2.0 Artists Bios and Statements" href="http://www.cepagallery.com/exhibitions/deviantbodies/deviantartists.html">CEPA Gallery</a></em></p>
<p>«La Gazzetta del Nordbarese», inserto locale della «Gazzetta del Mezzogiorno», ne scrive per tre giorni, nominando Tatiana sempre con la sua identità anagrafica (Aldomiro Gomes) e declinando sempre gli aggettivi al maschile, ignorando completamente la sua condizione di transessuale. Mercoledì 21 febbraio, il corrispondente Antonello Norscia apre il suo pezzo ex abrupto: «La soluzione del delitto è da cercarsi negli ambienti omosessuali» (p. 5), punto e a capo. Non si fa cenno se questa “svolta decisiva” provenga da fonti delle forze dell’ordine o meno, ma la «pista è ormai certa», pur difficilmente praticabile a causa delle «numerose frequentazioni a scopo sessuale del viado». Ma quali sarebbero questi “ambienti omosessuali”? Una transessuale che si prostituisce, generalmente, è ricercata da uomini eterosessuali, attratti dall’abbigliamento femminile, dall’aspetto e dalla voce femminili di colei che è fisicamente, in presenza o meno di un intervento chirurgico, donna. Va da sé che un uomo omosessuale, appunto, sia attratto generalmente da un altro uomo. La stessa differenza non pare cogliere <a href="http://www.bari.repubblica.it/articoli/index.jsp?s=rep_ba&amp;l=articoli-dettaglio&amp;id=1515308">l’articolo di «la Repubblica-Bari» del 20 febbraio</a>, che comincia così: «Il rapporto omosessuale nella sua vecchia auto, una Fiat uno di colore grigio». Entrambi gli articoli, peraltro, insistono sul dettaglio per cui la zona fosse frequentata da omosessuali, ma si fa silenzio sul fatto che la presenza di una o più prostitute transessuali attirasse la presenza anche di eterosessuali.</p>
<p>La certezza della pista da seguire è assoluta secondo i due articoli, i quali però accennano solo in chiusura (e senza il minimo accenno in titolo occhiello e catenaccio) a una circostanza di non poco conto: «La scorsa settimana Aldomiro Gomes aveva chiesto aiuto ai carabinieri, denunciando che alcuni giovani lo prendevano in giro e poi scappavano». Con questa frase, riportata quasi per “dovere di cronaca” e senza ulteriori approfondimenti, si chiude l’articolo di «Repubblica», mentre la «Gazzetta del Nordbarese» scrive che «si stanno verificando le denunce di molestie che Gomes avrebbe subito tempo addietro». Quello che i due articoli non dicono, attenendosi rigorosamente alle parole delle forze dell’ordine, senza dunque nessun lavoro di ricerca e un’indipendente valutazione critica del fatto, è che, se Tatiana è arrivata a sporgere denuncia (con il coraggio che questo gesto ha, nel suo caso, comportato) appena una settimana prima del suo omicidio, è quantomeno possibile, non avventato, che dietro l’aggressione possa celarsi un movente discriminatorio e transfobico. Manca, al contrario, nelle parole dei giornalisti, il minimo dubbio sulla pista da seguire.</p>
<p>Neppure si può dire che siano rare circostanze come questa. Esattamente un anno prima, il 22 febbraio 2006, <a href="http://www.crisalide-azionetrans.it/assassinio_gisberta.html">Gisberta</a>, una transessuale brasiliana, veniva torturata per giorni e uccisa in Portogallo da un gruppo di ragazzini dai 10 ai 16 anni, in una vicenda che sotto certi punti di vista ricorda quella di Tatiana, a partire dello sdegno dei/delle transessuali portoghesi ed europei/e circa la rappresentazione mediatica dell’omicidio e il silenzio che ne seguì pochissimi giorni dopo il fatto. Nessuno dei partiti politici portoghesi ha mai espresso un’esplicita condanna dell’assassinio, così com’è accaduto a Trani, città peraltro impegnata nella solita lunga campagna per le elezioni amministrative (anticipate).</p>
<p>Secondo i dati raccolti dall’associazione Crisalide, nel triennio 2003-2005 l’Italia è stato il secondo paese al mondo per numero di transessuali uccisi/e, sette, dietro solo agli Stati Uniti, molto avanti a tutti gli altri paesi europei. Del 2006 è un altro caso di una ragazza transessuale <a href="http://www.queerblog.it/post/424/sgozzata-una-transessuale-sul-lago-maggiore">sgozzata vicino Novara</a>, e ancora una volta, come nel caso di Gisberta, la condanna degli attivisti GLBT si rivolge prevalentemente alla narrazione superficiale del fatto sui mezzi di comunicazione, dove la disattenzione del giornalista rende spesso evidenti i suoi pregiudizi ammiccanti, la pruderie, il moralismo.</p>
<p>Non mancano, del resto, pezzi in cui risale a galla il fantasma dell&#8217;oltraggio al comune senso del pudore”, con segnali precisi quali i termini “torbido”, “squallido” e, in questo caso, “travestito”. L’articolo di cronaca sull’assassinio di Tatiana, <a href="http://www.ilmeridiano.info/database/catalogo/pagine/upload1/1303/FG2002Meridiano_23_NK0.pdf">sul quotidiano locale «Il Meridiano»</a>, li raccoglie quasi tutti: il titolo a tutta pagina è «Omicidio “a luci rosse”, ucciso un travestito», e in coda al pezzo si legge la più classica delle frasi rivolte in casi di cronaca di questo genere: «Un mondo notturno e occulto che ha fatto da macabro e squallido contorno al delitto».</p>
<p>Su <a href="http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200701articoli/1286girata.asp">«La Stampa», il 31 gennaio 2007</a>, viene pubblicato un articolo in cui si racconta di Umberto Prinzi, condannato per l’omicidio dieci anni prima della fidanzata transessuale, Valentina, e della sua nuova storia d’amore con l’insegnante di lettere del carcere in cui era recluso prima del trasferimento ad Ancona. Proprio alla sua nuova fidanzata, Prinzi confida ora il luogo in cui aveva abbandonato il corpo di Valentina, gettato da una scarpata e rimasto per tutti quegli anni senza sepoltura. Il giornalista sottolinea il cambiamento repentino nel carattere dell’uomo, non più assassino e rissoso ma tranquillo e pronto a laurearsi in informatica, e lo fa anche mettendo esplicitamente a confronto, a modo suo, le due donne della sua vita: Valentina, «trans di una bellezza torbida, quasi inquietante, regina incontrastata delle notti torinesi dell’inizio anni ‘90»; l’insegnante di lettere, invece, poche righe più sotto, è descritta come una «ragazza di una bellezza mediterranea. Dolce, molto dolce».</p>
<p>&#8212;</p>
<p><em>* La fotografia non riguarda persone descritte nell&#8217;articolo. </em></p>
<p><em>Altri articoli di Stefano Savella su Nazione Indiana:</em><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/08/29/dove-lemergenza/">Dov&#8217;è l&#8217;emergenza</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/23/il-mondo-di-tatiana/">Il mondo di Tatiana</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Dov&#8217;è l&#8217;emergenza</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Aug 2006 05:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> <strong>di Stefano Savella</strong></p>
<blockquote><p>&#8220;Qui non si tratta di smascherare l’imperizia o superficialità di questi pretendenti a un premio Pulitzer nostrano, ma di rilevare come le cronache siano situate naturalmente all’interno del frame “stranieri e immigrati delinquenti come nostri nemici”.</p>
<p>A. Dal Lago, Non-persone.</p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/08/29/dove-lemergenza/">Dov&#8217;è l&#8217;emergenza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <strong>di Stefano Savella</strong></p>
<blockquote><p>&#8220;Qui non si tratta di smascherare l’imperizia o superficialità di questi pretendenti a un premio Pulitzer nostrano, ma di rilevare come le cronache siano situate naturalmente all’interno del frame “stranieri e immigrati delinquenti come nostri nemici”.</p>
<p>A. Dal Lago, Non-persone. <em>L’esclusione dei migranti in una società globale</em>, Feltrinelli, Milano 2005 (1999), p. 70.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/15/razzismi-quotidiani/"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/razquot3-small-38x29.gif" id="image2374" alt="Razzismi Quotidiani" align="left" hspace="5" /></a>D’estate, si sa, la sorveglianza viene meno un po’ ovunque, e con la minore attenzione del pubblico e dei supervisori (se ve ne sono), anche ai giornalisti capita di fare emergere, più o meno inconsapevolmente, i pregiudizi razzisti insiti nel loro linguaggio. E come ogni estate, come sempre, come il 19 agosto scorso, tutto ha inizio con l’“emergenza immigrazione”, con altri morti senza nome nel Canale di Sicilia.</p>
<p>Il GR1 delle ore 13 di sabato 19 agosto apriva con questo servizio dell’inviato da Lampedusa, Alfredo Ponti: “Il naufragio sarebbe avvenuto per l’euforia esplosa a bordo quando gli extracomunitari hanno visto arrivare la nave dei soccorsi. Si sono spostati sul fianco del barcone di dieci metri che ha cominciato così ad ondeggiare fino a rovesciarsi” (trascrivo fedelmente dal servizio, <a href="http://www.radio.rai.it/radio1/grcontinua.cfm?2006-08-19,13:00">link</a>)</p>
<p><span id="more-2373"></span></p>
<p>Il GR1 delle 15 (<a href="http://www.radio.rai.it/radio1/grcontinua.cfm?2006-08-19,15:05:21">link</a>), più breve e senza servizi, apre con la stessa notizia, riportando in successione prima i numeri del naufragio (dieci le vittime accertate, settanta i superstiti), poi la polemica politica, “montata” dalle dichiarazioni di Giuliano Amato con la replica del forzista Martusciello, e solo in coda si dà notizia dell’ipotesi che il naufragio possa essere avvenuto successivamente a una manovra sbagliata della nave militare Minerva nei confronti della barca dei migranti (un “particolare” del tutto taciuto nell’edizione delle 13).</p>
<p>Sul Manifesto di domenica 20 agosto, il servizio di Alfredo Pecoraro si apre invece con queste parole: “Quando la nave si è avvicinata i migranti si sono spostati su una fiancata del barcone allungando le braccia verso i soccorritori che li guardavano dall’alto; ma pochi minuti dopo la carretta è stata urtata, ha cominciato ad ondeggiare violentemente mentre a bordo era il panico. E’ stato un attimo: la barca si è rovesciata, uomini, donne e bambini sono finiti in mare” (<a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Agosto-2006/art28.html">link</a>).</p>
<p>Resta sconcertante rilevare in queste situazioni le peripezie linguistiche di alcuni giornalisti: un alto numero di persone (circa 120) in mare da cinque giorni, senza cibo né acqua da tre, può decidere verosimilmente di spostarsi inopinatamente tutto su un fianco della barca causandone così l’inevitabile rovesciamento, come è stato detto nel GR1 delle 13? Perché non considerare nemmeno l’eventualità di un contatto con la nave militare, seppure in una forma neutra come nell’articolo del Manifesto (“la carretta è stata urtata”, e non “la Minerva ha urtato”)?</p>
<p>Non sarebbe del resto il primo caso in cui le testimonianze dei migranti sopravvissuti ad un naufragio vengono confinate ai margini dei servizi filmati e degli articoli di stampa. Accade infatti spesso che la prima versione dell’evento, diffusa dalle fonti ufficiali della Guardia Costiera o della Capitaneria di Porto del luogo, venga appena smussata e riordinata dal giornalista che su quelle parole modellerà poi il suo pezzo, e che gli sviluppi dei giorni successivi (possibili quasi sempre grazie alle segnalazioni dei migranti sopravvissuti), anche quando dimostrano le responsabilità nel naufragio delle motovedette italiane, vengano sottaciuti o direttamente ignorati dalle fonti di informazione.</p>
<p>L’8 marzo 2002, nei pressi di Lampedusa, circa sessanta migranti perdono la vita durante la manovra di traino della loro barca da parte del motopesca privato “Elide”. Il giornalista del Corriere della Sera Felice Cavallaro scrive in un articolo a tutta pagina dell’avvenuto naufragio “nonostante dal motopesca e dalla Cassiopea [l’unità della Marina Militare accorsa sul posto] siano stati lanciati salvagenti, funi, travi” (<a href="http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/020308/36rny.htm">link</a>). Cinque giorni dopo, il 13 marzo 2002, la procura di Agrigento ipotizza il reato di omissione di soccorso da parte dell’unità della marina, come aveva già testimoniato il nostromo dell’“Elide”, per l’utilizzo soltanto di uno dei vascelli di salvataggio a disposizione a bordo della Cassiopea e per l’avaria improvvisa che colpisce l’elicottero della marina militare nei momenti del naufragio e che impedisce di salvare molte vite umane “utilizzando funi, imbracature, salvagenti e quant&#8217;altro”<br />
(articolo di Andrea Fabozzi sul Manifesto del 13 marzo 2002, <a href="http://www.cestim.org/rassegna%20stampa/02/03/13/clandestino_lampedusa_marina.htm">link</a>); ma sulle prime pagine dei principali quotidiani non c’è già più traccia di questi importanti sviluppi dell’inchiesta (<a href="http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/020313/37877.htm">link</a>).</p>
<p>Il dubbio che le informazioni diffuse dalle forze dell’ordine possano essere talvolta platealmente sbagliate è confermato da un altro episodio trattato in modo quantomeno discutibile negli ultimi giorni dai mezzi di comunicazione. Il GR1 delle ore 11 di domenica 20 agosto (<a href="http://www.radio.rai.it/radio1/grcontinua.cfm?2006-08-20,11:00">link</a>), a proposito della ragazza ventitreenne di Brescia trovata morta all’interno del campanile della chiesa in cui si era recata il venerdì precedente, dà notizia del “ritrovamento <em>dei resti</em> del corpo di una giovane donna”. Due ore dopo, nessuna fonte parlerà più dello smembramento del corpo, e addirittura lunedì emergerà che, ad un primo esame sul cadavere, la ragazza potrebbe essere morta per soffocamento da nastro adesivo, quindi senza un tale spargimento di sangue che potesse dare adito alla prima macabra versione.</p>
<p>L’unico sospettato dell’omicidio è un immigrato cingalese, coetaneo della vittima, che pare abbia giustificato la morte della ragazza, prima di fuggire, come un incidente: una versione che già nel GR delle 11, lo stesso che riporta la notizia dello smembramento del corpo della giovane, e quindi di una notizia assolutamente falsa e ingiustificabile, non trova il minimo spiraglio, tant’è che la giornalista in studio introduce la notizia come “l’omicidio di Brescia”.</p>
<p>Sottolineo che qui non è in discussione l’innocenza o la presunta colpevolezza del giovane straniero, ma semplicemente il metodo utilizzato da una fonte d’informazione (la più ascoltata a livello radiofonico in Italia) nel (non) discernere i particolari veri o possibili di una notizia. Il TG1 delle 13,30 di lunedì 21 agosto riprende la notizia, inserendola nei titoli di testa con la didascalia “Caccia al cingalese”: una soluzione che rispetto a tutte le altre possibili, più o meno sensazionaliste (caccia all’assassino di Elena, caccia al sagrestano, caccia a “Camillo”), sembrerebbe solamente dettata da un accanimento pregiudiziale contro lo straniero in quanto tale.</p>
<p>Ma non si tratta ancora dei casi più eclatanti di notizie a sfondo razzista di questi giorni. Sempre nel pomeriggio di domenica 20 agosto, RAI Televideo[1] pubblica questa ultim’ora delle 17,06: “Il corpo di un uomo, le circostanze della cui morte sono ancora da chiarire, è stato trovato in un appartamento a Brescia, in via Solferino, nei pressi della stazione ferroviaria. <em>L’appartamento si trova sopra un ristorante di proprietà di immigrati cinesi.</em> Delle indagini si sta occupando la Questura di Brescia. Si tratterebbe di un pittore e disegnatore di 70 anni”. Dopo alcune ore l’identità della persona uccisa si scoprirà essere quella di Aldo Bresciani, pittore 72enne di Brescia, e s’indagherà prevalentemente nella sua vita privata per risalire all’assassino.</p>
<p>Ora, la frase centrale di questa notizia di agenzia (“L’appartamento si trova sopra un ristorante di proprietà di immigrati cinesi”) chiarisce senza il minimo dubbio il <em>modus operandi</em> delle fonti di informazione, e presumibilmente delle stesse fonti di polizia (che, come è verosimile, devono aver dato per primi la notizia del ritrovamento del cadavere alle agenzie di stampa). Si tratta a mio avviso di un caso di informazione rivoltante e scriteriata, perché rende evidente la cultura del sospetto preventivo che grava sugli stranieri di ogni nazionalità, senza il minimo senso di oggettività e di decenza, oltre che, ovviamente, senza alcun lontano indizio di colpevolezza o del più insignificante ruolo avuto nella vicenda di cronaca descritta, in questo caso, dagli “immigrati cinesi”.</p>
<p>Va segnalato, ancora, come la dicitura “ristorante di proprietà di immigrati cinesi” appartenga ad un lessico giuridico-burocratico che ne avvalora l’ipotesi della provenienza da una fonte di polizia, e come si discosti opportunamente dalla formula “ristorante cinese”, più integrata nel linguaggio comune e più conforme ad un testo giornalistico che non avesse voluto deliberatamente creare sospetti gratuiti, ma che non per questo sarebbe risultata meno grave. Ed è allo stesso modo giornalisticamente insensato come il sospetto preventivo sugli immigrati cinesi venga anteposto addirittura alle cause stesse della morte dell’uomo, che, seppure senza i particolari autoptici, potevano essere rilevate con un esame di massima del corpo, come sempre avviene in queste circostanze, ma delle quali, nell’agenzia di Televideo, non si riporta notizia.</p>
<p>Per ultimo, ma di sicuro il più didascalico tra gli esempi finora riportati, riporto l’<em>incipit</em> di un altro servizio del tg1 delle 13,30 [2] di lunedì 21 agosto firmato da Sergio de Nicola, corrispondente dalla provincia di Foggia della sede RAI della Puglia: “Città deserte ad Agosto nel foggiano. Sono invece piene le campagne, di extracomunitari dediti alla raccolta di pomodori, uva ed olive. Tra i tanti residenti ormai da anni, ci sono anche gli stranieri irregolari, che hanno difficoltà a trovare lavoro, e trascorrono le giornate vagando per i centri abitati, talvolta bevendo un po’ troppo e lasciandosi andare a gesti inconsueti. Un rumeno di 52 anni, ieri, <em>per esempio</em>, ha tentato di sequestrare in un città del tavoliere una bimba di soli sei anni, che stava giocando ignara nel giardino della sua abitazione”.</p>
<p>Il percorso retorico del giornalista è limpidissimo: ad Agosto non ci sono italiani e quindi non c’è sorveglianza nelle città; gli extracomunitari “buoni” sono confinati nelle campagne, che però <em>affollano</em>, e sono “dediti” (non sfruttati, sottopagati, lasciati vivere in tuguri senza servizi igienici dagli agricoltori foggiani, come è invece noto a tutti, e alle stesse forze dell’ordine) al lavoro; ma ci sono poi anche gli stranieri “cattivi”: clandestini, vagabondi, nullafacenti, ubriaconi, nemici pubblici, praticamente tutti dei mostri. Il giornalista sceglie allora UNO di questi casi, che fa presumere essere un numero notevole (“per esempio”), per dare l’idea del pericolo sociale rappresentato dagli immigrati irregolari, e poiché non si spiegherebbe altrimenti l’accenno ai lavoratori stranieri nelle campagne in un contesto di cronaca del tutto diverso, dagli immigrati <em>tout court</em>.</p>
<p>Un abilissimo <em>incipit</em> scritto per cerchi concentrici, che di fatto pone la notizia con UN immigrato protagonista negativo in una prospettiva razzista, perché accomuna il singolo presunto delinquente immigrato (che in questura ha dato una versione molto diversa dei fatti contestati, non ritenuta però plausibile né dalle forze dell’ordine né di conseguenza dalle fonti d’informazione) a tutta la popolazione straniera residente nella zona della provincia di Foggia, in una notizia di cronaca peraltro così odiosa come un reato commesso ai danni un minore. L’evocazione dell’assenza degli italiani dalle città, d’altra parte, si presta fin troppo facilmente ad una lettura del tipo “quando noi non ci siamo, quelli lì fanno quello che vogliono”, ed è anch’essa del tutto superflua ai fini della comunicazione del fatto di cronaca in questione. Inoltre, la frase d’apertura “Città deserte ad Agosto nel foggiano” resta difficile da applicare al comune in cui si è svolta la vicenda, Torremaggiore, con poco più di 15.000 abitanti, che è verosimile non si sia “svuotato” come le grandi metropoli durante la settimana di Ferragosto.</p>
<p>[1] L’archivio web di <a href="http://www.televideo.rai.it/">Televideo</a> si ferma agli ultimi cinque giorni.</p>
<p>[2] Le edizioni del <a href="http://www.tg1.rai.it/">tg1</a> sono accessibili sul web solo nelle 24 ore successive alla messa in onda.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/08/29/dove-lemergenza/">Dov&#8217;è l&#8217;emergenza</a></p>
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