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	<title>Nazione Indiana &#187; The Best</title>
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		<title>Missione Cernobbio</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 05:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[The Best]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cernobbio-villa_d_este.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Il taxi procede in colonna, a passo d’uomo, verso l’ingresso. Il vialetto è presidiato dalle guardie, probabilmente carabinieri in borghese, che controllano i documenti.<br />
Siamo quasi arrivati al posto di blocco. Non vedo perquisizioni, o passeggeri fatti scendere dai taxi o dalle berline scure.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/23/missione-cernobbio/">Missione Cernobbio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cernobbio-villa_d_este.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-33241" title="cernobbio-villa_d_este" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cernobbio-villa_d_este.jpg" alt="" width="450" height="278" /></a></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Il taxi procede in colonna, a passo d’uomo, verso l’ingresso. Il vialetto è presidiato dalle guardie, probabilmente carabinieri in borghese, che controllano i documenti.<br />
Siamo quasi arrivati al posto di blocco. Non vedo perquisizioni, o passeggeri fatti scendere dai taxi o dalle berline scure. I controlli devono essere discreti, e rispettosi. La sicurezza va garantita, ma si tratta pur sempre di persone importanti. E le persone importanti hanno questa caratteristica: pretendono la sicurezza ma odiano essere importunate.<br />
Quando arriva il nostro turno una guardia si abbassa per guardare nell’abitacolo. Dice “buon giorno”, cui rispondo educatamente, rilassato, come sempre. La mia identità è sicura, è stata analizzata a lungo, e sottoposta a verifiche. Io sono Gunther Meyer, dottore commercialista residente a Milano, invitato a un convegno internazionale all’hotel Villa d’Este di Cernobbio. La guardia mi chiede la carta d’identità, che ho già preparato. Gliela porgo. Lui la studia brevemente, controlla sulla lista degli invitati. Il mio nominativo è presente, è regolare. Sono uno dei tanti professionisti che gli ordini invitano ogni anno a questo convegno internazionale di personalità dell’economia e della politica. Qui, mi ha detto il dottor Mustafà, il mio intermediario, ci sono industriali potenti, ministri, che discutono del futuro dell’economia globale.<span id="more-33228"></span>La guardia mi restituisce la carta di identità, mi chiede: “pensa di fermarsi per la notte, dottor Meyer?”<br />
“No” rispondo. “Parto stasera per Milano.”<br />
“Certo” dice la guardia, annuendo. “Quindi non ha bagaglio con sé, dottor Meyer?”<br />
“Solo la mia 24 ore. Desidera controllarla?”<br />
La guardia sembra riflettere. “Non è necessario. Buon lavoro, dottor Meyer” e mi saluta con un cenno del capo, prima di passare all’auto che ci segue.</p>
<p>Il taxi imbocca il vialetto, arriva sul piazzale di questa specie di castello attestato sulla riva del lago di Como. Il dottor Mustafà ha detto che questi luoghi sono famosi e invidiati nel mondo intero, soprattutto in America, dove i ricchi sognano di possedere ville con vista sul lago. E’ segno di enorme prestigio, ha detto il dottor Mustafà, riuscire ad acquistare una residenza sul lago di Como. Ma pochi ci riescono.<br />
Scendo e dico all’autista di aspettarmi. A operazione finita devo allontanarmi subito, senza essere precipitoso, senza fuggire, perché non è necessario, visto che non ci sarà nessun esito cruento immediato, ma è buona regola abbandonare al più presto la scena di una missione. Noi pianifichiamo, non dobbiamo permettere al caso, all’imprevisto, di scombinare il lavoro.<br />
Mi avvicino al banco della reception, dove un gruppo di giovani uomini e donne vestiti con abiti blu ricevono e registrano i visitatori. Dico il mio nome. Di nuovo una ragazza consulta una lista. Annuisce, dice “benvenuto, dottor Meyer, si può accomodare in sala”, e mi restituisce il documento.<br />
Già, la sala. Non mi ha detto quale, è già impegnata col prossimo ospite. Ma io lo so, perché ho studiato la planimetria dell’albergo, la hall, le dependances, gli uffici. Non dovrebbe servirmi a nulla, perché tutto avverrà nella sala dei convegni, dove tra circa un’ora parlerà la persona che sto aspettando, ma ogni luogo va studiato nei dettagli, per individuare possibili vie di fuga in caso di emergenza.<br />
La hall è affollata di persone che raggiungono le postazioni del convegno, e una grande quantità di uomini col minuscolo auricolare degli addetti alla sicurezza. Sono guardie private, poliziotti, ma anche agenti dei servizi segreti di paesi stranieri, perché ci sono rappresentanti di vari governi.<br />
Vedo una poltrona libera in prima fila e la raggiungo immediatamente. E&#8217; fondamentale che sia seduto a ridosso del tavolo degli oratori, per portarmi a diretto contatto con l&#8217;obiettivo, quando verrà il momento.<br />
Lancio occhiate intorno, agli altri ospiti, e nessuno si cura di me. Questo era previsto. Il dottor Meyer non fa parte del giro, è un professionista che nessuno conosce. Anche per questo è stato scelto, oltre al fatto che ha la mia stessa altezza, un metro e ottanta.<br />
Mi siedo, apro la valigetta e controllo il contenuto: la busta arancione è al suo posto, nello scomparto dei documenti. La richiudo e l&#8217;appoggio sulle gambe. Mi metto comodo sulla poltroncina ed entro nello stato di iper-rilassamento, mentre ripenso per l&#8217;ennesima volta alla preparazione di questa missione.</p>
<p>Il mio obiettivo si chiama Marco Scorzoni, è un uomo politico, come il committente, del quale non conosco il nome vero, ma solo il soprannome: Il Vecchio. Così lo chiama il dottor Mustafà, senza aggiungere altro. D&#8217;altra parte io non chiedo mai spiegazioni, non sono interessato né alle identità né alle motivazioni dei committenti. Io sono un tecnico, organizzo e porto a termine, il resto sono dettagli inutili, o addirittura pericolosi. E questo vale soprattutto per i politici, la specie più infida dei committenti, perché hanno la paranoia del doppio gioco, delle intercettazioni, del tradimento.<br />
Il Vecchio ha deciso di eliminare Marco Scorzoni, che presiede qualche commissione o istituzione del governo italiano, non ho pratica delle faccende politiche. Lo vuole eliminare, ha detto il dottor Mustafà, che sembrava molto divertito mentre commentava, perché “gli rompe le palle” con esternazioni, critiche e strappi, benché appartengano allo stesso schieramento politico. Marco Scorzoni vorrebbe destabilizzare Il Vecchio, secondo il dottor Mustafà, per prendere il suo posto. Ma Il Vecchio è una  volpe, anzi, un lupo feroce, e ha contrattaccato con un piano diabolico.<br />
Per prima cosa bisognava individuare la cosiddetta chiave d&#8217;acceso, cioè una identità pulita che io potessi usare per agire. Questo commercialista, Meyer, operava a Milano, ma non aveva clienti, né segretarie. E non frequentava colleghi, né uffici. Apparentemente non si capiva di cosa vivesse, visto che non si occupava di nulla, denunce dei redditi, consulenze, bilanci. Il motivo è semplice: era un prestanome della mafia. Riciclava denaro, investiva in borsa, procurava  fatture, acquistava immobili. Il tipo ideale, senza rapporti coi colleghi, e quindi esente da imprevisti dovuti a incontri casuali, per esempio persone che vedono il suo nominativo nella lista e lo cercano per salutarlo ecc.<br />
Così Il Vecchio, sfruttando i suoi contatti e il suo potere, ha comprato Meyer dalla mafia e l&#8217;ha fatto sparire. Poi è stata sostituita la foto nei suoi documenti con la mia.<br />
Quindi coi documenti in ordine, e dopo un meticoloso addestramento, soprattutto sulla manipolazione dell&#8217;arma che dovrò usare, sono entrato in azione.</p>
<p>La sala è ormai piena, uomini e donne eleganti di varia nazionalità, le guardie con gli abiti scuri, gli auricolari. Per me sono parti della tappezzeria, oggetti animati, infatti la mia linea di azione è semplice: non userò armi tattiche, né dovrò fare gesti sospetti. Io sono uno del pubblico, come tutti. Che si comporta come tutti.<br />
Gli oratori iniziano a prendere posto. Quando arriva Marco Scorzoni il silenzio piomba nella sala. Tutti guardano il Presidente, così viene introdotto dal relatore, che si appresta a prendere la parola. E&#8217; un uomo alto, di circa cinquant&#8217;anni, con una leziosa cravatta rosa, un tipo molto in voga tra i politici italiani, ha detto ghignando il dottor Mustafà, che sono considerati i più snob del mondo.<br />
Inizia a parlare, dopo una introduzione del relatore, ed io mi metto di nuovo in stato di iper-rilassamento. Il discorso dura circa quaranta minuti, poi parla un altro personaggio, e seguono domande del pubblico. E&#8217; un&#8217;attesa lunga, snervante, ma sono preparato. Abbiamo calcolato che prima di agire dovrò restare seduto almeno due ore. Per questo è necessari attivare l&#8217;iper-rilassamento, per neutralizzare la tensione nervosa, che potrebbe confondermi, spingermi a commettere degli errori.<br />
Quando è ormai evidente che l&#8217;evento sta per concludersi, apro la valigetta e prendo la busta. Tiro fuori il cerotto, che misura 4 centimetri per tre, e lo applico sul palmo della mano destra. Lo faccio aderire con cura, aprendo e chiudendo la mano, per farlo adattare alle pieghe della pelle.<br />
Ecco, ora tutti si alzano in piedi e si avvicinano al tavolo, come previsto. Anch&#8217;io mi alzo, e raggiungo rapidamente la postazione. Varie persone stazionano accanto a me, cercano di scambiare battute con Marco Scorzoni, fanno domande, portano i saluti di conoscenti comuni.<br />
Quando finalmente trovo un varco, con un gesto fulmineo tolgo lo strato di protezione del cerotto. Tendo la mano e dico, ad alta voce: “Signor Presidente, sono Gunther Meyer, dottore commercialista. Vorrei ringraziarla per tutto ciò che ha fatto per noi!”<br />
Marco Scorzoni è attorniato, pressato da tutte le parti, ma la mia mano si apre un passaggio, è come un tronco d&#8217;albero proteso. Intuisco lo slancio di risposta, la sua mano che sta per accettare la mia, in una stretta obbligata, sicura, decisa. Ma un uomo a lui vicino, probabilmente un collaboratore, si avvicina e gli parla a poca distanza dall&#8217;orecchio, sbilanciandolo all&#8217;indietro, distraendolo. La mia mano è inerte ora, dimenticata.<br />
La ritiro, facendo attenzione a non toccare nulla e nessuno, soprattutto parti del mio stesso corpo. Mi restano circa quarantacinque secondi, prima che l&#8217;entità di disattivi a contatto con l&#8217;aria. Non devo perdere la concentrazione, né devo cedere al panico per i secondi che volano, mentre Marco Scorzoni continua a essere distratto, sul punto di girarsi e lasciare la sala.<br />
Faccio ripartire la mano, con un gesto invasivo, aggressivo quasi.<br />
“Presidente Scorzoni, è un onore conoscerla!” dico gridando, sovrastando il vociare della folla. “Accetti, la prego, i ringraziamenti di tutta la categoria dei dottori commercialisti!”<br />
Capto qualche sguardo di commiserazione di questi uomini di mondo, per i miei modi villani. Ma Marco Scorzoni decide che non può, non deve sottrarsi a questa richiesta di attenzione, a questo richiamo collettivo di una intera categoria. Così la sua mano si appoggia alla mia, l&#8217;afferra e si fa afferrare. Gliela stringo, la strattono in un impeto di euforia, mettendolo in imbarazzo, strappandogli un sorriso che si espande in una risata verso questo pazzoide entusiasta.<br />
“Ma s&#8217;immagini, dottore, s&#8217;immagini!” dice.<br />
Trattengo ancora la sua mano, per permettere all&#8217;entità di entrare in lui, attraverso i micro-aghi del cerotto, che gli provocano delle lesioni superficiali di cui non si rende conto.<br />
Quando è inutile perseverare, perché la contaminazione è avvenuta, e anche per non creare sospetti, gli lascio la mano, chiudo la mia a semi-pugno e, reggendo la valigetta con l&#8217;altra, guadagno velocemente l&#8217;uscita.<br />
Raggiungo il bagno, mi chiudo in una toilette, appendo la borsa a un attaccapanni e prendo il coltellino tascabile dalla tasca dei pantaloni. Benché ora l&#8217;entità sia in gran parte disattivata rimuovo con grande cura il cerotto, badando a non sfiorarlo con le dita, perché qualche residuo potrebbe essere ancora attivo. Si tratta di un clone modificato del virus Ebola, che Il Vecchio ha ottenuto da un laboratorio segreto di ricerca russo. Il dottor Mustafà ha detto che ha rapporti privilegiati con la Russia, e l&#8217;ha avuto direttamente da un alto funzionario governativo.<br />
Getto il cerotto nel water e tiro l&#8217;acqua. Poi mi lavo con cura le mani con un detersivo speciale che ho nella borsa.<br />
Mi sciacquo la faccia, mi pettino ed esco dai bagni.<br />
Mentre mi dirigo verso l&#8217;uscita incrocio Marco Scorzoni seguito da una segretaria e varie persone. Il virus sta già lavorando, tra circa una settimana cadrà in preda a una febbre altissima che convincerà il suo medico a farlo ricoverare in ospedale. Qui gli diagnosticheranno il virus, per il quale non esiste cura, e dopo due settimane morirà, ridotto a una larva, con gli organi interni ridotti in poltiglia, causando sentimenti di orrore tra la popolazione italiana ed europea.<br />
Che è esattamente ciò che vuole Il Vecchio.</p>
<p>Il taxi sta viaggiando verso Milano. Devo passare dall&#8217;albergo poi mi farò portare alla Stazione Centrale, dove ho un treno per Zurigo.<br />
E qui inizierà la seconda parte del lavoro, che il Vecchio ha accuratamente pianificato, calcolando i tempi e preparando la diffusione delle immagini di Marco Scorzoni devastato dalla malattia attraverso i giornali e le televisioni dove ha grosse partecipazioni azionarie.<br />
Io andrò a Londra, dove riceverò una telefonata. Risponderò da un cellulare che risulterà appartenente a un francese, ricercato dall’Interpol per una serie di omicidi. In realtà è morto da tempo, ma essendo latitante nessuno lo sa. La conversazione è stata scritta, provata e riprovata e la conosco a memoria. “Allora è andato tutto bene?” chiederà la voce. “Certo” risponderò, con tono brusco. “Molto bene. Dunque Scorzoni è stato contaminato? L’Ebola non dovrebbe fallire, perché…” A questo punto lo interromperò: “Ma che dice? Le avevo detto di non chiamare mai questo numero!” e chiuderò la comunicazione.<br />
Il numero del mio interlocutore risulterà appartenente a Luigi Falieri, il segretario del principale partito politico avversario del Vecchio. Parlerà un attore che imiterà alla perfezione la sua voce. La telefonata sarà intercettata, e comparirà in tutti i tabulati. E qui, ha detto il dottor Mustafà, Il Vecchio ha realizzato un altro dei suoi capolavori. La chiamata partirà da un programma segreto, un trojan di creazione israeliana che entra nel database di una compagnia telefonica, fa una copia virtuale di un numero e registra un’operazione, telefonata, o messaggio. A nulla serviranno le proteste dell’interessato, perché il tabulato la riporterà, e nessun perito di tribunale potrà dimostrare il contrario.<br />
Quando le foto di Scorzoni agonizzante, pubblicate dai giornali del Vecchio, avranno fatto il giro del mondo, sarà resa nota l’intercettazione. Secondo il dottor Mustafà nessuno crederà davvero che Falieri, definito “un polentone” abbia organizzato un’operazione simile, ma quello che conta è la notizia, l’insinuazione.<br />
Il dottor Mustafà rideva come un pazzo, mentre lo raccontava. “Così Il Vecchio otterrà tre risultati” diceva, fregandosi le mani. “Primo, l’eliminazione di Scorzoni, che gli rompe le palle; secondo, gettare sospetto e discredito su Falieri, che lo tormenta; terzo, esprimerà solidarietà allo stesso Falieri, indignandosi per la diffusione vergognosa dell’intercettazione, chiedendo nuovamente un decreto che le renda illegali, che è uno degli obiettivi primari che vuole raggiungere.”<br />
Continuava a ridere, il dottor Mustafà, si eccitava e diceva: “Il Vecchio è un genio! E’ il più grande genio della storia!”<br />
Ma a quel punto il mio compito sarà finito, perché io non sono interessato a seguire gli sviluppi di un’operazione.<br />
Sarò già sparito nel nulla, nella mia tana, come sempre.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Questa è un&#8217;opera di fantasia, ogni riferimento a fatti e persone reali è  puramente casuale.</p>
<p>Foto: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_d%27Este_%28Cernobbio%29">Villa d&#8217;Este</a> a Cernobbio, autore non noto.</p>
<p>Altri racconti di The Best su Nazione Indiana sono indicati qui sotto nella sezione articoli correlati. Da uno di questi, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/17/dark-city/">Dark City</a>, si è sviluppato un libro di prossima pubblicazione per Perdisa Pop: <a href="http://www.airplane.it/Catalogo/Perdisa-pop/Pop%C2%B2/La-citta-a-pezzi.aspx">La città nera</a> di Mauro Baldrati.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/23/missione-cernobbio/">Missione Cernobbio</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>The Best e la mafia</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 06:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/mauro-baldrati/">Mauro Baldrati</a></strong></p>
<p>Non ho mai lavorato per la mafia italiana.</p>
<p>Raramente i boss si rivolgono a uno specialista, preferiscono utilizzare uomini loro, che addestrano in proprio e tengono sul libro paga. I lavori della mafia sono esecuzioni in strada, raffiche di mitra sulle auto, esplosioni, stragi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/26/the-best-e-la-mafia/">The Best e la mafia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-16055" title="bring-me-the-head-warren1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/bring-me-the-head-warren1.jpg" alt="bring-me-the-head-warren1" width="200" height="304" />di <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/mauro-baldrati/">Mauro Baldrati</a></strong></p>
<p>Non ho mai lavorato per la mafia italiana.</p>
<p>Raramente i boss si rivolgono a uno specialista, preferiscono utilizzare uomini loro, che addestrano in proprio e tengono sul libro paga. I lavori della mafia sono esecuzioni in strada, raffiche di mitra sulle auto, esplosioni, stragi. Io non mi tiro mai indietro, elimino chi deve essere eliminato, ma non sono i miei sistemi. Io lavoro scientificamente, pianifico, studio, non sono adatto alle esecuzioni sui marciapiedi.</p>
<p>Per questo mi hanno chiamato. Hanno bisogno di un lavoro scientifico. Hanno bisogno di uno che sia in grado di gestire le varianti. Di un tipo convincente, che sappia recitare. Di un professionista che capisca le esigenze e si adatti agli eventi. Di uno che agisca in proprio, e li tenga fuori, anche se firma per conto loro.</p>
<p>Per questo mi hanno cercato, e non hanno battuto ciglio di fronte al mio compenso, che equivale agli stipendi annuali di una decina dei loro killer.<span id="more-16048"></span></p>
<p>Devo liquidare un boss. Per uno sgarro, o una guerra perduta contro una fazione rivale, non m&#8217;interessa. Io sono un tecnico, non mi occupo delle motivazioni. Io eseguo e porto a termine.</p>
<p>E&#8217; un ex killer della città di Messina, inviato in Emilia Romagna sotto copertura per organizzare un avamposto della famiglia.</p>
<p>Devo intercettarlo in una cittadina che si chiama Lugo di Romagna, dove lavora come elettricista. Un mestiere che serve allo scopo perché permette di muoversi, di contattare molti ambienti, aziende, uffici, e di osservare, ascoltare.</p>
<p>Lo vedo in lontananza, mentre sta stendendo dei cavi sotto le mura del castello. E&#8217; col suo principale, un elettricista vero, uno del posto che conosce il mestiere, uno che sa. Conosce la sua vera identità, sa che sto arrivando, per portarlo via.</p>
<p>Cammino lentamente, con indifferenza. Quasi come un automa. E&#8217; così che si deve fare. Io per lui sono un messaggero, uno strumento del suo boss. Uno senza identità e senza volontà, come deve essere. Sono la voce che viaggia sulla terra, attraverso l&#8217;aria, perché non può scorrere sui fili del telefono, o lungo le onde dei cellulari. Nessuno telefona. Nessuno vuole rischiare un&#8217;intercettazione. Si comunica coi biglietti, coi messaggi orali, come ai tempi antichi. L&#8217;antichità è la miglior difesa contro il controllo della tecnologia.</p>
<p>&#8220;Signor Caridda&#8221; dico, con tono piatto. Sono in piedi immobile, di fronte a lui, con le braccia lungo il corpo. La mia faccia è inespressiva. Non ho nulla da esprimere, nulla da chiedere. Non sono io che parlo, ma il suo boss.</p>
<p>Luciano Caridda lascia cadere il cavo, mi guarda coprendosi la fronte con una mano. E&#8217; piccolo, con un grande stomaco, sui quaranta, un viso mobile, occhi appuntiti.</p>
<p>&#8220;Signor Caridda, il signor Berluga desidera vederla&#8221; e gli porgo il biglietto. Berluga è il suo boss, colui che l&#8217;ha condannato a morte. Il biglietto è stato scritto di suo pugno, e Caridda conosce bene la calligrafia. Nel biglietto è scritto che deve venire con me per una importante comunicazione. Poi i saluti che usano tra loro, spero che tu stia in salute, abbracci fraterni.</p>
<p>Caridda legge a lungo il biglietto, mi fissa coi suoi occhi neri. Sa che è inutile fare domande. Non saprei cosa rispondere. Il biglietto gli ha parlato, il biglietto contiene un ordine preciso. Non può discutere col biglietto.</p>
<p>Eppure continua a fissarmi, e leggo incertezza nel suo sguardo. E sospetto anche, ma non gli è permesso sospettare. Non è previsto il sospetto di fronte a un biglietto scritto dal boss.</p>
<p>&#8220;Va bene&#8221; dice. &#8220;Dove andiamo?&#8221;</p>
<p>&#8220;C&#8217;è una macchina là&#8221; dico indicando oltre il muro del torrione.</p>
<p>Caridda si avvicina al principale, confabula, mi indica. Il principale non mi guarda, annuisce con la testa bassa. Il principale sa che per lui è la fine.</p>
<p>Camminiamo in silenzio verso il torrione, ci avviciniamo alla macchina in sosta.</p>
<p>&#8220;Di dove sei?&#8221; mi chiede. Questa è una domanda che gli è concessa. E&#8217; anche un segnale di autorità su di me, mi ordina di rispondergli, io che non ho nulla di significativo da dirgli.</p>
<p>&#8220;Di Kiev&#8221; dico. Ho dovuto allenarmi con l&#8217;accento russo, ma non è stato difficile. Io sono uno specialista con le lingue. Ne parlo tre in maniera perfetta, e altre quattro correttamente.</p>
<p>&#8220;Ah, mi pareva&#8221; dice.</p>
<p>A bordo dell&#8217;auto, seduto al posto di guida, c&#8217;è il mio contatto locale, colui che mi fornirà assistenza. Un appoggio logistico indispensabile per la particolarità dell&#8217;incarico. Si chiama Alessandro Talin, ho letto la sua scheda. E&#8217; l&#8217;ultimo discendente di una famiglia nobiliare del luogo, i marchesi Talin, un tipo, assicurano i committenti, assolutamente affidabile. Ha fatto parte come agente esterno del servizio segreto dei carabinieri durante la guerra in Bosnia, e ha lavorato come <em>contractor</em> in Afganistan. Ha nervi d&#8217;acciaio, hanno detto, un addestramento militare di prim&#8217;ordine e, soprattutto, un disperato bisogno di soldi.</p>
<p>Gli apro la portiera posteriore e aspetto che salga. Le istruzioni sono chiare: non devo farlo salire davanti, perché è il posto dei condannati a morte, e non deve sospettare nulla. Lui è un boss, uno che conta, e noi semplici autisti.</p>
<p>Io salgo accanto a Talin e l&#8217;auto parte.</p>
<p>&#8220;Dove andiamo?&#8221; chiede.</p>
<p>&#8220;A Villa San Martino&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ah. E chi c&#8217;è ad aspettarmi?&#8221;</p>
<p>&#8220;Non lo so, signor Caridda&#8221; dico.</p>
<p>Caridda si schiarisce la gola. Ha fatto una domanda stupida, e lo sa. Se anche lo sapessi, non sarei tenuto a dirgli chi lo aspetta.</p>
<p>L&#8217;auto gira intorno a una rotatoria e imbocca la strada che porta verso la frazione di Villa San Martno. Nessuno parla. Lo sento che si muove, sospira. E&#8217; nervoso. Le convocazioni improvvise creano sempre apprensione.</p>
<p>C&#8217;è poco tempo. La frazione dista pochi chilometri dal centro di Lugo, siamo già nel tratto stabilito per l&#8217;azione. E&#8217; una strada poco frequentata, appena superato il prossimo incrocio devo procedere.</p>
<p>Anche Talin è nervoso, lo vedo da come irrigidisce le braccia. Io invece sono calmo, come sempre. Solo la calma permette l&#8217;azione perfetta. E la mia deve essere perfetta, anche perché ho poco più di due secondi per concludere.</p>
<p>Ecco, ci siamo. Abbiamo passato l&#8217;incrocio, la strada è deserta. Lancio il segnale a Talin, un piccolo movimento del dito indice sul cruscotto. Talin ha uno scatto, esclama &#8220;oh porca puttana!&#8221; e rallenta improvvisamente. Io mi giro di colpo, e anche Caridda si gira, per guardare indietro. Tutti l&#8217;avrebbero fatto, come gesto istintivo. Solo chi è in possesso di un addestramento perfetto riuscirebbe a controllare un riflesso automatico come questo. Io, per esempio, resterei in guardia. Ma io non conto. Io sono The Best, sono un predatore, e l&#8217;addestramento alla sopravvivenza è la struttura della mia vita.</p>
<p>Abbiamo simulato più volte questa situazione. Il soggetto deve girarsi a sinistra, perché a destra avrebbe il vetro della portiera, che rallenterebbe psicologicamente lo slancio e la torsione del collo rischierebbe di non essere perfetta. Così io stesso mi giro a sinistra, verso lo spazio vuoto dell&#8217;abitacolo, per pilotare il suo movimento.</p>
<p>Ed ora viene l&#8217;azione fulminea. E in condizione logistica fortemente critica, perché bisogna operare col braccio sinistro, un problema per chi non è mancino. Ma non per me. Ho un controllo perfetto dei miei arti, posso considerarmi ambidestro.</p>
<p>Estraggo dalla tasca la minuscola Derringer calibro 6, un&#8217;arma del 1895, caricata con un piccolo proiettile che entra nel cranio ma non esce dall&#8217;altra parte, rischiando di mandare in frantumi il lunotto posteriore e provocando un versamento di sangue e materia cerebrale.</p>
<p>L&#8217;appoggio dietro l&#8217;orecchio e premo il grilletto. Caridda si irrigidisce di colpo, io lo afferro per i capelli e lo spingo in basso, nello spazio tra i due sedili. Poi, con la successione dei gesti che abbiamo più volte ripetuto durante le simulazioni, tiro fuori da sotto il sedile il telo e lo copro.</p>
<p>Bene. La prima parte, la più delicata, si è conclusa nel migliore dei modi.</p>
<p>&#8220;Tutto ok&#8221; conferma Talin, &#8220;non è passato nessuno.&#8221;</p>
<p>Ora viene la seconda parte, certamente la più laboriosa.</p>
<p>Svoltiamo a destra in una strada ghiaiata, e dopo meno di un chilometro entriamo nel grande cancello in ferro battuto, che si chiude alle nostre spalle azionato dai pistoni idraulici.</p>
<p>La casa appare alla fine del vialetto, all&#8217;interno di un piccolo parco, ma con piante secolari che la nascondono alla vista. Un luogo perfetto dove lavorare con calma.</p>
<p>E&#8217; un edificio bizzarro, coi muri arancioni, le finestre e le porte orlate di marmo bianco, buffe merlature sui cornicioni. Chi l&#8217;ha progettato, il trisnonno di Talin, all&#8217;inizio dell&#8217;Ottocento &#8211; come mi ha raccontato il mio collaboratore, senza che gli chiedessi nulla &#8211; doveva essere un tipo eccentrico.</p>
<p>Entriamo nell&#8217;ampia autorimessa, Talin chiude il portone e scarichiamo il corpo.</p>
<p>&#8220;Merda!&#8221; esclama. &#8220;E&#8217; ancora vivo!&#8221;</p>
<p>Lo adagiamo sul pavimento. Sì, muove la bocca, come se borbottasse. Spesso una pallottola nel cervello, specialmente se dotata di forza dirompente ridotta, può non essere mortale. Tuttavia questo è un dettaglio interessante. Se è vivo, cioè se ha battito cardiaco, può facilitare notevolmente il lavoro che ci aspetta.</p>
<p>Lo trasportiamo nel locale dove abbiamo predisposto l&#8217;intervento. E&#8217; lo studio di Talin, dove lui dipinge, perché mi ha detto &#8211; di nuovo senza che glielo chiedessi &#8211; che è questo che fa nella vita. E&#8217; una stanza ampia, col soffitto alto, disseminata di quadri appoggiati alle pareti, e un quadro sul cavalletto, iniziato con poche macchie di colore e gran parte della tela ancora bianca. Trovo indisponenti i suoi quadri. Esprimono dolore, scoramento. Uno in particolare mi infastidisce, rappresenta un volto che urla, come se tentasse di sfondare un telo che lo avvolge. E&#8217; lui, non ci sono dubbi: è la sua faccia larga, con la testa pelata. Ma che bisogno hanno questi cosiddetti pittori di rappresentare continuamente il dolore, la rabbia e tutte quelle stupidaggini? A me piacciono i paesaggi dipinti con stile realista, il mare, i boschi, ambienti sereni; che si tengano i loro bachi mentali.</p>
<p>Dobbiamo procedere, perché entro stanotte il lavoro deve essere finito. E poi non voglio sprecare l&#8217;occasione di un battito cardiaco ancora attivo.</p>
<p>Gli attrezzi sono sul tavolino, li abbiamo preparati stamattina. Con le forbici tagliamo i vestiti e denudiamo il corpo. Lo facciamo strisciare sotto al paranco e gli lego le caviglie con la corda che pencola dalla carrucola. Lo solleviamo, finché le mani sfiorano il pavimento. E&#8217; nella posizione giusta ora. A un mio gesto Talin prende il secchio e lo posiziona sotto la testa di Caridda, che continua a muovere le labbra. Talin è efficiente, si muove con gesti rapidi, ma avverto la sua tensione, e come un pensiero intermittente che lo tormenta e lo porta a fermarsi spesso per lanciare lunghe occhiate al quadro sul cavalletto.</p>
<p>Prendo uno dei coltelli dal tavolino e mi avvicino a Caridda da dietro. Gli apro la gola, recido la carotide. Il sangue zampilla subito, gli cola sulla faccia e inizia a raccogliersi nel secchio. Talin non guarda. Fissa il quadro.</p>
<p>Controllo il cuore. Il battito è attivo, se regge si dissanguerà in meno di mezz&#8217;ora. Fa parte del lavoro, le istruzioni sono dettagliate. Il corpo deve essere privo di sangue. E&#8217; il messaggio che il boss Berluga vuole mandare ai suoi nemici: il sangue simbolizza qualcosa, non so cosa e non m&#8217;interessa. Poi dobbiamo smembrare il corpo, decapitarlo e riporre il tronco in una delle due valigie che abbiamo riposto vicino ai quadri. Gli arti e la testa li metteremo nell&#8217;altra, infine porterò le valigie alla stazione ferroviaria di Modena, dove verranno abbandonate in un punto stabilito. Così la scena, e il messaggio, saranno completi.</p>
<p>Non ci resta che aspettare ora. Talin passeggia per la stanza con le mani in tasca, lo sguardo fisso sul pavimento. Ogni tanto si ferma, alza gli occhi e guarda il quadro sul cavalletto.</p>
<p>&#8220;Mi è venuta fame&#8221; dice. &#8220;Siamo a digiuno da stamattina.&#8221;</p>
<p>E&#8217; vero. La preparazione, i sopralluoghi e le simulazioni non ci hanno lasciato un secondo libero. Per me non è un problema, sono immune dalla dipendenza psicologica dal cibo. Il nostro corpo ha riserve alimentari sufficienti per resistere alcuni giorni senza subire conseguenze.</p>
<p>&#8220;E&#8217; come quando dipingo&#8221; dice Talin, fissando il quadro sul cavalletto, &#8220;mi si svuota lo stomaco. Per questo ho allestito una cucina qui in studio. Ci sono due bistecche&#8221; dice, indicando il frigorifero. &#8220;Ti va?&#8221;</p>
<p>&#8220;Non mangio carne&#8221; dico. &#8220;Ma non preoccuparti, non ho urgenza di mangiare.&#8221;</p>
<p>&#8220;Ah. Dunque sei vegetariano?&#8221; chiede.</p>
<p>Non gli rispondo. Le sue domande mi irritano. Che si interessa a fare delle mie abitudini alimentari? Siamo qui per portare a termine un incarico, non per <em>conoscerci</em> o assurdità simili.</p>
<p>Talin sembra capire la mia contrarietà e non insiste. Apre il frigorifero, prende una padella da un mobile con gli sportelli di vetro. &#8220;C&#8217;è un sugo pronto, il cosiddetto pesto genovese. Se vuoi ti metto su una pasta.&#8221;</p>
<p>&#8220;La pasta va bene&#8221; dico.</p>
<p>Talin accende i fornelli, armeggia col rubinetto del lavello, con le pentole. Io vado a controllare il battito di Caridda. E&#8217; leggermente rallentato, ma è sempre attivo. Nel secchio si è già raccolta una buona quantità di sangue.</p>
<p>Mi arriva alle narici l&#8217;odore acre della carne fritta. Talin apparecchia il piccolo tavolo che di solito usa per riporre i tubetti di colore. &#8220;Preferisci vino o birra?&#8221; chiede.</p>
<p>&#8220;Non bevo alcol&#8221; dico. &#8220;L&#8217;acqua va bene.&#8221;</p>
<p>&#8220;Oh. Non bevi <em>mai</em> alcol?&#8221;</p>
<p>Di nuovo questa curiosità insistente. La cosa si sta facendo seccante.</p>
<p>La pasta è pronta. Ci sediamo e mangiamo. Questo sugo detto pesto genovese è interessante. Saporito al punto giusto. Talin mangia in silenzio, con la schiena curva. A metà del piatto mi alzo e vado a controllare il battito, perché Caridda sembra totalmente immobile. E&#8217; molto lento ora, ma il cuore continua a pompare e il sangue esce. Torno al tavolo e finisco la pasta.</p>
<p>Talin ha la testa bassa sul piatto, come se pregasse. &#8220;Non riesco più a dipingere&#8221; dice d&#8217;un tratto, con voce cupa.</p>
<p>Storco la bocca. Ma cosa gli passa per il cervello? Io non sono il suo confessore. Non mi riguarda la sua pittura. Se continua a seccarmi con queste battute fuori luogo gli intimerò di tacere. Lui dipende da me. Ha incassato 50.000 euro, altri 30.000 li riceverà dopo che sarò partito e avrò inoltrato il segnale all&#8217;intermediario.</p>
<p>Vado di nuovo a controllare Caridda. Tutto finito. Il secchio è pieno, il dissanguamento dovrebbe essere completo. Possiamo procedere, prima che il <em>rigor mortis</em> avanzi.</p>
<p>Chiamo Talin, tiriamo giù il corpo. Indossiamo le tute di plastica, i guanti e le maschere. Non dovrebbe schizzare sangue, ma è importante una protezione, anche per non lasciare nostre tracce sul corpo, come capelli, lembi di pelle.</p>
<p>La testa si stacca con facilità. La colonna vertebrale si taglia come il burro, nelle intersezioni delle vertebre. Le braccia sono più resistenti, e per le gambe dobbiamo lavorare molto con la sega elettrica. Alla fine le membra sono sparse sul pavimento, come se una forza dall&#8217;interno le avesse spinte lontano dal tronco. Ora devo sistemarle nelle valigie. Fuori intanto sta calando il buio. Sono in perfetto orario.</p>
<p>Ma d&#8217;un tratto Talin, che sta fissando il corpo sul pavimento, guarda il quadro e grida &#8220;sììì!&#8221;. Torna a guardare il corpo, il quadro, ripete &#8220;sììì!&#8221; e con un balzo afferra la testa di Caridda. Va verso il secchio, la immerge nel sangue e si precipita sul quadro. Sembra animato da una eccitazione violenta, spiaccica la faccia contro la tela, imprimendovi la traccia del volto. &#8220;E&#8217; la sindone!&#8221; grida, e ripete l&#8217;operazione. Poi getta a terra la testa, corre ad afferrare un braccio, immerge la mano nel secchio e torna verso il quadro. Usa il braccio come un pennello, stampa impronte di mani, si precipita a prendere una gamba, la sbatte sul quadro dopo averla immersa nel secchio, travolto da un&#8217;energia selvaggia.</p>
<p>&#8220;E&#8217; l&#8217;arte che nasce dalla morte!&#8221; grida, mentre ripone sul pavimento la gamba, e si accascia su una sedia, con la testa tra le mani. E scoppia in lacrime.</p>
<p>Io, per la prima volta nella mia vita, non so come reagire. Non avrei mai immaginato di dovere affrontare una situazione simile. E avevano detto che ha nervi d&#8217;acciaio. In realtà sembra un uomo distrutto. Piange come un bambino.</p>
<p>Che fare? Probabilmente dovrò eliminarlo, perché non è più controllabile. Ma è un imprevisto che apre una serie di variabili di difficile soluzione. Dovrò far sparire il corpo. Non posso rischiare di lasciare un cadavere in questa casa, troppe indagini, e un possibile collegamento col caso di Caridda. E pulire tutto, smontare il paranco, lavare i pavimenti, un lavoro che spetterebbe a Talin.</p>
<p>Nella mia carriera ho dovuto affrontare una lunga serie di imprevisti, ma non la pazzia di un collaboratore, e il problema di cosa fare di lui.</p>
<p>Lo osservo, quest&#8217;uomo massiccio, tarchiato, forte come un toro. Potrei forse simulare una rapina, ma la preparazione e le pulizie mi porterebbero via molte ore.</p>
<p>Devo decidere, maledizione, e in fretta, ma Talin mi precede. Deve avere intuito il mio nervosismo, perché si alza, si massaggia la faccia, si soffia il naso. Mi guarda con gli occhi rossi di pianto, sembra avere recuperato l&#8217;autocontrollo.</p>
<p>&#8220;Scusami, amico&#8230; non so neanche come ti chiami&#8230;&#8221;</p>
<p>Come mi chiamo? Ma che gl&#8217;importa del mio nome?</p>
<p>&#8220;Ho avuto un attimo di cedimento, ma è passato. Il fatto è che&#8230;&#8221; guarda verso la porta, come se inseguisse un pensiero lontano. &#8220;La mia vita va a rotoli, sono solo al mondo, e non so come venirne fuori&#8230;&#8221;</p>
<p>Va al lavandino, si lava la faccia. Quando torna sembra rinfrancato. &#8220;Bene&#8221; dice, &#8220;abbiamo un lavoro da finire. Diamoci da fare.&#8221;</p>
<p>Prende le valigie, ma c&#8217;è qualcosa che non va nel corpo smembrato di Caridda. Gli arti e la testa sono imbrattati di sangue. Non credo che il boss Berluga apprezzerebbe.</p>
<p>&#8220;Devi lavarli&#8221; dico, indicando i tronconi.</p>
<p>Talin annuisce, pensieroso. &#8220;Certo&#8221; dice.</p>
<p>Prende le braccia, le gambe e la testa e li porta al lavandino. Inizia a lavarli con un tubo di gomma che ha collegato al rubinetto. Usa la spugna dei piatti, ma la testa non si pulisce. &#8220;I capelli sono incrostati di sangue secco&#8221; dice. &#8220;Devo usare lo shampoo.&#8221;</p>
<p>Corre al piano di sopra, torna con una bottiglia di plastica azzurra. Cosparge i capelli di shampoo, li friziona, poi sciacqua con l&#8217;acqua calda. Il sangue scivola via con l&#8217;acqua nello scarico.</p>
<p>&#8220;Devi anche asciugarli, non va bene metterli nella valigia così bagnati&#8221; dico. &#8220;Non voglio gocce mentre la trasporto.&#8221;</p>
<p>Talin dice &#8220;certo&#8221;, e va a prendere un phon. E&#8217; tornato efficiente, veloce, mi fa sperare che la crisi sia passata, e tutto possa essere ricondotto alla giusta logica delle cose.</p>
<p>Appoggia la testa sul ripiano del lavello, accende il phon e asciuga i capelli col getto di aria calda. Usa anche un pettine, per accelerare l&#8217;asciugatura.</p>
<p>Io guardo attentamente la testa, non sembra essersi ammaccata quando l&#8217;ha scaraventata a terra. Certamente il boss Berluga non vorrebbe una testa danneggiata per la sua scenografia. Gli arti li asciuga con uno strofinaccio.</p>
<p>E&#8217; fatta, sistemiamo i pezzi nelle valigie. Dobbiamo faticare un po&#8217; per piegare le gambe, che sono già irrigidite. Faccio scattare le serrature, iniziamo a trasportarle in macchina.</p>
<p>Usciamo nel parco, è calata la notte. Apro il bagagliaio, vi deponiamo le valigie. Ora partirò per Modena, poi porterò la macchina in un punto fuori città, dove mi aspetta un&#8217;altra auto, e la brucerò.</p>
<p>Talin osserva i miei movimenti immobile, mi porge la mano. &#8220;Bene, ti saluto allora. E non preoccuparti per quello che è successo. E&#8217; tutto a posto. Ora pulirò tutto.&#8221;</p>
<p>Ignoro la sua mano tesa. Mi disgustano questi falsi gesti amichevoli, porgere la mano, salutare. Costui è vivo per miracolo, anche se dovrò decidere cosa fare. Forse dovrei segnalare al boss Berluga che ha avuto una crisi isterica, e ha rischiato di compromettere l&#8217;operazione. In quel caso verrebbe probabilmente eliminato. La sua sorte non m&#8217;interessa, però mi disturba questa conclusione. In qualche modo rappresenta un&#8217;ammissione di debolezza, come se non fossi riuscito a portare a compimento il mio incarico e inoltrassi una lamentela. Fa parte della mia professionalità l&#8217;assoluta autonomia e la risoluzione dei problemi. Non mi sono mai lamentato, né ho protestato. Mi affidano un lavoro, con tutte le variabili, le complicazioni, ed io consegno il risultato.</p>
<p>Probabilmente non dirò nulla, e lascerò che il caso faccia il suo corso. Se costui è pazzo, non corro pericoli. Nessuno può arrivare a me, nessuno può identificarmi, né localizzarmi. Io sono l&#8217;Inafferrabile, l&#8217;uomo dai mille volti.</p>
<p>Salgo in macchina, me ne vado senza dire una parola.</p>
<p>Se quest&#8217;uomo è abbastanza forte sopravviverà, altrimenti soccomberà. E&#8217; la regola che governa le nostre vite. Non c&#8217;è altra legge possibile.</p>
<p>Perché, come ha detto uno di quei loro pensatori dell&#8217;inutile che chiamano filosofi: su questa terra nulla esiste, tutto è permesso.</p>
<p>Le altre avventure di The Best su Nazione Indiana:</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../../../../2006/11/20/come-ho-liquidato-il-barracuda/">http://www.nazioneindiana.com/2006/11/20/come-ho-liquidato-il-barracuda/</a></span></p>
<p>ripubblicato, con alcune modifiche, sulla rivista <em>Delitti di carta</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../../../../2008/05/17/dark-city/">http://www.nazioneindiana.com/2008/05/17/dark-city/</a></span></p>
<p>L&#8217;immagine è tratta dal film del 1974 di Sam Peckinpah  &#8220;<a title="scheda fil su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Voglio_la_testa_di_Garcia">Voglio la testa di Garcia</a>&#8220;, reperita sul blog Scaglie <a href="http://scaglie.blogspot.com/2008/08/voglio-la-testa-di-garcia.html">http://scaglie.blogspot.com/2008/08/voglio-la-testa-di-garcia.html</a> che ne offre una recensione e riprodotta qui in buona fede e condizioni di fair use.<a href="http://scaglie.blogspot.com/2008/08/voglio-la-testa-di-garcia.html"><br />
</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/26/the-best-e-la-mafia/">The Best e la mafia</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dark City</title>
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		<pubDate>Sat, 17 May 2008 06:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
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<p>Questo è il mio primo lavoro politico. Ed è, forse, il più rischioso di tutta la mia carriera. I lavori politici di solito vengono portati a termine dalle stesse organizzazioni, che utilizzano uomini loro. Raramente ricorrono a un professionista.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/17/dark-city/">Dark City</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<a title="fascisti1.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/fascisti1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/fascisti1.thumbnail.jpg" alt="fascisti1.jpg" /></a></p>
<p>Questo è il mio primo lavoro politico. Ed è, forse, il più rischioso di tutta la mia carriera. I lavori politici di solito vengono portati a termine dalle stesse organizzazioni, che utilizzano uomini loro. Raramente ricorrono a un professionista. In questo caso, però, c’era bisogno di un’alta specializzazione. Questa almeno è la motivazione ufficiale. In realtà la Resistenza ha bisogno di una figura esterna, uno straniero che, se cade in mano alle guardie nere, non possa rivelare dettagli sull’organizzazione neanche sotto tortura. Ed eccomi qua, ecco laggiù il palazzo di vetro.<br />
E’ impressionante Roma. Ho visto filmati, ascoltato testimonianze, letto rapporti, ma passeggiare per queste strade, guardare, ascoltare, è un’altra cosa. Le guardie nere sono ovunque, a gruppi di tre, quattro, sui blindati, davanti agli alberghi, ai ristoranti, ai palazzi pubblici. Camminano sui marciapiedi coi manganelli elettrici, le pistole mitragliatrici, alcuni con mitragliatori pesanti. Fermano i passanti, chiedono i documenti. Qualcuno viene caricato sui cellulari, con urla e spintoni. E’ pericoloso il tragitto dal nascondiglio al palazzo di vetro. Devo camminare sciolto, senza guardarmi intorno, senza esitare. Senza avere paura. La paura si vede, si annusa, e le guardie nere sono dei mastini. Devo camminare come se fossi uno di loro.<span id="more-5907"></span><br />
I vestiti vanno bene direi. Camicia e pantaloni scuri, la croce celtica appuntata sul petto, la valigetta nera di Gucci nella mano sinistra. In tasca ho i documenti falsi, in grado di passare il primo controllo, quello manuale. Al secondo livello però, il controllo computerizzato, ci sarebbero problemi. Mi hanno assicurato che il mio nominativo è stato inserito negli archivi del Comune dagli hacker della Resistenza, ma non mi fido troppo. Probabilmente sarebbe la fine. La mia, non la loro. Anche se torturato e rivelassi i nominativi – tutti fasulli – dei miei referenti l’Organizzazione non correrebbe seri pericoli. Non conosco i nascondigli, i depositi di armi, gli elenchi dei combattenti. Ma ho deciso di accettare il rischio. Non solo per il compenso – ottocentomila euro già versati su uno dei miei conti in Canada – ma per la natura stessa del mio lavoro. Nella mia esistenza la vita è intercambiabile con la morte, il presente col passato e col futuro, e il rischio non è un valore aggiunto, è la normalità. Io sono nato e cresciuto per misurarmi col pericolo. Nessuno più di me sa muoversi nel pericolo. Io, e solo io sono <em>The Best</em>.<br />
Passo vicino a un assembramento, c’è animazione, urla. Le guardie nere stanno pestando un uomo a terra, che si contorce. Usano i manganelli e i calci. Uno ha un tirapugni, vedo il bagliore sulla mano. Probabilmente lo stanno ammazzando. Poi faranno sparire il corpo. Nei rapporti che mi hanno fatto leggere – inutili agli effetti del lavoro, ma ho dovuto leggerli ugualmente – c’era scritto che, da quando il Sindaco Cusumanno ha preso pieni poteri, dopo la morte del leader populista Silvio Berlusconi e dell’ultima grave crisi petrolifera, 10.000 persone sono scomparse nel nulla.<br />
Non so perché mi hanno imposto di leggere tutta la storia italiana degli ultimi vent’anni, forse volevano farmi “prendere coscienza”, come dicono di solito? Ma io non devo prendere coscienza di nulla. La coscienza non esiste. Qua regna la violenza, la morte, la paura, ma la storia dell’uomo è fatta di violenza, a cicli, a ondate. Non mi riguarda la presa del potere centrale del Sindaco Cusumanno, e la divisione dell’Italia del Nord da quella del Sud, dove Cusumanno è il leader unico. Né mi riguarda la soppressione della libertà di stampa, dei partiti, dei sindacati. Né le azioni criminali delle guardie nere, che detengono un potere arbitrario e seminano il terrore, come era ai tempi dei giannizzeri dell’Impero Ottomano. Che combattano pure la loro guerra, che vincano, che perdano, che i vincitori ammazzino i vinti, fino al prossimo ciclo. Io non c’entro, io lavoro per me stesso.<br />
Sono quasi arrivato. Cammino tranquillo, saluto il gruppo di ragazzini che, sul cassone di un camion che corre all’impazzata nello scarso traffico della capitale, fanno i saluti col braccio teso. Sono i militanti della sezione giovanile delle guardie nere, in realtà dei teppisti sguinzagliati per la città liberi di aggredire e uccidere chiunque.<br />
Quando sono a un centinaio di metri dal palazzo di vetro rallento l’andatura, mi fermo per allacciarmi una scarpa, studio i dintorni. Nulla di interessante, per fortuna. Qualche passante, nessuna presenza delle guardie nere. Perfetto. La porta che mi hanno indicato è sulla sinistra.<br />
Il palazzo è alto cinquanta piani, costruito dieci anni fa e mai utilizzato. Quelli della Resistenza dicono che rappresenta un monumento ai falliti sogni di grandezza del Sindaco Cusumanno. Fa parte dei piani di espansione edilizia che in questi anni hanno cambiato l’immagine di Roma. Ho visto vecchie fotografie, interi quartieri sono stati demoliti per fare posto a palazzi come questi. Sempre nei rapporti c’era scritto che i lavori sono stati affidati ai cosiddetti “palazzinari neri”, amici e sostenitori del Sindaco Cusumanno. I monumenti antichi, giudicati inutili, stupidi oggetti di culto di un passato morto e dimenticato, sono stati abbattuti per far posto alla modernità. In realtà, c’era scritto nei rapporti, sono stati smontati e rimontati nelle ville dei gerarchi del Sindaco Cusumanno. Che scoperta. Non l’hanno fatto anche Napoleone e Hitler?<br />
Ecco la porta. E’ blindata, con la serratura a combinazione, ma gli specialisti della Resistenza l’hanno aperta con un cerca codici computerizzato. Mi hanno comunicato la sequenza alfanumerica, che digito velocemente sulla tastiera. Nessuno in giro, nessuno che mi nota. Devo dire che la scelta è ottima, questo palazzo è in un quartiere ancora in costruzione, ci sono altri cantieri abbandonati qua e là, invasi dalla vegetazione, poche case con le finestre sbarrate. Uno dei cantieri, circondato da una palizzata cadente, sarà la mia via di fuga. Appena girato l’angolo vi sono due assi rimosse, entrerò da lì e mi allontanerò passando attraverso i relitti dei palazzi in costruzione.<br />
Entro, mi colpisce l’odore di chiuso, l’aria pesante. Il pavimento di moquette attutisce i suoni. Il silenzio è assoluto, i cristalli piombati spessi cinque centimetri sono isolanti impenetrabili. Salgo trentadue piani di scale, a piedi perché non c’è corrente elettrica, e in ogni caso non potrei certo usare l’ascensore, col rischio teorico di rimanere chiuso tra un piano e l’altro.<br />
Sono nel locale, cerco subito il segno del taglio circolare sul vetro, che lo specialista della Resistenza  ha fatto due giorni fa. Ha lasciato anche la ventosa, per asportare il cerchio che aprirà la finestrella circolare. Guardo la città sotto di me, la foresta di grattacieli, i palazzi altissimi in stato di abbandono, assaliti dai rampicanti, e i pochi resti dei monumenti romani. Una città silenziosa, che sembra deserta. Mi siedo ed entro nel mio stato di semi-catalessi, un esercizio che ho imparato dallo yoga. Mi serve per ricaricarmi, per non sprecare energie. Devo restare qui fino a domani, quando scatterà l’operazione.</p>
<p>La notte trascorre tranquilla, nel buio e nel silenzio quasi assoluti. Le luci della città sono poche e deboli, i rumori, che giungono ovattati, si limitano a sirene lontane e qualche raffica di mitra.<br />
Stamattina invece si sta affollando. Arrivano enormi autobus che scaricano centinaia di persone che vengono intruppate dalle guardie nere verso Piazza Navona. Osservo col binocolo: gente malvestita, dimessa, che si schiera ordinatamente intorno al palco. Sono le popolazioni dei quartieri demoliti, deportate in massa nelle campagne per fare posto alle banche, le finanziarie, le agenzie che non si sono mai insediate. L’esplosione economica sognata dal Sindaco Cusumanno, dice la Resistenza, non è mai avvenuta. L’economia dell’Italia del Sud è costituita quasi unicamente dai depositi dei fondi neri e di vari traffici provenienti da tutto il mondo. Una sorta di banca mondiale dell’illegalità.<br />
A mezzogiorno Piazza Navona è piena. E’ l’adunata annuale che il Sindaco Cusumanno ordina per celebrare la sua presa del potere centrale e la fondazione della Repubblica Sociale dell’Italia del Sud. La manifestazione viene ripresa e trasmessa dal Network, la televisione di stato che sostiene attivamente il Sindaco. In Canada, dove vivo abitualmente, è oscurata, benché trasmetta via satellite in tutto il mondo. Il motivo è la violenza estrema dei programmi, dicono. Trasmettono riprese di omicidi, rapine, stupri, incidenti stradali con gente straziata, mutilata; poi vi sono gli incontri di pugilato senza guantoni, dove chi perde rimane gravemente ferito, oppure muore. Il resto della programmazione è costituito da giochi a quiz, condotti da presentatrici nude, e i servizi sull’operato del governo del Sindaco Cusumanno, con dichiarazioni trionfalistiche dei leaders. E’ proprio questo aspetto, credo, ad avere decretato l’oscuramento. Il Canada, con la Spagna e lo stato israelo-palestinese, oltre alle superpotenze americane, cinesi e russe, sono ormai gli unici stati neutrali, dove i regimi come quello del Sindaco Cusumanno, o dell’Inghilterra, o della Francia, non si sono consolidati. Temono la propaganda, che attecchisce tra le masse popolari nelle situazioni di crisi economiche e sociali, come sta avvenendo nel resto dell’Europa. Sono tutte considerazioni che ho letto nei documenti che ho dovuto studiare durante l’addestramento. Come se fossero importanti per il lavoro che devo svolgere. Ma i miei referenti erano irremovibili. Dovevo conoscere la realtà. Ma quale realtà? La loro? La storia si ripete, sempre. I più forti prendono il potere, che viene esercitato con più o meno violenza, dipende dalla gravità delle crisi economiche che si abbattono a cicli sulle società. E le popolazione vengono sfruttate, violentate, deportate. Ogni tanto organizzano una guerra, che rimette a posto le cose temporaneamente e fa riprendere l’economia. Fino alla prossima crisi. Questo è il loro mondo, non il mio. Io vivo per me stesso. Non mi riguarda la loro tragedia.<br />
Alle due la piazza si anima. Le guardie nere corrono, qualcuno spara in aria, per spaventare la folla, per mantenere l’ordine. Arriva un gigantesco elicottero, atterra sul lastrico di un palazzo. Persone scendono correndo, qua e là vedo tiratori scelti appostati. Altri due elicotteri sorvolano senza sosta la piazza. L’uomo che scende lentamente, calcandosi il cappello in testa deve essere lui, il Sindaco. Non vedo nitidamente con questo binocolo, ma è lui, circondato dalle guardie del corpo. Il gruppo sparisce dentro una cupola di vetro, dove c’è la porta che immette sulle scale, o sull’ascensore. Tra pochi minuti raggiungeranno il palco, dove il Sindaco Cusumanno parlerà al popolo.<br />
Apro la borsa di Gucci e monto l’arma. E’ di una semplicità estrema: un tubo di acciaio temperato lungo un metro e dieci, in due pezzi che si avvitano, con una impugnatura a pistola, e l’attacco per il mirino. E’ questa una delle due meraviglie: un mirino digitale, computerizzato, che contiene un trasmettitore a onde beta che si collega col satellite. E’ in grado di ingrandire all’infinito le immagini, anche in presenza di foschia, perché il computer, elaborando i segnali del satellite, le ricostruisce con precisione millimetrica. Anche considerando i tre chilometri che mi separano dall’obiettivo, sono in grado di vedere nitidamente la targa di un’auto, o il colore degli occhi di una persona.<br />
La seconda meraviglia è il micromissile. E’ lungo otto centimetri, con le alette, con una piccola testata caricata di G-76, un esplosivo segreto di enorme potenza, un’elaborazione del vecchio C-4. Il propellente di ultima generazione gli consente un’autonomia di otto chilometri. Ha un computer e un trasmettitore identico a quello del mirino che riceve le istruzioni del satellite, e fa centro anche se l’obiettivo è in movimento. E’ la stessa tecnologia dei caccia militari applicata a una piccola arma. E’ l’ultimo prodotto della ricerca bellica israelo-palestinese. La Resistenza l’ha avuto con la mediazione della Spagna, che la finanzia e la sostiene.<br />
Il Sindaco è sul palco. Non è protetto da una campana antiproiettile, che comunque non servirebbe a nulla col micromissile, perché vuole propagandare la sua immagine di uomo coraggioso e forte, nonostante i 75 anni. Lo inquadro col mirino. Premendo a metà il grilletto lo collego col satellite, che da questo momento calcolerà continuamente le coordinate dell’obiettivo e guiderà il micromissile. Lo vedo che si guarda intorno, apre le braccia in segno di saluto, si rivolge alle telecamere che lo riprendono. E’ come guardare un film muto. Vedo la faccia stirata dalle operazioni di chirurgia estetica, il cranio rasato, il medaglione con la croce celtica al collo, sopra al maglione nero a collo alto. Aumento gli ingrandimenti: dai lobi delle orecchie pendono gli orecchini, con la croce celtica. Un’altra croce celtica, montata su un tabellone, costituisce lo sfondo del palco.<br />
E’ tutto perfetto, dalla mia postazione domino la piazza. La Resistenza ha scelto bene. Nessun ostacolo si frappone tra me e lui.<br />
Per un attimo, un solo brevissimo attimo, prima di premere il grilletto, mi attraversa un pensiero strano, come una vampata: penso che io e lui siamo due esseri soli, isolati: lui a capo di un regno in disfacimento, dominato da una violenza che lo rende debole, sull’orlo del crollo; io che viaggio tra la morte e nella morte, e potrei disintegrarmi da un giorno all’altro, per un errore, o il caso. La sua ora arrivata, la mia ancora no.<br />
Ridicolo. Mai prima d’ora ho pensato una cosa così stupida. Io sono quello che sono, e ho scelto di vivere al presente. Il futuro non esiste.<br />
Premo il grilletto. Con uno stuff parte il micromissile. Tengo inquadrato il Sindaco col mirino per i venticinque secondi che impiega per raggiungerlo, anche se di fatto è immobile. Vedo il corpo che esplode, con fumo e sangue. Altri corpi delle guardie vengono investiti dall’esplosione. Prima di gettare a terra il fucile, che si autodistruggerà tra un minuto, vedo la testa del Sindaco che, spiccata dal busto, vola tra sagome di persone in movimento frenetico.</p>
<p>Scendo rapidamente le scale. Impiegherò circa quattro minuti. Corro, volo sui gradini. Anche se sono in età avanzata, coi miei 69 anni sono in forma fisica perfetta. Da trenta non tocco carne né alcol, faccio nuoto, corsa, yoga. Dovrebbe filare tutto liscio. Durante l’addestramento i miei istruttori, tra i quali c’era anche, ne sono certo, un consulente militare israelo-palestinese, hanno calcolato che, nella peggiore delle ipotesi, passeranno circa tre minuti prima che un elicottero lanci un missile sulla mia postazione, individuata dai radar che hanno seguito la traccia del micromissile. Ma io sarò già quasi al piano terra, non ci saranno conseguenze. E le forze speciali non saranno qui prima di otto minuti.<br />
Sono al decimo piano. Quando sbucherò in strada raggiungerò camminando l’ingresso del cantiere e mi dileguerò. Passando per i cunicoli del fabbricato dovrei passare in un secondo cantiere dove mi aspetta un inviato della Resistenza per accompagnarmi al nascondiglio. Ma non andrà così. Non mi fido di loro. Li conosco, i committenti, soprattutto quelli dei gruppi organizzati. Anche se non sono in possesso di informazioni significative su di loro non sopportano l’idea di lasciare in libertà uno che non appartiene all’organizzazione che li ha visti in faccia. Probabilmente è prevista la mia eliminazione. Ma non mi avranno. Ho un piano di riserva, un itinerario alternativo che ho studiato nei giorni scorsi. Resterò qui, a Roma, per qualche tempo. Esploderà il caos, anche perché tra poche ore è previsto un attentato contro il ripetitore centrale del Network. Se andrà a segno per qualche ora vi sarà l’oscuramento televisivo. La Resistenza spera di scatenare un’insurrezione, almeno parziale, che dovrebbe indebolire ulteriormente il regime. Ci saranno combattimenti, scontri, bagni di sangue.<br />
Il caos. La follia. E nessuno meglio di me sa cavarsela nell’apocalisse.</p>
<p>[Potete leggere <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/11/20/come-ho-liquidato-il-barracuda/">qui</a> un’altra avventura del killer The Best. Il precedente racconto, in una versione leggermente diversa, è stato pubblicato anche sulla rivista <em>Delitti di Carta</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/17/dark-city/">Dark City</a></p>
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		<title>Come ho liquidato il Barracuda</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Nov 2006 05:50:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/liquidatore450.jpg"></a>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Il taxi corre per le strade lucide di pioggia. E’ sempre emozionante tornare a Londra, la città dove ho passato l’infanzia. Ormai non ho più una città mia, vivo sparso per l’Europa e l’America, per ragioni di sicurezza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/11/20/come-ho-liquidato-il-barracuda/">Come ho liquidato il Barracuda</a></p>
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<p>Il taxi corre per le strade lucide di pioggia. E’ sempre emozionante tornare a Londra, la città dove ho passato l’infanzia. Ormai non ho più una città mia, vivo sparso per l’Europa e l’America, per ragioni di sicurezza. Ma, se arrivassi alla vecchiaia – chissà, forse mi sarà concesso – vorrei che la città del riposo e della fine fosse Londra. Ci si perde a Londra, ci si nasconde, si dimentica il passato e non si pensa al futuro a Londra.<br />
<span id="more-2755"></span><br />
Eve, la mia socia, è seduta accanto a me. E’ più bella al naturale, devo dire, coi suoi capelli lunghi biondi e gli occhi verdi, ma è dovuta diventare una stangona bruna con gli occhi scuri, perché a lui, sembra, piacciono così. E lei, in questo lavoro, ha un ruolo importantissimo. Lei è la mia chiave, la mia password. Per questo è stata addestrata per mesi, per affinare il comportamento che deve tenere con  lui, per agganciarlo coi codici psicologici studiati per il suo carattere. Non sbaglierà Eve, anche se l’ho vista tesa, quasi preoccupata per il rischio che dobbiamo correre entrando nella villa. Questo non è un lavoro a distanza col fucile di precisione, come nei film, qui dobbiamo recitare una parte, e se qualcosa va storto, siamo in trappola.<br />
Anch’io mi sono addestrato.<br />
No, non è esatto: ormai non ho più bisogno di addestramento, perché nulla mi può essere ancora insegnato. Io sono in grado di adattarmi a qualunque situazione, sono il migliore, e non è per narcisismo che lo dico. Ne sono cosciente, tutto qua, e lo sono anche i miei committenti. Mi chiamano <em>The Best</em>, perché ho una straordinaria velocità di improvvisazione, e capisco i miei soggetti, ne intuisco le debolezze, i limiti. E forse stanotte dovrò usarlo a fondo, questo mio talento naturale.<br />
Diciamo che mi hanno <em>trasformato</em>. L’esigenza primaria, oltre al buon esito dell’operazione ovviamente, è che una mia immagine riconoscibile non venga inserita in qualche archivio della polizia. Io sono pulito, perfettamente incensurato, ho un passaporto inglese e uno argentino, e anche se le telecamere di cui probabilmente è disseminata la villa mi riprenderanno sarà impossibile identificarmi. E così per Eve, che di fatto a Marsiglia, dove fa la squillo di lusso per tre o quattro mesi all’anno, è una clandestina, col suo passaporto canadese. Però i miei committenti vogliono essere assolutamente sicuri, perché la posta è alta: indagheranno i servizi inglesi, i migliori del mondo, e il rischio deve essere ridotto al minimo. Non per la nostra incolumità, ovviamente, di cui non gli importa nulla, ma per loro stessi. Se mi identificassero potrebbero ricostruire i miei movimenti e i miei contatti, e risalire a loro.<br />
Così mi hanno modificato: per due mesi mi hanno fatto delle iniezioni per favorire la ritenzione di liquidi, ho mangiato chili di gelato e sono aumentato di 18 chili. I capelli tinti, e una barba ben curata hanno fatto il resto. Ora sembro un gioviale ragazzone spagnolo che lavora per un settimanale di Madrid che sta andando a intervistare Flavio Briatore in compagnia di una fotografa francese molto avvenente. Non sono in piena forma, le iniezioni mi provocano mal di schiena, anche una febbricola, ma non produrranno danni permanenti. A operazione conclusa assumerò dei diuretici che riporteranno tutto alla normalità.</p>
<p>Arriviamo al cancello. Dopo un controllo documenti e della lettera d’invito, che per la verità si è rivelato abbastanza sommario, siamo dentro.<br />
La dimora non è particolarmente sfarzosa, non è un castello vittoriano, ma una villa di medie dimensioni, con un parco tenuto a prato. E’ solo una delle sue residenze, Flavio Briatore ha una grande casa in Kenia, una a Cortina, uno yacht all’ancora a Cannes. Le abbiamo studiate con cura, perché non sapevamo con certezza dove avremmo dovuto agire. I miei committenti sono molto precisi, hanno quantità di informazioni dettagliate, ma fino all’ultimo non è stata chiara la location. Il mediatore, colui che mi rappresenta – il mio agente, diciamo così – dice che sono <em>i russi</em>, anche se non so, e non voglio saperlo, chi sono veramente, benché l’esperienza mi dica che – per le modalità, per l’efficienza, per l’accurata falsificazione dei nostri documenti – sono potenti, con probabili agganci nei servizi segreti. Comunque la cosa non mi compete, e neanche mi interessa.<br />
Mi interessa invece il servizio di sorveglianza. Una guardia era al cancello, un’altra è all’ingresso. Una terza è certamente all’interno. Una sorveglianza discreta, che non creerà problemi se l’operazione filerà, come deve filare, liscia.<br />
Nel salone c’è ressa, le voci, le risate, i trilli dei bicchieri di cristallo. Gente elegante, ma nulla di particolarmente eccentrico. Sulla sinistra, ad angolo con due muri rivestiti di moquette azzurra e rossa, c’è un buffet che sembra piuttosto sfarzoso. Un cameriere in guanti bianchi serve i cibi, un altro i vini.<br />
Lo individuo subito: è in piedi, accanto a un mobile bar, impegnato in una conversazione con una signora e un uomo coi capelli brizzolati. Li riconosco, ho studiato le loro foto; sono amici e suoi partners in affari: lei è una deputata italiana, si chiama Santanchè, lui è stato l’allenatore di calcio della nazionale italiana, Marcello Lippi.<br />
Flavio Briatore Indossa una giacca vistosa, di seta forse, ricamata, o decorata con ghirigori multicolori. E’ il capo di vestiario più originale di tutti quelli indossati qui, che tendono decisamente verso il classico. C’è anche qualche smoking e alcuni abiti lunghi neri indossati dalle signore. Un po’ arretrato, seduto in una poltrona, c’è il pilota che ha appena vinto il mondiale, Alonso. E’ in suo onore la festa. Sembra un ragazzino un po’ cicciotto, se ne sta defilato, come a disagio.<br />
Il nostro contatto ci vede, fa un cenno. E’ un uomo d’affari inglese, un tipo atletico, affabile, sui quaranta, molto elegante. Si avvicina a Flavio Briatore, scambia qualche parola, ci indica con un gesto discreto. Flavio Briatore ci guarda, sorride, risponde a una battuta della deputata Santanchè, ma subito torna a fissarci con insistenza.<br />
Io ho già capito: è rimasto colpito da Eve, la nostra esca. D’altra parte la mia partner è splendida: indossa un tubino verde attillato, molto scollato, tutti gli sguardi sono su di lei.<br />
Ci avviciniamo, invitati dal contatto. Flavio Briatore ci aspetta, guarda fisso Eve, sembra stupito, abbagliato da lei. Eve lo sa, sa che si sarebbe comportato secondo questo modulo, per cui avanza sicura, ma al contempo ha un atteggiamento riservato, di leggera chiusura. Il contatto fa le presentazioni, dice che io sono il giornalista di cui gli ha parlato, ed Eve la fotografa. In effetti la mia identità corrisponde a quella del giornalista, solo che è morto un anno fa in Iraq. Per questo il nostro contatto, a operazione terminata, potrà sostenere di essere stato a sua volta ingannato, e quindi eviterà di bruciarsi.<br />
Flavio Briatore mi stringe la mano, è gentile, mi dice alcune parole di circostanza. E’ un tipo che mette a proprio agio l’ospite, per un attimo sembra che tutta la sua attenzione sia rivolta a lui, lo fa sentire importante. Ma dopo un paio di minuti si rivolge a Eve, le parla in francese, non le toglie gli occhi di dosso. La deputata Santanchè segue tutti i gesti e le espressioni facciali dell’amico con aria divertita. Forse ammicca all’allenatore Lippi, che ricambia con un sorrisetto.<br />
Anch’io li osservo, e osservo soprattutto Eve, le sue doti di attrice. Forse è l’esperienza della squillo, che sa come prendere i suoi clienti, oppure è l’addestramento: le è stato insegnato che non deve mostrarsi troppo interessata a Flavio Briatore, non deve sembrare troppo vulnerabile al suo fascino, all’influenza del suo potere. Questo lo ecciterà, lo innervosirà. Si sentirà stuzzicato, e cercherà di intensificare il corteggiamento. Io devo insinuarmi in questo gioco, devo dirigere Eva per dirigere lui, per portarlo in un luogo a me favorevole.<br />
Decido di lasciarli soli per qualche tempo, per dargli l’illusione di tendere le sue trappole di seduzione a Eve. Ma è lui che sta cadendo in trappola, lui, che di solito è il predatore, il Barracuda, sta per essere catturato all’amo da Eve, che da esca si è trasformata in pescatrice.<br />
Mi avvicino al buffet. Ci sono frutti di mare in varie salse, aragosta alla catalana, vassoi con tartine e salse, frutta, dolci. Tutto allestito con grande cura e stile, su tovaglie bianche ricamate in oro, servito su piatti di porcellana e posate di argento massiccio. Pura ospitalità italiana di alta classe, che fa impazzire gli stranieri. I vini sono spumante brut Ferrari, bianchi dell’Alto Adige, rossi del Veneto e del Friuli, vini freschi del Lazio. Conosco tutto, mi intendo di tutto, ma non tocco nulla. Non quando lavoro. Voglio che i miei riflessi siano tutti al massimo. E poi non m’importa di questi beni superflui. Io col mio lavoro mangio nei più costosi ristoranti del mondo, ma amo una cucina semplice e parca. Mangerei sempre riso, verdure, qualche uovo, cibi naturali. Il mio interesse per questa cosiddetta <em>nouvelle cuisine</em> è solo professionale.<br />
Torno al capannello di Flavio Briatore, che è estremamente variabile. Si avvicinano persone che vogliono parlare con lui, fargli i complimenti, stringergli la mano. Lui è cortese con tutti, ma dedica pochissimo tempo ai suoi interlocutori, perché la sua attenzione è attratta, come il metallo dal magnete, da Eve. E lei continua a non dargli corda, anche se io osservo attentamente il suo lavoro sotterraneo di sguardi, che sono apparentemente ritrosi, ma lo trafiggono. E lui la guarda, fa battute, le rivolge domande, muove con garbo le mani.<br />
A questo punto, a un mio cenno, scatta la fase due. Il contatto, che non li molla un istante, fa alcune battute rivolgendosi a Eve, e lei scoppia in una bella risata argentina, coprendosi la bocca con una mano. E poi inserisce il nuovo codice, un codice di enorme potenza di fuoco, devastante: tocca il braccio del contatto, mentre ride. Flavio Briatore osserva la scena con le braccia penzoloni, immobile. Con lui è stata sempre così sfuggente, inavvicinabile, e non è riuscito a strapparle che qualche sorrisetto di circostanza… Intuisco il fremito di un muscolo della mascella. Anche la deputata Santanchè, che sembra la persona più vicina a Flavio Briatore, ha avvertito questa vibrazione dissonante. La presenza della deputata, che non ci molla un istante – mentre l’allenatore Lippi si è defilato – rappresenta una variabile di cui non so valutare con precisione l’importanza. Sembra molto attenta e furba, potrebbe anche rappresentare un problema. E ci sta osservando da troppo tempo.<br />
Così, decido che il momento è arrivato.<br />
“Allora, signor Briatore, la facciamo questa intervista?” chiedo, con tono affabile.<br />
A questo punto Eve apre la guardia e dice: “sì, e le foto. Voglio realizzare un bel servizio su di lei, il migliore della mia carriera.”<br />
Flavio Briatore sembra colpito da questa sua affermazione, ma soprattutto dall’attenzione esclusiva che d’un tratto lei gli sta rivolgendo. Ora lei lo guarda con gli occhi che brillano, se lo sta mangiando con lo sguardo. Lui si illumina, dice: “oh, ma certo”, con la sua inconfondibile pronuncia di maniera.<br />
La deputata Santanchè, che sta cominciando a preoccuparmi, si illumina a sua volta e dice: “l’intervista e la foto? Che bello! Be’, Flavio, chiamiamo anche Fernando, no?” e guarda in direzione del pilota, che sembra uscito dal suo torpore a sta parlando con una ragazza.<br />
Qui è importante il mio talento di improvvisatore: non tanto per ciò che devo dire, ma come dirlo: non devo far trasparire il minimo allarme, né tensione; devo essere calmo, sicuro di me, perché la presenza del pilota, ovviamente, manderebbe  tutto all’aria.<br />
“Direi in un secondo momento” replico, dopo una breve pausa, lanciando un’occhiata piena di simpatia alla deputata. “Forse è più opportuno se siamo solo noi tre, anche per la fotografa, che può concentrarsi meglio”.<br />
“Beh, sì” dice Eve. “In effetti ho bisogno di… un po’ di <em>intimità</em> col mio soggetto”. Come adoro la sua scioltezza, il suo tono, la sua risposta perfetta. La deputata, a questa battuta la guarda con un’aria imbronciata. Devo liberarmi al più presto di questa donna. Sta diventando pericolosa.<br />
Ma è Flavio Briatore che risolve la situazione. “Sì, Daniela” dice, e le passa un braccio intorno alle spalle, “lasciamo lavorare al meglio questi ragazzi. Fernando lo chiamiamo dopo, per una foto insieme. E anche tu, Daniela”. La deputata Santanchè si rilassa, dice che lei non è necessaria, si schermisce, ma noi ci stiamo già muovendo, ci dirigiamo verso la scala che porta al primo piano, dove c’è lo studio.</p>
<p>Conosco bene la pianta della casa, l’abbiamo studiata nei dettagli. Al piano di sopra ci sono tre camere da letto, una stanza per la servitù, e lo studio. E’ fuori discussione che l’intervista e le foto saranno realizzate qui, è impensabile in una delle camere da letto.<br />
E’ un locale ampio, arredato con una libreria carica di libri rilegati in pelle, i libri che nessuno legge ma si tengono come arredo, e una scrivania di legno massiccio, forse di ciliegio giapponese, tirata a lucido. Ci sono due ampi divani, comodi, accoglienti, dove certamente Il Barracuda porta le amanti di turno, e grandi mensole con soprammobili, sculture africane, vasi di fiori, lampade. Una parete è rivestita di legno scuro, che fa da sfondo a un grande mobile orientale, con gli sportelli di vetro azzurro e i bordi rossi. Io me ne intendo di arredamenti, anche se non sono interessato al lusso; vivo gran parte dell’anno in albergo, e un giorno la mia casa sarà semplice e sobria, piccola, perché non amo i saloni, l’abbondanza di camere, la dispersione. Questo è un ambiente arredato da un architetto, senza personalità.<br />
Flavio Briatore ci invita a sedere, ci offre da bere. Ci porta del whisky, dello sherry, acqua frizzante, fette di limone. Parla, parla, della Formula 1, dei suoi inizi alla Benetton, ma non è invadente, non ci sommerge di parole a senso unico. A me si rivolge per cortesia, ma è a Eve che è interessato. Cerca di fare parlare lei, di darle il massimo dello spazio, e ogni sua parola, anche la più banale, sembra di enorme interesse per lui. E’ la sua tecnica, fa sentire le donne delle regine, gli esseri più importanti del creato.<br />
Non c’è molto tempo. Devo agire rapidamente, perché se restiamo chiusi qui dentro troppo a lungo arriveranno dei curiosi, qualcuno che busserà per una comunicazione, magari la deputata Santanchè. Propongo di iniziare con le foto, così intanto potrò muovermi per la stanza. Flavio Briatore accetta volentieri, è contento di iniziare questo rapporto esclusivo con Eve. E lei, che ha recuperato la borsa fotografica che aveva lasciato all’ingresso, inizia a montare l’attrezzatura. Non capisce quasi nulla di fotografia, ma è tutta una finta. L’importante è che impugni la macchina in maniera corretta, che scatti il flash.<br />
Io mi alzo, fingo di guardare i mobili e gli oggetti. In realtà sto decidendo rapidamente su che strumento usare.<br />
La scelta dell’arma è stata oggetto di lunghe discussioni. La più semplice, e la più efficace, resta sempre la pistola, un colpo alla nuca ed è tutto finito. Ma il nostro contatto non ha potuto fornire garanzie sul controllo col metal-detector. Non c’è stato alcun controllo, ma non potevamo averne la certezza, così abbiamo deciso di non correre il rischio. E le pistole di plastica, di cui tanto si è parlato, si sono dimostrate poco affidabili. In alcuni casi sono esplose in mano all’utilizzatore, mutilandolo. In quanto alle micro-pistole nascoste in una penna, dagli esperimenti segreti effettuati su condannati a morte in un paese africano è emerso che non sempre il minuscolo proiettile riesce a sfondare la scatola cranica. Inoltre non si può applicare il silenziatore. Da escludere poi qualunque sistema che preveda spargimento di sangue. A lavoro finito dobbiamo tornare nella sala, mostrarci agli invitati per uscire. Non possiamo permetterci di avere i vestiti macchiati. Ho con me un sottilissimo filo di acciaio, ma non credo che lo utilizzerò. E’ sconsigliabile una colluttazione. Potrebbero arrivare i rumori nel salone. Vista la situazione, credo sia più efficace il secondo sistema.<br />
Gli sono alle spalle ora. Eve mi segue con la coda dell’occhio, quando mi vede a tiro intensifica gli ordini della ripresa fotografica, gli dice di sorridere, di appoggiare il mento sulla mano. Ecco, è questa la posizione giusta, con la schiena piegata, il collo allungato. Prendo il corto sfollagente dalla tasca interna della giacca, di gomma ad alta densità, pesantissimo. Colpisco senza un attimo di esitazione, io non ho mai esitazioni. Colpisco con calma, con precisione e con violenza. Ho provato questo colpo decine, centinaia di volte durante l’addestramento. Il manganello si abbatte sulla nuca, alla base del cervelletto. E’ un impatto che tramortisce, che paralizza, ma non uccide.<br />
Flavio Briatore si irrigidisce, ondeggia, è sul punto di cadere in avanti. Allora lo afferro per le spalle, lo faccio cadere sul pavimento, cercando di metterlo supino. Eve, intanto, sta arrivando con la siringa. Affonda l’ago nella gola, e pompa dentro il cianuro di potassio. L’effetto è immediato, in pochi secondi entra in circolo. Il processo di annientamento della respirazione cellulare è già iniziato.<br />
Benché tramortito Flavio Briatore si dimena, cerca di scalciare, rantola. E’ l’istinto di sopravvivenza estremo, che può contrastare anche uno svenimento. Lo colpisco di nuovo, nello stesso punto, e si irrigidisce, ma continua a rantolare. Lo trasciniamo nel bagno privato dello studio, dove c’è una grande vasca per idromassaggio. Questo è il momento più pericoloso, qualcuno, per esempio un cameriere, potrebbe entrare.<br />
Apro la porta del bagno, lo facciamo scivolare dentro mentre rantola e riprende a scalciare. Lo prendo da sotto le ascelle, Eve per i piedi, facendo attenzione a non farsi sporcare o rompere una calza con le scarpe di lui, e lo issiamo nella vasca. L’agonia dura quattro minuti. Mi accerto del decesso auscultando il cuore, il polso, la giugulare. Sì, è finita.<br />
Mentre Eve, che è tornata nello studio, ricompone rapidamente la siringa, l’attrezzatura e cancella con un fazzoletto le poche impronte che abbiamo lasciato, perché abbiamo prestato attenzione a non toccare nulla, a parte i bicchieri e i braccioli delle poltrone, io apro il rubinetto dell’idromassaggio. L’acqua esce sotto forte pressione, impiegherà un paio di minuti per riempirsi. La regolo alla temperatura massima, ogni segno che eventualmente sia rimasto, sui vestiti, sui bottoni, verrà eliminato.<br />
Esco, chiudo a chiave la porta. Metto la chiave in tasca. Eve ed io ci scambiamo un’occhiata: è tutto a posto, lo studio è in ordine, niente tracce, niente. E non ci sono telecamere, questo ce l’ha assicurato il contatto. Flavio Briatore non voleva essere ripreso mentre si appartava con le amanti. Ora bisogna uscire, è un altro momento critico. Dovremo parlare, spiegare. Ma siamo calmi, rilassati. Anche per questo siamo i migliori sulla piazza. Passiamo indenni nelle situazioni più critiche.<br />
Apro la porta e siamo in corridoio. Nessuno. Scendiamo la scala, ci affacciamo nel salone. Una ricognizione dall’ultimo gradino mi fa immediatamente individuare l’allenatore di calcio, che ci guarda incuriosito, e la deputata Santanchè, che ci viene subito incontro, come avevo previsto.<br />
“E Flavio?” chiede, con aria interrogativa, mentre sta ancora camminando.<br />
“E’ su, che deve fare alcune telefonate” dico, sorridendo. “Noi andiamo un attimo in macchina, a recuperare un flash. Torniamo subito.”<br />
La deputata guarda in alto, sembra perplessa. Ma cos’ha questa donna? Sembra sempre allarmata, fissa Eve scura in volto. E’ gelosa di Flavio Briatore? Gli fa da mamma? Ha intuito qualcosa? Poi sembra rilassarsi, dice “ah, va bene”, e noi ci dirigiamo verso l’uscita con passo sciolto, scambiando qualche cenno di saluto con gli invitati.<br />
Salutiamo anche la guardia, che ci riconosce e ci fa un cenno col capo.<br />
Attraversiamo il cortile di ghiaietto, raggiungiamo il taxi, che ci aspetta. Saliamo a bordo, diciamo all’autista di dirigersi verso l’uscita. Mancano gli ultimi metri ormai. Certamente la deputata Santanchè è salita nello studio. E’ entrata, non ha visto nessuno. Allora ha sentito l’acqua scorrere nel bagno, si è avvicinata, ha bussato. Ha bussato di nuovo, ma inutilmente. Ha chiamato “Flavio! Flavio!” ma non è arrivata nessuna risposta. In questo istante probabilmente sta cercando la guardia che si trova all’interno, mentre noi siamo fermi di fronte al cancello, e la guardia ci controlla con la torcia elettrica. Lo saluto, lui guarda Eve, sorride, si tocca la visiera del cappello, fa scattare il comando automatico del cancello.<br />
Siamo fuori, al sicuro. Il taxi si dirige verso il centro, è fatta.</p>
<p>Ora staremo fermi a Londra per un paio di settimane, ben nascosti. Ci toglieremo le tinture dai capelli, le lenti a contatto colorate, io mi taglierò la barba e inizierò a prendere i diuretici, per sgonfiarmi. Poi, quando le acque si saranno calmate, andrò in Svizzera, in una clinica, a ripulirmi dai farmaci, ed Eve tornerà a Marsiglia, dove resterà un mese, quindi volerà in Canada. Dopo la clinica passerò un mese in montagna, per rimettermi in sesto. E dopo deciderò il mio futuro.<br />
Per questo lavoro verremo pagati seicentomila dollari. Quattrocento per me, duecento per Eve. Con questo pagamento ho un bel gruzzolo da parte, potrei anche decidere di ritirarmi. L’idea mi affascina, sono stanco di rischiare, di mettermi in gioco. Potrei stare in giro un anno, a New York, a Buenos Aires, prima di trasferirmi definitivamente a Londra.<br />
Ed Eve… più volte mi ha fatto capire che lei ed io potremmo metterci insieme anche nella vita. Noi non abbiamo mai avuto una storia, perché abbiamo deciso di limitare i nostri rapporti al lavoro. Meglio non avere altre implicazioni, quando c’è da rischiare la vita. Se arriva un momento critico, e tutto precipita, ognuno deve pensare per sé, senza esitazioni. E’ questo il senso della vita, il significato della selezione naturale. Eve è molto bella, morfologicamente parlando, ma io non sono particolarmente interessato a questo tipo di bellezza femminile. E poi la conosco troppo bene. A me piacciono le donne sconosciute, le estranee, quelle che vedo passare per strada, ma non appena faccio conoscenza, parlo con loro, scambio delle idee, la mia attrazione svanisce. Per questo i pochi rapporti che ho avuto sono stati con prostitute, e mai due volte con la stessa.<br />
No, io voglio vivere da solo, in una piccola casa a Londra, e condurre una vita semplice. Voglio avere un terrazzo, o un giardino, per coltivare fiori. Vorrei anche piantare un paio di alberi da frutto, un albicocco e un ciliegio, cercare di farli crescere in questo clima.<br />
Perché a me piace il clima di Londra, che tutti criticano.<br />
Amo i suoi cieli grigi, nuvolosi, il vento, la pioggia: mi rendono così allegro.</p>
<p><em>[Le vicende qui narrate sono finzioni letterarie. In esse compaiono nomi e circostanze reali in qualità di pure occasioni narrative. I nomi di personaggi del mondo dell'economia, dello spettacolo, della politica e dello sport vengono usati soltanto ai fini di denotare figure, immagini e sostanze dei sogni collettivi che sono stati formulati intorno ad essi, e si riferiscono quindi a un ambito mitologico che non ha nulla a che vedere con informazioni o opinioni circa la verità storica effettiva degli avvenimenti o delle persone su cui questo racconto elabora una pura fantasia]</em></p>
<p><em>foto di Mauro Baldrati</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/11/20/come-ho-liquidato-il-barracuda/">Come ho liquidato il Barracuda</a></p>
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