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	<title>Nazione Indiana &#187; Vanni Santoni</title>
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		<title>Roberto Baggio qui e altrove</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 07:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Matteo Salimbeni]]></category>
		<category><![CDATA[mattioli 1885]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/roberto_baggio.jpg"></a></p>
<p>[Il 30 novembre uscirà in libreria <em>L’ascensione di Roberto Baggio</em>, un romanzo di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni, per i tipi di Mattioli 1885. Nazione Indiana ne pubblica in anteprima un estratto]</p>
<p><em>Per arrivare a Coverciano si possono prendere due strade.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/roberto-baggio-qui-e-altrove/">Roberto Baggio qui e altrove</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/roberto_baggio.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40890" title="roberto_baggio" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/roberto_baggio.jpg" alt="" width="233" height="320" /></a></p>
<p><span style="color: #800000;">[Il 30 novembre uscirà in libreria <em>L’ascensione di Roberto Baggio</em>, un romanzo di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni, per i tipi di Mattioli 1885. Nazione Indiana ne pubblica in anteprima un estratto]</span></p>
<p><em>Per arrivare a Coverciano si possono prendere due strade. Si può imboccare la maestra, che da via D’Annunzio porta direttamente davanti al cancello verde del Centro Tecnico Atletico della Nazionale Italiana di Calcio, oppure si può prendere un’allungatoia, proseguire paralleli all’obiettivo per circa un chilometro, superarlo, girare in una stradina strettissima, passare accanto al campetto della Santacaterina, risalire, sbucare poco prima del borgo di Corbignano e tornare indietro, fino a trovarsi davanti quel medesimo cancello verde ad apertura automatica. Il risultato è lo stesso, ma queste due strade corrispondono a due filosofie. Ai loro tempi, Valcareggi e Bearzot prendevano di sicuro l’allungatoia. Vicini e Trapattoni, probabilmente, la strada maestra. Chissà quale scelse Cesare Prandelli, al suo primo giorno in azzurro. E chissà che strada faceva Baggio. </em><br />
<span id="more-40889"></span><br />
<em>Pioveva, ma optammo lo stesso per l’allungatoia. Quando arrivammo davanti al cancello eravamo zuppi come conigli. Era in corso un allenamento e la sicurezza sembrava rigida. Aspettammo qualche ora, finché non vedemmo andar via gli ultimi inservienti. Allora scavalcammo il muro che dava sulla strada. Dall’altro lato, l’unico posto al coperto era la tettoia di un caseggiato a forma di cubo. </em></p>
<p><em>Il cubo sembrava impenetrabile. Piccoli occhi di vetro compivano ronde regolari. Sul retro non c’erano che un lampione al neon e un bagno chimico. Aveva ripreso a piovere, così non ci meravigliammo poi tanto sentendo uno scroscio, più forte e massiccio dei precedenti, confondersi al tintinnio delle tettoie e allo scolo delle grondaie, ma restammo impietriti nel sentire il fetore di fogna che si sparse nell’aria mentre la porta del bagno chimico si socchiudeva. Non appena ci scorse, l’essere che aveva appena placato i suoi tumulti fece un passo all’indietro e si richiuse la porta del bagno in faccia: </em></p>
<p><em>“No, eh! No, no, no, per carità!” La voce era fragile, con stonature nasali e piccoli acuti isterici. L’eco del bagno la rendeva quasi incomprensibile. “Via, andate via!” </em><br />
<em>“Chi sei?” </em><br />
<em>“Chi vi ha detto di cercarmi qui, eh? Chi?” </em><br />
<em>“Nessuno. Abiti qua dentro?” </em><br />
<em>“Che cosa?” </em><br />
<em>“Il bagno è la tua casa?” </em><br />
<em>“No, cioè sì. Ogni tanto. Ci vengo a riposarmi, quando passo da queste parti.” </em><br />
<em>“È il tuo posto segreto?” </em><br />
<em>“È l’unico posto in cui riesco a stare in pace, ecco tutto. Fuori è un inferno. E adesso levatevi di torno!” </em><br />
<em>“Non vogliamo farti del male.”</em><em> </em><br />
<em>“Non riuscirete a entrare.” </em><br />
<em>“Senti, stiamo solo cercando una persona.” </em><br />
<em>“Ebbene? Andate a cercarla da qualche altra parte. Io che c’entro?” </em><br />
<em>Ci guardammo. Deglutimmo, terrorizzati dal nostro stesso pensiero: </em><br />
<em>“Chissà, forse&#8230; Forse è lei la persona che stiamo cercando&#8230;” </em></p>
<p><em>Il bagno diventò una tomba. Coverciano un camposanto. I nostri volti, pallidi come quelli di due becchini. Dell’uomo non avevamo visto quasi niente. Era vestito di chiaro e aveva un paio di occhiali da sole, tipo Ray-Ban. Quasi sicuramente portava un cappellino.   </em></p>
<p><em>“Impossibile che io sia l’uomo che cercate,” riprese all’improvviso. </em><br />
<em>“E perché?” </em><br />
<em>“Non mi cercano in molti. E comunque non mi cercano qui.” </em><br />
<em>“Senti, prometti di rispondere sinceramente?”</em><em> </em><br />
<em>“A che cosa?” </em><br />
<em>“Noi ti diciamo chi stiamo cercando e, se non sei tu, ce ne andiamo via.” </em><br />
<em>“Subito?” </em><br />
<em>“Immediatamente.” </em><br />
<em>“E va bene.” </em><br />
<em>“Allora, il nome della persona che stiamo cercando è: Roberto Baggio.” </em><br />
<em>Il bagno diventò una vergine di ferro, l’uomo al suo interno era stato trafitto e ululava disperato. </em><br />
<em>“No!” Gridò l’uomo e vedemmo il sarcofago ondeggiare sotto i colpi di pugni e testate. </em><br />
<em>“Non sei tu, eh?” </em><br />
<em>“Perché lo cercate, perché?” </em><br />
<em>“Quindi ci puoi dire qualcosa?” </em><br />
<em>“Potere, posso eccome. Volere, non voglio.” </em><br />
<em>“Se sei pratico di qui magari puoi dirci qualcosa sulla sua carriera in nazionale&#8230;” </em><br />
<em>“No.” </em><br />
<em>“Sugli allenatori che ha avuto?” </em><br />
<em>“Figuriamoci.” </em><br />
<em>“Se diciamo&#8230; Lippi?” </em><br />
<em>“Ha vinto un mondiale, no? Quindi ha ragione lui. E comunque è accaduto senza Baggio.” </em><br />
<em>“Trapattoni?” </em><br />
<em>“Ha vinto esattamente quello che meritava di vincere.” </em><br />
<em>“Maldini?” </em><br />
<em>“Il padre di un grande calciatore.” </em><br />
<em>“Sacchi?” </em><br />
<em>“Eh, potrei dire tante di quelle cose.” </em><br />
<em>“Anche dei mondiali?” </em><br />
<em>“Sui mondiali poi&#8230;” </em><br />
<em>“Magari accennando un po’ a Baggio, così, giusto fra le righe?” </em><br />
<em>“E va bene, va bene. Però faccio un altro passo indietro e prendo il mondiale che preferisco. Quello che seguii alla TV. Quello del periodo in cui ero più felice.”</em><em> </em></p>
<p><strong>Il racconto dell’uomo chiuso in bagno</strong><strong> </strong></p>
<p>È il 1990 e l’Italia si prepara a ospitare i mondiali di calcio. Alcune immagini le avrete di certo ancora stampate in testa. Sono immagini nitide, a tratti struggenti, che richiamano sempre le solite parole: gli ‘occhi spiritati’ di Schillaci, la ‘papera’ di Zenga, le ‘finte’ di Roberto Baggio. Sono luoghi comuni che suscitano sempre forti emozioni. Ma se provate a pensare a freddo, a distanza di tanti anni, a quelle immagini, i pensieri che nasceranno non saranno a senso unico. Appariranno macchiati da un’essenza che affoga la naturale purezza dei gesti. L’ovatta della vostra infanzia diventerà un parco di trucioli, alcuni sporchi di fango, altri intinti nel veleno. Emergerà un cono d’ombra, una zona che noi adulti sospettavamo: qualcosa che potrebbe spegnere per sempre gli occhi di Schillaci, accartocciare le finte di Baggio, salvare in corner lo sciagurato Zenga. Se li guardiamo con spietato distacco ecco che, all’improvviso, i mondiali italiani diventano i mondiali all’italiana. Di un’Italia diversa, lasciatemelo dire, da quella che in quegli anni trionfava in Coppa Campioni. Diventano dei mondiali italiani come gli spaghetti, come Rai 2, come il Colosseo, come Matarrese. La prima cosa che instilla il dubbio è lo stile con cui un intero popolo, reduce e abbrutito dai sortilegi degli anni ottanta, si dispone ad affrontare il glorioso evento che è chiamato ad allestire. Uno stile macchiettisticamente italiano. Uno stile che accompagna Italia ’90 fin dagli esordi e gli fa da madrina fino ai bordi del campo. Da una Rai che ha Gianfranco Magalli, Fabrizio Frizzi e le sorelle Carlucci come arieti di sfondamento, apprendiamo la primaria ed estenuante necessità di dare una ragione popolare al simbolo del Mondiale italiano: di dargli un nome. Voti, televoti, coupon. Per mesi l’unico ruolo che il popolo italiano è chiamato ad avere nella costruzione della mitologia di Italia ’90 è il nome da dare alla mascotte – la snodabile, lucida cosa senza volto che di quei mondiali era il simbolo. Fino a quando non sgorgherà trionfante dagli schermi il nome ‘Ciao’, ogni domenica a Domenica In, ogni sabato a Scommettiamo Che, ogni mezzogiorno ad Affari Vostri, la domanda sarà sempre la stessa: come la chiamiamo questa simpatica, lucida cosa?</p>
<p>Ma c’è di più. A fare da contraltare alle agitazioni massmediatiche fanno la loro bella parte le ragioni calcistiche. Mai, come per Italia ’90, l’apparato sportivo – gli organizzatori, i dirigenti, gli atleti stessi –  si presenta ai mondiali in un modo così uggioso e prosaico. Zenga, Bergomi, Maldini, Ferri, Ancelotti, Baresi, Donadoni, De Napoli, Vialli, Giannini, Carnevale. Questa la formazione tipo, che affronterà il 9 giugno 1990 l’ordinata Austria di Polster. Confrontati con l’atletismo del Camerun, col gioco moderno e sempre ammirevole dell’Olanda, con le attrattive dell’Higuita e del Valderrrama colombiani, dell’Argentina di Maradona e Caniggia, della rocciosa Germania di Klinsmann e Matthaeus, gli azzurri, a distanza di anni e storia alla mano, provocano solo un debole e triste brivido.</p>
<p>La Gazzetta titola: ‘Carnevale, viva l’egoismo: Sogno un gol da dedicare soltanto a me’. Provate a pensare a Usa ’94. Ve lo immaginate un Massaro che si azzarda a dire una cosa del genere? Sarebbe successo un pandemonio! E lo sapete perché? Perché quella era una squadra, ragionata nel suo insieme. E tutti dovevano lavorare per la squadra. Signori una partita la giocò addirittura da ala! E infatti arrivammo in finale e perdemmo ai rigori. E secondo voi perché? Perché quella squadra aveva un’anima, ma soprattutto aveva senso! Ve le ricordate le sovrapposizioni di Mussi? Volete paragonarle alle vane sfacchinate di un Ferri? Quella di Italia ’90 è una squadra senza equilibri, senza schemi. Con Baresi, poverino, a fare da unico perno.</p>
<p>E ancora: nei mondiali delle morti bianche e degli appalti fantasma, nei mondiali dei nuovi stadi e ‘dell’Italia che funziona’, il CT della nazionale di calcio italiana è Azeglio Vicini, la cui carriera di calciatore nel Lanerossi Vicenza e dieci anni senza vittorie all’Under 21 paiono sufficienti alla Federcalcio per affidargli il secondo e forse ultimo mondiale giocato in patria dagli Azzurri. Nel suo volto e nelle sue parole non leggiamo una visione, un’ambizione a fare gioco. E neanche si vede l’apprensione per una panchina ambita, la paura per un compito delicato. Rari sono i gesti di orgoglio. Il peso e persino il senso di una responsabilità tanto grande sembrano essersi svincolati da quel brav’uomo. La lunga militanza federale ne ha ammansito ogni caratteristica, smussato la tempra, livellato entusiasmi, debolezze e punti di forza. Insomma, proprio nell’occasione dei tanto attesi mondiali italiani, dei mondiali che possono consacrare l’Italia nell’olimpo delle grandi, che <em>devono</em> regalare la quarta vittoria agli Azzurri, dei mondiali in cui l’Italia intera</p>
<p>è chiamata a dare nervo e sfoggio delle proprie qualità, l’Italia giunge all’appuntamento con un burocrate in panchina, una compagine anestetica di atleti in gioco e lo spettro di mazzette, corruzione e mostri architettonici alle spalle. Fra gli undici titolari che scenderanno in campo nella gara iniziale, schierati in uno schema che obsolescente è dire poco, non figurano i nomi di Nicola Berti, che di quel mondiale avrebbe potuto essere la sorpresa, né di Totò Schillaci, che di quel mondiale sarà il mattatore, né di Roberto Baggio, che di quel mondiale sarà la luce.</p>
<p>Siedono in panchina e assistono a un primo tempo sconsolante, arido, macchinoso. Nel secondo tempo Vicini dà fiducia a Schillaci. Quello entra, segna il gol del provvisorio e definitivo vantaggio e una crepa finalmente si apre. Allo stesso modo, sostituendo nel secondo tempo Carnevale nella partita con gli USA, Schillaci entra, segna il gol decisivo e allarga la crepa, la ricalca, la dirama. Nella partita con la Cecoslovacchia, inutile ai fini della qualificazione alla seconda fase, Baggio e Schillaci sono schierati come coppia d’attacco. Al 25’ del primo tempo, Roberto Baggio è a centrocampo, chiede e ottiene un triangolo da Giannini, scende, quasi a balzi, sulla trequarti avversaria, sal- ta un uomo con un tocco rapido, scheletrico, salta un secondo  avversario, tutto d’un fiato, come in un unico gesto, arriva al limite dell’area e finta, si avvicina alla porta, finta ancora, incrocia il tiro e segna. Da quel momento comincia Italia ’90. A dire il vero, da quel momento comincia anche USA ’94, ma quella è un’altra storia, troppo dolorosa. Comunque: lì comincia l’Italia ’90 che si specchia nei ricordi, ne prepara le tratte e i ritorni improvvisi, che li fermenta e li fa sussultare. Quella che offusca il superfluo e si scuote dallo squallore, quella che manda a gambe all’aria le sorelle Carlucci e le pedanti ola dell’Olimpico. Quella che fa dimenticare ciò che sta dietro al mondiale italiano. Come andrà a finire poi, è una storia a parte. Testa di Caniggia. Donadoni e Serena che sbagliano il rigore. Baggio che lo segna. Baggio che fa tirare il rigore della finalina a Schillaci. Ma è tramite il gol alla Cecoslovacchia, tramite quell’esultanza e quel momento magico che Italia ’90, all’improvviso, trova un altro spazio, un modo diverso per essere raccontata, e può essere ricordata come la ricordiamo tutti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/roberto-baggio-qui-e-altrove/">Roberto Baggio qui e altrove</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>una questione di qualità</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/</link>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 17:42:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Libero Carbone]]></category>
		<category><![CDATA[Generazione TQ]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv.jpg"></a><em>Diventa anche tu un autore!</em><br />
Appunti su self-publishing e pseudoeditoria<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/#footnote_0_40559" id="identifier_0_40559" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Documento letto in occasione del Forum del libro di Matera.">1</a><br />
<strong>Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta,</strong> per <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ.</a></p>
<p><em>Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/">una questione di qualità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv-242x300.jpg" alt="" title="gv" width="242" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40560" /></a><em>Diventa anche tu un autore!</em><br />
Appunti su self-publishing e pseudoeditoria<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/#footnote_0_40559" id="identifier_0_40559" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Documento letto in occasione del Forum del libro di Matera.">1</a></sup><br />
<strong>Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta,</strong> per <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ.</a></p>
<p><em>Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi. Constatata la relazione che connette tra loro fenomeni anche all’apparenza diversi e irrelati, pensiamo sia indispensabile che una riflessione prenda sempre le mosse dalla consapevolezza di questa reciproca interdipendenza. Per questa ragione, nel riflettere su qualcosa come il self-publishing e, attraverso questo, su quelle che proponiamo di chiamare pseudoeditorie, non vogliamo limitare il nostro intervento al contesto letterario ed editoriale; il fenomeno in questione non si articola soltanto o soprattutto nel recinto più o meno ampio di un settore ma lo trascende proponendosi semmai al contempo come conseguenza e come premessa, vale a dire come effetto di un mutamento e come concausa di un’ulteriore metamorfosi. Sforzarsi di non perdere di vista le implicazioni e le conseguenze di ogni fenomeno in teoria circoscritto, pretendere di non ignorare l’idea di mondo che da ogni manifestazione discende, ci sembra dunque strutturale a ogni analisi che voglia considerarsi complessa.</em><br />
<span id="more-40559"></span><br />
Una premessa: la locuzione self-publishing di per sé è neutrale. Il self-publishing altro non è, o almeno dovrebbe essere, che autoproduzione, premessa di una diffusione dal basso e con i propri mezzi, in autonomia e indipendenza. Oggetto di questi nostri appunti invece è la dimensione etica, economica e culturale di quella che chiameremo “pseudoeditoria”. Per pseudoeditoria intendiamo quell’attività di self-publishing che maschera l’autoproduzione, offrendo servizi di stampa, promozione, distribuzione e a volte addirittura di community, a pagamento. La pseudoeditoria può essere divisa in due grandi filoni: la vanity press, dove all’autore viene richiesto un contributo per la pubblicazione, sotto forma di denaro o acquisto di copie, e il print on demand, dove vengono stampate solo le copie via via ordinate, ma l’autore paga per i servizi aggiuntivi, oltre che per le copie che vuole per sé. Lo stesso oggetto d’impresa delle entità pseudoeditoriali appare immediatamente contraddittorio: se il lavoro dell’editore consiste nell’acquisire dall’autore, contro il pagamento di un compenso, il diritto di trasformare la sua opera in un libro da vendere al lettore, il lavoro dello pseudoeditore consiste invece nell’offrire all’autore, contro il pagamento di un compenso, la possibilità di sottrarsi al criterio di scelta, nell’illusione di poter raggiungere direttamente il lettore. Poiché peraltro il costo dei servizi in questione è relativamente elevato, e in ogni caso supera il costo industriale della realizzazione del medesimo libro da parte di un editore, si innesca un meccanismo di selezione censuaria: non più (non mai) basata sul valore dell’opera, bensì sulla mera disponibilità finanziaria dell’autore-cliente. Se l’opera di selezione svolta dall’editore richiede una quantità di “no” pronunciati drasticamente superiore a quella dei “sì”, nel caso dello pseudoeditore siamo invece di fronte a un soggetto che, a pagamento, dice sempre di sì.<br />
A partire da queste premesse, portiamo a esempio due casi diversi ma sintomatici di uno scenario culturale in complessivo mutamento, ovvero <a href="http://www.ilfiloonline.it/">Albatros/IlFilo</a>, una delle principali vanity press, e <a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/">ilmiolibro.it</a>, leader del print on demand in Italia. </p>
<p>Nel primo caso ci riferiamo a un episodio in particolare, ovvero all’incontro, <a href=" http://www.youtube.com/watch?v=DeXeco68szM">disponibile su YouTube,</a> organizzato nel maggio del 2010 all’interno del Salone del Libro di Torino, al quale partecipano Andrea Malabaila di Las Vegas Edizioni, Linda Rando di <a href="http://www.writersdream.org/">Writer’s Dream</a> e Giorgia Grasso, direttrice editoriale di Albatros/IlFilo. Il tema discusso è per l’appunto quello dell’editoria a pagamento. Malabaila e Rando affrontano la questione criticamente, Grasso ne ribadisce il senso e la supposta necessità “democratica”. Via via che la conversazione va avanti ci si confronta con la declinazione di un paradosso. Rando interviene descrivendo una specie di scherzo-esperimento. Insieme ad altre persone ha costruito un brogliaccio composto di testi prelevati semicasualmente dalla rete, ha dato loro la forma di un manoscritto e l’ha spedito a Albatros/IlFilo. In risposta, nel giro di poco, ha ricevuto una proposta di contratto. Ovviamente a pagamento. Svelato lo scherzo ci si aspetterebbe da parte di Albatros/IlFilo l’ammissione di un errore di valutazione, o meglio il riconoscimento di una non valutazione e dunque dell’automatismo che conduce quell’editore a contrattualizzare ogni testo ricevuto. Invece Giorgia Grasso non si perde d’animo, ignora il livello di realtà che si è generato e risponde allo svelamento dello scherzo dicendo a Linda Rando che varrà la pena parlarne, di quel testo, perché potrebbe contenere del buono. Lo pseudoeditore arriva quindi a ipotizzare che il non testo che ha ricevuto (un assemblaggio di copia e incolla dalla rete, volutamente insensato) da un non autore dichiarato possa essere interessante e pubblicabile. All’apparenza ci sarebbero tutte le premesse per immaginare una migrazione di ognuno di questi elementi verso un piano virtuale e inoffensivo, verso il nonsense, ma  le cose non stanno così. Dal momento che all’interno di questo nonsense si produce una transazione economica, fra l’altro cospicua, non possiamo permetterci di pensare che la situazione descritta sia il frutto di un immaginario ioneschiano: è tutto profondamente reale e il nonsense, piuttosto che arginare la transazione economica, ne determina le condizioni.</p>
<p>Il secondo caso emblematico è quello di ilmiolibro.it, un fenomeno simile nelle modalità, ma in realtà non assimilabile, a iniziative del passato recente, come lulu.com. I numeri di ilmiolibro.it, i termini della sua promozione, il fatto di essere un progetto del Gruppo Repubblica-L’Espresso, le partnership con Feltrinelli e Scuola Holden, ne fanno qualcosa che per la prima volta trascende i confini di un fenomeno di settore per configurarsi come parte di un mutamento culturale più ampio. In sostanza ilmiolibro.it “fa” comunità: lo fa innanzitutto attraverso una quantità numerica impressionante e un sito attrezzato alla bisogna, ma anche con una selezione accurata dei toni e dei modi attraverso cui “comunicarsi” – anche in senso eucaristico, oseremmo dire – al suo pubblico: “Se l’hai scritto, va stampato”; “ilmiolibro.it cambia le regole dell’esordio letterario in Italia”; “Se non credono che tu sia un vero scrittore, portali da Feltrinelli.”</p>
<p>Leggendo con attenzione la comunicazione di ilmiolibro.it, ci si rende conto che il gruppo Repubblica-L’Espresso, Feltrinelli e Scuola Holden puntano su una specie di strategica “deterritorializzazione” della loro iniziativa: ilmiolibro.it è un progetto “buono” e privo di luogo, incollocabile, che si limita a fare del bene, a soccorrere, dialogando direttamente con una tipologia di, chiamiamolo così, “autore-editore” rassicurandolo sulla sua identità: non sei più il povero diavolo costretto a pubblicarsi da solo, non devi considerarti tale: sei a tutti gli effetti uno scrittore, partecipi a un concorso tra tuoi pari e magari lo vinci e vieni pubblicato da Feltrinelli. Sei un parlamentare della “repubblica delle lettere”, e non importa che tu ti sia autoeletto tramite il versamento di un obolo. Insomma: una buona allucinazione di realtà – un’allucinazione sorridente e rassicurante – è preferibile alla realtà tout court, solitamente più frastagliata, complessa e delusoria.<br />
ilmiolibro.it – ma anche, in modo diverso, gli editori di vanity press – sembrano dire: perché lavorare duro e migliorarsi per tentare di  giungere a una pubblicazione che potrebbe non arrivare comunque, quando si può pagare per ottenere in modo certo qualcosa di molto simile, se non uguale? </p>
<p>È per questa ragione – perché le due cose non sono uguali, e nemmeno simili – che è necessario indurre il fenomeno medesimo a territorializzarsi, a riconoscere le sue contraddizioni. Ciò che infatti più preoccupa nella pratica pseudoeditoriale, è il suo travestimento, non solo da editoria, ma anche da agente di democratizzazione di pratiche editoriali, con quello che ne consegue. Nella pseudoeditoria, oltre alla destituzione delle agenzie di scelta e valutazione, si avverte la possibile creazione di una comunità narcisistica di uguali, tali solo per censo e potere economico, che accedono previo pagamento a un astratto ruolo autoriale. Nella comunità pseudoeditoriale ci si affida solo al rating, al consenso cieco da consumatore, o alle proprie disponibilità e capacità autopromozionali, tanto che sarà “necessario che l’autore si metta in gioco, che costruisca la sua platform online, che abbia un seguito sui blog e sui social network” . Un meccanismo che non solo getta discredito sulla già pericolante realtà dei lavoratori editoriali (editor, curatori, traduttori, direttori di collana, uffici stampa), ma provoca la creazione di una comunità informe e debole dal punto di vista dell’autocritica, non tanto appiattita dal punto di vista del gusto quanto impossibilitata a educare gli stessi partecipanti alle proprie capacità e ai primi limiti da superare. </p>
<p>La democratizzazione virtuale potrà sembrare liberatoria per quei lettori e scriventi che spesso rimangono indignati da un dilagare di letteratura mediocre e instant anche in quelli che una volta erano considerati “editori di livello”, oppure da tutti coloro che percepiscono, a volte a ragione, il meccanismo di selezione editoriale come oscuro o arbitrario. Ma non crediamo proprio, con l’avvento della pseudoeditoria di nuova generazione, di essere di fronte a un ’48 dell’editoria, che ne liberi le possibilità latenti e le pluralità spesso messe in difficoltà dallo stretto legame produzione-distribuzione: siamo piuttosto di fronte alla creazione di una comunità dell’assenso (acquistabile), che non prevede il dissenso, la scelta, il confronto, il “no” utile alla maturazione. Si risponde cioè a una possibile, e magari fruttuosa, critica delle pratiche di valutazione editoriale, sbaragliando il campo dialettico e puntando sulla carenza “affettiva” e di visibilità del consumatore, che diviene auto-produttore dei propri (virtuali) quindici minuti di celebrità a dispetto di coloro – gli editori tradizionali – che gli hanno detto “no”.<br />
“Se l’hai scritto, va stampato” è il claim di ilmiolibro.it. Ovvero: se sei in grado di compiere un’azione elementare – compilare una serie di spazi con dei segni alfabetici – ciò che hai scritto può guadagnarsi una concretezza oggettiva simulando la forma-libro. In questo modo “anche tu” sarai  autore (e “anche tu”, teniamolo presente, è il totem di questa comunicazione). Tale claim nasconde la precondizione essenziale – la disponibilità a una transazione economica, l’acquisto del sì – in filigrana: la trasforma in un sottinteso. Un non detto che è però imprescindibile. Il percorso che conduce chi ha scritto qualcosa a essere percepito come autore prevede, quasi come un dettaglio, che lo scrittore sia anche il proprio editore.</p>
<p>Lo scenario che si configura è quindi quello in cui la disponibilità economica produce le condizioni per il sì ed espelle automaticamente il no. Considerato che il no è qualcosa che può provenire da quelle agenzie di senso, fondate su studio e competenza, che sono gli editori tradizionali, quella che si va definendo è una loro progressiva dismissione. Nella pseudoeditoria, gli editori danno le loro dimissioni intellettuali, ma non si dimettono dai loro interessi economici: non svolgono più il ruolo di un servizio finalizzato allo sviluppo di una capacità pubblica, ma di un servizio d’accesso a una casta a pagamento. “Diventa anche tu un autore”, in una preoccupante rincorsa a una società di individui che agognano ruoli prestabiliti più che capacità riconosciute, etichette più che servizi, acquisizioni più che apprendistati.<br />
E tanto più preoccupante è vedere come ilmiolibro.it stia facendo scuola: se il gruppo GEMS organizza già da due anni il concorso “<a href="http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/futuro_editoria_self_publishing170811.html">Io Scrittore”</a> , <a href="http://www.primaonline.it/2011/07/21/95112/addio-editore-crudele/">Roberto Cavallero</a>, direttore generale libri Trade del gruppo Mondadori , la mette in questi termini: “Il self-publishing, l’autopubblicazione, è un elemento fondamentale, imprescindibile per gli editori. Un tempo pubblicarsi da solo un libro, pagando di tasca propria, era una cosa da poveretti, roba un po’ triste. Oggi è fondamentale. Ma non basta fare un sito con su scritto: ‘Autopubblicatevi!’. Bisogna costruire modi diversi di self-publishing e noi li stiamo studiando. Tra qualche mese vedrete delle sorprese… Nel prossimo futuro, un editore che non sarà coinvolto nel self-publishing non avrà autori […] Il punto è creare una comunità di lettori/scrittori che definisca un sistema di rating stabilendo ciò che vale. Ci sono case editrici come HarperCollins, Penguin e Random House che lo fanno. C’è Amazon, c’è Google+”. </p>
<p>Quali sono allora le alternative per chi ha il legittimo desiderio di pubblicare quel che ha scritto, e vuole farlo in modo autonomo e indipendente? Il sistema editoriale viene spesso percepito da chi ne è fuori e vorrebbe entrarci come una roccaforte inaccessibile, governata da meccanismi imperscrutabili e retta da cerchie chiuse. Generazione TQ propone innanzitutto una rivendicazione del lavoro editoriale come scelta intellettuale trasparente, invitando gli editori a pubblicare sui propri libri il nome di chi ha diretto la collana, di chi ha letto, scelto ed editato il libro, così da contribuire a sgomberare il campo editoriale da quei dubbi, e da quel mito di inaccessibilità, alla cui ombra prospera la pseudoeditoria.</p>
<p>Dall’altro lato, rivendichiamo la bontà della pratica reale di autoproduzione come modalità di accesso alla “vera” repubblica delle lettere: oggi esistono innumerevoli strumenti per un’onesta autopubblicazione, e ancor più ne esistono per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico virtualmente illimitato: blog, social network, riviste underground, comunità di lettori, sono gratuiti e liberi banchi di prova, mentre i servizi della pseudoeditoria costano caro e sono generalmente erogati da una divisione specifica dei più grandi gruppi editoriali. Certo, nel mondo reale la visibilità non si può comprare: farsi conoscere e apprezzare è il frutto di un lavoro lungo e paziente di diffusione e scambio. Si legge quel che altri hanno scritto, si partecipa a una discussione comune, si impara, si cresce e si mettono a disposizione le proprie conoscenze, insomma ci si mette in gioco. Solo a queste condizioni anche l’autoproduzione in ambito editoriale può essere uno spazio di innovazione e di resistenza. L’alternativa al <strong>Diventa anche tu un Autore!</strong> è quella, magari meno accattivante ma di certo più vera del <strong>Prova anche tu a diventare un autore</strong>, lavorando e sfruttando i mezzi gratuiti a tua disposizione. Pubblicare un libro non è un diritto: lo è piuttosto avere interlocutori capaci di rappresentare un esempio, e un sistema di selezione che mostri le sue carte senza travestimenti.</p>
<p>Pubblicato sul <a href="http://www.ilmanifesto.it/">Manifesto</a> di oggi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/una-questione-di-qualita-2/">una questione di qualità</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40559" class="footnote">Documento letto in occasione del <a href="http://www.forumdellibro.org/projects.php?id_prog=20">Forum del libro di Matera.</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Su Vanni Santoni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/29/su-vanni-santoni/</link>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 05:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Nelli]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Nelli</strong></p>
<p>Vanni Santoni è uno scrittore trentaduenne, tosto, determinato, di sicuro talento.<em> Personaggi precari</em>, il libro d&#8217;esordio, nonostante le buone cose del romanzo <em>Gli interessi in comune </em>(Feltrinelli, 2008), resta la sua invenzione migliore.</p>
<p><em>Se fossi fuoco arderei Firenze</em> è un operetta movimentata e di difficile identificazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/29/su-vanni-santoni/">Su Vanni Santoni</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Nelli</strong></p>
<p>Vanni Santoni è uno scrittore trentaduenne, tosto, determinato, di sicuro talento.<em> Personaggi precari</em>, il libro d&#8217;esordio, nonostante le buone cose del romanzo <em>Gli interessi in comune </em>(Feltrinelli, 2008), resta la sua invenzione migliore.</p>
<p><em>Se fossi fuoco arderei Firenze</em> è un operetta movimentata e di difficile identificazione. Una guida romanzata di Firenze che addirittura ricorda qua e là, nello spirito, prose ed esperiementi collodiani? Un prolungamento dei <em>Personaggi precari</em> tutti collegati e collocati stavolta in un territorio che è lo sfondo e il fulcro delle loro avventure? Uno scucito un po&#8217; in falsetto che si concede allargamenti, sussulti lirici e approssimazioni all&#8217;anima di Firenze (e della scrittura?) tra fantasmi di <em>Amici miei</em> e giochi con il romanzesco?<span id="more-40536"></span></p>
<p>La trama segue alcuni personaggi che ne mettono in moto altri (una caratteristica della scrittura di Santoni che in questo ricorda il Bolano dei <em>Detectives selvaggi</em> e più  estrinsecamete D. F. Wallace), i quali si danno il testimone della narrazione in una specie di staffetta. Alcuni sono aspiranti artisti,  poeti e scrittori che ruotano attorno alla rivista <em>maniaco , </em>e le loro traiettorie sono le più felici narrativamente  insieme al traffico e al consumo della roba che era il fuoco degli <em>Interessi in comune</em>. Fantastico l&#8217;episodio di Berenice e Doris.Una decantazione e un affondo sullo scrivere e su questa voglia di fare qualcosa di artistico che attacca i giovani aspiranti di <em>Se fossi fuoco</em> mi pare sia rinvenibile nell&#8217;episodio dello scrittore già affermato, imbambiolato e insoddisfatto, messo lì a riverberare schegge di senso su uno spirito guascone. La sua sembra come una depressione post factum, post coitum, post partum, come a dire: e dopo che abbiamo fatto? non c&#8217;è qualcos&#8217;altro ancora di più difficile, di più misterioso? Ribolle Firenze con le sue strade, i suoi locali, i ponti, le porte, il suo lampredotto (alleluia!). E si sente forte un intento istruito, una voglia di imparare, di mettere a frutto la tradizione e più di tutto un desiderio d&#8217;amare Firenze guardata ora a cannocchiale diritto ora rovesciato. E qui la fiorentinità più che di vinsanto o di Chianti sa di mescal e io scommetto che Santoni ha il suo gusano.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/29/su-vanni-santoni/">Su Vanni Santoni</a></p>
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		<title>nude singolarità</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 04:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>Quella Lindsay, Giovanni l’aveva conosciuta passando attraverso la corte interna di Palazzo Strozzi, come fa sempre quando dalla piazza vuole andare in via Tornabuoni. Aveva visto uscire un tipo dal Gabinetto Viesseux e aveva pensato ma guarda te c’è ancora gente che va al Viesseux, che poi, chissà cosa c’è in questo famoso Viesseux, così era entrato a sua volta e lì spaesata l’aveva vista, indecisa se studiare davvero o raccogliere i libri dal tavolo e andarsene, come incerta se quella in cui si trovava fosse effettivamente una biblioteca pubblica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/nude-singolarita/">nude singolarità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-40429" title="stradaFInotte" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/stradaFInotte.jpg" alt="Strada di Firenze di notte" width="462" height="373" /></p>
<p>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>Quella Lindsay, Giovanni l’aveva conosciuta passando attraverso la corte interna di Palazzo Strozzi, come fa sempre quando dalla piazza vuole andare in via Tornabuoni. Aveva visto uscire un tipo dal Gabinetto Viesseux e aveva pensato ma guarda te c’è ancora gente che va al Viesseux, che poi, chissà cosa c’è in questo famoso Viesseux, così era entrato a sua volta e lì spaesata l’aveva vista, indecisa se studiare davvero o raccogliere i libri dal tavolo e andarsene, come incerta se quella in cui si trovava fosse effettivamente una biblioteca pubblica. Aveva notato la borsa sportiva, i capelli scuri ancora vagamente umidi, post-doccia, post-palestra, i jeans rivoltati sul girovita, testimonianza di una recente perdita di peso, il viso androgino ma bello, aveva attaccato discorso, l’aveva portata fuori, ovvero di nuovo lì nella corte del palazzo, messo in atto un paio di routine ben collaudate, condite da tre palle sulla mostra in corso, mostra di cui, va da sé, non sapeva nulla, e fissato per qualche sera più in là. Per stasera.<br />
Lei gli ha chiesto di vedersi in un circolo, c’è una mostra di fotografia gli ha scritto nel messaggio, buon segno pensa Giovanni, vuole dare una prova di valore e avere spunti di conversazione, e infatti la trova bendisposta e radiosa, secondo la sua personale scala dove la disposizione di un bersaglio è sull’ascisse<span id="more-40413"></span><br />
1 &#8211; ostile<br />
2 &#8211; avversa<br />
3 &#8211; maldisposta<br />
4 &#8211; perplessa<br />
5 &#8211; neutrale<br />
6 &#8211; incline<br />
7 &#8211; bendisposta<br />
8 &#8211; partecipe<br />
9 &#8211; entustiasta<br />
mentre l’energia sta sull’ordinata funebre-plumbea-inerte-tiepida-neutrale-frizzante-calorosa-radiosa-raggiante, il che dà, oltre che un’ottima posizione in alto a destra in un’ipotetico grafico cartesiano, una probabilità di intorto del (7+9=16)x5=80%, laddove ogni punto vale un 5% di riuscita (fatto dal quale si desume che anche in un caso di disposizione ostile e livello di energia funebre il nostro si dà comunque un 10%), fatti salvi eventuali modificatori positivi o negativi a seconda del soggetto (studentessa americana: +10%) di come si svolge l’incontro, c’è subito un abbraccio 91%, c’è da bere 92%, uno sguardo alle fotografie, “personale di Paci Girolamo”, madonna che orrore pensa Giovanni, che ridda di banalità e retorica, pensa guardando la nera con le zinne all’aria e le cicatrici rituali, il vecchio cinese che fuma una pipa d’oppio, le bambine in uniforme della scuola indiana, e intanto nota che Lindsay, pure, non è convinta se le foto siano buone o no, magari le fanno schifo ma non vuole arrischiarsi a dirlo – e se a lui piacessero? – così decide di esporsi e lei concorda sul fatto che siano una porcata, buon segno, ha gusto, e allora passando da una foto alla successiva versi di disgusto, risate, “guarda brutta questa”, e di lì irrisorie confidenze, contatti fisici, 93, 94, 95%, bene, pensa Giovanni, adesso usciamo, non ci inchiodiamo qua:<br />
– Andiamo?<br />
Cos’è il genio, pensa aprendo la porta alla ragazza, se non la capacità innata e del tutto interiorizzata di puntare sempre e soltanto al miglior possibile esito, stabilire le condizioni per un risultato certo e saperle attuare in tempo reale, valuta mentre camminano per borgo Pinti, misteriosamente fresca anche a maggio, finché non vede un portone, gli sovviene che qualche mese prima Diego, un suo vecchio compagno di liceo, era tornato da un viaggio e si era traferito lì, ricorda un bel doposerata a sigari e tequila, un paio di settimane addietro:<br />
– Qui ci abita un mio amico, vediamo se è in casa – Ecco qua. Momento di falsa diversione: suggestione, presentazione di me come figura al centro di un sistema aperto di relazioni, finta distrazione onde poi chiudere e riaccentrare senza tema di risultare al baccaglio o tantomeno troppo interessati, e tuttavia su binari dei quali proprio durante la digressione si è stabilito il totale controllo.<br />
Dai, buona stella, fai che Diego sia in casa e andiamo al 96%, pensa Giovanni mentre suona, la mente al buio, sontuoso salone e alle bottiglie di tequila e mezcal originari di Diego, e guarda la ragazza, che gli sorride, quattro secondi in cui fa in tempo a spiegarle che questo suo amico è un grande scrittore (mai letta una parola scritta da lui, ma tant’è), che è appena tornato da un viaggio di sei mesi in sudamerica, a zonzo con un furgone, ed ecco un click elettrico, la porta che si apre.<br />
In quella stanza, anticipata da un corridoio con pilastri a vista, in quell’alto, plumbeo salotto da antica casa fiorentina, quarti di colonna agli angoli e l&#8217;ombra di un affresco sul soffitto, unica decorazione aggiunta un quadro sul caminetto, un volto maligno e levantino dipinto bestiale sul legno, Diego li riceve.<br />
Giovanni presenta la ragazza. Diego li invita a sedersi, si accomodano. Morbide e profonde le poltrone, fresca la casa. La tipa si interessa del suo viaggio, lui racconta. Confronti tra Nordamerica e Sudamerica. La mispercezione, comune in Europa, del Messico come Sudamerica. 2666. Il complicato rapporto tra USA e Messico.<br />
Giovanni li ascolta parlare e pensa: a) Che la tipa è sveglia b) Che uno fa un viaggio del genere e quando torna immagina che sarà al centro dell’attenzione, che tutti lo cercheranno sperando che la sua indubitabile evoluzione provveda anche a far evolvere loro, per irradiazione, e invece no: potrà tornare magari profondamente cambiato, ma per gli altri sarà tale e quale a prima, solo che tutte le persone che aveva intorno saranno più distanti. Alla gente, poi, piace sentire resoconti di viaggio, ma che tu sia stato a Siena a mangiare i ricciarelli o in un luogo esotico a vivere mesi di incredibili avventure, la curva di attenzione è di qualche minuto, e infatti proprio mentre Diego racconta di come è sfuggito ai briganti guatemaltechi sparando il furgone giù per una mulattiera, riparando poi presso una comune di contadini trotzkisti, la tipa si alza, si reca a guardare il residuo di affresco da un’angolazione migliore.<br />
Giovanni chiede a Diego ancora mezcal, lo incoraggia a tirar fuori un’altra avventura. Lui allora racconta dell’arrivo a Bogotà e dell’ayahuasca e del Sumapaz e dell’Aramu Muru, e Giovanni riflette su come, se pianifichi la tua rentrée in base all&#8217;idea che verrai attorniato da una folla che implora un dettagliato resoconto, ci rimarrai male. Diego non è sciocco, pensa Giovanni, e ormai lo ha capito, e infatti racconta solo se, come adesso, gli viene richiesto. Chissà se è felice, che gli venga chiesto, o se si è rotto i coglioni anche di quello, e in effetti quando la ragazza si sposta ancora più in là per guardare il caminetto, per infilarci dentro la testa, Diego non perde l’occasione per spostarsi su argomenti a lui più cari. Vedi Giovanni, dice, tu fai farmacia, certamente ti annoierò a parlare di letteratura, o peggio di letteratura ancora da scrivere, ma il vero scopo del mio viaggio, devi sapere, era fare il pieno di esperienze, di voci, così da scrivere un romanzo. Un grande romanzo. Sai che Duccio, il ragazzino che si è unito per ultimo alla rivista, ha scritto un libro? A quest’ora sarà già uscito. Sono cose che mettono fretta. E allora l’ho fatto, questo pieno. Ma ho anche compreso che c&#8217;è un errore cruciale, in tutto questo, poiché raramente un primo romanzo è già un grande romanzo, almeno nell&#8217;idea di letteratura come cosa complessa e sedimentata che io e gli altri di maniaco senz&#8217;altro condividiamo, ma dall’altro lato, mi sono detto, le grandi imprese non partono forse quasi sempre da una sottovalutazione dei rischi? Allora sono tornato e, preso atto che a nessuno importava niente delle mie peripezie&#8230;.<br />
– Ma dai, Diego, non è vero – Giovanni valuta se inventarsi una scusa e portar via la ragazza, ma nota che è persa a spulciare la libreria e allora lascia stare.<br />
– Sì che è vero – fa quello, – e Cosimo e Mattia, Gaia e Duccio, dai quali già partendo avevo preso le distanze, oggi mi appaiono ancora più lontani. Così ho affittato un soppalco in questa casa e mi sono messo nell&#8217;ordine di idee di scrivere questo benedetto romanzo.<br />
– Bè, loro non li conosco, ma era la cosa giusta da fare, no?<br />
– Certamente. Il problema è che non ho scritto, né scriverò, una sola pagina.<br />
– A donne come va? – azzarda Giovanni, come a cercare di uscire dalla piega che ha preso il discorso.<br />
– C’è questa mia antica amica e compagna di università, Annabel. Non credo tu la conosca. Da quando sono tornato non l’ho mai incontrata, ma penso molto a lei, specie alla sera.<br />
Giovanni guarda Diego col bicchiere in mano, la sua figura in quella profonda poltrona nell’ombra di quel salone di una buia casa dell’umbratile borgo Pinti, sotto gli occhi di tempera di un arabo arcigno, e davvero ai suoi occhi assume dimensioni tragiche, la ragazza intanto torna da lui, con le mani gli prende le spalle e il collo e normalmente a un simile confidenzialissimo tocco Giovanni penserebbe “100%!” ma adesso no, adesso è assorbito dalla figura di Diego che versa ancora mezcal, come piegato sulla bottiglia, come avesse su di sé tutti gli anni di quel salone, della città, del continente, e lo prende una consapevolezza della futilità di tutto, e di come però questa futilità si addensi a volte in scure polle di significato, in nude singolarità, e allora inclina indietro la testa:<br />
– Andiamo a bere qualcosa, – propone a Lindsay e – vieni? – fa poi a Diego, che come previsto, inevitabilmente, dice no e anzi li guarda con distante stupore, un riverbero nelle profondità buie del tempo.</p>
<p>tratto da <a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788842097679"><em>Se fossi fuoco, arderei Firenze</em>, Laterza</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/nude-singolarita/">nude singolarità</a></p>
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		<title>Su &#8220;Hotel a zero stelle&#8221; di Tommaso Pincio</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 04:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[tommaso pincio]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/zerostelle1.gif"></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>La prima cosa che ti viene da pensare quando ti approcci a <em>Hotel a zero stelle</em> è che sia narrativa di viaggio – dice del resto il sottotitolo: “Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora”. Quando poi lo sfogli e sbirci qualche riga qua e là, valuti che possa essere un saggio: noti infatti che parla di scrittori, e in modo piuttosto analitico, tanto che ogni capitolo è introdotto da un piccolo ritratto dell&#8217;autore a cui è dedicato (nell&#8217;ordine: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez e Orwell, con Burroughs e Kafka &#8220;bonus&#8221;).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/14/su-hotel-a-zero-stelle-di-tommaso-pincio/">Su &#8220;Hotel a zero stelle&#8221; di Tommaso Pincio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/zerostelle1.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/zerostelle1-e1310387777806-100x150.gif" alt="" title="zerostelle" width="100" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39533" /></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>La prima cosa che ti viene da pensare quando ti approcci a <em>Hotel a zero stelle</em> è che sia narrativa di viaggio – dice del resto il sottotitolo: “Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora”. Quando poi lo sfogli e sbirci qualche riga qua e là, valuti che possa essere un saggio: noti infatti che parla di scrittori, e in modo piuttosto analitico, tanto che ogni capitolo è introdotto da un piccolo ritratto dell&#8217;autore a cui è dedicato (nell&#8217;ordine: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez e Orwell, con Burroughs e Kafka &#8220;bonus&#8221;). In realtà si tratta di qualcos&#8217;altro ancora: <em>Hotel a zero stelle</em> è un romanzo, che parla di un tizio che diventa uno scrittore. E lo diventa scoprendo, studiando, affiancando i  grandi: facendoci amicizia. <span id="more-39531"></span><br />
Il risultato è che leggendo questo libro non solo ti torna alla mente quanto hai voluto bene a tutti quegli autori, ma ti viene anche voglia di abbracciare Tommaso Pincio, offrirgli una birra, di tempestarlo di pacche sulle spalle. Sarà che la mia lista di numi tutelari è parecchio vicina alla sua, sarà che mi sono commosso a scoprire uno scrittore italiano che sa chi sono i Merry Pranksters, che capisce l&#8217;importanza della rivoluzione psichedelica (e forse, chissà, la preferisce pure al Maggio francese), che ha letto e ricorda <em>Le meraviglie del possibile</em>; sarà che anch&#8217;io da ragazzo non avrei immaginato di finire a scrivere libri, fatto sta che leggendo <em>Hotel a zero stelle</em> mi è parso di aver ritrovato un amico di cui mi ero dimenticato, o un fratello maggiore disperso chissà dove (in Vietnam, presumo).<br />
Non bastano tuttavia le affinità personali per ritrovarsi entusiasti di un romanzo. Il fatto è che in <em>Hotel a zero stelle</em> Pincio fa qualosa di più che parlarti in modo appassionato degli scrittori che ama: li usa per portarti dentro di sé, e la vicenda personale, che inizialmente appare come una semplice cornice, si manifesta poi come la vera spina dorsale del libro, tanto che quando si apre il più drammatico dei molti squarci autobiografici – un lampo d&#8217;infanzia – ti emozioni moltissimo, e realizzi altresì che il piccolo Pincio febbricitante è fatto dello stessa materia di uno Winston Smith torturato.<br />
C&#8217;è poi l&#8217;arte, l&#8217;arte abbandonata per la scrittura (e tra tanti scrittori c&#8217;è spazio anche per qualche artista: il passo su Boetti, in particolare, fa sperare che un domani compaia sugli scaffali una sorta di seguito, nel quale le &#8220;stanze&#8221; sono occupate da artisti), l&#8217;arte che diventa passatempo, ma anche strumento al servizio della scrittura: se infatti, giunto a fine libro, ti sei ormai rassegnato a pensare che l&#8217;inclusione di quei ritratti in testa a ogni capitolo non sia che un vezzo – solo quello di Orwell ha una funzione direttamente legata al testo –, la conclusione viene a spiazzarti, dando loro un significato e una funzione che sono per ogni verso romanzeschi. Chiudi allora <em>Hotel a zero stelle</em> con una bella sensazione, che non ti lascia: hai ritrovato un amico (anzi, una quindicina) e pensi che se, come vi è scritto, la letteratura non è il luogo della felicitá, essa può essere almeno il luogo del conforto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/14/su-hotel-a-zero-stelle-di-tommaso-pincio/">Su &#8220;Hotel a zero stelle&#8221; di Tommaso Pincio</a></p>
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		<title>999 rooms, 1-33: rooms of innocence</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 07:18:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[999 rooms]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura transnazionale]]></category>
		<category><![CDATA[lingua inglese]]></category>
		<category><![CDATA[lingua italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[999 rooms, 1-33: rooms of innocence / Vanni Santoni
<p>[<em>Nel contesto della rete, l’inglese non suona più come una lingua nazionale ma come il linguaggio dello spazio globalizzato, il linguaggio di una potenziale letteratura transnazionale. La letteratura di una comunità che parla e, soprattutto, legge e scrive l’inglese come lingua solo in parte “altra”: non una lingua madre ma una lingua familiare, legata in modo essenziale all’individuo, a particolari esperienze, sentimenti, desideri, percezioni.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/999-rooms-1-33-rooms-of-innocence/">999 rooms, 1-33: rooms of innocence</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>999 rooms, 1-33: rooms of innocence / Vanni Santoni</h2>
<p>[<em>Nel contesto della rete, l’inglese non suona più come una lingua nazionale ma come il linguaggio dello spazio globalizzato, il linguaggio di una potenziale letteratura transnazionale. La letteratura di una comunità che parla e, soprattutto, legge e scrive l’inglese come lingua solo in parte “altra”: non una lingua madre ma una lingua familiare, legata in modo essenziale all’individuo, a particolari esperienze, sentimenti, desideri, percezioni. Vanni Santoni, scrittore italiano, con il nuovo progetto </em><a title="999 rooms" href="http://999rooms.org" target="_blank">999 rooms</a><em> propone un esempio di ciò può essere questa letteratura transnazionale, una scrittura italiana ma di ambito linguistico globale. Per questo ho scelto di postare il testo in inglese, senza alcuna traduzione. Gh. B.</em>]</p>
<h3>Room 1</h3>
<p>Room 1 is filled with water.</p>
<h3>Room 2</h3>
<p>In room 2, a sparrow and a mockingbird flutter about.</p>
<h3>Room 3</h3>
<p>The floor of room 3 is covered in grass, with sparse buttercups; a huge porphyroid granite block stands in the middle.<span id="more-38669"></span></p>
<h3>Room 4</h3>
<p>The walls and floor of room 4 are plastered with lime mortar; near the northeastern corner, wheat, barley, corn, durra and rye are amassed in five conical piles.</p>
<h3>Room 5</h3>
<p>Above the open ceiling of room 5, one star shines.</p>
<h3>Room 6</h3>
<p>In room 6, there is bdellium and the onix stone.</p>
<h3>Room 7</h3>
<p>Most of room 7&#8242;s floor is occupied by heaps of those brick sticks – nameless yet known and appreciated by children, who hand chop them pretending they’re martial artists – that sometimes litter a construction yard after the placement of hollow tiles.</p>
<h3>Room 8</h3>
<p>On the eastern wall of room 8, the window is a square hole. The depth of the wall itself functions as a windowsill, homing three pots of lilies.</p>
<h3>Room 9</h3>
<p>In room 9 there’s no enemy<br />
but winter and rough weather.</p>
<h3>Room 10</h3>
<p>On the sand-covered floor of room 10, a conch can sometimes be seen.</p>
<h3>Room 11</h3>
<p>In the middle of room 11, a bush is aflame<br />
with fireflies, boughs looking golden at times.</p>
<h3>Room 12</h3>
<p>On the table in room 12, there are twelve loaves of bread, twelve branches, twelve stones, twelve strips of cloth and three sets of twelve silver bowls.</p>
<h3>Room 13</h3>
<p>Some people are said to have seen, in the dark recesses of room 13, an object whose description matches that of a contemporary arcade machine; a few reports include tales of interaction, but are generally considered made up or a product of suggestion.</p>
<h3>Room 14</h3>
<p>Under the ash covering room 14&#8242;s floor, a serpent is asleep.</p>
<h3>Room 15</h3>
<p>The walls of room 15 are frescoed with wild dill motifs. Drums can be heard from afar.</p>
<h3>Room 16</h3>
<p>In room 16, mirrors and rags abound.</p>
<h3>Room 17</h3>
<p>In vast room 17,<br />
oaks sometimes bear apples;<br />
from apple seeds alders<br />
can grow, whose branches bloom<br />
with narcissus flowers<br />
which hide no lycorine,<br />
but tamarisk-perfumed amber.</p>
<h3>Room 18</h3>
<p>Room 18 is an empty cave.</p>
<h3>Room 19</h3>
<p>Room 19 is a cave not unlike room 18, but it does have a square hole for window. Somewhere outside a fire is ablaze, projecting shadows, both still and dancing, on the opposite wall.</p>
<h3>Room 20</h3>
<p>In room 20<br />
there are the wooden fender<br />
&amp; the butter<br />
(and energy up yonder).</p>
<h3>Room 21</h3>
<p>In low-ceiled room 21, russet mushrooms sometimes grow.</p>
<h3>Room 22</h3>
<p>In room 22, there is one candle on its stand, and one under a bushel.</p>
<h3>Room 23</h3>
<p>In room 23<br />
a golden braid or gyre,<br />
more gyre than a braid<br />
(yet eternal, some say)<br />
spins the night afire.</p>
<h3>Room 24</h3>
<p>In fair room 24, a three legged oak table stands; a bowl of milk rests over it.</p>
<h3>Room 25</h3>
<p>Room 25 has rammed earth walls and floor; on the southern wall, tubers of various kinds are heaped together.</p>
<h3>Room 26</h3>
<p>Room 26 is a big mouth’d cave<br />
from which the moon’s pale orb<br />
is seen climbing up a pathless sky,<br />
her dainty beam soothing<br />
the joy austere of contemplation.</p>
<h3>Room 27</h3>
<p>Room 27 is one huge dreaming crystal.</p>
<h3>Room 28</h3>
<p>A statue of figwood has been set in room 28;<br />
a mouthless statue of figwood with three legs and no ears.</p>
<h3>Room 29</h3>
<p>A thread discends from the middle of room 29&#8242;s groin vaulted ceiling down to three feet high, where a gold-enameled fish is suspended.</p>
<h3>Room 30</h3>
<p>Room 30 is broad and sunny, geckos sometimes crawling up its old adobe walls.</p>
<h3>Room 31</h3>
<p>A flower-like moon in heaven’s high bower is engraved on room 31&#8242;s high and flat metal ceiling.</p>
<h3>Room 32</h3>
<p>The floor of room 32<br />
of dark, damp, fat earth is made.</p>
<h3>Room 33</h3>
<p>Cymbals resonate at intervals in room 33&#8242;s hexagonal space. Colored wood cubes are scattered on the matted floor, at the center of which the papier-mâché diorama of a mountain stands. Ionic thirds of column apparently sustain the ceiling from the six corners of the room; on the northern wall, a moon and a sun, as if they were up in the sky at the same time, are roughly painted.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/999-rooms-1-33-rooms-of-innocence/">999 rooms, 1-33: rooms of innocence</a></p>
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		<title>Seak sick sic</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 05:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Gregorio Magini]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Galimberti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Jacopo Galimberti<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/piXgalimba.jpg"></a><br />
</strong></p>
<p>Sono un poeta e uno scrittore collettivo. Per due anni ho lavorato a un romanzo storico insieme ad altri 99 scrittori. Sappia il lettore che nel 2007 Gregorio Magini e Vanni Santoni hanno inventato un metodo di scrittura collettiva, detto “metodo SIC”: il <a href="http://www.scritturacollettiva.org/">sito</a> dedicato a questo lavoro plurale ha prodotto sinora una manciata di racconti a dieci/dodici mani, tutti scaricabili con licenza copyleft, ma il vero, decisivo stacco è avvenuto nel febbraio del 2009, quando il gruppo di scrittori coagulatosi attorno al progetto SIC ha lanciato in rete l&#8217;idea di un romanzo che abbracciasse un numero più ampio di partecipanti―ci si augurava almeno cinquanta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/seak-sick-sic/">Seak sick sic</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jacopo Galimberti<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/piXgalimba.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-38416" title="piXgalimba" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/piXgalimba.jpg" alt="" width="215" height="270" /></a><br />
</strong></p>
<p>Sono un poeta e uno scrittore collettivo. Per due anni ho lavorato a un romanzo storico insieme ad altri 99 scrittori. Sappia il lettore che nel 2007 Gregorio Magini e Vanni Santoni hanno inventato un metodo di scrittura collettiva, detto “metodo SIC”: il <a href="http://www.scritturacollettiva.org/">sito</a> dedicato a questo lavoro plurale ha prodotto sinora una manciata di racconti a dieci/dodici mani, tutti scaricabili con licenza copyleft, ma il vero, decisivo stacco è avvenuto nel febbraio del 2009, quando il gruppo di scrittori coagulatosi attorno al progetto SIC ha lanciato in rete l&#8217;idea di un romanzo che abbracciasse un numero più ampio di partecipanti―ci si augurava almeno cinquanta. Contro ogni aspettativa, la proposta ha ricevuto un numero di adesioni esorbitante, arrivando a oltre duecento iscritti, tra cui io stesso. Duecento iscritti che  si sono subito dimezzati quando è stato chiaro che non si trattava di un giochino, di uno di quei divertissement letterari che fioccano in rete, ma che ci sarebbe stato da scrivere davvero, intensamente, molte pagine, per molti mesi. <span id="more-38415"></span></p>
<p>L&#8217;impresa, durata in effetti oltre due anni, è stata impervia, i ritmi industriali; com&#8217;era prevedibile le defezioni non sono mancate, anche tra i più valenti. Ma le mani sono state infine duecento, e il romanzo ora è terminato, l&#8217;opera si avvia a cercare un editore. Le gioie e i crampi del lavoro collettivo sono noti a pochi, poiché è ancora diffusa la perniciosa idea che la prosa e la poesia spettino al singolo, al privato, all&#8217;intelletto di dio. Ci sono cose che davvero forse non si possono partorire che da soli, ma vi sono materie controverse e collettive che trovano la loro verità solo se l&#8217;elaborazione da cui emergono ne ricalca almeno in parte le movenze. Il tema del Grando Romanzo Collettivo SIC è infatti la Resistenza. Anzi, le Resistenze, nelle loro confliggenti declinazioni: femminili e maschili, comuniste, liberali, libertarie, vittorioemanuelesche, nazarene o psichiatriche―il tutto rigorosamente incentrato sulla trasfigurazione di fatti reali, puntellati da ciò che è verosimile. Ne è esploso un epos medio e multiforme, sfrontatamente teso ad amalgamare introspezione e coralità, percorso da un&#8217;enorme messe di dati, aneddoti, figure storiche e figure di storia che uno scrittore singolo avrebbe raccolto, a far bene, in quindici anni di lavoro.</p>
<p>Un romanzo collettivo scritto col metodo SIC lascia ampi margini di scelta e di negoziazione, tuttavia una volta che l&#8217;alveo è stato tracciato il flusso scrittorio vi deve scorrere rapinoso, ma senza tracimare. Occorre parlare con le mascelle di personaggi ripugnanti, perché le schede di quelli che preferivi sono state magari assegnate ad altri. Bisogna accettare di vedersi amputate dal lavoro di editing scene di sesso che gridano al Nobel, scorci o dialoghi di bellezza accecante, macchine di tortura che la letteratura italiana ci avrebbe messo anni a digerire. Ma cosí sia, impuntarsi sarebbe un malinteso di ciò che sottintende un lavoro collettivo tra pari. Il “grande romanzo” della SIC è  stato in fondo per me (e penso per molti dei miei novantanove sodali) anche uno strumento per mettersi nella condizione di vedere all&#8217;opera in se stessi certi cipigli stronzetti e borghesi: l&#8217;ingiustificata diffidenza nel lavoro altrui; la competizione vista come prologo al saccheggio dei meriti e non come momento della collaborazione. Insomma, il Grande Romanzo Collettivo è stato un lavoro sul reale, sulle Resistenze, ma anche sulle resistenze della singolarità incarognita, disabituata a solidarizzare, chiusa nelle quattro mura di un reality―e usciremo a riascoltar Radio Londra.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/seak-sick-sic/">Seak sick sic</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Personaggi Precari 2011 &#8211; Il quinto elemento</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 05:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi precari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/pppix.jpg"></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Lorena</strong></p>
<p>– Signora, ma cosa fa, spia? …<br />
– Signora, dico a lei!<br />
(Lorena trotterella via)</p>
<p><strong>Bruno</strong></p>
<p>Di tutti i trentenni passati bruscamente dalla convinzione di poter fare tutto all’evidenza di non poter fare nulla, Bruno è di gran lunga quello a cui sono cambiati i piani del viso nel modo più grottesco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/24/personaggi-precari-2011-il-quinto-elemento/">Personaggi Precari 2011 &#8211; Il quinto elemento</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/pppix.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-37824" title="pppix" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/pppix.jpg" alt="" width="319" height="199" /></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Lorena</strong></p>
<p>– Signora, ma cosa fa, spia? …<br />
– Signora, dico a lei!<br />
(Lorena trotterella via)</p>
<p><strong>Bruno</strong></p>
<p>Di tutti i trentenni passati bruscamente dalla convinzione di poter fare tutto all’evidenza di non poter fare nulla, Bruno è di gran lunga quello a cui sono cambiati i piani del viso nel modo più grottesco.</p>
<p><strong>Valentina</strong></p>
<p>Che gli può dire ancora, al mondo, questa “provincia ricca”, questi bassi capanni di aziende – per carità, internazionali – questi colli dai pochi cipressi e dalle moltissime ginestre che attraverso in Intercity, così disarmati (così spaventati), pensa Valentina, senza scarpe i piedi appoggiati sul sedile di fronte, la tendina dello scomparto tirata, la borsa floscia accanto, gli oggetti che la definiscono così visibili, e così pochi, lì dentro.</p>
<p><strong>Diana</strong></p>
<p>– Oh..! Antidolorifici! Ma grazie, era proprio quello che desideravo!</p>
<p><span id="more-37823"></span></p>
<p><strong>Armando</strong></p>
<p>– Ber bolide..! È la tu’ fia?<br />
– Disgraziato, è la mi’ figliola!<br />
– Oh, oh, sta&#8217; bono con quer remo!</p>
<p><strong>Greta</strong></p>
<p>“Un’altra sera, un’altra cena a dir le solite fregnacce a decidere se scopamme ‘r fesso de turno – che poi, ho già deciso: dàmogliela, un’occasione, no? – … oh che sta a dì ora? Mannaggia ho perso ‘r filo… Ah, robe de Internet… Sìssì, Twitter, eh certo… Speriamo che nun sia contagioso, quell’eritema là…”</p>
<p><strong>Lorenzo</strong></p>
<p>“Quanto abbiamo sofferto!”<br />
(poco)</p>
<p><strong>Giorgio</strong></p>
<p>Scopre su Wikipedia che le mele sono in effetti rose, e un cerchio, apertosi un tiepido pomeriggio di catechismo, ventisei anni prima, si chiude.</p>
<p><strong>Michela</strong></p>
<p>– … E col tuo ragazzo come va?<br />
– È come avere un figliolo, ma bene.</p>
<p><strong>Leandro</strong></p>
<p>Sogna, a volte, il quadro svedese.</p>
<p><strong>Liana</strong></p>
<p>Mimica da cane, educazione da cuculo, integrità di scolopendra che nel terrario divora la scolopendra.</p>
<p><strong>Alfio</strong></p>
<p>“Perché il rotolo di alluminio è sempre nei cassetti della cucina, ma mai nel primo? Perché le medicine sono sempre nello sportello del bagno? E i liquori in quello basso del soggiorno? Chi trasmette queste prassi? Chi?!”</p>
<p><strong>Eleonora</strong></p>
<p>Un vecchio armadio; la lama del <em>Chop´n´Scoop</em> (e tre mattoni per darle peso); la corda, e le guide d´alluminio delle tende del salone. Due giorni di lavoro, un altro di tentativi e aggiustamenti, ed ecco fatta la ghigliottina.</p>
<p><strong>Vladimir</strong></p>
<p>– No, non siamo interessati a storie con “arzille nonnine”.</p>
<p><strong>Claudio</strong></p>
<p>Un obiettivo: passare a un contratto a tempo indeterminato entro la fine dell’anno.<br />
Un timore: che suo fratello torni dalla Germania e chieda la sua parte della casa.<br />
Un sogno: la pena di morte su scala industriale.</p>
<p><strong>Jake</strong></p>
<p>Il cappello: di cuoio. La fidanzata: sepolta viva. L’unità di misura: il milione di dollari.</p>
<p><strong>Luisa</strong></p>
<p>Alla notte fa sogni adulti e pieni di dignità.</p>
<p><strong>Elia</strong></p>
<p>Nato biblico da una madre infeconda fino ai cinquant’anni e cresciuto tra gli affetti, si esprime oggi per lo più a cinghiate.</p>
<p><strong>Arianna</strong></p>
<p>La mappa della Terra di Mezzo come desktop seda e rassicura.</p>
<p><strong>Dino</strong></p>
<p>Sta a caccia, Dino. Una domenica di gennaio, i boschi dell’Umbria meridionale, tagliati dalla ferrovia. Come ogni volta vede passare il treno: “Sai cosa? A questo giro gli sparo per davvero,” pensa, e fa fuoco.</p>
<p><strong>Antonietta</strong></p>
<p>– Una vita a muovere coca, pure a Marietto ti hanno fatto ammazzare, e per cosa? Per farmi fare la tabaccaia a Torino.<br />
– E leggi l’insegna, cazzo: bar pasticceria. Pasticceria, maledizione. Bar pasticceria <em>con tabacchi</em>.<br />
– La tabaccaia a Torino..!</p>
<p><strong>Ermete</strong></p>
<p>Dopobarba di fulmini, spalle di potenza nel tegumento fresco della camicia, uno spunto nel ventre, e niente, niente di buono da fare.</p>
<p><strong>Louise</strong></p>
<p>– Ma dai. E da chi l’hai saputo?<br />
– Laozi e Siddhartha e Shiva e Tahuti; Mosè, Dioniso, Maometto e To Mega Therion, e con loro Ermes, Pan, Priapo, Osiride e Melchizedek, Min e Amon e Menthu, ed Ercole, Orfeo, Odisseo (con Virgilio, Catullo, Marziale, Rabelais, Swinburne, e tutti gli altri veri bardi); Apollonio Tianeo, Simon Mago, Manicheo, Pitagora, Basilide, Valentino, Bardesane e Ippolito, con Merlino, Artù, Kamuret, Parsifal, e poi Carlo Magno e i suoi paladini, Guglielmo di Schyren, Federico di Hohenstaufen, Ruggero Bacone, Jacques de Molay, Christian Rosencreutz, Ulrico von Hutten, Paracelso, Michael Maier, Jacob Boehme, Francesco Bacone, Robertus de Fluctibus, Giordano Bruno, Johannes Dee &amp; Edward Kelley, Thomas Vaughan, Elias Ashmole, Miguel de Molinos, Adam Weishaupt, Wolfgang Goethe, William Blake, Ludovico II di Baviera, Richard Wagner, Alphonse Louis Constant, Friedrich Nietzsche, Hargrave Jennings, James George Roche Forlon, Paul Gauguin, Sir Richard Francis Burton, Gerard Encausse, Aleister Crowley e Timothy Leary.</p>
<p><strong>Lupo</strong></p>
<p>Profilo affilato, una sorella. Sogna torride sessioni di sodomia con Video Girl Ai.</p>
<p><strong>Laura</strong></p>
<p>Le piace molto, a cena, parlare malissimo della scienza e degli scienziati.</p>
<p><strong>Iacopo</strong></p>
<p>Essere un ragazzo (di nuovo!)<br />
In una taverna una villana<br />
in mezzo a una discussione<br />
– voi invece cosa siete, “signore”?<br />
Risponderle: un poeta.<br />
– oh un poeta, abbiamo (nientemeno!)<br />
ci faccia sentire una poesia, allora!<br />
E allora guardare il tavolo e partire,<br />
<em>Plus douce qu’aux enfants la chair des pommes sures,<br />
L’eau verte pénétra ma coque de sapin<br />
Et des taches de vins…</em></p>
<p><strong>Tina</strong></p>
<p>– Cosa provo, ora, per te, “dopo tutto questo tempo”? Um, non so, qualcosa come un poderoso, oceanico, lancinante e insopprimibile odio?</p>
<p><strong>Martino</strong></p>
<p>(no, non la vuole, la caramella all’alloro)</p>
<p><strong>Renzo</strong></p>
<p>Da quando ha lo smartphone, ha quest’impressione che esistano due Internet, e deve trattenersi dal controllarle entrambe.</p>
<p><strong>Karl</strong></p>
<p>– Karl?<br />
– Dimmi, Rino.<br />
– Ti è mai venuto voglia di succhiare il cazzo a una donna?<br />
– Intendi, di andare con un trans?<br />
– No, dico proprio di succhiare il cazzo a una donna.<br />
– Tipo un ermafrodito?<br />
– No, no, proprio una donna.<br />
– …<br />
– Karl?<br />
– Cosa?<br />
– Ti rendi conto che c’è gente che non si è mai presa un trip?<br />
– La <em>maggioranza</em> della gente.<br />
– Si ma non gente che, sai dice non ho mai preso un trip ma a ventiquattro anni ho una cattedra al Politecnico, no no: dico gente che non ha fatto un cazzo mai eppure non si è mai presa un trip. Gente che poi viene e ti dice foah che viaggio il film di ieri sera. Gente che poi magari sputa sentenze sul mondo, sulle robe.<br />
– Che ci vuoi fare.<br />
(Rino guarda fuori dalla finestra)<br />
– Tu ci sei mai stato con una turista cinese?<br />
– Con una turista <em>giapponese</em>? No.<br />
– Chissà se sono facili da rimorchiare.<br />
– …<br />
– Senti, Karl…<br />
– Sì?<br />
– Ma tra i Cavalieri dello Zodiaco, no?<br />
– Eh.<br />
– Il più forte secondo te era Andromeda?<br />
– Andromeda? Ora tu dimmi cosa ci dice Andromeda! Casomai Phoenix, toh, anche se lo sanno tutti che il più forte alla fine era Pegasus, ma Andromeda? Andromeda era il più scarso.<br />
– Seh, il più scarso! <em>Catena di Andromeda</em>! (mima la mossa)<br />
– Ricordi male.<br />
– Dai retta, ma che facciamo, usciamo?<br />
– Devo studiare.<br />
– Dai, usciamo!<br />
– E usciamo…<br />
[…]</p>
<p><strong>Elisa</strong></p>
<p>La pratica costante della ginnastica; il problema del significato.</p>
<p><strong>Gianni</strong></p>
<p>“… E quindi, i funghi sono alieni. Sì, certo, anche quelli sulle persone, che domanda è?”</p>
<p><strong>Simonetta</strong></p>
<p>Manda tutto in aceto.</p>
<p><strong>Piero</strong></p>
<p>– Ehilà Piero!<br />
– Ciao Nando.<br />
– Vado di fretta ma una cosa te la devo chiedere… Dai retta… Ma quella figa allucinante con cui ti ho visto ieri..?<br />
– Pagata.<br />
– Pagata?<br />
– Sì, insomma, è una escort. Una maiala. Ti pare che mi vedi in giro con una così e non la sto pagando? Io? Ma dai.<br />
– In effetti…<br />
– Ovvio no? Ci vediamo, Na’!</p>
<p><strong>Antonello</strong></p>
<p>“Sarà poi fija mia? È tanto bassotta…”</p>
<p><strong>Leonia</strong></p>
<p>“E poi ti ricordi quando veniva a trovarci Pablo dal Cile e lo accompagnavamo sul Monte Serra per le sue sortite in deltaplano. E che mangiate di schiacciata, in quel piccolo alimentari a metà strada! Sì, lo so, non abbiamo mai conosciuto nessun Pablo, non siamo mai stati sul Monte Serra, mi sto inventando tutto, è terribile, no non so perché l’ho fatto, perdonami.”</p>
<p><strong>Beppe</strong></p>
<p>Nel 1984, al grido di &#8220;viva la brogna e chi la mantrugia&#8221; aveva guidato i peiores della IV B del liceo scientifico “Fermi” al riscatto sociale. Oggi è purtroppo dimenticato.</p>
<p><strong>Stefan</strong></p>
<p>ma che ne sapete voi<br />
Majdanek un avanzo di salsiccia nella baracca del sorvegliante<br />
(“qualcuno tra voi stupidi cani sa come si ripara uno scarico?”)<br />
dolce speziato sogno</p>
<p><strong>Esther</strong></p>
<p>– Arrivo subito…<br />
– Fai con karma.<br />
– Faccio con dharma!<br />
(risate)</p>
<p><strong>Maria</strong></p>
<p>“…Ma questa gente, sarà onesta o no?”<br />
(no)</p>
<p><strong>Orlando</strong></p>
<p>– La avverto, qui siamo tutti maschi alfa.</p>
<p><strong>Valérie</strong></p>
<p>Ha le occhiaie e un quaderno con su un fiore di magnolia.</p>
<p><strong>Bruna</strong></p>
<p>Un cuscino in faccia per la nonna e latte al topicida per il piccoletto. Strano, il latte così verdognolo, aveva pensato.</p>
<p><strong>Giuseppe</strong></p>
<p>“Quanto mancherà al prossimo coprifuoco?”</p>
<p><strong>Jean</strong></p>
<p>si finirà a pregare il diavolo<br />
a forza di ostinarsi a restare vivi<br />
a forza di guardare nella buca<br />
a bere il profumo a perdere i denti,<br />
a forza di sputare medicine</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/24/personaggi-precari-2011-il-quinto-elemento/">Personaggi Precari 2011 &#8211; Il quinto elemento</a></p>
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		<title>Collana Novevolt (ZONA) a Firenze</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/collana-novevolt-zona-a-firenze/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/collana-novevolt-zona-a-firenze/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 15:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
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		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
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		<category><![CDATA[zona]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>giovedì 1 aprile 2010</strong></p>
<p><strong>presentazione dei primi due libri della collana Novevolt di Editrice ZONA.<br />
FIRENZE &#8211; Feltrinelli International (via Cavour 12R &#8211; ingresso libero), ore 18. </strong></p>
<p><strong>IL MOLOSSO. LA LEGGENDA DEL CANE </strong>di <strong>Enzo Fileno Carabba</strong><br />
<strong>UN VIAGGIO CON FRANCIS BACON </strong>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
</p>
<p>Presentazione dei primi due titoli della <strong>nuova collana di ZONA Novevolt</strong>, a cura di <strong>Alessandro Raveggi </strong>e <strong>Enrico Piscitelli</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/collana-novevolt-zona-a-firenze/">Collana Novevolt (ZONA) a Firenze</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>giovedì 1 aprile 2010</strong></p>
<p><strong>presentazione dei primi due libri della collana Novevolt di Editrice ZONA.<br />
FIRENZE &#8211; Feltrinelli International (via Cavour 12R &#8211; ingresso libero), ore 18. </strong></p>
<p><strong>IL MOLOSSO. LA LEGGENDA DEL CANE </strong>di <strong>Enzo Fileno Carabba</strong><br />
<strong>UN VIAGGIO CON FRANCIS BACON </strong>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
<span id="more-32473"></span></p>
<p>Presentazione dei primi due titoli della <strong>nuova collana di ZONA Novevolt</strong>, a cura di <strong>Alessandro Raveggi </strong>e <strong>Enrico Piscitelli</strong>. </p>
<p>Intervengono, con gli autori e i curatori della collana, <strong>Vanni Santoni </strong>e <strong>Jacopo Nacci</strong>. </p>
<p><strong>Vernissage della mostra &#8220;Sad Plants&#8221; di Jonathan Calugi, illustratore delle copertine di Novevolt</strong></p>
<p><em>Da marzo in libreria, i primi due libri della collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, per Zona editrice. </p>
<p>Volta al rilancio della qualità nel panorama nazionale, Novevolt propone piccoli gioielli di stile: di autori affermati e giovani promesse, sfidando le leggi del mercato e rivolgendosi ai lettori con arditezza e complicità, senza contraffazioni e specchietti per le allodole. Per questo i Novevolt sono libri piccoli, densi, coinvolgenti, tascabili: unici. Oasi temporanee per ridare libertà, libertà a chi scrive, libertà a chi legge.</em></p>
<p>SCHEDE COMPLETE DEI LIBRI: <strong><a href="http://novevolt.wordpress.com/i-novevolt/">http://novevolt.wordpress.com/i-novevolt/</a></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/collana-novevolt-zona-a-firenze/">Collana Novevolt (ZONA) a Firenze</a></p>
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		<title>Personaggi precari 2010 &#8211; La quarta dimensione</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 05:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi precari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/pppic.jpg"></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Gioacchino </strong><br />
Il ragazzo che si era fatto fare i tatuaggi da galera e quando poi ci è finito davvero glieli hanno tolti col coltello e col sale.</p>
<p><strong>Ai</strong><br />
- È solo che non puoi in alcun modo immaginare come sono con chi amo davvero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/10/personaggi-precari-2010-la-quarta-dimensione/">Personaggi precari 2010 &#8211; La quarta dimensione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/pppic.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-29704" title="pppic" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/pppic-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Gioacchino </strong><br />
Il ragazzo che si era fatto fare i tatuaggi da galera e quando poi ci è finito davvero glieli hanno tolti col coltello e col sale.</p>
<p><strong>Ai</strong><br />
- È solo che non puoi in alcun modo immaginare come sono con chi amo davvero.</p>
<p><strong>Iacopo</strong><br />
- A volte, girando a piedi la città le finestre gli androni quegli alti corridoi che sono le nostre vie, mi parlano. Che dicono, chiedi? “Vattene via vattene via”.</p>
<p><strong>Simona</strong><br />
I generi di nascita sono quattro: dall’uovo, dalla matrice, dal prodigio, dal caldo-e-umido. Eppure Simona pare sorta dal secco, dal guscio, dal sonno di mattina, dalla carta.</p>
<p><strong>Belisario</strong><br />
Questo vecchio balengo è convinto che basti essere sudamericano e sopra i cinquant’anni per esser non solo saggio, ma anche legittimato a devastare le palle alla gente sul treno con motteggi degni di un Coelho còlto da alzheimer.</p>
<p><span id="more-29701"></span><br />
<strong>Maria</strong><br />
Solo volevo dirti, Maria,<br />
che quando incoccio gli occhi della punkabbestia<br />
quella piccola rossa e nera con le lentiggini<br />
e magari troppo nei suoi occhi mi trattengo,<br />
o troppo lei nei miei, dammi pazienza Maria<br />
secondo te ho voglia davvero<br />
di spiegarle tutte le cose, di capirla<br />
o ascoltare le sue storie?<br />
È che nella sua innocenza vedo te<br />
nelle sue colpe vedo te<br />
nel suo ballare su e giù con lo sguardo, te;<br />
se ristò certamente troppo<br />
negli occhi blu della studentessa<br />
che porta il cane fuori,<br />
nel parcheggio davanti casa mia,<br />
nella sua bellezza risaputa<br />
lo sai Maria<br />
cerco tratti del mistero della tua.</p>
<p><strong>Ambra</strong><br />
Ha comprato un minipimer ma realizza che per quello che deve fare oggi è più adatto il vecchio frullatore, che non riesce a trovare. “Sarà geloso,” pensa.</p>
<p><strong>Federico</strong><br />
- Ti sarà capitato di ritrovarti col cuore spezzato…<br />
- Certo.<br />
- E dopo, sei cresciuto enormemente.<br />
- Veramente, mi devo ancora ripigliare.</p>
<p><strong>Claudia</strong><br />
Le ombre del vicolo le ragnatele degli angoli l’odore delle pisciate le urla dalla piazza Claudia gira il culo e &#8211; sai cosa &#8211; torna a casa; fa le sei su Internet fuma molte sigarette si butta infine penosa sul letto sfatto, il sonno magnanimo che la travolge.</p>
<p><strong>Renée</strong><br />
- Ce l’avete con me perché oltre che poeta sono snowboarder, cartomante, paracadutista, fisico e pilota di rally!<br />
- No, ce l’abbiamo con te perché rubi.<br />
- Ah.</p>
<p><strong>Leonora</strong><br />
Lasciò la corda e posò i piedi, prima uno, poi l’altro, su una superficie elastica, trapunta di morbidi rilievi. Non appena si abituò al buio, vide attorno a sé una distesa di occhi. I più erano serrati nel sonno; qua e là alcuni, socchiusi, emettevano una debole luce; in lontananza, e molto lontani uno dall’altro, si potevano scorgere dei barbagli: venivano dagli occhi semiaperti.<br />
Leonora immaginò che uno aperto emettesse un poderoso bagliore e valutò l’orizzonte alla ricerca di schiarite: non ce n’erano. Quando alzò il piede per muovere il primo passo, sentì un brivido correrle su per la schiena, e poi di nuovo giù, attraverso la fronte, la gola, lo sterno, l’inguine; seguendolo abbassò la testa e vide, proprio sotto di sé, un occhio spalancato. Non emetteva luce; la pupilla, sgranata nello sforzo, era un cerchio nero e l’impressione che se ne cavava era di un’assoluta e pertinace disperazione.</p>
<p><strong>Andrea</strong><br />
- E il gattino morto?<br />
- Va nell’umido.</p>
<p><strong>Marilisa</strong><br />
- Durare, comunque, non durò.<br />
- Va bene; ma che ci vedesti, poi, in quel nano?<br />
- Era un nano, sì, ma il nano delle miniere di vino.</p>
<p><strong>Ilaria</strong><br />
- Sai, Ila, io credo…<br />
- Cosa?<br />
- Niente.<br />
- Dai dimmelo.<br />
- Ma niente…<br />
- Dai.<br />
- …Credo che quello che ci è mancato sia stata ancora un po’ di giovinezza. Ci fossimo conosciuti che so, un anno prima, avessimo fatto, non so, tre mesi in più di assemblee e serate insieme… Per Dio, eri – sei – così bella… Insomma: se non ci fosse arrivata subito addosso l’età adulta, oggi forse saremmo insieme.<br />
- Facciamolo ora.<br />
- Ma, Ila… Davanti al bambino?<br />
- Oh, vaffanculo.</p>
<p><strong>Paolo</strong><br />
- Aaah!<br />
- Amore! Che c’è?<br />
- Ho fatto di nuovo quel sogno… Avevamo gli Stones a cena… La formazione con Bill Wyman e Mick Taylor… E tu sbagliavi tutto… Sbagliavi tutto…</p>
<p><strong>Ermanno</strong><br />
Qualche volta non resta davvero altro da fare che fermarsi lì in mezzo alla strada e frignare come un marmocchio.</p>
<p><strong>Elsa</strong><br />
Realizza piccole terrificanti sculture lignee, ispirandosi ai feticci voodoo, all’espressionismo tedesco e alle tsansa amazzoniche, poi le piazza con cura in giro per i boschi.</p>
<p><strong>Martino</strong><br />
Da dove viene questo fanciullo? Che ci fa qui? È un celta, forse, con quelle sopracciglia bionde, quegli occhi appuntiti? Certo è che per tre volte manca il momento buono per prender parola alla sua tavola, tutta d’adulti scuri, e quando infine l’acciuffa, gli esce dalla gola una stentata stupidaggine.</p>
<p><strong>Ametista</strong><br />
Questo continuo sottolineare l’evidente.</p>
<p><strong>Elmo</strong><br />
Anni di studio e sacrifici per diventare “uno che è sempre stato strano”.</p>
<p><strong>Timia</strong><br />
Vede piccole storie nelle ombre.</p>
<p><strong>Sara</strong><br />
“Ambizioni”?<br />
Certo: tornare al mio sepolcro come un verme,<br />
fare la muta nella terra tiepida<br />
oppure in essa disperdermi, sognando cose perdute</p>
<p><strong>Serena</strong><br />
Se vedere una cosa terribile facesse davvero drizzare e diventar bianchi i capelli, quando Serena entrò per la prima volta in camera della coinquilina e vide quel manifesto di copisteria con l’immagine di una donna in gonna e top bianco (ma le scarpette da ballerina), in bianco e nero (ma le scarpette rosa), che sale in posizione di danza le scale di una basilica e sotto la foto la scritta in quel gotico sbagliato tutto di maiuscole che hanno a volte tatuato i calciatori “in punta di piedi ti cerco mio Signore e Tu ascolti i miei passi,” le sarebbe certamente accaduto.</p>
<p><strong>Thomas</strong><br />
“Fare nuove amicizie? A trentasette anni? Mi rattrista solo il pensiero.”</p>
<p><strong>Efim</strong><br />
Si muore di aria viziata,<br />
di sigarette.<br />
Quanti dei miei, presuntuosi pe’ due libri che han letto<br />
già covano cancri?<br />
Cambiare aria, bisogna!<br />
Una cirrosi in Scozia,<br />
un bell´infarto in Bolivia, in mezzo a una piazzetta di tufo,<br />
a gambe spalancate,<br />
sprofondare nell&#8217;oblio in Birmania,<br />
o perdersi per sempre in un frattale, sul lungoreno di Basilea.</p>
<p><strong>Sesto</strong><br />
- “Italiano” sarà lei!</p>
<p><strong>Ferruccio</strong><br />
Capelli brizzolati, buona posizione accademica e politica – sincera vocazione europeista – la ragazza che amava ha fatto un figlio – il suo, di figli, è ancora un coglione tutto gel e tivvù – sarebbe bello essere uno di quelli – uno di quelli che a una certa età si appassionano ai vini, alla campagna.</p>
<p><strong>Amity</strong><br />
Let’s <em>rate</em>!</p>
<p><strong>Martino</strong><br />
“…gli anni ‘80 anni di espadrillas ed eroina gente che cadeva di moto con le espadrillas che cadeva di moto fatta di eroina gente che finiva in coma per la moto per l’eroina per le espadrillas per le botte che ancora, tra gruppi di ragazzi, volavano e non per la politica, non più; le botte dei paninari le botte ai paninari i paninari un’eco dagli studi Mediaset, che Topolino rifletteva, buona per i bambini, per i bambini…”</p>
<p><strong>Annarosa</strong><br />
- Mi avete rotto! Davvero! Tutti! Ah, ma tanto, sai che? Io a settembre prendo e me ne vado a Lublino, e tanti saluti a tutti!<br />
- A Dublino?<br />
- A <em>Lublino</em>.</p>
<p><strong>Paco</strong><br />
Non avrebbe mai pensato che sarebbe potuto essere lui, quello svenuto in mezzo alla sala a sbavare una schiumina rossastra, e la gente intorno che grida “qualcuno lo conosce? Qualcuno lo conosce?” e nessuno ti conosce, e l’ambulanza non arriva mai, non arriva mai…</p>
<p><strong>Aldo</strong><br />
Era notte fonda quando la fanciulla osò finalmente entrare nella stanza. Bianca, d’inclita bellezza, flessuosa come un giunco eppure schietta come un pioppo, fece tre passi coi piedi nudi, senza un suono; era velata di una levissima sottoveste di cotone, anch’essa candida.<br />
“E adesso che vuoi,” disse Aldo, il viso illuminato dall’azzurro dello schermo del PC.</p>
<p><strong>Maddalena</strong><br />
“No, non sono come voi: la mia città è diversa, la sua stazione è diversa, ha quella specie di steccato in pietra e sopra ci crescono i licheni bianchi e gialli, e in certi punti il muschio che alla mattina tra quei suoi pelucchi più alti, che sono poi i suoi fiori, trattiene la rugiada a piccole stille.”</p>
<p><strong>Sergio</strong><br />
Cresciuto nell’infondata convinzione di essere speciale, da un anno è giunto alla fase delle musate; gli verrebbe difficile credere che non avrà mai fine.</p>
<p><strong>Dimitri</strong><br />
- Prendiamo da bere prima che tutto diventi simbolico!</p>
<p><strong>Leoluca</strong><br />
Leoluca bevve l’ultimo sorso di bourbon, si accese una sigaretta e sorrise, quasi impercettibilmente. Due occhioni neri e un po’ tristi lo guardavano dal fondo del banco. Erano quelli di Pino Cutrura, lo scopino.<br />
- Dev’essere il tuo giorno fortunato, Pino. Andiamo.<br />
- A casa sua, dotto’?<br />
- A casa mia.</p>
<p><strong>Diana</strong><br />
Lo ha lasciato perché non aveva respiro internazionale.</p>
<p><strong>Vasilij</strong><br />
mentre morivo<br />
mi sono visto ridere<br />
ho sentito l’odore dei fiori che mai gialli ti mettesti tra i capelli<br />
l’odore di grano che avevi tu<br />
o forse è solo un ricordo<br />
un ricordo di me piccolo<br />
e mia madre castana come la Madonna, un’Iside giovane<br />
dai talloni freschi di Primavera<br />
buoni per schiacciare il serpe<br />
tra l’erba;<br />
le mie lussurie di bava<br />
un giorno su un prato tu e io,<br />
neanche la vedevo, la tua innocenza<br />
ma d’altronde la nascondevi bene.<br />
una corda di pochezze, la mia vita<br />
e non ho fatto neanche in tempo<br />
neanche in tempo a provare<br />
a procurarmi l’abito &#8211; almeno! &#8211; da mistico;<br />
neanche a mettere a fuoco una cosa,<br />
una cosa che volevo dire,<br />
che pensavo potesse rimanere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/10/personaggi-precari-2010-la-quarta-dimensione/">Personaggi precari 2010 &#8211; La quarta dimensione</a></p>
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		<title>Mediterraneo e Oriente</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/mediterraneo-e-oriente/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/mediterraneo-e-oriente/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 09:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/LocandinaMediterraneoOriente.jpg"></a>  [ricevo e volentieri segnalo]<br />
*<br />
<em>Venerdì 20 novembre<br />
Padiglione esterno,<br />
Palazzo San Niccolò<br />
via Roma 56, Siena</em></p>
<p><strong>Mediterraneo e Oriente</strong></p>
<p><em>ore 17.00</em><br />
– Wu Ming presenta “Altai”.<br />
<em>ore 18.30</em><br />
– Marco Rovelli presenta “Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro”<br />
<em>ore 21.30 </em><br />
– Scrittori Precari<br />
&#038; Vanni Santoni<br />
nel reading/performance “Trauma Cronico”</p>
<p><em>Ingresso libero</em><br />
</p>
<p>Lotta all&#8217;immigrazione clandestina, respingimento, permesso di soggiorno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/mediterraneo-e-oriente/">Mediterraneo e Oriente</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/LocandinaMediterraneoOriente.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/LocandinaMediterraneoOriente.jpg" alt="LocandinaMediterraneo&amp;Oriente" title="LocandinaMediterraneo&amp;Oriente" width="240" height="340" class="alignright size-full wp-image-26354" /></a>  [ricevo e volentieri segnalo]<br />
*<br />
<em>Venerdì 20 novembre<br />
Padiglione esterno,<br />
Palazzo San Niccolò<br />
via Roma 56, Siena</em></p>
<p><strong>Mediterraneo e Oriente</strong></p>
<p><em>ore 17.00</em><br />
– Wu Ming presenta “Altai”.<br />
<em>ore 18.30</em><br />
– Marco Rovelli presenta “Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro”<br />
<em>ore 21.30 </em><br />
– Scrittori Precari<br />
&#038; Vanni Santoni<br />
nel reading/performance “Trauma Cronico”</p>
<p><em>Ingresso libero</em><br />
<span id="more-26353"></span></p>
<p>Lotta all&#8217;immigrazione clandestina, respingimento, permesso di soggiorno. E&#8217; nel linguaggio e nelle sue parole-marionetta che la violenza politica di un paese emerge in modo evidente, quando essa funziona ormai come una &#8216;macchina antropologica&#8217; che ridefinisce continuamente i criteri di umanità all’interno dell’uomo stesso.  Per ridare un corpo semantico all&#8217;immaginario non resta allora che rivendicare l&#8217;extraterritorialità della scrittura, la sua capacità di  attraversare le terre ed incrociare gli sguardi. </p>
<p>All&#8217;interno della rassegna cinematografica Mediterraneo e Oriente (16-21 novembre), trova spazio una giornata per discutere di scrittura con Wu Ming, Marco Rovelli, Scrittori Precari e Vanni Santoni.</p>
<p>http://associazionelevel5.com/</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/mediterraneo-e-oriente/">Mediterraneo e Oriente</a></p>
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		<title>Personaggi Precari 2009: Millennium Edition</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/04/personaggi-precari-millennium-edition/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/04/personaggi-precari-millennium-edition/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 04 May 2009 04:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Renzo</strong></p>
<p>- Babbo, perché ti tieni il cuore?<br />
- Perché mi immagino gli infarti.</p>
<p><strong>Sara</strong></p>
<p>A sedici anni è mezza sfatta. Con quegli occhietti cilestrini tiene testa a certi fidanzati che sono ognuno il terrore del suo quartiere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/04/personaggi-precari-millennium-edition/">Personaggi Precari 2009: Millennium Edition</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/1774_lynching-215x300.jpg" alt="1774_lynching" title="1774_lynching" width="215" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-16876" /> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Renzo</strong></p>
<p>- Babbo, perché ti tieni il cuore?<br />
- Perché mi immagino gli infarti.</p>
<p><strong>Sara</strong></p>
<p>A sedici anni è mezza sfatta. Con quegli occhietti cilestrini tiene testa a certi fidanzati che sono ognuno il terrore del suo quartiere.</p>
<p><strong>Rambaldo</strong></p>
<p>- Arriva un momento nella vita, se hai avuto abbastanza donne e abbastanza belle, in cui cominci a considerarle per il loro cervello, più che per il loro corpo: è lì che devi stare attento, in quanto mai ti eri abituato a scegliere in questo modo, e non hai quindi sviluppato gli strumenti per una corretta valutazione.<br />
- O’ che dici, nonno? Ma se sei sempre stato buco… Lo sanno tutti che la mamma è figliola del Verniani!<br />
- Eh, dai, facevo per dire.</p>
<p><strong>Teti</strong></p>
<p>Ci sono famiglie che hanno scritto nel proprio destino un giorno fatale nel quale qualcuno alzerà il coperchio, il drappo, la maschera, e scoprirà l’orrendo verminaio; e ci sono famiglie in cui di queste belle giornate ce n’è più o meno una ogni tre anni.</p>
<p><strong>Roberta</strong></p>
<p>Si è andata a infilare in una setta che le spilla i soldi e la mette contro i suoi familiari. Non è mai stata così felice.</p>
<p><strong>Claudio</strong></p>
<p>Ventisei anni più tardi, dire “um banbino” lo diverte ancora moltissimo.</p>
<p><span id="more-16875"></span><br />
<strong>Marigliano</strong></p>
<p>Iniziati gli studi privatamente perché di gracile costituzione, fu indeciso tra il diritto e la medicina; scelse infine quest’ultima dopo essere rimasto colpito dalle lezioni di anatomia di Pernicio Rosati, a Faenza. Fu durante quegli anni di studio e ardori giovanili che un mercenario svizzero lo colpì alla tempia col manico della giusarma, cagionandogli la caratteristica espressione del viso con cui fu ritratto da Ottone Chini.</p>
<p><strong>Ahmed</strong></p>
<p> “Dovresti vedere com’è in Yugoslavia!”<br />
Pedja dice sempre così. Pedja e Ahmed camminano, veloci, verso la cima della collina. L’erba sembra sempre più bassa, prima di affrontarla, e non immagini mai che sia così bagnata: zuppa, che le idee di stenderti che ti facevi prima di cominciare a salire, dopo tre passi quasi ti fanno vergognare.<br />
“Non sputare! Lo sai che mi fa schifo quando sputi in quel modo.”<br />
Pedja a spregio ne gratta fuori un altro dal fondo della gola:<br />
“Dai, gambe molle. Altri cinquanta metri e siamo in cima.”</p>
<p><strong>Silvia</strong></p>
<p>- Dai, vieni.<br />
- Dici che se vengo, mi prenderanno in giro?<br />
- È chiaro.</p>
<p><strong>Aurelio</strong></p>
<p>In mancanza di bersagli, si spara in un piede.</p>
<p><strong>Anna</strong></p>
<p>Devo pulire le finestre, pensa Anna. Immobile di cera, sul letto guarda il vetro. L’opaco è una miriade di ombre: sedimenti di goccioline; ognuna ha vissuto un mezzo centimetro, poi si è lasciata dietro un’idea di grigio, più marcata in basso.<br />
Anna si trascina fuori dal letto senza voglia, agguanta una mela. L’impressione è soffice, sgradevole. Anna pensa che in casa non ci sono provviste, solo mele vizze e spezie, dadi e tè e pasta d’acciughe. E pollo, incarognito di grigio a star nel freezer senza sacchetto.<br />
Anna si siede al tavolo, è pieno di libri e riviste; quando deve ricevere un uomo, tira fuori i libri che reputa la possano far sembrare più interessante, poi per giorni non li rimette a posto. Sfoglia le poesie di Verlaine, Newton Compton tremilanovecento lire, mai lette, poi scava un sentiero verso il bagno, piscia, si solleva, si vede sgranata nello specchio, strizza un poro occluso, sul naso.<br />
Nel bicchiere degli spazzolini si sta riformando la melma, pensa. Una volta, Anna trovò un piccolo verme nel lavandino e ci mise giorni per capire che veniva dalla melma del bicchiere, un brodo primordiale di minuscole scolature organiche e dentifricio e intonaco caduto che ne fa bigia la palude.</p>
<p><strong>Elena</strong></p>
<p><em>… e così, il brutto anatroccolo si vide riflesso nello stagno e capì di essere diventato un minaccioso aracnide.</em></p>
<p><strong>Fabio</strong></p>
<p>Fabio cerca il bagno sul retro del bar (”Il bagno? Sul retro”).<br />
Tra i Manet &#8211; tra le riproduzioni di Manet &#8211; scorge una bella bottiglia nel buio, su un tavolino, su un tovaglino. Il tappo è di latta e Fabio lo stappa e fa un gotto di sgamo; d’olio, si capisce. Vomitare gli viene pulito, così come pulirsi con la tovaglia le labbra; un labbro, due labbri; il sintetico della fibra gli taglia quello sotto. Fabio rientra tra i suoi e chiede un fazzoletto.</p>
<p><strong>Niccolò</strong></p>
<p>- E poi avremmo potuto fare i piatti insieme! La casa piena di amici, anzi no meglio ancora, noi invitati da degli amici e poi io: dai facciamo i piatti noi, sicché tipo, no, un guanto per uno, e intanto parlare, scherzare un po’ tra noi e un po’ con loro, voltandoci…<br />
- Ma… deliri?<br />
- … e poi Claudio che fa: piccioncini, usciamo?<br />
- Claudio? E chi sarebbe?<br />
- Nessuno, faccio per dire, me lo sto immaginando. Ecco, facciamo con Antonello: Antonello fa…</p>
<p><strong>Irene</strong></p>
<p>Tanti discorsi, sì, ma poi l’idea di restare senza fumo per, tipo, quattro giorni, la devasta.</p>
<p><strong>Lussorio</strong></p>
<p>Anziano sogna febbrile, sospira di quando<br />
avrà avuto quattordici anni e gli allenamenti<br />
- ci si vede agli allenamenti! &#8211; erano obbligatori<br />
e lui il campo, la pista, tutto un campo,<br />
una pista d’atletica regolamentare<br />
(“noi al nostro, di circolo, il campo<br />
ce lo abbiamo re-go-la-men-ta-re!”),<br />
lo faceva dieci volte o anche venti<br />
sudava andava, tutti i giorni<br />
senza mancare, sempre portando<br />
a mano le scarpe, le stringhe<br />
annodate, un nodo secco -<br />
ma a fiocco &#8211; a tenerle insieme.</p>
<p><strong>Herman</strong></p>
<p>Herman, cinquantatré anni, tosto e brizzolato, metà italiano e metà hondureño, è il proprietario di un piccolo albergo del centro. Nel settembre del ‘78 tagliò via i seni a una sandinista di sedici anni.</p>
<p><strong>Gessica</strong></p>
<p>… E poi rientrò in casa correndo in tinello, in tinello, in tinello correndo, rientrò in casa correndo e in tinello trovò sua madre seduta al tavolo, come gelata; il volto normalmente dolcissimo era fisso &#8211; fisso &#8211; in un ghigno innaturale. </p>
<p><strong>Edoardo</strong></p>
<p>Seduce una donna colossale sperando in cuor suo di generare un figlio enorme che giunto all’adolescenza lo strangoli.</p>
<p><strong>Ilio</strong></p>
<p>- Dove vai?<br />
- Fuori.<br />
- È pericoloso, a quest’ora.<br />
- No mamma, non lo è. E comunque ho un coltello.<br />
- Quale?<br />
- L’<em>Opinel</em>. </p>
<p><strong>Nicoletta</strong></p>
<p>In un oceano di cattivi presagi, si aggrappa ai pochi rituali che possiede.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong></p>
<p>Prova a combattere l’obesità con venti addominali, un giorno. Si sbronza con del sakè risalente a quella volta che “dà-ai ganzo, la cena giapponese!”. Fissa il giallo sui lati dell’indice e del medio della mano destra.</p>
<p><strong>Carolina</strong></p>
<p>- è bella, non è bella, è bella? non è bella, guarda ha gli occhi acquosi i capelli &#8211; lunghi! &#8211; lunghi, sì ma radi la bocca un po’ in avanti &#8211; si ma poco! &#8211; e poi con che razza di coglione sta, guarda, non lo vedi quell’ebete coi sandali. &#8211; sì ma le braccia ha dei bracciotti perfetti pelle liscia ma non vana &#8211; vana? &#8211; dita innocenti del tipo mi hanno rallevato le suore ma ora, ora vado alle feste goa ai rainbow anche se gli acidi mai e i funghi solo due volte, che risate i funghetti! &#8211; Sì questo è vero &#8211; (ciaf!) &#8211; ehi guarda ha ucciso una zanzara così con quelle mani  &#8211; è energica è una che dio bono una che ti manda avanti una casa. &#8211; sì! &#8211; e le gambe, che gambe!, non lunghe, no, ma sode ginocchia belle paffute, caviglie snelle. &#8211; eh sì, via: sì.</p>
<p><strong>Emanuele</strong></p>
<p>Fa il tè.<br />
Quando realizza che è finito lo zucchero, si blocca e prende a vibrare penosamente. Per fortuna mezz’ora dopo rientra la madre, che in qualche modo riesce a metterlo a letto.</p>
<p><strong>Giulio</strong></p>
<p>- Era la tua ragazza? Molto carina.<br />
- Vero? Te come vai?<br />
- Singòl.<br />
- Eh… Evidentemente è finita l’epoca in cui Giulio Carrisi era “il bello del liceo Volta”!<br />
- È più che nel ‘98 ho perso una mano, credo.</p>
<p><strong>Matteo</strong></p>
<p>Quando passa accanto a una coppia che si bacia, Matteo non può fare a meno di voltarsi a controllare la faccia della ragazza. Se è brutta, prova come un vago senso di sollievo.</p>
<p><strong>Gisella</strong></p>
<p>È sbronza e cade, e ricade. Si rialza, azzanna una mela; inciampa su una massa di calze e vestiti. Vede, cadendo, una foto sul muro di un ex-fidanzato &#8211; neanche un fidanzato, in realtà, più un flirt &#8211; d’estate &#8211; un flirt estivo &#8211; in costume, una collana di nocche di noci di palle di legno, i capelli all’indietro e un naso, un naso che è un osso, un machete una lama, la cartilagine tesa che fa bianca una linea nella carne arrossata dal sole che picchia, come ride il ragazzo dai denti sconnessi: ha un fascino suo, diciamo quel fascino di chi &#8211; oh &#8211; comunque ci ride, e insomma Gisella le gambe per aria si chiede ma perché, poi, l’avrò attaccata.</p>
<p><strong>Erica</strong></p>
<p>Paolo va a prendere la figlia a danza, la stanza di danza è oltre la sala degli attrezzi. Erica pedala e sfoglia una rivista e guarda Paolo e proprio mentre pensa che forse ora è abbastanza disperato per lei, quello si gira e timido la saluta con un singulto di sorriso.</p>
<p><strong>Edoardo</strong></p>
<p>- Mamma mia che gente qui, amore. No?<br />
- No.<br />
- No?<br />
- No, no: non mi fanno schifo i fighetti con le macchine lustre e le scarpe con gli stretch, né i tamarri con quelle argentate. Non odio, ti dirò, i ravettari col cappellazzo o senza, gli ultrà coi loro riti obsoleti o i punkabbestia col babbo rettore. Non odio neanche, pensa un po’, i fascistini accigliati, i metallari che non si sono mai accoppiati, le scroccone coi capelli anni ‘20, i fissati di questo o di quello, i mostri, i cattogiovani che puzzan di piedi o quelli yoga che il puzzo lo coprono a incenso; non odio gli scalmanati aoh annamo famo, le fiche fredde o le zozzone, né quei tizi posati con le sciarpe che vediamo ogni tanto al bar di facoltà: odio quelli come te, con la vostra bohème che non esiste, il vino i negozi vintage la mostra di fotografia non fumo perché sono già fuori di mio adoro il liberty il surrealismo la troia di tu&#8217; ma&#8217; amore e psiche questo o quel regista di culto puttana Eva vi sgozzerei vi spaccherei la testa con un candelabro vi farei sfilare verso la forca con un cartello al collo e mi ci trovo, invece, in mezzo. </p>
<p><strong>Vittorio</strong></p>
<p>- E ricorda, tutto ciò che vive è sacro.<br />
- Perché?<br />
- Perché è più ganzo di ciò che non vive.</p>
<p><strong>Natalina</strong></p>
<p>Prima di lanciarsi dalla finestra, si è fissata la parrucca con la colla. </p>
<p><strong>Miranda</strong></p>
<p>- Ciao amore.<br />
- Ciao.<br />
- Bacio.<br />
- [pciù]<br />
- Che hai sulla bocca… NON CI CREDO! Hai di nuovo mangiato la vibhuti!<br />
- Poca…<br />
- Ma cazzo, lo sai benissimo che è semplice cenere mista a sabbia!<br />
- Feldspati.<br />
- Appunto!<br />
- Mi annoiavo…</p>
<p><strong>William</strong></p>
<p>Cosa mi immagino quando sgancio un missile? Mah, cosa mi immagino… tipo dei tizi barbuti in fiamme che saltano in aria.</p>
<p><strong>Rossella</strong></p>
<p>- Come ti senti?<br />
- Novecentesca.</p>
<p><strong>Piero</strong></p>
<p>Eccolo, Piero, con la sua felpa floscia e le basette e tutti che lo salutano &#8211; è amico di tutti, Piero &#8211; e la sua fidanzata allestita a Betty Page che da lontano dimostra vent’anni, e da vicino dodicimila. Saluta pure il cuoco e si assetta. Qui gli fanno sempre certi sconti, a Piero!</p>
<p><strong>Giorgio</strong></p>
<p> Giorgio è con un amico; saluta Piero, che sta passando dall&#8217;altro lato della strada.<br />
- Ehi, conosci Pierino il Ricciardi?<br />
- Da almeno vent’anni.<br />
- Ma tu non eri di Rieti?<br />
- Venivo già a Roma piuttosto spesso. Ci piaceva la stessa ragazza.<br />
- Ahh… Una di quelle amicizie virili cresciute intorno a una donna, di quelle che rimangono sempre in qualche modo irrisolte?<br />
- Per nulla. Gli spaccai tre vertebre con il bloccasterzo.<br />
- Ma dai. E lui?<br />
- Lui mi denunciò.</p>
<p><strong>Giulia</strong></p>
<p>(e Piera e Martina): brave simpatiche ragazze non sataniste.</p>
<p><strong>Matteo</strong></p>
<p>Tutti gentili, si procuri un avvocato, vabbè:<br />
dai, sotto questa pioggia sopra queste foglie beige<br />
sopra queste foglie cadute di Campo di Marte,<br />
il buon umore regna.<br />
Ti ricordi Chiara, mi chiedevi<br />
che tipo di persona sarò da adulto da adultero e io<br />
“addirittura più ganzo di ora,” rispondevo;<br />
ti ricordi e poi ci ripensi e vedi che quel tra dieci anni<br />
è ora<br />
e come ganzo, se poi mai fosti ganzo, non porti<br />
valigette come in quella foto mentale sciocca<br />
e certo non sei brizzolato per nulla<br />
e mille volte più<br />
di quanto a vent’anni potevi temere o sperare<br />
sofferenze malinconie schiaccianti<br />
nostalgia un oceano ti abitano il cuore.</p>
<p><strong>Francesco</strong></p>
<p>Cenotaph88: oh<br />
Cenotaph88: 6 on?<br />
x3ngar: y<br />
Cenotaph88: cm va?<br />
x3ngar: <em>li occhi sereni / e le stellanti ciglia / la bella bocca, angelica, di perle / piena, e di rose, e di dolci parole / che fanno altrui tremar di meraviglia</em><br />
Cenotaph88: …<br />
Cenotaph88: stase c 6?<br />
x3ngar: y<br />
Cenotaph88: k a dopo<br />
x3ngar: k</p>
<p><strong>Vera</strong></p>
<p>“Come ci sono arrivata? Mmmh… Ho cominciato a recitare una parte, e a un certo punto era diventata la realtà. E poi, boh, ha continuato a funzionare.”</p>
<p><strong>Elisabetta</strong></p>
<p>Elisabetta cammina in uno spogliatoio; di lontano avvista le infradito gialle e intanto si toglie la maglia sudata. Le bambine del corso di danza, o di chissà che, parlano tra loro e si agitano, strepitano su qualcosa visto in televisione, mentre una signora si sfila a fatica le scarpe da ginnastica, sbuffando in modo esagerato, come a cercare attenzione. Nuda, Elisabetta avanza verso la doccia: mentre ancora le rimbomba nelle orecchie la techno sguaiata del corso di step appena concluso, involontariamente respira l’afrore legnoso del pavimento e le rinasce nel ventre, per un attimo, la tensione dei primi anni di ginnastica artistica, quella tensione che tanto forte provava quando entrava negli spogliatoi del vecchio palazzetto, al paese. Apre la doccia pensando a come infiniti momenti si siano condensati in una manciata di immagini angosciose e in qualche modo false, poi l’acqua calda si porta via quasi tutto.</p>
<p><strong>Giuseppe</strong></p>
<p>Pensa che sarebbe bello avere dei ricordi tipo di battute di pesca in Jugoslavia.</p>
<p><strong>Jacob</strong></p>
<p>È stato coi poeti: coi poeti.<br />
Salta la cena; esce, urta, incespica, quasi cade.<br />
Dicono che i giovani si facciano di anestetico per cavalli, addirittura.<br />
Quello: dodici centimetri di raglia, poco dopo aver trovato invitante<br />
un Arno nero di torba.</p>
<p><strong>Stefania</strong></p>
<p><em>(andò a finire che si accostarono al muretto dell’argine e lei lo masturbò con la sua piccola mano bianca; quando ebbe finito voltò lo sguardo verso di lui, che non poté fare a meno di mostrare un senso di atroce disgusto)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/04/personaggi-precari-millennium-edition/">Personaggi Precari 2009: Millennium Edition</a></p>
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		<title>Myspace killed the lysergic-star. Una lettura de Gli interessi in comune di Vanni Santoni</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 06:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Ne <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788807017629/santoni-vanni/interessi-comune">Gli interessi in comune</a></em>, secondo libro di <strong><a href="http://sarmizegetusa.wordpress.com/">Vanni Santoni</a></strong>, scrittore trentenne di Montevarchi nel Valdarno, appaiono chiari due protagonisti: la lunga adolescenza di un gruppo di ragazzi nell’arco di dieci anni (1996-2006) ed il luogo dove le loro vicende si intrecciano, Figline Valdarno, il demone della provincia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/myspace-killed-the-lysergic-star-una-lettura-de-gli-interessi-in-comune-di-vanni-santoni/">Myspace killed the lysergic-star. Una lettura de Gli interessi in comune di Vanni Santoni</a></p>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Ne <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788807017629/santoni-vanni/interessi-comune">Gli interessi in comune</a></em>, secondo libro di <strong><a href="http://sarmizegetusa.wordpress.com/">Vanni Santoni</a></strong>, scrittore trentenne di Montevarchi nel Valdarno, appaiono chiari due protagonisti: la lunga adolescenza di un gruppo di ragazzi nell’arco di dieci anni (1996-2006) ed il luogo dove le loro vicende si intrecciano, Figline Valdarno, il demone della provincia. Gli interessi sono quelli che teoricamente fanno da collante nei rapporti interpersonali: in questo caso però il titolo è preludio ad un certo beffardo cinismo che percorre tutta la narrazione. <span id="more-8525"></span>Il gruppo è infatti un’entità relativamente variabile, nata quasi per caso tra i frequentatori di uno stesso posto. Al bar Miro si ritrovano fin dalle superiori Iacopo, il Mella, il Malpa, il Paride, il Sasso, Mimmo, Sandrone ed infine il Dimpe. Attorno a loro ruotano indimenticabili comprimari, che ogni lettore “provinciale” riconoscerà subito come familiari: Loriano che c’è sempre, anche se mai invitato, colpevole di non capire le dinamiche di inclusione del gruppo; il discotecaro dai vestiti lindi e accessori improponibili da sfigato (tipo: marsupio fluorescente), che nessuna donna si può filare; e soprattutto il Torcia ed il Pelle, anagraficamente fuori tempo massimo per aver doppiato la maggiore età, ma protagonisti di leggende memorabili. I famosi interessi sono le droghe, che fanno dei protagonisti degli entusiasti “psiconauti”, secondo un’autodefinizione di uno dei protagonisti, che sperano di non diventare “psiconaufraghi”. I capitoli, che prendono il nome della sostanza di volta in volta sperimentata, quasi un moderno catalogo di principi psicoattivi, si raccontano le avventure di un gruppo che altrimenti avrebbe ben poco da dirsi. Il formidabile elenco e le vicende bizzarre che capitano ai ragazzi allucinati (dallo smarrimento spazio-temporale sulle colline pistoiesi dopo assunzione di ketamina, ad un presunto rito con tanto di unguento fantasmagorico per aspiranti streghe, ad una regressione allo stato fetale dopo un cocktail di sostanze tra cui figura l’amanita muscaria – lo sgabello del rospo, il fungo dei Puffi), possono ricordare <em>Paura e disgusto a Las Vegas</em> del compianto <strong>Hunter S.Thompson</strong>, padre del giornalismo gonzo e mancato sceriffo della contea di Pitkin in Colorado con lo slogan <em>Freak Power!</em>, dove i due protagonisti, Thompson medesimo ed il suo scellerato avvocato, in trasferta nel Nevada per seguire una gara motociclistica all’inizio dei Settanta, finiscono a sconvolgersi con ogni tipo di farmaco e droga a disposizione, con risultati dal comico al grottesco. Oppure richiamare “la scimmia sulla schiena” burroughsiana, o, restando in patria, i personaggi (spesso in parte o del tutto autobiografici) del genio di <strong>Andrea Pazienza</strong>, dal giovane Andrea in Penthotal, al “cattivo” Zanardi, a Pippo il più “fuori” della compagnia Disney, al capolavoro assoluto di Pompeo diviso tra la vocazione artistica e l’eroina che placa ogni ansia e insofferenza. Ma i personaggi di Santoni non stanno rovesciando il grande sogno americano o rifuggendo lo spettro di una guerra vergognosa (in Thompson era il Vietnam); non sembrano nemmeno inclini alla sperimentazione estrema di <strong>William Burroughs </strong>né a ricalcare le orme dei <em>Drugstore Cowboys </em>di <strong>Gus Van Sant</strong>, rapinando farmacie in giro per la provincia; né hanno l’eccesso di sogno, violento ribellismo, lancinante disperazione degli alter-ego di Pazienza. Soprattutto non agiscono negli anni Settanta, il periodo d’oro delle droghe psicotrope di <strong>Timothy Leary </strong>e del magic bus <em>Further </em>di <strong>Ken Kesey</strong>, della rivoluzione pacifista, dell’amore universale, dei fiori nei cannoni, ed infine del rifiuto nichilista del movimento punk, ma all’alba del duemila, dove vige la legge del consumo. Più vicini semmai, anche temporalmente, agli antieroi dei libri dello scozzese <strong>Irvine Welsh</strong>, sebbene lontani dal degrado in cui tendono a sfociare questi ultimi e non destinati ad una vita da tossicomani o da tossicodipendenti. Le droghe sono descritte principalmente quali prodotto più o meno fruibile della società consumistica, intercambiabile con altri – se le generazioni precedenti si riconoscevano in idee ed ideologie, le attuali si definiscono in base alla merce soggetto delle loro fantasie – <em>drug-addicted, techno-addicted, fashion-addicted </em>e, ora più che mai, <em>internet-addicted</em>. Non è un caso che verso la fine del romanzo arrivi l’uso di posta elettronica e myspace come ultima frontiera d’aggregazione dopo il bar, gli “strippi chimici”, l’agonia dei raduni musicali estivi, i rave. I simboli e sintomi di una certa generazione sono tutti presenti: dalla discoteca all’università infinita, ai giochi di ruolo, alle carte <em>Magic</em>, ai punkabbestia con cani (o viceversa), all’Inter-Rail con tappa obbligata ad Amsterdam per ogni ragazzo italiano d.o.c. Eppure, sebbene si presti generosamente ad una critica sociologica, il romanzo di Vanni Santoni non è propriamente definibile come opera generazionale: il manifesto con cui si apre, frutto di uno dei personaggi e non dell’autore, è stilato tutto al negativo, elencando ciò che i ragazzi non sono o aspirerebbero ad essere, apparendo più che una dichiarazione di ideali (inesistenti), un’operazione volta a fissare qualcosa di se stessi, <em>qualcosa</em> di non totalmente compreso, più che a definire nettamente la micro-epoca dei giovani di fine millennio. Questo <em>qualcosa</em> che non si esprime, che non si afferra, ma rieccheggia sia nei protagonisti che nel lettore (specialmente se loro coetaneo), emerge dallo stile della scrittura, che alterna al divertito compiacimento di un’eterno presente di dialoghi tra il cinico e l’ironico ed accadimenti spesso esilaranti, un tono quasi epico, arcaicizzante, malinconico. Premesso che qui il linguaggio dipende prima di tutto dalla toscanità di cui è intriso &#8211; nei bar, nei circoli delle province toscane, tra i vecchi ed i giovani di qualsiasi estrazione sociale, si parla veramente così, mescolando battute sagaci ed irriverenti a racconti che sembrano emergere dalle nebbie di gesta e tempi remoti, mentre invece si riferiscono all’altro ieri &#8211; questa lingua sottolinea benissimo la precarietà in cui agiscono i nostri prodi ed il tentativo (loro o di Santoni o di entrambi), di ancorarla. Precarietà che proviene da quei <em><a href="http://myfreefilehosting.com/f/c6e5337d65_0.31MB">Personaggi precari</a></em>, titolo e tema del primo libro dell’autore, il cui debito è evidente nei capitoletti-lampo tra quelli principali, dove i personaggi sono impressi uno ad uno come su carta fotografica in situazioni tipo della loro esistenza. Sia la provincia che l’adolescenza appartengono alla categoria del precariato: entrambe né carne né pesce, sempre schiacciate da forze maggiori (la natura della campagna e le promesse della grande città; il fantasma totalizzante dell’infanzia e le aspettative, i successi o i fallimenti dell’età adulta), incomprensibili perfino a se stesse. I ragazzi sono infatti soli: vedendo il gruppo dall’interno, Santoni sceglie di non narrare ad esempio il rapporto con i genitori, che, quando evocati, appaiono in tutta la loro distanza dai figli, nella loro assenza come punti di riferimento perfino affettivi. Le ragazze rappresentano tutt’al più l’oscuro oggetto del desiderio di alcuni (Iacopo, il Dimpe) o confermano l’affidabilità ed il buon carattere di altri (il Sasso, che ha la ragazza fissa). È un romanzo tutto al maschile, che se da una parte fa arricciare il naso alle lettrici, dall’altra inquadra benissimo certa misoginia e sodale chiusura dei gruppi adolescenziali. Gli unici adulti che meritano una qualche esplorazione sono i suddetti Torcia e Pelle, che sarebbero a tutti gli effetti disadattati ed emarginati nella società adulta normale, il primo emblema della dipendenza, dalle droghe alle sfide di <em>Magic</em>, il secondo maniaco ossessivo-compulsivo e non particolarmente acuto (non perdetevi le ali di compensato…), delle buone maniere a suon di cazzotti, ma acquistano sfumature mitiche da novelli Peter Pan agli occhi dei ragazzini. Allora è a questo punto più giusto dire che il libro di Santoni non affronta una generazione, ma una condizione dell’essere, che di volta in volta è identificabile nella giovinezza, nella vita di provincia, nell’irrequietezza, nella sperimentazione di stati alternativi, sebbene artificiali, nella condivisione di esperienza. I ragazzi non hanno niente da dirsi che vada oltre la discussione sulle droghe e la rievocazione di un passato prossimo da sballati: deprivata dell’humus psicoattivo la conversazione langue; non sono toccati dalla lama del dolore o della perdita (sebbene disagio e suicidio facciano capolino, per entrare subito nella leggenda e nel dimenticatoio), eppure mentre gradualmente si arriva alla fine e qualcuno si allontana dal gruppo, il catalogo lisergico è sempre più chiaramente un vocabolario di stati emotivi, legati più che alle sostanze al momento e ai protagonisti, entrambi irripetibili, perduti. Sembra di avvertire la disperazione tenue che coglie Iacopo, emigrato nella realtà di Firenze, per scoprire che non è poi così diversa da Figline. Di dieci anni di <em>nulla</em>, ai ragazzi resta la nostalgia per il luogo del passato, per l’essere stati insieme, comunque, con o senza grandi scambi intellettuali, esattamente come, e questa volta il paragone calza a pennello, agli <em>Amici miei </em>di <strong>Mario Monicelli,</strong> dopo anni di <em>zingarate </em>- i <em>loro </em>interessi in comune &#8211; resta la partecipazione corale ad un tempo, l’amicizia (quel qualcosa che non sapevamo nominare), il bene effimero e inspiegabile dell’affetto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/myspace-killed-the-lysergic-star-una-lettura-de-gli-interessi-in-comune-di-vanni-santoni/">Myspace killed the lysergic-star. Una lettura de Gli interessi in comune di Vanni Santoni</a></p>
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		<title>Omero 2.0 / Oltre la neo-avanguardia: la poesia, le comunità letterarie e il romanzo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/11/omero-20-oltre-la-neo-avanguardia-la-poesia-le-comunita-letterarie-e-il-romanzo/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Apr 2008 04:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Lisa]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>a cura di <strong>Alessandro Raveggi</strong> e <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>(<a href="http://www.teatrodellesausto.org/omero.html">qui</a> il programma completo)</p>
<p>alla <a href="http://www.lacitelibreria.info/">Libreria Café La Cité</a></p>
<p>via Borgo San Frediano 20R</p>
<p>sabato 12 aprile 2008 &#8211; ore 19<br />
presentazione di alcune pubblicazioni di<br />
<strong>Biagio Cepollaro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Andrea Raos</strong><br />
e dei progetti letterari on-line &#8220;Nazione Indiana&#8221; e &#8220;<a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm">Poesia Italiana E-book</a>&#8221;</p>
<p>introducono <strong>Tommaso Lisa</strong> e <strong>Alessandro Raveggi</strong><br />
seguiranno performance e letture degli autori</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/11/omero-20-oltre-la-neo-avanguardia-la-poesia-le-comunita-letterarie-e-il-romanzo/">Omero 2.0 / Oltre la neo-avanguardia: la poesia, le comunità letterarie e il romanzo</a></p>
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<p>(<a href="http://www.teatrodellesausto.org/omero.html">qui</a> il programma completo)</p>
<p>alla <a href="http://www.lacitelibreria.info/">Libreria Café La Cité</a></p>
<p>via Borgo San Frediano 20R</p>
<p>sabato 12 aprile 2008 &#8211; ore 19<br />
presentazione di alcune pubblicazioni di<br />
<strong>Biagio Cepollaro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Andrea Raos</strong><br />
e dei progetti letterari on-line &#8220;Nazione Indiana&#8221; e &#8220;<a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm">Poesia Italiana E-book</a>&#8221;</p>
<p>introducono <strong>Tommaso Lisa</strong> e <strong>Alessandro Raveggi</strong><br />
seguiranno performance e letture degli autori</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/11/omero-20-oltre-la-neo-avanguardia-la-poesia-le-comunita-letterarie-e-il-romanzo/">Omero 2.0 / Oltre la neo-avanguardia: la poesia, le comunità letterarie e il romanzo</a></p>
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		<title>Personaggi Precari 2008</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/personaggi-precari-2008/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/personaggi-precari-2008/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 05:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi precari]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/witchcraft-131.jpg" title="witchcraft-131.jpg"></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Orazio</strong></p>
<p>Ogni azione può, a grandi linee, essere offensiva o difensiva. L&#8217;ozio portentoso di Orazio, apparentemente fuori da questa dicotomia, ne è invece compreso: con abilità sorprendente, egli usa l&#8217;inazione come scudo o pugnale, a seconda delle necessità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/personaggi-precari-2008/">Personaggi Precari 2008</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/witchcraft-131.jpg" title="witchcraft-131.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/witchcraft-131.thumbnail.jpg" alt="witchcraft-131.jpg" align="left" /></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Orazio</strong></p>
<p>Ogni azione può, a grandi linee, essere offensiva o difensiva. L&#8217;ozio portentoso di Orazio, apparentemente fuori da questa dicotomia, ne è invece compreso: con abilità sorprendente, egli usa l&#8217;inazione come scudo o pugnale, a seconda delle necessità.</p>
<p><strong>Renzo</strong></p>
<p>Renzo dice sempre &#8220;buonanotte&#8221; prima di chiudere gli occhi. Anche in questa camerata di ostello da dodici letti:<br />
- Buonanotte!</p>
<p><strong>Tosca</strong></p>
<p>Se sei bellissima, sarà sufficiente essere anche bizzarra &#8211; bastano due accessorini e un guardaroba strambo, eh &#8211; per venire considerata una persona eccezionale.</p>
<p><strong>Imelda</strong></p>
<p>- Il punto è che abbiamo avuto te solo per dimostrare che Giorgio non era stato un errore&#8230;<br />
- Mamma!<br />
- &#8230; sai, nato così, dopo neanche un anno di matrimonio, da noi che facevamo tanto gli intellettuali indipendenti. Dimostrarlo a noi stessi, anche, eh!<br />
- Non puoi parlare così!<br />
- Sono vecchia e malata, posso parlare come mi pare.<br />
- E Nanni? Anche lui serviva a dimostrare qualcosa? Che potevate fare i genitori anche a una certa età?<br />
- No. Lui fu un errore, come Giorgio. <span id="more-5587"></span></p>
<p><strong>Enzo</strong></p>
<p>Parla di &#8220;milioni di euro&#8221; al telefono, in treno, a voce altissima.</p>
<p><strong>Gianna</strong></p>
<p><em>Oggi</em>: gli tarpa le ali, così non la lascia.<br />
<em>Domani</em>: gli spacca le palle perché non ha avuto successo.</p>
<p><strong>Gastone </strong></p>
<p>Eccolo, il grande giornalista. Enoteca Pinchiorri, mille euro e mille discorsi per farsela dare da una fica vecchiotta e sciapa, dai Gastone che ce la fai, dai che ha già deciso che ci sta, vecchio imbranato, e poi taxi, un mezzino di viagra &#8211; anzi tutto, vai &#8211; e via sbuffando (sudando, puzzando, sibilando).</p>
<p><strong>Frediana</strong></p>
<p>&#8220;Sono uno spirito libero!&#8221; [<em>trad</em>. ho un fidanzato a cui faccio le corna.]<br />
&#8220;Adoro l&#8217;espressionismo!&#8221; [<em>trad</em>. ho notato che l'espressionismo, e altri movimenti artistici che ora non ricordo, piacciono a gente a cui vorrei assomigliare.]<br />
&#8220;Il bello dei tatuaggi, alla fine, è che ti ricordano un momento preciso della tua vita&#8221; [<em>trad</em>. sto aspettando solo che quella tecnica di rimozione col laser venga perfezionata ancora un po'!]</p>
<p><strong>Dante</strong></p>
<p>- Te l&#8217;ho detto. Non devo uscire.<br />
- Che è successo?<br />
- Sabato sono andato fuori, no? Sai che non lo faccio mai, ma ho detto: svaghiamoci, una volta tanto.<br />
- E insomma?<br />
- Insomma mentre passo sul Ponte Santa Trinita si ferma un SUV nero. Così, con due ruote sul marciapiede, e tre imbecilli dentro. Scende un ragazzotto abbronzato con una camicia da finocchio, tira su col naso e mi chiede se so dov&#8217;è lo Yab. Gli dico che non lo so, e&#8230;<br />
- Ah, perché, ora non lo sai? Che soggetto..!<br />
- Fammi finire. Quello mi fa: ah, occhei, buona serata. Accento tipo romano o, boh, grossetano, al massimo. Vado avanti, no? Faccio quattro passi e sento un rumore tipo scroscio d&#8217;acqua.<br />
- E cos&#8217;era?<br />
- Cos&#8217;era? Era quello là, stava pisciando sul muretto del ponte, così, dal bordo del marciapiede. Li ho volati nell&#8217;Arno tutti e tre.<br />
- Ah, eri te quello sul giornale!<br />
- Preciso.</p>
<p><strong>Isabella</strong></p>
<p>La forza che spinge le gemme fuori dai rami ti porta altrove;<br />
quella che asciuga la terra e l&#8217;empie di crepe ti farà tornare.<br />
Riflessa nel vetro del treno non vedi che tua madre, e come lei ti spezzi.</p>
<p><strong>Ezechiele</strong></p>
<p>Millenovecentottantasei, oppure duemilaotto; piazzetta losca del centro: due relitti, cinquant&#8217;anni il primo, neanche venti il secondo, corrono da una ragazza sciupata, sbrecciata, scossa; portano un cellulare.<br />
- Parlaci te!<br />
E parla. Il cellulare perde il segnale. La tipa digrigna una bestemmia, i due la guardano, derelitti.<br />
- Ha detto qualcosa?<br />
- Dice che arriva.<br />
Sei occhi morti fissano il vuoto. Ma arriva, Ezechiele. Bianco di cencio, spilli per pupille; sorride, quasi geme. La tipa lo abbraccia, i due compari si sorridono. Tutti dietro a Ezechiele di vicolo in vicolo, gli occhi lustri in viva processione.</p>
<p><strong>Virna</strong></p>
<p>Al mondo vi sono persone in grado &#8211; non si sa se tramite precisa scienza o istintivamente &#8211; di ammantarsi di un&#8217;apparenza così infinitamente migliore rispetto alla loro vera essenza, che se per caso ti capitasse di scoprire l&#8217;inganno, ti verrebbe il sospetto di esser diventato cattivo tu.</p>
<p><strong>Renzo</strong></p>
<p>L&#8217;Italia che lavora (e che stupra la figliola).</p>
<p><strong>Tommaso</strong></p>
<p>Ha visto con i suoi occhi la Sibilla, a Cuma, penzolare in una gabbia; quando le ha urlato &#8220;Sibilla, ma che vuoi?&#8221; lei gli ha risposto che vuole morire.</p>
<p><strong>Leandro</strong></p>
<p>Ha finto fortunati investimenti all&#8217;estero, supportando la finzione con lunghe permanenze in paesi esotici. Ora può finalmente vivere della rendita dei suoi immobili senza troppa vergogna.</p>
<p><strong>Prudenzio</strong></p>
<p>Questo vecchiaccio fiammeggiante gestisce la sua tabaccheria come un podestà un paese di rossi. Suo figlio è uno gnomo brizzolato e ignobile, capace solo di sguardi in tralice.</p>
<p><strong>Ashling</strong></p>
<p>&#8220;Drinking water is so boring!&#8221;</p>
<p><strong>Ermes</strong></p>
<p>Dalla propria città a quella dei genitori, in ritardo come ogni volta. Perde un treno, poi l&#8217;altro. Riesce ad agganciare un pullman, ma con quello non si raggiunge che un paesello a metà strada. Da lì deve attenderne un secondo. È sabato, l&#8217;immediato dopocena. L&#8217;autostazione sta in mezzo tra un cinema, un discopub e una pizzeria: l&#8217;affollarsi di giovanissimi gli ricorda che razza di aborti sono gli adolescenti, e lo mette finalmente di buon umore.</p>
<p><strong>Luciano</strong></p>
<p>- &#8230;e viene anche il Piccolo Lord di &#8216;sto cazzo?<br />
- Non parlare così di tuo figlio!<br />
- Sta con te, no? E io lo chiamo come mi pare. Pettinalo bene, mi raccomando.</p>
<p><strong>Tommaso</strong></p>
<p>L&#8217;uomo che ha portato la salsa di noci e pomodori secchi ad Atlanta, senza alcun successo.<br />
L&#8217;uomo che ha scritto il più lungo poema dialettale sul vizio del gioco in generale, e su quello delle carte in particolare.<br />
L&#8217;uomo che a ventidue anni ha perso una mano cercando di salire al volo su un treno merci di passaggio.</p>
<p><strong>Carolina</strong></p>
<p>È in un momento di disordine (lungo sei anni).</p>
<p><strong>Cosimo</strong></p>
<p>- Non potrai mai capire quanto ti amavo. Avevo anche messo il tuo nome come password in tutte le mie mail e i miei account. Alcuni&#8230; Cioè; a dire il vero, tutti&#8230; Lo hanno ancora.<br />
- Bè, cambiali. Anche perché potrei leggerti la posta, ora.<br />
- Non ci riuscirò mai.</p>
<p><strong>Savino</strong></p>
<p>“Che pensi?”<br />
“Penso che&#8230; No, niente.”<br />
“Dài, dimmelo.”<br />
“Penso che &#8211; oh &#8211; siccome dopo che ho s&#8230; Dopo che &#8211; insomma &#8211; sono venuto, no? Siccome non mi sdegni &#8211; dico &#8211; non mi sdegno a averti appiccicata addosso, pensavo che forse &#8211; insomma &#8211; ti amavo.”</p>
<p><strong>Timoteo</strong></p>
<p>La nonna gli ha regalato un bel pacchettino, fatto con carta di giornale, del cartone e uno spago. Timoteo lo apre felice e ci trova dentro un orrendo feticcio.</p>
<p><strong>Emilio</strong></p>
<p>Davvero per un secondo ha pensato che se lei &#8211; per un incidente, da preparare per bene &#8211; perdesse magari un occhio, allora non avrebbe altra scelta che rimanere con lui.</p>
<p><strong>Rupert</strong></p>
<p>(sbam!)<br />
- Ahia! Mamma!<br />
- Oddio! Ma è pazzo!?<br />
- Signora, se fa tenere al suo figlioletto i capelli tanto lunghi da sembrare un piccolo selvaggio, non si sorprenda se viene trattato come tale.<br />
- Polizia! Aiuto!<br />
(sbam!)<br />
- Aaah!</p>
<p><strong>Nadia</strong></p>
<p>Lui che seduto sul letto si cambia, e intanto dice una cosa. Nadia che fa finta di dormire.</p>
<p><strong>Solana</strong></p>
<p>Fa con facilità cose che ad altri sembrano impossibili. Si tinge i capelli con l&#8217;henné. Invecchia bene.</p>
<p><strong>Anteo</strong></p>
<p>- Anteo! Pensaci te!<br />
E giù cazzotti. Bei tempi.</p>
<p><strong>Niké</strong></p>
<p><strong><br />
</strong>- No, Dani, no. No, dai. Va bene tutto, ma il gattino no.<br />
- Ops&#8230; Accidenti, mi è scappato! Guarda che carino, va sotto il mobile! Dai, prendiamolo!<br />
- Fuori da casa mia, tutti e due!</p>
<p><strong>Camilla</strong></p>
<p>Davvero ancora pensa che il proibizionismo ci sia perché le droghe fanno male.</p>
<p><strong>Simona</strong></p>
<p>- Scherzi? Lo sai che mi interesso solo a ragazzi appartenenti a paesi con economie competitive.</p>
<p><strong>Hannelore</strong></p>
<p>Si è tatuata i numeri sul polso subito dopo la guerra e da sessant&#8217;anni non fa che raccontare di quanto fosse terribile Ravensbrück, con dovizia di particolari (avendoci fatto la kapò per tre anni, si ricorda tutto molto bene).</p>
<p><strong>Pietro</strong></p>
<p>- Allora è deciso: facciamo con i pittori.<br />
- Deciso cosa? Non ne riparliamo da mesi. Lo sai che a me piacevano anche i film.<br />
- No i film no, è da grezzi. Casomai&#8230; Non avevi proposto i fiori?<br />
- Dicevo per dire. Animali?<br />
- Già visto troppe volte. Poi, dai, il tavolo &#8220;coccodrilli&#8221;, il tavolo &#8220;gatti&#8221;, fa un po&#8217; festa di compleanno.<br />
- Ma dai, i pittori sono pallosi! Raffaello, Leonardo&#8230; E poi quanti tavoli sono? Sedici? Non ci sono abbastanza nomi.<br />
- Ora, a parte che nel Rinascimento di pittori famosi ce ne sono almeno trenta, nessuno ha parlato di quel periodo: pensavo infatti che sarebbe più fine con l&#8217;arte moderna: Mondrian, Basquiat, Mucha&#8230;<br />
- Se si facesse coi personaggi di Walt Disney? Simpatico, no?<br />
- Pietro, faccio finta di non aver sentito solo perché ti devo sposare tra sei giorni.<br />
- Piloti di formula uno! Scherzo, eh.<br />
- Gli impressionisti come li vedi?<br />
- Ho un&#8217;idea: numeri. Comodissimo, no?<br />
- &#8230;<br />
- Dai, ora non piangere! Scherzavo!<br />
- Arte moderna.<br />
- Dai, va bene, arte moderna&#8230;</p>
<p><strong>Gino</strong></p>
<p>Tira il carretto, taglia i giunchi, lega la fascina, bestemmia la Madonna, suda, impreca, rientra, bastona il cane, mena la moglie, mangia, accende la tivvù, sputa, la spegne, va a riparare il tetto (&#8220;ma è notte!&#8221; &#8220;sta&#8217; zitta!&#8221;), si fa male a un piede, rientra in casa, mangia quattro mele, ride, esce, guarda il cielo, scuote il capo, rientra, sale le scale, s&#8217;infila a letto vestito.</p>
<p><strong>Liborio</strong></p>
<p>La via dell&#8217;eccesso conduce al palazzo della saggezza (sempre che prima ci si sia degnati di imparare a camminare).</p>
<p><strong>Claudio</strong></p>
<p>&#8220;Certo non l&#8217;amo. Neanche la desidero. Mi sdegna, a dirla tutta. Basterà tuttavia un po&#8217; più di vino, e non guardar troppo le forme più frolle, e il mio lo farò.&#8221;</p>
<p><strong>Sergio<br />
</strong></p>
<p>- Gli anni &#8217;80 erano quel periodo in cui tutti i fratelli maggiori avevano almeno un amico in coma.</p>
<p><strong>Saverio </strong></p>
<p>&#8220;Lo so benissimo che c&#8217;è: era più o meno dieci anni fa e quel treno, ormai, l&#8217;ho perso. Quindi, non mi stressare.&#8221;</p>
<p><strong>Ugolino</strong></p>
<p>Oggi, non si sa come, i servi hanno comprato a Ugolino del cioccolato al latte del tipo ripieno. Ugolino odia quel ripieno nougat. Rimarrà di pessimo umore per giorni. In questo momento Ugolino sta scavando via il nougat dall&#8217;intorno di cioccolato col manico di un cucchiaio d&#8217;argento, gridando insulti irriferibili contro la Svizzera.</p>
<p><strong>Giuliana</strong></p>
<p>C&#8217;è chi, scendendo a Termini dopo un lungo viaggio, e vedendo i tamarri, gli sbirri, gli zingari, i tassisti abusivi, i tassisti non abusivi abbrutiti peggio di quelli abusivi, i turisti con la guida in mano e le infradito, le zorre in rosa col piercing al labbro superiore, le paste rancide dietro il vetro dei bar, i preti, i gatti, gli abusivi, le cospirazioni, i palazzi, le auto blu, i ristoranti, le palme marce, i sampietrini, tira un respiro, e, sentendosi finalmente a casa, s&#8217;empie il cuore di quest&#8217;Italia benedetta da Dio. C&#8217;è chi invece, come Giuliana, si versa addosso un flacone d&#8217;alcool etilico e si dà fuoco, salvo essere spenta quasi subito dalla polfer e cavarsela con sei ore al pronto soccorso e un segno in faccia come di pelle più lucida.</p>
<p><strong>Claudia</strong></p>
<p>Tutta scena (ma un grande show).</p>
<p><strong>Fernando</strong></p>
<p>- Ha detto condilomi?<br />
- Ho detto sarcomi.<br />
[Fernando afferra il fermacarte dalla scrivania e tenta di colpire il dott. Gava, ma va a vuoto. Il fermacarte, una semisfera di ossidiana levigata, gli sfugge di mano andando a fracassare la vetrina dei libri sulla sinistra.]</p>
<p><strong>Zeno</strong></p>
<p>- oi Zeno!<br />
- oi.<br />
- buste?<br />
- zero.<br />
- che hai fatto ai capelli?<br />
- li ho tinti.<br />
- ah. cia.<br />
- cia.</p>
<p><strong>Iacopo</strong></p>
<p>Capita, a volte &#8211; magari le volte che esci da solo di notte, per il cibo, e sei stanco e nervoso &#8211; di scoprire un lembo di cielo nuovo da un vicolo, uno di quegli angolini da cui puoi sbirciare una punta di Santa Croce, una curva di Santo Spirito, un&#8217;idea di cupola, e allora davvero ti piacerebbe scoprire che Firenze è infinita, girare con la certezza che di Sante Croci ce ne sono almeno novanta (e di vicoli da cui guardarla, mille!) e chissà quanti <em>di là d&#8217;arni</em> ancora da scoprire.</p>
<p><strong>Ornella</strong></p>
<p>Da una dozzina d’anni, Ornella ha preso a comporre un bizzarro presepe senza Gesù, e con Giuseppe e Maria che si danno le spalle l&#8217;un l&#8217;altra. Dopo che sua sorella le ha fatto notare che era stupido e inquietante Ornella ha continuato a farlo, ma lo tiene in cucina invece che in salotto.</p>
<p><strong>Francesco</strong></p>
<p>Francesco incontra la sua prima fidanzata &#8220;vera&#8221; in un bar. &#8220;Com&#8217;eri bella!&#8221; vorrebbe gridarle, ripensando a una volta che fecero l&#8217;amore di giugno, ma poi si pianta a pensare come di quegli anni neanche lontani gli resti solo una nebbiaccia confusa, con due, tre squarci di luce, e non la ascolta mentre gli parla, e prendono un caffè e si salutano e vanno a lavorare, e Francesco ripensa che forse si dicevano che in una città così grande lavorano vicini, e non s&#8217;erano mai visti, e pensa un po&#8217; te.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/schiavisito.jpg" title="schiavisito.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/schiavisito.thumbnail.jpg" alt="schiavisito.jpg" /><br />
</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/07/personaggi-precari-2008/">Personaggi Precari 2008</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Personaggi Precari 2007</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/12/10/personaggi-precari-2007/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 05:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi precari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/parigi-rue-des-chaufourniers-sett-07.JPG" title="parigi-rue-des-chaufourniers-sett-07.JPG"></a>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Nando<br />
</strong><br />
A tredici anni Nando era il più grosso della classe. A sedici un fortissimo giocatore di calcio balilla. A quarantadue, Nando è un autista d&#8217;autobus con due figlie bellissime.</p>
<p><strong>Lella</strong></p>
<p>&#8220;<em>Poco impegnata</em>? Guarda che io, quando in tv fanno vedere gli scontri in piazza, tifo sempre per i manifestanti.&#8221;</p>
<p><strong>Piero<br />
</strong><br />
Venticinque anni!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/10/personaggi-precari-2007/">Personaggi Precari 2007</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/parigi-rue-des-chaufourniers-sett-07.JPG" title="parigi-rue-des-chaufourniers-sett-07.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/parigi-rue-des-chaufourniers-sett-07.thumbnail.JPG" alt="parigi-rue-des-chaufourniers-sett-07.JPG" align="left" /></a>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Nando<br />
</strong><br />
A tredici anni Nando era il più grosso della classe. A sedici un fortissimo giocatore di calcio balilla. A quarantadue, Nando è un autista d&#8217;autobus con due figlie bellissime.</p>
<p><strong>Lella</strong></p>
<p>&#8220;<em>Poco impegnata</em>? Guarda che io, quando in tv fanno vedere gli scontri in piazza, tifo sempre per i manifestanti.&#8221;</p>
<p><strong>Piero<br />
</strong><br />
Venticinque anni! Venticinque anni, e la morte, l&#8217;inevitabile fine di ogni cosa, gli si presenta davanti in tutta la sua forza. Meglio neanche farlo, un bilancio, pensa Piero salendo in treno come ogni giorno.</p>
<p><strong>Alessandro</strong></p>
<p>Alessandro esce a mangiare che sono le nove,<br />
sul capo a dozzine gli ballano i presagi cattivi.<br />
Si riflette negli occhi d&#8217;un barista vile, invidia una vecchia;<br />
gingilla due idee nella testa, è fermo di argilla, di cera.</p>
<p><strong>Jessica</strong></p>
<p>Piú che una donna, un franare costante di forme e lineamenti, Jessica è comunque riuscita a vendere bene il suo ultimo sprazzo di gloria giovanile, accasandosi con un serio piacente e responsabile rappresentante di farmaci.</p>
<p><strong>Theodore</strong></p>
<p>&#8220;Per carità, lo so benissimo che in America abbiamo dieci volte più omicidi di voi perché vendiamo le armi liberamente. Ma ti dirò una cosa: <em>nessuna</em> persona dotata di fucile semi-automatico è mai stata spedita a Treblinka&#8221;.</p>
<p><span id="more-4895"></span><strong><br />
Federico</strong></p>
<p>&#8220;Il fatto che mi faccia fregare dai primi due straccioni che trovo per strada, e mi compri ottanta euro di sale da cucina e bicarbonato dentro una busta sudicia, indica che sono un <em>tossico</em> o che sono un <em>cretino</em>?&#8221;, si chiede Federico (un <em>bambino</em>) rientrando a casa con la sua brava busta che in qualche modo sa già esser pacco.</p>
<p><strong>Jane</strong></p>
<p>Ha posto una notevole trincea di trecciole, anellini, accessori e tatuaggini tra sé stessa e la consapevolezza della propria assoluta banalità.</p>
<p><strong>Francesco</strong></p>
<p>Francesco incontra la sua prima fidanzata &#8220;vera&#8221; in un bar. &#8220;Com&#8217;eri bella!&#8221; vorrebbe gridarle, ripensando a una volta che fecero l&#8217;amore di giugno, ma poi si pianta a pensare come di quegli anni neanche lontani gli resti solo una nebbiaccia confusa, con due, tre squarci di luce, e non la ascolta mentre gli parla, e prendono un caffé e si salutano e vanno a lavorare, e Francesco ripensa che forse si dicevano che in una città così grande lavorano vicini, e non s&#8217;erano mai visti, e pensa un po&#8217; te.</p>
<p><strong>Manfredo</strong></p>
<p>Personaggio, portento, virtuoso, potente, signore, grosso calibro, numero uno, pesce grosso, pezzo da novanta, campione, asso, mago, fenomeno, gigante, maestro, autorità.<br />
Ma anche uomo caritatevole, comprensivo, condiscendente, disponibile, filantropico, sollecito, indulgente, liberale, magnanimo, misericordioso, pietoso, sensibile, tollerante, benigno, umano, gentiluomo, marito fedele, amico insostituibile, collega prezioso.</p>
<p><strong>Simone</strong></p>
<p>Simone ha deciso che uno di questi giorni si impicca a una delle travi a vista della cantina. Lo farà, oh se lo farà. Spera solo che non gli venga via la testa (ogni tanto capita).</p>
<p><strong>Sandra</strong></p>
<p>Ogni volta che rovista in fondo alla sua anima, Sandra scova cose che se ne sarebbero state là buone a prender la polvere, infonde loro nuova vita senza volerlo, e si lascia tormentare per settimane.</p>
<p><strong>Edoardo</strong></p>
<p>Edoardo smadonna ad alta voce e sussurra tra sé:<br />
- Come sto bene da solo!<br />
Poi fa un respiro profondo, bestemmia di nuovo e ringhia:<br />
- Non è vero, non è vero, non è vero.</p>
<p><strong>Giulietta</strong></p>
<p>Ogni sera, un tuono di sonno la schianta.</p>
<p><strong>Franco</strong></p>
<p>&#8220;Mamma mia&#8230; Roma diventa sempre peggio, sempre piú piena de fasci!&#8221;<br />
&#8220;Te credo, è sempre piú piena de negri!&#8221;<br />
[Risate]<br />
&#8220;Annamo, va´, che nun me vojo perde l´inizio, de ´sto Inland Empire&#8230;!&#8221;</p>
<p><strong>Greta</strong></p>
<p>Greta vorrebbe TROPPO approcciare la tipa che lavora al banco della biblioteca, ma se il taglio di capelli del tipo &#8220;autoinflitto&#8221; e il portafoglio nella tasca dietro le avevano dato tutta la sicurezza di cui aveva bisogno, oggi le unghie smaltate e l&#8217;improvvisa comparsa di un pushup a olio, nero, l&#8217;hanno di nuovo gettata nel limbo del dubbio.</p>
<p><strong>Lina</strong></p>
<p>Lina e Piddu. Il caprimulgo e il marcalupo.</p>
<p><strong>Elisabetta</strong></p>
<p>In certi arcigni paeselli di confine, in certi consessi umani miserevoli sebbene incastonati al bordo di terre prospere quali il Chianti o la Valdambra, in certi villaggi adusti da tempo immemore, e da tempo immemore avidi di grazie nei confronti dei propri figli, può anche capitare che una ragazzucola scarna e basusa, pure penalizzata da un culo inequivocabilmente morto in culla, e forte solo d&#8217;un paio d&#8217;occhi azzurro sciapo e di due tettine naïf, possa far impazzire due grulli fino a far saltare fuori una roncola e un coltello nel posto e nel momento sbagliato.</p>
<p><strong>Viridiana</strong></p>
<p>Naso da collaborazionista, mesciatura color guano e un piercing al sopracciglio del tutto fuoriluogo a trent&#8217;anni, Viridiana è una psicologa del SERT.</p>
<p><strong>Fulvio</strong></p>
<p>&#8220;Se anche una sola delle persone che conosco potesse leggermi nel pensiero, sarei finito&#8221;, pensa Fulvio passeggiando per i lungarni una sera.</p>
<p><strong>Nunzio</strong></p>
<p>- Non è cambiato granché: una volta avevamo una linea commerciale con tre varietà di prodotto. C&#8217;era la varietà bronzo, che era fatta con gli scarti; la varietà argento, che era appena decente, e la varietà oro, che era quella buona. Ora è tutto uguale a prima, solo che la varietà bronzo si chiama varietà oro, la varietà argento si chiama varietà platino, e la varietà oro si chiama varietà luxury. Si, la <em>luxury</em> è quella col pacchetto nero.</p>
<p><strong>Gally</strong></p>
<p>Ha dato le chiavi del suo mondo interiore a una persona cattiva.</p>
<p><strong>Jacopo</strong></p>
<p>Troppo pigro per fare i piatti nelle giornate in cui è ossessionato dall&#8217;idea del successo, oggi Jacopo si è nutrito esclusivamente di un cestino di kiwi che aveva in casa. &#8220;La vitamina C fa bene,&#8221; pensa, mentre fuma una sigaretta di rabbia e scorre con odio i <em>myspace</em> di gruppi musicali apparsi dopo il suo ma già molto più famosi.</p>
<p><strong>Reana</strong></p>
<p>- Ciao Reana!<br />
- Mariachiara! Come sei bella!<br />
- Ma va&#8217; là, son così stanca!<br />
- MA SCHERZI? Sei un fiore, sei!<br />
- Saranno i capelli&#8230;<br />
- BELLISSIMO questo riflesso nuovo!<br />
- Grazie&#8230; che fai?<br />
- Vado giusto a prendere un caffè, ho un&#8217;udienza tra mezz&#8217;ora. Vieni?<br />
- No, no, scherzi? Devo rientrare subito in studio. Al paese sei stata mai?<br />
- Ieri! Siamo andati a vedere il bimbo della Laurina!<br />
- Dai! È nato, allora! Com&#8217;è?<br />
- Sembra un aborto di gufo.</p>
<p><strong>Mirio</strong></p>
<p>Mirio si è deciso a uscire. Ha preso le gomme e le sigarette, così ha qualcosa da fare per stare un po&#8217; più tranquillo. Si è vestito bene e ripulito, ma allo specchio si è visto cadaverico, brutto sopra ogni cosa.<br />
Adesso è fuori, cammina, guarda la gente. Pochi passi per la città che ribolle del sabato, e uno stormo di pensieri cupi lo sorvola e gli entra dentro. Non fa a tempo a sputarli che una ventata d&#8217;ansia lo trasforma in una statua. Stringe i denti, una sigaretta aiuterebbe ma darebbe il la a certe ipocondrie, allora mastica una gomma, giunge faticosamente alla stazione della metro, poi capisce che non ce la fa. &#8220;Tanto quel concerto mica mi interessava&#8221;, si dice, e ripiega verso casa, sollevato.</p>
<p><strong>Gianluca</strong></p>
<p>- Amore&#8230;<br />
- Zitta, perdio! Ho appena scoperto una cosa GANZISSIMA su wikipedia! La parola estone jäääärne, che significa &#8220;bordo del ghiaccio,&#8221; ha quattro vocali uguali di fila!<br />
- <em>Buonanotte</em>.<br />
- Quattro vocali, perdio!</p>
<p><strong>Amedeo</strong></p>
<p>Orvieto, che comunque è meglio di Bardano, le due.<br />
Amedeo vaga per la città umida, da solo:<br />
agli amici non avrebbe nulla da dire,<br />
e il dolore, comunque, gli taglierebbe il cuore.</p>
<p><strong>Leoluca</strong></p>
<p>Per essere felice gli sarebbe bastato nascere in una qualunque di quelle epoche in cui il tuo villaggio era il mondo, il tuo lavoro quello di tuo padre, e quando avevi un dubbio al massimo andavi da un vecchio, o dal prete.</p>
<p><strong>Mina</strong></p>
<p>Un faccino tondo che pare un aborto di luna, una vocina tremolante, i capelli fini da neonato, Mina è una maestra elementare. Ha scritto un libro per bambini, ma &#8220;le manca l&#8217;illustratore&#8221;.</p>
<p><strong>Felicita</strong></p>
<p>Felicita, 58 anni. Una donna robusta e piuttosto elegante che fonda la sua serenità su una costante, minuziosa falsificazione del proprio passato.</p>
<p><strong>Valentina</strong></p>
<p>Valentina è una di quelle ragazze con le mani troppo magre, la pelle lievemente cinerea, i capelli bigi, che da bambine erano innanzitutto biondissime.<br />
Oggi Valentina delega i suoi ultimi guizzi di originalità a qualche accessorio, fuori posto nel suo stile ordinato: una scarpa da skate, una passatina della Pucca, un anello di gesso dipinto.</p>
<p><strong>Fernando</strong></p>
<p>Fernando si è innamorato di una ragazza con gli occhi blu. Innamorato, non infatuato, che Fernando le mezze misure non sa cosa siano. Coraggiosamente salta a piè pari il trito rito degli SMS, ed eroico fallisce.</p>
<p><strong>Lucia</strong></p>
<p>Una ragazzina sgraziata e buia, miglior frutto di una famiglia di persone orrende.</p>
<p><strong>Cristina</strong></p>
<p>Cristina, trentadue anni, laureata in ingegneria, precaria in uno studio di progettazione. Si indigna perché è un mondo in cui contano più le borse dei libri; soffre perché anche lei, alla fine dei conti, preferisce le borse.</p>
<p><strong>Marianna</strong></p>
<p>Ovvero, come passare la gioventù a scartare con sdegno i &#8220;ribeuti&#8221; del paese, per poi prendersi un ribeuto d&#8217;importazione.</p>
<p><strong>Claude</strong></p>
<p>Claude, trent&#8217;anni, editor di testi universitari, è caduto in una cupa malinconia, rinfocolata dalla solitudine e dall&#8217;ozio. Sta franando interiormente. Solo l&#8217;amore di Giulia lo tiene in qualche modo vivo, ma Claude, come a render completa la propria rovina, ha in serbo per lei una sorpresa assolutamente infame, di quelle che riescono ad essere insieme spregio, <em>duro colpo</em> e insulto.</p>
<p><strong>Serena</strong></p>
<p>Serena passa le notti a piangere, la mattina si lava le mani col brodo e il viso con l’acqua delle pozze in giardino, frigge i rovi e quando arrivano quelli della misericordia che la portano in dialisi (h. 11:30) cerca di cacciarli a padellate, poi si accascia e di nuovo piange.</p>
<p><strong>Francesco </strong></p>
<p>Questa città l’hai posseduta appena, e già t’opprime;<br />
tremi a pensare di girarla solo, la sera,<br />
per tema d’incontri, dover render conto a qualcuno<br />
del tuo vagare, o dei pensieri brutti.<br />
Vorresti fosse di nuovo straniera<br />
e la piangi come fosse già morta.</p>
<p><strong>Diana</strong></p>
<p>Di ragazze <em>bluff</em>, di quelle che per una qualche sapienza nel vestire, nel trucco o nell&#8217;atteggiarsi &#8211; o per qualche tratto bello che solitario si staglia e ne definisce la figura &#8211; appaiono belle, e poi, grattata la doratura, rivelano culi franti, pelli cineree, ginocchia valghe, piedacci da troll, ne esistono milioni. Più rare quelle come Diana: del tutto inconsapevole del mondo e dei suoi usi, sbaglia tutto ciò che una donna può sbagliare nel porsi, e passa inosservata pur essendo, di fatto, una dea.</p>
<p><strong>Teo</strong></p>
<p>- Amore, se divento grassa mi lasci?<br />
- Amo&#8217;, se diventi grassa te lancio giù da&#8217;n eurostar.</p>
<p><strong>Sofia</strong></p>
<p>A dispetto del nome, capriccio di suo padre, Sofia è una di quelle francesi solide, tutte cosce e vestiti tenui, che portano i capelli corti per comodità e non per impertinenza, e scopano come fosse una corsetta, o un far le faccende.</p>
<p><strong>Luciano</strong></p>
<p>Di tutti quei personaggioni fastidiosi e pedanti, dotati di un alito mefitico e di una cultura vasta ma inutilizzabile per incapacità di relazionarsi col prossimo, di tutti quegli orsi appesantiti dalla forfora o prematuramente glabri che in ogni discorso altrui fanno inevitabilmente caso all&#8217;errore impercettibile nella dizione, all&#8217;imprecisione formale, e mai al contenuto, Luciano è di gran lunga quello che ridacchia nel modo più animalesco.</p>
<p><strong>Brunella</strong></p>
<p>Venticinque anni, laurea in scienze politiche, attivista da sempre (ma convinta mai), Brunella lavora nell&#8217;ufficio stampa della sua provincia. Ama Houllebecq, Pennac e Pavese, dice di non bere mai ma beve quasi ogni sera, dice che &#8220;il teatro è meglio&#8221; ma non ci va quasi mai, fa l&#8217;amore con divertito distacco ma non senza perizia, vorrebbe smetter di fumare ma non ci riesce mica, quando può ricorda con nostalgia Georgie, Lamù, Candy-Candy o Arale e ha una paura matta di apparir banale.</p>
<p><strong>Iacopo</strong></p>
<p>Iacopo parla fitto con una ragazza di dieci anni più giovane. Gli piace (e le piace) ma li separa un dettaglio: lei è ancora sicura di essere immortale, lui sa di essere già morto.</p>
<p><strong>Pietro</strong></p>
<p>Vittima dell&#8217;ecatombe dirigenziale degli anni ottanta, Pietro continua ormai da diciannove anni a prendere il treno delle otto al mattino e quello delle sette alla sera, fingendo con tutti di essere ancora al suo posto. Di solito si nasconde in chiesa o in sala giochi.</p>
<p><strong>Tuia</strong></p>
<p>Tuia legge riviste sul medioevo perché sono interessanti, ha la faccia a volte secca e a volte unta perchè non usa creme o peeling ma solo sapone bianco, porta le trecce perché sono pratiche, le scarpe da ginnastica perché sono comode, la gonna perché fa caldo, e non fuma perché fa male.</p>
<p><strong>Ferruccio</strong></p>
<p>Capelli brizzolati, buona posizione accademica e politica &#8211; sincera vocazione europeista &#8211; la ragazza che amava ha fatto un figlio &#8211; il suo, di figli, è ancora un coglione tutto gel e televisione &#8211; sarebbe bello essere uno di quelli &#8211; uno di quelli che a una certa età si appassionano ai vini, alla campagna.</p>
<p><strong>Calliope</strong></p>
<p>- Cally?<br />
- Oh?<br />
- Il nostro matrimonio, secondo te, in che fase è?<br />
- In che senso, che fase?<br />
- Tipo, al momento, la definiresti più una vergognosa messinscena o un rospo doloroso da ingoiare?<br />
- Ma, non so, magari anche un livido cabaret, o una smobilitazione grottesca.</p>
<p><strong>Léonard</strong></p>
<p>- Quello che mi frega è una schiacciante, infinita nostalgia per i miei vent&#8217;anni.<br />
- A ventitré anni?<br />
- A ventitré anni.</p>
<p><strong>Vezio</strong></p>
<p>Voleva essere un&#8217;SS.</p>
<p><strong>Elena</strong></p>
<p>Alle elementari non c&#8217;era nessuno bravo come lei.</p>
<p><strong>Cratone</strong></p>
<p>Quarantaquattro anni, una fronte rossa percorsa da tre rughe nette, due occhi a spillo assolutamente fermi, Cratone vende panini alla stazione. Gli mancavano tre esami per finire architettura, poi ammazzò un ragazzo con una pietra.</p>
<p><strong>Erystelle</strong></p>
<p>Questo prodigioso concentrato di fragilità lo puoi vedere solo all&#8217;alba. Solo quando il sole inizia a cacciare le ombre, ma non è così forte da far paura, Erystelle esce di casa: butta la spazzatura, compra il giornale per la madre, alle volte si concede un tè al bar ancora deserto. Poi, prima che nell&#8217;aria si senta l&#8217;odore delle auto e quello della gente, rientra e torna a letto.</p>
<p><strong>Silvia</strong></p>
<p>&#8220;Possibile che sia diventata una persona sciocca e cattiva? No, no: ho solo l&#8217;anima in disordine&#8221;.</p>
<p><strong>Duilio</strong></p>
<p>Poche cose sono brutte quanto cercare di salire sul carro del vincitore ed essere spinto giù a calci.</p>
<p><strong>Silvia</strong></p>
<p>Silvia ha paura del suo bambino.</p>
<p><strong>Eugenio</strong></p>
<p>Trigamo, tronfio e borioso, edonista fino a una possibile autodistruzione, bravo in tutto (ma impegnarsi, mai), Eugenio cerca polle di purezza da inquinare, nascondendosi dietro una falsissima ricerca di redenzione.</p>
<p><strong>Annarella</strong></p>
<p>Gongola, canticchia e mangia un sacco di crostata.</p>
<p><strong>Rinaldo</strong></p>
<p>Gesti secchi ed eleganti, scarpa lustra, camicia napoletana, spezzato sobrio eppure formale, voce gentile e insieme perentoria. Un <em>grande padre di famiglia</em> che ha quasi dimenticato di essere omosessuale.</p>
<p><strong>Lutetia</strong></p>
<p>- Ti ho scritto una lettera&#8230; Però la leggiamo insieme!</p>
<p>*</p>
<p><small><strong><a href="http://personaggiprecari.splinder.com"><span id="st" class="st">Vanni</span> <span id="st" class="st">Santoni</span></a> </strong>(1978) ha pubblicato racconti e reportage su Mucchio, La Repubblica, Il Manifesto, Mostro, Re:vista, GAMMM, Terranullius. Nel 2005 il suo primo romanzo, <em>Vassilj e la morte</em>, è stato uno dei vincitori del concorso &#8220;Fuoriclasse&#8221; delle ed. Vallecchi per il miglior autore emergente. Nel 2006 il suo libro <em>Personaggi Precari</em> ha vinto il premio &#8220;Scrittomisto&#8221; delle ed. RGB per il miglior libro tratto da un blog. Nel 2007 ha fondato insieme a Gregorio Magini <a href="http://www.scritturacollettiva.org">SIC &#8211; Scrittura Industriale Collettiva</a>.</small></p>
<p><small>Immagine: Parigi, rue des chaufourniers (XIX°), settembre 2007 (foto di a.r.).</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/10/personaggi-precari-2007/">Personaggi Precari 2007</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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