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	<title>Nazione Indiana &#187; strategie promozionali</title>
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		<title>Gli autori mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jan 2007 18:13:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p>Tempo di bilanci per i libri del 2006? Va bene, e direi positivi. Niente passatismo per favore, niente invocazione dei tempi che furono in cui la letteratura italiana era sì forte e gagliarda. Eppure pare che la questione critica sia sempre un po’ questa. Che cos’è che manca agli scrittori italiani d’oggi? Non li trovate tutti un po’ gracilini e imbelli? Nell’anno appena passato, l’ha espresso chiaramente Antonio Scurati in un pamphlet per Bompiani, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>: manca il contenuto, manca l’esperienza che preme per diventare testimonianza (così era per il neorealismo, no?), manca il Novecento, manca l’attrito con la tradizione. <span id="more-3087"></span>Carla Benedetti aveva cercato di definire quest’impasse con più complessità qualche anno fa nell’<em>Ombra lunga dell’autore</em> (Feltrinelli, 1998). Rispetto a un Foucault che mostrava come l’autore fosse diventato come mai prima “questione” e rispetto a un Barthes che lo dava direttamente per morto, la letteratura aveva risposto con i suoi anticorpi. Facendosi meta-letteratura, più o meno. Aggirando il vicolo cieco, cercando un effetto straniato che desse a chi scrive un’aura minima di credibilità, visto che: autenticità, responsabilità, possibilità di incidere sul mondo nel frattempo erano diventati obiettivi lontani. Al tempo stesso, mostrava Benedetti, anche l’editoria ha mostrato i suoi muscoli, e invece di morire l’autore oggi è più vigoroso che mai, viagrizzato dalle strategie promozionali. Magari non è uno scrittore di professione e fa di mestiere lo psicologo da salotto o il cantante, ma ha la sua foto che occupa tutta la quarta di copertina se non la copertina direttamente. Oppure magari vorrebbe fare lo scrittore di professione (ossia: vorrebbe che valesse la sua opera e non la sua faccia), ma si deve accontentare di quello che passa il mercato editoriale, e ritrovarsi dentro “un’identità molto forte che non gli corrisponde” o addirittura in un’“identità editoriale vuota”.</p>
<p>Ma il problema più acuto, ricordava sempre Benedetti, era sempre quello della legittimazione artistica, che da Hegel in poi, pare che debba passare soltanto da una fruizione mediata e consapevole, e allora Benedetti si chiedeva: “Può esistere creazione dove si dà scelta? Può esistere l’arte senza un margine di irriflesso, di spontaneità, di non dominato concettualmente?”. Cosa vuol dire essere scrittori senza compilatori di un senso comune?</p>
<p>Quest’anno (l’ultimo) sono usciti due libri che non sono dei capolavori – sono libri senza equilibrio, eccessivi o difettosi nella lingua e nella costruzione narrativa – ma sono due libri importantissimi, fondamentali: <em>Gomorra </em>di Roberto Saviano e <em>Troppi paradisi </em>di Walter Siti. Che a queste varie impasse, a queste all’erta sullo stato di postumità della letteratura, hanno risposto con un’arma spiazzante, truccata: l’autore-mondo. Non posso più incidere con le mie parole sul reale? Il reale è diventato uno schermo? Al posto del mio nome in copertina ci potrebbe essere qualcun altro? E io inverto la tendenza. Divento impudico, esibisco il mio corpo tutto sulla pagina, faccio del mio corpo il territorio dove far accomodare la realtà, fittizia, deformata, brutale, sciatta, quella che è, neanche me ne rendo più conto di ciò che mi attraversa. Non tralascio però il dato che ogni malessere oggi è psicosomatico. Non più incarnato, elaborato, trasformato in esperienza, ma sintomatizzato! Nella mia autobiografia multiforme ci metto dentro reality show, traffici internazionale, e – letteralmente nel caso di Siti – il mio buco del culo. Inglobo le voci narranti, caricando su di me responsabilità e conivolgimento – come fa Saviano, che non specifica quanto di quello che racconta con la verità della prima persona sia effettivamente stato agito da lui. “Mi chiamo Walter Siti, come tutti”, come dichiara senza mezze misure voi immaginate chi.</p>
<p>Ma la cosa notevole è che questi due titoli non sono mosche bianche nel panorama sterilizzato della nuova narrativa. Quest’idea dell’autore-mondo, dell’autobiografia inclusiva non la trovavamo già in <em>Lunar Park </em>di Bret Easton Ellis, che comincia proprio riraccontando di un se stesso titanico e alla deriva dietro i suoi romanzi? Non c’era qualcosa di simile nel racconto di David Foster Wallace, “Caro vecchio neon” in <em>Oblio</em> in cui a parlarci c’è un narratore che si chiama David F. Wallace e che alla prima riga scrive: “Per tutta la vita sono stato un impostore”? E l’ultimo libro di Franzen? E <em>Il velo nero </em>di Rick Moody? E i libri di Philippe Forest? E, in Italia, <em>Rondini sul filo </em>di Michele Mari? E il <em>Kamikaze d’occidente </em>di Tiziano Scarpa? E i <em>Cani del nulla </em>ma soprattutto i due libri su Roma e sull’India di Emanuele Trevi? E i racconti sul fallimentare apprendistato da scrittore di <em>Io odio John Updike</em> di Giordano Tedoldi? E <em>Il ventisettesimo anno </em>e <em>Last love parade </em>di Marco Mancassola? E non è un tale Massimiliano Parente il protagonista del prossimo romanzo di Massimiliano Parente?</p>
<p>Un paio d’anni fa era uscita un articolo polemico di Franco Cordelli che etichettava questo tentativo di esibire se stessi, viscere comprese, come una scorciatoia stilistica: l’autenticismo. Quest’anno, sempre Cordelli ha fatto le pulci a Siti, accusandolo di avere usato il suo ego smisurato per costruire un romanzo ancora non adulto.</p>
<p>L’idea che io e mondo abbiano molti confini comuni è un’idea che hanno i bambini, è vero. Ma, se crescendo si continua a pensarla così, si fa della vita una continua e non selettiva sperimentazione, si vive con una sorta di <em>disperata vitalità</em>. Ecco. È chiaro quanto – quanto esplicitamente, quanto narcisisticamente – Pier Paolo Pasolini sia, almeno per l’Italia, il modello di questi autori-mondo. Per Saviano che scrive una scena oltre il limite del retorico nel libro, raccontando la sua visita-pellegrinaggio alla tomba in Friuli. Per Siti, curatore editoriale dell’opera, che si immerge a fino al fondo della trasformazione antropologica che Pasolini profetizzava, che si identifica con la società dei consumi, che afferma: “Io sono l’Occidente”. Pasolini, l’uomo geneticamente senza figli, è il padre di questi scrittori italiani, è lui la tradizione. Lui il padre da uccidere. Lui la forza del passato.</p>
<p>È significativo allora che proprio quanto a confronto con i padri genetici, i due, Saviano e Siti, liquidino la faccenda con un senso di impotenza che riesce a risultare tragico proprio per la ridicolaggine. Roberto Saviano racconta senza pietà l’incontro con il padre sotto il sole di Roma: il padre con la sua nuova compagna e un fratellino che fin adesso non aveva conosciuto. Non hanno niente da dirsi, non hanno nemmeno da litigare. Walter Siti scrive una scena altrettanto fastidiosa da leggere. Il padre muore, e lui da solo sul treno dice: Ecco questa famosa scena primaria, è tutta qui; poi piange un po’, ma è solo stanchezza, si schermisce.</p>
<p>Ecco, come dire, nella letteratura italiana, un po’ d’aria nuova si respira, le cose sembrano cambiare. E, forse, non è che l’inizio.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/08/gli-autori-mondo/">Gli autori mondo</a></p>
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