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	<title>Nazione Indiana &#187; Territorio</title>
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		<title>piccole patrie, distretti economici</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 06:13:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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<p>[<em>Da parecchie settimane, è scoppiato in provincia di Brescia <a title="la scuola di adro su google news" href="http://news.google.it/news/search?aq=f&#38;pz=1&#38;cf=all&#38;ned=it&#38;hl=it&#38;q=scuola+di+adro" target="_blank">il caso della scuola di Adro</a>, il nuovo complesso scolastico della cittadina franciacortina tappezzato di simboli della Lega Nord come fosse la scuola di un regime totalitario.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/15/piccole-patrie-distretti-economici/">piccole patrie, distretti economici</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>da Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità</strong></p>
<p>[<em>Da parecchie settimane, è scoppiato in provincia di Brescia <a title="la scuola di adro su google news" href="http://news.google.it/news/search?aq=f&amp;pz=1&amp;cf=all&amp;ned=it&amp;hl=it&amp;q=scuola+di+adro" target="_blank">il caso della scuola di Adro</a>, il nuovo complesso scolastico della cittadina franciacortina tappezzato di simboli della Lega Nord come fosse la scuola di un regime totalitario. Il sindaco, Oscar Lancini, ha difeso e sta difendendo questa operazione continuando a richiamarsi al concetto di identità territoriale, espressa anche dal massiccio consenso popolare della Lega alle ultime elezioni amministrative.</em></p>
<p><em>Per spiegare il successo della Lega, d’altra parte, si ricorre spesso a concetti come identità, comunità, radicamento e così via. Tutti strumenti ideologici che appaiono adeguati eppure insufficienti. Sarebbe interessante cercare di capire di quale realtà effettiva sono espressione e, al tempo stesso, strumento questi concetti.</em></p>
<p>Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità<em> è un libro edito nel 2008 da Manifestolibri e raccoglie i materiali di una giornata di discussione tenuta a Brescia in quello stesso anno e promossa da Associazione per il rinnovamento della sinistra e Centro riforma dello stato. Tra i vari interventi trovo quello di <strong>Matteo Gaddi</strong>, da cui ho selezionato i passaggi che riporto in questo post - estremamente utili, mi sembra, per capire di che cosa si parla, in effetti, quando si parla di identità, comunità, radicamento e “piccole patrie” in casi come questi.</em></p>
<p><em>Ringrazio per la disponibilità Manifestolibri e ringrazio anche Matteo Gaddi, che purtroppo non sono riuscito a contattare e che, magari, qualche lettore di NI può avvertire.</em>]</p>
<p>Da tempo la Lombardia, come evidenziano molti indicatori economici, “segna il passo”. Ce lo indicano i dati relativi alla riduzione della spesa per investimenti delle industrie lombarde, la diminuzione del valore aggiunto prodotto nei settori a tecnologia medio alta, il basso numero di brevetti a confronto con le regioni europee più sviluppate ecc.</p>
<p>In questo quadro di declino economico si colloca l’attuale tendenza del capitalismo alla mercificazione del territorio lombardo: si tratta di una vera e propria messa a valore del territorio e delle sue risorse. Per questo accolgo volentieri l’invito di Vittorio Rieser di concentrare la mia comunicazione su quelle che stiamo indagando come le trasformazioni del capitalismo di territorio, che hanno ovviamente ricadute e conseguenze immediate sulla composizione della forza lavoro, sulla sua distribuzione territoriale, sul tessuto sociale, sulle forme di organizzazione e di rappresentanza del mondo del lavoro e della società.</p>
<p><span id="more-36887"></span>Nel fare questo, cercherò di utilizzare alcune di chiavi di lettura.</p>
<p>La prima: si tratta di indagare e verificare come si è riorganizzata la produzione economica capitalistica in Italia, in particolare nel centro-nord, attraverso la struttura dei cosiddetti distretti territoriali produttivi, in alcuni casi esplicitamente teorizzati; cito, ad esempio, il libro di Beccattini sui distretti produttivi e il <em>Capitalismo molecolare</em> di Bonomi.</p>
<p>In particolare nel testo di Bonomi viene presentata una ipotesi, e una proposta, sul capitalismo di territorio secondo la quale il territorio stesso viene riarticolato e riorganizzato in piattaforme produttive.</p>
<p>Per limitarci alle regioni del Centro Nord sono almeno sette (su dodici complessive) le piattaforme produttive individuate da Bonomi che si sono strutturate nei territori e che da questi pretendono investimenti, servizi e infrastrutture per poter competere:</p>
<ul>
<li>l’asse Torino-Ivrea (meccanica ed elettronica);</li>
<li>il Piemonte del lavoro autonomo e della logistica da Cuneo ad Alessandria, con il porto di Genova come porta territoriale; in quest’area si collocano le multinazionali tascabili e il distretto agroalimentare;</li>
<li>la città infinita della pedemontana lombarda (da Varese a Brescia) dove operano transnazionali, medie imprese globalizzate e un pulviscolo di subfornitori;</li>
<li>la pedemontana veneta, anche questa caratterizzata da multinazionali tascabili e una miriade di piccoli produttori;</li>
<li>la via emiliana allo sviluppo caratterizzata da un capitalismo di comunità fatto di un mix tra distretti e multinazionali;</li>
<li>l’area adriatica che da Venezia, passando per Rimini e Ancona, arriva a Pescara e intreccia cultura dei servizi e modello produttivo;</li>
<li>la piattaforma tosco-umbro-marchigiana con medie imprese competitive campioni nel made in Italy.</li>
</ul>
<p>Si tratta di un’ideologia economico-produttiva che al Nord è assolutamente trasversale, tanto al centrodestra che governa le regioni di Veneto e Lombardia, quanto al centrosinistra impegnato in numerose amministrazioni locali.</p>
<p>L’idea che sta alla base della riorganizzazione territoriale del capitalismo è la cancellazione di ogni forma di conflittualità verticale, di classe, la classica contrapposizione proletariato/padronato.</p>
<p>A questa cancellazione ha fatto seguito un processo di sostituzione. Invece della conflittualità, della frattura, si è progressivamente affermata una doppia saldatura: la saldatura lavoratore/padroncino nei piccoli luoghi di lavoro; o addirittura la saldatura più ampia, quella di territorio, intendendo come territorio un contesto non solo geografico, ma economico, sociale e politico in competizione con gli altri.</p>
<p>Ora, intanto, cos’è successo nei distretti produttivi territoriali, che come tali vivono fortune alterne? Dopo il 2001 sembrava che fossero in grave difficoltà, messi all’angolo dal processo di internazionalizzazione delle grandi aziende, mentre dopo il 2005 appaiono in grande ripresa. La realtà attuale è fatta di luci ed ombre come mette ben in evidenza l’ultimo rapporto della Fondazione Nord Est sulla congiuntura del primo semestre 2008 e altri studi riferiti alle altre aree del Nord del Paese.</p>
<p>Nei distretti territoriali è avvenuta una grande frammentazione e riorganizzazione della produzione, quella che nei decenni scorsi era individuabile come una produzione, soprattutto a livello industriale, verticalmente integrata (stava tutto nella stessa unità produttiva, dalle attività manifatturiere ai servizi) si è distribuita &#8211; quasi polverizzata &#8211; sul territorio.</p>
<p>Il modello mantiene, in genere, una medio-grande azienda come capofila di una filiera, che costruisce attorno a sé quella che Bonomi chiama una ragnatela di relazioni con piccoli o piccolissimi produttori, spesso in precedenza espulsi da quello che era il ciclo produttivo originario.</p>
<p>Si tratta di veri e propri “sistemi a grappolo”, scrive Bonomi, “in cui poche medie imprese controllano la produzione di tante imprese minori” arrivando a raggiungere il risultato, per quanto concerne le medie imprese leader, di aver “verticalizzato molti dei sistemi produttivi locali, come ad esempio i distretti industriali”.</p>
<p>Insomma, quella che prima era una integrazione verticale del ciclo produttivo, a livello di singola fabbrica, adesso si ricrea a livello territoriale attraverso le filiere da cui prendono i nomi i vari distretti a seconda della specifica specializzazione produttiva.</p>
<p>Si tratta delle circa 4.000 medie imprese leader censite nel Rapporto redatto da Union Camere e Mediobanca, attive nei settori storici del made in Italy (tessile, abbigliamento, calzature, legno-arredo, meccanica leggera, meccatronica) con filiere composte in media da 244 fornitori.</p>
<p>Le prime undici province italiane per numero di medie imprese sono concentrate nel Nord: Milano, Brescia, Vicenza, Treviso, Padova, Modena, Bologna, Bergamo, Varese e Torino.</p>
<p>In questa espulsione, dal ciclo produttivo verticalmente integrato nella grande fabbrica, di singole lavorazioni o segmenti, la sinistra, soprattutto di governo, ha avuto un ruolo attivo nell’accompagnare, con sostegni finanziari e con incentivi, la nascita e la diffusione di attività economiche autonome. Con queste scelte si è favorito e accompagnato il processo di frammentazione e la distribuzione territoriale del ciclo produttivo. Mantenendo e quasi incentivando dimensioni d’impresa piccole e piccolissime che trovano conferma nei dati attuali relativi alle strutture produttive di molte aree del Nord.</p>
<p>Per fare un esempio: in Lombardia in vent’anni &#8211; cioè dagli anni ‘80 agli anni 2000 &#8211; il numero di imprese e il numero di addetti, a conferma dei dati che citava Montanari, è continuamente cresciuto. Ma dal 1981 al 2001 la dimensione media di impresa ha continuato a scendere, passando dai 6,51 addetti del 1981 al 4,95 del 2001.</p>
<p>Si è assistito, quindi, alla crescita del numero di imprese, all’aumento del numero di addetti, ma al tempo stesso si è verificata una significativa riduzione delle soglie dimensionali delle imprese. Con tutto quanto ne consegue &#8211; in termini fortemente negativi e peggiorativi &#8211; in tema di investimenti in ricerca e sviluppo, in innovazioni di processo e di prodotto, di lavorazioni ad elevato contenuto tecnologico ecc.</p>
<p>Quindi, quella che era la produzione integrata prima in una fabbrica, adesso si integra in maniera diversa sul territorio, e costruisce una filiera produttiva, che spesso coincide con quelli che sono i distretti produttivi territoriali, riconosciuti per legge, soprattutto per legge regionale.</p>
<p>Altrettanto spesso origina i distretti produttivi che, anche se non dispongono di un riconoscimento normativo, di fatto costituiscono realtà produttive immediatamente percepibili, tasselli del tessuto produttivo locale.</p>
<p>E attorno alla filiera si strutturano anche tutti i servizi: la logistica, i servizi amministrativi, quelli di supporto, quelli finanziari , di comunicazione, di marketing, quelli gestionali, ecc.</p>
<p>[…]</p>
<p>Appare interessante indagare dove e come si realizza quella doppia saldatura, la saldatura lavoratore/padrone (come passa, si afferma e si radica l’idea che le singole imprese e impresine per reggere la competizione nell’attuale fase di globalizzazione debbano realizzare questa saldatura di comunanza di interessi tra produttori, siano essi proprietari o lavoratori dipendenti) o addirittura la saldatura più ampia di territorio in competizione con altri territori. Non entro nel merito di questo, ma nei documenti di programmazione economico-finanziaria e nei programmi regionali di sviluppo della Regione Lombardia, il concetto dell’attivazione di tutte le risorse di territorio in funzione di competizione con gli altri è esplicitamente teorizzata, e alla teorizzazione sul piano economico-sociale segue anche una strutturazione istituzionale che cancella il governo pubblico con il concetto di governance.</p>
<p>Attraverso la governance ci si propone di costruire decisioni politiche con la compartecipazione di tutti questi attori, de-istituzionalizzando le decisioni e costruendo circuiti di produzione della decisione politica che vedono come partecipi poteri politici, istituzionali, economici, su un piano di pariteticità, ma al riparo da pericolosi processi di partecipazione delle comunità locali e, addirittura, delle stesse assemblee elettive (consigli comunali, regionali ecc.).</p>
<p>Ma torniamo al ragionamento sui distretti, al loro rapporto con il territorio, con i poteri e le istituzioni locali. Torino, Brescia e Vicenza sono i tre territori su cui si è deciso di focalizzare l’inchiesta: tra questi Brescia e Vicenza sono territori molto ricchi di distretti.</p>
<p>Vicenza, infatti, annovera i distretti del tessile abbigliamento, dell’elettromeccanica, dell’oreficeria, dei metalli e della ceramica (quindi almeno quattro).</p>
<p>A Brescia esistono almeno quattro distretti espressamente previsti per legge regionale (lavorazione metalli, tessili e calza, cuoio-calzature e confezione abbigliamento). Nel caso di Brescia, a conferma dell’esistenza di distretti di fatto anche se non riconosciuti sul piano normativo, andrebbe aggiunto, per dimensioni territoriali e impatto sociale, un distretto che per legge non verrà mai riconosciuto, cioè il distretto del rifiuto, che vede la convergenza tanto di aziende ex municipalizzate col ciclo dei rifiuti solidi urbani (ex Asm Brescia, ora A2A) che vede la propria chiusura con l’inceneritore, tanto la filiera della ferriera e acciaio, che anche sul piano dell’impiego, cioè della stratificazione dell’occupazione, sembra presentare dei profili molto interessanti &#8211; e preoccupanti &#8211; nell’ambito dell’inchiesta sociale. Cioè, nei segmenti più duri, meno qualificati e meno pagati del ciclo del rifiuto ovviamente lavorano gli ultimi della scala sociale, a partire dagli stranieri, meglio se irregolari.</p>
<p>Questa è la lettura, quindi, del capitalismo territoriale, che si intreccia con un secondo aspetto di piattaforme territoriali, che curiosamente, ma non troppo, trovano una loro intersezione col secondo elemento di proposta dell’inchiesta, che è la questione delle multiutility, cioè le ex aziende municipalizzate di servizi. Perché lo trattiamo? Primo: per l’evidente intreccio col territorio e con le ovvie conseguenze, negative, di carattere ambientale.</p>
<p>È la società A2A che gestisce l’inceneritore più grosso in Europa (750.000 t/anno di capacità di incenerimento) a Brescia e due inceneritori a Milano e le cui strategie nel settore dei rifiuti risultano completamente condizionate da questo approccio “inceneritorista”; è la società Iride (asse Torino-Genova) che propone continuamente di potenziare la produzione di energia elettrica attraverso nuove e più potenti centrali termoelettriche nell’area del Nordovest; sarà la futura multiutility del Nordest, che gestirà i rigassificatori di Trieste, gli impianti di produzione di energia e gli inceneritori del Veneto. Quindi, l’intreccio con le trasformazioni del territorio e gli impatti ambientali è fin troppo evidente.</p>
<p>Ma è anche uno snodo di quello che Tronti diceva questa mattina: le trasformazioni del capitalismo. Anche qui è evidente: gruppi industriali storici che dismettono le produzioni originarie &#8211; o almeno le ridimensionano fortemente &#8211; e si orientano su quello che si va strutturando come il mercato delle utilities, mercato che si va costituendo, più o meno forzatamente “grazie” ai numerosi provvedimenti di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e territoriali.</p>
<p>Cosa significa per i gruppi industriali riorientare la propria attività di impresa?</p>
<p>Significa, ad esempio, che tra il 2001 e il 2007 il numero di imprese manifatturiere a partecipazione straniera, nel settentrione, ha visto una contrazione di 385 operazioni di dismissione manifatturiera industriale. Su 385 operazioni soltanto 100 hanno coinciso con la cessione della proprietà in mani italiane, mentre in 185 casi si è trattato di vera e propria cessazione di attività. Nel Nord Est le cessazioni, su 206 dismissioni, sono state 142 e a queste dismissioni di attività manifatturiere da parte di gruppi societari stranieri ha corrisposto una analoga dinamica degli occupati: in sette anni nel Nord Ovest nelle imprese a controllo straniero gli addetti sono scesi da 312.000 a 279.000; mentre nel Nord Est la riduzione è stata da 96.000 a 93.000.</p>
<p>Contemporaneamente, però, sono gli stessi gruppi stranieri che stanno mettendo le mani sulle reti del Nord, cioè gli impianti fissi di trasporto pubblico, le reti di distribuzione di energia, le reti di distribuzione del gas, presto le reti di distribuzione dell’acqua. Quindi, una trasformazione forte che riguarda il capitalismo di territorio e un orientamento della sua produzione da quella che era la tradizionale attività manifatturiera-industriale, alla produzione e alla distribuzione di servizi pubblici.</p>
<p>È bene ricordare che si tratta di servizi dalla domanda fortemente anelastica: senza acqua, senza energia, senza servizio rifiuti, senza trasporto nelle città spesso non si vive.</p>
<p>Questi tre poli che abbiamo individuato, e che coincidono anche con i territori della ricerca, Iride, A2A, le multiutility del Nordest, presentano forti elementi comuni: processo di aggregazione e fusione societaria, di forte privatizzazione &#8211; cioè con l’ingresso di privati &#8211; e di finanziarizzazione di quelle che erano originariamente attività organizzate, gestite e prodotte in chiave prettamente industriale.</p>
<p>Su queste scelte la politica ha un ruolo decisivo. Altro che, come diceva qualcuno fino a qualche tempo fa, “crisi della politica”.</p>
<p>Ma quale crisi della politica? Nella ridefinizione del capitalismo di territorio, la politica, come produzione di decisioni efficaci, concrete, che determinano conseguenze immediate, visibile e percepibili, ha un ruolo di primo piano. E anche in questo noi scontiamo le cosiddette “idee ricevute”.</p>
<p>Qualche giorno fa ero a fare un seminario per i compagni di Rifondazione comunista dell’Emilia Romagna. Questi compagni mi dicevano che, a loro avviso il processo di aggregazione della maxi utility, Hera-Iride, era comunque inarrestabile e difficile da contrastare sul piano del senso comune perché nella testa della gente avrebbe prodotto economie di scala, vantaggi in termini di bollette e di riduzione dei costi. Questa è una classica idea “ricevuta”, rispetto alla quale la sinistra deve recuperare una piena autonomia di analisi e di giudizio. Andiamo a verificare cosa concretamente hanno comportato, non solo per i costi all’utenza, ma per la democrazia locale, per gli impatti ambientali e territoriali, e infine per gli impatti sul lavoro, questi tipi di aggregazioni e di privatizzazioni.</p>
<p>Sul lavoro abbiamo cominciato ad indagarli ed è bene farlo visto che in due città comprese nella presente ricerca/inchiesta, la platea dei lavoratori dei servizi pubblici risulta molto significativa: secondo i dati della ricerca condotta dall’Ufficio Studi di Mediobanca per la Fondazione Civicum a Brescia i dipendenti di queste aziende risultano essere 2.831 e a Torino addirittura 10.633.</p>
<p>Primo elemento: si determina la rottura dell’unità contrattuale, e chi fa sindacato sa bene cosa significa rompere l’unità contrattuale dei lavoratori di una medesima azienda, sia in termini economici che normativi . Prendiamo, ad esempio, il comparto energetico; nel quale magari erano in vigore i contratti tipici e ordinari, quello dell’energia, quello di Federgas-acqua . Per conseguire l’obiettivo della rottura dell’unità contrattuale si è proceduto alla segmentazione del ciclo produttivo e, attraverso la segmentazione del ciclo, alla individuazione di alcuni segmenti di questo ai quali applicare contratti che niente avevano a che fare col comparto tradizionale di Federgas-acqua e dell’energia, chiaramente svantaggiosi in termini salariali, in termini di contrattazione, di relazioni sindacali, sulla parte normativa ecc.</p>
<p>Secondo elemento: si è proceduto ad una vera e propria esternalizzazione di pezzi di servizio &#8211; spesso quelli che presentano il minor valore della produzione, quelli scarsamente qualificati sul piano tecnologico, della qualità e dell’organizzazione del lavoro ecc. &#8211; sui quali viene meno qualsiasi capacità di controllo da parte degli Enti locali proprietari. Una volta esternalizzati, su questi segmenti gli Enti pubblici non controllano più niente.</p>
<p>Terzo elemento: un uso smodato della procedura di subappalto. Basti pensare all’esempio più clamoroso, quello del Trasporto pubblico locale. Dove il subappalto viene esplicitamente teorizzato come un elemento di contenimento dei costi (del lavoro, ovviamente) e codificato per via normativa.</p>
<p>Il decreto Burlando che liberalizza il trasporto pubblico locale consente di arrivare fino al 15% di servizi di trasporto pubblico locale in subappalto. Tutte le leggi regionali, tutte le amministrazioni locali, a prescindere dal colore politico, hanno fatto ricorso al massimo di subappalto possibile per abbassare il costo del lavoro.<br />
Cosa vuol dire? Che gli autisti di autobus o di tram, gli autoferrotranvieri, potevano fare anche 12 o 16 ore di orario continuato perché le ditte in subappalto non garantivano loro le medesime condizioni di lavoro stabilite dai contratti dei dipendenti diretti delle società di trasporto pubblico locale.</p>
<p>E allora, attraverso questi elementi di indagine sulla struttura del capitalismo, di indagine sul territorio, di inchiesta sui lavoratori, crediamo che si possano riprodurre degli elementi di conoscenza e di approfondimento migliore, ma anche di intercettazione di lavoratori che ci sfuggono.</p>
<p>Nella filiera del distretto produttivo, pensate a quanti lavoratori sono impiegati in piccole o piccolissime aziende in cui il sindacato non è nemmeno presente e non c’è nemmeno un lavoratore sindacalizzato. Pensiamo a quanti lavoratori formalmente autonomi di fatto lavorano in condizioni di piena, se non peggiore, dipendenza del lavoratore dipendente ordinario. Si tratta di ditte piccolissime, a conduzione famigliare, che lavorano in condizioni di monocommittenza, con tempi, orari, costi definiti dalla grande e media impresa leader del distretto, quelle 4.000 famose censite da Unioncamere, da cui si diparte la struttura a ragnatela (o a grappolo) di produzione.</p>
<p>[…]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/15/piccole-patrie-distretti-economici/">piccole patrie, distretti economici</a></p>
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		<title>Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 14:50:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><em></em><em></em><em>Questa è la prima parte di una lunga intervista a cura di Giuseppe Moretti, </em><em>pubblicata sul numero 35 di <strong><a href="http://selvatici.wordpress.com/2009/09/21/lato-selvatico-n-35/"><em>Lato Selvatico</em></a></strong>. L&#8217;intervista è qui riproposta quasi integralmente, con pochi tagli e modifiche e spero sia il primo articolo di una serie dedicata all&#8217;esperienza degli ecovillaggi e dei felici esperimenti di vita comunitaria, che sussistono nel nostro paese.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/18/stili-di-vita-alternativi-nella-valle-degli-elfi-intervista-a-mario-cecchi/">Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em></em><em></em><em>Questa è la prima parte di una lunga intervista a cura di Giuseppe Moretti, </em><em>pubblicata sul numero 35 di <strong><a href="http://selvatici.wordpress.com/2009/09/21/lato-selvatico-n-35/"><em>Lato Selvatico</em></a></strong>. L&#8217;intervista è qui riproposta quasi integralmente, con pochi tagli e modifiche e spero sia il primo articolo di una serie dedicata all&#8217;esperienza degli ecovillaggi e dei felici esperimenti di vita comunitaria, che sussistono nel nostro paese. Questi possono essere condivisibili o meno, ma è certo che testimoniano della possibilità di altri modelli sociali, per un&#8217;esistenza se non migliore almeno più coerente con i propri principi e con la propria intrinseca diversità. (fm). </em><br />
<span id="more-24117"></span></p>
<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2480/4009187415_49e0bdb91a.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Moretti</strong></p>
<p><em>Mario Cecchi è un anziano del “movimento comunitario italiano”. Il suo nome è indissolubilmente legato alla Comunità degli Elfi, di cui fu tra i  fondatori nei primi anni ’80, una delle comunità italiane più longeve ed in continua espansione. A quasi trent’anni di distanza la Comunità comprende più di una mezza dozzina di insediamenti, tutti sull’Appennino Pistoiese. Mario, vive in quello di “Avalon” e oltre a lavorare per l’autosufficienza della comunità nei campi, orti, negli uliveti e nei boschi, tiene i contatti con il più ampio mondo alternativo, infatti è attivo sia nel movimento Rainbow che nella Rete degli Ecovillaggi, nella Rete delle Comunità Intenzionali, nei nuovi contadini del C.I.R e nella Rete Bioregionale. </em></p>
<p><strong>Raccontaci come sei diventato Mario degli Elfi.</strong></p>
<p>     Il mio approccio alla terra ha inizio nella primissima infanzia. Vivevo a Genova con i miei genitori ma, d’estate, finita la scuola, venivo affidato ai miei nonni che vivevano in campagna, in condizioni simili alle nostre di adesso: un’ora di cammino a piedi dalla stazione dei treni, riscaldamento e per cucinare a legna, senza luce elettrica. Lì stavo bene, ero libero, quando potevo aiutavo nell’orto, a fare il fieno, a fare le fascine per la capra e i conigli, nella vendemmia ecc.<br />
     Mio nonno mi aveva preparato degli attrezzi proporzionati alla mia statura e, per me, lavorare era un divertimento, non ero costretto come i figli dei contadini. A volte, per stare in compagnia, non avevo altro modo che lavorare con loro. Lavoravo con gioia, gratificato dall’apprezzamento degli adulti. Era anche un sentirmi utile per la comunità in cui vivevo.<br />
     Mio nonno aveva una fattoria piccolina: 1 mucca, 1 maiale, 1 capra, 6 ettari di terreno, equamente distribuito per soddisfare tutte le necessità della famiglia, tanto che non comprava quasi nulla tranne il sale e l’olio. Per averli si recava una volta al mese in paese, il giorno del mercato, così aveva occasione di scambiare opinioni e pettegolezzi con i suoi amici. Era per lui un giorno straordinario, poiché il resto del tempo lo impegnava esclusivamente in campagna a lavorare, con un ritmo molto lento, ma costante. Il tempo libero era dedicato oltre che a riposarsi all’osservazione: molte delle sue conoscenze derivavano dall’osservazione della natura. D’estate si alzava alle 4 del mattino, appena cominciava ad albeggiare, poi si recava nell’orto a fare i lavori pesanti poiché di giorno faceva troppo caldo e dopo pranzo era solito riposare almeno fino alle 4. Costringeva anche me a dormire, sebbene non ne avessi voglia, e spesso scappavo per andare in giro nonostante la calura.<br />
Di quell’epoca ho un ricordo meraviglioso, ero affascinato da tutto quello che mi circondava: gli animali, la natura, il senso di libertà e di intima soddisfazione; cosa che spariva quando ritornavo in città ed ero costretto ad andare a scuola, racchiuso tra quattro mura, tutte le mattine, per imparare cose che non mi interessavano. Spariva la gioia e l’appetito, cominciava la ribellione, il rifiuto, l’apatia.<br />
     Da lì il passo è stato breve, ritornare a vivere in campagna è stato come ricongiungermi alla mia infanzia felice, all’autogestione del mio tempo, ad organizzare il lavoro e gli spazi come più mi piace, senza un padrone, condividendo tutto con gli amici che poi sono diventati gli Elfi.</p>
<p>   <strong>  E gli Elfi chi sono, come e perché sono nati e come sono organizzati?</strong></p>
<p>     Gli Elfi sono nati nel 1980, da un gruppo di quattro persone che, stanche della vita cittadina e di scelte a metà, decisero di andare a vivere a <strong>Pesale (nome elfico Gran Burrone)</strong>, un paesino abbandonato dell’<strong>Appennino tosco- emiliano</strong>, a ottocentottanta metri d’altezza, raggiungibile solo a piedi. Subito ci fu il contrasto con i carabinieri, che  intimarono loro di andarsene e diedero il foglio di via obbligatorio alle persone presenti durante la perquisizione. Questi, invece di rinunciare nei loro propositi, raccolsero qualche centinaio di firme a loro favore tra la popolazione dei paesi limitrofi, ed ottennero dal proprietario un foglio che legittimava l’occupazione, in attesa di poter un giorno comprare il terreno. Così il magistrato revocò i fogli di via e l’occupazione si estese in poco tempo ad altri villaggi della zona: <strong>Piccolo Burrone, Case Sarti, Pastoraio</strong>.<br />
     Gli altri tentativi da parte del comune e della comunità montana di integrare in un progetto produttivo ed istituzionale la comunità, sono stati sempre respinti dagli Elfi, che tenevano in grande considerazione la propria autonomia ed autosufficienza. Per interloquire con le istituzioni, non come singoli ma come aggregazione, gli Elfi hanno creato due associazioni: “Il Popolo Elfico della Valle dei Burroni”, associazione di tipo non riconosciuta, retta da un comitato di gestione, e “Il Popolo della Madre Terra”, associazione di utilità sociale senza scopo di lucro.</p>
<p>     Dal lontano 1980, gli Elfi si sono diffusi in tutta la montagna, hanno riabitato le case abbandonate, da ruderi le hanno trasformate in case comode e confortevoli, consone al loro stile di vita: senza strada, elettricità, gas. Utilizzano per la cucina e il riscaldamento il fuoco a legna ed illuminano con i pannelli solari e le candele.<br />
     Nell’arco della loro esperienza hanno dato alla luce più di centoventi elfetti (il più grande ha ora ventitre anni), che riempiono di allegria quei luoghi altrimenti condannati alla desolazione, se non fosse per la presenza degli Elfi, che li abitano, li amano, li custodiscono, li coltivano, e li hanno fatti ritornare alla loro antica dimensione vitale.<br />
I rapporti con la gente intorno sono di buon vicinato, frequenti sono gli scambi di cortesie e gli aiuti reciproci, anche se per un periodo durato più di dieci anni c’è stata una guerra senza esclusione di colpi con i cacciatori della zona, che si sono sentiti defraudati di parte del loro territorio di caccia, dalla presenza massiccia degli Elfi. Per fortuna ora è da parecchio tempo che non accade nulla e sembra che la ragione abbia prevalso sull’intolleranza. Molte persone ci stimano per la scelta coraggiosa che abbiamo fatto, ma a nostro avviso ci vuole più coraggio a vivere nelle città, in quegli appartamenti di pochi metri quadri, soffrendo d’inedia e di solitudine, assillati dal problema economico, sempre in fretta per arrivare in tempo; che a vivere in libertà in mezzo ai boschi, cibandosi dei frutti freschi della terra.<br />
     Gli Elfi adesso sono più di duecento persone distribuite in trenta ubicazioni, tra villaggi e case sparse. Hanno mantenuto il loro stile di vita frugale pur non mancando loro nulla dell’essenziale. Non si sono lasciati intrappolare dalle mode e dalla tendenza imperante del consumismo. Una strada lunga cinque e più chilometri a piedi in mezzo ai boschi li separa dalla “civiltà”, i loro figli frequentano con buoni risultati la scuola media o superiore di Pistoia o Porretta, la scuola elementare la fanno a casa; non si sentono assolutamente isolati o fuori dal mondo, anche se conducono una vita diversa e non accettano la logica della competitività o del massimo profitto, del lavoro-consuma-crepa, dello sviluppo illimitato a discapito della Madre Terra e della natura umana.<br />
     Nessuno ha un lavoro fisso, alle spese della comunità e dei villaggi si rimedia con gli introiti ricavati dalle pizze che sfornano durante i festival o le manifestazioni a prezzo politico, per le spese individuali ognuno provvede da sé,  salvo chiedere un contributo alla Valle quando non riesce a guadagnare abbastanza per far fronte ad una necessità contingente. Vige un rapporto di fratellanza e di reciprocità tra tutti gli Elfi e non Elfi che vengono a trovarci: basta inserirsi nell’onda magica della condivisione che esiste nella natura dell’uomo, quando non è traviato dall’individualismo e dall’egoismo della società attuale, che ha eletto il denaro a suo unico Dio e si è dimenticata i valori spirituali ed umani alla base della convivenza “civile”, almeno dal nostro punto di vista.<br />
     Le decisioni vengono prese con il consenso di tutti, mai con votazioni a maggioranza, ma tramite il cerchio, la forma di come ci si dispone per parlare, a dimostrazione che non esiste un capo, ma che siamo tutti equidistanti dal centro, sede del potere o del grande Spirito. Si attua un meccanismo di discussione e confronto che coinvolge tutti i membri interessati della comunità, si parla uno alla volta quando arriva il “Bastone Sacro della Parola”, che gira in senso circolare sino a che non si dipanano tutte le questioni e si raggiunge l’accordo (che non implica l’unanimità – qualcuno può anche dissentire inizialmente, ma ciò non blocca la decisione degli altri). Questo metodo è sempre stato utilizzato all’interno del cerchio degli Elfi senza mai avere una forma codificata, ma funzionando sulla fiducia, poiché le persone sono stimolate a parlare dal cuore e non secondo un calcolo.<br />
     Una storiella che rappresenta molto bene il succo della vita e il modo di pensare Elfico è: …..un uomo d’affari vide con fastidio che il pescatore, sdraiato accanto alla propria barca fumava tranquillamente la pipa.</p>
<p>-<em> Perché non stai pescando? Domando l’uomo d’affari<br />
- Perché ho già pescato abbastanza pesce per tutto il giorno.<br />
- Perché non ne peschi ancora?<br />
- E cosa ne farei?<br />
- Guadagneresti più soldi. Allora potresti avere un motore da attaccare alla barca per andare al largo e pescare più pesci. Così potresti avere più denaro per acquistare una rete di nailon, e avendo più pesca avresti più denaro. Presto avresti tanto denaro da poterti comprare due barche o addirittura una flotta. Allora potresti essere ricco come me.<br />
- E a quel punto cosa farei?<br />
- Potresti rilassarti e goderti la vita.<br />
- Cosa credi che stia facendo ora?</em>                   </p>
<p>(tratto da <a href="http://www.illibraiodellestelle.com/edizioni/?big=6397">“Elogio alla Semplicità” di John Lane, edizioni Il Libraio delle Stelle</a>)</p>
<p>   <strong>  Qual è il significato del modo di essere elfico nella moderna società di oggi?</strong></p>
<p>L’esperienza degli Elfi ha un’importanza che travalica il suo stesso marginalismo, perché si propone (per il fatto stesso di esserci) come modello di società post-industriale, post-capitalista, sostenibile, compatibile con l’ambiente e vivificante per l’uomo stesso.<br />
     In un periodo storico ancora dominato dall’avidità capitalista, che sta distruggendo l’ecosistema terrestre mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie umana, si fa strada un altro paradigma fondato sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla solidarietà, sulla cooperazione e sull’evoluzione spirituale dell’essere umano, come valori fondamentali per una nuova rinascita in tutti i campi della vita sociale. Mentre un modello di “sviluppo”, un certo tipo di “civiltà” e di “progresso”, sono destinati al collasso ed andranno incontro ad una crisi senza precedenti, dall’altro lato si sta affermando una coscienza ed una ri-conoscenza delle antiche leggi di natura e della spiritualità connessa, che presuppongono un rispetto degli equilibri naturali ed un’interazione che tiene conto delle necessità biologiche di ogni specie, per il mantenimento della biodiversità.<br />
    L’uomo non è il padrone assoluto del pianeta, ma ne è ospite gradito o inopportuno (Questo dipende da noi, adesso, alle soglie della catastrofe ecologica, sappiamo che tipo di impatto ambientale abbiamo prodotto!). “Se vuoi preservare la vita sulla terra insegna ai tuoi figli ad amare tutti gli esseri dal più grande al più piccolo, e ricorda sempre loro che l’uomo è soltanto un filo nella matassa della vita.* (1)<br />
     Da li parte la valutazione che noi Elfi non siamo più gli utopici hippy avventurieri fuori dal mondo e dalla storia, ma un baluardo di resistenza culturale, umana e naturalistica che incarna il bisogno della terra e del genere umano per una riconciliazione. La terra non parla, ma si esprime in altri modi ancor più eloquenti, e diventa comprensibile per ogni individuo non completamente accecato dal denaro (uguale potere), che ora ci sta chiedendo di cambiare strada, cambiare il nostro stile di vita, il nostro atteggiamento mentale, oltre che il nostro sistema economico, politico e sociale.<br />
     Quindi noi non abbiamo fatto altro che incarnare questo bisogno creando una microsocietà fondata su altri valori, quali l’uguaglianza tra i sessi, la condivisione dei beni e dei mezzi di produzione, l’annullamento dei ruoli, la famiglia allargata, la centralità della terra, della montagna e della “contadinità”, quali risorse primarie per risolvere i bisogni elementari, ma anche quali valori intrinseci di un corretto rapporto uomo-natura e cultura, nella salvaguardia e nella gestione dell’ambiente in modo da preservarlo per le generazioni future. Una microsocietà in cui vengono rispettati i principi elementari degli uomini/donne quali la parità di diritti (e doveri) e la partecipazione alle scelte della comunità attraverso un processo decisionale che coinvolge tutti i membri in una discussione franca e pacata (senza lo stress dell’urgenza o dell’emergenza).<br />
     Una microsocietà dove gli anziani trovano una loro naturale collocazione nel tramandare i saperi e rendendosi utili come possono, e i bambini non vengono manipolati fin dall’infanzia per le esigenze di una società competitiva e produttivistica, ma vengono  invece rispettate le loro inclinazioni ed i loro tempi di apprendimento, dando pari importanza allo sviluppo intellettuale e pratico.<br />
Nella creazione di un’altra economia si privilegia il baratto, lo scambio o il dono, che non seguono leggi di mercato bensì il valore d’uso, quando l’affettività o la relazione amicale non superano anche il rapporto dare-avere.<br />
     L’economia svolge una funzione minima in quanto ogni comunità tende verso la propria autonomia ed autosufficienza, oppure consuma prodotti provenienti da una zona vicina, in modo da sprecare meno energia per il trasporto e poter esercitare un controllo sulle merci (filiera corta). Poiché è importante sapere da dove viene  il cibo, come è prodotto e perché: dalla scelta consapevole si può orientare il mercato e la produzione verso un’etica di rispetto dell’ambiente e dei diritti umani (Pensare globalmente, agire localmente).<br />
     Per ridurre l’impatto ambientale è necessario eliminare lo spreco, ogni materia è fonte di energia e va utilizzata fino al limite del suo ciclo, mentre in questa società viene scartata come rifiuto e distrutta negli inceneritori, anche se ancora valida, quando potrebbe essere data ai non abbienti o alle popolazioni del sud del mondo.<br />
     Tante e tali sono le contraddizioni e le ipocrisie della società attuale che oramai ci vuole poco a riconoscere gli errori (viste le conseguenze), ma è difficile cambiare poiché il sistema politico-economico-militare delle multinazionali del potere è entrato ovunque, con qualsiasi mezzo per scardinare o corrompere la vita sana e naturale delle comunità locali (&#8230;). Tuttavia quando la coscienza collettiva dell’umanità  avrà raggiunto la consapevolezza che non è possibile continuare così &#8211; e i cataclismi che la natura mette in atto ce lo faranno capire &#8211;  allora, se saremo ancora in tempo, cambieremo il nostro stile di vita e non daremo più retta all’illusione del progresso e dello sviluppo illimitato. La natura e la pazienza hanno un limite. Un modo diverso di vivere è possibile, anzi già esiste…<br />
     “O Madre cosmica, Madre amata, tu permetti la nostra vita nel tuo corpo, grazie perché mi dai l’opportunità di essere qui, grazie perché mi alimenti, grazie perché mi proteggi” (2)</p>
<p>(1)(2) <em>le citazioni sono tratte da <a href="http://www.bioguida.com/la-via-delle-parole-libri/la-donna-dalla-coda-d-argento.html">“La donna dalla coda d’argento” di Herman Mamani, editore Mondatori</a>.</em></p>
<p>   <strong>  Ci puoi parlare dei Rainbow gathering, del movimento degli Ecovillaggi e del CIR, di cui sei membro attivo. Cosa li differenzia e cosa li accomuna?</strong></p>
<p>      La <strong><a href="http://utenti.lycos.it/rainboworrior/">famiglia Rainbow </a></strong>propone un nuovo modo di vivere. Senza tanti ideologismi o teorie si basa su una visione di vita armonica in cui tutte le diversità possono coabitare, come i colori dell’arcobaleno, appunto. Non c’è competizione, ma l&#8217;amore è quello che ci diamo reciprocamente quando ci incontriamo nei raduni dell’arcobaleno.<br />
     Si cerca un posto che abbia le caratteristiche adatte, selvatico, lontano dalle strade, raggiungibile solo a piedi in un’ora, un’ora e mezzo di cammino, con legna secca e acqua a sufficienza, una piana dove incontrarci, una buona relazione con la gente: i pastori o i proprietari del luogo che ospita l’incontro. Quando un gruppo di persone è andato a vederlo e ha dato il consenso, allora viene comunicato ai “focalizzatori” (una decina in Italia), che diramano l’informazione ai simpatizzanti, che a loro volta faranno risonanza.<br />
     Nell’incontro non si fa commercio, ognuno porta quello che può, la spesa per ogni necessità viene sostenuta dal “cappello magico”, raccolta di soldi effettuata a fine pranzo, dove ognuno mette a suo piacimento. Non ci sono capi né organizzatori, ognuno è promotore e porta il suo contributo, la propria energia, esperienza e conoscenza. Tutto si fonde nell’armonia del gruppo. Come nel calderone delle verdure che unendosi assieme vanno a preparare dell’ottimo minestrone (…) Ognuno si porta la propria ciotola e sacco a pelo, può trovare ospitalità nei tepee della famiglia, se non ha tenda propria; ci si arrangia e si impara a vivere semplicemente anche con le risorse del selvatico che il luogo offre, attribuendo maggior importanza alle relazioni, all’affettività ed al rapporto con la Madre Terra, che non al materialismo fine a se stesso, sinonimo del possedere. Siamo tutti fratelli e apparteniamo alla stessa Madre Terra e, grazie alla nostra cultura, non faremo mai la guerra.<br />
     Per cambiare il mondo, trasformiamo noi stessi, questa è la migliore rivoluzione che si possa fare, ed il maggior contributo che possiamo dare.<br />
     La <strong><a href="http://www.mappaecovillaggi.it/">R.I.V.E (Rete Italiana Villaggi Ecologici)</a></strong> è un’associazione di promozione sociale, con una struttura verticistica, ma in pratica funzionante come organizzazione orizzontale, in cui ogni ecovillaggio partecipa attraverso una o più persone delegate. E’ importante che chi vi partecipa dia una continuità di presenza agli incontri, in modo da consentire una miglior crescita del gruppo. L’organo sovrano è l’assemblea dei soci, che si riunisce una volta all’anno per ratificare tutte le decisioni prese dal consiglio direttivo oltre che il bilancio, l’ingresso o la recessione dei soci. Possono farne parte come sostenitori anche singoli ed enti.<br />
     Ormai la R.I.V.E ha superato il decennale di vita, nel tempo si è consolidata l’amicizia tra i membri e grazie agli incontri si è raggiunto un ottimo livello nella comunicazione e nel prendere le decisioni. Questo è stato possibile poiché abbiamo scelto di fare le riunioni con un facilitatore esterno, il quale ha la capacità, grazie alla sua formazione ed al potere che noi gli riconosciamo, di mantenere la discussione entro i tempi ed i binari prestabiliti, favorendo il confronto e la sintesi. Altrimenti, le decisioni vengono prese col metodo del consenso, che ho spiegato sopra.<br />
     Esistono varie tipologia di ecovillaggio, ma tutte coniugano quattro dei filoni fondamentali dell’esistenza: ecologia, comunità, cultura e spiritualità, e si caratterizzano a seconda dell’importanza che diamo ai singoli fattori. In ognuno di questi filoni l’ecovillaggio cercherà criteri e soluzioni nuove per vivere insieme conformemente alle proprie necessità, nel rispetto della persona e della dialettica interna, su basi paritarie di solidarietà e fratellanza.<br />
     L’ecovillaggio è quindi un laboratorio, un luogo di sperimentazione dove si privilegia il bene comune e individuo e comunità collaborano tra loro, interagiscono reciprocamente fino a trovare il giusto equilibrio.<br />
     Il CIR è nato durante la fiera dell’autogestione a San Martino in Rio (RE) nel ’95. Un gruppo di rurali si è incontrato ed ha dato origine al bollettino che ha preso, appunto, il nome di <strong><a href="http://www.cir.splinder.com/">CIR (Corrispondenze e Informazioni Rurali)</a></strong>, che è lo strumento di divulgazione e di propagazione della rete creatasi intorno al progetto di mettere insieme ed organizzare un bagaglio di conoscenze, vissuti e produzioni del “popolo contadino”.<br />
“Un popolo che viene da molto lontano ed ha l’ambizione di andare avanti”.<br />
     Ogni anno si fanno un paio di incontri in posti sempre diversi, e in quella sede ci si organizza per dare il nostro apporto alle battaglie più importanti contro le biotecnologie o contro le multinazionali del transgenico: Monsanto, Novartis, Bayer etc..,che minacciano la preservazione dell’ambiente, la biodiversità, la salute umana e del pianeta.<br />
     Ha cercato di sollevare la pietra sui <strong>“beni comuni”</strong> propugnando il ritorno alla terra, l’affidamento ai giovani delle terre demaniali e di <strong>uso civico</strong>, il ritorno alle comunità rurali e al localismo quale unica fonte per la salvaguardia del territorio, per arrivare all’autosufficienza, alla sovranità alimentare, allo scambio e all’autoproduzione delle sementi, al rapporto diretto tra produttore e consumatore.<br />
     Ma, l’impegno sociale-pratico-organizzativo di partecipare alle iniziative che vanno sempre più aumentando, si scontra con la realtà quotidiana di chi vive sulla terra e abbisogna della sua presenza costante ogni giorno o quasi, quindi, per molte persone è stato ed è difficile mantenere una costanza nell’attivismo se non a discapito della propria vita. Per questo e per altre contraddizioni sorte in seno al gruppo promotore, il CIR si è molto indebolito sebbene rimanga pur sempre valido e sentito l’intento, tant’è vero che si sono create diverse filiazioni o aggregazioni simili a livello regionale.<br />
     La diversità tra un organismo e l’altro consta proprio nella modalità di approccio alle tematiche, che pur essendo simili per tutte e tre le reti, occupano ognuna uno spazio diverso rispetto alle esigenze espresse dalle persone.<br />
     Il Rainbow è principalmente un incontro estivo prolungato anche per più di un mese, ed un incontro primaverile organizzativo breve. Il CIR è sempre due volte all’anno per un tempo breve, 3 o 4 giorni, ma con una finalità di intervento nelle battaglie politiche in difesa della ruralità ecologica. La R.I.V.E, si occupa principalmente della rete degli ecovillaggi o delle comunità esistenti o in formazione, promuovendone la nascita e lo sviluppo. Sono reti simili ed è giusto quindi che comincino a collaborare tra loro.    </p>
<p>    <strong> Fra le tante cose ti occupi anche dei cosiddetti “usi civici” delle terre, un antichissimo ordinamento giuridico che garantisce il diritto di coltivazione, pascolo, legnatico, e raccolta dei frutti selvatici su certe aree alla gente che ne ha bisogno per la propria sopravvivenza. Purtroppo, pur essendo un diritto tutt’ora valido, pochi oggi ne sono a conoscenza, lasciando così ampia libertà alle amministrazioni pubbliche di farne l’uso che vogliono. A che punto è il movimento per la riappropriazione degli usi civici, ci sono speranze per il futuro di quei giovani che vogliono ritornare alla terra facendo affidamento su questi usi, sanciti giuridicamente, ma burocraticamente così difficili da ottenere?</strong>     </p>
<p>È vero, fra le tante cose di cui mi occupo, vi sono anche gli usi civici. Inutile ripetere cosa sono, lo hai già accennato nella domanda. L’importanza che io attribuisco agli usi civici è quella che attribuisco ai “beni comuni”, in antitesi con la proprietà privata e con la proprietà pubblica, dello Stato o delle Regioni, che si comporta alla stessa maniera di quella privata. I beni comuni sono beni condivisi, vanno gestiti insieme a tutti i residenti o  gli aventi diritto. Ne esistono di diverse specie e, a seconda della Regione, assumono nomi diversi: Laudo, Universalitas, Comunanze etc. Hanno un comune denominatore: per utilizzarli vanno stabilite delle regole, che devono essere approvate, condivise da tutto il popolo residente.<br />
    Non si possono vendere né alienare, ed è per questo che esistono tutt’oggi, altrimenti sarebbero finiti in pasto agli innumerevoli sciacalli. Infatti, così è stato per tanti usi civici che sono stati usurpati dalla speculazione privata o dai comuni, laddove il popolo che li usava non c’è più, si è disperso, dimenticandosi dei suoi diritti su quelle terre.<br />
     La <strong>legge Serpieri del 1927 </strong> ha riconosciuto la legittimità di quelli esistenti, ma ha impedito la costituzione di nuovi. In deroga a questa legge noi abbiamo chiesto di poter collocare sotto tale forma giuridica le terre da noi occupate o comprate, ma l’iter è parlamentare e quindi non se ne parla nemmeno con la sensibilità politica che c’è oggi. Chiunque sia a conoscenza di dove tali diritti permangono, può farne richiesta (prendendo la cittadinanza nel comune) di utilizzo e vantarne il diritto d’uso insieme agli altri residenti: poiché può essere un erede degli eredi, degli eredi… di chi li utilizzava.<br />
     La loro natura è agro-silvo-pastorale: erano stati concepiti per la sussistenza del popolo “minuto”, e tali devono rimanere per impedire le speculazioni.  Dove sono stati considerati adatti per l’edilizia, state tranquilli li hanno già utilizzati in tale senso, privatamente o tramite appalti comunali. A nulla sono valse le istruttorie intentate dai vari commissari “ad acta” per gli usi civici. Sono rimaste lettera morta, nonostante la legislazione in materia: il codice degli usi civici, che andrebbe fatto rispettare, ma la giustizia è quella che è, siamo in uno stato di diritto quando fa comodo ai potenti, in uno stato che abiura il diritto, anzi usa dei codicilli per insabbiare lo stesso, quando nuoce ai loro interessi. Così nell’agropontino, nel Lazio, sono state costruite più di 200 case abusive, ma le denunce rimangono infossate nello stagno della burocrazia. I giovani, che speranze volete che abbiano: dovranno seguire l’iter burocratico e scontrarsi con l’apparato politico-istituzionale, con quali risultati? Provate ad immaginare: uno su mille forse ci riesce.    </p>
<p><em>(continua)</em></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: l&#8217;entrata del villaggio di Avalon. Fotografia presa dal blog <a href="http://selvatici.wordpress.com/"><strong>Selvatici</strong></a></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/18/stili-di-vita-alternativi-nella-valle-degli-elfi-intervista-a-mario-cecchi/">Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi</a></p>
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		<title>Finestre e prospettive su Gaza</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 06:08:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Serve avere una finestra su Gaza, ora? Questo fatale divenire testimoni oculari dell&#8217;ingiustizia, ci rafforza? Guardando quel poco di ciò che si può o si <em>riesce</em> a guardare – corpi a brandelli di bambini, donne, vecchi, “miliziani” – diventeremo più efficaci, reattivi, o più intorpiditi?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/08/finestre-e-prospettive-su-gaza/">Finestre e prospettive su Gaza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Serve avere una finestra su Gaza, ora? Questo fatale divenire testimoni oculari dell&#8217;ingiustizia, ci rafforza? Guardando quel poco di ciò che si può o si <em>riesce</em> a guardare – corpi a brandelli di bambini, donne, vecchi, “miliziani” – diventeremo più efficaci, reattivi, o più intorpiditi? Leggere l&#8217;elenco delle bombe cadute sugli edifici di Gaza, elenco che troviamo nel<a href="http://www.gazatoday.blogspot.com/ "> blog del ventitreenne <strong>Sameh Habeeb</strong></a>, ci rende più consapevoli? Non lo so. Voglio solo inserire qui, su NI, delle finestre su Gaza, o forse solo delle feritoie&#8230; Ma anche delle prospettive, come l&#8217;articolo di <a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/palestin/pappe.pdf "><strong>Ilan Pappe</strong> <em>Israele e la pace</em></a>, apparso su “Lo straniero” nel 2005, e quello di <a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/palestin/guerra.htm "><strong>Raya Cohen</strong> <em>Israeliani, palestinesi. Guerra, politica fondiaria e identità</em></a>, apparso nel 2007 sul sito “Jura Gentium”. E&#8217; uno sguardo strabico che viene richiesto, ancora una volta, oggi: che sappia non sottrarsi all&#8217;orrore, ma che sappia anche porre a distanza, analizzare, definire il disegno politico che da così tanti anni legittima l&#8217;occupazione, da parte israeliana, dei territori palestinesi.<br />
A. I.</p>
<p>[Ilan Pappe è docente di Storia mediorientale all´Università di Haifa; Raya Cohen è docente di Storia alle Università di Tel Aviv e "Federico II" di Napoli. Queste due "prospettive" riportano l'attenzione sulla dissidenza intellettuale israeliana, come già avvenuto in NI con <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/ ">L'altra faccia di Israele</a>, un post elaborato da un gruppo di indiani e non.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/08/finestre-e-prospettive-su-gaza/">Finestre e prospettive su Gaza</a></p>
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		<title>Castel Volturno, Africa occidentale</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 06:35:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center">[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM]</p>
<p style="text-align: justify;">[ <em><strong>Miriam Makeba </strong>è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/">Castel Volturno, Africa occidentale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM]</p>
<p style="text-align: justify;">[ <em><strong>Miriam Makeba </strong>è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire. La donna che era chiamata Mama Afrika si è esibita davanti a poche persone, ha intonato “Pata Pata”, la sua canzone più famosa, e poi si è sentita male: a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, Soweto d’Italia. </em>]</p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>“Quinto comandamento. Tu non uccidere.”. Il foglio bianco è attaccato sul muro di fianco alla saracinesca serrata, tra pagine di preghiere coraniche. La scrittura a mano, frenetica, ad inchiostro blu, continua per una ventina di righe “Cari fratelli africani, perdonateci se siamo una razza di cani muti e anche sordi”. In calce, per testimoniare che non è vero che siamo tutti uguali, la firma è “una cristiana di Casal di Principe”. Al numero 1083 della Strada Statale Domitiana, sulla soglia della sartoria dove un mese fa il clan dei casalesi ha massacrato 6 giovani immigrati, ci sono altrettanti mazzi di fiori, numerosi biglietti con preghiere in inglese ed un libro sull’uso sociale dei beni recuperati alla camorra.<br />
<span id="more-10745"></span> </p>
<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/dsc_7039as.jpg" target="_BLANK"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/castelvolturno.jpg"/></a></p>
<p>foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>Giriamo lungo questa interminabile strada che dai Campi Flegrei arriva al litorale casertano, fin quasi al Lazio, attraverso centri come Castelvolturno, Mondragone, Baia Domizia, valicando due fiumi e rasentando un’infinità di borghi, frazioni e paesi dell’entroterra campano. La Domiziana costeggia il mare eppure il mare si vede raramente, lidi, stabilimenti, negozi, case, hotel, lo nascondono come una volta facevano gli alberi di immense e fitte pinete. Il progetto degli anni ’70 di una Città Domizia, conurbazione rivierasca tra Napoli e Caserta, si è arenato qui tra speculazioni edilizie, escavi illeciti di sabbia, carenza di infrastrutture, inquinamento e, parola magica, camorra.Castelvolturno ne è l’emblema, eppure l’antico centro sull’omonimo fiume è tutt’altro, più equilibrato, rispetto ai suoi agglomerati lungo il mare: Pinetamare, Destra Volturno, Pescopagano, Ischitella ed altri. I Castellani del centro avevano una tradizione agricola e fluviale, ormai ridotta allo stremo, e forse per questo se ne sono sempre stati a parte, separati da quelli del litorale dove invece è passato, svanendo, uno sviluppo turistico e residenziale. Quest’area, di incredibili e alienate architetture, era una volta demanio pubblico, boschi ed acque ridenti come nelle pagine bucoliche di Virgilio. Alla fine dell’800, il giovane Regno d’Italia lottizzò metà di questa fascia verde e la cedette alle famiglie locali, per far sì che la popolazione si insediasse dalle piane agricole alla costa. Pian piano, però, dal dopoguerra, le terre acquisite furono oggetto di compravendite, occupazioni, passaggi di mano e speculazioni che infransero il diritto di proprietà che lo Stato aveva riservato solo ai residenti. E’ allora che compare a Castelvolturno un attore fatidico per il suo futuro: la famiglia Coppola. Vincenzo e Costantino ci arrivano attraverso il fortunato matrimonio del secondo con una ricca famiglia del posto, hanno grosse protezioni nella Democrazia Cristiana, vogliono costruire, guadagnare. A Pinetamare, dalla fine degli anni ’60, mettono su il celebre Villaggio Coppola, complessi residenziali, porto e darsena, 8 torri abitative di moderna architettura. Un solo problema: è tutto abusivo. Pinetamare è un concentrato di quello che intanto avviene in tutto litorale, cemento selvaggio, appalti camorristici, distruzione dell’ecoambiente. Mario Luise è il sindaco del PCI di Castelvolturno che in tre mandati – ’71, ’77, ’93- pone al centro del suo operato la lotta alle speculazioni edilizie, la contrapposizione alla famiglia Coppola, il richiamo ad una massiccia legalità, malgrado gli attentati camorristici e i boicottaggi politici contro di lui. Nel suo libro di memorie – Dal fiume al mare, ESI edizioni- racconta di quando riesce finalmente ad entrare nel Villaggio Coppola, un’enclave dove ogni servizio è nella mani della potente famiglia, a capo di un camion della spazzatura per imporre la raccolta comunale dei rifiuti. Nel 1976 ottiene solo la misera ammenda di 100.000 lire comminata ai Coppola dal tribunale di Caserta per i loro abusi, nel 1997 invece  riesce a far mettere sotto sequestro la darsena e 12 ettari di complessi residenziali di Pinetamare, grazie alla collaborazione con il magistrato Donato Ceglie, iniziatore da lì a poco delle inchieste sui traffici dei rifiuti tossici. Alla fine degli anni ’90, Luise smette la sua attività politica e, intanto, cambiano gli scenari della regione Campania. “Il vecchio modello di sviluppo urbanistico” racconta Francesco Coppola, un urbanista napoletano “Era inteso a decongestionare Napoli edificando oltre i suoi perimetri in maniera contigua, creando quel fenomeno che viene detto conurbazione perché si estende da un centro ben definito. Il Litorale Domizio aveva aree libere dove prevalsero la costruzione di grandi condomini e di parchi recintati per accogliere le classi medie provenienti dalla città, ma anche di villette a schiera per i soggiorni estivi e le seconde abitazioni dei piccoli risparmiatori. Quella domiziana era infatti una zona che voleva integrarsi turisticamente con Sorrento e le isole, in un’epoca in cui i costruttori usufruivano delle partecipazioni statali e attingevano alla Cassa per il Mezzogiorno. La popolazione aumentò notevolmente in un solo decennio, anche per  lo spostamento in  massa da Napoli dei terremotati del 1980. Ma ecco che, imprevedibilmente, negli anni ’90 mutano  i criteri di sviluppo urbanistico, la nascita dell’Unione Europea impone nuove trasformazioni dei territori, si adottano i cosiddetti Assi di Sviluppo che indicano le linee guide da seguire: trasporti integrati, lotta al degrado, policentrismo urbano. Da allora, le istituzioni e i grandi imprenditori hanno dovuto rivedere i loro investimenti per potersi avvalere dei finanziamenti pubblici. Nasce una nuova cultura dello sviluppo e quella precedente va in crisi, colossi come il Villaggio Coppola diventano obsoleti, la conurbazione a partire da un centro fisso viene abbandonata. I Piani Integrati Territoriali diventano il nuovo modello per interventi su vari settori socioeconomici, così ogni area cerca la sua vocazione in una dimensione geografica più ampia, tra centri distanti la cui unitarietà è garantita dalla crescita dei trasporti. L’Alta Velocità, la metropolitana regionale,  l’aeroporto di Grazzanise, l’interoporto di Nola sono le infrastrutture dell’immediato futuro che ispirano gli investimenti che si stanno ora effettuando in aree come quella domizia”.<br />
Dalla metà degli anni ’90, il Litorale Domizio smette di essere la meta estiva dei napoletani e dei casertani, il progetto di conurbazione con il capoluogo viene abbandonato, la mancanza di una pianificazione generale, l’abusivismo selvaggio e l’inquinamento, rendono ridicoli slogan come “Città dell’uomo, paradiso dei fiori” apposta all’ingresso del complesso residenziale di Fontana Bleu, a Pinetamare. Qui, sul versante di ponente, oltre edifici abbandonati o occupati da immigrati, visitiamo il Rio Blue, un complesso balneare i cui scivoli colorati, avvolgendosi in spirali temerarie, piegano all’interno di vasche asciutte e ormai piene di detriti. Tutto giace in disuso, una pancia sventrata di plastica dura e cemento, porte divelte, vetri infranti e piante selvaggie che sbucano dal pavimento. Sembra di sentire le grida dei bambini che fino a pochi anni fa sguazzavano tra una piscina e l’altra, a dieci metri dalle onde del mare, sotto verande e finestre dei condomini intorno da cui si ammira il Golfo di Napoli.</p>
<p>Inoltre, le azioni di confisca dei grandi immobili abusivi da parte delle istituzioni non sanno andare oltre la precarizzazione della vita di chi ci abita e che spesso decide di andarsene.<br />
Qui, nei pressi del mare, tra le pinete ancora salubri e senza rifiuti tossici, restano pochi aficionados, chi ha comprato casa con duri sacrifici, chi l’ha eretta abusivamente e poi l’ha condonata, intorno a loro lidi balneari dismessi, cantieri lasciati a metà, edifici sotto sequestro e poi loro: gli immigrati.<br />
Gli autobus della linea M1 da Napoli-Mondragone sono da tempo una spina nel fianco della CTP – Compagnia Trasporti Pubblici- che serve tutta l’area. A bordo viaggiano i tanti africani che vanno a lavorare in città, dall’alba a sera, e come sempre accade nella storia delle questioni razziali, l’autobus può diventare un luogo di discriminazione e conflitto. Angelo Marrone, il giovane gestore di un bar mi spiega “Gli immigrati neri sono insediati tra l’hinterland napoletano e Pescopagano, qui si dividono a metà il paese con gli slavi che invece occupano l’area successiva, dove il clan La Torre non ha mai permesso agli africani di valicare il limite di Mondragone. Lo capisci anche se guardi come è distribuita la prostituzione: le nere a sud e le bianche a nord, nelle mani di nigeriani e albanesi. Spesso gli autisti dell’M1, quando vedevano i neri fermi alle pensiline, nemmeno si fermavano ed io più volte ho dovuto litigare perché gli aprissero le porte. Qualcuno dei passeggeri si lamentava che gli immigrati puzzavano, ma perché venivano da ore e ore di lavoro in campagna, se scoppiavano litigi e gli episodi di intolleranza si facevano forti, i neri sparivano dall’autobus per qualche giorno.”. Da tre anni sull’M1 si sta tentando una mediazione culturale attraverso il progetto Contact, promosso dalla CTP e dalla Caritas: dieci operatori immigrati salgono a gruppetti di tre persone sulle vetture, annunciano la loro presenza ai passeggeri, chiacchierano con loro e gli ricordano l’importanza di obliterare il biglietto e di andare d’accordo col prossimo. La loro non è una presenza risolutiva, ma si fa sentire, tant’è che è stata estesa ad altre linee. Maria è di quelle che sta sugli autobus per tre ore al giorno, lavora anche presso la casa di accoglienza dei comboniani a Castelvolturno, è del Ghana, vive in Italia da 20 anni. “La storia di tutte queste persone è sempre la stessa, vengono quasi tutti dall’Africa Occidentale, hanno affrontato un lungo viaggio per raggiungere qui un parente o un amico, hanno fatto una sosta di qualche anno in Libia per mettere un po’di soldi da parte e poi si sono lanciati oltre il mare. All’alba li vedi che vanno a lavorare nelle raccolte stagionali intorno a Villa Literno, oppure, più tardi, che raggiungono i quartieri di Napoli per vendere quello che possono, pompe di benzina e cantieri edili accolgono il resto. Facendo capo alle loro comunità, qualcuno col tempo ha aperto un negozietto di alimentari, un bar, una sartoria, ma la maggior parte appena può va via, altri invece ritornano qui perché si sentono accolti meglio che nel nord Italia. Se gli italiani di qui fossero razzisti potremmo mai essere diventati così tanti come siamo?”. I numeri parlano approssimativamente di circa 6.000 africani e di 3.000 slavi, Castelvolturno conta 2.000 regolari, il resto è senza premesso di soggiorno. Giorgio Poletti è un frate comboniano che vive qui da 12 anni, l’asilo, il doposcuola e la casa di accoglienza per le ex prostitute sono le attività di base del suo gruppo composto da 4 religiosi ed altri, pochi, volontari italiani “Questa zona è un laboratorio delle problematiche moderne, se impari a risolverle a Castelvolturno poi saprai come fare anche nel resto d’Italia. Ormai gli italiani di qui si dividono tra quelli che pensano che non è possibile costruirsi un futuro con gli immigrati e quelli che li tollerano perché sono occasioni di lavoro e di commercio. La verità è che siamo tutte pedine di una grande scacchiera, ognuna delle forze in campo ha solo un pezzetto di verità, italiani, immigrati, istituzioni dovrebbero unire questi frammenti e costruire insieme il cambiamento. Invece per dove si sta scegliendo di fare passare il futuro in quest’area? Solo attraverso il cemento e i mattoni”. Ma oltre agli immigrati del lavoro nero, ci sono quelli dell’illecito, della droga, della prostituzione, sono quelli nelle grandi macchine, con gli  orologi di lusso e le catene d’oro, quelli che spendono come e più dei bianchi. Gli accordi sullo spaccio tra nigeriani e casalesi hanno ormai quasi trent’anni, 40 e 60 per cento sono le rispettive quote sui profitti prima dei recenti processi contro la camorra locale, ma il mercato rimane florido. Oggi, alcuni dei ragazzini dei paesi intorno hanno l’abitudine di passare i fine settimana nelle pinete di Baia Verde o sulla foce di Destra Volturno, in una full immersion di droghe chimiche e prestazioni sessuali delle prostitute. Da Frosinone e dintorni arrivano spedizioni di acquirenti per saggiare e comprare la roba anche in grossi stock, una telefonata da un apparecchio pubblico della Domiziana avverte lo spacciatore di turno che “Siamo arrivati. Prepara tutto”. La strage del 18 settembre scorso ha dei precedenti. Nell’aprile del 1990, a Pescopagano, furono uccisi 4 immigrati nel Bar Centro, erano spacciatori e allora l’accusa cadde sulle guardie del servizio di vigilanza che, ancora oggi, controlla le case dei residenti, un servizio in odore di camorra. A chiedersi come mai il Litorale Domizio sia diventato un agglomerato di tantissimi immigrati, le risposte che si ottengono sono varie. Le raccolte stagionali nelle piane dell’entroterra, l’impiego nella grande fase di costruzioni edilizie dell’immediato passato e, a sentire l’ex sindaco Mario Luise, se ne aggiunge un’altra “Questa costa è stata sempre un luogo per nascondersi, ci misero al confino anche i mafiosi, è un bosco dove gli uccelli possono cantare senza essere visti”. Sugli equilibri criminali recenti si dice che, tra i ghanesi, ci sia chi stia tentando il salto di qualità. Marco Marino, un insegnante che abita a Lago Patria, racconta “Se vai in Ghana, come ho fatto io, capisci che molti lì ammirano i nigeriani perché in Italia sono riusciti ad arricchirsi. La coca che sbarca sulle coste dell’Africa Occidentale ora incrocia anche il Ghana e offre nuove opportunità a chi non si fa tanti scrupoli” Sarà un caso che i sei morti del 18 settembre avessero tutti passaporto ghanese? Di fianco alla sartoria dove è avvenuta la strage, ai due lati, ci sono un negozio di parrucchiere ed uno di  barbiere, ambedue ghanesi. Dopo un  mese dagli omicidi, l’unico ancora aperto è quello per donne, l’atmosfera al suo interno è molto tranquilla, i clienti dell’altro esercizio invece hanno già cambiato barbiere, Mounhir, il gestore, è fuggito all’estero subito dopo il massacro. Ipotesi, supposizioni, illazioni forse.<br />
“Vuoi sapere perché li hanno ammazzati?” mi chiede Ciccio senza nemmeno aspettare la fine della domanda “Guardati alle spalle e lo scoprirai”. Fuma con aspre boccate e la stanza si riempie di fumo, non capisco cosa voglia dire, mi giro, ma sulla parete dietro di me c’è solo un poster in bianco e nero di Bakunin che mostra la lingua. “Non devi guardare qui” mi schernisce Ciccio “Ma lì, lì ad Ischitella”. Ischitella è la frazione dove è avvenuta la strage, dove il giorno prima, di fianco ad un ristorante cinese, dopo l’Hotel Millenium, di fronte ad uno stabilimento in ristrutturazione, abbiamo visto il locale ora sotto sequestro della polizia giudiziaria. So che Ciccio, un vecchio anarchico di Mondragone, sta prendendo in giro la nostra curiosità “Stanno dicendo un sacco di cazzate sui giornali” continua espirando un anello di fumo “Cercano sempre dei motivi spettacolari. Ma le ragioni stanno nelle strade, dietro gli angoli, nel cemento, proprio nei mattoni e nel cemento”. Sorride, sa che mi sta solo confondendo, forse non sa nulla, forse sa qualcosa ma non vuole dirmelo chiaramente. “Dovete capire che la camorra agisce nella realtà delle cose, non ha troppi piani generali, dice: quelli hanno fatto questa cosa, si stanno mettendo con questi altri e allora dobbiamo ammazzarli. Adesso poi, con i capi in galera o in latitanza, devono mostrare di non aver perso il controllo del territorio. Sono obbligati a punire severamente qualunque sgarro, anche una questione banale”. Che cosa ha voluto dire? Che cosa dovrei guardare alle mie spalle?<br />
Si fa sera, torniamo verso Napoli, malgrado tutto resta nei nostri polmoni l’aria del mare e della natura di qui che resistono all’oltraggio degli uomini. Davanti al centro di accoglienza Fernandes, gli immigrati se stanno fermi, in attesa, bloccati tra passato e futuro, come spettri in un limbo. So che molte cose stanno cambiando, nuovi accordi politici, nuovi investimenti condizionano quest’area e gli immigrati sono diventati un impaccio, malgrado per anni abbiano preso in affitto quelle case ormai sfitte sul litorale, offrendo la possibilità di un guadagno ai proprietari. Ho scoperto tante altre cose, ma ormai non c’è più tempo. Non so perché quei sei giovani neri siano stati uccisi, non so se l’omicidio di Antonio Celiento, avvenuto pochi minuti prima a Baia Verde, sia collegato alle loro morti. So che però, qui e nel raggio di chilometri, le istituzioni e la società civile devono decidere qual è oggi la loro priorità: lo sviluppo economico o la lotta contro la camorra. Allo stato dei fatti, il primo obiettivo esclude il secondo. Roberto Saviano è sotto scorta per aver scritto esattamente questo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/">Castel Volturno, Africa occidentale</a></p>
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		<title>La tirannia del bello</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/17/la-tirannia-del-bello/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Jul 2008 06:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Sembra quasi che sessant&#8217;anni siano passati invano. L&#8217;urlo di dolore di Bruno Zevi, che nel 1948 – ben prima che venissero costruite le tanto vituperate periferie –  si lamentava di quanto poco sapesse d&#8217;architettura l&#8217;italiano medio, e di media cultura, pare echeggi ancora fra di noi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/17/la-tirannia-del-bello/">La tirannia del bello</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bondi21.jpg" alt="" title="bondi" width="170" height="239" class="alignnone size-full wp-image-6355" />di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Sembra quasi che sessant&#8217;anni siano passati invano. L&#8217;urlo di dolore di Bruno Zevi, che nel 1948 – ben prima che venissero costruite le tanto vituperate periferie –  si lamentava di quanto poco sapesse d&#8217;architettura l&#8217;italiano medio, e di media cultura, pare echeggi ancora fra di noi. Non sappiamo nulla dei maestri che l&#8217;hanno sognata la città del Novecento, ma ci sentiamo in diritto di criticarli come fossero dei principianti allo sbaraglio. In altre discipline non è così: chi si sognerebbe di dire che le poesie di Zanzotto sono parole al vento, o che Berio non faceva musica ma rumore? Eppure  questo è il livello della relazione al Congresso internazionale degli architetti del nostro Ministro della Cultura. <span id="more-6353"></span><br />
Non è sua prerogativa, ben inteso: tutti i politici nazionali, di destra o di sinistra che siano, quando parlano delle nostre città inanellano una tale serie di banali luoghi comuni da far rabbrividire. È che di architettura in Italia tutti ne parlano, così come di calcio, senza averne competenza alcuna. Forse è un bene. Forse significa che l&#8217;argomento è cocente, ma occorre superare la fase dilettantesca dei discorsi da bar.<br />
La città contemporanea è stata in gran parte costruita da figure professionali differenti da quella dell&#8217;architetto. E le amate villette, che a dire del ministro “saranno banali, ma fanno vivere con dignità”, sono state le  metastasi che si sono impossessate del corpo vivo del territorio deturpandolo definitivamente. Un modello insediativo identico dalle Alpi alla Sicilia, che s&#8217;è spalmato, spesso abusivamente, sui nostri fiumi, monti, laghi, coste, colline, pianure, e che ha moltiplicato il traffico privato, inquinato l&#8217;ambiente, annichilito la socialità dei centri urbani, creato i presupposti di una idea dell&#8217;abitare come fortilizio chiuso e avverso alla società. Come posso accettare critiche “estetiche” da chi, in quelle orribili abitazioni, appende sui muri i ritratti di pagliacci piangenti, beandosene?<br />
Sono stufo della tirannia del bello. Non accetto il luogocomunismo dei politici nostrani. Non ci si può nascondere dietro le istanze estetiche, e soprattutto non lo può fare un ministro della Repubblica. <em>Il bello di Stato</em> mi inquieta, mi spaventa. Chi decide cosa è bello e cosa no? Il Novecento criticato da tutti ha saputo lasciarci, in realtà, esperienza d&#8217;architettura uniche che dovremmo curare come gioielli di famiglia. Ci sono, fra le (non da me) odiate periferie, esempi di tale coerenza e qualità che abbacinano, e che vengono studiati nei corsi universitari di mezzo mondo. Ma questo la politica del sentito dire non lo sa. Resta legata al banalismo del “centro storico” come spazio di qualità. Gli stessi centri storici che neppure un secolo fa avremmo voluto abbattere, perché luoghi di fame, disperazione, malattie, disordini sociali, così come oggi molti propongono di fare con le nostre periferie.<br />
Cos&#8217;è il bello, secondo Bondi? Le parole, per me scrittore, hanno un valore, svelano il peso specifico del pensiero che le formula. “Non dico che non esistano realizzazioni spettacolari anche nell’architettura moderna”, dice il ministro. <em>Spettacolari</em>. (rabbrividisco.) Mi torna alla mente il sindaco di Milano Moratti che di ritorno da New York ha dichiarato qualche giorno fa di aver visto il progetto di un grattacielo che ha i piani che ruotano su se stessi (roba da cartone animato giapponese). Un progetto spettacolare. Lo vuole come simbolo dell&#8217;Expo. Ecco. Questa trovata da giostra dei divertimenti, questa trasformazione dell&#8217;architettura in spettacolo, in circo mediatico, questa idea di Milano che fa l&#8217;occhiolino a Dubai, piuttosto che alla tradizione urbana millenaria europea (e lo si  vede chiaramente nel terrificante progetto di CityLife), è il “bello” visto dalla politica.<br />
Ma io dalla politica non voglio opinioni estetiche. Non pretendo che il ministro della sanità sappia operare a cuore aperto, ma che faccia in modo che gli ospedali funzionino. Non voglio che il ministro dell&#8217;istruzione tenga lezioni di trigonometria ma che nobiliti la mortificata categoria degli insegnanti. E così dell&#8217;universo estetico del ministro della cultura non me ne faccio nulla. Da lui pretendo – esigo &#8211; che restituisca centralità alla cultura nazionale, che la rimetta in moto, che ne stimoli i talenti. Che faccia politica, insomma, che sappia avere una visione lungimirante del suo ruolo. Oggi parlare di architettura significa rispondere a problemi seri, etici prima che estetici: sviluppare un progetto di mobilità pubblica degno di questo nome, ripulire dall&#8217;inquinamento le nostre città, creare nuove centralità nelle periferie storiche, riprendere a costruire edilizia sociale dopo un trentennio dove la politica se ne è lavata le mani, lasciando che il mercato si impossessasse del territorio&#8230;<br />
Lasci stare le questioni di gusto, signor ministro: faccia il politico. Faccia quello che non si fa più da troppi decenni in questa nazione. Crederci.</p>
<p>[<em>pubblicato in forma lievemente differente su</em> La Stampa <em>del 3.07.2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/17/la-tirannia-del-bello/">La tirannia del bello</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La città che sale</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jul 2008 06:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che</em> repetita juvant. <em>G.B.</em>]<br />
<a href='Nessuna'></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/">La città che sale</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che</em> repetita juvant. <em>G.B.</em>]<br />
<a href='Nessuna'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/umberto_boccioni_la_citta_che_sale.jpg" alt="" title="umberto_boccioni_la_citta_che_sale" width="454" height="169" class="alignnone size-full wp-image-6283" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, nel cinema, nella fiction televisiva, divenne un buco nero della memoria. Menomale che alcuni scrittori, spesso quelli più artigianali, di “genere”, continuavano a raccontare le sue trasformazioni antropologiche, i suoi panorami mutevoli. La classe operaia che non andava in paradiso ma in pensione, la romantica <em>ligera </em>che diventava criminalità internazionale&#8230; era da farsi: la Milano di Scerbanenco finiva a Piazzale Loreto, da lì, ai suoi tempi, iniziava ancora, e per davvero, l&#8217;aperta campagna. In fondo Peck, all&#8217;inizio del secolo scorso, stagionava i suoi salumi nell&#8217;aria salubre della Brianza. A Precotto. Oggi invece Milano è una città rete, una città territorio, che più che portare la sua nobile tradizione edile nella territorio extraurbano ha visto tracimare dentro di sé la Brianza velenosa di battistiana memoria. Milano s&#8217;è pastrufaziata, per dirla con l&#8217;ingegnere, che oggi non saprebbe più riconoscerlo il territorio. E forse anche la sua borghesia. <span id="more-6282"></span><br />
Quanto è in fondo provinciale questo cercare il <em>placet </em>della firma prestigiosa, dell&#8217;archistar, per giustificare le peggio speculazioni edilizie del ventre cittadino? Da lì, a cascata, tutta la nuova proliferazione di gru che ha ridisegnato il cielo di Milano -che è bello quando è bello- più che governata da professionisti che amano e conoscono a menadito il territorio, così come si faceva quando era bello progettare a Milano, è dato in affido ad estranei, che intasano la città di volumi pensati per la stazione di Tokio, poi bocciati e riciclati qui, manco fossimo una città del terzo mondo a cui rifilare gli scarti di produzione. Io poi, lo dico di continuo, il trittico di CityLife lo paragono ai <em>tri ciucc</em> di via Lazzaro Papi. Due amici che reggono il terzo, che vomita.<br />
Chi ha gestito Milano negli ultimi vent&#8217;anni lo ha fatto col cipiglio dell&#8217;amministratore di condominio, non del politico lungimirante. Abbiamo stracciato il Piano Regolatore e fattone coriandoli per il carnevale ambrosiano. Perché pianificare? A che serve? Perché questi lacci e lacciuoli? A Milano il mercato ha vinto, “la città che sale”, per dirla con Boccioni, è simbolo dell&#8217;interesse privato, non di quello pubblico, e la tradizione del socialismo storico, del <em>welfare</em>, è ridotta a reazione involontaria: le biblioteche rionali frequentate quotidianamente dal popolo minuto, le nostre scuole sempre più povere e che non ostante tutto ancora funzionano, le casa-vacanze a Pietra Ligure per i nostri bambini, intossicati da un&#8217;aria urbana che toglie loro il respiro e il colore delle gote.<br />
Io che di figlie ne ho due e per scelta di vita neppure ho la patente &#8211; ché in un paese civile bisognerebbe tutti muoversi con i mezzi pubblici &#8211; condivido col mio sindaco la scelta dell&#8217;ecopass. Ma, signora mia, un po&#8217; più di coraggio: a che serve tassare solo quel francobollo di territorio? Oppure davvero crede che Milano sia tutta lì? Forse è vero che a pensar male non si sbaglia mai, e io sospetto che a molti milanesi che contano l&#8217;idea che la nostra sia una metropoli enorme che travalica gli stretti confini comunali e si estende ben oltre la provincia, ingloba la demenziale nascente provincia di Monza e si arrampica su su fino alle pendici delle prealpi, che bussa alle porte di Bergamo, che ha propaggini fin oltre il confine ticinese, questa città di sei, sette milioni di abitanti, che in confronto fa apparire Roma una simpatica successione di borghi ameni, che ha una densità di abitanti per chilometro quadrato paragonabile solo a quella di Napoli, questa area metropolitana che c&#8217;è, che vive, che pulsa, che opera, che produce, che soffre, questa città, insomma, pare che i suddetti milanesi non la vogliano proprio vedere. Un buco nero nell&#8217;immaginario non solo nazionale ma soprattutto politico amministrativo. Qui si fa la guerra dei campanili fra Corsico e Cesano Boscone; Novate e Bollate si guardano sdegnosi; Milano e Sesto progettano indifferenti fra loro identici musei fotocopia, “più belli e più grandi che pria”. L&#8217;unica cosa che li mette d&#8217;accordo sono gli zingari. Quelli non li vuole nessuno. Aspetto con ansia il progetto di un nuovo inceneritore, sospetto atterrito che a suo tempo ne faremo buon uso.<br />
Ma ora abbiamo l&#8217;Expo, signora mia. Ebbene: ora che è davvero nostro, posso confessare, quasi sottovoce, quanta paura ho avuto di vedercelo sfilare da sotto il naso da Smirne, che aveva un progetto urbanistico molto più intrigante del nostro? (a proposito: sarà che il <em>rendering </em>è assai fumoso e inconsistente, ma qualcuno l&#8217;ha capito il “nostro” progetto? Com&#8217;è che di giorno in giorno continua a mutare nelle descrizioni del sindaco?) Non sarò comunque di certo io a fare le barricate “antiExpo”. Oltre al mare di turisti, la manifestazione porterà a Milano, soprattutto, decine di migliaia di scienziati, economisti, intellettuali. La mia natura positiva, i miei studi accademici, mi fanno illudere che questa possa davvero essere l&#8217;ultima occasione affinché Milano si riconosca finalmente metropoli internazionale. Anche perché, nei fatti, l&#8217;Expo lo si fa a Rho. Quindi o tassonomici lo ridenominiamo “l&#8217;Expo di Rho” (ma pare davvero poco <em>chic</em>), oppure decidiamo una volte per tutte che Rho, Busto, Settimo Milanese, e via via, Paderno, Cusano, Cologno, e tutta la cinta calcificata attorno alla città, è, di diritto, Milano a tutti gli effetti e si merita perciò pari dignità.<br />
Un po&#8217; di coraggio, milanesi, ancora un ultimo sforzo! Questa città per troppo tempo è stata ossessivamente centripeta, sempre con lo sguardo rivolto alla Madonnina. Certo le vogliamo tutti bene, ma diamole ogni tanto le spalle, cerchiamo d&#8217;essere centrifughi, decidiamo di stimolare gli altri nodi della città-rete, con simboli e funzioni forti, diamo valore e decoro a chi non vive dentro la cerchia dei Navigli. Questa è la vera grande occasione che l&#8217;Expo può regalarci: fare marketing urbano, programmare una rete ciclabile degna di una città piatta come l&#8217;olio, moltiplicare la mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, creare nuove centralità urbane, riprendere a costruire edilizia sociale (ché non si fa da un quarto di secolo), stimolare le università, l&#8217;associazionismo culturale, la società civile. Fare quello che Milano sa fare, come fece quando cinquant&#8217;anni fa si rigirò come un guanto per accogliere quattrocentomila persone nel volgere neppure di quattro anni. Duecentottanta persone, ogni sacrosanto giorno, vedevano per la prima volta Milano, portandosi dietro sogni e speranze. Quel popolo costruì il futuro della città, e la città gli diede cittadinanza e un tetto. Questo sa fare Milano, ve lo dice il figlio di due immigrati meridionali che si sente milanese fino al midollo. Ma l&#8217;Expo, non dimentichiamolo, lo costruiranno i nuovi immigrati. Sarà edificato da muratori rumeni, elettricisti magrebini, cottimisti albanesi, manovali senegalesi. Il nostro futuro passerà dalle loro mani. Dare loro dignità e un tetto mi pare davvero il minimo.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il Sole 24ore <em>del 15 giugno 2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/">La città che sale</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Terra! Grande, piccola editoria</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/22/terra-grande-piccola-editoria/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 09:59:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
Sulla scia di quanto cominciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/gomorra-e-dintorni/">qui</a>,ho chiesto allo scrittore Angelo Petrella di parlarci di un esperimento editoriale in atto, a Napoli, anzi a Est della città.<br />
<strong>AD EST DELL’EQUATORE: UNA NUOVA CASA EDITRICE (A NAPOLI)</strong><br />
di<br />
<strong>Angelo Petrella</strong></p>
<p>In un mercato come quello napoletano, dove regnano incontrastati i famigerati editori “a pagamento”, il progetto di una piccola casa editrice può apparire davvero ambizioso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/22/terra-grande-piccola-editoria/">Terra! Grande, piccola editoria</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/gastonlivres.jpg' alt='gastonlivres.jpg' /><br />
Sulla scia di quanto cominciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/gomorra-e-dintorni/">qui</a>,ho chiesto allo scrittore Angelo Petrella di parlarci di un esperimento editoriale in atto, a Napoli, anzi a Est della città.<br />
<strong>AD EST DELL’EQUATORE: UNA NUOVA CASA EDITRICE (A NAPOLI)</strong><br />
di<br />
<strong>Angelo Petrella</strong></p>
<p>In un mercato come quello napoletano, dove regnano incontrastati i famigerati editori “a pagamento”, il progetto di una piccola casa editrice può apparire davvero ambizioso. Soprattutto se a realizzarlo sono due fratelli poco più che ventenni. Ciro e Marco Marino hanno infatti da poco aperto una casa editrice a Ponticelli, nel cuore della Napoli “sporca”, in un ex laboratorio tipografico nel retro di una sartoria.<br />
<span id="more-5742"></span><br />
 Dalla passione per i libri mista a un pizzico di sfrenata incoscienza giovanile nasce <em>Ad est dell’equatore</em>, con un progetto ben preciso: scommettere sulla scrittura, scovare esordienti e sondare nuovi linguaggi al passo con i mutamenti della realtà. Retribuendo ogni autore del giusto, ovviamente. Abbiamo incontrato i due giovani editori assieme a Massimo Smith, il loro editor. E la prima inevitabile domanda non può che essere quella a proposito dell’editoria napoletana.<br />
«<em>Parlare di editoria “a pagamento” è una contraddizione in termini: l’editore dovrebbe essere un imprenditore culturale che affronta il rischio d’impresa proponendo prodotti in cui crede. Va da sé che, nel momento in cui si verifica l’anomalia di identificare l’acquirente del libro con lo scrittore che finanzia la pubblicazione, non esiste rischio d’impresa, non esiste l’imprenditore e non esiste la casa editrice. Tutto si risolve in una triste farsa che vede la maggior parte dei libri stivati in una cantina, un piccolo numero di copie a impolverarsi sugli scaffali di qualche libreria cittadina, l’editore a intascare l’assegno e lo scrittore a far la figura del pavone tra amici e parenti. Napoli, se può essere classificata come realtà economicamente depressa, è addirittura disperante quando la si valuta in termini di proposte editoriali: ma attenzione, le penne valide non mancano, infatti le case editrici nazionali ne fanno incetta</em>».<br />
I<strong>l problema è appunto questo: come fa un autore napoletano – e magari giovane – ad esordire, ad emergere.</strong><br />
<em>«È spesso impossibile. L’assenza di una casa editrice di riferimento a livello nazionale, genera la fuga di scrittori e di buoni libri verso il centro-nord. Bisogna comunque riconoscere che l’esiguità del numero di lettori nell’area meridionale lascia ben pochi margini di guadagno all’imprenditore-editore che voglia operare restando indipendente e  seguendo tutte le regole del mercato. Questa situazione, inoltre, rende ardua l’impresa di coagulare sul territorio una new-wave letteraria che s’imponga come fucina di talenti, di pensiero e di opportunità imprenditoriali. Per quel che riguarda l’attenzione delle Istituzioni, poi, appare più dignitoso stendere il classico velo pietoso&#8230;»</em><br />
<strong>È questo il motivo principale che ha sollecitato la nascita di Ad est dell’equatore?</strong><br />
<em>«Sì, è stato questo, assieme alla passione di un gruppo di talenti in forte ascesa nel panorama narrativo napoletano e nazionale. In altre parole, amici e non ci hanno dato una mano nel ricercare nuove voci, nell’offrire contributi, nel presentarsi alla città come possibile punto di riferimento: e non possiamo non ringraziare Maurizio de Giovanni, Peppe Lanzetta, Davide Morganti, Alessandra Amitrano, Andrea Santojanni, Riccardo Brun&#8230; La casa editrice vuole fermamente identificarsi come risposta alle istanze del panorama culturale della città che chiede, da tanto tempo, che un nucleo di coraggiosi rompa – anche e soprattutto a proprio rischio e pericolo – il muro di provincialismo e di minimalismo imprenditoriale che affligge gli editori meridionali e il pubblico dei lettori».</em><br />
<strong>Qual è la linea editoriale di Ad est dell&#8217;equatore?</strong><br />
<em>«Per ora la collana attiva è quella de “I Virus”. E vogliamo scritti taglienti, legati ai tempi e alle nuove voci: libri scritti da vere e proprie sentinelle della contemporaneità. Siamo interessati a un tipo di narrativa pop o, se vogliamo, attenta sia alla realtà cruda metropolitana che al silenzio della provincia borghese. La nostra prima pubblicazione, l’antologia sui sette peccati capitali Tutta colpa di dio, nasce con questo scopo: sventagliare un panorama di stili e approcci narrativi differenti, di autori esordienti e non, che sappia raccontare Napoli e i suoi vizi in chiave diversa».</em><br />
<strong>In questo senso cosa ne pensate dell’attuale produzione letteraria napoletana? La collana “I Virus” nasce per sopperire a qualche mancanza?</strong><br />
<em>«Di scrittori validi nati all’ombra del Vesuvio ce ne sono e… migrano per altri più confortevoli lidi. “I Virus” nasce per dare un’opportunità a chi, dotato di talento e idee, stia cercando di farsi leggere da un qualche editore che, una volta tanto, voglia rendergli la dignità che merita: scrivi bene, hai cose da dire, quindi meriti di esser letto e di guadagnare dal tuo lavoro. Un esempio ne è il romanzo Airbag di Gianni Solla, che è da pochi giorni in distribuzione: con uno slang disturbante e personalissimo, il protagonista del romanzo è ossessionato dalle conversazioni telefoniche dei suoi vicini, che riesce ad intercettare dal suo televisore grazie a un guasto al ripetitore della Telecom. Solla lo abbiamo conosciuto tramite internet: è uno dei blogger più “cliccati” della rete e già autore – in antologie – per Mondadori e altre case editrici.  Airbag è già stato presentato con successo a Galassia Gutenberg ed è atteso dai lettori che conoscono Gianni e che stanno imparando a fidarsi della nostra linea editoriale, quindi abbiamo buone prospettive di diffusione e di mercato».</em><br />
<strong>Torniamo per un attimo agli scrittori in cerca di editore.  Qual è il ritratto dello “scrittore medio” che vi invia manoscritti?</strong><br />
<em>«Sono giovani tra i venti e i trent’anni, con punte verso i trentacinque. I dattiloscritti arrivano da tutte le parti d’Italia, e ne siamo davvero felici: significa che la nostra proposta, seppur piccola e giovanissima, funziona. Molti degli autori – al di là della qualità dei manoscritti – ci sembrano comunque persone ben calate nella realtà quotidiana, che hanno colto la nostra linea editoriale. La cosa assurda è che, quando esisteva solo un indirizzo e-mail e non avevamo nemmeno la sede o il numero telefono della casa editrice, già gli scaffali delle nostre librerie di casa si riempivano di manoscritti inviati in lettura&#8230;»</em><br />
<strong>Quali sono le prossime uscite previste?</strong><br />
«<em>A giugno pubblicheremo <strong>Inferno</strong> dell’eclettico e straordinario <strong>Gianfranco Marziano</strong>, una salace, sfrenata e comicissima cavalcata attraverso il bestiario umano che riempie le nostre città oggi. Una folla di sfaccendati, debosciati, sedicenti artisti e veri cafoni che si muove in un universo rabelaisiano. L’autore è tra l’altro l’artista undeground più stimato da scrittori del calibro di Diego De Silva e Antonio Pascale. Ma altri tre titoli sono previsti entro la fine del 2008. Cito solo il romanzo <strong>Milingo contro tutti </strong>di <strong>Filippo Anniballi</strong>, uno scrittore romano bilingue che si è sempre occupato di traduzioni dall’inglese, e che ha ambientato il romanzo tra i rave della periferia della capitale e gli squat londinesi. Il linguaggio adoperato da Anniballi è qualcosa di caustico, comico e irriverente. E la trama riesce sempre a scioccarti. </em><br />
<strong>E per finire, lanciamo un appello agli scrittori esordienti. Come fare per contattarvi?</strong><br />
<em>Semplicissimo. Basta dare un’occhiata al nostro sito per trovare tutte le informazioni: www.adestdellequatore.com».<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/22/terra-grande-piccola-editoria/">Terra! Grande, piccola editoria</a></p>
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		<title>Ritratto lucano</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 05:13:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>M. Vittoria Smaldone</strong></p>
<p>“Sono disposto anche a lavorare in nero, ma io di qui non me ne vado!”. Paolo è arrabbiato quando pronuncia queste parole. Parla e gesticola molto. La rabbia di questo ragazzo bruno riccioluto è però mista a disperazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/22/ritratto-lucano/">Ritratto lucano</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>M. Vittoria Smaldone</strong></p>
<p>“Sono disposto anche a lavorare in nero, ma io di qui non me ne vado!”. Paolo è arrabbiato quando pronuncia queste parole. Parla e gesticola molto. La rabbia di questo ragazzo bruno riccioluto è però mista a disperazione. E&#8217; la disperazione di un ragazzo lucano di 26 anni che, a differenza di tanti suoi coetanei, ha deciso di rimanere in Basilicata, di non emigrare. Un ragazzo che ama la sua terra e rivendica con forza il diritto di viverci.”Io voglio vivere qui, a casa mia, costruire una famiglia nella mia terra”.</p>
<p>Paolo vive a Pignola, un piccolo comune in provincia di Potenza. Sette mila residenti ma un tasso di incremento demografico da far invidia alla Lucania intera, regione in spopolamento. Perché? Non  per la moda di andare a vivere nelle grandi metropoli- molti, fra i quali il Rettore dell&#8217;Università degli studi della Basilicata Tamburro, ritengono che i giovani lascino la Lucania perché è cool dire di studiare fuori- ma perché tra questi monti “senza raccomandazione non c&#8217;è lavoro”. Possibile? Con tutte le risorse che la Lucania ha?Acqua, petrolio, storia e paesaggi non riescono a dare ricchezza agli abitanti della terra di Orazio.. In realtà, nella regione con il numero più elevato di studenti universitari, circa il 40% , i primi a far la valigia sono proprio loro. Tanti giovani lucani scelgono di formarsi fuori regione. Però, poi, una volta laureati, è difficile trovar lavoro in patria. Eppure si tratta spesso di menti eccellenti, i così detti “cervelli”.</p>
<p><span id="more-5738"></span></p>
<p>Paolo ci racconta di alcuni suoi amici laureati, Michele ad esempio, 25 anni, consulente finanziario presso l&#8217;Unicredit Group di Milano, che sognano un giorno di poter lavorare nella loro terra d&#8217;origine ma sanno bene quali sono gli  ostacoli ai cui andranno incontro. E quelli che rimangono? “Io vedo nei giovani un totale disinteresse nessuno tenta di collaborare con gli altri per fare qualcosa. Pochi hanno il coraggio di prendere posizione, di battersi per le loro idee; gli altri hanno paura; anche chi dovrebbe far valere i diritti degli studenti all&#8217;interno dell&#8217;Università di Basilicata è così legato alla politica che fa il suo gioco”. Paolo  non ha paura quando fa queste affermazioni, né teme di mettersi in gioco, di lottare. Ha scoperto la ricchezza e la bellezza dei paesaggio lucano coltivando la passione per la fotografia. Di qui poi, chiacchierando con alcuni anziani del luogo, ha cominciato a fare delle ricerche sulle antiche città lucane. Ricorda di aver trascorso intere giornate in biblioteca tra gli archivi storici, ed interi pomeriggi nei  campi e nei terreni nella parte bassa del paese- dove si trova un bellissimo lago, oasi protetta dal wwf- per raccogliere reperti. Risultato: Pignola archeologica.</p>
<p>”A Pignola nell&#8217;area del lago, precisamente a Serra S. Marco, ci sono resti di Necropoli. Sono stati trovati addirittura i resti della villa di Agrippa, proprio nei pressi del lago. Io ho fatto vedere i reperti che ho raccolto ad un archeologo. Lui ha confermato che risalgono all&#8217;epoca romana. A Serra c&#8217;era una diocesi importante, un antica chiesa, e una città. E&#8217; una zona ricchissima da un punto di vista archeologico. Si potrebbe creare un parco includendo anche il l&#8217;oasi del Wwf. E sfruttare al meglio le strutture turistiche presenti in questa zona. Tutta la Basilicata è ricca di reperti. Non si deve neanche scavare. Questo vale anche per altre zone. E&#8217; assurdo che gli antichi tesori del popolo dei lucani stiano all&#8217;estero. In questa zona si potrebbe creare anche un museo. Di Certo una valorizzazione del territorio con questi elementi incrementerebbe l&#8217; occupazione. Arriverebbero turisti. Si fa un gran parlare della vocazione turistica della Basilicata. Ma concretamente? C&#8217;è disinteresse  da parte delle autorità.</p>
<p>A me hanno detto di dimenticare Pignola archeologica. La Regione sapeva da anni dell&#8217;esistenza di un fossile di balena nei pressi della diga di S. Giuliano. Quando il proprietario del terreno l&#8217;ha rinvenuto se ne è parlato per un po&#8217;, ma poi non si è realizzato nulla. Mentre ho letto che in Toscana, a Pisa, dopo il ritrovamento di un fossile del genere hanno allestito un museo. Noi non abbiamo neanche un museo di storia naturale quando l&#8217;appennino lucano è pieno di fossili!”. Purtroppo per lui non conosce nessun “potente”lucano che faccia sì che le sue interessanti ricerche diano i frutti sperati. Questo accade per tante altre menti lucane che si vedono scavalcate da incompetenti la cui unica qualità sta nell&#8217;accondiscendenza ai voleri dei politici di turno.</p>
<p>La Basilicata è divenuta negli anni il feudo di vari signorotti politici che hanno a loro servizio altrettanti vassalli. Lo zampino della politica in Lucania è dovunque. Sono sempre gli stessi feudatari a decidere chi sarà  primario, chi direttore dell&#8217; azienda Ospedaliera S. Carlo di Potenza, chi docente e chi si candiderà alle prossime elezioni, e soprattutto quali progetti finanziare, come dirottare i fondi europei, e spesso, con l&#8217;appoggio di magistrati e forze dell&#8217;ordine collusi, come tenere occultata la verità. De Magistris, il pm della procura di Catanzaro, attraverso l&#8217;inchiesta Toghe lucane, è riuscito a mettere sotto accusa gran parte della classe dirigente lucana. Oggi, nonostante gli ostacoli nella sua attività, De Magistris è ancora lì in qualità di sostituto procuratore e l&#8217;indagine prosegue. Intanto il dramma lucano si acuisce giorno dopo giorno. Sempre più giovani decidono di emigrare.”Ogni tanto si sente in paese- dice Paolo- che quello sta partendo, un altro ha deciso di andarsene al Nord, un altro in Spagna”.</p>
<p>Se si conosce un politico, infatti, la Basilicata è piena di opportunità: un contratto a tempo determinato può essere rinnovato, un laureato viene assunto o diventa docente di master e corsi di formazione spesati dalla Regione, oppure arriva ad insegnare all&#8217; Università degli Studi della Basilicata. Tra i docenti dell&#8217;ateneo non a caso figurano politici, parenti di politici e clienti vari. Sono posti strategici assegnati secondo un sistema ben collaudato.</p>
<p>L&#8217;Università di Basilicata offre numerosi corsi di alta formazione, detti anche master. Ne sono stati attivati tredici. C&#8217;è persino un corso in gestione del territorio mirato a creare figure professionali in grado di  organizzare lo sviluppo della regione. Il piccolo ateneo lucano è diviso in molti feudi controllati da altrettanti vassalli. Le parentele tra docenti e politici sono ormai note. Alcuni politici figurano persino tra i docenti. L&#8217;ing. Margiotta, Facoltà di Agraria, deputato del Pd, il professor Coviello, facoltà di Agraria, senatore Pd,  Vito Copertino, facoltà d&#8217;Ingegneria. Quest&#8217;ultimo è stato sindaco di Molfetta, secondo dei non eletti  di Rifondazione comunista alle politiche 2006, è molto vicino all&#8217;ex governatore della Regione Basilicata, ex sottosegretario alle attività produttive,ora parlamentare del Pd, Filippo Bubbico. Non mancano poi i parenti dei politici e di dirigenti regionali. In questa fitta rete di parentele si sono costruite alleanze, associazioni tra docenti e politici così che il controllo del feudo universitario andasse in mano ad alcuni fedeli vassalli che, in certi affari, sarebbero tornati utili.</p>
<p>Non è un caso dunque che, da dieci anni a questa parte, a controllare l&#8217;ateneo di Basilicata siano chimici ed ingegneri. I maggiori affari della Regione Basilicata infatti riguardano il petrolio, l&#8217; acqua, lo smaltimento di rifiuti e l&#8217;edilizia. Chimica è stata la facoltà che, pur avendo il numero più basso di iscritti, ha ricevuto maggiori risorse per i laboratori, più docenti e potere. Il peso acquisito dai chimici ha fatto sì che diversi presidi di facoltà e gli ultimi due rettori, Lelj Garolla e Tamburro, venissero reclutati tra le loro fila. La Regione concede denaro mentre l&#8217;università assegna posti di professore o consente progressioni di carriera a politici o a loro parenti, li coinvolge in master e convenzioni, o ancora fornisce ricercatori omertosi per i grandi affari.</p>
<p>Ma per aver il dominio assoluto i vassalli hanno dovuto eliminare i loro oppositori. In che modo? In primo luogo ostacolando lo sviluppo dei corsi con più alto numero di studenti: Scienze geologiche e Informatica. Ad esempio al master in Geologia dei Fluidi sono stati sottratti circa 592.000 euro da utilizzare per colmare il buco in bilancio di 2.000 euro dovuto alla cattiva gestione dei fondi europei nel 2004. Poi si è pensato di eliminare i ribelli- ossia quei professori che hanno reagito alle prepotenze- con l&#8217;aiuto di magistrati collusi. Mentre  i docenti che potevano rappresentare una minaccia per le baronie sono stati mandati via.</p>
<p>Il professor Vitulano, docente di Informatica presso l&#8217;Università di Basilicata durante l&#8217;anno accademico 2000\2001,  racconta: “ Io ho insegnato per un anno a Potenza. Era il primo anno di istituzione dell&#8217;università di Basilicata. Informatica poteva essere una facoltà importante per il territorio. Avevo alunni bravi e molto motivati. Ma quando avrei dovuto essere confermato come ordinario, perché io venivo da Salerno, in modo da garantire una crescita della facoltà e da poter istituire non solo un corso triennale ma anche la specialistica, l&#8217;amministrazione ha sbagliato per due volte la domanda di trasferimento. E dietro questi errori io credo ci sia stata una volontà precisa di chi governava  l&#8217;università che non voleva che Informatica si rafforzasse e crescesse. Non volevano modificare lo status quo. Infatti, con un ordinario in più, Informatica e Geologia avrebbero avuto lo stesso peso di Chimica e Fisica. Invece, poiché l&#8217;università cresce in base ad interessi di bottega, si è preferito moltiplicare le facoltà che fanno capo a Chimica, che non danno sviluppo al territorio. Perciò i fondi destinati ad Informatica e Geologia per laboratori, docenti, e altro potevano continuare ad essere utilizzati da loro. Quando si istituisce un corso di laurea bisogna potenziare il corpo docenti. Non ci possono essere ricercatori ad insegnare né persone di altre facoltà. L&#8217;informatica la insegnano gli informatici. Noi docenti dovevamo fare più corsi. Io tenevo il corso di Informatica e quello di Fondamenti di Informatica. A Potenza è stata sprecata una grande possibilità di crescita. L&#8217;ateneo lucano è un ateneo giovane però a causa di questa gestione non è  stato possibile realizzare uno sviluppo organico, e le menti migliori sono andate altrove”.</p>
<p>I master invece servono ad arrotondare gli stipendi dei professori, a dare posti a parenti e clienti, e a fare  favori agli enti che li finanziano. Un professore dell&#8217;ateneo lucano con la docenza in un master arriva a guadagnare circa 30 mila euro. I dirigenti regionali e i politici, impiegati in qualità di docenti, inseriscono i loro lacchè e ottengono riconoscimenti accademici. Ad esempio gli insegnanti del master Nuovi Strumenti di gestione del territorio edizione 2004 erano: Michele Vita, responsabile dell&#8217;Autorità Bacino, affiancato da diversi collaboratori, l&#8217;architetto Viviana Capiello del Dipartimento Ambiente della Regione,  l&#8217;ingegnere Alessandro Attolico del Dipartimento della Protezione civile di Potenza, Anna Balsebre dirigente dell&#8217;ufficio urbanista e tutela del paesaggio della regione Basilicata. Tutti emeriti “sconosciuti”.</p>
<p>L&#8217;università di Basilicata nacque dopo il terremoto del 1980  con l&#8217;intento di formare la classe dirigente che avrebbe garantito un futuro migliore alla Basilicata. Ma oggi  l&#8217;ateneo è plasmato a misura di docente non di studente. Paolo ci racconta che gli studenti, prima di tagliare il tanto agognato traguardo della laurea, dovranno affrontare non poche traversie. Lui frequenta la famosa facoltà di Informatica, e conosce bene le condizioni in cui quest&#8217;ultima versa. L&#8217;unico baluardo per i ragazzi è il professor Gian Salvatore Mecca. Mentre gli altri  professori sono quasi tutti esterni, per esami e tesi c&#8217;è chi è costretto a rincorrerli nei loro spostamenti di sede in sede. E non solo. Strutture per le quali sono stati spesi molti dei fondi europei vanno al macero, come le famose serre della facoltà di Agraria. I fondi europei che dovrebbero consentire lo sviluppo della Regione non sono sufficienti a frenare il flusso migratorio e far decollare questa terra splendida? Perché? La risposta è semplice: cattiva gestione. Basti solo notare che per ottenere il finanziamento di un master è sufficiente avere: la residenza in Basilicata da almeno 6 mesi, laurea, attestato di frequenza di master con ore di lezioni e stage effettuato in azienda, certificazione relativa all&#8217;università o all&#8217;ente che hanno organizzato il corso. La selezione è tutto fuorché severa. Nessuno si preoccupa di stabilire se la specializzazione da finanziare possa tornare utile o meno al territorio. Così, spesso, vengono formati giovani che andranno ad arricchire la regioni del Nord e del centro Italia. La Basilicata fa volontariato. E intanto: ”Noi giovani stiamo male- si lamenta Paolo- noi ora qui stiamo parlando, stiamo discutendo di problemi reali ma poi?”. Di colpo apre la porta dell&#8217;associazione culturale in cui ci siamo ritrovati e dice: “ e fuori cosa c&#8217;è ? Il silenzio.” A Pignola tutto tace. Fa freddo, ma l&#8217;aria si surriscalda; in questa piccola sala a creare tepore è la passione , la voglia di cambiare con la paura che “se tutto rimane così prima o poi ti devi adeguare”.</p>
<p>Paolo ha in mano un agenda su cui ha segnato gli impegni dei prossimi giorni.  Ha messo su un&#8217;associazione culturale insieme con un amico. Tra novembre e dicembre 2007  l&#8217;associazione Vicolucano(<a href="http://www.vicolucano.it/" title="l'associazione vicolucano">http://www.vicolucano.it/</a>) ha organizzato un festival di gruppi emergenti lucani, Music and War. La sola Pignola, ben conosciuta in regione per le sue associazioni culturali, può vantare circa 4 gruppi musicali. Si tratta di ragazzi, studenti, laureati, laureandi, giovani già inseriti nel mondo del lavoro, e anche ragazzi tredicenni che coltivano la passione per la musica. Sotto le feste c&#8217;è una bella atmosfera. Le serate organizzate da Paolo e Mario, l&#8217;altra anima di Vicolucano, rappresentano un&#8217;occasione d&#8217;incontro per  emigrati vecchi e nuovi. Dovunque ci si giri si sente qualcuno esclamare: “uè come stai? Da quanto tempo! Che si dice a Bologna?” oppure” che si dice a Roma? Firenze? Siena?”. Se continuassimo ad elencare le città nominate potremmo arrivare anche oltre i confini nazionali.</p>
<p>I lucani negli anni passati erano lucani nel mondo. Molti sono partiti  per cercar fortuna in America, Australia, Germania, Belgio, Francia. Oggi invece, a parte qualche caso- ci sono pignolesi persino a Dubai!- gli emigranti vagano per lo più attraverso la penisola italiana, però alla valigia di cartone hanno sostituito un computer portatile. La storia si ripete insomma, ma fino a quando? “Finché giovani di buona volontà non decidano di darsi da fare, di collaborare- dice Paolo- perché ciò che manca, seconodo me, è la sinergia. I fondi ci sono basta saperli sfruttare al meglio. Purtroppo però ci si accontenta troppo e non si pensa che si vuole le cose possono cambiare. Si tira a campare insomma. Quest è il guaio. Pensa solo al petrolio.Adesso hanno in mente di trivellare altre zone della Lucania tra le quali c&#8217;è anche la zona di S. Michele qui a Pignola, dove sorge un santuario stupendo ricco di tradizione. Per non parlare poi del paesaggio, dell&#8217;aria che verrebbe inquinata. Dobbiamo batterci  affinchè ciò non accada! Tanto andrebbe a finire come in Val D&#8217;Agri: a noi l&#8217;inquinamento e a loro il denaro del petrolio.E I lucani che beneficio ne traggono?Noi con le risorse che abbiamo potremmo essere autosufficienti, ed essere la regione più ricca d&#8217;Italia. Invece&#8230; ”. Invece a noi giovani lucani- anche chi scrive lo è- è stata tolta la possibilità di scegliere, una volta finiti gli studi, di lavorare nella e per la nostra terra, tra la nostra gente, accanto alla nostra famiglia. Accade nel 2008, in democrazia. Se questa è  libertà&#8230;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/22/ritratto-lucano/">Ritratto lucano</a></p>
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		<title>Quarto Oggiaro come Scampia!</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2007 16:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Martedì scorso mi ha cercato un giornalista di cronaca nera. Voleva rendermi noto degli arresti di alcuni spacciatori fatti a Quarto Oggiaro e della reazione, a suo dire, della popolazione del quartiere che li ha difesi, insultando gli agenti di polizia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/05/21/quarto-oggiaro-come-scampia/">Quarto Oggiaro come Scampia!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/mappazonedimilano1.jpg' alt='mappazonedimilano1.jpg' /><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Martedì scorso mi ha cercato un giornalista di cronaca nera. Voleva rendermi noto degli arresti di alcuni spacciatori fatti a Quarto Oggiaro e della reazione, a suo dire, della popolazione del quartiere che li ha difesi, insultando gli agenti di polizia. <span id="more-3905"></span>Voleva, insomma, una mia opinione “antropologica”, da “esperto”. C’era un’altra cosa che lo stupiva: il boss arrestato era soprannominato Mimmo <em>lo zoppo</em>, e lui sapeva che fra i personaggi dei miei libri c’è un Mimmo <em>‘O Animalo</em> e un Gigi <em>lo zoppo</em>. In pratica una specie di contrazione della mia fantasia che si faceva realtà. “Pensavo fossero cose da romanzo” mi ha detto. </p>
<p>Io allora mi sono prodigato a spiegargli il ruolo dei soprannomi nella cultura popolare, soprattutto (ma non solo) meridionale. Sulla reazione invece della popolazione indigena che difendeva gli arrestati ho creduto fino ad un certo punto. Saranno stati i parenti stretti che lanciavano un messaggio di appartenenza, per far capire che loro non c’entravano, che non veniva da loro la soffiata. Di certo la maggioranza silenziosa ha pure tirato un sospiro di sollievo, felici dell’arresto. Insomma, come al solito, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. </p>
<p>“Dove l’hanno arrestato?” ho chiesto.<br />
“In Piazza Prealpi”.<br />
“Ma non è a Quarto Oggiaro!” ho detto stupito.<br />
“No? E dov’è?”<br />
Insomma che fosse in Mac Mahon, più distante da Quarto di quanto lo sia dai quartieri borghesi lì vicino, appena dentro la circonvallazione, non faceva testo. È stato il commissariato di Quarto Oggiaro a portare avanti l’operazione, quindi la cosa s’è svolta lì! E così era su tutti i quotidiani il giorno appresso. Se ce n&#8217;era bisogno ancora una volta si dimostra ciò che dico da anni: il pressappochismo di un certo giornalismo d’accatto crea luoghi comuni mostruosi, difficili poi da estirpare.</p>
<p>Un altro giornalista, un paio di giorni prima, mi aveva chiesto, candido: “ma lei, se avesse una figlia diciottenne, si fiderebbe a lasciarla andare in giro la sera a Quarto Oggiaro?”<br />
E&#8217; stato fortunato ad intervistarmi al telefono, non so quale sarebbe stata la mia reazione di persona. Gli ho risposto, il più urbanamente possibile (ma con inevitabile acredine), che mi fidavo molto di più a vederla girare da sola, a mezzanotte, in quel quartiere, che magari in Corso Como, quartiere fighetto di Milano, pieno di locali notturni, discoteche, veline, furbetti del quartierino, tronisti e cocaina a chili. A Mimmo <em>lo zoppo</em>, da  quello che leggo sui giornali, gli hanno sequestrato 235 grammi di cocaina e 10mila euro in contanti. Non sono cifre da pezzo grosso queste, non è stato arrestato il <em>ras</em> di Milano. Una serata qualunque nei posti giusti di Corso Como fa girare altrettanta coca e molto più denaro.</p>
<p>C’è una sorta di quartoggiarizzazione dell’immaginario periferico meneghino. Tutto ciò che non conosco, tutto ciò che mi è oscuro, è Quarto Oggiaro. Mercoledì sui quotidiani ho letto titoli del genere: “Quarto Oggiaro come Scampia!” Questo modo di raccontare le cose fa torto sia al quartiere milanese che a quello napoletano. Cosa sappiamo, di più di Quarto, cosa di più di Scampia? Cosa abbiamo capito da un titolo così raffazzonato, così volgare?<br />
Che tutto il male alligna lì, il resto della città si sente perciò integra, onesta,  libera dalle tentazioni. Pulita. Ma non è così, abituatevi all’idea che non è affatto così, cari i miei giornalisti: portate fuori il culo dalle redazioni, tornate sulle strade, imparate a leggere il territorio una buona volta. O quanto meno compratevi una mappa della città! Ci fate una figura migliore.</p>
<p>[<em>pubblicato in una forma più breve su </em>Epolis Milano <em>di oggi</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/05/21/quarto-oggiaro-come-scampia/">Quarto Oggiaro come Scampia!</a></p>
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