<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; sticazzi</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/sticazzi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Un post lunghissimo dal quale, eccezionalmente, non si ricava nulla.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/29/un-post-lunghissimo-dal-quale-eccezionalmente-non-si-ricava-nulla/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/29/un-post-lunghissimo-dal-quale-eccezionalmente-non-si-ricava-nulla/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2008 07:06:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[implementare]]></category>
		<category><![CDATA[patasgionfa]]></category>
		<category><![CDATA[sticazzi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/01/29/un-post-lunghissimo-dal-quale-eccezionalmente-non-si-ricava-nulla/</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/bellini41.jpg' title='bellini41.jpg'></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>In tivù si parla dell’emergenza rifiuti in Campania. L’iconografia è quella solita, aprospettica e paratattica, in cui l’inviata sul posto sta al centro di una teoria di gente infuriata che espone cartelli rivolti contro il Presidente della Regione (“<strong>Bassolino</strong> vergogna!”), ed altri che invocano l’Uomo della Provvidenza (“Silvio pensaci tu!”).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/29/un-post-lunghissimo-dal-quale-eccezionalmente-non-si-ricava-nulla/">Un post lunghissimo dal quale, eccezionalmente, non si ricava nulla.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/bellini41.jpg' title='bellini41.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/bellini41.thumbnail.jpg' alt='bellini41.jpg' /></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>In tivù si parla dell’emergenza rifiuti in Campania. L’iconografia è quella solita, aprospettica e paratattica, in cui l’inviata sul posto sta al centro di una teoria di gente infuriata che espone cartelli rivolti contro il Presidente della Regione (“<strong>Bassolino</strong> vergogna!”), ed altri che invocano l’Uomo della Provvidenza (“Silvio pensaci tu!”). La lotta per accaparrarsi il microfono restituisce brandelli di frasi misti a insulti. D’un tratto una signora esasperata urla “Neanche nel Medioevo!”, indicando la montagna di spazzatura a fianco. Ha ragione. Il Medioevo ci ha lasciato esempi migliori.<span id="more-5240"></span> L’affresco di <strong>Ambrogio Lorenzetti</strong> al Palazzo Pubblico di Siena, quello sugli <em>effetti del Buon Governo</em>, rappresenta un concetto moderno e civilissimo che oggi pare inconcepibile: l’invisibilità del Governo, la visibilità dei suoi effetti. La politica virtuosa non ha bisogno di uomini carismatici, di salvatori della patria, l’anonimato è anzi garanzia di efficienza, perché un bravo funzionario statale rifugge la ribalta. Se viene praticata lo si capisce dai risultati: prosperano i commerci, c’è la pace sociale, le campagne sono coltivate, la giustizia è amministrata con equità e rigore, le strade sono sicure e pulite… </p>
<p>Quando <strong>Borges</strong> decise di trasferirsi a vivere &#8211; anzi, a morire, data l’età – a Ginevra, in Argentina furono in molti a protestare. Lo scrittore era un patrimonio nazionale, così facendo danneggiava l’immagine del suo paese. Lui replicò che aveva bisogno di tranquillità e solitudine, e Buenos Aires in questo senso non era il luogo più adatto. Il carattere espansivo del latino-americano, unito alla sua enorme fama, facevano sì che dovunque si spostasse veniva riconosciuto e fermato. In Svizzera non sarebbe successo, sono più discreti e rispettosi della <em>privacy</em>. Borges affermava che la civiltà di quel paese si misura dal fatto che all’estero nessuno conosce il nome del suo Presidente.</p>
<p>Alla mostra fotografica di ritratti di scrittori di <strong>Gisele Freund</strong>, allestita in questi giorni alla <em>Galleria Sozzani</em>, ci sono tutti. <strong>Joyce</strong>, <strong>Benjamin</strong>, <strong>Michaux</strong>, <strong>Malraux</strong>, <strong>Virginia Woolf</strong>, <strong>Tristan Tzara</strong>, <strong>Gide</strong>, <strong>Ionesco </strong>(no, Ionesco no, solo nel catalogo), <strong>Susan Sontag</strong>, <strong>Sartre</strong> &#038; <strong>Simone de Beauvoir</strong>, <strong>Alfonso Reyes</strong>, <strong>Fuentes</strong>, <strong>Cortázar</strong>, Borges. Reyes è buffo, con la faccia tonda e un riporto <em>coast-to-coast</em>. Cortázar ha degli occhi impressionanti. Peggio di <strong>Picasso </strong>o <strong>Robert Capa </strong>. Borges ha il <em>physique du rôle</em> del vate, con lo sguardo spento e la mano che stringe il bastone. Poi mi hanno colpito le mani biscottate di Benjamin che consulta dei volumi alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Nella biografia di Tilla Rudel (<em>L’angelo assassinato</em>, excelsior 1881) c’è la stessa foto della Freund più molte altre, sue e di suoi amici. Stefanie mi fa notare la differenza con <strong>Adorno</strong>. “La fisionomia conta, altro che. Guarda Adorno, ha lo sguardo furbo di chi sa far fruttare il proprio talento. E poi osserva Benjamin. E’ un genio imbranato, del tutto inadatto alla vita.” Dev&#8217;essere così. <strong>Manganelli </strong>affermava spesso che incominciò a scrivere perché non sapeva allacciarsi le scarpe.</p>
<p>Sulla copertina dell’ultimo numero di <em>Pulp</em> c’è un bel primo piano di <strong>Bianciardi</strong>. Si dice sempre quant’è bella la faccia di <strong>Beckett</strong>, così particolare, severa, ma io preferisco mille volte quella del grossetano, gonfia e triste, con gli occhi liquidi e sporgenti. E’ una faccia che non sta mai in posa. E’ una faccia senza <em>tralalà</em>.</p>
<p>Non sapevo cosa fosse il <em>tralalà</em>. Poi il 2 gennaio su <em>Repubblica</em> è apparso un saggio inedito di <strong>Milan Kundera</strong>, che parlava di un brano di Céline, tratto dal libro <em>Da un castello all’altro</em> (Einaudi, pag.131-133). E’ l’episodio della morte di Bessy, la cagna di <strong>Céline</strong>. Céline amava gli animali. Il gatto Bebert, il pappagallo Toto, i vari cani. A loro dedica la sua ultima opera, <em>Rigodon</em>. In <em>Céline a Meudon, images intimes 1951-1961</em>, di <strong>David Alliot </strong>(Ramsay), è ritratto spesso in loro compagnia, sembra un <em>clochard</em> con fissa dimora. L&#8217;adorata cagna Bessy era stata trovata in Danimarca. A Meudon si ammala di cancro, sta per morire:</p>
<p>«Non volevo farle una puntura… nemmeno darle un po&#8217; di morfina &#8230; avrebbe avuto paura della siringa… non le avevo mai fatto paura… è rimasta in fin di vita almeno quindici giorni&#8230; oh non si lamentava, ma io vedevo… non aveva più forze… dormiva accanto al mio letto… a un certo punto, un mattino, ha voluto uscire di casa …volevo stenderla sulla paglia… non ha voluto &#8230; voleva stare da un&#8217; altra parte &#8230; nel posto più freddo della casa, sui sassi&#8230; si è allungata dolcemente &#8230; ha cominciato a rantolare &#8230; era la fine &#8230; me l&#8217;avevano detto, io non ci credevo &#8230; ma era vero, si era distesa in direzione del ricordo, da dove era venuta, dal nord, dalla Danimarca, il muso a nord, rivolto a nord &#8230; una cagna estremamente fedele, fedele ai boschi dove fuggiva, Korsor, lassù &#8230; fedele anche alla vita atroce &#8230; i boschi di Meudon per lei non significavano niente &#8230; è morta dopo due, tre rantoli&#8230; oh, molto discretamente &#8230; senza nessun lamento &#8230; con una postura davvero molto bella, slanciata, in fuga; &#8230; ma su un fianco, stremata, finita &#8230; il naso verso le sue foreste in fuga, lassù da dove veniva, dove aveva sofferto &#8230; Dio sa quanto! Oh, ne ho viste di agonie &#8230; qui, là &#8230; dappertutto &#8230; ma mai nessuna così bella, discreta &#8230; fedele &#8230; quello che danneggia l&#8217;agonia degli uomini è il tralalà&#8230; l&#8217;uomo, malgrado tutto, è sempre su un palcoscenico &#8230; il più semplice».</p>
<p>Questo brano famoso lo conoscevo bene già prima di rileggerlo grazie a Kundera. Mi era piaciuto molto, ma non ero rimasto così impressionato come dopo questa lettura, e il merito è sia di Kundera che di <strong>Massimo Rizzante</strong>, il traduttore. Nel libro Einaudi con la traduzione di <strong>Giuseppe Guglielmi</strong>, al posto di “tralalà” si dice “mostra”. “Ciò che nuoce all’agonia degli uomini è la mostra!” Non rende altrettanto bene. Le pseudoparole come <em>tralalà</em> invece, quei neologismi che non significano nulla, che per veicolare un concetto si affidano unicamente all’onomatopea, hanno un’efficacia semantica molto maggiore, meno limitata. E in più <em>tralalà</em> rispetta fedelmente l’originale.</p>
<p>Ma è proprio così? L’uomo, anche il più semplice, si sente sempre su un palcoscenico? E la posa e l’affettazione hanno bisogno necessariamente dell&#8217;altro per manifestarsi o si può recitare anche per un pubblico inesistente? La fortuna dei programmi di <em>candid camera</em> nasce dalla curiosità di vedere come si comportano le persone quando non sanno di essere guardate, il problema è che molti pensano e vogliono essere continuamente osservati, la c.d. vetrinizzazione sociale. Perfino il timido convinto che tutto cospiri contro di lui, che il mondo intero rida al suo minimo inciampo, è in questo senso parente stretto del narciso: sono entrambi vittime di un soggettività esasperata, gli estremi di una coscienza infatuata di se stessa. </p>
<p>Stando a <strong>DeLillo </strong>non solo le persone cambiano al contatto con lo sguardo altrui. Nel primo capitolo de <em>L’uomo che cade</em>, appena edito da Einaudi, si narra l&#8217;attacco alle Torri Gemelle:</p>
<p>“Fece in tempo a udire il rumore del secondo crollo. Attraversò <em>Canal street</em> e cominciò a vedere le cose, per qualche motivo, in modo diverso. Non parevano pregnanti come al solito, le strade lastricate, i fabbricati in ghisa. C’era una qualche mancanza cruciale nelle cose intorno a lui. Erano incompiute, per così dire. Erano inosservate, per così dire. Forse era quello l’aspetto che avevano le cose quando non c’era nessuno che le vedesse.”</p>
<p>Lo sguardo delle persone altera le cose, corrompe i paesaggi, come in quel formidabile apologo di <em>Rumore bianco</em> (Einaudi), “il fienile più fotografato d’America”, in cui i turisti fanno “fotografie del fare fotografie”, finendo in pratica per cartolinizzare la realtà. Il turista è un agente di kitschizzazione del mondo, su ciò che guarda si stende un implacabile velo di falsità. Il problema è che il turista è sempre <em>l&#8217;altro</em>, come in quelle vacanze all&#8217;estero in cui ci si lamenta che &#8220;c&#8217;erano troppi italiani&#8221;. </p>
<p><strong>Theodore Sturgeon </strong>era un autore di libri di fantascienza. Durante un&#8217;intervista la giornalista gli chiese perché uno scrittore così talentoso come lui scriveva libri di fantascienza, un genere letterario di serie B, che per il 90% è merda. Lui rispose: &#8220;Il 90% di qualsiasi cosa è merda&#8221;. Quando riferisco questo aneddoto mi accorgo che piace, mi sorridono complici. Siamo tutti d&#8217;accordo sul fatto che il 90% di qualsiasi cosa è merda, e tutti siamo certi di appartenere al restante 10%. Lo snobismo di massa.</p>
<p>“Il turismo della realtà”. E’ questo che bisogna evitare, secondo <strong>Christian Raimo</strong>. Nella sua prefazione a <em>Il corpo e il sangue d’Italia</em>, una raccolta di reportage da poco edita da minimum fax, quello è il difetto principale e il limite più evidente di molte inchieste giornalistiche. Il turismo della realtà è superficiale, enfatico, sensazionalistico. Riduce ogni fenomeno a folklore, degrada la testimonianza sociale a souvenir antropologico, l’importante è mantenere il distacco. “Si cerca il capro espiatorio della settimana: può essere il presunto affiliato ad Al Qaeda, il pitbull, il lavavetri, il pirata della strada ubriaco, il pedofilo, in una teoria infinita di uomini neri che dovrebbero rappresentare il lato oscuro che spieghi il male della società.”</p>
<p>La soluzione la fornisce <strong>Antonio Pascale </strong>nel saggio intitolato &#8220;Il responsabile dello stile&#8221;. Prende a pretesto un racconto di <strong>Moresco</strong>, &#8220;I maiali&#8221;, incluso nella raccolta <em>Patrie impure</em>. Qui il mantovano si cala nei panni di un ucronico <strong>Alfredino Rampi </strong>che rifiuta la mano dei soccorritori per denunciare il voyeurismo morboso dei tanti guardoni che si assiepano all&#8217;imboccatura del pozzo. Ma &#8220;per contestare i maiali guardoni, è più scandaloso assumere il punto di vista (eroico) di un puro ragazzino di 5 anni (allontanandosi così dal maiale che è in noi), oppure quello di un vecchio maiale che sta nei pressi del buco a guardare?&#8221;</p>
<p>Su <em>Tuttolibri</em> del 12/1 ci si lamenta che, a parte <em>La casta</em>, l&#8217;ultima volta che un titolo di saggistica scalò le classifiche fu con <em>La rabbia e l&#8217;orgoglio</em> della <strong>Fallaci</strong>, ossia nel 2002. C&#8217;è niente da fare, <em>Gomorra</em> passerà alla storia dei generi come opera di finzione, o perlomeno come un testo in cui gli elementi di invenzione prevalgono sui documenti. <strong>Genna </strong>sarà contento, lui che si era &#8220;speso tanto con Mondadori&#8221; affinché quel libro venisse esposto nel reparto &#8220;narrativa&#8221;. All&#8217;epoca tutto quello sbattimento mi colpì, soprattutto perché proveniva da chi si era sempre dichiarato a favore del meticciato dei generi, delle scritture ibride. <strong>Stefano Bartezzaghi</strong>, commentando la presenza di <strong>Saviano </strong>a <em>Che tempo che fa</em>, nota le curiose preoccupazioni del presentatore e dello scrittore, &#8220;che sembravano ansiosi di evitare anche il minimo sospetto che possa trattarsi di un saggio: tanto ansiosi da arrivare alle soglie del vietissimo «si legge come un romanzo»&#8221;. Poi succede che su <em>Repubblica</em> esce un pezzo intitolato &#8220;Ritorno a Gomorra&#8221;, in cui Roberto racconta di un suo viaggio a Casal di Principe. Qui l&#8217;ostilità dei suoi detrattori si sposa con le tesi dei suoi primi estimatori. Alcuni ragazzini che lo circondano, difatti, gli si rivolgono con dei complimenti: &#8220;bello il romanzo che hai scritto, proprio nu&#8217; bellu romanzo&#8221;; intendendo sottolineare del libro l&#8217;aspetto della finzione, della storia inventata, che vanificherebbe il suo valore di denuncia.</p>
<p>&#8220;Il <strong>Caravaggio </strong>disse che tanta manifattura gli era a fare un quadro buono di fiori, come di figure&#8221;. Così scrisse ai primi del &#8217;600 il marchese <strong>Vincenzo Giustiniani</strong>, suo collezionista, al cardinale <strong>Borromeo</strong>. Ecco, se fossi un autore di genere, un <strong>Biondillo</strong> o uno Sturgeon, probabilmente mi appellerei all&#8217;autorità del Merisi piuttosto che rifugiarmi nel 10%.</p>
<p>E&#8217; un po&#8217; che non leggo narrativa, sarà un sintomo di vecchiaia. Libri di foto, taccuini, diari, memoriali, epistolari, autobiografie, qualsiasi cosa ma non la finzione. Mi suona falsa, come ai guappi di Casal di Principe. Ricerca frustrata, naturalmente. Lo scarto fra l’intenzione di ricostruire fedelmente una vita e la vocazione apologetica del sé è irriducibile. Si può mettere alla berlina l’io del passato, molto più difficile e coraggioso è prendersela con l’io attuale. E&#8217; che ci si sforza di dare un senso, una coerenza logica retrospettiva a un ammasso di eventi slegati e accidentali. Anche questa è a suo modo una manifestazione del &#8220;tralalà&#8221;, un imbellettamento cosmetico della vita. Il rifiuto del tralalà mi ha spinto fino a <strong>Vincenzo Rabito</strong>, il bracciante semianalfabeta siciliano autore di <em>Terra matta</em> (Einaudi), la sua sgrammaticata e picaresca autobiografia. Qui l’autore sta sporgendo querela. E difatti lo stile, sin dall’incipit, è quello di una denuncia ai carabinieri, in cui “il sotto scritto” bestemmia e impreca dichiarando le sue generalità, la residenza e lo stato civile, per poi additare il vero colpevole di tutte le sue disgrazie, quel “Patreterno, che quelle che voglino vivere onestamente in vece di aiutarle li fa morire”. E&#8217; una lettura commovente e spossante, al termine si rischia il ricovero dal logopedista.</p>
<p>La libreria Utopia di Milano ha pubblicato un libriccino inedito di Giorgio Manganelli. Si tratta di <em>Intervista a Dio</em>, una delle sue “interviste impossibili”. Fu rifiutata sia dai dirigenti radiofonici che dall’editore perché ritenuta blasfema. Dev&#8217;essere per quella frase a pag.39, in cui l’altissimo confessa il suo disgusto nei nostri confronti. Dice: “Non vi amo, ma odiarvi è troppo faticoso. Io direi che mi fate schifo”. Bah, perché blasfema? Sono le stesse parole pronunciate da <strong>Giovanni Paolo II </strong>nel dicembre 2002, quando commentò il cantico di Geremia (14, 17-21): “Oltre alla spada e alla fame c’è una tragedia maggiore, quella del silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dell&#8217;agire dell&#8217;umanità”.</p>
<p>A Travale, un piccolo paese toscano al confine delle province di Grosseto e Siena, il prete era un brillante oratore. Bianciardi lo ricorda con affetto ne <em>Il lavoro culturale</em> (Feltrinelli, pag.23). Dice che &#8220;durante la settimana di Pasqua faceva la sua predica sulla Passione e la morte di Gesù, e le donne, a un certo punto, nel sentir raccontare così bene la flagellazione, la tortura, la corona di spine, i chiodi conficcati nelle mani, si misero a piangere, tutte. Al buon sacerdote dispiacque di aver provocato tanto dolore, e così si interruppe, e rivolgendosi direttamente alle fedeli, fece:«Via, figliole, non piangete così. Quello che vi ho raccontato è successo tanto tempo fa, e forse non è nemmeno vero.»</p>
<p>Se Iddio non si rivela più, la Madonna pare meno restia. A volte lacrima, altre sanguina, altre ancora preannuncia disgrazie o la fine del mondo, e infine si fa pure fotografare. Una di queste miracolose immagini mariane fu scattata da un pellegrino nel 1987 a Medjugorje. L’evento suscitò un acceso dibattito sui media, e <strong>Federico Zeri </strong>intervenne con un articolo sul quotidiano <em>La Stampa</em>. La prima cosa che lo colpì fu lo schema compositivo. Tranne alcune piccole variazioni, per Zeri quello schema si ricollegava a un’invenzione della pittura italiana trecentesca, per la precisione la <em>Madonna con Gesù bambino</em> di Ambrogio Lorenzetti a Brera; idea che venne poi ripresa nella <em>Madonna del solletico</em> di <strong>Masaccio</strong>. Sul tronco di quell’impianto, l’innesto dei connotati della Vergine citava la fisionomia di certe attrici di Hollywood degli anni 50 dalla bellezza castigata e domestica; come la sfortunata <strong>Linda Darnell</strong>, che recitò proprio la parte della Madonna nel film <em>Bernadette</em> dedicato alla piccola veggente di Lourdes. Zeri avvertì che con quell&#8217;expertise non intendeva affermare che l’immagine fosse falsa. Per lui, vera o falsa che fosse, il punto determinante era &#8220;l’impossibilità per la nostra mente di produrre immagini senza radici, prive insomma di riferimenti storici&#8221;. Pare che quando riferirono a <strong>Berenson</strong> che la Madonna era apparsa a papa <strong>Pio XII</strong>, lo storico dell&#8217;arte chiese: &#8220;in che stile?&#8221; </p>
<p>E se i riferimenti fossero personali, se il repertorio mnemonico visivo attingesse soprattutto ai nostri affetti, e la Vergine avesse il volto della donna amata? <strong>Ginevra Bocheta</strong>, il grande amore di <strong>Giovanni Bellini</strong>, fu la sua unica modella, la sua religione privata, l&#8217;incarnazione del suo stesso stile. L&#8217;ovale purissimo che si ripete in ogni <em>Madonna con bambino</em> del veneziano è sempre il suo. Presto dovette dipingerla a memoria, perché lei morì giovane. Forse quei quadri postumi rappresentarono per Giovanni un modo di elaborare il lutto, o forse sentiva solo il bisogno, col passare del tempo, di tener vivo il suo ricordo. Quella galleria di ritratti sparsa per il mondo è il Taj Mahal italiano, il nostro cenotafio dell&#8217;amore inconsolabile. Chissà com&#8217;è Ginevra quando nessuno la  guarda&#8230; Io ricorderò sempre la prima volta che la vidi. Ero alla Pinacoteca di Brera, una domenica d&#8217;estate di tanti anni fa. Insomma, con una frase che quantunque un po&#8217; antiquata riassume benissimo i fatti: quella fu per me una giornata indimenticabile. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/29/un-post-lunghissimo-dal-quale-eccezionalmente-non-si-ricava-nulla/">Un post lunghissimo dal quale, eccezionalmente, non si ricava nulla.</a></p>
<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/29/un-post-lunghissimo-dal-quale-eccezionalmente-non-si-ricava-nulla/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>26</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 0.356 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-12 23:02:49 -->
<!-- Compression = gzip -->
