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	<title>Nazione Indiana &#187; urbanità</title>
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		<title>Urbanità 10</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 07:55:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Farò di tutto per essere in prima fila, nel giugno del 2010, al concerto milanese di Claudio Abbado. Sono di quella generazione che non ha mai avuto la possibilità di sentirlo dal vivo nella propria città e questo mi fa sentire come un orfano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/10/urbanita-10/">Urbanità 10</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Farò di tutto per essere in prima fila, nel giugno del 2010, al concerto milanese di Claudio Abbado. Sono di quella generazione che non ha mai avuto la possibilità di sentirlo dal vivo nella propria città e questo mi fa sentire come un orfano. Forse davvero è il simbolo che qualcosa sta cambiando a Milano. Forse stiamo prendendo coscienza di essere per davvero un centro culturale di respiro internazionale. Una metropoli. Anche se, lo confesso, la provocazione di Abbado &#8211; suonerà solo se verranno piantumati 90.000 alberi in città &#8211; a me mette un po&#8217; tristezza. Nulla da dire sulla nobiltà del gesto, ma il tema della qualità ambientale non dovrebbe merce di contrattazione di un singolo privato, ma l&#8217;imperativo doveroso di ogni realtà pubblica. Abbado ci dà lezioni di civiltà, non possiamo che ringraziarlo, ma ciò dimostra il nostro generale ritardo civico.<br />
<span id="more-16623"></span><br />
Intendiamoci: non voglio fare la classica cassandra della situazione. Milano, nell&#8217;ultimo decennio, ha aumentato la sua quota procapite di verde pubblico, ma è ancora insufficiente se paragonata ad altre realtà europee. A dir la verità anche in Italia città di media grandezza, come Cagliari o Verona, surclassano i nostri 15 metri quadrati procapite di verde, e persino Napoli, con i suoi 28 metri quadrati ci umilia. Ma non è in senso stretto una questione di cifre. È una questione di mentalità, di attitudine. </p>
<p>A Milano il verde è sempre stato considerato un <em>optional</em>, una seccatura, spazio buttato via alla speculazione, al guadagno. Eppure non si può pensare di giocare la partita con le altre metropoli mondiali solo con la progettazione di grattacieli sempre più alti (e spesso inutili): senza doverci paragonare a Berlino, basta girare per Monaco, città di dimensioni affini a quelle milanesi, per comprendere la differenza. Dell&#8217;Expo sembriamo tutti interessati a cercare di inventare l&#8217;ennesimo simbolo fallico, l&#8217;ennesima torre svettante, quando il vero tema, il vero simbolo, quello che ho paura non verrà mai realizzato, dovrebbe essere il progetto di Andreas Kipar del Raggio Verde per Milano: un modo di mettere “a sistema” il verde già esistente e completarlo con una cinta, un <em>ring</em>, che abbraccia la città e che ha assi di penetrazione verdi fin nel centro urbano. Milano non finisce nei suoi confini comunali, va ben oltre. Occorre dare cittadinanza e fruibilità a realtà extraurbane, come il Parco Nord, il Parco della Groane, il Parco di Monza, o a quelle urbane come il Parco Sud (che ha un potenziale assolutamente inespresso), e poi dare vita ai parchi in progetto, da troppo tempo solo sulla carta, come il Forlanini di Gonçalo Byrne.</p>
<p>Ma questo si può fare solo se, al contempo, ci preoccupiamo di dare un piano della mobilità pubblica (nuove linee metropolitane) e della mobilità leggera (un vero sistema di piste ciclabili) degne di una città moderna. E invece cosa facciamo? Del nostro magnifico patrimonio arboreo -abbiamo viali alberati che a primavera sembrano cattedrali naturali- ci disinteressiamo completamente: basta prevedere un parcheggio sotterraneo qualsiasi che non perdiamo tempo ad abbattere alberi monumentali, vedi il caso clamoroso e triste di piazza Bernini. E la stessa idea di allineare, in onore di Abbado, centinaia di vasi con dentro piantumati dei pioppi cipressini, è poco più di una boutade pubblicitaria: non è questo il modo di fare una politica del verde, sembra più una soluzione da arredatori della domenica. Qualcuno di voi sente la mancanza di alberi in Piazza della Signoria o in Piazza Navona? Una città è organica quando tutto il suo territorio, non solo il privilegiato centro storico, è organizzato in modo organico e sostenibile. La Milano Metropolitana, la Milano del XXI secolo, o sarà organica e sostenibile o non sarà. Questo è il punto.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>La Repubbica - Milano, <em>il 9 aprile 2009</em>]</p>
<p>Urbanità:<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/"> 1</a>; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">2</a>; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">3</a>; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">4</a>; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">5</a>; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/11/urbanita-6/">6</a>; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/02/urbanita-7/">7</a>; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/08/urbanita-8/">8</a>; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/20/urbanita-9/">9</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/10/urbanita-10/">Urbanità 10</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Urbanità 9</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 10:49:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Si sa, al principe Carlo d&#8217;Inghilterra l&#8217;architettura moderna non piace. Appena vede delle facciate in vetro strutturale, appena passa davanti a una costruzione in cemento armato, gli viene l&#8217;orticaria. La città moderna, con le sue dimensioni abnormi, con le sue forme avulse dalla tradizione è portatrice di degrado urbano e sociale, la bruttura degli edifici abbrutisce i suoi abitanti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/20/urbanita-9/">Urbanità 9</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Si sa, al principe Carlo d&#8217;Inghilterra l&#8217;architettura moderna non piace. Appena vede delle facciate in vetro strutturale, appena passa davanti a una costruzione in cemento armato, gli viene l&#8217;orticaria. La città moderna, con le sue dimensioni abnormi, con le sue forme avulse dalla tradizione è portatrice di degrado urbano e sociale, la bruttura degli edifici abbrutisce i suoi abitanti.<br />
<span id="more-14181"></span><br />
Con costanza e passione, da oltre vent&#8217;anni, Carlo propugna una architettura tradizionale, “come si faceva una volta”, con tecniche, dimensioni e stili condivisi dall&#8217;immaginario collettivo. La Prince&#8217;s Foundation ha già costruito un paio di villaggi utopici: Poundbury, il primo, è un vero e proprio fiore all&#8217;occhiello. Tanto grazioso che oltre a viverci c&#8217;è già chi ci va a visitarlo da turista, sognante. La prova provata che estetico ed etico siano la stessa cosa. Proprio una bella favola. Peccato che non sia vera. </p>
<p>E lo dimostra il secondo di questi esperimenti urbanistici con i quali il principe si balocca da anni. St Austell, in Cornovaglia, con le sue belle case neovittoriane e i villini neoedoardiani, con i prati ben tosati, le dimensioni raccolte, le strade pedonali senza traffico automobilistico, è un vero e proprio incubo per i suoi abitanti. Un po&#8217; perché la lontananza dalla grande città più che strategica si è dimostrata allucinatoria (pure il segnale televisivo è assente). Poi, soprattutto, perché la notte il paese diventa il crocevia dei marginali, degli ubriaconi, dei disperati. Fra violenze notturne, giovani delinquenti, sirene della polizia, ormai sembra più facile dormire in prossimità di un aeroporto che nella bucolica St Austell. </p>
<p>Sovrapporre etico ad estetico è una foglia di fico, una semplificazione banalizzante. St Austell ha un tessuto sociale più variegato e problematico di Poundbury, abitato, invece, dall&#8217;alta e ricca borghesia inglese. È bastato questo a far saltare tutte le pie illusioni da accademico dilettante di Carlo d&#8217;Inghilterra. Senza che il cemento armato avesse colpa alcuna.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Costruire<em>, n.307 dicembre 2008</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/11/urbanita-6/">Urbanità 6</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/02/urbanita-7/">Urbanità 7</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/08/urbanita-8/">Urbanità 8</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/20/urbanita-9/">Urbanità 9</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Urbanità 8</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2009 07:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Adoro i <em>purovisibilisti</em>. Con loro tutto sembra più facile. La città è un testo, dicono, occorre conoscerne la grammatica, il lessico. Saperne elencare le parole, le frasi, la poetica. Le strade, l&#8217;incasato, le mura, i landmark (che siano le torri o i campanili o altro ancora), le piazze &#8211; quella del mercato, la religiosa, la politica, etc.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/08/urbanita-8/">Urbanità 8</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Adoro i <em>purovisibilisti</em>. Con loro tutto sembra più facile. La città è un testo, dicono, occorre conoscerne la grammatica, il lessico. Saperne elencare le parole, le frasi, la poetica. Le strade, l&#8217;incasato, le mura, i landmark (che siano le torri o i campanili o altro ancora), le piazze &#8211; quella del mercato, la religiosa, la politica, etc. &#8211; hanno da sempre una funzione, una forma, una ragion d&#8217;essere che esulano persino dalle contingenti logiche economiche e storiche e che fanno, da sempre, la peculiarità della città europea.<br />
<span id="more-14177"></span><br />
Mi pacificano i <em>purovisibilisti</em>. E io stesso, lo confesso, più di una volta ho sognato, di notte, il ritorno d&#8217;imperio di una commissione d&#8217;ornato che mettesse ordine alla confusione linguistica (per non dire “schifezza edificata”) che impera nelle nostre città. Solo che poi, la mattina dopo il caffè, solo a pensare ai membri che potrebbero farne parte (indifferentemente a Torino, come Milano, o Roma o Palermo) cambio idea altrettanto inorridito. </p>
<p>Perché, dicono, ad un certo punto il mondo è impazzito e ha dimenticato come si fanno le città. Basterebbe, insomma, tornare alle buone regole dei nostri padri. Un po&#8217; come quelli che non capiscono i romanzi moderni, scritti con i piedi, così pieni di parolacce, ammiccamenti cinematografici, citazioni televisive, ritmi da videogiochi. Nulla a che vedere col buon romanzo borghese di una volta. Ovvio che, a ruota, viene pure un po&#8217; di nostalgia per l&#8217;università dei bei tempi andati, quando ci si conosceva tutti (e si lasciavano le chiavi appese alla porta, che non c&#8217;entra niente, ma fa <em>pendant</em>).</p>
<p>Nel frattempo, là fuori, una economia canaglia sta manipolando in modo irreversibile il territorio, indifferente ai pianti aristocratici, per quanto sinceri, dei <em>purovisibilisti</em>. Là fuori però, fuori dagli adorati centri storici, ci abitiamo noi, triviali frequentatori di romanzacci moderni. Gli unici, per ora, che la sporca realtà ce la raccontano così com&#8217;è, dandoci gli strumenti per comprenderla e governarla davvero, confusa per quanto sia.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Costruire<em>, n.306 novembre 2008</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/11/urbanita-6/">Urbanità 6</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/02/urbanita-7/">Urbanità 7</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/08/urbanita-8/">Urbanità 8</a></p>
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<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/11/urbanita-6/' rel='bookmark' title='Urbanità 6'>Urbanità 6</a> <small> di Gianni Biondillo Parlare di case popolari pare sia...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/' rel='bookmark' title='Urbanità 5'>Urbanità 5</a> <small> di Gianni Biondillo Se chiedessimo a un romano quanti...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/' rel='bookmark' title='Urbanità 3'>Urbanità 3</a> <small> di Gianni Biondillo A detta di Gianluca, il mio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Urbanità 7</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 07:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>risposta inedita ad una lettera, recapitatami da una rivista, che mi chiedeva un'opinione sulla </em>querelle<em> di Brera.</em> G.B.]</p>
<p>Gentilissima lettrice,<br />
la verità è che Milano ha sempre avuto un rapporto, come dire, “infastidito” con la sua eredità storico-artistica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/02/urbanita-7/">Urbanità 7</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>risposta inedita ad una lettera, recapitatami da una rivista, che mi chiedeva un'opinione sulla </em>querelle<em> di Brera.</em> G.B.]</p>
<p>Gentilissima lettrice,<br />
la verità è che Milano ha sempre avuto un rapporto, come dire, “infastidito” con la sua eredità storico-artistica. A conti fatti le emergenze monumentali di questa città non sono, facendo una gretta conta, inferiori a quelle di Firenze, però i milanesi pare se ne disinteressino. Non a caso m&#8217;è capitato spesso di dover spiegare ai turisti stranieri che il Cenacolo di Leonardo sta proprio qui, in questa città, mica a Firenze come molti di loro credono. Nessuna città può fare a meno della sua memoria, ovvio, ma Milano ha sempre buttato lo sguardo oltre, verso il futuro. È la sua più antica tradizione quella di cambiare continuamente pelle, per poi, magari, rimpiangere con lacrime di coccodrillo, quello che ha perduto. È quell&#8217;atteggiamento ben descritto da Manzoni nei Promessi Sposi: “adelante con juicio”. Correre, ma lentamente. Delle due polarità, però, è quella della lentezza che ha preso il sopravvento in questi ultimi decenni. Una lentezza che appare sempre più puro immobilismo, ammettiamolo. Oggi a dir la verità sembra che il vento stia cambiando, e noi stiamo qui, vigili, a capire se è solo un&#8217;impressione o è qualcosa di più concreto.<br />
<span id="more-11565"></span><br />
Dell&#8217;allargamento del Museo di Brera, tanto per capirci, io ne sento parlare fin da quando ero ragazzo. Mi ricordo pure che nei rampanti anni Ottanta del secolo scorso si arrivò pure a definire un progetto – <em>Brera 2</em> – affidato a un famoso architetto inglese, James Stirling, che finì in un nulla di fatto. Un quarto di secolo dopo ancora se ne parla come qualcosa di imminente. Si sono succeduti governi nazionali di tutti i colori politici, tutti con la soluzione in tasca: chi più “gigantista”, chi più “terra terra”, poi, come al solito, non se ne è fatto nulla, lasciando Brera in una surreale decadenza (dal punto di vista del numero dei visitatori è il 40esimo museo nazionale. Un insulto, in pratica).</p>
<p>Diciamoci la verità: mette tristezza sapere che un patrimonio di tale levatura &#8211; per quello che possiede Brera è senza dubbio fra i primi musei al mondo &#8211; sia così sottoutilizzato. E non è certo chiedendo agli stilisti milanesi, come è stato proposto tempo fa, di rifare l&#8217;uniforme degli uscieri che risolveremmo  i cronici problemi della pinacoteca: gli allestimenti museografici ormai obsoleti, i magazzini che traboccano di capolavori mai esposti, la totale assenza di multimedialità o, più semplicemente, il personale impiegato inadatto a ricevere turisti da tutto il mondo. Tutto ciò nella Milano che cerca di fare il grande salto con l&#8217;Expo 2015. Sembra l&#8217;ennesima occasione sprecata, in un paese che si vanta di possedere il più cospicuo patrimonio artistico del mondo.</p>
<p>L&#8217;ultima proposta, è cosa di questi giorni, cerca una mediazione: non si progetterà più una Accademia di Belle Arti <em>ex novo</em> in Bovisa &#8211; idea, tra l&#8217;altro, sensata, dato il nuovo polo universitario ormai ben saldo nel territorio e la presenza della sede distaccata della Triennale –  ma, in ogni caso, si sposterà l&#8217;Accademia in una ex caserma ristrutturata <em>ad hoc</em>, liberando così il palazzo storico di Brera di un intero piano, raddoppiando di conseguenza lo spazio espositivo del museo. Bene. Trovo sia una soluzione decorosa. Non straordinaria, ma decorosa. Avremmo potuto avere un museo all&#8217;avanguardia nel mondo, forse avremo un museo, quanto meno, visitabile. Occorrerà vedere il progetto architettonico, ovviamente, per quanto io resti dell&#8217;idea che insistere a esporre in palazzi storici opere di tale levatura sia museograficamente errato. Però mi rendo conto quanto il legame simbolico col palazzo seicentesco e la collocazione centrale siano elementi da non sottovalutare.</p>
<p>Il vero problema è capire se, anche in questo caso, siamo nel mondo delle intenzioni o meno. Il Ministro della difesa ha promesso – a detta sua proprio per fare un favore, graziosamente, al Sindaco di Milano – che libererà al più presto la caserma di via Mascheroni. Vediamo cosa accadrà. Nel 2009 la pinacoteca festeggia il bicentenario, forse è la volta buona. Forse. Ma che si smetta di perdere tempo. Sempre per dirla con Manzoni:<br />
- Giacché la cosa si deve fare, si farà presto.<br />
- Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. </p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/11/urbanita-6/">Urbanità 6</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/02/urbanita-7/">Urbanità 7</a></p>
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		<title>Urbanità 6</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 07:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Parlare di case popolari pare sia davvero poco chic. I miei colleghi architetti preferiscono discutere dell&#8217;ultimo museo della <em>archistar </em>di turno, piuttosto che dei problemi abitativi della stragrande maggioranza degli italiani. I quali, grazie a una politica abitativa suicida che non costruisce più edilizia sociale da circa trent&#8217;anni, hanno dovuto obbligatoriamente optare per l&#8217; acquisto della casa, data l&#8217;assurdità del costo degli affitti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/11/urbanita-6/">Urbanità 6</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Parlare di case popolari pare sia davvero poco chic. I miei colleghi architetti preferiscono discutere dell&#8217;ultimo museo della <em>archistar </em>di turno, piuttosto che dei problemi abitativi della stragrande maggioranza degli italiani. I quali, grazie a una politica abitativa suicida che non costruisce più edilizia sociale da circa trent&#8217;anni, hanno dovuto obbligatoriamente optare per l&#8217; acquisto della casa, data l&#8217;assurdità del costo degli affitti.<br />
<span id="more-10330"></span><br />
Il nostro Ministro della Cultura, poi, non ha mezzi termini: per lui le case popolari sono l&#8217;orrore, la vergogna dell&#8217;architettura del Novecento. Molto meglio le villette brianzole, ha detto al Congresso internazionale degli architetti di Torino. La cosa comica è che mentre Sandro Bondi pontificava le sue banalità, l&#8217;Unesco dichiarava “Patrimonio dell&#8217;Umanità” i vari complessi di case popolari pensati negli anni &#8217;20-&#8217;30 a Berlino da gente come Taut, Wagner, Scharoun, etc.</p>
<p>Ora: non è che all&#8217;Unesco, in una fredda mattina parigina, qualcuno abbia preso <em>sua sponte</em> tale decisione. Ogni anno gli stati membri propongono le loro documentatissime candidature che vengono poi scremate dall&#8217;organizzazione delle Nazioni Unite, fino alla scelta definitiva. Ebbene, non ostante in Germania non manchino opere del passato che avrebbero potuto partecipare alla selezione, qualcuno a Berlino ha trovato logico, <em>politicamente logico</em>, proporre un sistema di opere moderne di assoluta qualità, sia formale che etica.</p>
<p>Questo per dire che l&#8217;architettura muore quando la politica non solo se ne disinteressa, ma addirittura la sbeffeggia, come un qualunque <em>parvenue </em>della cultura, e come spesso fanno non solo i nostri politici, ma anche i miei colleghi. Non mancano esempi straordinari di architettura sociale nel nostro Novecento; ma stanno morendo di indifferenza. Ai miei colleghi modaioli proibirei l&#8217;abbonamento all&#8217;ennesima rivista patinata e li porterei in pellegrinaggio a Berlino. Ricominciare da Taut credo sia una vera rivoluzione culturale, oggi come oggi.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Costruire<em>, n.305 ottobre 2008</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/11/urbanita-6/">Urbanità 6</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Urbanità 5</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 08:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Se chiedessimo a un romano quanti abitanti fa la sua città non avrebbe dubbi a dirci, con orgoglio, che supera i tre milioni e mezzo; anche se poi non è affatto vero. Roma ha poco più di due milioni e mezzo d’abitanti in un’area urbana gigantesca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Se chiedessimo a un romano quanti abitanti fa la sua città non avrebbe dubbi a dirci, con orgoglio, che supera i tre milioni e mezzo; anche se poi non è affatto vero. Roma ha poco più di due milioni e mezzo d’abitanti in un’area urbana gigantesca. La densità per metro quadro è molto bassa, nulla a che vedere con altre realtà urbane. Ho sempre trovato ammirevole il gigantismo dei romani, la loro convinzione di vivere in una città fuori dall’ordinario. Ma Roma, con tutti i pregi che ha, non è davvero considerabile una metropoli contemporanea. Sembra più una successione di borghi, spesso indipendenti fra loro. Non è affatto un difetto, ben inteso, ma le vere metropoli italiane sono altre.<br />
<span id="more-8047"></span><br />
È che spesso neppure lo sanno, o lo vogliono ammettere. Siamo in un paese dove la tradizione del campanile nega l’evidenza. Le nostre metropoli non sono affatto tutte uguali, si portano dietro la particolare orografia della nostra terra, le tradizioni insediative, il diverso approccio nei confronti della qualità della vita, economie spesso assolutamente contrastanti. Ecco perché mi piacciono. Nulla a che vedere con l’infinita griglia di villette tutte uguali, con <em>back yard</em> incorporato, che si spalmano identiche per tutti gli Stati Uniti. </p>
<p>In Italia, anche se chi le abita non ne è cosciente, le nostre metropoli sono particolari, curiose. Hanno la forma della città lineare della via Emilia, ad esempio, dove si può vivere a Modena, prendere un caffè a Parma, studiare a Bologna, andare in discoteca a Rimini, lavorare a Reggio. Oppure sono la smisurata periferia globale del napoletano, che va ben oltre la provincia del capoluogo, tracima nella Terra di Lavoro, nel casertano. O, ancora, hanno la forma della città rete di Milano. Un’area metropolitana immensa, dove vivono e operano qualcosa come sette milioni di abitanti. E dove, però, la cosa sembra di nullo interesse per gli amministratori del territorio che non riescono a legiferare un piano regionale degno di questo nome. Le città, comunque, non aspettano e mutano forma. Prendono forma. Spesso deturpandosi. Non ho nostalgia dei bei tempi andati,  metà della popolazione del mondo ha deciso di vivere in una città, occorre analizzare la realtà a ciglio asciutto, però, poi, occorre restituire sul territorio segni forte che diano dignità di cittadinanza anche a chi vive lontano dai “soliti” centri storici. </p>
<p>L’Expo del 2015, potrebbe essere, per Milano, la grande occasione di rilancio urbano: valutare un piano di mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, attirare eccellenza. Si può fare. Anzi: si deve fare! La rivista inglese <em>Monocle </em>ha stilato la classifica delle 25 città più vivibili del pianeta. Nessuna delle città italiane è presente. Smettiamola di vivere sugli allori del nostro patrimonio del passato e incominciamo a migliorare la nostra vita quotidiana. Smettiamola di essere così chiusi nel confronto del mondo, anche perché il giorno in cui il mondo ci darà definitivamente le spalle, sarà l’inizio della nostra fine. E non ne vale davvero la pena.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>V &#038; S<em>, n.9 settembre 2008</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a></p>
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		<title>Urbanità 4</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2008 07:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Al professor Dal Co non è piaciuto il mio urlo di dolore che apre <em>Metropoli per principianti</em>, dove dico, provocatoriamente: “non fate studiare architettura ai vostri figli”. Intervistato da Stefano Bucci ha detto, un po&#8217; piccato, che gli pare “una <em>boutade</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Al professor Dal Co non è piaciuto il mio urlo di dolore che apre <em>Metropoli per principianti</em>, dove dico, provocatoriamente: “non fate studiare architettura ai vostri figli”. Intervistato da Stefano Bucci ha detto, un po&#8217; piccato, che gli pare “una <em>boutade</em>. Sarebbe come dire: &#8216;non iscrivete i vostri figli a medicina, perché faranno solo i medici di base&#8217;.”<br />
<span id="more-7999"></span><br />
“Magari!”, mi viene da pensare caro professore.  Magari fosse così, ci metterei la firma. Tra l&#8217;altro i medici di base hanno guadagni mensili non disprezzabili. Invece qui la cosa è assai più tragica. Sarebbe, per mantenere il suo esempio, come dire: “non studiate medicina, che poi vi tocca fare i lettighieri, gli uscieri d&#8217;ospedale, gli operatori del call center&#8230;”</p>
<p>Perché è questa la vera contraddizione. Siamo il paese col più alto numero di laureati in architettura d&#8217;Europa e, al contempo, col più basso numero di progetti realizzati firmati da architetti. La città moderna non ci compete, non l&#8217;abbiamo costruita noi. Ci si lascia ingannare dai casi estremi delle star dell&#8217;architettura, che sono poco più di specchietti per le allodole, ma lo zoccolo duro, il popolo degli architetti, le mani sul territorio non le ha messe mai. È una percezione falsata quella che ci danno i vari Fuksas, Piano, Gregotti: è un po&#8217; come credere che dato che c&#8217;è Faletti, tutti gli scrittori vendano ogni volta milioni di copie dei loro romanzi. Non è così: gli scrittori, in media, fanno la fame. Ma con la differenza che almeno pubblicano, mentre gli architetti, in media, non costruiscono affatto. </p>
<p>Anzi, fosse per me farei mie le parole di Dal Co per cambiarle di segno: “Studiate architettura, così diventate <em>architetti di base</em>.” Con tutti i problemi che il nostro territorio ha, il patrimonio architettonico da salvaguardare, le questioni di riconversione anche di spazi minimi o irrisolti, l&#8217;abusivismo, la sostenibilità, non sarebbe da istituire, a livello governativo, come un dovere di sanità paesaggistica, la figura dell&#8217;<em>architetto di base</em>? </p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Costruire <em>n. 303, settembre 2008</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a></p>
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		<title>Urbanità 3</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 09:12:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>A detta di Gianluca, il mio mio socio di studio, noi architetti ormai ci siamo trasformati in parrucchieri. E, maledizione, ha ragione da vendere! Forse è anche per questo che ultimamente mi sto convertendo sempre più alla scrittura.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies2.jpg" alt="" title="dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7906" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>A detta di Gianluca, il mio mio socio di studio, noi architetti ormai ci siamo trasformati in parrucchieri. E, maledizione, ha ragione da vendere! Forse è anche per questo che ultimamente mi sto convertendo sempre più alla scrittura. Sento di avere un maggiore spazio critico scrivendo, spazio che la professione pare avere definitivamente precluso. L&#8217;architettura non è più critica dello contesto, ma la sua spettacolarizzazione.<br />
<span id="more-7903"></span><br />
Ormai il fare architettonico si è dimenticato della triade vitruviana, quella che ha organizzato da sempre la regola professionale. Della <em>Firmitas</em>, la solidità della struttura e la conoscenza dei materiali, pare non interessi più a nessuno, così come della <em>Utilitas</em>, l&#8217;utilità del manufatto architettonico, la sua ragion d&#8217;essere, il suo modo di rispondere ad un problema dato attraverso un disegno funzionale. Tutta la nostra professione sembra schiacciata sulla <em>Venustas</em>, sul fare architettura bella, gradevole all&#8217;occhio, spesso solo spettacolare, che stupisca, che sia inimmaginabile, fantasiosa, che faccia scalpore. </p>
<p>È una logica che avvicina l&#8217;architettura alla moda, all&#8217;evento, alla <em>performance</em>. E in fondo la sovrapposizione che si fa fra architetto, designer, stilista è ormai cosa del sentito quotidiano. Una volta, saputo che ero di Milano, il mio interlocutore mi guardò con invidia: “Ah, un architetto milanese. Che bello: il design, la moda, le fotomodelle&#8230;” (ne avessi mai incontrata una in tutta la mia vita!).</p>
<p>Ma come si può pensare che manufatti edili che mutano il nostro panorama urbano possano essere concepiti con la logica dell&#8217;effimero? Architetture spesso così avulse dal contesto da stridere, fare a pugni col territorio, umiliandolo, banalizzandolo per eccesso di originalità? L&#8217;architettura non ha il dovere di essere originale a tutti i costi, non sopporto questa assurda tirannia del bello. Torniamo a pensare l&#8217;architettura come la risultante delle tre categorie vitruviane, pena il suo dissolversi nel banale. Anche perché i tempi dell&#8217;edilizia sono lunghi, molto più lunghi dei <em>rendering </em>di progetto fatti al computer. Se  non si costruisce pensando agli anni che si depositeranno sui muri dei nostri sogni architettonici, costruiremo case destinate ad essere continuamente “fuori moda” e maledettamente scomode.</p>
<p>Perché, quanto meno, il mondo della moda sa che gli tocca vivere nell&#8217;immediato, nella obsolescenza delle forme. Su questo ha costruito la sua filosofia. Ma la disciplina architettonica, presa com&#8217;era dal trasformarsi in un mondo di <em>archistar</em>, non ha capito che la moda non esiste solo nelle sue manifestazioni effimere. La moda non è solo sfilate, eventi mondani, pierre, gossip. L&#8217;universo della moda è ben oltre l&#8217;immagine festaiola che da di sé sulle riviste patinate. Quella è strategia, è <em>marketing</em>. Ma dietro tutto ciò ci sono persone che si occupano di logistica, che studiano nuove tecnologie, che progettano e manipolano forme. Il <em>know how</em> del lavoro silenzioso della moda, quello fuori dai riflettori televisivi, è la vera struttura portante dell&#8217;intero sistema. </p>
<p>Dovremmo spostare il fuoco della nostra attenzione dalle “grandi firme” al mondo degli artigiani che, con sapienza certosina, producono, pezzo dopo pezzo, manufatti che sono piccoli capolavori. La ricchezza, la tradizione sapienziale del nostro artigianato dovrebbe essere il modello di molti miei colleghi architetti. Più umiltà, insomma. Impariamo dalla moda, ma dal basso. Tiriamoci su le maniche e sporchiamoci le mani. Non può che farci bene.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Velvet<em> n.22 settembre 2008</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">urbanità 2</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Urbanità 2</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2008 08:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non bisognerebbe mai fare una vacanza all’estero con i propri figli. È quello che sto pensando ora, di ritorno dalla Germania. Mai. È frustrante. Come faccio ora a spiegare alle mie due bambine perché ho deciso di farle crescere in una città come Milano?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies1.jpg" alt="" title="dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7899" />   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non bisognerebbe mai fare una vacanza all’estero con i propri figli. È quello che sto pensando ora, di ritorno dalla Germania. Mai. È frustrante. Come faccio ora a spiegare alle mie due bambine perché ho deciso di farle crescere in una città come Milano?<br />
<span id="more-7898"></span><br />
A Berlino c’erano spazi per l’infanzia ovunque, nessuna barriera architettonica, piste ciclabili dappertutto, al punto che uno poteva affittare una bicicletta e girare l’intera città, ma che dico, l’intero Brandeburgo in bici, e quando si stufava saliva sul treno, o su una delle numerosissime linee metropolitana, con la bici appresso. E poi servizi per l’infanzia, enormi musei interattivi, se non direttamente musei dedicati solo ai bambini, bagni pubblici puliti, con lavatoi e fasciatoi per il cambio dei pannolini anche dai rivenditori di kebab di periferia. E verde, verde, verde ovunque: boschi, parchi, giardini, viali alberati; fiumi e laghi navigabili fin nel cuore della città e in ogni dove scivoli, gabbie, altalene, giochi, divertimenti.</p>
<p>E Milano, che si picca tanto di essere una città europea, come può pensare di tenere il confronto  con questi esempi piena com’è di demenziali barriere architettoniche, di inesistenti piste cicalabili &#8211; in una città piatta come l’olio, dove girare in bici dovrebbe essere addirittura logico – con una mobilità pubblica ridotta al lumicino &#8211; all’anarchia privata, anzi &#8211; con musei così polverosi, ottocenteschi, incapaci di attirare l’attenzione dei bambini, senza più bagni pubblici e con i bagni dei bar sempre rotti, o sporchi, senza neppure l’ombra di un fasciatolo e quasi sempre sprovvisti di carta igienica, con giardinetti attrezzati – chiamiamoli così &#8211; pieni di scritte, feci, siringhe, giochi rotti, con una pessima manutenzione, e con quelli nuovi che sono miserandi, micragnosi, quasi che il comune non volesse spendere troppo in altalene e, su tutto, con una percentuale di verde procapite per ogni singolo abitante meneghino, al limite dell’assurdo, neppure vivessimo in un deserto di cemento, con un’aria talmente irrespirabile che i bambini di due anni hanno già problemi gravi all’apparato respiratorio?</p>
<p>Insisto, come faccio a spiegare alla mie bambine che Milano è la città giusta dove crescere? Mai andare all’estero, insomma. Bisogna restare nel proprio brodo, nelle proprie illusioni provinciali, come fa la nostra politica che finge interesse per i temi della famiglia, in teoria però, ché in pratica, nei fatti, se ne disinteressa bellamente. Dovrei fare, insomma, come quei spocchiosi milanesi che vanno in ferie nel centro-sud dello stivale, e, puzzetta sotto il naso, si atteggiano da vecchi habituè dei modi urbani, che si indignano per la disorganizzazione degli alberghi, o per i ritardi nei ristoranti, loro, vecchi uomini di mondo, abituati alla grande Milano, cittadini europei. Loro che l’Europa, probabilmente, non l’hanno mai neppure vista. Né capita.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L'Unità <em>del 28-08-2008</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Urbanità 1</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 07:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[edilizia popolare]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>Da qualche tempo a questa parte, da più parti, mi vengono richieste opinioni su temi urbani e territoriali. Mi accorgo, di volta in volta, di annotarmele come su un ipotetico taccuino, quasi fossero gli appunti di un discorso del quale, in realtà, non ho ancora chiara la forma.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>Da qualche tempo a questa parte, da più parti, mi vengono richieste opinioni su temi urbani e territoriali. Mi accorgo, di volta in volta, di annotarmele come su un ipotetico taccuino, quasi fossero gli appunti di un discorso del quale, in realtà, non ho ancora chiara la forma. Li deposito qui su NI più come stimoli di una discussione che come testi definitivi.</em> G.B.]</p>
<p>Lo slogan in effetti suona bene: “prima le case agli italiani”, pare persino razionale. Ovviamente non lo è. Anche perché se davvero escludessimo per decreto le domande degli extracomunitari dalle liste per le case popolari, non risolveremmo un bel niente. Lo slogan successivo diverrebbe: “ prima le case ai residenti in Lombardia”, per poi diventare “le case ai residenti a Milano”, “nel mio quartiere”, “a quelli con tutti e quattro i nonni nati fra la Bovisa e la Comasina”.<br />
<span id="more-7894"></span><br />
Il vero motto dovrebbe essere, più logicamente: “una casa per tutti”. Perché la casa è un diritto inalienabile, da garantire a chiunque. Ma da oltre venti anni a questa parte di edilizia pubblica &#8211; che sia a Milano o a Roma, indifferentemente dalle giunte di destra o di sinistra &#8211; non s&#8217;è ne è costruita affatto. Colpevolmente.</p>
<p>Si è lasciato il mercato a se stesso, con la vana speranza della sua autoregolamentazione. Ma il mercato non è morale, mettiamocelo bene in testa, e non ne ha il dovere. La politica dovrebbe esserlo. Ma non lo è di certo questa politica dello struzzo, che si vergogna addirittura di parlare di case popolari, fa così poco <em>chic</em>, e oggi bercia di “social housing”, ché in inglese è molto più <em>trendy</em>. Nel frattempo neppure un decimo delle richieste di abitazioni in affitto fatte ai comuni trova una risposta, scatenando una vera e propria guerra dei poveri. </p>
<p>Io che ci sono cresciuto in una casa popolare (e me ne vanto) trovo immorale che ci si ritrovi nel ventunesimo secolo con le baraccopoli ai margini delle nostre città, identiche alle <em>favelas </em>sudamericane. C&#8217;è da rimpiangere le vituperate “case Fanfani”, che diedero un tetto alle decine di migliaia di ex contadini inurbati che, col sudore della fronte, misero le loro braccia a disposizione del boom economico. </p>
<p>Siamo un popolo dalla memoria corta. Ma l&#8217;Expo 2015, non dimentichiamocelo, lo costruiranno i muratori magrebini, gli operai rumeni. Se devono costruirlo, il nostro futuro, hanno anche il diritto di abitarlo. Insieme a noi. </p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Costruire <em>n. 302, luglio 2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a></p>
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<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/04/10/urbanita-10/' rel='bookmark' title='Urbanità 10'>Urbanità 10</a> <small> di Gianni Biondillo Farò di tutto per essere in...</small></li>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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