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	<title>Nazione Indiana &#187; tortura</title>
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		<title>BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 09:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Ho conosciuto personalmente Cesare Battisti, intendo il Battisti di cui si parla tanto in questi giorni, non il mio eroico concittadino, quando ci hanno invitato entrambi a una fiera libraria di una cittadina dell’hinterland parigino. A quella manifestazione non c’era molta gente, e nessuno sembrava interessarsi ai due autori italiani non troppo conosciuti che eravamo: lui non era ancora la vedette dei media francesi (e italiani) che sarebbe diventata in seguito, e io ero al mio primo romanzo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/battisti-le-vittime-lo-stato/">BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ho conosciuto personalmente Cesare Battisti, intendo il Battisti di cui si parla tanto in questi giorni, non il mio eroico concittadino, quando ci hanno invitato entrambi a una fiera libraria di una cittadina dell’hinterland parigino. A quella manifestazione non c’era molta gente, e nessuno sembrava interessarsi ai due autori italiani non troppo conosciuti che eravamo: lui non era ancora la vedette dei media francesi (e italiani) che sarebbe diventata in seguito, e io ero al mio primo romanzo. Quindi ci siamo messi a parlare, bevendo uno scontroso vino rosso messo a disposizione dall’organizzazione. Confesso che all’epoca sapevo molto poco del suo passato, ma avevo letto e apprezzato un paio dei suoi libri. A distanza di tanto tempo non saprei dire con precisione di cosa, ma abbiamo conversato senza sosta per quattro ore. Quando passava di lì l’accigliata organizzatrice ci guardava un po’ strano, perché presi dalla foga della discussione, e forse un po’ anche dall’alcol, del quale Battisti sembrava particolarmente ghiotto, ci eravamo sistemati di spalle ai disattenti visitatori (non era previsto alcun compenso pecuniario, specifico). Siamo poi rientrati in città assieme con i mezzi pubblici, e ricordo molto bene la sua maniera di salutarmi alla stazione della metropolitana. Per un istante mi ha abbracciato con calore, ma irrigidendosi subito in una postura grave e vigile, come chiudendosi di nuovo in se stesso, come concentrandosi su quello che doveva fare. E’ così che salutano i latitanti, mi è venuto da pensare. Lo ho poi guardato sgusciare con passo ostinato tra la folla, senza voltarsi.<span id="more-37707"></span></p>
<p>Racconto questo aneddoto per lo stesso motivo per il quale me lo sono ripassato infinite volte nella mia testa: per avere qualche indizio. La verità è che io non so se Battisti sia colpevole o meno. Certo, i processi lo hanno condannato in modo definitivo, e in questo momento quasi tutti danno per scontato che lo sia. Se però si leggono le argomentazioni di persone anche autorevoli che hanno commentato l’iter della giustizia, e io ho provato a farlo, si hanno devastanti dubbi su come la macchina giudiziaria ha proceduto. Non voglio addentrarmi qui nei dettagli delle incongruenze e delle zone torbide (e in primo luogo la pochissima attendibilità dei pentiti su cui si reggeva l’impianto dell’accusa e l’utilizzo della tortura): dico solo che come semplice cittadino io in coscienza non so se Battisti sia responsabile o meno di tutte le nefandezze che gli sono state imputate. Rispetto a altri fatti che hanno insanguinato l’Italia degli anni sessanta e settanta in questo caso la giustizia ha agito con una relativa velocità, ma restano le analoghe lancinanti ombre. Non sto criticando la giustizia italiana, nella quale credo fermamente (e proprio di questi tempi di crisi se ne hanno consolantissime conferme), intendiamoci bene: esprimo solo i miei dubbi su quel particolare episodio giudiziario, i miei dubbi di cittadino che riflette a quello che legge e che prima di essere convinto vuole vedere delle prove chiare e non contraddittorie.</p>
<p>Io capisco benissimo la reazione dei parenti delle vittime. Capisco il loro dolore, capisco il loro bisogno di giustizia, la loro volontà che chi ha fatto loro tanto male paghi. Lo capisco per una mia naturale empatia con le vittime, di qualunque natura e estrazione esse siano, testimoniata dal fatto che la maggior parte dei miei testi letterari narrano vicende di vittime (come ha sottolineato qualche critico). Credo che le vittime vadano rispettate e ascoltate, credo che sia giusto che le loro emozioni pesino. Però credo anche che le vittime vedono solo il particolare, quel particolare che le ha devastate, mentre le istituzioni e chi le rappresenta dovrebbe avere invece una visione più articolata e più generale, non influenzata dalle emozioni. Per il bene della nazione e della democrazia. Per rispettare le ragioni di tutte le parti, perché in futuro quei fattacci non si abbiano a riprodurre. Perché è solo prendendo le distanze con equanimità e senso storico (troppo bello se tutti i torti stessero da una parte sola!) da ciò che è avvenuto che si può voltare pagina e andare avanti, affrontando serenamente le nuove emergenze.</p>
<p>Se c’è una cosa che proprio non si può dire degli anni di piombo, mi sembra, è che le persone che sono state coinvolte nella lotta armata non abbiano pagato. Ricordo che moltissimi protagonisti all’epoca dei fatti erano molto giovani (sempre più giovani mano a mano che la diabolica parabola del terrorismo avanzava), moltissimi venivano da situazioni di subcultura (a questo proposito si veda per esempio l’illuminante <em>Storie di lotta armata</em> di Manconi). Si sono lanciati nella violenza anche perché (sottolineo: anche) nessuno ha spiegato loro in modo convincente le ragioni per non farlo, perché nessuno li aveva educati. La riprova: nei paesi dove quegli stessi giovani in rivolta respiravano un clima culturale che costituiva una potente barriera nei confronti delle grettissime e obsolete farneticazioni teoriche degli ideologici teorici della lotta armata, presenti ovunque, il terrorismo non ha attecchito. Questa naturalmente non può essere una giustificazione, ma è pur sempre una verità che non può essere ignorata. La chiusura e l’arretratezza culturali dell’Italia di quegli anni e della sua classe dirigente, e i retaggi legati alla fine del fascismo, sono stati il substrato sul quale il terrorismo ha prosperato. Ignorare questo mi sembra altrettanto grave che sminuire le ragioni delle vittime della violenza.</p>
<p>Ma lasciamo stare, non voglio addentrarmi in questo discorso che richiederebbe, per evitare fraintendimenti, ben altro spazio. Quello che voglio dire è invece che moltissimi di quei giovani terroristi, la stragrande maggioranza, sono stati in carcere, in condizioni molto dure, hanno poi intrapreso lunghi e umili percorsi di reinserimento. Le testimonianze scritte, più o meno valide sul piano letterario, sono molto numerose. Certo, come sempre succede qualcuno l’ha fatta franca, ma nel complesso i responsabili di fatti di sangue hanno pagato, c’è stata giustizia. E’ un dato di fatto molto importante, sia sul piano oggettivo (in particolare proprio nei confronti del dolore e delle rivendicazioni delle vittime) che sul piano simbolico, per la salute della nostra democrazia. Una democrazia non può permettersi che chi l’ha ferita non paghi.</p>
<p>Il fatto che sugli anni di piombo si sia fatta giustizia non è per niente scontato. Viviamo in un paese che ha vissuto recentemente una dittatura che è durata più di un ventennio, responsabile della morte, per non considerare solo il crimine più infame, di molte migliaia di ebrei. Questo episodio drammatico della nostra storia è stato archiviato prima ancora di cominciare a fare i conti, visto che un anno dopo la fine della guerra è stata fatta un’amnistia. Certo, qualche rara autorità fascista ha pagato con la vita o con la prigione, o con l’esilio, ma la maggior parte dei responsabili non ha affatto pagato. Decine di migliaia di persone che avrebbero dovuto rispondere dei loro atti (e qui non si trattava di ragazzi) sono usciti completamente indenni. Molti mali dell’Italia attuale, e della debolezza della nostra democrazia, possono essere a mio avviso legati proprio a questa mancata presa di distanza dal fascismo. E’ il caso opposto a quello della stagione della lotta armata. E anche qui, mi permetto di ricordare, ci sono vittime le cui piaghe sono ancora aperte. Io ne conosco personalmente più di una. Sono discendenti di oppositori del fascismo, o di ebrei, costretti a sorbirsi l’incredibile benevolenza con cui si tratta, a cominciare proprio da molti rappresentanti del governo e delle istituzioni, il fascismo.</p>
<p>Ammettiamo che Battisti &#8211; io in coscienza non lo so, l’ho già detto &#8211; sia responsabile di tutti i delitti per i quali è stato condannato, ammettiamo che sia il sordido e sinistro figuro che molti dipingono (a me non ha fatto quest’impressione). Perché queste dichiarazioni inconsulte e questa concitazione da periodo di emergenza, perché queste reazioni per molti versi isteriche? Il fatto che questa buia vicenda della nostra storia si sia conclusa, e che per una volta l’Italia abbia fatto le cose piuttosto bene, non dovrebbe spingere a impiegare toni più pacati, non dovrebbe incitare a parlare con il piglio di chi ha la coscienza a posto, di chi intende guardare con fiducia e con ponderatezza al futuro? Non parlo delle vittime, ripeto, che hanno pieno diritto di gridare la loro rabbia e il loro dolore, parlo dei rappresentanti del governo e delle istituzioni dello stato. Perché non protestare con composta fermezza, se non si ritengono legittime le decisioni delle autorità brasiliane? Perché non approfittare dell’occasione per ricordare che nella maggioranza degli altri casi la giustizia è stata fatta, invece di soffiare sulle braci? Perché non mostrare serenità e equilibrio e equanimità storica, che sarebbero molto salutari in questo momento nel quale alcuni sintomi ci dicono che purtroppo il terrorismo potrebbe risorgere dalle sue ceneri? Perché denigrare l’intellighenzia e i media esteri, che proprio in questo periodo sono così attenti alle vicissitudini della nostra democrazia? (senza contare l’oggettiva ridicolaggine delle avventate affermazioni, per chi conosca un minimo le realtà di cui si vaneggia).</p>
<p>Un’ultima cosa. L’esilio. A mio modesto parere l’esilio è pur sempre una punizione. Una separazione dalle cose, dalle persone, dalla lingua madre. Che sia colpevole o meno (anche un assassino può scrivere dei buoni libri, si sa) per me Battisti è un autore non meno talentuoso di tanti giallisti nostrani di cui si parla tanto. Un autore che scriveva in italiano sempre più incerto, dal quale i suoi libri venivano poi tradotti in francese. E che adesso non scrive più. Certo l’esilio non può essere paragonato con la durezza della prigione, e soprattutto l’esilio non redime, tende piuttosto a fossilizzare, a “bloquer sur image”, a differenza dei percorsi di carcerazione e reinserimento di cui sopra. Probabilmente quello che è successo a Battisti, e che spiega molti suoi comportamenti è proprio questo: è restato agli anni settanta. Non dimentichiamo che l’Italia di quel periodo era piena di personaggi con il suo linguaggio e la sua boria. Dall’una come dall’altra parte. Ma Battisti ha pur sempre vissuto per tanti anni in esilio, e in condizioni difficili (chi afferma il contrario non conosce la realtà, o mente). E da qualche anno è in carcere. Qualcuno può ritenerlo un prezzo troppo basso, e può aver ragione (nel caso che i processi abbiano appurato la verità), ma non dimentichiamo che è anche questo un prezzo. E forse in questo momento non è poi così importante accanirsi su un singolo caso, perdendo l’occasione per dichiarare finalmente quel periodo concluso.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sul quotidiano "Trentino" del 05.01.11]</em><strong><br />
</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/battisti-le-vittime-lo-stato/">BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</a></p>
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		<title>Radio Kapital: Alberto Abruzzese</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 09:44:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><strong>Nel segno di Zorro </strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/11/radio-kapital-alberto-abruzzese/#footnote_0_35692" id="identifier_0_35692" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" Dopo aver letto &#160;&#38;#8221;blu lit stage. realt&#224; e rappresentazione mediatica della tortura&#38;#8221;&#160;(a cura di M. Farci e S. Pezzano ), Mimesis, Milano 2009, ho chiesto ad Alberto Abruzzese di mandarmi il suo saggio per poterlo pubblicare su Nazione Indiana. Lo ringrazio per aver accettato. effeffe">1</a></p>
<p>di</p>
<p><strong>Alberto Abruzzese</strong></p>
<p><em>[…] mi sono permesso in questo campo quasi o del tutto la stessa libertà di cui mi sarei servito se i fatti fossero stati frutto della mia immaginazione. Insisto soltanto sulla autenticità dell&#8217;abbozzo. […] La lettera serbava per me uno strano interesse, e vecchia e scarlatta com&#8217;era, i miei occhi si fissavano su di essa e non riuscivano a staccarsene.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/11/radio-kapital-alberto-abruzzese/">Radio Kapital: Alberto Abruzzese</a></p>
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<p><strong>Nel segno di Zorro </strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/11/radio-kapital-alberto-abruzzese/#footnote_0_35692" id="identifier_0_35692" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" Dopo aver letto &nbsp;&amp;#8221;blu lit stage. realt&agrave; e rappresentazione mediatica della tortura&amp;#8221;&nbsp;(a cura di M. Farci e S. Pezzano ), Mimesis, Milano 2009, ho chiesto ad Alberto Abruzzese di mandarmi il suo saggio per poterlo pubblicare su Nazione Indiana. Lo ringrazio per aver accettato. effeffe">1</a></sup></span></p>
<p>di</p>
<p><strong>Alberto Abruzzese</strong></p>
<p><em>[…] mi sono permesso in questo campo quasi o del tutto la stessa libertà di cui mi sarei servito se i fatti fossero stati frutto della mia immaginazione. Insisto soltanto sulla autenticità dell&#8217;abbozzo. […] La lettera serbava per me uno strano interesse, e vecchia e scarlatta com&#8217;era, i miei occhi si fissavano su di essa e non riuscivano a staccarsene. Certo doveva esserci in essa qualche profondo significato, che ben sarebbe valso le fatiche di un&#8217;interpretazione, e che, allo stato attuale, aveva per me qualcosa del simbolo mistico, che si comunicava impercettibilmente ai miei sensi, ma sfuggiva all&#8217;analisi della mia mente (Hawthorne, 1850). Poiché il male, per Lautréamont (come per Hegel), è la forma in cui si presenta la forza motrice dello sviluppo storico, è importante fortificarlo nella sua ragion d’essere, e questo può essere fatto nel modo migliore solo basandosi sui desideri proibiti, inerenti all’attività sessuale primitiva, come si manifestano in modo particolare nel sadismo. […] É noto che dalla sistematizzazione di  questo modo d’espressione prende le mosse il surrealismo</em> (André Breton).</p>
<p>Un guizzo di frusta o di spada: un marchio, un tatuaggio tra pelle e carne, tra interno e esterno; qualcosa di inverso eppure simile al segno di giglio che già aveva bollato di infamia la bella Milady di Dumas. Ecco l’immagine di tortura che suggerisco: una Z &#8230; quella con cui Zorro, eroe tra lettura ottocentesca e novecentesco spettacolo, giudica e punisce chi si macchia di colpa nella sua piccolagrande Cacania hollywoodiana. “Tre rapidi graffi”, riassume Wikipedia, rimandando ai graffiti che mani invisibili tracciano ogni notte sui muri della città, così firmando la propria anomia (e anonimia: né nome né legge, come le spie, gli agenti segreti, gli attentatori, i reparti speciali, i boia).</p>
<p><span id="more-35692"></span></p>
<p>Ma si può anche dire che lo svolazzo di Zorro – del segno che lascia – è un grafico sberleffo: immediata sintesi espressiva tra voce e immagine. La parola sberleffo proviene dal “taglio obliquo sulle labbra”: dunque bocca sfregiata, costretta a una smorfia che somiglia a qualcosa di più di una risata, di più pesante e definitivo, come per L’uomo che ride di Victor Hugo (Hugo, 1869) o per la gaia smorfia del Joker che fa da antagonista del volto impenetrabile di Batman, Giustiziere e Vampiro. La bocca di Zorro è civilissima – da divo: perfetta la piega ironica e insieme nostalgica che le ha dato Tyrone Power in un celebre film del 1940 – ma la sua vera espressione appare sulle superfici (soglie e abiti, spesso, ovvero segni di distinzione e di ruolo) – che il suo esercitato braccio taglia in un solo guizzo. Da grande professionista: vera e propria arte applicata, che richiama il gesto del tagliare dei protagonisti di due recenti film di Tim Burton: Edward, mani di Forbice (1990) e Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007).</p>
<p>Dunque la Z … un segno alfabetico futile e superficiale, davvero agli antipodi della lettera scarlatta, l’auratica A … che – infissa sul petto dell’eroina del notissimo romanzo di Nathaniel Hawthorne (Hawthorne, 1850) – campeggia come emblematico veicolo, medium, di una pena e una redenzione inflitte in nome di una sola tortura. Al posto delle traumatiche immagini che l’informazione, nei suoi strategici disegni, ci rivela ogni giorno e più ancora ci nasconde, scelgo qui la mossa eretica di parlare di questa irriverente, persino ridanciana lettera Z … insegna ambigua di una carnevalesca e insieme autoritaria messa in scena. É figura d’ordinato disordine, di tragedia volta in commedia, gioco delle parti e degli equivoci, se si pensa al Zorro mascherato, doppio volto del potere, prototipo degli uomini che popoleranno gli anni Trenta con grande esibizione di marchi di fabbrica e di socializzazione. Senza tuttavia dimenticare che il Zorro per l’infanzia – quello di The Curse of Capistrano, pubblicato nel 1919 da uno scrittore di riviste pulp, Johnston McCulley, e già film nel 1920 (Fred Niblo, Il segno di Zorro) – viene fatto risalire all’eroe messicano Guillén Lombardo, bruciato sul rogo dall’Inquisizione, sofisticato apparato di torture in nome della verità di Dio e della Chiesa Cattolica. E ricordando infine che della sua leggenda di eroe di massa si è occupata in modo adulto e sapientemente umanitario la scrittrice contemporanea Isabel Allende, legata per via familiare e di donna al colpo di Stato di Pinochet in Cile, accaduto in un infausto 11 settembre del 1973. (cfr. Allende, 2005)</p>
<p>Prima di stendere la presente nota su questa nostra idea ̶ noi chi, con quali diritti e quali doveri, quale identità? ̶ di trovare una immagine che potesse valere da abbozzo per un discorso tra noi sulla tortura, ho lasciato che il tema da affrontare potesse frullarmi a lungo e a suo piacimento nella testa. E frullare è proprio il verbo giusto, richiamando nella sua etimologia un qualcosa che in-forca per sconvolgere e insieme il battito rapido di un’ala e infine il fru fru che piace all’operetta. Mi sono preso il tempo a me necessario per vincere la resistenza che provo ad affrontare un tema come la tortura. Pudore di chi, non torturato, si azzarda a nominarla e insieme se ne ritiene indenne, presumendo di non essere né torturato né torturatore? Senso di colpa di chi sa di stare dalla parte di coloro che agiscono la tortura per mezzo d’altri e anche per mezzo di se stessi seppure in forme apparentemente meno barbare, culturalmente sottili, persino umanitarie? Paura di dire ciò che per convenzione ci si attende da una denuncia morale e civile nei confronti di quanti – individui, stati, religioni, ideologie, società – si macchiano di qualcosa di più di un atto delittuoso, criminale, e cioè si valgono di una crudeltà all’ennesima potenza? Tema peraltro trito e ritrito, la tortura, per quanto essa sia sempre presente nel mondo, sempre prossima al nostro sentire, e insieme distante, oggettivamente lontana, per il semplice fatto che chi è in grado di parlarne è già solo per questo in una posizione di privilegio assoluto (di assolutismo personale): gli è infatti concesso di sostare ai bordi della abissale insignificanza della tortura. Insignificanza? Sì, nel senso che la tortura è il luogo in cui l’essere umano scompare, il luogo in cui si rivela la verità che gli è stata celata, quella di essere un animale. Un animale mascherato da uomo. Verità dunque di non essere mai stato liberato dalla naturalità della violenza che lo assoggetta e lo abbandona all’insieme di cose di cui le forme di potere si contendono la sovranità per mezzo del dolore. La tortura non è dissennata ma – assai più tremendo esito delle sue pratiche spettacolari o subliminali – è la messa in scena di un dramma in cui la pazzia, la perdita di senno, ovvero di luogo e di tempo, è la reale con-venienza tra carnefice e vittima, la base concreta, materiale, di una giurisdizione dello Spirito che ingiunge all’essere umano di negare la propria natura sino a strapparsi le vesti e la carne di dosso (così nella Lettera ai Corinzi, 2:14: &#8220;L&#8217;uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente&#8221;). La tortura è dunque una via breve alla conoscenza, la quale conoscenza, ridotta alla propria essenza, al suo fine ultimo, consiste nel paradosso di una formula tra sofferenza della carne e felicità dello spirito che non consente alcuna mediazione, aggiustamento: se lo spirito è fonte di felicità, la sofferenza della carne può produrre felicità. Puro realismo dello spirito. É il risvolto inquietante – e assai meno pacificatorio di quanto si voglia credere – del sacrificio di Cristo: salto di qualità di una potenza salvifica – decisamente post-monoteista e mondana – che giudica il piacere della carne con i valori attribuiti al perdono e alla socialità, usandoli al posto dei valori attribuiti alla pena e all’autorità, ma pur sempre in nome di un sacrificio – tortura solidale e condivisa – che si è compiuto in origine (la somministrazione omeopatica della tortura e della morte è di fatto alla radice dell’idea di guerra umanitaria, guerra di pace, che l’ipocrisia dei benpensanti laici ritiene soltanto l’aberrazione etica, strumentale e politica, delle nazioni imperialiste).</p>
<p>Recentemente è ad Abu Ghraib che questo scambio tra il bene assoluto e il male assoluto si è manifestato al mondo civilizzato – e dunque fintamente incredulo di fronte a tanto orrore – con tutti gli ingredienti mediatici della spettacolarità di massa e dell’indiscrezione personale. Ad Abu Ghraib si sono viste – grazie alla vocazione pornografica di piattaforme on line come YouTube – forme di mortificazione della carne e dello spirito spinte all’estremo, tanto che erano proprio la carne e lo spirito dei segregati a scontrarsi tra loro per effetto di quella stessa mortificazione, cosicché lo scellerato lavoro del torturatore era preso a carico dello stesso torturato, ed era questi a tormentarsi ancor più di quanto i suoi carcerieri lo tormentassero. Tutto ciò è stato visto come raccapricciante deformità dell’essere umano invece che rivelazione della sua più autentica natura di animale. Invece che rivelazione di ciò che di reale, irriducibile, inestinguibile, continua a vivere dentro la realtà sociale di cui l’umano è costituito. Quei fatti – emersi come eventi mediatici commerciabili, per rientrare poi nella loro gestione  ordinaria,  sommersa, e poi affiorare di nuovo nello stesso luogo o altrove nelle tante Abu Ghraib del pianeta Terra – sono stati una ennesima dimostrazione della stretta analogia tra le torture militari e le torture psicosomatiche agite dalle pratiche educative di apparati più ordinari, di istituzioni in cui lo spirito non è quello dei regimi di guerra ma quello dei regimi di pace: dalle case di rieducazione e dagli istituti di pena ai collegi e alle scuole. Qui è facile dimostrare la perfetta compatibilità tra le sbarre e celle di segregazione dei regimi penitenziari e il flessibile righello con cui, nelle scuole di una volta, il maestro infieriva sulla mano dei suoi studenti al fine di insegnare loro il senso della vita. E la crudeltà del righello si è potuta trasmettere agli effetti di una voce tagliente e oggi persino all’ottusità di istruttori senza più alcuna facoltà per istruire. La sequenza pedagogica qui osservata è sempre questa: ripetizione del dolore (fisico, mentale, affettivo) e quindi costruzione della memoria come interiorizzazione di norme marchiate sulla persona, sulla sua carne. La modernità è questo: intensificare e diffondere i suoi fondamenti mediante pratiche sempre più leggere e, proprio in virtù di tali qualità, in grado di manipolare più rapidamente e efficacemente il mondo: così, dalle carceri di pietra al panopticon di Bentham.</p>
<p>Così, dalla A di Hawthorne alla Z di Zorro. Dalla penitenza richiesta dalle religioni alla ricreazione e al divertimento concessi dalle logiche di mercato del tempo libero. Il termine evasione – così caro ai denigratori di tutto ciò che per effetto dell’industria culturale e dei consumi diffusi sembri sfuggire all’etica del lavoro e alle retoriche identitarie della cittadinanza – è un termine ambiguo: allude a una persona in fuga ma lo dice facendo riferimento non al mondo in cui la persona si sarebbe finalmente liberata in quanto persona, ma al mondo che la ha educata ad essere prigioniera, ad essere meritevole di pena. Ad essersi liberato non è l’individuo ma il prigioniero, il cattivo: non il corpo integro ma il corpo torturato. É quest’ultimo a divertirsi, a consumare, e a fare professione di libertà. A rivendicare la propria persona. La finzione non riguarda i prodotti con cui il mercato strapperebbe gli esseri umani alla loro autenticità, ma è esattamente il contrario: la finzione è l’essere umano in tutta la sua inautenticità ovvero in tutta la sua distanza e differenza dall’animalità che gli viene negata in nome della verità (etimologicamente il fingere non è molto distante dal trasformare e quindi dal distorcere, dal torturare e, come si dirà più avanti, dal depravare). Il carattere disumano attribuito alla tortura discende da un ordine del discorso storicamente prefissato – canonizzato – da quei valori universali di cui gli apparati giuridici moderni si sono fatti garanti: diritti civili e diritti umani. Questi valori tuttavia non sono altro che frutti di quella immaginazione sociale che produce e consuma le forme di potere e le mette in conflitto tra loro nel tempo e nello spazio. Sono dunque valori immanenti rispetto alla realtà della tortura e solo la tradizione trascendentale degli apparati di potere moderni può credere e far credere che la tortura non appartenga alla loro costituzione proprio in quanto valori. I valori della civilizzazione non sono nati come antidoto alla tortura ma ne sono la conseguenza, lo sviluppo tecnico e organizzativo, la specializzazione, l’applicazione assurta a sistema complesso.</p>
<p>Chi prova la tortura sulla propria carne si trova immerso al di là dei propri sensi, privato di ogni significante e significato. La tortura è dunque il regno del non-senso e della distrazione rispetto alla presunzione umana di governare il mondo che lo ha ospitato. La tortura si nasconde in ogni piega della quotidianità ovvero di quell’insieme di pratiche volte alla sopravvivenza, all’impulso automatico, remoto, naturale che spinge l’animale a evitare il dolore e induce invece l’essere umano ad amministrarlo. Amministrazione del dolore: ovvero sovranità delle norme etiche, estetiche e politiche sulle ragioni senza storia e senza destino della carne, sovranità delle leggi sulle ragioni del desiderio, sovranità dei contratti sociali e dunque della scrittura sulla persona. Produzione di dolore a mezzo di dolore. Tutto questo si è fatto necessario anche nell’ordine umano delle cose. L’essere umano è dal suo principio alla sua fine una cosa del mondo, partecipa dei suoi rapporti di forza oggettivi. Essere consapevoli di questo, essere formati e formarsi nella consapevolezza di questo disincantamento dell’umano, invece che nell’illusione umanistica e illuminista dei regimi moderni, gioverebbe – forse assai più della formalità delle leggi – a moderare le pratiche di tortura nel piccolo mondo finito dell’umanità. Per me è qui la questione che la tortura evoca e il ripensamento che dovrebbe imporci. É qui la verità da cercare nella tortura, nel sentimento della tortura. E questo è il mio modo di ribattere a chi stia pensando che, nel trattare il tema di questo libro, io vada perdendo il filo del discorso e finisca per scambiare l’eccezione con la regola; finisca cioè per scambiare la tortura, ovvero una pratica esclusa o quantomeno tendenzialmente esclusa da qualsiasi sistema civile, con questioni che rischiano di fare crollare ogni impalcatura sociale. Sino al punto di confondere una generica condizione umana del dolore – quella violenza tra potere e vita quotidiana che appunto i regimi democratici cercano di limitare e riportare dentro le regole di una possibile convivenza – con l’interdizione che merita lo statuto pubblico e privato della tortura in quanto tattica e persino strategia di estorsione della verità per mezzo di strumenti non legittimi la cui forza sta nel procurare umiliazione e sofferenza, degrado e paura.</p>
<p>Ma è proprio la tortura – non in quanto mezzo ma in quanto pratica, processo, relazione – a estorcere il senso della vita, a dire la verità che le istituzioni civili preservano e occultano sotto il loro manto. Appartengono al genere tragico le esperienze di tortura e il corpo torturato o il corpo torturatore?</p>
<p>All’origine la tortura è un rituale: è la cerimonia sacrificale con cui l’essere umano mima le leggi spietate della natura per poterne sopportare il vuoto di affettività. Sarei tentato di dire che la tortura è la soluzione, la spiegazione, che la tragedia affida al dio o che, caduta la fede, rinuncia a dare. Qui “il resto è silenzio”. Forse la tortura è invece la commedia umana – quella che appunto si manifesta nel disincanto moderno – che il tragico si ostina a non riconoscere, a rifiutare, a irridere. Due passaggi in uno, due passi: una piroetta (Zorro è un danzatore, un acrobate, un funambolo): la tortura è il tragicomico spinto all’eccesso (qui ridiamo della tragedia per non esserne schiantati, per non esserne impietriti: a patto di non fare morire i suoi anti-eroi, a patto di renderli marionette, il genere comico è disposto al fallimento di qualsiasi azione in una serie di salti mortali che fanno ridere grazie agli stessi remoti automatismi psicosomatici con cui si piange).</p>
<p>Tra le prime icone della tortura troviamo Tantalo costretto alla inesauribile fatica del vivere oppure Prometeo per il quale gli dei hanno scelto il destino di soffrire come gli esseri animali che ha emancipato al rango di umani oppure San Sebastiano trafitto da frecce che sono la sua morte e insieme l’esito felice del suo desiderio di martirio. E così via. La tortura – ovvero il dolore che gli uomini hanno presunto essere contro natura, non necessario, perverso – è invenzione, scoperta e insieme elaborazione, del tutto umana. É la civiltà che ha saputo trovare un senso positivo e progressivo all’ordinaria tragedia per cui il mondo si trasforma e vive. Sono state e sono le narrazioni umane a immaginarsi che la carne sofferente del mondo potesse trovare la sua ragione ultima in null’altro che i disegni divini. La tortura è l’increspatura di un sentimento soggettivo del mondo che soffre della sua stessa carne per legge di natura. La tortura – condizione comune dell’inumano, essenza del divenire e dell’accadere – ha dunque accolto in se stessa le stigmate umane del sacro, di ciò che non può essere umanizzato. La tortura – sradicata dalla sua natura preumana e post-umana, là dove essa non poteva avere nome e non poteva dunque riconoscersi – nasce dall’impulso delle civiltà a trascendere il dolore fisico nell’unità salvifica dello spirito e quindi a consentire che le astrazioni della volontà e del desiderio possano servirsi della sofferenza umana sino al punto di tradurre la potenza affettiva di un corpo martoriato in armi e moneta, in economia politica, in economia di scambio. Si dice passione di Cristo la tortura con cui si fondano le religioni cristiane, e nella Epistola ai Romani (8:7-9) si legge &#8220;&#8230;infatti ciò che brama la carne è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo; e quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete nella carne ma nello Spirito, se lo Spirito di Dio abita veramente in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, egli non appartiene a lui&#8221; (Romani 8:7-9).</p>
<p>Il significato di questo passo – già così chiaro nel dire che l’essere umano non abita il mondo ma è abitato dall’aldilà del mondo, è cioè territorio invaso e torturato, colonizzato dal potere divino, forma archetipica di ogni Sovranità – si fa esplicito più avanti, con questa terribile predizione religiosa della costruzione identitaria del soggetto moderno &#8220;&#8230;com&#8217;è scritto: “Non c&#8217;è nessun giusto, neppure uno. Non c&#8217;è nessuno che capisca, non c&#8217;è nessuno che cerchi Dio” (Romani 3:10,11). La società degli esseri umani si instaura qui come emancipazione dalla moltitudine della carne (là dove l’essere umano è equivalente a nulla e dunque può essere tradotto in carne da macello: non si può annientare il nulla e la sua sofferenza non ha senso) e immersione nella totalità del Potere (là dove l’essere umano, corpo inscritto nelle sue Leggi, cioè corpo scritto dalle sue Leggi, è riscattato come identità spirituale fatta a immagine e somiglianza della natura in tutto astratta, disincarnata, di ogni entità universale). La tortura è dunque frutto dell’immaginazione umana, che ha trasformato in ragione strumentale – e dunque strategia di dominio – ciò che di violento si esprimeva nei mutamenti della natura. É questa capacità immaginativa generata dalla stessa natura umana, a rendere la tortura uno strumento di potere consapevole. Non un istinto ma una decisione. Così, l’immaginazione al potere – slogan che il patetico umanesimo dei rivoluzionari tardo-moderni ha ancora pronunciato nel senso di liberazione, riscatto e felicità – è il momento culminante di una sovranità che si manifesta come diritto-dovere della tortura. Se la politica e le leggi sono la forma pacifica della guerra, la tortura è la forma più autentica della pace, la condizione in cui qualche orribile sacrificio umano o ambientale sta comunque dando i suoi più benefici risultati. E non è un caso che la tortura agisca ai margini e nelle pieghe dei conflitti tra pace e guerra. Senza specializzazione non c’è tortura in senso umano. Si è detto di Zorro – della rapidità, nitidezza e efficienza con cui questo futile eroe infantile esegue le sue sentenze sui corpi – divise, eserciti, proprietà – del Potere. La sua professionalità in questo non è un dettaglio, come non lo è per i boia quando devono fare uso di esperienza nello stringere la corda al collo dell’impiccato, trattare i comandi della sedia elettrica, strappare le unghie in modo efficace: la tortura ha bisogno di buone esecuzioni, come una orchestra.</p>
<p>La tortura deve essere di esempio. L’esperienza è il territorio di coltura dei torturatori e dei torturati. E nel romanzo di Hawthorne è la perfezione di un ornamento a farsi enigma e questo enigma ad essere sciolto per mezzo della narrazione di una tortura: Era facile vedere che era opera di una ricamatrice abilissima, e il punto (come mi hanno assicurato delle signore iniziate a questi misteri) testimonia un&#8217;arte ormai scomparsa, che non potrebbe essere riscoperta neppure disfacendone i fili. Questo straccio di stoffa rossa, perché il tempo, l&#8217;uso e la trama sacrilega lo avevano ridotto a poco più di uno straccio, assumeva, a un più attento esame, la forma di una lettera. Era una A maiuscola. Una misurazione accurata dimostrò che ogni asta era lunga tre pollici e un quarto. Era chiaro che si era voluto farne un articolo di vestiario, un ornamento, ma come dovesse essere portato, quale rango, carica o dignità comportasse in passato, era un rebus che (tanto sono effimere le passioni del mondo per questi particolari) non avevo molte speranze di risolvere (Hawthorne, 1850) . Tortura rimanda a depravazione. La etimologia di tortura è tortus participio passato di torquere. Niente che alluda a uccidere. La morte è semmai qui una liberazione per il torturato e un intoppo per il torturatore. La tortura è il risultato di una torsione – ovvero di una trasformazione, metamorfosi, del corpo ottenuta facendo violenza sulla sua carne – che, non avendo raggiunto il suo scopo ultimo, non avendo strappato la confessione di essere stata meritata e dunque di essere riconosciuta fondata e salvifica, finisce per oltrepassare la soglia di resistenza dell’imputato, del prigioniero, del nemico, del peccatore. Il dolore estremo è la facoltà di linguaggio che resta al torturato. Il torturatore ascolta le urla di sofferenza come menzogna e insieme verità della sua menzogna. Come prova, attestato, documento della sua depravazione. Etimologicamente: depravazione sta per deformità. Il corpo viene deformato dalla tortura per raggiungere la verità che lo ha messo “ai ferri”: il fatto di essere un corpo fatto solo di carne, un essere animale, quindi senza diritti umani.</p>
<p>Se vado a cercare depravazione su Google (capace com’è di creare in modo immediato quel tipo di associazioni casuali ma esatte che nel tempo dei libri si sono attribuite alla serendipity) trovo già nelle prime posizioni un sito che si interroga sulla legittimità di reputare forma di depravazione l’omosessualità e un sito porno dedicato al sesso anale, ma prima c’è Wikipedia con la voce “depravazione totale”. Detta anche “incapacità totale” e “corruzione totale”, essa fa riferimento a varie dottrine della teologia cristiana, germinate nella riflessione agostiniana sul peccato originale ma radicalizzatesi nelle confessioni di fede del protestantesimo e in particolare nel Calvinismo. In questo quadro ha avuto uno specifico ruolo normativo il Sinodo di Dordrecht (1618-1619): “Se qualcuno viene da voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo nella vostra casa”. In sostanza qui si sostiene che l’essere umano ̶ macchiato di una indelebile colpa originaria che ha deformato la natura spirituale alla quale era stato destinato ̶ ha senso solo in Dio, solo annullandosi in Dio. E sappiamo da Weber quanto tutto ciò abbia significato nella costruzione sociale del mondo capitalista della società borghese (cfr. Weber, 1904-1905). La costruzione dell’identità sociale è passata attraverso la costruzione di un mondo interiore alieno, marchiato nella carne viva dal segno di Dio. Da una interiorità senza riscatto. É dunque la sensibilità moderna che fa scrivere a Hawthorne:</p>
<p><em>Rimuginando tra me questi pensieri, e vagliando, tra le altre possibilità, quella che la lettera fosse una di quelle decorazioni che i bianchi indossavano per fare effetto agli indiani, me l&#8217;appoggiai casualmente sul petto. Mi parve allora, rida pure il lettore, ma non dubiti della mia parola, mi parve di provare una sensazione, per nulla fisica, ma tuttavia quasi corporea, di un calore bruciante, come se la lettera non fosse stata di stoffa, ma di ferro rovente. Rabbrividii, e involontariamente la lasciai cadere a terra</em> (Hawthorne, 1850).</p>
<p>Una sensazione per nulla fisica ma tuttavia quasi corporea: trasferite questa sensazione dalla dimensione eroica della nascita del capitalismo e dei suoi marchi alla dimensione consumista della società di massa dei regimi democratici ed ecco apparire la Z di Zorro. Partite dall’infantilizzazione delle masse attivata dai consumi metropolitani e poi mondializzata dalla televisione – Zorro è stato uno dei più costanti eroi seriali del quotidiano e domestico intrattenimento televisivo per l’infanzia – e ritornate alle punte ottocentesche di una gioventù maledetta come quella di Rimbaud. Come quella di Lautréamont, che, nato nel 1846 a Montevideo ed ivi registrato con il nome Isidore-Lucien e il cognome Ducasse, pubblica già nel 1868, e dunque giovanissimo, il primo dei suoi Canti (Lautréamont, 1868).</p>
<p>I Canti di Maldoror – “il libro più nero della tradizione nera”, secondo Ivos Margoni, che ne curò e introdusse l’edizione einaudiana del 1967 – sono l’oscuro quanto lampante attestato di un autore votato all’esasperazione romantica di una estetica stravolta dall’etica. E non tanto di una estetica delle rovine come piacque a molti romantici abbacinati dal progresso, ma di un’etica del disumano, un’etica che attinge all’origine terribile del mondo immanente della vita organica. Gaston Bachelard ha sottolineato la “densità animale” dei contenuti espressivi della sua poesia, affidata interamente alla “eccitazione” e “impulso muscolare” dei sensi (Bachelard, 1939). Una rivolta – si pensi agli scarti costanti che il tema dell’uomo in rivolta ha avuto a fronte delle ideologie razionaliste del soggetto rivoluzionario – che viene direttamente dalle viscere del mondo. Pura volontà di potenza. Al di là del bene e del male. Qui, l’essere umano si manifesta, del tutto nietzschianamente, come suranimale. Lo scrittore Ducasse rovescia la tradizione e i canoni del sapere ̶ come Benjamin amerà torcere all’indietro il volto dell’Angelus Novus (Benjamin, 1955) – e dissolve le sue numerose fonti libresche nel sentimento della violenza cosmica con cui Lautréamont, per mettere a nudo il lettore, contravviene a qualsiasi dispositivo di sicurezza e controllo elaborato dall’ordine civile.</p>
<p>Leggiamo un suo passo celebre, particolarmente significativo dei deliri di Maldoror (“nato malvagio”; “non era bugiardo, confessava la verità e diceva di essere crudele”), del suo sfrenato umorismo (in senso romantico: l’ironia che si apre nella terra di mezzo tra commedia e tragedia; nella coincidenza o meglio reciproca elisione tra i bagliori del genere sublime e le oscurità del genere macabro):</p>
<p><em>Bisogna lasciarsi crescere le unghie per quindici giorni. Oh! Com’è dolce strappare brutalmente dal letto un fanciullo che non ha ancora nulla sul labbro superiore, e, con gli occhi bene aperti, far finta di passargli soavemente la mano sulla fronte, volgendo indietro i suoi bei capelli! Poi, di scatto, quando meno se l’aspetta, affondargli le lunghe unghie nel petto tenero, in modo che non muoia; ché, se morisse, non avremmo più tardi lo spettacolo delle sue miserie. Dopo, si beve il sangue leccando le ferite; e, per quel tempo che dovrebbe durare quanto dura l’eternità, il fanciullo piange. Nulla è buono quanto il suo sangue, estratto come ho detto, e ancora caldo, se non le sue lacrime, amare come il sale</em> (Lautréamont, 1868).</p>
<p>Lascio al lettore esperto in delizie del loisir il compito di scoprire in questa sola pagina – rappresentazione dell’eternità oceanica del mondo e della fragilità momentanea del dolore – tutto l’armamentario sadico di cui ha fatto e fa sfoggio l’immaginario collettivo novecentesco e postmoderno, giocando di sponda tra le atrocità “vere” dell’informazione, attinte ai fatti di cronaca di cui la vita quotidiana abbonda e ha sempre abbondato, e le atrocità “finte” dell’industria culturale di massa e delle tecnologie di rete digitali, sino a fare proprio della tortura della carne la “forza motrice” dei processi di socializzazione e di desocializzazione della civilizzazione occidentale ovvero della sua globalizzazione. Il richiamo che qui sto facendo all’esperienza letteraria di Ducasse – che come per Blake e per Nietzsche e tanti altri ha spinto la volontà pubblica a rimuoverlo dalla sfera ordinaria e istituzionale del sapere sociale confinandolo nella sfera della pazzia o al massimo dell’arte – è motivato dalla stretta interdipendenza che mi è parso giusto mettere in rilievo in questa nota: l’equivalenza tra la superficialità della Z di Zorro e la profondità della A di Hawthorne, ambedue vere e proprie insegne moderne delle tortura, della carne martoriata.</p>
<p>Della tortura in quanto precipitare della coscienza in un mondo in continua metamorfosi, in perenne mutamento. Un mondo che ha affidato alla carne umana e alle sue innumerevoli concertazioni identitarie – ai loro conflitti e alle loro immaginazioni – lo specifico ruolo di fluidificare ogni resistenza dei suoi mondi organici e inorganici, ogni inerzia delle sue risorse minerali, vegetali e animali (ciascuna di esse, del resto, fattore di fluidificazione rispetto alla precedente). Lautréamont si presta assai bene a questo ragionamento, basato sui processi di permutazione digitale del linguaggio e di biotecnologia della carne, e su una teoria generale della tecnologizzazione dell’esperienza vissuta come doppio movimento tra la progressiva emancipazione dell’essere umano dalla animalità della natura inumana del mondo e la sua progressiva immersione in quella stessa sostanza porosa di cui è sin dall’inizio destinato ad essere una episodica increspatura soggettiva. Un parassita necessario – si pensi a tutti gli animali che infestano e popolano e spiegano le visioni surreali di Maldoror – al farsi del mondo come mondo e non come civiltà, civiltà che, usando la tortura ai propri fini, usa la stessa potenza destinata e distruggerla.</p>
<p>Oltre a Bachelard (“Il suo linguaggio – scrive in un suo saggio del 1939 dedicato a Lautrèamont – non è l’espressione d’un pensiero predisposto. É l’espressione d’una forza psichica che, subitamente, diventa un linguaggio. Insomma è una lingua istantanea.” (Bachelard, 1939, p.LXXVII)), è Breton a cogliere l’intima intelligenza psicofisica della Z di Zorro, il gesto istantaneo con cui sfregia l’umano (Bachelard scrive “Si graffia il potere”). La sua ispirazione poetica, ci dice Breton “si offre come il prodotto della rottura tra il buon senso e l’immaginazione , rottura consumata per lo più a favore di quest’ultima e ottenuta grazie a un’accelerazione volontaria, vertiginosa, dell’elocuzione. (Lautréamont parla dello “sviluppo estremamente rapido” delle sue frasi)”(Breton, 1927 p. LXXVI). ). Eccoci di nuovo alle virtù dell’abbozzo. Ed ecco contestualizzato il profano gioco di irrisione con cui la Z guizzante di Zorro si fa giustizia mimando la “lingua istantanea” della tortura. É lo schizzo del pittore moderno colto da Baudelaire. L’essenziale che spoglia e denuda l’immagine cogliendone il repentino mutamento in altro da sé, mortificando la realtà e costringendola a confessarsi. Valeria Giordano, che partecipa all’idea e alla scrittura di questo libro collettivo, ha più volte individuato la sofferenza che si nasconde in queste apparenze di futilità moderna. Questa mianota è dedicata alla sua cura dell’istantaneo “frattempo” in cui viviamo.</p>
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<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>Allende I. (2005), <em>Zorro. L’inizio della leggenda</em>, Feltrinelli, Milano 2005.</p>
<p>Bachelard G. (1939), &#8216;Antologia critica&#8217; in Ducasse I. conte di Lautréamont, <em>Opere Complete</em>,</p>
<p>Einaudi, Torino, 1967.</p>
<p>Breton A. (1927), &#8216;Antologia critica&#8217; in Ducasse I. conte di Lautréamont, <em>Opere Complete</em>, Einaudi,</p>
<p>Torino, 1967.</p>
<p>Benjamin W. (1955), <em>Angelus Novus. Saggi e frammenti</em>, Einaudi, Torino 2007.</p>
<p>Blanchot M. (1980), <em>La scrittura del desiderio</em>, SE, Milano 1990.</p>
<p>Ducasse I. conte di Lautréamont (1868), <em>Opere complete: i canti di Maldoror, poesie, lettere,</em></p>
<p>Feltrinelli, Milano 1968.</p>
<p>Hawthorne N. (1850), <em>La lettera scarlatta</em>, Einaudi, Torino 2008.</p>
<p>Hugo V. (1869), <em>L’uomo che ride</em>, Mondadori, Milano 1999.</p>
<p>McCulley J. (1919), <em>The Curse of Capistrano</em>, Dodo Press, 2008.</p>
<p>Weber M. (1904-1905), <em>L’etica protestante e lo spirito del capitalismo</em>, Biblioteca Universale</p>
<p>Rizzoli, Milano 2006.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/11/radio-kapital-alberto-abruzzese/">Radio Kapital: Alberto Abruzzese</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_35692" class="footnote"> Dopo aver letto  &#8221;blu lit stage. realtà e rappresentazione mediatica della tortura&#8221; <span style="font-weight: normal;">(a cura di M. Farci e S. Pezzano ), <a href="http://www.mimesisedizioni.it/">Mimesis</a>, Milano 2009, ho chiesto ad Alberto Abruzzese di mandarmi il suo saggio per poterlo pubblicare su Nazione Indiana. Lo ringrazio per aver accettato. effeffe</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Di-mostrare l&#8217;orrore</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jan 2009 07:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Ci sto pensando da alcuni giorni &#8211; dopo aver seguito la discussione a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/11/caro-bimbo-ti-penso/">questo </a>post &#8211; non ho il modo di articolare come vorrei, ma ora che trovo il tempo scrivo quanto meno questi appunti di getto.<br />
C&#8217;è come una evidenza basica: le fotografie di guerra, la guerra, la mostrano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/di-mostrare-lorrore/">Di-mostrare l&#8217;orrore</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Ci sto pensando da alcuni giorni &#8211; dopo aver seguito la discussione a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/11/caro-bimbo-ti-penso/">questo </a>post &#8211; non ho il modo di articolare come vorrei, ma ora che trovo il tempo scrivo quanto meno questi appunti di getto.<br />
C&#8217;è come una evidenza basica: le fotografie di guerra, la guerra, la mostrano. Il &#8217;900 esiste nella nostra coscienza come un macigno perché esiste un numero sterminato di fonti visive -filmati, fotografie- che travalicano le fonti orali o scritte. Dirlo, raccontarlo, descriverlo, non è come vederlo. Certo, esiste una retorica dell&#8217;immagine. Certo esiste un uso propagandistico delle fotografie. Ma le foto sono lì. Si vedono. Io le ho viste tutte e le vorrò vedere ancora.</p>
<p>Perché la Turchia non può negare i morti del genocidio armeno. Si vedono.<br />
 <span id="more-13358"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/bimboarmeno1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/bimboarmeno1.jpg" alt="" title="bimboarmeno1" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13365" /></a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/fossarmena.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/fossarmena.jpg" alt="" title="fossarmena" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13367" /></a></p>
<p>Perché se abbiamo visione dell&#8217;orrore di Aushwitz lo dobbiamo a queste foto. Quelle che mi hanno riempito di sgomento quando le ho viste da ragazzo. Quella evidenza basica che nessun negazionista può frantumare con le sue deliranti congetture.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/aushwitz1.bmp"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/aushwitz1.bmp" alt="" title="aushwitz1" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13372" /></a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/auschwitz2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/auschwitz2-150x150.jpg" alt="" title="auschwitz2" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13374" /></a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/auschwitz3.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/auschwitz3.jpg" alt="" title="auschwitz3" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13376" /></a></p>
<p>Perché a Dresda, dichiarata &#8220;città aperta&#8221;, c&#8217;erano persone, innanzitutto, prima ancora che il barocco del nord.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/dresden.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/dresden-150x150.jpg" alt="" title="dresden" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13377" /></a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/dresden2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/dresden2.jpg" alt="" title="dresden2" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13378" /></a></p>
<p>Perché i bimbi piangono nello stesso modo, pure a Hiroshima. I bimbi piangono in tutte le guerre. E muoiono.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/hiroshima.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/hiroshima-150x150.jpg" alt="" title="hiroshima" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13379" /></a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/hiroshima-1945.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/hiroshima-1945.jpg" alt="" title="hiroshima-1945" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13380" /></a></p>
<p>E fuggono, si disperano. Come nel Vietnam.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/vietcong001.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/vietcong001-150x150.jpg" alt="" title="vietcong001" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13381" /></a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/viet.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/viet.jpg" alt="" title="viet" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13383" /></a></p>
<p>Sono persone che muoiono, non nemici. Queste foto toccano davvero la coscienza. Almeno: la mia la toccano. Di-mostrano la guerra, nella sua prevaricazione fattiva, non come elegante strategia di generali che muovono le pedine del risiko. È sangue e carne la guerra. È oscena, la guerra.<br />
Le fotografie, in realtà, edulcorano l&#8217;oscenità. La impacchettano in uno scatto. Persino il voyerismo implicito (qualcuno dice pornografico) di questi scatti è nulla di fronte all&#8217;assurdo. Noi non siamo lì. </p>
<p>Non siamo a My Lai, il 16 marzo del 1968<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/my-lai-1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/my-lai-1-150x150.jpg" alt="" title="my-lai-1" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13384" /></a></p>
<p>Non siamo in Ruanda<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/ruanda.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/ruanda-150x150.jpg" alt="" title="ruanda" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13385" /></a></p>
<p>Non siamo a Srebrenica<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/srebrenica.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/srebrenica-150x150.jpg" alt="" title="YUGOSLAVIA BOSNIA" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13386" /></a></p>
<p>Eppure troviamo insostenibile questa accozzaglia di pixel colorati. Sono vaghi riflessi, piccoli abbagli, in confronto alla massa infuocate del sole, eppure ci accecano.<br />
Perché chi prevarica, in una guerra, chi ne accetta la logica, chi ne fa una fede, deve oscurare la verità. Perché è oscena. Acceca.<br />
Però è più difficile scrivere la storia, per i vincitori, con questi documenti. Ed infatti i vincitori, prima di tutto, vogliono che questi documenti non si vedano. Che i testimoni tacciano. E se non tacciono si uccidono come Anna Politkovskaja.<br />
Infatti le foto della Cecenia non volevano farcele vedere.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/cecenia.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/cecenia-150x150.jpg" alt="" title="cecenia" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13387" /></a></p>
<p>E il regime di Saddam poteva gasare le popolazioni curde, tanto non le vedevamo.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/iraqwarchem5.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/iraqwarchem5-150x150.jpg" alt="" title="iraqwarchem" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13388" /></a></p>
<p>Perché nessuno, oggi, per strada, rimugina sulla clamorosa bugia mediatica delle armi di distruzione di massa (che non c&#8217;erano) in Irak come giustificazione di una guerra. E chi stava con Bush può persino trovare un modo, a parole, per giustificare, strategicamente, come col risiko, la sua scelta. Ma tutti hanno visto questa foto. E come puoi giustificare la tortura, quando la vedi?<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/tortureiraq7.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/tortureiraq7-150x150.jpg" alt="" title="tortureiraq7" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13389" /></a></p>
<p>Come puoi &#8220;strategicamente&#8221; giustificare questa foto?<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/guerra-iraq.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/guerra-iraq-150x150.jpg" alt="" title="guerra-iraq" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13390" /></a></p>
<p>Qualcuno ha detto che i morti vanno rispettati. Io penso che i vivi debbano essere rispettati. Bisogna che nessuno cada vittima di una guerra, e la basica evidenza di una foto può muovere più di articolati discorsi (sono retorico? Forse. Forse avrei dovuto semplicemente mettere in sequenza tutte queste foto. Punto.)<br />
Ché, per dirla con Roberto Saviano, la morte fa schifo. Ma non raccontarla, la guerra, non mostrarla, fa ancora più schifo. Come la guerra che abbiamo combattuto a casa nostra, che combattiamo.</p>
<p>La guerra mafiosa.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/giudice-terranova.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/giudice-terranova-150x150.jpg" alt="" title="giudice-terranova" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13391" /></a></p>
<p>La guerra camorrista.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/morto-di-camorra-ad-arzano.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/morto-di-camorra-ad-arzano-150x150.jpg" alt="" title="morto-di-camorra-ad-arzano" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-13392" /></a></p>
<p>Io le ho viste tutte le foto. Siamo tutti testimoni, non possiamo più tirarci indietro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/di-mostrare-lorrore/">Di-mostrare l&#8217;orrore</a></p>
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		<title>Le vocazioni alla tortura</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 11:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/emmanuelbonsu_da_crimeblog.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Immagino che ci siano diverse forme di vocazione alla tortura, e quindi diverse tipologie di torturatori. Ci devono essere, in taluni, vocazioni possenti, irresistibili, che richiedono di organizzare l&#8217;intera propria vita per rendere il più possibile usuale, corrente, l&#8217;esercizio della tortura.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/01/le-vocazioni-alla-tortura/">Le vocazioni alla tortura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/emmanuelbonsu_da_crimeblog.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/emmanuelbonsu_da_crimeblog-300x225.jpg" alt="" title="emmanuelbonsu_da_crimeblog" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-9077" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Immagino che ci siano diverse forme di vocazione alla tortura, e quindi diverse tipologie di torturatori. Ci devono essere, in taluni, vocazioni possenti, irresistibili, che richiedono di organizzare l&#8217;intera propria vita per rendere il più possibile usuale, corrente, l&#8217;esercizio della tortura. È probabile che certi individui criminali scelgano il loro destino grazie anche alle opportunità, che gli offre una carriera fuorilegge, di torturare quando l&#8217;occasione si presenti. Il sentimento di superiorità che molti incalliti criminali sentono nei confronti della massa di persone normali nasce dalla consapevolezza di essere un&#8217;eccezione, di far parte di una ristretta cerchia che ha neutralizzato tutte le sociali inibizioni finalizzate a ostacolare l&#8217;esercizio della crudeltà nei confronti di altri esseri umani.<br />
<span id="more-9073"></span><br />
Esistono, però, anche torturatori dalla vocazione più debole, dei torturatori meno eccezionali. Questi torturatori mancano del coraggio di disporsi al di fuori del patto sociale, non si riconoscono nella figura del fuorilegge. Non sopporterebbero i rischi dell&#8217;emarginazione sociale, della condanna morale, della repressione poliziesca. Questi torturatori amano torturare, ma lo vogliono fare in tutta tranquillità. Possibilmente vogliono torturare in divisa, ossia dalla parte della legge, sostenuti da un apparato burocratico e amministrativo protettivo, da una corporazione solidale, da garanti politici estremamente autorevoli e influenti. Per tali ragioni queste vocazioni alla tortura, benché molto diffuse e ordinarie per il loro carattere “a bassa intensità”, rimangono potenziali e irrealizzate per lungo tempo. A volte, i più coraggiosi arrivano ad esprimerle all&#8217;interno del nucleo familiare, tra le quattro mura domestiche. Ma nonostante le vittime siano quasi sempre in posizione di debolezza (figli più giovani o donne), la tortura in ambito famigliare non possiede mai quelle garanzie tipiche della tortura in divisa, come servizio dello stato. Solo quest&#8217;ultima, infatti, garantisce al torturatore la piena tranquillità.</p>
<p>È quindi ben comprensibile che i torturatori ordinari e poco coraggiosi si decidano finalmente a realizzare il loro sogno sadico, quando circostanze favorevoli rendano del tutto priva di rischi la loro attività. Essi aspettano con pazienza, magari senza neanche esserne consapevoli, che si venga a creare un certo clima politico, che circoli una certa cultura all&#8217;interno delle istituzioni, che cedimenti  si realizzino qua e là nell&#8217;equilibrio dei poteri di un sistema democratico. Questi torturatori ordinari aspettano, all&#8217;interno di ordinarie democrazie, che si creino quelle situazioni d&#8217;eccezione, affinché la tortura in divisa, esercitata a nome dello stato, sia tollerata e difesa. Ma essendo molti di questi aspiranti torturatori davvero poco coraggiosi, essi non si sentono davvero tranquilli nel pestare, umiliare, insultare senza motivo una persona indifesa, se non percepiscono che anche al di fuori della corporazione, anche al di là delle garanzie burocratiche e politiche, esiste uno sguardo bonario, indifferente, non giudicante. Questi torturatori non solo vogliono essere protetti dallo stato di cui indossano le divise, ma vogliono anche la complicità silenziosa della società civile, dei comuni cittadini. Magari non un plauso, ma di certo non un biasimo. Questi torturatori sono esseri fragili psicologicamente. Anche solo sentirsi fischiati e giudicati vigliacchi da una folla inerme potrebbe scuotere il loro equilibrio.</p>
<p><em>[Foto: Emmanuel Bonsu]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/01/le-vocazioni-alla-tortura/">Le vocazioni alla tortura</a></p>
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		<title>Da &#8220;Il Larice di Daurija&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/da-il-larice-di-daurija/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 08:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[In</em> Il Larice di Daurija. Dalla Kolyma ai Laogai <em>(La Camera Verde, Roma, 2008), Tiziana de Novellis invita il lettore a esplorare in fondo l'orrore della Cina d'oggi, l'orrore del miglior partner e socio commerciale delle multinazionali occidentali.]</em></p>
<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p><strong>Capitolo VII &#8211; I laogai oggi</strong><br />
<em><br />
Riforma liberista e lavoro forzato</em><br />
Fonti inesauribili di mano d’opera gratuita, i laogai sono oggi parte integrante dell’economia cinese, di cui accrescono produttività e profitto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/da-il-larice-di-daurija/">Da &#8220;Il Larice di Daurija&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[In</em> Il Larice di Daurija. Dalla Kolyma ai Laogai <em>(La Camera Verde, Roma, 2008), Tiziana de Novellis invita il lettore a esplorare in fondo l'orrore della Cina d'oggi, l'orrore del miglior partner e socio commerciale delle multinazionali occidentali.]</em></p>
<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p><strong>Capitolo VII &#8211; I laogai oggi</strong><br />
<em><br />
Riforma liberista e lavoro forzato</em><br />
Fonti inesauribili di mano d’opera gratuita, i laogai sono oggi parte integrante dell’economia cinese, di cui accrescono produttività e profitto. Milioni di persone internate nei campi di lavoro forzato modificano in modo “inedito” l’economia cinese, trasformandola in un’economia di schiavitù. Da una dichiarazione del Ministero della Giustizia della Repubblica popolare cinese del 1988 si legge: “Le nostre unità dei laogai sono al tempo stesso dei centri di rieducazione e delle aziende speciali”. E, non a caso, il governo ritiene che le attività produttive dei laogai siano segreti di Stato. I prigionieri devono insomma essere “rieducati” in “nuovi comunisti”, raggiungendo un obiettivo prefissato di produttività.<br />
<span id="more-7977"></span><br />
Il numero preciso dei campi di lavoro forzato e dei detenuti è considerato segreto di Stato, pertanto imprecisabile. Inoltre, i campi vengono regolarmente chiusi o spostati in funzione delle necessità economico-produttive. La Laogai Research Foundation ne ha censito 1.100 sparsi su tutto il territorio nazionale, con circa 4-6 milioni di persone internate. Complessivamente, l’associazione stima che, dalla loro istituzione ad oggi, circa 50 milioni di persone vi siano state rinchiuse. Ciò significa che, mediamente, ogni famiglia cinese conosca almeno una persona che sia stata condannata ai lavori forzati.</p>
<p>Ogni laogai ha sia un nome come prigione che uno come azienda. Nei contratti i nomi delle carceri non compaiono. Per esempio, la Prigione Municipale di Shanghai è chiamata anche Stamperie Shanghai. Nei laogai vengono prodotte merci di qualunque tipo, sia prodotti interi che parti di essi. La produzione principale è quella di giocattoli, ma si producono parti meccaniche, prodotti chimici, scarpe, vestiti. La prigione di Jinzhou, un&#8217;area industriale di 600.000 metri quadrati con un valore di circa 300 milioni di yuan (38 milioni di dollari), è stata di recente dichiarata, con il suo nome “industriale”, fra le dieci migliori imprese cinesi. Informazioni economiche su 99 imprese basate sui campi di lavoro forzato, raccolte da Dun e Bradstreet, sono state rese pubbliche il 30 giugno 1999. Secondo questa fonte, tali imprese avrebbero un profitto annuale totale di 8.427 milioni di dollari (e rappresentano soltanto il 9 per cento dei circa 1.100 campi laogai conosciuti). Il costo irrisorio del lavoro nel sistema laogai consente una produzione a bassissimo costo e particolarmente competitiva per l’esportazione. Alcuni laogai sono poi delle miniere o delle aziende agricole. Il tutto nell’indifferenza del mondo occidentale, che sembra scoprire fin troppo lentamente che la crescita economica del gigante cinese è fatta anche di deportazione e di lavoro coatto.</p>
<p>Il riacutizzarsi dell’attenzione della comunità internazionale sulla violazione dei diritti umani nel territorio cinese ha spinto il governo a sostituire, con la legge di riforma penale del 1994, il termine laogai (che significa “rieducazione attraverso il lavoro”) con il termine jianyu, “carcere”. Ma il Partito Comunista Cinese ha in sostanza continuato ad utilizzare i laogai per reprimere qualunque forma di dissenso. La riforma in senso “liberista” del regime ha poi reso il lavoro forzato parte integrante dell’economia, poiché costituisce una fonte inesauribile di mano d’opera gratuita.</p>
<p>Nella realtà, il sistema dei laogai in Cina &#8211; creato da Mao Zedong agli inizi degli anni Cinquanta su modello del Gulag sovietico &#8211; è ancora in atto e continua a privare milioni di persone dei diritti umani fondamentali. La semplice associazione di una persona con gruppi malvisti dal governo può provocare la sua reclusione in un “istituto di rieducazione”, attraverso un processo che non concede i diritti legali di difesa. Una volta entrati nei laogai i prigionieri sono sottoposti a un trattamento crudele e degradante che non esclude l’uso della tortura. Anche se questi abusi violano sia le norme cinesi che quelle internazionali sui diritti umani, il principale scopo dei laogai rimane ancora oggi quello ideato da Mao Zedong: un sistema di punizione e di rieducazione dei criminali attraverso il lavoro, in modo da ottenere dalla rieducazione, oltre che la repressione di qualunque forma di dissenso verso lo Stato, un guadagno economico.</p>
<p>Sono previste dalla legge tre diverse categorie di rieducazione: il lavoro forzato (<em>laogai</em>), la rieducazione attraverso il lavoro (<em>laojiao</em>) e l’impiego forzato (<em>jiuve</em>).<br />
La condanna al laogai, che è la forma più comune di detenzione, è una condanna “penale” prevista dal Codice Penale Cinese. L’articolo 41 del codice stabilisce, infatti, che qualsiasi condannato “che sia abile al lavoro debba essere rieducato attraverso il lavoro”.</p>
<p>Nel caso di condanna al laojiao, invece, la detenzione avviene per reati di tipo “amministrativo” ed è prevista per individui considerati dallo Stato una “minaccia alla sicurezza nazionale” o più semplicemente ritenuti “non produttivi”. In questo caso la detenzione dura fino a tre anni e avviene senza processo penale. Sono perciò sufficienti sentenze amministrative emesse dalle forze di sicurezza locali per condannare chiunque al lavoro forzato, visto che i condannati al laojiao non sono considerati detenuti ma “personale di lavoro”. Nonostante non vi siano procedure giudiziarie a loro carico, i condannati al laojiao subiscono comunque il regime coercitivo del lavoro forzato. Questa vaghezza nella politica detentiva consente alla Repubblica popolare cinese di non dover dichiarare arresti a scopo politico-repressivo, che di fatto avvengono senza nemmeno un processo. Tutti i cittadini cinesi possono essere deportati nei campi di lavoro forzato senza alcuna procedura penale. Un solo requisito è sufficiente: la direttiva proveniente da un qualunque responsabile dell’ufficio della sicurezza pubblica. (Le motivazioni ufficiali di queste detenzioni arbitrarie possono essere ad esempio il “non impegno in attività oneste” o il “rifiuto del lavoro nonostante l’idoneità fisica”.)<br />
Con il sistema dello jiuve, infine, il governo realizza il controllo di coloro che vengono rilasciati dai campi di lavoro. Gli ex detenuti dei laogai devono, perciò, continuare a vivere e a lavorare in speciali luoghi di lavoro a cui vengono assegnati dopo la scarcerazione. Con questa politica almeno il 70 per cento dei prigionieri subisce di fatto una condanna a vita.</p>
<p>Utilizzati come strumenti di repressione politica, i laogai servono per mettere a tacere qualunque forma di dissenso politico o religioso (i tibetani, gli uiguri e gli aderenti al movimento spirituale Falun Gong). Il governo attua una politica di isolamento di qualsiasi elemento “controrivoluzionario”, che secondo il nuovo codice penale riguarda tutte le persone che “mettono in pericolo la sicurezza dello Stato”, perciò tutti coloro che si oppongono al regime e al Partito comunista.</p>
<p><em>Testimonianze e denunce</em><br />
Molte delle informazioni sulle condizioni di vita nei campi di lavoro provengono da ex prigionieri, che descrivono le condizione di vita nei campi come disumane. L’ex prigioniero Tong Li afferma: “Il peggior incidente è accaduto dopo che mi sono rifiutato di lavorare oltre le otto ore stabilite dalla legge cinese. Sono stato picchiato da un gruppo di internati incaricati dalle guardie del campo. Non mi era concesso parlare con gli altri detenuti. Non avevo accesso a giornali, televisione o radio. Le razioni di cibo erano minime.” Altri prigionieri hanno testimoniato trattamenti simili.</p>
<p>Harry Wu, fuggito dai laogai e rifugiato negli Stati Uniti dove ha fondato l’Ong Laogai Research Foundation, è la voce che informa il mondo intero sul sistema di detenzione coatta della Cina contemporanea. Dopo aver passato 19 anni in diversi laogai, Harry Wu ha pubblicato la testimonianza di centinaia di ex-prigionieri, “affinché la parola laogai entri in tutti i dizionari, in tutte le lingue”. Harry Wu denuncia la presenza di centinaia di campi di lavoro e di detenzione sul territorio cinese. Secondo la sua testimonianza i prigionieri condannati al laogai e al laojiao indossano la stessa uniforme e lo stesso paio di guanti di gomma per un anno intero. I pasti sono tre al giorno ma la quantità di cibo dipende dalla quantità di lavoro svolto. La qualità del cibo è scadente, a base esclusivamente di cereali e di pane. Le giornate lavorative sono di almeno 12 ore, in miniere, aziende agricole e industrie che producono merci di ogni tipo, destinate sia al mercato interno che a quello estero. Al termine della giornata di lavoro, i detenuti sono costretti a studiare per almeno due ore la propaganda comunista di Stato. I campi sono generalmente sovraffollati &#8211; spesso due prigionieri occupano la stessa branda &#8211; e usufruiscono di servizi igienici insufficienti, senza contare che i detenuti svolgono attività lavorative spesso pericolose, a contatto con sostanze chimiche tossiche. Human Rights China ha denunciato l’assenza di cure mediche tempestive in caso di incidenti sul lavoro.</p>
<p>Lunga la lista dei casi di morte nei campi di lavoro forzato e moltissime le cause. Tra i casi più recenti (segnalati dal sito clearharmony.net) quello di Wang Guiming, detenuto nel campo di Chaoyanggou, che il 29 febbraio 2008 si procura la morte mettendo la testa nello scaldabagno. O le morti per tortura. Come quella di Yu Guoxi, ucciso nel campo di lavoro forzato di Benxi nel gennaio 2008 (un metodo spesso utilizzato è il “letto di stiramento”: il detenuto viene sospeso a mezz’aria sul letto anche per 15-20 giorni; questo sistema rende incapaci di camminare per lungo tempo e talvolta lascia esiti permanenti). O quella di Su Ruixan, nel campo di Gaoyang, torturato con bastoni elettrici e frustato con una corda di nylon, con il corpo ricoperto di lividi e di piaghe in suppurazione. O quella di Chen Guilan, morta avvelenata da droghe nel campo di lavoro di Baimalong. O quella di Wu Song, deceduto a causa delle torture subite nel campo di Zhongba, dove, oltre alle brutali percosse, i prigionieri sono costretti durante l’inverno a stare per lunghi periodi senza vestiti. O la morte di Chen Jianzhong nel campo di Xinkaipu, privato per lunghi periodi del sonno e torturato con il bastone elettrico. O le torture su Wu Xindong, condannato a tre anni di lavoro forzato nel campo di Xinhua, picchiato dalle guardie e dai detenuti, incitati dalle guardie stesse, fino alla morte. O il caso di Qiao Zengyi, ammalatosi gravemente nel campo di Changlizi e che, nonostante le richieste di cure mediche fatte dai familiari, viene liberato solo quando non c’è più nulla da fare.<br />
<strong><br />
Capitolo IX &#8211; Organi umani e libero mercato</strong></p>
<p>Mito o leggenda?</p>
<p>Che il traffico d’organi non sia una leggenda o un mito da tabloid ma una drammatica realtà, lo confermano dati e denunce. Le organizzazioni impegnate nel contrastare  questo fenomeno pubblicano pressoché quotidianamente dati, interviste e statistiche. Non mito o leggenda, ma una diffusa rete internazionale che dai paesi a rischio &#8211; come Brasile, Corea del Nord, Filippine, Sud Africa, India e Cina &#8211; fornisce organi a ricchi malati dell’opulento Occidente. E sono le popolazioni più povere, che vivono nelle baracche delle megalopoli, a fornire il prezioso materiale umano. E non solo. Da un’inchiesta fatta da Organs Watch, un&#8217;organizzazione non governativa statunitense che si occupa dello studio del fenomeno, esisterebbe un mercato clandestino per le adozioni di bambini malati afro-brasiliani, alcuni affetti da AIDS, bambini adottati unicamente per la loro dotazione di organi. La stessa organizzazione ha rilevato l’esistenza di una vera e propria rete mondiale di traffico di organi e tessuti, prelevati spesso senza consenso.</p>
<p>Il traffico d’organi è alimentato, di fatto, da povertà e violenza, e prende piede nei paesi dilaniati da guerre civili o da genocidi. Ma si alimenta soprattutto e più di tutto nei regimi totalitari come la Cina, dove le autorità espiantano organi dai prigionieri giustiziati per poi rivenderli, grazie ad ambigue clausole legislative. Come denuncia Harry Wu: “Ancora oggi migliaia di reni, fegati e cornee di condannati a morte sono venduti sul mercato degli organi umani in Cina e nel mondo, e rappresentano una fonte di alti profitti per gli ospedali, la polizia e l’élite del Partito comunista cinese.” (Laogai Research Foundation, <em>Cina Traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati a morte</em>, 2001).</p>
<p>Anche le più importanti associazioni mediche internazionali denunciano il mercato nero di organi che ruota intorno all’espianto dai condannati a morte. La World Medical Association, una delle più autorevoli associazioni mediche internazionali, ha ripetutamente richiamato i governi a intraprendere le misure necessarie per impedire la compravendita di organi, condannando l’espianto dai condannati. In un rapporto pubblicato dalla Bellagio Task Force, un’organizzazione coinvolta nella denuncia del mercato dell’illecito, si legge: “Cosa succederebbe se le società mediche internazionali prendessero sul serio i principi proclamati e istituissero delle commissioni di controllo per tenere sotto stretta sorveglianza le pratiche di donazione degli organi? E se minacciassero di smettere di addestrare i chirurghi che provengono dai paesi dove vengono tollerate simili pratiche?”</p>
<p>Pratiche da cui non è esente l’Italia, visto che il Censis ne denuncia l’esistenza nel suo rapporto <em>La tratta di esseri umani a scopo di traffico d’organi</em>, dove si legge: “È ormai provata con certezza l’esistenza di un commercio internazionale di organi e di tessuti che coinvolge anche l’Italia, sia in forma di compravendita di organi tra adulti consenzienti, sia in forma di viaggi della speranza di benestanti occidentali che si recano nei paesi sottosviluppati per ricevere un trapianto illegale.” Il fenomeno, riferisce ancora il testo, può riguardare “organi comprati, venduti e trapiantati nel paese del donatore (ad esempio, pazienti europei o americani che viaggiano per ricevere un trapianto in India o in Cina)” o anche “organi trapiantati nel paese del ricevente (ad esempio, ricchi asiatici residenti a Hong-Kong o a Taiwan che acquistano gli organi dei condannati a morte in Cina).”</p>
<p>Secondo alcune testimonianze raccolte dalle organizzazioni umanitarie, la pratica del traffico d’organi prelevati ai giustiziati (il numero delle esecuzioni è valutato dalle 2.000 alle 10.000 all’anno) è cominciata in Cina alla fine degli anni Ottanta. Gli organi vengono usati per trapianti sui cittadini cinesi facoltosi o per il “mercato nero” del traffico d’organi internazionale. Tutto ciò accade senza che né i condannati né le loro famiglie abbiano dato il consenso al prelievo <em>post mortem</em>. Amnesty International denuncia che questa pratica sarebbe talmente diffusa che, come dichiara un paziente trapiantato, “tutti in Cina ne sono al corrente”. Al contrario, la Corte Suprema del Popolo dichiara che l’espianto d’organi dai condannati a morte sarebbe una pratica “abbastanza eccezionale” e che viene effettuata solo se i condannati hanno “volontariamente deciso di donare gli organi e firmato i relativi documenti, oppure se i loro familiari hanno acconsentito al prelievo”. (C’è da chiedersi, poi, quanto possa essere “libero” il consenso dato da un uomo in procinto di essere ucciso.) Un’inchiesta della British Broadcasting Corporation rivela, al contrario, un vero e proprio commercio di organi per i trapianti. L’ospedale centrale di Tianjin, ad esempio, avrebbe dichiarato di poter procurare un fegato per il trapianto al costo di 68.100 euro proveniente da un condannato a morte. Nel 2006, il vice ministro alla sanità cinese, Huang Jiefu, ammette per la prima volta che la maggior parte degli organi per i trapianti proviene dai condannati a morte. Nel corso del summit nazionale sul trapianto d’organi dichiara che “la maggior parte degli organi sono prelevati dai condannati uccisi”, aggiungendo che “le pubbliche autorità richiedono il consenso informato dei prigionieri o delle loro famiglie alla donazione degli organi”. Huang Jiefu ribadisce che il prelievo, la distribuzione e il trapianto degli organi “debbono avvenire con l’attento controllo delle amministrazioni e deve essere eliminato il mercato nero” e annuncia l’istituzione di un registro pubblico per tutte le donazioni.</p>
<p>A breve distanza da queste dichiarazioni, il primo agosto 2006, entra in vigore la nuova normativa che dovrebbe regolare il trapianto d’organi in Cina. Le nuove procedure proibiscono il trasporto non autorizzato dei corpi e l’espianto degli organi in strutture non autorizzate. La pratica, proibita quindi nelle strutture private, resta ammessa per gli istituti medici, le scuole di medicina e gli istituti di ricerca solo dopo aver ottenuto il consenso alla donazione dei corpi e l’approvazione delle autorità sanitarie. Con questa normativa Pechino cerca di fermare lo scandalo internazionale collegato all&#8217;espianto di organi dai corpi dei condannati a morte, che verrebbero giustiziati a seconda delle richieste di mercato, mediato da strutture sanitarie private. In una risoluzione approvata dal Parlamento Europeo il 14/05/1998 (Risoluzione B4-0496, G.U. C 167 01/06/1998, p. 224) viene richiesto alla Commissione e al Consiglio di intervenire presso la Repubblica Popolare Cinese per porre fine al commercio di organi umani. Il Ministero della Sanità ammette per la prima volta che il traffico d’organi in Cina è una realtà, anche se limitata, e la normativa promulgata permetterà di eliminarlo.</p>
<p>Ciò nonostante, le famiglie dei giustiziati e la gran parte delle organizzazioni umanitarie presenti in Cina denunciano che la pratica dell’espianto d’organi dai condannati avviene regolarmente senza alcun consenso e che generalmente i corpi delle vittime non vengono consegnati ai congiunti. Anche molti chirurghi cinesi denunciano che la normativa non ha avuto alcun risultato. Il commercio continua.</p>
<p><em>Storia di un commercio</em><br />
Ciò che ha reso possibile l’uso spregiudicato di organi umani nei trapianti è la sintesi in laboratorio della ciclosporina agli inizi degli anni Ottanta, prodotta e messa sul mercato internazionale dalla Novartis. La ciclosporina impedisce la reazione immunitaria di rigetto verso l’organo trapiantato, riducendo in questo modo il problema legato alla compatibilità tra donatore e ricevente. C’è da notare, tra l’altro, che nessuna normativa che limiti l’uso e la vendita di tale farmaco è prevista da nessuna parte nel mondo occidentale. Ci si chiede infatti come mai, nonostante le numerose denunce di commercio d’organi, la vendita di ciclosporina sia consentita ovunque e a chiunque senza nessuna normativa che ne limiti l’uso a quelle strutture ospedaliere che rispettano gli standard internazionali di donazione d’organi.</p>
<p>A fronte della “scarsità di organi” disponibili e delle elevate richieste la Cina provvede. Lo stesso anno in cui la ciclosporina diviene disponibile sul mercato, il 1984, il governo emana le “Regole concernenti l’utilizzazione del cadavere o degli organi dei condannati a morte”. In base a questa legge, gli organi dei condannati a morte possono venire prelevati ed utilizzati per il trapianto. La legge prevede che tale pratica sia possibile se il prigioniero o la sua famiglia concede il consenso e stabilisce che tutta la procedura di espianto sia effettuata nella totale segretezza, proibendo che vengano resi noti i riceventi degli organi e i nomi dei chirurghi coinvolti nell’espianto-trapianto. È ovvio che tale “segretezza”, più che al rispetto della privacy di donatore e ricevente, sia finalizzata a secretare l’uso e l’abuso dell’intero sistema.</p>
<p>Un altro importante elemento a favore del traffico è l’uso di iniezione letale, consentita in Cina e in soli due altri paesi al mondo, Stati Uniti e Singapore. Dalle denunce fatte dalle associazioni per i diritti umani, in Cina il numero delle esecuzioni mediante iniezione letale è in crescita. Ciò consente di avere a disposizione un corpo “illeso” al termine dell’esecuzione. Tutta la procedura è semplificata dall’utilizzo di un furgone mobile attrezzato al prelievo di organi. Il “furgone della morte” permetterebbe così esecuzioni clinicamente sicure e un tempestivo trasporto del corpo ai centri medici deputati all’espianto. Il segreto di Stato che aleggia intorno a tutto questo fa il resto. L’uso dei furgoni mobili per le esecuzioni capitali viene poi giustificato dalle autorità per i vantaggi economici che offre e perché assicura la “localizzazione” delle sentenze, che possono essere eseguite lì dove sono stati commessi i crimini, con un impatto emotivo ed esemplare per la popolazione locale. Sull’uso dell’iniezione letale per le esecuzioni capitali è in corso un ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che le ha temporaneamente sospese. Il ricorso è stato presentato dagli oppositori della pena di morte e in esso viene denunciata l’atrocità del sistema: l’iniezione letale provoca una morte lenta e dolorosa.</p>
<p><em>Mors tua, vita mea!</em><br />
Un fattore non trascurabile che alimenta il mercato nero di organi umani e ne permette l’esistenza è dato dagli acquirenti. È ovvio. C’è chi, pur di salvare la propria vita, è disposto non soltanto a spendere del denaro ma a usufruire di un’altra vita umana, senza alcuno scrupolo, senza chiedersi da dove questi organi provengano o comunque giustificandone l’uso. Ci si potrebbe interrogare su questa forma di cannibalismo e sulle sue antiche origini ma sicuramente sarebbe inutile. Fatica sprecata. In fondo c’è chi uccide e c’è chi paga qualcun altro per farlo.</p>
<p>Il quotidiano israeliano “Maariv” riporta un’interessante notizia. La Cina sarebbe divenuta la meta “preferita” degli israeliani che necessitano di un trapianto. Questo perché il governo cinese mette sul mercato non solo svariati oggetti a buon mercato, ma anche organi umani – e nemmeno plagiati – al 30 per cento in meno rispetto a Bulgaria, Colombia, Russia o Sudafrica. Un’occasione da non perdere. Secondo il giornale gli organi provengono da condannati a morte, espiantati in un moderno centro medico pubblico di Canton. In merito, il presidente dell’Associazione israeliana dei trapiantati di rene dice: “La Cina e le Filippine sono divenute le mete preferite perché i reni vengono prelevati da condannati a morte, i cui organi appartengono allo Stato, e perché i trapianti vengono effettuati sotto supervisione governativa”. E perciò in tutta sicurezza, così come dichiara Abraham Sasson, un trapiantato di rene in Cina: “Il trapianto è relativamente poco costoso, l&#8217;assistenza medica è buona. Le autorità cinesi prelevano gli organi delle persone che hanno condannato a morte e li vendono ufficialmente”. Ha spiegato poi che “ci sono decine di israeliani che come me hanno subito un trapianto in Cina e sono tutti contenti. Non mi crea problemi il fatto che il rene ricevuto sia quello di un condannato a morte”.</p>
<p>Anche i giapponesi fanno la loro parte. Il quotidiano britannico “The Indipendent” racconta la storia di un ricco uomo d’affari giapponese, Kenichiro Hokamura, che spiega: “Ci sono 100 persone in lista di attesa solo nella mia prefettura, sarei morto prima di trovare un donatore.&#8221; Così, per la cifra di 6,8 milioni di yen (circa 75.000 euro), trova il rene di un uomo giustiziato. Hokamura dichiara ancora: &#8220;Sono rimasto in dialisi quattro anni e quattro mesi. Non potevo più aspettare.&#8221;<br />
Dicono che sui muri degli ospedali cinesi compaia la scritta <em>shen</em>, rene, con a fianco un numero di cellulare. Forse per contrattarne il prezzo.</p>
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		<title>La pausa pranzo è la merenda d&#8217;ogni morte</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/26/la-pausa-pranzo-e-la-merenda-dogni-morte/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Mar 2008 18:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/ugo.bmp" title="ugo.bmp"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quando puntualmente  tornai in sedia a rotelle dall&#8217;ultima presentazione del mio <em>Memorie di due vecchi blogger pentiti</em>, scritto in collaborazione con Loredana Lipperini, ero completamente sfinito.<br />
L&#8217;infermiera Korrada Iordanescu m&#8217;infilò la flebo in bocca per alimentarmi coi soliti quadrucci liofilizzati del Mulino Bianco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/26/la-pausa-pranzo-e-la-merenda-dogni-morte/">La pausa pranzo è la merenda d&#8217;ogni morte</a></p>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quando puntualmente  tornai in sedia a rotelle dall&#8217;ultima presentazione del mio <em>Memorie di due vecchi blogger pentiti</em>, scritto in collaborazione con Loredana Lipperini, ero completamente sfinito.<br />
L&#8217;infermiera Korrada Iordanescu m&#8217;infilò la flebo in bocca per alimentarmi coi soliti quadrucci liofilizzati del Mulino Bianco.<br />
Una volta ripreso un po&#8217; di tono, Korrada mi condusse a letto. Con le ultime forze tentai di palparle la natica destra di bianco coperta, poi la mia piccola mano grinzosa cadde nel freddo vuoto bianco del letto ospedaliero. <em>Deve dormire dotore Kappa</em>, disse la simpatica sessantenne spiegando un sorriso transilvanico.</p>
<p><span id="more-5582"></span><br />
Dormii a sussurri e grida per buona parte della notte. Svegliatomi alle quattro, dettai alla mia segretaria Karinzia von Weisstrommel un capitolo di 1.212 battute spazi inclusi del mio prossimo libro &#8211; che spero sarà pubblicato postumo -, <em>Memorie del sottogola</em>.<br />
Alle otto, mio caro nipote Valdemaro (caro!) sei arrivato tu. Con l&#8217;ingenuità a spoiler carenato dei tuoi diciassette anni. Pensa Valdemaro (caro!): io alla tua età ero incastrato negli anni Settanta dello scorso secolo. Di quel periodo astronomicamente odioso si sono perse fortunatamente le fecali, vergognosissime tracce.</p>
<p>Ora tu, che stai per cominciare a lavorare nella ditta di tuo padre (mio figlio Aalvaro Aalto, per chi fosse in ascolto) mi chiedi cosa vuol dire vivere nel mondo del lavoro.<br />
Del mondo del lavoro di oggi non so nulla, Valdemaro (caro!). Ho ricordi foschi e bradi del mondo del lavoro di quando lavoravo io, prima di smettere, per cominciare a scrivere i miei libri, che lavoro proprio non sono, che di lavoro proprio non se ne parla. (A proposito, alla presentazione non sei venuto, e hai fatto bene: mi presentava la voce sintetizzata del povero Antonio D&#8217;Orrico, davvero niente di che; scherzava sulle stroncature che mi fece all&#8217;inizio del millennio, e a me è venuta a brancare alla ghiandola pineale una madida strizzata d&#8217;angoscia, pensavo a quell&#8217;uomo più vecchio persino di me che insiste da mezzo secolo ad occuparsi di libri che non aveva scritto lui, una cosa di una tristezza senza fondo, nipote mio, e tutto questo per fare paura ai pavidi, per essere incensato dai conigli, per provare a fottersi nell&#8217;orgia del potere.)</p>
<p>Bene, io del mondo del lavoro (1983-1997), insomma del periodo durante il quale feci lo sgobbone disperatissimo per uffici vari governati da delinquenti vari prima di decidere a fare il grande salto nel buio oltre la siepe oscura, non ricordo che pochi momenti, tutti parimenti orribili. Non voglio spaventarti, Valdemaro mio (caro!), ma lavorare non solo stanca, non solo annoia, ma, soprattutto, uccide. Il lavoro è un assassino a sangue freddo, e prezzolato; paga te, la vittima, che così diventi anche il mandante dell&#8217;omicidio.<br />
Del lavoro &#8211; di quando lavoravo, oh sì Valdemaro nipote (caro!), di quando buttavo i miei anni migliori giù per scarichi e bidoni e lavandini e scrivanie e attorno a volanti d&#8217;auto che scorrevano puzzolenti per autostrade intasate d&#8217;odio liturgico &#8211; ricordo soprattutto le mortifere pause. Cosa c&#8217;è di più triste di una pausa, in fondo a tutti i fondi? Il povero condannato ai lavori forzati agogna fermare il suo straziante lavorio inutile per concedersi il tozzo di pane dei suoi carcerieri&#8230; Eccolo, dunque, il momento della più atroce sconfitta, quando sei veramente, intimamente divenuto una vittima! Perché solo allora, nel breve spazio di distacco dalla tortura, dimostri, azzannando il pane concesso o il companatico o tirando di sguincio genuflesso dalla sigaretta, che sei divenuto un animale desiderante, e questo tuo desiderio s&#8217;è rimpicciolito fino a diventare di grado infimo, vicino allo zero mortale, e certifichi d&#8217;essere uno schiavo ancor più che nell&#8217;operare; è la <em>siesta</em> che ti dipinge schiavo, non il sudore della tua fronte.</p>
<p>Sì, è così, Valdemaro (caro!), e allora cosa posso raccontarti, ora che sono alle ultime flebo, alle ultime infilzate di catetere, alle ultime righe &#8211; non voglio nemmeno parlare più di paragrafi &#8211; dell&#8217;ultimo libro? Ti posso raccontare di quando, nei primi anni Ottanta del secolo scorso, andavo negli inflessibili <em>mesdì </em>col mio collega Nicola Monopoli della General Distribution S.r.l. per Sesto Marelli, nel grigiume dell&#8217;estrema periferia di Milano, a cercare qualcosa da mettere sotto i denti: la solita pizzeria <em>Marechiaro</em> dove durante i mondiali di <em>Messico 86</em> vidi addirittura Maurizio Mosca, un giornalista sportivo allora in tristissima auge, e dove soprattutto ordinavamo le due pizze margherite bruciaticce e contemporaneamente mezze flosce da portarci in ufficio, mentre il vecchio telex andava rapido ma non invisibile nella giaculatoria: &#8220;<em>pls reply, for libyan jamahirya, paper and printing sector benghazi, pls send us letter of credit for payment invoice nr. 78966 from proforma invoice nr. 67/a spare parts for printing machine nebiolo macchine spa. tkanks in advance. b.rgds</em>&#8220;.</p>
<p>Oppure a volte finivamo dal rosticcere più avanti, davanti alla fermata MM di Sesto Marelli, il Negri, coi suoi baffoni e la sua parlata milanesissima, a far fuori la vaschetta in alluminio di rane fritte, che consumavamo sempre alla scrivania, innaffiando il tutto con una triste Fanta, o con una Coca Cola povera e sola.<br />
Oppure, l&#8217;anno prima, con mio padre, il tuo caro bisnonno Carl, alla mensa della ditta, con il suo amico Paolo che gli diceva, al dessert, &#8220;<em>Te vist </em>Carlo, l&#8217;è il  taleggio che aumenta il tiraggio!&#8221;, e ci facevamo fuori quelle paste scotte &#8211; che a quel crucco del tuo bisnonno, Valdemaro, mica facevano schifo, però &#8211; e quelle bistecchine da malato cronico, da povero Corazzini prima del limite poetico gozzaniano del <em>mendel</em>.<br />
Finché col tuo bisnonno finimmo a mangiare negli spogliatoi, lui versava il suo tè dal thermos, e giù ad addentare panini al prosciutto Montorsi o al taleggio Mauri o Cademartori della tua bisnonna e focacce del Catelani, il prestinaio che incontravamo sulla strada, via Legioni Romane. Che algida tristezza, con di faccia a noi quei finestroni spalancati sul nulla, e le fabbriche intorno come lager del <em>benessere</em>, e le tangenziali squassanti di ferodi e gomma bruciata e benenzolparacetilenezyklonico compresso.</p>
<p>Oppure, anni e anni dopo, a Monza, quando stetti a lavorare per sei infiniti mesi da quel bastardo di baffo stinto dei vassoi in plastica, e all&#8217;ora della pausa saltavo sulla Citroen AX e via, sempre agli stessi posti, in quel bar con quei due imbecilli con la faccia brianzolante che mollavano panini a peso d&#8217;oro, o dal pizzaiolo <em>terunass</em> al trancio, a mangiarlo, il trancio, in mezzo ad altri disperati da Weimar <em>milanés</em> dell&#8217;ostia sconsacrata.</p>
<p>La pausa pranzo sul lavoro, caro nipote, è la merenda d&#8217;ogni morte, ricordalo. Ora che sto per togliermi una buona volta dai piedi <em>of life</em>, ho chiaro in testa che l&#8217;assaggio precoce ma vero della nostra fine lo abbiamo soltanto in quei truci momenti di azzannaggio, non quando va veramente tutto male. Quando va male si è più che mai infissi <em>a palomar</em> nella pulsazione indefessa della vita. E&#8217; la pausa pranzo, che è una sospensione in mezzo al fetido guado di una giornata perfettamente inutile, che rappresenta la nostra inutilità, e la nostra giusta fine. Se puoi, dunque, scappa. Se puoi salta il pranzo, lavora o ancor meglio corri per le strade, infilati un <em>monsteripod</em> alle orecchie e ascolta Wagner, Kalashnikov, Mauser Stahl, i Fucking Angels, gli Small Faces, i Joy Division, i Television, Michele, Dino, Robertino, Sara Bareilles, insomma ascolta il rumore di una musica. Che essa ti doni la distrazione dalla merenda mortale che tutti gli altri puntualmente consumano. Prova la fame, nipote. La fame è sempre meglio che masticare la propria fine.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/26/la-pausa-pranzo-e-la-merenda-dogni-morte/">La pausa pranzo è la merenda d&#8217;ogni morte</a></p>
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		<title>Tortura di Stato</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 15:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di &#8220;sospensione dei diritti umani&#8221;, ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell&#8217;amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere &#8220;buono&#8221; diceva ai &#8220;prigionieri&#8221; di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell&#8217;acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.<br />
<span id="more-5520"></span><br />
Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato &#8211; contro i 45 imputati &#8211; che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 &#8220;fermati&#8221; e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.</p>
<p>Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista&#8230;). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che &#8220;soltanto un criterio prudenziale&#8221; impedisce di parlare di tortura. Certo, &#8220;alla tortura si è andato molto vicini&#8221;, ma l&#8217;accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.</p>
<p>Il reato di tortura in Italia non c&#8217;è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo &#8211; né avvertito il dovere in venti anni &#8211; di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell&#8217;Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d&#8217;uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l&#8217;abuso di ufficio, l&#8217;abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell&#8217;indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).</p>
<p>Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa &#8220;degli altri&#8221;, di quelli che pensiamo essere &#8220;peggio di noi&#8221;. Quel &#8220;buco&#8221; ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che &#8211; per tre giorni &#8211; ci è già appartenuta.</p>
<p>Nella prima Magna Carta &#8211; 1225 &#8211; c&#8217;era scritto: &#8220;Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese&#8221;. Nella nostra Costituzione, 1947, all&#8217;articolo 13 si legge: &#8220;La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà&#8221;</p>
<p>La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un&#8217;accorta gestione, si sono voluti cancellare i &#8220;luoghi della vergogna&#8221;, modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l&#8217;idea di farne un &#8220;Centro della Memoria&#8221; a ricordo delle vittime dei soprusi. C&#8217;è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i &#8220;carcerieri&#8221; accompagnavano l&#8217;arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come &#8220;Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!&#8221;, cori di &#8220;Benvenuti ad Auschwitz&#8221;.</p>
<p>Dov&#8217;era il famigerato &#8220;ufficio matricole&#8221; c&#8217;è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come &#8220;Morte agli ebrei!&#8221;, ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.</p>
<p>Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l&#8217;ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l&#8217;ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).</p>
<p>A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: &#8220;Allora, non li vuoi vedere tanto presto&#8230;&#8221;. A un&#8217;altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l&#8217;avvocato. Minacciano di &#8220;tagliarle la gola&#8221;. M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: &#8220;Vengo a trovarti, sai&#8221;. Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti &#8211; gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra &#8211; e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni &#8220;per accertare la presenza di oggetti nelle cavità&#8221;.</p>
<p>Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i &#8220;prigionieri&#8221; di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono &#8211; 55 &#8220;fermati&#8221;, 252 &#8220;arrestati&#8221; &#8211; sono approssimativi. Meno imprecisi i &#8220;tempi di permanenza nella struttura&#8221;. Dodici ore in media per chi ha avuto la &#8220;fortuna&#8221; di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia &#8220;media&#8221; &#8211; prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera &#8211; è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all&#8217;ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.</p>
<p>È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le &#8220;posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa&#8221;. La &#8220;posizione del cigno&#8221; &#8211; in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro &#8211; è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell&#8217;attesa di poter entrare &#8220;alla matricola&#8221;. Superati gli scalini dell&#8217;atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della &#8220;posizione&#8221; peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;, in punta di piedi.</p>
<p>Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato &#8220;entro stasera vi scoperemo tutte&#8221;; agli uomini, &#8220;sei un gay o un comunista?&#8221; Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: &#8220;viva il duce&#8221;, &#8220;viva la polizia penitenziaria&#8221;. C&#8217;è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un &#8220;trauma testicolare&#8221;. C&#8217;è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.</p>
<p>D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano &#8220;di rompergli anche l&#8217;altro piede&#8221;. Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. &#8220;Comunista di merda&#8221;. C&#8217;è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di &#8220;non picchiarlo sulla gamba buona&#8221;. I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.</p>
<p>Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: &#8220;Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?&#8221;. S. D. lo percuotono &#8220;con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi&#8221;. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: &#8220;Troia, devi fare pompini a tutti&#8221;, &#8220;Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte&#8221;. S. P. viene condotto in un&#8217;altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e &#8220;a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania&#8221;. J. S., lo ustionano con un accendino.</p>
<p>Ogni trasferimento ha la sua &#8220;posizione vessatoria di transito&#8221;, con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C&#8217;è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.</p>
<p>In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l&#8217;altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: &#8220;I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone&#8221;. Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.</p>
<p>B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: &#8220;E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci&#8221;. Poi un&#8217;agente donna gli si avvicina e gli dice: &#8220;È carino però, me lo farei&#8221;. Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell&#8217;unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all&#8217;accompagnatore. Che sono spesso più d&#8217;uno e ne approfittano per &#8220;divertirsi&#8221; un po&#8217;.</p>
<p>Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, &#8220;arrangiandosi così&#8221;. A. K. ha una mascella rotta. L&#8217;accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto &#8220;se è incinta&#8221;. Nel bagno, la insultano (&#8220;troia&#8221;, &#8220;puttana&#8221;), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: &#8220;Che bel culo che hai&#8221;, &#8220;Ti piace il manganello&#8221;.</p>
<p>Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché &#8220;puzzano&#8221; dinanzi a medici che non muovono un&#8217;obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato &#8220;strattonato e spinto&#8221;.</p>
<p>Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con &#8220;questo è pronto per la gabbia&#8221;. Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di &#8220;trofei&#8221; con gli oggetti strappati ai &#8220;prigionieri&#8221;: monili, anelli, orecchini, &#8220;indumenti particolari&#8221;. È il medico che deve curare L. K.</p>
<p>A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un&#8217;iniezione. Chiede: &#8220;Che cos&#8217;è?&#8221;. Il medico risponde: &#8220;Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!&#8221;. G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All&#8217;arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c&#8217;è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due &#8220;fino all&#8217;osso&#8221;. G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede &#8220;qualcosa&#8221;. Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.</p>
<p>Per i pubblici ministeri, &#8220;i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria&#8221;.</p>
<p>Non c&#8217;è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell&#8217;estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un&#8217;osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che &#8211; ha ragione Marco Revelli a stupirsene &#8211; l&#8217;indifferenza dell&#8217;opinione pubblica, l&#8217;apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.</p>
<p>Possono davvero dimenticare &#8211; le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato &#8211; che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la &#8220;dimensione dell&#8217;umano&#8221; di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre &#8220;con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l&#8217;etica, con l&#8217;identica allergia alla coerenza&#8221;?</p>
<p><em>(17 marzo 2008)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
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		<title>Due letture sul terrorismo</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2005 16:09:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Propongo due letture estive anti-propaganda sul tema del terrorismo: <strong>Iraq</strong> di <strong>Slavoj Žižek </strong>e <strong>La nuova economia del terrorismo</strong> di <strong>Loretta Napoleoni</strong>. Il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nella lotta contro il “terrorismo islamico”, partecipando all’intervento militare in Iraq.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/08/11/due-letture-sul-terrorismo/">Due letture sul terrorismo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Propongo due letture estive anti-propaganda sul tema del terrorismo: <strong>Iraq</strong> di <strong>Slavoj Žižek </strong>e <strong>La nuova economia del terrorismo</strong> di <strong>Loretta Napoleoni</strong>. Il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nella lotta contro il “terrorismo islamico”, partecipando all’intervento militare in Iraq. Siamo quindi da tempo bersagli di una possibile rappresaglia. Per ora siamo innanzitutto bersagli di una propaganda “occidentale” che ha alcuni obiettivi di fondo: 1) sacralizzare il nemico terrorista, rendendolo incarnazione del Male e impedendo così ogni analisi politica delle sue azioni; 2) spostare l’attenzione sull’aspetto “religioso” del nemico terrorista, impedendo un’analisi del suo aspetto “economico”; 3) legittimare l’ingiustificabile guerra in Iraq, rendendo impronunciabile ogni contestazione di tipo pacifista; 4) legittimare la restrizione delle libertà fondamentali, acquisendo strumenti di maggiore controllo e repressione delle opposizioni politiche interne (movimenti altermondialisti, ecc.); 5) legittimare l’uso ufficiale della tortura oggi e di una eventuale bomba atomica “tattica” domani, di fronte all’estrema barbarie del nemico terrorista.</em><br />
<span id="more-1266"></span><br />
A questi obiettivi ne va aggiunto un altro, meno immediato negli effetti, ma di portata ben più ampia: una ripulitura dell’aspetto barbaro del capitalismo nella sua versione coloniale e neocoloniale. Il terrorismo, che è stato per almeno cinquant’anni considerato la modalità di scontro più praticabile nel periodo della Guerra fredda, sia per i movimenti di liberazione sia per le potenze occidentali che si opponevano ad essi, diviene ora una modalità aberrante ed esclusiva del fondamentalismo islamico armato. Per di più, l’associazione esclusiva tra Al-Qaeda, la jihad e il terrorismo, come sottolinea Žižek, favorisce speculazioni sul carattere “intrinsecamente” terroristico della religione islamica.</p>
<p>Partiamo subito da una domanda spregiudicata, che si pone <strong>Žižek</strong>:<br />
“perché no gli Stati Uniti come polizia globale? (…) pensiamo alla percezione, largamente condivisa, degli Stati Uniti come nuovo Impero romano. <em>Il problema degli Stati Uniti oggi non è che sono un nuovo impero globale, ma che non lo sono: in altre parole, pur pretendendo di esserlo, continuano ad agire come uno stato-nazione, perseguendo i propri interessi senza sosta</em>.”</p>
<p>Io credo che bisognerebbe radicalizzare il punto di vista di Žižek: gli Stati Uniti non riescono neppure ad agire come un vero stato-nazione, se questo significa perseguire politiche che riescano ad armonizzare gli interessi delle varie realtà sociali ed economiche che costituiscono il paese. A quale “nazione” giova la politica del governo Bush? Il problema del conflitto d’interessi, prima di essere una caratteristica italiana come la pizza e il mandolino, è una specificità statunitense, degli ultimi governi repubblicani della famiglia Bush. Bisognerebbe allora chiedersi: può un paese del capitalismo avanzato, dove l’interesse privato minaccia costantemente quello pubblico, fare una politica estera di “stato-nazione”? Oggi, poi, l’assurdità è accentuata dal fatto, che la politica che gli Stati Uniti pretendono di fare vorrebbe essere mondiale, imperialistica. Il problema è che non ne sono capaci. Il fallimento in Iraq, il più grave dopo quello del Vietnam, lo dimostra. Hanno annunciato che si ritireranno dal paese, anche se la guerriglia non sarà sconfitta e nel paese non sarà tornata la pace. Perché gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Iraq?</p>
<p>La popolazione statunitense non è diversa dalla nostra. Non è disposta a vedere morire la propria gente per un ideale troppo astratto come “garantire la democrazia nel mondo”. Tale popolazione, inoltre, <em>è</em> particolarmente poco attenta e curiosa a ciò che è il resto del mondo. Questo fa si ché la potenza imperialista non possa subire gravi perdite in termini di vite umane. La polizia mondiale statunitense non può rischiare di perdere troppi poliziotti. In Iraq finisce, infatti, che i poliziotti se ne stanno rintanati nelle loro questure, mentre fuori impazza la malavita. Ciò che gli Stati Uniti non dovrebbero mai fare è trovarsi nella situazione di <em>dover occupare militarmente un territorio</em>. E invece pretendono di farlo. Ma perché questa <em>incoerenza</em>? Si potrebbe rispondere così: il successo militare (imperialista), è del tutto secondario rispetto al successo economico delle aziende (private) che riforniscono il Pentagono o di quelle che estraggono e raffinano il petrolio.</p>
<p>In conclusione, affidarsi alla politica di polizia mondiale degli Stati Uniti, significa mettersi nelle mani di un poliziotto <em>inaffidabile</em> sotto troppi punti di vista. Lo conferma di continuo anche il libro della <strong>Napoleoni</strong>. Gli Stati Uniti si sono candidati anche come polizia mondiale antidroga in lotta contro il traffico mondiale di stupefacenti. Soltanto che: “Milioni di dollari frutto del narcotraffico a livello mondiale sono ripuliti negli Stati Uniti (dal 30 al 40 percento finisce nell’economia statunitense) mentre il resto viene erogato nell’economia illegale internazionale e (…) è utilizzato per alimentare la nuova economia del terrorismo.”</p>
<p>Facciamo un paio di esempi concreti, citati dalla <strong>Napoleoni</strong>. Il caso della <strong>Colombia</strong>. Dal 1964 è attivo nel paese il FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). È un’organizzazione di tendenza marxista che lotta a favore dei contadini contro i grandi proprietari terrieri e che si oppone all’influenza statunitense e alla privatizzazione delle risorse naturali. Nel corso della sua storia, per poter sopravvivere, il <strong>FARC</strong> ha finito per stringere un’alleanza, intorno agli anni ’80, con i narcotrafficanti colombiani. Ora, la cocaina colombiana è giunta negli Stati Uniti attraverso la “sponda” cubana. <strong>Cuba</strong>, infatti, in cambio di una percentuale sui profitti del traffico, si è proposta come punto di approdo delle navi provenienti dalla Colombia. E da Cuba, poi, su piccole imbarcazioni, la coca giunge in <strong>Florida</strong>. In tutto questo traffico, le banche statunitensi intervengono nella fase delicata del riciclaggio degli enormi profitti della vendita. Scrive la Napoleoni:</p>
<p>“alla metà degli anni ottanta il contrabbando di droga dalla Colombia faceva affluire nell’economia della Florida circa quindici milioni di dollari all’anno. Questa gigantesca iniezione di contanti proveniva perlopiù dal riciclaggio di denaro sporco, che inevitabilmente corrompeva le strutture finanziare dello stato. Le banche, sempre assetate di denaro fresco, erano ben disposte verso operazioni con un’elevata liquidità e non facevano domande imbarazzanti (…).”</p>
<p>In un paese del capitalismo avanzato, che propugna il liberalismo come unica ricetta economica, le <strong>banche</strong> sono al di fuori di qualsiasi regolamentazione. Quando si parla, a proposito del terrorismo o del narcotraffico, di “legislazione d’emergenza”, bisognerebbe applicarla innanzitutto alle banche e alle strutture finanziarie. <em>Perché non si parla mai di una legislazione d’emergenza in ambito finanziario? </em>Siamo disposti a tenere un individuo vagamente sospetto in cella per un tempo sempre più dilatato, sperando di trarne chissà quali magnifici vantaggi, ma non si solleva nemmeno lontanamente questo semplice problema: come possiamo limitare drasticamente l’autonomia delle banche nel raccogliere denaro sospetto?</p>
<p>Eccoci in pieno in una di quelle fondamentali <strong>contraddizioni di sistema </strong>che dovrebbero imporre, ad ogni passo, un’<strong>autocritica costante</strong> ai sostenitori di una società libera e democratica fondata su un’economia di tipo capitalistico. Il male che ci minaccia sotto le sembianze di kamikaze con turbante o passamontagna è in parte un <strong>male nostro</strong>, da noi nutrito in molti modi. Il primo passo per combatterlo è allora operare sul proprio corpo, sulla sua fisiologia. È una questione pragmatica, di efficacia dell’azione. È più facile controllare ciò che è già in mio potere (banche e istituti finanziari, ad esempio) piuttosto che controllare ciò che sfugge al mio potere (cellule terroristiche segrete, basi d’addestramento all’estero).</p>
<p>Ci troviamo così confrontati a questo paradosso: <strong>la burocrazia del controllo delle persone s’infittisce spaventosamente, laddove quella del controllo dei soldi permane in uno stato di permeabilità e porosità assoluta</strong>. Siamo disposti a lasciar sparare in testa ad un innocente, come è accaduto al cittadino brasiliano assassinato dalla polizia londinese, ma non ci permettiamo di minacciare lontanamente il segreto bancario.</p>
<p>(Questo punto è toccato anche da <strong>Žižek</strong>, parlando della legislazione europea in fatto di immigrazione. Egli scrive: “Recentemente, un’ignominiosa decisione dell’Unione Europea è passata praticamente sotto silenzio: il progetto di istituire una polizia di confine paneuropea per assicurare l’isolamento del territorio dell’Unione e prevenire i flussi di immigrazione. Questa è le verità della globalizzazione: la costruzione di nuovi muri che salvaguardino la prospera Europa dalle orde degli immigrati. (…) nella stracelebrata circolazione aperta del capitalismo globale, sono le “cose” (le merci) a circolare liberamente, mentre la circolazione delle “persone” è molto più controllata.”)</p>
<p>Facciamo un altro esempio, che nulla a che fare con la lotta al terrorismo. Il problema <strong>Africa</strong>, ossia il problema delle guerre africane, delle guerre tra stati e delle guerre civili. Queste guerre sono grandemente responsabili del mancato sviluppo di molti paesi africani e della condizione di miseria in cui vive una larga fetta di popolazione. Qual è l’atteggiamento dei ricchi paesi europei, nei confronti dell’Africa? <strong>Gli aiuti</strong>. Fornire aiuti, alimentare la “cooperazione”. Solo che gli aiuti non sembrano risolvere i problemi. I razzisti dicono che è colpa semplicemente degli africani, che “il difetto è nel manico”, che quella gente non sa far altro che fare la guerra e rubare. I più illuminati disquisiscono sulle forme che questo aiuto dovrebbe avere per essere efficace. Un giovane giornalista tanzaniano, nel documentario <strong>L’incubo di Darwin </strong>(mai uscito in Italia), propone una semplice soluzione al problema. <strong>Le aziende europee cessino di vendere armi ai paesi africani</strong>. Senza armi non si possono armare i poveri, che attendono le guerre come unica possibilità per ottenere uno stipendio decente. L’unica economia che funziona sempre e ovunque in Africa è l’economia di guerra. Smettiamo di mandare sacchi di farina e impegniamoci a livello europeo per impedire alle nostre aziende di vendere armi all’Africa. Avete mai sentito difendere questo argomento nei ripetuti dibattiti sulle sciagure dell’Africa? Forse non si tratta della soluzione unica e infallibile. Ma come mai non ne parla nessuno?</p>
<p>(Il documentario <strong>L’incubo di Darwin </strong>- <em>Darwin’s nightmare </em>- del registra austriaco <strong>Hubert Sauper </strong>mette a nudo il complesso traffico tra Europa e Africa che ha in <strong>Tanzania</strong> il luogo di snodo principale. Le aziende del pesce, i cui proprietari sono <strong>indiani</strong>, si servono di manodopera locale sottopagata per raccogliere e confezionare il persico del Nilo, pesce infestante del Lago Vittoria. Aerei cargo di compagnie aeree <strong>russe </strong>o <strong>ucraine</strong> giungono in Tanzania in apparenza vuoti, per caricare tonnellate di pesce da depositare in Europa. In realtà, gli aerei giungono carichi di armi di fabbricazione europea, da smistare verso i compratori africani. Gli africani vendono insomma <strong>tutto</strong> il loro pesce agli europei a prezzi bassissimi e comprano da noi armi a prezzi di mercato per ammazzarsi. In termini di responsabilità, essa va divisa equamente tra i corrotti governi africani e i cinici governanti europei. Iniziamo allora a prenderci le nostre responsabilità, obbligando i nostri governi a legiferare in materia. Basterebbe, anche qui, creare una <strong>legislazione d’emergenza sulla vendita di armi europee in Africa</strong>, per favorire concretamente la soluzione del problema.)</p>
<p>L’ultimo esempio di contraddizioni di sistema dell’attuale capitalismo e dell’impossibilità degli Stati Uniti di condurre una politica imperialistica o anche soltanto coerentemente nazionalista, ci è fornito ancora una volta da Loretta Napoleoni. Non si tratta dei due casi più celebri: il sostegno statunitense al regime talebano e a quello irakeno, che da amici divengono di colpo nemici. Parliamo ora delle guerra nella ex-Iugoslavia. Leggiamo:</p>
<p>“Visto il risultato della jihad antisovietica, Washington si sentiva sicura di poter ripetere in Iugoslavia il successo dell’operazione occulta condotta in Afghanistan, e per questa ragione nel 1991 il Pentagono stipulò un’alleanza segreta con i gruppi islamici fondamentalisti iugoslavi. Il controspionaggio americano, insieme con quelli turco e iraniano, organizzò una <em>Croatian pipeline </em>sulla falsariga di quella afgana: in Croazia affluivano armi turche e iraniane, in un primo momento sui velivoli della Iran Air e in seguito con una squadriglia di Hercules C-130 americani. Armi e attrezzature venivano pagate con denaro saudita (…).”</p>
<p>Ancora una volta la scelta degli Stati Uniti è quella di muoversi secondo il modello consolidato dell’azione terroristica: aggiramento dell’embargo stabilito dall’ONU, finanziamenti occulti, traffico illecito di armi, ecc. Dall’inizio della Guerra fredda, gli Stati Uniti, assieme all’Unione Sovietica e a paesi colonialisti europei come la Francia, <strong>hanno finanziato, fornito armi e organizzato attività di tipo terroristico</strong>. Per gli Stati Uniti ciò rientrava nella <strong>dottrina dell’antisommossa </strong>che li portò, soprattutto dopo il Vietnam, a intensificare gli aiuti occulti, economici e militari, a tutte le forze anticomuniste, sia di matrice fascista che di matrice islamica radicale. Il concetto di base era semplice: gli Stati Uniti non potevano rischiare più guerre convenzionali nemmeno con un nemico minore (i vietcong). Dovevano agire per procura, appoggiando <strong>il nemico del proprio nemico</strong>. (Per cinquant’anni gli Stati Uniti e alcuni stati europei sono stati agenti del terrorismo internazionale e della sua economia illecita ed occulta. Lo sono stati essenzialmente i <strong>governi</strong>, che negli USA hanno violato norme imposte dal Congresso e in Europa dai parlamenti. Oggi, quando per la prima volta l’effetto di una politica terrorista cade pesantemente sulle nostre popolazioni, sui cittadini statunitensi ed europei, si scopre e si addita la barbarie del “terrorismo”. Ma quando colpiva cileni, tutsi o kurdi, ciò appariva un prezzo tollerabile da pagare, per non esporsi direttamente in un conflitto armato.)</p>
<p>Ma l’Occidente, e gli Stati Uniti in particolare, non pecca solo di <strong>ipocrisia</strong>. Pecca anche di <strong>ottusità strategica</strong>. E qui anche i cinici che da noi tanto abbondano dovrebbero riflettere al loro consenso nei confronti delle politiche statunitensi e di quelle europee, appena più mitigate. Torniamo al caso della <em>Croatian pipeline </em>e vediamo quale ne è stato l’esito. Scrive la Napoleoni: “Solo alla metà degli anni novanta risultò evidente che gli Stati Uniti si erano lasciati ingannare: la <em>Croatian pipeline </em>era stata manipolata per costituire una roccaforte del fondamentalismo islamico alle porte dell’Europa. Ormai non c’era più modo di sottrarsi alle conseguenze di quella scelta, e, com’era accaduto in occasione della Guerra del Golfo, gli Stati Uniti si trovarono a combattere contro coloro che avevano contribuito ad armare.”</p>
<p>*</p>
<p>Slavoj Žižek, <em>Iraq</em>, Cortina, 2004.</p>
<p>Loretta Napoleoni , <em>La nuova economia del terrorismo</em>, Marco Tropea Editore, 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/08/11/due-letture-sul-terrorismo/">Due letture sul terrorismo</a></p>
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		<title>Processo contro la tortura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 08:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Cari amici,<br />
<strong>sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>Giornalismo e verità</strong>, (a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano; vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more">qui</a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/">Processo contro la tortura</a></p>
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<p>Cari amici,<br />
<strong>sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>Giornalismo e verità</strong>, (a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano; vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
Avvicinandoci a questo appuntamento, continueremo a segnalare iniziative, riviste, libri, comitati, associazioni che si battono per un&#8217;informazione obiettiva o, se volete, detto più semplicemente, per la ricerca e la diffusione della verità.<br />
Oggi ho ricevuto da <strong>Enrica Bartesaghi</strong>, presidente del <strong>Comitato verità e giustizia per Genova</strong>, questo messaggio sull&#8217;imminente processo ai torturatori del G8. (T.S.)<br />
____________________________</p>
<p><strong>PROCESSO CONTRO LA TORTURA</strong><br />
luglio 2001, caserma di <strong>Genova Bolzaneto</strong>, Italia:</p>
<p><strong>TORTURATA N° 81</strong><br />
subiva minacce anche a sfondo sessuale da persone che stavano all&#8217;esterno<br />
&#8220;entro stasera vi scoperemo tutte&#8221;; subiva percosse al suo passaggio nel corridoio da parte di agenti; colpita con violenza con una manata alla nuca; costretta a firmare i verbali relativi al suo arresto, che la stessa non voleva firmare; mostrandole le foto dei suoi figli, prospettandole che se non avesse firmato non avrebbe potuto rivederli.<br />
<span id="more-881"></span><br />
<strong>TORTURATO N° 11</strong><br />
percosso con calci e pugni alla schiena e insultato, costretto a stare coricato a terra prono con gambe e braccia divaricate e testa contro il muro; ingiuriato con frasi, ritornelli ed epiteti a sfondo politico (&#8220;comunisti di merda&#8221; &#8220;vi ammazzeremo tutti&#8221;); percosso al passaggio nel corridoio e insultato anche con sputi; costretto a stare a carponi da un agente che gli ordinava di abbaiare come un cane, e di dire &#8220;Viva la polizia italiana&#8221;.</p>
<p><strong>TORTURATA N° 21</strong><br />
percossa nel corridoio durante l&#8217;accompagnamento ai bagni, le torcevano il braccio dietro la schiena nonché colpita con schiaffi e calci; insultata con epiteti rivolti a lei e alle altre donne presenti in cella: &#8220;troie, ebree , puttane&#8221;,  ingiuriata con sputi al suo passaggio in corridoio; minacciata di essere stuprata con il manganello e di percosse; costretta a rimanere, senza plausibile ragione, numerose ore in piedi.</p>
<p>Questi sono solo alcuni esempi di quanto hanno dovuto subire centinaia di persone, italiani e stranieri, costretti per molte ore a sottostare ad ogni genere di violenze e torture nella caserma di <strong>Genova Bolzaneto</strong>, durante il <strong>G8</strong>, a Genova.</p>
<p>In quei giorni furono calpestati e negati tutti i diritti che la nostra costituzione sancisce a tutela dei fermati e degli arrestati. Nessuno di loro, italiano o straniero, poté contattare avvocati, parenti, consolati. A nessuno di loro fu comunicato il motivo del fermo o dell&#8217;arresto, dove si trovassero, dove sarebbero stati condotti in seguito. Nonostante molti di loro fossero feriti (68 di loro provenivano dalla Scuola Diaz) non furono curati,  furono costretti a firmare falsi verbali di arresti, a dichiarare di non voler contattare legali o consolato.</p>
<p>Nessuno di loro ebbe diritto a cibo, acqua, sonno, furono costretti per molte ore a rimanere in piedi con le braccia alzate contro al muro.</p>
<p>I giorni <strong>27 e 29 gennaio 2005</strong> a <strong>Genova</strong>, ci sarà l&#8217;<strong>udienza preliminare</strong> a carico di 47 funzionari ed agenti delle forze dell&#8217;ordine e del corpo delle Guardie Carcerarie, medici ed infermieri:</p>
<p>12 carabinieri, 14 agenti di polizia, 16 guardie penitenziarie, 5 tra medici e infermieri accusati delle violenze commesse ai danni degli arrestati e dei fermati, da venerdì 20 alla domenica 22 luglio 2001, nella caserma di Genova Bolzaneto.</p>
<p><strong>Non essendo previsto nel nostro ordinamento uno specifico reato di tortura</strong>, la Procura della Repubblica ha chiesto il rinvio a giudizio per i reati di abuso d&#8217;ufficio, lesioni, percosse, ingiurie, violenza privata, abuso di autorità contro gli arrestati, minacce, falso, omissione di referto, favoreggiamento personale.</p>
<p>Noi chiediamo ai media, ai parlamentari democratici, alla società civile, di essere presenti, di sostenere quanti furono torturati  in quei giorni e che, nonostante ancor oggi soffrano le conseguenze degli abusi subiti, hanno avuto il coraggio di denunciare quanto accadde a Bolzaneto.</p>
<p>Nessuno dei presunti responsabili delle torture è stato nel frattempo rimosso o almeno sospeso dai propri incarichi.</p>
<p><strong>Enrica Bartesaghi</strong><br />
Presidente del <strong>comitato verità e giustizia per Genova</strong></p>
<p><strong>link utili</strong>:</p>
<p><a href="http://www.veritagiustizia.it/comunicati_stampa/bolzaneto_caro_amico_cara_amica.php"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a> una versione più ampia del comunicato;<br />
<a href="http://www.veritagiustizia.it/docs/bolzaneto_pett.pdf"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a> un <strong>dossier</strong> (in formato pdf) sulle <strong>torture a Genova Bolzaneto</strong>.</p>
<p>_____</p>
<p><strong>INIZIATIVE PROMOSSE<br />
DAL COMITATO VERITA&#8217; E GIUSTIZIA PER GENOVA<br />
E DAL COMITATO PIAZZA CARLO GIULIANI</strong></p>
<p>IN OCCASIONE DELLE UDIENZE PRELIMINARI DEL <strong>27 E 29 GENNAIO 2005</strong><br />
PER LE VIOLENZE E LE TORTURE INFLITTE AI MANIFESTANTI DURANTE IL G8<br />
ALLA CASERMA DI GENOVA-BOLZANETO:</p>
<p>-  mercoledì 26 gennaio, ore 11, conferenza stampa nella sala di rappresentanza<br />
di Palazzo Tursi;</p>
<p>-  giovedì 27 gennaio, ore 10, presidio all&#8217;esterno del tribunale;</p>
<p>-  giovedì 27 gennaio ore 20, cena di solidarietà con le parti offese;</p>
<p>-  venerdì 28 gennaio ore 21 incontro con testimonianze a sala Cambiasio;</p>
<p>-  sabato 29 gennaio, ore 10, presidio all&#8217;esterno del tribunale;</p>
<p>seguirà programma dettagliato</p>
<p><strong>per informazioni</strong>:</p>
<p>Enrica Bartesaghi  335 568 13 14<br />
Antonio Bruno  339 344 20 11</p>
<p>Comitato Verità e Giustizia per Genova – <a href="http://www.veritagiustizia.it"><span style="text-decoration: underline;">www.veritagiustizia.it</span></a><br />
Comitato Piazza Carlo Giuliani – <a href="http://www.piazzacarlogiuliani.org"><span style="text-decoration: underline;">www.piazzacarlogiuliani.org</span></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/">Processo contro la tortura</a></p>
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		<title>La definizione di tortura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/10/14/la-definizione-di-tortura/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/10/14/la-definizione-di-tortura/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2004 12:27:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Knorr]]></category>
		<category><![CDATA[tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Dall’ultimo numero della della <strong>Rivista Anarchica</strong>  (anno 34 n. 302, ottobre 2004, leggibile <a href="http://www.arivista.org/">qui</a>), riprendo un paragrafo dall’articolo “<strong>…reiterare è diabolico!</strong>” di <strong>Francesca “Dada” Knorr</strong>, che commenta la discussione del 22 aprile 2004 alla <strong>Camera dei Deputati</strong> sul reato di <strong>tortura</strong>.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/10/14/la-definizione-di-tortura/">La definizione di tortura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dall’ultimo numero della della <strong>Rivista Anarchica</strong>  (anno 34 n. 302, ottobre 2004, leggibile <a href="http://www.arivista.org/"><u>qui</u></a>), riprendo un paragrafo dall’articolo “<strong>…reiterare è diabolico!</strong>” di <strong>Francesca “Dada” Knorr</strong>, che commenta la discussione del 22 aprile 2004 alla <strong>Camera dei Deputati</strong> sul reato di <strong>tortura</strong>. (T. S.)</em></p>
<p>(…) È appunto in “cose”, oggetti, corpi da abusare, che trasforma la tortura. E proprio la definizione di “<strong>tortura</strong>” ha causato un problema al governo <strong>Berlusconi</strong>, a causa della votazione di un emendamento alla proposta di introduzione del reato di tortura nel codice penale.<br />
<span id="more-616"></span><br />
È certo che il governo ha deciso di contraddire decisioni già prese in <strong>Commissione</strong>, inserendo invece nell’articolo una parola chiave (“<strong>reiterate</strong>”) in modo da non permettere la punibilità di pubblici ufficiali accusati di aver minacciato durante arresti ed interrogatori. Introducendo il termine “<strong>reiterate</strong>”, infatti, si permette l’esercizio della minaccia grave. Basterà dire che si era fatto solo una volta, ovviamente per sbaglio. Del resto, per esercitare pressioni psicologiche e tortura, non è normale che più persone si avvicendino attorno al prigioniero? (vedi <strong>Nota</strong>)<br />
Della <strong>Seduta alla Camera dei deputati</strong> del <strong>22 aprile 2004</strong>, notiamo la assoluta assenza di motivazioni chiare da parte dell’on. della <strong>Lega</strong>, <strong>Carolina Lussana</strong>, incaricata di relazionare sui motivi di questa variazione all’articolo da introdurre nel codice penale sulle torture. La <strong>Lussana</strong> giustifica l’introduzione della parola “<strong>reiterate</strong>” col fatto che altrimenti l’articolo potrebbe dare adito a “interpretazioni che potrebbero creare problemi”. Di qui l’intervento di vari esponenti della sinistra parlamentare che insistono non solo sul fatto che tale modifica non era stata prevista durante gli altri incontri, ma introdotta a sorpresa, &#8230; le proteste di <strong>Anna Finocchiaro</strong>, <strong>Paolo Cento</strong>, <strong>G. Russo Spena</strong> ed altri si susseguono sino a sottolineare con forza la certezza, più che il sospetto, che la maggioranza stia proteggendo la propria intenzione di usare senza problemi la minaccia e la violenza sui soggetti politici e sociali che ostacolino i progetti del governo. Ciò causa una baraonda tra i seggi e le grida, non molto argomentate, dei leghisti che urlano “siete voi i torturatori” (?) ai banchi della sinistra, forse riferendosi come al solito al passato sovietico. È interessante notare come in questo caso si sfoghi nelle aule del <strong>Parlamento</strong> la rabbia e l’incredulità di quei rappresentanti delle sinistra parlamentare ancora forniti di ideali e non inclini a dover mettere in discussione a suon di voti anche i più elementari diritti della persona.</p>
<p><strong>Nota</strong></p>
<p>Art. 1. <em>1.</em><br />
Dopo l’articolo 613 del codice penale è inserito il seguente: &#8220;Art. 613-bis (Delitto di tortura). Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, con violenze o minacce gravi, infligge ad una persona sottoposta alla sua autorità sofferenze fisiche o mentali allo scopo di ottenere informazioni o confessioni da essa o da una terza persona su un atto che essa stessa o una terza persona ha commesso o è sospettata di avere commesso ovvero allo scopo di punire una persona per gli atti dalla stessa compiuti o che la medesima è sospettata di avere compiuto ovvero per motivi di discriminazione razziale, politica, religiosa o sessuale, è punito con la reclusione da uno a dieci anni. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la pena è aumentata se dal fatto deriva una lesione grave o gravissima; è raddoppiata se ne deriva la morte&#8221;.<br />
<em>2.</em><br />
Non può essere assicurata l’immunità diplomatica ai cittadini stranieri sottoposti a procedimento penale o condannati per il reato di tortura da una autorità giudiziaria straniera o da un tribunale internazionale.<br />
<em>3.</em><br />
Nei casi di cui al comma 2, lo straniero è estradato verso lo Stato nel quale è in corso il procedimento penale o è stata pronunciata sentenza di condanna per il reato di tortura o, nel caso di procedimento davanti ad un tribunale internazionale, verso lo Stato individuato ai sensi della normativa internazionale vigente in materia.</p>
<p><strong>Proposte emendative riferite all’articolo unico del testo unificato</strong> (ne riportiamo solo alcune):</p>
<p>Art. 1.<br />
Al comma 1, capoverso Art. 613-bis, primo comma, premettere le parole: Il delitto di tortura è punito con la reclusione da sei mesi a dieci anni. Commette il delitto di tortura.<br />
Conseguentemente, al medesimo comma, sopprimere le parole: , è punito con la reclusione da uno a dieci anni.<br />
1. 100. La Commissione.<br />
(Approvato)<br />
Al comma 1, capoverso Art. 613-bis, primo comma, sostituire le parole: violenze o minacce gravi con la seguente: torture.<br />
1. 5. Lussana, Guido Giuseppe Rossi.<br />
Al comma 1, capoverso Art. 613-bis, primo comma, sopprimere la parola: gravi.<br />
Conseguentemente, al medesimo comma, dopo le parole: sottoposta alla sua autorità aggiungere la seguente: gravi.<br />
1. 101. La Commissione.<br />
(Approvato)<br />
Al comma 1, capoverso Art. 613-bis, primo comma, dopo la parola: minacce aggiungere la seguente: reiterate.<br />
1. 4. Lussana, Guido Giuseppe Rossi.<br />
(Testo corretto nel corso della seduta)<br />
(Approvato)</p>
<p>_________________________________________________</p>
<p>Per <strong>inserire commenti</strong> vai a <strong>Archivi per mese – ottobre 2004</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/10/14/la-definizione-di-tortura/">La definizione di tortura</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La legge sulla tortura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/06/16/la-legge-sulla-tortura/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2004 00:02:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>Insieme ad altri amici di Nazione Indiana, un mese fa mi sono impegnato a tenere d’occhio l’iter parlamentare della legge sulla tortura. In futuro magari farò qualche considerazione su questa vicenda. Nel frattempo pubblico molto volentieri una comunicazione del <a href="http://www.veritagiustizia.it">Comitato Verità e Giustizia per Genova</a> che ho ricevuto in questi giorni.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/06/16/la-legge-sulla-tortura/">La legge sulla tortura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/titolo.gif" alt="titolo.gif" border="0" height="58" width="454" /></p>
<p><em>Insieme ad altri amici di Nazione Indiana, un mese fa mi sono impegnato a tenere d’occhio l’iter parlamentare della legge sulla tortura. In futuro magari farò qualche considerazione su questa vicenda. Nel frattempo pubblico molto volentieri una comunicazione del <a href="http://www.veritagiustizia.it">Comitato Verità e Giustizia per Genova</a> che ho ricevuto in questi giorni. T. S.</em><br />
<span id="more-512"></span><br />
Cari amici,<br />
l’adesione al nostro <strong>appello</strong>, per <strong>l’introduzione della legge sulla tortura in Italia</strong> e <strong>contro l&#8217;emendamento votato dalla maggioranza</strong>, è stata ampia e partecipata, grazie della vostra solidarietà.</p>
<p>Potete trovare l&#8217;elenco completo delle adesioni e il nostro appello sul sito:</p>
<p><a href="http://www.veritagiustizia.it">www.veritagiustizia.it</a></p>
<p>e potrete inviare le nuove adesioni a: info@veritagiustizia.it</p>
<p>Le vostre adesioni sono già state inoltrate ad alcuni parlamentari affinché questa legge sia approvata dal Parlamento senza l’emendamento della Lega, perché in Italia ci sia finalmente una legge che prevede questo reato.</p>
<p>Perché l’Italia torni ad essere un paese civile e democratico che non accetta e punisce le torture ed i trattamenti inumani e degradanti sulle persone private della propria libertà, come accaduto a <strong>Genova</strong> a luglio del 2001, nella caserma di <strong>Bolzaneto</strong> e a <strong>San Giuliano</strong>, come spesso accade a coloro che transitano nei <strong>Centri di Permanenza Temporanea</strong>, ed in alcune carceri italiane.</p>
<p>Se siete interessati a seguire le attività del <strong>Comitato Verità e Giustizia per Genova</strong> potete iscrivervi alla newsletter: newsletter@veritagiustizia.it</p>
<p><strong>Enrica Bartesaghi</strong><br />
(Presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova &#8211; autrice del libro <strong>Genova il posto sbagliato</strong>)</p>
<p><strong>Marco Poggi</strong><br />
(ex-infermiere di Bolzaneto &#8211; autore del libro <strong>Io, l&#8217;infame di Bolzaneto</strong>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/06/16/la-legge-sulla-tortura/">La legge sulla tortura</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il bianco democratico occidentale deve per forza morire razzista?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/05/07/il-bianco-democratico-occidentale-deve-per-forza-morire-razzista/</link>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2004 17:59:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Preparatevi amici statunitensi. Si avvicina il momento. Prepariamoci italiani, ciò riguarda anche gli accodati. Anche noi. Anche gli ultimi, gli ossequiosi, i <em>parvenu</em>. So che non sarà piacevole, ma sarà sano. So che vi lascierà, ci lascierà così vuoti, smarriti, non custoditi e senza nulla da custodire.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/07/il-bianco-democratico-occidentale-deve-per-forza-morire-razzista/">Il bianco democratico occidentale deve per forza morire razzista?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/ansa_4821513_13150.jpg" alt="ansa_4821513_13150.jpg" align="left" border="0" height="201" hspace="4" vspace="2" width="180" /><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Preparatevi amici statunitensi. Si avvicina il momento. Prepariamoci italiani, ciò riguarda anche gli accodati. Anche noi. Anche gli ultimi, gli ossequiosi, i <em>parvenu</em>. So che non sarà piacevole, ma sarà sano. So che vi lascierà, ci lascierà così vuoti, smarriti, non custoditi e senza nulla da custodire. So che senza l’eccitante ideologico, la cocaina mentale, ci sentiremo a terra, miseri come gli altri, buffi con i nostri cellulari in mano, a pigiare bottoni, in attesa di un cancro o di un infarto. Che si poteva evitare, ovviamente. Ci troveremo anche idioti. Parecchio idioti. E ci farà bene. Magari cominceremo a desiderare di essere un po’ intelligenti. No, non “furbi”. Intelligenti, ma collettivamente. Magari. Smettendo di sforzare la nostra mente negli orari d’ufficio, per poi devastarla nelle ore serali, festive e di vacanza.<br />
<span id="more-436"></span><br />
È forse arrivato il momento in cui, amici statunitensi, <strong>mancano alibi al neocolonialismo</strong>. Perché la democrazia è il peggiore degli alibi, tra quello che i vostri governanti hanno scelto. Un alibi fasullo. E infatti non tiene. Fa acqua. Fa acqua da quando avete iniziato ad utilizzarlo. È forse arrivato il momento di scegliere, tra la sicurezza che vi ha sempre dato il razzismo e l’insicurezza di non essere i primi, i migliori. Non siete i primi. Non siete i migliori. <strong>Noi occidentali, con tutta la nostra fantasiosa, feroce, sferragliante storia non siamo i migliori</strong>. Prendiamone atto.</p>
<p>Prendiamo atto di quanto le nostre vite siano vuote. Di quanto sia arduo giostrare questo nostro vuoto. Sappiamo seppellirci nella merce, ubriacarci nella merce. Questo ci è concesso, e in questo siamo abili. Fantasmagorie di merci che producono altre fantasmagorie. Prendiamo atto di queste modeste patacche. Non è l’oggetto e la sua piramide di funzioni che ci libererà. Sono <strong>i rapporti tra di noi</strong> che ci salveranno, <strong>le azioni che producono e modificano questi rapporti</strong>. Ricordiamoci allora. Di quanto ci manchi il tesoro delle rivoluzioni, come lo chiamava la Arendt. Quella imprevista libertà di agire nella sfera pubblica, per determinare il proprio destino. Quel fantasma della democrazia radicale. Che è apparso e scomparso nelle pieghe della nostra storia più recente. Non abbiamo alcuna lezione da dare, perché le nostre possibilità migliori le abbiamo dimenticate, e rinnegate. Non tre volte, ma cento volte, di giorno e di notte. E come scrisse <strong>Fortini</strong> in <em>I cani del Sinai</em>: “Al fondo c’è una sola dura feroce notizia: Voi non siete dove accade quel che decide del vostro destino. Voi non avete destino. Voi non avete e non siete. In cambio della realtà v’è stata data una apparenza perfetta, una vita ben imitata. Così ben distratti dalla vostra morte da godere una sorta di immortalità. La recitazione della vita non avrà mai fine, felici.”</p>
<p>Non abbiamo nulla da custodire, nulla da difendere, né legittimamente né per azione preventiva. Abbiamo nelle nostre fibre un razzismo che nasce dal capitale accumulato dai nostri predecessori, razzismo che si è amplificato ad ogni razzia, razzismo che si è fatto sistematico ogniqualvolta depredavamo capillarmante la terra, le cose, la vita altrui. <strong>La nostra superiorità “morale” è cresciuta come riflesso della nostra superiorità criminale.</strong> E che straordinario massacratore fu <strong>Francisco Pizarro</strong>, uomo del grande imperatore europeo Carlo V. Grazie a 62 uomini a cavallo, e a 106 fanti muniti di armature e spade d’acciaio, riuscì a catturare l’imperatore <strong>Atahualpa</strong> e a scannare in un giorno diverse migliaia di uomini appartenenti all’esercito inca. Straordinaria e miracolosa superiorità europea, i cui fattori sono riconducibili ad alcune tecniche che gli inca non possedevano e che determinarono la loro sconfitta militare, nonostante la sproporzione numerica di uomini a loro favore. Tecniche di natura bellica, ovviamente: cavalli e acciaio. Ma ciò che permise il genocidio delle popolazioni indigene americane non dipese solo da questi due fattori. Aggiungiamoci un altro elemento di superiorità europea: le malattie (morbillo, vaiolo, influenza, tifo). Queste furono macchine di sterminio ancora più potenti e letali. Infine, gli europei furono resi invincibili da un’ultimo fattore, di natura puramente morale. Erano spietati e bugiardi e cinici. Pizarro, dopo aver preso in ostaggio Atahualpa, una volta ottenuto un riscatto spropositato (circa 80 metri cubi d’oro) per la sua liberazione, lo fece uccidere, violando la parola data.</p>
<p>Richiamo questi fatti noti, perché il nostro razzismo è antico, ed è cresciuto al ritmo di questi massacri, di questi stermini. Ma ciò che sta avvenendo in questi giorni mostra che c’è forse una speranza. Una speranza di separare democrazia e impero, democrazia e colonialismo. Il connubio, nato probabilmente con Atene, forse solo oggi comincia a diventare davvero insostenibile. La superiorità sugli altri non la fornisce la democrazia, che non ha bisogno di abbassare l’altro per innalzare sé. La democrazia di <em>On liberty</em> di <strong>Stuart Mill</strong>, tutta interna alla tradizione liberale anglosassone, è un sistema d’incertezze regolate, di critica ferrata, di minoranze che hanno peso. La democrazia non è alcun trionfo dei valori, è semmai ciclo costante di crisi e rinnovamento di valori. Nella migliore delle ipotesi liberali. Il trionfo e l’immobilismo dei valori è tutt’altra questione, militare ed espansionistica.</p>
<p>La democrazia sana di Mill non esiste, oggi, né negli Usa né a casa nostra. Non parliamo poi dei correttivi di tradizione libertaria o marxiana a questa democrazia. Delle varie rivoluzioni democratiche sono rimasti molti monumenti spogli e deserti. Quindi il tempio è vuoto, non abbiamo nulla da custodire né tantomeno qualche idolo da imporre ad altri, per guarirli dall’infelicità e dal male. Abbiamo parecchie patacche che rendono la vita più fluida, scorrevole, indolore. Più irreale. Ed è senz’altro qualcosa di buono. Queste patacche non abbiamo bisogno di imporle a colpi di cannone. Ce le comprano e copiano gli indiani come i cinesi. E nel giro di poco tempo diventano più pataccari di noi.</p>
<p>Ciò che ci far star bene è il nostro razzismo. <strong>Fognitalia</strong>, però, ossia il sostrato fascista della nostra cultura di <em>parvenu</em> avidi e crudeli, riscopre la sua superiorità sempre fuori tempo. Si lanciano, come nel ’36, slogan d’impero, quando l’impresa è sicuramente controproducente e vana. Si sale sulla carrozza del più forte, quando il più forte è anche il più scemo e nocivo. Ma anche <strong>Fognitalia</strong> ha il suo razzismo da spendere. Siamo diventati ricchi attraverso il miracolo. L’altro ieri. E mi verrebbe da dire, siamo ricchi per miracolo. Tra autosfruttamento e imprese di mafia. Va bene. E quindi ci siamo sentiti autorizzati a fare la guerra coloniale, dicendo che si tratta di pace, intanto però ci cavano il sangue con bombe ed agguati, e noi che moriamo da italiani le mazzate le sappiamo restituire, anzi alzo zero e chi s’è visto s’è visto, mammma, bimbo, e spirito santo. Questa <strong>Fognitalia</strong>. Quelli che il ladro che ha sfasciato la vetrina, e scappa fino alla macchina, ci entra e tenta di metterla in moto, bisogna crivellarlo per legittima difesa, in quanto spaventati, e mai però pentiti per l’omicidio intenzionale, essendo goiellieri, cioè gente onesta, perché la <strong>roba</strong>, la roba alla fine conta, e più della vita altrui. Quelli che <strong>la tortura una volta&#8230;</strong> e non aggiungo altro. Quelli che i sette celerini a calciare un manifestante per terra, che tanto gli sta bene, perché invece di stare a casa a curarsi la <strong>roba</strong>, ha ficcato il naso in faccende che non lo riguardano. Aveva da dire qualcosa sulla vita. La vita sua e degli altri. Tortura. Anche una sola volta, che poi gli passa. (Sembre la canzone di Jannacci, ma non fa ridere per niente.)</p>
<p>Eppure noi italiani ne avremmo di persone e pratiche da custodire. <strong>Don Milani</strong> e <strong>Danilo Dolci</strong>, per dire i primi due nomi che mi vengono in mente. Straordinari e incollocabili. Ma più che di custodire, poiché di monumenti ormai ce n’è anche per loro, ci sarebbe da imparare tutto, facendo, e facendo tutto di nuovo. E qui c’è ancora chi crede che senza il nostro carroarmato o pennacchietto con mitra o uomo folgore, gli iracheni non saprebbero da soli essere felici e infelici. Perché si vuole ancora credere che senza il gioco delle tre carte &#8211; soldi che entrano da una parte ed escono decuplicati dall’altra &#8211; non si può aiutare nessuno. L’aiuto-ricatto, prestito ad usura, razzia di petrolio in cambio di sacconi di riso ed un po’ di cemento sulle strade. Sembra di essere ancora nelle favolette dei <strong>conquistadores</strong>, che in cambio di specchietti e perline si arraffavano l’oro e le dodicenni della tribù. Ma gli iracheni, per quanto siano agli occhi di certi bianchi statunitensi molto simili ai vecchi negri dell’Alabama, quelli che si poteva linciare in santa pace, ebbene gli iracheni si stanno dimostrando invece come bande di <strong>Black Panters</strong> che al posto di Marx hanno piazzato Allah, e per di più sono induriti da uno stato di guerra perpetuo, ormai ventennale.</p>
<p>Ciò che caratterizza davvero questa guerra, non riguarda certo la ridda di menzogne con la quale è stata preparata, propagandata e realizzata. Menzogne che comuni cittadini europei e statunitensi hanno fin da subito fiutato, ma che, sui media, analisti politici e giornalisti smaliziati accreditavano, salvo condirle con un pizzico di scetticismo. Ricordo certi editorali di <strong>Miriam Mafai</strong> che spiegava con tono di sufficienza a <strong>Gino Strada</strong>, di tirare via i giocattoli dal pavimento, che adesso arrivavano i papà ad occuparsi di cose serie. <strong>Ora la novità non sono certo le menzogne. Ma il fatto increscioso che esse siano state a poco a poco smascherate una dopo l’altra, e in tempi assai brevi.</strong> Qualcosa negli Stati Uniti, superpotenza neocoloniale, non funziona. Oppure, qualcosa negli Stati Uniti, democrazia a rischio, funziona ancora. Anzi, funziona meglio di prima. Funziona come non è mai funzionata.</p>
<p>Non so spiegarmi davvero il perché. Hanno fatto cadere anche l’ultima paratia. <strong>Ora la guerrafogna, alimentata di frustrazione e razzismo, di sadismo individuale e di calcolo istituzionale, lascia affiorare l’ultimo suo orrendo grugno: il grugno lascivo e vigliacco del torturatore, del piccolo torturatore donna, che trascina al guinzaglio un uomo più grosso di lei, ma nudo, impotente, annichilito dalla vergogna e dal terrore.</strong> Comunque sia avvenuto lo strappo nel muro d’omertà dell’esercito, comunque sia stato gestito, selezionato, tamponato lo scandalo delle foto, la scelta del soldato <strong>Lynndie England</strong>, come figura di torturatore da sbattere in prima pagina, risponde a un’intento allegorico sicuro ed efficace. Tutti abbiamo davvero assorbito <strong>Eichmann</strong> e il suo corollario: il male radicale va a passeggio in vesti davvero modeste e poco appariscenti. Si nutre di piccole passioni e produce effetti devastanti. Ma non vorrei parlare della tortura. Come dice <strong>Cacciari</strong> su “Repubblica”, nel suo editoriale del 7 maggio, non abbiamo scoperto nulla. <strong>Sulla tortura sapevamo tutto.</strong> Sapevamo che era già lì, in Iraq, anzi che era ancora lì, affidata ad altre mani, con i vecchi carnefici di Saddam spodestati e magari trasformati in vittime di sevizie statunitensi, forse meno plateali e rozze, ma altrettanto devastanti. La tortura c’è, è già da sempre iniziata, la pratica forse il mio vicino su sua moglie, o sua moglie su sua figlia, l’ho praticata io a sei anni su qualche bambino più piccolo, fuggevolmente, la subivo da altri, ecc.<br />
<strong>La tortura c’è, chi non vuole ignorare il male del mondo sa che essa alligna con facilità e ovunque. E c’è sempre lo stupore, l’incredulità, lo stomaco che si torce.</strong></p>
<p>Ma vorrei concludere, ribadendo un altro punto. Chiarisco di nuovo la mia tesi. Non sarà né originale né particolarmente acuta, mi accontenterei che fosse verosimile. La mano sinistra non tollera più ciò che fa la destra. Non è importante qui che, come scrive Cacciari, i soldati statunitensi “non sappiano ciò che fanno”. Noi lo sappiamo per loro. Gli statunitensi che vedono le foto della guerrafogna, loro, lo sanno. Non è importante che i nostri soldati credano o meno alle menzogne sulla pace, negli intervalli tra una sparatoria e l’altra. Noi sappiamo che fanno la guerra. Servi dell’Esercito Usa, a loro volta servi dell’avidità di pochi statunitensi potenti e dell’insicurezza di molti statunitensi impotenti, della sete di razzia dei primi e del razzismo dei secondi.<br />
Noi lo sappiamo e non lo tolleriamo. La stampa ne parla e rende intollerabile la guerra. Rende l’alibi sempre più inservibile. <strong>Costringe il democratico occidentale a guardarsi nello specchio, dove la sua ombra emerge, bicefala e mostruosa, metà soldato Lynndie England, chiusa nella sua disperata libidine sadica, metà Dick Cheney, freddo papa dell’eterno volano del capitale</strong>. Questi sono gli stendardi grazie ai quali cancelleremo dalle nostre coscienze i diecimila civili iracheni, ammazzati come prezzo di un dono incalcolabile di felicità e libertà?</p>
<p>Questa guerra è forse l’ultima che ha nascosto il lupo nel manto dell’agnello. Ora quel manto è a brandelli, sanguina, piscia dalle ferite merda e fiele. Se si deve fare una guerra coloniale, d’aggressione, di razzia, la si faccia in abiti adatti.<br />
Un vecchio signore, che da bambino ho amato come un nonno e da cui ero riamato, era stato in Africa come volontario fascista. Non parlava quasi mai dell’Africa, ma teneva in un vecchio casettone di noce una busta zeppa di foto. Una volta me le mostrò. Erano foto in bianco e nero, di piccolo formato, ma molto nitide e contrastate. Venti o trenta foto solo di corpi neri seminudi. Etiopi, suppongo. Ricordo poco di quelle foto. Non ricordo neppure che commenti facesse, mostrandomele. Ma mi spiegò. Quelli erano i nemici, i negri. Erano tutti morti. Morti ammazzati. Ricordo bei corpi, longilinei, buttati a terra. Fotografati singolarmente, ad uno ad uno. Non ricordo volti sfigurati, ma ricordo gambe o braccia piegate in modo insolito. Erano gambe e braccia spezzate, erano corpi anche disarticolati.</p>
<p>Non è dunque cambiato nulla? No, anzi. È cambiato tantissimo. Quelle foto ora le vediamo subito, le vediamo tutti, e grazie a strani giochi di forza interni a quei sistemi complessi, che abbinano istituzioni democratiche, economia capitalistica e politica neocoloniale. E questo forse aiuta a far tornare un po’ di chiarezza. Se qualcuno riesce a convincere la gente, sempre di nuovo, che c’è una guerra importante da fare, lo faccia solo in nome della morte che ama infliggere, e dei benifici materiali che trae da questa pratica. Nel migliore dei casi, però, potremmo essere stanchi di far guerre o di farle fare. E potremmo occuparci di cose più serie. Di come essere più felici in mezzo a tali e tante patacche. Di come non ammorbare il pianeta e il nostro organismo a forza di circondarci di patacche. Di come collaborare con gente diversa da noi a fare cose del tutto nuove per entrambi, e possibilmente migliori. <strong>Di utopia ne abbiamo bisogno, ma in dosi massicce, per rialzare appena appena il muso dal ronzio delle nostre patacche.</strong></p>
<p>Detto ciò, qualcuno, potrebbe ancora dirmi: “Belle parole le tue? Ma cosa conti si debba fare in Irak? Non vorrai mica lasciarli in balia di un tale caos?”<br />
Dico subito che, comunque venga rivoltato, articolato e nobilitato questo argomento non <strong>vale per me nulla</strong>. Gli iracheni continueranno ad esistere anche senza di noi. Continueranno a spararsi se sarà il caso, anche senza di noi. Moriranno anche delle loro sole pallottole. Non avranno per forza bisogno delle nostre. E faranno pace, accordi, strade, ospedali e leggi, senza di noi. O con le briciole che diamo in genere ai paesi più poveri quando devono costruire strade, ospedali e scuole. Il mondo più povero, il mondo non bianco, non opulento-occidentale, va avanti anche senza la nostra tutela, anzi in molti casi va avanti malgrado le tutele nefaste delle multinazionali dei farmaci, delle armi, dell’acqua, ecc. E se decidessero di fare una repubblica islamica? Che sia benedetta. Le donne iraniane o algerine non hanno aspettato che il papà bianco entrasse in casa loro, puntando la pistola alla gola del loro marito-padrone per cominciare a difendersi.</p>
<p>Mentre gli iracheni si daranno da fare per mettere ordine nel loro casino, che gli è stato aggravato da una decina d’anni d’embargo Usa, da bombe a frammentazione e a uranio impoverito, da milizie private, dai falchi della Halliburton, dai pennacchiuti “bravagente” italici, ecc., noi intanto potremmo mettere un po’ le mani a casa nostra. Noi occidentali. Gli statunitensi potrebbero mettere mano ad un bel po’ di cose, e chiedersi come mai la signorina Lynndie England ha bisogno di trascinare prigionieri iracheni al guinzaglio per non annoiarsi a morte. E poi si potrebbero chiedere cosa stanno facendo a Guantanamo, in Afghanistan, e nelle prigione private degli stessi Stati Uniti? E come sia possibile che tortura e razzismo facciano rima con libertà e democrazia? E vari problemini di questo tipo.<br />
Quanto a noi italiani, di cure ne abbiamo bisogno e molte, se dal parlamento come dalla strada salgono nausebonde voglie di tortura e linciaggio. E un corso di buona vecchia democrazia liberale, alla Stuart Mill, sarebbe urgentissimo. Per iniziare, basterebbe spegnere la tele e stracciare la cartolina del canone. Io non posso farlo. Non ho più la tele, e mi minacciano sempre con avvisi semestrali che faranno irruzione a casa mia, stanando il fantomatico televisore acceso su FOGNITALIA versione Portaaporta o Costanzoshow.</p>
<p>(P.S. E l&#8217;ONU? Dai, mettiamo dentro l&#8217;ONU, adombriamo gli USA, un grigioscuro, e il più è fatto. Anche i democratici di sinistra dormono tranquilli.<br />
No, grazie. L&#8217;ONU in Iraq sarebbe una vera sciagura. I manichini se ne stiano a casa.)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/07/il-bianco-democratico-occidentale-deve-per-forza-morire-razzista/">Il bianco democratico occidentale deve per forza morire razzista?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Appunti su Abu Ghraib</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2004 07:52:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario voltolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Giartosio]]></category>
		<category><![CDATA[tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tommaso Giartosio</strong></p>
<p>1. Leggo un articolo di giornale (“La Repubblica”, 5 maggio 2004) sulle sevizie compiute dai militari americani in Iraq.</p>
<p>In cima alla pagina: “LE TORTURE.” Titolo: “Orrori e segreti nelle celle di Abu Ghraib.” Catenaccio: “Tre mesi di inchieste, un rapporto agghiacciante, abusi da Corte marziale”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/07/appunti-su-abu-ghraib/">Appunti su Abu Ghraib</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tommaso Giartosio</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/prigioniero_iraq.jpg" alt="prigioniero_iraq.jpg" align="left" border="0" height="260" hspace="4" vspace="2" width="203" />1. Leggo un articolo di giornale (“La Repubblica”, 5 maggio 2004) sulle sevizie compiute dai militari americani in Iraq.</p>
<p>In cima alla pagina: “LE TORTURE.” Titolo: “Orrori e segreti nelle celle di Abu Ghraib.” Catenaccio: “Tre mesi di inchieste, un rapporto agghiacciante, abusi da Corte marziale”.</p>
<p>Poi arrivo all’elenco delle pratiche di tortura (come le riporta un generale americano il cui nome sembra preso da un fumetto di Guido Buzzelli o un racconto di Dino Buzzati: Antonio Taguba ).</p>
<p>Le avete già lette anche voi, immagino. Eccole.<br />
<span id="more-435"></span><br />
“Rottura di lampade chimiche, il cui contenuto fosforico veniva versato sui prigionieri. Minacce con pistole calibro 9 mm. Getti d&#8217;acqua fredda su detenuti nudi. Percosse con manici di scopa o con una sedia. Minacce di stupro ai danni di prigionieri maschi. Sutura da parte di membri della polizia militare di ferite provocate facendo urtare con violenza il detenuto contro le pareti della cella.<br />
Prigionieri sodomizzati con lampade chimiche o con manici di scopa. Impiego di cani militari senza museruola per spaventare i detenuti, in un caso risultato in un morso. Pugni, schiaffi e calci ai prigionieri; pestoni sui piedi nudi. Foto o riprese video di detenuti, uomini e donne, spogliati nudi, a volte in pose forzate umilianti e sessualmente esplicite. Denudamento dei prigionieri, a volte lasciati spogliati anche per diversi giorni. Obbligo per i detenuti maschi di indossare capi intimi femminili. Obbligo per gruppi di detenuti maschi di masturbarsi mentre vengono ripresi. Prigionieri obbligati a stendersi uno sull&#8217;altro in un mucchio sul quale i militari saltavano. Prigionieri obbligati a stare in piedi su una cassetta, incappucciati con un sacchetto, con fili collegati a dita delle mani dei piedi e al pene, simulando la tortura dell&#8217;elettroshock. Fotografie di militari mentre hanno rapporti sessuali con detenute. Fotografie di prigionieri con catene e collari da cani attorno al collo. Fotografie di prigionieri morti. Le parole &#8220;sono uno stupratore&#8221; sulla gamba di un detenuto, fotografato nudo, accusato di aver violentato una 15/enne.”</p>
<p>Lo stesso giornale, oggi (6 maggio), aggiunge qualche altra pratica: gas spruzzati negli occhi, acqua calda e sabbia versate nelle orecchie, esposizione al freddo.</p>
<p>2. Vorrei cercare di capire <em>di che tipo </em>di torture si è trattato. Perché è chiaro che sono qualcosa di diverso da quelle praticate nei decenni passati dalle dittature sudamericane, per esempio (a volte con la volenterosa partecipazione di consiglieri militari USA).</p>
<p>In molti casi le torture di Abu Ghraib sono le buone vecchie lesioni corporali, la grammatica elementare della sevizia: pugni, schiaffi, calci, spintoni, pestoni, docce fredde. Si arriva fino agli agenti irritanti, alle percosse con armi improvvisate, allo stupro. Sembra l’inizio di una seduta sadica che andrà a finire nel repertorio di scosse elettriche, ferri roventi, amputazioni, accecamento, assassinio.</p>
<p>Invece ci si ferma qui. Qualcuno muore (il dato accertato parla di 25 detenuti uccisi nelle torture americane, tra Iraq e Afghanistan). Ma sembrano incidenti di percorso. Omicidi deliberati, ma al tempo stesso non previsti in questo rituale di tortura.</p>
<p>Nel corso del rituale vengono minacciate azioni analoghe a quelle già compiute, o (spesso) ancora più gravi: la pistola puntata, il cane aizzato contro. Ogni tortura, come è noto, si accompagna a minacce, ma qui esse acquistano una posizione centrale, segnano una specie di limite. Viene da chiedersi: cosa succede? Perché non lo <em>fanno</em>? Perché non sparano, non sciolgono i mastini?</p>
<p><em>Perché l’obiettivo è la rappresentazione</em>. Se ci sono tante minacce, è perché costituiscono una rappresentazione verbale delle torture. Ma ovviamente la rappresentazione più ambita è quella mediante immagini. E se ci sono tante scene a sfondo sessuale, è soprattutto perché il sesso è iconico, evidente, <em>graphic</em>.</p>
<p>3. Undici anni fa, in Somalia, i militari italiani scattarono foto simili a quelle che abbiamo visto in questi giorni. Anche allora alla tortura-interrogatorio (o finzione di interrogatorio: Elaine Scarry in <em>The Body in Pain </em>ha giustamente osservato che la tortura in realtà non serve mai a raccogliere informazioni, ma prima di tutto a distruggere un essere umano) si accompagnava un elemento di bravata esibizionista. La foto da mostrare ai commilitoni, agli amici a casa.</p>
<p>Ma con le sevizie in Iraq si compie, credo, un passaggio ulteriore. Le fotografie e i video sono una montagna. Non si tratta di un sottoprodotto della tortura, ma del suo elemento centrale, necessario. Non il ricordino di una bravata, l’indizio eccitante e pericoloso, ma lo scopo principale della violenza. O se vogliamo: la bravata non consiste tanto nel torturare quanto nel fotografare, nello scommettere che si potrà mostrare l’istantanea senza che circoli troppo; nel rischio, nella sfida al contagio dell’immagine.</p>
<p>(L’ipotesi stessa che esistano delle foto false, come quelle che coinvolgono militari inglesi, mi sembra confermare la centralità di questa dimensione iconica.)</p>
<p>4. Dunque la tortura non si è <em>interrotta</em>. Certo: a un dato punto le sevizie si sono fermate. Qualche ferita è stata suturata. Erano le solite tattiche per nascondere la violenza compiuta? I colpi accortamente assestati, che non lasciano il segno? Anche. Ma più sostanzialmente, credo che i soldati USA intendessero “solo divertirsi un po’”. Non volevano torturare e uccidere (il che forse è peggio di volerlo fare). Era un gioco: lo strumento erano le sevizie, e lo scopo erano le immagini.</p>
<p>5. Di qui la centralità della <em>messa in scena</em>. Pose umilianti, di chiaro contenuto sessuale. Uomini costretti a indossare capi femminili. Prigionieri “con catene e collari da cani attorno al collo”. Ma una scena rimane particolarmente impressa.</p>
<p>Un prigioniero (anzi più d’uno, pare di capire) viene costretto “a stare in piedi su una cassetta, incappucciati con un sacchetto, con fili collegati a dita delle mani dei piedi e al pene, simulando la tortura dell&#8217;elettroshock”. Poi, come sempre, lo fotografano. E’ la foto che ha fatto il giro del mondo. L’uomo incappucciato sembra una grottesca parodia di un membro del Ku-Klux-Klan, o uno dei <em>Vampiri </em>di Feuillade.</p>
<p>Immagino che i militari Usa non gli avessero detto che volevano solo fotografarlo (del resto, ci avrebbe creduto?): quindi stiamo assistendo a una tortura psicologica. Ma chi l’ha inflitta ha anche picchiato, tormentato, ucciso. Se ora non va fino in fondo, è perché ciò che gli interessa non è principalmente torturare (questo lo fa, ma lo fa andando per le spicce, brutalmente, <em>distrattamente</em>, e proprio per questo può scappargli il morto); gli preme invece <em>rappresentare la tortura</em>. Catturarne una versione fotografica, cinematografica.</p>
<p>E’ questo che interessa, oggi, a chi ha il potere assoluto. E’ questo l’orrore, il segreto agghiacciante di Abu Ghraib.</p>
<p>6. Cosa concluderne? Che il vecchio tema della “violenza dell’immagine” e del suo rapporto con il potere – un tema che sembrava passato di moda, superato &#8211; non è scomparso: casomai si è rafforzato.</p>
<p>Che questa violenza comporta uno spettatore, cioè una nostra complicità.<br />
Che l’immagine, il video-gioco, è essenziale a questa violenza, perché le fa da alibi.</p>
<p>E che il serial killer, con i suoi corpi dissezionati e divorati, è un mito culturale che merita in pieno il suo status di antieroe. Lui almeno ci fa attenzione, ai disgraziati che gli finiscono tra le mani. Non vuole “solo” rubargli una fotografia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/07/appunti-su-abu-ghraib/">Appunti su Abu Ghraib</a></p>
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