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	<title>Nazione Indiana &#187; unione sovietica</title>
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		<title>Ricordando Dovlatov</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 12:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p>Il 24 agosto 1990, all’età di quarantanove anni, moriva a New York Sergej Dovlatov. L’anno successivo alla sua scomparsa si dissolse l’Unione Sovietica. Quello stesso anno, il 1991, la Sellerio pubblicò <em>Straniera</em>. Mentre la parabola esistenziale dell’autore era stata legata a quel particolarissimo contesto storico, politico e culturale che fu l’Unione Sovietica (la sua formazione, il suo linguaggio, la sua mentalità, tutto era legato, in un modo o in un altro, a quel paese), il suo successo internazionale, almeno in Italia, fu proclamato dopo la dissoluzione di quella singolare entità geopolitica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/22/ricordando-dovlatov/">Ricordando Dovlatov</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/50258_46870544315_1226534_n1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/50258_46870544315_1226534_n1-150x150.jpg" alt="" title="50258_46870544315_1226534_n" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-37566" /></a><strong>di Lorenzo Pompeo</strong></p>
<p>Il 24 agosto 1990, all’età di quarantanove anni, moriva a New York Sergej Dovlatov. L’anno successivo alla sua scomparsa si dissolse l’Unione Sovietica. Quello stesso anno, il 1991, la Sellerio pubblicò <em>Straniera</em>. Mentre la parabola esistenziale dell’autore era stata legata a quel particolarissimo contesto storico, politico e culturale che fu l’Unione Sovietica (la sua formazione, il suo linguaggio, la sua mentalità, tutto era legato, in un modo o in un altro, a quel paese), il suo successo internazionale, almeno in Italia, fu proclamato dopo la dissoluzione di quella singolare entità geopolitica. Oggi, che anche il ricordo di quel periodo della storia russa si sta appannando, l’opera di Dovlatov, a un ventennio dalla scomparsa, appare, a maggior ragione, una testimonianza unica, nel suo genere, della Russia sovietica post-staliniana (anche quando l’ambientazione della sua prosa è statunitense, le origini sovietiche appaiono come un marchio indelebile). <span id="more-37564"></span><br />
Sergej Donatovič Dovlatov nacque a Ufa (città sugli Urali dove i genitori erano sfollati) il 3 settembre del 1941, a pochi mesi dall’aggressione nazista all’Unione Sovietica del 21 giugno dello stesso anno. Quando, nel 1944, la famiglia dello scrittore tornò a Leningrado, i suoi genitori si separarono. Il piccolo Sergej visse con la madre in una Komunalka: «Vivevamo in un disgustoso appartamento in coabitazione. Il lungo e fosco corridoio si risolveva metafisicamente nel gabinetto. Accanto al telefono, la carta da parati era tutta scarabocchiata: era la cronaca deprimente dell’inconscio coabitativo. (…) Probabilmente il nostro non era un appartamento tipico. Era abitato per lo più da persone istruite. Non c’erano risse. Non si sputavano a vicenda nella minestra (anche se proprio non ci giurerei). Ciò non significa che regnasse perennemente la pace e la prosperità. La guerra segreta non cessava mai. La pentola ricolma dell’irritazione reciproca cuoceva a fuoco lento e ribolliva lentamente…» –  scrive Dovlatov in <em>Noialtri</em>.<br />
La sua infanzia fu profondamente segnata dalla figura di Stalin. Il nonno dello scrittore venne arrestato senza motivo e fucilato. Nel dopoguerra, quando il cosiddetto culto della personalità toccò l’apice, il nazionalismo russo-sovietico assunse una coloritura antisemita. Ne fece le spese il padre dello scrittore (di origini ebraiche), che venne allontanato, senza nessun apparente motivo, dal teatro dove lavorava. A questo proposito lo scrittore dichiara in <em>Noialtri</em>: «In generale, che Stalin fosse un assassino, i miei genitori lo sapevano bene. E anche i loro amici. In casa non si parlava d’altro (…) A sei anni sapevo che Stalin aveva ucciso il nonno. E quando ormai stavo finendo la scuola sapevo decisamente tutto».<br />
Nel 1959 Dovlatov concluse gli studi scolastici e s’iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università di Leningrado. Nel 1956 era cominciata la stagione del disgelo. Non senza una nota d’ironia, lo scrittore, in <em>Noialtri</em>, attribuisce al personaggio del padre la delusione di fronte a quella normalizzazione che seguì la denuncia dei crimini di Stalin: «La gente, a quanto pareva, non la fucilavano più. E neppure la mettevano dentro. O meglio, la mettevano dentro, ma di rado. E per di più per dei fatti più o meno reali. O, come minimo, per aver espresso pubblicamente cose avventate. Cioè, per qualcosa. Non come prima…».<br />
Agli anni degli studi universitari risalgono i primi tentativi letterari. Lo stesso Dovlatov ne <em>Il libro invisibile</em> dichiara apertamente quelle che allora erano le sue passioni letterarie: Hemingway (la traduzione russa dei racconti, nel 1959, fu un evento), Bell e i classici russi. In seguito, il suo idolo sarebbe diventato Brodskij. Agli anni di università risale un primo matrimonio, a cui Dovlatov accenna molto brevemente ne <em>Il libro invisibile</em> («Esami ritentati all’infinito… un amore infelice sfociato nel matrimonio»), con Asja Pekurovskaja, dalla quale divorziò nell’estate del 1962 (poco prima di partire per il servizio militare).  Senza aver terminato gli studi (per via di un esame di tedesco), fu richiamato alla leva, che svolse come guardia carceraria in un campo in Siberia, esperienza che lo segnò profondamente. In quel periodo cominciò a dedicarsi alla letteratura in modo più serio e costante.<br />
Nel 1963 lo scrittore venne trasferito in un campo non lontano da Leningrado, dove prestò gli ultimi due anni di servizio militare. In quello stesso anno sposò Elena Davidovna Ritman, con la quale ebbe due figli: Katia, nata in Unione Sovietica nel 1966 e Kolja, nato negli Stati Uniti nel 1981 (Dovlatov descrive diverse volte nella sua opera l’incontro con la seconda moglie).<br />
Nel 1965 tornò definitivamente a Leningrado. Chruščev era già stato deposto da un anno. Cominciò a lavorare per alcuni giornali. Tra il 1965 e il 1969 collaborò con quello dell’Istituto di Tecnologia Marittima, inizialmente come responsabile della sezione letteraria e dal 1967 come redattore. Tutti i tentativi di pubblicare i suoi racconti su rivista fallirono. Tuttavia, Dovlatov è già un personaggio noto tra gli scrittori di Leningrado.<br />
Frequenta il leggendario caffè Saigon, sul Nevskyj Prospekt, ritrovo dell’intellighenzia, dove i suoi racconti circolano sotto forma di <em>samizdat</em>. Ne <em>Il giornale invisibile</em> scrive: «Con una certa frequenza il mio lavoro veniva lodato da persone ragguardevoli. I racconti piacevano a Gor, alla Panova, a Bakinskij, a Metter. Da loro ricevevo messaggi cordiali». L’invasione della Cecoslovacchia dell’agosto ’68 fu il segnale che il clima era cambiato in modo irreversibile e che la tolleranza verso ogni forma di critica al regime era finita.<br />
Gli anni che precedettero la sofferta decisione di lasciare l’Unione Sovietica furono particolarmente difficili. Nel 1969 provò a entrare di nuovo all’università per studiare giornalismo, ma non ci riuscì. Nel 1971 si separò dalla moglie Elena e, l’anno successivo, per un breve periodo si trasferì a Tallin, in Estonia. «Perché sono andato proprio a Tallin? Perché non a Mosca? Perché non a Kiev, dove ho amici influenti?.. Motivi ragionevoli non ne avevo. Mi avevano offerto un passaggio. Ero in un vicolo cieco. Debiti, problemi familiari, un senso di disperazione. Partimmo verso l’una. In tasca avevo ventisei rubli, il tesserino da giornalista, una penna biro. Nella cartella un cambio di biancheria. (…) Arrivammo di sera, poi un colpo di fortuna: avevo dove passare la notte. Al mattino ero già nell’ufficio del vicedirettore del giornale “Gioventù estone”» – scrive Dovlatov ne <em>Il libro invisibile</em>.<br />
All’inizio del 1975 tornò a Leningrado, dopo che una sua raccolta di racconti era stata bloccata dalla censura quando erano già pronte le seconde bozze. Ormai lo scrittore rientrava in quella categoria di personalità intellettuali di cui il regime voleva discretamente sbarazzarsi. Gli ulteriori tentativi di pubblicare, nuovamente frustrati,  gli procurararono solo amarezze.<br />
Tra il 1976 e il 1977, dal momento che il clima a Leningrado si stava facendo sempre più cupo,  Dovlatov decise di andare a lavorare come guida turistica presso le Puškinskye Gory (le “montagne puškiniane”, così ribattezzate poiché qui, presso Pskov, vi si trovava la proprietà appartenuta un tempo al poeta russo). Nel 1977 la moglie decise di emigrare insieme alla figlia (particolarmente commovente è il racconto dell’addio ne <em>Il parco di Puškin</em>). L’anno successivo lo scrittore subì un interrogatorio e un arresto di dieci giorni. Gli agenti del KGB lo convinsero a emigrare. Così, nel 1978, Dovlatov si decise a partire e, dopo una prima tappa di sei mesi a Vienna, giunse nel 1979 negli Stati Uniti, dove poté riunirsi con la moglie e la figlia.<br />
«Ci siamo stabiliti in una colonia russa di New York, in uno dei sei casermoni occupati quasi esclusivamente da fuoriusciti sovietici» – scrisse ne <em>Il libro invisibile</em>. Il primo problema che lo scrittore dovette affrontare era la lingua. Stando a quanto ha affermato, l’inglese non lo imparò mai bene, continuando sempre a scrivere in russo. Alla sua scarsa padronanza dell’inglese erano legate anche le difficoltà di trovare un lavoro.<br />
Lo scrittore, insieme ad altri tre ex-giornalisti sovietici che abitavano nel suo stesso palazzo, fondò una rivista. Nacque così, nel 1980, il “Novy amerikanec” a cui Dovlatov collaborò con grande entusiasmo per quasi due anni. Allorché la rivista prese delle posizioni che non condivideva, se ne andò. Tuttavia, a partire dal 1980, alcuni suoi racconti cominciarono regolarmente a essere pubblicati sul “New Yorker”. Da allora le pubblicazioni in russo e le traduzioni in inglese si susseguirono a breve distanza. Dal punto di vista creativo, questi furono gli anni più fecondi e intensi della sua vita.<br />
Con l’epoca della <em>perestrojka</em>, si riaprirono le porte della Russia. Allora si era già trasferita negli Stati Uniti l’intera famiglia, compreso il padre e la madre. Il figlio, Kolja, era nato a New York. La prospettiva di un ritorno non era più realistica. Tuttavia, grazie all’interessamento del suo amico Andrej Ar’ev, riuscì a pubblicare in patria un romanzo. La rivista di Leningrado “Zvezda” fece uscire nel 1989 <em>Filial</em>, un breve romanzo ambientato nell&#8217;emigrazione russa. Malgrado Dovlatov non lo considerasse il suo miglior lavoro, accettò la proposta di pubblicarlo.<br />
Se a questo punto le sue condizioni materiali migliorarono, la sua salute peggiorò. Morì a soli 49 anni per insufficienza cardiaca nell’agosto del 1990, un anno prima della fine dell’Unione Sovietica.<br />
La lunga lotta con la censura prima e l’esperienza poi dell’emigrazione diedero all’autore la possibilità di osservare il paese natale con un altro sguardo. Questa distanza fu un elemento fondamentale anche per l’elaborazione del suo stile. Dovlatov stesso scrisse ne <em>La valigia</em>: «Come la maggior parte dei giornalisti, sognavo di scrivere un romanzo. E, a differenza della maggior parte dei giornalisti, mi dedicavo davvero alla letteratura. Ma i miei manoscritti venivano respinti dalle riviste più progressiste. Adesso posso solo compiacermene. Grazie alla censura, il mio apprendistato si è protratto per diciassette anni. I racconti che avrei voluto pubblicare in quegli anni mi paiono oggi del tutto fiacchi».<br />
Senza dubbio Dovlatov fu il campione di una generazione senza eroi, che non aveva vissuto direttamente l’epopea della Grande Guerra Patriottica, che aveva una vaga memoria, confinata tra i ricordi d’infanzia, dell’epoca staliniana, che non aveva fatto in tempo a godere dei tiepidi venti del disgelo, ma che aveva vissuto sulla propria pelle l’infinito crepuscolo sovietico (all’epoca nessuno avrebbe osato immaginare una fine così prossima e repentina del regime).<br />
Quando, nel 1978, lo scrittore abbandonò per sempre l’Unione Sovietica, aveva già visto e vissuto tutto di quel paese: dal disgelo alla “stagnazione”; aveva sperimentato l’apparato repressivo da entrambi i lati (l’esperienza di guardia carceraria nel gulag e nel 1978 la breve detenzione nel carcere di Leningrado). Il bagaglio di esperienze era già colmo (non a caso questo fu il tema e il titolo del suo lavoro <em>La valigia</em>). Tutta la miseria, la tragedia e la grandezza, la paradossale assurdità e la follia di un’epoca e di un paese erano stipate in quella valigia. Bastava soltanto aprirla, dipanare le storie e dare voce ai personaggi.<br />
Nelle sue interviste Dovlatov si è spesso definito un “rasskazčik”, una parola che non ha un preciso equivalente italiano: “narratore orale”, anche se la traduzione più esatta sarebbe “raccontatore”. Fra le caratteristiche della sua prosa, la presenza della componente autobiografica è quella più rilevante. Anche quando compare un suo <em>alter ego</em>, quel Boris Alichanov protagonista de <em>Il parco di Puškin</em> e di <em>Regime speciale</em>, il lettore capisce immediatamente che il personaggio in questione è Dovlatov stesso. Ciò accade perché il narratore, il protagonista e l’autore sono perfettamente fusi in un’unica categoria, il cosiddetto autore implicito, che si impone nella mente del lettore, indipendentemente dall’uso della prima o della terza persona o dai nomi con cui viene indicato. È come se il lettore, su una qualsiasi pagina dell’opera, potesse “vedere” l’autore nel momento stesso in cui gli racconta un fatto.<br />
Altra caratteristica della prosa di Dovlatov è la forma della sua narrazione. Dovlatov è uno scrittore che predilige decisamente la misura breve. In uno dei suoi aforismi più celebri, pubblicato sui taccuini, scriveva: «Il narratore orale agisce a livello della voce e dell’udito. Il prosatore a livello del cuore, della mente e dell’anima. Lo scrittore a livello cosmico. Il narratore orale parla di come vive la gente. Il prosatore di come dovrebbe vivere, lo scrittore del motivo per il quale vive».<br />
La misura breve della narrazione in Dovlatov è legata al racconto orale. Anche in <em>Straniera</em>, il romanzo meno autobiografico, e già per questo diverso da quasi tutte le altre sue opere, prevale. I capitoli, tutti con un titolo, possono essere considerati dei racconti tenuti insieme dalla storia della protagonista, che ha un andamento cronologico regolare. <em>La valigia</em> è una raccolta di racconti posti all’interno di una cornice narrativa, mentre <em>Noialtri</em> è una serie di ritratti dei parenti della famiglia della voce narrante. <em>Regime speciale</em>, il romanzo dedicato all’esperienza di guardiano del gulag, non è che un insieme di piccoli episodi che hanno come sfondo la vita del campo. Inoltre, l’autore interrompe continuamente la linea narrativa inserendo brani di una corrispondenza (non sappiamo se vera o fittizia) con l’editore. Ne <em>Il libro invisibile</em> la linea narrativa viene continuamente interrotta da aneddoti e da aforismi introdotti dal titolo <em>Solo na underwood</em>, che rappresentano la quintessenza dello stile dovlatoviano.<br />
Quanto all’umorismo (forse la caratteristica più apprezzata della sua opera), dal momento che il peso specifico dell’elemento autobiografico è così rilevante, sarebbe più corretto parlare di autoironia, legata evidentemente alle circostanze della sua biografia intellettuale: la sua affermazione nel mondo delle lettere fu di qualche anno successiva alla scelta di abbandonare l’Unione Sovietica, paese in cui la distanza tra l’utopia e la storia era talmente grande da permettere una rappresentazione della realtà in chiave paradossale.<br />
La lontananza dalla madre patria, invece, gli offrì la possibilità di rielaborare i suoi ricordi, cogliendone ancora meglio l’aspetto comico, ma senza quell’astio e quel rancore che l’apparato oppressivo sovietico avrebbe probabilmente generato in lui se fosse rimasto in Russia (Dovlatov non fu e non volle mai essere considerato un dissidente). La censura paradossalmente gli rese un servizio, come dichiarò lui stesso, poiché gli offrì l’occasione di guardare l’Unione Sovietica dalla giusta distanza, confrontandosi, nel frattempo, con una realtà radicalmente diversa. Lo statuto di scrittore sradicato, mai perfettamente integrato nella nuova realtà nordamericana, estraneo al nuovo contesto, fu il serbatoio dove attinse il suo senso dell’umorismo.<br />
La sua condizione fu quella di un <em>outsider</em>, dimensione esistenziale nella quale lo scrittore russo, per scelta o per necessità, si trovò durante tutta la vita. Dietro al sottile velo comico e autoironico, si scorge la dimensione tragica. Per ammissione dello stesso Dolvatov, il servizio militare come guardia del campo segnò un primo traumatico passaggio nella sua biografia intellettuale. Così egli descrive, ne <em>Il libro invisibile</em> il suo ritorno da quell’esperienza: «Ho incontrato i miei vecchi amici. I rapporti con loro si erano fatti difficili. C’era una sorta di barriera psicologica. I miei amici stavano laureandosi, studiavano seriamente la letteratura. Còlti dal vento tiepido dei primi anni Sessanta, erano intellettualmente fioriti. Mentre io ero rimasto irrimediabilmente indietro. Sembravo uno che, tornato dal fronte, avesse scoperto che i suoi amici se la passavano alla grande. Le mie medaglie tintinnavano come i sonagli di un giullare».<br />
Dovlatov supera la nozione tradizionale di realismo, imprimendo alla sua narrazione una personalissima impronta, a partire dalla frase, nervosa, essenziale. Josif Brodskij, in un articolo in cui a due anni dalla scomparsa ricordava l’amico, racconta di quando Dovlatov gli sottopose i suoi racconti. Non gli piacquero. Dovlatov, tuttavia, continuò a sottoporgli i suoi scritti e ciò, afferma Brodskij, fu il segno che il narratore (o meglio, il “raccontatore”) sentiva di doversi misurare con la poesia: «E’ certa una cosa: lo spingeva l’impressione, del tutto inconsapevole, che la prosa deve misurarsi col verso. Adesso guardandosi indietro è chiaro che lui sulla carta tendeva alla laconicità propria del linguaggio poetico: alla massima capienza della locuzione».  E ciò, come nota ancora Brodskij, avviene a spese dello stile.<br />
Il piano cronologico della narrazione appare spesso frammentato e il lettore ha come l’impressione che l’umorismo abbia soppiantato la narrazione. Il testo, divorato da un sarcasmo sempre più corrosivo, si fa sempre più laconico, lapidario. Non solo l’autore salta da un piano cronologico a un altro, ma omette spesso alcuni passaggi logici, giocando con i sottintesi.<br />
Ultimo degli scrittori dell’epoca russo-sovietica, Dovlatov fu <em>un grande solista</em>, ma anche un uomo tragicamente solo. Il suo virtuosismo fu e sarà inarrivabile per i suoi contemporanei come per i suoi successori. Il segreto del suo raccontare, paragonabile per alcuni aspetti al fraseggio del grande Miles Davis (ugualmente laconico, lapidario e nervoso) è scomparso con lui venti anni fa, insieme al paese dove era nato e cresciuto, l’Unione Sovietica.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/22/ricordando-dovlatov/">Ricordando Dovlatov</a></p>
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		<title>Ai miei amici patrioti che sono stati messi in carcere</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 09:50:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Maria Ripellino</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg"></a></p>
<p>[ Si pubblica l'eccezionale testimonianza di Ripellino sull'invasione della Cecoslovacchia, apparsa nel servizio <em>Dietro il muro di Praga</em> («L'Espresso», XIV, 35 - 1° settembre 1968), adesso raccolta  nel volume <em><a href="http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&#038;TS02_ID=1341">L'ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell'Europa dell'Est (1963-1973).</a></em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/ai-miei-amici-patrioti-che-sono-stati-messi-in-carcere/">Ai miei amici patrioti che sono stati messi in carcere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Maria Ripellino</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg" alt="" title="primavera-di-praga" width="500" height="375" class="alignnone size-full wp-image-7453" /></a></p>
<p><small>[ Si pubblica l'eccezionale testimonianza di Ripellino sull'invasione della Cecoslovacchia, apparsa nel servizio <em>Dietro il muro di Praga</em> («L'Espresso», XIV, 35 - 1° settembre 1968), adesso raccolta  nel volume <em><a href="http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&#038;TS02_ID=1341">L'ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell'Europa dell'Est (1963-1973).</a></em> A cura di Antonio Pane, Le Lettere, Firenze 2008. ] </small></p>
<p>Sono tornato da Praga con disperazione e con rabbia. Dopo aver vissuto per due mesi le speranze e le apprensioni di un popolo, alla cui cultura ho dedicato gran parte della mia esistenza. Tanto più amaro è il mio ritorno in quanto questo magnifico popolo è stato offeso e schiacciato dall&#8217;esercito di un altro paese, della cui letteratura io sono da lunghi anni testimonio ed amico in scritti e lezioni. È tempo di liberarsi ormai di tutte le illusioni e di tutti gli inganni nei riguardi della Russia. È chiaro che la presente avventura sovietica, coperta del solito leucoplasto ideologico, con le sue brutalità e i suoi colpi di teatro, questo miscuglio asiatico di truculenze e di falsi e di minacce e di beffe e di abbracci e di parolone, si inquadra logicamente nella cornice secolare della storia russa, come se nulla fosse cambiato dalla sanguinaria e crudele epoca di Ivan il Terribile e come se i cecoslovacchi fossero i tartari della città di Kazan&#8217;, da lui conquistata.<br />
Del resto sia pure così: Kazan&#8217;, dicono le cronache del Cinquecento, era una marmitta dentro cui il popolo ribolliva come acqua.<span id="more-7446"></span><br />
Ho trascorso dunque questi due mesi nel Castello degli Scrittori vicino Praga, in continuo contatto coi redattori di <em>Literární Listy</em>, e devo dire che, nonostante l&#8217;ottimismo di alcuni corrispondenti occidentali, le brevi schiarite non hanno mai dissipato dagli animi cecoslovacchi la pesante inquietudine, specie dopo il prolisso ed ambiguo documento di Bratislava. Un orecchio attento coglieva nel tono vagamente rassicurante dei discorsi di Svoboda, Dubček, Smrkovský reticenze e circonlocuzioni pervase di angoscia. Ci si aspettava da un giorno all&#8217;altro l&#8217;invasione, e lo scetticismo non si offuscò nemmeno quando fu annunziato dalla stampa che le truppe straniere venute per le manovre se ne erano andate definitivamente. Ci pareva, la notte, riuniti nella sala da pranzo del Castello, di udire un infausto rotolìo di carri armati nel silenzio sulla provinciale che lo costeggia. Specie dopo il 18, quando si sparse la voce che i cosiddetti ‘alleati&#8217; preparavano nuove manovre in territorio cecoslovacco, eravamo certi che una notte ci avrebbe svegliati una nera realtà senza scampo.<br />
E infatti così è avvenuto: nella notte tra il 20 e il 21, appena si seppe che lo straniero avanzava con tutta la sua mostruosa ferraglia e calava dal cielo sull&#8217;aeroporto praghese, gli amici mi convinsero a partire in fretta, prima che fosse troppo tardi, e a dirigermi per strade marginali e poco battute verso il valico di Rozvadov, che porta a Norimberga. Mi dissero: vattene subito, è meglio per tutti noi, potrai meglio aiutarci di fuori che restando qui, in gabbia.<br />
Sembra di fare del pathos, ma il congedo dagli scrittori che erano allora al Castello in subbuglio, pieni di astio per la tracotanza dei falsi ‘alleati&#8217;[<em>,</em>] è stato infinitamente triste, e indimenticabile. In soli trent&#8217;anni la seconda occupazione, con lo stesso fragore di carri pesanti e la stessa tecnica che russi e tedeschi si trasmettono in una gara di emulazione, e questa volta in nome di una ‘fratellanza&#8217;, su cui è ormai posta dai cecoslovacchi una croce. Fratelli: ho finito per odiare questa parola. Correndo in macchina tra le fitte spalliere di boschi della Boemia occidentale, ripensavo alle lunghe, estenuanti discussioni al Castello, durante le quali cercavamo di spiegarci l&#8217;insania sovietica; ripensavo agli intellettuali a me cari, che avrebbero ora subìto nuove persecuzioni; ripensavo alla solitudine di questo popolo nel cuore dell&#8217;Europa, spezzata in due da una lacerazione irrimediabile. Mi tornava in mente un passo di Jan Procházka nel libro <em>Politica per ognuno</em>, uscito da poco: «Ci dicono che stiamo turbando i rapporti con l&#8217;Unione Sovietica e le altre nazioni socialiste, come se contraddicesse il socialismo il fatto che non vogliamo esser sudditi di alcun padrone né padroni di alcun suddito, ma libera terra tra popoli uguali in un mondo giusto. Solo reggendoci sulle nostre gambe, diritti e liberi, possiamo esser buoni amici di amici buoni e disinteressati alleati di alleati disinteressati».<br />
Ma a che è servita questa ininterrotta sequela di assicurazioni, di formule cerimoniali, di asserzioni di fede, di ammansimenti? Tutta questa strategia di cautele e di attese e di reiterate profferte di amicizia? Aveva avuto ragione il caricaturista di <em>Literární Listy</em> a raffigurare, in un disegno non pubblicato, Brežnev come un rapace Nembo Kid, che si avventa su Praga. Con la ripresa degli attacchi sui giornali della Santa Alleanza marxista si erano accresciute la diffidenza e l&#8217;inquietudine. Il giorno prima dell&#8217;invasione correvano oscure notizie sui movimenti degli aggressori ai confini e sul fatto che Dubček era stato convocato d&#8217;urgenza da Brežnev e che gli alleati tornavano a esigere che il governo cecoslovacco imbavagliasse la stampa e la televisione, spauracchi dei miopi gerarchi, persuasi che l&#8217;umanità debba essere una torpida accolta di servi. È ricominciata, affermavano gli amici, la politica dello spianatoio e del ferro da stiro che livella tutto, risparmiando magari gli anticomunisti, per dissolvere i comunisti dissidenti.<br />
Ciò nonostante, e con l&#8217;ansia di far presto, mi ero ingegnato di avere un incontro col capo del governo Černík, e questi mi aveva promesso di concedermi un&#8217;intervista per <em>L&#8217;Espresso</em>. E una vaga promessa avevo ottenuto anche dal segretario di Dubček per un colloquio, se Dubček, dopo la partenza di Ceauşescu da Praga, avesse avuto un momento di calma. A Černík il suo consigliere culturale, uno studioso mio amico, aveva trasmesso le quattro domande che qui riporto, come testimonianza di un&#8217;intervista mancata:<br />
1. Ho ascoltato alla tv alcuni suoi discorsi, signor Primo Ministro, e ne ho ammirato la tagliente freddezza e il tono concreto. Eppure molti documenti cecoslovacchi di questi mesi peccano di vuota fraseologia. Non le sembra, signor Primo Ministro, che uno dei principali problemi della nuova società cecoslovacca sia quello di liberarsi dalle vuote frasi roboanti?<br />
2. Gli ultimi avvenimenti hanno rimesso in luce le connessioni europee della Cecoslovacchia. Qual è la sua opinione, signor Primo Ministro, sul problema Cecoslovacchia-Europa?<br />
3. Dallo scorso gennaio il socialismo cecoslovacco sembra riprendere i temi masarykiani dell&#8217;umanità e della tolleranza. Vede lei, signor Primo Ministro, un nesso tra la dottrina di Masaryk e il nuovo corso?<br />
4. Durante la prima Repubblica i rapporti culturali tra Cecoslovacchia e Francia furono più intensi che tra Cecoslovacchia e Italia, soprattutto a causa del fatto che nel nostro paese regnava il fascismo. Pensa, signor Primo Ministro, che la rinnovata Repubblica, nel clima di libertà, cercherà un avvicinamento più stretto con la  Repubblica italiana?<br />
Come sembra ozioso tutto questo dinanzi al precipitare delle circostanze. Del resto tutti sentivamo nell&#8217;aria che le cose stavano precipitando. Tra i ‘misteri&#8217; della città d&#8217;oro c&#8217;è anche questo: che le notizie e gli indizi vi si diffondono magicamente, in un attimo. Si sussurrava che i russi, aizzati da Ulbricht e da Gomułka avrebbero fatto di tutto per ostacolare il congresso straordinario del partito. Ci  si lamentava che Dubček, troppo fiducioso, non curasse di più la sua incolumità personale: quando si recò a Čierna, gli fu chiesto da redattori della tv di farsi proteggere, date le tradizioni sovietiche, ma egli rispose che gli sembrava superfluo, era pronto a tutto. E come lui il popolo, quasi per scaramanzia, voleva evitare ogni misura precauzionale. D&#8217;altronde la coscienza del pericolo non è mai così assoluta, da cancellare del tutto la speranza di salvezza.<br />
Ora lo sdegno verso i russi (gli altri occupanti sono considerati cani al guinzaglio) avrà toccato le stelle. Ma già negli ultimi giorni della mia permanenza in Cecoslovacchia si veniva mutando in sordo astio l&#8217;indignazione del popolo, sospeso nel vuoto dopo il documento di Bratislava ed esposto, come su un calvario, a salve di calunnie e menzogne. E l&#8217;indignazione è macchina di saldezza per questo popolo, un tempo considerato un&#8217;accolta di piccoli uomini birrosi e tranquilli, da Biedermeier, di figurette da racconti di Čapek, e oggi interprete di un dramma eroico che desta lo stupore del mondo e maestro nella tecnica della pazienza e della difesa non violenta. Un popolo che gli aggressori tenteranno di sfaldare, giuocando sui vecchi rancori di famiglia tra cechi e slovacchi, rancori che tuttavia si sono assopiti d&#8217;incanto nell&#8217;ora della minaccia.<br />
Ricordo alcune conversazioni del giorno 20, le ultime. Un amico scrittore paragona il comunismo sovietico a una cipolla: «L&#8217;abbiamo sfogliata per vent&#8217;anni, nonostante il cattivo odore e fingendo che fosse un aroma paradisiaco, nella speranza di giungere un giorno al bulbo, poiché sotto le apparenze negative volevamo toccare la sostanza. E alla fine, con le lacrime agli occhi, ci accorgiamo che anche il bulbo è rozzo e disgustoso». Un romanziere asserisce: «Non tarderanno a lungo, vedrai. Gli ultimi articoli nei loro giornali sono trombe di guerra. Del resto il meccanismo della dittatura totalitaria non ha altra via d&#8217;uscita. Un regime-laboratorio che estingue l&#8217;intelligenza, riducendo l&#8217;uomo a un numero obbediente, come nel romanzo utopistico <em>Noi</em> di Zamjatin, non può consentire che un piccolo popolo, pur restando fedele al socialismo, deragli dai dogmi e dagli schemi di pietra. E, presumendo di essere l&#8217;eletto, manipola la verità a suo piacimento e offende ogni diritto e vuol essere per di più riconosciuto protettore e fratello. Che differenza c&#8217;è tra Brežnev e Hitler? Ti dirò di più: Hitler ha appreso la tecnica da loro, dai sovietici, i quali furono i primi ad aprire i lager e a far professione di intolleranza».<br />
Un poeta mi espone nervosamente una sua forse assurda teoria: «Non mi garba», dice, «questo andirivieni dei capi di paese in paese; questa continua locomozione non promette nulla di buono. Finiranno col prendersi noi e la Jugoslavia e la Romania, giungendo sino ai confini albanesi. Risolveranno tutto in una volta. E sarà la loro fine». Un altro scrittore mi cita un passo profetico d&#8217;un giornalista ceco del secolo scorso, Hubert Gordon Schauer, il quale, chiedendosi che cosa sarebbe avvenuto se l&#8217;impero austriaco si fosse frantumato e se i tedeschi avessero minacciato la Boemia, scrisse nel 1886 le parole seguenti: «Molti dicono che ci salverebbe la Russia. Ma la Russia è davvero uno Stato amico, sono i russi davvero nostri fratelli, disposti a difenderci ad ogni costo? E se invece ci sacrificassero al germanesimo, se ci barattassero con assoluta freddezza in cambio della Galizia o dei Balcani? E se, per un curioso corso della sorte, fossimo loro assegnati e, come fanno ora coi polacchi, ci russificassero o, come coi bulgari, ci privassero dell&#8217;autonomia politica? So che vi sono alcuni, i quali gioiscono a questo pensiero, ma altri che rifuggono dalla russificazione così come dal germanismo, e per i quali il giogo fraterno è altrettanto sgradevole e forse anche più ripugnante di quello straniero. Vi sono uomini i quali, se si presentasse il dilemma: tedeschizzarsi o russificarsi, rifletterebbero con sangue freddo da qual parte verrebbe maggior giovamento culturale&#8230;».<br />
Il problema è certo cambiato e, dopo l&#8217;invasione sovietica, si pone in termini nuovi: né con gli uni né con gli altri. Ecco perché dall&#8217;inizio delle manovre e ancor più negli ultimi giorni i cecoslovacchi, con risoluzioni e dibattiti, insistono sulla totale neutralità del paese. Fatto è che per almeno cento anni il ricordo dei russi (per non parlare dei bulgari e dei polacchi) sarà equivalente a quello dei nazisti, e la stella rossa uguale alla croce uncinata: l&#8217;inconsulta goffaggine dell&#8217;impero sovietico, che si regge sui cingoli e sui cannoni, fingendo di essere eternamente insidiato da eterne controrivoluzioni, ha messo in forse l&#8217;esistenza stessa del comunismo in un paese che poteva diventare il modello di una moderna società comunista. A meno che non si debba concludere che democrazia e comunismo siano inconciliabili.<br />
Ma, in questo duello tra Davide e Golia, la corazzata ottusità dei sovietici si è scontrata con l&#8217;inerme tenacia di un popolo che sa essere saldo e compatto come un muro di piombo, uno dei più caparbi popoli della terra, che non tornerà indietro in nessun caso. C&#8217;è da augurarsi che il Golem sovietico dai piedi ferrati abbia il buon senso di ritirarsi e che non perda del tutto la ragione. Se lo straniero dovesse restare nel territorio cecoslovacco, si troverà come nel deserto: la capacità di sabotaggio e di difesa passiva della nazione cecoslovacca è infinita.<br />
Siamo agli inizi di una nuova resistenza: scioperi, ostentato disprezzo per gli occupanti, caccia spietata ai collaborazionisti, proliferazione di libere trasmittenti. Una resistenza che si vale delle risorse dei tempi dell&#8217;Austria e del periodo del protettorato nazista e si arricchisce di nuovi trucchi e di strabilianti invenzioni, come il colloquio coi carristi stranieri, per insinuare nei loro animi il dubbio, la distruzione di sigle, targhe, numeri e nomi di strade e cartelli, la segnalazione delle auto degli agenti segreti, e riesce talvolta, con una tecnica collaudata nei giorni del nazismo, persino ad avvisare coloro che stanno per essere arrestati. Nella sua <em>Idea di uno Stato austriaco</em> lo storico ceco Palacký (1865) affermò: «Siamo stati prima dell&#8217;Austria, saremo ancora dopo di essa». Potremmo sostituire alla parola ‘Austria&#8217; la parola ‘Unione Sovietica&#8217;.<br />
E tutta la fede nella durata e nella rinascita di questo paese, che non vuol vivere, come diceva Masaryk, «sul conto degli altri, dell&#8217;altrui coscienza», non attenua l&#8217;angoscia per una situazione che, se durasse troppi anni, farebbe della Cecoslovacchia una muta ombra, uno stagno insidioso ma spento, riducendo la sua vita a parvenza di vita, tarpando i suoi impulsi e immiserendo ancor più la sua economia già immiserita da vent&#8217;anni di disastri. Senza pensare ai massacri che deriverebbero da eventuali scoppi di disperata rivolta. Ascoltando ora ogni sera la meravigliosa catena di stazioni cecoslovacche che oppongono la voce della libertà a quella nauseante delle stazioni ‘collaborazioniste&#8217; e ‘piratiche&#8217;, ripenso agli amici[<em>,</em>] alle loro parole: «Tu tornerai in Occidente, ma noi&#8230; chissà che cosa ci aspetta». Vorrei nominarli ad uno ad uno, tutti coloro vicino ai quali ho trascorso i mesi più caldi della loro rivoluzione, giornalisti e scrittori, quelli che già lavorano nel sottosuolo e organizzano la lotta clandestina e quelli che sono stati rapiti con metodi da Gestapo. Vorrei rassicurarli del nostro affetto e della nostra ammirazione, dir loro: voi siete la coscienza del mondo. Ma so che le parole, guaste e caricate da troppi abusi, non valgono più nulla.</p>
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