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	<title>Nazione Indiana &#187; sud</title>
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		<title>Vocabolario</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 10:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p style="text-align: right;"><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali,<br />
ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p>di <strong><a href="http://www.francoarminio.it/">Franco Arminio</a></strong></p>
<p>[Ci sono parole che incastrate una dentro l'altra, o a mezzo, fanno intendere sempre che il sud degli altri è anche tuo. Ci sono frasi che una dietro l'altra, o avanti, rimandano una immagine nella quale è impossibile non riconoscere un particolare, o riconoscersi, semplicemente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/">Vocabolario</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40408" title="colle panestra numero civico" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali,<br />
ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p>di <strong><a href="http://www.francoarminio.it/">Franco Arminio</a></strong></p>
<p><span style="color: #666699;">[Ci sono parole che incastrate una dentro l'altra, o a mezzo, fanno intendere sempre che il sud degli altri è anche tuo. Ci sono frasi che una dietro l'altra, o avanti, rimandano una immagine nella quale è impossibile non riconoscere un particolare, o riconoscersi, semplicemente. <em>Terracarne</em> di Franco Arminio (Mondadori, 2011) è un caleidoscopio di sud e di particolari. Perché il sud è particolare e perché molti particolari, minuzie, scarti, aberrazioni visive sono a sud, dove le cose possono giacere non viste per anni e dunque marcire, disseccarsi, ma pure fiorire. <em>Vocabolario</em> è uno dei pannelli di cui si compone <em>Terracarne</em> che è un libro nel quale i particolari fioriscono sempre, almeno per me. Questo è il giardino. (cv)]</span></p>
<p><em>Appennino</em><br />
L’Italia ha una lunghissima colonna dorsale che sta perdendo poco a poco la sua linfa. La gente sceglie di abitare nelle città e, quando sceglie i paesi, ha sempre cura che siano comodi e pianeggianti. Nessuno vuole stare nei luoghi più impervi, quelli dove gli inverni sono lunghi e non passa nessuno. L’Appennino è l’Italia che avevamo e che rischiamo di perdere per sempre. La gente ci ha vissuto per millenni consumando quel poco che bastava a sostentarsi. Penso all’Appennino come alla vera cassaforte dei paesi, una cassaforte piena di monete fuoricorso. Ci sono zone in cui il paesaggio è ancora incontaminato ed è come deve essere: solitario e sprecato. Cosa augurarsi per queste terre? Più che chiedere politiche d’incentivazione, verrebbe voglia di incentivare l’esodo, in maniera tale che tornino le selve, che la natura riassorba le folli smanie cementizie che non hanno edificato niente di bello e che non hanno portato reddito. Una nazione con un filo di montagne disposto in tutta la sua lunghezza dovrebbe ricordarsi più spesso di questa sua geografia. Io credo che sia arrivato il tempo di considerare l’Appennino come il luogo in cui si raccoglie la forza del passato e quella del nostro futuro. Dalla Liguria alla Calabria, adesso, è tutta una storia di frane e spopolamento, di vecchi dismessi e di scuole che chiudono, di paesi allungati, spezzati, deformati. È una storia che non esiste perché non fa notizia.<br />
<span id="more-40406"></span><br />
<em>Bar</em><br />
Un paese per essere definito tale deve possedere almeno un bar. È quella la cellula di base, il luogo in cui si può sempre entrare, come il Municipio e il cimitero. Prima si poteva entrare anche nelle scuole, adesso sono chiuse, devi suonare il campanello. I bar sono la più preziosa fonte di informazione sulla vita di un paese, anche se bisogna stare attenti a non farsi sviare. Ci sono alcune scene fisse, tipo il giornale sul banco dei gelati, ci sono quelli che d’estate stazionano seduti o in piedi, ci sono quelli che giocano a carte e quelli che guardano. È una specie di banca dei luoghi comuni. È raro che al bar venga un’idea nuova, si va per rimestare nelle vecchie. Si va per ascoltare il mormorio del paese che in molti casi è finito. E allora vedi persone silenziose vagare come in un acquario. Ecco che il bar diventa un’altra cosa, da punto di raccolta della vita comunitaria a punto di rottura. Si va al bar per capire che non ha più senso uscire e se si continua a farlo è perché è ancora più assurdo rimanere a casa.</p>
<p><em>Contadino</em><br />
“Contadino” è una parola poco amata perché è ancora legata a una storia di grandi fatiche e di piccoli guadagni e lo stesso vale per il pastore, occupazione ben più antica e ancora più ammirevole. Non è un caso, credo, che oggi molti di quelli che lavorano in campagna amano definirsi “imprenditori agricoli”. Si dice spesso che l’Italia non è più un paese di contadini e questa è una grave inesattezza. I contadini ci sono ancora. C’è ancora chi lavora la terra nonostante decenni di politiche che hanno messo al centro del nostro modello di sviluppo l’automobile al posto dell’albero, il cemento al posto della zolla di terra. Adesso che questo modello di sviluppo è palesemente e forse irrimediabilmente in crisi, sarebbe il caso di rimettere in circolazione la parola “contadino” e di assegnare a essa un nuovo prestigio. Curiosamente sono i ricchi i più accesi fautori del ritorno alla terra, sono quelli che meno hanno vissuto i disagi della campagna a farsi venire la fregola di fare l’olio o il vino, anche se spesso si limitano a mettere il loro nome sulle bottiglie e mandano nei campi i giovani extracomunitari. Il segnale è comunque incoraggiante. Non mi stancherò mai di ripeterlo, l’Italia non ha più molto suolo agricolo. È tutto un brulicare di case, capannoni, officine. È il momento di usare la gomma più che la matita, ridare alla terra spazio e respiro. Intanto si tratta di difendere con le unghie e con i denti quelli che alla campagna ancora si dedicano. Altro che calciatori, politici e veline, bisogna dare onore a chi sta nelle stalle, nelle vigne, a chi semina, a chi raccoglie le olive e le castagne. Bisogna organizzare una campagna pubblicitaria non per un prodotto, ma per chi lo produce. Altro che Mulino Bianco, fateci vedere lo sterco e il fango, fateci vedere i contadini.</p>
<p><em>Desolazione</em><br />
I paesi lasciati dai loro abitanti non restano vuoti, vengono invasi dalla desolazione. La senti appena arrivi, la senti se fai la scelta di andare in un giorno qualsiasi, non quando c’è la festa del patrono, non ad agosto, quando il paese si abbiglia come villaggio turistico. La desolazione è una cosa nuova per i paesi. Prima c’era la miseria. Arrivavi e vedevi case fatiscenti, strade di polvere o di fango a seconda della stagione, vedevi bambini che giocavano tra la merda degli asini e dei maiali, i vecchi con le coppole e le mantelle, le donne con gli scialli, un mondo assai simile a quello mirabilmente descritto da Carlo Levi. E questa storia è durata per millenni, praticamente fino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Poi la rottamazione della civiltà contadina ha fatto posto a una modernità posticcia. In questo passaggio è andata via la miseria materiale ed è arrivata la miseria spirituale. Il paese non è più povero, ma è abitato da gente rancorosa, maldicente, abituata a fallire la propria vita e a tentare di far fallire la vita degli altri. È arrivata la stagione dei disertori, di quelli che non sapendo andarsene lontano hanno deciso di voltare le spalle al paese e di farsi la casa in periferia. Così quando arrivi al centro sei dentro un curioso effetto vuoto. Oggi i paesi hanno il buco al centro, il buco nero della desolazione.</p>
<p><em>Emigranti</em><br />
Quando si parla della grande emigrazione degli italiani all’estero di solito si omette di ricordare che non si partiva dalle città, ma dai paesi. Sicuramente chi è partito ha migliorato le sue condizioni, ma il prezzo è stato altissimo. E in questo prezzo bisogna includere anche il dolore di chi è rimasto. Quando uno della famiglia partiva, per un po’ di giorni non si cucinava, proprio come accadeva dopo un lutto. Io sono nato in coincidenza con la partenza per l’America di tutta la famiglia di mia madre. E mia madre da allora vive nelle spire di una perenne tristezza. Qualche anno fa sono andato a Vancouver in Canada a trovare i miei zii. I ricchi di Vancouver stavano in una zona della città molto lontana dalle case degli italiani. Non mi pare che i miei zii abbiano vinto nessuna sfida. A uno è capitato di morire in un ospedale canadese dove senza tanto garbo gli hanno comunicato che aveva pochi mesi di vita. Lui ha fatto prima, ha smesso di mangiare, se n’è andato in quindici giorni. I suoi coetanei che non sono partiti sono morti o stanno moribondi sulle panchine. L’emigrazione non ha mandato via solo facce e valigie di cartone. Da qui è andata via l’allegria e non è più tornata. L’emigrazione è sempre un affare per i luoghi in cui i migranti arrivano, mai per quelli di partenza.</p>
<p><em>File</em><br />
Le file non sono un’invenzione recente e non sono una peculiarità metropolitana. Una volta nei paesi si faceva la fila davanti alle fontane, si aspettava a lungo dentro il forno per fare il pane. Ma in realtà a nessuno veniva in mente che stava perdendo tempo. Si stava lì e si ascoltavano i racconti. Una trama infinita che proseguiva nei giorni successivi, quando bisognava prendere altra acqua e fare altro pane. Adesso, dopo un’assenza decennale, le file sono tornate. Anche i paesi, nella loro corsa a prendere il peggio delle città senza poterne avere il meglio, adesso hanno le loro file, sono le file agli uffici postali. Da un po’ di anni nelle Poste non si assume e si offrono più servizi. Il risultato è che per fare una raccomandata bisogna perdere almeno una mezz’ora. Non si tratta di un tempo lieve, passato a dirsi qualcosa con gli altri astanti. Anzi, c’è un silenzio rancido, lievemente rancoroso, al massimo qualche informazione sui reciproci malanni. Tra il vecchio che deve ritirare la pensione e la giovane che deve mandare la domanda per un concorso non c’è dialogo, né sguardo. Tra la tribù dei brufoli e quella dei bastoni si è aperto un baratro che sembra incolmabile.</p>
<p><em>Geografia</em><br />
Sono sempre stato curioso di sapere come se la passano gli altri, come si sentono veramente, che sapore ha la loro vita oltre la buccia di parole piena di pesticidi che ci sputiamo di bocca in bocca. Da un po’ di tempo ho spostato questa curiosità verso i luoghi. Vado nei paesi per capire come se la passano. Ma prima ancora ci vado per capire dove sono, sopra una montagna o un altopiano, dentro una valle o in pianura. I paesi parlano, come ogni cosa, e parlano innanzitutto con la geografia. Sono terra da leggere anche se hanno perso molte parole, e da scrivere.</p>
<p><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali, ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p><em>Irpinia</em><br />
L’Irpinia è in mezzo al Sud, tra la pianura campana e quella pugliese. In Italia ci sono differenze tra un paese e l’altro oppure tra città molto vicine, e dunque non ha molto senso parlare di un carattere irpino. Province e Regioni raccolgono luoghi molto diversi tra di loro. Le suddivisioni amministrative ingannano. Il mio paese c’entra pochissimo con Napoli e c’entra poco anche con Avellino. Ogni zona dell’Irpinia somiglia alla zona con cui confina, Puglia, Sannio, Napoli, Lucania, Salerno. Insomma, i luoghi in cui viviamo quasi mai corrispondono ai nomi che portano. La mia zona si chiama Alta Irpinia. Io le ho dato un altro nome: Irpinia d’Oriente. Chi ci ha chiamato Alta Irpinia? Evidentemente chi sta in basso, Avellino o Napoli, e giustamente guarda ai nostri luoghi come luoghi alti. Irpinia d’Oriente è un nome che ribalta il punto d’osservazione. Siamo noi che guardiamo dove siamo e capiamo che siamo a oriente rispetto ad Avellino o Napoli. Basta guardare le fotografie dei nostri anziani di un secolo fa per vedere profili balcanici, in molti casi addirittura asiatici. La definizione Alta Irpinia è imprecisa anche dal punto di vista geografico e climatico. L’Appennino campano corre all’altezza di Avellino, noi siamo a oriente delle catene montuose. Il clima di Bisaccia è molto più simile a quello dei Carpazi che a quello di Napoli. Nel proporre il nuovo nome ho sempre pensato che Irpinia d’Oriente contenesse anche suggestioni antropologiche ed economiche. In un mondo in cui le cose avvengono in basso, chiamarsi Alta Irpinia significa già essere fuori gioco, percepirsi come luogo delle mancanze più che delle presenze. Per me Irpinia d’Oriente è un rovesciamento che aiuta anche a cambiare molti dei paradigmi che hanno condizionato la nostra vita. Considerando che da noi la modernità e la crescita ci hanno raggiunto nei loro aspetti più deteriori, ecco che sarebbe il caso almeno di immaginare nuove vie, stando attenti anche qui a dare i nomi giusti. Io la nuova via non la chiamo decrescita, importando ancora una volta il nome da occidente, ma la chiamo “umanesimo delle montagne” e quindi pongo l’accento su una via che nasce da noi stessi fin dal nome che le diamo.</p>
<p><em>Luoghi</em><br />
Camminavo per Venezia. Mi chiedevo se è ancora qui che si deve venire oppure c’è da andare altrove. Penso a Mastralessio, alla prua della desolazione conficcata tra le zolle della Daunia, penso al luogo indenne dalla peste degli sguardi fatui, luogo edificato da chi vive altrove e ha lasciato a sentinelle i vecchi, gli zoppi, i cani. I luoghi di cui scrivo non hanno ragioni né torti, sono come una refurtiva abbandonata, un referto sintetico della vasta malattia allegata alla terra tonda. Allora io non giro per svagarmi e forse neppure per vedere. Quello che faccio è leggere la carne non morsa dai cannibali, la terra scampata alla tabula rasa del progresso che rende in apparenza Mastralessio scorza o guscio vuoto. La verità delle cose è nella letizia e nella lotta per dare luce alle capitali dello sconforto, ai luoghi dismessi, agli spiriti sconvolti, più che nell’allinearsi alla gigantesca impresa di pompe funebri a cui si riduce la società dello spettacolo.</p>
<p><em>Morti</em><br />
Nei paesi morire è molto più facile che nascere. I più fortunati sono quelli che muoiono ad agosto, quando c’è più gente, ma per vedere un funerale veramente affollato ci vuole qualcuno che sia giovane e che muoia all’improvviso. In quel caso il morto ravviva il paese, gli regala qualche ora di commozione e fa sentire tutti più cauti, meno aggressivi. Il paese esce in piazza e parla a bassa voce.</p>
<p><em>Neve</em><br />
È difficile pensare a un paese dove non nevica. La neve è il simbolo dell’inverno e l’inverno è la stagione dei paesi. Io, quando viene un’annata con poca neve, mi sento come se mi fosse mancato qualcosa. La neve dà alle mie alture un rigore, uno stile che i luoghi caldi hanno perduto.</p>
<p><em>Ozio</em><br />
Il paese è considerato il luogo dell’ozio e dell’accidia. Anche se non è così (in realtà è un luogo che non concede tregue, sei sempre di fronte alla tua vita, non c’è modo di distrarsi) al mio paese è nata la libera università degli accidiosi (www.unibis.org) e io lì sono docente di una delle tante discipline improntate all’ozio. La mia si chiama “teoria e tecnica della passeggiata” ma ci sono anche “ergonometria della panchina”, “scienze dell’inutilità”, “etiche dell’incanto” e “antropologia del distratto”. Ovviamente è un’università abbandonata, un esempio di rudere mediatico.</p>
<p><em>Piazza</em><br />
Quella del mio paese è un luogo difficile, lievemente efferato, se sei fuori posto, la piazza te lo rivela immediatamente. Non focolare e grembo di tutti, ma luogo dei rancorosi, dei passeggiatori inaciditi, luogo di proliferazione e tutela di ogni maldicenza, di ogni sfinimento. Adesso le piazze sono in crisi, la diserzione dai paesi comincia dalla diserzione delle loro piazze. Abbiate cura di vederne tante, godetevi questo cinema naturale prima che il proiettore si spenga.</p>
<p><em>Qui</em><br />
Qui non c’è niente. Ecco una frase che ho sentito migliaia di volte, come se mi fossi rivolto non a delle persone ma a una segreteria telefonica.</p>
<p><em>Rancore</em><br />
Sono cose che accadono ovunque, si dice. Non è così, dove vivo io la faccenda ha una tipicità particolare. Il rancore per noi è come il radicchio a Treviso o la cipolla a Tropea. Il nostro è un rancore doc, non va confuso con il blando rancore che si trova ovunque nel mondo. È in esercizio perenne, un fuoco amico, e quando pure trovi riparo dal rancore che viene da fuori, ti accorgi che provi rancore per te stesso, che devi annoverarti tra i tuoi nemici. Questo è il motivo perché ritengo queste zone non più arretrate come da sempre sono state considerate, ma zone d’avanguardia. Nel momento in cui il mondo diventa una comunità di astiosi, è naturale considerare l’Irpina d’Oriente una delle capitali di questo mondo.</p>
<p><em>Silenzio</em><br />
Ogni paese ha il suo silenzio. Dipende dalla forma. Il silenzio di un paese concavo, appoggiato in una valle, è diverso dal silenzio di un paese convesso che sta in cima a una montagna. E poi c’è la disposizione delle case, la presenza della vegetazione, l’esposizione geografica, il fatto di essere a nord o a sud, la vicinanza o meno a una città, perfino il reddito ha influenza sul tipo di silenzio che percepisci dentro un paese. Girando per i posti più affranti e sperduti immagino di essere diventato un esperto di silenzio. Quello di Cairano non è come quello di Montaguto, penso a due luoghi della mia Irpinia. E perfino nello stesso paese il silenzio subisce numerose variazioni, quello estivo non è come quello invernale, quello del mattino non è come quello della sera, quello di un giorno in cui è morto un giovane è diverso da quello di un giorno in cui è morto un anziano. Queste sono ipotesi paesologiche. Di una cosa sono sicuro però: il silenzio vissuto per un giorno è assai diverso da quello che si vive ogni giorno. Il silenzio che sente la vedova nel suo vicolo, col figlio a Torino e il marito al cimitero, con le vicine di casa deportate al paese nuovo, è un silenzio cattivo, che fa tanto male. È il silenzio delle porte chiuse, delle case abitate solo dai ragni e dalle faine, dei pochi giovani che passano senza nemmeno salutare. Non basta tenere la televisione accesa tutto il giorno per arginare questa valanga di silenzio che sommerge ogni cosa. La vedova era abituata a vivere in un paese che era una trama di racconti e di storie. Al forno, davanti alle fontane, vicino al camino, ogni occasione era buona per farsi compagnia con le parole. E quando non si parlava comunque potevi sentire il rumore di chi lavorava. Adesso non si sente il martello del fabbro, non si sente la sega del falegname, non si sentono nemmeno i versi degli animali. Chi viene dalla città e arriva nel paese per qualche ora, trova un silenzio che gli fa tanto bene, un silenzio che gli fa credere di essere in un luogo di pace e tranquillità. Non è affatto vero, il paese, oggi, è un luogo snervante, in cui non è per niente facile rilassarsi. I motivi sono tanti, compreso il silenzio e il suo perenne rimandarci alle cose che ci mancano, che non ci sono più. A me questo non dispiace. Giro per i paesi proprio per le cose che non ci sono più. In fondo le delusioni, le mancanze sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura.</p>
<p><em>Terra</em><br />
Disteso sotto il sole pancia a terra in un campo di grano appena mietuto a un certo punto stavo per sentire la terra, mi stava arrivando qualche notizia dal profondo, ho avuto paura e mi sono messo a raccontare la sensazione solo intravista. Così si sfugge alla vita, dovremmo stare molte ore al giorno con la pancia per terra e aspettare che la terra si faccia viva da sotto, aspettare che si accorga di noi e ci parli.</p>
<p><em>Urbanistica</em><br />
Ci sono paesi in fuga dalla loro forma e paesi chiusi nella loro forma. È il momento di costruire paesi aperti nella loro forma, ma non è impresa per architetti, geometri e ingegneri.</p>
<p><em>Vecchi</em><br />
Per me, andare in certi paesi è come visitare un reparto di geriatria all’aria aperta. In certi paesi del Sud la gente diventa decrepita, sembra che la vecchiaia sia un pozzo senza fondo. Eppure gli anziani che abbiamo ora sono gli ultimi in circolazione. Hanno tratti forti, facce lungamente esposte alla fatica, al freddo e al sole. I giovani di adesso, quando saranno vecchi non avranno queste facce, questi corpi contorti dall’artrosi, questo modo di conversare che non è mai concitato, che è un parlare senza animosità, lento, lievemente ipnotico, circolare. Un parlare appreso quando vivere in un paese significava stare con gli altri e sentirsi insieme agli altri. Forse le cose stanno così: una volta si era tristi tutti insieme, adesso ognuno è triste per conto suo. Ora si esce a prendere un poco di luce, per la vecchia abitudine di stare in mezzo agli altri, ma non c’è più nessuno. I giovani si muovono nelle macchine, sono indaffarati o comunque cercano di mostrarsi indaffarati. Gli anziani sono gli ultimi relitti rimasti a galla di una civiltà che affonda nella marea del consumo. Hanno tutti una lingua, uno stile, non sono mai sgraziati, sono innocenti. Non era così quando erano giovani. La civiltà contadina era una civiltà offesa e per questo non sempre capace di gentilezze e di garbo. I vecchi e le vecchie che vediamo adesso con la loro aria smarrita, sono stati genitori oppressivi, si sono concessi e hanno concesso poco. Andate nei paesi e provate ad ascoltare gli anziani, a far loro compagnia. Provate a praticare una nuova forma di turismo, il turismo della clemenza. Facilmente vi potrà capitare di essere trattenuti per un braccio da un anziano che ancora vi vuole parlare, perché oggi per loro il male più grande è non trovare ascolto, non poter raccontare una vita che era epica anche quando era banale. Andate a vedere la ragnatela delle rughe, gli occhi su cui campeggiano le grandi impalcature della morte. La vita non è uno show televisivo e gli anziani sono qui a ricordarci l’eroismo e la miseria di stare al mondo.</p>
<p><em>Zappa</em><br />
Dopo il terremoto in ogni paese c’erano vicoli e case sventrate. Dimore per topi e per ladruncoli in cerca di qualcosa di prezioso. Io e i miei amici giravamo spesso per queste case abbandonate, andavamo a vederle prima che ne abbattessero i muri, il pavimento, il cuore. Non sempre i proprietari si erano preoccupati di svuotarle, oppure avevano portato via solo le cose importanti. Spesso si trovavano bottiglie, vecchie pentole, libri di scuola. Una volta in una casa non c’era più niente, avevano rubato perfino le ceramiche della fornacella. Era rimasta solo una zappa.</p>
<p><span style="color: #666699;">[l'immagine in apice viene da <a href="http://www.paesiapuani.it/colle%20panestra%20casa%20trescola%20casa%20bovaio.htm"><span style="color: #666699;">qui</span></a>, che però è un altrove]</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/terracarne1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-40407" title="terracarne1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/terracarne1.png" alt="" width="216" height="298" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>F. Arminio, <em>Terracarne</em>, Mondadori (2011), pp. 360, 18,00 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/">Vocabolario</a></p>
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		<title>Sud Reloaded &#8211; Pier Paolo Pasolini</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/24/sud-reloaded-pier-paolo-pasolini/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/24/sud-reloaded-pier-paolo-pasolini/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 24 Apr 2011 11:32:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Le ceneri di Gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Pagine Corsare]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[resurrezione]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>A me basterebbe, lo giuro, la resurrezione della mia terra.</em> effeffe<br />
da <a href="http://www.pierpaolopasolini.eu/poesia_terradilavoro.htm">Pagine Corsare</a></p>
<p><strong>La Terra di Lavoro</strong><br />
da <em>Le ceneri di Gramsci</em><br />
di<br />
<strong>Pier Paolo Pasolini </strong><br />

</p><p style="text-align: right;">Ormai è vicina la Terra di Lavoro,<br />
qualche branco di bufale, qualche<br />
mucchio di case tra piante di pomidoro,</p>
<p style="text-align: right;">èdere e povere palanche.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/24/sud-reloaded-pier-paolo-pasolini/">Sud Reloaded &#8211; Pier Paolo Pasolini</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A me basterebbe, lo giuro, la resurrezione della mia terra.</em> effeffe<br />
da <a href="http://www.pierpaolopasolini.eu/poesia_terradilavoro.htm">Pagine Corsare</a></p>
<p><strong>La Terra di Lavoro</strong><br />
da <em>Le ceneri di Gramsci</em><br />
di<br />
<strong>Pier Paolo Pasolini </strong><br />
<iframe title="YouTube video player" width="200" height="180" src="http://www.youtube.com/embed/O0Uad2WBUyg" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>
<p style="text-align: right;">Ormai è vicina la Terra di Lavoro,<br />
qualche branco di bufale, qualche<br />
mucchio di case tra piante di pomidoro,</p>
<p style="text-align: right;">èdere e povere palanche.<br />
Ogni tanto un fiumicello, a pelo<br />
del terreno, appare tra le branche</p>
<p style="text-align: right;">degli olmi carichi di viti, nero<br />
come uno scolo. Dentro, nel treno<br />
che corre mezzo vuoto, il gelo</p>
<p><span id="more-38863"></span></p>
<p style="text-align: right;">autunnale vela il triste legno,<br />
gli stracci bagnati: se fuori<br />
è il paradiso, qui dentro è il regno</p>
<p style="text-align: right;">dei morti, passati da dolore<br />
a dolore &#8211; senza averne sospetto.<br />
Nelle panche, nei corridoi,</p>
<p style="text-align: right;">eccoli con il mento sul petto,<br />
con le spalle contro lo schienale,<br />
con la bocca sopra un pezzetto</p>
<p style="text-align: right;">di pane unto, masticando male,<br />
miseri e scuri come cani<br />
su un boccone rubato: e gli sale</p>
<p style="text-align: right;">se ne guardi gli occhi, le mani,<br />
sugli zigomi un pietoso rossore,<br />
in cui nemica gli si scopre l’anima.</p>
<p style="text-align: right;">Ma anche chi non mangia o le sue storie<br />
non dice al vicino attento,<br />
se lo guardi, ti guarda con il cuore</p>
<p style="text-align: right;">negli occhi, quasi, con spavento,<br />
a dirti che non ha fatto nulla<br />
di male, che è un innocente.</p>
<p style="text-align: right;">Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla<br />
una creatura che dorme nel fondo<br />
d’una vita d’agnellino, e la trastulla</p>
<p style="text-align: right;">- se si risveglia dal suo sonno<br />
dicendo parole come il mondo nuove -<br />
con parole stanche come il mondo.</p>
<p style="text-align: right;">Questa, se la osservi, non si muove,<br />
come una bestia che finge d’esser morta;<br />
si stringe dentro le sue povere</p>
<p style="text-align: right;">vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta<br />
la voce che a ogni istante le ricorda<br />
la sua povertà come una colpa.</p>
<p style="text-align: right;">Poi, riprendendo a cullare, cieca, sorda,<br />
senza neanche accorgersi, sospira.<br />
Col piccolo viso scuro come torba,</p>
<p style="text-align: right;">in un muto odore di ovile,<br />
un giovane è accanto al finestrino,<br />
nemico, quasi non osando aprire</p>
<p style="text-align: right;">la porta, dare noia al vicino.<br />
Guarda fisso la montagna, il cielo,<br />
le mani in tasca, il basco di malandrino</p>
<p style="text-align: right;">sull’occhio: non vede il forestiero,<br />
non vede niente, il colletto rialzato<br />
per freddo, o per infido mistero</p>
<p style="text-align: right;">di delinquente, di cane abbandonato.<br />
L’umidità ravviva i vecchi<br />
odori del legno, unto e affumicato,</p>
<p style="text-align: right;">mescolandoli ai nuovi, di chiassetti<br />
freschi di strame umano.<br />
E dai campi, ormai violetti,</p>
<p style="text-align: right;">viene una luce che scopre anime,<br />
non corpi, all’occhio che più crudo<br />
della luce, ne scopre la fame,</p>
<p style="text-align: right;">la servitù, la solitudine.<br />
Anime che riempiono il mondo,<br />
come immagini fedeli e nude</p>
<p style="text-align: right;">della sua storia, benché affondino<br />
in una storia che non è più nostra.<br />
Con una vita di altri secoli, sono</p>
<p style="text-align: right;">vivi in questo: e nel mondo si mostrano<br />
a chi del mondo ha conoscenza, gregge<br />
di chi nient’altro che la miseria conosca.</p>
<p style="text-align: right;">Sono sempre stati per loro unica legge<br />
odio servile e servile allegria: eppure<br />
nei loro occhi si poteva leggere</p>
<p style="text-align: right;">ormai un segno di diversa fame &#8211; scura<br />
come quella del pane, e, come<br />
quella, necessaria. Una pura</p>
<p style="text-align: right;">ombra che già prendeva nome<br />
di speranza: e quasi riacquistato<br />
all’uomo, vedeva il meridione,</p>
<p style="text-align: right;">timida, sulle sue greggi rassegnate<br />
di viventi, la luce del riscatto.<br />
Ma ora per queste anime segnate</p>
<p style="text-align: right;">dal crepuscolo, per questo bivacco<br />
di intimiditi passeggeri,<br />
d’improvviso ogni interna luce, ogni atto</p>
<p style="text-align: right;">di coscienza, sembra cosa di ieri.<br />
Nemico è oggi a questa donna che culla<br />
la sua creatura, a questi neri</p>
<p style="text-align: right;">contadini che non ne sanno nulla,<br />
chi muore perché sia salva<br />
in altre madri, in altre creature,</p>
<p style="text-align: right;">la loro libertà. Chi muore perché arda<br />
in altri servi, in altri contadini,<br />
la loro sete anche se bastarda</p>
<p style="text-align: right;">di giustizia, gli è nemico.<br />
Gli è nemico chi straccia la bandiera<br />
ormai rossa di assassinî,</p>
<p style="text-align: right;">e gli è nemico chi, fedele,<br />
dai bianchi assassini la difende.<br />
Gli è nemico il padrone che spera</p>
<p style="text-align: right;">la loro resa, e il compagno che pretende<br />
che lottino in una fede che ormai è negazione<br />
della fede. Gli è nemico chi rende</p>
<p style="text-align: right;">grazie a Dio per la reazione<br />
del vecchio popolo, e gli è nemico<br />
chi perdona il sangue in nome</p>
<p style="text-align: right;">del nuovo popolo. Restituito<br />
è cosi, in un giorno di sangue,<br />
il mondo a un tempo che pareva finito:</p>
<p style="text-align: right;">la luce che piove su queste anime<br />
è quella, ancora, del vecchio meridione,<br />
l’anima di questa terra è il vecchio fango.</p>
<p style="text-align: right;">Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione<br />
senti ormai che essa non conduce<br />
a nuova aridità, ma a vecchia passione.</p>
<p style="text-align: right;">E ti perdi allora in questa luce<br />
che rade, con la pioggia, d’improvviso<br />
zolle di salvia rossa, case sudice.</p>
<p style="text-align: right;">Ti perdi nel vecchio paradiso<br />
che qui fuori sui crinali di lava<br />
dà un celeste, benché umano, viso</p>
<p style="text-align: right;">all’orizzonte dove nella bava<br />
grigia si perde Napoli, ai meridiani<br />
temporali, che il sereno invadono,</p>
<p style="text-align: right;">uno sui monti del Lazio, già lontani,<br />
l’altro su questa terra abbandonata<br />
agli sporchi orti, ai pantani,</p>
<p style="text-align: right;">ai villaggi grandi come città.<br />
Si confondono la pioggia e il sole<br />
in una gioia ch’è forse conservata</p>
<p style="text-align: right;">- come una scheggia dell’altra storia,<br />
non più nostra &#8211; in fondo al cuore<br />
di questi poveri viaggiatori:</p>
<p style="text-align: right;">vivi, soltanto vivi, nel calore<br />
che fa più grande della storia la vita.<br />
Tu ti perdi nel paradiso interiore,</p>
<p style="text-align: right;">e anche la tua pietà gli è nemica.</p>
<p style="text-align: right;">1956</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/24/sud-reloaded-pier-paolo-pasolini/">Sud Reloaded &#8211; Pier Paolo Pasolini</a></p>
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		<title>Anteprima Sud #14: Arrabal su Beckett</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/01/anteprima-sud-14-arrabal-su-beckett/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/01/anteprima-sud-14-arrabal-su-beckett/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 05:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier du roman]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Arrabal]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Murphy]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Beckett]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<category><![CDATA[Suzanne]]></category>
		<category><![CDATA[Testo a fronte]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/Beckett1.jpg"></a><br />
[nell'ambito della collabora- zione della rivista <strong>Sud</strong> con l'<em>Atelier du Roman</em>, pubblico una mia traduzione di un testo di <strong>Fernando Arrabal</strong> su <strong>Samuel Beckett</strong>, apparso sul numero 59 dell'<em>Atelier</em> (da cui già <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/09/da-presso-alla-bellezza/">qui</a>  avevo tradotto un articolo sulla bellezza, scritto dal direttore Lakis Proguidis).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/01/anteprima-sud-14-arrabal-su-beckett/">Anteprima Sud #14: Arrabal su Beckett</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/Beckett1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/Beckett1.jpg" alt="Beckett1" title="Beckett1" width="263" height="355" class="alignleft size-full wp-image-23020" /></a><br />
[nell'ambito della collabora- zione della rivista <strong>Sud</strong> con l'<em>Atelier du Roman</em>, pubblico una mia traduzione di un testo di <strong>Fernando Arrabal</strong> su <strong>Samuel Beckett</strong>, apparso sul numero 59 dell'<em>Atelier</em> (da cui già <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/09/da-presso-alla-bellezza/">qui</a>  avevo tradotto un articolo sulla bellezza, scritto dal direttore Lakis Proguidis). Sono grato a <strong>Francesco Forlani</strong> (direttore di <strong>Sud</strong>) per l'ospitalità su <strong>Sud</strong> e per alcuni preziosi suggerimenti e qualche essenziale correzione sulla mia traduzione. Ricordo anche il bel volume della rivista <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788871684550//testo-fronte-vol.html ">Testo a fronte</a></strong> (n. 35, II semestre 2006), a cura di Andrea Inglese e Chiara Montini, dedicato al centenario di Samuel Beckett. a.s.]</p>
<p><strong>Beckett</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/01/anteprima-sud-14-arrabal-su-beckett/#footnote_0_23019" id="identifier_0_23019" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="l&amp;#8217;originale francese dell&amp;#8217;articolo pu&ograve; essere letto qui.">1</a></sup></p>
<p>di <em>Fernando Arrabal</em></p>
<p>Come ormai è noto a tutti, Samuel Beckett è vissuto in una mansarda fino alla fine degli anni sessanta, a Parigi, al numero 6 della rue de Favorites: era una stanza dal soffitto molto basso che comunicava con una camera. Vi si arrivava senza ascensore. In seguito traslocò in un piccolo appartamento moderno: tre stanze al numero 38 del boulevard Saint-Jacques. Dalla cucina poteva vedere i detenuti della <em>Santé</em>. Finché era vivo, non ho mai rivelato questi indirizzi. Beckett, nonostante il grosso scoglio del Nobel, è riuscito ad attraversare l&#8217;esistenza con discrezione. Il segreto lo proteggeva tra le frange del vuoto.<br />
<span id="more-23019"></span><br />
Era slanciato e assai bello. Sempre di più. La prima volta che lo vidi pensai che era stato fortunato ad avere delle rughe così belle. Sotto una cresta da upupa il tempo gli aveva tracciato dei solchi. Profondi come le linee del destino; tratti docili alla misantropia. Il pessimismo s&#8217;era gettato su di lui, sconvolgendolo per sempre. Non ho mai avuto nulla in comune con lui. Salvo gli scacchi.</p>
<p>Sembrava aver copiato l’aspetto e la  pazienza da uno spaventapasseri. Nella steppa dell&#8217;eternità. La sua lucidità irradiava dai suoi occhi blu. Quasi trasparenti. Mi guardava forse con la solidarietà di un condannato a morte verso un altro condannato? Contemplava però l&#8217;orizzonte con rassegnazione. Nulla poteva attendersi da questa valle di lagrime. Salvo una partita di Michail Tal&#8217;.</p>
<p>E tuttavia amava ridere. Faceva buffi giochi di parole. E gli piaceva sorprendersi, o sorprendermi. L&#8217;humour costituiva il suo aristocratico disdegno verso se stesso. Un modo elegante di schernirsi delle proprie miserie e delle proprie debolezze. Spesso le sue commedie sono state accolte con la gravità di un corso di filologia. L&#8217;humour adornava i suoi scritti, e in ogni caso le sue conversazioni con me. E per questo spesso alludevamo ad altri umoristi, da Cervantes a Rabelais..</p>
<p>Beckett ha ricevuto i suoi primi diritti d&#8217;autore quand&#8217;era ormai vicino alla cinquantina. Si sarebbe lasciato morire se non fosse vissuto con Suzanne. La sua complice. Tanto minuta quanto tenace. Talvolta rabbiosa. Ed è grazie alle lezioni di piano della sua compagna francese che ha potuto sopravvivere.</p>
<p>Il futuro drammaturgo, durante la guerra, s&#8217;era appartato in una tenda, come in un convento. Suzanne gliel&#8217;aveva sistemata  in mansarda. E in quella quechua è riuscito a vivere per un lustro, come un personaggio beckettiano. Dieci anni prima di Godot. I più fantasiosi (tra i quali mai vi fu la molto discreta Suzanne) hanno affermato che l&#8217;autore di Finale di partita s&#8217;era arroccato nella sua tana. E che non apriva la &#8220;porta&#8221; se non per ricevere piatti bicchieri e vasi da notte che gli passava, o gli ritirava, la sua pianista. Ridimensionando la leggenda, Suzanne mi ha assicurato che Beckett aveva  piantato il suo prisma di tela e di solitudine per proteggersi dal freddo. Durante gli inverni glaciali della guerra, e con un abitacolo privo di riscaldamento. Rinserrato in un quasi nulla la sua ispirazione è diventata effervescente.</p>
<p>Alcuni hanno detto che Suzanne è stata una donna biliosa e vendicativa. Altri hanno scritto che, fino alla sua morte, sopravvenuta qualche mese prima di quella di Beckett, ancora le bruciava il riconoscimento così tardivo all&#8217;opera del suo compagno. In verità lei faceva parte di quel coro di donne che hanno dato tutto per il loro autore prediletto. Mi pare che l&#8217;unica sua intransigenza sia stata quella di consacrare tutta la vita, tutti gli sforzi e il denaro a Samuel Beckett.  Suzanne ha trovato un editore per la prima commedia. Ma è rimasta a Parigi col  cagnolino il giorno in cui Samuel fu Nobelizzato a Stoccolma.  Mi ha detto che il premio lo meritava lui solo e che nessuno doveva condividerlo con lui.</p>
<p>Per l&#8217;autore di Watt né il successo, né il suo fratello siamese , il fallimento, sono mai stati al centro delle sue inquietudini. E ancor meno delle sue conversazioni. I due gemelli sono apparsi e sono spariti dalla sua esistenza come le ombre d&#8217;un sogno. O dei fantasmi d&#8217;un miraggio. Al pari della sua discrezione, l’opera è stata un germogliare di mormorii. Voltando le spalle all&#8217;urgenza.</p>
<p>L&#8217;ermetica bellezza della precisione ha affascinato Beckett. Forse fino a commuoverlo. Le sue distrazioni favorite sono state gli scacchi e la matematica. Finale di partita allude alla fase finale del gioco. Murphy, l&#8217;eroe del romanzo eponimo ha quasi lo stesso nome del campione americano Morphy, questo fenomeno del XIX secolo divenuto pazzo per misantropia. Finì i suoi giorni nella Nouvelle-Orléans percorrendo delle immaginarie mura al servizio del re di Spagna.</p>
<p>Si può leggere in Murphy una partita a scacchi ben strana. Il vincitore, M. Endon, si difende proprio giocando una Affensa Endon, o Zweispringerspot,  «con dei colpi mai visti al caffè <em>Régence</em> e raramente al <em>Divan de Simpson</em>.»  Beckett si abbandona al sortilegio della sua scaccofilia.</p>
<p>La sua attrazione per l&#8217;esattezza comprende ovviamente la parola e la frase. I sentieri assurdi e fatali dell&#8217;arte di scrivere lo rapiscono. Le sue versioni francesi di suoi testi scritti direttamente in inglese hanno significato per lui, nella veste di traduttore, degli abissi senza fine. Incertezze e scrupoli in agguato sul pensiero.  Gradiva  il francese, ma si scontrava con il maestoso cartesianesimo di una lingua tanto sottile quanto ricca. Come trasporre in francese la concisione e la sostanza di <em>Endgame</em> e di <em>Lessness</em>? Non si è mai sentito interamente soddisfatto di <em>Fin de partie</em> e di <em>Sans</em>, Fino al suo ultimo giorno si è spremuto  il cervello a trovare la soluzione a problemi di quasi-geometria frattale. L&#8217; «Oh!» di Oh! les beaux jours  è stato frutto di interi  giorni di meditazione. Il titolo <em>Krapp&#8217;s Last Tape</em> è metafisicamente scivolato fino a trasformarsi in <em>La Dernière Bande</em>. Così la scatologia è diventata erotismo.</p>
<p>Beckett mi ha indirizzato un centinaio di lettere. La maggior parte caratterizzate dalla concisione dell&#8217;indispensabile. Le sue dediche sul filo d’inchiostro si limitavano allo  stretto necessario. Scriveva naturalmente a mano le proprie missive. Rispondeva a giro di posta con una calligrafia sempre più coricata fin quasi a sdraiarsi sull&#8217;orizzontale melanconia di chi non spera più nulla. Ogni cosa lo predisponeva ad immergersi nella propria chiaroveggenza.</p>
<p>Il giorno in cui conobbi Beckett avevo circa ventiquattr&#8217;anni e lui quasi il doppio. Ci siamo sempre dati del lei  come per prolungare quella relazione che ci ha uniti fin dal primo momento. D&#8217;improvviso, qualche mese prima di morire, mi ha dato del tu. In quei giorni la <em>Comédie-Française</em> s&#8217;era impegnata a rappresentare Fin de partie. Ma derogando dalle sue annotazioni scenica con una scenografia mezzo cremisi mezzo bruna. E la commedia veniva interrotta da una ridicola musichetta proprio dove l&#8217;autore aveva scritto &#8220;silenzio&#8221;. Avevano aggiunto dei nuovi personaggi e degli accessori dai colori troppo scanditi in stile antibeckettiano. Beckett ne uscì  urtato e afflitto come non l&#8217;avevo mai visto. Sarebbe lecito domandarsi allora  se quelle modifiche  con le conseguenti incornate di quei manipolatori non ne abbiano accelerato la morte. In seguito a tutto questo, ottenuto l&#8217;appoggio di Ionesco, Kundera e Arthur Miller, ho scritto una lettera in sua difesa. Miracolosamente il mio intervento è riuscito a metter fine alla rappresentazione. E ha spinto Beckett a darmi del tu.</p>
<p> Quando ho conosciuto Beckett ero ancora in sanatorio. Ma lui era già senza un polmone. Un giorno un barbone del metrò, mezzo ubriaco lo aveva accoltellato. Qualche giorno dopo Beckett era andato in galera a far visita al suo aggressore. Gli aveva chiesto la ragione di un tale gesto. Il barbone dopo una lunga pausa, come se aspettasse Godot, gli aveva risposto, da vero personaggio beckettiano:<br />
«Io so?»<br />
A parte la sua opera letteraria credo si conosca un solo lungo testo di Beckett: la lettera che ha spedito nel 1966 ai giudici madrileni che mi tenevano in cella a Carabanchel. Dopo aver sollecitato la mia liberazione, vi proclamava la sua arte e le sue ragioni dello scrivere. Occorre dunque considerare che le frasi che sembra dedicarmi sono in realtà delle auto definizioni: «Arrabal [si legga: Beckett] dovrà soffrire molto per darci un&#8217;opera. . . . Che F. A. [si legga: S. B.] sia restituito ai suoi tormenti, non aggiungete altro al suo proprio dolore.» Solitario e senza un messaggio, ma fatalmente integro, Beckett mi è sempre sembrato un fiocco di grazia.</p>
<div id="attachment_23021" class="wp-caption alignleft" style="width: 223px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/Beckett_lettera.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/Beckett_lettera-213x300.jpg" alt="Manoscritto autografo di Beckett della lettera in difesa di Arrabal" title="Beckett_lettera" width="213" height="300" class="size-medium wp-image-23021" /></a><p class="wp-caption-text">Manoscritto autografo di Beckett della lettera in difesa di Arrabal</p></div>
<p>Testo della lettera:</p>
<p><em>Nella presente impossibilità di testimoniare al processo di Fernando Arrabal scrivo questa lettera nella speranza che possa essere portata a conoscenza della Corte, al fine di renderla forse più sensibile all&#8217;eccezionale valore umano e artistico di colui che sta per essere giudicato. La Corte sta per giudicare uno scrittore spagnolo che, nel breve spazio di dieci anni, si è innalzato fino ai primi ranghi della drammaturgia contemporanea, e questo grazie a un  talento profondamente spagnolo. Ovunque si rappresentino le sue opere, e  si rappresentano ovunque, là è la Spagna. È su questo passato già degno d&#8217;ammirazione che invito la Corte a riflettere, prima di pronunciare una sentenza. E dopo a questo. Arrabal è giovane. È fragile, di fisico e di nervi. Dovrà soffrire molto per darci quel che potrà ancora darci. Infliggergli la pena richiesta dall&#8217;accusa non è soltanto punire un uomo, è mettere in causa tutta l’ opera a venire. Se vi è colpa, che sia allora considerata alla luce dei suoi grandi meriti passati e delle grandi  promesse per il domani e in virtù di questo perdonata. Che Fernando Arrabal sia restituito alla sua propria pena.</p>
<p>[14 agosto 1967]</p>
<p>Cari amici, ecco quanto ho inviato all’avvocato Molla. Possa servire a qualcosa.<br />
Penso molto a voi  e desidero di tutto cuore ciò che certo indovinate. Non mi lasciate senza notizie. Rientro il 27.<br />
Con amicizia<br />
Sam Beckett<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/01/anteprima-sud-14-arrabal-su-beckett/">Anteprima Sud #14: Arrabal su Beckett</a></p>
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		<title>Nulla da perdere se non le vostre catene</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2008 06:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><strong>Le assemblee di Bisaccia</strong><br />
di<br />
<strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Al mio paese facciamo tante assemblee. Ogni tanto capita qualcuno che tenta di rovinarle queste assemblee, perché al sud le cose belle hanno più nemici che altrove. Ci si abitua al male e quando il bene si presenta arriva sempre qualcuno a incornarlo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/08/nulla-da-perdere-se-non-le-vostre-catene/">Nulla da perdere se non le vostre catene</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/deorimageasp.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/deorimageasp-300x244.jpg" alt="" title="deorimageasp" width="300" height="244" class="alignnone size-medium wp-image-9317" /></a></p>
<p><strong>Le assemblee di Bisaccia</strong><br />
di<br />
<strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Al mio paese facciamo tante assemblee. Ogni tanto capita qualcuno che tenta di rovinarle queste assemblee, perché al sud le cose belle hanno più nemici che altrove. Ci si abitua al male e quando il bene si presenta arriva sempre qualcuno a incornarlo. Il sud ha bisogno di strappi e di pazienza, di scrupolo e utopia. Combattere contro una discarica oggi sembra una cosa da attardati, da falliti. E quindi è proprio l&#8217;impresa giusta per i poeti, per gli artisti. I sindaci, i sindacalisti, i commercianti di ogni merce, dal pollame alla politica, non hanno molto senso in queste lotte. Oggi la democrazia possono pensarla veramente, possono praticarla veramente, solo quelli che non sono in linea con la dittatura di paglia impersonata da Berlusconi e dai suoi sodali di centro, di destra e di sinistra.<br />
<span id="more-9315"></span><br />
 La dittatura di paglia si ravviva ogni sera col telecomando, è un fuoco fatuo che lascia fredde le case in cui si accende. La dittatura rende normale l&#8217;idea che si producano tanti rifiuti, tratta il problema dei rifiuti come l&#8217;anomalia di una regione, mentre in realtà è il cancro di tutto il capitalismo. Noi nel nostro paese da quindici anni combattiamo contro una discarica per lasciare il vuoto che c&#8217;è intorno al nostro paese, e questo è un gesto che non sconfina, non emoziona nessuno lontano dal luogo in cui si svolge. Ormai il mondo è fatto di tanti pezzettini, vagoni sperduti su un binario morto da cui non parte e non arriva più nessuno. Il problema dei rifiuti non sarà mai risolto. Cambierà solo luoghi e forma. Invece dei cumuli in mezzo alle strade avremo le polveri sottili per aria. Diciamo che sarà spostato dalla sfera del tangibile. Con gli inceneritori che li bruciano o con le discariche che li coprono di terra, i rifiuti non spariscono, semplicemente marciscono nel suolo o si spandono nel cielo. È una vicenda grande allora, una vicenda che riguarda tutti e che ci riguarda sempre. La dittatura di paglia ha questa caratteristica: si fa amare da chi dovrebbe odiarla. Nelle assemblee, nelle manifestazioni che organizziamo nel nostro paese del sud facciamo qualcosa che non fanno nelle città, perché nelle città ormai l&#8217;indifferenza è l&#8217;unica passione condivisa, perché la politica è morta e i politici che vediamo ogni sera alla televisione sono i vermi che guizzano sul cadavere marcito della Repubblica.</p>
<p>Forse l&#8217;Italia può essere salvata solo dai luoghi più nascosti, dalle persone più appartate. L&#8217;Italia può essere salvata dalle Alpi e dall&#8217;Appennino, dalle pietre, dai sentieri, dai rovi, dai paesi affranti e sperduti, più che dalle autostrade, dai calciatori e dalle veline. Forse le assemblee di Bisaccia sono più letteratura che politica, forse viviamo in un luogo fuori dal mondo, oppure semplicemente a Bisaccia è il mondo a essere fuori luogo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/08/nulla-da-perdere-se-non-le-vostre-catene/">Nulla da perdere se non le vostre catene</a></p>
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		<title>Lettera alla mia terra</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 13:14:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><em></em></p>
<p>I RESPONSABILI hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un&#8217;anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/lettera-a-gomorra/">Lettera alla mia terra</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><em></em></p>
<p>I RESPONSABILI hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un&#8217;anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d&#8217;Europa. Se la racconteranno così.</p>
<p>Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all&#8217;impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all&#8217;improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.<span id="more-8687"></span></p>
<p>E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com&#8217;è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l&#8217;amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, &#8220;così è sempre stato e sempre sarà così&#8221;?</p>
<p>Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient&#8217;altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire &#8220;non faccio niente di male, sono una persona onesta&#8221; per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull&#8217;anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?</p>
<p>Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d&#8217;azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d&#8217;Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.</p>
<p>Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e&#8217; mezzanotte.</p>
<p>Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere nel mirino, non se l&#8217;aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima di aprire l&#8217;autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano.</p>
<p>Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l&#8217;unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l&#8217;unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della Dia.</p>
<p>Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al &#8220;Roxy bar&#8221;, uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l&#8217;anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer.</p>
<p>L&#8217;11 luglio uccidono al Lido &#8220;La Fiorente&#8221; di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all&#8217;aperto del &#8220;Bar Kubana&#8221; e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al &#8220;Bar Freedom&#8221; di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini.</p>
<p>Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici.</p>
<p>Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone.</p>
<p>Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d&#8217;ora dopo aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria &#8220;Ob Ob Exotic Fashion&#8221; di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.</p>
<p>Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n&#8217;è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto.</p>
<p>Ammazzano chiunque si opponga. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l&#8217;opinione pubblica che girava questa &#8220;paranza di fuoco&#8221;. Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castel Volturno.</p>
<p>Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne hanno a disposizione poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d&#8217;alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.</p>
<p>Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle hometown dell&#8217;Africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.</p>
<p>Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del Mediterraneo. Abusivo l&#8217;ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell&#8217;abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana.</p>
<p>I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime, capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari.</p>
<p>E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani &#8211; e fra questi nessuno viene dalla Nigeria &#8211; colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire non dev&#8217;esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati.</p>
<p>I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti &#8220;trafficanti&#8221; come furono &#8220;camorristi&#8221; Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.</p>
<p>Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco &#8220;Sandokan&#8221; Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.</p>
<p>Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole.</p>
<p>Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi? Non c&#8217;è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d&#8217;Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli?</p>
<p>È storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.</p>
<p>Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un&#8217;enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: &#8220;Quello s&#8217;è fatto i soldi&#8221;. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate?</p>
<p>Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all&#8217;84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l&#8217;Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all&#8217;anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com&#8217;è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com&#8217;è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce.</p>
<p>Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l&#8217;ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l&#8217;arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po&#8217; nervoso, un po&#8217; triste e soprattutto solo.</p>
<p>Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti.</p>
<p>Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c&#8217;era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato.</p>
<p>Cos&#8217;ha fatto Carmelina, cos&#8217;hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l&#8217;autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)?</p>
<p>Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c&#8217;è perdita, perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.</p>
<p>E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c&#8217;è ordine, che almeno c&#8217;è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell&#8217;unico mondo possibile sicuramente.</p>
<p>Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c&#8217;è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo.</p>
<p>La Calabria ha il Pil più basso d&#8217;Italia ma &#8220;Cosa Nuova&#8221;, ossia la ?ndrangheta, fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.</p>
<p>Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L&#8217;alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.</p>
<p>Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l&#8217;isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.</p>
<p>&#8220;Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?&#8221;, domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljo?a. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo?</p>
<p>Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un&#8217;altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c&#8217;è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l&#8217;atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l&#8217;anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.</p>
<p>Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l&#8217;abitudine. Abituarsi che non ci sia null&#8217;altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.</p>
<p>Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio.</p>
<p>Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l&#8217;immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.</p>
<p><em>Copyright 2008 by Roberto Saviano<br />
Published by arrangement of Roberto Santachiara Literary Agency<br />
</em></p>
<p><em>Articolo originale </em><em>pubblicato su <a href="http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/caserta-sparatoria/saviano-omerta/saviano-omerta.html">La Repubblica del 22 settembre 2008</a>. </em><a href="http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/caserta-sparatoria/saviano-omerta/saviano-omerta.html"><br />
</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/lettera-a-gomorra/">Lettera alla mia terra</a></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Aug 2008 08:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti. I glutei, tuttavia, non sono vecchi e cadenti ! E neppure solo femminili! Sono glutei giovani e nonostante ciò alla ricerca di se stessi.<br />
Come spiegare il mistero dei giovani glutei perduti?<br />
Nuotando in solitudine, la risposta mi pare semplice: il tempio della salute (<em>salus per aquam</em>, dicevano gli antichi Romani), che fino a dieci anni fa era frequentato da un pubblico di moribondi o da persone mature e annoiate, è diventata la cattedrale del <em>wellness</em>, la casa della bellezza fisica, <em>The Beauty Farm</em>.<br />
In una verde vallata circondata dalle montagne, alla frontiera tra Italia e Austria (non lontano dal castello del grande alpinista Reinhold Messner), dove, secondo la leggenda, Ötzi, l’uomo primitivo, ha trascorso il suo tempo a urlare il proprio nome per notti e notti– ottenendo come unica risposta una triste eco – si trova il Centro di benessere «Paradiso». <span id="more-7769"></span><br />
Si tratta di un’oasi per giovani coppie in viaggio di nozze, per giovani coppie con prole (la Beauty Farm «Paradiso» è dotata di un <em>baby-club</em> e di graziose animatrici bilingui) desiderose di dimenticare il loro status di genitori, per neomamme che aspirano, <em>post partum</em>, a snellire i loro lombi, per giovani manager in fuga dai loro computer, per studentesse alla ricerca di giovani manager in fuga dai loro computer desiderose di continuare a vestire Gucci, Louis Vitton, Dolce &amp; Gabbana, per single la cui incertezza sessuale è proporzionale a quella del loro avvenire: persone tra i diciotto e i trent’anni che possono diventare qualsiasi cosa: omosessuali, eterosessuali, bisessuali, transessuali, o tutte e quattro le cose insieme e che cercano un rifugio, una pausa, una «camera del silenzio», un trattamento per capelli, un lettino dove riposare o meditare in compagnia del loro Ipod.<br />
Di solito, nuoto prima dell’ora della cristalloterapia, prevista per le dieci.<br />
La cristalloterapia si basa su un unico principio: tutto ciò che esiste nell’universo è energia solidificata in strutture precise e apparentemente chiuse in se stesse. Apparentemente. L’energia, infatti, non si può imprigionare. Si agita continuamente, secondo una frequenza vibratoria particolare che dipende dai corpi in cui s’imbatte durante il suo percorso. Il cristallo, che possiede una vibrazione costante, una volta posato su un corpo umano (di preferenza su un dorso completamente rilassato), le cui vibrazioni sono purtroppo molto più instabili, perviene a stabilire uno stato d’armonia. Secondo i fondamenti della cristalloterapia, tutte le malattie dell’uomo derivano da un blocco energetico che invia vibrazioni negative sul piano fisico, emotivo e mentale. Perciò, se si vuole neutralizzare la nostra consustanziale mancanza d’armonia e reintegrare il flusso positivo dell’energia universale, bisogna assolutamente provare la cristalloterapia.<br />
Quindi passare direttamente all’aromaterapia, poi al massaggio al miele, successivamente a quello al cioccolato, poi al trattamento alle alghe marine, quindi alle immersioni nel fieno – molto indicate per la cura di ogni indurimento sia epidermico che spirituale –, poi sottomettersi a una doccia nebulizzante, poi immergersi in una vasca di latte ricoperta di ciclamini, quindi, usciti dal latte, scivolare delicatamente in un’altra vasca riempita di scorze di mela «Vitalis».<br />
Infine bisogna assolutamente provare la terapia del «Cau».<br />
«Cau» significa «lavorare con il fuoco senza la fiamma». La terapia unisce il calore alle essenze arboree. Si fonda sull’uso dell’artemisia, una pianta dalle proprietà divine. Il «Cau» può prolungare la vita in quanto il suo principio è il calore. Tutto nell’universo nasce dal calore. Perciò, quando le foglie ardenti dell’artemisia, dopo un’accurata manipolazione destinata a dar loro una forma conica, si posano sul vostro corpo già candeggiato e reso pressoché trasparente dai numerosi trattamenti e immersioni precedenti, voi cominciate a urlare.<br />
La massaggiatrice bilingue dal seno invadente conosce alla perfezione il vostro urlo. Il vostro, infatti, non è un urlo di dolore. Il calore non provoca dolore, crea l’amore, la vita. Il vostro urlo non è che il primo vagito di un neonato. Un novello Ötzi è nato, restituito dai ghiacciai della preistoria alla civiltà del benessere.<br />
Nel pomeriggio, dopo un pranzo frugale a base di mele «Vitalis» e foglie di artemisia, vado nella hall del «Paradiso». L’atmosfera è effervescente, conviviale. La gente è a suo agio, disponibile. La mattinata deve aver purificato i corpi e le anime. I pori della pelle si devono essere talmente dilatati da aprirsi anch&#8217;essi al dialogo. Tutti sembrano in vena di confidenze.<br />
Ne approfitto per abbordare una donna sulla quarantina alle prese con uno specchio.<br />
«Che ne direbbe di una breve passeggiata nella valle?».<br />
«D’accordo – risponde. Sono sempre attratta dalla natura. Eppure, sa, a volte la natura non è all’altezza dei nostri desideri».<br />
Usciamo. La luce, per effetto dei raggi solari che si riflettono sulle rocce delle Dolomiti che ci circondano è di un rosa confetto. Osservo l’incarnato del suo volto: anch’esso è rosa confetto. Ho un dubbio: si tratta di un’illusione ottica? O siamo davvero ridiventati dei neonati dalla pelle immacolata? La donna continua la sua riflessione:<br />
«Giunta a quarant’anni, una donna è obbligata a estendere il suo potere d’azione fino alla propria intimità. Comprende quel che voglio dire? La natura, terminato il suo compito, ci abbandona a noi stesse. A questo punto una donna deve pensare a un ringiovanimento estetico delle sue zone intime. Le ragioni che la spingono a sottomettersi a una “modernizzazione” della sua vagina possono essere le più disparate: piccoli problemi d’incontinenza; liposuzione del grasso che con il tempo si è concentrato nella regione pubica; correzione dell’orifizio che una ventina d’anni di attività sessuale ha allargato o reso asimmetrico. Tuttavia, come afferma uno dei più grandi specialisti di questo genere di interventi chirurgici, il professor Carlo Alberto Balla d’Oro, la funzione più importante della vaginoplastica è quello di offrire nuovamente alla donna la gioia del suo primo orgasmo. O, come il professor Balla d’Oro dice più precisamente, usando una metafora musicale: farle riscoprire “la tonalità ardente della prima nota acuta del vero godimento”».<br />
L’ultima frase della donna dalla vagina rifatta mi fa tornare in mente l’urlo che al mattino avevo lanciato sotto lo sguardo bonario della massaggiatrice dal seno invadente. Secondo l’antica terapia orientale del «Cau», tutto è calore. Noi, dunque, dobbiamo bruciare. Corpo e anima. Per questa ragione la frontiera tra il corpo e l’anima, cioè la nostra pelle, deve dilatarsi grazie a trattamenti estetici e terapeutici fino a diventare una pellicola invisibile. O fino a essere recisa da un bisturi. Così il professor Balla d’Oro raggiunge l’antica saggezza, proprio mentre io e la mia confidente raggiungiamo le soglie del «Paradiso».<br />
Prima di entrare nel Centro, dopo averla ringraziata per le sue rivelazioni, la saluto il più intimamente possibile. Mi accomodo su una poltrona. Prendo un giornale. Un articolo desta il mio interesse. Si parla dell’«Indiana Jones del Sud Tirolo». Visto che sono da queste parti, voglio saperne di più. Si raccontano le avventure dell’ufficiale, alpinista e vulcanologo francese Déodat de Dolomieu, fondatore della geologia alpina, la cui vita, scrive la giornalista, è stata più romanzesca di quella del celebre personaggio del ciclo cinematografico. Dal 1789, anno in cui scopre la composizione della roccia dal color rosa (la «dolomie»), che fa di questa regione un paradiso, il suo prestigio s’impone per l’eternità: il nome delle Alpi dolomitiche viene infatti da Dolomieu. Sembra che al momento della scoperta, abbia lanciato un urlo ancestrale, simile a quello di Ötzi, l’uomo primitivo e leggendario che, secondo gli abitanti di questi luoghi, si può ancora udire durante certe notti d’inverno. Il viaggio sulle Dolomiti, nella vita di Dolomieu, non è tuttavia che una tappa. La sua sete inesauribile di ignoto lo conduce alle soglie della morte alla fine di quattro anni di prigionia nella fortezza di Messina, dove, di ritorno da una spedizione napoleonica in Egitto, era naufragato. Nella sua biografia intitolata <em>Le avventure del cavaliere geologo Déodat de Dolomieu</em>, l’autrice, Thèrèse de la Vallée d’Or, racconta come, una volta liberato dai Borboni, Dolomieu, novello cavaliere dell’Ordine di Malta, ricominci a solcare il Mediterraneo combattendo contro i Turchi. Rientrato in Sicilia, esplora l’isola in lungo e in largo, studia la sua stratificazione geologica, scala l’Etna. Nel corso della sua terza scalata al vulcano prende la decisione più difficile e più bizzarra della sua vita: si dà al libertinaggio. Dolomieu, come si può verificare grazie a un ritratto eseguito dalla pittrice tedesca Diotima Kaufmann che si trova a Villa Borghese, era un tipo affascinante. Vulcanologo di fama, si ricorda del suo vecchio compagno d’armi Choderlos de Laclos, l’autore de <em>Le relazioni pericolose</em>. Gli scrive una lunga lettera nella quale, fra gli innumerevoli aneddoti sulla sua vita di donnaiolo scientifico, si può leggere questo passaggio: «L’avventura erotica in sé non è interessante. Quel che rende interessante un’avventura erotica sono i dettagli. Se ho avuto l’imperdonabile mancanza di tatto di compromettere molte donne, ho anche avuto l’abilità di salvarne altrettante. Ciò lo devo soprattutto alla mia natura scrupolosa di vulcanologo, da sempre attenta a scoprire le minime fonti di calore, anche in terreni e corpi all’apparenza glaciali (cosa che ho dimostrato nell’inverno del 1789 in occasione del mio viaggio sulle Alpi delle Venezie).<br />
Sono rapito dal Valmont dei vulcani, quando un uomo sulla cinquantina, calvo e tarchiato, avviluppato in un accappatoio bianco e attraversato da un continuo fremito di vitalità, mi rivolge senza mezzi termini la grande domanda:<br />
«Hai mai avuto rapporti sessuali con un automa?».<br />
Sorpresa. Sconcerto. Calcolo. Sebbene, soprattutto in gioventù, abbia scopato molte volte con ragazze il cui corpo rigidamente immaturo sembrava quello di un cadavere e che al momento del godimento emettevano un flebile «Uhhhh&#8230;» (niente a che vedere con l’urlo primitivo di Ötzi né con quello di Dolomieu alla scoperta della sua roccia), non ho mai copulato con un automa.<br />
«No» – rispondo.<br />
«Mi chiamo Deodato Siciliano. Sono un ingegnere specializzato in cibernetica e robotica e presidente dell’<em>IEEE ROBOTICS AND AUTOMATION SOCIETY</em>. Le annuncio che le sue ore sono contate. Da qui a tre anni ciascun rappresentante della civiltà del benessere avrà il suo <em>Intelligent and Sex Toy</em>, un androide in grado di soddisfare ogni esigenza sessuale. Sono appena rientrato dall’<em>Euron Roboethics Atelier</em> di Ginevra dove per cinque giorni si è discusso di robotica sessuale, una delle ultime frontiere della tecnica. Qualsiasi altro oggetto sessuale – vibratore, bambola gonfiabile, pene in plastica o in vetro soffiato – sarà ben presto obsoleto. Lo sa, l’automazione della vita sessuale renderà la civiltà del benessere estremamente morale! Basta con i sexy-shop, basta con i video pornografici, basta con le chat-line. Non è straordinario?»<br />
«Basta anche con la masturbazione?» – domando con un velo di tristezza<br />
«Niente di niente. Immagini la gioia e l’eccitazione che ciascuno di noi potrà sperimentare quando possederà un robot praticamente identico a un essere umano (già oggi ne esistono, ma su scala mondiale ridotta), un robot in grado di abbracciarla, di dirle delle parole d’amore, delle oscenità, capace di darle un godimento completo. L’<em>Intelligent Sex Toy</em> è il perfezionamento assoluto dell’interattività. Ne abbiamo abbastanza dell’interumanità&#8230; No? Ad ogni movimento del suo possessore corrisponderà una reazione del robot. Ad ogni emozione umana un dispositivo tecnico in grado di assecondarla. Ciascuno sarà libero di scegliere le caratteristiche fisiche del suo androide. Un po’ come oggi siamo liberi di scegliere i vari prodotti sul Web».<br />
«Le donne, immagino, saranno molto contente di utilizzare questa macchina sessuale. Gli uomini, a sentire i commenti delle mie colleghe, eiaculano sempre più precocemente. Non riescono quasi mai a renderle felici» – gli dico con una certa prudenza.<br />
«È naturale. Le principali beneficiarie di questa nuova tecnologia saranno le donne. Una macchina può garantire una performance sessuale illimitata. Esiste già un <em>Tommy Lee</em>, un «Real Guy» (gli automi femminili sono chiamati «Real Dolls»). Si può comprarlo per diecimila dollari (www.orgasmtronics.com). È dotato di un cuore artificiale che accelera i battiti durante la copulazione, di un radiatore a nido di vespe che aumenta la temperatura corporea al fine di stimolarne l’eccitazione, di una voce sintetizzata che produce dei gemiti in modo proporzionale al ritmo dell’amplesso, di un sistema elettronico che secreta un liquido molto simile a quello seminale (si tratta, in realtà, di un acido sintetico creato in laboratorio del tutto inoffensivo che si può senza alcun rischio leccare o ingurgitare), e infine di un microchip nascosto dietro l’orecchio sinistro: basta che la donna pronunci una frase standard, come “Tommy, più forte”, perché l’automa risponda “D’accordo”. Quindi passa dalle parole ai fatti, cosa che un uomo in carne ed ossa non riesce il più delle volte a fare».<br />
«E le puttane? – gli chiedo. Anche loro spariranno quando il mondo della civiltà del benessere sarà popolato da milioni di androidi sessuali? Non posso immaginare un mondo senza puttane. È una delle mie debolezze. Come poeta, mi piacerebbe che sopravvivessero a tutto ciò. Poeta e puttana, dopotutto, sono i due mestieri più antichi del mondo. Mi sentirei un orfano senza quelle sorelle e madri dell’ispirazione e del dolore umani&#8230;».<br />
«Mi dispiace molto. Anch’io, le confesso, quando avevo quattordici anni ho scritto alcune poesie erotiche. Tuttavia, recenti studi di psicologia applicata e di sociologia del corpo umano – continua Deodato che non ha perso un milligrammo della sua vitalità – indicano che le persone frequentano le prostitute soprattutto perché desiderano avere un’attività sessuale priva di ogni implicazione emotiva. Perciò, quale miglior soluzione di quella di copulare con delle macchine?  Siamo alle soglie di un affrancamento definitivo dalla nostra idea di trasgressione in quanto sospensione dei tabù. Dopo la coppia eterosessuale, dopo la coppia omosessuale, dopo la trasformazione dell’uomo in donna e della donna in uomo, dopo il sesso cibernetico, c’è il sesso con gli androidi, che non è, del resto, l’ultimissima frontiera del sesso. Si tratta, al contrario, dell’inizio di una nuova era, altamente sessualizzata e al contempo emancipata una volta per tutte da ogni specie di pornografia. Non ci sarà più nessuna violazione della morale, nessuna censura, nessun conflitto tra i generi della specie umana. Tutte le prostitute, tutti i gigolò, tutti i transessuali, tutte le pornostar saranno destinati a diventare una classe di invisibili, di intoccabili, di zombie. Un po’ quello che oggi succede ai veri artisti e ai veri poeti».<br />
Non so come spiegare quel che dopo le ultime parole di Deodato – che nel frattempo si è allontanato per ordinare due succhi di mela «Vitalis» – si svolge al di là della grande vetrata che mi sta di fronte.<br />
Ai margini della verde vallata tre personaggi se ne stanno seduti sull’erba: una donna e due uomini. La donna, nuda, mi guarda con voluttà. Forse è una puttana. Gli uomini sembrano conversare tra loro. Ignorano la donna. Forse sono omosessuali. O forse si tratta di un ménage a tre. Sullo sfondo vedo un’altra donna, vestita di un abito leggero che si sta immergendo in una vasca colma di latte e foglie di artemisia. Mi ignora come sembra ignorare quel che accade poco lontano da lei. L’atmosfera è radiosa. La luce che si riflette sui volti dei personaggi è rosa, come la dolomite. Tuttavia, i colori della scena non sono costanti. Nei corpi si possono notare alcune vibrazioni instabili. Si direbbe un dipinto pornografico di un’epoca passata. Forse il capolavoro pornografico di un artista che, dopo averlo esposto, ha perduto tutto il suo prestigio, tanto da diventare invisibile agli occhi dei suoi contemporanei.<br />
È noto: la pornografia di un’epoca è l’arte più autentica di un’altra. Ma mi chiedo: se, come afferma Deodato, l’automazione sessuale e il suo potere moralizzatore riusciranno nel giro di pochi anni a sradicare ogni forma di pornografia, l’arte avrà ancora qualche speranza di sopravvivere?<br />
Provo un soprassalto di nostalgia nei confronti del mio moribondo universo pornografico destinato ben presto a entrare nell’invisibile.<br />
Una nuvola bianca e instabile si avvicina. Intravedo un frammento del corpo tozzo, liscio e rosa di Deodato che ritorna dal bar. Sorseggiamo in silenzio i nostri succhi di mela «Vitalis».</p>
<p>Nota<br />
Il testo è un capitolo di un romanzo in fieri intitolato &#8220;Lo stato delle cose in Occidente&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
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		<title>narrazione del posto di lavoro</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 05:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p><strong>di Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>La dismissione</em> di Ermanno Rea e <em>Vita precaria e amore eterno</em> di Mario Desiati sono due romanzi assai distanti ma accomunati da una miriade di particolari. Quasi i fili con i quali sono tessuti provengano dalla medesima fabbrica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/29/narrazione-del-posto-di-lavoro/">narrazione del posto di lavoro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-7621" title="dismissione ilva bagnoli" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/2_siag__104070-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p><strong>di Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>La dismissione</em> di Ermanno Rea e <em>Vita precaria e amore eterno</em> di Mario Desiati sono due romanzi assai distanti ma accomunati da una miriade di particolari. Quasi i fili con i quali sono tessuti provengano dalla medesima fabbrica. Fabbrica è un buon termine per cominciare questo discorso. <em>La dismissione</em> e <em>Vita precaria e amore eterno</em> sono romanzi successivi al duemilauno, al crollo di quelle enormi meridiane segnatempo che sono diventate, nel vissuto collettivo, le torri gemelle. Finito l’intervallo delle certezze, del lavoro, delle misure. Se questi romanzi fossero temporalmente distanti, se parlassi di Dickens e Desiati o di Dickens e Rea non mi meraviglierei delle differenze di linguaggio, delle flessioni della grammatica e della lingua attraverso secoli e accadimenti.  E invece al centro de <em>La dismissione</em> così come al centro di <em>Vita precaria e amore eterno</em> ci sono un uomo, un lavoro, un rapporto d’amore e un tradimento più pensato che attuato.</p>
<p>In mezzo a tante collimazioni tuttavia, stessi ingredienti, quasi stessi esiti, sta la differente generazione degli autori. Sembra una notazione di colore, quasi fastidiosamente leziosa. Rea è un uomo del millenovecentoventisette, Desiati del millenovecentosettantasette. Cinquant’anni. Questa differenza, ripeto, così poco letteraria rispetto ai temi e alla condivisione di un italiano evocativo (anche se Desiati ha dalla sua un disincanto documentaristico che non appartiene alla penna etica di Rea) fa sì che due romanzi, sulla carta simili, risultino alieni l&#8217;uno all&#8217;altro, spiega perché tra essi si slarghi un abisso. <em>Non c’è epopea che non reclami un tragico tributo.<br />
<span id="more-7620"></span><br />
</em><em>La dismissione</em> è un romanzo nel quale sono identificabili, senza voler esprimere giudizio alcuno sulla forma o sui ritmi narrativi, le idee di questione e ammortizzatori sociali, di classe operaia, di industrializzazione e di bene collettivo. Dove l’intelligenza e le capacità sono prerequisito netto per gli avanzamenti di carriera e per l’attribuzione di corrispettivi consoni alle competenze. <em>Al mondo si può fare sempre qualcosa di più per risolvere un problema tecnico. Questione di tempo, di ostinazione e di talento: quante matasse impossibili non sono state sciolte da questa magnifica trinità?</em>. <em>La dismissione</em> è, in questa misura, un romanzo ottimista, addirittura umano giacché tentenna ma non rinuncia alla fiducia nell’uomo. Come singolo e come categoria. <em>La dismissione</em> è ancora progettuale, gestibile, contestualizzabile in parole come dolore, tragedia, sforzo, fatica, compito assegnato, lotta, speranza collettiva.<br />
In <em>Vita precaria e amore eterno</em> non c’è nulla che coinvolga generali astratti di enorme o modesta entità, non ci sono categorie in cui si possa identificare la maggior parte di bene o un <em>picciol pertugio</em> di male o viceversa, non ci sono idoli e nemmeno perdita di ideali. Solo incertezze, frammentazione, precarietà ed espiazione e non c’è neppure epica. Né nella narrazione, né nei fatti, né nei toni.<br />
<em>La dismissione</em> mantiene le unità aristoteliche di tempo, luogo e spazio. E ha parole proprie e specifiche. Corrado Stajano ha scritto sul Corriere della Sera <em>La dismissione è una radiografia della vita e della morte</em>, io leggo <em>Fu più o meno a questo punto che sulla folla, dabbasso, cominciarono a piovere le note (quasi rabbiose, quasi dolenti, quasi disperate) dell’Internazionale cantate da un solitario misterioso sassofono. (…) eccolo l’uomo che suona l’Internazionale; il suo sassofono si staglia argenteo contro il cielo scuro. Eccolo, lassù, in cima al laminatoio, lo vedi? (…) Sul terrazzo del treno a nastri una macchina da presa continuò a filmare, fino all’ultimo, ogni nostro gesto, a rubarci tutti i nostri turbamenti. Quanto all’uomo col sassofono andò avanti a lungo. Sempre con quel motivo, con quelle stesse note secche e straziate: “compagni, avanti il gran partito, noi siamo dei lavoratori/ rosso in petto un fiore c’è fiorito/ e una fede c’è nata in cuor…”</em>. Fiducia, toni roboanti, unità aristoteliche sono tutte caratteristiche di una grande epica popolare, penso a Rea quanto alla dismissione della classe contadina in Novecento di Bertolucci. Il popolo di questa specifica dismissione sono gli operai dell’Ilva di Bagnoli, raccontati nel dialogo tra Vincenzo Buonocore, operaio specializzato con titolo di ingegnere guadagnato sul campo, e il resto. Degli uomini e dei fatti. Vincenzo Buonocore è un puro, un pezzo meccanico scelto e necessario all’ingranaggio di questo libro. È quello che trasfigura le macchine per se stesso e gli altri, in amici e quasi confidenti. <em>Non sempre riuscivo a centrare il bersaglio. Poiché il palo scorreva su un altro palo sistemato a croce, bastava un piccolo intoppo, una oscillazione da niente a far andare a vuoto il tentativo. Allora scappavano le prime parole. E poiché una parola tira l’altra, ecco che le parole diventano mille, diecimila, tutto un lungo e complicato discorso. Diretto al palo collocato di traverso, oppure a quello armato in punta di scaricatore; oppure al buco della siviera; o infine alla siviera stessa. Tante parole. E non soltanto per protestare. Si parla anche per blandire, per offrire la propria amicizia, per muovere a compassione. Chi dice che una macchina non possa mostrarsi nei nostri confronti anche compassionevole?</em>.</p>
<p>Ne <em>La dismissione</em> leggo ancora <em>Ti chiedo: sai che cosa significa una fabbrica violata, devastata, sviscerata, demolita al trenta e mezzo per cento del totale? (…) Ti confesso che non è facile per me adesso ricostruire in maniera minuziosa come andarono le cose. mi manca la successione dei fatti: non so più in che ordine si svolsero, come se l’emozione, la dinamite, il grande bum!, avessero mandato in frantumi anche la mia memoria, lasciandomi tanti frammenti di ricordi separati. (…) Mancano sessanta secondi. Arriva il secondo colpo di sirena: breve, tagliente. Sussultiamo tutti, salvo ricomporci subito nel nostro stato di attesa. Meno venti… meno dieci… meno cinque… quattro, tre, due, uno… La torre vacilla per un attimo come un ubriaco. (…) Poi crolla: un tonfo sordo che è soltanto il prolungamento del boato prodotto dalla dinamite</em>.</p>
<p>Per converso in <em>Vita precaria e amore eterno</em>, <em>C’è in Italia questa psicosi che qualche arabo se ne vada in giro con una bella chinata di tritolo su per il culo e si faccia sbudellare in nome di Allah, Osama Bin Laden e compagnia turbante. Nessuno sospetta che lo stesso desiderio di questi arabi scoppianti sia molto vicino all’odio di Poldo e del sottoscritto. Tutti stanno attenti con gli occhi ben spalancati quando uno di questi tipi con la barba lunga mette piede dentro la metro. Ma nessuno sa che Poldo e io, senza i soldi e inseguiti dai creditori, le bollette non pagate, i supermercati svaligiati, ci immoleremo contro i nostri nemici. Immaginavo il mio call center che fumava come un bel pollo allo spiedo con le strisce di vapore che salivano verso il cielo e verso la consunzione. (…) Odio quei bastardi che acquistano potere e lusso perché licenziano la gente. Odio quella melma marcia che scrive i contratti capestro, che non paga stipendi decenti e nemmeno una tassa. Ti odio tutor dalla cravatta scoppiata ritto con il petto impallato, preparati alla fine. Ti voglio vedere crepare nel dolore. Salta in aria agenzia telefonica strillano le news…</em></p>
<p>L’utilizzo della dinamite, attivo in entrambi casi per lo smantellamento di un posto di lavoro, che comunque è un posto di sostentamento, è assai diverso. La rabbia di Martino Bux in <em>Vita Precaria e amore eterno</em> sostitusce la dismissione di Vincenzo Buonocore.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/ilva-2_1_-28920.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7622" title="ilva-2_1_-28920 taranto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/ilva-2_1_-28920-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /></a></p>
<p>Mario Desiati appartiene a quella generazione, che è pure la mia, e la cui specialità, il cui limite e cesello, è quello di ricomporre puzzles disfatti da altri. Anche quando le scomposizioni, gli smembramenti, le dismissioni sono attuate con le migliori intenzioni. <em>La retorica ci vuole ad adorare e mitizzare gli scioperi, le manifestazioni di cinquantenni impettiti e saltellanti con bandiere rosse e straccetti al collo, urlanti a favore di questo o quel sindacato. Di solito questi tizi si mettono in coda a un vecchio smunto, incapace di intendere e volere, ridotto dall’età e dagli acciacchi a un manichino con tutti gli orpelli e i fazzoletti dei partigiani; come un pupazzo lo spingono nella folla mentre lui, sempre più debole, barcolla, gridano i loro slogan inutili per poi andare a ritirare il loro assegno garantito. Il fine è sempre lo stesso. La loro pensione e i loro ottocento euro al mese che non vedrò mai. E mentre cresciamo in una spazzatura senza diritti, contributi e assicurazioni, ci costruiamo un futuro assicurato: la guerra civile. Guerra, guerra, guerra civile. Sarà una guerra terribile, tra straccioni e dobloni. Sarà un inferno di fuoco e crudeltà. Ognuno a caccia di uno spazio per la propria dignitosa esistenza. Per permettersi un brandello di consumistico gaudio</em>.</p>
<p>Ne <em>La dismissione</em> invece <em>E tuttavia mentirei se dicessi di non aver condiviso a mia volta, e di non condividere tuttora, il mito dell’acciaieria e perfino un po’ della sua mistica, della sua retorica. A modo mio, certo. Contemporaneamente ai gusti del mio tempo, della cultura del mio tempo. Il che, credimi, non fa alcuna differenza dal punto di vista dei sentimenti e del senso di appartenenza. L’Ilva che scompare è una dissolvenza che non soltanto mi riguarda ma mi comprende. Dobbiamo imparare a dimettere innanzi tutto noi stessi dissi un giorno di particolare malumore (…). Distruggere all’improvviso una fabbrica può essere anche una operazione semplice. Distruggere di colpo una civiltà, una cultura, una forma mentis è un altro paio di maniche</em>. E ancora <em>Prima di essere rasa al suolo nella realtà l’Ilva è stata insomma eliminata un’infinità di volte nella finzione della fantasia, tanto che per moltissima gente la dismissione sarà ricordata come una sorta di tenebrosa ginnastica mentale durata abbastanza a lungo per diventare nevrosi collettiva</em>.</p>
<p>Da Salvatore Stajano [<em>Dalla parte giusta. Un comunista tra sindacato e partito</em>, Fata Morgana, 2006] leggo <em>Cari compagni, con le urla e i fischi non si vince. Si vince con l’unità di tutti. (…) Voi uscirete di qui con una sola linea, quella della non contrapposizione con quanti non la pensano come voi. (…) Sarebbe una tragedia e una sicura sconfitta</em>.</p>
<p><em>Vita precaria e amore eterno</em> è zeppo di fatti e considerazioni con al centro una storia d’amore struggente e malinconica. Come tutte le storie a distanza. Come tutte le distanze che sembrano incolmabili e se non lo sono lo diventano. Perché c’è il tempo e i fatti e l’incapacità e il gesto ritratto e il caso e Mario Desiati che è uno scrittore di ambientazioni e di sfondi e che in mezzo a invettive ha boccioli di prosa. <em>Baci che danno sonno</em>, il titolo stesso, <em>le perle di acqua salata schiacciate tra il pollice e l’indice</em>, drugstore perpetui, altro. Scrive del tono dissonante della piccineria quotidiana, del malumore generazionale, della classe e <em>della trasformazione del tuo amato e odiato paese in un grande cinema tridimensionale</em>, della protesta, costruisce un personaggio irritante, pusillanime e senza assoluzione. <em>Vita precaria e amore eterno</em> è un romanzo senza clemenza, come il mondo che descrive, dove i visionari perdono se non la vita almeno una casa. <em>Tutto è insondabile, ma per un solo attimo, un attimo immenso riesci a vedere tutto quello che le loro menti proiettano. In questo stesso attimo che non finisce mai un forte bagliore ti toglie la vista. Le sfere affettive, le bugie, le paure, le bollette da pagare restano in sospeso</em>.</p>
<p>Il prossimo libro di Desiati, <em>Il paese delle spose infelici</em>, che esce a giorni per i tipi di Mondadori, ha sullo sfondo l’Ilva di Taranto. Quando gli ho detto di questo incontro, di giovani e lavoro, de <em>La chiave a stella</em>, di Rea e di Stajano, di Ponticelli che è periferia di Napoli ma ha una Casa del Popolo, gli ho domandato pure Ma secondo te perché tutta quest’Ilva nella letteratura italiana? Mi ha risposto secco Necessità, estetica, ma aveva un’aria dolente. L’avevo pensato anche io.<br />
Ecco, ripeto, io appartengo a questa generazione di scrittori. A persone che traggono linfa linguistica, ispirazione letteraria dalle architetture umane più che dalle persone. Perché abbiamo perso le persone. Esistono solo i singoli e ogni forma di associazionismo e sindacato è un rottame. Come ha scritto Lee Masters <em>L’idea che ci facciamo di ogni cosa, è cagione che ogni cosa ci deluda</em>.</p>
<p>[Intervento tenuto il 15 Febbraio 2008 alla Casa del Popolo di Ponticelli nell’ambito di <strong>Primo Levi a Ponticelli. La chiave a Stella. Il lavoro ieri e oggi</strong> organizzato dalla Biblioteca Universitaria di Napoli. Le immagini sono tratte rispettivamente dal sito www.esplosivi.it, e dal sito www.agoramagazine.it]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/29/narrazione-del-posto-di-lavoro/">narrazione del posto di lavoro</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/02/la-prima-e-venuta-cosi-in-sonno-poi-l%e2%80%99ho-sistemata-da-sveglio-la-terza-e-la-quinta-erano-fatte-cosi-la-quarta-era-cosi-si-era-cosi/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2008 05:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>
</p><p ALIGN="center">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p ALIGN="center"><strong>Scala</strong></p>
<p><em>Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente.<br />
Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo<br />
meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala,<br />
e mentre la costruivo la salivo.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/02/la-prima-e-venuta-cosi-in-sonno-poi-l%e2%80%99ho-sistemata-da-sveglio-la-terza-e-la-quinta-erano-fatte-cosi-la-quarta-era-cosi-si-era-cosi/">La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;">
<p ALIGN="center">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p ALIGN="center"><strong><big>Scala</big></strong></p>
<p><em><marquee scrollamount=9 loop=1 behavior=slide>Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente.</marquee><br />
<marquee scrollamount=8 loop=1 behavior=slide>Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo</marquee><br />
<marquee scrollamount=7 loop=1 behavior=slide>meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala,</marquee><br />
<marquee scrollamount=6 loop=1 behavior=slide>e mentre la costruivo la salivo. Ora stavo in cima mezzo cieco,</marquee><br />
<marquee scrollamount=5 loop=1 behavior=slide>ma un po’ ancora ci vedevo. Fu allora  che iniziai a capire le cose</marquee><br />
<marquee scrollamount=4 loop=1 behavior=slide>tutte quante su di uno sfondo azzurro, e l’azzurrità proteggeva</marquee><br />
<marquee scrollamount=3 loop=1 behavior=slide>l’innocenza del bianco, elideva lo scuro e l’oscuro. La scala era fatta</marquee><br />
<marquee scrollamount=2 loop=1 behavior=slide>per scendere fra i bagliori di tutti i balconi. Ero stato prudente a non</marquee><br />
<marquee scrollamount=1 loop=1 behavior=slide>gettarla via da me. Mi aspettava una barca dove non stare più straniero</marquee></em><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/azzurrita.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-6272" title="azzurro" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/azzurro.gif" alt="Azzurro"/></a></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><span id="more-6271"></span></p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>La scala</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Quasi cieco la visione si fece crepuscolare<br />
Stacchi di scuro dividevano<br />
i momenti della vita ma l’ascoltava meglio<br />
così la vita</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Era stato un carpentiere<br />
Aveva costruito una buona scala<br />
e mentre la costruiva la saliva</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ora stava in cima, mezzo cieco, ma un po’<br />
ci vedeva e non aveva gettato via la scala da sé<br />
Ora iniziava a scenderla</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Rotella</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ai piedi del Monte, è lì che sorge Rotella<br />
L’attraversano un piccolo fiume e un torrente<br />
Sta da secoli lì con il nome di ora<br />
Tutt’intorno ci sono i calanchi<br />
Ci sono i vulcanelli</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>A sud il Monte si spezzetta, si dirupa<br />
Vi nascono ginestre</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Stiamo distesi sotto una roverella<br />
Penso ai vulcanelli di Rotella<br />
Alle ginestre</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Spartiacque</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni &#8211; anno più anno meno che conta -<br />
che giro senza sosta in questa stanza,<br />
che sposto il suo confine.</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ma quando si prova a dire di un sé non è mai lineare<br />
lo spartiacque, con le ombre di ieri in conflitto<br />
continuo, e accanto le cose quotidiane in secondo piano,<br />
in terzo, in quarto. Così via. E in tutta questa apparenza<br />
traballante i giorni a venire.</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni che cammino per questa strada impervia,<br />
ed eccomi in un’ombra di porto a guardare i tuoi capelli,<br />
ad ascoltare le tue parole.</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Dipendenza cellulare</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ieri ho faticato forte a non chiamarti<br />
Me ne stavo lì come un adolescente compulsivo<br />
a digitare messaggi lasciati a metà</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Tenevo in tasca il cellulare. Lo tenevo<br />
presente a me stesso come la mano come le dita<br />
quando da diverso tempo non stanno in azione<br />
La chiamano “dipendenza da cellulare”</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Poi mi sono detto, più forte che potevo<br />
che bisogna ammettere a se stessi sempre e per intero<br />
come stanno le cose per capirle per schiarirle<br />
e ho guardato in quella mia tribolazione<br />
a non chiamarti, l’ho chiamata “dipendenza cellulare”</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ti chiamerò per scambiare due parole semplici allora<br />
quando i giorni a venire saranno meno incerti di ora</em>
</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;">maggio giugno 2008</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/02/la-prima-e-venuta-cosi-in-sonno-poi-l%e2%80%99ho-sistemata-da-sveglio-la-terza-e-la-quinta-erano-fatte-cosi-la-quarta-era-cosi-si-era-cosi/">La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sud n°11 come Riva</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jun 2008 06:53:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
La settimana scorsa abbiamo presentato a Napoli l&#8217;ultimo numero di  <a href="http://www.lavieri.it/sud/">Sud</a>. Qualche giorno prima il Mattino di Napoli aveva dedicato un&#8217; <a href="http://www.lavieri.it/sud/rassegna/sud11-mattino.jpg">intera pagina</a> della cultura alla nostra rivista pubblicando in anteprima un lunghissimo estratto del testo che Peter Handke ci ha offerto e che Stefano Zangrando ha magnificamente tradotto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/13/sud-n%c2%b011-come-riva/">Sud n°11 come Riva</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/5Db4ckxvfoQ&#038;hl=en"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/5Db4ckxvfoQ&#038;hl=en" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344"></embed></object><br />
La settimana scorsa abbiamo presentato a Napoli l&#8217;ultimo numero di  <a href="http://www.lavieri.it/sud/">Sud</a>. Qualche giorno prima il Mattino di Napoli aveva dedicato un&#8217; <a href="http://www.lavieri.it/sud/rassegna/sud11-mattino.jpg">intera pagina</a> della cultura alla nostra rivista pubblicando in anteprima un lunghissimo estratto del testo che Peter Handke ci ha offerto e che Stefano Zangrando ha magnificamente tradotto. Quello che segue è il mio editoriale.<br />
E approfitto di quest&#8217;occasione per ringraziare tutti gli autori e lettori che hanno reso possibile il lungo cammino di Sud. In particolare <a href="http://insonnoeinveglia.splinder.com/">Giorgio Di Costanzo</a> che ci ha fatto dono di una bellissima lettera tratta dalla sua corrispondenza con  Anna Maria Ortese.</p>
<p><strong>CAMPO LUNGO</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Il numero 11 evoca ali da fascia sinistra. Lo sappiamo. Gioco e spettacolo del gioco. 1 plus 1, in una posizione di prossimità, di contiguità e mai di sovrapposizione. Tema di questo numero è la frontiera. Alcuni la chiamano confine, altri soglia, limite. Un paese limita un altro, fino a quando non lo  elimina, appropriandosene. Così le cose. La città. In questi mesi in cui le strade partorivano mondezza come bastardi – eppure si trattava del packaging dei nostri sogni e sonni consumati – c’era chi insisteva a parlare di bellezza.<br />
<span id="more-6130"></span><br />
 Come Marco de Luca, il nostro grafico, che qualche giorno fa descriveva come un sogno ad occhi aperti la passeggiata fatta con Giulia all’orto Botanico. – Girando tra i percorsi dei cactus, o intorno al laghetto delle felci, o nella zona delle sequoie, vedi ovunque bello, armonia, piante in piena salute, erba verde e declivi dolci. Capisci che Il custode di tutto quel ben di Dio, deve essere Dio, per forza – raccontava. O persone che realmente amano il proprio lavoro – ha aggiunto. Non si crede alla bellezza dimenticando i mostri, i morti ammazzati della camorra o il matricidio degli avvelenatori della terra, delle terre del Sud.<br />
Bisogna avere campo e vista lunga. Si ha fede nella bellezza perché si è visto il mostro e per nulla al mondo si cede di fronte al ricatto della nuova intellighentsia che ha ormai deposto le armi e vorrebbe farti credere che la partita contro il mostro è persa da tempo e che non vale la pena agitarsi più di tanto. Meglio dedicarsi alle proprie cose.<br />
Eppure segnali confortanti arrivano dai più giovani, il sorpasso è in atto, è sotto gli occhi di tutti.<br />
Ecco perché in questo numero 11 di Sud abbiamo lasciato a loro la parola. Uomini, donne, giovani, vecchi, a noi Sud piace proprio così, evitando la tristezza patetica di certe partite, scapoli-ammogliati, under 30, 50, 100. Tra Paolo Mossetti e Peter Handke ci sono tutti gli anni della nostra Repubblica. E crediamo che la letteratura non possa prescindere dalla bellezza. Anche quando la rabbia, il nervo, ingrossa le venature. Vita e Letteratura. Perché da tempo mi pongo la stessa domanda. </p>
<p>Che cosa fa di un testo un’opera letteraria? Qual è la frontiera, la linea di demarcazione che separa ciò che è letteratura e quel che letteratura non è. Alcuni dicono il tempo. Anzi sono in tanti a parlare di un’aura che solo il passare degli anni autorizza, quasi come se esistesse un tempo doganiere, e allora, <em>vos papiers</em>! Passaporto, prego! E non basta, perché quel tempo non è mai chiuso – lo è, al limite, ma non sempre, solo quello dei diritti d’autore: settant’anni, cento – e proprio l’oblio che il tempo aveva costruito vomita, a distanza di secoli, capolavori di cui non si poteva sospettare nemmeno l’esistenza. Pessoa, Bachtin, Dino Campana. Quale paradigma, potrà accordare uno storico della letteratura, un critico per compilare la sua antologia del contemporaneo? Cosa resterà di Baricco? E di Joyce che nessun editore vorrà ristampare?</p>
<p>Intanto come archeologi ci muoviamo tra vere gemme del nostro patrimonio, e a volte basta una lettera di Anna Maria Ortese, una poesia di Gianni Scognamiglio  o la prosa elegante di Mario Stefanile, a ricordarci che la nuova casa che abbiamo voluto abitare, Sud, deve per forza poggiare le proprie fondamenta su quell’altro Sud, antico eppure così attuale, voluto da Pasquale Prunas.<br />
Provo allora a immaginare una soluzione, a tentare un’ipotesi.<br />
Quando eravamo bambini, ragazzi, si giocava al pallone facendo, con mucchi di abiti e borse, le porte. Si giocava tra i brulli campetti di fronte al Palazzo Reale. Non c’erano i pali, e men che meno le reti, come ora. Eppure, tutti sapevano quando la palla era uscita, il tiro oltre la traversa. Addirittura c’era chi poteva dire di aver fatto un gol mettendola nel set.<br />
Era dentro. O era fuori. Basterebbe per la letteratura, e per la vita quella stessa consapevolezza.  Fare Gol, non catenaccio. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/13/sud-n%c2%b011-come-riva/">Sud n°11 come Riva</a></p>
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		<title>Poeti all&#8217;ultima spiaggia</title>
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		<pubDate>Mon, 05 May 2008 16:58:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/iglesfurlen-1.jpg' title='iglesfurlen-1.jpg'></a></p>
<p>Fotoromanza (one)<br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/iglesfurlen.jpg' title='iglesfurlen.jpg'></a></p>
<p>fotoromanza (two)</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/05/poeti-allultima-spiaggia/">Poeti all&#8217;ultima spiaggia</a></p>
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<span id="more-5853"></span><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/iglesfurlen-1.jpg' title='iglesfurlen-1.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/iglesfurlen-1.jpg' alt='iglesfurlen-1.jpg' /></a></p>
<p>Fotoromanza (one)<br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/iglesfurlen.jpg' title='iglesfurlen.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/iglesfurlen.jpg' alt='iglesfurlen.jpg' /></a></p>
<p>fotoromanza (two)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/05/poeti-allultima-spiaggia/">Poeti all&#8217;ultima spiaggia</a></p>
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		<title>Anteprima Sud n°11- crocevia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/13/anteprima-sud-n%c2%b011-crocevia/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 02:39:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' title='2-1.JPG'></a><br />
foto di <em>Emiliano Bartolucci<br />
</em><br />
<strong>Siamo strade</strong><br />
di<br />
<em>Davide Vargas</em></p>
<p>Agli occhi umidi degli uccelli, occhi speciali che possiedono coni che più degli uomini  sanno distinguere i colori, a quegli occhi larghi che sanno riconoscere persino tra i vapori che salgono dalla terra i colori dei sogni degli uomini che il sole ha seccato lasciando loro soltanto il respiro pesante, vapori che vanno a ingrossare le nuvole nel cielo lontanissime dalla terra, agli occhi di uccelli migratori che hanno preso il volo da piste inospitali per una navigazione verso sponde mai viste, a quegli occhi che seguono le nuvole gonfiarsi come una pasta appetitosa e poi si rivolgono verso i territori che stanno lasciando, a loro appaiono sottili spaccature nella terra tracciate con il filo a piombo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/13/anteprima-sud-n%c2%b011-crocevia/">Anteprima Sud n°11- crocevia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' title='2-1.JPG'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' alt='2-1.JPG' /></a><br />
foto di <em>Emiliano Bartolucci<br />
</em><br />
<strong>Siamo strade</strong><br />
di<br />
<em>Davide Vargas</em></p>
<p>Agli occhi umidi degli uccelli, occhi speciali che possiedono coni che più degli uomini  sanno distinguere i colori, a quegli occhi larghi che sanno riconoscere persino tra i vapori che salgono dalla terra i colori dei sogni degli uomini che il sole ha seccato lasciando loro soltanto il respiro pesante, vapori che vanno a ingrossare le nuvole nel cielo lontanissime dalla terra, agli occhi di uccelli migratori che hanno preso il volo da piste inospitali per una navigazione verso sponde mai viste, a quegli occhi che seguono le nuvole gonfiarsi come una pasta appetitosa e poi si rivolgono verso i territori che stanno lasciando, a loro appaiono sottili spaccature nella terra tracciate con il filo a piombo.<br />
A quegli occhi schierati in parata che inseguono il presagio di luoghi leggeri e caldi appaiono tra le fenditure di sotto i miraggi dei colori rosati della sabbia.<br />
<span id="more-5505"></span><br />
Invece siamo strade. Grigie strade.<br />
Ci allunghiamo tra case, ci incrociamo ad angolo retto, ci ripetiamo in una scacchiera poggiata sulla campagna come una tovaglia da picnic.<br />
Non siamo strade per il viaggio. Non andiamo da nessuna parte.<br />
Tu ci vedi oggi in questa mattina di fine anno, con l’aria che il gelo ha scolorito calarsi tra i cornicioni e spinta da un vento di traverso avvolgere le nere impalcature degli alberi superstiti fino a spezzettarsi tra gli infiniti rami come pezzetti di carta. E poi bagnare la nostra pelle scabrosa.<br />
Tu qui puoi solo girovagare.</p>
<p>Ma noi abbiamo visto crescere sui nostri fianchi le case. Una dopo l’altra come in una storia a puntate occupare i lotti quadrati immergendo nel suolo le punte cementizie delle proprie radici con la forza del tuono quando rompe il silenzio, e spazzare via i peschi viola fino a sollevarsi nel vuoto come un iceberg capovolto.<br />
Abbiamo visto noi stesse avanzare metro dopo metro come  una faina acquattata al suolo e divorare i colori dei cavoli e gli spruzzi dorati dei fiori di zucchine.<br />
Il nostro dorso sassoso e inzaccherato si è ricoperto pezzo dopo pezzo di una pelle nera. Abbiamo sentito il raschio della tavola di legno che distendeva il pigmento fumante e il peso del rullo di ferro, tra la soddisfazione degli uomini fermi a guardare.<br />
E poi quegli stessi uomini hanno tagliato la nostra pelle e ricucita.<br />
Ci siamo avvicinati sempre più alla città schierata come una famiglia trepidante sull’uscio e rassegnata all’invasione. Incuranti siamo andate avanti. Come pezzi di ferro incandescenti ci siamo infine saldati.<br />
Abbiamo visto lo spazio finire.</p>
<p>Tu pensi a una fondazione, un disegno, una sapienza, qualcosa che contenga una coerenza. Non è così. Roba da poveri. Altri tempi quando gli uomini smazzavano per costruire soltanto la casa e l’uomo incurvato con la falda del cappello piegata sulla fronte, la barba tante linee nere come parole su un foglio di giornale – hanno ammazzato il giovane presidente americano si leggeva sul giornale  che avvolgeva il pane imbottito di peperoni succosi – l’uomo posava in terra la cardarella vuota e col dorso della mano sollevava di un’ombra il cappello per togliere via la crosta di sudore e polvere. Sui basoli della strada i cerchi ferrati dei carrettoni martellavano come su un incudine, la bestia tra le sponde di legno perdeva fieno. Nel vicolo davanti alla bottega del pane le mosche sbattevano impotenti sui fili di plastica della tendina di mille colori.<br />
Roba da poveri, i due giovani, lui ha la testa ricciuta e lei due occhi grandi, seduti sotto il fico guardano soddisfatti la cucina dove mangeranno e il resto della casa. Lì mettiamo la televisione.<br />
Decisamente roba da poveri. Intonaco e basta.<br />
Vedi là il tempio. La sua irritante parodia. Le gru appostate proprio qui hanno posato sul fronte colonne cave e poi pompe gocciolanti hanno versato cemento. E sopra timpani improbabili.<br />
Abbiamo visto piantare palme dal tronco di sfoglie dove una volta c’erano le nespole.</p>
<p>Tu sai che sotto la punta di un iceberg affondate nei freddi mari galleggiano nascoste masse di ghiaccio profonde centinaia di metri. Una specie di intimità nascosta. Come un uomo che custodisca le proprie riserve. La sua cantina inaccessibile. Lo sai che ci sono cose che gli uomini vogliono per forza tenere solo per sé e non spiattellarle davanti a tutti. Come fanno questi stucchi, colonnine, capitelli, losanghe di pietra e quant’altro ciarpame. E sono pure false. Come puttane in una città di mare. Il tempio. Non sanno cosa è il tempio, cosa custodisce come uno scrigno silenzioso. Senza insuperbirsi mai della sua grandezza. Qui la protervia della finzione esce allo scoperto come verità di una condizione. Che non c’è. Veramente non c’è se non nel riflesso della televisione. Credono questi uomini senza pensiero di personalizzare il viso della propria dimora, ignari di essere avvolti nella massa come in un mantello. Tenuti lì come in un barattolo.<br />
Così diverse, sono tutte uguali queste case.<br />
Tu non lo sai, ma si udivano tra i cantieri recintati dalle lamiere ricoperte di manifesti, avvisi alla città e offerte del supermercato, le voci di uomini col dorso brunito dal sole mentre piantavano picchetti, salivano su ponteggi malfermi, piegavano ferri e gettavano cemento.<br />
E su esse altre voci più roche dare ordini e poi mostrare a mogli ruffiane e bambini distratti dallo squillo del cellulare la casa che avrebbero abitato.</p>
<p>E poi abbiamo visto questi uomini scolorirsi e ritirarsi nei propri recinti come si ritira la luce alla fine del giorno dai cavalcavia anneriti dalla sera, dalle fabbriche chiuse, dagli alberi spogli. Rimanere racchiusi in una bolla remota, un sacco colmo di cianfrusaglie, lasciando a noi strade lo spettro di un paesaggio deserto. E dopo uscire racchiusi in automobili dai vetri scuri come palombari.<br />
Vedi anche tu che sul nostro dorso passano ora soltanto automobili. Altre sono ferme sui bordi. Non ci sono bambini che giocano, non ci sono giovani che tornano a piedi in casa. Vedi anche tu questa patina straniante che si stende intorno come un’irrealtà rarefatta. E vedi anche tu che quando una figura umana appare, quasi un’incongruenza nel disegno, porta sul viso il sorriso di un defunto. Lo vedi tu e nessun altro, dissimulato com’è tra gli abiti alla moda.<br />
Vedo.</p>
<p>E mentre vado verso uno sbocco, oltre lo stop e oltre la strada grande che mi porterà fuori di qui, due uomini ravvolti in giubbe imbottite schizzate di cemento stanno legando pannelli di lamiera alla rete che richiude un altro grande pezzo di campagna dove rare foglie colore del miele resistono sfibrate al vento attaccate ai rami degli ultimi tigli.<br />
Fanno un lavoro minuzioso piegati ad annodare il filo di ferro e a spezzare le cime con le tenaglie, hanno gomitoli di filo imprigionati in un nastro rosso e berretti di lana calati sulle orecchie.<br />
Al centro un albero spoglio allunga il suo tronco divaricandosi una volta, e poi ancora in cento braccia. Le punte estreme ricadono sotto il peso dei mille rametti come braccia stanche. Ho la mia città già assediata alle spalle e davanti oltre la recinzione che si materializza, oltre la campagna, ancora il profilo delle prime case di un altro paesino, le parabole le canne fumarie i torrini delle scale.</p>
<p>Metto a fuoco e distinguo un’antica pietra miliare e proprio a partire da essa tra lembi di terra trascurata ormai dalle semine le orme dei vecchi tratturi che trattengono disperati la terra secca scrollata dai passi di tutti i contadini che li hanno attraversati prima di cedere battuti e condannati a ricoprirsi di una bava di asfalto.<br />
Passerò di qui e troverò ogni cosa  unita in un unico mortale amplesso.<br />
Mentre invoco una moratoria, qualcosa che blocchi il manovratore, un pezzo di ferro maligno infilato nella rotella dell’ingranaggio, mentre immagino una delicata colata di bianco che ricopra ogni intemperanza, da un cancello esce a retromarcia veloce come un insetto una piccola macchina che mi crolla nel fianco.<br />
Come uno schiaffo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/13/anteprima-sud-n%c2%b011-crocevia/">Anteprima Sud n°11- crocevia</a></p>
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		<title>Fuoco Amico / Jacques Kovalsky</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/07/26/fuoco-amico-jacques-kovalsky/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jul 2007 14:07:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a TITLE="grisu.jpg" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/grisu.jpg"></a></p>
<p>Il testo che segue lo aveva scritto per il numero 1 di Sud Jacques Kovalsky. Il tema era quello del fuoco amico da intendersi in tutte le sue accezioni: politica, letteraria artistica. E così avevo chiesto al mio amico, colonnello medico dei Sapeurs Pompiers di Parigi, di scrivermi un articolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/26/fuoco-amico-jacques-kovalsky/">Fuoco Amico / Jacques Kovalsky</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a TITLE="grisu.jpg" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/grisu.jpg"><img ALT="grisu.jpg" SRC="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/grisu.jpg" /></a></p>
<p>Il testo che segue lo aveva scritto per il numero 1 di Sud Jacques Kovalsky. Il tema era quello del fuoco amico da intendersi in tutte le sue accezioni: politica, letteraria artistica. E così avevo chiesto al mio amico, colonnello medico dei Sapeurs Pompiers di Parigi, di scrivermi un articolo. La sua testimonianza, resa quattro anni fa, in questi giorni in cui il Sud brucia, mi sembra un giusto omaggio a quanti si battono, militari, civili, volontari e , naturalmente, pompieri, contro un nemico tanto temibile quanto spietato.</p>
<p><strong>PUNTARE IL FUOCO </strong><br />
di<br />
<strong>Jacques Kovalsky</strong><br />
traduzione di Francesco Forlani<br />
Il sole, fuoco assoluto, che quest’estate brucia, dissecca e uccide: amico o nemico? Gli ospedali e altri servizi di emergenza, di fronte alla malattia e alla morte accertata di migliaia di persone in tutta Europa, hanno una propria opinione sull’argomento: non amano affatto il fuoco e la calura di quest’estate del 2003. I viticoltori incontrati nel corso delle vacanze ci vanno invece più cauti. A sentirne uno, proprietario di antiche vigne profondamente radicate nel calcare, l’uva è ricca, imbevuta di succo, promette ‘emozioni’ enologiche; per un altro, i cui ceppi sono più giovani, i chicchi sono troppo piccoli, la maturazione troppo rapida, la vendemmia difficile, la vinificazione peggio ancora e la qualità è ben lontana dall’essere assicurata.<br />
<span id="more-4244"></span></p>
<p>Ma, allora: fuoco amico o nemico? L’uno e l’altro; ora uno ora l’altro… Amico che riscalda, riunisce e nutre, nemico che brucia, consuma e uccide. In questo stesso momento, in cui il sud dell’Europa e più in particolare le rive del Mediterraneo bruciano, dove i paesaggi vitali sono saccheggiati dall’incendio – spesso doloso –, come parlare di fuoco amico? Il pompiere, soldato del fuoco, si trova ogni giorno faccia a faccia con tale amico-nemico: lui, il fuoco lo teme ma allo stesso tempo lo spia, l’aspetta al varco, talvolta quasi lo desidera. Soldato del fuoco, ma anche attore di tutti i piccoli drammi della vita quotidiana, uomo degli incidenti quotidiani e salvatore nelle catastrofi, il pompiere non si misura davvero con se stesso se non a contatto con le fiamme.</p>
<p>Ama affrontare quello che è un animale talvolta prevedibile ma il più delle volte sorprendente, sconcertante. Messovi di fronte, soffre, potrebbe morirne ma, eroe annerito dalle ceneri che sa di fumo, finisce sempre col vincere al cospetto del plauso popolare. Armato di lancia, protetto dal l’armatura in materiale tessile moderno, col suo casco lucente, è come il cavaliere delle canzoni medievali di fronte al drago, eroe di un gesto moderno glorificato dalle telecamere onnipresenti. Chi, a parte lui, usa ancora la lancia ai nostri giorni? Il picador delle corride, il pigmeo della foresta africana, l’alabardiere della Guardia Svizzera nelle grandi occasioni… insomma, miti o residuati del passato. La lancia, ma anche l’acqua.</p>
<p>Ecco allora il nostro eroe alle prese con gli elementi di base della vita, centro dell’universo, il fuoco e l’acqua. Combatte l’uno con l’altra per la pace e la vita, diventa paladino dei due elementi, Eros e Thanatos: luci e ombre, come sempre. Il fuoco sarà allora un nemico che si deve combattere e sconfiggere per accedere allo statuto di eroe mitico. Eppure: quanti pompieri piromani? Il fuoco, dunque, alleato con cui talvolta si fraternizza, che si ammira perché lo spettacolo può essere grandioso e far dimenticare il resto. Si va verso il ‘fuoco’ nella maggior parte dei casi con impazienza, gioia e – perché no – entusiasmo. Se ne ritorna stanchi, disidratati, inzuppati, ma felici d’avere combattuto ancora una volta le fiamme e di esserne usciti vincitori.</p>
<p>Ci si racconta della riconoscenza, dei salvataggi, degli attacchi e contrattacchi, degli episodi tattici riusciti o di quelli meno gloriosi, degli amici incontrati nel cuore della bagarre. Ci si complimenta con gli eroi del giorno: quelli dell’autopompa, giunta per prima sul posto, che hanno portato il primo soccorso e senz’alcun dubbio salvato le prime vittime, acquistando quel giorno una gloria effimera che non durerà oltre la prossima missione, cancellata a sua volta da quella che seguirà… perché si sa che giungerà: presto, forse; più tardi, talvolta; sempre, di certo.</p>
<p>Questo fuoco, dunque, combattuto ma anche atteso come un sacramento che rende l’uomo più di quanto non sia nel quotidiano: amico o nemico, non so… Una sola cosa è certa: questo fuoco diventa un nemico irriducibile quando uccide un amico, un collega, un compagno d’armi. Allora non gli si perdona più niente e talvolta si smette, si abbandona il mestiere. Un po’ come se questa inimicizia fosse divenuta incompatibile con la continuazione della missione… Allora, il fuoco: amico o nemico? Non so: credo ci sia bisogno di provare un senso di amicizia verso questo nemico per poterne fare un nemico accettabile.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/26/fuoco-amico-jacques-kovalsky/">Fuoco Amico / Jacques Kovalsky</a></p>
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		<title>Anteprima 2 Sud 9/ Giancarlo Mazzacurati</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2007 15:46:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giancarlo Mazzacurati]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Il brogliaccio</strong><br />
<em>sinistro ipo-romanzo italiano, per cori di voci soliste, viole da gamba, organetti e scetavajasse</em><br />
di<br />
<strong>Carlo Curati / Giovanni Mazza</strong></p>
<p><strong>I &#8211; Infanzia e adolescenza</strong></p>
<p>-	Ah, questa poi….<br />
-	Sì, è proprio così, te l’ho già detto… Giovanni non riesce più ad andare avanti e non si vuole fermare, come debbo ripetertelo?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/24/anteprima-2-sud-9-giancarlo-mazzacurati/">Anteprima 2 Sud 9/ Giancarlo Mazzacurati</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il brogliaccio</strong><br />
<em>sinistro ipo-romanzo italiano, per cori di voci soliste, viole da gamba, organetti e scetavajasse</em><br />
di<br />
<strong>Carlo Curati / Giovanni Mazza</strong></p>
<p><strong>I &#8211; Infanzia e adolescenza</strong></p>
<p>-	Ah, questa poi….<br />
-	Sì, è proprio così, te l’ho già detto… Giovanni non riesce più ad andare avanti e non si vuole fermare, come debbo ripetertelo?<br />
-	Digli che smetta, allora. Scrivere ha senso solo finché ti diverti o finché ti pagano… e poi, scrivere cosa? Un’autobiografia… Tsé, se c’è un genere ridicolo e spudorato… Bisognerebbe abolire il pronome ‘io’. Affari suoi, comunque: ma noi come c’entriamo?<br />
<span id="more-4237"></span><br />
-	Vorrebbe una mano, una mano fredda, dice lui… s’è avvolto in una tale selva di appunti, squarcetti, pezzi di carta volanti, coriandoli e pensierini sublimi scritti dietro una scatola di fiammiferi, che non ci raccapezza più; e si lamenta, al solito, come un suino scannato.<br />
-	Se non ci si raccapezza più lui, nella storia della sua vita, dovrei vederci chiaro io, che non ricordo neppure cos’ho fatto o pensato ieri?<br />
-	Appunto! Per questo promette che, quando vorremo, sarà lui a scrivere la nostra vita; sostiene che può scriverla solo chi non l’ha vissuta… sai com’è bislacco. Potremmo provarci però. Qualche giorno, a tempo perso… non so perché, ma dà tanta importanza a questi ritagli che mi dispiace dirgli subito di no.<br />
-	Fai vedere…!<br />
-	Ecco qui: un dattiloscritto ingiallito con tre diverse versioni che si incastrano una nell’altra, un centinaio di foglietti sparsi, un calepino con cento giunte che non si sa dove attaccare… Il tutto con una calligrafia che sembra quella di una pulce anemica.<br />
-	Altro che un po’ di amici a metter ordine: qui ci vuole un archeologo, fornito di paleologo, di paleografo, di poligrafo e di poliglotta… e se avanza posto, anche di un polifilo testardo. Beh, fammi dare un’occhiata.</p>
<p><strong>II &#8211; Giovinezza, con qualche grigio sbaffo</strong></p>
<p>- E dire che mi aveva parlato di un romanzo umoristico… Invece, ci sta rovesciando addosso una vescica di malumori. Capirai… ha scoperto anche lui che la vita è una malattia mortale. Sacre ombre dei comici: ricominciamo, ancora una volta, da capo…<br />
- Da capo? E dov’è, scusa, il capo? Passami un filo qualunque e ci arrangeremo alla meglio…<br />
- Sai, ho l’impressione che faremo meglio a mettere l’impasto sotto la protezione di qualche divinità. Del resto quasi tutti gli scrittori pongono le proprie metropoli verbali sotto uno scettro, mischiando più o meno inconsapevolmente gli affari e la morte…</p>
<p>- Per conto mio, io sono già da qualche tempo sotto la sua tutela: da quando il corpo ha cominciato a maltrattarmi. Tento ancora di dominarlo, da quel servo grossolano che è, ma ormai ha preso arie da padrone e spesso mi piega fino ad avariarmi l’anima. Ma io, al contrario di Giovanni che fa i capricci, con lui ci gioco. Per tenerlo ancora un po’ in scacco, ogni giorno fingo di congedarmi fa lui: sa che senza di me non riuscirebbe più neppure a muoversi e per qualche ora si finge remissivo, per poi ferirmi all’improvviso, quando allento la guardia. Negli intervalli di questa schermaglia poi, mi esercito ai più prevedibili addii: un quarto d’ora ogni giorno, verso sera. Come ogni ginnastica, anche questa accresce le riserve di ossigeno nei polmoni, ridona sapore alle cose ritrovate, valorizza le figure diurne, rende vani gli incubi notturni, sciocche ripetizioni involontarie di un esercizio che governo pienamente, prima di notte. Scompaio e riappaio lungo i corridoi e le stanze, ascolto campanelli suonare, orologi ritmare a vuoto il tempo, non più per me. Io non ci sono; al massimo, fingo di essere lì, un intruso, un ladro penetrato in una casa deserta, disabitata da poco.</p>
<p>- Anche io faccio più o meno così. E anche un modo per vedere meglio come saranno le mie cose, dopo. Le mie cose, poi… Nulla che abbia davvero valore, intendiamoci! Libri che mi rimproverano imploranti o minacciosi dagli scaffali, perché li prenda almeno una volta in mano, qualche mobile (forse) dell’ottocento, due plaids scozzesi, che (beati loro) mostrano ormai la trama, tre uova di alabastro da palleggiare soprapensiero, un bussolotto di cuoi per giocare a dadi, i quadri di un amico che mai ha visto decollare le proprie quotazioni e che continua a riempirmi le pareti di malinconiche monocromie blu. Potrete svendere tutto, senza rimorsi: ti garantisco che, finché son stato vivo, avrei cambiato tutto ogni giorno, libri, quadri, pareti, ore, terre, paesi e bussolotti.<br />
- Ma come siamo arrivati a queste note testamentarie? I discorsi di Giovanni t’hanno immalinconito?<br />
- No, anzi… certo, un po’ era anche per rispondere indirettamente a lui. Dobbiamo farla finita… quelle cose, immagini, feticci, avatars, cui sembra tanto legato, in fondo non ci amano e in fondo forse neppure noi le amiamo… prova a guardarle freddamente, quando lasci la casa. Sono quasi sempre indifferenti alle tue uscite e alle tue entrate; e credo siano pronte a offrirsi a chiunque come odalische di bazar.</p>
<p>- Certo! E quando non sono indifferenti sono torbide, livide all’alba, opprimenti d’estate, arruffate e languide al tramonto, frigide nei giorni di noia; mentre nei giorni patetici ti intrappolano con false lacrime, ti richiamano con oscure premonizioni, ti istigano a commiserarti e a commiserarle. E tutti questi incitamenti chissà perché, me li rivolgono in particolare quando sentono che sto per tornare felice, senza di loro. Perché a me capita spesso di tornare felice. Non torna soltanto la barbarie o la decadenza, torna anche la felicità, l’incoscienza, perfino l’innocenza e la voglia di abbandonarsi a qualche anchilosata capriola. Gli spiriti loici, i cibernetici, i collezionisti di algoritmi da inscatolare nei computers mi diranno che questa ciclicità della gioia personale è un fragile argomento per predirne l’eterno ritorno. Ma a me che importa? Puzzo ancora di Ottocento lontano un miglio e prima che le loro macchine l’abbiano vinta del tutto, non ci sarò più. Che la felicità torni o non torni nel 2331 mi interessa davvero poco; mi premono soltanto le mie mestruazioni di felicità; e quelle sono regolari, come i tramonti e le aurore. Ma le cose? Lì a trascinarti sempre verso abitudini vuote, perché come nei matrimoni o negli amori invecchiati, legano più le assuefazioni rancorose, le piccole sicurezze automatiche delle felicità da inventare. Qualcuno dice che il solo modo di esistere in due, è di adoperarsi, sia pure sbadatamente. Così, anche con le cose. Per questo non ti lascerebbero mai andare, quando parti perché sei felice: se non le adoperi, anche senza più guardarle, annegherebbero nell’indifferenza e nella morte propinata dai tarli.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/24/anteprima-2-sud-9-giancarlo-mazzacurati/">Anteprima 2 Sud 9/ Giancarlo Mazzacurati</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Anteprima 1 Sud 9/ Martina Mazzacurati</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2007 15:38:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Martina Mazzacurati]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a TITLE="sternelittle1.jpg" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/sternelittle1.jpg"></a></p>
<p><strong>PROVE DEL PASSAGGIO TERRENO</strong><br />
di<br />
<strong>Martina Mazzacurati</strong></p>
<p>Che il professor Giancarlo Mazzacurati, maestro dei generi letterari trasversali e delle metafore universali, ad un certo punto della sua vita si sia messo a buttar giù pensieri transitori compiuti, non stupisce. Non stupisce lo sdoppiamento in Carlo Curati e Giovanni Mazza, i coautori dell’opera.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/24/anteprima-1-sud-9-martina-mazzacurati/">Anteprima 1 Sud 9/ Martina Mazzacurati</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a TITLE="sternelittle1.jpg" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/sternelittle1.jpg"><img ALT="sternelittle1.jpg" SRC="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/sternelittle1.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p><strong>PROVE DEL PASSAGGIO TERRENO</strong><br />
di<br />
<strong>Martina Mazzacurati</strong></p>
<p>Che il professor Giancarlo Mazzacurati, maestro dei generi letterari trasversali e delle metafore universali, ad un certo punto della sua vita si sia messo a buttar giù pensieri transitori compiuti, non stupisce. Non stupisce lo sdoppiamento in Carlo Curati e Giovanni Mazza, i coautori dell’opera. Né stupisce il titolo provvisorio, Il brogliaccio, con tanto di sottotitolo aleatorio ipo-romanzo per coro di voci soliste… Tanto meno sorprende il fatto che questo ammasso di appunti scritti e riscritti con la Lettera 22 sia rimasto in un altrove di cui non ci sono state consegnate le coordinate – seconda stella a destra, forse, ci piace pensare.<br />
<span id="more-4234"></span>Colpisce invece la sensazione di usurpare la sua rinomata discrezione, citandone qualche sparpagliato passaggio: un’intromissione indomita, un’operazione di spionaggio dal buco della serratura. Ecco uno dei motivi per cui l’ipo-romanzo non apparirà mai nella sua caduca interezza, se non in queste forme sbrindellate. Ché solo una sua volontà – celeste – potrebbe indicarci la strada per la compiutezza. D’altronde, ci permettiamo di dubitare che il concetto stesso di compiutezza possa interessarlo, persino nelle alte sfere ultraterrene.</p>
<p>Di lui sappiamo quello che basta ad averne una vaga idea: ricordiamo che quando faceva la spesa girava attorno al  bancone dei formaggi in un buffo minuetto,  come un pifferaio magico per cibi incantati e che il suo Maggiolone era un attentato alla pubblica sicurezza anche se fermo, poiché il freno a mano era per lui superfluo, come qualsiasi altro freno, arresto, argine, morso. Sappiamo che amava smodatamente quella mezza dozzina di fresie – avevano un profumo antico ed essiccavano bene nei libri – che avevano l’ardire di crescere sul minuscolo terrazzino, alle quali parlava anche fuori stagione, asciugandosi i capelli al sole partenopeo che aveva scelto come suo, finché è stato in grado di riscaldarlo. Sappiamo con quanta delicata esitazione porse una di quelle fresie – gialle – alla figlia quando le andò incontro nel cortile del suo condominio, perché era uscita di casa bimba e tornava donnina. Eppure abbiamo intuito, con una marginale certezza, quanto l’universo femminile fosse per lui una matassa da districare a piccole dosi, lasciando sempre – per carità – Arianna a sbrogliarsela con l’ultimo filo nel suo labirinto.</p>
<p>Quanto fosse tangibile la sua non presenza nelle cose, quelle cose ingombranti che solo se immaginate e visitate da turista diventavano leggere come un soffio di autoironia. Quanto fosse impercettibile lo sguardo sui suoi affetti, sfiorati appena, solo conquistati. Quanto, nel triste destino di uomo intrinsecamente per bene, le poche ire derivassero dalla mala cittadinanza, dalla mala furbizia, dalla mala umanità. E se anche attraversato da malinconie padane, quanto in fretta dissipasse quei banchi di nebbia con le disavventure di Paperino, che fino all’alba facevano echeggiare sghignazzate lungo tutto il corridoio. Ci incuriosiva il suo scrivere a ritmo di jazz, con carta e penna scelti con cura, e il fatto che, a ritmo di jazz, si muovesse per casa con passi da ballerino provetto, ballati spesso sui suoi occhiali in montatura di tartaruga che facevano pendant con la moquette beige anni ’70. Abbiamo ammirato con invidia la sua raffinata trasandatezza english style da country side, distillata in poche gocce di Penhaligon’s; ma ringraziamo sempre i cieli di Parigi sotto i quali indugiava estasiato, e sopra i quali sorvolava goliardico gli anni più incerti…</p>
<p>Sappiamo inoltre quanto potesse essere  goloso di tutto ciò che fosse a base di menta e nicotina, e quanto non reggesse nessun’altra forma di droga, fatta eccezione per quella cartacea. Quanto l’accumulo fosse rassicurante per stabilire un percorso biografico, quasi a rintracciare prove del suo passaggio terreno. Ché davvero a volte ci si chiede se mai passò da qui, e se non fosse per quel senso di menomazione dell’anima, potremmo spingere il dubbio fino al parossismo e convincerci che se passaggio vi è stato, fu tanto effimero quanto un amore segreto. Ci consola il fatto che crediamo di sapere quanto fingesse di dubitare, di voler venire a capo, quando in realtà era arrivato. Il bivio era la sua meta. Una volta raggiunta, se n’è andato.<br />
Quale destino invece per Giovanni Curati e Carlo Mazza, i disastrati autori dei brandelli di letteratura o della letteratura dei brandelli? Giovanni curati nel Brogliaccio affida agli amici di sempre il compito ingrato di tirar fuori dalla montagna di carte la trama di un romanzo, il suo ipo- auto- anti- romanzo.</p>
<p>Come affrontare quei brogliacci? Da quale genere letterario attingere, tra tutti quelli prosciugati nel corso dei secoli? Struttura a parte, resta poi il problema della scrittura. Riusciranno i nostri eroi, paladini delle impalcature chimeriche, a mettere in moto «questa macchina di incertezze e di reticenze, di mosse censurate, tutta questa professione della menzogna e della simulazione creatrice, questa dispensa di materie organiche in decomposizione»? Restituiranno un corpo all’esistenza di Giovanni Curati? Ma come potrebbero, se Giovanni stesso chiude il suo abbozzo di ipo-romanzo, ipo-vita, con una nota a penna: «Giovanni Curati potrebbe anche chiamarsi Federco Alberighi o Ariodante Esposito. Di sé non saprebbe che dire, neppure per un santino commemorativo: figurarsi per una quarta di copertina, luogo osceno, esposto a troppi sguardi. Qui vive nel ventesimo secolo: ma in Cina, in che secolo starà vivendo?».</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/24/anteprima-1-sud-9-martina-mazzacurati/">Anteprima 1 Sud 9/ Martina Mazzacurati</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Anteprima Sud 8/ Tre poesie di Marco Ceriani</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/23/anteprima-sud-8-tre-poesie-di-marco-ceriani/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/23/anteprima-sud-8-tre-poesie-di-marco-ceriani/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 23 Jan 2007 15:56:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Pedrazzini]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Ceriani]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
disegno di <strong>Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong>1</strong></p>
<p>D’uno che nella sua bottega di bolle<br />
d’aria prepara certe strane pozioni<br />
che a storte riluttano e il vetro alle ampolle<br />
smeriglian con mille pelosi magoni</p>
<p>che dire? E d’uno in una bottega ove il fango<br />
si fa e non si sfa che mai dire?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/23/anteprima-sud-8-tre-poesie-di-marco-ceriani/">Anteprima Sud 8/ Tre poesie di Marco Ceriani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="andrea-pedrazzini-disegni-del-penultimo-2005-6.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/01/andrea-pedrazzini-disegni-del-penultimo-2005-6.thumbnail.jpg" /><br />
disegno di <strong>Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong>1</strong></p>
<p>D’uno che nella sua bottega di bolle<br />
d’aria prepara certe strane pozioni<br />
che a storte riluttano e il vetro alle ampolle<br />
smeriglian con mille pelosi magoni</p>
<p>che dire? E d’uno in una bottega ove il fango<br />
si fa e non si sfa che mai dire?<br />
Che al suo banco la ganga fu rango<br />
prima che impresero quei due a fuggire?</p>
<p>Dei due fu lei con gonna tessuta dal tuono<br />
a credere a un inferno reale pensandolo<br />
succedaneo del paradiso che lui vede prono<br />
alle lusinghe di quell’imperfettibile mandorlo?</p>
<p>Così in un emporio di bolle d’aria e d’argille<br />
la morte suggella le sue buste col vischio<br />
come in un frutteto, fornello delle scintille<br />
si smerigliano mele ai ritornelli del picchio.</p>
<p><span id="more-3190"></span></p>
<p><strong>2</strong></p>
<p>Ti lavi i piedi nella tazza del cesso<br />
poi con la luminaria del freddo calcagno<br />
di sotto in su ti illumini il sesso<br />
che fu, Marat, la tua stanza da bagno.</p>
<p>E il volto bruttato in un tale catino<br />
che il battiloro ridusse a una lamina<br />
col martelletto che incastona il rubino<br />
nell’anel che Pilato hodie quoque riesamina.</p>
<p>Infine in cortile ti lavi le orecchie:<br />
perché le orecchie? C’è un anello in lamiera<br />
al dito di uno che fa certe vecchie<br />
fole in quel catino di argento da fiera.</p>
<p><strong>3</strong></p>
<p>Il mio problema a parole<br />
soffocò il suo lucigno<br />
tra le guance del sole<br />
e quelle avare del cigno</p>
<p>della luna che uccisa<br />
da chi non si sa si rifugia<br />
sotto una stella che in guisa<br />
di passeretta mattugia</p>
<p>canta delle liti di strada<br />
per una precedenza dove ebbe la meglio<br />
un figlio sulle ragioni di un padre<br />
come tra le segnaletiche dei dintorni uno speglio</p>
<p>che raffigura una lite di strada<br />
dove per una precedenza ebbe o non ebbe<br />
la meglio il morente sulla moriturità che ti squadra<br />
tra le segnaletiche sanguinarie di Tebe.</p>
<p><strong>Nota critica</strong></p>
<p>Vorrei qui ringraziare Andrea Pedrazzini, autore del disegno, per la sua generosità nei confronti della nostra rivista e Domenico Pinto, neoredattore di <em>Sud</em>, per aver proposto la pubblicazione di questi splendidi versi. A completamento proponiamo parte della recensione di Antonio Pane, apparsa in <em>Poesia 2002-2003, Annuario</em> a cura di Giorgio Manacorda, Roma, Cooper &amp; Castelvecchi, 2003, pp. 329-330:<br />
<em><br />
&#8220;Dopo</em> Iscrizioni <em>e</em> Sèver<em>, passando per</em> Fergana<em>, il più recente dei rari e laconici messaggi di Marco Ceriani denunzia fin dal titolo l&#8217;ascesi che lo alimenta. La penitenza dello scricciolo si tempra, per 87 stazioni, alle corde di un </em>trobar clus <em>che strozza sul nascere i </em>senhals<em> chiamati a giustificarlo e del recinto epigrafico che disciplina le oltranze della mente barocca. Ma questo calvario semantico trova contrappeso (e compenso) nello strumento stesso del supplizio: la parola petrosa, compatta, tangibile (a prova di voce) colma di prestigi i crateri di cui si dissemina [...] Il suo immaginario non può che riflettere quello, anonimo, del repertorio: manuali, trattati, enciclopedie, vocabolari, atlanti, bibbie, florilegi sono lì ad aspettare chi ne trascelga i cammei, le pedine attese all&#8217;alea di nuove dislocazioni. Nella sua orchestra di congiunzioni che dissociano, di interrogative che asseriscono, di avversative che annettono; nel fugato di significanti che si salutano a distanza con automatismi da fantocci sonori, il direttore è come l&#8217;ombra che asseconda la Fantasia di Walt Disney, il complice di un terribilmente serio gioco infantile, il regista eliso di un meccano che si adempie nella revocabiltà del costrutto, nell&#8217;istantanea eclissi delle epifanie [...] Il suo discorso in quartine (battuto su ritmi da filastrocca il cui ipnotismo è accortamente rotto da anticipi, ritardi, scoppi che diresti proprio rubati a Stravinskij) disdegna come inane adulterio ogni logica che non corrisponda alle prensili empatie del primitivo; quindi le sue figure stravolte dall&#8217;acido di micidiali analogie sottendono il totem, assembrano un universo araldico, si consegnano alle luminazioni del monaco chagalliano&#8221;.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/23/anteprima-sud-8-tre-poesie-di-marco-ceriani/">Anteprima Sud 8/ Tre poesie di Marco Ceriani</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Keith Botsford vs Saul Bellow</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jan 2007 09:20:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Keith Botsford]]></category>
		<category><![CDATA[saul bellow]]></category>
		<category><![CDATA[silvia casertano]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
<strong>traduzione di Silvia Casertano</strong></p>
<p>Eccolo, lo si scorge appoggiato ad una parete. Jack Ludwig col suo fiato pesante lo tiene bloccato lì, un torrente di Yiddish defluisce dal muso imbronciato. Lui – Saul – osserva con occhi inespressivi. In mano regge un drink.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/10/keith-botsford-vs-saul-bellow/">Keith Botsford vs Saul Bellow</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img height="196" alt="keith.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/keith.jpg" /><br />
<strong>traduzione di Silvia Casertano</strong></p>
<p>Eccolo, lo si scorge appoggiato ad una parete. Jack Ludwig col suo fiato pesante lo tiene bloccato lì, un torrente di Yiddish defluisce dal muso imbronciato. Lui – Saul – osserva con occhi inespressivi. In mano regge un drink. I suoi occhi disposti irregolarmente riflettono sentimenti diversi, esasperazione più che altro. La sua bocca è larga, i capelli prepotentemente invasi dal bianco. E’ il 1953. Ha lasciato la sua prima moglie, e anche Princeton, dove insegnava, forse perché troppo vicina a New York. Lì si è lasciato dietro Humboldt e Delmore Schwartz, anche se non lo sa. E non sa neanche che quell’uomo grande e grosso davanti a lui sta dando vita a Herzog. Ma questo non lo sa nemmeno Jack Ludwig. Siamo a Barrytown, NY, vicino il Bard College, un satellite penosamente piccolo (150 studenti) e legato ben stretto alla cassa del Sarah Lawrence, a due ore a nord di New York nella calda valle – sono gli inizi di settembre–  del fiume Hudson. Siamo entrambi nuovi assunti, ma a dare la festa non è il college bensì Chanler Chapman, nipote del grande John Jay Chapman.<span id="more-3106"></span></p>
<p> Saul non sa che Chapman diventerà Henderson. Si guarda intorno per cercare nella stanza qualcuno con cui parlare. Dall’altro lato della sala c’è Gore Vidal, che vive con i suoi tre barboncini in una splendida residenza sulla sponda del fiume a New York Central. C’è anche Irma Brandeis, una donna vigorosa, la musa del grande poeta Eugenio Montale. Uno di noi succede a  Paul de Man, l’altro– dopo una pausa- a Mary Mc Carthy che, prima di lasciare Bard, ha scritto in toni offensivi della sua striminzita Facoltà. </p>
<p>Il giorno dopo è lì che pedala su una bicicletta da bambino verso il picnic di Facoltà, le gambe che sporgono all’infuori. La bicicletta appartiene a suo figlio Gregory, che ha nove o dieci anni. Subito dopo lo vedo sogghignare dai bordi del campo mentre Jim Case, il rettore, prende una solenne batosta sul campo da tennis: gli piace veder sistemati per bene i bianchi anglosassoni protestanti. Da allora diventiamo compagni di tennis e di chiacchiere. Il nostro punto di contatto, di affinità, è nella nostra infanzia. Siamo entrambi sopravvissuti di disastri infantili, e le parole sono il nostro mondo. Nei tre anni seguenti  Herzog prende forma, insegniamo a studenti Fulbright del Pakistan e di Israele che barano a pallavolo. In un weekend speciale compare John Berryman, con Ralph Ellison e Georges Simenon, e Dylan Thomas muore a New York. Il suo secondo matrimonio è alla frutta, ma ora è diventato munifico col denaro appena procurato da Augie e compra una casa enorme a Tivoli. Qui Ralph diventa un socio particolare: Saul si occupa del caffè (col caffè è schizzinoso), e Ralph, gran gentiluomo, si occupa del suo cane, che pasticcia sul parquet che Saul ha levigato– quando non ascoltava Bach sul suo giradischi.<br />
Herzog viene composto nello scantinato di una casa a San Lorenzo, PR. Varie volte a settimana andiamo al campus in auto, una Volkswagen decappottabile, e lui mi confida che la sua abilità nelle descrizioni– di persone e luoghi– è qualcosa che fa entrare nei suoi libri a posteriori. La realtà è un ripensamento. In seguito continuiamo a parlare: a Londra (dove pranziamo con S. J. Perelman), a Parigi (dove mi passa un libro di Paul Morand che ha trovato sui quais), a Roma (dove si incontra con il suo compagno scrittore del seminario di Salisburgo, Paolo Milano, e dove visitiamo l’appartamento barocco di Mario Praz), a Chicago (molte volte). Una volta passeggiamo in un parco di Chicago. L’erba è marrone, il vento taglia in orizzontale. Una delle mie imprese si è rivelata un fiasco, il suo terzo matrimonio è andato in rovina. </p>
<p>Uno di noi due è ai massimi per status e condizioni economiche, l’altro di una felicità delirante per la moglie dell’epoca . Stabiliamo di occuparci l’uno dell’altro: lui non farà mosse matrimoniali senza prima essersi consultato, il suo amico nessuna mossa finanziaria. Ognuno di noi ha sentito, anche se solo per poco, di avere una certa presa sulla precarietà della vita, un pochino di perizia. Chiamatelo uno scambio di servizi. C’è un altro giorno a Chicago: alla sua festa di compleanno per i settantacinque anni, offerta dalla città della sua giovinezza, Chicago appunto. Siede trionfante al tavolo principale con politici e politicanti. Loro e gli avvocati, i ricchi e i truffatori, sono per lui le persone reali di questo mondo. Recitano le loro vite extralarge nel mondo reale. Gli piaceva quel ’tipo’ così come amava i poeti che affondavano, quelli autodistruttivi. I politici devono saperci fare, qualità che lui ama, e i bravi giornalisti raccontano storie. Il fatto di aver studiato antropologia e lavorato per il Syntopticon di Mortimer Adler lo hanno reso il Baedeker delle nostre guerre culturali. L’America scrutata dal lato sbagliato del cannocchiale. I suoi personaggi diventano i bauli dei ricordi di biografia e memoria: ‘brevi vite’ – cos’altro sono i suoi romanzi? </p>
<p>Poi c’è il Texas (dove porta una innamorata). Di nuovo a Londra, siede nervosamente da Brown’s e compone il suo discorso per l’accettazione del Nobel, mentre suo fratello passa al setaccio le gallerie per scovare tele del mare senza nave. La mia figlia più piccola gli fa pipì in braccio e lui è felice di togliersi i pantaloni e rivelare i suoi boxer di seta scarlatti. Un anno dopo siamo vicino Oxford, dove lui, il suo padrino, rinuncia da parte sua al ‘diavolo e tutta la sua pompa’, e aggiunge, a un parroco perplesso, che in effetti lui vi rinuncia ogni giorno. L’amicizia resiste, e quella figliastra era sulla sua tomba il triste giorno in cui tutti noi ci accomiatammo da lui.<br />
Quello che ognuno di noi ha significato per l’altro è una cosa che riguarda noi soltanto. La nostra amicizia non era costruita. Non c’era intenzionalità. Era completamente naturale. Lui si firmava ‘il tuo vecchio amico’. E altrettanto. Non c’erano barriere. Avevamo interessi in comune, avevamo vissuto insieme dei momenti e fatto tante cose insieme. Condividevamo: e questo è stato il regalo più grande di Saul. Lui condivideva con tutti il suo intelletto, le sue letture, le sue percezioni, il suo linguaggio, il suo io, vasto e complesso. Era un’amicizia alla pari. Qualsiasi disparità possa esserci stata tra noi – di età, fama, bagaglio culturale, condizione– da amici la ignoravamo o la perdonavamo, a secondo del bisogno. Senza quella indulgenza non c’è amore. E noi ci amavamo.</p>
<p>Le tante persone che ne hanno scritto dopo la sua morte sentivano tutte di aver condiviso qualcosa con lui. Hanno descritto quanto strano fosse il mondo senza Saul. E’ curioso che  non ci faremo la nostra pizza del sabato, sezionando il conto fino all’ultimo centavos. Le amicizie sono un costituirsi di abitudini ed è difficile smettere un’abitudine. ‘L’abitudine è abitudine’, diceva Mark Twain, il più americano tra gli scrittori prima di lui, ‘quando nessuno ti scaglia fuori dalla finestra, ma ti persuade a scendere uno scalino alla volta.’ Lasciarsi persuadere a scendere un paio di scalini più giù, tutti abbiamo cinque minuti per farlo, tutti quelli per cui Saul era una dipendenza.</p>
<p>L’allegria assoluta di quest’uomo riflessivo con l’argento vivo addosso non è cosa che qualcuno di noi possa spiegare. Le espressioni belloviane si riversavano su mezzo secolo: quelle letali come quelle delicate, sempre accompagnate da una risata vivificante che si scusava da sé. Gli importava il suo piacere. Era un Narciso con le parole. Niente veniva fuori informe. Gli si poteva fare una domanda seria e ci sarebbe stata una breve pausa, dedicata ad un’intensa concentrazione: non tanto per quello che pensava, ma per come lo avrebbe espresso. Era sempre riflessivo: ogni atomo del mondo doveva essere esaminato separatamente e in tutta la sua individualità. Di qui il motto, tratto da Darwin, della nostra prima rivista, The Noble Savage: ‘Discuteremo ora un po’ più in dettaglio della lotta per l’esistenza’. Un epitaffio appropriato per un uomo che ha fatto proprio di questo il lavoro di una vita.<br />
E in che stile discuteva! In una lettera di Cesare Pavese datata 5 aprile 1930 al musicista Antonio Chiuminatto, Pavese dice dell’ America e dei suoi scrittori:<br />
&#8220;Siete la perla del mondo! Ognuno dei vostri validi scrittori scopre un nuovo campo dell’esistenza, un mondo nuovo, e ne parla con tale immediatezza e andando così dritto al punto, che è inutile per noi confrontarci”.</p>
<p>Le sue fondamenta sono state cementate nella metafora, il linguaggio che Saul ha creato per noi è pieno di frizzi e lazzi. Ti fa scoppiare a ridere; e devi scoppiare a ridere. Alle sue battute, l’autoironia, quell’intreccio di alti e bassi. Sotto la superficie c’è un’intelligenza ben accordata. In quello che ora sappiamo essere stato il suo ultimo testo, diceva di John Auerbach che aveva il ‘dono di poter trasmettere all’istante a quanti avevano antenne predisposte a ricevere frequenze rare.’ Saul agganciava il lettore e trasmetteva su quelle frequenze: una strategia ad alto rischio, perché la radio del mondo è piena di elettrostatica. Ma poi anche lui aveva un orecchio formidabile. Era uno che ascoltava tanto  quanto parlava. Era un Grande Osservatore: di tratti distintivi– i denti alla Stonehenge  di Pierre Thaxter e le vestaglie in fantasia orientale di Ravelstein– di virtù e disonori, della camminata a gondola di Valentine Gersbach come dei modelli di eloquio comuni, tanto quelli riusciti che quelli falliti. Arrivare a far questo, essere tutte quelle persone, completamente, nelle loro stesse parole, richiede una fierezza immaginativa di genere raro. </p>
<p>C’è qui un astenersi dalla pedagogia, dalla spiegazione, dall’istruire, da quella dedizione da ventesimo secolo espressa in quella sorta di consiglio che comincia con “Se io fossi in te&#8230;’. Saul sembra volere che tutti noi cominciamo da noi stessi. Dovremmo lottare con la nostra psiche, con le nostre speculazioni finanziarie, con la natura temporale dei nostri corpi, con il se c’è vita dopo la morte. Lui non invaderà la nostra sfera privata per dirci cosa fare. Al massimo ci invita a unirci alla condizione umana– in particolare la condizione comune americana– che è un pasticcio. Il suo era un mondo inebriante e lui ci impegnava tutti in questo mondo. Questo grande sensualista aveva capito che il mondo reale è sempre lì a far inciampare l’amante e l’imbroglione, ostacolarlo prima e poi addomesticarlo e trasformarlo in marito, padre, capo famiglia. Queste persone sono letteralmente giganti nelle loro auto rappresentazioni, nel modo elaborato in cui hanno allestito le loro storie. I personaggi devono esistere così come loro si vedono, come sono incarnati nelle loro stesse ostinate illusioni, nel loro modo di parlare. Saul concedeva a ognuno la propria totale libertà; li lasciava andare a tutta birra, verso la gloria o verso il disastro.<br />
In niente si è mai trattenuto. Men che mai nell’amore e nell’amicizia.<br />
.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/10/keith-botsford-vs-saul-bellow/">Keith Botsford vs Saul Bellow</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>da &#8220;SUD&#8221; n° 3: Editoriale senza mestiere</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Dec 2004 20:03:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[editoria indipendente]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<em>Apriteci la casa dell’essere!  E che cazzo!</em></p>
<p>Una figlia artista. Che idea. Come se l’arte fosse un mestiere. Siamo seri. Vuole fare la cantante! Ma ve la ricordate la favola della formica e della cicala? E da vecchi a chiedere pensioni che lo stato, i contribuenti, cioè noi pagheremo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/12/da-sud-n%c2%b0-3-editoriale-senza-mestiere/">da &#8220;SUD&#8221; n° 3: Editoriale senza mestiere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/lb1054.gif" border="0" alt="lb1054.gif" hspace="4" vspace="2" width="189" height="163" align="left" /><br />
<em>Apriteci la casa dell’essere!  E che cazzo!</em></p>
<p>Una figlia artista. Che idea. Come se l’arte fosse un mestiere. Siamo seri. Vuole fare la cantante! Ma ve la ricordate la favola della formica e della cicala? E da vecchi a chiedere pensioni che lo stato, i contribuenti, cioè noi pagheremo. Il buon senso italico – quanti film, romanzi, segreti di famiglia ruotano intorno a questo tema. Ma la ruota gira si sa ed oggi è piuttosto vero il contrario.<br />
<span id="more-780"></span><br />
La società dello spettacolo di Guy Debord anticipa – i profeti però dicono ciò che in modo impreciso accadrà, non esauriscono la sorpresa della realtà – ed allora tutti a correre – ahinoi corrida! – a truccarsi, velinare, intrattenere. I professori diventano animatori – signor preside, il prof. di latino annoia mio figlio, anzi, più precisamente il latino annoia mio figlio. In epoca di flessibilità i cantanti sognano uno stabile, e gli artisti un posto fisso. Il resto della società canta e fa la festa. L’amico invitato ad una festa rispose: non posso, intrattengo famiglia!</p>
<p>In Italia, come nella famosa novella di Cortazar in cui un mistero avvolge la metropolitana di Buenos Aires – il numero delle persone che vi entrano è diverso, superiore o inferiore, da quelle che vi escono – dalle case editrici e stamperie a pagamento escono più libri di poesia di quanti non ne entrino. Come Duchamp che crea l’artista senza opera, il mercato editoriale ha inventato gli autori senza lettori. O artisti senza mestiere, se preferite.</p>
<p>L’arte non è stata sempre altra cosa dal mestiere. Non è stata, dal principio, irriducibile al mestiere, quasi la sua assoluta alternativa o l’immagine della sua ‘cattiva coscienza’, fino all’esclusione dei suoi compiti e fini dalla sfera delle attività sociali.<br />
È soltanto con la secolare ed epica ascesa della civiltà industriale che l’artista viene infine posto davvero ai margini delle dinamiche produttive moderne, scagliando per reazione il suo anatema contro la logica e l’etica dell’accumulazione borghese.</p>
<p>Su questa esclusione, paradossalmente, l’artista costruisce la sua maschera di vate. È l’esclusione che si trasforma in privilegio, è il risarcimento simbolico della sottrazione subita sul piano materiale. L’alternativa è coprirsi del cerone del clown per nascondere il disagio di chi non offre servigi immediatamente utili al consumo. Tra il sottosuolo della confessione intima e l’empireo da cui il superuomo si fa guida delle folle, non passa in fondo grande differenza.</p>
<p>Nelle corporazioni medioevali la distinzione tra arte e mestiere non impediva la loro inclusione in una medesima categoria, in un unico ‘corpus’. Lo sottolinea l’elemento linguistico della congiunzione, che differenzia e accomuna allo stesso tempo. L’artista è artigiano con una tecnica da apprendere e trasmettere, creatore non solitario di un oggetto che non proclama la sua inutilità e originalità, come nell’estetica dell’arte per l’arte, ma risponde a un bisogno sociale, espresso ad esempio dalla pratica della committenza e sviluppato dal lavoro collettivo di un laboratorio. La porta della bottega dell’artista, come quella dell’artigiano, si spalanca sulla strada.</p>
<p>Per sottrarci a ogni ipoteca di nostalgia, non va dimenticato che se l’idea di mestiere implica sempre una collaborazione tra individui che si dividono i compiti all’interno di una comunità complessa, la corporazione prevede pur sempre un antagonismo tra gruppi di potere e di interesse: la competizione non è solo sano confronto per migliorarsi, ma sfocia di frequente in conflitti intestini e distruttivi. Eppure non mette in discussione la necessità della convivenza, neanche per un momento. Il mestiere è un affare irrimediabilmente collettivo. Come era – e non è più – la produzione artistica.</p>
<p>D’altronde l’antica assimilazione non nasce per caso. Si potrebbe dire piuttosto che la scissione tra arte e mestiere è il sintomo di una schizofrenia tutte moderna, mai definitivamente risolta, dove l’esistenza è surrettiziamente separata dalle azioni che la costellano. Dominio dell’arte è l’espressione dell’essere, secondo una diffusa e ancora influente vulgata romantica, mentre l’azione – il “fare” che caratterizza il mestiere – è sua imperfetta manifestazione, epifenomeno contingente e superficiale. Dell’insensatezza di tale distinzione aveva coscienza Calvino, che riteneva lo scrivere un atto pratico e materiale per eccellenza. Essere e fare è il titolo della conferenza sui fondamenti programmatici del suo lavoro, scaturiti dalla frequentazione di Pavese.</p>
<p>È sul senso di questa conciliazione che il terzo numero di <strong>Sud</strong> s’interroga, proponendo una riflessione sul tema dei mestieri. Si badi, ‘mestiere’ e non ‘lavoro’, a costo di riesumare un lessico desueto. Dalla frattura della modernità, il lavoro è soprattutto la risposta al bisogno materiale, la moneta con cui si scambia la propria sopravvivenza. Il lavoro nasce da una costrizione, un antagonismo: esso può fondare una classe, non un individuo. Nel mestiere, invece, l’individuo lascia un’indelebile traccia di sé, perché il mestiere è ancora un predicato dell’essere, forse il più importante: sono uno che ‘ha mestiere’, sono soprattutto quel che faccio, sono perché faccio. O più spesso, oggi, perché non faccio, non posso fare: sono braccia forzosamente incrociate.</p>
<p>Qualche anno fa, in un celebre sketch della smorfia, Massimo Troisi, improbabile Madonna che si rivolge a Dio come a un misterioso ufficio di collocamento, cita tutti i lavori proposti al consorte, ‘lavoretto’, ‘lavoro a cottimo’, ‘lavoro nero’ fino ad esplodere: «ma a Napoli lavoro e basta non esiste!»</p>
<p>Anno dopo anno abbiamo visto sparire dal basso artigiani e dall’alto masse operaie, minatori, operai di settore, in cambio una new economy sempre più astratta e immateriale. Agli antichi sindacati di metalmeccanici, che esibivano il valore di un ‘fare’, si è sostituita l’associazione dei consumatori, che rivendica invece la centralità di chi fagocita il manufatto.</p>
<p>Se precariato e flessibilità introducono un modello dominante di sapere anonimo, alienato, privo delle caratteristiche che rendono il mestiere un saper fare ‘esistenziale’, non si può evitare di osservare un pericolo altrettanto diffuso, forse simmetrico. Essere totalmente immersi in quello che si fa, essere solamente in quello che si fa, essere insomma quello che si fa, spersonalizza l’individuo che, al difuori del recinto nevrotico ma rassicurante del suo lavoro, non ha altra identità e passione, non comunica altro che ciò che fa.</p>
<p>Per lui la parola d’ordine è produrre. Produrre ordine, innanzitutto. L’idea di progresso, disinnescata da quella dell’insicurezza, ha creato nuovi mestieri e soprattutto business inimmaginabili. Si pensi ai costi di un evento sportivo o spettacolare. Alla guerra o alle Olimpiadi e al nuovo mercato degli addetti alla sicurezza, al costo dei dispositivi, dal semplice allarme alla attivazione del controllo di terra e cielo, mare e strade. L’insicurezza tradizionalmente era il futuro. Oggi è il presente.</p>
<p>E non risparmia nessuna piega dell’esistenza, fino a metterla in questione per intero. Morti sul lavoro, morti bianche in luoghi neri di grasso per motori: non fanno notizia perché con la vergogna l’audience non familiarizza con facilità. Non possono essere il prezzo da pagare perché il prezzo di una vita lo decide chi la vive, non altri. Eppure, continuano a strisciare nelle coscienze avvertite, emergono a tratti prima di risprofondare nell’anonimato del bianco e nero, ormai ben poco di moda, dove sempre più spesso la morte bianca stinge i colori di una pelle dai pigmenti vari e screziati.</p>
<p>Il lavoro disprezzato, deprezzato, sommerso; il lavoro per cui si muore – l’esito opposto al suo reale scopo, quello di garantire la vita – è la forma contemporanea e forse più pericolosa della separazione tra essere e fare. Stavolta però non restano spazi, neanche marginali, per l’essere. Il sogno dell’artista, prima nascosto nel sapere dell’artigiano, poi esibito come alternativa irriducibile a tale sapere, si sta trasformando nel brutto incubo della sua eclissi in un mondo dominato soltanto da un fare insensato e disumano. Bisogna provare ad accendere una favilla di senso. Svegliarsi.</p>
<p><strong> Indice autori</strong></p>
<p>David Albahari &#8211; Fernando Arrabal &#8211; Mariano Baino &#8211; Elisabeth Barillé &#8211; Piero Berengo Gardin</p>
<p>Mario Bernardi &#8211; Esteban Buch &#8211; Massimo Cacciapuoti &#8211; Piero Cademartori – Mario</p>
<p>Campagnuolo – Giuseppe Catenacci &#8211; Biagio Cepollaro &#8211; Stanko Cerovic &#8211; Béatrice Commengé</p>
<p>Cesare Cuscianna -Paola De Luca &#8211; Luis de Miranda &#8211; Dominique Delcourt &#8211; Zaida del Rio –</p>
<p>Jean-Philippe Domecq &#8211; Andrea Di Consoli &#8211; Jean Daniel Dupuy &#8211; Luigi Esposito &#8211; Stefan</p>
<p>Finke – Francesco Forlani – Tomas Frybert &#8211; Antonio Ghirelli &#8211; Marco Giovenale &#8211; Paolo</p>
<p>Graziano – Domenico Grifoni – Andrea Inglese &#8211; Petr Kral &#8211; Cristophe Leblanc &#8211; Olivier</p>
<p>Maillart &#8211; Giorgio Mascitelli &#8211; Giuliano Mesa &#8211; Isabelle Miller &#8211; Stefania Nardini &#8211; Walter</p>
<p>Nardon &#8211; Roxana Pàez – Frédéric Pajak – Matteo Palumbo &#8211; Marco Pelliccia &#8211; Alexandra</p>
<p>Petrova &#8211; Felice Piemontese &#8211; Maytree Platel – Lakis Proguidis &#8211; Renata Prunas &#8211; Eleonora</p>
<p>Puntillo &#8211; Margherita Remotti &#8211; Massimo Rizzante – Danièle Rousselier &#8211; Roberto Saviano –</p>
<p>Domenico Scarpa &#8211; Lucrezia Scotellaro &#8211; Giovanni Andrea Semerano &#8211; Michele Sovente –</p>
<p>François Taillandier &#8211; Silvia Tessitore &#8211; Paolo Trama – Jacques Vallet &#8211; Riccardo Venturi –</p>
<p>Lello Voce &#8211; Spyros Vrahoritis &#8211; Peter Waterhouse –Wu Ming</p>
<p><strong>SUD, n° 3, periodico di cultura, arte e letteratura</strong>, <em>LIBRERIA DANTE &amp; DECARTES</em>, Napoli (distribuzione: librerie Feltrinelli)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/12/da-sud-n%c2%b0-3-editoriale-senza-mestiere/">da &#8220;SUD&#8221; n° 3: Editoriale senza mestiere</a></p>
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		<title>Un sogno leghista</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/06/21/un-sogno-leghista/</link>
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		<pubDate>Sat, 21 Jun 2003 18:38:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[armata padana]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica del nord]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>“Spara, spara!”<br />
“Ma a chi cazzo sparo, è notte, qui è tutto nero.”<br />
“Appunto: spara dove vedi nero, più nero è, più spara! Muoviti che scappano, muoviti che li perdiamo, spara.”<br />
<br />
E io inizio a sparare con un mitra installato a prua della nave.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/21/un-sogno-leghista/">Un sogno leghista</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>“Spara, spara!”<br />
“Ma a chi cazzo sparo, è notte, qui è tutto nero.”<br />
“Appunto: spara dove vedi nero, più nero è, più spara! Muoviti che scappano, muoviti che li perdiamo, spara.”<br />
<span id="more-62"></span><br />
E io inizio a sparare con un mitra installato a prua della nave. Sparo ai gommoni, alle zattere, ai ragazzini che cadono in acqua, sparo alle arrugginite navi, agli scafi sfasciati, alle famiglie maghrebine, agli uomini nigeriani.<br />
“Sì, sparali tutti, dài, fai sparare anche un po’ a me.”<br />
Lascio spazio al mio superiore, inizia a far schizzare l’acqua di colpi.<br />
“Via mangiatori di lavoro, prostitute che guadagnano sui nostri piaceri, spacciatori, usurpatori di case, profanatori di chiese, orinatori di crocifissi, morite, cani!”</p>
<p>Mi guardo in uno specchio della nave, ho la divisa dell’<strong>Armata Padana</strong> della <strong>Repubblica del Nord</strong>, l’<strong>APRN</strong>. Sono un sottufficiale. “Agli ordini,” devo rispondere.<br />
“A lavorare, padano – mi dice il superiore – non fare il meridionale, spara, spara, o non avrai più lavoro.”<br />
Riprendo il mitra, inizio a sparare ai superstiti, quelli che si sono aggrappati agli pneumatici di salvataggio.<br />
“Spara ai pneumatici così li fai morire affogati, imparano  la prossima volta a venire a rubarci il lavoro e il nostro benessere! Ladri!”</p>
<p>Li abbiamo fatti fuori tutti, ci dice il capitano: “Trecento più qualche ragazzino. Dovremmo arrivare a trecentotrenta extraumani, bel lavoro ragazzi!”</p>
<p>Mentre la nostra nave sta tornando nel porto nordico, passiamo vicino a alcune spiagge siciliane:<br />
“Spara ai pedalò, spara ai pedalò.”<br />
“Ma come – dico – mi sembrano bagnanti italiani, non posso.”<br />
“Spara, cazzo! Questi sono meridionali, fanno il bagno mentre al nord lavorano, mentre i nostri compatrioti sgobbano in fabbrica, vicino alla pressa, al fianco delle vacche, spara! Spara al terrone che mangia sul nostro sudore!”<br />
Tratatatatata, inzio a sparare contro i pedalò, ne faccio fuori dieci.<br />
“Bravo, soldato padano, così imparano questi turisti meridionali a godere alle nostre spalle. Bastardi!!”</p>
<p>Finalmente approdiamo nel porto nordico. Scendiamo. Ci sono festoni, fuochi  d’artificio e migliaia di compatrioti in verde: “Viva l’armata del nord, morte al sud, ai negri, ai miserabili!” Tutto il nostro equipaggio si avvicina alla dirigenza. Ci sono tutti, ma è il gerarca maggiore, <strong>Umberto Bossi</strong> che mi avvicina e dice:<br />
“A te, suldà del nord, te demo quest’onoreficenza, perché più di tutti li suldà del nord hai sfracagnato, sgozzato, ammazzato i negher, i negri, gli arabi, gli africani, gli albanesi appestati che vengono qui, rubano, stuprano e pisciano vicino alle nostre chiese! A te soldato clemente che a differenza dell’americano hai ucciso il negro quando stava per emigrare cioè rubare, e non quando stava a casa sua! Questo ti fa onore, perché significa che sei buono e clemente! Evviva il massacratore, evviva l’Armata del nord!”</p>
<p>Io tremavo, avrei dovuto dire che ero nato a <strong>Napoli</strong>, da madre ebrea e padre vesuviano… Mi avrebbero impiccato però.</p>
<p>“Eccoti la medaglia, suldà! La medaglia dell’ordine padano del <strong>Brambilla</strong>, anonimo e laborioso industriale che seppe non contaminarsi con la cultura, con i terroni e con i negri. Che ha avuto decine di auto, tre mogli, cinque figli e soprattutto non è mai sceso al di sotto di <strong>Mantova</strong>!” Bossi mi decorò al valore, e lui stesso mi appuntò sul petto la medaglia.</p>
<p>“Evviva l’ordine del <strong>Brambilla</strong>! Evviva il nord! Evviva il lavoro!” Gridavano tutti, poi la folla entusiasta iniziò a lanciarmi in aria. Una, due, tre, quattro volte, ma alla quinta persero per stanchezza o ubriacatura la presa e finii per terra.</p>
<p>Proprio mentre stavo battendo la testa sul selciato, mi sono svegliato all’improvviso. Completamente madido di sudore, la fronte unta, il letto inzuppato. Era solo un incubo, sono ancora al sud, non ho nessuna divisa. Ho la bocca amara e la lingua incollata al palato, dev’esser stata la maledetta impepata di cozze che ho mangiato a <strong>Posillipo</strong> ieri sera. Mi ha alterato l’apparato cognitivo, i polipetti all’insalata si sono incastonati tra la memoria ed il ricordo, le alici marinate hanno tappezzato il mio sistema nervoso centrale. Beh era solo un sogno, meno male. Ho la pancia piena d’aria malsana. Stamattina andrò a Sorrento a farmi un bel bagno meno male che sto a sud&#8230;</p>
<p>Appena apro la finestra invece, sotto casa mia vedo un marasma di bandiere verdi, di inni, va’ pensiero. “<strong>Roma</strong> merda! Forza <strong>Etna</strong>, Forza <strong>Vesuvio</strong>! Fuori i negri dalla <strong>Padania</strong>! Imam, vi strapperemo la barba riccia e ve la ficcheremo nel culo!” La faccia di <strong>Maroni</strong> sulle magliette a sfondo verde, come un <strong>Che Guevara</strong> leghista, i profili affiancati di <strong>Bossi</strong>, <strong>Castelli</strong> e <strong>Speroni</strong> sulle bandiere dei grandi maestri padani, in stile <strong>Marx</strong>, <strong>Lenin</strong>, <strong>Mao</strong>.<br />
Che succede!? Maledizione, anche al sud i leghisti? Cazzo, non è possibile. C’è una contraddizione di sistema.</p>
<p>Giù vedo anche Ciro, il mio amico simpatizzante anarchico, incredibile! “Robè, scendi, – mi dice – abbiamo scoperto che anche noi siamo nord!”<br />
Io non rispondo, sto zitto, continuo ad innaffiarmi i piedi del mio sudore grondante.<br />
“Sì, scendi, manifesta, noi siamo i polentoni dei tunisini, dei marocchini, dei libici, dei siriani, anche noi possiamo avere l’autonomia, anche noi possiamo sparare a tutti, non siamo più terroni, anche noi siamo nord, anche noi siamo ricchezza, non puzziamo più, non puzziamo più. Siamo nord, noi, diamo lavoro, noi!”</p>
<p>Scendo giù, sono sicuro che è tutto uno scherzo, invece sento <strong>Borghezio</strong> che sul palco della piazza di <strong>Caiazzo</strong>, un minuscolo paesino del casertano, sbraita:<br />
“Padani d’Italia, uniamoci, debelliamo la lingua romana! Il lombardo, il bergamasco, il veneto, dovranno essere le nuove grammatiche della civiltà della ricchezza, delle villette, dei valori cristiani. Amici terroni, oggi i padani vi battezzano con le acque del <strong>Po</strong> ed i sacri liquidi del segretario <strong>Bossi</strong>, da oggi voi siete nord della grande malattia continentale chiamata <strong>Africa</strong>. Da oggi anche voi lavorerete venti ore al giorno, vivrete con i fucili dentro casa e potrete sparare ad ogni albanese e negro del cazzo. Oggi siete a pieno titolo Padani!”<br />
E la piazza, urlante iniziò: “Viva il nord, Viva il nord, Viva <strong>Verona</strong>, Viva <strong>Vercelli</strong>, Viva <strong>Pontida</strong>, <strong>Bergamo</strong> capitale!”</p>
<p>Torno a casa, m’infilo sotto la doccia gelida, esco ancora nudo fuori al balcone, spero di svegliarmi. Invece, ancora bandiere verdi…</p>
<p>Spero che tra poco suoni la sveglia, l’avevo programmata per le dieci e trenta, mi sveglierò ed a <strong>Sorrento</strong> ci andrò subito. Spero.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/21/un-sogno-leghista/">Un sogno leghista</a></p>
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