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	<title>Nazione Indiana &#187; televisione</title>
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		<title>Maria De Filippi / Emanuele Kraushaar</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 07:42:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Mi chiamo Damiano. Ho 28 anni e non me ne frega una cazzo di niente.<br />
Da quando sono stato tronista a Uomini e Donne ancora di più non me ne frega un cazzo di niente.<br />
Tutti mi cercano adesso, vogliono uscire con me, mi aggiungono come amico su Facebook.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/22/maria-de-filippi-emanuele-kraushaar-2/">Maria De Filippi / Emanuele Kraushaar</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft  wp-image-41079" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="Emanuele Kraushaar, Maria De Filippi, Alet 2011" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/MDF_cover_web.jpg" alt="Emanuele Kraushaar, Maria De Filippi, Alet 2011" width="231" height="324" />Mi chiamo Damiano. Ho 28 anni e non me ne frega una cazzo di niente.<br />
Da quando sono stato tronista a Uomini e Donne ancora di più non me ne frega un cazzo di niente.<br />
Tutti mi cercano adesso, vogliono uscire con me, mi aggiungono come amico su Facebook.<br />
Ho grandi possibilità lavorative in televisione, tutte le ragazze in discoteca mi si buttano addosso, mi lasciano il loro numero di cellulare.<br />
Tutti mi offrono il caffè, molti mi offrono una birra, qualcuno mi offre la cena.<br />
Una signora una mattina a Cola di Rienzo mi ha fermato e mi ha lasciato il numero della figlia.<br />
Un pomeriggio come gli altri che non ho niente da fare la chiamo.<br />
“Preferisci che ti mando la foto o vuoi uscire lo stesso? Dove ci vediamo?” chiede.<br />
“Vieni da me tra due ore” dico.<br />
Un paio di ore dopo decido di uscire per farmi una passeggiata.<br />
Quella non troverà nessuno a casa, ma non me ne frega un cazzo di niente.<span id="more-41078"></span></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Per me l’amore non esiste. Così una mattina vuota come le altre decido di partecipare al programma Uomini e donne di Maria De Filippi. Chiamo la redazione e, dopo un paio di settimane, eccomi a Cinecittà.<br />
Prima della puntata, mentre faccio colazione al bar, incrocio il mio sguardo con quello della cameriera e provo un’improvvisa voglia di portarmela a letto. Tiro fuori un paio di stupidate, le lascio il mio numero di telefono, le dico di chiamarmi una sera quando avrà voglia di vedermi, vado a registrare la prima puntata dove devo corteggiare una ragazza che sta sul trono e mentre entro nello studio già mi sono dimenticato di lei.<br />
Quando esco è già buio e mi sento come una bottiglia bevuta e poi rotta a terra. L’inverno è di quelli che tranciano ogni energia. Mentre attraverso la strada, vengo falciato da una macchina.<br />
La prima persona a venire in ospedale è la cameriera.<br />
Passa a trovarmi spesso anche adesso che la situazione è peggiorata e non riesco più neanche ad alzarmi dal letto.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>A me tutti quelli che vanno al programma Uomini e Donne mi fanno schifo. E dato che non ho alcuna considerazione neppure di me, ci vado pure io al programma.<br />
Ma io voglio fare colpo su qualcuna della redazione, perché quelle durano per sempre, mica sono come le troniste che vanno e vengono e poi nessuno se le ricorda, o magari gli scrivono troie su youtube. Io penso in grande, se ci scappa ci provo pure con Maria De Filippi.<br />
Quando mi siedo di fronte alle ragazze della redazione, punto subito quella più brutta.<br />
Non che sia poi da buttare via, penso.<br />
Alla pausa pranzo la avvicino, ma quella non mi fila per niente.<br />
Allora mi scappa una bestemmia. E la dico pure forte.<br />
Così arriva un tipo che mi dice che è meglio che mi allontano.<br />
Io gli punto il dito contro, ma poi torno sui miei passi, perché anche se sembro un armadio e faccio palestra da anni, ho sempre una fottuta paura di fare a botte.<br />
Così, mentre sotto la pioggia imbocco la Tuscolana e Cinecittà diventa un puntino lontano, ripenso a quello che mi picchiò quando stavo al mare a Ladispoli.<br />
Ci avevo provato con la sorella, per questo mi ruppe il polso e ancora adesso quando piove mi sento picchiare sull’osso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">(da <em>Maria De Filippi</em>, Emanuele Kraushaar, <em></em>Alet 2011)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/22/maria-de-filippi-emanuele-kraushaar-2/">Maria De Filippi / Emanuele Kraushaar</a></p>
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		<title>Di chi è la colpa?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[C.S.I.]]></category>
		<category><![CDATA[fiction]]></category>
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		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Matrone]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg" alt="" title="processi" width="406" height="227" class="alignnone size-full wp-image-40350" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.<br />
Magari fosse così semplice!<br />
<span id="more-40348"></span><br />
Un amico scrittore ed ex poliziotto, Maurizio Matrone, mi raccontò che indagando su un furto in un appartamento gli era stato chiesto dal proprietario se avesse portato il <em>luminol </em>(“ma chi l’ha mai visto il <em>luminol</em>” mi ha confessato), e non c’era volta che qualcuno non gli spiegasse dove e come prendere le impronte, al punto che qualche zelante vittima aveva già imbustato i reperti, numerandoli. Troppa tv. Non siamo più solo una nazione di commissari tecnici, siamo una nazione di tecnici della scientifica.</p>
<p>Di chi è la colpa?  È  colpa dell’attenzione morbosa che i quotidiani nazionali porgono alla cronaca nera (che ruba molte più pagine rispetto a quelle dedicate nei quotidiani europei), vera arma di distrazione di massa. È colpa di quei criminologi che hanno reso <em>glamour</em>, televisivo, un lavoro che deve essere fatto in silenzio, consci della fragilità degli indizi. Ed è sicuramente colpa di molti miei colleghi che si sono lasciati irretire dalla puerile onnipotenza di chi crede che saper scrivere gialli significa <em>di conseguenza </em>sapere come risolvere i casi reali. </p>
<p>È colpa di un protagonismo smodato, di un desiderio di visibilità assoluta, immorale, di un presenzialismo obbligatorio, di un dover dire la propria, ad ogni costo, a prescindere da tutto. È l’esasperazione del senso comune contro il buon senso, che invece chiede di lasciar lavorare gli unici deputati a farlo. Abbiamo <em>finzionalizzato </em>la morte, l’abbiamo resa una chiacchiera da bar. Tutti giudici <em>in pectore</em>, emettiamo sentenze, comminiamo pene, con non curanza, fra una tartina e un aperitivo, neppure fossimo in un consesso di docenti di diritto penale.</p>
<p>Non ho mai voluto sottostare al gioco manicheo dei colpevolisti contro gli innocentisti. L’intera nazione è bloccata su questa modalità duale e perversa: Inter <em>vs</em> Milan, destra <em>vs</em> sinistra, Nord <em>vs</em> Sud, guelfi <em>vs</em> ghibellini, convinti che la mente umana, per dirla con Tremonti, sia semplice. E invece non lo è. È complessa, molteplice, irriducibile. Ho sempre rifiutato di scrivere “da giallista” la mia opinione. Credo esista una responsabilità dell’autore di fronte a tragedie che colpiscono persone reali alla ricerca una possibile verità. Ma esiste anche una responsabilità dello spettatore, dell’utente televisivo, del lettore della carta stampata, è ora di dirlo.</p>
<p>Lo so, sembro un patetico moralista, ma se spettacolarizzare i processi è una follia, seguirli come fossero un <em>reality show</em>, pronti a “nominare” il colpevole, è ancora più abietto. Eppure lo sappiamo: la verità processuale e la verità reale non collimano, mai. Il processo è il luogo dove si cerca di raggiungere solo la verità processuale, fatta di indizi, prove, riscontri. Al punto che un giudice, anche se in cuor suo ha l’opinione che l’imputato sia in effetti colpevole, deve sottostare alla verità del processo, e liberarlo. Questa è la spietatezza dell’assoggettarsi ad un sistema di leggi certe, ma è anche la barriera contro il linciaggio, contro la barbarie. Lo so, è poco televisivo. Nei gialli, sempre così consolatori, alla fine, il colpevole lo identifichi, la giustizia trionfa, il bene vince. Ma nei fatti non è mai così semplice. La realtà è molto più noir dei gialli che scriviamo e che leggiamo. Nella realtà i colpevoli siamo noi.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L'Unità, <em>ieri</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Progressismo e sottocultura</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 15:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cadillac-Drive_In.jpg"></a></p>
<p>“Dove sono stati per tutto questo tempo i progressisti?” La domanda posta da Massimiliano Panarari a p.122 di L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip (Einaudi) riguarda l’ultimo trentennio di storia patria, e merita attenzione.</p>
<p>Secondo l’autore, docente di “analisi del linguaggio politico” all’università, quel periodo ha visto il trionfale instaurarsi nel corpo sociale della sottocultura dell’intrattenimento e del gossip, funzionale all’“episteme della contemporaneità postmoderna” (p.9): diffusa in modo molecolare attraverso i media e coerente con il progetto reazionario del “pensiero unico neoliberale” ovvero del “fondamentalismo di mercato” (p.5), per Panarari essa ha saputo conquistare quegli ampi strati della popolazione che la sinistra non è stata più capace di coinvolgere, a partire dagli anni ottanta, e che perciò dell’ideologia neoliberista – con il suo corredo di individualismo, darwinismo sociale e primato assoluto dell’economia – hanno subito l’incontrastata egemonia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/08/progressismo-e-sottocultura/">Progressismo e sottocultura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cadillac-Drive_In.jpg"><img title="Cadillac-Drive_In" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cadillac-Drive_In-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
<p>“Dove sono stati per tutto questo tempo i progressisti?” La domanda posta da Massimiliano Panarari a p.122 di L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip (Einaudi) riguarda l’ultimo trentennio di storia patria, e merita attenzione.</p>
<p>Secondo l’autore, docente di “analisi del linguaggio politico” all’università, quel periodo ha visto il trionfale instaurarsi nel corpo sociale della sottocultura dell’intrattenimento e del gossip, funzionale all’“episteme della contemporaneità postmoderna” (p.9): diffusa in modo molecolare attraverso i media e coerente con il progetto reazionario del “pensiero unico neoliberale” ovvero del “fondamentalismo di mercato” (p.5), per Panarari essa ha saputo conquistare quegli ampi strati della popolazione che la sinistra non è stata più capace di coinvolgere, a partire dagli anni ottanta, e che perciò dell’ideologia neoliberista – con il suo corredo di individualismo, darwinismo sociale e primato assoluto dell’economia – hanno subito l’incontrastata egemonia.</p>
<p><span id="more-37443"></span>Nel nostro paese, in questa prospettiva la data di svolta non è il 1989, bensì il più prosaico 1983: l’anno in cui, sulla rete privata Italia 1, andò in onda la trasmissione Drive In, a cui il libro dedica diverse pagine. Ora, si dirà che identificare in un programma televisivo il momento di una rottura epocale equivale a scambiare gli effetti con le cause (e per di più in chiave localistica); ma il libro di Panarari non è un saggio di storia contemporanea, quanto un pamphlet – lo dimostra con evidenza il linguaggio, fin troppo mimetico rispetto al gergo mediatico-modaiolo il cui background ideologico è sottoposto a critica – e, come tale, si muove per schemi polemici finalizzati a promuovere un dibattito, a provocare la riflessione su un tema che non è affatto di solo costume, ma tocca l’oggi e il futuro stesso della sinistra (non a caso nell’Epilogo è chiamata in causa direttamente l’attuale leadership del Partito democratico). Gli si possono concedere, quindi, alcune ruvide semplificazioni o approssimazioni, come il troppo rapido consuntivo delle vicende del Partito comunista italiano (e della cultura della sinistra italiana in genere); mentre assai più efficaci (e condivisibili) sono le parti dedicate all’analisi dei singoli programmi, da Striscia la notizia ad Amici e via dicendo, che costituiscono i bracci armati della vincente sottocultura. Del resto, non mancano i contributi in grado di confermare il quadro delineato da Panarari sul ruolo centrale giocato dai media nella storia recente del nostro paese (anzi forse ce ne sono fin troppi).<br />
In base all’interpretazione proposta da L’egemonia sottoculturale, che mette in primo piano, come recita il risvolto editoriale, la “costruzione del nostro immaginario contemporaneo”, Drive In è la spia o il sintomo locale di un progetto globale, che fuori d’Italia prendeva piede negli anni di Reagan e Thatcher, ma che poi si distingue, da noi, per alcuni fenomeni specifici e porta infine a rovesciare il senso della egemonia gramsciana. Se quest’ultima, in quanto progetto politico, vedeva negli intellettuali i portatori di “un’ideologia liberatoria e di emancipazione che potesse innescare la rivoluzione, una visione con ambizioni altissime, universali, in grado di sgombrare le teste degli individui dalle ‘idee spontanee’, corrispondenti in realtà al software che vi era stato introdotto lungo i secoli e i decenni, e vi si era sedimentato e stratificato al punto da dare la sensazione che così andassero, da sempre, le cose” (p.16), ecco che con l’avvento della dilagante sottocultura la funzione degli intellettuali è “scaltramente recuperata e reinventata” (p.129) per fare di essi gli agenti di una “distrazione di massa” che veicola la visione essenzialmente cinica della società propria del Pensiero Unico, società in cui la disuguaglianza è appunto una di quelle cose che vanno così “da sempre” (e in realtà si amplifica a dismisura, a livello planetario). Non più emancipazione, ma adesione ai palinsesti del potere dominante, in una versione aggiornata (o “ironica”) del “panem et circenses” (p.68): la libertà è ormai solo quella del Mercato e del Consumo e l’emancipazione, semmai, consiste nel poter fruire dello spettacolo serale delle procaci “ragazze-fast food”, aspirare a un quarto d’ora da divo o più semplicemente poter irridere senza complessi coloro che hanno avuto una sorte peggiore della propria.<br />
L’occhio di Panarari è rivolto agli intellettuali e agli operatori culturali che in questo rovesciamento hanno svolto un ruolo di primo piano, inaugurando una Modernità il cui luccichio fin dall’inizio è sotto il segno del trash. Finalmente distanti sia dai modelli tradizionali proposti dall’establishment conservatore (cattolico e pre-catodico), sia da quelli di una sinistra in cronico ritardo, ancorata alla cultura crocio-gramsciana e capace sì di amministrare città e regioni, ma non di padroneggiare in senso innovativo gli strumenti dei media, a cui la nuova stagione delle tv private apriva (in Italia) territori inesplorati, i prodotti della sottocultura che spiazza e rimpiazza la seriosa, noiosa e statalizzata cultura della società vetero-televisiva vengono confezionati da una “pattuglia” di “inventori (e pensatori) italiani di Tv” (p.59) la cui genealogia culturale è fatta risalire al Situazionismo (che ufficialmente nasce nel ’58, in quel d’Imperia, per poi svilupparsi soprattutto in Francia, ma non solo, intorno al Maggio). E qui il discorso – chiaramente esplicitato sin dalla Premessa eroicomica (pp.4-5) – si fa interessante e paradossale, perché se tali sono le origini dei nuovi “pensatori di Tv”, ci troviamo di fronte a un ambito politico e di pensiero dichiaratamente di sinistra e consapevolmente sovversivo (di colorazione anarchica), erede delle Avanguardie storiche, che diventa lo strumento di una restaurazione in piena regola.<br />
Il legante di ordine teorico e concettuale tra i Situazionisti veri e propri e le loro propaggini post-moderne e peninsulari di fine secolo non è tuttavia l’oggetto di L’egemonia sottoculturale, che si concentra sull’operazione psicosociale dispiegatasi a partire dagli anni ottanta (a p.123 si parla di “guerra psichica”) e giunta a piena fioritura con le due cooperanti Fini, delle Ideologie e della Storia, motivi ipnotici il cui stretto rapporto con la manipolazione dei media è giustamente sottolineato da Panarari (p.127). Nel libro viene comunque evidenziato come il capitale di conoscenza critica sulla “società dello spettacolo” fornito dai padri ribelli sia messo a frutto dai brillanti successori nostrani per confezionare spettacoli “carnevaleschi” (p. 68) e parodie (p. 69) capaci di sedurre e vellicare i gusti del pubblico televisivo, usando spregiudicatamente la “bassa cultura” in ordigni mediatici che presuppongono lo sguardo disincantato del lucido manipolatore. In proposito è lecito avanzare qualche riserva: non tanto sulla frequentazione, da parte della “pattuglia”, dei testi dei Situazionisti storici, e nemmeno sulla spregiudicatezza dell’operazione, quanto sul fondamento storico-culturale dell’approccio “parodico” e “carnevalesco”, che appartiene a una tradizione di lunga durata, e quindi a una zona ben più ampia e collaudata della Modernità. E più in generale, è davvero così imprescindibile l’apporto dei Situazionisti per ribaltare il progetto di emancipazione che fu di Gramsci (e prima di lui, di numerosi altri), o appunto di ciò i professionisti della distrazione si sono da sempre occupati? Ma accettiamo senza ulteriori cautele il discorso di Panarari: chi sono, allora, gli scaltri e tralignanti eredi di Debord e Vaneigem?<br />
Tralasciando soubrettes, divetti e entertainers di vario ordine e grado, i “pifferai magici al servizio dell’egemonia sottoculturale” (p.9) sono indicati da Panarari in alcune figure esemplari: Antonio Ricci, Carlo Freccero, Alfonso Signorini, tutti ideatori e promotori di trasmissioni e pubblicazioni di largo successo (naturalmente al servizio del “Cavaliere”: di chi altro?). Pare, per inciso, che qualcuno degli interessati si sia risentito, a leggere il libro: ma non si capisce perché, a ben vedere, essendo loro complessivamente accordato, nelle pagine dell’Egemonia sottoculturale, un’importanza e uno spessore culturale persino eccessivi, per chi ha lavorato esclusivamente di seconda o terza mano e sfruttato elaborazioni critiche di almeno trent’anni prima. Nondimeno, essi restano senz’altro personaggi assai significativi del mutamento e del crinale storico di cui si occupa il libro, e un ampio numero di esponenti della stessa generazione (ognuno ne conosce qualche dozzina, famosi o meno, assessori o meno) ha condiviso i redditizi sviluppi dell’“episteme della contemporaneità postmoderna”: non conta quindi il cocktail di disinvolte banalità e aggiornati luoghi comuni che i Freccero e i Ricci, nelle interviste o negli interventi in qualità di esperti della “comunicazione”, hanno dispensato e continuano a dispensare; contano, invece, l’operazione culturale e l’armamentario ideologico che ne costituisce (non senza dosi omeopatiche di Foucault, Deleuze o Baudrillard) il lievito fondante e pervasivo, capace di attrarre soprattutto i giovani (l’ampliamento costante del target in tal senso è strutturale nella società di massa, e gioca un ruolo decisivo). Conta il bilancio finale, per cui l’elemento “liberatorio” e il dominio, la finta trasgressione e la corruzione vanno a braccetto.<br />
È a questo punto che si può tornare alla domanda citata all’inizio: “Dove sono stati per tutto questo tempo i progressisti?” Panarari risponde che la Sinistra non c’era e se c’era, dormiva (“ma non il sonno dei giusti”), oppure “condivideva responsabilità poco commendevoli” (p.123). Non molti anni fa, a chi avesse discusso di Sinistra e di Progressismo in termini così generici, senza distinguo e precise pezze d’appoggio, non sarebbero mancati aspri rimproveri: i tomi con le diatribe storiche e ideologiche sui due ambiti occupano, in effetti, intere biblioteche. Quelle biblioteche, però, sono state sommerse dai detriti del Crollo del Muro, e se un libro che sin dal titolo si richiama a Gramsci può identificare tout court Sinistra e Progressismo e allo stesso tempo sperare, a buon diritto, in un rinnovamento della cultura che renda ognuno “protagonista della propria esistenza secondo un sistema di valori che non si fondi sull’individualismo selvaggio e la dittatura del consumo” (p.130), è perché la rimozione è stata così vasta da seppellire qualsiasi alternativa, e da far sì che il presente rimodelli il passato a sua immagine e somiglianza. Proprio questo, anzi, rappresenta il vero successo di quel che Panarari chiama la “congiura” dei “conservatori” (pp.122-123), necessario risvolto dell’affermazione capillare del Pensiero Unico e della visione aziendalistica del mondo. Di nuovo, però, restiamo al tema, e mettiamo meglio a fuoco l’osservazione secondo cui la Sinistra Progressista (ovvero, “di governo” e “riformista”) ha condiviso con i propri avversari “responsabilità poco commendevoli”.<br />
Il discorso, qui, sarebbe lungo e il catalogo assai ricco di titoli (vedi “liberalizzazioni”, “privatizzazioni”, “scuola e università”, “guerra umanitaria”…), e lo stesso Panarari non nasconde di essersi espresso in termini eufemistici. Non ha invece il rilievo che merita, nel libro, l’annotazione secondo cui si è data in Italia una “Bicamerale dell’immaginario televisivo” (p.93): una verità per nulla scontata né di ordine incidentale. Come non è certamente casuale né secondario che della pattuglia le cui gesta hanno allietato i nostri uggiosissimi anni (tra Balcani, Golfo, Cecenia, Twin Towers, Afghanistan, Gaza e tanti altri reality di consumo globale) non facessero parte i soli Freccero e Ricci, ma anche, come ricorda l’autore (p.59), Enrico Ghezzi e Marco Giusti, i numi tutelari della programmazione colta di Rai 3, “la rete più sperimentale” (ibidem) del bistrattato “servizio pubblico” (in quanto tale, almeno in Italia, rigorosamente lottizzato). Si noti bene: nel capitolo La controrivoluzione televisiva Panarari cita Il processo del lunedì (1980) di Aldo Biscardi come il programma che, appunto su quella rete, “allo scoccare del fatidico decennio (…) legittimava in maniera solenne (…) gli animal spirits del tifo calcistico” (pp.24-25). Vale qui ricordare che precisamente dal calcio ebbe inizio l’irresistibile pubblica ascesa di Silvio Berlusconi? Il passaggio è esemplare, in quanto fa da apripista a tutta una serie di analoghe operazioni, fondate sul principio così descritto da Panarari: “Stop a sensi di colpa superflui e fuori luogo, il Super-Ego è mio e me lo gestisco io, e quindi via libera alla visione di qualsiasi prodotto televisivo mi aggradi” (p.25). Il gergo è intenzionalmente “sessantottesco”, e infatti una delle tesi del libro è che “il neocapitalismo ha trasformato in pulsione irrefrenabile al consumo e in bisogno di affermazione (più o meno vitalistica) a ogni costo” per l’appunto “il nostro desiderio illimitato, sdoganato e celebrato dal Sessantotto” (p.126): dove, per inciso, l’interpretazione della cesura rappresentata da quel momento storico coincide con la versione (interessatamente parziale, ma non senza legittimazioni da sinistra) che ne viene data dal qualunquismo conservatore; ma il punto, in chiave mediatica, è che nella nuova edizione del Nazional-Popolare lo sdoganamento dell’“Arcitaliano” – nel senso precisato nel libro: del ragionier Fantozzi di Paolo Villaggio (p.25), indiscusso alfiere del trash –, poteva sfruttare la scia dei programmi di larghissima audience del monopolio televisivo per aggiungervi (decisivamente) il format processuale, sbracato-pluralista, destinato a straordinarie fortune negli anni successivi.<br />
Questo è tuttavia soltanto un lato della medaglia, in quanto la sperimentazione della Sinistra Televisiva non si è mossa su un solo terreno: mentre con Biscardi si puntava al bersaglio grosso, inseguendo miti e passioni di larghissimo consumo, l’altro filone che caratterizza la produzione di Rai 3 è quello colto-ironico che, oltre a patrocinare la “satira”, ha la sua espressione più efficace e giustamente famosa in Blob (1989): programma che, scrive Panarari, “si avvale direttamente della tecnica debordiana del détournement, ossia del recupero di materiali culturali e del loro reindirizzamento verso un fine differente da quello di partenza” (p.59). Infatti Blob (titolo di un film di dozzinale fantascienza del ’58, sottotitolo Il fluido mortale) riassume in sé, come un manifesto o forse, più propriamente, come un’allegoria, il duplice sperimentalismo di Rai 3: la melassa invadente (la “bassa cultura”) trattata con ironia, e l’ironia condannata a convivere per sempre con la melassa, che infine tutto – alto e basso, sotto e sopra, kitsch e cult – senza scampo avvolge e travolge. Ed anche qui, all’operazione arride il successo: in pochi anni lo “share” del Terzo canale Rai passa dal due al dieci per cento. Sono gli anni (1987-1994) della direzione di Angelo Guglielmi, personalità per nulla assimilabile – lui proveniente dalle fila del Gruppo 63 e della cosiddetta Neoavanguardia – alle grigie eminenze del sottogoverno o dell’ingessato giornalismo che prima avevano occupato le poltrone dirigenziali della televisione di stato (durante la sua direzione sono prodotti Quelli che il calcio, La TV delle ragazze, Avanzi, Samarcanda, Blob, Telefono giallo, Mi manda Lubrano, Chi l’ha visto? e Un giorno in pretura). Che nel libro di Panarari non se ne parli, stupisce assai e fa pensare che lo strapotere del trash e l’annesso primato spettacolare delle reti private abbiano finito per mettere in ombra, nella prospettiva del critico, il ruolo e il progetto di una parte tutt’altro che trascurabile della Sinistra erede del partito di Gramsci. Il fatto che quella Sinistra si presentasse (e tuttora si presenti) attraverso un canale pubblico e ufficialmente appaltato all’Opposizione va letto in stretto parallelo con il vittorioso affermarsi della “congiura” sul versante delle tv commerciali, il cui appeal pseudo-emancipante era molto più funzionale al “nuovo ordine” fondamental-liberista – o meglio “neoliberalista”, secondo l’importante correzione di Luciano Gallino, p.5 – ormai diventato ideologia di massa: la dialettica che s’instaura tra i due poli tende infatti alla legittimazione reciproca, ma alla parte “statale” tocca la carta perdente proprio perché situata nel blocco conservatore, connotato nel senso della “vecchia politica”. Dir questo non significa, però, equiparare semplicisticamente l’operazione culturale tentata dalla Sinistra al “colpo di stato perfetto, soft e postmoderno” (p.4) dell’ideologia trionfante, né sottovalutarne l’importanza, quanto piuttosto rimarcarne i limiti, le complicità e le debolezze costitutive.<br />
La sinistra non dormiva: guardava la televisione. L’enfasi esclusiva posta da Panarari sui mass-media ripete la centralità e insieme riflette specularmente, in chiave critica, l’appiattimento del discorso (non solo teorico ma fattuale) del riformismo post-comunista e (per l’appunto) progressista su forme e contenuti della “modernizzazione”. All’esclusività dell’attenzione rivolta ai media qui corrispondono zone sempre più vaste di rimozione, alla cui riuscita contribuisce non poco l’entusiasmo dei neofiti che cercano una sanzione pubblica del proprio disincantato superamento delle arcaiche, deprimenti ideologie del Secolo Breve: l’identificazione del fronte dei mass-media come l’unico decisivo consente, d’altronde, di saldare la vecchia concezione “dall’alto” della politica (intesa come lotta per il Potere) con i nuovi strumenti di manipolazione e mistificazione della sfera pubblica, in una spirale di auto-accecamento che toglie il terreno sotto i piedi a una vera pratica riformista. Così mentre la società cambiava in profondo, mentre il lavoro si trasformava e con esso le forme dello sfruttamento, mentre la democrazia italiana assumeva tratti per un verso sudamericani (vedi l’origine argentina della P2), e per un altro inseguiva confusamente la caricatura del modello statunitense, la sinistra non trovava di meglio che farsi complice preterintenzionale dei propri avversari. Neanche il fenomeno che nell’Egemonia sottoculturale è visto come proprio dell’ambito televisivo, l’opinionismo, è stato infatti un’invenzione dei congiurati di destra, bensì uno dei prodotti di punta del Progressismo: la patria dei “fast thinkers” (per sfruttare la citazione di Panarari da Pierre Bourdieu), in altre parole degli “intellettuali produttori di idee precotte e confezionate, da consumare velocemente come in un fast food” (p.116), non sono soltanto i salotti televisivi; anzi essi, con la loro mimica del conflitto, sono il corrispettivo “animato” di quanto viene quotidianamente offerto (e sempre più “gridato”) sulla stampa. Anche in questo la Sinistra ha svolto una funzione di aggiornamento a cui solo in un secondo tempo la Destra italiana, attardatasi a lungo su moduli legati a vecchi schemi di comportamento, ha finito per adeguarsi.<br />
Opinionismo, intrattenimento, gossip e quant’altro non sono, del resto, fenomeni locali, né recenti. Nonostante nel suo libro il contesto globale e la circostanza storica in cui tutto ciò si colloca sia indicato a chiare lettere in apertura – cioè il momento di “sbarazzarsi (da parte dell’‘establishment’ obbediente alle ‘élite’ e alle ‘superclassi’) del vecchio compromesso socialdemocratico e dello Stato sociale”, p.5 – l’ottica prevalentemente nazionale di Panarari finisce per evitare alcune scomode domande: per esempio, in quanti paesi le varie sinistre hanno saputo proporre un uso dei media, e in particolare della televisione, tale da opporsi validamente a quella che egli chiama Sottocultura? Quante emittenti si sono dimostrate capaci di fornire un’informazione non conforme agli standards e ai format spacciati su scala globale? E non è forse vero che le eccezioni positive si sono date per lo più nell’ambito dei “servizi pubblici” meno condizionati dalle partitocrazie? Quest’ultima osservazione dovrebbe pur indurre a qualche ragionamento, e magari a ripensare la nozione stessa di Sottocultura (si ricordi la Teoria della Halbbildung di Adorno, 1959, di recente riproposta da Giancarla Sola per Il Melangolo). A farla breve: poco c’entra, in questa storia, il sonno della ragione che genera mostri evocato da Panarari (p.123), e c’entra molto di più, invece, l’assenza di un progetto riguardante la società nel suo complesso, così come la mancata riflessione su cosa esattamente sia la democrazia nell’era dei media: di qui, l’adesione ai modelli dell’avversario con l’ingenua pretesa di volgerli a proprio vantaggio, insediandosi negli spazi concessi e accettando come naturali la pratica della spartizione e del compromesso. Alla caduta del Muro, era già troppo tardi: il Pensiero Unico non aveva rivali e nemmeno veri interlocutori, ma solo cauti produttori di sfumature, lodatori del tempo andato e ilari liquidatori dell’eredità di qualche secolo di lotte per l’uguaglianza. Non sarà unicamente per questo che la deriva del liberismo ha finito per travolgere i progressisti, ma parlare di “congiura” – espressione usata da Panarari con giudiziosa riserva – può essere un modo per non approfondire le ragioni e i micidiali sviluppi di un fallimento tanto vasto quanto pericoloso, che ha riaperto le porte alle forme più arcaiche di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.<br />
Non è davvero il caso, pertanto, di farsi prendere in giro dai nipotini dei Situazionisti e dai loro trucchi da apprendisti stregoni, assai meno originali di quanto dica la leggenda. Una volta riconosciute le complicità come i meriti (quando ci sono: per esempio il giornalismo d’inchiesta di ambito Rai, che ha una sua solida tradizione), sarebbe più istruttivo rivisitare gli scenari storici offerti dal secolo trascorso, traguardando dal crinale attuale gli altri crinali della nostra eternamente incompiuta, feroce e tragica modernizzazione. Omettendo l’apporto del nostranissimo Fascismo, tra l’epoca di “Politecnico” (“nata nel 1945 e defunta nel giro di poco, nel 1947, lasciando un segno tuttavia rilevante”, scrive en passant Panarari, p.18) e quella di Drive in, un passaggio cruciale è negli anni sessanta, l’epoca del primo Neocapitalismo: è lì che alcuni dei nodi ideologici di fondo sul tema dello “sviluppo”, sulla “industria culturale” e sul riformismo affiorano e s’intrecciano in modo esemplare tra equivoci, intuizioni e contraddizioni tuttora irrisolte (chi oggi volesse farsi un’idea tanto delle qualità che dei limiti del progetto progressista italiano in materia di Comunicazione, può farlo rileggendo Apocalittici e integrati di Umberto Eco, 1965, assai più influente per la Sinistra in questione che non Debord). A quegli anni risale anche un’altra ambigua e interessata rimozione, operata da sinistra mediante la citazione a titolo di aristocratico e nichilista rifiuto del progresso: quella del pensiero critico e di tutta una straordinaria tradizione di pensatori che aveva vissuto l’avvento della società di massa e visto dispiegarsi la potenza dei media, tra l’Europa degli anni trenta e gli Usa dei quaranta e oltre; non solo la Scuola di Francoforte ma Simmel, Kracauer, Benjamin, Arendt, Anders e numerosi altri, molti dei quali allenati a lavorare in équipe, soggetti di un lavoro collettivo che si sviluppò a stretto contatto di insigni istituzioni capitalistiche e all’interno di non meno famose imprese statunitensi. Se si prova a pensare a qualcosa di analogo, in Italia, bisogna fare i casi di esperienze tra loro diverse, ma entrambe ignorate o addirittura ostracizzate dalla sinistra ufficiale: il lavoro intellettuale svolto nell’ambito di “Comunità” e della Olivetti, e quello del gruppo di “Quaderni Rossi” di Renato Panzieri. In questo senso, va preso sul serio l’appello conclusivo del libro di Panarari a riabilitare la funzione degli intellettuali (“coloro la cui sola esistenza desta la reazione rabbiosa e la bava alla bocca del neopopulismo che si è pesantissimamente insinuato nel corpo sociale nazionale”, p.128); ma non basta ora, come non è mai bastato, saper fare “in maniera capace e creativa il (…) lavoro di inventori di architetture simboliche alternative a quelle vittoriose e tracotanti dell’egemonia sottoculturale” (p.130). Più che alle architetture (e alle “narrazioni” tanto di moda), è alle fondamenta che si deve lavorare, nei luoghi visibili e invisibili dove i segni della contraddizione vanno conosciuti e interpretati ex novo, lontano dalle abbaglianti locations del potere e dai suoi giullari di destra e sinistra, così simili tra loro.<span id="_marker">  </p>
<p><em>[pubblicato su "Lo straniero", N. 126-127, dicembre-gennaio 2010/11]</em></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/08/progressismo-e-sottocultura/">Progressismo e sottocultura</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Italia che non è in me</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 10:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia.gif"></a>di <strong>Tommaso Pincio</strong></p>
<p>La questione è un terreno minato. Pertanto si preferisce eluderla o ammantarla d&#8217;altro. È che ne siamo troppo intrisi. È quello che siamo. A prenderla di petto, ci vedremmo costretti a gettare il bambino prima ancora dell&#8217;acqua sporca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/07/litalia-che-non-e-in-me/">L&#8217;Italia che non è in me</a></p>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-36558" title="Italia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia-223x300.gif" alt="" width="223" height="300" /></a>di <strong>Tommaso Pincio</strong></p>
<p>La questione è un terreno minato. Pertanto si preferisce eluderla o ammantarla d&#8217;altro. È che ne siamo troppo intrisi. È quello che siamo. A prenderla di petto, ci vedremmo costretti a gettare il bambino prima ancora dell&#8217;acqua sporca. Nondimeno, è giusto rammentare la verità vera di quando in quando. Quella sepolta dai tanti strati di verità di comodo. Di cosa sto parlando? Ma della causa primigenia, naturalmente. Di ciò che precede la televisione scosciata e caciarona dei tronisti e delle veline, la tivvù a cui siamo soliti imputare gran parte delle responsabilità dell&#8217;attuale degrado. Non che il più vituperato fra gli elettrodomestici sia esente da colpe, intendiamoci, ma se è riuscito a tanto è perché esistevano i presupposti, le condizioni ideali, il terreno giusto per fare di noi un paese civicamente irredimibile.<span id="more-36557"></span><br />
So bene che calcando la mano su un simile tasto mi accodo alla pletora strabocchevole dei grilli parlanti. Ma posso farmene una ragione, sono in nobile compagnia. Dall&#8217;Italia «non donna di province, ma bordello» di dantesca memoria al «tugurio i cui proprietari sono riusciti a comprarsi il televisore», che è come Pasolini vide l&#8217;Italia in un&#8217;intervista del 1963, l&#8217;invettiva contro il proprio paese è un genere di discorso antichissimo e mai caduto in disuso. Probabilmente, il genere italiano per antonomasia. È a tal punto italiano che neppure chi riveste cariche pubbliche sa resistere alla tentazione, fregandosene che il ruolo presupponga altro contegno.</p>
<p>Recente il caso di un ministro messo nell&#8217;angolo per via del putiferio scatenato del maldestro tentativo di appellarsi al legittimo impedimento. Qualcuno ricorderà: raggiunto telefonicamente da un&#8217;emittente televisiva, il ministro rilasciava la testuale e per nulla edificante dichiarazione: «È una cosa indecente. Non ho mai visto l&#8217;Italia, dopo che ha perso i mondiali, che se la prenda con me!» Mettere sullo stesso piano la squallida esternazione di quel ministro e i versi del sommo poeta potrà apparire blasfemo, nondimeno vi prego di seguirvi nel mio ragionamento, prestando attenzione alla lingua.</p>
<p>Preso dalla foga, mosso dall&#8217;indignazione, al ministro si è accartocciata la sintassi. Nelle sue accalorate parole, il soggetto della frase ha finito per comprendere ogni cosa. Nella parola Italia si sono trovati a convivere la nazionale di calcio e il popolo dei tifosi. Ma non solo, quel pronunciare «Italia» comprendeva pure il popolo tutto, e la parte di popolo che punta il dito contro un servitore dello Stato che vorrebbe tanto impegnarsi nel proprio dovere. L&#8217;Italia era poi anche la gente in senso ideale (ideale per il ministro, ovviamente), la gente che dovrebbe stare al suo posto e badare ai fatti propri o al massimo a quelli del calcio. L&#8217;Italia era infine la premessa per cui una tale considerazione degli italiani e della cosa pubblica, benché sconfortante, rientra nella normalità; la normalità italiana. Col suo pasticcio di grammatica l&#8217;ex ministro ha involontariamente espresso la ragione per cui ormai non ci indigniamo più, il motivo per cui diamo per scontato il degrado. Ed è la voglia di assoluzione, il motivo.</p>
<p>Quando noialtri sapientoni del ceto pensante ci scagliamo sui guasti prodotti dalle cosiddette armi di distrazione di massa denunciamo certamente uno stato di cose. Facciamo però anche altro. Sebbene non sia questo il fine cui tendiamo e sebbene sentiamo di non averne bisogno, facciamo in sostanza quel che ha cercato di fare il nostro: rivendichiamo il diritto di assolverci. Perché quando diamo del bordello o del tugurio all&#8217;Italia di fatto marchiamo un confine tra noi e il paese in cui viviamo. Al di qua ci siamo noi, che non siamo come voialtri. Al di là ci siete voialtri, che (purtroppo per noi) siete come siete. Non che manchi un fondo di verità. Se mancasse, una simile semplificazione non avrebbe potuto affermarsi tanto agevolmente. Il guaio è che nell&#8217;affidarci a spiegazioni di questa natura ci scordiamo di soppesare l&#8217;importanza dei simboli. Stigmatizzare un andazzo riprovevole, ricorrendo a metafore forti come quella di bordello, in sé non sarebbe un problema, anzi. Devastante è il modo in cui tendiamo a esprimerci, il riferirci al nostro paese in terza persona. È il dire, o meglio il premettere «Italia», il problema. L&#8217;Italia è un bordello, l&#8217;Italia è un tugurio, l&#8217;Italia se la prende con me.</p>
<p>«L&#8217;Italia è un&#8217;espressione geografica» diceva Metternich. Anche qui sussiste un fondo di verità, ma può andare bene per lo straniero che vede l&#8217;Italia come un luogo fisico, colmo di bellezze naturali e siti monumentali, degno di interesse a dispetto dei suoi abitanti. Noi che ci viviamo siamo costretti a una prospettiva diversa. Pur accettando e alimentando l&#8217;idea del Belpaese, dobbiamo fare i conti con ciò che che non va. E a forza di fare i conti, ci siamo abituati a pensare l&#8217;Italia come un luogo retorico, una metafora per mezzo della quale, a torto o a ragione, dare voce a ciò che, di volta in volta, avvilisce, indispone, indigna. La facilità con cui ci abbandoniamo all&#8217;invettiva scaturisce proprio dalla nefasta abitudine di usare l&#8217;Italia come un contenitore di immagini di ogni sorta. Ma un vaso che contiene di tutto può diventare tutto fuorché un simbolo. E infatti l&#8217;Italia non è simbolo di nulla o quasi. Quando la si nomina è sempre necessario precisare quale Italia: se l&#8217;Italia in quanto Stato, se l&#8217;Italia in quanto malcostume, se l&#8217;Italia in quanto nazionale di calcio e così via. Sottinteso e pleonastico resta però un punto: l&#8217;Italia non siamo noi.</p>
<p>Avete presente il modo in cui i protagonisti di Lost parlano dell&#8217;isola in cui hanno avuto la sventura di precipitare? Non ne parlano come di un semplice luogo in cui sono finiti, non la vedono come un pezzo di terra conficcato nel nulla dell&#8217;oceano. La chiamano l&#8217;Isola e si rivolgono a lei in terza persona. L&#8217;isola è questo, l&#8217;Isola fa quello. E quello che l&#8217;Isola è e fa è invariabilmente di natura malevola o comunque ambigua, sfuggente, anche quando sembra fare del bene ai suoi ospiti. L&#8217;isola è aliena agli isolani per caso. Ebbene, la maniera in cui noi ci rivolgiamo al nostro paese non è tanto diversa. Similmente ai naufraghi di Lost che si affannano alla ricerca di un sistema per andarsene, la Penisola è un luogo solo in apparenza abitabile e ubertoso, tant&#8217;è che abbiamo eletto a dimensione quasi eroica una categoria molto particolare di persone, quella dei navigatori, dei migranti, dei cervelli in fuga, di coloro che cercano il proprio destino altrove. Discorso a parte meriterebbe poi la figura dell&#8217;exul immeritus che da Dante a Craxi (mi si perdoni l&#8217;ennesimo accostamento urticante) è un altro filo rosso della nostra Storia e incarna il perenne conflitto tra l&#8217; individuo e le istituzioni avverse, ingiuste, inquisitorie.</p>
<p>Esiste una minoranza, peraltro esigua, poco propensa ad accettare di buon grado che nei luoghi in cui si svolgono attività fondamentali per la comunità, quali la trasmissione del sapere o l&#8217;amministrazione della giustizia, campeggi inamovibile qualcosa che con uno Stato di diritto ha poco da spartire: il crocefisso. Dubito fortemente però che abbiamo il diritto di dolerci se la nostra identità nazionale è rappresentata da un simbolo religioso. Le nostre sono lacrime di coccodrillo. Il parlare in senso figurato, così connaturato alla nostra lingua, al nostro pensare, ci ha reso certamente arguti e machiavellici. Ci ha però anche predisposti allo scetticismo, privandoci di simboli credibili, di luoghi in cui riconoscersi. Può forse Dante identificarsi in un bordello o Pasolini in un tugurio o un ministro in un paese che se la prende con lui?</p>
<p>Capita che il malessere per lo stato in cui versa la nostra parola emerga in quella frangia del ceto pensante che più è sensibile al problema, gli scrittori. In un molto discusso memorandum di qualche tempo fa, Wu Ming 1 affermava la necessità di rigettare il «perdurante abuso» dell&#8217;ironia, tipico di un certo tipo di letteratura. Ancor prima, in occasione del convegno Scrivere sul fronte occidentale, Tiziano Scarpa prendeva le distanze da atteggiamenti ironici e autoironici. In entrambi i casi (e non sono gli unici), il ripudio dell&#8217;ironia scaturiva da una contingenza precisa, l&#8217;esautoramento della cosiddetta metafiction di stampo postmodernista. In senso più ampio, ed è questo l&#8217;aspetto più interessante, ripudiando l&#8217;ironia si reclamava un parlare più vivo e partecipe, meno anaffettivo. Empatico, per dirla con una parola che, malgrado mi risulti indigesta, rende bene l&#8217;idea. L&#8217;esigenza era e resta motivata. Ma il bersaglio non è del tutto centrato. Contingenze a parte, l&#8217;ironia non è mai stata un piatto forte della nostra cultura. Dal Pasticciaccio di Gadda a Niccolò Ammaniti, che comunque lo si voglia considerare è tra gli autori più rappresentativi di questo tempo, il vero tratto dominante è il grottesco, al massimo velato di sarcasmo. Una nota di colore che ritroviamo a profusione pure nel cinema, in quel genere specificamente nostrano, nonché l&#8217;unico vero sopravvissuto alla moria del grande schermo, noto come commedia all&#8217;italiana. L&#8217;ironia è cosa diversa. Scarseggia ed è poco tollerata.</p>
<p>Dietro la grande diffusione del grottesco, che è poi l&#8217;altra faccia dell&#8217;invettiva contro l&#8217;Italia, è per l&#8217;appunto acquattato il male che ci ammorba, la morale cattolica. E qui poco c&#8217;entrano Chiesa e fede religiosa, giacché, ripeto, è solo all&#8217;etica che mi riferisco, alla morale che ha intriso tanto credenti che laici e di cui entrambi hanno imparato a servirsi per uso personale, in spregio all&#8217;interesse comune. E in soldoni, la morale è questa: il libero arbitrio assoluto non esiste. Ci è concesso soltanto un arbitrio di tipo condizionato perché per natura (oserei dire, per costituzione) siamo peccatori. Il riscatto passa perlopiù per la strada dell&#8217;Ego me absolvo: ammetto alcune colpe (quelle che io considero tali), ma ammettendole le faccio anche mie, ovvero le spiego e le giustifico, elevandole di fatto al di sopra del comune peccare, al peccare dell&#8217;Italia che non sono io e che nonostante le mie colpe seguito a biasimare.</p>
<p>Ma se davvero sono un peccatore, quanto può valere la mia condanna del male? E quanto il mio pentimento? In pochissimi paiono porsi il problema, ma la nostra stupefacente abilità nell&#8217;inventare figure retoriche deriva proprio dal fatto che siamo noi stessi i primi a dubitare della nostra parola. È questo scetticismo che ci rende allergici all&#8217;ironia e al contempo malati di grottesco. Finché seguiteremo a parlare della Penisola come i naufraghi di Lost, il destino è segnato. Ed è un destino poco rassicurante: ha il volto rabbioso di un novello crociato che urla all&#8217;Italia, raccolta nel proprio tugurio davanti al televisore. «Possono morire, possono morire, possono morire, il crocifisso resterà nelle aule delle nostre scuole» strepita il crociato dimenticandosi dei tribunali, anch&#8217;essi addobbati col crocefisso. O forse no. Magari lui e i suoi amici hanno in programma di chiuderli. In fondo, in un paese di peccatori disposti ad assolversi sono uno spreco di denaro pubblico. E lo dico senza ironia.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;Il Manifesto&#8221;, 1 settembre 2010.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/07/litalia-che-non-e-in-me/">L&#8217;Italia che non è in me</a></p>
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		<title>Le straordinarie avventure televisive di Éric Rohmer</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 04:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong></p>
<p>Nel decennio che separa <em>Le signe du lion</em> (1959) e <em>Ma nuit chez Maud</em> (1969), non considerando il gruppo dei primi cortometraggi e <em>La collectionneuse</em> (1967), l’attenzione di Éric Rohmer fu principalmente catalizzata dalla serie di quindici lavori per la tv francese, che lui stesso curò e girò.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/18/le-straordinarie-avventure-televisive-di-eric-rohmer/">Le straordinarie avventure televisive di Éric Rohmer</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong></p>
<p>Nel decennio che separa <em>Le signe du lion</em> (1959) e <em>Ma nuit chez Maud</em> (1969), non considerando il gruppo dei primi cortometraggi e <em>La collectionneuse</em> (1967), l’attenzione di Éric Rohmer fu principalmente catalizzata dalla serie di quindici lavori per la tv francese, che lui stesso curò e girò.<br />
Si tratta, per l’esattezza, di quindici <em>emissioni</em> televisive, traducendo letteralmente dal francese la parola <em>émission</em>, che nei titoli di testa serve anche come trampolino dell’enigmatica circuitazione di pseudonimi rohmeriana: vi si legge, per esempio, <em>émission</em> di Maurice Schérer, <em>réalisation</em> di Éric Rohmer. Non a caso, dunque, <em>émission</em> non è riferibile solo all’idea di trasmissione tv, ma proprio all’<em>emettere</em> (e-mittere), che in fisica significa irradiare energia, trasmettere particelle elettromagnetiche, cioè sonore e luminose insieme. Anzi, in tale doppio fondo etimologico, Rohmer sembra enucleare quella procedura quasi auto-didattica, quella determinazione al catalogo e alla messa a punto, anche avventurosa (in un senso che, si potrebbe dire con Nietzsche, aristocratico-illuminista), di tutta questa catodica intrapresa intellettuale. I nomi presi in esame nei brevi film (tutti poco più di venti minuti, e solo alcuni di circa un’ora) sono molti, ma tutti legati dal filo comune di un tracciato alla ricerca dei <em>lumi</em> della <em>storia</em>: Lumière e Dreyer (effettivo mirabile prolungamento dell’attività di critico), Mallarmé, Poe e Hugo (declinati rispettivamente come conversazioni immaginarie, costellazioni astrali, studi architettonici e indagini geografiche), laboratori di fisica sperimentale, graficizzazioni del mito, geologie in prima persona (da Cartesio e Newton al Graal e alle forme del paesaggio tout court), e ancora Pascal, Cervantes e il rapporto fra marmo e celluloide. <span id="more-34445"></span><br />
Non c’è tuttavia, in tale complesso, alcun fascino per la meccanica narrativa e storica, quanto la determinazione a studiare il modo in cui le immagini sempre trasformano il mondo meccanico in materia sottile, offrendo della narrazione e della storia, pieghe e smagliature. Così, in <em>Les cabinets des physiques</em> (1964), Rohmer – lui stesso in scena, come un Socrate scorbutico e allampanato, col piglio duro e di strepitosa intelligenza nel confronto teorico e didattico col fisico di professione – sembra piuttosto un cartesiano sedotto dal potere occulto delle lanterne magiche.<br />
Come già accadeva a Georges Franju dieci anni prima con <em>Le poussières</em> (1954), si comincia col pulviscolo solare e si finisce con la bomba atomica (affascinante e inatteso legame questo fra Rohmer e Franju, cioè col co-fondatore della Cinémathèque française insieme a quel Langlois, che Rohmer metterà accanto a Renoir per l’incredibile duetto filmato in <em>Louis Lumière</em>, 1968). </p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/0VQ97WrotBM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/0VQ97WrotBM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
<p>Nel 1957 inoltre Franju gira, sempre su commissione, <em>Notre-Dame, Cathédrale de Paris</em>, del cui gioco fra realtà e illusione sui volumi della cattedrale, Rohmer si ricorderà per l’altro suo televisivo <em>Victor Hugo architecte</em>, 1969). A Rohmer interessa la luce, il suo modo di generarsi e di svolgersi insieme planetariamente e capillarmente. Ogni riflessione è sotto il segno di una rifrazione: <em>Les histoires extraordinaires d’Edgar Poe</em> (1965) è tutto uno scivolare di buchi neri uno nell’altro, compresi i film citati e falsamente esplicativi, in realtà detonatori d’altri abissi e depistaggi: <em>Le puits et le pendule</em> di Astruc (1964), <em>Vivre sa vie</em> di Godard (la sequenza col volto della Karina e il ragazzo sul letto che legge le opere complete di Poe), <em>La chute de la maison Usher</em> di Epstein (1928, e qui aggiungiamo noi una rifrazione, non verificata ma appetitosa quanto basta, ricordando che Astruc gira nel 1981 per la tv britannica un film dal titolo, a questo punto emblematico, <em>Histoires extraordinaires: La chute de la maison Usher</em>), e infine e soprattutto <em>Bérénice</em> (1954), uno dei primissimi film di Rohmer, che qui viene ripresentato, per moltiplicazione astrale di pseudonimi, come un’opera surrealista e misconosciuta del misterioso regista inglese Dirk Peters, sul quale si affabula con ironica fantasia.<br />
Anche <em>Victor Hugo: Les contemplations</em> (1966), viaggio nei luoghi dove lo scrittore amava rifugiarsi, per poi trascriverli puntigliosamente nei suoi diari (autentica scorribanda, visto che Rohmer stesso ricorda di aver girato gli esterni da solo con una 16mm in spalla), termina su un colpo di luce, un’eclisse che sembra una sorta di primordiale big bang fra intensità luminosa e parola. Il fisico cineasta preleva campioni di energia direttamente dal corpo della parola: volti, paesaggi, grafie (da questo punto di vista altri due esempi perfetti sono <em>L’ère industrielle: Métamorphoses de paysage</em> del 1964 e soprattutto <em>Perceval ou Le conte du Graal</em> del 1966, geometrico mosaico che fa da prologo al più tardo <em>Perceval le Gallois</em>, 1978).<br />
Eppure c’è un dato folle in tutta questa operazione, una follia sinonimo di arguzia e determinazione. Esemplare la tattica depistante con cui Rohmer, nel già citato dialogo a tre con Langlois e Renoir in <em>Louis Lumière</em>, recita la parte dell’avvocato del diavolo, perseguendo in realtà l’unico obiettivo, più che raggiunto, di ottenere dai due maestri le parole più sideralmente esatte, e mai abbastanza studiate, pronunciate sui Lumière e sul cinema. Diversamente da Rossellini, la cui didattica televisiva era in realtà l’intervento più obliquo e avveniristico (novecentesco) sulla rimessa in circolo e sulla traslazione della storia e della storia delle immagini, Rohmer ha la nobiltà degli <em>uomini tedeschi</em> di cui Benjamin faceva l’antologia in lettere (perdute e dello spirito perduto di un’epoca), compie le sue incursioni con la durezza tenera e tagliente dell’esperimento insieme drammatico (la luce) e ozioso (la parola). Il suo metodo è metodica ricerca di costanti, che tuttavia non tratteggino linee, ma ripercussioni, ricadute, intersezioni, che siano, in una parola, un percorso <em>morale</em>. È veramente il fisico nel suo laboratorio con l’aristocratico desiderio di sfidare a duello la realtà, assediandone in vitro porzioni abissali, ma al tempo stesso rifiutando ogni naturalismo, e al contrario rischiando il racconto dell’inazione, cioè, per paradosso, l’instaurarsi insieme laconico e violentissimo, della parola ri-sintetizzata in luce.<br />
Ora, questa magnifica ossessione, è la ricerca e, in quanto tale, <em>è il film</em>. In <em>Mallarmé</em> (1968) Rohmer arriva al punto di fingere una conversazione al ‘presente’ col grande poeta, basandosi su una intervista rilasciata davvero da Mallarmé a un quotidiano dell’epoca (solo le domande sono ‘nuove’). E così, a un certo punto, come <em>un colpo di dadi</em> (quel giro rocambolesco che per Mallarmé era l’unica scientificità possibile, e che per Straub-Huillet sarà sinonimo di rivoluzione), l’attore che interpreta Mallarmé assume esattamente la posa che raffigura il poeta nel quadro appeso alle sue spalle… Di nuovo, la selezione (scientifica) diventa irradiazione (poetica), allo stesso modo in cui in tutti i lungometraggi Rohmer, all’interno di una costellazione che riguarda sempre l’amore il desiderio l’ingegno i rapporti, sembra in realtà filmare (o, ancora come il fisico, letteralmente <em>estrarre</em>) la luce interiore che un singolo essere umano, per il breve tempo che è <em>qui</em>, dona al mondo intero: il ginocchio di Claire, il raggio verde, o il motivo zodiacale che da subito chiudeva <em>Le Signe du lion</em> (che è anche il motivo per cui a lungo quel capolavoro non ha trovato un suo pubblico <em>illuminato</em>). ‘Morale’ in televisione, sembra voler dire Rohmer, è il racconto dei rapporti spaziali, così come al cinema i dialoghi più anti-letterari sono i più romanzeschi e, <em>perciò</em>, i più cinematografici.</p>
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		<title>Come muore Enzo Biagi</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 19:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p> Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto,<br />
quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte.<br />
<em>Jorge Luis Borges</em></p>
<p>Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio in cui verrà sepolto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/">Come muore Enzo Biagi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/biagi4-150x150.jpg" alt="Enzo Biagi" title="Enzo Biagi" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-25989" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p> Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto,<br />
quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte.<br />
<em>Jorge Luis Borges</em></p>
<p>Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio in cui verrà sepolto. Non lo accoglie solo la terra dell’ultimo giorno. Ma continua a scavare il proprio spazio nella carta dei giornali, tra i pixel del televisore, nelle onde della radio, nella diramata espansione di internet. Si muore anche così, oggi. Trovando un ultimo posto – mai definitivo &#8211; tra le parole e le immagini.<br />
Ed è un finale senza fine. La deflagrazione dell’addio. L’irradiazione del commiato. La dispersione della commozione e dell’affetto.<span id="more-25986"></span> Nell’ultimo istante, Enzo Biagi, invece di ritirarsi nel legno della bara, di rintanarsi una volta per tutte nel suo sacco malandato di pelle e ossa, si allarga a dismisura: si dispiega, si diffonde, si ingigantisce, ritrova spessore, quasi riprende vita e radici. È un enorme sasso lanciato dentro l’infinita ed estesa superficie della comunicazione di massa. Enzo Biagi muore e brulica dappertutto, contemporaneamente.<br />
Anche così si scompare, oggi. Diventando monumento piuttosto che miniatura. Esplodendo ed allargando il proprio raggio di azione e di visibilità. Saturando tutto lo spazio disponibile &#8211; il più ampio, il più comprensivo, il più infinitamente esteso.<br />
Quando buca e allaga gli schermi, straripa dai giornali, dirompe e tracima nei discorsi degli esseri viventi, la morte non è più la cosa piccola e schiva, ritagliata nella commozione e nel silenzio, che eravamo abituati a conoscere. Dentro i mezzi di comunicazione la morte ritorna piramide – si eleva nella sua altezza, distende la sua portata, scava le sue fondamenta, mentre un esercito di commentatori, un masso dopo l’altro, una parola dopo l’altra, finiscono per costruirla, e spingerla in altezza, e vederla stagliarsi davanti.<br />
Anche così si sparisce, oggi. Poco per volta, fin quando non hanno usato tutto di te, fin quando non ti hanno tritato per bene, sminuzzato ogni parte di te, impastato ogni parte di te con lacrime e parole e immagini, facendo di te tanti piccoli mattoncini da allineare, incastrare, accatastare nella grande piramide del ricordo.<br />
Si muore in mezzo ad una gran folla di persone che fanno della morte la loro occupazione: svanisci, e pochi secondi dopo esali il tuo ultimo respiro tra i palinsesti della televisione e le scalette delle notizie quotidiane. Riscrivono la tua storia, mettono ordine alla tua esistenza, danno senso alle tue azioni, assegnano valore ai tuoi gesti, ti impaginano tra le notizie che fluiscono senza sosta, confezionato e ricucito come un prodotto editoriale qualsiasi, che deve catturare il lettore e lo spettatore, agganciare i nostri sentimenti. Ma non c’è cattiveria, in tutto questo. Non viviamo tra gli sciacalli. È solo il modo contemporaneo di alzare queste enormi e prodigiose piramidi, che durano pochissimo, qualche ora, un giorno o due al massimo, e poi scompaiono, evanescenti, della stessa sostanza di cui sono composte le immagini e le parole.<br />
E la morte di Enzo Biagi continua a scorrere sullo schermo del mio televisore. Lo vedo infilato nella bara, pochi istanti prima di spingersi nella terra, dentro il passato, nelle profondità del tempo. Lo portano in spalla. Esce da una chiesa piccola. Fende la folla di persone che inclinano il capo nel loro ultimo omaggio. Ed improvviso, per me, parte il canto del coro di vecchi partigiani. Intonano Bella Ciao. E si sente che è stato provato un paio di volte, perché il canto è ben modulato, a più voci, ogni voce la sua particolare intonazione. E sale nitida come un pianto, quella musica, come un grazie emancipatosi dalla parola e divenuto canto.<br />
E intuisco che c’è un modo di morire che non ci riguarda più, che non tocca le ultime generazioni, ma che comunque esiste, anche se si sta estinguendo, ed è il modo in cui muore Enzo Biagi.<br />
Morire mentre intonano un canto che ricorda che sei stato giovane un tempo, e che allora, nel pieno della tua forza, hai combattuto per qualcosa che non riguardava solo te, che la tua forza è stata messa al servizio di tutti quanti, che non ti sei tirato indietro quando c’era da rimettere in piedi il mondo ridotto a polvere e macerie, che ti sei rimboccato le maniche ed hai fatto della tua forza lo strumento utile per riconsegnare la libertà e la speranza ad ognuno, senza distinzioni.<br />
Morire sapendo di essere nel giusto, di aver fatto la cosa giusta, di essere stato strumento di quella giustizia, così tenera e così risoluta, che un tempo ha salvato tutti, perfino coloro che dovevano venire ancora, perfino loro, cioè noi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/">Come muore Enzo Biagi</a></p>
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		<title>Zappin&#8217;g</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/zapping/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 18:51:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[eliana petrizzi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Zapping</strong><br />
di<br />
<strong><a href="http://www.elianapetrizzi.com">Eliana Petrizzi</a></strong></p>
<p>Un pomeriggio immenso e vuoto.<br />
Potrei approfittarne per risolvere faccende rinviate da tempo, ma le intenzioni sfuggono nell’inconcludente.<br />
Quando capitavano queste giornate, si andava in chiesa a recitare il rosario o al cimitero dai propri morti. Ora esistono altre cattedrali, più chiassose e con pilastri così friabili che non appena vi si entra se ne resta coperti dalle macerie: sono i centri commerciali quando si esce, la televisione quando si resta in casa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/zapping/">Zappin&#8217;g</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/sre-telecomando.jpg" alt="sre-telecomando" title="sre-telecomando" width="504" height="406" class="alignnone size-full wp-image-15389" /><strong>Zapping</strong><br />
di<br />
<strong><a href="http://www.elianapetrizzi.com">Eliana Petrizzi</a></strong></p>
<p>Un pomeriggio immenso e vuoto.<br />
Potrei approfittarne per risolvere faccende rinviate da tempo, ma le intenzioni sfuggono nell’inconcludente.<br />
Quando capitavano queste giornate, si andava in chiesa a recitare il rosario o al cimitero dai propri morti. Ora esistono altre cattedrali, più chiassose e con pilastri così friabili che non appena vi si entra se ne resta coperti dalle macerie: sono i centri commerciali quando si esce, la televisione quando si resta in casa. Verosimilmente, il Mondo si sgretolerebbe come un meteorite che impatta l’atmosfera senza queste due potenti barriere contro la noia, contro il niente da cercare e il più niente  da dire.<br />
Resto immobile sull’orlo di uno sgomento familiare.<br />
Guardare oltre il bordo della pelle, apre un baratro pieno di vento nero da cui è bene allontanarsi per non precipitarvi in una caduta senza fondo.<br />
<span id="more-15345"></span><br />
E&#8217; il grazioso tintinnio che ti richiama al villaggio se ti sei spinto troppo nel bosco, la voce potente del dittatore che ti convince che tu, popolo, obbedisci perché l’hai deciso tu.<br />
La stupidità di massa è un ordito impossibile da districare.<br />
E poiché tutte le cose sembrano buone nella comune distanza dalla perfezione, mi lascio guidare dalla robusta debolezza di queste ore. </p>
<p>In tutti i programmi e spot pubblicitari l’unico tema portante è il corpo, carne nuda che recita un eros continuo senza pathos e senza orgasmo. Ma si tratta, paradossalmente, di un corpo che rappresenta la materializzazione di un desiderio, di qualcosa che non ci sarà mai, e quindi di un’assenza: corpo fermo in un tempo non attraversato dall’esperienza, levigato come una lapide senza cadavere. </p>
<p>La modella che pubblicizza un’auto, un telefono, un profumo, in realtà non è bella, non è interessante. E’ semplicemente giovane. Negli anni, cercheremo invano di negare la vecchiaia. Ci cureremo, avremo viaggi amici ed amici come viaggi. Saremo pieni, gradevoli ed interessanti. Faremo tutto quello che prima non avevamo potuto, e non saremo soli. Ma non sarà lo stesso. Avendo perso il sole e l’aria viva, ci riscalderemo con le luci di una  balera, mentre fuori è buio e piove.</p>
<p>Le cose migliori le danno a tarda ora; devi potertele permettere, devi faticare oltre l’usura del giorno che ti ha fiaccato, devi resistere se vuoi raggiungere la vetta e da lì, finalmente, assistere a qualcosa che ti mostri la realtà del Mondo come la si vede non da basso – distratti dai cerimoniali sguaiati dei voli a bassa quota – ma dall’alto del panorama miracoloso ed infermo delle nostre cose umane.<br />
E allora vedi cos’è la Guerra, che abbiamo dimenticato solo perché i nostri nonni, morti, hanno smesso  di raccontarcela ogni giorno. Vedi che sono passati millenni, ma che gratta e gratta, sotto la crosta dell’uomo cresciuto trovi sempre  la solita bestia deviata che piscia per segnare il territorio, che vuole sempre di più e tutto per sé.<br />
I corpi degli innocenti e quelli dei colpevoli, tornati uguali, vengono avvolti in lenzuoli e depositati per terra dalla folla, come grosse masse di pane crudo andato a male. Una giovane donna trasportata su un camion si tiene il viso con una mano, il figlio tra le braccia che traballa appena per la strada sconnessa, gli occhi come i morti: le pupille aperte nel fermo silenzio universale.</p>
<p>Non sono passati nemmeno sei minuti e già  comincio a desiderare altro; di muovere una gamba, di mangiare qualcosa, di chiamare qualcuno.<br />
Peggio ancora,  m’illudo che cambiando canale andrà meglio.</p>
<p>Manuela Arcuri ha festeggiato 32 anni. Ha organizzato una festa per i familiari a Latina il giorno del suo compleanno ed un’altra a Roma per i colleghi una settimana dopo, in un nuovo locale per vip dall’inedito nome di “Jet Set”. Musica da discoteca, scollature come banchi di macellai all’ingrosso, uomini con le sopracciglia sfoltite, un via-vai di flash e di giornalisti accreditati. Quando ci sono molte formiche intorno ad un grande insetto, quell’insetto è certamente morto.</p>
<p>Un’intervista ad un ex agente della CIA rivela che molti disordini e guerriglie al tempo della Guerra Fredda furono in realtà accuratamente pianificati e fomentati per dare alla CIA ragione di esistere e lavoro da svolgere. Così come fanno le società che spengono gli incendi nei boschi dopo averli esse stesse appiccati, o la Mafia che ti dice “Pagami, così ti proteggo da me stessa”.<br />
Oggi gli agenti della CIA vanno a tenere conferenze nelle scuole. Hanno anche messo sul mercato un videogioco con le loro azioni passate, così per fare un po’ di soldi e perché nessuno si dimentichi di loro. Tanto alla Guerra c’è chi pensa.</p>
<p>Striscia quotidiana del Grande Fratello. Poi discussione accesa a Uomini e Donne. Mi sono sempre chiesta come sia possibile parlare per ore senza dire assolutamente niente.<br />
Ci vuole un talento particolare a non averne alcuno. </p>
<p>Si parla del processo di Perugia. Anche qui dicono che Amanda, la presunta assassina, è soprattutto bellissima, una pericolosa mangiatrice di uomini.<br />
In realtà, è una ragazza che non ti gireresti due volte a guardare per strada, piena di tutte le impazienze, le impossibilità e i disastri di una giovinezza fatta di aerei lanciati in volo all’impazzata, senza piste né per il decollo né per l’atterraggio.</p>
<p>Sbadigliando, mi sale dalla gola il calore della carne cruda.<br />
L’aria che si sposta mi rinfaccia il tanfo del corpo fermo nelle ore della noia.<br />
Da fuori mi giunge una luce che mi libera dal terrore di cambiamenti improvvisi nelle cose e nel tempo.<br />
Mi lavo velocemente e mi vesto. Lascio la stanza con una di quelle occhiate che si lanciano per strada a qualcuno che ci rassomiglia.<br />
Mi viene voglia di essere pietra, terreno, pianta sottoposta al cerchio del sole.<br />
Guardo le mie mani e non le riconosco.<br />
Capisco con chiarezza che la vita non esiste.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/zapping/">Zappin&#8217;g</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Avviso agli studenti / 4</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/01/avviso-agli-studenti-4/</link>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 07:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[amore]]></category>
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		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
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		<category><![CDATA[Raoul Vaneigem]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
IMPARARE L&#8217;AUTONOMIA, NON LA DIPENDENZA
<p align="justify">La scuola ha promulgato per secoli il sequestro del fanciullo da parte della famiglia autoritaria e particolare. Ora che si abbozza tra i genitori e la loro progenie una comprensione reciproca fatta di affetto e di autonomia progressiva, sarebbe un peccato che la scuola cessasse di ispirarsi alla comunità familiare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/01/avviso-agli-studenti-4/">Avviso agli studenti / 4</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
<h2>IMPARARE L&#8217;AUTONOMIA, NON LA DIPENDENZA</h2>
<p align="justify">La scuola ha promulgato per secoli il sequestro del fanciullo da parte della famiglia autoritaria e particolare. Ora che si abbozza tra i genitori e la loro progenie una comprensione reciproca fatta di affetto e di autonomia progressiva, sarebbe un peccato che la scuola cessasse di ispirarsi alla comunità familiare.</p>
<p>Paradossalmente il sistema educativo, che accoglie con i giovani ciò che cambia di più, è anche quello che meno è cambiato.<span id="more-10259"></span></p>
<p>La famiglia tradizionale preferiva fabbricare dei bambini in serie piuttosto che offrire la vita a due o tre piccoli esseri ai quali avrebbe dedicato senza riserve amore e attenzione. Quelli che non morivano in tenera età serbavano nel cuore il più delle volte una ferita segreta. La tirannia, il senso di colpa, il ricatto affettivo generarono in tal modo generazioni di spacconi che nascondevano sotto la durezza del carattere un infantilismo che imponeva loro di cercare un sostituto del padre e della madre in quelle famiglie a prestito che erano le chiese, i partiti, le sette, il gregarismo nazionale e i copi di armata di ogni genere. La storia non ha conosciuto, per la sua disumanità, che dei bravacci in carenza di affetto. Ci voleva un bel po&#8217; di cinismo per evocare la &#8220;selezione naturale&#8221;, tipica della specie animale, quando la produzione di carne da cannone e da fabbrica implicava la sua correzione statistica, e l&#8217;economia familiare di procreazione comportava un vizio di forma in cui la morte svolgeva la sua parte.<!--more--></p>
<p>L&#8217;evoluzione dei costumi ci fa guardare oggi come ad una mostruosità questa proliferazione bestiale di vite irrimediabilmente condannate a venir riassorbite sotto i colpi di machete della guerra, del massacro, della carestia, della malattia. Eppure: stigmatizzare la sovrappopolazione dei paesi dove l&#8217;oscurantismo religioso si nutre della miseria che consciamente mantiene, e accettare che in Europa uno stesso spirito arcaico e sprezzante continui a trattare gli studenti come bestiame denota un&#8217;evidente incoerenza.</p>
<p>Perché il sovraffollamento delle classi non è solo causa di comportamenti barbari, di vandalismo, di delinquenza, di noia, di disperazione, perpetua per di più l&#8217;ignobile criterio della competitività, la lotta concorrenziale che elimina chiunque non si conformi alle esigenze del mercato. Il bruto arrivista ha la meglio sull&#8217;essere sensibile e generoso, ecco ciò che i disonesti al potere chiamano anch&#8217;essi, come i brillanti pensatori di un tempo, una selezione naturale.</p>
<p>Non ci sono bambini stupidi, ci sono solo educazioni imbecilli. Forzare lo scolare a issarsi fino in cima al cesto contribuisce al progresso laborioso della rabbia e della furbizia animali, non certo allo sviluppo di un&#8217;intelligenza creatrice e umana.</p>
<p>Ricordate che nessuno è paragonabile né riducibile a nessun altro, a niente altro. Ciascuno possiede le sue proprie qualità, non gli resta che affinarle per il piacere di sentirsi in accordo con ciò che vive. Che si cessi dunque di escludere dal campo educativo il fanciullo che si interessa più ai sogni e ai criteri che alla storia dell&#8217;Ipero romano. Per chi rifiuta di lasciarsi programmare dai calcolatori della vendita promozionale, tutte le strade portano verso di sé e verso la creazione.</p>
<p>Ieri ci si doveva identificare al padre, eroe o cretino dai così dolci sarcasmi. Ora che i padri si accorgono che la loro indipendenza progredisce con l&#8217;indipendenza del bambino, ora che sentono abbastanza l&#8217;amore di sé e degli altri per aiutare l&#8217;adolescente a disfarsi della loro immagine, chi sopporterà che la scuola proponga ancora come modelli di realizzazione il finanziere efficace e corrotto, l&#8217;uomo politico energico e rimbecillito, il mafioso che regna con il clientelismo e la corruzione, mentre l&#8217;uomo d&#8217;affari trae i suoi ultimi profitti dal saccheggio del pianeta?</p>
<p>Ricercare la propria identità in una religione, un&#8217;ideologia, una nazionalità, una razza, una cultura, una tradizione, un mito, un&#8217;immagine vuol dire condannarsi a non raggiungersi mai. Identificarsi a ciò che si possiede in sé di più vivo, questo solo emancipa.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">L&#8217;alleanza con il bambino è un&#8217;alleanza con la natura</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>La violenza esercitata contro il bambino da parte della famiglia patriarcale partecipava dello stupro della natura operato dal lavoro della merce. Che la coscienza di un saccheggio planetario sia passata dalla difesa dell&#8217;ambiente ad una volontà di approccio non violento alle risorse naturali ha contribuito non poco a spezzare il giogo che lo sfruttamento economico faceva pesare sull&#8217;uomo, la donna, il bambino, la fauna e la flora.</p>
<p>Il sentire che noi deriviamo da una matrice comune, la terra, il cui ricordo si riavviva al momento della gestazione nel ventre materno, ha tanto meglio nutrito la nostalgia di un&#8217;età dell&#8217;oro e di un&#8217;armonia originale quanto più il lavoro forzato ci separava dalla natura e da noi stessi con uno strappo a lungo percepito come u tormento esistenziale, una sofferenza dell&#8217;essere.</p>
<p>Il fallimento di un&#8217;economia di saccheggio e di inquinamento e l&#8217;emergere di un progetto di ricreazione simbiotica dell&#8217;uomo e del suo ambiente naturale ci sbarazzano ormai di un paradiso perduto il cui fantasma ha ossessionato la storia imponente a costruirsi umanamente: il mito del buon selvaggio, del comunismo primitivo, del millenarismo apocalittico che, dopo aver fatto i bei giorni del nazismo, rinasce sotto il nome di integralismo.</p>
<p>Almeno avremo imparato che la vita non è una regressione allo stadio protoplasmatico ma un processo di affinamento e di organizzazione dei desideri.</p>
<p>Nella lotta contro il cancro, è prevalsa a lungo l&#8217;idea che si dovessero distuggere le cellule che un&#8217;improvvisa e frenetica proliferazione condannava al deperimento. Si ritiene oggi preferibile rafforzare il potenziale di vita delle cellule periferiche sane e favorire la riconquista di ciò che è vivo piuttosto che annientare quelle di cui la morte si è impadronita. Mi piacerebbe molto che un simile atteggiamento determinasse sovranamente il nostro rapporto con noi stessi, coi nostri simili e con il mondo.</p>
<p>Al contrario di tante generazioni abbrutite che fecero della sensibilità una debolezza, da cui molti si premunivano diventando sanguinari, noi sappiamo ormai l&#8217;amore di ciò che vive risveglia un&#8217;intelligenza senza pari misura con lo spirito contorto che regna sugli universi totalitari.</p>
<p>Un&#8217;etica del rispetto degli esseri, altamente stimabile, prescrive di non uccidere un animale, di non abbattere un albero senza aver tentato di tutto per evitarlo. Ciò nondimeno, quel che una tale raccomandazione comporta di artificio e di costrizione, non eliminerà mai la convinzione come la coscienza che il danno che si fa a ciò che è vivo lo si fa a se stessi, se non si fa attenzione, perché ciò che è vivo non è un oggetto ma un soggetto che merita di essere trattato secondo il diritto imprescrittibile di ciò che è nato alla vita.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Sull&#8217;aiuto indispensabile al rifiuto dell&#8217;assistenza permanente</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Il cammino dell&#8217;autonomia è simile a quello del bambino che impare a camminare.</p>
<p>Non ci si riesce senza lacrime e sforzi. Il rischio di cadere, di farsi male, di soffrire aggiunge ai primi passi l&#8217;ostacolo della paura. Tuttavia il soccorso di un affetto che incoraggia a rialzarsi, a ricominciare, ad ostinarsi, a coordinare i gesti dimostra che la padrnanza dei movimenti si acquisisce meglio e più presto che nelle condizioni di un tempo in cui si trattava di progredire non solo sotto i fuochi incrociati della vanità beffarda, della minaccia diffusa, dell&#8217;angoscia di non essere più amati se non ci si applica, ma soprattutto attraverso un malessere, discretamente nutrit dall&#8217;ambiguità dei genitori desiderosi e nello stesso tempo timorosi che il loro bambino faccia i suoi primi passi verso un&#8217;autonomia che lo sottrarrebbe alla loro autorità tutelare e toglierebbe loro la sensazione di essere indispensabili.</p>
<p>L&#8217;insegnamento dei più piccini si è modellato senza fatica sulle attitudini familiari che fanno di tutto per assicurare la felicità nell&#8217;indipendenza &#8211; tant&#8217;è vero che i genitori la recuperano non appena l&#8217;adolescente ne prende possesso. Ispirandosi a quella comprensione osmotica dove si educa lasciandosi educare, le scuole materne attingono al privilegio di accordare il dono dell&#8217;affetto e il dono delle prime conoscenze &#8211; e che una qualità tanto preziosa all&#8217;esistenza degli individui e delle collettività sia considerata degna dei salari più bassi da parte dell&#8217;affarismo governativo la dice lunga su quale disprezzo dell&#8217;utilità pubblica raggiunga la logica del profitto.</p>
<p>La rottura è brutale all&#8217;ingresso nelle superiori. Si regredisce nella famiglia arcaica dove il fanciullo imparava a cavarsela da solo unicamente firmando un atto di una riconoscenza eterna a coloro che avevano assicurato il suo ammaestramento. La fiducia in sé, minata e compensata con l&#8217;insolenza, ricompone la ripugnante mescolanza di superbia e servilità che formava, nel passato, la norma del comportamento sociale.</p>
<p>Al desiderio sincero di fare dell&#8217;adolescente un essere umano a tutti gli effetti si sovrappone in un evitabile malessere l&#8217;esercizio di un potere al quale la struttura gerarchica costringe l&#8217;insegnante. Come potrebbe non vincere la tentazione di rendersi indispensabile e di coltivare nello studente una debolezza che ne rende più facile il dominio? Chi vende stampelle ha bisogno di zoppi.</p>
<p>Usciamo appena e con pena da una società in cui, non avendo mai potuto credere in se stessi, gli individui hanno accordato la loro credenza a tutti i poteri che li storpiavano facendoli marciare. Dio, chiese, Stato, patria, partito, leaders e piccoli padri dei popoli, tutto è stato ragionevole pretesto per non dover vivere da se stessi. Questi bambini che un tempo rialzavamo per farli per farli cadere, è tempo di insegnar loro a imparare da soli. Che sia infine rotta l&#8217;abitudine di essere in domanda anziché essere in offerta, e che sia archiviata la miserabile società di assistiti permanenti la cui passività fa la forza dei corrotti.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Il denaro del servizio pubblico non deve più essere al servizio del denaro</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>L&#8217;educazione appartiene alla creazione dell&#8217;uomo, non alla produzione di merci. Avremmo dunque revocato l&#8217;assurdo dispotismo degli dei per tollerare il fatalismo di un&#8217;economia che corrompe e degrada la vita sul pianeta e nella nostra esistenza quotidiana?</p>
<p>La sola arma di cui disponiamo è la volontà di vivere, alleata alla coscienza che la propaga. A giudicare dalla capacità dell&#8217;uomo a sovvertire ciò che lo uccide, può essere un&#8217;arma assoluta.</p>
<p>La logica degli affari, che tenta di governarci, esige che ogni retribuzione, sovvenzione o elemosina consentita si pagni con la massima obbedienza al sistema mercantile. Non avete altra scelta che seguirla o rifiutarla seguendo i vostri desideri. O entrerete come clienti nel mercato europeo del sapere lucrativo &#8211; cioè come schiavi di una burocrazia parassitaria, condannata a crollare sotto il peso crescente della sua inutilità -, o vi batterete per la vostra autonomia, getterete le basi per una scuola ed una società nuove, e recuperete, per investirlo nella qualità della vita, il denaro dilapidato ogni giorno nella corruzione ordinaria delle operazioni finanziarie.</p>
<p>&#8220;Il Sindacato nazionale unificato delle imposte valuta a 230 miliardi di franchi, cioè quasi l&#8217;ammontare del deficit del bilancio francese, la frode imputabile ai gruppi di affari come lo imostra il velo appena sollevato sulle pratiche di corruzione dei grandi gruppi industriali e finanziari.&#8221;(*)</p>
<p>Il denaro rubato alla vita è messo al servizio del denaro. Tale è la realtà nascosta dall&#8217;ombra assurda e minacciosa delle grandi istituzioni economiche: Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico, Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio, Commissione europea, Banca di Francia, eccetera. Il loro sostegno alle fondazioni e ai centri di ricerca universitaria richiede in cambio che sia propagato il vangelo del profitto, facilmente trasfigurato in verità universale dalla venialità della stampa, della radio, della televisione.</p>
<p>Ma per quanto sembri formidabile, la macchina gira a vuoto, si sfascia, lentamente; finirà come nella <em>Colonia penale</em> di Kafka, per scolpiere la sua Legge nella carne del suo padrone.</p>
<p>Non si vede forse, col favore di una reazione etica, qualche magistrato coraggioso spezzare l&#8217;impunità che garantiva l&#8217;arroganza finanziaria? Tassare le grandi fortune (l&#8217;1% dei francesi possiede il 25% della ricchezza nazionale e il 10% ne detiene il 55%), tassare gli introiti incassati dagli uomini d&#8217;affari, denunciare lo scandalo delle spese di rappresentanza, colpire con pesanti multe i gestori della corruzione, bloccare gli averi della frode internazionale indicando a sufficienza, su una carta leggibile da tutti, gli accessi al tesoro che i cittadini alimentano e di cui sono sistematicamente spogliati. Non è meno vero che la pista si confonderà sotto l&#8217;effetto devastante della rassegnazione se il denaro non sarà recuperato per essere investito nel solo campo che sia veramente di interesse generale: la qualità della vita quotidiana e del suo ambiente.</p>
<p>Certo i magistrati integri dispongono dell&#8217;apparato della giustizia, e voi non avete niente perché non avete creato niente che possa sostenervi. Eppure voi possedete sulla repressione, per quanto giusta si ritenga, un vantaggio di cui questa non potrà mai avvalersi: la generosità di ciò che è vivo, senza la quale non c&#8217;è né creazione né progresso umano.</p>
<p>L&#8217;insegnamento si trova nello stato di quegli alloggi non occupati che i proprietari preferiscono abbandonare al degrado perché lo spazio vuoto è redditizio mentre accogliervi degli uomini, delle donne, dei bambini, spogliati del loro diritto all&#8217;habitat, non lo è. Come viene accertato da <em>The Economist</em>, &#8220;La subordinazione del commercio ai diritti dell&#8217;uomo avrebbe un costo superiore ai benefici previsti&#8221; (9 Aprile 1994). Tuttavia, requisire un edificio per trovare un riparo alla miseria &#8211; voglio dire installarvisi passivamente perché ci si sta al caldo &#8211; non sfugge in ultima istanza al piano di distruzione dei beni utili al quale conduzono l&#8217;inflazione dei settori parassitari e la burocrazia proliferante da lei generata.</p>
<p>Ciò di cui vi impadronirete vi apparterrà veramente soltanto se lo renderete migliore; nel senso stesso in cui vivere significa vivere meglio. Occupate dunque gli edifici scolastici anziché lasciarvi possedere dal loro sfacelo programmato. Abbelliteli secondo il vostro gusto, ché la bellezza incita alla creazione e all&#8217;amore, mentre la bruttezza attira l&#8217;odio e l&#8217;annientamento. Trasformateli in ateliers creativi, in centri di incontro, in parchi dell&#8217;intelligenza attraente. Che le scuole siano i frutteti di un gaio sapere, come gli orti che i disoccupati e i più deboli non hanno ancora avuto l&#8217;immaginazione di piantare nelle grandi città sfondando il bitume e il cemento.</p>
<p>Gli errori e i tentativi di chi intraprende di creare e di crearsi non sono niente a confronto del privilegio che conferisce una tale decisione: abolire il timore di essere se stessi che segretamente nutre e solletica le forze della repressione.</p>
<p>Noi siamo nati, diceva Shakespeare, per camminare sulla testa dei re. I re e i loro eserciti di boia sono ormai polvere. Imparate a camminare soli e sfiorerete coi piedi quelli che, nel loro mondo che muore, non hanno che l&#8217;ambizione di morire con lui.</p>
<p>Sta alle collettività di allieve e professori il compito di strappare la scuola alla glaciazione del profitto e renderla alla semplice generosità dell&#8217;umano. Perché bisognerà presto o tardi che la qualità della vita trovi accesso alla sovranità che un&#8217;economia ridotta a vendere e a valorizzare il suo fallimento le nega.</p>
<p>Dal momento in cui voi formulerete il progetto di un insegnamento fondato su un patto naturale con la vita, non dovrete più mendicare il denaro di quelli che vi sfruttano e vi disprezzano approfittando di voi. Quel denaro lo esigerete perché saprete come e perché impadronirvene.</p>
<p>Si è al di sotto di ogni speranza di vita finché si resta al di qua delle proprie capacità.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p align="right">20 febbraio 1995</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Note:</p>
<p>* C. de Brie, &#8220;La politica pervertita dai gruppi d&#8217;affari&#8221;, Le Monde Diplomatique, ottobre 1994</p>
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		<title>Come sono diventato un professore della scuola italiana</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 10:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"></a><br />
di <strong>Sergio Soda Star</strong></p>
<p><strong>Il Tirocinio</strong><br />
Il tirocinio è una attività che si compie per allenarsi a diventare professore della scuola italiana. Si fa nelle scuole affiancando professori che ti insegnano a diventare come loro abili nell&#8217;insegnamento e quindi si impara a contribuire a formare la società italiana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/come-sono-diventato-un-professore-della-scuola-italiana/">Come sono diventato un professore della scuola italiana</a></p>
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di <strong>Sergio Soda Star</strong></p>
<p><strong>Il Tirocinio</strong><br />
Il tirocinio è una attività che si compie per allenarsi a diventare professore della scuola italiana. Si fa nelle scuole affiancando professori che ti insegnano a diventare come loro abili nell&#8217;insegnamento e quindi si impara a contribuire a formare la società italiana.</p>
<p><strong>La prof.ssa Vengo</strong><br />
La prof.ssa Vengo oggi ha cominciato a insegnarmi a diventare professore.<br />
Lei è un tipo spigliato e aperto che contesta la destra che sta al governo facendo riferimenti ironici a Berlusconi e al nord che è produttivo ma non ha la cultura. La prof.ssa Vengo ha un rapporto paritario con gli alunni che danno molto fastidio facendo battute in continuazione o scrivendo sul muro.<br />
Lei mi ha spiegato che il registro è un&#8217;arma antidemocratica nei confronti degli allievi, poi non ho capito come, mi ha detto che i suoi alunni cambieranno in meglio la società.<br />
Mi ha detto che anche il professore impara dagli alunni e che i voti si contrattano con la classe.<br />
Insegna in uno dei licei classici più antichi della città e ritengo che le sue idee sono ancora troppo difficili per l&#8217;Italia.<br />
Io la stimo già però se avessi un figlio lo metterei in un&#8217;altra sezione.<br />
<span id="more-8234"></span><br />
<strong>La prof.ssa Vengo 2</strong><br />
Oggi con la Vengo ci siamo capiti subito, è bastato uno sguardo.<br />
Siamo andati in classe per far vedere che eravamo venuti e lei ci ha detto accomodatevi. Io, con una faccia molto particolare sapendo come risolvere certe situazioni, ho detto ti dispiace se non ci accomodiamo? Lei a quel punto si è quasi vergognata di averci invitato a fare il nostro dovere in classe e ha detto no no certo voi il mio orario ce l&#8217;avete no? Andandocene ho ringraziato la Vengo per la sua grande disponibilità.<br />
Oggi risulta che ho fatto 6 ore: 2 con la Vengo e 4 con la De Mattia.<br />
La De Mattia ha detto qualche volta venite e io ho detto sì sì certo.</p>
<p><strong>Corso di specializzazione</strong><br />
Oltre al tirocinio frequento anche una specializzazione, sempre allo scopo di diventare professore.<br />
Oggi durante la pausa del laboratorio di Storia alcuni colleghi si sono fatti una canna potentissima e uno beveva anche molta birra. Quando sono tornati in classe ridevano sempre e il professore ha chiesto che c&#8217;era ma loro non si trattenevano. Il professore parlava di Burckhardt e di Huizinga e allora uno ha detto Mazinga e si è continuato a ridere.<br />
Poi il massimo è stato quando il docente ha detto il nome di uno storico francese che somigliava a Bin Laden e allora subito uno ha fatto il nome del famoso terrorista: lì il professore si è incazzato ma ha fatto finta di niente e secondo me ha capito che c&#8217;era qualcosa che non andava.<br />
Comunque questa è una scuola di specializzazione post laurea e certi comportamenti forse sono sbagliati ma ognuno è libero di operare le proprie scelte.</p>
<p><strong>CGIL CISL</strong><br />
Siccome devo emigrare l&#8217;altro giorno mi sono fatto un giro per i sindacati per vedere dove ci sono più opportunità essendo insegnante. Sono andato alla CISL.<br />
Sono entrato in questo appartamento e non c&#8217;era nessuno, c&#8217;erano stanze aperte con delle persone che leggevano il giornale senza guardarmi. Quando sono passato davanti a una stanza uno mi ha detto prego. Gli ho detto che venivo da parte di un suo amico e gli ho spiegato il mio problema. Questo mi ha risposto delle cose che non c&#8217;entravano niente mentre si vestiva per andarsene, poi ha detto allora tutto risolto e mi ha detto se mi volevo iscrivere. Allora sono andato alla CGIL.<br />
Là non si lavorava come alla CISL ma tutti erano disponibili e gentili. Appena io parlavo, loro facevano delle telefonate per risolvere il mio problema ma non rispondeva nessuno.<br />
Per non togliermi la speranza mi hanno dato altri appuntamenti e mi hanno detto di andare tranquillamente a nome loro.<br />
La CGIL è molto meglio della CISL e quindi è giusto rompere l&#8217;unità sindacale.</p>
<p><strong>Il giovane di sindacalista</strong><br />
A Napoli quando uno fa l&#8217;aiutante di qualcun altro si dice che è il giovane di quello, perciò c&#8217;è il giovane di barbiere, il giovane del salumiere, il giovane del meccanico, ecc. Se aiuti uno sei il giovane anche se hai 70 anni.<br />
Oggi mentre ero al sindacato ho visto una figura nuova: il giovane di sindacalista.<br />
Entrava in tutte le stanze per salutare e aveva sempre in mano un po&#8217; di caffè da offrire a quelli che salutava. A Napoli il caffè è molto importante e l&#8217;hanno offerto anche a noi che stavamo in fila perché al sindacato si è tutti uguali e si tutelano i nostri diritti dei lavoratori.</p>
<p><strong>Il massimo</strong><br />
Oggi alla specializzazione è stato il massimo.<br />
Il professore di storia della pedagogia storiografica (se non ricordo male), parlava mentre nessuno lo ascoltava.<br />
A un certo punto se ne è accorto e collo stesso tono ha parlato del fatto che nessuno ascoltava. Siccome non cambiava tono io e gli altri continuavamo a non sentire e quindi non ci siamo accorti che ci richiamava.<br />
Lui finalmente ha cambiato voce e ha detto che era il massimo, che non ci eravamo accorti nemmeno che aveva cambiato argomento parlando di noi.</p>
<p><strong>Assemblea di classe</strong><br />
Oggi i ragazzi discutevano di cosa parlare all’assemblea di classe. Erano molto indecisi se discutere di fatti loro interni alla classe o della Giorgia.<br />
Io gli volevo consigliare di fare mezz’ora e mezz’ora oppure 40 minuti per la Giorgia che forse come argomento è più di ampio respiro, ma poi ho lasciato grande libertà non interferendo con le loro decisioni autonome.<br />
Non sono riusciti a mettersi d’accordo quando c’ero io e quindi non so di cosa parleranno, ma credo che alla fine la Giorgia vincerà, ma solo come argomento perché la Russia è più forte.</p>
<p><strong>Umiliazione eccessiva</strong><br />
L’altro giorno alla specializzazione la professoressa di laboratorio di storia contemporanea ha perso la pazienza verso di noi.<br />
Mentre provava a fare lezione noi facevamo sempre squillare i cellulari chiamandoci tra di noi e facevamo dei rumori dando la colpa agli operai che fanno i lavori all’università.<br />
Lei ha detto che siamo una generazione di idioti maleducati e che quelli più giovani sono molto meglio, ha detto anche che non ce la fa più e che è veramente assurdo che noi andremo a insegnare.<br />
Io credo che ha esagerato anche perché in classe non siamo tutti della stessa generazione dal momento che alcuni hanno 24 anni e altri per esempio 43.</p>
<p><strong>Corso di specializzazione 2</strong><br />
Oggi alla specializzazione è venuta la professoressa di decimologia.<br />
All’inizio molto simpaticamente ha cominciato a raccontarci la sua vita in cui lei aveva fatto il 68 e grazie a questo l’istruzione non era più autoritaria essendo democratica e non elitaria. Finita questa parte ha cominciato a parlare della sua materia ma a quel punto nessuno più ascoltava.<br />
Lei ci ha ripreso ma purtroppo eravamo distratti e non la smettevamo e alla fine la professoressa si è arrabbiata e ha cominciato a urlare dicendo che forse il 68 era stato anche un errore se aveva preparato nelle scuole idioti come noi.</p>
<p><strong>Comportamento illegale</strong><br />
Oggi alla specializzazione eravamo 6 ma dovevamo essere 34. Sul foglio delle firme ce n’erano circa una trentina perché ognuno firma anche per i colleghi assenti.<br />
Il professore ci ha spiegato che questo comportamento è sia vergognoso e sia illegale.<br />
Allora abbiamo rifatto il foglio ma verso la fine della lezione comunque abbiamo aggiunto di nuovo le firme false.</p>
<p><strong>La prof.ssa Vengo 3</strong><br />
Oggi siamo andati dalla Vengo per farci firmare il registro e lei molto disponibilmente come al solito ci ha messo tutte le firme.<br />
Per non far vedere che ce ne andavamo pure la volta che andiamo per le firme siamo andati in classe con lei. Quando siamo entrati c’erano 3 persone mentre gli altri erano fuori. La Vengo ha detto menomale così stiamo un poco quieti.<br />
A un certo punto la Vengo ha cominciato un interessante discorso sulla politica e sulla scuola dicendo che la cultura è sempre di sinistra e che le persone di destra non ascoltano gli altri. Io, che sono di destra, avrei voluto rispondere ma poiché la Vengo è molto disponibile ho fatto finta che ero d’accordo.<br />
La Vengo mi ha detto che prima che se ne va butta una molotov in presidenza e che poi spera che Berlusconi va in galera.</p>
<p><strong>Per interessare i giovani</strong><br />
Tutti sanno che per interessare i giovani bisogna fare delle strategie per andare incontro ai loro gusti.<br />
Qualche anno fa Fiorello fece una bellissima canzone da discoteca chiamata San Martino che riusciva a fare piacere il testo di una poesia vecchissima che si fa a scuola. Oggi durante un programma ho riconosciuto le parole di quella canzone in una domanda. Il presentatore per ogni frase della canzone faceva un riferimento ironico rivolgendosi alla valletta per esempio diceva che i tini ribollivano perché l’avevano vista.<br />
Io adesso anche grazie alle battute sfiziose del presentatore ricordo quasi tutte le frasi della canzone come urla e biancheggia il mare e la nebbia agli irti colli.<br />
La Gerini dovrebbe molto riflettere su queste cose capendo che un cantante e un presentatore certe volte diffondono la cultura meglio dei professori che sono sempre chiusi nel mondo accademico.</p>
<p><strong>Proposta al governo</strong><br />
La scuola è uno dei settori che non funzionano perfettamente in Italia e quindi bisogna fare qualcosa se non si vuole rischiare di doverle chiudere perché funzionano male.<br />
I miei dialoghi con gli operatori del settore come la Vengo o i colleghi della specializzazione oltre alle mie conoscenze mi hanno fatto capire che ci vuole qualche personaggio nuovo che sa veramente andare incontro a quei ragazzi che non hanno lo stimolo per la cultura.<br />
Dopo avere pensato molto tempo credo che Daria Bignardi potrebbe occuparsi di questo settore molto bene sia perché ha avuto esperienza nel campo della televisione col grande fratello e le invasioni barbariche sia perché da anni segue i libri che sono ancora uno strumento molto usato in classe. Lei potrebbe portare quelle innovazioni necessarie per fare tornare la scuola a essere protagonista e vicina al mondo degli alunni.</p>
<p><strong>Corso di specializzazione 3</strong><br />
Oggi alla specializzazione è venuto un professore eccezionale che ci ha fatto riflettere sulla grande missione che stiamo per compiere.<br />
Noi eravamo tutti un po’ depressi per via di questo fatto dell’emigrazione perché comunque si lasciano le persone che si conoscono, ma lui ci ha fatto capire che molto dipende da che punto di vista guardiamo le cose e anzi siamo fortunati.<br />
Ha spiegato che noi siamo i nuovi sofisti che diffonderemo la cultura nel nord essendo pagati dallo stato, questo è un ruolo di grande responsabilità che solo i migliori del campo possono affrontare perché il nord aspetta il nostro sapere per formare la futura classe dirigente dal momento che la ricchezza e la produttività da sole non portano da nessuna parte.<br />
Effettivamente allora ho guardato le cose da un altro punto di vista e ho pensato che i miei amici li posso vedere durante le feste perché durante l’anno ho altro da fare, e poi mi sono anche ricordato delle parole della Vengo che mi spiegò che il nord è produttivo ma non ha la cultura.</p>
<p><strong>La prof.ssa Vengo 4</strong><br />
Oggi la Vengo ha fatto una lezione eccezionale.<br />
Dopo avere parlato qualche secondo di Platone con un collegamento ha cominciato a spiegare la verità ai ragazzi sulla guerra in Giorgia.<br />
Ha detto che non c’entra il gas ma che bisogna fare caso ai confini della Giorgia e dell’Afganistan per capire che gli Americani vogliono solo bloccare i cinesi e già Mussolini parlava del pericolo giallo. Spiegando questa verità i ragazzi rispondevano infatti, e hanno detto che il preside è un bastardo perché ha detto che non si poteva mettere la bandiera della pace ma loro l’hanno messa lo stesso non obbedendo.<br />
Poi con un altro collegamento che non ho capito bene ha parlato della morte spiegando che non bisogna avere paura perché è solo un fatto chimico come l’amore, tutte cose che noi chiamiamo sentimenti ma che in realtà sono solo fisiche.<br />
Quando è suonata la campanella un ragazzo facendo anche il gesto ha detto alla Vengo che la Cina glielo mette in quel posto agli Americani e fa proprio bene, e che comunque il preside è un bastardone.</p>
<p><strong>La prof.ssa Vengo 5</strong><br />
Oggi siamo andati dalla Vengo per le ultime firme, lei come al solito è stata molto disponibile e poi ha cominciato a confidarci alcune cose. Ha detto che il presidente della Serbia fu fatto uccidere dagli americani che con i servizi segreti decidono i governi negli altri paesi, che il preside è un grandissimo coglione e alla fine la bandiera della pace è in tutte le classi, e che la scuola italiana bisogna incendiarla infatti lei l’anno prossimo se ne va. Proprio mentre diceva queste cose i ragazzi entravano e uscivano sfottendola, usando espressioni napoletane fra di loro come mettersi la lingua in culo, e una ragazza faceva vedere un vestito molto sensuale che aveva comprato perché domani veniva il ragazzo dalla Croazia e lei stava come una pazza mentre un’altra voleva sapere se eravamo fidanzati. Prima di andarcene la Vengo ha detto auguri e noi l’abbiamo ringraziata per la sua grande disponibilità facendo capire che ci aveva fatto piacere conoscerla avendo imparato grazie a lei cosa significa insegnare.</p>
<p><strong>L’ultimo consiglio della Vengo</strong><br />
Per farci capire come bisogna comportarsi a scuola la Vengo ci ha raccontato una cosa che avvenne.<br />
Una volta un suo alunno dopo avere sfottuto un bidello era stato ripreso dal preside e essendosi offeso era andato dalla Vengo per chiedere come comportarsi.<br />
Lei allora gli consigliò di fare capire al preside che la sua famiglia era piena di persone in carcere in modo tale che lui avendo paura di avere a che fare con brutta gente non si permetteva più di riprenderlo, e questo perché bisogna sempre fare capire ai presidi che non si ha paura di loro e ai ragazzi che possono sempre contare su di noi.</p>
<p><strong>Sulla guerra</strong><br />
Oggi alla specializzazione ho avuto paura che dei colleghi stavano partendo per le zone di guerra, infatti si erano riuniti tra di loro e sentivo che dicevano che dovevano andare, che era una cosa importantissima cioè un dovere morale. Mi sono molto impressionato anche perché uno di loro aveva una valigia e continuavano a dire andiamo, andiamo non è il momento di pensare alla lezione.<br />
Quando se ne stavano andando essendo preoccupato per loro gli ho chiesto che facevano e loro mi hanno detto che andavano a piazza Matteotti perché c’era un sit in dove discutevano della pace. Allora mi sono calmato, e sono andato in classe dove essendo molto vivace con i colleghi rimasti abbiamo fatto perdere la pazienza al professore.</p>
<p><strong>Corso di specializzazione 4</strong><br />
Oggi alla specializzazione con il professore che fa propaganda di sinistra è nata quasi una simpatia.<br />
Poiché io gli do sempre ragione non rivelando le mie idee politiche, lui ha cominciato a dire che lavoro molto bene e che ho ragione su molti punti.<br />
Il massimo è stato quando ho criticato la riforma Moratti non sapendo nemmeno che cos’era, facendo capire che ero contro il fatto che la scuola era diventata un’azienda. A quel punto il professore sorridendomi ha detto che era proprio così, mentre dei colleghi a bassa voce dicevano tra di loro che facevo schifo.</p>
<p><strong>Tesina</strong><br />
Oggi mentre chiamavo una professoressa che non conosco per farmi fare la tesina per l’esame finale alla specializzazione ho capito molte cose. Innanzi tutto che lo stipendio dei professori non è sufficiente e che quindi anch’io al nord forse dovrò fare lavori come le tesine sfruttando le mie conoscenze, e poi che in Italia esiste sempre una soluzione per tutto magari non ufficiale, mentre invece nelle altre nazioni del primo mondo non è così.<br />
Quando sarò professore proverò a cambiare lentamente le cose, educando i ragazzi ad avere dei principi molto forti, che però non devono essere rigidi impedendogli magari di risolvere un proprio problema personale.<br />
La professoressa mi ha detto che la tesina viene 100 euro, e che sicuramente sarà un ottimo lavoro. Poi, non ho capito perché, mentre parlavamo in generale, si è messa a piangere confidandomi che non ce la fa più.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Linus <em>l'anno scorso, ma non ricordo più la data e il numero. Il racconto è stato, nel frattempo, modificato e aggiornato dall'autore. Vorrei solo aggiungere che gli errori che avete trovato leggendolo non sono refusi dell'autore né disattenzioni del redattore. Insomma, sono lì apposta! G.B.</em>]</p>
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		<title>Credere, obbedire, combattere (di quando l&#8217;esercito scendeva per strada)</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2008 16:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Il 4 agosto è sempre stato un giorno speciale per me: in questa data nel 1792 nasceva infatti nel Sussex Percy Bysshe Shelley, il poeta romantico che amavo da ragazzina. Avevo circa tredici anni &#8211; dopo aver letto <em>Ode to the West Wind </em>su una vecchia antologia liceale, mia madre mi regalò un’edizione italiana delle sue poesie con traduzione di Roberto Sanesi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/06/credere-obbedire-combattere-di-quando-lesercito-scendeva-per-strada/">Credere, obbedire, combattere (di quando l&#8217;esercito scendeva per strada)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.fuorischermo.net/Invasion02.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Il 4 agosto è sempre stato un giorno speciale per me: in questa data nel 1792 nasceva infatti nel Sussex Percy Bysshe Shelley, il poeta romantico che amavo da ragazzina. Avevo circa tredici anni &#8211; dopo aver letto <em>Ode to the West Wind </em>su una vecchia antologia liceale, mia madre mi regalò un’edizione italiana delle sue poesie con traduzione di Roberto Sanesi. Nella mia fantasia Shelley divenne molto di più dell’autore di poesie o del bel volto efebico dei ritratti –  morto giovane, al largo di Livorno,  personaggio idealista che conversava con le rovine di regni immaginari, con la maga di Atlantide, con il cantore del mattino (l’allodola, dove Keats che avrei conosciuto dopo, sceglieva la malinconia lunare dell’usignolo) e naturalmente con il turbine di foglie nel vento occidentale, si trasformò in uno spettro inquieto che rispondeva alla mia adolescenza. Il fatto che in realtà non lo “vedessi” se non tra i versi tradotti e le mie prime faticose incursioni nell’originale, non costituiva un problema: avevo collezionato una serie di amici fantastici di cui lui era soltanto l’ultimo ed il più eccezionale.<br />
<span id="more-6931"></span><br />
Il 4 agosto rappresentava quindi fino ad oggi uno dei giorni-simbolo per i miei dialoghi con i morti, nei quali sempre più spesso vorrei indugiare, fuggire.<br />
Perché continuo a ritenere questi dialoghi nella loro inutile introiezione molto più fertili, o per lo meno <em>felici</em>, di quelli con la maggioranza dei miei contemporanei e conterranei.  Ma il 4 agosto 2008 non posso esimermi dall’Italia che scende in piazza, nei centri cittadini, e non è la nazionale di calcio. È l’esercito. L’ultimo successo del pacchetto sicurezza del nostro attuale governo. L’avvocato Ignazio La Russa si dichiara contento della scelta di pattuglie a piedi, che guadagnano così maggior visibilità (mitra compresi). In fondo è simpatico, il personaggio La Russa, baffuto e occhio-ceruleo, tifoso dell’Inter, ospite di svariati contenitori televisivi, doppiatore dei Simpson, imitato da Fiorello nel suo accento siciliano, fedele alla linea, ma sempre generosamente disponibile al confronto nei talk-show. Ispira un certo moto affettivo, anche se per esaurimento mediatico, per abitudine involontaria. Davanti a questo straordinario curriculum, il fatto che sia Ministro della Difesa passa legittimamente in secondo piano, le sue dichiarazioni esuberanti diventano accettabili nel bonario paese del bengodi, dove l’umana simpatia è tutto. Resa giustizia al nostro ministro e all’ambito a cui appartiene mi resta però un dubbio. L’esercito scende per strada. Ma in quale conflitto, in quale guerra civile si trova esattamente coinvolta l’Italia? Chi è il nemico dove si nasconde? In quale modo lo riconosceremo? I nemici di una volta avevano per lo meno il buon gusto di rendersi identificabili. Emanavano una puzza terribile, si lavavano con il sangue di bambini cristiani, nascondevano un marchio diabolico, un occhio torvo infetto in un corpo guasto di vecchia, si aggiravano nei luoghi pubblici con strani barattoli colmi di un grasso biancastro per diffondere il morbo, avevano il carnato bruno del feroce Saladino (in seguito una famosa figurina), parlavano una lingua straniera. Queste ultime due categorie, in effetti, le abbiamo ancora. Ma il nemico ha imparato il mestiere, si è fatto scaltro, abile trasformista: nel tempo di uno zapping riesce ad essere simultaneamente il più classico clandestino (un must assoluto), il gruppo giovanile nazifascista che massacra un coetaneo in branco, (ma sia chiaro senza traccia di ideologia e dopotutto non bruciano bandiere), un branco di allegri stupratori, l’anonimo venditore di anfetamina, il bullo della scuola, l’aspirante redattore di testamento biologico, la donna che abortisce, il professore universitario che scrive una lettera… Un aggressore eclettico insomma, che, nutrito dal solito humus genetico-culturale, risponde alla capacità camaleontica dei suoi persecutori più in voga, i quali al saluto romano antepongono il sorriso dell’imbonitore, all’attentato politico preferiscono lo sberleffo e la prepotenza verbale, al posto delle bonifiche e della Libia ci “regalano” Milano 2 e Milano 3,  le più belle città d’Italia, a detta del filantropo supremo, ché Venezia e Firenze sono solo muffa e pantegane dell’Arno. Le care vecchie pantegane. Il male, si sa, ha dinamiche prevedibili eppure ci coglie sempre impreparati. In questa situazione di smarrimento identitario-collettivo il ruolo dell’esercito diventa allora necessario per il bene di ambo le parti. Perché da <em>chiunque</em> sia estirpato il nemico, perché il potere trovi conferma della sua natura primigenia, nonostante gli scossoni e le pelli cambiate nell’ultimo cinquantennio. C’è bisogno non tanto del singolo, del soldato esperto che fa il suo lavoro, che come tale, si spera, sa anche quando non farlo, ma dello spauracchio stolido di arma e divisa sollecito al richiamo di grandi parole. Si nasconde da qualche parte, implicita, la solita vecchia formula come una carta moschicida per la coscienza &#8211; “Credere. Obbedire. Combattere”.  Parole piene di speranza,  lealtà, coraggio, tradite nella loro essenza. A cosa? A cosa? Per cosa? Per cosa marcia l’esercito in strada? In cosa credono? In cosa crede chi ce li manda? A cosa educano intimidazione, repressione, paura? Perché tanta solerzia governativa non viene spesa nella conoscenza dell’altro oltre che nella sua espulsione radicale, come un corpuscolo morto dall’occhio? E molte altre domande spontanee a raffica, domande dettate dal comune buon senso, domande che si fa mia nonna che ha la quinta elementare, che pure in pochi sembrano porsi. Nemmeno i morti mi danno consolazione. Perché parlo da sola. Certo non mancheranno coloro che la pensano come me e coloro pronti a viziare le mie intenzioni, ma mancano gli interlocutori reali, la dialettica: ovunque si diffonde la stessa omologazione acritica, la tendenza aprioristica a schierarsi “contro”, una sorta di rassegnazione sognante per cui qualsiasi cosa succeda non ci riguarda, in fin dei conti. </p>
<p>Credere. Obbedire. Combattere. Come sarebbero nobili, svincolati dall’ideologia in cui fioriscono, questi verbi. Ne mancherebbe però un quarto. Il meno altisonante, il più umile, sempre esule, malsopportato nel vocabolario di ogni tempo.  Riapro un buon libro, il segno si trova da solo per quante volte ho letto quella pagina, che mi commuove, da sciocca quale sono. È l’<em>Apologia della storia </em>di Marc Bloch. Lo apro per illudermi forte nella materia che ho scelto su tutte, anche su letteratura inglese che pure amavo di più, ho amato fin da bambina. Storia. Il tentativo di indagare un frammento del nostro passato, per trovare una strada, lasciare testimonianza, così che, se non noi, coloro dopo di noi potranno apprendere, riflettere, criticare, essere migliori. Tesi di dottorato, articoli, libri chiusi nelle biblioteche, noiosissime lezioni scolastiche piene di numeri e date.  </p>
<p>“Un motto in sintesi, domina e illumina i nostri studi: “comprendere”. Non diciamo che il bravo storico è estraneo alle passioni; ha per lo meno quella. Motto, non nascondiamocelo, carico di difficoltà, ma anche di speranza. Soprattutto, motto carico di amicizia. Persino nell’azione, noi giudichiamo troppo. È comodo gridare: “a morte!”. Non comprenderemo mai abbastanza. Chi è diverso da noi – straniero, avversario politico – passa, quasi necessariamente, per un cattivo. Anche per condurre le lotte che non si possono evitare, un po’ più di intelligenza delle anime sarebbe necessaria; a maggior ragione, per evitarle, quando si è ancora in tempo. La storia, purché rinunci alle sue false arie da arcangelo, deve aiutarci a guarire da questo difetto. Essa è una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro fra gli uomini. La vita, come la scienza, ha tutto da guadagnare dal fatto che questo incontro sia fraterno”. </p>
<p>Per contrasto, con il 4 agosto rovinato, mi rivedo qualche mese fa, a Milano, in piena campagna elettorale. Non ero mai stata a Milano in quella situazione. Alcune stazioni della metropolitana erano chiuse per via di un tentato suicidio e da Piazzale Loreto ho dovuto prendere l’autobus, viaggiando in superficie. Ovunque capeggiavano manifesti di Alleanza Nazionale e Forza Italia, inneggianti a grandi lettere la questione sicurezza. Ne ricordo uno in particolare con Gianfranco Fini, la posa rassicurante, composta, lo sguardo senza emozione che gli è tipico, sopra una frase che diceva più o meno “Mai più clandestini sotto casa”. La corsa in autobus era affollata e lenta, un’anabasi in delirio, l’effetto del mezzo unito a quello dei manifesti mi aveva stordito con una leggera nausea – credo di aver tenuto per dieci minuti buoni la bocca spalancata come davanti a cose mai lontanamente sospettate. Mi è sembrato per un po’ di essere dentro uno di quei film americani anni Cinquanta sugli alieni, <em>La cosa da un altro mondo</em> oppure<em> L’invasione degli ultracorpi</em>. I clandestini (ma a posteriori avrebbero potuto essere individui qualsiasi appartenenti alla categoria del nemico, elencati sopra) scoppiavano come enormi baccelli viscidi dentro la testa, il torace, il sesso. Prendevano le mie fattezze, si impossessavano delle mie cose fino a gettare la mia carcassa inservibile in una discarica di corpi a cielo aperto. Avvertivo una terribile sensazione sudaticcia di asfissia. Solo che non era un set cinematografico. È il mio paese. </p>
<p><em>Immagine: Kevin McCarthy, Dana Wynter </em> ne <em>L&#8217;invasione degli ultracorpi (Don Siegel, 1956) </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/06/credere-obbedire-combattere-di-quando-lesercito-scendeva-per-strada/">Credere, obbedire, combattere (di quando l&#8217;esercito scendeva per strada)</a></p>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" alt="opereitaliane.jpg" /></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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		<title>Palinsesti di risarcimento</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 06:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[palinsesti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[spettacolo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f.jpg" title="3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f.jpg"></a></p>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quello che il poeta fiorentino Marco Simonelli ha fatto con <em>Palinsesti</em>, Zona, pagg. 79 euro 10.00, è qualcosa di molto ambizioso. Poeta giovane – è del 79 &#8211; e bizzarro, attento come pochi alla <em>mise en scéne </em>di un linguaggio alto associato ai personaggi molto degradabili della televisione, Simonelli ha creato con questo libro una sorta di viaggio al termine della notte del monoscopio, e non solo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/palinsesti-di-risarcimento/">Palinsesti di risarcimento</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f.jpg" title="3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f.jpg"></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.jpg" title="3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.thumbnail.jpg" alt="3301abab61c11d2a1a65f91028dcf35f1.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quello che il poeta fiorentino Marco Simonelli ha fatto con <em>Palinsesti</em>, Zona, pagg. 79 euro 10.00, è qualcosa di molto ambizioso. Poeta giovane – è del 79 &#8211; e bizzarro, attento come pochi alla <em>mise en scéne </em>di un linguaggio alto associato ai personaggi molto degradabili della televisione, Simonelli ha creato con questo libro una sorta di viaggio al termine della notte del monoscopio, e non solo. <span id="more-5162"></span>All&#8217;epoca dei copisti un palinsesto era un foglio pieno di cancellature. E anche in queste poesie, raccolte in una specie di <em>unicum</em> proprio di palinsesti, ci sono delle cancellature, vale a dire ci sono delle scelte e delle omissioni. E poi i personaggi, dietro i quali si nasconde il nostro immaginario di comuni mortali, tutti affannosamente alla ricerca di un rispecchiamento via schermo.</p>
<p>Nell’enormità delle proposte televisive, l’autore ha scelto alcuni programmi-capisaldo del suo <em>come eravamo </em>e <em>come siamo</em>. Come siamo rimasti, anzi. Perché nell’immaginazione elettrica del bambino Simonelli, che beveva il <em>Latte +</em> delle programmazioni di una tivu ormai a più teste (RAI, Fininvest e svariatissime emettenti locali) certi programmi hanno inciso con maggior spessore di taglio, per ovvie ragioni. E allora, io credo, per lui, in questa operazione di ripescaggio delle scorie di un’infanzia – per certi versi ancora in servizio effettivo – s’è trattato di calarsi a occhi chiusi nell’acqua melmosa del passato e, a tastoni, riconoscere certe figure rappresentative e consegnarle al riconoscimento in certo modo mitico della poesia.</p>
<p>L’operazione è ambiziosa e curata in tutti i dettagli: il poeta fa tornare alla luce dal fondo di se stesso e di tanta parte della collettività i reperti di una vecchia tivu; e, con la testa di oggi, mette insieme ad esempio il piccolo mito provinciale di una Wanna Marchi degli albori con quello che è diventata, svelata dalla forza d’un caso eclatante di cronaca giudiziaria. Così, l’amarezza si stempera con l’apologia (come da titolo &#8211; <em>Apologia per Wanna Marchi</em>).</p>
<p>Anche nel caso di Aldo Biscardi, il giornalista sportivo del famoso <em>Processo</em>, l’autore vuole dare il conforto di un’ironica assoluzione: “Se il mesto allocco rosso appare sciocco/ non lo potete condannare:/è solo un testimone spaventato/di questo allucinante campionato”. Ecco, qui Simonelli, scusando le proverbiali sgrammaticature del famoso giornalista, sembra svelarci una verità plausibile: un divo televisivo può essere addirittura spaventato dal contesto in cui si trova. Più che sull’impresentabilità di un torneo sportivo famoso nel mondo qui si vuole mettere a segno il punto su qualcosa di profondo, di sconvolgente direi: uno spavento, una intima sofferenza invisibile ai più.</p>
<p>E’ chiaro che Simonelli vuole andare molto al di là delle apparenze, facendosi scudo con il lazzo e la finta bonomia di certi giudizi; quello che lui fa è spalancare la vista, col riso spiegato del giovane ormai disilluso e però ancora ancorato a un’età di ludici abbandoni,  sul baratro dell’uomo che nel suo pubblico si scontra lesivamente col suo spesso miserevole privato. Ad esempio, nella poesia su Vianello e la Mondaini, l’autore non può fare a meno di annotare, per voce di lei, che “Se siamo la coppia più bella del mondo/lo dobbiamo alla noia, Raimondo”. Si parla del famoso tormentone dell’attrice (“Che barba che noia che noia che barba”), ma anche, alla fine, di ciò che la comicità, col suo potere d’esorcismo, rappresenta, cioè lo squallore indubitabile della vita, nobilitandolo col potere assolutorio della risata.</p>
<p>E infatti <em>Palinsesti</em> è a mio avviso una lunga assoluzione: assoluzione di personaggi, di persone svestite della loro rappresentatività mediatica, di un’epoca che sembra tramontata; ma è solo, anche stavolta, apparenza. Il <em>trash </em>televisivo si alimenta bulimicamente delle scorie del passato (sono emblematiche certe trasmissioni che pescano a piene mani nel passato catodico, in un’operazione in qualche modo necrofila di rivitalizzazione dei ricordi spettacolari), così come Simonelli si alimenta, per la sua opera, del ricordo ancora vivo  di certe trasmissioni, alcune delle quali, ormai, fuori palinsesto. Il suo è un tentativo – riuscito – assai nobile: dare facoltà di parola poetica all’estremamente aleatorio ma anche incidente nella nostra cultura popolare. Molti dei personaggi evocati tra un certo numero di anni non saranno più ricordati, si dissolveranno nella fine definitiva dell&#8217;epoca di cui sono stati in qualche modo rappresentanti, e però quello che Simonelli fa, come Dante nella <em>Commedia</em>, per esempio col Vanni Fucci &#8211; mito del male dell&#8217;epoca e dunque molto degradabile, che grazie alla poesia diventa immortale e simbolico, mito eterno &#8211; è di tentare di rendere tali personaggi ricordabili anche nella sede più preziosa delle parole poetiche, spesso consegnate per tradizione a un compito da svolgersi in “altitudine”. Non esiste forse vera altitudine: è la forza della rappresentazione, è la capacità di sentire e trasmettere al di là del consueto che sposta in alto la visuale.</p>
<p>L&#8217;opera è, più di tutto, un breve canzoniere autobiografico; perché l’autore, creando questi palinsesti, ci racconta, attraverso queste scelte e il modo con cui essere vengono fatte, molte cose della sua vita. E non solo: perchè ognuno dei lettori può rivedere la sua personale e speciale biografia, esattamente come succede a ciascuno di noi, che proiettiamo noi stessi nelle figure dei personaggi televisivi, che dunque diventano miti, seppure di irrilevante consistenza. La forma scelta dall&#8217;autore, poi, è quella che alla fin fine si doveva: una forma metrica chiusa, come sono chiuse le due scatole &#8211; raccolte in una -della copertina: la lavatrice, che tutto &#8220;passa e va&#8221;, lavando e buttando scorie, e ovviamente la televisione, scatola chiusa per antonomasia, dalla quale, nonostante i buoni propositi, è impossibile veramente evadere. O meglio, con la quale non si evade veramente mai. Inoltre, quella che viene allo scoperto, nell&#8217;opera di Simonelli, è una incapacità a vedere davvero dentro la propria vita – ed è per questo che si sceglie di raccontare ciò che si è visto non dentro di sé, ma sempre attraverso uno schermo televisivo, schermo di emozioni, di tempo trascorso, di crescita effettuata.<br />
<em>Palinsesti </em>è anche, o forse soprattutto, andando al nocciolo, storia di una personale inadeguatezza a vedere e vivere la vita con i propri occhi; e dunque la scrittura poetica arriva in soccorso a risarcire, a mettere forse qualche cerotto all’anima, pur tagliando qui e là col bisturi di una coscienza di sé trovata spesso con fatica e con una certa dose di dolore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/palinsesti-di-risarcimento/">Palinsesti di risarcimento</a></p>
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		<title>Il contemporaneo Ottocento</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 11:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antonio scurati]]></category>
		<category><![CDATA[fiction]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Antonio Scurati</strong></p>
<p>L’Italia è un Paese culturalmente arretrato. Qualsiasi valutazione su <em>Guerra e pace</em>, la fiction che prometteva di riportare la grande letteratura in prima serata su Rai Uno, deve partire da questa constatazione.<br />
Nessun giudizio di valore ne può prescindere: si tratta del prodotto culturale di punta di un Paese culturalmente arretrato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/31/il-contemporaneo-ottocento/">Il contemporaneo Ottocento</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/guerra_pace01g.jpg" alt="guerra_pace01g.jpg" /></p>
<p>di <strong>Antonio Scurati</strong></p>
<p>L’Italia è un Paese culturalmente arretrato. Qualsiasi valutazione su <em>Guerra e pace</em>, la fiction che prometteva di riportare la grande letteratura in prima serata su Rai Uno, deve partire da questa constatazione.<br />
Nessun giudizio di valore ne può prescindere: si tratta del prodotto culturale di punta di un Paese culturalmente arretrato. L&#8217;assunto di partenza, per quanto spiacevole, è purtroppo incontestabile. Tutti i dati statistici e i parametri sociologici lo confermano.<span id="more-4697"></span> Al giro del millennio, in Italia aveva il diploma appena il 42 per cento della popolazione adulta compresa tra i 25 e i 64 anni contro la media europea del 59 per cento; solo il 9 per cento degli italiani adulti possedeva una laurea contro una media europea del 21 per cento. In Italia si producono poco più di 750 brevetti l&#8217;anno, mentre la Spagna ne deposita circa 2000 (la Germania 15000). Nel 2002 in Italia si sono vendute 102 copie di quotidiani ogni mille abitanti contro una media europea, comprendente anche l&#8217;Italia, di 270. I dati relativi al numero di libri acquistati e letti disegnano, anno dopo anno, uno sconfortante scenario di deserto della lettura pubblica. Ne citerò uno solo: quasi il 70 per cento di commercianti, professionisti e imprenditori dichiara di non leggere nemmeno un libro all&#8217;anno. Ma la cosa più grave è che non li leggono perché molti di loro non sanno più leggere: secondo un&#8217;indagine condotta dal Cede &#8211; come scrive Tullio De Mauro in La cultura degli italiani, un libricino che tutti gli italiani dovrebbero leggere se sapessero ancora farlo &#8211; più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione.</p>
<p>La fiction prodotta dalla Lux Vide assieme alla Rai è stata trasmessa in un Paese nel quale il 66 per cento della popolazione manifesta un&#8217;insufficiente competenza alfabetica e aritmetica funzionale. Il che significa, tradotto in soldoni, che buona parte dei milioni di italiani che domenica e lunedì hanno assistito alla prime due puntate di <em>Guerra e pace </em>non sarebbero in grado di leggere il romanzo da cui proviene. Non ne hanno mai avuta la capacità linguistica o non ce l&#8217;hanno più. Sembra inverosimile che nell&#8217;ottobre del 2007, dopo sessant&#8217;anni di pace e crescente benessere, la situazione culturale italiana sia ancora quella di un eterno, interminabile dopoguerra. Ma tant&#8217;è. Con questa strisciante selvatichezza dobbiamo fare i conti. E, allora, salutiamo con favore il tentativo di trasmissione dell&#8217;eredità culturale via etere, rallegriamoci per i sei milioni e mezzo di telespettatori che lo hanno scelto e poi facciamo questi conti. E i conti si fanno chiedendosi non che cosa la fiction di <em>Guerra e pace</em> restituisca al genio letterario di Tolstoj ma che cosa restituisca a noi del suo capolavoro, non quanti debiti saldi con lo strepitoso romanzo cui s&#8217;ispira ma quanto del lascito di quella formidabile eredità culturale giunga fino ai telespettatori odierni e quanto si disperda. Così si fanno i conti con la tradizione: non stabilendo quanto le dobbiamo ma quanto ci prendiamo, o ci perdiamo, della sua forza immane.</p>
<p>Molto, purtroppo, va perduto. Soltanto due esempi. Innanzitutto va perduto il meraviglioso respiro epico del racconto tolstojano, quella qualità che scaturisce dal procedere lento e maestoso del passo narrativo di un romanzo grandioso. Nel libro, al principio di quel cammino, la realtà è soltanto una frantumaglia di allusioni orecchiate in un pettegolezzo da salotto ma alla fine quell&#8217;incedere inesorabile e magnanimo consente al lettore di abbracciare con un solo sguardo un intero mondo, un&#8217;intera epoca e, attraverso di essa, l&#8217;umanità tutta. Nella versione tv, invece, una girandola di situazioni consumate in fretta conduce precocemente all&#8217;epifania del divino sul campo di battaglia di Austerlitz e lo svilisce al semplice svenimento di un personaggio (il principe Andrej) che ancora non esiste. Lo s&#8217;imputerà alla dittatura del telecomando, ma questo può valere per la mediocrità di una serata qualunque trascorsa a fare zapping non per la straordinaria occasione di televisione festiva offerta da Guerra e Pace. Altrimenti meglio non scomodare Tolstoj.</p>
<p>L&#8217;altra cosa che va perduta è una delle più grandi invenzioni dovute al genio narrativo di Tolstoj: la capacità di raccontare le vicende individuali sullo sfondo di quelle collettive, di mettere il mondo umano &#8211; la pace &#8211; a contrasto con il mondo storico &#8211; la guerra. Andrej, Natasa, Pierre, sono &#8211; come notava Leone Ginzburg &#8211; «personaggi umani che amano, soffrono, sbagliano, si ricredono, cioè, in un parola, vivono»; ma sono simultaneamente personaggi storici condannati a recitare una parte che non è stata scritta né da loro né per loro, anche se loro immaginano d&#8217;improvvisarla. La versione tv, invece, elimina quasi completamente la dimensione storica, riducendo le scene di massa a momenti quasi grotteschi, le guerre napoleoniche e l&#8217;insurrezione del popolo russo a un rumore di fondo, l&#8217;intreccio troppo spesso a un piccolo dramma sentimentale da camera in odore di soap-opera. In questo modo si smarrisce proprio il dono che dall&#8217;arte narrativa di Tolstoj giunge fino alle narrazioni televisive seriali dei nostri tempi. Le migliori serie tv hanno, infatti, cominciato fin dagli anni &#8217;80 a far uso di strutture narrative complesse grazie alle quali l&#8217;evoluzione cronologica delle vicende legate alla vita privata dei personaggi scorre parallelamente a quella di una vicenda collettiva con la quale si incastra ripetutamente. In questo modo, il racconto delle piccole vicende sentimentali di individui simili a noi entra in risonanza con l&#8217;eco più vasta della vicenda collettiva, che può essere la cronaca di un reparto ospedaliero di medicina d&#8217;urgenza, quella di un distretto di polizia, o la storia d&#8217;Europa, come nel caso di Tolstoj. Insomma, da questo punto di vista, c&#8217;è più Tolstoj in <em>ER</em> o in <em>NYPD</em> che non nel <em>Guerra e pace</em> visto su Rai Uno.</p>
<p>Ma la strada da percorrere è questa. L&#8217;Ottocento di Tolstoj, il secolo in cui fiorì la grande civiltà del romanzo, è nostro contemporaneo più di quanto non si creda. Bisogna solo abbandonare l&#8217;idea del divorzio tra la cultura tradizionale di matrice letteraria e la cultura visuale oggi imperante. Dobbiamo propiziare, invece, il matrimonio tra le punte più avanzate della narrazione televisiva e i secoli di grande letteratura che ci siamo lasciati alle spalle. Potrebbe scaturirne uno sposalizio salvifico anche per un Paese culturalmente arretrato. Non siamo noi che dobbiamo salvare il nostro grande passato. E&#8217; lui che verrà in nostro soccorso.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> La Stampa <em>del 24.10.2007</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/31/il-contemporaneo-ottocento/">Il contemporaneo Ottocento</a></p>
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		<title>Una madre che piange, o il suo Spettacolo</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 19:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> <img border="0" width="170" src="http://www.premiobonta.it/images/011105-prem-tv.jpg" height="136" /></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile. Quando hai davanti una madre che piange l&#8217;irredimibile assenza del figlio, è come smisurata. Non sai neppure come potresti abbracciarla. Ti pare di avere davanti il dolore infinito, infinito e informe, e nessun abbraccio potrebbe contenerlo. Stai a distanza, allora. Qualsiasi contatto sarebbe fonte di dolore ulteriore. Potresti sfregare quell&#8217;infinita ferita. Chi sei tu, per provarci.</p>
<p>Prendi invece una madre in televisione. Contenuta la mattina tra una canzonetta e un gioco a premi. Resa oggetto di una morbosità che ne fa oggetto di estrazione di dolore per convertirlo in ascolto, in dati di audience. Per convertirlo dunque in pubblicità, in merce.<span id="more-4711"></span></p>
<p>Andrea Bosich, di Novi Ligure, è morto il 29 gennaio 2004. A trentanove anni. Lavorava in un&#8217;azienda di carpenteria pesante. Dove informalmente lavorava anche il padre della titolare. Mica era un gruista lui, solo che era in pensione, e dava un mano alla figlia. O meglio, la ditta era intestata alla figlia, e lui portava avanti il lavoro di una vita. Già una volta aveva causato un incidente. Manovrando una gru aveva fatto cadere un disco di alluminio, novanta chili, sul piede di Andrea. Che al pronto soccorso non aveva detto la verità, “mi è caduto addosso un pezzo” aveva detto, e poi era tornato in ditta perché era stato lui a iniziare un lavoro e voleva finirlo, i suoi genitori gli avevano detto di stare a casa, ma era un piacere che voleva fare al proprietario. Ne aveva ancora per poco, il contratto era a tempo determinato, scadeva a febbraio. Ancora tre settimane di lavoro, dunque, e poi si sarebbe cercato un altro impiego. Se non fosse stato, ancora, per la gru, e per il suo manovratore. Un intero carico di dischi stavolta, per un totale di novecento chili, si sgancia dalla gru mentre stanno caricando un camion e gli piomba addosso. E&#8217; un attimo. Si saprà, dopo, che la gru non veniva revisionata da più di dieci anni. Il procuratore è stato rapido, rispetto al solito, e al processo ha condannato sia la titolare che suo padre. Un anno e quattro mesi, senza la condizionale. Non accade mai che in questo tipo di cause la condizionale venga sospesa. Il fatto è stato giudicato clamoroso dal giudice, un giudice che evidentemente ne ha abbastanza di certe impunità. Gli imputati sono stati condannati a pagare una provvisionale ai familiari – che però non hanno visto niente, dopo tre anni, in virtù di una nullatenenza dichiarata dai titolari. L&#8217;assicurazione, poi, rimborsa solo i danni causati dai dipendenti in regola, e il padre della titolare non lo era. I condannati, in ogni caso, sono ricorsi in appello, la pena gli è parsa troppo grave. Nel frattempo c&#8217;è stato l&#8217;indulto, che ha fatto lo sconto di tre anni anche sulle pene inflitte per gli omicidi colposi sul lavoro. Padre e figlia, dunque, continuano a lavorare come sempre, e come sempre nessuno pagherà pegno.</p>
<p>Anna Maria, la madre di Andrea, mi dice che parlare le fa male. Sono passati tre anni, non me la sento. Mi basta andare dall&#8217;avvocato e entro in crisi. Ancora non riesco a farmene una ragione. Sono passati tre anni, e riesco a parlare di mio figlio solo con gli amici, con i parenti, e ancora mi commuovo, e ci commuoviamo.</p>
<p>Dico alla madre di Andrea di quelle madri che si organizzano per far sì che le storie che le hanno toccate non abbiano a ripetersi. Lei risponde che capisce, che è giusto. Ma io non ce la faccio, non ne ho la forza. E poi sono una nonna a tempo pieno, mi devo prendere cura dei miei nipoti. Uno di nove anni, uno di otto, uno di quattro. L&#8217;ultimo era nato da pochi mesi quando è morto suo padre. Non posso fare altro che questo. E ancora, la sento commuoversi.</p>
<p>La commozione, fatto privato. Ma non è egoismo, il suo, o semplicemente un ripiegamento sul proprio dolore. Certo, il dolore prostra. Ma si tratta di non esibire, oscenamente, qualcosa che appartiene alla tua intimità. Mi hanno chiamato a raccontare la mia storia in tv, dice, Ma io non vado. Non mi piace mescolare il mio dolore alle barzellette di un comico e a un balletto. E non mi piace andare a piangere davanti a tutti. Anna Maria ha ben chiaro davanti a sé il significato di “spettacolo”. Il divenir-merce di ogni cosa, il degradare di cose incomparabili a equivalenza, a pura scambiabilità, in un grande, immenso blob. Un blob che sa usare le vittime, e coloro che con le vittime hanno un rapporto affettivo, per spremerne lacrime. Perché il cuore resta pur sempre la più intima cavità umana, e dunque un serbatoio straordinario cui attingere per fare ascolto. Un ascolto fine a se stesso, che torna su se stesso e ripiega su un&#8217;impasse, fino a formare la figura di un vicolo cieco, a dare il senso di un&#8217;assoluta impossibilità di cambiare le cose. Una madre che piange è la cosa più oscena, se non si coglie il senso di quelle lacrime, se non si comprende che quelle lacrime chiedono di essere raccolte, e possono essere raccolte solo con una condivisione vissuta, con una pratica reale. Una pratica <em>religiosa</em> &#8211; nel senso etimologico di <em>re</em>-<em>ligare</em>, raccogliere insieme. Laddove, invece, i mass media ci inondano di pianto, un pianto che cresce nel chiuso di uno studio televisivo, del tubo catodico, di un appartamento, e così facendo si autoalimenta, è un circolo vizioso &#8211; e non c&#8217;è modo di asciugarlo, quel pianto, quel pianto <em>irreligioso</em>, di disseccarlo al sole dell&#8217;aperto, dove può scorrere liberamente, e sublimarsi in azione. Ché solo il fare è l&#8217;alchimia del dolore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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		<title>Tutele a metà. L&#8217;infanzia tra abuso e mercato.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/12/tutele-a-meta-linfanzia-tra-abuso-e-mercato/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Jun 2007 04:05:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG"></a><br />
di <strong>Stefano Savella</strong><br />
Che i pedofili siano mostri (meglio: “orchi”), che si appostino fuori dalle scuole, che vadano in giro in impermeabile a caccia delle loro prede, come in M il mostro di Dusseldorf, sono le rappresentazioni più immediate dell’immaginario collettivo dinanzi alla parola “pedofilo”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/12/tutele-a-meta-linfanzia-tra-abuso-e-mercato/">Tutele a metà. L&#8217;infanzia tra abuso e mercato.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG" alt="450px-kick_scooter_ii-snippet.JPG" /></a><br />
di <strong>Stefano Savella</strong><br />
Che i pedofili siano mostri (meglio: “orchi”), che si appostino fuori dalle scuole, che vadano in giro in impermeabile a caccia delle loro prede, come in M il mostro di Dusseldorf, sono le rappresentazioni più immediate dell’immaginario collettivo dinanzi alla parola “pedofilo”. I fatti di cronaca (denunce, arresti, atti inequivocabilmente compiuti) che acquistano maggiore valore, cioè che vengono riportati da tutti i telegiornali nazionali nei titoli di apertura, riguardanti la pedofilia, sono però essenzialmente di due tipi: una “retata” su commercio e scambio di materiale pedopornografico su internet che vede coinvolti spesso centinaia di persone di varie regioni italiane; una serie di arresti, spesso circoscritta a poche persone, di particolare rilevanza, come nel caso di insegnanti e personale scolastico o sacerdoti (con tre casi eclatanti negli ultimi anni, a Torre Annunziata, Brescia e, recentemente, Rignano Flaminio), a prescindere dalle successive sentenze di innocenza o colpevolezza emesse dalla magistratura.<br />
<span id="more-3987"></span><br />
<a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG" title="450px-kick_scooter_ii.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/450px-kick_scooter_ii.JPG" alt="450px-kick_scooter_ii.JPG" /></a><br />
Va detto però che quando il caso di pedofilia avviene all’interno di una famiglia, i termini “pedofilia” e ”pedofilo” tendono molto facilmente a scomparire, per essere sostituiti con altri come “abusi”, “violenza”, “l’arrestato”, “il cliente”, (nel caso di una minorenne costretta dalla madre a prostituirsi). Si vedano due casi molto recenti avvenuti tra Palermo e provincia: in nessuno dei due casi (<a href="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/abusi-sulla-figlia/abusi-sulla-figlia/abusi-sulla-figlia.html">1</a> e <a href="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/prostituisce-figlia/prostituisce-figlia/prostituisce-figlia.html">2</a>) Repubblica.it parla esplicitamente di “pedofilia”. La vicenda criminale, è chiaro, non cambia, ma cambia certamente la percezione per così dire istintiva che ne ha il lettore, se è vero, come è vero, che la parola “pedofilo” esercita una presa diversa, un’indubbia maggiore sensazione di avversione e sconcerto rispetto a tutte le altre possibili in questo contesto.</p>
<p>Eppure si ha la percezione che dietro la faccia più evidente del crimine della pedofilia quale è veicolata da giornali e tv, dunque quella dei casi mediaticamente più rilevanti e, meno esplicitamente, quella delle violenze contro i bambini avvenute in famiglia, si nasconda un ambiguo comportamento da parte chi dovrebbe poi tutelare incondizionatamente i minori; e dunque difendere la loro immagine dalla strumentalizzazione per fini di lucro, o addirittura dalla deformazione che la loro immagine subisce per strizzare l’occhio a un certo target di adulti e finanche da persone potenzialmente o già attivamente vicine alla pedofilia.</p>
<p><a href="http://www.tai.org.au">Corporate paedophilia</a>, o ‘pedofilia aziendale’, è il titolo di uno studio australiano dell’ottobre scorso che rileva l’impennata di immagini pubblicitarie con protagonisti bambini e pre-adolescenti ritratti in pose fortemente sessualizzate, pose – sottolineano le curatrici – modellate su quelle degli adulti. La ricerca fa l’esempio soprattutto di riviste australiane con un target dai 5 ai 13 anni, dove la visione di queste immagini da parte di coetanei dei bambini e ragazzini ritratti, di ambo i sessi, ma prevalentemente femminile, causa scompensi e problemi comportamentali negli stessi minori, e avverte anche che «the sexualisation of children could play a role in ‘grooming’ children for paedophiles – preparing children for sexual interaction with<br />
older teenagers or adults» (p. 5).</p>
<p>Il legame tra utilizzo di immagini sessualizzate di minori e la loro presenza all’interno di messaggi pubblicitari in generale è in realtà molto sottile: se è vero che vi sono certamente spot televisivi e non che accentuano esplicitamente le caratteristiche ‘adulte’ di persone ancora bambine, grazie a pose particolari o al trucco, è anche vero che ve ne sono altri in cui non si interviene direttamente sul bambino, ma sulla percezione che ne ha lo spettatore adulto, facendo indossare ai minori un abbigliamento leggero o, nel caso soprattutto dei neonati, mostrando l’intero corpo nudo.<br />
Eppure il Parlamento italiano, nel 2003, aveva un po’ a sorpresa, e forse senza una reale volontà, approvato una norma che impediva l’utilizzo di minori di 14 anni negli spot televisivi (ma non nelle televendite), sulla scorta anche dell’allora recente studio dell’Osservatorio sul lavoro minorile, a cura della psicologa Anna Oliviero Ferraris, che indicava come in un giorno qualsiasi di programmazione televisiva su una rete pubblica e una privata, in uno spot su tre il protagonista fosse un minore, e nella fascia di prima serata quasi in uno su due (<a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGOO">1</a> e <a href="http://www.osservatoriolavorominorile.it/documenta/spot_pubblicitari.ppt">2</a> ). Si trattava dell’emendamento dell’on. De Simone, di Rifondazione Comunista, che ostacolò il cammino della Legge Gasparri alla Camera, causandole un rinvio dell’approvazione finale con un nuovo passaggio al Senato, dove l’allora maggioranza di centro-destra decise di non eliminare l’emendamento per non creare ulteriori ritardi all’iter parlamentare della legge. Come molti ricorderanno, si trattò di una delle poche rilevanti sconfitte subite in aula dal centro-destra, e fu dunque soprattutto per questo motivo che i quotidiani di allora diedero ampio spazio alla notizia. «Il corriere della sera» dedicava titolo in prima pagina («I franchi tiratori rallentano la legge tv») e tutta la pagina 3 alla cronaca politica (nel lungo <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGPY">articolo</a> di Roberto Zuccolini l’unico riferimento al contenuto dell’emendamento oggetto della polemica è «Fino all’“incidente” ribattezzato dei “pannoloni” [sic] per il divieto di esibire bambini negli spot», due righe su ottanta), e recuperava in un box a parte a pagina 2 le conclusioni dello studio dell’Osservatorio sul lavoro minorile (ridotto peraltro a una sequenza di numeri). «la Repubblica», pur riportando un resoconto più esauriente del dibattito in aula sull’emendamento De Simone, bolla tutta la questione col titolo di pagina 3, <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGQY">«E lo spot sui pannolini travolge le file della destra»</a>.</p>
<p>«la Repubblica» riporta anche una breve intervista al pubblicitario Marco Testa, che parla di censura e del danno economico creato dall’emendamento, perché <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGPL">«i bambini, lo sappiamo, inteneriscono»</a>. Sempre Marco Testa interviene sul «Financial Times» del 19 luglio 2004, affermando che «In Italia, sicuramente, tendiamo a usare i bambini negli spot per andare dritti ai genitori. Fa parte del nostro spirito latino», mentre per Pier Silvio Berlusconi «la pubblicità che vede protagonisti bambini secondo me non fa male a questi ultimi e danneggia solo il mondo pubblicitario» (<a href="http://www.supercom.it/web/001453/00145322.html">fonte</a>). L’emendamento approvato veniva invece definito «il più stupido della serie» dall’on. Rotondi (Dc), mentre il ministro Gasparri lo etichettava come «insignificante, un dettaglio» (<a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=4TGRNp1">link</a>). Invece si trattava di un provvedimento, comunque lo si voglia intendere, che interveniva in un campo lasciato esclusivamente in mano ai pubblicitari, molto più che un emendamento «salva-pannolini», come i maggiori quotidiani in quei giorni lo etichettavano, ben sapendo che i bambini erano (e sono) utilizzati negli spot di qualunque prodotto, dai telefonini ai prodotti alimentari all’abbigliamento. Gli stessi quotidiani del 2 ottobre 2003 davano spazio pressoché esclusivo alla cronaca politica, ai ‘dietro le quinte’, alle voci del Transatlantico, alle sotterranee manovre della corrente di An che aveva contribuito ad approvare l’emendamento per motivi di visibilità all’interno dell’esecutivo, dedicando invece pochissime righe di approfondimento su ciò che era stato realmente approvato, sul punto che riguardava direttamente il lettore e il cittadino, ovvero la tutela del minore.</p>
<p>Ad ogni modo, sotto la pressione delle organizzazioni dei pubblicitari, veniva approvata due anni dopo, in prima lettura alla Camera e in seconda, il 25 gennaio 2006, al Senato, la ‘leggina’ che modificava l’art.10 della Gasparri, sopprimendo le parole che vietavano l’utilizzo dei minori negli spot televisivi (<a href="http://www.senato.it/loc/link.asp?tipodoc=leggigu&amp;doclocatorserver=doclocator&amp;id=37&amp;anno=06">Legge n. 37/2006</a>, a firma degli on. Santanché, Romani, Bianchi Clerici, Caparini e altri), ovviamente dalla maggioranza di centro-destra (inclusi coloro che avevano votato due anni prima l’emendamento che ora veniva modificato). Una legge, questa, che viene per ironia della sorte (o forse no) promulgata appena prima della Legge 38/06 (Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet) che oscura del tutto sui quotidiani la notizia della modifica della legge Gasparri. Il giorno dopo l’approvazione del provvedimento alla Camera gli unici quotidiani a parlarne sono «Liberazione», con un ampio articolo, e «Il Giornale» con un box di poche righe. All’approvazione definitiva in Senato la notizia è ripresa solo dal «Giornale» (<a href="http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/060126/9qrom.tif">link</a>), dove si legge che la norma cancellata «avrebbe fatto registrare effetti distorsivi per il comparto pubblicitario senza assicurare comunque un’effettiva tutela dei minori». In realtà, ci avevano già pensato gli stessi pubblicitari ad aggirare la legge, in quei mesi, girando i loro spot televisivi nei teatri di posa e con bambini di San Marino, arrivando a selezionare il 10% della popolazione infantile della piccola repubblica (<a href="http://www.terre.it/giornale/articoli/288.html">link</a>).</p>
<p>Non esiste dunque oggi una normativa che regoli se e in che modo è possibile utilizzare immagini di minori nelle pubblicità. E così, in un mini-catalogo di abbigliamento estivo per bambine dai 3 agli 8 anni di un’azienda che, a guardare il suo sito web, parrebbe produrre esclusivamente bambole, compaiono bambine con le pose più innaturali e sguardi ammiccanti che è difficile non definire erotizzati. Immagini che rendono quanto mai evidente di quanto sia sottile il confine tra la caccia al pedofilo e la lecita mercificazione dei corpi dei bambini.</p>
<p>Succede anche a Gaia e Luna, due sorelle di nove e sei anni, il cui videoclip è tra i più visti su YouTube, dove si trova anche una loro “intervista doppia”. Di loro, e del loro primo singolo “Come Vasco Rossi” (“Vasco lo sai, per me sei un dio / spero che un giorno lo sia anch’io”, cantano nel ritornello), ha parlato Silvia Santalmassi (proveniente dalla redazione di Verissimo) sul tg5 delle 20 del 15 maggio scorso (<a href="http://www.video.mediaset.it/video.html?sito=tg5&amp;data=2007/05/15&amp;id=16219&amp;categoria=servizio&amp;from=tg5">link</a>). Il padre, Agostino Carollo, musicista e discografico, ha messo in vendita su I-Tunes a 99 centesimi il brano, che ha raggiunto il primo posto tra i download. Ma la giornalista sottolinea come abbia anche lui tutelato i minori: in una delle citazioni dei brani di Vasco Rossi, infatti, «cazzi suoi» viene sostituito con «cavoli suoi».</p>
<p>&#8211;<br />
<em>Foto di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/User:KF/Details">KF</a>, <a href="http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Kick_scooter_II.JPG">rilasciata nel pubblico dominio</a> su Wikimedia Commons.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/12/tutele-a-meta-linfanzia-tra-abuso-e-mercato/">Tutele a metà. L&#8217;infanzia tra abuso e mercato.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il fattore C. La comunicazione del governo alla prova dei sei mesi #4</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/02/28/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-4/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Feb 2007 03:33:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio vasta</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ballarò]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Novelli]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> </p>
<p>di <strong>Edoardo Novelli </strong></p>
<p> </p>
<p><em>Quarta parte dello studio di Edoardo Novelli sulla comunicazione del governo Prodi. Questa volta, intervista a <strong>Giovanni Floris</strong>, conduttore di Ballarò. Qui la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/20/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-1/#comments">prima</a> e la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/22/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-2/">seconda</a> parte, qui l&#8217;intervista a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/25/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-3/">Gianluca Luzi</a>. gv.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/28/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-4/">Il fattore C. La comunicazione del governo alla prova dei sei mesi #4</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p>di <strong>Edoardo Novelli </strong></p>
<p><img alt="ballaro011.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/ballaro011.jpg" /> </p>
<p><em>Quarta parte dello studio di Edoardo Novelli sulla comunicazione del governo Prodi. Questa volta, intervista a <strong>Giovanni Floris</strong>, conduttore di Ballarò. Qui la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/20/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-1/#comments">prima</a> e la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/22/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-2/">seconda</a> parte, qui l&#8217;intervista a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/25/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-3/">Gianluca Luzi</a>. gv.</em></p>
<p><strong>Chi sono i vostri interlocutori, quelli con cui trattate per avere i politici in trasmissione?</strong></p>
<p>Noi abbiamo tentato fin da subito di specializzarci, quindi nel nostro gruppo autorale abbiamo due persone incaricate di tenere i rapporti con i portavoce, gli uffici stampa o, quando ci sono, i responsabili delle relazioni istituzionali. Comunque i nostri interfaccia sono quasi tutti istituzionali. <span id="more-3411"></span><br />
<strong>Quali sono gli elementi per voi più importanti e decisivi per scegliere gli ospiti?<br />
</strong></p>
<p>La competenza e, in secondo luogo, la capacità comunicativa. Poi la contingenza, cioè la disponibilità a venire in trasmissione.<br />
<strong>Quali sono gli elementi che vi facilitano il lavoro?<br />
</strong></p>
<p>L’apertura e la disponibilità. Si è creata in cinque anni una capacità di incassare le brutte risposte, per cui alla fine riusciamo ad avere in tempi rapidi e con sincerità la risposta reale. Non ci tirano in avanti a lungo: ci dicono sì o no. Sappiamo incassare un addio all’ultimo minuto e sostituirlo senza farne una questione personale.<br />
<strong>Quali sono gli elementi che vi complicano il lavoro?</strong><br />
Così come la trasparenza e l’immediatezza ci aiutano, l’opacità e la lentezza ce la complicano. Tutto quello che tira in lungo per noi è un problema, sia nelle relazioni con gli ospiti, sia nella realizzazione dei servizi. La stessa cosa accade nel dibattito in studio, che da noi è molto ritmato, concreto. L’ospite buono è quello che dà la risposta efficace. I nostri tipici ospiti sono Bersani, Letta, Tremonti, Tabacci, loro non sono per la chiave economica, ma per l’economicità del linguaggio, per la concretezza. È un approccio differente da quello più riflessivo di trasmissioni come “l’Infedele” o “Otto e mezzo”. Tutto<br />
ciò che allunga e disperde è nostro nemico, tutto ciò che concentra e realizza è nostro amico.<br />
<strong>Il mondo politico comprende le vostre esigenze e vi facilita nel lavoro?</strong><br />
Riusciamo ad avere quello che ci serve perché ormai il potere culturale di “Ballarò” è molto forte. È una trasmissione troppo seguita dal pubblico: è meglio farci entrare nei loro spazi e contestarci, piuttosto che lasciarci fuori.<br />
<strong>Vi vedono come alleati o come antagonisti?</strong><br />
È un potere che vede in noi un contropotere, non sovversivo, ma lecito. Duro, ma onesto. Direi che è un rapporto di legittima contrapposizione.<br />
<strong>È facile raccontare il governo Prodi?<br />
</strong></p>
<p>Nel centrosinistra ci sono buoni comunicatori, mi vengono in mente Bersani, Letta, Bindi, e poi Fassino e Rutelli, ma anche tanti altri. Il fatto vincente è che loro hanno tra i rappresentanti una generazione molto attenta alla concretezza delle cose.<br />
<strong>Non starà dicendo che nel centrosinistra ci sono comunicatori più efficaci che nel centrodestra?<br />
</strong></p>
<p>Anche il governo Berlusconi aveva degli esponenti sia di maggioranza che di governo con questa abilità però, secondo me sbagliando, da noi si sentivano come se fossero fuori casa, e risultavano spesso contratti e timorosi. Adesso che sono all’opposizione, si rendono conto che il metro di “Ballarò” è lo stesso anche con il governo di centrosinistra. L’unica chiave di linguaggio e di interpretazione della nostra trasmissione, almeno secondo noi che la facciamo, è la trasparenza. O la si teme o se ne approfitta. Il centrosinistra ne ha approfittato spesso, il centrodestra talvolta. Adesso sta diventando una chiave accettata da entrambi. Da noi non si hanno sconti, ma non si hanno nemmeno scorrettezze.<br />
<strong>Per voi che dovete raccontare la politica, com’è lavorare con questo governo?<br />
</strong></p>
<p>Noi non raccontiamo la politica, noi raccontiamo i problemi. Chiamiamo la politica ad interpretarli o a darne soluzione, cosa che è differente da quello che fa Vespa. Lui racconta la politica, noi raccontiamo i problemi e chiediamo alla politica di risolverli.<br />
<strong>D’accordo, ma è facile da seguirlo, da interpretarlo?</strong><br />
Non è facilissimo seguire Prodi. A differenza dell’Inghilterra, dell’America o della Francia, in Italia il governo non ha un’unica interfaccia con la stampa. Ci sono i vari ministri. E non è facile avere un rapporto diretto con la Presidenza del Consiglio per quanto concerne il punto di vista istituzionale dell’organizzazione del lavoro.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Come mai Romano Prodi non è mai intervenuto a “Ballarò”?<br />
</strong></p>
<p>Non voglio mettermi a ragionare da studioso della comunicazione perché non lo sono. Il fatto di non esser mai riusciti ad avere in studio Prodi, come capo dell’opposizione o in qualità di capo del governo, un pochino mi lascia perplesso. Noi abbiamo avuto tantissimi ospiti, italiani e internazionali. Siamo a circa 130 puntate, il che vuol dire più di 300 ore di trasmissione. Siccome non penso sia una cosa personale contro di noi, anche perché non c’è ragione di crederlo, mi immagino che sia una scelta verso un tipo di trasmissioni basate sulla dialettica. Una scelta legittima, che però ha come conseguenza il fatto che<br />
il pubblico di “Ballarò”, in media tre milioni e ottocentomila persone, non l’ha mai visto.<br />
<strong>Una scelta figlia di una strategia di scavalcamento dei media o semplice riflesso di difesa?</strong><br />
Questo non lo so. Io ho avuto occasione di intervistare Prodi diverse volte nelle feste o in dibattiti organizzati per le elezioni, dove veniva interrogato da opinionisti e dalla gente su temi difficili come la guerra. Questo per dire che l’ho visto in situazioni anche dure, e devo dire che sa rispondere, è uno che si fa apprezzare per la chiarezza del suo ragionamento politico. Quindi è probabilmente una strategia, perché io sono sicuro che lui in un faccia a faccia è bravo. Con Berlusconi ha vinto tutte e due le volte, l’ha fatto a modo suo, però ha vinto.<br />
<strong>Quindi fa bene a comportarsi così?</strong><br />
Io non voglio dare un’interpretazione al suo comportamento perché non lo conosco a tal punto. Certo, se devo stare ai fatti, è uno che alla televisione va poco, è uno che alla radio va poco, è uno che si trova in difficoltà alle volte con la stampa. Però…<br />
<strong>Però?</strong><br />
Però c’è da fare una riflessione: siamo sicuri che i problemi che Prodi incontra con la comunicazione diventino dei problemi anche con il suo elettorato? Siamo sicuri che ogni contrasto o incidente che abbia col mondo dei media si trasmetta poi nel mondo di chi vota e chi decide? Io non so quanto i giornali e la televisione influenzino l’elettorato, e se la gaffe con i giornalisti arrivi poi a esser giudicata negativamente dall’elettorato. Potrebbe dunque essere una scelta vincente, perché più volte si è dimostrato che l’immagine che danno i media non è poi quella che la gente ha sul serio.<br />
<strong>È un dubbio legittimo, ma se si ritengono i media poco influenti, perché poi lamentarsi di come si viene trattati?</strong><br />
La denuncia nei confronti della stampa è rivolta ai media o agli elettori? Bisogna vedere chi ne è il destinatario. Io non ho chiaro chi sia il destinatario del comportamento di Prodi. Mi limito a valutare i fatti: in televisione c’è poco, l’immagine è sempre la stessa. L’impressione che mi dà è quella di una persona chiusa col mondo dei media, non so se questo corrisponda all’essere chiuso col mondo più in generale. Penso che lui stia scommettendo sul fatto che non lo sia. È chiuso verso di noi? Sì, è indubbio. Questo esser chiuso verso di noi risponde all’aver l’immagine di una persona chiusa con un mondo più ampio? Lui pensa di no. Se giusto o sbagliato si valuterà alle elezioni.<br />
<strong>Cosa pensa del modo in cui è stata comunicata la Finanziaria?</strong><br />
Innanzitutto voglio capire perché non la fanno spiegare alle persone giuste. Perché il governo Prodi non spende più Enrico Letta, un politico giovane e brillante, che sa parlare e comunicare? Invece ultimamente ha ridotto le sue presenze in televisione. Questa Finanziaria è comunque poco gestibile dall’enunciante, è una Finanziaria in cui fanno notizia le tasse, c’è poco da fare. Però il governo sull’economia si gioca tutto, esattamente come è successo con Berlusconi. Deve riuscire a comunicarla. Ma è strano che una delle due componenti dell’anima riformista, Letta appunto, rimanga nascosta.<br />
Perché? Non lo so.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/28/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-4/">Il fattore C. La comunicazione del governo alla prova dei sei mesi #4</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Hegel, Genna e la televisione</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/02/15/hegel-genna-e-la-televisione/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/02/15/hegel-genna-e-la-televisione/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 15 Feb 2007 15:25:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Genna]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Binaghi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Valter Binaghi</strong></p>
<p>Hegel diceva che il giornale è la Bibbia dell’uomo moderno, ma non conosceva la televisione. Il giornale è ancora Vecchio Testamento: la notizia che esalta o deprime, e comunque irrimediabilmente incombe, scolpita nello scritto come un nuovo Decalogo; il principio di realtà ha ancora qualcosa dei fulmini di Jahvè, nell’ingiungerti di conformare ad esso la tua visione del mondo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/15/hegel-genna-e-la-televisione/">Hegel, Genna e la televisione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="image3332" alt="televisione.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/televisione.thumbnail.jpg" /></p>
<p>di <strong>Valter Binaghi</strong></p>
<p>Hegel diceva che il giornale è la Bibbia dell’uomo moderno, ma non conosceva la televisione. Il giornale è ancora Vecchio Testamento: la notizia che esalta o deprime, e comunque irrimediabilmente incombe, scolpita nello scritto come un nuovo Decalogo; il principio di realtà ha ancora qualcosa dei fulmini di Jahvè, nell’ingiungerti di conformare ad esso la tua visione del mondo.</p>
<p><span id="more-3331"></span><br />
La televisione invece è l’Emmanuele, Dio con noi: propone la notizia nel tono familiare della chiacchiera, quando non la fa accadere direttamente sotto i tuoi occhi, ma avvertendo rapidissimamente l’accoglienza del pubblico definisce l’importanza della cosa in corso d’opera, da un tg all’altro, da un giorno all’altro, amplificando o riducendo, modificando la profezia secondo gli umori dell’Auditel, nello stile di un Nuovo Testamento interattivo. Un Dio malleabile.<br />
Il reale è ancora razionale? Chiederebbe Hegel.<br />
Non saprei, dice Bruno Vespa, ma è senz’altro più domestico.</p>
<p>Quando la notizia è ritenuta degna di impegnare gli ormoni dell’utente oltre la sveltina di un notiziario, allora c’è l’approfondimento serale: il talk show, la bottega delle opinioni dove il manichino di umanità che sei diventato può trovare appesi come capi d’abbigliamento i sentimenti che il fatto del giorno suscita, recitati da opinionisti di mestiere: indosserai curiosità, meraviglia e indignazione come se fossi tu stesso a provarli.<br />
La televisione, educa alla vita e alla morte.</p>
<p>Giuseppe Genna direbbe che il grado zero della palingenesi televisiva italiana è stato il piccolo di Vermicino, la sua morte in diretta nel pozzo. Difficile dargli torto. Insieme ai soccorritori impotenti, quella notte abbiamo imparato che si può veder morire senza morirne. Si potrebbe aggiungere che la mammina di Cogne è un’altra pietra miliare nella pedagogia dei sentimenti: si può uccidere senza ricordarlo e senza perdere un gradevole aspetto umano. Poi arriva il povero Welby, messo in posa per morire dal guru dei digiuni. Il paranoico è quello che cerca un nesso a tutti i costi, l’idiota quello che per principio lo esclude.<br />
<em>Al centro è il monarca. Dov’è il monarca?</em></p>
<p> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/15/hegel-genna-e-la-televisione/">Hegel, Genna e la televisione</a></p>
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		<title>Un po&#8217; di autoreferenzialità</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jan 2007 18:13:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p><em>[condivido qui l'intervento molto a braccio che ho fatto al piccolo convegno "La Tribu dei blog" un paio di mesi fa a Foggia. Al convegno hanno partecipato Giulio Mozzi, Michele Trecca, Ivano Bariani, Manila De Benedetto]</em></p>
<p>Provo a dire delle cose&#8230; A me viene in mente questa cosa qui.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/">Un po&#8217; di autoreferenzialità</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p><em>[condivido qui l'intervento molto a braccio che ho fatto al piccolo convegno "La Tribu dei blog" un paio di mesi fa a Foggia. Al convegno hanno partecipato Giulio Mozzi, Michele Trecca, Ivano Bariani, Manila De Benedetto]</em></p>
<p>Provo a dire delle cose&#8230; A me viene in mente questa cosa qui. Negli ultimi anni, nel decennio berlusconiano, c’è stata evidentemente una sorta di diaspora, quasi sradicazione, evaporazione delle professionalità. Questo da una parte. Perché da un’altra c’è stato un fenomeno di disgregazione di quelle che sono state le palestre collettive. Provo a declinare un po’ meglio questo discorso. Nel senso che noi abbiamo assistito dalla parentesi tangentopoli in poi alla possibilità della politica di essere delegata a non professionisti. Questa cosa era palese in politica, è palese oggi in parecchi campi dell’attività italiana: si può fare gli industriali essendo soltanto degli arricchiti, si può fare comunicazione essendo persone disinvolte, si può in qualche modo improvvisare una professionalità. <span id="more-3209"></span> Il proliferare dei blog a che cosa è dovuto, oltre al fenomeno stupido, anche giusto, di cui diceva Ivano: non abbiamo i soldi per una rivista su carta, c’è il blog con una disponibilità a poco prezzo, facciamo il blog? Anche secondo me al bisogno di reti collettive, di crescita professionale, come diceva Manila, avere delle palestre, dei laboratori, dei gruppi di ricerca collettiva sulla scrittura, che in altre occasioni potevano essere le riviste, i giornali, i piccoli circoli letterari in provincia, o i giornali veri e propri, o appunto anche tutto quello che ruotava intorno alle grosse case editrici o i giornali&#8230; tutto questo appunto si è perduto. Tutti questi discorsi non sono assolutisti, si potrebbero fare anche mille controesempi, però secondo me si è perduta, notavo partendo dalla mia esperienza, si è perduta da un certo punto in avanti la credibilità rispetto a una serie di linguaggi. Che vuol dire? Che da un certo punto in avanti – io ho registrato questo fenomeno – la gente cominciava a leggere libri, i giornali, vedere la televisione, a sentire il mondo appunto, a leggere, a informarsi con gli strumenti che erano normalmente gli strumenti della comunicazione, della letteratura, della scrittura, dell’oralità&#8230; e non ci credeva. Sempre più spesso ho visto, e non per una forma di snobismo di bassa lega, che da una parte i giornali non sembravano più avere dei giornalisti capaci di rendere merito all’informazione. Che molto spesso i libri che le case editrici pubblicavano non erano capaci di intercettare quelli che potevano essere dei veri movimenti letterari, carsici, che stavano emergendo. Tutto questo secondo me è legato a un fenomeno in qualche modo di berlusconizzazione, di deprofessionalizzazione di un intero Paese. Allora hanno cominciato a esistere delle forme di resistenza dal basso, come se in qualche modo si avesse bisogno di rigrammatizzare il discorso a partire dalle sue strutture elementari. E il blog in fondo che cos&#8217;è se non una forma di diario scritto in pubblico? Ed ecco l&#8217;alro fenomeno di cui tenere conto. È vero, come diceva Ivano, che qui si parla di blog letterari, e non di blog pediatrici e di giardinieri, però è anche vero che al fenomeno del blog letterario è stata data un’importanza notevole, proprio perché a un certo punto evidentemente si è verificato manifestamente un deficit di rappresentazione, nel senso che – parlo sempre per generalizzazioni, però spero di essere chiaro – che se da una parte appunto c&#8217;era un surplus di rappresentazione (cioè soltanto a Roma ci sono 8 giornali freepress, per dire), se da una parte c’era un eccesso di informazione, di scrittura, di rappresentazione, tutto questo eccesso non riusciva a cogliere vari aspetti, c’era un deficit, nonostante il surplus. Cos’era questo deficit? Che cos’è questa faccia oscura che rimane a margine di questo surplus, per cui appunto per esempio i blog, Nazione Indiana, Vibrisse, i vari blog sorti, non avevano, non hanno tuttora una mera valenza letteraria? Questi blog rivendicano quella capacità di autorappresentazione che poi è la letteratura, perché la letteratura è un modo di rivolgersi al mondo senza escludere nessuna delle sue parti. Quindi ovviamente anche un blog letterario si ascrive fortemente anche una funzione politica, intellettuale. E dunque, da un mero punto di vista editoriale, logistico, il fatto che Roberto Saviano fosse uscito da una serie di collaborazioni con Nazione Indiana, per me – a parte l’amicizia per Roberto – non è un motivo di orgoglio, nel senso che mi sembra brutto un Paese in cui solo nel momento in cui c’è un successo editoriale marchiato poi da un successo mediatico legato poi a un caso personale – Roberto Saviano può esercitare quella che è la sua professione, cioè la professione per cui Roberto Saviano si è preparato per 30 anni, cioè il giornalista, lo scrittore, il reporter. Anzi, non l’ha potuta mai esercitare, perché per 30 anni, per 27, fino a quando è uscito Gomorra tutto quello che ha scritto gravitava tra collaborazioni mal pagate, non pagate, blog. Tutti nell’editoria riconoscevano il valore di Roberto Saviano, non ne ho conosciuto uno che dicesse no, Roberto Saviano è uno così così. C’era un riconoscimento unanime del valore di Roberto Saviano. Se avesse potuto scrivere per L’Espresso – come oggi scrive per L’Espresso – se avesse potuto scrivere per Repubblica, per Il Corriere, e non per le pagine locali del Corriere del Mezzogiorno, avrebbe potuto mangiare del suo lavoro, mentre lui non mangiava del suo lavoro. Nel momento in cui Gomorra è uscito, a pochi mesi dall’uscita, ecco che viene messo sotto scorta, per cui adesso non può più fare il giornalista ovviamente, perché appunto è sotto scorta. E le cose che scrive ora sull’Espresso, sono delle elaborazioni, il più possibile approfondite teoricamente, del materiale raccolto e documentato un anno fa, per cui in qualche modo lo scoop oggi del Corriere Magazine, o dell’Espresso che mettono Roberto in prima pagina e quindi il caso Napoli in prima pagina, è un’opera di inattualità, nel senso che non ha nessuna forza di scoop o giornalistica, sono cose registrate, documentate un anno fa, quando Roberto poteva fare il suo lavoro. Oggi ha tre persone che gli fanno la scorta, non può andare in giro a infiltrarsi, a fare il suo lavoro normalmente, quindi questa cosa qui per me non vale come un punto di orgoglio.<br />
In questo momento quindi vedo certo un buon segno in controtendenza. Rispetto alle forme di dispersione di questi aggregati culturali, rispetto alle forme di deprofessionalizzazione, di difficoltà a trovare delle palestre culturali, una delle prime cose che faccio è: mi autorappresento, mi rappresento io e due tre miei amici. Ma questo non basta.<br />
Quando hanno messo su Nazione Indiana lo hanno fatto dicendo: noi non abbiamo spazio, c’erano appunto persone come Giulio Mozzi, Dario Voltolini, Tiziano Scarpa, Carla Benedetti, che era gente che insegnava all’università, che aveva vari libri alle spalle, persone che dicevano noi che dovremmo avere uno spazio pubblico d&#8217;esercizio, spazio pubblico non ce l’abbiamo, non perché siamo snob, radicali, perché appunto a noi – tanti, che abbiamo una serie di interessi diversificati, che abbiamo l’interesse che ciò che facciamo sia il più possibile pubblico, utile, coltiviamo un interesse culturale di servizio – tutto questo non è consentito. Per cui appunto creiamo da noi uno spazio di riserva, che appunto è Nazione Indiana. Questo spazio di riserva ha acquistato poi una sua credibilità, perché la professionalità che uno mette in quella cosa lì è una professionalità che ha acquisito, per cui non è che uno fa un blog così e dice ok, non curo la parte editoriale, la parte paratestuale, non curo tutta una serie di cose che fanno parte del lavoro culturale e quindi anche del lavoro editoriale per la rete. Non è un lavoro de-culturalizzato, de-editorializzato. Perché l’autorappresentazione non basta. Per me &#8220;La tribù dei blog&#8221; o &#8220;La notte dei blogger&#8221;, per dire, può essere una magnifica fotografia di ciò che succede in Italia, ma anche un sintomo che le persone oggi in Italia sono sole. Sono sole. E appunto il lavoro di fotografia della blogosfera documenta anche la solitudine diffusa delle persone, l’autorappresentazione di persone sole. Consideriamo anche questo. E quello che deve avvenire e sta avvenendo per fortuna è il processo di uscita da questo arcipelago di solitudini. Oggi mi sembra che ci sia un minimo di controtendenza e non so se perché la risacca berlusconiana ha dato i suoi piccoli ultimi flutti, o perché appunto a un certo punto è avvenuto un percorso di maturazione, per cui ciò che fa Ivano Bariani, ciò che fa Manila Di Benedetto, la stessa operazione di Vibrisse libri, o di Untitled, esprimono in qualche modo in questo passaggio di maturità, un passaggio che secondo me non è solo tecnico, ovviamente, ma è un passaggio culturale nel senso di mettere insieme quelle forze che erano disgregate. Questa cosa per me ha un grosso valore sociale, e ha trasversalmente un grosso valore politico. Perché se c’è stato un deserto di discorso negli ultimi dieci anni dal basso, è deserto di discorso politico. Molto spesso il blog letterario, il blog in rete, la discussione in rete, le forme di discorso dal basso compensavano molto questa mancanza. Quando sono cominciati a uscire libri come quella di Michela Murgia, i libri di Aldo Nove, libri che raccontavano in una forma di presa diretta, che poi sia un blog, sia un diario come la nuova collana di Aldo Nove, che poi sia Untitled, che siano altre cose che però hanno delle affinità con un tipo di scrittura in presa diretta, tutto questo andava a compensare un deficit enorme, un deserto di quello che è il discorso politico, o comunque di un legame tra discorso politico, discorso letterario, discorso sociale.<br />
Racconto un episodio virtuoso, brevemente. A Roma c’è un centro sociale che si chiama Acrobax, che ogni anno organizza una tre giorni sul lavoro precario, da 4-5 anni. A un certo punto le persone che gravitano intorno ad Acrobax &#8211;  una rete di universitari precari, altre forme di attività &#8211; volevano organizzare qualcosa, non si sapeva bene cosa, con i vari scrittori che avevano scritto libri sulla precarietà negli ultimi 2-3 anni. E hanno organizzato quest’incontro. Ce ne sono stati vari incontri preparatori. L’episodio virtuoso è questo: c’è stato un incontro nei giorni di questa manifestazione che si chiama Incontrotempo, un incontro un po’ allargato, con un centinaio di persone: tante, per essere un venerdì a Roma, in periferia, in un centro sociale, tante persone preparate, motivate, e la composizione era varia, medio-alta, professionalmente parlando: operatori culturali, scrittori, gente che lavora nell’editoria, gente che lavora nel giornalismo, persone che a vario titolo hanno a che fare con l’università. E la cosa di cui mi sono meravigliato è che a un certo punto dopo vari di questi incontri all’interno di Acrobax, è venuta fuori una convergenza, che nessuno diceva all’inizio in maniera così chiara: da una parte gli scrittori, gente che lavora nell’editoria ecc. hanno avuto in questi anni evidentemente una fame di attività, di prassi, di riscontro che il lavoro che facevano avesse una qualche risultanza sociale, politica, nello spazio pubblico, volevano uscire da un recinto stretto da repubblica delle lettere, da giardino infantile delle lettere, e dall’altra parte c’erano molte altre persone che facevano attività politica, sociale, che appunto, non solo centri sociali, ma gli insegnanti, gli operatori sociali, i librai Feltrinelli, che avevano altrettanta fame di rappresentazione, e appunto di qualcosa, qualcuno, un posto, un dove poter far sì che questa cosa avvenisse, questa attività avesse voce. C’erano queste convergenze, e la gente se l’è detto. Io faccio lo scrittore e mi sono rotto le palle di stare a casa mia e scrivere sul mio blogetto, anch’io faccio l’operatore sociale, culturale, penso che il mondo dovrebbe essere diverso – per dirlo alla buona – e però non ho una forza tale a comunicare il mio lavoro ad altre persone. Cominciamo a parlarci da qui.</p>
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