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	<title>Nazione Indiana &#187; terrorismo</title>
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		<title>Chi ha paura degli anarchici? Il caso Coupat e la difesa di Agamben</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 23:05:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>Un sabotaggio compiuto ai danni delle ferrovie francesi (SNCF) nella giornata dell’8 novembre 2008 sulla linea Paris-Lille ha creato una situazione di allarme e di forte disagio in Francia. La locomotiva che percorre i binari ogni mattina per verificare lo stato delle linee prima del passaggio dei treni ad alta velocità (TGV) si è imbattuta in alcuni tondini di ferro per cemento armato applicati al cavo di alimentazione elettrica delle locomotive.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/chi-ha-paura-degli-anarchici-il-caso-coupat-e-la-difesa-di-agamben/">Chi ha paura degli anarchici? Il caso Coupat e la difesa di Agamben</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paola Cantù </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Un sabotaggio compiuto ai danni delle ferrovie francesi (SNCF) nella giornata dell’8 novembre 2008 sulla linea Paris-Lille ha creato una situazione di allarme e di forte disagio in Francia. La locomotiva che percorre i binari ogni mattina per verificare lo stato delle linee prima del passaggio dei treni ad alta velocità (TGV) si è imbattuta in alcuni tondini di ferro per cemento armato applicati al cavo di alimentazione elettrica delle locomotive. L’ostacolo ha danneggiato i pantografi della locomotiva, causando ritardi sulle linee ferroviarie. Le ricerche, inizialmente avviate dalla procura di Parigi e dalla SNCF, hanno visto in un secondo momento il coinvolgimento attivo della Sezione antiterrorista (SDAT) e l’arresto, seguito in diretta dalla televisione francese, di un gruppo di giovani sospetti in una fattoria di Tarnac, in Corrèze. È a questo punto che molti giornali hanno iniziato una campagna che trasformava i sospetti non solo in conclamati responsabili di sabotaggio, benché la loro responsabilità non fosse ancora stata  dimostrata, ma addirittura in terroristi, allertando il paese di fronte alla minaccia anarchica. <span id="more-39697"></span>Capro espiatorio divenne Julien Coupat, che attirò su di sé l’interesse dei media soprattutto per la sua frequentazione degli ambienti intellettuali parigini (è amico tra gli altri del filosofo italiano Giorgio Agamben).<a href="#_ftn1">[1]</a> Julien Coupat, laureato alla prestigiosa università d’economia ESSEC e dottorando fino al 1999 alla Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi sotto la direzione di Luc Boltanski, è stato tra i principali animatori della rivista Tiqqun ed è ritenuto dagli investigatori l’ispiratore del volume <em>L’insurrection qui vient. </em>Si tratta di<em> </em>un testo del 2007 pubblicato a cura di un anonimo «comité invisible» presso l’editore La Fabrique a Parigi e venuto alla ribalta per la controversa presentazione che ne è stata data dalla stampa francese: un manuale di sabotaggio alle linee ferroviarie, come hanno sostenuto Cristophe Cornevin e Anne-Charlotte De Langhe su <em>Le Figaro </em>del 20 novembre 2008,<a href="#_ftn2">[2]</a> citando la frase «Ogni rete ha i suoi punti deboli, i suoi nodi da disfare perché la circolazione si arresti, perché la tela imploda», oppure un testo filosofico di critica politica e sociale radicale nello stile de <em>La società dello spettacolo</em> di Guy Debord<a href="#_ftn3">[3]</a> o de <em>L’uomo a una dimensione</em> di Herbert Marcuse,<a href="#_ftn4">[4]</a> come ha sostenuto Christian Salmon su <em>Le Monde</em> del 6 dicembre 2008?</p>
<p>Per comprendere il meccanismo argomentativo della trattazione giornalistica della vicenda dei sabotaggi alle ferrovie, vediamo in che modo la stampa si è rapidamente riorientata, da una prima ipotesi legata alla classificazione dei sabotaggi come atti vandalici compiuti dai dipendenti delle ferrovie all’ipotesi di atti terroristici veri e propri, senza considerare ipotesi alternative. Analizzeremo alcuni articoli, pubblicati nel giro di poche settimane su <em>Le Figaro</em>, <em>Le Monde</em> e <em>Liberation, </em>che avanzano tre diverse ipotesi sulla classificazione dell’evento e rivelano come la definizione di un fatto non sia affatto neutra ma costituisca un elemento della sua costruzione sociale e comunicativa.</p>
<p><em>I sabotatori delle ferrovie</em></p>
<p>L’11 novembre 2008 Cristophe Cornevin su <em>Le Figaro</em> avanza due ragioni a favore della tesi che i responsabili dei sabotaggi</p>
<p>potrebbero essere dei dipendenti della SNCF o degli impiegati di ditte subappaltatrici.<a href="#_ftn5">[5]</a></p>
<p>Infatti – argomenta Cornevin – 1) solo uno specialista potrebbe aver fissato i tondini di ferro ad un cavo ad alta tensione; e inoltre 2)</p>
<p>nel novembre 2007 erano state aperte 29 inchieste per trovare gli autori di una serie di atti di vandalismo e, ad eccezione di due ferrovieri e di un camionista, nessun sospetto era mai stato smascherato.<a href="#_ftn6">[6]</a></p>
<p>La proposizione 1), ammesso che sia vera, non costituisce un argomento a favore della conclusione: non è infatti provato che solo i dipendenti delle ferrovie o di aziende in subappalto possano essere in grado di evitare i pericoli connessi all’alta tensione. La proposizione 2) si basa sulla tendenza a istituire correlazioni tra fatti simili (atti vandalici precedenti e attuali) e contemporanei (l’insoddisfazione attuale dei dipendenti delle ferrovie): tuttavia, benché tale tendenza possa costituire talvolta una strategia cognitiva vantaggiosa, non può essere utilizzata giornalisticamente in assenza di prove.</p>
<p>Il giorno successivo, sempre su <em>Le Figaro</em>, Cornevin sposa una tesi completamente diversa: gli autori del sabotaggio sarebbero una decina di «apprendisti terroristi».<a href="#_ftn7">[7]</a> Pur tenendo conto della disponibilità di nuove informazioni che hanno spinto l’autore a rivedere la propria conclusione (il fermo di una decina di persone che non appartengono alla società delle ferrovie francesi), occorre notare come sia assunto per indubitabile ciò che, alla luce delle cautele suggerite da un’inchiesta ancora all’inizio (oltre che dall’esperienza della smentita della tesi precedente), dovrebbe invece essere dimostrato. Cornevin scrive:</p>
<p>Presentati come «appartenenti all’estrema sinistra, sfera d’influenza anarchico-autonoma», i sospetti, in rottura totale con la società, vivevano in comunità. «La loro vita autarchica, che non aveva alcuna connotazione settaria, garantiva loro la clandestinità» precisa un poliziotto. Imbarcati in un modo di vita altromondista<a href="#_ftn8">[8]</a>, vivacchiando secondo alcuni del commercio di prodotti agricoli, fuggendo lo sguardo dei rari rivieraschi che li circondavano, questi apprendisti terroristi della estrema sinistra presentavano un profilo molto particolare. Di età tra i 25 e i 35 anni, questi nichilisti considerati come «potenzialmente molto violenti» erano articolati intorno a un piccolo «nocciolo duro» di attivisti che erano già stati sbattuti in prigione per diversi atti di violenza e di degradazione. […] A priori, nessuno di loro lavorava. «Ciò non corrisponde alla loro filosofia» si lascia sfuggire un investigatore.<a href="#_ftn9">[9]</a></p>
<p>Cornevin fa uso frequente di fonti generiche: un poliziotto, un investigatore. Più spesso la fonte non è neppure esplicitata: i sospetti sono presentati, raffigurati, considerati in un certo modo, ma non è chiaro da chi e perché (su quali basi). Si ha qui una fallacia di omissione di dati rilevanti, nota anche come fallacia per <em>autorità</em>: le fonti citate sono usate per dare credibilità a certe asserzioni, ma non sono fonti autorevoli o credibili, perché non rintracciabili né verificabili. La descrizione delle attività dei sospetti è inoltre caratterizzata da un <em>linguaggio</em> <em>pregiudizievole</em>: i sospetti vivacchiano, non lavorano, sono nichilisti, potenzialmente molto violenti, sono degli apprendisti terroristi, una banda. La fallacia di <em>linguaggio</em> <em>pregiudizievole</em> è usata come stratagemma per assumere come vera la tesi senza dimostrarla: anziché indicare degli atti terroristici che il gruppo avrebbe compiuto, Cornevin cataloga i sospetti come presunti terroristi adducendo due dubbie ragioni: si tratta di autonomi anarchici che contestano la società e di persone che vivono in clandestinità. Se quest’ultima affermazione contrasta nettamente con le attività economiche avviate dal gruppo a Tarnac, come la riapertura della drogheria del paese, la prima istituisce una falsa correlazione tra l’appartenenza ad un movimento ideologico radicale e la realizzazione di atti terroristici. A meno che Cornevin, e con lui larga parte dei media francesi, non assuma che il coinvolgimento della Sezione anti-terrorista della polizia sia sufficiente per considerare «terroristico» l’atto in questione, anche se le perizie della SNCF hanno dimostrato che la manomissione non avrebbe potuto determinare in alcun modo danni a persone (né dunque scatenare il terrore nella popolazione). Si ha qui cioè una fallacia di <em>accidente</em>, che ritiene proprietà necessaria la proprietà accidentale di essere oggetto di indagine da parte di una certa sezione della polizia francese, ma soprattutto una fallacia di <em>inversione</em> <em>dell’onere della</em> <em>prova</em>: si assume che ogni atto di contestazione sia di per sé terroristico a meno che si provi il contrario.</p>
<p><em>Non sono terroristi</em></p>
<p>L’intervento del 19 novembre di Giorgio Agamben su <em>Liberation</em> contro la classificazione dei sabotaggi alle ferrovie come atti terroristici è proprio volto a smascherare fallacie di questo genere. Scrive Agamben che i tondini di ferro,</p>
<p>se si crede alle dichiarazioni della polizia e degli agenti della SNCF stessi, non potevano in alcun caso provocare dei danni alle persone: potevano tutto al più disturbare l’alimentazione dei pantografi dei treni, causando il ritardo di questi ultimi. In Italia i treni sono molto spesso in ritardo ma nessuno si è mai sognato di accusare di terrorismo la società nazionale delle ferrovie. Si tratta di delitti minori anche se nessuno intende avvallarli. Il 13 novembre, un comunicato della polizia affermava con prudenza che forse «tra gli arrestati vi era qualche autore dei danneggiamenti ma che era impossibile attribuirli a uno o all’altro». La sola conclusione possibile di questo affare tenebroso è che chi si impegna attivamente oggi contro la maniera [quanto meno discutibile] di gestire i problemi sociali ed economici è considerato <em>ipso facto</em> come un terrorista in potenza, anche se nessun atto giustifica questa accusa.<a href="#_ftn10">[10]</a></p>
<p>Secondo Agamben l’accusa di terrorismo è scorretta perché i sabotaggi alla SNCF costituiscono dei delitti volti a provocare danni a cose ma non a persone e perché l’individuazione di moventi politici di un crimine non costituisce una prova della finalità o della vocazione terrorista del crimine. Agamben presenta due argomenti. Il primo è un ragionamento per assurdo che mira a dimostrare che le azioni di sabotaggio non sono atti terroristici ma delitti minori: il sabotaggio delle ferrovie 1) non ha e non avrebbe potuto provocare danni alle persone ma ha determinato soltanto ritardi alla circolazione dei treni; 2) le FS italiane sono causa di frequenti ritardi nella circolazione dei treni; 3) se tutti gli atti che causano ritardi alla circolazione dei treni fossero atti terroristici, allora le FS italiane sarebbero responsabili di atti terroristici e dovrebbero essere perseguite per questo, il che è assurdo; allora atti che si limitano a ritardare la circolazione dei treni non possono essere classificati come atti terroristici ma sono delitti minori. Si noti però che il ragionamento di Agamben è basato su un’<em>analogia</em> tra un atto di manomissione compiuto da personale esterno alle ferrovie e un atto di mancata manutenzione del materiale ferroviario e/o miglioramento delle condizioni di viabilità da parte di un’azienda pubblica che offre un servizio a pagamento. Il ragionamento terrebbe solo se l’analogia fosse davvero calzante.</p>
<p>Più convincente è il secondo ragionamento di Agamben volto a provare che i sospetti sono indagati essenzialmente per la loro militanza di estrema sinistra e per alcune attività di contestazione radicale (questa è tra l’altro la ragione per cui – se è vero quanto si apprende in un articolo apparso su <em>Le Parisien</em> il 13 novembre 2008 – Coupat e la sua compagna erano sorvegliati e pedinati da una squadra dell’antiterrorismo su segnalazione della FBI).<a href="#_ftn11">[11]</a> Agamben osserva che a) se i sospetti sono trattenuti in custodia cautelare grazie alla legge eccezionale che prevede la possibilità di un fermo di 96 ore in caso di sospetti atti di terrorismo e b) se non sono responsabili di atti effettivi di terrorismo, dato che mancano prove effettive della loro responsabilità per il sabotaggio delle ferrovie e dato che comunque tali atti non sono atti di terrorismo, si ha una contraddizione. Agamben rivela che le proposizioni a) e b) si contraddicono. Per evitare la contraddizione, è necessario assumere che pur non avendo commesso alcun atto di terrorismo, i sospetti siano indagabili per terrorismo in quanto «terroristi potenziali», e cioè per la loro attività di contestazione sociale e politica e per le loro convinzioni anarchiche. Questa è proprio la fallacia di <em>accidente</em> e di <em>inversione dell’onere della prova</em> che abbiamo esaminato sopra: se essere terroristi implica contestare la società, non è generalmente vero il contrario.</p>
<p><em>Sono soltanto anarchichi</em></p>
<p>In un articolo apparso su <em>Le Monde</em> il 6 dicembre 2008 Christian Salmon mira a provare che questa fallacia di <em>accidente</em> e di <em>inversione dell’onere della prova</em> è molto più che un errore di logica, se si considera qual è il suo fine politico:<a href="#_ftn12">[12]</a> classificare il sabotaggio come un’azione terroristica servirebbe a stigmatizzare ogni contestazione violenta come atto terroristico e a reprimere ogni forma di discussione pubblica di forme radicali di revisione della società come quelle proposte dai movimenti anarchici. Salmon argomenta ricorrendo ad un ragionamento per <em>analogia</em> tra una dichiarazione di Henri Rochefort – giornalista e politico francese – apparsa su <em>L’Intransigeant</em> del 16 marzo 1892,<a href="#_ftn13">[13]</a> e le dichiarazioni degli investigatori e del ministro dell’interno francese. Come gli anarchici di Saint-Denis di cui parlava Rochefort, così i giovani di Tarnac sarebbero stati l’oggetto di una costruzione mediatico-poliziesca che ha trasformato un gruppo di anarchici in un comitato terrorista. Secondo Salmon si ha qui una classica fallacia politica, individuata già da Jeremy Bentham nell’Ottocento come un argomento <em>ad metum</em> che, suggerendo in vari modi la minaccia di un pericolo, ha come fine la soppressione della discussione.<a href="#_ftn14">[14]</a></p>
<p>Abitate a Saint-Denis<a href="#_ftn15">[15]</a>, quindi siete anarchici. – scriveva Rochefort – Se non foste anarchici, non abitereste a Saint-Denis. Una bomba è esplosa all’ingresso dell’Hotel di Sagan; e giacché le bombe non possono essere lanciate che dagli anarchici&#8230; Io vi mando in carcere perché voi siete certamente anarchici, dato che abitate a Saint-Denis, e essendo anarchici, è evidente che siete stati voi a lanciare la bomba.<a href="#_ftn16">[16]</a></p>
<p>La battuta di Rochefort è un sillogismo valido ma con premesse false: la conclusione pertanto non può essere vera. Per quanto riguarda la prima premessa, occorre osservare che, anche ammettendo che alcuni anarchici abitino a Saint-Denis, è senz’altro falso dedurne che tutti gli abitanti di Saint-Denis sono anarchici, perché non è possibile inferire una proposizione universale affermativa da una particolare affermativa. Per quanto riguarda la seconda premessa, anche ammesso che nella Parigi di fine Ottocento tutte le esplosioni delle bombe fossero state causate dagli anarchici, sarebbe comunque falso affermare la conversa di tale proposizione, e cioè che tutti gli anarchici hanno causato esplosioni. Il ragionamento di Rochefort, pur essendo valido, conduce ad una conclusione falsa: «se X abita a Saint-Denis, allora X ha causato l’esplosione», perché sono false le premesse: «se X abita a Saint-Denis, allora X è un anarchico» e «se X è un anarchico, allora X ha causato un’esplosione».</p>
<p>È possibile che un ragionamento valido sia fallace? In questo caso il ragionamento è fallace per almeno due ragioni. Rochefort assume che il fatto di essere anarchici sia già di per sé un indizio di colpevolezza, mentre la colpevolezza degli imputati è ciò che si dovrebbe dimostrare adducendo prove. Si ha dunque una <em>petitio</em> <em>principii</em> (si assume che vi sia un legame tra l’appartenenza ad un gruppo anarchico e attività sovversive, mentre proprio questo è ciò che l’accusa deve provare) e anche un caso di <em>inversione</em> <em>dell’onere della prova</em>, perché si assume che siano gli anarchici a dover dimostrare la propria innocenza piuttosto che l’accusa a doverne dimostrare la colpevolezza.</p>
<p>Se è fallace la battuta di Rochefort, allora è fallace anche il ragionamento di alcuni investigatori e di molti organi di informazione francesi che secondo Salmon attribuirebbero ai sospetti la responsabilità delle azioni di sabotaggio, oltre che l’etichetta di terrorista, sulla base di un solo discutibile indizio: l’appartenenza politica a gruppi anarchici. Se è vero che molti dei giovani di Tarnac sono stati trattenuti in carcere in assenza di prove (come mostra la loro successiva liberazione) – e se è valida l’analogia di Salmon, allora le osservazioni rivolte al discorso di Rochefort potrebbero essere applicate anche al caso del sabotaggio delle ferrovie. Inoltre, assumendo che alcuni dei giovani siano davvero colpevoli del sabotaggio, che cosa impedisce di classificare il loro atto come un atto di contestazione radicale del sistema capitalista? La definizione del fatto è una costruzione mediatica o dipende da una chiara legislazione che definisce con precisione quali sono gli atti terroristici?</p>
<p>Una fallacia di definizione del concetto di atto terroristico sarebbe alla base dell’ingiusta applicazione della custodia cautelare secondo i firmatari della petizione a sostegno di Julien Coupat:</p>
<p>Il bersaglio di quest’operazione è ben più ampio del gruppo di imputati contro i quali non esiste alcuna prova materiale, e neppure qualcosa di preciso di cui possano essere accusati. L’imputazione per «associazione a delinquere in vista di un’impresa terroristica» è più che vaga: che cos’è esattamente un’associazione e come si deve intendere l’espressione «in vista di» se non come una criminalizzazione dell’intenzione? Quanto all’aggettivo terroristico, la definizione in vigore è così ampia che si può applicare a qualunque cosa, al punto che possedere tale o tal altro testo o andare a questa o a quella manifestazione è sufficiente per cadere sotto i colpi di questa legislazione d’eccezione.<a href="#_ftn17">[17]</a></p>
<p>Secondo i firmatari della petizione, l’imputazione per associazione a delinquere con finalità terroristiche è applicata in questo caso in maniera vaga e troppo larga, perché i giovani di Tarnac non costituiscono un’associazione e le finalità terroristiche non sono state imputate alle loro azioni ma soltanto alle loro intenzioni. Un’altra fallacia di <em>definizione</em> sarebbe sottesa alla qualifica di terroristi, perché il termine terrorismo sarebbe inteso in senso troppo largo, senza che siano forniti dei criteri precisi o le condizioni necessarie perché un atto possa essere considerato terroristico, e dunque soggetto ad una legislazione eccezionale.</p>
<p><em>©  2011 Bollati Boringhieri editore, Torino</em></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/bollatiboringhierieditore">http://www.facebook.com/bollatiboringhierieditore</a></p>
<p><a href="http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833922102">http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833922102</a></p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a>Il processo, a distanza di due anni, è ancora in corso, e nessuno degli imputati è attualmente in carcere, ma Julien Coupat è stato liberato soltanto nel maggio 2009, dopo ben sette mesi di custodia cautelare.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a>Christophe Cornevin e Anne-Charlotte De Langhe, «SNCF: l&#8217;étrange itinéraire du saboteur présumé», <em>Le Figaro</em>, 20 novembre 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a>Cf. G. Debord, <em>La societé du spectacle</em>, 1967, trad. it. di P. Salvadori e F. Vasarri, <em>La società dello spettacolo: commentari sulla società dello spettacolo</em>, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a>Cf. H. Marcuse, <em>Der eindimensionale Mensch</em>, 1964, trad. it. di L. Gallino e Tilde Giani, <em>L’uomo a una dimensione: l&#8217;ideologia della società industriale avanzata</em>, Torino, Einaudi, 1999.</p>
<p><a href="#_ftnref5">[5]</a>Cf. Ch. Cornevin,<em> </em>«Mobilisation générale contre les sabotages à la SNCF, Sécurité. Les enquêtes ont été regroupées à la section antiterroriste du parquet de Paris», <em>Le Figaro</em>, 11 novembre 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref6">[6]</a><em>Ibidem</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref7">[7]</a>Cf. Ch. Cornevin, «Sabotages de la SNCF: la piste de l&#8217;ultragauche. Terrorisme. Susceptibles d&#8217;être violents, ces nihilistes clandestins voulaient s&#8217;attaquer à un symbole de l&#8217;État», <em>Le Figaro</em>, 12 novembre 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref8">[8]</a>Il termine altromondismo (diffuso soprattutto nei paesi francofoni) è usato per indicare tutti quei movimenti che non hanno per obiettivo il rifiuto della globalizzazione <em>tout court</em> ma che aspirano ad una diversa forma di globalizzazione, secondo lo slogan: «Un altro mondo è possibile».</p>
<p><a href="#_ftnref9">[9]</a><em>Ibidem</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref10">[10]</a>Cf. G. Agamben, «Terrorisme ou tragi-comédie», <em>Liberation, </em>19 novembre 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref11">[11]</a>François Vignolle, Stéphane Sellami et A-C.J, «Des Etats-Unis à l&#8217;Allemagne en passant par la Corrèze», <em>Le Parisien</em>, 13 novembre 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref12">[12]</a>Ch. Salmon, «Storytelling. Fictions du terrorisme», <em>Le Monde</em>, 6 dicembre 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref13">[13]</a>H. Rochefort, «Anarchistes et fonctionnaires», <em>L’Intransigeant</em>, 16 marzo 1892.</p>
<p><a href="#_ftnref14">[14]</a> J. Bentham, <em>Handbook of Political Fallacies</em>, <em>cit</em>., pp. 8, 93. Cf. anche J. Bentham, <em>Sofismi politici e altri </em>saggi, a cura di P. Crespi, Milano, Bompiani, 1947, pp. 24, 44 ss.</p>
<p><a href="#_ftnref15">[15]</a>A Saint-Denis, cittadina che è oggi parte della banlieue settentrionale di Parigi, era attivo negli anni Novanta dell’Ottocento un noto gruppo anarchico, autore nel 1890 della pubblicazione: <em>La Jeunesse libertaire</em> [La gioventù libertaria]<em>.</em> L’attentato cui si riferisce Rochefort fu compiuto il 1 marzo 1892 all’Hotel de Sagan, oggi sede dell’ambasciata polacca a Parigi, con l’esplosione di una bomba che procurò danni materiali ma non danni alle persone.</p>
<p><a href="#_ftnref16">[16]</a>H. Rochefort, <em>cit</em>., in Salmon, <em>op. cit.</em></p>
<p><a href="#_ftnref17">[17]</a>«Non à l’ordre nouveau», <em>Le Monde</em>, 27 Novembre 2008. La petizione è stata firmata da numerosi filosofi, sociologi e intellettuali, tra cui citiamo almeno Agamben stesso, Alain Badiou, Luc Boltanski, Eric Hazan (direttore della casa editrice La Fabrique), Jean-Luc Nancy, Enzo Traverso e Slavoj Zizek.</p>
<p>*</p>
<p>[estratto da: Paola Cantù, <em>E qui casca l'asino. Errori di ragionamento<br />
nel dibattito pubblico</em>, Torino, Bollati Boringhieri 2011.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/chi-ha-paura-degli-anarchici-il-caso-coupat-e-la-difesa-di-agamben/">Chi ha paura degli anarchici? Il caso Coupat e la difesa di Agamben</a></p>
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		<title>La fine della dittatura in Tunisia</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2011 07:00:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il giorno in cui Zine El-Abidine Ben Ali ha deposto Bourguiba, il 7 novembre 1987, ero a Tunisi. Assolutamente per caso. In quel periodo lavoravo nel sud del paese, e ero salito nella capitale per il fine settimana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/22/la-fine-della-dittatura-in-tunisia/">La fine della dittatura in Tunisia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il giorno in cui Zine El-Abidine Ben Ali ha deposto Bourguiba, il 7 novembre 1987, ero a Tunisi. Assolutamente per caso. In quel periodo lavoravo nel sud del paese, e ero salito nella capitale per il fine settimana. Come spesso mi capitava avevo viaggiato tutta la notte in un taxi collettivo, cullato dalla musica egiziana che l’autista teneva accesa per tenersi compagnia, dai tiepidi odori di erba secca e carbonella che vorticavano dai finestrini della provata Peugeot familiare. Che l’anziano presidente non fosse più al potere l’ho saputo dal barbiere che mi stava tagliando i capelli. In città regnava una calma irreale, una sospensione che aveva qualcosa di solenne: niente grida, niente manifestazioni di gioia o vendetta. Una bonaccia in cui si intuiva la gioia di un lenimento, in puro e dolce stile tunisino. Mi è sempre rimasta impressa.</p>
<p>La fine della dittatura di Ben Ali, alla fine di una fulminea ma inarrestabile insurrezione che nessuno aveva previsto, nessuno ha pilotato e nessuno ha saputo contenere, è qualcosa però di diverso, e avrà conseguenze che ancora si fa fatica a concepire, tanto sono grandi. Per la Tunisia stessa, <span id="more-37863"></span>che uscirà, se tutto va bene, da un giogo che solo chi aveva in qualche modo contatti diretti con il paese poteva misurare in tutta la sua efferatezza e crudeltà, e che durava a dir poco dalla metà degli anni novanta. L’abilità di Ben Ali è stata quella di persuadere l’occidente che il suo regime fosse un baluardo contro l’islamismo, e che proprio per parare quella minaccia si fosse dato il suo impianto repressivo e assolutistico. Spazzando a priori il problema della democrazia. Quando invece il dittatore, a differenza di Bourguiba, ha sempre avuto un rapporto molto ambiguo con l’islam radicale e meno radicale, fatto di concessioni e di strette improvvise, e quando al fondo delle sue preoccupazioni c’erano principalmente gli interessi del suo voracissimo clan.</p>
<p>Ma anche per tutti gli altri paesi arabi, tutti sprovvisti di una legittimità democratica, niente sarà più come prima. Come confidare in un regime poliziesco basato sulla violenza (è la ricetta comune), quando chi sembrava cavarsela meglio con quel sistema è stato spodestato nello spazio di qualche settimana? Il problema della democrazia non è più eludibile. E l’assioma della diga contro l’islamismo non è più una merce vendibile. Quindi anche per noi, noi italiani e europei e occidentali, che appunto eravamo i generosi acquirenti di quella mercanzia, niente sarà più come prima.</p>
<p>Io non conosco a fondo la Tunisia, questo piccolo paese così vicino a noi e con una sua identità così forte e così originale da ormai molti secoli. Ci ho lavorato per un anno, ci ho incontrato mia moglie, che a sua volta ci è vissuta per una decina d’anni, e quindi ha conservato dei forti vincoli, ho mantenuto rapporti con persone che ci vanno spesso. Ma la conoscenza di un paese passa per la lingua, e io non so l’arabo. È impossibile capire in profondità una cultura senza captarne i tenui chiaroscuri delle frasi, senza cogliere i diversi intarsi semantici delle parole e gli intraducibili riverberi di senso, senza interiorizzare il senso dei ritmi e dei silenzi. Sono le lingue che ci rivelano i segreti dei paesi, più ancora che le parole effettivamente dette, più ancora che le persone che ce le rivelano.</p>
<p>La Tunisia è però pur sempre un paese che mi ha insegnato molto. Lì ho appreso che gli arabi sono capaci di squisitezze e delicatezze che non hanno pari (il top lo ritrovo nei deliziosi bottegai di commestibili, sparsi per il mondo ma riconoscibili fisicamente e appunto dai modi, originari dell’isola di Djerba). E lì ho imparato, quando ancora da noi non se ne parlava, cosa sono gli islamisti: alcuni colleghi della controparte, per usare il linguaggio della cooperazione internazionale, erano militanti fondamentalisti. Ma lì ho constatato soprattutto che con la loro supponenza e ignavia per così dire antropologiche gli italiani hanno tendenza a non capire nulla dei magrebini, a prenderli sottogamba, a disprezzarli. Il che purtroppo non ha tardato a rivelarsi in modo drammatico a livello nazionale. Una delle due anime della coalizione che ci governa è ora violentemente xenofoba, e manco a dirlo proprio negli arabi vede il suo principale nemico e l’origine dei nostri mali.</p>
<p>Le distanze geografiche non corrispondono a quelle geopolitiche, e queste sono indipendenti da quelle affettive. La Tunisia è attaccata all’Italia, e in Italia vivono più di centomila tunisini, ma la Tunisia è lontanissima dall’Italia. Ci separano il fantasma dell’islamismo radicale che l’occidente ha alimentato e imposto negli ultimi anni, il non risolto problema della Palestina, il razzismo che è dilagato nel nostro paese fino appunto a prendersi le leve del potere, la scarsa lungimiranza della nostra classe politica non razzista (il razzismo è cieco per definizione), la completa idiozia del turismo balneare (il turismo, visto che molti italiani frequentano le spiagge tunisine, potrebbe essere un modo per avvicinarsi). Paradossalmente la Francia, che ha appoggiato fino all’ultimo il regime di Ben Ali – in piena crisi la ministra degli esteri ha offerto pubblicamente il suo aiuto tecnico in tema di materiali antisommossa! &#8211; e s’è vista costretta a invertire la rotta nel giro di qualche ora, è molto più vicina di quanto lo siamo noi alla Tunisia. È abituata per lo meno a accogliere e ascoltare i suoi intellettuali e i suoi artisti, il suo stesso passato coloniale la obbliga a riflettere e a cercare soluzioni.</p>
<p>I grandi avvenimenti della storia ci piombano addosso spesso cogliendoci di sorpresa, lasciandoci quasi un po’ increduli. Pretendono che ci diamo una mossa, che cambiamo. Dopo la caduta del muro di Berlino nessuno di noi era più lo stesso: non si poteva seguitare a appartenere a un mondo che non esisteva più. Per me l’insurrezione tunisina è dello stesso tenore: tutti gli schemi e le contrapposizioni che avevamo in testa sono polverizzati, hanno bisogno di essere rinnovati. Urgentemente. Il nostro ministro degli esteri ha capito tutto: il modello da seguire secondo lui è Gheddafi.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sul quotidiano "Trentino" del 20.01.11]</em><strong><br />
</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/22/la-fine-della-dittatura-in-tunisia/">La fine della dittatura in Tunisia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 09:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ho conosciuto personalmente Cesare Battisti, intendo il Battisti di cui si parla tanto in questi giorni, non il mio eroico concittadino, quando ci hanno invitato entrambi a una fiera libraria di una cittadina dell’hinterland parigino. A quella manifestazione non c’era molta gente, e nessuno sembrava interessarsi ai due autori italiani non troppo conosciuti che eravamo: lui non era ancora la vedette dei media francesi (e italiani) che sarebbe diventata in seguito, e io ero al mio primo romanzo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/battisti-le-vittime-lo-stato/">BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ho conosciuto personalmente Cesare Battisti, intendo il Battisti di cui si parla tanto in questi giorni, non il mio eroico concittadino, quando ci hanno invitato entrambi a una fiera libraria di una cittadina dell’hinterland parigino. A quella manifestazione non c’era molta gente, e nessuno sembrava interessarsi ai due autori italiani non troppo conosciuti che eravamo: lui non era ancora la vedette dei media francesi (e italiani) che sarebbe diventata in seguito, e io ero al mio primo romanzo. Quindi ci siamo messi a parlare, bevendo uno scontroso vino rosso messo a disposizione dall’organizzazione. Confesso che all’epoca sapevo molto poco del suo passato, ma avevo letto e apprezzato un paio dei suoi libri. A distanza di tanto tempo non saprei dire con precisione di cosa, ma abbiamo conversato senza sosta per quattro ore. Quando passava di lì l’accigliata organizzatrice ci guardava un po’ strano, perché presi dalla foga della discussione, e forse un po’ anche dall’alcol, del quale Battisti sembrava particolarmente ghiotto, ci eravamo sistemati di spalle ai disattenti visitatori (non era previsto alcun compenso pecuniario, specifico). Siamo poi rientrati in città assieme con i mezzi pubblici, e ricordo molto bene la sua maniera di salutarmi alla stazione della metropolitana. Per un istante mi ha abbracciato con calore, ma irrigidendosi subito in una postura grave e vigile, come chiudendosi di nuovo in se stesso, come concentrandosi su quello che doveva fare. E’ così che salutano i latitanti, mi è venuto da pensare. Lo ho poi guardato sgusciare con passo ostinato tra la folla, senza voltarsi.<span id="more-37707"></span></p>
<p>Racconto questo aneddoto per lo stesso motivo per il quale me lo sono ripassato infinite volte nella mia testa: per avere qualche indizio. La verità è che io non so se Battisti sia colpevole o meno. Certo, i processi lo hanno condannato in modo definitivo, e in questo momento quasi tutti danno per scontato che lo sia. Se però si leggono le argomentazioni di persone anche autorevoli che hanno commentato l’iter della giustizia, e io ho provato a farlo, si hanno devastanti dubbi su come la macchina giudiziaria ha proceduto. Non voglio addentrarmi qui nei dettagli delle incongruenze e delle zone torbide (e in primo luogo la pochissima attendibilità dei pentiti su cui si reggeva l’impianto dell’accusa e l’utilizzo della tortura): dico solo che come semplice cittadino io in coscienza non so se Battisti sia responsabile o meno di tutte le nefandezze che gli sono state imputate. Rispetto a altri fatti che hanno insanguinato l’Italia degli anni sessanta e settanta in questo caso la giustizia ha agito con una relativa velocità, ma restano le analoghe lancinanti ombre. Non sto criticando la giustizia italiana, nella quale credo fermamente (e proprio di questi tempi di crisi se ne hanno consolantissime conferme), intendiamoci bene: esprimo solo i miei dubbi su quel particolare episodio giudiziario, i miei dubbi di cittadino che riflette a quello che legge e che prima di essere convinto vuole vedere delle prove chiare e non contraddittorie.</p>
<p>Io capisco benissimo la reazione dei parenti delle vittime. Capisco il loro dolore, capisco il loro bisogno di giustizia, la loro volontà che chi ha fatto loro tanto male paghi. Lo capisco per una mia naturale empatia con le vittime, di qualunque natura e estrazione esse siano, testimoniata dal fatto che la maggior parte dei miei testi letterari narrano vicende di vittime (come ha sottolineato qualche critico). Credo che le vittime vadano rispettate e ascoltate, credo che sia giusto che le loro emozioni pesino. Però credo anche che le vittime vedono solo il particolare, quel particolare che le ha devastate, mentre le istituzioni e chi le rappresenta dovrebbe avere invece una visione più articolata e più generale, non influenzata dalle emozioni. Per il bene della nazione e della democrazia. Per rispettare le ragioni di tutte le parti, perché in futuro quei fattacci non si abbiano a riprodurre. Perché è solo prendendo le distanze con equanimità e senso storico (troppo bello se tutti i torti stessero da una parte sola!) da ciò che è avvenuto che si può voltare pagina e andare avanti, affrontando serenamente le nuove emergenze.</p>
<p>Se c’è una cosa che proprio non si può dire degli anni di piombo, mi sembra, è che le persone che sono state coinvolte nella lotta armata non abbiano pagato. Ricordo che moltissimi protagonisti all’epoca dei fatti erano molto giovani (sempre più giovani mano a mano che la diabolica parabola del terrorismo avanzava), moltissimi venivano da situazioni di subcultura (a questo proposito si veda per esempio l’illuminante <em>Storie di lotta armata</em> di Manconi). Si sono lanciati nella violenza anche perché (sottolineo: anche) nessuno ha spiegato loro in modo convincente le ragioni per non farlo, perché nessuno li aveva educati. La riprova: nei paesi dove quegli stessi giovani in rivolta respiravano un clima culturale che costituiva una potente barriera nei confronti delle grettissime e obsolete farneticazioni teoriche degli ideologici teorici della lotta armata, presenti ovunque, il terrorismo non ha attecchito. Questa naturalmente non può essere una giustificazione, ma è pur sempre una verità che non può essere ignorata. La chiusura e l’arretratezza culturali dell’Italia di quegli anni e della sua classe dirigente, e i retaggi legati alla fine del fascismo, sono stati il substrato sul quale il terrorismo ha prosperato. Ignorare questo mi sembra altrettanto grave che sminuire le ragioni delle vittime della violenza.</p>
<p>Ma lasciamo stare, non voglio addentrarmi in questo discorso che richiederebbe, per evitare fraintendimenti, ben altro spazio. Quello che voglio dire è invece che moltissimi di quei giovani terroristi, la stragrande maggioranza, sono stati in carcere, in condizioni molto dure, hanno poi intrapreso lunghi e umili percorsi di reinserimento. Le testimonianze scritte, più o meno valide sul piano letterario, sono molto numerose. Certo, come sempre succede qualcuno l’ha fatta franca, ma nel complesso i responsabili di fatti di sangue hanno pagato, c’è stata giustizia. E’ un dato di fatto molto importante, sia sul piano oggettivo (in particolare proprio nei confronti del dolore e delle rivendicazioni delle vittime) che sul piano simbolico, per la salute della nostra democrazia. Una democrazia non può permettersi che chi l’ha ferita non paghi.</p>
<p>Il fatto che sugli anni di piombo si sia fatta giustizia non è per niente scontato. Viviamo in un paese che ha vissuto recentemente una dittatura che è durata più di un ventennio, responsabile della morte, per non considerare solo il crimine più infame, di molte migliaia di ebrei. Questo episodio drammatico della nostra storia è stato archiviato prima ancora di cominciare a fare i conti, visto che un anno dopo la fine della guerra è stata fatta un’amnistia. Certo, qualche rara autorità fascista ha pagato con la vita o con la prigione, o con l’esilio, ma la maggior parte dei responsabili non ha affatto pagato. Decine di migliaia di persone che avrebbero dovuto rispondere dei loro atti (e qui non si trattava di ragazzi) sono usciti completamente indenni. Molti mali dell’Italia attuale, e della debolezza della nostra democrazia, possono essere a mio avviso legati proprio a questa mancata presa di distanza dal fascismo. E’ il caso opposto a quello della stagione della lotta armata. E anche qui, mi permetto di ricordare, ci sono vittime le cui piaghe sono ancora aperte. Io ne conosco personalmente più di una. Sono discendenti di oppositori del fascismo, o di ebrei, costretti a sorbirsi l’incredibile benevolenza con cui si tratta, a cominciare proprio da molti rappresentanti del governo e delle istituzioni, il fascismo.</p>
<p>Ammettiamo che Battisti &#8211; io in coscienza non lo so, l’ho già detto &#8211; sia responsabile di tutti i delitti per i quali è stato condannato, ammettiamo che sia il sordido e sinistro figuro che molti dipingono (a me non ha fatto quest’impressione). Perché queste dichiarazioni inconsulte e questa concitazione da periodo di emergenza, perché queste reazioni per molti versi isteriche? Il fatto che questa buia vicenda della nostra storia si sia conclusa, e che per una volta l’Italia abbia fatto le cose piuttosto bene, non dovrebbe spingere a impiegare toni più pacati, non dovrebbe incitare a parlare con il piglio di chi ha la coscienza a posto, di chi intende guardare con fiducia e con ponderatezza al futuro? Non parlo delle vittime, ripeto, che hanno pieno diritto di gridare la loro rabbia e il loro dolore, parlo dei rappresentanti del governo e delle istituzioni dello stato. Perché non protestare con composta fermezza, se non si ritengono legittime le decisioni delle autorità brasiliane? Perché non approfittare dell’occasione per ricordare che nella maggioranza degli altri casi la giustizia è stata fatta, invece di soffiare sulle braci? Perché non mostrare serenità e equilibrio e equanimità storica, che sarebbero molto salutari in questo momento nel quale alcuni sintomi ci dicono che purtroppo il terrorismo potrebbe risorgere dalle sue ceneri? Perché denigrare l’intellighenzia e i media esteri, che proprio in questo periodo sono così attenti alle vicissitudini della nostra democrazia? (senza contare l’oggettiva ridicolaggine delle avventate affermazioni, per chi conosca un minimo le realtà di cui si vaneggia).</p>
<p>Un’ultima cosa. L’esilio. A mio modesto parere l’esilio è pur sempre una punizione. Una separazione dalle cose, dalle persone, dalla lingua madre. Che sia colpevole o meno (anche un assassino può scrivere dei buoni libri, si sa) per me Battisti è un autore non meno talentuoso di tanti giallisti nostrani di cui si parla tanto. Un autore che scriveva in italiano sempre più incerto, dal quale i suoi libri venivano poi tradotti in francese. E che adesso non scrive più. Certo l’esilio non può essere paragonato con la durezza della prigione, e soprattutto l’esilio non redime, tende piuttosto a fossilizzare, a “bloquer sur image”, a differenza dei percorsi di carcerazione e reinserimento di cui sopra. Probabilmente quello che è successo a Battisti, e che spiega molti suoi comportamenti è proprio questo: è restato agli anni settanta. Non dimentichiamo che l’Italia di quel periodo era piena di personaggi con il suo linguaggio e la sua boria. Dall’una come dall’altra parte. Ma Battisti ha pur sempre vissuto per tanti anni in esilio, e in condizioni difficili (chi afferma il contrario non conosce la realtà, o mente). E da qualche anno è in carcere. Qualcuno può ritenerlo un prezzo troppo basso, e può aver ragione (nel caso che i processi abbiano appurato la verità), ma non dimentichiamo che è anche questo un prezzo. E forse in questo momento non è poi così importante accanirsi su un singolo caso, perdendo l’occasione per dichiarare finalmente quel periodo concluso.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sul quotidiano "Trentino" del 05.01.11]</em><strong><br />
</strong></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>NEL CUORE DEVASTATO DEL PAESE.</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 05:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
</p>
<p>Finché, alle 10.25, il boato.  Più di quello.. Una deflagrazione che mi fece pensare al tonfo sconvolto di un aereo contro il suolo della città, come una freccia scoccata  da diecimila metri e lanciata contro la città da un gigante nemico, il gigante di una fiaba nera.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/02/nel-cuore-devastato-del-paese/">NEL CUORE DEVASTATO DEL PAESE.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/bologna-stazione_centrale.jpeg" alt="bologna-stazione_centrale" title="bologna-stazione_centrale" width="480" height="360" class="aligncenter size-full wp-image-18885" /></p>
<p>Finché, alle 10.25, il boato.  Più di quello.. Una deflagrazione che mi fece pensare al tonfo sconvolto di un aereo contro il suolo della città, come una freccia scoccata  da diecimila metri e lanciata contro la città da un gigante nemico, il gigante di una fiaba nera. Saltai giù dal letto della camera degli ospiti del mio amico e corsi nel corridoio che era diventato della paura. “Cosa è successo?” gridai. Mi venne incontro Boratti, col la camicia sahariana tutta aperta sul petto, i capelli arruffati e il viso bianco. “Non lo so Fabione, sembra uno scoppio…”.<br />
Uscimmo velocemente, quasi nel panico. Boratti disse a Lucia di rimanere dentro, ma la ragazza – non avrà avuto che vent’anni al massimo – volle uscire con noi a tutti costi. <span id="more-18880"></span>Eravamo in pieno centro, corremmo con altre persone mentre altre correvano verso di noi, in senso opposto. Rumore di sirene. Occhi sconvolti, tagliati nell’aria incupita di agosto come da una lama di luce opaca. Occhi disperati, spaventati, aperti come cuscini sventrati. Era stato alla stazione, un uomo urlò: “Una bomba!”. Andammo tutti e tre verso il nodo scorsoio ferroviario. Il caos, l’inferno. Le urla, tutte insieme, della paura, che sembrava provenissero da un corridoio surriscaldato dal male oscuro, come se la depressione rombasse e spandesse calore attorno a coloro che la provavano, come se il male oscuro avesse trovato un’unica voce dissonante e un sole perfido e nero per esprimere tutto il suo globale dolore. Passi, grida, ambulanze, le macerie di una guerra. Qualcuno aveva messo una bomba in una sala d’attesa di seconda classe. Un’ala intera della stazione era crollata e aveva investito in pieno un treno in sosta al primo binario.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/stazione-di-bologna-dopo.jpeg" alt="stazione-di-bologna-dopo" title="stazione-di-bologna-dopo" width="600" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-18882" /><br />
Una bomba composta da 23 chili di esplosivo, una miscela satanica. I poliziotti ci urlavano di fermarci, eravamo come impazziti, ci dicevamo a mezze frasi urlate che sarebbe stato ingiusto non tentare di soccorrere chi stava sotto quel tumulo, ma quella piazza era ferma come un enorme chiodo arrugginito, e sotto la sua capocchia immensa non si riusciva a passare. Venni assalito da un attacco d’ansia, all’epoca non avevo mai provato uno psicofarmaco, credetti di svenire. Ma era una vigliaccata, nel mio gemere silenzioso, fermarmi, abbandonare ciò che comunque era assurdo provare a fare. Ci ricacciarono indietro, fui però contento di non dovermi muovere, fare, aiutare nella bolgia. Era insensato urlare e muoversi di facce alterate, come maschere di Ensor sotto la calura. Tornammo a casa svelti, a guardare la televisione. Mentre le ambulanze inchiodavano, scorrevano a tutta velocità sulle strade, e la polizia sgommava le ruote delle Giulia in un continuum morboso. Boratti andò in bagno e prese degli asciugamani che ci lanciò come si lanciavano nei film americani di una volta i pacchetti di Lucky Strike. “Dai asciugatevi il sudore”, disse col suo forte accento bolognese. Lucia rise istericamente, lanciò l’asciugamano contro Boratti, il suo uomo inaffidabile, geniale e divertente. Tenevo gli occhi spalancati, lo sentivo da come tiravano verso le sopracciglia. Entrando in casa del Boratti mi ero scorto per un momento allo specchio: avevo visto un uomo sconvolto, alle corde d’ogni ring, provato fino al fondo di se stesso. Avevo visto la deflagrazione suprema, l’estrema morte in faccia, su facce invisibili, seppellite da muri, calce, polvere e calura. Era insopportabile. Ora guardavamo il telegiornale. Bruno Vespa, il timbro vocale più chiaro di quello che ha oggi, con tutte quelle puntate di “Porta a Porta” sulle corde vocali. Parla Vespa, parla. Le immagini scorrono, sulla piazza che abbiamo appena lasciato, le interviste fioccano. Gente che ricorda altri bombardamenti. Un anziano parla della guerra, e gli si rompe per un attimo la voce nel petto. E’ stata una guerra. Una dichiarazione deflagrata. Una dichiarazione dal nulla, che più tardi, mentre Boratti dorme con Lucia nella sua stanza, apprenderò dal GR 1 essere arrivata dai NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari, gente dell’estremissima destra, quella che guarda a ritroso, spontaneamente, col fuoco alle carni e il sangue spruzzante dalle vene morte, a Hitler. In quel momento la mia coscienza – o incoscienza – politica ha un colpo, lo subisce tutto, come un marchiare di nocche sulla pelle ossuta. Penso al mio neofascismo all’acqua di rose, ai miei pavidi saluti romani, giusto per sentirmi un diverso tra pari diversi, nella conca di un intruppamento da comizio almirantiano. Mentre sfilano sul palco un bel grappolo di brutte facce in doppiopetto, tutti quei miliziani dell’ipocrisia, quei falsi in bilancio ideologico – perché il fascismo era vecchio, aveva perso, era stata una dannata sciagura per il paese – io li guardo, da sotto, assieme a migliaia di altri invasati. “Giorgio – Giorgio – Giorgio – Giorgio!” Lo salutiamo così, il leader, il nostro vero Duce. Che l’altro per età non abbiamo fatto in tempo a inneggiarlo, io sono del 43, sono nato, emerso dalle fasce, dal ventre spossato della mia mamma lombardona e mugugnante quando il Duce stava per chiudere la sua prima terribile fase, ed aprire con l’ultimo atto, a Salò, facendo quella repubblica d’assurdità, nelle riviera lacustre, una repubblica confinata, ristretta, chiusa in un recinto di vacche e buoi, guardati a vista dai tedeschi, loro prigionieri, loro schiavi. E così, sapendo del nuovo attentato che veniva dalla destra estrema, da gente che era partita di sicuro dal MSI prima di darsi alla macchia, ma che forse c’entrava anche con lo stato, con quello stato che stava debellando il tremore delle Brigate Rosse – all’altro capo del filo sozzo di sangue – e che a dire di tanti proteggeva e favoriva, grazie ai servizi segreti, queste campagne di morte per mantenere in vita una tensione nel paese che non permettesse l’avvento dei comunisti. Ma se era vero, a quale prezzo? Quel giorno a Bologna assistetti al vero sangue, al vero macigno sulle persone e le cose. Avevo scherzato, fino a quel giorno. La politica era stato un gioco al massacro, ma pur sempre un gioco. E se fosse venuta dall’altra parte, la bomba?<br />
Già il 26 agosto  la Procura della Repubblica di Bologna emise ventotto ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari: Roberto Fiore e Massimo Morsello (futuri fondatori di Forza Nuova), Gabriele Adinolfi, Francesca Mambro, Elio Giallombardo, Amedeo De Francisci, Massimiliano Fachini, Roberto Rinani, Giuseppe Valerio Fioravanti, Claudio Mutti, Mario Corsi, Paolo Pizzonia, Ulderico Sica, Francesco Bianco, Alessandro Pucci, Marcello Iannilli, Paolo Signorelli, PierLuigi Scarano, Francesco Furlotti, Aldo Semerari, Guido Zappavigna, GianLuigi Napoli, Fabio De Felice, Maurizio Neri. Vengono subito interrogati a Ferrara, Roma, Padova e Parma. Tutti saranno scarcerati nel 1981. </p>
<p>Eppure io sapevo – perché l’avevo intuito, e nel mio intuito c’era e c’è ancora la mia vita, il mio essere – che erano stati loro, o parte di loro. Chi altri? Mambro e Fioravanti dopo tutti questi anni continuano a professarsi innocenti sulla strage. Ma c’è da credere a gente del genere? Io ho odiato il genere umano, ho odiato tutto e tutti, avrei voluto più volte che il mondo scoppiasse, ma forse perché sapevo che questo non c’era alcun rischio che succedesse. Le stragi erano sempre parziali, erano stragi da diporto, per così dire. L’ecatombe no, non era prevista. C’era spazio solo per porzioni, frazioni di ecatombe. Dopo la seconda guerra mondiale, con la guerra fredda, le guerre calde erano tutte altrove, in mondi sconosciuti, in mondi tascabili per la nostra mente tutta rivolta a ciò che ci stava accanto. Ecco, ora la bomba mi era scoppiata accanto, avevo sentito il boato, avevo per la prima volta assistito a una vera, grande atrocità, avevo corso per quella piazza ingombra di ambulanze e auto private usate per il trasporto dei feriti. E poi ero uscito ancora, solo, e avevo visto i camion, le ruspe, il vociare disperato e indaffarato, avevo visto le autopompe, i volontari che scavavano cercando i poveri corpi, e il numero si sommava. Così Vespa aveva accennato al fatto che sarebbero potute essere ottanta, e infatti alla fine furono ottantacinque, di cui un buon numero erano bambini, alcuni tirati  fuori dalle pietre del dolore già defunti, altri morti dopo, nel tentativo dell’estremo salvataggio.</p>
<p>Il binario 1 della fine del mondo. In mezzo a una nube di odore selvaggio, strano, in mezzo a corpi macerati nel sangue, di macerie doloranti come pezzi di carne polverizzata. Urla, che provenivano da un angolo sorto in vita dell’inferno. La seconda classe non esiste più. Quei porci – sì, dentro di me li chiamo porci – hanno divelto, distrutto la seconda classe, la classe dei proletari, di chi meno spende, la classe più affollata.<br />
Il boato. E poi: un uomo  che dirige il traffico in mezzo alla strada, i poliziotti, i portantini e i morti, che sono tanti, un uomo che copre gli occhi di una ragazzina, l’ abbraccia, ripetendole in dialetto &#8221; brisa guarder cineina, brisa guarder&#8221;, non guardare piccolina, non guardare. Un facchino, grande e grosso, trema. Avrà  trent’anni, forse di più, e piange e trema, e gli occhi vanno su e giù, su e giù. E intanto chiama la mamma, tutto bianco in faccia, come un lenzuolo. Sulla valigia che portava in spalla sono conficcati pezzi di metallo lunghissimi, è la valigia che lo ha salvato da quelle pugnalate volate via dallo scoppio . L’uomo piange e piange, verrebbe voglia di consolarlo, ma il rombo delle sirene, le urla dei feriti, il silenzio assordante dei morti, che vengono fuori dai buchi a cataste, cadaveri sporchi di martirio. E intorno a noi, per la piazza, come uno sciacallo su ruote gira l’autobus 37, il tetto color crema pallido, il resto della carrozzeria rossa. Ai finestrini si muovono nel vento dei lenzuoli. Ma cosa vuol dire? L’autobus 37 gira di continuo, va e torna, e non trasporta veri passeggeri, ma morti. Le vittime le trasporta l’autobus 37, fuori servizio, deviante, che gira nella piazza e poi sparisce, scarica i morti e poi torna per caricarne altri. E per non far vedere lo straziante carico l’autobus 37 porta alle finestre le bandiere del dolore, bianche di resa, le lenzuola che fermino la vista, che proteggano quei corpi straziati dalla vista di uomini e donne e bambini vivi, scampati, una vista troppo penosa, troppo orribile. Dipinsi qualche mese dopo una serie di autobus 37, divennero quadri famosi. I 37 che si spingevano contro una torre di Babele a sua volta spinta in un cielo nero, infernale. Il 37 sull’acqua, nemmeno anfibio, correva sull’acqua come Cristo. Il 37 che vola sopra un manto stradale pieno di corvi defunti. Autoritratto da autista del 37, il quadro migliore della serie, un 120 x 200, volutamente non finito, con una grossa parte di tela, a destra, rimasta grezza.</p>
<p>Boratti fu veramente gentile e si offrì subito di accompagnarmi a Firenze sul suo Dune Buggy giallo. Lucia rimase a casa, a guardare tutto quel susseguirsi febbrile di edizioni straordinarie del telegiornale. Uscendo a fatica da Bologna, venivano incontro a noi altri rinforzi, auto che leggermente sbandavano, come se fossero state prese da incontrollata paura, altre ambulanze, autopompe. In autostrada Boratti accese la radio. “Fabione, bisogna pur vivere”, commentò con un sorriso triste. Superammo gli Appennini ascoltando Wish you were here dei Pink Floyd, due volte, cosa che mi intristì ancora di più. Trovavo quella musica vertiginosa ma anche cupa, come di messa rock  in ricordo del defunto. Rivedevo la distruzione, l’autobus 37 che girava in tondo, pieno di corpi straziati, la bambina consolata da un vecchio, il facchino grande e grosso che piangeva come un bambino e invocava la mamma. Fui contento di approdare alla stazione di Firenze e di salutare l’amico Boratti, ringraziandolo per la gentilezza. Volevo sparire dall’Italia, ma mi dirigevo invece nelle sue viscere alchemiche. Il treno per il sud transitò un’ora dopo, l’attesa a Santa Maria Novella fu estenuante. M’immaginavo che potessero avvenire altri attentati. Come in un campo minato. L’Italia, questo stivale marcio sempre nella palta di un dopoguerra infinito, era il campo lunghissimo e stretto lungo il quale gli assassini seriali avevano forse disseminato altre bombe. Una linea ferroviaria che diventava il corpo di un moribondo, al quale saltavano centri nervosi e organi vitali uno dopo l’altro, senza che per questo morisse, riuscisse a spegnersi del tutto. Rimaneva, il corpo-paese, come un essere umano in coma profondissimo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/02/nel-cuore-devastato-del-paese/">NEL CUORE DEVASTATO DEL PAESE.</a></p>
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		<title>Il tempo materiale</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2009 07:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Il tempo materiale]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Giorgio Vasta</strong>, <em>Il tempo materiale,</em> 311 pag., minimum fax, 2008.</p>
<p>Nimbo, un ragazzino di undici anni, si muove, nel 1978, in una Palermo ferina e brutale, ragionando come un filosofo razionalista. Un “mitopoieta”, per dirla con l&#8217;appellativo affibiatogli dalla sua insegnante.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/29/il-tempo-materiale/">Il tempo materiale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/vastag.jpg" alt="" title="vastag" width="209" height="283" class="alignnone size-full wp-image-12975" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Giorgio Vasta</strong>, <em>Il tempo materiale,</em> 311 pag., minimum fax, 2008.</p>
<p>Nimbo, un ragazzino di undici anni, si muove, nel 1978, in una Palermo ferina e brutale, ragionando come un filosofo razionalista. Un “mitopoieta”, per dirla con l&#8217;appellativo affibiatogli dalla sua insegnante. Tutto è parola per Nimbo, tutto è metodica sperimentazione della assoluta diversità. La sua.<br />
<span id="more-12972"></span><br />
Con lui si muovono due amici coetanei altrettanto esclusi dal mondo intero (o autoesclusi, per  autoelevazione a santi anacoreti): Raggio e Volo sono i loro appellativi di battaglia, quasi a smaterializzare la gretta quotidianità dei nomi comuni. L&#8217;anno scelto da Giorgio Vasta, autore di un romanzo straordinario, <em>Il tempo materiale,</em> non è casuale. È l&#8217;anno dove il parossismo della violenza terrorista trova il suo punto massimo nella esecuzione di Aldo Moro. Questo universo di simboli violenti, razionalmente analizzati dai continui, deliranti, comunicati brigatisti, diventa il panorama lessicale dove Vasta innesta questa discesa nell&#8217;orrore della logica da parte di Nimbo, bimbo che si fa parola ma non corpo vivo.</p>
<p>Non è il racconto della perdita dell&#8217;innocenza di una nazione, questo. È molto di più. È la dimostrazione dell&#8217;eterno infantilismo di una ideologia tutta attorcigliata alla razionalità ed esente dalla compassione. Proprio per questo il libro fugge il reale, evita i mimetismi, amplificando la sua letterarietà (con una lingua impressionate, tanto è lucida come una perla), si fa antiestetico, urticante, impassibile. Eppure il più lucido resoconto, meglio di un saggio storico o di un <em>mémoire</em>, della deviata mentalità di quegli anni. </p>
<p>I tre amici pur di escludere l&#8217;ironia dal loro vissuto sono pronti a deformarsi in pupi ridicoli della logica, definendo per loro un percorso di devianza sempre più terrificante e ferale. Come a dimostrare, per l&#8217;autore, quanto sia tragico e puerile la giustificazione teorica di ogni terrorismo, quanto poco basti a perdersi per sempre nelle proprie ossessioni. Ma c&#8217;è una bimba creola, anche, in questa storia. E quindi la speranza.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione, <em>n. 51 del 16.12.2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/29/il-tempo-materiale/">Il tempo materiale</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Autismi 2 &#8211; Mio suocero (2a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 05:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/76962.jpg"></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Tra un lavaggio di piatti e l’altro tornavo da quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Quel mio suocero che non avevo frequentato da vivo, e che adesso aveva pensato bene di morire. Che era morto e faceva il morto rispettabile tra quella gente preoccupata di mostrarsi rispettabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/07/autismi-2-mio-suocero-2a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (2a parte)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/76962.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13068" title="76962" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/76962-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Tra un lavaggio di piatti e l’altro tornavo da quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Quel mio suocero che non avevo frequentato da vivo, e che adesso aveva pensato bene di morire. Che era morto e faceva il morto rispettabile tra quella gente preoccupata di mostrarsi rispettabile. Gruppetti di parenti e di conoscenti stavano un tempo più o meno lungo in silenzio al suo capezzale, tenendo gli occhi compostamente rivolti verso il pavimento, o anche bisbigliando qualche frase compita ai loro vicini, come si parla in presenza dei morti. Poi uscivano sospirando dalla stanza, e affrontavano l’altra faccia del lutto, quella sociale. Nei loro occhi ricompariva il compiacimento di star facendo la cosa giusta al momento giusto. E erano sostituiti al capezzale da altri contegnosi gruppetti. Era una veglia funebre che non finiva mai.<span id="more-13060"></span></p>
<p>Io non ero mai stato così a lungo a contatto con un cadavere. Di solito accanto a un defunto ci si lascia andare ai ricordi, si ripercorre il passato comune, si cerca di venire a patti con il proprio dolore. Ma quel morto lì per me era uno sconosciuto, non suscitava in me del dolore. La mia era pietà, pietà per lui e per quella che adesso mia moglie, e per la madre ridotta a una fragile ombra di sofferenza, non un vero dolore. Lo guardavo, e non riuscivo a capirlo.</p>
<p>L’unica nota stonata era il grande amico, il quale non cercava di dare la minima compostezza al proprio dolore. Era elegante, ma il portamento era quello sgangherato di una persona nello stesso tempo avvilita e esasperata. Da come squadrava i presenti era chiaro che conosceva i suoi polli. Vedeva come ostentavano una tristezza che non provavano, che erano ben contenti che non fosse toccata a loro. Il suo non era nemmeno disprezzo, somigliava più a un divertito e macabro stupore. Non parlava, non aveva nessuno con cui parlare. Solo al suo amico avrebbe potuto comunicare i commenti che gli passavano per la testa. Ma il suo collega terrorista adesso era morto. Stando lì gli esprimeva la sua fedeltà senza condizioni. Dalle due condanne a morte erano passati molti anni, ma il legame era restato intatto. Cominciavo a apprezzarlo.</p>
<p>Non parlava con nessuno, ma stava lì. Le ore passavano, ed era sempre lì. Era una persona con importanti responsabilità a livello nazionale, e quotidiani appuntamenti ai massimi livelli della gerarchia dello stato, a quanto mi aveva detto mia moglie, ma stava lì a esprimere il suo disgusto per la vita che s’era mostrata così infida, a ribadire la sua amicizia. Era chiaro che non era d’accordo con quello che era successo, non era d’accordo che il suo amico fosse morto. Più che triste sembrava scornato, deluso. Come un tennista che nello shock della sconfitta si domanda come ha fatto a perdere nonostante si sia battuto così bene. Era abituato a vincere, non a perdere.</p>
<p>Quando ne avevo abbastanza tornavo in cucina. Ero contento che mentre sgominavo una catasta di stoviglie se ne formasse immancabilmente un’altra: così potevo ricominciare. Potevo restare nel mio nido, dove i cognati pesi massimi non mettevano piede. Vuotavo completamente la metà del lavello dove avevo messo il detersivo, e prima di ririempirla la sciacquavo per bene, perché io in fatto di lavatura di piatti sono sempre stato molto esigente. E anche l’altra parte, quella che usavo per sciacquare, la rinfrescavo per bene. Poi ricominciavo.</p>
<p>Proprio di fronte alla mia testa c’era una finestra: mentre mi davo da fare potevo osservare la strada che portava alla chiesa del villaggio, la chiesa stessa, bassa e quieta, e al di là di questa una scarruffata foresta di pini marittimi che si arrampicava su una rinascimentale ma pur sempre atletica collina. Dall’altra parte dell’appartamento c’era quella caricatura del lutto, e il rumore del traffico incessante della strada costiera. Lì invece non c’era traffico, non si vedeva nessun centro commerciale. La parte vecchia del paese sembrava una riserva naturale che avesse resistito all’assedio balneare e mercantile che faceva pressione dall’altra.</p>
<p>Finito un lavaggio mi asciugavo le mani con lo straccio, e andavo di nuovo dal mio ex-nuovo suocero, badando di non imbattermi nel mio nuovo temibile cognato. Era impossibile non fare un legame tra il nostro matrimonio e la sua morte, mi dicevo, osservandolo nel suo ruolo di morto dignitoso e rispettabile circondato da conoscenti dignitosi e rispettabili. Tra i due avvenimenti c’erano troppi pochi giorni, per poterli separare nella propria testa. Dopo il matrimonio erano tornati a casa, e lui era morto. L’ultima cosa importante che aveva fatto era venire al matrimonio della figlia minore. Il vago malessere che si sentiva nei muscoli e nelle ossa al suo rientro, che lui aveva preso per stanchezza, era in realtà la prossimità della morte. Mentre noi languivamo nell’inedia lui si era trovato a avere a che fare con la morte, senza sapere che si trattava della morte. O forse se ne era reso conto, vallo a sapere. In ogni modo prima del fine settimana era schiattato. La mattina la moglie era andato a svegliarlo, perché contrariamente al solito non si era ancora alzato. E poi lo aveva svegliato ancora, visto che non si decideva a alzarsi. In realtà era morto durante la notte.</p>
<p>Il collega terrorista di mio suocero continuava i suoi inquietanti avanti e indietro. Non parlava con le altre persone, le guardava anzi con malcelata avversione. Sembrava pensare che avrebbero fatto bene a morire loro, invece del suo amico di sempre. Ce l’aveva con la morte, e con le altre persone che erano lì e che non erano morte. Quelle persone che facevano mostra di un dolore e di una pietà che erano genuine solo fino a un certo punto. Le trafiggeva con il suo sguardo cinico di alto dirigente: era evidente che stentava a tenersi dentro le frasi che gli ispiravano. Era chiaro che non si sarebbe schiodato di lì prima di avere scortato il suo compagno di battaglia fino al cimitero. Era chiaro che per nulla al mondo avrebbe lasciato il suo amico solo con quella gente. Aveva una moglie, che lo seguiva tenendosi un po’ discosta, come uno zoologo che segue le tracce di una pericolosa pantera. Nemmeno lei poteva avvicinarsi più di tanto.</p>
<p>Anche mio padre tra poco sarebbe stato morto, mi dicevo fissando il mio ex-suocero, che ascoltava con gli occhi chiusi i bisbigli che lo circondavano. Lui era ancora vivo, ma ne aveva per poco. Aveva un cancro ad uno stadio molto avanzato. Erano nati lo stesso anno, e probabilmente sarebbero morti lo stesso anno. Appena prima della fine di quel secolo di surrealistica violenza del quale erano entrambi figli fedeli. Un’altra delle tante cosiddette coincidenze che mi univa a quella che da cinque giorni era mia moglie. Mio padre però da morto non sarebbe sembrato un uomo di stato sovietico, sarebbe sembrato un terrorista. Bastava vedere come si stava preparando al fatidico evento: già da diversi mesi si faceva la barba solo sporadicamente, e si lavava di rado. Puzzava. Si rivolgeva agli altri con malcelata insofferenza, quasi con astio, rimproverandogli tacitamente il fatto che sarebbero sopravvissuti. Aveva deciso di dare un’intonazione provocatoriamente radicale anche alla propria sparizione. Non voleva capitolare in extremis alle consuetudini sociali, intendeva mostrarsi coerente fino alla fine.</p>
<p>Ogni tanto al lavello della cucina trovavo adesso un’altra persona, una donna. La prima volta ci ero rimasto male: mi sentivo usurpato. Avrei voluto dirle che se ne andasse fuori dai piedi, che c’ero prima io. Che si dedicasse a qualcos’altro, invece di farmi concorrenza con i piatti. Poi invece avevo capito che quella donna con i capelli ossigenati che regolarmente mi fregava il posto non era affatto una cattiva persona. Si dava anche lei da fare come poteva, lavando i piatti. Anche lei probabilmente era a più agio con le mani nel detersivo che in quelle di un’altra persona con l’aria grave. Non ce l’aveva con me, aveva trovato anche lei la mia stessa scappatoia. E a conti fatti c’era da fare anche per due: potevo sempre farmi passare i piatti da sciacquare o passare lo strofinaccio per terra. Per fortuna c’erano sempre delle mani che portavano vassoi di stoviglie sporche. Se avessi potuto scegliere avrei preferito lavare i piatti da solo, perché in fatto di piatti ho tutte le mie piccole manie, ma in fondo mi andava bene anche così. Sempre meglio di rimanere tutto il tempo di là con la gente che fingeva di essere addolorata.</p>
<p>Mano a mano che il pomeriggio avanzava sempre più spesso accanto alla salma trovavo due signore anziane che parlavano a voce alta. Probabilmente c’erano anche prima, ma io non le avevo notate. Erano le sorelle di mio suocero. Non bisbigliavano, non fissavano il pavimento. Si parlavano dalle rispettive poltrone poste da una parte e dall’altra del letto come se si trattasse di un normale malato. Vociavano e gesticolavano, nonostante quel loro disordinato chiasso desse all’evidenza molto fastidio alla cognata, vale a dire mia suocera.</p>
<p>Anche da morto sei proprio bello, dicevano al fratello. Lo ripetevano prendendo a testimoni gli altri, come si potrebbe fare appunto per tirare su di morale un malato. E rievocavamo episodi dove lui ne aveva combinata una delle sue. Ridevano fino a piegarsi in due sulla rispettiva poltrona, mentre aggiungevano altri dettagli. Ridevano e nello stesso tempo piangevano. Piangevano di tenerezza e di dolore. Ne aveva sempre combinate di tutti i colori, fin da molto piccolo, dicevano, lanciandosi delle occhiate di connivenza, come quando si parla in presenza di una persona un po’ dura di comprendonio. Sembrava quasi che rimproverassero al loro fratello rispettivamente minore e maggiore la monelleria di essere morto.</p>
<p>Era impossibile non legare il nostro matrimonio con la sua morte, mi ripetevo, guardando mio suocero ora trasformato in silenzioso e enigmatico cadavere. Era venuto al matrimonio, si era messo l’animo in pace rispetto alla figlia che gli aveva sempre dato dei pensieri, e poi era morto. Aveva deciso che ne aveva abbastanza di diventare ogni giorno più vecchio, con la prospettiva di diventare più vecchio ancora, e magari malato. Ne aveva abbastanza di litigare allo strenuo con la moglie. Per tutta la sua vita era vissuto di azione, anche nei suoi aspetti più violenti e drammatici, non di trantran famigliare. E comunque adesso che anche la seconda figlia era sistemata non aveva più niente da fare. E quindi era morto. Mi aveva per così dire affidato la figlia, e s’era ritirato alla chetichella, senza dare noia a nessuno. Il matrimonio e la sua scomparsa erano intimamente legati.</p>
<p>La donna che lavava i piatti con me mi parlava lentamente, perché pensava che essendo straniero non capissi molto. Mio suocero era una persona molto generosa, aveva fatto tantissimo per suo marito, che era un nipote adottivo, mi disse. Riusciva a trasformare in denaro qualsiasi cosa toccasse, ma non sapeva nemmeno cosa fosse l’avidità. Aveva ricominciato tutto a quarant’anni, dopo gli avvenimenti in cui era stato coinvolto nella colonia nel frattempo resasi indipendente: partendo dal niente era riuscito a diventare benestante. Lei e suo marito avevano un ristorante, mi disse, come giustificando il fatto che era abituata a lavare i piatti. Fra i clienti avevano molti italiani, tenne a precisare, facendo gli occhi come se parlasse di qualcosa di divertente. Io però non sembravo tanto un italiano, parevo piuttosto un olandese, aggiunse dopo un momento di silenzio. Io gli risposi che doveva aver ragione, perché spesso in Italia mi parlavano in inglese, o in tedesco. Lei rise, perché pensava che fosse una battuta.</p>
<p>In effetti quel mio suocero doveva avere dei lati molto belli, mi dicevo, osservando come ascoltava le sue ciarliere sorelle. Certo era collerico, certo era violento, certo si era sempre negato alla bambina che ora era mia moglie, ma era indubitabile che doveva aver avuto anche molte qualità. Era generoso, era aperto, sapeva coltivare le amicizie. Perfino adesso sulle sue labbra sembrava aleggiare l’ombra di un ironico sorriso. E quindi il terrorismo non era forse un aspetto così sostanziale come mi era sempre sembrato. Il suo terrorismo apparteneva in fondo alla preistoria.</p>
<p>Le due anziane sorelle avevano preso possesso della salma, adesso che era scesa l’oscurità, e che l’appartamento si stava svuotando. Loro non avevano bisogno di mostrarsi tristi, visto che erano tristi davvero. Dicevano quello che avevano voglia di dire, chiamando a testimoni gli altri presenti, trasformando la veglia funebre in un allegro e toccante chiacchiericcio. Quella relativamente più giovane con un inizio di baffi era la zia omosessuale di cui mi aveva parlato mia moglie, capivo adesso. Era lei che sparava fuori le battute più irriverenti, era lei che rideva più rumorosamente. Ogni tanto si trattava di una battuta razzista: un razzismo bonaccione e truculento di un altro tempo, venato di aromi coloniali.</p>
<p>L’anziana donna che adesso era mia suocera avrebbe voluto che le due cognate stessero zitte, che pregassero il suo Dio bigotto. Le guardava con un astio esausto, incredulo. Era troppo debole e troppo poco lucida per reagire, ma era chiaro che non sopportava quel loro comportamento, non le poteva sopportare. Aveva combattuto contro di loro per tutta una vita, aveva strenuamente avversato quello che di loro s’annidava nel marito, e adesso quelle arpie approfittavano della sua prostrazione per prendere il sopravvento. Se avesse potuto le avrebbe sbattute a calci fuori di casa. Io invece le trovavo sempre più simpatiche.</p>
<p>Ripensavo di nuovo a quello che mi aveva detto mio suocero prima di montare sul taxi il giorno dopo del matrimonio. Adesso dovrai avere moltissima pazienza, aveva ribadito, fissando il marciapiede. L’avevo presa per una minaccia. Capivo adesso che parlava in primo luogo di se stesso: si rimproverava di non averla avuta, la pazienza che richiedeva la donna che aveva generato mia moglie. Non era una frase da terrorista, era anzi una frase che prendeva le distanze dal terrorismo. Non era un proclama, era un messaggio indirizzato a me, alla persona che aveva avuto modo di inquadrare durante la cena. Qualcosa in lui sapeva che quei pochi attimi strappati ai saluti mentre salivano sul taxi erano l’ultima occasione per parlarmi.</p>
<p>Il nostro matrimonio era all’origine della morte del padre di mia moglie, il quale evidentemente era più attaccato a lei di quanto pensasse, mi dicevo. Era a causa di quell’innegabile legame che lei aveva preso la notizia così male. Quella morte era cominciata già il giorno dopo della cerimonia, già ai primi battibecchi. I nostri litigi di quella settimana erano in realtà l’attesa del trauma della scomparsa di suo padre, del dolore che l’avrebbe accompagnato, e che sarebbe verosimilmente durato degli anni. Era quello il vero motivo per cui il viaggio di nozze ci era apparso a entrambi tanto improbabile. Non si trattava dell’agonia della nostra relazione, stavamo covando la morte di suo padre. Probabilmente il nostro rapporto non era allo stremo, era il solito travagliato rapporto con i suoi imprevedibili e scoraggianti alti e bassi, il rapporto molto forte che durava ormai da dieci anni. Probabilmente il matrimonio non era stato un errore, era stata anzi una decisione azzeccata.</p>
<p>Adesso non andavo quasi più nella cucina. Non sentivo più il bisogno di nascondermi lavando i piatti. Me ne stavo lì ad ascoltare le due anziane sorelle che rievocavano speziati episodi della vita di mio suocero. Osservavo la zia tozza e con un inizio di baffi, la cui l’omosessualità nessuno in famiglia aveva mai nominato. Era lei che sovvertiva provocatoriamente le abitudini consolidate del lutto, trasformandolo in qualcosa di ben più pregnante. Era lei che aveva fatto piazza pulita dei benpensanti che si erano aggirati per la casa per tutta la giornata. Era lei che dava più noia alla cognata, chiusa nel suo dolore austero e egotista. E era lei che assomigliava di più a quella che adesso era mia moglie. Osservandola capivo da dove venivano la sfrontatezza e l’insolenza di quest’ultima, da dove veniva la sua sete di libertà.</p>
<p>Ma anch’io ero come mio padre, mi dicevo, ascoltando con un orecchio gli scambi verbali delle due vecchie iconoclaste, una delle quali aveva avuto il coraggio di vivere la propria omosessualità in quell’ambiente retrogrado che aveva avviluppato la sua esistenza. Aveva ragione mia moglie, avevo la sindrome del latitante. Non ero un terrorista, ma vivevo come se fossi un latitante, continuavo a scappare. Quel giorno ero stato tutto il giorno a lavare i piatti, ero fuggito per l’ennesima volta. Ero anch’io come mio padre, non sapevo adattarmi alle regole sociali, senza peraltro avere il coraggio di oppormi frontalmente.</p>
<p>L’amico terrorista si aggirava per la penombra dell’appartamento con movimenti striscianti e piccoli scatti involontari della testa: sembrava una fiera con i nervi tesi allo spasimo. Anche lui al cambiare dei tempi si era convertito alla vita civile, anche lui s’era costruito una maschera che col tempo era diventata un modo di essere, anche lui si era dedicato a accumulare denaro. Denaro e potere. Ma quel frangente lo affondava in un vortice regressivo, lo riportava indietro agli anni del tritolo e delle attività clandestine, agli anni lontanissimi degli ideali.</p>
<p>Stava facendosi tardi, presto ce ne saremmo andati con la vecchia zia razzista e omosessuale, che ci avrebbe ospitati da lei a dormire. Sentivo quindi il bisogno di stare accanto a quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Di stargli vicino davvero. Non mi appariva più l’estraneo che mi era apparso quella mattina. Stando assieme per tutta quella lunghissima giornata avevamo in fondo finito per fare conoscenza, mi sembrava. E comunque anche senza conoscerlo lo conoscevo tramite la figlia, tramite gli atomi della figlia che ritrovavo nella sorella omosessuale, tramite i geni indomiti che vorticavano in quel ramo della famiglia, e che erano sciamati anche in mia moglie. Quei barlumi di follia che amavo. Il fatto che lui fosse morto e io fossi ancora vivo non mi appariva più una differenza così fondamentale come mi era sembrata quel mattino.</p>
<p><small><em>Immagine: <a href="http://www.gerhard-richter.com">Gerhard Richter</a>, &#8220;Gegenüberstellung 3&#8243; [Confronto 3], in </em>Baader-Meinhof<em>, 1988, cm 112 x 102, olio su tela, The Museum of Modern Art, New York.</em></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/07/autismi-2-mio-suocero-2a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (2a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 2 &#8211; Mio suocero (1a parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 05:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>Quando l’ho conosciuto mio suocero non mi ha fatto l’effetto di un terrorista. Aveva un completo blu scuro che gli stava molto bene, e un’elegante cravatta. Era molto tranquillo. Più che un terrorista, sembrava un signore molto distinto e sicuro della propria posizione sociale, un grosso dignitario di un paese socialista con gli zigomi alti e le guance sode.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/05/autismi-2-mio-suocero-1a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (1a parte)</a></p>
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<p>Quando l’ho conosciuto mio suocero non mi ha fatto l’effetto di un terrorista. Aveva un completo blu scuro che gli stava molto bene, e un’elegante cravatta. Era molto tranquillo. Più che un terrorista, sembrava un signore molto distinto e sicuro della propria posizione sociale, un grosso dignitario di un paese socialista con gli zigomi alti e le guance sode. Facevo fatica a immaginarmi che avesse pianificato degli attentati, avesse trasportato degli esplosivi, avesse sparato a bruciapelo. Non sembrava il tipo che è stato condannato a morte. E invece era stato condannato a morte. Poi era riuscito a scamparla, ma la condanna era stata emessa.<span id="more-13050"></span></p>
<p>I terroristi non hanno necessariamente scritto in faccia che sono terroristi, mi dicevo, mentre osservavo la pelle liscia e morbida del suo viso rasato da poco. Anzi, molti individui sembrano terroristi fatti e finiti, e invece sono mansueti come pecore imbottite di sedativi. Mio padre per esempio aveva ostentatamente rifiutato le regole democratiche, aveva fatto per tutta la vita l’apologia del fascismo, s’era sistematicamente defilato dai suoi doveri di padre, ma nei fatti aveva vissuto come un qualsiasi piccolo borghese. Lui che si era sempre atteggiato a terrorista non era affatto un terrorista, mentre mio suocero, che era un terrorista fatto e finito, o comunque lo era stato, e per questo era stato condannato a morte, sembrava un alto dignitario di un paese socialista, di quelli che sono partiti da una famiglia di contadini e sono arrivati ai vertici mondiali. Vatti a fidare delle apparenze.</p>
<p>Mio suocero non faceva caso alle persone che entravano e uscivano dalla sua stanza. Sembrava contento che venissero tutti a trovarlo, ma nello stesso tempo pareva preso da altre cose. Non parlava con nessuno. Nemmeno a me parlava, nonostante fossi suo genero. Da soli quattro giorni, ma pur sempre il genero. Aveva i capelli tirati all’indietro e molto in ordine. Si sarebbe quasi detto che non muovesse la testa per non correre il rischio di scombinarsi la pettinatura, come fanno certe signore con la messa in piega. A quanto  pare era un terrorista che ci teneva ai capelli.</p>
<p>Anche a casa si era sempre comportato da terrorista, a stare ai racconti di mia moglie. Brandiva pistole e altre armi da fuoco, fracassava i mobili, minacciava le sue due figlie di ammazzarle di botte, minacciava di uccidersi, batteva la testa nel muro fino a cadere stecchito per terra. Aizzava contro la bambina che sarebbe poi diventata mia moglie il suo cane lupo. I terroristi ci se li immagina sempre durante le loro austere azioni terroriste, mentre la vita del terrorista ha un sacco di attese, un sacco di tempi morti: gran parte dei terroristi sono terroristi anche nella vita privata. Anzi, a stare ai resoconti di mia moglie è proprio nella vita privata che i terroristi sono più terroristi.</p>
<p>Nel bislungo e come fossilizzato appartamento con le vetrate che davano sulla litoranea molto trafficata c’era sempre più gente. E con mio grande imbarazzo tutti mi salutavano. Ero il marito di una delle figlie, quindi davano per scontato che conoscessi tutti, e che conoscessi la casa. Era la prima volta che mettevo il naso lì, ma tutti i parenti e gli amici di famiglia mi trattavano come se fossi un intimo di casa. Non cercavo di ricordare i nomi, erano troppi, e troppo simili tra di loro. Stringevo meccanicamente mani che non avevo mai stretto e fissavo occhi che non avevo mai incrociato.</p>
<p>Mi sembrava di capirlo, mentre osservavo la sua faccia ostentatamente impassibile. Mi sembrava di capire perché nella seconda metà della sua esistenza aveva sentito la necessità di cucirsi addosso quella maschera di alto-borghese. Mi dicevo che i veri terroristi devono necessariamente nascondersi sotto una parvenza di normalità, ne va della loro sopravvivenza. Avrei voluto chiedergli come vedeva il rapporto tra terrorismo e normalità, se pensava anche lui che in certe condizioni gli estremi finiscono per toccarsi. Ma era evidente che non mi avrebbe dato corda: non aveva abbastanza confidenza. Forse se lo avessi incontrato una decina di anni prima mi avrebbe risposto, mi dicevo. Forse al primo marito glielo aveva detto, cosa c’è in comune tra l’essere un terrorista e la corazza borghese che aveva indossato. A me non diceva niente.</p>
<p>C’eravamo visti per la prima volta quattro giorni prima. In dieci anni che stavo con sua figlia assieme non ci eravamo mai incontrati, ma al matrimonio era venuto. Era salito apposta dalla riviera del sud con la consorte, avevano preso un albergo non troppo lontano da casa nostra. Mi era sembrato affabile e alla mano, per quello che avevo potuto capire. Ma non l’avevo osservato più di tanto, perché durante il pranzo di nozze era seduto all’altro capo della tavolata. Dalla mia parte c’era mia madre, che vociferava che al giorno d’oggi il matrimonio non è molto grave, perché se dio vuole c’è il divorzio. Il divorzio è la più bella invenzione degli ultimi duemila anni, la più sana, diceva. Parlava in italiano, ma tutti sembravano capire. Anche perché ripeteva ogni frase gridando via-via più forte. Dopodichè riprendeva una sua altra farneticazione riguardo alle mogli che stirano le camice dei mariti, con ampi gesti però che facevano piuttosto pensare a degli amplessi. Queste e altre inopportune pazzie che mi impedivano di rilassarmi e tanto meno di osservare mio suocero. E comunque quel giorno non ero molto lucido, perchè avevo mal di testa. Secondo mia moglie avevo mal di testa perché mi sposavo contro voglia. Io invece le avevo detto che avevo mal di testa perché avevo mal di testa, senza nessuna ragione particolare.</p>
<p>Verso la metà della mattinata una signora molto anziana ma ancora fiera della propria mummificata femminilità mi chiese dove avrebbe potuto trovare un bicchiere di acqua. Io indicai vagamente la direzione di quella che supponevo potesse essere la cucina. Mi sentivo un impostore. Mi ero dipinto sulla faccia un’espressione adatta alla circostanza, recitavo. Stringevo mani, baciavo guance, dicevo frasi. Incameravo condoglianze per un dolore che non provavo, che non potevo materialmente provare. Fingevo. Per questo mi guardavo intorno come chi teme di essere scoperto. Per questo mi sudavano le mani. Avevo paura di venire smascherato.</p>
<p>Ci eravamo sposati per non separarci. Ero io che le avevo fatto la proposta. Lei all’inizio non voleva saperne. Una settimana dopo il matrimonio sarei ripartito con un’altra venticinquenne, mi diceva. Non sapevo nemmeno io cosa volevo, non l’avevo mai saputo, mi diceva, con oscillamenti della testa di commiserazione. Le proponevo quella cosa solo perché ero ridotto molto male, e non sapevo dove sbattere la testa, mi diceva. Avevo intenzione di vivere alle sue spalle, diceva. Poi invece aveva accettato. E anzi ci aveva preso gusto, si era buttata anima e corpo nei preparativi. Telefonava a destra e a sinistra e prendeva le decisioni che si devono prendere quando si organizza un matrimonio, era contenta. Non era il suo primo matrimonio, ma era come se fosse il primo. E quindi anch’io ero contento. Dopo molti mesi ci sorridevamo, andavamo a mangiare al ristorante senza che nessuno dei due si alzasse di scatto e scomparisse nel nulla. E adesso eravamo sposati. E senza che nessuno lo avesse programmato ci trovavamo a casa dei suoi.</p>
<p>Il migliore amico di mio suocero si aggirava per la casa con le mani dietro la schiena. Ogni tanto entrava nella stanza con le persiane abbassate dove si trovava il suo fedele amico, e poi usciva scuotendo la testa: riprendeva a trascinarsi per la casa con le mani in tasca e mordendosi le labbra dall’interno. Era evidente che non aveva intenzione di parlare con nessuno. Anche lui era stato un terrorista, anche lui era stato condannato a morte. Lanciava in avanti le gambe con dispetto, come fanno le persone che sono stizzite ma che per qualche ragione preferiscono tenersela dentro. O anche si sedeva su una poltrona con i gomiti appoggiati alle ginocchia, e si stringeva la testa tra le mani.</p>
<p>Mio suocero non sembrava essere a disagio, sdraiato vestito di tutto punto sul letto. Pareva considerare normale il fatto di essere morto. Per certi versi appariva sollevato: almeno aveva finito gli incessanti litigi con la moglie, almeno tutte le grane erano finite. Ma era chiaro che per lui il decesso era qualcosa di serio, che va affrontato con una estrema dignità. Anche la morte faceva parte della maschera che copriva l’anima da terrorista. Era tutto preso nella rappresentazione della morte, di una morte dignitosa e rispettabile. Per questo aveva appuntato sul petto lo stemmino della legione l’onore, per questo sembrava esibirlo con l’impettita fierezza degli anziani ex-combattenti. Era morto, e in più era tutto preso dal suo ruolo di cadavere dignitoso e rispettabile, e quindi non potevamo parlare. Potevamo al massimo comunicare nel pensiero, ammesso che dentro di lui ci fosse ancora un pensiero. Per parlare nel senso stretto del termine era però troppo tardi.</p>
<p>Il giorno dopo il matrimonio eravamo usciti a cena. La donna che adesso era mia moglie, i suoi attempati genitori, ora miei suoceri, e io. Per dieci anni non c’eravamo mai incontrati, ma adesso ero il marito, quindi cenavamo assieme. Mangiavamo assieme come persone che non si conoscono e che non hanno niente da dirsi, ma senza imbarazzo apparente. Fino agli zingari. Non so come il discorso era caduto sugli zingari, e mio suocero sosteneva che la vera soluzione era espellerli tutti dal territorio nazionale. Mia moglie era insorta, aveva detto che erano molto meglio di molti connazionali che hanno una villa con piscina e un’alta opinione di loro stessi. Mi domandavo se si sarebbe alzata e si sarebbe affrettata verso l’uscita, come faceva con me. Se così fosse stato, avrei dovuto seguirla, o restare con i suoceri? Era più indicato porre l’accento sul mio ruolo di marito o su quello di genero? Era un dilemma che mi si poneva per la prima volta. Era invece seguito un silenzio nel quale la comunicazione era affidata ai tintinnii delle forchette. Poi mio suocero mi aveva domandato che lavoro facevo, e io avevo risposto che in quel momento non avevo un lavoro. Facendo un mulinello con la mano, come chi vuol far capire che ha molte possibilità, e deve solo decidersi a scegliere.</p>
<p>C’era un’atmosfera artificiale, in quel poco rarefatto appartamento affacciato sul traffico balneare nel quale mi trovavo per la prima volta. Non ero solo io che fingevo, anche gli altri fingevano. Sotto al dolore e al raccoglimento di circostanza appariva la deferenza alle regole sociali, la preoccupazione di dosare le parole e i gesti, di mostrarsi nella giusta luce. Nelle addolorate occhiate che circolavano si leggevano la soddisfazione di agire come si deve agire e l’amor proprio. Gli uomini erano vestiti di scuro e molto eleganti, e anche le donne erano imbalsamate nella loro eleganza. Molte avevano i capelli ossigenati: non avevo mai visto così tante donne che fingevano di essere bionde tutte assieme.</p>
<p>Adesso dovevo avere molta pazienza, perché sua figlia non aveva affatto un carattere facile, mi aveva detto il mio nuovo suocero prima di salire sul taxi che li avrebbe portati all’albergo, dopo la cena. Per niente facile, aveva ribadito, con una faccia che esprimeva un autentico spavento. Parlava a un volume normale, e senza affatto tirarsi in disparte, ma pur sempre in modo che sentissi solo io. Quelle sue frasi minacciose lanciate con scaltra destrezza nel frastuono della metropoli in modo che potessi sentirle solo io erano delle dichiarazioni da consumato terrorista di destra, mi pareva. Avrei voluto ribattergli che vivevamo assieme da dieci anni, e quindi le occasioni per conoscersi a fondo non erano certo mancate. E se avevamo deciso di sposarci voleva dire che ci andava bene così. Ma mi sembrava evidente che il mio parere non gli interessava.</p>
<p>Verso la fine della mattinata nel corridoio dell’appartamento dei miei suoceri spuntò una fila di persone, capitanata da un signore con i baffi pendenti sui lati e con una bandiera francese che gli attraversava di sbieco il pancione. Sgusciavano uno per uno nella stanza lasciando passare chi ne stava uscendo, come se avessero preparato nei dettagli la coreografia. Il primo era il sindaco della cittadina, e quelli che lo seguivano in fila indiana erano i vari consiglieri comunale, sentii bisbigliare da qualcuno. Un consigliere piuttosto giovane con i capelli lunghi remava su una carrozzella a rotelle. A quanto pare mio suocero faceva parte del consiglio comunale, e quindi venivano a dargli l’estremo saluto. Da terrorista si era convertito alle regole democratiche, si era trasformato in un rispettato consigliere del centrodestra. A differenza di mio padre lui si era convertito.</p>
<p>Il mattino dopo ancora quelli che erano adesso i miei suoceri erano ripartiti per il sud, dove si erano stabiliti dopo il periodo del terrorismo coloniale. E io mi ero ritrovato solo con quella che era e sarebbe rimasta mia moglie. Era stato un disastro fin dall’inizio. Non c’era più nessuna traccia della gioia del periodo dei preparativi. Nemmeno il più piccolo indizio. Era come se il palloncino di felicità che si era andato ingrossando nelle ultime settimane fosse esploso. Al posto della contentezza erano ritornate le recriminazioni astiose, al posto dei sorrisi gli sguardi in cagnesco. Lei aveva preso quindici giorni di ferie, ma né io né lei avevamo voglia di fare alcunché. Ci alzavamo molto tardi, ci salutavamo appena.</p>
<p>All’inizio della settimana successiva avremmo dovuto partire per un giro di una settimana in Marocco, che nel trasporto prematrimoniale avevamo presagito come un felice di viaggio di nozze. Ma era chiaro che né io né lei avevamo voglia di andare in Marocco, e che anzi la prospettiva ci spaventava. Quindi non ne parlavamo, non facevamo nessun preparativo. Ognuno di noi constatava che il nostro tardivo matrimonio non apportava niente di nuovo: eravamo infelici come prima. In termini di felicità non cambiava niente che fossimo sposati o meno. Anzi, era peggio, perché adesso c’era di mezzo quel legame formale che le rispettive esperienze familiari ci portavano a considerare il suggello del fallimento affettivo.</p>
<p>All’inizio del pomeriggio mentre uscivo dalla stanza di mio suocero mi si avvicinò un signore con la testa infossata nel collo e le braccia lunghe. Pensai che si sbagliasse di persona, invece puntava proprio verso di me. La sua faccia ammaccata per certi versi mi diceva qualcosa, ma non mi ricordavo se davvero l’avevo già vista da qualche parte. Era il marito della sorella di mia moglie, ci eravamo già presentati, sputò fuori la faccia da pugile, accorgendosi che stentavo a inquadrarla. Poi per un lungo momento mi fissò con le sopracciglia sollevate, come sfidandomi a ribattere qualcosa. Per qualche motivo sembrava sempre più furente. Complimenti per essere entrato in una famiglia ricca al momento giusto, aggiunse, constatando che avevo la faccia tosta di non dire niente. Si riferiva all’eredità. Ma non l’ho capito subito: sul momento vedevo solo l’astio feroce, che da un momento all’altro avrebbe potuto trasformarsi in allenata aggressione fisica. Era impossibile non vederlo. Voltò i tacchi, e si mise a parlare con un militare in divisa.</p>
<p>La notizia della morte del padre si era abbattuta su quella che da quattro giorni era mia moglie come una mazzata. Era come se il fatto che si fossero frequentati così poco aggravasse le cose, rendesse il distacco ancora più doloroso. Il malessere dei giorni precedenti acquistava il suo vero senso, mi sembrava: in qualche modo avevamo presentito quello che sarebbe successo. Invece di partire per il Marocco dovevamo partire per la riviera del sud, la nostra vera meta era quella.</p>
<p>Adesso sapevo dove era la cucina. La grande cucina era l’unico posto dove potevo tirare il respiro, e dove non rischiavo di imbattermi in cognati appassionati di pugilato, mi ero reso conto. Per darmi un contegno, ma anche solo per passare il tempo, lavavo le stoviglie. Lavavo montagne di tazze e di bicchieri e piatti, che a quanto pare nessun altro pensava di lavare. A me è sempre piaciuto lavare i piatti. Modestia a parte penso di essere un ottimo lavatore di piatti, molto valido sia sul piano della velocità che su quello della qualità del lavaggio, ma attento anche al risparmio energetico. Ero contento di poter rifugiarmi in quell’attività nella quale mi sentivo perfettamente a mio agio. Sotto il lavandino c’erano dei guanti di gomma, ma io non li mettevo, perché i piatti mi piace lavarli con le mani nude, sentendo le scivolosità dello sporco e l’attrito inconfondibile della ceramica pulita.</p>
<p><small><em>(continua)</em></small></p>
<p><small><em>Immagine: <a href="http://www.gerhard-richter.com/">Gerhard Richter</a>, &#8220;Beerdigung&#8221; [Funerale], in</em> Baader-Meinhof<em>, 1988, cm 200 x 320, olio su tela, The Museum of Modern Art, New York.</em></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/05/autismi-2-mio-suocero-1a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (1a parte)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il cuoco è un mestiere pericoloso</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/03/il-cuoco-e-un-mestiere-pericoloso/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/03/il-cuoco-e-un-mestiere-pericoloso/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2008 06:43:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Nella città un tempo nota come Bombay, un cuoco romano ha rischiato la vita per portare il latte alla sua bambina di sei mesi, tappata in una stanza con sua madre, alimentata per tutta la durata dell’assedio di biscotti al cioccolato trovati nel frigobar.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/03/il-cuoco-e-un-mestiere-pericoloso/">Il cuoco è un mestiere pericoloso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/samuel.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/samuel.jpg" alt="" title="samuel" width="292" height="219" class="alignnone size-medium wp-image-11794" /></a></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Nella città un tempo nota come Bombay, un cuoco romano ha rischiato la vita per portare il latte alla sua bambina di sei mesi, tappata in una stanza con sua madre, alimentata per tutta la durata dell’assedio di biscotti al cioccolato trovati nel frigobar. Coperto alle spalle dagli agenti indiani, Emanuele Lattanzi, chef all’Hotel Oberoi che appartiene alla catena Hilton, ha raggiunto la sua famiglia con addosso la giacca bianca inamidata con cui quella sera aveva cominciato il suo servizio. Nella stessa parte della città-  Colaba, il quartiere di lusso vicino al porto e alla Gateway of India- ma in un luogo di cui la gran parte dei bombaiti ignorava verosimilmente l’esistenza, la cuoca indiana del centro ebraico scappa con il figlio del rabbino in braccio<span id="more-11793"></span>. Si chiama Sandra Samuel e lavora presso i Chabad-Lubavitch da cinque anni, ossia da quando Gavriel Holtzberg vi è arrivato da un precedente incarico in Thailandia insieme alla moglie Rivka. La cuoca ha una crocchia allentata e sghemba, le braccia della magrezza nervosa di chi lavora molto. Appare in un filmato di qualche anno prima, mentre prepara dei panini tipici askenaziti, fatti a girella e dolci, con gli stessi capelli attorcigliati per comodità, la stessa faccia che si presume già da tempo vecchia e destinata a rimanere uguale per molto tempo, solo un po’ meno stravolta di quella della foto in cui stringe il figlio del rabbino. Si era nascosta dentro una stanza con un altro inserviente, vi aveva passato tutta la sera, poi ha sentito “Sandra, Sandra”, era Moshe che la chiamava, l’aveva visto nascere e l’aveva accudito, non ce l’ha fatta a non seguire la voce del bambino. L’altro dipendente ha cercato di dissuaderla, ma lei è uscita dal nascondiglio, è salita al piano di sopra, l’ha trovato in una stanza dove c’erano quattro persone a terra e sangue dappertutto, non si è chiesta chi fossero e se fossero vive o morte, ha visto abbastanza per afferrare il figlio del suo datore di lavoro e fuggire. Erano passate le undici di sera, i terroristi stavano sul tetto, anche questo l’aveva visto prima di agire, ma quando è corsa fuori dall’edificio le hanno sparato dietro. Moshe aveva i vestiti sporchi di sangue e stringeva un peluche non meglio identificato di colore azzurro. Ora sta con i nonni materni venuti da Israele, ma l’unica persona a cui risponde è Sandra. Il giorno dopo essere stato salvato e essere diventato orfano, ha compiuto due anni.<br />
Nelle foto da cerimonia apparse sui giornali per commemorarli, Gavriel e Rivka Holztberg incarnano quasi perfettamente l’iconografia dei Chassidim ultraortodossi, così come sono iscritti in un immaginario identico nei secoli che appartiene all’Est Europa e all’occidente e sembrano la cosa più lontana da quello legato all’India. Gene Wilder, rabbi yiddish che gira a cavallo fra i fuorilegge nella commedia &#8220;Scusi, dove è il West?&#8221;, con la sua barba  più folta e altrettanto rossa di quella del suo reale collega di Bombay, appare meno assurdo. Ma è proprio la misura della barba il dettaglio con cui il rabbino Holtzberg tradisce le aspettative. E’ troppo corta, è troppo giovane, il figlio di un macellaio kasher di Brooklyn. Aveva  29 anni, sua moglie 28, quando sono stati uccisi.<br />
Nel filmino ripescato dalla tv del quotidiano israeliano “Haaretz”, dove si vede pure Sandra Samuel intenta a formare e allineare su una teglia i panini, gli Holtzberg risultano soprattutto questo: giovani. Al posto del grande cappello nero, Gavriel ha in testa una piccola kippah, la camicia bianca gli penzola dai pantaloni insieme ai filatteri, Rivka indossa una maglietta verde mela con dei fiorellini e ha dei capelli castani lisci e lunghi alle spalle che sembrano quelli di una qualsiasi ragazza: non la parrucca indossata dalle ortodosse dopo il matrimonio. Pur con gli occhiali, è carina.<br />
I Chabad-Lubavitch sono arcaici e moderni, applicano una sorta di spirito missionario all’interno dell’ebraismo, l’accoglienza anche solo occasionale di chi è lontano e lontanissimo dai precetti della torah li ha fatti diventare un movimento fortissimo e gli ha spinti in tutti gli angoli del mondo, pure in Thailandia e a Bombay. Gli Holtzberg non sono venuti principalmente per assistere le poche centinaia di vecchi scuri di pelle e donne in sari che con la loro ortodossia askenazita non c’entrano un bel nulla, ossia quel che rimane degli ebrei autoctoni nella città che ebbe la sua prima sinagoga nel settecento e deve la sua ascesa anche alla dinastia dei Sassoon di Baghdad, mercanti e poi banchieri che fecero costruire sinagoghe, librerie e persino i docks di Colaba che ospitano ancora oggi il mercato del pesce. I Bene Israel, comunità che si ritiene giunta in India dalla Galilea due secoli prima che vi crescesse Gesù Cristo, ora sono quasi tutti immigrati in Israele, dove si confrontano con le diffidenze e discriminazioni riservate ad altre minoranze ebree “etniche”. Gli Holtzberg si occupavano soprattutto di israeliani, uomini d’affari e principalmente di turisti, quel tipo di turista che viene in India per lasciarsi alle spalle le costrizioni della sua vita fra cui, nel caso specifico, il servizio militare figura ai primi posti. Passavano il loro tempo anche ad assistere i correligionari con problemi di tossicodipendenza o ad andare a visitare quelli finiti in carcere, senza domande, senza cercare di capire chi fra gli smarriti si portava dietro un trauma o era un disertore che poteva rivolgersi a loro, ma non al consolato.<br />
Insieme ai loro, sono stati ritrovati i corpi di altri sette ebrei o israeliani, tre dei quali a tutt’oggi non hanno ancora un nome, il che forse dice qualcosa della loro identità in fuga. Nove morti il cui peso sta nel fatto che siano stati deliberatamente scovati, presi in ostaggio e uccisi, più che nel numero:anche se in proporzione è superiore a quello degli altri stranieri ammazzati, inclusi gli americani e i britannici, i quali, pur essendo stati il bersaglio prediletto, formano in ogni caso nemmeno un terzo delle vittime. Il resto sono indiani come Sandra Samuel, come i quattromila che persero la vita negli attentati compiuti da fondamentalisti sia islamici che indù solo negli ultimi quattro anni, morti che, in molti casi, lontani dalla loro terra non avevano pressoché fatto notizia.<br />
Per fare propaganda col sangue, non serve ammazzarne il più possibile, bisogna colpire quelli giusti nei posti giusti, quelli che non potranno essere ignorati o dimenticati dal resto del mondo il giorno dopo, come è accaduto alle centinaia di vittime del treno pendolare fatto saltare sempre a Bombay solo due anni fa. L’orrore per farsi recepire deve avvalersi di grammatiche di morte universali, grammatiche di cui fa parte l’antiebraismo, e anche se l’attacco di questi giorni, al pari dei molti precedenti, avesse mirato principalmente alla causa dell’annessione al Pakistan del Kashmir, stavolta il suo idioma è stato forte e chiarissimo. L’orrore produce un mondo unito, unito e rattrappito dalla violenza, e genera nel mondo una contrattura irreversibile. Chi fugge dai conflitti a casa propria,  può finire per esserne mietuto nel luogo dove ha cercato relax e oblio, e diventa un lavoro pericoloso non solo fare il rabbino, ma pure il cuoco è un mestiere eroico e a rischio, e questo non per sbaglio o accidente, ma perché la sua presenza è richiesta nei templi del consumo e del capitalismo, nei luoghi da colpire, nei luoghi simbolo. Nel ristorante “Towers of the World”, posto all’ultimo piano delle Torri Gemelle, non si è salvato nessun cuoco, cameriere o sguattero. All’Oberoi di Bombay, lo chef Lattanzi non avrebbe mai compiuto il suo gesto di semplice amore e coraggio, se non avesse comunicato con sua moglie via sms, se sua figlia non avesse preso il biberon, e se, prima di tutto, andare all’estero non fosse una delle migliori opportunità per migliaia di cuochi italiani, un esercito invisibile sparpagliato dagli alberghi a cinque stelle alle più sperdute pizzerie “Bell’Italia” o “Vesuvio” aperte in ogni angolo del mondo. La diaspora dei cuochi italiani prima di trovare il suo eroe in Lattanzi, ha avuto il suo caduto, il suo martire. Antonio Amato nel maggio 2004 è stato giustiziato con tre colpi di pistola insieme ad altri dieci ad Al Khobar, zona di estrazione del petrolio in Arabia Saudita, nel corso di un attentato qaedista a un complesso residenziale per stranieri non casualmente chiamato “Oasis”. Aveva trentacinque anni e dirigeva da tre mesi il lussuoso ristorante “Casa mia”. Veniva da Giugliano in Campania, per l’esattezza da Varcaturo, la stessa frazione sulla domiziana dove l’undici luglio di quest’anno i Casalesi hanno ucciso il gestore del lido balneare “La Fiorente”, poi, nel raggio di pochi chilometri e nel giro di pochi mesi, un’altra decina di innocenti, fra cui un gestore di una sala giochi, un dipendente di un’impresa di pompe funebri, sette africani: muratori, sarti, elettricisti. Nel mondo piccolissimo della violenza ogni mestiere è a rischio e nessun luogo è altrove.</p>
<p><em>pubblicato il 2.12.2008 sul &#8220;Riformista&#8221;.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/03/il-cuoco-e-un-mestiere-pericoloso/">Il cuoco è un mestiere pericoloso</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le sette abitudini dei terroristi inefficaci</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Nov 2008 06:43:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2008/10/the_seven_habit.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>La maggior parte delle strategie antiterrorismo non falliscono a causa di problemi tattici, ma per un malinteso di fondo in merito a ciò che spinge in primo luogo i terroristi ad agire. Se vogliamo sconfiggere il terrorismo, dobbiamo comprendere anzitutto che cosa spinge le persone a diventare terroristi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/02/le-sette-abitudini-dei-terroristi-inefficaci/">Le sette abitudini dei terroristi inefficaci</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2008/10/the_seven_habit.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>La maggior parte delle strategie antiterrorismo non falliscono a causa di problemi tattici, ma per un malinteso di fondo in merito a ciò che spinge in primo luogo i terroristi ad agire. Se vogliamo sconfiggere il terrorismo, dobbiamo comprendere anzitutto che cosa spinge le persone a diventare terroristi.</p>
<p>Secondo il giudizio prevalente, il terrorismo è un fenomeno intrinsecamente politico e si diventa terroristi per ragioni politiche. Questo è il modello “strategico” del terrorismo, e si tratta sostanzialmente di un modello economico. Esso stabilisce che le persone ricorrono al terrorismo quando credono (a ragione o a torto) che ne valga la pena; ovvero, quando ritengono che i vantaggi politici del terrorismo meno i costi politici siano superiori a quanto otterrebbero con una qualsiasi altra forma di protesta più pacifica. Si presume, per esempio, che chi si unisce a Hamas abbia come obiettivo la realizzazione di uno stato palestinese; e chi si unisce al PKK lo faccia per arrivare a ottenere una realtà nazionale curda; e chi si unisce ad al-Qaida voglia, fra le altre cose, cacciare gli Stati Uniti dal Golfo Persico.<span id="more-10192"></span></p>
<p>Se si crede a questo modello, il sistema per combattere il terrorismo è quello di modificare tale equazione, e ciò è quanto consigliano molti esperti. I governi tendono a ridurre al minimo i guadagni politici del terrorismo mediante una policy che rifiuta ogni concessione. La comunità internazionale tende a consigliare la riduzione delle ingiustizie politiche dei terroristi mediante pacificazione, nella speranza di indurli a rinunciare alla violenza. Entrambi i casi suggeriscono policy che offrano alternative non-violente credibili, come le elezioni libere.</p>
<p>Storicamente, nessuna di queste soluzioni ha funzionato in maniera costante o affidabile. Max Abrahms, un ricercatore predottorato al Center for International Security and Cooperation della Stanford University, ha studiato decine di gruppi terroristici di ogni parte del mondo. Secondo lui quel modello è errato. In uno studio pubblicato quest’anno in International Security (che, purtroppo, non ha il titolo “Le sette abitudini di terroristi altamente inefficaci”) egli parla, appunto, di sette abitudini di terroristi altamente inefficaci. Queste sette tendenze si riscontrano in organizzazioni terroristiche di tutto il mondo, e contraddicono direttamente la teoria secondo cui i terroristi sono dei massimizzatori politici:</p>
<p>I terroristi &#8212; scrive Abrahms &#8211;</p>
<ol>
<li>attaccano i civili, una linea di condotta che vanta precedenti ben poco efficaci nel convincere quei civili a dare ai terroristi quello che vogliono;</li>
<li>trattano il terrorismo come prima risorsa, non come ultima spiaggia;</li>
<li>non scendono a compromessi con il paese preso di mira, anche quando quei compromessi sarebbero nei loro migliori interessi da un punto di vista politico;</li>
<li>hanno piattaforme politiche proteiformi, che cambiano regolarmente e a volte radicalmente;</li>
<li>spesso sferrano attacchi anonimi, che impedisce ai paesi bersagliati di garantire loro delle concessioni politiche;</li>
<li>attaccano regolarmente altri gruppi terroristici che hanno la stessa piattaforma politica; e</li>
<li>rifiutano la dispersione, anche quando continuano a non raggiungere i loro obiettivi politici o anche dopo aver raggiunto gli obiettivi politici dichiarati.</li>
</ol>
<p>Abrahms fornisce un modello alternativo per spiegare tutto questo: le persone si rivolgono al terrorismo alla ricerca di solidarietà sociale. Egli teorizza che le persone si uniscono a organizzazioni terroristiche in tutto il mondo per poter essere parte di una comunità, proprio come i ragazzini delle grandi città si uniscono alle gang da strada negli Stati Uniti.</p>
<p>I fatti corroborano questa teoria. I singoli terroristi spesso non hanno mai avuto niente a che fare con l’attività e le priorità di un gruppo terroristico, e frequentemente si uniscono a più gruppi terroristici con piattaforme politiche incompatibili. Molti individui che si uniscono a gruppi terroristici spesso non sono soggetti oppressi in alcun modo, né sanno delineare gli obiettivi politici delle loro organizzazioni. Spesso chi entra a far parte di un gruppo terroristico ha amici o parenti che già ne sono membri, e la stragrande maggioranza dei terroristi sono isolati socialmente: giovani uomini non sposati o vedove che non avevano un lavoro prima di entrare nel gruppo. Queste caratteristiche si possono riscontrare in gruppi terroristici radicalmente diversi fra loro, come l’IRA e al-Qaida.</p>
<p>Per esempio, molti dei dirottatori dell’11 settembre avevano pianificato di combattere in Cecenia, ma erano sprovvisti della documentazione necessaria, e quindi hanno attaccato l’America. I mujaedin non sapevano chi attaccare dopo che i Russi si ritirarono dall’Afghanistan, per cui se ne sono stati senza far niente finché non hanno trovato un nuovo nemico: l’America. I terroristi pakistani passano regolarmente ad altri gruppi con una piattaforma politica completamente diversa. Molti nuovi membri di al-Qaida dichiarano, con poca convinzione, di aver deciso di diventare parte della jihad dopo aver letto un blog estremista e anti-americano, oppure dopo essersi convertiti all’islamismo, magari solo da qualche settimana. Queste persone sanno ben poco di politica e di islamismo, e francamente non danno l’impressione di voler saperne di più. I blog a cui si riferiscono non sono molto profondi in questi campi, anche se esistono blog assai più ricchi di informazioni.</p>
<p>Tutto ciò spiega le sette abitudini. Non è che siano inefficaci di per sé, solo che hanno un obiettivo differente. Possono non essere efficaci da un punto di vista politico, ma lo sono socialmente, e contribuiscono a preservare l’esistenza e la coesione del gruppo.</p>
<p>Questo genere di analisi non è solo teoria: ha delle conseguenze pratiche per l’antiterrorismo. Non solo ora possiamo comprendere con maggiore chiarezza chi potrebbe diventare un terrorista, ma possiamo mettere a punto delle strategie mirate a indebolire i vincoli sociali all’interno delle organizzazioni terroristiche. Creando disaccordi fra i membri dei gruppi &#8212; convertendo le condanne penali in cambio di informazioni pratiche di intelligence, inserendo un maggior numero di agenti doppi nei gruppi terroristici &#8212; sarà un ottimo sistema per indebolire considerevolmente i vincoli sociali all’interno di quei gruppi.</p>
<p>Occorre anche prestare più attenzione agli emarginati sociali più che ai politicamente oppressi, come tutte quelle comunità non assimilate che vivono in paesi occidentali. Bisogna sostenere e favorire comunità e organizzazioni vivaci e positive come alternative da offrire a potenziali terroristi affinché abbiano quella coesione sociale di cui hanno bisogno. E infine è necessario ridurre al minimo i danni collaterali nelle nostre operazioni antiterrorismo, nonché porre un  freno al fanatismo e ai crimini motivati dall’odio, che non fanno altro che creare un maggiore dislocamento e isolamento sociale, e fomentare le inevitabili ritorsioni.</p>
<p>Il saggio originale di Max Abrahms: <a href="http://maxabrahms.com/pdfs/DC_250-1846.pdf">What terrorists really want &#8211; terrorist motives and counterterrorism strategies</a></p>
<p>Questo articolo è precedentemente apparso su <a href="http://www.wired.com/print/politics/security/commentary/securitymatters/2008/10/securitymatters_1002  ">Wired.com</a>.</p>
<p>Una <strong>confutazione interessante di Laurent Murawiec</strong>: <a href="http://www.cambridgeblog.org/2008/10/can-terror-be-understood/">Can terror be understood?</a></p>
<p>Edizione italiana curata da <a href="http://www.communicationvalley.it">Communication Valley SpA</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/02/le-sette-abitudini-dei-terroristi-inefficaci/">Le sette abitudini dei terroristi inefficaci</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Aug 2008 05:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://ziccardi.typepad.com">Giovanni Ziccardi<br />
</a></p>
<p>Il Comune di Milano ha finanziato, con un milione di euro, l&#8217;installazione, sui taxi locali, di telecamere che riprendono i clienti e l&#8217;abitacolo. La stessa cosa è già stata fatta a Firenze e, presto, sarà portata a compimento a Roma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/12/i-taxi-di-milano-la-privacy-e-tutto-quanto/">I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://ziccardi.typepad.com">Giovanni Ziccardi<br />
</a></p>
<div id="attachment_7064" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/44cb4b91287cfcd8111d471867502a3cac861ab0.jpg"><img class="size-full wp-image-7064" title="piazza George Orwell videosorvegliata" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/44cb4b91287cfcd8111d471867502a3cac861ab0.jpg" alt="piazza George Orwell videosorvegliata" width="500" height="326" /></a><p class="wp-caption-text">piazza George Orwell videosorvegliata</p></div>
<p>Il Comune di Milano ha finanziato, con un milione di euro, l&#8217;installazione, sui taxi locali, di telecamere che riprendono i clienti e l&#8217;abitacolo. La stessa cosa è già stata fatta a Firenze e, presto, sarà portata a compimento a Roma.<span id="more-7063"></span><br />
Grazie anche ad un contributo parziale: il tassista riceve dal Comune 1.000 euro e deve aggiungerne più o meno altri 1.400 per completare l&#8217;installazione del sistema e pagare il canone annuo del servizio di gestione dei dati.<br />
Il vicesindaco di Milano, De Corato, ha dichiarato al Corriere della Sera (pagina 27 del 30 luglio 2008): &#8220;Siamo orgogliosi di essere la città più videosorvegliata d&#8217;Italia. Le telecamere mettono in crisi i delinquenti&#8221;.<br />
Sempre a Milano, si legge sul Corriere, vi sono 900 telecamere attive in città; l&#8217;ATM, dal canto suo, ha annunciato l&#8217;obiettivo di avere 2.500 telecamere funzionanti nelle zone afferenti la metropolitana entro la fine del 2009.<br />
Ad onor del vero, il quotidiano scrive anche che la proposta in stile orwelliano &#8220;video-taxi 19-84&#8243; ha avuto poco &#8220;appeal&#8221; tra i tassisti milanesi: sono rimasti nella cassa del Comune, inutilizzati, 800 mila euro che però, con ogni probabilità, soddisferanno appetiti simili manifestati dagli edicolanti cittadini. Anche loro hanno sollevato, infatti, l&#8217;esigenza di installare telecamere: si spera, per il loro business, che non inquadrino zone dell&#8217;edicola che espongono film o riviste particolari.</p>
<p>Gli annunci degli esponenti politici milanesi sono l&#8217;occasione per una riflessione sulla normativa in tema di privacy italiana a dieci anni, più o meno, dall&#8217;entrata in vigore della legge.<br />
Le parole provenienti dagli amministratori milanesi, unitamente a ciò che è successo in Italia in questi ultimi dieci anni, ci suggeriscono di procedere ad un&#8217;analisi al contrario: non ragionare, in particolare, su quali valori e comportamenti siano tutelati oggi dalla normativa sulla privacy in Italia ma, al contrario, su quali siano le eccezioni/limitazioni che rendono la legge italiana per molti settori, &#8220;trasparente&#8221;, come se non ci fosse e, soprattutto, su quali siano i poteri che progressivamente si sono &#8220;chiamati fuori&#8221;.</p>
<p>Quando fu introdotta in Italia, per la prima volta, nel 1996/1997 una normativa sulla privacy, ci fu immediatamente una sorta di &#8220;fuggi fuggi&#8221; generale di gran parte dei settori della nostra società; organi legislativi, giudiziari, di governo e autorità indipendenti fecero finta, in molti casi, di non vedere, oppure concessero proroghe su proroghe sperando in una &#8220;conversione sulla via di Damasco&#8221; di molte amministrazioni geneticamente refrattarie al concetto di privacy.<br />
L&#8217;effetto delle proroghe, soprattutto nel settore pubblico, fu devastante: si percepì il valore privacy come superfluo, poco importante, &#8220;tanto gli adempimenti venivano sempre prorogati&#8221;&#8230;</p>
<p>In ordine temporale, i primi a chiamarsi fuori furono i giornalisti e tutto il mondo dei media e della stampa, in nome di un &#8220;diritto di cronaca&#8221; sacrosanto ma che andrebbe letto e inteso, in Italia, in maniera molto più nobile del puro pettegolezzo/morbosità/&#8221;incontinenza&#8221; che i nostri organi di stampa hanno spesso manifestato. In pratica, l&#8217;idea di un codice di autoregolamentazione/deontologico/disciplinare da concordarsi col Garante e, addirittura, incorporato come allegato nella normativa vigente si è rivelato, in pratica, essere semplicemente un elenco di eccezioni e di zone franche concesse alla stampa.</p>
<p>I secondi a chiamarsi fuori furono quasi tutti gli apparati del settore pubblico, con motivazioni tra le più varie: la prevalenza del diritto all&#8217;accesso sul diritto alla privacy, il problema di costi e mancanza di risorse (&#8220;non abbiamo i soldi per la carta igienica, figuratevi se ci preoccupiamo della privacy nei nostri uffici&#8221; ha comunicato un magistrato a un rappresentante del Garante durante un convegno cui ho assistito), le già dette continue proroghe, di sei mesi in sei mesi, che hanno reso nulla la percezione d&#8217;importanza di questi valori.</p>
<p>Contestualmente, soprattutto dopo l&#8217;attentato di Madrid, vi è stata, anche in Italia, l&#8217;emergenza sicurezza e terrorismo, che ha portato alla custodia a tempo indeterminato dei file di log e delle informazioni sulle comunicazioni (saltando a piè pari i limiti che erano previsti dalla legge sulla privacy e causando anche uno spiacevole &#8220;incidente diplomatico&#8221; in tema di data retention) alla disciplina degli Internet cafè e delle postazioni Internet aperte al pubblico.</p>
<p>Poi si è continuato con la recente polemica sulla raccolta di impronte biometriche dei bambini. Tralasciando questioni politiche e di merito, si noti che la biometria era sempre stata considerata, anche nelle decisioni del Garante, un argomento molto delicato, quasi una extrema ratio: in alcune occasioni il Garante ha vietato la raccolta di impronte digitali perché ritenuta un metodo non proporzionato, in punto di invasività, per gli scopi della raccolta e dell&#8217;obiettivo da raggiungere.<br />
Si è poi passati alla sorveglianza/pattuglia nelle città (che, in pochi lo scrivono, ma comporta anche grossi problemi di privacy) e, ora, alle videocamere sui taxi.</p>
<p>A seguito di tali episodi, anche il semplice osservatore può notare come la legge sulla privacy italiana, in questi anni, sia diventata &#8220;trasparente&#8221; per tanti attori e settori della nostra società; ciò porta al fatto che sono molte di più le eccezioni (ovvero le situazioni che, a seguito di un giudizio di importanza elaborato, di solito, dal mondo politico, sono considerate preminenti rispetto al diritto alla privacy) rispetto alle aree protette dall&#8217;ombrello della legge.</p>
<p>Le motivazioni sono state, in questi dieci anni, sempre le stesse: &#8220;è più importante la sicurezza della privacy&#8221;, &#8220;è più importante il diritto di cronaca della privacy&#8221;, &#8220;le telecamere tengono lontani i delinquenti&#8221; e simili.<br />
Non vogliamo discutere, nel merito, questo modo di ragionare, perché è molto soggettivo, legato alla formazione culturale, alle opinioni politiche e alle esperienze personali di ognuno di noi.</p>
<p>Vorremmo però far notare che un approccio di questo tipo, in Italia, ha dato vita a un problema enorme: tutto sembra essere più importante del diritto alla privacy, e ci stiamo avvicinando alla società sorvegliata perfetta.</p>
<p>Da ogni parte ci informano che siamo &#8220;in emergenza&#8221;: emergenza terrorismo, emergenza immigrazione e clandestini, emergenza Rom, emergenza intercettazioni, emergenza sicurezza, emergenza tagli alle spese. L&#8217;emergenza che può giustificare un annullamento del diritto alla privacy del singolo riguarda, ormai, ogni ambito: niente più privacy in città, in negozio, in metropolitana, in taxi, sul posto di lavoro e così via.</p>
<p>Pensiamo però che anche in (asserita) emergenza sia sempre necessario valutare con cura il bilanciamento tra esigenze di sicurezza e esigenze di privacy, tenendo a mente che il rapporto tra questi due valori non è, come molti vogliono far credere, o bianco o nero, ma può manifestare zone di grigio che possono creare un quadro che sia rispettoso della privacy e contemporaneamente benefico per la sicurezza.</p>
<p>Un primo passo può essere una spiegazione chiara, al cittadino, delle modalità di gestione di tutti i dati trattati e dei limiti che, comunque, devono essere rispettati.</p>
<p>Se il potere politico, sia a livello locale sia a livello centrale, decide legittimamente di prendere un provvedimento lesivo della privacy ma volto a garantire più sicurezza, il cittadino non ha molto margine di azione se non impugnare il provvedimento, ove possibile, o, in occasione di nuove elezioni, non votare più quel soggetto. Ha però il diritto di conoscere nei dettagli, chiaramente e senza dubbi, come i suoi dati siano trattati.</p>
<p>Il Comune decide di mettere le telecamere sui taxi, o nelle edicole? Bene. Che fine fanno le registrazioni delle telecamere sui taxi? Chi le gestisce? Con che misure di sicurezza? È stato fatto un test di sicurezza sulle banche dati a protezione da accessi abusivi esterni? L&#8217;informativa è chiara? Posso mantenere riservato (non ripreso dalla telecamera) l&#8217;indirizzo di destinazione che comunico al tassista, perché magari corrisponde a una struttura sanitaria o a un sexy shop? Posso chiedere al guidatore di spegnere la telecamera, dopo avergli dato opportune garanzie che non sono delinquente, dal momento che devo fare una telefonata importante? Se sono un VIP, magari in compagnia? La telecamera come sarà posizionata? Mobile o fissa? Sul volto o sulle gambe? I dati che mi riguardano verranno distrutti a fine corsa, una volta che ho pagato e il tassista è incolume?</p>
<p>Occorre una maggiore coscienza del cittadino, in una vita sociale che sta diventando completamente controllata, su che destinazione e &#8220;vita&#8221; abbiano i dati. Siamo in un periodo critico per la privacy in Italia e, leggendo le recenti dichiarazioni del Garante, lo stesso sembra mantenersi molto cauto e diplomatico, quasi rassegnato, a volte con consigli più da bonario parroco di provincia che da agguerrito difensore dei diritti alla privacy dei cittadini: fornisce suggerimenti, annuncia analisi, esterna timidi consigli, ma non sembra in grado di arginare, come se avesse armi spuntate rispetto all&#8217;emergenza in corso, questo attacco sistematico a ogni aspetto della privacy.<br />
Non ci sembra di esagerare, per chiudere il discorso, nel dire che oggi la legge sulla privacy sia più un&#8217;eccezione (che va a colpire soprattutto i deboli, contro cui è molto semplice fare la voce grossa) che una regola, tanti sono i settori che si sono &#8220;chiamati fuori&#8221; per i motivi più vari.</p>
<p>Risulta però molto difficile ragionare pacatamente e fare proposte se, veramente &#8220;siamo tutti contenti di vivere nella città più sorvegliata&#8221; e se anche il Garante si è ormai rassegnato a vedere il diritto alla privacy posto dal mondo politico, nella classifica di importanza dei diritti tutelati dalla nostra società, in una posizione inferiore a tutti gli altri.</p>
<p>Biometria, sorveglianza e videocamere, stampa e media, file di log e controllo del traffico, grandi provider sono già &#8220;sfuggiti&#8221; o stanno sfuggendo alla normativa: presto avremo la raccolta delle impronte di tutti i detenuti, la banca dati del DNA (prima il DNA dei colpevoli di crimini di sangue poi, ad abundantiam, di tutti gli altri), le telecamere in dotazione non solo a tassisti, edicolanti, negozianti e aziende di trasporti ma a chiunque ne faccia richiesta, non riusciremo più a distinguere il nobile diritto di cronaca dalla pura morbosità del giornalista (anche quest&#8217;ultima, oggi, tutelata dalla normativa sulla privacy in Italia grazie a un sistema di eccezioni e riserve che il &#8220;potere forte&#8221; della stampa ha ottenuto già da diversi anni) e cercheremo presto, come un ago in un pagliaio, un taxi col bollino &#8220;camera-free&#8221; o &#8220;privacy oriented&#8221;, un angolo non coperto dalle telecamere per scambiarci un bacio che non sia trasmesso in mondovisione con la nostra compagna o un&#8217;edicola dove comprare ciò che più ci piace senza che qualcuno ci osservi.</p>
<p>Leggo, intanto, che negli Stati Uniti d&#8217;America, a New York, vi è il <a href="http://punto-informatico.it/2287898/PI/News/new-york-polizia-video-registra-spari.aspx">progetto di dare alle Forze dell&#8217;Ordine delle armi con installata, sotto alla canna, una telecamera</a> che filmi tutto ciò che succede, soprattutto in caso di scontri a fuoco. L&#8217;agente non ha la possibilità di modificare, cancellare o rimuovere in alcun modo la registrazione cifrata di oltre un&#8217;ora di video e audio, che si attiva non appena l&#8217;agente estrae la pistola e la punta contro un soggetto o una situazione.<br />
Se siete a New York e un poliziotto vi punta una pistola addosso, ricordatevi quindi di dire &#8220;cheese&#8221;; se, invece, a Milano avete la fortuna di &#8220;salire&#8221; su uno dei (pochi) video-taxi 19-84, state attenti a cosa fate e dite.<br />
Consiglio di ascoltare, e mi perdonino le signore che leggono, la prima strofa di una bella <a href="http://www.youtube.com/watch?v=d5m9Is5y8K0">canzone dei Baustelle, &#8220;L&#8217;aeroplano&#8221;</a>, contenuta nell&#8217;ultimo album, traccia n. 5.<br />
Ascoltata la strofa, in questi giorni la battuta è davvero facile: resta un bel video!</p>
<p>Giovanni Ziccardi</p>
<p><em>Giovanni Ziccardi, Avvocato, è Professore di &#8220;Informatica giuridica&#8221; e &#8220;Informatica giuridica avanzata&#8221; presso la Facoltà di Giurisprudenza dell&#8217;Università degli Studi di Milano e siede nel Board of Directors di Ip Justice. Il suo sito è all&#8217;indirizzo <a href="http://www.ziccardi.org">http://www.ziccardi.org</a>, il suo Blog è consultabile all&#8217;indirizzo <a href="http://ziccardi.typepad.com">http://ziccardi.typepad.com</a></em></p>
<p>Pubblicato su <a title="link all'originale su Punto Informatico" href="http://punto-informatico.it/2376232/PI/Commenti/taxi-milano-privacy-tutto-quanto.aspx">Punto Informatico</a> Anno XIII n. 3049 di venerdì 1 agosto 2008. La fotografia non compare nell&#8217;originale, viene da <a title="autoironia" href="http://groups.google.com/group/it.fan.marco-ditri/browse_thread/thread/cabee6c68a4f0db0#">it.fan.marco-ditri</a> ed è un esempio di <a title="autoironia" href="http://monsterlippa.info/2008/06/10/riferimenti-circolari/">corto circuito informativo</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/12/i-taxi-di-milano-la-privacy-e-tutto-quanto/">I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;impero della vergogna</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2008 11:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>intervista con <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jean_Ziegler">Jean Ziegler</a></strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/jean_ziegler.jpg'></a><br />
[Il prossimo 6 giugno si terrà a Roma un vertice speciale della <a href="http://www.fao.org/">Fao</a>. per l'occasione Il Manifesto ha pubblicato il 23 maggio un'<a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Maggio-2008/art35.html">intervista</a> a <strong>Jean Ziegler</strong>, esperto internazionale dell'ONU; a complemento di questa riporto quest'altra, rilasciata nel 2005 al giornalista Giuseppe Accardo durante la presentazione del suo ultimo libro “L'impero della vergogna” al canale televisivo francese TV5.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/limpero-della-vergogna/">L&#8217;impero della vergogna</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>intervista con <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jean_Ziegler">Jean Ziegler</a></strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/jean_ziegler.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/jean_ziegler-150x150.jpg" alt="" title="JEAN ZIEGLER" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-5977" /></a><br />
[Il prossimo 6 giugno si terrà a Roma un vertice speciale della <a href="http://www.fao.org/">Fao</a>. per l'occasione Il Manifesto ha pubblicato il 23 maggio un'<a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Maggio-2008/art35.html">intervista</a> a <strong>Jean Ziegler</strong>, esperto internazionale dell'ONU; a complemento di questa riporto quest'altra, rilasciata nel 2005 al giornalista Giuseppe Accardo durante la presentazione del suo ultimo libro “L'impero della vergogna” al canale televisivo francese TV5. Mi sembra scavi molto di più nei problemi e sia comunque assai attuale, l'unico aggiornamento che richiede è quello di sostituire al nome di Sharon quello di Olmert, a.s.]</p>
<p>(Traduzione dal testo francese di Manuel Antonini)</p>
<p>D. <em>Il suo libro si intitola L&#8217;impero della vergogna. Qual è questo impero? Perché “della vergogna”? Qual è questa vergogna? </em></p>
<p>Nelle favelas del nord del Brasile, capita alle madri, la sera, di mettere dell&#8217;acqua nella pentola e di infilarci delle pietre. Ai loro figli che piangono per la fame, spiegano che “presto la cena sarà pronta&#8230;”, sperando che nel frattempo i ragazzi si addormentino.<br />
Provi a misurare la vergogna provata da una madre davanti ai suoi figli vittime della fame e che lei è incapace di nutrire.<br />
L&#8217;ordine omicida del mondo – che uccide attraverso la fame e l&#8217;epidemia 100.000 persone al giorno – non provoca solamente la vergogna tra le sue vittime, ma anche fra di noi, occidentali, bianchi, dominatori, che siamo i complici di questa ecatombe, coscienti, informati e, tuttavia, silenziosi, vigliacchi e paralizzati. <span id="more-5976"></span><br />
L&#8217;impero della vergogna? Ecco ciò che potrebbe essere questo impero generalizzato del sentimento di vergogna provocato dall&#8217;inumanità dell&#8217;ordine mondiale. Infatti, egli rappresenta l&#8217;impero delle multinazionali private, dirette dai cosmocrati [cosmocrates]. Le 500 più potenti tra queste l&#8217;anno scorso [2004 n.d.r.] hanno controllato il 52% del prodotto mondiale lordo, ossia di tutta la ricchezza prodotta sul pianeta. </p>
<p>D. <em>Nel libro lei parla di “violenza strutturale”. Che cosa significa? </em></p>
<p>Nell&#8217;impero della vergogna, governato da pochi ben organizzati, la guerra non è più episodica, è permanente. Non costituisce più una crisi, una patologia, bensì la normalità. Non equivale più all&#8217;eclisse della ragione, come <a href="http://www.ibs.it/code/9788806154370/horkheimer-max/eclissi-della-ragione.html">affermava</a> Horkheimer, ma è la ragione d&#8217;essere dell&#8217;impero.<br />
I signori della guerra economica hanno messo il pianeta in scacco. Attaccano i poteri normativi degli stati, contestano la sovranità popolare, sovvertono la democrazia, devastano la natura, distruggono gli uomini e le loro libertà. La liberalizzazione dell&#8217;economia, la mano invisibile del mercato sono la loro cosmogonia; la massimizzazione del profitto, la loro pratica.<br />
Chiamo violenza strutturale questa pratica e questa cosmogonia. </p>
<p>D. <em>Parla anche di una “agonia del diritto”. Che cosa intende dire con questa espressione?</em> </p>
<p>Ormai la guerra preventiva senza fine, l&#8217;aggressività permanente dei signori, l&#8217;arbitrio, la violenza strutturale regnano senza ostacoli. La maggior parte delle barriere del diritto internazionale affondano. L&#8217;Onu stessa è esangue. I cosmocrati sono al di sopra della legge.<br />
Il mio libro è il racconto del crollo del diritto internazionale, citando numerosi esempi tratti direttamente dalla mia esperienza di consulente speciale delle Nazioni Unite per il diritto all&#8217;alimentazione. </p>
<p>D. <em>Lei considera la fame come un&#8217;arma di distruzione di massa. Quale soluzione suggerisce? </em></p>
<p>Con il debito internazionale, la fame è l&#8217;arma di distruzione di massa che serve ai cosmocrati per stritolare – e per sfruttare – i popoli, specialmente nell&#8217;emisfero Sud del mondo. Un insieme complesso di misure, immediatamente realizzabile e che descrivo nel libro, potrebbe rapidamente mettere un termine alla fame. E&#8217; impossibile riassumerle in una frase.<br />
Una cosa, però, è certa: l&#8217;agricoltura mondiale, nello stato attuale della sua produttività, potrebbe soddisfare il bisogno di cibo in un numero doppio rispetto all&#8217;umanità presente oggi nel mondo. Non esiste alcuna fatalità: la fame è una questione che riguarda l&#8217;uomo. </p>
<p>D. <em>Certi paesi sono oppressi da un debito che lei definisce odioso. Che cosa intende dire con la formula “debito odioso” e quale può essere una soluzione?</em> </p>
<p>Il Ruanda è una piccola repubblica di 26.000 km², posta sulla cresta dell&#8217;Africa centrale, che separa le acqua del Nilo e del Congo e coltiva tè e caffé. Da aprile a giugno del 1994, un genocidio terribile, organizzato dal governo hutu alleato alla Francia di François Mitterand, ha provocato la morte di oltre 800.000 uomini, donne e bambini tutsi [e hutu moderati n.d.r.]. I machete che servirono per i massacri sono stati importati dalla Cina e dall&#8217;Egitto, e finanziati, fondamentalmente, dal <em>Crédit Lyonnais</em>. Oggi, i sopravvissuti, dei contadini poveri come Job, devono rimborsare le banche e i governi creditori perfino dei crediti che sono serviti per l&#8217;acquisto dei machete degli autori del genocidio.<br />
Ecco un esempio di debito odioso. La soluzione passa per l&#8217;annullamento immediato e senza compromessi o, per cominciare, da un esame del debito, come suggerito dall&#8217;Internazionale socialista o come ha fatto in brasile il presidente Lula, per rinegoziarlo in seguito voce per voce. In ogni voce ci sono infatti elementi delittuosi – corruzione, eccesso di fatturazione, etc. &#8211; che devono essere ridotti. Delle società internazionali di esame, come Price Waterhouse Cooper o Ernst &#038; Young, possono farsene carico, come fanno ogni anno con le verifiche dei conti delle multinazionali. </p>
<p>D. <em>Lei cita più volte il presidente Lula da Silva come un modello. Che cosa della sua azione le inspira questa considerazione? </em></p>
<p>Provo a volte dell&#8217;ammirazione e dell&#8217;inquietudine considerando gli obiettivi politici e l&#8217;azione del presidente Lula: dell&#8217;ammirazione perché è il primo presidente brasiliano ad aver riconosciuto che il suo paese conta 44 milioni di cittadini gravemente e permanentemente malnutriti e ad aver voluto mettere un termine a questa situazione inumana; dell&#8217;inquietudine, perché con un debito estero di 235 miliardi di dollari Lula non ha i mezzi per porre fine a questa situazione. </p>
<p>D. <em>Nel suo libro parla anche di una “rifeudalizzazione del mondo”. Cosa vuol dire?</em> </p>
<p>Il 4 agosto 1789, i deputati dell&#8217;Assemblea Nazionale francese hanno abolito il regime feudale. La loro azione ha avuto un&#8217;eco universale. Bene, oggi, noi assistiamo a un formidabile ritorno indietro. L&#8217;11 settembre 2001 non ha solamente fornito a George W. Bush l&#8217;occasione di estendere l&#8217;impero degli Usa sul mondo, ma l&#8217;evento ha anche giustificato la messa in scacco dei popoli dell&#8217;emisfero Sud per conto delle grandi società private transcontinentali. </p>
<p>D. <em>Nel testo fa molto spesso riferimento alla Rivoluzione francese e a certi suoi protagonisti (Danton, Babeuf, Marat&#8230;): in cosa crede questa possa avere ancora qualcosa da apportare, due secoli dopo e in un mondo molto differente? </em></p>
<p>Basta leggere i testi! Il “Manifeste des Enragés” di <a href="http://jccabanel.free.fr/th_jacques_roux.htm#_ftnref1">Jacques Roux</a> fissa l&#8217;orizzonte di qualsiasi lotta per la giustizia sociale planetaria. I valori fondatori della repubblica, o meglio, della civilizzazione tout court, risalgono all&#8217;epoca dei Lumi. Oggi l&#8217;impero della vergogna distrugge persino la speranza di concretizzare questi valori. </p>
<p>D. <em>Accusa anche la guerra globale contro il terrorismo di togliere le risorse necessarie ad altri combattimenti più importanti, come quello contro la fame. Lei pensa che il terrorismo sia una falsa minaccia, coltivata da qualche stato? Se sì, che cosa glielo fa credere? Pensa inoltre che questa minaccia non sia reale o meriti un trattamento differente? </em></p>
<p>Il terrorismo di stato di Bush, Putin, Sharon è altrettanto detestabile del terrorismo dei gruppi jihadisti o di altri pazzi sanguinari di questo tipo. Sono due facce di una stessa barbarie. E sono reali sia l&#8217;una che l&#8217;altra, poiché sia Bush che Ben Laden uccidono. Il problema è sradicare il terrorismo: non può avvenire che con uno sconvolgimento totale dell&#8217;impero della vergogna. Solo la giustizia sociale planetaria potrà tagliare ai jihadisti le loro radici e privare i lacchè dei cosmocrati dei pretesti fondanti le loro risposte. </p>
<p>D.<em> Nel 2002, lei è stato nominato consulente speciale dell&#8217;Onu per il diritto all&#8217;alimentazione. Quali riflessioni le ha ispirato questa missione? </em></p>
<p>Il mio mandato è appassionante: in totale indipendenza – responsabile davanti all&#8217;Assemblea generale dell&#8217;Onu e alla Commissione dei diritti dell&#8217;uomo – devo rendere valido giuridicamente, attraverso il diritto statutario o consuetudinario, un nuovo diritto dell&#8217;uomo all&#8217;alimentazione. E&#8217; un lavoro di Sisifo! Avanza millimetro dopo millimetro. Il luogo centrale di questa lotta è la coscienza collettiva. Per molto tempo la morte degli esseri umani a causa della fame è stata tollerata in una sorta di normalità congelata. Oggi, è considerata intollerabile. L&#8217;opinione pubblica fa pressioni sui governi e sulle organizzazioni (WTO, FMI, Banca Mondiale etc.) affinché misure elementari siano prese per sconfiggere il nemico: riforme agrarie nel terzo mondo, prezzi adeguati pagati per i prodotti agricoli del Sud, razionalizzazione dell&#8217;aiuto umanitario in caso di improvvise catastrofi, chiusura della Borsa delle materie prime agricole di Chicago (che specula sui principali alimenti), lotta contro la privatizzazione dell&#8217;acqua etc. </p>
<p>D. <em>Nel suo libro appare come un difensore della causa altermondialista, come un portavoce di questo movimento. Come mai interviene raramente nelle manifestazioni “alter” e che il movimento non vi considera generalmente come un intellettuale altermondialista? </em></p>
<p>In che senso? Ho parlato davanti a 20.000 persone al &#8220;Gigantino&#8221; di Porto Alegre nel gennaio del 2003. Mi sento come un intellettuale organico della nuova società civile planetaria, dei suoi molteplici fronti di resistenza, di questa formidabile fraternità della notte. Ma resto fedele ai principi dell&#8217;analisi rivoluzionaria di classe, a Jacques Roux, Babeuf, Marat e Saint-Just. </p>
<p>D. <em>Sembra che lei attribuisca tutti i drammi del mondo alle multinazionali e ad una manciata di stati (Russia, Usa, Israele&#8230;): non è un po&#8217; riduttivo?</em>              </p>
<p>L&#8217;ordine del mondo attuale non è solamente omicida, è anche assurdo. Uccide, distrugge, massacra, ma senza altra necessità che la ricerca del massimo profitto per qualche cosmocrate ossessionato dal potere e da un&#8217;avidità illimitata.<br />
Bush, Sharon, Putin? Dei lacchè, degli ausiliari. Aggiungo un post-scriptum su Israele: Sharon non è Israele. E&#8217; la sua perversione. Michael Warshavski, Lea Tselem, i “Rabbini per i diritti dell&#8217;uomo” e tante altre organizzazioni di resistenza incarnano il vero Israele, il suo avvenire. Meritano tutta la nostra solidarietà. </p>
<p>D. <em>Crede che la morale abbia il suo posto nelle relazioni internazionali, che sono attualmente piuttosto dettate dagli interessi economici e geopolitici?</em> </p>
<p>Non c&#8217;è scelta. O si sceglie per lo sviluppo e l&#8217;organizzazione normativa o si sceglie per la mano invisibile del mercato, la violenza del più forte e l&#8217;arbitrio. Potere feudale e giustizia sociale sono radicalmente antinomici.<br />
“In avanti verso le nostre radici” esige il marxista tedesco Ernst Bloch. Se noi non restauriamo con tutta urgenza i valori dei Lumi, la repubblica, il diritto internazionale, la civilizzazione come noi li abbiamo costruiti negli ultimi 250 anni sono destinati a essere ricoperti, inghiottiti dalla giungla. </p>
<p>D. <em>Da quando i talebani sono hanno lasciato il governo dell&#8217;Afghanistan, il Medio Oriente sembra essere attraversato da un&#8217;ondata di democratizzazione più o meno spontanea (elezioni in Afghanistan, in Iraq, in Palestina, apertura delle presidenziali ad altri candidati in Egitto&#8230;). Come giudica tutto questo? Crede che la democrazia possa essere esportata in questi paesi? O ritiene piuttosto che siano condannati ad avere regimi dispotici? </em></p>
<p>Non si tratta di esportare la democrazia. Il desiderio di autonomia, di democrazia, di sovranità popolare è consustanziale all&#8217;essere umano, quale che sia la regione del mondo dove egli è nato. Il mio amico e grande sociologo siriano Bassam Tibi vuole vivere in una democrazia e ne ha diritto. Ora, da oltre trent&#8217;anni, vive in Germania , esiliato dalla dittatura terribile che imperversa nel suo paese.<br />
Elias Sambar, scrittore palestinese, un altro mio amico, ha diritto a una Palestina libera e democratica, non a una Palestina occupata, né ad una vita sotto la ferocia dei fondamentalisti islamici.<br />
Tibi, Sambar ed io vogliamo la stessa cosa e ne abbiamo diritto: la democrazia. Il problema: la guerra fredda, la strumentalizzazione dei regimi al potere da parte delle grandi potenze ed infine la vigliaccheria dei democratici occidentali, la loro mancanza di solidarietà attiva e reale, fanno in modo che i tiranni del Medio Oriente, dell&#8217;Arabia Saudita, dell&#8217;Egitto, della Siria, dei paesi del Golfo, dell&#8217;Iran hanno potuto durare fino ad oggi. </p>
<p>Fine intervista. Ecco a voi una eloquente mappa della fame nel mondo: vengono indicate le proporzioni delle persone sottonutrite (1998-2000)<br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/famenelmondo.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/famenelmondo.jpg" alt="" title="famenelmondo" width="500" height="340" class="aligncenter size-full wp-image-5978" /></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/limpero-della-vergogna/">L&#8217;impero della vergogna</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I pirati della spazzatura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/30/i-pirati-della-spazzatura/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Apr 2008 05:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong><a href="http://www.lorettanapoleoni.org/it/">Loretta Napoleoni</a></strong></p>
<p>[È con vero piacere che ospito un articolo scritto per Nazione Indiana da Loretta Napoleoni, uno dei massimi esperti di terrorismo internazionale. Avevamo già parlato di lei qualche tempo fa, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/08/11/due-letture-sul-terrorismo/">qui</a>. <em>G.B.</em>]</p>
<p><em>La crisi dei rifiuti nel napoletano sconvolge l’Italia e le agghiaccianti eco si fanno sentire anche all’estero e Berlusconi decide di governare da Napoli tre volte la settimana fino alla risoluzione della crisi.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/30/i-pirati-della-spazzatura/">I pirati della spazzatura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/teschio.jpg' alt='teschio.jpg' /><br />
di <strong><a href="http://www.lorettanapoleoni.org/it/">Loretta Napoleoni</a></strong></p>
<p>[È con vero piacere che ospito un articolo scritto per Nazione Indiana da Loretta Napoleoni, uno dei massimi esperti di terrorismo internazionale. Avevamo già parlato di lei qualche tempo fa, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/08/11/due-letture-sul-terrorismo/">qui</a>. <em>G.B.</em>]</p>
<p><em>La crisi dei rifiuti nel napoletano sconvolge l’Italia e le agghiaccianti eco si fanno sentire anche all’estero e Berlusconi decide di governare da Napoli tre volte la settimana fino alla risoluzione della crisi. All’estero qualcuno mormora che il governo non tornerà mai più a Roma perché le pile dei rifiuti nascondono l’ennesimo racket miliardario del crimine organizzato. E probabilmente hanno ragione, ma la gestione dei rifiuti in Europa e nel mondo non è cosi limpida come si crede.<br />
Quanti consumatori del mercato globale sanno che dai cellulari vecchi alle batterie scariche, i nostri rifiuti tossici finiscono nelle discariche del mondo, e cioè i paesi poveri, contaminandone l’ambiente? Quanti sanno che si tratta di un’ attività illegale, un business multimiliardario che coinvolge tutti i paesi industrializzati? Chi fisicamente gestisce questo disgustoso commercio è una nuova generazione di fuorilegge della globalizzazione: i pirati della spazzatura.</em><br />
<span id="more-5815"></span><br />
I paesi ricchi hanno detto no ai rifiuti ‘scomodi’, quelli che contamino l’ambiente, e la globalizzazione gli ha permesso di liberarsene facilmente. I motivi sono due: costo e ambiente. Seguendo le direttive dell’Unione Europea decontaminare e disporre dei residui tossici viene a costare più di 1,000 dollari alla tonnellata, i pirati della spazzatura offrono prezzi di un decimo più bassi incluso il trasporto fuori dai confini nazionali. Ecco spiegato perché il 47 per cento delle scorie europee, cioè quello tossico, come i rifiuti elettronici, dai vecchi computer ai macchinari ospedalieri, viene per la quasi totalità spedito per mare ai paesi in via di sviluppo, spesso a bordo di navi sospette, navi pirate.<br />
Per sfuggire ai controlli, le navi pirata spazzatura usano bandiere di comodo, che spesso cambiano durante la rotta. Sebbene il diritto internazionale specifichi che il paese a cui appartiene la bandiera di una nave è responsabile del controllo delle sue attività, alcuni stati permettono ai bastimenti di usare la loro bandiera per poche centinaia o migliaia di dollari, ignorando ogni reato commesso. Tra questi c’e’ la Sierra Leone, in mano ai signori della guerra, ma anche l’Uzbekistan, nazione priva di sbocco al mare.<br />
Il business dei rifiuti tossici è globale. Secondo l’Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, la produzione annua mondiale di rifiuti elettronici va dai 20 ai 50 milioni di tonnellate. Questo materiale tossico viene diviso in rifiuti riciclabili e non riciclabili. I primi partono per l’India e la Cina dove vengono venduti all’asta ai nascenti capitalisti asiatici, i secondi finiscono nelle mani dei pirati della spazzatura.<br />
La pirateria moderna ha tutte le caratteristiche della pirateria classica, quindi ha poco a che fare con l’immagine contemporanea e romanzata dei pirati. Dimenticate i film di cassetta come <em>I pirati dei Caraibi </em>e pensate invece al modello della criminalità organizzata globalizzata che opera a livello mondiale ed applicatelo al mare, che copre l’80 per cento della superficie della terra, dove regna l’anarchia. Nell’ultimo decennio, la pirateria sui mari è cresciuta del 168 per cento e gli attacchi sono sempre più violenti, ammonisce la commissione trasporti del Parlamento britannico nel luglio del 2006. E il rapporto sulla pirateria arriva proprio dopo due attacchi a navi britanniche che trasportano aiuti per le vittime dello tsunami in Indonesia. Ma è il business della spazzatura tossica che dall’inizio degli anni ’90 cresce a ritmi mai visti prima d’ora.<br />
Le moderne Tortughe sono ubicate nel Baltico e nel Mar della Cina. Il racket della pirateria del Baltico e del Mare del Nord è gestito dalla mafia russa, che ha assunto il controllo del mercato dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La criminalità organizzata si impossessa della flotta mercantile sovietica e comincia a razziare i mari dal porto di Murmansk, il vecchio fiore all’occhiello della flotta mercantile sovietica. Murmansk apparteneva alla <em>Northern Sea Route</em> (la rotta marina nordica), un’autostrada commerciale di circa 5000 chilometri che dal Baltico si spingeva fino alle miniere di nichel di Norilsk. Al suo apice, nel 1987, oltre sette milioni di tonnellate di merci transitavano nelle sue acque gelide. Oggi Murmansk ospita i fuorilegge dei mari del nord.<br />
I pirati della spazzatura del ventunesimo secolo navigano tutti i mari. A parte i russi, la maggior parte opera nello Stretto di Malacca, un corridoio di 800 chilometri che separa l’Indonesia dalla Malesia (dove si verifica il 42 per cento degli attacchi dei pirati nel mondo), nel Mare Arabico, nella Cina meridionale e in Africa occidentale. I pirati moderni dispongono delle tecnologie più sofisticate. “Un’imbarcazione pirata catturata [nel 1999] in Indonesia era attrezzata con falsi timbri d’immigrazione, strumenti per contraffare i documenti delle navi, sofisticati sistemi radar e attrezzature per le comunicazioni e la localizzazione satellitari,” si legge in uno dei rapporti dell’Organizzazione Marittima Internazionale (OMI). Le loro basi si trovano prevalentemente lungo le coste del Mare della Cina meridionale. Soprattutto, i pirati moderni sono imprenditori dediti al commercio internazionale di merce rubata, con un guadagno di circa 16 miliardi di dollari l’anno, ed alla discarica dei rifiuti tossici.<br />
 Uno dei migliori clienti è il Giappone che detiene il record dell’esportazione di materiale tossico in Asia. Le destinazioni più frequenti sono la Tailandia, l’India, la Cina ed Hong Kong. Nel 2006, i pirati della spazzapura cinesi hanno gettato a mare 195 milioni di kili di polvere tossica lungo le coste della Tailandia ed esportato  illegalmente in Cina 400 tonnellate di materiale tossico giapponese proveniente da ospedali, impianti chimici ed elettronici.<br />
Ma è l’Africa la destinazione più popolare dei rifiuti scomodi dei paesi ricchi. L’organizzazione non governativa Basel Action Network rivela che il 75 per cento del materiale elettronico che arriva in Nigeria non può essere riciclato e diventa agente inquinante. La Somalia riceve regolarmente tonnellate di rifiuti elettronici e radioattivi. Spesso, approfittando dell’assenza di un governo centrale, i pirati della spazzatura riversano in mare i loro carichi letali: alcuni sono riemersi dopo lo tsunami del dicembre 2005 e hanno provocato un’ondata ipocrita di pubblico sconcerto.<br />
Da un’indagine del Times di Londra emerge che tra quei rifiuti ci sono scorie di uranio radioattivo, cadmio, mercurio e piombo ed anche materiale chimico, industriale ed ospedaliero altamente tossico proveniente dall’Europa.  La spedizione, si pena, risale al 1992, quando una gruppo di società europee assolda la società svizzera la Archair Partners e l’italiana Progresso, ambedue specializzate nell’esportazione di spazzatura scomoda. Tra il 1997 ed il 1998, il settimanale Famiglia Cristiana e la sezione italiana di Greenpeace denunciano l’accaduto in una serie di articoli.  Greenpeace riesce persino ad impossessarsi della copia dell’accordo firmato dall’allora presidente Ali Mahdi Mohamed dove accettava 10 milioni di tonnellate di rifiuti tossici in cambio di 80 milioni di dollari. Cio’ equivale a circa 8 dollari la tonnellata contro un costo di riciclaggio e smantellamento in Europa di  1.000 dollari la tonnellata.<br />
L’Africa è la pattumiera del mondo perché è il continente più povero, ed i poveri hanno fame. Negli anni novanta, carne radioattiva proveniente dall’ex Unione Sovietica viene seppellita in Zambia dopo che la popolazione ne aveva mangiata una parte. Affamata, la gente la riesumò. Nel 2000 la Zambia riceve in “dono” dei barattoli di carne contaminata dalla Cecoslovacchia. Dopo la scoperta, i 2.880 barattoli vengono seppelliti a 3,5 metri sottoterra e coperti con una colata di cemento nel villaggio di Chongwe, a est della capitale Lusaka. Da allora, gli abitanti affamati hanno fatto di tutto pur di arrivare alla carne. Due anni dopo un giornale belga <em>Gazet van Antwerpen</em> rende noto che alla fine sono riusciti a riesumarla e l’hanno mangiata.<br />
La crisi dei rifiuti del napoletano è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno canaglia globale di cui noi, i consumatori ricchi del villaggio globale. Siamo gli inconsapevoli soci in affari.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/30/i-pirati-della-spazzatura/">I pirati della spazzatura</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Turchia: Le donne di Istanbul</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 05:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la prima parte di un reportage di viaggio in Turchia nell'inverno del 2007; leggi anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">la seconda parte</a> e un approfondimento a seguire.]<a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi"><br />
</a></em></p>
<p></p>
<p>Negli ultimi anni Istanbul è diventata una meta molto battuta dai turisti italiani, attratti dallo splendore del Topkapi, il palazzo del sultano, della Moschea blu e di Santa Sofia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/">Turchia: Le donne di Istanbul</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la prima parte di un reportage di viaggio in Turchia nell'inverno del 2007; leggi anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">la seconda parte</a> e un approfondimento a seguire.]<a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi"><br />
</a></em></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/001_istanbul_hb.jpg" alt="001_istanbul_hb.jpg" /></p>
<p>Negli ultimi anni Istanbul è diventata una meta molto battuta dai turisti italiani, attratti dallo splendore del Topkapi, il palazzo del sultano, della Moschea blu e di Santa Sofia. A Istanbul siamo stati anche noi, ma la nostra visita ha soltanto sfiorato le mete turistiche. Il nostro scopo era sondare l’opinione pubblica turca attorno a due problemi scottanti, dalla cui soluzione sembra dipendere l’ingresso della Turchia nell’unione Europea: il velo femminile e la questione curda. Il nostro viaggio si è svolto quindi in due tempi, attraverso di una realtà politica complicata e violenta. È stato un viaggio che ci ha riservato molte sorprese e durante il quale ci siamo dovuti sbarazzare di non pochi pregiudizi.<span id="more-5757"></span></p>
<p>Bastano pochi giorni a Istanbul per rendersi conto che globalizzazione e postmodernità non sono concetti astratti, ma categorie interpretative che esercitano una forte presa sulla realtà. In questa città, da sempre ponte tra oriente e occidente, si intersecano non solo temporalità multiple (chiese del sesto secolo e moschee del sedicesimo, palazzi art nouveau del primo ‘900, edifici modernisti degli anni cinquanta e recenti grattacieli), ma anche “dimensioni di vita” parallele. Per le strade del centro, percorse da venditori ambulanti di çay (tè) e di nohut pilav (riso e ceci), Mc Donald, Starbucks Coffee e Simit Sarayi (una catena turca di fast food) si affiancano a ristoranti tradizionali e chioschi di Kebab. La musica techno dei locali si alterna al canto dei muezzin diffuso dagli altoparlanti dei minareti. Abbiamo bevuto çay in salette fumose frequentate da un pubblico esclusivamente maschile dedito al gioco delle carte e della tavla (backgammon), e siamo stati a una festa in un locale all’ultimo piano di un edificio sull’Istiklal Caddesi (il viale dell’indipendenza, il corso centrale), la cui clientela di giovani uomini e donne alla moda avrebbe potuto trovarsi indifferentemente a Berlino, Londra o New York. In una situazione così complessa, non sempre al visitatore è facile capire come comportarsi per non offendere il proprio interlocutore, che cosa si può dire e su che cosa è meglio tacere. Ma come regola generale possiamo affermare che, quando abbiamo tentato di parlare di religione e di politica, la reazione più comune è stata un’imbarazzata reticenza che tradiva un sentimento di paura. Per non apparire maleducati o provocatori, talvolta abbiamo chiesto scusa giocando la parte dei turisti ingenui. Ma in alcuni rari casi ci è stato utilie dichiararci ricercatori universitari, giornalisti, e ancora di più militanti di sinistra, attivisti del movimento gay, membri del “Partito Comunista Italiano”.</p>
<p>Una cartina tornasole per sondare la complessità della società turca è la questione del velo femminile. La repubblica turca fondata da Mustafa Kemal (Atatürk, il padre dei turchi) nel 1923, era uno stato non solo laico, ma laicista. E tale è rimasta per lungo tempo. Nel 1989 una sentenza della corte costituzionale proibì alle donne di indossare il velo negli uffici pubblici e nei luoghi istituzionali, come nelle università. Di conseguenza, ancora qualche anno fa il presidente Ahmed Necdet Sezer evitava di invitare alle cerimonie ufficiali Emine Erdoğan, la moglie del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, per la sua abitudine di indossare il türban (il foulard che copre soltanto i capelli). E la deputata Merve Kavakçi, che voleva prestare giuramento velata, fu  privata dell’immunità parlamentare e perseguita per legge. Ma oggi anche Arunnissa Gül, la moglie del nuovo presidente Abdullah Gül, porta il türban. E lo scorso 7 febbraio il parlamento ha approvato degli emendamenti costituzionali che di fatto consentono di indossarlo nelle università &#8211; ufficialmente a godere di questa nuova libertà saranno però soltanto le studentesse, e non le professoresse: la nuova norma recita che “nessuno può essere privato del diritto a un’educazione superiore”.</p>
<p>L’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi), il Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere da cinque anni e di nuovo vincitore alle scorse elezioni, a cui appartengono sia Gül sia Erdoğan, è infatti al tempo stesso un partito riformista, liberista e modernizzatore che promette di condurre la Turchia all’interno dell’Unione Europea, e un partito islamico sunnita moderato. Questo spiega (o giustifica ideologicamente) i conflitti tra il governo e l’esercito, ancorato all’eredità di Atatürk e garante della laicità dello Stato. È importante precisare che per laicità (laiklik) il blocco nazionalista, che oltre all’esercito comprende i cosidetti “lupi grigi” dell’MHP (Milliyeteçi Harcket Partisi, il Partito del Movimento Nazionalista), i servizi segreti, la polizia e buona parte della burocrazia e dell’università, intende non tanto la separazione tra stato e moschee, quanto il controllo della religione da parte dello stato. Del resto lo stesso culto di Atatürk, la cui effige è impressa su ogni banconota e la cui immagine ricorre in ritratti, fotografie, busti, monumenti sparsi nelle vie e nelle piazze di tutta la Turchia, assomiglia molto a una religione civile nazionalista. Anche la bandiera rossa con la mezzaluna e la stella bianche è onnipresente, e quasi ogni mese le scuole festeggiano una ricorrenza della vita repubblicana.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/002_istanbul_hb.jpg" alt="Pannello luminoso con fotografia Atatürk su una parete nel distretto di Beyoğlu" /></p>
<p><em>Pannello luminoso con fotografia Atatürk su una parete nel distretto di Beyoğlu</em></p>
<p>Per pressioni dell’esercito, la scorsa primavera, la corte costituzionale aveva annullato l’elezione di Güll: Erdoğan ha reagito indicendo per il 22 luglio nuove elezioni legislative che l’AKP ha vinto con il 46,6% dei voti, ottenendo 341 seggi su 550. Con una tale maggioranza Güll è stato confermato alla presidenza il 28 agosto, e il governo ha presto annunciato la sua volontà di elaborare la riforma costituzionale ora approvata. La questione del velo è così diventata il simbolo dei conflitti tra l’AKP e il blocco nazionalista, che per il momento sembrano essersi risolti con una mediazione. Gli emendamenti alla costituzione sono passati infatti con 404 voti a favore e 92 contrari (era necessaria un maggioranza di almeno due terzi): a votarli sono stati non solo i parlamentari islamisti del’AKP, ma anche i “lupi grigi” nazionalisti dell’MHP. Segno di un preoccupante compromesso, che ha avuto contraccolpi significativi (il più evidente è stato l’invio dell’esercito nel Kurdistan iracheno), ma non sufficienti a chiudere definitivamente il contenzioso: una sentenza della corte costituzionale ha recentemente dichiarato l’AKP incompatibile con la costituzione turca. Per il momento l’esercito non sembra intenzionato a occupare il parlamento, ma è difficile prevedere come potrà evolvere una situazione tanto intricata.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/003_istanbul_hb.jpg" alt="Quartiere di Çarşamba. Una delle zone più conservatrici della città, negli ultimi anni ha vissuto un forte processo di islamizzazione" /><br />
<em>Quartiere di Çarşamba. Una delle zone più conservatrici della città, negli ultimi anni ha vissuto un forte processo di islamizzazione</em></p>
<p>In alcuni quartieri, come a Carşamba, non sono poche le donne che per strada si coprono con il carsaf, il foulard nero integrale. Per motivi legati non alla laicità ma alla sicurezza dello Stato, non possono però occulatare il volto fino a rendersi irriconoscibili: ricorrono allora all’escamotage di appuntare una spilla al velo al di sotto del naso, in modo da ripararsi dagli sguardi maschili senza infrangere la legge. In questo quartiere, davanti alla moschea di Sultan Selim, abbiamo visto una teenager così abbigliata a braccetto di una coetanea dai capelli bicolori, in jeans attillatissimi e tacchi alti: una coppia di amiche a passeggio che, ci è sembrato, nessuno trovava stravagante. In altre zone della città, del resto, le donne integralmente velate sono una rarità.</p>
<p>A Benazid, davanti all’Università di Istanbul (una delle quasi-trenta università della città), abbiamo assistito alla conferenza stampa convocata da un collettivo di studenti socialisti (saranno stati una ventina) per protestare contro la polizia. Secondo il volantino che hanno distribuito, pochi giorni prima avevano subito un attacco degli studenti “fascisti”: la polizia aveva dato sostegno a questi ultimi e picchiato loro. A leggere il comunicato, di fronte a una cinquantina di giornalisti e fotografi e a più di cento poliziotti schierati in assetto anti-sommossa, era Dilan, una bella ragazza dai capelli fulvi sciolti sulle spalle.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/004_istanbul_hb.jpg" alt="Dilan durante la manifestazione contro la polizia davanti all’Università di Istanbul" /><br />
<em>Dilan durante la manifestazione contro la polizia davanti all&#8217;Università di Istanbul</em></p>
<p>Tre anni fa anche il corteo dell’8 marzo è finito con un pestaggio che ha scosso l’opinione pubblica. Le associazioni femministe hanno organizzato altre manifestazioni di protesta, e l’8 marzo 2006 le forze dell’ordine hanno inviato soltanto poliziotte donne con in mano mazzi di fiori anziché manganelli e mitra. Il 2007 è stato invece l’anno del primo gay pride di Istanbul, organizzato dall’associazione Lambda, a cui ha portato sostegno con la sua presenza anche la nostra Vladimir Luxuria. In questo caso il corteo, poche centinaia di metri lungo l’Istiklal, è stato concordato con la polizia e non ha dato luogo a disordini – come, del resto, nessuno scontro è stato provocato dalla manifestazione dell’8 marzo 2008. Ma questo non significa necessariamente che si sia inaugurato un nuovo corso nei rapporti tra polizia e manifestanti.</p>
<p>A spiegarci perché è Aysegul, una dinamica trentenne militante nell’associazione femminista Amargi (il nome deriva da una parola sumera, che significa “libertà” ma anche “ritorno alla madre”). Ci racconta che nessuno in Turchia si fida della polizia, che tutti ne hanno paura. Ci descrive i poliziotti, di solito provenienti dalle classi meno abbienti, come violenti e corrotti: come detentori di un potere arbitrario e imprevedibile. I mazzi di fiori alla manifestazione dell’8 marzo 2006, a suo avviso, altro non sono stati se non un esempio della schizofrenia delle forze dell’ordine. Per questa ragione lei e le sue compagne li hanno rifiutati. Aysegul ci racconta dell’associazione Cumartesi Anneleri, “le madri del sabato” che ogni sabato protestano davanti al monumentale liceo Galatasaray, sull’Istiklal, per i propri figli o fratelli “scomparsi” nelle carceri turche. E che quasi ogni sabato vengono malmenate dalla polizia.</p>
<p>Amargi esiste dal 2001, e dalla metà del dicembre scorso ha aperto anche la prima libreria femminista della città che è anche uno spazio per conferenze e seminari: tra gli scaffali si trovano classici del femminismo, da Simone De Beauvoir a Luce Irigaray, ma anche testi delle più aggiornate queer theories, a partire da Judith Butler. Al momento nessuna donna velata fa parte di Amargi, ma Aysegul ci spiega che l’associazione non esprime giudizi sul türban e cerca un dialogo con le donne islamiche: “Portare il türban può essere una libera scelta, e solo una donna che ha fatto questa scelta può spiegarla alle altre”. Aysegul ritiene che per la società turca esercito e polizia costituiscono un pericolo molto più grave dell’Islam: un tempo sperava nelle riforme modernizzatrci di Güll ed Erdoğan, e nell’ingresso della Turchia in Europa, ma in seguito a quello che giudica un brutto compromesso tra AKP e blocco nazionalista, l’Europa le appare sempre più lontana. Perentoriamente Aysegul condanna l’intervento militare in Irak, da cui ritiene non possa venire nulla di buono per la Turchia e per i suoi rapporti internazionali.</p>
<p>Aysegul non è l’unica donna a parlarci della questione curda. In una traversa dell’Istiklal ci imbattiamo in una giovane writer col capo coperto: non dal türban, ma da un berretto di lana decorato con un motivo di fiamme. Con la mano destra impugna una bomboletta spray, nella sinistra porta una mascherina di cartoncino: Cins, questo il suo pseudonimo di street artist, sta decorando (o a imbrattando, a seconda dei punti di vista) un muro con la tecnica dello stencil. È lei a invitarci alla festa sull’Istiklal. Ma prima ci permette di fotografare i suoi lavori, non il suo volto. Ci mostra dapprima una galleria di ritratti sorridenti: “Questi sono i miei amici”. “Ma il mio primo ritratto è stato questo”: il volto di Deniz Gezniş, un giovane di sinistra ucciso dalla polizia in seguito a una manifestazione. Infine ci indica un altro stencil. Ritrae un bambino in lacrime. Sotto una scritta: “o şimdi ırakta asker” (ora è soldato in Irak). Cins, come Aysegul, è contraria non solo all’intervento dell’esercito turco contro i guerriglieri del PKK, a anche alla permanenza di truppe turche in Irak.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/005_istanbul_hb.jpg" alt="Gli stencil di Cins" /><br />
<em>Gli stencil di Cins</em></p>
<p>Ma non tutte, naturalmente, la pensano come Aysegul e Cins. Deniz ha trantacique anni ed è proprietaria di un elegante ristorante italiano sul Bosforo. Vive tra Istanbul e Londra e porta un cognome importante: Kalafat. Suo nonno Emin Kalafat, un parlamentare democratico, finì in prigione nel 1960 in seguito a un colpo di stato militare. Deniz si presenta con queste parole “Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Mi considero una donna democratica, laica, liberale e ritengo che tanto l’AKP quanto i lupi grigi dell’MHP costituiscano un pericolo per la democrazia. La storia della mia famiglia ha suscitato da sempre in me un’accesa avversione per l’esercito, però credo che nell’attuale situazione politica l’esercito sia l’unica istituzione che possa proteggere la Turchia tanto dall’islamismo radicale, quanto dal terrorismo curdo”. Le chiediamo di argomentare meglio: “Nei primi cinque anni di governo, l’AKP non ha sollevato la questione del velo, e i suoi rappresentanti in parlamento si sono occupati soltanto di questioni economiche. Ma dopo la nuova vittoria l’AKP ha rivelato la sua vera natura: si maschera da partito europeista, ma è un partito islamico che rischia di condurre la Turchia in una situazione simile a quella iraniana. Personalmente ritengo che ogni donna dovrebbe avere il diritto di vestire come vuole. Ma nessuno può presentarsi a un controllo dei documenti con il volto coperto dal carsaf! Da laica, ritengo anche che non si dovrebbero indossare simboli religiosi nelle istituzioni pubbliche, e che una professoressa non dovrebbe fare lezione col türban perché non dovrebbe fare proselitismo religioso presso i propri studenti”.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/006_istanbul_hb.jpg" alt="Deniz Kalafat, imprenditrice turca residente a Londra" /><br />
<em>Deniz Kalafat, imprenditrice turca residente a Londra</em></p>
<p>Sulla questione curda è lapidaria: “L’opinione pubbica europea nutre forti simpatie per il popolo curdo, e sembra non capire che il PKK è semplicemente un partito di terroristi, come l’IRA in Irlanda e l’ETA nei paesi baschi. Sono stata favorevole all’intervento militare nel nord dell’Irak. Era l’unica soluzione possibile.”</p>
<p><em>Fine della prima puntata. </em></p>
<p>Lorenzo Bernini (<a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it"> lorenzo.bernini@unimi.it</a>), libero pensatore (e pensatore libertario), milita nel movimento lgbtq* (lesbico-gay-bisessuale-transessuale-transgender-queer*) ed è attualmente assegnista di ricerca in Storia della Filosofia politica presso l’Università degli Studi di Milano.<br />
Tra le sue pubblicazioni:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4210"><em>La decostruzione filosofica del binarismo sessuale. Dal freudomarxismo alle teorie transgender</em>,</a> in Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità, a cura di Marco Inghilleri ed Elisabetta Ruspini, Napoli, Liguori, 2008, pp. 49-70.</li>
<li><a href="http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833917894"><em>Il dispositivo totalitario, in Forme contemporanee di totalitarismo</em>,</a> a cura di Massimo Recalcati, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 141-155.</li>
<li><a href="http://www.mimesisedizioni.it/archives/000642.html"><em>Contro la liberazione sessuale, per un libero uso dei piaceri. Pensieri in movimento</em>,</a> in We will survive! Lesbiche, gay, trans in Italia, a cura di Paolo Pedote e Nicoletta Poidimani, Milano, Mimesis, 2007, pp. 43-58.</li>
<li><em>Le logiche del potere. Sovranità e biopolitica in Hobbes e Foucault</em>, in Storia dei concetti, Storia del pensiero politico. Saggi di ricerca, a cura di Sandro Chignola e Giuseppe Duso, Napoli, Editoriale Scientifica, 2006, pp. 141-164.</li>
<li><a href="http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_fascicolo.php?isbn=11188&amp;ilmulino="><em> Una libertà senza liberalismo. A proposito dei corsi di Foucault al Collège de France (1977-1979)</em>,</a> in «Filosofia politica», n° 1, 2006, pp. 129-141.</li>
<li>Si veda anche: <a href="http://www.nonluoghi.info/nonluoghi-new/modules/news/article.php?storyid=771">L&#8217;aborto, il caso di Napoli e i &#8220;ragazzi XXY&#8221;</a></li>
</ul>
<p>Foto: © <a href="mailto:sanoi@email.it">Giovanni Hänninen</a> 2008 all rights reserved</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/">Turchia: Le donne di Istanbul</a></p>
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<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/13/la-societa-turca-tra-esercito-e-partiti-islamisti/' rel='bookmark' title='La società turca tra esercito e partiti islamisti'>La società turca tra esercito e partiti islamisti</a> <small>di Niels Kadritze* Dopo la spettacolare vittoria alle elezioni legislative...</small></li>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Gli anni di piombo, il romanzo, il terrorismo</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Dec 2007 05:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<category><![CDATA[anni di piombo]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>frammenti di un dialogo fra <strong><a href="http://www.vibrisselibri.net/?p=10">Demetrio Paolin</a></strong> e <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=giacomo+sartori&#38;searchsubmit=Find">Giacomo Sartori</a></strong>, a proposito del romanzo <a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_collana=ip&#38;ID_libro=978-88-518-0048-2"><em>Anatomia della battaglia</em></a>.</p>
<p>[Il saggio di Demetrio Paolin <em>Una tragedia negata</em> è stato pubblicato in rete da Vibrisselibri. Ne verrà pubblicata dalle edizioni Il Maestrale una versione cartacea, che sarà corredata da interviste a diversi romanzieri: Gian Mario Villalta, Toni Capuozzo, Valerio Lucarelli, Giorgio Vasta, Luca Rastello, Andrea Comotti, Duccio Cimatti, Roberta Sala e Giacomo Sartori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/04/gli-anni-di-piombo-il-romanzo-il-terrorismo/">Gli anni di piombo, il romanzo, il terrorismo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>frammenti di un dialogo fra <strong><a href="http://www.vibrisselibri.net/?p=10">Demetrio Paolin</a></strong> e <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=giacomo+sartori&amp;searchsubmit=Find">Giacomo Sartori</a></strong>, a proposito del romanzo <a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_collana=ip&amp;ID_libro=978-88-518-0048-2"><em>Anatomia della battaglia</em></a>.</p>
<p><small>[Il saggio di Demetrio Paolin <em>Una tragedia negata</em> è stato pubblicato in rete da Vibrisselibri. Ne verrà pubblicata dalle edizioni Il Maestrale una versione cartacea, che sarà corredata da interviste a diversi romanzieri: Gian Mario Villalta, Toni Capuozzo, Valerio Lucarelli, Giorgio Vasta, Luca Rastello, Andrea Comotti, Duccio Cimatti, Roberta Sala e Giacomo Sartori. Dell'intervista a quest'ultimo, per gentile concessione degli autori e dell'editore, presento qui un estratto. a.r.]</small></p>
<p><strong>Demetrio Paolin</strong> <em>Un[a] (&#8230;) parola importante [nel tuo romanzo] è anatomia. C&#8217;è una tensione verso la comprensione, ma che non è </em>pietas<em>, ma bensì analisi scientifica, fredda e oggettiva del malessere del tuo personaggio e di suo padre. Tu credi che quell&#8217;oscurità che hai sondato nel tuo libro sia il sentimento oscuro degli anni &#8217;70. Come lo definiresti? Sapresti descriverlo? Quello che io noto nella scrittura del mio saggio è una mia, oggettiva, difficoltà a riuscire a darne una definizione univoca.</em></p>
<p><strong>Giacomo Sartori</strong> Il mio romanzo è incentrato su una figura di un ex-fascista, visto con gli occhi del figlio che invece fin da giovanissimo è stato di sinistra, e che a un certo punto del suo percorso ha avuto a che fare con il terrorismo. Sono temi difficili, con i quali la nostra società non ha ancora fatto i conti. Sono piaghe – per quanto possa apparire molto incongruo, specialmente se si considera il fascismo, dal quale ci separano ormai più di sessant’anni &#8211; ancora aperte. Imperversano i luoghi comuni, le interpretazioni di comodo, le rimozioni. Credo che la tensione della mia lingua sia il risultato dello sforzo di liberarmi dai luoghi comuni e dalle interpretazioni precostituite, fosse per così dire una scelta obbligata. Non è facile muoversi in un magma di parole per molti versi tra loro legate – come fascismo, guerra, resistenza, terrorismo – che senza che ce ne rendiamo conto si portano dietro delle incredibili zavorre, che alla minima disattenzione ci fanno dire cose che non vogliamo dire, ci conducono in territori dove non vogliamo andare. La lingua è il frutto delle interpretazioni dominanti e che vanno per la maggiore, è una schiava.<span id="more-4834"></span> La lingua è legata al presente, alla visione del presente, mentre la stagione del terrorismo è ormai un’epoca molto diversa dall’attuale, e il fascismo è un tempo ancora più remoto e discordante, ancora più difficilmente descrivibile con le parole attuali. Uno scrittore se vuole parlare del terrorismo e del fascismo, come di qualsiasi altro tema scottante, ha bisogno di trovare una lingua per dire quello che ha da dire. Ha bisogno di liberarsi della lingua corrente, di purificarla dalla feccia che si porta dietro. Almeno in Italia, scrivendo in italiano: l’Italia è un paese in cui il conformismo raggiunge livelli parossistici, e la lingua ovviamente ne risente. Il mio modo di combattere la scontatezza è consistito nell’adottare un puntiglioso cipiglio da anatomista, che si ritrova anche nel titolo, e che è in primo luogo un atto linguistico. Ma alcuni scrittori hanno operato scelte linguistiche diverse, con risultati a volte notevoli. Penso in particolare a Alessandro Preiser che utilizza una lingua aulica e improbabile, una lingua che all’inizio della lettura mi ha dato noia, ma che poi mi ha preso e avvinto, e che riesce a parlare di quell’epoca ricreando atmosfere – spesso semplicemente agghiaccianti &#8211; e riuscendo a dirci moltissimi sugli ambienti neofascisti e sulla loro violenza, il più delle volte senza cadere nel banale. Il problema è sempre lo stesso, mi sembra: come riesumare dei cadaveri con uno strumento che è per definizione inadatto, perché troppo legato al presente, perché menzognero. Detto questo, e per rispondere più puntualmente alla tua domanda, io non so in cosa consista “il sentimento oscuro degli anni &#8217;70”, sempre ammesso che esista, cosa sulla quale nutro molti dubbi. Non sono uno storico, non sono un sociologo, non sono uno studioso del costume e delle mentalità, non sono un critico letterario. Nel mio testo ho detto una mia verità, frutto di pensieri e di letture, della mia esperienza personale e di un grosso lavoro di scrittura, una verità che spero possa essere riconosciuta come tale, anche se finora mi sembra che sia stata piuttosto fraintesa, per non dire presa molto alla leggera. Ma non credo che il compito del romanziere sia dare delle risposte definitive. Le verità della letteratura sono sfaccettate e contraddittorie, si elidono a vicenda.</p>
<p><strong>DP</strong> <em>Un&#8217;altra delle parole chiave del tuo libro è il termine GUERRA (lo scrivo tutto maiuscolo come sei solito farlo tu nel tuo libro). Io mi sono convinto che gli anni &#8217;70 furono una guerra, nei romanzi che ho letto mi pare che invece ci sia una sorta di scivolamento semantico e linguistico dalla parola guerra alla parola lotta (e consimili, fino a ribellione).</em></p>
<p><strong>GS</strong> Non credo proprio che per qualificare gli anni settanta in Italia si possa parlare di guerra, o di guerra civile. La guerra è un qualcosa di profondamente traumatico e distruttivo, che coinvolge tutta la società, alla quale nessun cittadino si può sottrarre. Certo gli anni di piombo sono stati molto cupi, e certo ci sono state parecchie vittime, ma nello stesso tempo la società – una buona parte di essa, la maggior parte – andava per il suo corso. Arbasino, che tu stesso citi, con le sue lunghe e ferventi antenne se ne accorge seduta stante: arrivando all’aeroporto di Roma in pieno sequestro Moro non trova la tensione che si aspettava soggiornando all’estero, ma il solito tran-tran italiota. Non va dimenticato che la seconda metà degli anni ’70 sono stati gli anni di piombo, ma anche il periodo in cui la società italiana s’è (tutto è relativo) laicizzata – sia in senso religioso che ideologico -, è diventata soprattutto infinitamente più equa e più democratica. Gli ultimi anni del decennio, se guardiamo alla produzione artistica, sono anche gli anni di <em>Boccalone</em>, di <em>Porci con le ali</em>, dei primi dissacranti film di Moretti, dei primi passi dei nuovi disimpegnati narratori, della disimpegnata transavanguardia. Gli anni settanta sono anche e in primo luogo Lucio Battisti, se vogliamo. Certo però negli anni di piombo si respirava un grevissimo clima di guerra, è innegabile. Basta sfogliare i quotidiani dell’epoca  – con i reiterati e militareschi resoconti delle azioni violente, senza più il minimo spirito critico, senza più alcun riferimento certo, con un continuo ricorso alle frasi fatte, e a un linguaggio stereotipato e omissivo, proprio come in guerra &#8211;  per averne una conferma. Ma io credo – senza naturalmente togliere peso ai fatti di sangue &#8211; si tratti di un clima, un clima che aveva permeato il dibattito politico e le rappresentazioni dei media &#8211; ancor prima di una realtà. Un clima che purtroppo autoalimentava e catalizzava la violenza, che soprattutto non sapeva costruire nessuna diga nei suoi confronti. La violenza dei gruppi eversivi di sinistra e la violenza in molti casi pilotata dall’alto della destra avevano risvegliato dei fantasmi, avevano riattualizzato la non risolta contrapposizione tra repubblichini e partigiani. Nelle azioni violente  dei terroristi di sinistra e di destra risorgeva la contrapposizione mai davvero estinta, non ancora trasformata in storia oggettiva, dell’ultimo periodo della guerra, si riattizzavano le braci di una vera e propria – questa sì – guerra civile. Una guerra civile che nessuno ancora nominava in quanto tale, una guerra civile nemmeno conscia &#8211; visto che appunto nessuno ne parlava – di se stessa. Mi sembra molto difficile spiegare perché solo in Italia il terrorismo abbia assunto le proporzioni che ha avuto, senza riferirsi a come l’Italia è uscita dal fascismo, a come ha voltato pagina senza regolare i conti con esso, senza riflettere su se stessa, senza ricercare minimamente delle responsabilità, accontentandosi di mitologie di pronto uso politico e di pomposa retorica. Mi sembra che chi parla di guerra civile a proposito degli anni di piombo, come fa ad esempio De Luca, non riesce a staccarsi dalla visione dell’epoca, non riesce a non vedere quanto in quel periodo appartenesse in realtà al passato, sopravvivesse ormai come puro fantasma. Come si può parlare di guerra, quando la maggior parte dell’&#8221;esercito&#8221; che questa guerra avrebbe dovuto combatterla, era autoimplosa &#8211; penso al rapidissimo squagliamento dei gruppuscoli extraparlamentari verso la metà del decennio, legato a null’altro che all’obsolescenza dei fondamenti ideologici sui quali si appoggiavano, al venir meno dei propri miti – quando i “combattenti” erano ormai solo frange partite per la tangente, dotate di un armamentario ideologico grottescamente rozzo e ormai completamente obsoleto, in contraddizione con quella che era diventata la società civile? Quindi è a bella posta che nel mio romanzo &#8211; che non è un romanzo sul terrorismo, è un romanzo sulla guerra e sul fascismo, e sulla inconscia permanenza della guerra e del fascismo anche nei decenni successivi &#8211; non uso il termine di “guerra” per le vicende degli anni ‘70. Non si tratta di uno slittamento semantico, ma di una tesi ben precisa, sulla quale è costruito il mio testo, e della quale resto tuttora pienamente convinto.</p>
<p><strong>DP</strong> <em>Io non c&#8217;ero allora, negli anni &#8217;70. Per me valgono i racconti, le memorie e quello che leggo o vedo. L&#8217;idea che mi sono fatto è che sembrava esserci una guerra, è vero non c&#8217;erano le armate, non c&#8217;erano le trincee, ma la mia idea è questa. Mi viene in mente mia madre, che aveva vent&#8217;anni quando c&#8217;erano le giornate di Reggio Calabria che mi racconta come per andare a lavorare lei dovesse attraversare luoghi dove erano stati messi sottosopra i cassonetti, sfasciate vetrine, in cui ancora c&#8217;era nell&#8217;aria il profumo dei lacrimogeni. E che mi dice, mentre me lo racconta: siamo stati in guerra.</em></p>
<p><strong>GS</strong> Sono d’accordo, sembrava esserci una guerra. Soprattutto in alcune grosse città del centro-nord, soprattutto in certi settori della società, come per esempio le università, soprattutto negli ambienti della politica e dei giornali, soprattutto leggendo i quotidiani, soprattutto nelle rappresentazioni che erano date all’estero. Ma quello che succedeva non era una guerra, non era una guerra civile. Con questo non voglio affatto negare la gravità e la relativa diffusione delle azioni violente, basti pensare alle centinaia di attentati, alle decine di vittime, alle migliaia di persone coinvolte. Voglio solo dire che i riferimenti al passato erano incredibilmente forti, forse ancora più espliciti dei legami con la realtà presente. Dietro le azioni del movimento armato di sinistra c’era il sogno insurrezionale di molti partigiani, dietro le azioni violente della destra neofascista c’era il miraggio mai sopito dell’estrema destra di rivedere il Regime al potere. Una lacerazione che era presente in maniera soggiacente nella coscienza della maggior parte dei testimoni di quella guerra civile mai nominata in quanto tale (il libro di Pavone è del 1991!), una tensione presente anche nella mente dei loro figli. Una frattura che rivelava la fragilità della Repubblica, la sua incapacità di appianare i contrasti non ancora esplicitati dai quali era nata, che riesumava un clima di guerra. La stessa repentinità della fine del periodo degli attentati, è secondo me una prova che la tensione riguardava più il passato che il presente. Il terrorismo non è stato sconfitto solo grazie al grosso impegno delle forze dell’ordine, è stato sradicato in primo luogo perché le sue basi teoriche erano ridicolmente fragili, perché non aveva più nessun contatto con la società e con la piega che aveva preso la realtà economica, perché era totalmente fuori fase rispetto alla società. Il fenomeno del pentitismo non avrebbe assunto una tale proporzione, se molte delle persone coinvolte nella lotta armata non si fossero rese conto – non ne fossero forse state coscienti ancora prima di essere arrestate &#8211; dell’assurdità della lotta nella quale avevano creduto. Il terrorismo si è trovato spiazzato rispetto alla società civile, è stato in un certo senso vittima del proprio successo. È sintomatico il contrasto in seno alle stesse Brigate Rosse, in pieno rapimento Moro, tra l’ala movimentista (Morucci), che soffriva dello scollamento con la società, e quella più tetragonamente ideologica. Ma ripeto, io non sono affatto uno specialista di queste questioni. Altre persone, giornalisti e storici, hanno studiate nei dettagli queste vicende, le conoscono molto meglio di me. Quello che interessa a me, ed è il soggetto della nostra discussione, sono le rappresentazioni di questi avvenimenti che si ritrovano nella narrativa.</p>
<p><strong>DP</strong> <em>Una delle temi fondamentali del saggio è l’elusione del nemico. Mi pare che il tuo libro segua una strategia diversa.</em></p>
<p><strong>GS</strong> In certi testi il fatto di non rappresentare il nemico lascia effettivamente un po’ perplessi. Ci si chiede, specie se l’autore ha scelto un tono per qualche verso nostalgico-commemorativo e/o un registro epicheggiante, se c’è una qualche verosimiglianza con quanto è successo, come stavano davvero le cose. Ma in altri casi questa assenza non rappresenta il minimo problema, può anzi dare maggiore forza al testo. Penso sempre al romanzo di Preiser, che riesce a avvincerci – potenza della letteratura &#8211; mettendoci nella testa di un neofascista che compie le più nefande efferatezze, e senza mostrarci minimamente le vittime, senza la minima emozione nei loro riguardi, lasciandocele appena intravedere (il che rende le azioni violente ancora più raccapriccianti). Tu sembri quasi chiedere ai testi letterari che hanno a che fare con il terrorismo una equanimità, una obiettività storica, un rispetto nei confronti delle vittime. Ma sai meglio di me che la letteratura non è né equanime né obiettiva né rispettosa. Può appunto essere eccessiva, o paradossale, e lo stesso inchiodarci alla pagina, commuoverci, insegnarci qualcosa. Quindi il problema non mi sembra legato alla rappresentazione o meno del nemico, ma piuttosto alla posizione dell’autore nei confronti di quell’epoca. Sono convinto che un qualsiasi testo narrativo che ha come tema la stagione del terrorismo molto difficilmente può avere un qualche interesse, e parlo di un interesse squisitamente letterario, che è l’unico mio metro di giudizio (lo devo specificare, perché purtroppo in Italia su questo tipo di argomenti prevalgono, anche da parte di grossi nomi della critica giornalistica, le letture  tematiche, le valutazioni e i giudizi a sfondo politico), se non riesce a lasciarsi dietro le spalle i luoghi comuni. Credo che sia impossibile fare della letteratura decente – a meno beninteso che non sia un’operazione di <em>deuxième degré</em>, alla <em>Bouvard et Pécuchet</em>, o comunque autoconsapevole &#8211; con i luoghi comuni. I luoghi comuni dell’epoca, come anche i luoghi comuni di adesso. <em>Tornavamo dal mare</em> di Doninelli, riflette, tanto per mettere lì un esempio, la visione che va per la maggiore adesso di quel periodo. È un testo che a mio parere non ci dice nulla che già non sappiamo, e nel quale il personaggio del terrorista è rappresentato come un essere senza sentimenti e disumano, è grottescamente caricaturale. È uno zombie, l’unica cosa sensata che può fare, in un mondo ormai tanto diverso da lui, è togliersi di torno (l’autore gli dà provvidenzialmente una mano, e lo fa effettivamente morire). Per la semplice ragione che adesso, ora che le ideologie sono crollate, facciamo molta fatica a concepire che una persona abbandoni tutte le sue attività e i suoi affetti per imbracciare le armi, per lottare contro il capitalismo. All’epoca però le cose stavano in modo diverso, prova ne sia che molto persone ci hanno effettivamente creduto, hanno effettivamente fatto quella scelta. Ma erano pur sempre degli essere umani, con i difetti e le qualità di ogni essere umano. Il testo di Doninelli, quello che ho fatto è solo un esempio, reitera delle visioni standardizzate e scipite, che trovano eco nell’elegante scipitezza dello stile e della lingua, anche se Filippo La Porta – faccio molta fatica a concepirlo &#8211; lo considera il miglior testo letterario sul terrorismo. Ma c’è anche il rischio opposto, quello cioè di mettersi nell’ottica di allora, di circondare di un’aurea mitica gli avvenimenti di quel tempo. Molti dei testi autobiografici di ex-terroristi soffrono di questa pecca (per esempio il libro di Morucci, tanto per citarne uno): possono essere interessanti, ma non hanno alcun valore letterario.</p>
<p><strong>DP</strong> <em>Provo a fare un altro ragionamento/domanda. Non so se hai letto l&#8217;intervento di De Cataldo su &#8220;La Stampa&#8221;, in cui sostanzialmente dice: ci sono delle zone delle vicende italiane oscure. In queste dove non arriva la storia arriva il romanzo. L&#8217;elenco che fa è il solito: servizi segreti deviati, camorra e politica, etc etc. La cosa che mi ha colpito è che lo stesso De Cataldo dice: &#8220;Tutte queste cose si sanno perché sono contenute nei documenti delle commissioni parlamentari e perché sono documentate con rilievi di indagini e di sentenze&#8221;. Quello che De Cataldo pone è un problema di scrittura di complotto e dice: lo scrittore deve &#8220;pensare male&#8221; e fare le domande scomode. Io mi chiedo è questo che serve al romanzo italiano? Io mi sono convinto, e leggendo libro come il tuo, quelli di Villalta e Rastello, che meno ci si affida al complottismo e più si arriva vicino a quello che io chiamo il sentimento tragico. Io credo che il complotto sia la narcosi del tragico, lo anestetizzi &#8211; dal punto di vista narrativo. Quando si arriva a parlare di anni &#8217;70, ci sono sempre i servizi segreti, i livelli occulti delle BR, le stragi di stato etc etc&#8230; la tua scelta di non parlare di questo, la tua scelta raccontare quegli anni in un altro modo a quali motivazioni e fatti è stata dovuta?</em></p>
<p><strong>GS</strong> Credo che nell’intervento che citi De Cataldo parli prima di tutto di se stesso, come succede molto spesso agli scrittori quando prendono la parola, e in particolare a quelli italiani. Ho l’impressione che appena uno scrittore italiano ha un po’ di successo si senta in dovere di fare la sua lezioncina. Devo confessare che mi indispone questo afflato normativo, che venga appunto da scrittori o anche da critici. Credo che la narrativa di un dato paese sia viva proprio perché plurima e imprevedibile, proprio perché divisa in mille rivoli diversi che vanno dove non ci si aspetterebbe  che andassero, che vanno dove vogliono loro. Ognuno è liberissimo di esprimere la propria poetica e le proprie preferenze riguardo agli orientamenti della narrativa, ma quando queste prese di posizioni diventano chiusura a quanto è differente, vedo affiorare il grande conformismo del nostro paese, la difficoltà di concepire che le voci possano essere molte, e estremamente diverse tra loro. Ma è chiarissimo, per restare agli anni ’70, che i servizi segreti e le forze occulte sono molto presenti, e che la storia di quegli anni potrebbe essere fatta – e qualcuno appunto lo fa &#8211; proprio a partire dalle manovre e dalle strategie occulte. Però è anche vero, mi sembra, che le manovre e le strategie occulte hanno agito su un substrato – che possiamo chiamare la società civile &#8211; che occulto non era affatto, o meglio le cui tensioni e dinamiche erano e sono in parte restate occulte solo nella misura che nessuno ha saputo analizzarle. Certo dietro Piazza Fontana e dietro a tanti altri bruttissimi episodi ci sono dei manovratori, ma l’effetto di tali episodi esula dai poteri dei manovratori, è un qualcosa che dipende da tutta la società, da ogni individuo. L’incisività delle forze occulte in quegli anni, il motivo per cui proprio nel nostro paese erano così presenti e attive, è l’altra faccia della medaglia dell’incapacità della società italiana di allora di guardare dentro se stessa, di autoanalizzarsi. Personalmente mi sento molto più interessato, come lettore e come scrittore, a questo intreccio tra istanze esteriori e interiori, tra Storia e individuo. Mi sembra che moltissimi capolavori della letteratura, pur con registri molto diversi, nascano proprio da lì. Ma appunto, se altri scrittori preferiscono mettere l’accento sulle forze occulte, e riescono a non essere noiosi, non ci vedo niente di male. Certo, vedo lo stesso rischio che vedi tu, quello cioè di considerare i complotti un qualcosa che non ha nulla a che fare con la società, frutto di maligni e avulsi <em>dei ex-machina</em>. Detto questo sono d’accordissimo con De Cataldo, che riprende Lucarelli: lo scrittore deve fare delle domande scomode, deve pensare male.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/04/gli-anni-di-piombo-il-romanzo-il-terrorismo/">Gli anni di piombo, il romanzo, il terrorismo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La teoria dell’inferenza corrispondente e il terrorismo</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 04:45:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2007/07/correspondent_i.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Due persone, uno sperimentatore e un soggetto, sono sedute insieme in una stanza. Lo sperimentatore si alza e va a chiudere la porta, e la stanza si fa più tranquilla. Il soggetto molto probabilmente crederà che lo scopo dell’azione dello sperimentatore (chiudere la porta) era quello di rendere la stanza più tranquilla.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/22/la-teoria-dell%e2%80%99inferenza-corrispondente-e-il-terrorismo/">La teoria dell’inferenza corrispondente e il terrorismo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2007/07/correspondent_i.html">Bruce Schneier</a></p>
<p>Due persone, uno sperimentatore e un soggetto, sono sedute insieme in una stanza. Lo sperimentatore si alza e va a chiudere la porta, e la stanza si fa più tranquilla. Il soggetto molto probabilmente crederà che lo scopo dell’azione dello sperimentatore (chiudere la porta) era quello di rendere la stanza più tranquilla.</p>
<p>Questo è un esempio di teoria dell’inferenza corrispondente. Le persone tendono a dedurre gli scopi, e anche il temperamento, di qualcuno che svolge una certa azione basandosi sugli effetti delle sue azioni e non su fattori esterni o situazionali. Se vedete qualcuno picchiare un’altra persona con violenza, presumete che quell’individuo voleva farlo e che è una persona violenta, e non che si tratta di un attore che interpreta una parte. Se leggete la notizia di qualcuno che rimane coinvolto in un incidente d’auto, presumete che sia un pessimo conducente e non che si sia trattato di un colpo di sfortuna. E, venendo al tema di questo articolo, se leggete qualcosa che riguarda un terrorista, presumete che il suo scopo ultimo sia il terrorismo.<br />
<span id="more-4568"></span><br />
Naturalmente non è sempre così facile. Se un tizio decide di traslocare a Seattle invece che a New York, è per il clima, la cultura o la sua carriera? Edward Jones e Keith Davis, che promossero questa teoria negli anni Sessanta e Settanta, proposero il concetto di “corrispondenza” per descrivere il grado di preponderanza di tale effetto. Quando un’azione presenta una corrispondenza alta, le persone tendono a dedurre le intenzioni di chi agisce direttamente dall’azione stessa (esempio: colpire qualcuno con violenza). Quando un’azione presenta una corrispondenza bassa, le persone tendono a non formulare l’assunzione (esempio: traslocare a Seattle).</p>
<p>Come per la maggior parte dei pregiudizi cognitivi, l’inferenza corrispondente ha senso da un punto di vista evolutivo. In un mondo di azioni semplici e di obiettivi di base, è una buona regola empirica che permette a una creatura di dedurre rapidamente gli scopi di un’altra creatura (“Mi sta attaccando perché vuole uccidermi”). Anche in creature senzienti e sociali come gli esseri umani, continua ad avere senso nella maggioranza dei casi. Se vedete qualcuno colpire violentemente qualcun altro, è ragionevole assumere che si tratti di una persona violenta. I pregiudizi cognitivi non sono male: si tratta di regole empiriche sensate.</p>
<p>Ma come tutti i pregiudizi cognitivi, anche la teoria dell’inferenza corrispondente a volte fallisce. E un ambito in cui fallisce in maniera spettacolare è la nostra risposta al terrorismo. Dato che spesso il terrorismo ha come risultato la morte orribile di molti innocenti, noi deduciamo erroneamente che la morte orribile di molti innocenti sia la motivazione principale del terrorista o dei terroristi, e non il mezzo per uno scopo diverso.</p>
<p>Ho trovato quest’analisi interessante in uno studio di Max Abrahms in “International Security”. “Why Terrorism Does Not Work” [Perché il terrorismo non funziona] esamina le motivazioni politiche di 28 gruppi terroristici: l’elenco completo delle “organizzazioni terroristiche straniere” delineato dal Dipartimento di Stato USA sin dal 2001. Abrahms elenca 42 obiettivi di policy di tali gruppi, e ha rilevato che i gruppi terroristici li hanno conseguiti soltanto il 7% delle volte.</p>
<p>Secondo i dati, il terrorismo ha più probabilità di riuscire se 1) i terroristi attaccano obiettivi militari più frequentemente che non obiettivi civili, e 2) se i terroristi hanno scopi minimalisti quali scacciare un potere straniero dal loro paese o assumere il controllo di una porzione di territorio, e non scopi massimalisti come stabilire un nuovo sistema politico nel paese o annientare un’altra nazione. In ogni caso, il terrorismo rimane un mezzo piuttosto inefficace per influenzare una linea politica.</p>
<p>La metodologia di Abrahms dà adito a molte critiche sottili, ma egli sembra eccedere nell’assegnare successi ai gruppi terroristici. (Gli obiettivi degli Hezbollah di espellere sia le forze di pace sia Israele dal Libano vengono contati come un successo, e allo stesso modo viene considerato il “parziale successo” delle Tigri di Tamil di costituire uno stato Tamil). Abrahms comunque offre un’ottima serie di dati per corroborare ciò che fino a oggi tutti sapevano: che il terrorismo non funziona.</p>
<p>Si tratta di materiale interessante, e consiglio la lettura dello studio. Per quanto mi riguarda, la parte più sagace è quando Abrahms utilizza la teoria dell’inferenza corrispondente per spiegare perché i gruppi terroristici che attaccano soprattutto i civili non raggiungono i loro obiettivi di policy, anche se si tratta di obiettivi minimalisti. Abrahms scrive:</p>
<p>“Secondo la teoria qui postulata, i gruppi terroristici che prendono di mira i civili non sono in grado di forzare un cambiamento di policy perché il terrorismo presenta una corrispondenza estremamente elevata. I paesi credono che le loro popolazioni civili vengano attaccate non perché un gruppo di terroristi sta protestando contro condizioni esterne sfavorevoli, quali l’occupazione territoriale o la povertà. Le nazioni prese di mira, invece, deducono le conseguenze a breve termine dell’atto terroristico: la morte di civili innocenti, il panico di massa, la perdita di fiducia nel governo come entità protettrice, la contrazione economica e l’inevitabile erosione delle libertà civili, e le ritengono gli obiettivi dei gruppi di terroristi. In breve, i paesi presi di mira considerano le conseguenze negative degli attacchi terroristici ai danni delle loro società e sistemi politici come una prova che i terroristi vogliono distruggere quei paesi. Le nazioni bersagliate sono comprensibilmente scettiche sul fatto che il negoziare o fare concessioni placherà dei terroristi che si ritiene siano motivati da questi obiettivi massimalisti”.</p>
<p>In altre parole, il terrorismo non funziona perché spinge le persone a essere meno propense ad accettare le richieste dei terroristi, non importa quanto semplici o limitate esse siano. La reazione al terrorismo ha un effetto totalmente opposto a ciò che vogliono i terroristi: le persone, semplicemente, non credono che quelle richieste tanto limitate siano le richieste vere e proprie.</p>
<p>Questa teoria spiega, con una chiarezza mai vista prima, perché molte persone sostengano bizzarramente che il terrorismo di al Qaeda (o il terrorismo islamico in generale) sia “diverso”: ovvero, che mentre altri gruppi terroristici hanno o possono avere degli obiettivi di policy, la motivazione principale di al Qaeda sia di ucciderci tutti. È una cosa che abbiamo sentito il presidente Bush affermare ripetutamente (Abrahms fa una serie di esempi nel suo studio), ed è un punto retorico nel dibattito.</p>
<p>Infatti gli obiettivi di policy di Bin Laden sono stati sorprendentemente coerenti finora. Abrahms ne elenca quattro; eccone sei enunciati dall’ex analista della CIA Michael Scheuer nel suo libro “Imperial Hubris”:</p>
<ul>
<li>Terminare il supporto statunitense nei confronti di Israele</li>
<li>Spingere le truppe americane fuori dal Medioriente, specialmente dall’Arabia Saudita</li>
<li>Terminare l’occupazione USA in Afghanistan e (successivamente) in Iraq</li>
<li>Terminare il supporto degli USA delle politiche anti-musulmane di altri paesi</li>
<li>Terminare la pressione statunitense sulle compagnie petrolifere arabe affinché mantengano prezzi bassi</li>
<li>Terminare il supporto statunitense verso governi arabi “illegittimi” (cioè moderati), come il Pakistan</li>
</ul>
<p>Anche se Bin Laden ha protestato per il fatto che gli americani hanno completamente frainteso le ragioni degli attacchi dell’11 settembre, la teoria dell’inferenza corrispondente postula che egli non sarà in grado di convincere la gente. Il terrorismo, e in special modo l’11 settembre, presentano una corrispondenza talmente elevata che le persone utilizzano gli effetti di quegli attacchi per dedurre le motivazioni dei terroristi. In altre parole, dato che Bin Laden ha provocato la morte di un paio di migliaia di persone con gli attacchi dell’11 settembre, la gente assume che questo deve essere stato il suo obiettivo, e che egli stia semplicemente presentando un’adesione formale a quelli che SOSTIENE siano i suoi obiettivi. Persino gli scopi reali di Bin Laden vengono ignorati, poiché le persone concentrano la loro attenzione sulle morti, sulla distruzione e sull’impatto economico.</p>
<p>Perversamente, il fraintendimento di Bush in merito agli obiettivi dei terroristi sta efficacemente impedendo ai terroristi di raggiungere i loro scopi.</p>
<p>Nulla di tutto questo vuole attenuare o giustificare il terrorismo; anzi, è tutto il contrario, poiché dimostra come il terrorismo non è un buon strumento di persuasione e di cambiamento di politica. Ma potremo combattere il terrorismo in maniera più efficace se comprendiamo che si tratta di un mezzo per il raggiungimento di un fine, che non è fine a se stesso. È necessario capire le vere motivazioni dei terroristi e non solo le loro tattiche specifiche. E più i nostri pregiudizi cognitivi offuscano questa comprensione, più sbagliamo nell’identificare la minaccia, scegliendo pessimi compromessi di sicurezza.</p>
<p><a href="http://www.mitpressjournals.org/doi/pdf/10.1162/isec.2006.31.2.42">Max Abrahms, “Why Terrorism Does Not Work” </a><br />
<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Correspondent_inference_theory">Correspondent inference theory </a><br />
Pregiudizi cognitivi: <a href="http://www.healthbolt.net/2007/02/14/26-reasons-what-you-think-is-right-is-%20wrong/">6 Reasons What You Think is Right is Wrong</a></p>
<p>Questo articolo è originariamente apparso su <a href="http://www.wired.com/politics/security/commentary/securitymatters/2007/07/securitymatters_0712">Wired.com</a></p>
<p>Edizione italiana curata da <a href="http://www.communicationvalley.it">Communication Valley SpA</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/22/la-teoria-dell%e2%80%99inferenza-corrispondente-e-il-terrorismo/">La teoria dell’inferenza corrispondente e il terrorismo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Big Brother State &#8211; un corto di David Scharf</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/big-brother-state-un-corto-di-david-scharf/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Oct 2007 03:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
		<category><![CDATA[david scharf]]></category>
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		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
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		<description><![CDATA[<blockquote><p><a href="http://bigbrotherstate.com/">Big Brother State</a> è un film educativo su ciò che i politici chiamano <em>protezione della nostra libertà</em>, ma che noi definiremmo meglio <em>leggi repressive</em>. Da quando il terrorismo è diventato una minaccia globale, specie dopo l&#8217;11 settembre, molti governi hanno varato leggi che, essi dicono, aumenteranno la sicurezza nazionale.</p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/big-brother-state-un-corto-di-david-scharf/">Big Brother State &#8211; un corto di David Scharf</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><a href="http://bigbrotherstate.com/">Big Brother State</a> è un film educativo su ciò che i politici chiamano <em>protezione della nostra libertà</em>, ma che noi definiremmo meglio <em>leggi repressive</em>. Da quando il terrorismo è diventato una minaccia globale, specie dopo l&#8217;11 settembre, molti governi hanno varato leggi che, essi dicono, aumenteranno la sicurezza nazionale. E&#8217; ovvio invece che queste leggi hanno un altro scopo: permettere agli stati di avere sempre più controllo sui cittadini, a discapito della nostra privacy e della nostra libertà. (dal sito del cortometraggio)</p></blockquote>
<p><a href="http://bigbrotherstate.com/">www.bigbrotherstate.com</a></p>
<p><span id="more-3497"></span><br />
<embed src="http://www.youtube.com/v/jJTLL1UjvfU" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" height="350" width="425"></embed>Puoi anche guardare il filmato sul tuo pc con sottotitoli in italiano:</p>
<ul>
<li>Scarica e installa <a href="http://www.videolan.org/vlc/">VLC</a></li>
<li>Vai sul sito dell&#8217;autore: <a href="http://bigbrotherstate.com/">bigbrotherstate.com</a> (<a href="http://www.huesforalice.com/bbs/">mirror</a>) e scaricalo (a piccola, media oalta risoluzione);</li>
<li>Scarica i sottotitoli da <a href="http://www.fh-augsburg.de/~thedude/bbs/bigbrotherstate_subtitles.rar">bigbrotherstate.com</a></li>
<li>Metti il file video e i sottotitoli che ti interessano nella stessa cartella. Usa un solo file sottotitoli, ad esempio per l&#8217;italiano usa il file bigbrotherstate_it.srt;</li>
<li>Rinomina i due file in modo simile, ad esempio bigbrotherstate_XviD_768px.AVI &#8211;&gt; bbs.avi e bigbrotherstate_it.srt &#8211;&gt; bbs.srt</li>
<li>Avvia VLC Player</li>
<li>Se i sottotitoli non appaiono automaticamenteseleziona &#8220;Video -&gt; Subtitles -&gt; Track 1&#8243;</li>
<li>Credits Italian Subtitles &#8211; <a href="Freshcut.it">Freshcut.it</a></li>
</ul>
<p>Via <a href="http://www.marketingblog.it/big-brother-state.htm">Marketingblog</a>.</p>
<p><em>Aggiornamento: grazie a carlo che segnala in un commento una versione sottotitolata in italiano disponibile <a href="http://www.youtube.com/watch?v=HgDslDlYo98">su Youtube</a></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/big-brother-state-un-corto-di-david-scharf/">Big Brother State &#8211; un corto di David Scharf</a></p>
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		<title>Gli occhi della vittima, gli occhi del nemico</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/gli-occhi-della-vittima-gli-occhi-del-nemico/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/gli-occhi-della-vittima-gli-occhi-del-nemico/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 12 Sep 2007 07:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>A Pasquetta scorsa, a Roma, a Tor Pignattara, fu ucciso a freddo Ahmed, un uomo bengalese. L&#8217;assassino era un vicino di casa che non sopportava la puzza e i rumori che venivano dal piano di sotto. Il processo deve partire in questi giorni ma il clamore che allora suscitò la notizia adesso è nullo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/gli-occhi-della-vittima-gli-occhi-del-nemico/">Gli occhi della vittima, gli occhi del nemico</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>A Pasquetta scorsa, a Roma, a Tor Pignattara, fu ucciso a freddo Ahmed, un uomo bengalese. L&#8217;assassino era un vicino di casa che non sopportava la puzza e i rumori che venivano dal piano di sotto. Il processo deve partire in questi giorni ma il clamore che allora suscitò la notizia adesso è nullo. Si disse che il municipio si sarebbe occupato dei funerali e del rimpatrio della salma ma non fu così. Si disse che il Comune sarebbe stato vicino alla famiglia della vittima, ma chi elargiva promesse è scomparso. A vedere ammazzare Ahmed c&#8217;era anche la nipotina, sfiorata da uno dei colpi: una bambina di quattr&#8217;anni che ha le convulsioni di notte, che viene assistita saltuariamente da alcuni psicologi volontari dell&#8217;Arci, e che quando cercano di convincerla che lo zio è tornato in Bangladesh risponde: «No, no, lo zio è morto». <span id="more-4437"></span><br />
Mi è venuta in mente la faccia della bambina, leggendo il libro <em>Spingendo la notte più in là</em> (Mondadori, pp. 131, euro 14,50) di Mario Calabresi, figlio del troppo famoso commissario. Il giorno in cui spararono al padre aveva due anni e mezzo, e questo libro è il resoconto pubblico di un lunghissimo tentativo privato di elaborazione del lutto, di comprensione del trauma. Passando per i brandelli di memorie famigliari, e mettendoli insieme a quelli dei figli di Walter Tobagi, di Antonio Custra, di Luigi Marangoni&#8230;<br />
Alla sua presentazione al Festival di Letteratura di Mantova c&#8217;è stato un flusso ininterrotto di appalusi e alla fine dell&#8217;incontro a farsi firmare la copia c&#8217;erano almeno duecento persone. Il suo libro, se ne rende conto l&#8217;autore stesso scrivendo, era quello della voce che mancava. Nelle librerie nello scaffale dei libri sugli anni di piombo c&#8217;è pieno di analisi di ex terroristi, ex teorici della lotta armata, etc&#8230; I ricordi dei famigliari delle vittime sono pochi e fanno poca eco, forse anche perché è difficile che il figlio di un poliziotto sappia scrivere in modo accattivante quanto un ex-br. Mario Calabresi invece è un giornalista di Repubblica , che ha ragionato probabilmente una vita su questo libro e sottolinea in ogni momento la pesantezza alle volte letale delle parole, a partire da quell&#8217;&#8221;assassino&#8221; che ha condannato a morte suo padre.<br />
Leggendo <em>Spingendo la notte più in là</em> è impossibile non commuoversi, e ascoltando Calabresi parlare al Festival si fa fatica a non dargli ragione quando parla di una memoria che non si può conciliare se non si conoscono le vite di quelli che &#8211; loro malgrado &#8211; si sono trovati coinvolti in una tragedia collettiva. Eppure, a conti fatti, a mente più fredda, c&#8217;è qualcosa che non convince del tutto nelle sue affermazioni lapidarie. Che cosa?<br />
In un pamphlet uscito da Bompiani quest&#8217;anno ( <em>All&#8217;ordine del giorno è il terrore </em>, pp. 141, euro 8,00), Daniele Giglioli cercava di analizzare la semiologia del terrorismo e mostrava come all&#8217;origine di ogni discorso di rivendicazione terroristica ci fosse l&#8217;autocertificazione di se stessi come vittima. Sono vittima, per cui giustifico la violenza senza mediazioni. Come un kamikaze palestinese si sente vittima dell&#8217;oppressione sionista, così negli anni &#8217;70 si uccideva un commissario perché si sospettava avesse buttato dalla finestra un innocente. Sembra un processo automatico. E&#8217; il meccanismo vittimario che, come insegna l&#8217;antropologo René Girard e articola Daniele Giglioli, funziona in questo modo. Crea vittime sacrificali, capri espiatori, mimetismo della violenza collettiva (Quante bottiglie di spumante si stapparono quando fu ammazzato il commissario Calabresi?).<br />
Come uscirne allora? Come rompere quest&#8217;incantesimo distruttivo? Mario Calabresi nel dibattito pone direttamente sul piatto la questione, o meglio il dilemma di come avvicinare analisi politica e esperienza privata, responsabilità singole e collettive. Si potrebbe fare come suggerisce Erri de Luca &#8211; ossia come è accaduto anche nel Sudafrica post-apartheid &#8211; scambiare verità per immunità? Graziare gli assassini di allora per riscrivere la storia di quegli anni? Il figlio del commissario non ci crede: in Italia non sarebbe possibile, dice. Il pubblico applaude, ma nessuno gli chiede perché. L&#8217;incanto di essere vittima, di stare quindi dalla parte della verità, seduce anche Mario Calabresi, che giustamente cita suo padre dicendo una cosa che dovrebbe essere, e non è, una banalità: «Lui non pensava che ci fossero due Italie ma una».<br />
Sarebbe auspicabile allora che non ci fosse soltanto questa sacrosanta compensazione nella commemorazione delle tragedie italiane (soltanto nel 2004 Carlo Azeglio Ciampi ha celebrato una cerimonia statale a ricordo dei famigliari delle vittime), ma che il centro del racconto, il punto di vita della narrazione si spostasse.<br />
Nella piazza accanto, al Festival della Letteratura, appena finisce l&#8217;incontro su <em>Spostando la notte più in là</em>, la gente defluisce e va a sentire David Grossman. Un altro racconto di un trauma privato, quello della morte del figlio, che deve essere messo accanto al dramma di una terra contesa. Il titolo del suo libro, <em>Con gli occhi del nemico </em>(Mondadori, pp. 115, euro 12,00) fa impressione, è quasi inumano, e con certe sue parole si riesce a empatizzare difficilmente. Ma se non così, come?</p>
<p>____________</p>
<p><em>pubblicato oggi 12 09 07 su &#8220;Liberazione&#8221;</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/gli-occhi-della-vittima-gli-occhi-del-nemico/">Gli occhi della vittima, gli occhi del nemico</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Antiterrorismo e datamining</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/04/09/antiterrorismo-e-datamining/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2006/04/09/antiterrorismo-e-datamining/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 09 Apr 2006 06:12:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com">Bruce Schneier</a>, traduzione di <a href="http://www.communicationvalley.it/crypto-gram.html">Communcation Valley</a>, via <a href="http://cavallette.autistici.org/2006/04/117">A/I</a></p>
<p>Nel mondo post-11 settembre si presta molta attenzione a <em>unire i punti</em>. Molti credono che il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Data_mining">data mining</a> sia la sfera di cristallo che ci permetterà di svelare future trame terroristiche.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/09/antiterrorismo-e-datamining/">Antiterrorismo e datamining</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.schneier.com">Bruce Schneier</a>, traduzione di <a href="http://www.communicationvalley.it/crypto-gram.html">Communcation Valley</a>, via <a href="http://cavallette.autistici.org/2006/04/117">A/I</a></p>
<p>Nel mondo post-11 settembre si presta molta attenzione a <em>unire i punti</em>. Molti credono che il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Data_mining">data mining</a> sia la sfera di cristallo che ci permetterà di svelare future trame terroristiche. Ma anche nelle proiezioni più sfrenatamente ottimistiche, il data mining non è sostenibile per tale scopo. Non stiamo barattando la privacy per la sicurezza; stiamo rinunciando alla privacy senza ottenere in cambio alcuna sicurezza.<br />
<span id="more-1991"></span><br />
Moltissime persone scoprirono per la prima volta in che cosa consiste il data mining nel novembre 2002, quando fece notizia un massiccio programma governativo di data mining chiamato <a href="http://www.epic.org/privacy/profiling/tia">Total Information Awareness</a>. L’idea di fondo era audace quanto ripugnante: raccogliere quanti più dati possibile su chiunque, passarli al vaglio grazie a potentissimi calcolatori, e investigare quei pattern, quelle ricorrenze che potrebbero indicare trame terroristiche. Gli americani di ogni credo politico denunciarono il programma, e nel settembre 2003 il Congresso <a href="http://www.fas.org/sgp/congress/2003/tia.html">ne eliminò i fondi</a> e ne chiuse gli uffici.</p>
<p>Ma Total Information Awareness non scomparve. Secondo <a href="http://nationaljournal.com/about/njweekly/stories/2006/0223nj1.htm">The National Journal</a> cambiò semplicemente nome e fu spostato all’interno del Dipartimento della Difesa.</p>
<p>Ciò non dovrebbe sorprendere. Nel maggio 2004, il General Accounting Office pubblicò un <a href="http://www.epic.org/privacy/profiling/gao_dm_rpt.pdf">rapporto</a> che elencava 122 diversi programmi di data mining varati dal governo federale che si servivano delle informazioni personali dei cittadini. Tale lista non comprendeva i programmi segreti, come le intercettazioni della NSA o programmi a livello statale come <a href="http://www.aclu.org/privacy/spying/15701res20050308.html">MATRIX</a>.</p>
<p>La promessa del data mining è avvincente, e molti ne sono affascinati.<br />
Ma tutto ciò è sbagliato. Non scopriremo trame terroristiche con sistemi come questo, e siamo in procinto di sprecare risorse preziose inseguendo falsi allarmi. Per capire perché, occorre osservare l’economia del sistema.</p>
<p>La sicurezza è sempre un compromesso, e perché un sistema sia valido, i vantaggi devono essere maggiori degli svantaggi. Un programma di data mining nazionale troverà una certa percentuale di attacchi reali, e una certa percentuale di falsi allarmi. Se i benefici derivanti dall’individuare e dal fermare quegli attacchi superano i costi (in denaro, in libertà, ecc.) allora il sistema è buono. In caso contrario, sarebbe preferibile spendere quei costi in altro modo.</p>
<p>Il data mining funziona al meglio quando si è alla ricerca di un ben determinato profilo, un numero ragionevole di attacchi ogni anno, e un costo contenuto per i falsi allarmi. La frode delle carte di credito è un caso di successo del data mining: tutte le compagnie di carte di credito esaminano i propri database delle transazioni in cerca di pattern di spesa che indichino la presenza di una carta di credito rubata. Molti ladri di carte di credito presentano un simile pattern: l’acquisto di costosi beni di lusso, l’acquisto di oggetti facilmente smerciabili tramite ricettazione, ecc.; e i sistemi di data mining in molti casi possono minimizzare le perdite bloccando la carta. In più, il costo dei falsi allarmi è rappresentato solo da una telefonata al titolare della carta, richiedendogli di verificare un paio di acquisti. E i titolari delle carte non sono nemmeno seccati da queste chiamate (purché avvengano di rado), per cui il costo si riduce semplicemente ad alcuni minuti di chiamata con un operatore.</p>
<p>Le trame terroristiche sono differenti. Non esiste un profilo ben determinato, e gli attacchi sono molto rari. Presi insieme, questi fatti significano che i sistemi di data mining non rileveranno alcun complotto terroristico a meno che non siano molto accurati, e che anche i sistemi più accurati saranno talmente inondati da falsi allarmi da diventare inutili.</p>
<p>Tutti i sistemi di data mining falliscono in due modi diversi: falsi positivi e falsi negativi. Un falso positivo è quando il sistema identifica un complotto terroristico che in realtà non è tale. Un falso negativo è quando al sistema sfugge un complotto terroristico vero e proprio. A seconda di come vengono <em>sintonizzati</em> gli algoritmi di rilevamento, l’errore può pendere da una parte o dall’altra: è possibile aumentare il numero di falsi positivi per assicurare una minore probabilità di mancare un vero complotto terroristico, oppure è possibile ridurre il numero di falsi positivi correndo il rischio di non individuare trame terroristiche.</p>
<p>Per ridurre entrambi quei numeri, è necessario un profilo ben definito.<br />
Ed è questo il problema quando si è alle prese con il terrorismo. Col senno di poi, era davvero semplice <em>unire i punti</em> dell’11 settembre e puntare ai vari segnali d’allarme, ma è molto più difficile prima dell’evento. Di sicuro esistono segnali d’allarme comuni a molti complotti terroristici, ma ognuno è al tempo stesso unico. Più è possibile definire nei dettagli ciò che si sta cercando, migliori saranno i risultati. Il data mining alla caccia di trame terroristiche è destinato a essere approssimativo, e sarà difficile scoprire qualcosa di utile.</p>
<p>Il data mining è come cercare un ago in un pagliaio. Vi sono 900 milioni di carte di credito in circolazione negli Stati Uniti. Secondo lo FTC Identity Theft Survey Report del settembre 2003, ogni anno circa l’1% (10 milioni) delle carte di credito viene rubato e usato in modo fraudolento. Il terrorismo è diverso. Vi sono trilioni di connessioni fra persone ed eventi (cose che il sistema di data mining dovrà osservare) e pochissimi complotti. Questo livello di rarità rende inutili persino i sistemi di identificazione più accurati.</p>
<p>Facciamo due conti, essendo molto ottimisti. Supponiamo che il sistema presenti un tasso di falsi positivi di 1 su 100 (99% di accuratezza), e un tasso di falsi negativi di 1 su 1000 (99,9% di accuratezza).</p>
<p>Supponiamo di dover esaminare un trilione di possibili indicatori: si tratta all’incirca di 10 eventi (email, telefonate, acquisti, giri su Internet, ecc.) per persona negli Stati Uniti ogni giorno. Supponiamo inoltre che 10 di essi siano in effetti complotti terroristici.</p>
<p>Questo sistema irrealisticamente accurato genererà un miliardo di falsi allarmi per ogni complotto terroristico rilevato. Ogni giorno di ogni anno le forze dell’ordine dovranno investigare 27 milioni di potenziali complotti per poter arrivare a scoprire l’unico vero complotto terroristico ogni mese. Aumentiamo l’accuratezza dei falsi positivi a un assurdo 99,9999% e si dovranno affrontare ancora 2.750 falsi allarmi al giorno; ma questo farà aumentare inevitabilmente anche i falsi negativi, e sarà molto probabile mancare uno di quei dieci veri complotti terroristici.</p>
<p>Tutto ciò non è nulla di nuovo. In statistica viene chiamato <a href="http://www.cia.gov/csi/books/19104/art15.html#ft145">base rate fallacy</a> (fallacia della probabilità primaria) e si applica anche in altri contesti. Per esempio, anche test medici altamente accurati sono inutili come strumenti diagnostici se l’incidenza della malattia è rara nella popolazione generale. Anche gli attacchi terroristici sono rari, e qualsiasi test non porterà altro che a una scia infinita di falsi allarmi.</p>
<p>Questo è proprio il genere di cosa che abbiamo potuto vedere con il <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2006/01/post_1.html">programma di intercettazione della NSA</a>: il <em>New York Times</em> ha riportato che i computer emettevano migliaia di indicazioni ogni mese, e che ognuna di esse si è rivelata essere un falso allarme.</p>
<p>E il costo è stato smisurato: non solo il costo degli agenti dell’FBI persi in vicoli ciechi dietro a fantomatici indizi invece di occuparsi di cose che ci rendano davvero più sicuri, ma anche il costo delle libertà civili. Le libertà fondamentali che rendono il nostro paese oggetto d’invidia in tutto il mondo sono assai preziose, e non si dovrebbero gettare via così alla leggera.</p>
<p>Il data mining può funzionare. Aiuta Visa a contenere i costi delle frodi, così come aiuta Amazon.com a mostrarmi libri che potrebbero interessarmi e che potrei comprare, e Google a mostrarmi annunci pubblicitari che potrebbero incuriosirmi. Ma queste sono tutte istanze in cui il costo dei falsi positivi è basso (una chiamata di un operatore Visa, un annuncio non interessante) e riguardano sistemi che hanno valore anche se il numero di falsi negativi è elevato.</p>
<p>Scoprire complotti terroristici non è un problema che si presta a essere risolto dal data mining. È il tipico caso dell’ago nel pagliaio, e aumentare la pila di paglia non facilita la risoluzione del problema. Sarebbe molto meglio incaricare persone all’investigazione di potenziali trame terroristiche e permettere a queste persone di dirigere i computer, invece di assegnare l’incarico ai computer e lasciar decidere a loro chi bisognerebbe indagare.</p>
<p>Questo articolo è originariamente apparso su <a href="http://www.wired.com/news/columns/0,70357-0.html">Wired.com</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/09/antiterrorismo-e-datamining/">Antiterrorismo e datamining</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Due letture sul terrorismo</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2005 16:09:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Propongo due letture estive anti-propaganda sul tema del terrorismo: <strong>Iraq</strong> di <strong>Slavoj Žižek </strong>e <strong>La nuova economia del terrorismo</strong> di <strong>Loretta Napoleoni</strong>. Il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nella lotta contro il “terrorismo islamico”, partecipando all’intervento militare in Iraq.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/08/11/due-letture-sul-terrorismo/">Due letture sul terrorismo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Propongo due letture estive anti-propaganda sul tema del terrorismo: <strong>Iraq</strong> di <strong>Slavoj Žižek </strong>e <strong>La nuova economia del terrorismo</strong> di <strong>Loretta Napoleoni</strong>. Il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nella lotta contro il “terrorismo islamico”, partecipando all’intervento militare in Iraq. Siamo quindi da tempo bersagli di una possibile rappresaglia. Per ora siamo innanzitutto bersagli di una propaganda “occidentale” che ha alcuni obiettivi di fondo: 1) sacralizzare il nemico terrorista, rendendolo incarnazione del Male e impedendo così ogni analisi politica delle sue azioni; 2) spostare l’attenzione sull’aspetto “religioso” del nemico terrorista, impedendo un’analisi del suo aspetto “economico”; 3) legittimare l’ingiustificabile guerra in Iraq, rendendo impronunciabile ogni contestazione di tipo pacifista; 4) legittimare la restrizione delle libertà fondamentali, acquisendo strumenti di maggiore controllo e repressione delle opposizioni politiche interne (movimenti altermondialisti, ecc.); 5) legittimare l’uso ufficiale della tortura oggi e di una eventuale bomba atomica “tattica” domani, di fronte all’estrema barbarie del nemico terrorista.</em><br />
<span id="more-1266"></span><br />
A questi obiettivi ne va aggiunto un altro, meno immediato negli effetti, ma di portata ben più ampia: una ripulitura dell’aspetto barbaro del capitalismo nella sua versione coloniale e neocoloniale. Il terrorismo, che è stato per almeno cinquant’anni considerato la modalità di scontro più praticabile nel periodo della Guerra fredda, sia per i movimenti di liberazione sia per le potenze occidentali che si opponevano ad essi, diviene ora una modalità aberrante ed esclusiva del fondamentalismo islamico armato. Per di più, l’associazione esclusiva tra Al-Qaeda, la jihad e il terrorismo, come sottolinea Žižek, favorisce speculazioni sul carattere “intrinsecamente” terroristico della religione islamica.</p>
<p>Partiamo subito da una domanda spregiudicata, che si pone <strong>Žižek</strong>:<br />
“perché no gli Stati Uniti come polizia globale? (…) pensiamo alla percezione, largamente condivisa, degli Stati Uniti come nuovo Impero romano. <em>Il problema degli Stati Uniti oggi non è che sono un nuovo impero globale, ma che non lo sono: in altre parole, pur pretendendo di esserlo, continuano ad agire come uno stato-nazione, perseguendo i propri interessi senza sosta</em>.”</p>
<p>Io credo che bisognerebbe radicalizzare il punto di vista di Žižek: gli Stati Uniti non riescono neppure ad agire come un vero stato-nazione, se questo significa perseguire politiche che riescano ad armonizzare gli interessi delle varie realtà sociali ed economiche che costituiscono il paese. A quale “nazione” giova la politica del governo Bush? Il problema del conflitto d’interessi, prima di essere una caratteristica italiana come la pizza e il mandolino, è una specificità statunitense, degli ultimi governi repubblicani della famiglia Bush. Bisognerebbe allora chiedersi: può un paese del capitalismo avanzato, dove l’interesse privato minaccia costantemente quello pubblico, fare una politica estera di “stato-nazione”? Oggi, poi, l’assurdità è accentuata dal fatto, che la politica che gli Stati Uniti pretendono di fare vorrebbe essere mondiale, imperialistica. Il problema è che non ne sono capaci. Il fallimento in Iraq, il più grave dopo quello del Vietnam, lo dimostra. Hanno annunciato che si ritireranno dal paese, anche se la guerriglia non sarà sconfitta e nel paese non sarà tornata la pace. Perché gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Iraq?</p>
<p>La popolazione statunitense non è diversa dalla nostra. Non è disposta a vedere morire la propria gente per un ideale troppo astratto come “garantire la democrazia nel mondo”. Tale popolazione, inoltre, <em>è</em> particolarmente poco attenta e curiosa a ciò che è il resto del mondo. Questo fa si ché la potenza imperialista non possa subire gravi perdite in termini di vite umane. La polizia mondiale statunitense non può rischiare di perdere troppi poliziotti. In Iraq finisce, infatti, che i poliziotti se ne stanno rintanati nelle loro questure, mentre fuori impazza la malavita. Ciò che gli Stati Uniti non dovrebbero mai fare è trovarsi nella situazione di <em>dover occupare militarmente un territorio</em>. E invece pretendono di farlo. Ma perché questa <em>incoerenza</em>? Si potrebbe rispondere così: il successo militare (imperialista), è del tutto secondario rispetto al successo economico delle aziende (private) che riforniscono il Pentagono o di quelle che estraggono e raffinano il petrolio.</p>
<p>In conclusione, affidarsi alla politica di polizia mondiale degli Stati Uniti, significa mettersi nelle mani di un poliziotto <em>inaffidabile</em> sotto troppi punti di vista. Lo conferma di continuo anche il libro della <strong>Napoleoni</strong>. Gli Stati Uniti si sono candidati anche come polizia mondiale antidroga in lotta contro il traffico mondiale di stupefacenti. Soltanto che: “Milioni di dollari frutto del narcotraffico a livello mondiale sono ripuliti negli Stati Uniti (dal 30 al 40 percento finisce nell’economia statunitense) mentre il resto viene erogato nell’economia illegale internazionale e (…) è utilizzato per alimentare la nuova economia del terrorismo.”</p>
<p>Facciamo un paio di esempi concreti, citati dalla <strong>Napoleoni</strong>. Il caso della <strong>Colombia</strong>. Dal 1964 è attivo nel paese il FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). È un’organizzazione di tendenza marxista che lotta a favore dei contadini contro i grandi proprietari terrieri e che si oppone all’influenza statunitense e alla privatizzazione delle risorse naturali. Nel corso della sua storia, per poter sopravvivere, il <strong>FARC</strong> ha finito per stringere un’alleanza, intorno agli anni ’80, con i narcotrafficanti colombiani. Ora, la cocaina colombiana è giunta negli Stati Uniti attraverso la “sponda” cubana. <strong>Cuba</strong>, infatti, in cambio di una percentuale sui profitti del traffico, si è proposta come punto di approdo delle navi provenienti dalla Colombia. E da Cuba, poi, su piccole imbarcazioni, la coca giunge in <strong>Florida</strong>. In tutto questo traffico, le banche statunitensi intervengono nella fase delicata del riciclaggio degli enormi profitti della vendita. Scrive la Napoleoni:</p>
<p>“alla metà degli anni ottanta il contrabbando di droga dalla Colombia faceva affluire nell’economia della Florida circa quindici milioni di dollari all’anno. Questa gigantesca iniezione di contanti proveniva perlopiù dal riciclaggio di denaro sporco, che inevitabilmente corrompeva le strutture finanziare dello stato. Le banche, sempre assetate di denaro fresco, erano ben disposte verso operazioni con un’elevata liquidità e non facevano domande imbarazzanti (…).”</p>
<p>In un paese del capitalismo avanzato, che propugna il liberalismo come unica ricetta economica, le <strong>banche</strong> sono al di fuori di qualsiasi regolamentazione. Quando si parla, a proposito del terrorismo o del narcotraffico, di “legislazione d’emergenza”, bisognerebbe applicarla innanzitutto alle banche e alle strutture finanziarie. <em>Perché non si parla mai di una legislazione d’emergenza in ambito finanziario? </em>Siamo disposti a tenere un individuo vagamente sospetto in cella per un tempo sempre più dilatato, sperando di trarne chissà quali magnifici vantaggi, ma non si solleva nemmeno lontanamente questo semplice problema: come possiamo limitare drasticamente l’autonomia delle banche nel raccogliere denaro sospetto?</p>
<p>Eccoci in pieno in una di quelle fondamentali <strong>contraddizioni di sistema </strong>che dovrebbero imporre, ad ogni passo, un’<strong>autocritica costante</strong> ai sostenitori di una società libera e democratica fondata su un’economia di tipo capitalistico. Il male che ci minaccia sotto le sembianze di kamikaze con turbante o passamontagna è in parte un <strong>male nostro</strong>, da noi nutrito in molti modi. Il primo passo per combatterlo è allora operare sul proprio corpo, sulla sua fisiologia. È una questione pragmatica, di efficacia dell’azione. È più facile controllare ciò che è già in mio potere (banche e istituti finanziari, ad esempio) piuttosto che controllare ciò che sfugge al mio potere (cellule terroristiche segrete, basi d’addestramento all’estero).</p>
<p>Ci troviamo così confrontati a questo paradosso: <strong>la burocrazia del controllo delle persone s’infittisce spaventosamente, laddove quella del controllo dei soldi permane in uno stato di permeabilità e porosità assoluta</strong>. Siamo disposti a lasciar sparare in testa ad un innocente, come è accaduto al cittadino brasiliano assassinato dalla polizia londinese, ma non ci permettiamo di minacciare lontanamente il segreto bancario.</p>
<p>(Questo punto è toccato anche da <strong>Žižek</strong>, parlando della legislazione europea in fatto di immigrazione. Egli scrive: “Recentemente, un’ignominiosa decisione dell’Unione Europea è passata praticamente sotto silenzio: il progetto di istituire una polizia di confine paneuropea per assicurare l’isolamento del territorio dell’Unione e prevenire i flussi di immigrazione. Questa è le verità della globalizzazione: la costruzione di nuovi muri che salvaguardino la prospera Europa dalle orde degli immigrati. (…) nella stracelebrata circolazione aperta del capitalismo globale, sono le “cose” (le merci) a circolare liberamente, mentre la circolazione delle “persone” è molto più controllata.”)</p>
<p>Facciamo un altro esempio, che nulla a che fare con la lotta al terrorismo. Il problema <strong>Africa</strong>, ossia il problema delle guerre africane, delle guerre tra stati e delle guerre civili. Queste guerre sono grandemente responsabili del mancato sviluppo di molti paesi africani e della condizione di miseria in cui vive una larga fetta di popolazione. Qual è l’atteggiamento dei ricchi paesi europei, nei confronti dell’Africa? <strong>Gli aiuti</strong>. Fornire aiuti, alimentare la “cooperazione”. Solo che gli aiuti non sembrano risolvere i problemi. I razzisti dicono che è colpa semplicemente degli africani, che “il difetto è nel manico”, che quella gente non sa far altro che fare la guerra e rubare. I più illuminati disquisiscono sulle forme che questo aiuto dovrebbe avere per essere efficace. Un giovane giornalista tanzaniano, nel documentario <strong>L’incubo di Darwin </strong>(mai uscito in Italia), propone una semplice soluzione al problema. <strong>Le aziende europee cessino di vendere armi ai paesi africani</strong>. Senza armi non si possono armare i poveri, che attendono le guerre come unica possibilità per ottenere uno stipendio decente. L’unica economia che funziona sempre e ovunque in Africa è l’economia di guerra. Smettiamo di mandare sacchi di farina e impegniamoci a livello europeo per impedire alle nostre aziende di vendere armi all’Africa. Avete mai sentito difendere questo argomento nei ripetuti dibattiti sulle sciagure dell’Africa? Forse non si tratta della soluzione unica e infallibile. Ma come mai non ne parla nessuno?</p>
<p>(Il documentario <strong>L’incubo di Darwin </strong>- <em>Darwin’s nightmare </em>- del registra austriaco <strong>Hubert Sauper </strong>mette a nudo il complesso traffico tra Europa e Africa che ha in <strong>Tanzania</strong> il luogo di snodo principale. Le aziende del pesce, i cui proprietari sono <strong>indiani</strong>, si servono di manodopera locale sottopagata per raccogliere e confezionare il persico del Nilo, pesce infestante del Lago Vittoria. Aerei cargo di compagnie aeree <strong>russe </strong>o <strong>ucraine</strong> giungono in Tanzania in apparenza vuoti, per caricare tonnellate di pesce da depositare in Europa. In realtà, gli aerei giungono carichi di armi di fabbricazione europea, da smistare verso i compratori africani. Gli africani vendono insomma <strong>tutto</strong> il loro pesce agli europei a prezzi bassissimi e comprano da noi armi a prezzi di mercato per ammazzarsi. In termini di responsabilità, essa va divisa equamente tra i corrotti governi africani e i cinici governanti europei. Iniziamo allora a prenderci le nostre responsabilità, obbligando i nostri governi a legiferare in materia. Basterebbe, anche qui, creare una <strong>legislazione d’emergenza sulla vendita di armi europee in Africa</strong>, per favorire concretamente la soluzione del problema.)</p>
<p>L’ultimo esempio di contraddizioni di sistema dell’attuale capitalismo e dell’impossibilità degli Stati Uniti di condurre una politica imperialistica o anche soltanto coerentemente nazionalista, ci è fornito ancora una volta da Loretta Napoleoni. Non si tratta dei due casi più celebri: il sostegno statunitense al regime talebano e a quello irakeno, che da amici divengono di colpo nemici. Parliamo ora delle guerra nella ex-Iugoslavia. Leggiamo:</p>
<p>“Visto il risultato della jihad antisovietica, Washington si sentiva sicura di poter ripetere in Iugoslavia il successo dell’operazione occulta condotta in Afghanistan, e per questa ragione nel 1991 il Pentagono stipulò un’alleanza segreta con i gruppi islamici fondamentalisti iugoslavi. Il controspionaggio americano, insieme con quelli turco e iraniano, organizzò una <em>Croatian pipeline </em>sulla falsariga di quella afgana: in Croazia affluivano armi turche e iraniane, in un primo momento sui velivoli della Iran Air e in seguito con una squadriglia di Hercules C-130 americani. Armi e attrezzature venivano pagate con denaro saudita (…).”</p>
<p>Ancora una volta la scelta degli Stati Uniti è quella di muoversi secondo il modello consolidato dell’azione terroristica: aggiramento dell’embargo stabilito dall’ONU, finanziamenti occulti, traffico illecito di armi, ecc. Dall’inizio della Guerra fredda, gli Stati Uniti, assieme all’Unione Sovietica e a paesi colonialisti europei come la Francia, <strong>hanno finanziato, fornito armi e organizzato attività di tipo terroristico</strong>. Per gli Stati Uniti ciò rientrava nella <strong>dottrina dell’antisommossa </strong>che li portò, soprattutto dopo il Vietnam, a intensificare gli aiuti occulti, economici e militari, a tutte le forze anticomuniste, sia di matrice fascista che di matrice islamica radicale. Il concetto di base era semplice: gli Stati Uniti non potevano rischiare più guerre convenzionali nemmeno con un nemico minore (i vietcong). Dovevano agire per procura, appoggiando <strong>il nemico del proprio nemico</strong>. (Per cinquant’anni gli Stati Uniti e alcuni stati europei sono stati agenti del terrorismo internazionale e della sua economia illecita ed occulta. Lo sono stati essenzialmente i <strong>governi</strong>, che negli USA hanno violato norme imposte dal Congresso e in Europa dai parlamenti. Oggi, quando per la prima volta l’effetto di una politica terrorista cade pesantemente sulle nostre popolazioni, sui cittadini statunitensi ed europei, si scopre e si addita la barbarie del “terrorismo”. Ma quando colpiva cileni, tutsi o kurdi, ciò appariva un prezzo tollerabile da pagare, per non esporsi direttamente in un conflitto armato.)</p>
<p>Ma l’Occidente, e gli Stati Uniti in particolare, non pecca solo di <strong>ipocrisia</strong>. Pecca anche di <strong>ottusità strategica</strong>. E qui anche i cinici che da noi tanto abbondano dovrebbero riflettere al loro consenso nei confronti delle politiche statunitensi e di quelle europee, appena più mitigate. Torniamo al caso della <em>Croatian pipeline </em>e vediamo quale ne è stato l’esito. Scrive la Napoleoni: “Solo alla metà degli anni novanta risultò evidente che gli Stati Uniti si erano lasciati ingannare: la <em>Croatian pipeline </em>era stata manipolata per costituire una roccaforte del fondamentalismo islamico alle porte dell’Europa. Ormai non c’era più modo di sottrarsi alle conseguenze di quella scelta, e, com’era accaduto in occasione della Guerra del Golfo, gli Stati Uniti si trovarono a combattere contro coloro che avevano contribuito ad armare.”</p>
<p>*</p>
<p>Slavoj Žižek, <em>Iraq</em>, Cortina, 2004.</p>
<p>Loretta Napoleoni , <em>La nuova economia del terrorismo</em>, Marco Tropea Editore, 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/08/11/due-letture-sul-terrorismo/">Due letture sul terrorismo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il bianco democratico occidentale deve per forza morire razzista?</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2004 17:59:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Preparatevi amici statunitensi. Si avvicina il momento. Prepariamoci italiani, ciò riguarda anche gli accodati. Anche noi. Anche gli ultimi, gli ossequiosi, i <em>parvenu</em>. So che non sarà piacevole, ma sarà sano. So che vi lascierà, ci lascierà così vuoti, smarriti, non custoditi e senza nulla da custodire.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/07/il-bianco-democratico-occidentale-deve-per-forza-morire-razzista/">Il bianco democratico occidentale deve per forza morire razzista?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/ansa_4821513_13150.jpg" alt="ansa_4821513_13150.jpg" align="left" border="0" height="201" hspace="4" vspace="2" width="180" /><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Preparatevi amici statunitensi. Si avvicina il momento. Prepariamoci italiani, ciò riguarda anche gli accodati. Anche noi. Anche gli ultimi, gli ossequiosi, i <em>parvenu</em>. So che non sarà piacevole, ma sarà sano. So che vi lascierà, ci lascierà così vuoti, smarriti, non custoditi e senza nulla da custodire. So che senza l’eccitante ideologico, la cocaina mentale, ci sentiremo a terra, miseri come gli altri, buffi con i nostri cellulari in mano, a pigiare bottoni, in attesa di un cancro o di un infarto. Che si poteva evitare, ovviamente. Ci troveremo anche idioti. Parecchio idioti. E ci farà bene. Magari cominceremo a desiderare di essere un po’ intelligenti. No, non “furbi”. Intelligenti, ma collettivamente. Magari. Smettendo di sforzare la nostra mente negli orari d’ufficio, per poi devastarla nelle ore serali, festive e di vacanza.<br />
<span id="more-436"></span><br />
È forse arrivato il momento in cui, amici statunitensi, <strong>mancano alibi al neocolonialismo</strong>. Perché la democrazia è il peggiore degli alibi, tra quello che i vostri governanti hanno scelto. Un alibi fasullo. E infatti non tiene. Fa acqua. Fa acqua da quando avete iniziato ad utilizzarlo. È forse arrivato il momento di scegliere, tra la sicurezza che vi ha sempre dato il razzismo e l’insicurezza di non essere i primi, i migliori. Non siete i primi. Non siete i migliori. <strong>Noi occidentali, con tutta la nostra fantasiosa, feroce, sferragliante storia non siamo i migliori</strong>. Prendiamone atto.</p>
<p>Prendiamo atto di quanto le nostre vite siano vuote. Di quanto sia arduo giostrare questo nostro vuoto. Sappiamo seppellirci nella merce, ubriacarci nella merce. Questo ci è concesso, e in questo siamo abili. Fantasmagorie di merci che producono altre fantasmagorie. Prendiamo atto di queste modeste patacche. Non è l’oggetto e la sua piramide di funzioni che ci libererà. Sono <strong>i rapporti tra di noi</strong> che ci salveranno, <strong>le azioni che producono e modificano questi rapporti</strong>. Ricordiamoci allora. Di quanto ci manchi il tesoro delle rivoluzioni, come lo chiamava la Arendt. Quella imprevista libertà di agire nella sfera pubblica, per determinare il proprio destino. Quel fantasma della democrazia radicale. Che è apparso e scomparso nelle pieghe della nostra storia più recente. Non abbiamo alcuna lezione da dare, perché le nostre possibilità migliori le abbiamo dimenticate, e rinnegate. Non tre volte, ma cento volte, di giorno e di notte. E come scrisse <strong>Fortini</strong> in <em>I cani del Sinai</em>: “Al fondo c’è una sola dura feroce notizia: Voi non siete dove accade quel che decide del vostro destino. Voi non avete destino. Voi non avete e non siete. In cambio della realtà v’è stata data una apparenza perfetta, una vita ben imitata. Così ben distratti dalla vostra morte da godere una sorta di immortalità. La recitazione della vita non avrà mai fine, felici.”</p>
<p>Non abbiamo nulla da custodire, nulla da difendere, né legittimamente né per azione preventiva. Abbiamo nelle nostre fibre un razzismo che nasce dal capitale accumulato dai nostri predecessori, razzismo che si è amplificato ad ogni razzia, razzismo che si è fatto sistematico ogniqualvolta depredavamo capillarmante la terra, le cose, la vita altrui. <strong>La nostra superiorità “morale” è cresciuta come riflesso della nostra superiorità criminale.</strong> E che straordinario massacratore fu <strong>Francisco Pizarro</strong>, uomo del grande imperatore europeo Carlo V. Grazie a 62 uomini a cavallo, e a 106 fanti muniti di armature e spade d’acciaio, riuscì a catturare l’imperatore <strong>Atahualpa</strong> e a scannare in un giorno diverse migliaia di uomini appartenenti all’esercito inca. Straordinaria e miracolosa superiorità europea, i cui fattori sono riconducibili ad alcune tecniche che gli inca non possedevano e che determinarono la loro sconfitta militare, nonostante la sproporzione numerica di uomini a loro favore. Tecniche di natura bellica, ovviamente: cavalli e acciaio. Ma ciò che permise il genocidio delle popolazioni indigene americane non dipese solo da questi due fattori. Aggiungiamoci un altro elemento di superiorità europea: le malattie (morbillo, vaiolo, influenza, tifo). Queste furono macchine di sterminio ancora più potenti e letali. Infine, gli europei furono resi invincibili da un’ultimo fattore, di natura puramente morale. Erano spietati e bugiardi e cinici. Pizarro, dopo aver preso in ostaggio Atahualpa, una volta ottenuto un riscatto spropositato (circa 80 metri cubi d’oro) per la sua liberazione, lo fece uccidere, violando la parola data.</p>
<p>Richiamo questi fatti noti, perché il nostro razzismo è antico, ed è cresciuto al ritmo di questi massacri, di questi stermini. Ma ciò che sta avvenendo in questi giorni mostra che c’è forse una speranza. Una speranza di separare democrazia e impero, democrazia e colonialismo. Il connubio, nato probabilmente con Atene, forse solo oggi comincia a diventare davvero insostenibile. La superiorità sugli altri non la fornisce la democrazia, che non ha bisogno di abbassare l’altro per innalzare sé. La democrazia di <em>On liberty</em> di <strong>Stuart Mill</strong>, tutta interna alla tradizione liberale anglosassone, è un sistema d’incertezze regolate, di critica ferrata, di minoranze che hanno peso. La democrazia non è alcun trionfo dei valori, è semmai ciclo costante di crisi e rinnovamento di valori. Nella migliore delle ipotesi liberali. Il trionfo e l’immobilismo dei valori è tutt’altra questione, militare ed espansionistica.</p>
<p>La democrazia sana di Mill non esiste, oggi, né negli Usa né a casa nostra. Non parliamo poi dei correttivi di tradizione libertaria o marxiana a questa democrazia. Delle varie rivoluzioni democratiche sono rimasti molti monumenti spogli e deserti. Quindi il tempio è vuoto, non abbiamo nulla da custodire né tantomeno qualche idolo da imporre ad altri, per guarirli dall’infelicità e dal male. Abbiamo parecchie patacche che rendono la vita più fluida, scorrevole, indolore. Più irreale. Ed è senz’altro qualcosa di buono. Queste patacche non abbiamo bisogno di imporle a colpi di cannone. Ce le comprano e copiano gli indiani come i cinesi. E nel giro di poco tempo diventano più pataccari di noi.</p>
<p>Ciò che ci far star bene è il nostro razzismo. <strong>Fognitalia</strong>, però, ossia il sostrato fascista della nostra cultura di <em>parvenu</em> avidi e crudeli, riscopre la sua superiorità sempre fuori tempo. Si lanciano, come nel ’36, slogan d’impero, quando l’impresa è sicuramente controproducente e vana. Si sale sulla carrozza del più forte, quando il più forte è anche il più scemo e nocivo. Ma anche <strong>Fognitalia</strong> ha il suo razzismo da spendere. Siamo diventati ricchi attraverso il miracolo. L’altro ieri. E mi verrebbe da dire, siamo ricchi per miracolo. Tra autosfruttamento e imprese di mafia. Va bene. E quindi ci siamo sentiti autorizzati a fare la guerra coloniale, dicendo che si tratta di pace, intanto però ci cavano il sangue con bombe ed agguati, e noi che moriamo da italiani le mazzate le sappiamo restituire, anzi alzo zero e chi s’è visto s’è visto, mammma, bimbo, e spirito santo. Questa <strong>Fognitalia</strong>. Quelli che il ladro che ha sfasciato la vetrina, e scappa fino alla macchina, ci entra e tenta di metterla in moto, bisogna crivellarlo per legittima difesa, in quanto spaventati, e mai però pentiti per l’omicidio intenzionale, essendo goiellieri, cioè gente onesta, perché la <strong>roba</strong>, la roba alla fine conta, e più della vita altrui. Quelli che <strong>la tortura una volta&#8230;</strong> e non aggiungo altro. Quelli che i sette celerini a calciare un manifestante per terra, che tanto gli sta bene, perché invece di stare a casa a curarsi la <strong>roba</strong>, ha ficcato il naso in faccende che non lo riguardano. Aveva da dire qualcosa sulla vita. La vita sua e degli altri. Tortura. Anche una sola volta, che poi gli passa. (Sembre la canzone di Jannacci, ma non fa ridere per niente.)</p>
<p>Eppure noi italiani ne avremmo di persone e pratiche da custodire. <strong>Don Milani</strong> e <strong>Danilo Dolci</strong>, per dire i primi due nomi che mi vengono in mente. Straordinari e incollocabili. Ma più che di custodire, poiché di monumenti ormai ce n’è anche per loro, ci sarebbe da imparare tutto, facendo, e facendo tutto di nuovo. E qui c’è ancora chi crede che senza il nostro carroarmato o pennacchietto con mitra o uomo folgore, gli iracheni non saprebbero da soli essere felici e infelici. Perché si vuole ancora credere che senza il gioco delle tre carte &#8211; soldi che entrano da una parte ed escono decuplicati dall’altra &#8211; non si può aiutare nessuno. L’aiuto-ricatto, prestito ad usura, razzia di petrolio in cambio di sacconi di riso ed un po’ di cemento sulle strade. Sembra di essere ancora nelle favolette dei <strong>conquistadores</strong>, che in cambio di specchietti e perline si arraffavano l’oro e le dodicenni della tribù. Ma gli iracheni, per quanto siano agli occhi di certi bianchi statunitensi molto simili ai vecchi negri dell’Alabama, quelli che si poteva linciare in santa pace, ebbene gli iracheni si stanno dimostrando invece come bande di <strong>Black Panters</strong> che al posto di Marx hanno piazzato Allah, e per di più sono induriti da uno stato di guerra perpetuo, ormai ventennale.</p>
<p>Ciò che caratterizza davvero questa guerra, non riguarda certo la ridda di menzogne con la quale è stata preparata, propagandata e realizzata. Menzogne che comuni cittadini europei e statunitensi hanno fin da subito fiutato, ma che, sui media, analisti politici e giornalisti smaliziati accreditavano, salvo condirle con un pizzico di scetticismo. Ricordo certi editorali di <strong>Miriam Mafai</strong> che spiegava con tono di sufficienza a <strong>Gino Strada</strong>, di tirare via i giocattoli dal pavimento, che adesso arrivavano i papà ad occuparsi di cose serie. <strong>Ora la novità non sono certo le menzogne. Ma il fatto increscioso che esse siano state a poco a poco smascherate una dopo l’altra, e in tempi assai brevi.</strong> Qualcosa negli Stati Uniti, superpotenza neocoloniale, non funziona. Oppure, qualcosa negli Stati Uniti, democrazia a rischio, funziona ancora. Anzi, funziona meglio di prima. Funziona come non è mai funzionata.</p>
<p>Non so spiegarmi davvero il perché. Hanno fatto cadere anche l’ultima paratia. <strong>Ora la guerrafogna, alimentata di frustrazione e razzismo, di sadismo individuale e di calcolo istituzionale, lascia affiorare l’ultimo suo orrendo grugno: il grugno lascivo e vigliacco del torturatore, del piccolo torturatore donna, che trascina al guinzaglio un uomo più grosso di lei, ma nudo, impotente, annichilito dalla vergogna e dal terrore.</strong> Comunque sia avvenuto lo strappo nel muro d’omertà dell’esercito, comunque sia stato gestito, selezionato, tamponato lo scandalo delle foto, la scelta del soldato <strong>Lynndie England</strong>, come figura di torturatore da sbattere in prima pagina, risponde a un’intento allegorico sicuro ed efficace. Tutti abbiamo davvero assorbito <strong>Eichmann</strong> e il suo corollario: il male radicale va a passeggio in vesti davvero modeste e poco appariscenti. Si nutre di piccole passioni e produce effetti devastanti. Ma non vorrei parlare della tortura. Come dice <strong>Cacciari</strong> su “Repubblica”, nel suo editoriale del 7 maggio, non abbiamo scoperto nulla. <strong>Sulla tortura sapevamo tutto.</strong> Sapevamo che era già lì, in Iraq, anzi che era ancora lì, affidata ad altre mani, con i vecchi carnefici di Saddam spodestati e magari trasformati in vittime di sevizie statunitensi, forse meno plateali e rozze, ma altrettanto devastanti. La tortura c’è, è già da sempre iniziata, la pratica forse il mio vicino su sua moglie, o sua moglie su sua figlia, l’ho praticata io a sei anni su qualche bambino più piccolo, fuggevolmente, la subivo da altri, ecc.<br />
<strong>La tortura c’è, chi non vuole ignorare il male del mondo sa che essa alligna con facilità e ovunque. E c’è sempre lo stupore, l’incredulità, lo stomaco che si torce.</strong></p>
<p>Ma vorrei concludere, ribadendo un altro punto. Chiarisco di nuovo la mia tesi. Non sarà né originale né particolarmente acuta, mi accontenterei che fosse verosimile. La mano sinistra non tollera più ciò che fa la destra. Non è importante qui che, come scrive Cacciari, i soldati statunitensi “non sappiano ciò che fanno”. Noi lo sappiamo per loro. Gli statunitensi che vedono le foto della guerrafogna, loro, lo sanno. Non è importante che i nostri soldati credano o meno alle menzogne sulla pace, negli intervalli tra una sparatoria e l’altra. Noi sappiamo che fanno la guerra. Servi dell’Esercito Usa, a loro volta servi dell’avidità di pochi statunitensi potenti e dell’insicurezza di molti statunitensi impotenti, della sete di razzia dei primi e del razzismo dei secondi.<br />
Noi lo sappiamo e non lo tolleriamo. La stampa ne parla e rende intollerabile la guerra. Rende l’alibi sempre più inservibile. <strong>Costringe il democratico occidentale a guardarsi nello specchio, dove la sua ombra emerge, bicefala e mostruosa, metà soldato Lynndie England, chiusa nella sua disperata libidine sadica, metà Dick Cheney, freddo papa dell’eterno volano del capitale</strong>. Questi sono gli stendardi grazie ai quali cancelleremo dalle nostre coscienze i diecimila civili iracheni, ammazzati come prezzo di un dono incalcolabile di felicità e libertà?</p>
<p>Questa guerra è forse l’ultima che ha nascosto il lupo nel manto dell’agnello. Ora quel manto è a brandelli, sanguina, piscia dalle ferite merda e fiele. Se si deve fare una guerra coloniale, d’aggressione, di razzia, la si faccia in abiti adatti.<br />
Un vecchio signore, che da bambino ho amato come un nonno e da cui ero riamato, era stato in Africa come volontario fascista. Non parlava quasi mai dell’Africa, ma teneva in un vecchio casettone di noce una busta zeppa di foto. Una volta me le mostrò. Erano foto in bianco e nero, di piccolo formato, ma molto nitide e contrastate. Venti o trenta foto solo di corpi neri seminudi. Etiopi, suppongo. Ricordo poco di quelle foto. Non ricordo neppure che commenti facesse, mostrandomele. Ma mi spiegò. Quelli erano i nemici, i negri. Erano tutti morti. Morti ammazzati. Ricordo bei corpi, longilinei, buttati a terra. Fotografati singolarmente, ad uno ad uno. Non ricordo volti sfigurati, ma ricordo gambe o braccia piegate in modo insolito. Erano gambe e braccia spezzate, erano corpi anche disarticolati.</p>
<p>Non è dunque cambiato nulla? No, anzi. È cambiato tantissimo. Quelle foto ora le vediamo subito, le vediamo tutti, e grazie a strani giochi di forza interni a quei sistemi complessi, che abbinano istituzioni democratiche, economia capitalistica e politica neocoloniale. E questo forse aiuta a far tornare un po’ di chiarezza. Se qualcuno riesce a convincere la gente, sempre di nuovo, che c’è una guerra importante da fare, lo faccia solo in nome della morte che ama infliggere, e dei benifici materiali che trae da questa pratica. Nel migliore dei casi, però, potremmo essere stanchi di far guerre o di farle fare. E potremmo occuparci di cose più serie. Di come essere più felici in mezzo a tali e tante patacche. Di come non ammorbare il pianeta e il nostro organismo a forza di circondarci di patacche. Di come collaborare con gente diversa da noi a fare cose del tutto nuove per entrambi, e possibilmente migliori. <strong>Di utopia ne abbiamo bisogno, ma in dosi massicce, per rialzare appena appena il muso dal ronzio delle nostre patacche.</strong></p>
<p>Detto ciò, qualcuno, potrebbe ancora dirmi: “Belle parole le tue? Ma cosa conti si debba fare in Irak? Non vorrai mica lasciarli in balia di un tale caos?”<br />
Dico subito che, comunque venga rivoltato, articolato e nobilitato questo argomento non <strong>vale per me nulla</strong>. Gli iracheni continueranno ad esistere anche senza di noi. Continueranno a spararsi se sarà il caso, anche senza di noi. Moriranno anche delle loro sole pallottole. Non avranno per forza bisogno delle nostre. E faranno pace, accordi, strade, ospedali e leggi, senza di noi. O con le briciole che diamo in genere ai paesi più poveri quando devono costruire strade, ospedali e scuole. Il mondo più povero, il mondo non bianco, non opulento-occidentale, va avanti anche senza la nostra tutela, anzi in molti casi va avanti malgrado le tutele nefaste delle multinazionali dei farmaci, delle armi, dell’acqua, ecc. E se decidessero di fare una repubblica islamica? Che sia benedetta. Le donne iraniane o algerine non hanno aspettato che il papà bianco entrasse in casa loro, puntando la pistola alla gola del loro marito-padrone per cominciare a difendersi.</p>
<p>Mentre gli iracheni si daranno da fare per mettere ordine nel loro casino, che gli è stato aggravato da una decina d’anni d’embargo Usa, da bombe a frammentazione e a uranio impoverito, da milizie private, dai falchi della Halliburton, dai pennacchiuti “bravagente” italici, ecc., noi intanto potremmo mettere un po’ le mani a casa nostra. Noi occidentali. Gli statunitensi potrebbero mettere mano ad un bel po’ di cose, e chiedersi come mai la signorina Lynndie England ha bisogno di trascinare prigionieri iracheni al guinzaglio per non annoiarsi a morte. E poi si potrebbero chiedere cosa stanno facendo a Guantanamo, in Afghanistan, e nelle prigione private degli stessi Stati Uniti? E come sia possibile che tortura e razzismo facciano rima con libertà e democrazia? E vari problemini di questo tipo.<br />
Quanto a noi italiani, di cure ne abbiamo bisogno e molte, se dal parlamento come dalla strada salgono nausebonde voglie di tortura e linciaggio. E un corso di buona vecchia democrazia liberale, alla Stuart Mill, sarebbe urgentissimo. Per iniziare, basterebbe spegnere la tele e stracciare la cartolina del canone. Io non posso farlo. Non ho più la tele, e mi minacciano sempre con avvisi semestrali che faranno irruzione a casa mia, stanando il fantomatico televisore acceso su FOGNITALIA versione Portaaporta o Costanzoshow.</p>
<p>(P.S. E l&#8217;ONU? Dai, mettiamo dentro l&#8217;ONU, adombriamo gli USA, un grigioscuro, e il più è fatto. Anche i democratici di sinistra dormono tranquilli.<br />
No, grazie. L&#8217;ONU in Iraq sarebbe una vera sciagura. I manichini se ne stiano a casa.)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/07/il-bianco-democratico-occidentale-deve-per-forza-morire-razzista/">Il bianco democratico occidentale deve per forza morire razzista?</a></p>
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		<title>Aria di guerra</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Nov 2003 13:23:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Marco Lodoli nell’intervento apparso su Nazione Indiana dal titolo “Manca un tassello” mette in guardia collaboratori e lettori di questo sito dal rischio di sottovalutare i pericoli provenienti dall’integralismo islamico in nome di una vis polemica nei confronti dell’attuale politica dell’amministrazione statunitense e dei suoi alleati in Iraq.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/22/aria-di-guerra/">Aria di guerra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Marco Lodoli nell’intervento apparso su Nazione Indiana dal titolo “Manca un tassello” mette in guardia collaboratori e lettori di questo sito dal rischio di sottovalutare i pericoli provenienti dall’integralismo islamico in nome di una vis polemica nei confronti dell’attuale politica dell’amministrazione statunitense e dei suoi alleati in Iraq. Siccome un rischio del genere è del tutto plausibile in una situazione così confusa sia politicamente sia emotivamente, è bene raccogliere l’invito di Lodoli e provare a ragionare.<br />
<span id="more-211"></span><br />
Il primo elemento su cui ragionare è questo: in che modo criticando la politica dell’amministrazione Bush e in Italia Berlusconi si rischia di sottovalutare l’estremismo islamico? Certo è curioso che lo si faccia esercitando quel diritto alla critica che costituisce proprio la specificità dell’occidente. Un’altra ipotesi può essere che, indebolendo tali critiche la volontà di combattere contro l’integralismo, gli estensori di queste diventino gli utili idioti  del fanatismo religioso. Per sostenere questa tesi, bisogna però sostenerne implicitamente altre due: innanzi tutto che attualmente si sta combattendo una guerra contro l’integralismo islamico e in secondo luogo che la guerra è lo strumento più adatto o il solo possibile per contenere la minaccia islamista.<br />
Se anche non si vuole dare retta alla posizione ufficiale del governo italiano, secondo il quale, come è noto, non c’è nessuna guerra, bisogna dire che la guerra in Iraq non è una guerra contro l’integralismo islamico: questo non lo affermo io, ma lo hanno affermato tutti i più importanti dirigenti statunitensi, spiegando che si trattava di una guerra contro un dittatore sanguinario provvisto di armi di distruzione di massa. E sicuramente Saddam è un sanguinario, ma che ha utilizzato un apparato ideologico laico, di tipo nazionalista, per sostenere il proprio regime, come è del resto ovvio in un paese diviso da un punto di vista religioso.<br />
Inoltre uno delle tesi classiche dell’integralismo islamico, grazie alla quale ha aumentato i propri consensi nelle società mussulmane, è che l’occidente cristiano stia conducendo una crociata contro l’islam, è quindi del tutto naturale che l’attacco e la successiva occupazione militare di una nazione araba comportino un rafforzamento oggettivo delle posizioni islamiste. E magari un occidente tutto unito dietro ai propri governanti nella guerra, proprio come all’epoca delle crociate, può fornire un’ulteriore conferma di questo schema tendenzioso.<br />
Un altro elemento di riflessione può nascere da una domanda: quanto sono diffuse oggi nell’opinione pubblica le posizioni di critica a quanto è stato fatto e si va facendo in Iraq da parte della coalizione della “buona volontà”? Se esaminiamo l’apparato mediatico italiano, con alcune  note eccezioni, vedremo che questo è impegnato a sostenere alternativamente le due tesi, non sempre facilmente conciliabili, che non c’è nessuna guerra e che bisogna restare uniti in un momento  così difficile, ovvero appoggiare la politica del governo ( durante la prima guerra mondiale si chiamavano unioni sacre cose alquanto simili); idem nel mondo politico e sociale. Quindi le voci di coloro che dissentono da questa posizione sono minoritarie e accusarle di indifferenza è perlomeno ingeneroso, se non altro perché incarnano, in questo frangente più di altre, quel diritto alla critica che tutti, penso, vogliamo preservare da ogni integralismo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/22/aria-di-guerra/">Aria di guerra</a></p>
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		<title>Non con voi</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2003 11:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dite: “Ora è il momento della solidarietà, il momento di essere tutti uniti, in quanto italiani, al di là delle divisioni e delle polemiche, il momento di rendere onore alle nostre istituzioni, all’Arma e all’Esercito. Ora siamo un paese solo, ora piangiamo assieme i nostri morti, ora rendiamo omaggio al dolore dei parenti.”<br />
Vi rispondo semplicemente che <strong>il paese non è unito</strong>, gli italiani non sono solidali tra di loro, gli italiani si disprezzano tra di loro, non si riconoscono, non hanno più linguaggi e valori comuni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/non-con-voi/">Non con voi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dite: “Ora è il momento della solidarietà, il momento di essere tutti uniti, in quanto italiani, al di là delle divisioni e delle polemiche, il momento di rendere onore alle nostre istituzioni, all’Arma e all’Esercito. Ora siamo un paese solo, ora piangiamo assieme i nostri morti, ora rendiamo omaggio al dolore dei parenti.”<br />
Vi rispondo semplicemente che <strong>il paese non è unito</strong>, gli italiani non sono solidali tra di loro, gli italiani si disprezzano tra di loro, non si riconoscono, non hanno più linguaggi e valori comuni.<br />
<span id="more-207"></span><br />
Ma possono sempre fingere che non sia così, possono rimuovere i traumi che li dividono, possono ignorare le ferite non sanate che si sono inflitti. Possono dire di volersi bene, in fondo, e commuoversi assieme. Ma non serve a nulla. Non sono le emozioni che ci potranno avvicinare. Non quelle di oggi almeno. Tutto l’orrore che io ho e tanti altri abbiamo covato dentro dopo Genova, chi è stato capace di condividerlo con noi? E quanti gli orrori che diversi gruppi di italiani sono stati costretti a covare da soli, in silenzio, senza che pubblicamente si dicesse una parola per loro? Quanti morti, in Italia, sono stati seppelliti senza il giusto omaggio, quello della <strong>verità sulla loro morte</strong> e quello della <strong>giustizia nei confronti dei colpevoli</strong>?<br />
Prendiamo fiato allora, prima di piangere ora questi morti, prima di seppellirli in fretta, prima di confondere tutti i nostri morti in un unico pianto liberatorio. Prima di rendere omaggio a questi morti, a queste sepolture, ognuno faccia il conto degli altri, di quelli sepolti male, nell’ignoranza dei loro carnefici, nell’assoluzione dei loro carnefici. Ognuno faccia il conto delle stragi, il conto degli italiani morti sul lavoro, a causa del lavoro, il conto di tutte quelle vittime innocenti che nessuno di noi ha mai pianto pubblicamente, ma in privato, ma in gruppo chiuso, come fosse una questione di <strong>alcuni</strong> e non di tutti.<br />
Pensate voi che piangendo assieme ora, su queste vittime, tutte le vecchie ferite, tutto ciò che ci divide e allontana, ci potrà miracolosamente riunire? Io non lo credo.<br />
Ogni volta che un trauma irrompe nella nostra vita collettiva, ogni volta che ci ritroviamo divisi, nemici, ogni volta che scorre tra di noi del sangue, è l’inchiesta giudiziaria che si propone di cicatrizzare, con i suoi tempi lunghi, spingendo le scorie del nostro essere verso un limbo indifferenziato, verso quelle sentenze tarde, incomprensibili, inutili, assolutorie. Ma li abbiamo davvero elaborati assieme i nostri traumi, siamo riusciti a ritrovarci dopo la divisione, o abbiamo solo dimenticato tutto, e ci siamo semplicemente incrociati per strada, indifferenti ed educati?<br />
Dovremmo rendere <em>pubblicamente</em> omaggio alle nostre istituzioni?<br />
Ma quante volte ci siamo sentiti <strong>traditi</strong> da esse?<br />
Quante volte siamo stati traditi dalle istituzioni che dovrebbe difenderci (polizia, carabinieri, esercito, servizi segreti)?<br />
Le nostre istituzioni non hanno chiesto scusa quando Carlo Giuliani è stato ucciso, non hanno chiesto scusa per quei gruppi di poliziotti o carabinieri che in cinque o sei prendevano a calci manifestanti isolati, caduti a terra, a Genova, non hanno chiesto scusa per quella ragazza ha cui hanno rotto i denti a calci nella scuola Diaz, non hanno chiesto scusa per le sevizie di Bolzaneto. Non hanno neppure chiesto scusa per le finte bombe molotov, piazzate nella Diaz, per il finto taglio sul giubbotto, per tutte le bugie e le mezze verità.<br />
E ha chiesto scusa il governo di questo paese per aver irriso pubblicamente coloro che hanno manifestato contro la guerra? Ha chiesto scusa per aver trattato coloro che lo contestano in modo non violento e civile da fiancheggiatori del terrorismo?<br />
E vi domando, l’Esercito ha chiesto scusa alle famiglie di quei soldati giovani che sono già morti, in seguito alla loro missione in Serbia e Kosovo? Ha chiesto scusa di non aver preteso dalle autorità statunitensi di conoscere i luoghi contaminati? E ha chiesto scusa per quelli che sono tornati ammalati, a causa dei vaccini, o dell’uranio impoverito, e che sono condannati a morte, come lo sono stati diecimila reduci della Prima Guerra del Golfo, negli Stati Uniti?<br />
E infine, abbiamo cuore per piangere questi nostri morti, dopo che non abbiamo pianto per i tanti morti degli altri, che sono sparsi nei nostri mari, per quelle sagome scure già sbranate dai pesci, sparse per i fondali, oppure scaricate a Lampedusa o in Sicilia? Abbiamo ancora la capacità di piangere sui dei morti, dopo tanti mesi, anni, di impassibilità nei confronti di altri morti, ugualmente vicini, prossimi, malgrado non siano in divisa, non parlino italiano, e non abbiano la pelle bianca?<br />
Questi ultimi morti, questi carabinieri, soldati e civili uccisi a Nassiriya, non li piangerò in pubblico, assieme a voi, né renderò omaggio alle istituzioni per le quali lavoravano. Li conterò assieme agli altri, assieme anche a Carlo, a quelli nella funivia che precipitarono grazie alle bravate di un pilota statunitense, e a tanti altri, mal sepolti, pianti in privato. Se li piangessi con voi, credereste che io abbia di nuovo fiducia nelle istituzioni, nei mie concittadini, nelle persone che ci governano, nello loro scelte politiche internazionali. Ma non è vero. Io vi temo, mi fate paura. Non abbasserò la guardia ora. Non smetterò di vigilare adesso, di guardarmi le spalle. E solo quando sarete in grado di contare <strong>tutti</strong> i morti, di seppellirli degnamente, in giustizia e verità, allora potremmo condividere queste emozioni, questo dolore.</p>
<p>Mi trovavo ad agosto in una piccola caletta di Cefalonia. A luglio c’era stata Genova. Ora l’incubo era lontano. Non svanito, ma lontano. Nella caletta si giungeva attraverso una strada ripidissima e nascosta. Oltre a me e alla mia ragazza, vi erano solo un paio di greci, che abitavano nel paesino in cima al monte. Giunse un piccolo motoscafo, condotto da due cinquantenni. Erano italiani. Penetrarono dentro la caletta, fermandosi a pochi metri dalla riva. Uno dei greci li apostrofò, indicandogli un grande cartello, che proibiva alle barche di avvicinarsi a riva. Il cartello era visibile e chiaro. Gli italiani gli risposero male. Ricordo che dissero “Ma non è mica tuo il mare!”. Poi però si spostarono, allontanandosi sufficientemente dalla spiaggia. Appena i due greci se ne andarono, accesero il motore e si diressero nuovamente verso riva. Il fondale era profondo e gli consentiva di penetrare nella caletta. Ce ne stavamo andando anche noi. Io avevo in testa un cappellino dalla foggia araba. Anch’io li apostrofai. Urlai, fingendomi greco, in un miscuglio di lingua inventata e di parole dal suono assimilabile a quello di “polizia”. Si innervosirono e mi risposero male, in un inglese stentato. Poi mi ignorarono. Io insistevo nel mio gergo e facevo gesti col braccio, indicando loro la via che dovevano prendere. Si fecero minacciosi, e si avvicinarono ancora di più a riva. Stavolta mi insultavano in italiano. Passai anch’io all’italiano allora. Era inevitabile. “È vietato entrare qui in motoscafo, dovete allontanarvi.” Dissi anche che non me ne sarei andato, finché non si fossero decisi e che altrimenti avrei avvisato la guardia costiera. Prima mi chiesero che cosa poteva fregarmene a me di quello che loro facevano. Poi cercarono di spaventarmi, passando e ripassando con il loro motoscafo sempre più vicino a riva. Avevano l’aria di due imprenditori del nord, un veneto e un lombardo, una perfetta caricatura. Abbronzati, con i loro occhiali da sole costosi e le innocue canne da pesca. Ma non c’era nulla da ridere. Uno dei due, guardandomi bene disse: “Tu devi senz’altro essere uno di quelli che sono stati a Genova. Sì, sì, dì la verità che ci sei stato! E vi hanno fatto un bel culo, eh! Hanno proprio fatto bene.”<br />
Alla fine sacramentando se ne andarono. Questi sono i miei concittadini. Anche questi. Questi che siccome hanno il motoscafo nuovo, si sentono fuorilegge, padroni del mondo. Questi per cui le norme sociali non valgono nulla, appena entrano in contrasto con il loro più estemporaneo capriccio. Questi che ridacchiavano a casa loro, vedendo le facce insanguinate di manifestanti che avevano la loro età o l’età dei loro figli più giovani. Che non si sono neppure per un attimo sentiti a disagio di fronte a quello che era successo in quei giorni. Con questi signori io dovrei venire, oggi, a piangere i carabinieri di Nassiriya?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/non-con-voi/">Non con voi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;L&#8217;Altro Terrorismo&#8221; di Report</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2003 13:18:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Barnard</strong></p>
<p></p>
<p><em>Mi è stata inoltrata questa lettera di uno degli autori della trasmissione televisiva <strong>Report</strong>. Come vedrete, non si tratta di un messaggio inviato direttamente a nazioneindiana: risponde alle e-mail ricevute dai telespettatori dopo la messa in onda di una trasmissione sul terrorismo internazionale.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/30/laltro-terrorismo-di-report/">&#8220;L&#8217;Altro Terrorismo&#8221; di Report</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Barnard</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/top_r1_c1[1].gif" alt="top_r1_c1[1].gif" align="left" border="0" height="65" hspace="4" vspace="2" width="351" /></p>
<p><em>Mi è stata inoltrata questa lettera di uno degli autori della trasmissione televisiva <strong>Report</strong>. Come vedrete, non si tratta di un messaggio inviato direttamente a nazioneindiana: risponde alle e-mail ricevute dai telespettatori dopo la messa in onda di una trasmissione sul terrorismo internazionale. Non ho visto la puntata di cui parla (non possiedo il televisore), ma mi sembra molto interessante. (T. S.)</em></p>
<p>Cari Amici,<br />
sono <strong>Paolo Barnard</strong>, coautore della puntata di <strong>Report</strong> “L’Altro Terrorismo” del 23 settembre 2003. Avrei veramente voluto rispondere a tutti individualmente, e ci ho povato, ma la mole incredibile di e-mail ricevute mi obbliga a desistere.<br />
<span id="more-176"></span><br />
Perdonatemi dunque se vi rispondo in gruppo. Cercherò di dare indicazioni per ciascuno dei temi che più frequentemente mi avete posto. Innanzitutto grazie per i complimenti, che ci hanno persino commosso. Essi sono graditissimi perché, contrariamente a quanto si crede, noi lavoriamo nel silenzio e quasi mai abbiamo riscontri di quello che facciamo. Grazie ancora.</p>
<p>Perché ci fanno ancora parlare nell’Italia di oggi? Perché siamo stati in grado di proporre sempre fatti documentati e non opinioni, e dunque non diamo appigli a nessuno per poterci stroncare. Poi credo che la <strong>RAI</strong> abbia bisogno di mantenere una facciata di libertà di qualche tipo, ed ecco che <strong>Report</strong> si presta bene a ciò. Terzo, è vero che viviamo sempre con i bagagli fatti… perché mai sappiamo se ci sarà una prossima serie.</p>
<p>Noi non siamo coraggiosi, cari amici, la realtà è che non abbiamo nulla da perdere. Siamo il sottoscala della <strong>RAI</strong>, mal pagati, nessuno assunto, senza uno straccio di possibilità di far carriera, e allora che almeno ci sia lasciata la possibilità di essere liberi. Non vi immaginate con quali mezzi di fortuna dobbiamo lavorare, varrebbe la pena scriverci un libro.</p>
<p>Forse se un coraggio c’è stato fu iniziale, quando col nostro modo di intendere l’informazione ci precludemmo ogni chance di far carriera (“lei è bravo, Barnard, ma non sa fare corridoio…” mi disse anni fa un direttore di rete). Però la gente di <strong>Report</strong> ha passione per quella che ritiene sia la decenza umana, questo sì. Per quelli che ci hanno scritto che siamo dei “venduti comunisti prezzolati ecc..”, sottolineo che se lo fossimo non saremmo ridotti con le pezze al sedere.</p>
<p>In merito alla mia inchiesta. I documenti riservati sono oggi depositati presso il <strong>National Security Archive</strong> di <strong>Washington</strong>, all’interno della <strong>George Washington University</strong>, e credo li abbiano anche messi sul loro sito. Altri documenti si trovano presso il <strong>Public Record Office</strong> di <strong>Londra</strong>, altri ancora li ho avuti da fonti riservate, sorry. Il testo integrale della puntata si trova sul sito <a href="http://www.report.rai.it">www.report.rai.it</a>, e per ottenere una cassetta andate sul sito e cliccate su <strong>Info</strong> a sinistra. Costa parecchio e sappiate che sono soldi che NON vengono a noi, a scanso di equivoci.</p>
<p>Per tutti quelli che hanno sollevato dubbi sull’inchiesta. Pochissimi hanno scritto insulti, e quelli possono solo vergognarsi. Per gli altri: il motivo per cui non abbiamo incluso nella puntata il terrorismo di <strong>Cina</strong>, <strong>Urss</strong>, <strong>Birmania</strong>, <strong>Cuba</strong> ecc.. è semplice:<br />
<strong>primo</strong>, esso è arcinoto, da mezzo secolo tutto l’Occidente ne ha straparlato con dovizia di particolari (l’Impero del Male..) e noi di <strong>Report</strong> avevamo poco da aggiungere. Siamo totalmente d’accordo, quegli stati furono e sono terroristi. Ciò che invece fu detto troppo poco è che noi fummo e siamo come o peggio di loro. Questo andava e andrà detto.<br />
<strong>Secondo</strong>, <strong>Cina</strong>, <strong>Urss</strong>, <strong>Birmania</strong>, <strong>Cuba</strong> ecc.. non si sono mai eretti a gendarmi globali vestiti del manto immacolato dei giusti, e non hanno mai dichiarato una Guerra al Terrore a nome di tutta la civiltà, in altre parole sono stati meno ipocriti di quanto non lo siamo noi oggi. <strong><br />
Terzo</strong>, crediamo che il dovere principale dei giornalisti occidentali sia quello di controllare le fonti del proprio potere politico, innanzi tutto. <strong><br />
Quarto</strong>, le vittime dei gulag, delle carceri di <strong>Castro</strong> o dei terroristi islamici hanno goduto almeno di vari gradi di riconoscimento. I bambini di <strong>Rufina Amaya</strong> o le donne curde torturate a morte non sono neppure memoria, non contano. A <strong>New York</strong> una placca recita: “Agli eroi dell’11 di settembre”. Dove sono le lapidi agli “eroi” del <strong>Salvador</strong>, <strong>Cile</strong>, <strong>Paraguay</strong>, <strong>Colombia</strong>, <strong>Laos</strong>, <strong>Sudafrica</strong>, <strong>Bangladesh</strong>, <strong>Indonesia</strong>? E non sono 3.000, sono decine di milioni.</p>
<p><strong>Report</strong> è a favore della guerra al terrorismo, nessuno di noi vuole trovarsi incenerito da un aereo che ti entra in ufficio. Ma nessuno di noi vuole dormire sul sangue di milioni di poveracci che pagano per il nostro confort. <strong>Report</strong> è dunque a favore di una lotta contro TUTTI i terrorismi e contro TUTTI i terroristi, questo era il senso della puntata.</p>
<p>In generale. Noi non molleremo, ma è importante che non molliate voi. I potenti temono una cosa sola, e non è il giornalismo. Essi temono l’opinione pubblica, ne hanno il terrore. E allora fatevi sentire, basta poco. Una telefonata ai media, una lettera ai politici, oppure divulgare, anche a voce, nelle scuole, negli ipermercati, ai giardini con chi si incontra, sui treni, ovunque. Siete voi che contate. Se <strong>Report</strong> avesse l’audience di <strong>Striscia la Notizia</strong> sarebbe in prima serata tutto l’anno. E chi ha in mano il telecomando? A chi ci ha scritto “Report è la nostra voce”, io rispondo: “E allora alzate la voce, e Report si alzerà con lei”.</p>
<p>Spero solo che “L’Altro Terrorismo” sia servito ad aggiungere quel granello di speranza per un mondo migliore. Che sia servito a ricordare per una volta gli sconfitti e i perdenti, gli eroi dimenticati che nessuno celebra.</p>
<p><strong>Paolo Barnard</strong></p>
<p>P.S: non sono mai stato comunista…</p>
<p>___________________________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese &#8211; ottobre 2003&#8243;</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/30/laltro-terrorismo-di-report/">&#8220;L&#8217;Altro Terrorismo&#8221; di Report</a></p>
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		<title>La parola camorra non esiste</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Sep 2003 08:33:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[camorra]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><em>La camorra diviene crimine quando perde,<br />
quando una famiglia viene sconfitta,<br />
quando smarrisce lo scettro del  potere.<br />
La camorra quando è vincente invece coincide con lo Stato,<br />
con l’economia, con la giurisprudenza.<br />
E’ il potere legittimo, crimine è l’esser sconfitti!</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/09/16/la-parola-camorra-non-esiste/">La parola camorra non esiste</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/news_2001_14.jpg" alt="news_2001_14.jpg" align="left" border="0" height="216" hspace="4" vspace="2" width="142" /><em>La camorra diviene crimine quando perde,<br />
quando una famiglia viene sconfitta,<br />
quando smarrisce lo scettro del  potere.<br />
La camorra quando è vincente invece coincide con lo Stato,<br />
con l’economia, con la giurisprudenza.<br />
E’ il potere legittimo, crimine è l’esser sconfitti!<br />
Nun’  o’ scurdate mai!!<br />
<strong>Carmine Alfieri</strong></em></p>
<p>Da una manciata d’anni mi occupo in modo sistematico di camorra. La criminalità organizzata campana, ha da sempre avuto questo nome cupo, che intreccia la lingua sul palato: camorra! In realtà tranne che per un periodo che va dal 1971 al 1983, ovvero la fase in cui <strong>Raffaele Cutolo</strong> egemonizzava la politica e l’economia napoletana, la parola camorra è stata usata esclusivamente dai giudici, dagli intellettuali, dai giornalisti, ignorata o quasi dai napoletani, men che mai pescata in bocca ai “camorristi”.<br />
<span id="more-122"></span><br />
Cutolo invece, fondando la <strong>Nuova Camorra Organizzata</strong>, volle concedere al termine camorra, un significato filosofico, spirituale, tenebrosamente religioso. Camorra, secondo lui era un’etica, una prassi finalizzata ad organizzare i miseri, i cafoni, che unendo le proprie forze, sottomettendosi e facendo giuramento di omertà, ai loro capi che chiamava “santisti” ovvero “evangelisti” seguaci di <strong>Cristo-Cutolo</strong>, avrebbero raggiunto sicurezza e benessere. Dopo Cutolo e le sue pretese metafisiche, il termine camorra è scomparso. Oggi si usa la parola “sistema” ed ogni affiliato si definisce appartenente al “sistema”, ogni ragazzino quando fa riferimento al potere del clan lo definisce “il potere del sistema!”. Quando <strong>Cesare Previti</strong> organizzò la celebre conferenza stampa in vista della sua condanna, chiese aiuto al “sistema” al fine di intervenire per salvarlo dalle patrie galere. Lui ovviamente intendeva far riferimento all’apparato politico-economico, ma nei quartieri napoletani, lungo le periferie, nelle case degli avvocati dei clan, le risate sono state fragorose: “Azz’ Previti chiede aiuto al sistema!!” Il gioco di significati esplose, a Napoli chiedere aiuto al sistema significa chiedere aiuto ai clan. L’ironia del divo Cesare, benché involuta, ha generato parecchio sollazzo.</p>
<p>Non è solo questione di terminologia, sconosciuta. Ormai dalle testate giornalistiche dai testi saggistici, dalle discussioni politiche, sono scomparse le analisi sui fenomeni criminali organizzati. Tutto si è pacificato, la criminalità, il grande flagello è divenuta la microcriminalità, il piccolo spaccio di droga, lo stupro. Insomma l’atomizzazione delle questioni criminali ha portato ad un’incredibile indifferenza ed ignoranza verso lo studio della struttura criminale organizzata.  Di “camorra” usando il termine primo, non è possibile parlare. Il microcrimine, il disagio notturno del cittadino, il magrebino che spaccia fumo, sono sovrapposti al crimine organizzato.</p>
<p>Io vivo a Caserta. Il casertano, l’agro-aversano, l’agro-caleno, sono territori totalmente egemonizzati dalle cosche. Un potere tirannico la cui espressione massima è sintetizzata dalla confederazione dei “casalesi” ovvero il clan di <strong>Casal di Principe (CE)</strong> che dirige ed unisce tutte le famiglie del casertano, imbastendo rapporti di privilegio con i clan siciliani, con i calabresi e che racchiude nel suo alveo d’affiliazione anche i violentissimi clan albanesi. Non si muove foglia nel casertano, che loro non abbiano deciso di muovere. Tutto il ciclo del cemento, la spazzatura, l’apertura di esercizi, lo smercio, la distribuzione, il movimento dei tir, la creazione di banche, tutto è deciso per volontà della cosca. I poteri però non si limitano ad essere imposti esclusivamente sul territorio casertano ma anzi, l’<strong>Emilia Romagna</strong>, il <strong>Veneto</strong>, <strong>Santo Domingo</strong>, la <strong>Scozia</strong>, sono soltanto alcuni territori in cui i loro capitali puliti investono in aziende, case da gioco, villaggi turistici, alberghi, lidi, assicurazioni, aziende agricole!</p>
<p>Raccontare dei fuoristrada dei capizona, dei boss che passeggiano a braccetto con i politici, dei tavolini al bar che divenuti uffici dei boss per “pubblicare” l’alleanza con un imprenditore, è divenuta usanza rara, eppure abusata. Sarebbe una narrazione stantia che farebbe appassionare qualche giallista, o semmai qualche torinese melanconico. Capire bene il meccanismo-camorra è cosa davvero complessa. Bisogna innanzi tutto sbarazzarsi la mente dai retaggi folkloristici e d’annata. Il camorrista non gira con la lupara, non è ignorante, non vive nelle bettole, non parla il dialetto come unica lingua della carne! Il sistema/camorra è il valore aggiunto di un’impresa, il suo esistere non è ruolo parassitario ma anzi riveste un’attività partecipativa. Un industriale che vuole aprire un’azienda ma ha difficoltà a farsi finanziare l’attività dalle banche, si rivolge ai clan, che fanno da garanti. In cambio l’azienda appalterà alle ditte del clan, riciclerà i suoi soldi, assumerà le sue persone, il clan del resto “proteggerà” i tir dell’azienda da assalti e rapine e parteciperà all’affermazione nel mercato dell’impresa. L’azienda verserà regolarmente una percentuale dei suoi profitti al clan, ed in tal modo instaurerà un rapporto economico che non solo genererà sicurezza finanziaria ma anche una sorta di protezionismo clandestino fondato sull’intervento militare del clan sui prezzi e le logiche della concorrenza. Per segnalare con empiria tale logica, basta osservare il comportamento dei <strong>La Torre di Mondragone (CE)</strong> che possiedono una serie sterminata di pizzerie e ristoranti italiani in <strong>Scozia</strong>. Quando i concorrenti, le altre aziende di ristoro italiane, abbassano i prezzi rendendosi più competitive, il clan interviene militarmente sui fornitori (la maggior parte mediorientali) obbligandoli ad alzare i prezzi della farina o innescano una serie di furti ai tir di distribuzione impedendo di imporsi sul mercato a prezzi di convenienza. La camorra, come diceva un vecchio politico della corrente dorotea “aggiusta” il mercato!</p>
<p>Il pizzo per le grandi imprese non è quasi mai uno svantaggio ma è una dialettica di mercato. La camorra &#8211; bisognerebbe dirlo senza pudori post muro di Berlino- è l’accumulazione originaria della media ed alta borghesia (essì, <strong>Marx</strong> è vivo!!) campana. L’imprenditoria meridionale attraverso il rapporto con il crimine organizzato riesce a tutelarsi dalla mano invisibile del mercato, partecipa ad un mercato infinito, senza limiti e vincoli di legalità ed illegalità; pertanto può godere in tempo di recessione, delle economie sempreverdi del mercato della droga della prostituzione del contrabbando, del traffico d’armi che divengono miniere capaci di sostenere le proprie, aziende, i propri supermercati, le proprie ditte, a livelli profondamente altri, da quelli del mercato.</p>
<p>Eppure analisi sistemiche, indagini culturali, tutto è dismesso. Qualche piccola luce d’attenzione viene data a “Binnu u’tratturi”, il vecchio <strong>Provenzano</strong>, oppure dopo episodi di sangue si accenna alla barbarie della criminalità organizzata, ad un problema irrisolto, ad una piaga eterna. Cenni di cronaca che si disintegra con los fogliare il giornale.  Di questo silenzio, della distrazione d’attenzione, il “sistema” ne gode più d’ogni altra cosa. La priorità delle famiglie mafiose camorriste e n’dranghetiste è la naturalizzazione, il divenire come accadde durante la dittatura democristiana, elementi strutturali, scontati, ovvi, all’intero dell’apparato politico-economico. La camorra non esiste, è la più comune delle affermazioni dei boss campani (vedi <strong>Vincenzo Lubrano</strong> e <strong>Francesco Schiavone</strong>). Quando la <strong>DIA</strong> beccò il superlatitante Schiavone, in un sotterraneo costruito sotto la sua villa a <strong>Casal di Principe (CE)</strong>,  la sua motivazione, per quel nascondiglio fu: “sono un proprietario terriero, l’invidia dei braccianti e degli altri proprietari mi costringe a nascondermi per proteggermi !!!”. Quasi geniale…</p>
<p>Quando su <strong>Diario</strong> ho scritto appena due paginette su <strong>Francesco “Sandokan” Schiavone</strong>, mi giunsero due telefonate di minacce “parla degli affari tuoi!” e squartarono le ruote dell’auto. Avevo nell’articolo denunciato la richiesta “Cirami” fatta dai legali del boss, che avrebbe potuto far uscire per decorrenza dei termini di custodia cautelare il leader della confederazione delle cosche casalesi. Non ha dato fastidio l’articolo su di una rivista tutto sommato elitaria e lontana dai loro circoli d’interesse. Ha infastidito che si trattasse dei “casalesi” della potentissima e sconosciuta cosca che proprio in nome della sua “naturale” presenza può contare su una totale emancipazione dalla pressione della stampa nazionale (quella locale è completamente finanziata da loro!!!). Rendere note su un giornale nazionale le vicende della cosca è stato letto come imperdonabile invadenza, fastidiosa eccezione che doveva esser “avvertita”.</p>
<p>Perché racconto tutto ciò? Perché tedio la “Nazione Indiana” con queste cantilene? Le domande retoriche hanno il vantaggio di predisporre ad una soluzione finale il discorso, dimezzando l’impegno di prosa. Il livello di impunità raggiunto dalle cosche e dal sistema-camorra è tornato altissimo con il governo <strong>Berlusconi</strong>. Mi prendo ovviamente la responsabilità di tale (banale?) affermazione. Eppure dopo la fase offensiva fatta dallo Stato culminata con la morte di <strong>Falcone</strong> e <strong>Borsellino</strong> e l’inizio del terrorismo mafioso, il sistema-criminalità ha nuovamente preso potere, assolutizzando il suo ruolo imprenditoriale, riuscendo a rendere invisibile il suo apparato clandestino ed a legittimare, pulire, nettare i suoi apparati “oggettivi”.</p>
<p>Oggi si spara meno, poiché le dirigenze camorristiche, mafiose e n’dranghetiste, hanno compreso che la misura militare dev’esser ridotta al minimo, relegata esclusivamente alla punizione di “infami” e alla dialettica “interna” ai clan. Il Leviatano della criminalità organizzata ha compreso le logiche dei media, gli spazi della politica, le modalità del nuovo potere. Mostrare la possibilità di morte, piuttosto che esprimere in atto tale potenza. Sparare, terrorizzare, ostentare la propria possenza militare non è conveniente, o meglio, non è conveniente in ogni fase. Gli omicidi di personaggi esterni ai clan, di giornalisti o magistrati sono scelte mortali, che possono esser fatte per imprescindibile necessità ma il cui contraccolpo non può che riversarsi sull&#8217;intera dirigenza che ha emesso l’ordine di morte. Il clan dei <strong>Nuvoletta</strong> (affiliati napoletani di Cosa Nostra) ha avuto danni enormi dall’omicidio del giornalista de “Il mattino” <strong>Giancarlo Siani</strong>, e il boss <strong>Angelo Nuvoletta</strong> è in carcere come mandante dell’omicidio. Il suo ruolo di trafficante di eroina, di boss di uno dei clan più violenti d’Europa, è stato quasi impossibile dimostrarlo attraverso le indagini. Ciò va detto proprio per dimostrare la pericolosità di esporsi fuori dalla propria “gestione”. Meglio mettere la sicura alle armi, far circolare affari e danaro ed evitare di colpire personaggi della società civile, si rischia troppo rumore, troppa pressione dell’opinione pubblica per la ricerca dei colpevoli!</p>
<p>In questo contesto tremendo, studiare, raccogliere ipotesi, voci, fotografare i treni di rifiuti che si fermano in stazioncine fantasma per poi essere scaricati nelle redditizie discariche abusive, diviene attività pericolosissima. E’ come fissare la gorgone Medusa. Scoprire certi passaggi, assistere a particolari incontri o spostamenti può divenire letale poiché significa osservare il momento “criminale” del processo che successivamente si sintetizzerà in una dialettica legale e legittima. A volte, quando vedo sotto casa mia qualche personaggio a me ben noto per essere “uno di loro”, come “<strong>Rafele o’pazzo</strong>” penso che sia giunto per me. Lo dico sinceramente senza alcun timbro melodrammatico. Esco di casa, lo vedo, spesso fuma seduto su di una moto, anche se sfigura essendo più che cinquantenne. Penso che ho scritto qualcosa che non dovevo scrivere, sono andato a fotografare discariche che non dovevo immortalare, ho fatto domande a persone che non avrei dovuto scocciare. Gli passo davanti, non ritorno sui miei passi verso casa, penso: “tanto questo se spara, spara alla nuca, un secondo, anche meno, ed è tutto finito”. Poi invece mi saluta, accenna un sorriso sotto i baffoni “Cià robè” e si rigira a parlare. Stava lì per chissà quale altro compito….</p>
<p>Mi lasciano fare, non faccio paura, non vogliono sprecare danaro. Eggià. Una volta in un pub, tutta la leadership degli <strong>Iovine</strong> di <strong>San Cipriano d’Aversa (CE)</strong> era riunita ad un tavolo. Passai vicino, avrei voluto sputare nei loro piatti, li fissavo, nervoso ed impotente. Uno di loro, forse Massimo, disse, “lasciamo perdere, non vale le cinquemila lire”. La moneta cambia, ma il detto non si aggiorna, cinquemila lire era il prezzo di tre proiettili da carabina, ovvero il fucile più scadente in circolazione. Il messaggio era, non sprechiamo neanche il danaro dei proiettili per abbattere un moschino che tafano non lo diverrà mai!</p>
<p>Ora Indiani, la letteratura può orientarsi nella battaglia al feudalesimo mafioso? Può farlo? Battagliare con il fioretto della grammatica, la sciabola della prosa può essere soluzione? Lo studio della malavita è soprattutto culturale, l’ipotesi è lo strumento primo, il grimaldello per alzare la grata della fogna!</p>
<p>Mi son sempre rifugiato nella letteratura, del resto nel complesso ginepraio delle logiche camorriste, è possibile solo congetturare, e la <strong>congettura</strong> è l’unico elemento che permette di imbastire ipotesi di senso, piani d’interpretazione che ti svelano con chiarezza i meccanismi causali d’alcune scelte politiche, d’alcuni investimenti, di determinate fortune o sfortune economiche. V’è qualcosa di più letterario di ciò?</p>
<p>Forse è giunto il momento di una chiamata alle armi, amici indiani! Non, credo, che vi stia dicendo qualcosa d’aberrante o fanatico. La scrittura forse, dovrà occuparsi con maggiore attenzione di questo infinito e diuturno fenomeno, solo la narrazione  può riaccendere valutazione ed attenzione. I timbri delle procure sono purtroppo divenuti rumori sordi e scontati alla parte maggiore del nostro paese!</p>
<p>Ho sempre vissuto tra i testi come ci vivo ora che faccio recensioni su <strong>Diario</strong>, <strong>La Stampa</strong> e <strong>Pulp Libri</strong>, e galleggio in un mare di carta e inchiostro. Il libro può in qualche modo opporsi al potere culturale ancor prima che violento della mafia, della camorra, attraverso la sua energia prima: la congettura. La congettura ovvero come direbbe <strong>Uwe Johnson</strong>, la letteratura! Proprio il congetturare, l’almanaccare narrando, possono essere i nuovi percorsi per affrontare un problema così complesso come quello criminale. Potrebbe risultare strano, che proprio all’interno della questione mafiosa, dove il rigore, la prova, la ricerca del certo sono elementi fondanti, s’insinui la letteratura con la sua imperfezione, con la sua palese e recondita menzogna. Proprio laddove la giurisprudenza non può giungere, sondando la possibilità, catalogando l’impronunciato, aspirando il sospetto, può invece arrivare la letteratura che tutto può sostituire e riannodare, inventare, ipotizzare, stanare senza vincoli e  paure del paradosso, senza appoggi politici e manovre militari!!</p>
<p>Ecco che quindi propongo, come è stato già fatto con il libro collettaneo “I disertori”, ma in maniera assai diversa, di scrivere un testo con decine di racconti, tutti incentrati non sul cancro ma sul corpo rigoglioso e sano del “sistema-crimine”. Ipotizzare, inventare, raccontare, narrare, rimettere sotto gli occhi dei lettori la contemporaneità del fenomeno, la potenza, la forza, la legittimità della cultura camorristico-mafiosa. Perché non farlo? Coinvolgere non solo narratori meridionali ma tutta l’intera schiera di scrittori disposti a ragionare su questo mondo a parte, sotterraneo, ufficialmente sconfitto, quotidianamente trascurato, letale per ogni civile esistenza. Attendo un vostro cenno, una vostra risposta all’appello! Come disse il conterraneo <strong>Pisacane</strong> “in fondo la rivoluzione significa tentare, ed esser certi che comunque terminerà la tenzone, sarà un risultato migliore rispetto al non averla tentata”.</p>
<p>Con estremo affetto<br />
vostro<br />
roberto saviano</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/09/16/la-parola-camorra-non-esiste/">La parola camorra non esiste</a></p>
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		<title>Domande a un logico matematico sulla guerra</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Apr 2003 21:07:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Diego de Silva </strong>intervista <strong>Piergiorgio Odifreddi</strong></p>
<p>Piergiorgio Odifreddi è uno strano tipo di intellettuale. Insegna Logica matematica nelle università di  Torino e Cornell. È un saggista molto apprezzato nel suo campo, tant’è che i suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/26/domande-a-un-logico-matematico-sulla-guerra/">Domande a un logico matematico sulla guerra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Diego de Silva </strong>intervista <strong>Piergiorgio Odifreddi</strong></p>
<p>Piergiorgio Odifreddi è uno strano tipo di intellettuale. Insegna Logica matematica nelle università di  Torino e Cornell. È un saggista molto apprezzato nel suo campo, tant’è che i suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale.<br />
<span id="more-27"></span><br />
Scrive su diversi giornali. Parla spesso di numeri, specie quando parla d’altro. Ha una cultura vasta e dal sapore giovane, che porta in giro con leggerezza. Ma il bello è che se gli fai una domanda, su quello che ti pare, vieni letteralmente investito da una raffica di riflessioni, racconti, battute spiritosissime, analisi politiche e sociologiche, notizie che non immaginavi di poter apprendere dalla viva voce di un professore di matematica. Visto che una delle sue passioni è la politica, e che ha vissuto a lungo in America, ho pensato di chiamarlo per chiedergli qualche considerazione sulla guerra in Iraq.</p>
<p><em>Partiamo dal sottoscala: che cos’è una guerra?</em></p>
<p>Direi il tentativo di risolvere un conflitto d’interessi in maniera cruenta. In questo cerco di rifarmi alla teoria dei giochi, una teoria matematica che esamina le situazioni di conflitto e studia le mosse possibili per risolverle. La guerra ovviamente non è un gioco, benché si parli spesso di “giochi di guerra”. Ma il problema della guerra, come strumento di risoluzione del conflitto, è che si muove nel peggior modo possibile, cioè con gli armamenti, non con la diplomazia e la ragione.</p>
<p><em>Perché si fa una guerra? E perché <u>questa</u> guerra?</em></p>
<p>Credo che la motivazione sia quella di sempre: l’instaurazione o la conservazione del potere politico ed economico. Vogliamo credere che la guerra in Iraq sia stata combattuta per i fini dichiarati pubblicamente (la difesa dalle armi di distruzione di massa, la lotta al terrorismo, alla dittatura), ma purtroppo non c’è niente di più falso. Ci sono dei documenti (disponibili anche in rete, sul sito www.newamericancentury.org) da cui risulta che nel 1998 un gruppo di politici, pensatori, ex – ambasciatori e professori scrisse una lettera a Bill Clinton dicendogli che era necessario attaccare l’Iraq e sarebbe stato del tutto inutile cercare di convincere le Nazioni Unite a dar luogo a un’azione concordata e unanime: esattamente quello che poi è successo. La cosa interessante è che tra i firmatari di questa lettera figurano i nomi di Rumsfeld e Wolfowitz, attuali segretario e vicesegretario alla difesa; e Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti: ci troviamo di fronte – è chiaro – ad un’azione pianificata da anni. Ma c’è di più: continuando a navigare nel sito, troviamo un articolo che Rumsfeld pubblicò sul New York Times (dunque un testo nemmeno segreto; assolutamente palese) dove affermava che bisognava che gli USA cominciassero a pensare a fare guerre <em>preventive </em>(altro <em>che dottrina Bush</em>: sono teorie vecchie di dieci anni almeno, venute proprio da quelli che oggi sono nell’attuale amministrazione americana), e proponeva questa dottrina come uno dei mezzi per asserire la supremazia statunitense nei confronti di quella che chiamava l’EURASIA (cioè l’insieme composto da Europa, Russia e Cina). Ora, se andiamo a vedere chi, nel consiglio di sicurezza dell’ONU si è opposto a questa guerra, troviamo proprio l’Europa (perlomeno per bocca di Francia e Germania), la Russia e la Cina. Questi, dunque, sono i veri motivi dell’attacco: il governo degli USA non ha fatto altro che portare avanti il suo PNAC, il piano del nuovo secolo americano.</p>
<p><em>Quindi anche tu ritieni, come ha recentemente dichiarato la scrittrice americana Susan Sontag, che l’intervento in Iraq abbia segnato l&#8217;avvio di una nuova politica estera, ossia di un&#8217;espansione militare da parte dell&#8217;America?</em></p>
<p>Certo. E tuttavia – questo va detto correttamente – sussistono dei reali motivi di preoccupazione da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente: secondo le previsioni, nel 2010 ci dovrebbe essere una crisi energetica, e nel 2017 la Cina raggiungerà uno sviluppo industriale, militare ed economico sufficiente a a renderla una minaccia concreta per l’occidente, facendole prendere il posto che aveva la Russia prima della sua dissoluzione. Queste date non sono così lontane, ed è chiaro che dal punto di vista dell’amministrazione americana la guerra preventiva rappresenti il mezzo per assicurarsi le risorse energetiche.</p>
<p><em>Cosa pensi delle polemiche sull’illegalità dell’intervento?  </em></p>
<p>La verità è che le Nazioni Unite hanno deciso l’intervento militare soltanto due volte: in Corea negli anni ‘50 e con la prima guerra del Golfo nel 91, oltre all’intervento in Afghanistan. Tutte le altre guerre sono sempre state combattute contro o senza il parere favorevole del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, compresa la guerra del Kosovo, che oggi la sinistra si trova nella difficoltà di dover giustificare. Su questo punto la destra ha perfettamente ragione: non si può venire a dire, oggi, che si è contro la guerra perché le Nazioni Unite non l’hanno autorizzata, quando tre o quattro anni fa si è fatta esattamente la stessa cosa.</p>
<p><em>Pensi che la guerra aumenterà il rischio di attentati terroristici?</em></p>
<p>Per niente. Questo tipo di paura è un effetto tipico dei mezzi di <em>distrazione di massa</em>. Il terrorismo, nella sua intera storia – <em>intera </em>–  ha fatto 15.000 morti in tutto il mondo (e tremila di questi sono vittime dell’attacco dell’undici settembre). In Italia muoiono 120.000 persone all’anno per consumo di tabacco e alcool. Se ci interessano le vite umane, quindi, è altrove che dobbiamo guardare. In Congo, oggi, c’è una guerra che ha già fatto tre milioni di morti. Di quelli non sappiamo nulla, perché non se ne parla. Le nostre opinioni dipendono dai media, e in base a quello che ci dicono ci facciamo un’idea del mondo che è quasi sempre distorta. Riguardo al pericolo Saddam, ad esempio, c’è una considerazione che mi interessa molto, come logico: se Saddam avesse tirato fuori delle armi pericolose e avesse opposto una resistenza militare, avrebbe provato che l’intervento era giustificato. Il fatto invece che non le abbia usate e che l’Iraq sia caduto nel giro di poco tempo, è la dimostrazione che l’intervento non era giustificato per niente.</p>
<p><em>Quale peso ritieni abbia avuto l’opinione pubblica sullo svolgimento della guerra?</em></p>
<p>Con un’amministrazione fondamentalista come quella di Bush, credo che le reazioni pubbliche contino veramente poco. Di certo, però, la manifestazione del 22 marzo a New York, la città più colpita dal terrorismo, che raduna un milione di persone per le strade, con le associazioni delle vittime dell’11 settembre in prima fila che dicono che non è con la guerra che si onorano i loro morti, è un segnale interessante e positivo. Quello che ancor più colpisce sul piano politico è che questa è la prima volta che una guerra scatena delle divisioni così profonde tra i paesi che direttamente o indirettamente la combattono. Mai prima d’oggi l’occidente era stato così diviso su questo tema.</p>
<p><em>Ti senti un pacifista?</em></p>
<p>Assolutamente no. So bene che il potere si prende e si conserva in maniera militare. Tutte le guerre di liberazione, del resto, sono basate sulla forza. Chi si dichiara pacifista deve accettare la possibilità di non prendere il potere, se lo vuole, e di perderlo se ce l’ha. Il Dalai Lama l’ha detto chiaramente: noi tibetani siamo così pacifisti che abbiamo perso il nostro paese. Se non accetti di usare le armi, quelli che le usano avranno sempre la prevalenza su di te.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/26/domande-a-un-logico-matematico-sulla-guerra/">Domande a un logico matematico sulla guerra</a></p>
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