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	<title>Nazione Indiana &#187; terremoti</title>
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		<title>La Terra ballerina</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 06:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
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<p>La situazione in Giappone non migliora, ma per amore di distrazione e per alleggerire l’angoscia che deriva dalla previsione delle conseguenze dell’insensatezza degli umani, vi parlerò di una ballerina, o più esattamente, in questo caso, di una pattinatrice.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/08/la-terra-ballerina/">La Terra ballerina</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
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<p>La situazione in Giappone non migliora, ma per amore di distrazione e per alleggerire l’angoscia che deriva dalla previsione delle conseguenze dell’insensatezza degli umani, vi parlerò di una ballerina, o più esattamente, in questo caso, di una pattinatrice.<br />
Guardate gli ultimi secondi di questa brevissima clip della straordinaria pattinatrice su ghiaccio <strong>Carolina Kostner</strong>, guardate come fa una pattinatrice su ghiaccio, ad aumentare a comando la propria velocità di rotazione: come fa? <span id="more-38699"></span>Supponete che ella già stia un po’ ruotando, oppure che si stia dando una spinta in tal senso: il gesto essenziale che le fa aumentare la velocità di rotazione è <em>stringere le braccia sull’asse del corpo</em>, fino ad essere il più possibile simile a un palo sottile. Potete provare anche voi, senza i pattini e le scarpette apposite, fate due giravolte in piedi sul pavimento, a braccia stese in fuori, come doveste sorreggere un/a grande partner in un vorticoso valzer, e improvvisamente, mentre state ancora ruotando, stringete le braccia al petto, o alzatele in verticale, come fa Carolina: a parte il rischio di perdere l’equilibrio e di rendervi ridicoli agli occhi degli astanti, avvertite improvvisamente una spinta a ruotare più velocemente.<br />
Questo insegna la fisica, in particolare la meccanica classica, quella di Newton e di d’Alembert, di Legendre e di Hamilton; quella che ancora si insegna nelle nostre scuole, e giustamente, dato che, per tutti i fenomeni della vita quotidiana cui ci viene in mente di applicarla, funziona egregiamente, basta non volerla applicare agli atomi o alle nane bianche, dentro le quali succedono cose assai più strane.</p>
<p>Sembra che sia ‒ quella della pattinatrice ‒ la stessa tecnica che applica un gatto, quando cade da una certa altezza, per arrivare al suolo sempre sulle zampe e non sulla schiena. I felini hanno il teorema della conservazione del momento angolare direttamente incorporato e lo applicano alla perfezione, visto che mamma evoluzione l’ha fornito loro gratis. O meglio non gratis, ma dopo migliaia di loro simili morti per caduta sono sopravvissuti quelli che “avevano capito” che bisogna fare quel movimento lì. Questo non è un buon motivo per “fare l’esperimento” e andare a buttare il vostro gatto dal quarto piano, mi raccomando.</p>
<p>Perché succede questo? Proverò a dirlo in termini semplici senza dimostrazioni formali ma cercando di stimolare l’intuizione: quando vogliamo far ruotare un corpo intorno a un asse ‒ una ruota attorno al suo perno centrale, la Terra attorno all’asse che congiunge i due poli, la pattinatrice attorno all’asse verticale che passa per il suo baricentro ‒ facciamo tanta più fatica quanto più la massa di quel corpo è distribuita lontano dall’asse di rotazione. Prendete il solido mostrato qua sotto:<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Ellissoide.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Ellissoide.jpg" alt="" title="Ellissoide" width="470" height="381" class="aligncenter size-full wp-image-38701" /></a><br />
un ellissoide, così chiamato perché sezionandolo comunque con un piano si ottiene un’ellisse. Immaginate di farlo ruotare attorno all’asse x: sarà ben più facile che farlo ruotare attorno agli assi y o z, perché rispetto a questi assi, provate a guardare, ci sono più parti del corpo lontane dall’asse, mentre tutte le parti del corpo sono abbastanza vicine all’asse x. Questa caratteristica di un corpo di avere le sue parti distribuite in un certo modo rispetto a un asse di rotazione può essere calcolata matematicamente e prende il nome di <em>momento d’inerzia</em>. Il nome contiene giustamente il termine inerzia, si potrebbe dire che rappresenta l’“inerzia rotatoria”, quella che il corpo oppone a farsi ruotare.</p>
<p>Pensate adesso a un movimento rettilineo, non rotatorio: se dovete mettere e mantenere in moto un veicolo, fate tanta più fatica quanto più il veicolo è pesante, cioè quanto maggiore è la sua massa. Se, improvvisamente, mentre lo state muovendo, la sua massa diminuisce per qualche motivo (viene espulsa parte del veicolo, per esempio), la fatica che fate a spingerlo diminuisce bruscamente e di conseguenza il veicolo accelera altrettanto bruscamente.</p>
<p>Del tutto analogamente, se mentre un corpo ruota, cambia la distribuzione delle masse al suo interno per cui il momento d’inerzia diminuisce (stavolta non la massa diminuisce, ma il momento d’inerzia, cioè la distribuzione della massa rispetto all’asse di rotazione), ecco che occorre meno sforzo per farlo ruotare e dunque aumenta la sua velocità di rotazione. Questo è quello che fa la pattinatrice: stringe le mani al petto, o, ancor meglio nel caso della nostra Carolina Kostner, le porta in alto allineate in modo che siano il più vicine possibile all’asse di rotazione e per qualche attimo la sua velocità di rotazione su se stessa appare vorticosa. Appena allarga le braccia bruscamente di nuovo rallenta.</p>
<p>Tutto questo discorso perché volevo arrivare alla nostra povera Terra, l’unico pianeta che per il momento abbiamo a disposizione e che dovremmo cercare di non massacrare troppo, giusto per non tagliarci da soli l’erba sotto i piedi. Veramente dei terremoti non abbiamo colpe, a quel che pare, piuttosto potremmo avere l’accortezza di non costruire oggetti pericolosi in zone altamente sismiche, e anzi di non costruirne affatto di oggetti pericolosi, tipo le centrali nucleari. Centrali che, come ho già spiegato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/disumanizzazione/">qui</a>, a mio avviso sono e saranno sempre e inevitabilmente pericolose, almeno finché non saremo capaci di fabbricare quelle a fusione, tutt&#8217;altra cosa, per le quali non c’è radioattività e non c’è rischio, almeno di questo tipo.</p>
<p>Quello che mi interessava spiegare, un po’ a margine del disastro giapponese, è quello che alcune notizie di stampa hanno frettolosamente detto, quando hanno parlato di “spostamento dell’asse terrestre” e di “variazione della lunghezza del giorno”, come se la Terra si fosse messa a ruotare più velocemente. In qualche senso, e in misura molto piccola, è proprio così, ed è così per i motivi che ho appena spiegato a proposito della pattinatrice.<br />
Un terremoto come quello che ha colpito il Giappone, o quello, di paragonabile intensità, che ha colpito il Cile nel febbraio dell’anno scorso avviene a causa di scorrimenti di grossi strati del nostro pianeta che strisciano più o, in alcuni momenti, meno lentamente gli uni sugli altri al suo interno. Quando, come in questi casi, si tratta di una grossa zolla che scorre sotto un’altra, avviene appunto che si modifica, di una quantità piccola ma non trascurabile, la distribuzione delle masse all’interno della Terra, modifica che va nel senso ‒ in questi ultimi casi ‒ di avvicinare un po’ di più una certa quantità di massa all’asse di rotazione terrestre (quello che congiunge i poli). Risultato: diminuisce il momento d’inerzia e aumenta la velocità di rotazione: la durata del giorno è diminuita, sia nel caso del terremoto del Cile, sia in questo caso, di qualche microsecondo, cioè milionesimo di secondo. Poco, ma misurabile e ormai tale da dover essere tenuto in conto data la precisione delle misure che oggi si richiedono. </p>
<p>Del resto non è questa l’unica perturbazione sulla lunghezza del giorno: infatti, per effetto dell’energia dissipata ‒ dissipata ad esempio per l’attrito dello sfregamento di enormi masse d’acqua sul fondo marino e sui litorali ‒ giornalmente nel fenomeno delle maree (dovute, come si sa, principalmente all’azione della Luna e a quella del Sola) la Terra rallenta e la durata del giorno si allunga di 17 microsecondi all’anno, compensando così, sia pure in piccola parte, l’effetto di questi terremoti.<br />
Nulla vi è di perfettamente stabile nell’universo e neppure nel nostro sistema locale di pianeti e satelliti; vi sono piccole continue variazioni che producono negli anni e nei secoli variazioni apprezzabili, spesso dette appunto “variazioni secolari”. Al tempo della scomparsa dei dinosauri (circa 65 milioni di anni fa) il giorno era circa un quarto d’ora più corto di adesso, quantità non indifferente per quanto riguarda ad esempio il clima del pianeta.</p>
<p>Se ci pensate un attimo, vi accorgete che anche lo scioglimento dei ghiacci polari ha un effetto di questo stesso tipo: l’acqua che si scioglie fluisce un po’ alla volta dalle regioni polari alle regioni equatoriali e tropicali, le quali sono più lontane dei poli dall’asse di rotazione terrestre; dunque, a causa di questo effetto, il momento d’inerzia della Terra aumenta (ricordate? aumentano le masse distribuite lontano dall’asse) e dunque la velocità della rotazione diminuisce. Ecco un altro fattore che aumenta la durata del giorno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/08/la-terra-ballerina/">La Terra ballerina</a></p>
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		<title>Sono morto e non so il perché</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 06:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>Sono morto nell’anno terzo della settantaduesima Olimpiade, in un passo di montagna vicino all’Ellesponto, chiamato Termopili, che dalla Tessaglia porta a sud, verso Atene e Corinto; sono stato mandato qui con gli altri miei compagni opliti da Sparta, per difendere la Grecia tutta dalla furia dei Persiani di Serse, abbiamo resistito per giorni agli assalti dei Persiani, ma erano troppo più numerosi di noi, e alla fine siamo morti tutti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/21/sono-morto-e-non-so-il-perche/">Sono morto e non so il perché</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><div id="attachment_16900" class="wp-caption aligncenter" style="width: 343px"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/uomo-senza-volto.jpg" alt="senza volto" title="uomo-senza-volto" width="333" height="500" class="size-full wp-image-16900" /><p class="wp-caption-text">senza volto</p></div><br />
Sono morto nell’anno terzo della settantaduesima Olimpiade, in un passo di montagna vicino all’Ellesponto, chiamato Termopili, che dalla Tessaglia porta a sud, verso Atene e Corinto; sono stato mandato qui con gli altri miei compagni opliti da Sparta, per difendere la Grecia tutta dalla furia dei Persiani di Serse, abbiamo resistito per giorni agli assalti dei Persiani, ma erano troppo più numerosi di noi, e alla fine siamo morti tutti.</p>
<p>Sono morto pochi mesi dopo, annegato con tutti i marinai della mia nave nelle strette acque di Salamina, dove i Greci del troppo astuto Temistocle ci hanno circondati e sconfitti – mentre pensavamo di avere già noi sconfitto Atene – grazie alla grande agilità delle loro navi, abituate a muoversi in quelle infide acque; ero arrivato col mio re Serse, il Re dei Re, dalla lontana Battriana, figlio di genitori Sciti, per trovare la morte nelle acque straniere di un lontano paese dell’ovest.<span id="more-16899"></span></p>
<p>Sono morto sbranato dai leoni, in una grande arena di Roma, poco più di trent’anni dopo la morte del nostro maestro Gesù di Nazareth — che aveva gridato parole di bontà e di salvezza anche per noi diseredati — per volere dell’imperatore Nerone: questi già aveva fatto uccidere il nostro fratello Pietro, che voleva bene a tutta la nostra comunità e per noi testimoniava la parola del maestro.</p>
<p>Sono morta nell’arena di Verona, nel 1279, dove ci avevano riuniti, noi càtari della roccaforte di Sirmione, e dove ci hanno massacrati in massa, come già avevano fatto in Francia con i nostri fratelli e sorelle di Béziers e di Marmande</p>
<p>Sono morto nella notte di San Bartolomeo, del 13 agosto del 1572,  a Parigi, dove ero andato, io, protestante calvinista, per assistere al matrimonio del nostro Enrico di Navarra, ucciso dalla furia dei cattolici parigini istigati dalla perfida Caterina de’ Medici.</p>
<p>Sono morta sulle rive del fiume Sand Creek, il torrente di sabbia, il 29 novembre del 1864, mentre ce ne stavamo nel nostro villaggio con le sorelle e i fratelli della nostra gente Arapaho, e il nostro capo Niwot, Mano Sinistra, tranquilli per i segnali di pace che ci erano arrivati dall’uomo bianco colonnello John Chivington, che si era mostrato amichevole con noi, ma che improvvisamente mostrò il suo viso pallido di inimicizia e di odio e ci ammazzò tutti, con i nostri alleati Cheyenne, donne e bambini compresi.</p>
<p>Sono morto nel 1893 perché cercavo pietre alle falde del Krakatoa, la nostra grande montagna, che improvvisamente è esplosa in una girandola di fuochi che illuminarono il cielo per tante notti e che poi invece oscurarono il cielo di tutta la Terra per un anno intero tante erano le ceneri prodotte nell’eruzione.</p>
<p>Sono morta a Messina, sorpresa nel sonno, prima dell’alba del 28 dicembre del 1908, quando uno spaventoso terremoto distrusse la mia città, i miei cari perduti, lo stretto in fiamme, una catastrofe inimmaginabile.</p>
<p>Sono morto massacrato dall’odio dei Giovani Turchi nell’interno dell’Anatolia nell’estate del 1915, perché ero armeno e andavo a raggiungere la mia terra con migliaia di miei fratelli e sorelle.</p>
<p>Sono morta nell’estate del 1938 a Valladolid, in una prigione dell’esercito dei quattro generali invasori ribelli, col loro capo Francisco Franco; i carcerieri torturavano me e i miei compagni per sapere cose che non sapevamo, e alla fine per fortuna ci uccisero.</p>
<p>Sono morto in un campo di transito di Vladivostok, nel freddo inverno del 1938, perché non avevo niente per coprirmi e poco da mangiare e i miei carcerieri mi tenevano al freddo e mi interrogavano; perché non gli piaceva quello che avevo scritto, e i miei racconti, le mie poesie, non piacevano al nostro capo supremo, Josip Vissarionovich, detto da tutti Stalin.</p>
<p>Sono morta nella primavera del 1944 in una fabbrica di riso vicino a Trieste, una risiera, che hanno poi trasformata in un campo di detenzione e sterminio per noi ebrei, San Sabba si chiamava, delle brande piccolissime, tutto buio, un forno con una bocca grande e nera, ci hanno fermato lì, invece di portarci lontano, a Bergen-Belsen o a Treblinka, e tanti al giorno, ci hanno gasati e bruciati tutti.</p>
<p>Sono morto il 24 marzo 1944, era tempo di guerra a Roma, ma io e i miei genitori riuscivamo a tirare avanti in qualche modo, quando gli occupanti tedeschi mi vennero a prendere, mi avevano tirato a sorte, mi dissero, e mi fucilarono in un posto chiamato, non so perché, Fosse Ardeatine.</p>
<p>Sono morta poco dopo il crepuscolo del 23 novembre 1980, stavo a Piano di Sorrento a fare i compiti nella mia stanza, a un certo punto tutto quanto si è messo a tremare, le case sembravano di cartone, le grida raggiungevano il cielo, e non c’è stata più salvezza per nessuno della mia famiglia.</p>
<p>Sono morto l’11 settembre del 2001, ero salito sull’aereo United Airlines 175 per andare a trovare mia nonna in California che teneva tanto a rivedermi ancora una volta; a un certo punto ho sentito delle urla e poi ho visto il nostro aereo avvicinarsi incredibilmente a uno dei grandi grattacieli di New York e poi tutto è stato terrore e fiamme.</p>
<p>Sono morta il 26 dicembre del 2004, nell’isola di Aceh, nel nord di Sumatra, perché una muraglia di terribile oceano si è abbattuta su tutti noi che, allegri per la buona pesca fatta, stavamo mangiando insieme attorno alla tavola della nostra capanna.</p>
<p>Sono morto nell’ottobre del 2007, ero nel mio villaggio vicino a Baghdad, contento perché stavo assistendo insieme con tutti i miei famigliari ed amici al matrimonio di mia sorella; un grande banchetto di nozze, come usa da noi; improvvisamente sono apparsi degli aerei che hanno lanciato tante bombe su tutti noi. Non lo so il perché, ma siamo morti tutti.</p>
<p>Sono morto il sei aprile del 2009, il giorno del mio compleanno, perché dormivo alla Casa dello Studente dell’Aquila, e il terremoto ancora una volta ci ha portati via, a me e ai miei amici, e sì che l’avevamo detto da tempo che quella costruzione non andava, non so come mai nessuno abbia fatto niente. Hanno solo ripescato, a furia di scavare, il mio corpo che ormai non serviva più, non era più mio…..</p>
<p>Sono morto tante e tante altre volte, rare volte nel mio letto, ma sempre senza pace, in stragi così grandi che non ricordo nemmeno più né dove né quando né con chi, ma ricordo che fu sempre per mano della natura nemica o dell’uomo nemico, e non ho mai capito perché, perché.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/21/sono-morto-e-non-so-il-perche/">Sono morto e non so il perché</a></p>
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