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	<title>Nazione Indiana &#187; venezia</title>
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		<title>ADIEU, VENISE</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 11:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p>Visitare il Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia organizzato da Vittorio Sgarbi è un’esperienza abissale, nel senso che ci conduce nell’abisso della situazione intellettuale e artistica contemporanea, di cui l’Italia è un’avanguardia ormai riconosciuta in tutto il mondo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/13/adieu-venise/">ADIEU, VENISE</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/il-risveglio-di-primavera1-300x226.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/il-risveglio-di-primavera1-300x226.jpg" alt="" title="il-risveglio-di-primavera1-300x226" width="300" height="226" class="alignnone size-full wp-image-40059" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Visitare il Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia organizzato da Vittorio Sgarbi è un’esperienza abissale, nel senso che ci conduce nell’abisso della situazione intellettuale e artistica contemporanea, di cui l’Italia è un’avanguardia ormai riconosciuta in tutto il mondo.<br />
L’idea di Vittorio Sgarbi è stata quella di invitare più di 250 uomini e donne di cultura a scegliere un’opera di un artista italiano vivente e poi di riunire, o meglio, di ammassare in un unico spazio, le Corderie dell’Arsenale, tutte le opere, intitolando l’esposizione <em>L’arte non è cosa nostra</em>.<br />
Credo che, se stiamo al titolo e alla disposizione della mostra, i due intenti maggiori del curatore siano stati in primo luogo affermare che l’arte non è qualcosa che appartiene alla mafia dei critici d’arte, dei galleristi e dei collezionisti, ma a tutti gli uomini e donne di buona cultura e di buona volontà, e, in secondo luogo, che le opere d’arte, private di un giudizio critico in grado di definire una qualsiasi gerarchia di valori, possono essere collocate alla rinfusa, come qualsiasi altra merce, in un deposito.<span id="more-40058"></span><br />
La giustificazione del curatore alla morale del deposito è stata, riassumendo, la seguente: che cos’è la vita se non caos? E l’arte non è forse l’espressione del caos della vita? E che cosa fanno quei mafiosi di curatori, critici d’arte e galleristi se non mortificare la vitalità degli artisti innalzando loro dei peana in quella specie di cimiteri che sono diventati i musei? E poi chi ha detto che abbiamo bisogno che qualcuno ci ponga degli aut-aut? La sola morale della vita contro la morte è la morale del deposito, la morale, ha dichiarato Vittorio Sgarbi, dell’«et-et», che è la morale della nostra babele linguistica e culturale –  dell’integrazione e non dell’esclusione –  del nostro mondo post-comunista e post-industriale che ha abbattuto tutte le frontiere del sesso, del’età, della religione, dei costumi, della storia, delle civiltà&#8230; Insomma, la morale del Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale della Biennale di Venezia è la morale della vita e del caos al tempo della morte della nozione di opera, che per sua stessa natura è un cosmo o, almeno, un tentativo di dare una forma al caos della vita. </p>
<p>***</p>
<p>La morale del deposito mi sembra celebrare lo <em>status quo</em>. Perciò non è affatto provocatoria, ma retorica. Non è affatto “reazionaria”. Non reagisce al presente, ma lo assume come paradigma: è la morale del presente assoluto. Infatti, che cosa c’è oggi di più culturalmente paradigmatico di un enorme spazio – vedi database, vedi enciclopedia digitale –, dove si affastellano centinaia e centinaia di quadri e installazioni in modo tale che nessuna opera singola possa essere distinta, separata dalle altre e diventare così degna di essere contemplata?<br />
Siamo al paradosso: un celebre critico e storico dell’arte, il curatore del Padiglione Italia Vittorio Sgarbi, organizza una mostra al fine di sottrarla alla critica (<em>krinein</em> significa discernere, separare e non giudicare) e perciò alla Storia. Come possiamo dare valore a un’opera se non la collochiamo in una continuità storica? E come possiamo collocare un’opera in una continuità storica se azzeriamo la nostra capacità critica di separarla dal flusso di tutte le altre, se non riusciamo a distinguere l’insignificante dall’essenziale?<br />
A meno che – ed è ciò che il curatore insinua allestendo il suo Padiglione Italia della Biennale come un grande deposito – lo storico e il critico d’arte abbiano già da tempo abbandonato la loro funzione di custodi del discernimento e si siano arresi all’ipertrofia della produzione artistica, all’arte ridotta a <em>décor</em>, a ornamento dell’essere, a tappezzeria dello sguardo turistico, a sfondo pubblicitario o a <em>location</em> per un’umanità di comparse che pagano il biglietto soltanto per rivedersi, una volta tornate a casa, come attori e attrici protagonisti sui loro grandi schermi al plasma.<br />
A meno che a nessuno, neppure ai critici e agli storici dell’arte, e in particolare al curatore del Padiglione Italia della Biennale, importi più un fico secco dell’arte. Perché un’opera d’arte è qualcosa di complesso e denso. E lo è in funzione anche dei suoi confini. L’opera è una <em>potenza di potenze</em> che, grazie alla sua concentrazione in uno spazio specifico, sprigiona un’immensa energia. Ora questa energia è diversa da quella di un semplice atto, uno di quegli innumerevoli gesti che compiamo perfino senza accorgercene. L’opera è un atto potente di potenzialità, allo stesso tempo deliberato e oscuro, che viene dal passato e chiede futuro. Ora, come si può accogliere la potente potenzialità di un’opera, la sua richiesta di passato e di futuro, se la morale che presiede alla sua esposizione è quella del deposito, della mancanza di confini, dell’ipertrofia e del presente assoluto?</p>
<p>***</p>
<p>Se poi con pazienza si scorre la lista degli uomini e delle donne di cultura invitati da Vittorio Sgarbi a indicare un artista da esporre al Padiglione Italia, si possono fare incontri ed incroci assai interessanti. E, prima ancora, ci si può addirittura sorprendere.<br />
Ad esempio, ci si può chiedere: che ci fanno nella lista Walter Siti, Bernardo Bertolucci, Ferzan Ozpetek, Joseph Zoderer, Mimmo Calopresti, Pasquale Pozzessere, Vincenzo Consolo, Antonio Moresco, Furio Colombo, Toni Servillo, Dario Fo, Tiziano Scarpa Tahar Ben Jelloun, Jean Clair, Sebastiano Vassalli, tutti scrittori, giornalisti, registi, attori, filosofi, poeti, uomini di teatro, studiosi e critici d’arte (ma i critici d’arte non erano stati banditi dal curatore Vittorio Sgarbi per pericolo di collusioni mafiose con gli artisti? E che ci fa nella lista lo stesso Vittorio Sgarbi? Si è autoinvitato nelle vesti di <em>anchorman</em>?) da sempre molto polemici, per non dire ostili, rispetto alla cosiddetta gestione politica della cultura italiana degli ultimi vent’anni e da questa spesso ingiustamente emarginati, combattuti o addirittura vessati? Perché hanno accettato l’invito? Non potevano dire di no?<br />
Comprendo meglio il sì di Tullio de Mauro, di Roman Vlad, di Franco Loi, di Emanuele Severino, di Ermanno Olmi, di Claudio Magris, di Andrea Zanzotto, di Ennio Morricone, di Raffaele La Capria, di Giorgio Pressburger, di Tonino Guerra e di altri <em>probi viri</em> che per età e prestigio acquisito immagino siano tirati per la giacca ogni giorno da ogni genere di individui. La questua degli opportunisti deve essere pressante, fastidiosa, a volte insopportabile. Qualche cedimento è umano.<br />
Del tutto naturale invece, secondo la prospettiva ecumenica e inclusiva dell’ «et-et» e non dell’aut-aut proposta dal curatore Vittorio Sgarbi, la presenza nella lista di personaggi del <em>gossip</em> come Vladimir Luxuria e Marina Ripa di Meana, di esponenti della musica popolare come Morgan, Battiato e Lucio Dalla, di comici come Luciana Littizzetto e Gene Gnocchi, di presentatori televisivi come Fabio Fazio, e di autorevoli esponenti del partito di governo come Sandro Bondi, già Ministro della Cultura e poeta in grado di rinnovare in solitudine la sepolta tradizione della poesia bucolica italiana.</p>
<p>***</p>
<p>Mentre mi aggiravo nel Padiglione ho pensato a Baudelaire – qualcuno a cui cerco di rimanere aggrappato allorché mi sforzo di leggere l’arte contemporanea non come un atollo disperso nell’oceano della storia dell’arte senza legami con i secoli precedenti – e ai suoi resoconti al direttore della «Revue Française» negli anni Cinquanta del XIX secolo. Per lui l’artista si era già all’epoca colpevolmente trasformato in un «adolescente viziato» per il quale l’immaginazione, invece di essere concepita come «regina delle facoltà», era diventata un «pericolo e una fatica», mentre lo studio del passato addirittura «tempo perso». Molte opere del Padiglione Italia mi hanno ricordato anche la celebre frase di Joseph Beuys, proferita alla fine degli anni Sessanta del XX secolo, tanto vuota quanto profetica: «Ogni uomo è un artista; tutto ciò che fate è arte». Mi sono chiesto: di quale modernità vogliamo essere figli? Di quella di Baudelaire o di quella di Beuys?<br />
Quello che è certo è che grazie a Beuys &#038; Company oggi, agli inizi del XXI secolo, la morale del deposito e del presente assoluto è diventata la morale dell’arte e il mestiere dell’artista sempre più prossimo a quello del <em>broker</em>. </p>
<p>***</p>
<p>Tuttavia, in apparente contraddizione con la tradizione beuysiana del «basta vivere e sarete artisti», girovagando nel bazar Italia della Biennale, ho riscontrato la presenza minacciosa di un altro genere di artisti, non qualificabili come «adolescenti viziati», ma piuttosto come <em>adulti anacronistici</em>, molto simili a coloro che Baudelaire avrebbe definito «copisti del dizionario», dove il dizionario è il mondo espunto da ogni circostanza, da ogni transitorietà. In altre parole: artisti per i quali il presente è «tempo perso».<br />
M&#8217;imbatto in un pastello di Monica Ferrando, dove una ragazza ricoperta da una tunica bianca sembra stia cogliendo qualcosa, forse un fiore. L’uso dei pastelli mi suggerisce la volontà da parte dell’artista di lasciarsi alle spalle decenni e forse un secolo di esperimenti tecnici su materiali i più disparati, che ne so, mi vengono in mente i “sacchi” di Burri, o le “sabbie” di Carmassi. Bene, ma da qualcuno che desidera ricominciare dai fondamenti, pretendo almeno che l’anatomia del corpo umano abbia il suo peso e che il paesaggio non sia un misto di affettazione impressionistica e illustrazione fiabesca&#8230; Mi ricorda, in bruttissima copia, alcuni pastelli di Ruggero Savinio. Poi leggo che Monica Ferrando ha tratto il pastello da un libro composto a quattro mani con Giorgio Agamben – che l’ha scelta come artista per il Padiglione Italia – intitolato <em>La ragazza indicibile</em>. La ragazza in questione è Kore-Persefone: storia di rapimenti, stupri, discese all’Ade, ritorni sulla Terra, e soprattutto di misteri, quelli Eleusini. Forse Monica Ferrando, attraverso la sua opera, ha voluto riportare il suo e il nostro sguardo non solo sull’archetipo femminile, ma su ciò che gli iniziati vedevano e tacevano. Tuttavia, qui non ci si trova alle soglie di Eleusi, ma <em> sumus in Arcadia</em>. Dopo qualche minuto, vedo un paio di quadri di Silvio Lacasella, quei suoi pronunciamenti paesaggistici da artista appartato ed epigonale, che devono a Guccione quasi tutto, compreso quel minimo di scatto meditativo. Chi ha scelto Lacasella? Vado a vedere. Interessante e sorprendente! Due poeti molto stimati, Magrelli e Bandini, amano lo stesso pittore. Mi chiedo: può un ottimo poeta amare un artista mediocre? Sì, perché le storie delle arti seguono ritmi diversi e spesso sono soggette a discrasie temporali che non permettono all’inquilino del primo piano di salire ogni giorno dall’inquilino del secondo per chiedergli come sta, né a quello del secondo di bussare con insistenza alla porta di quello del terzo per sapere se ha letto il suo ultimo libro, senza contare che quello del terzo può essere sordo e perciò non sentire nulla, così quando aprirà la porta per scendere giù, l’inquilino del secondo piano se ne sarà già andato al lavoro, etc.<br />
Infine mi blocco davanti a un quadro di Paolo Giorgi, <em>Il risveglio della primavera</em>. Il pittore, in sintonia sia con la stanchezza generale rispetto alle difficili vie dell’arte modernista, sia con il rifiuto dell’eterna <em>trouvaille</em> di molta parte dell’arte contemporanea, sia infine, forse aderendo a suo modo all’ennesima dichiarazione di ritorno alla realtà (l’eterno realismo italiano!) da parte di qualche gruppo di trentenni e quarantenni alla ricerca di rispettabilità, presenta uno stupefacente interno con al centro una ragazza dallo sguardo malinconico distesa su un sofà con tanto di carta da parati al muro e un quadro in cui si vede un panorama di Roma dalla terrazza del Pincio. Di che si tratta? Della mancata lezione di Ugo Attardi che approda all’iconografia illustrativa di Gigino Falcone? Di un frutto di <em>art pompier</em> maturato fuori tempo massimo? O di un’opera concepibile soltanto nel tempo perduto e ovattato di un salotto romano, mentre all’esterno le proteste di migliaia di giovani malinconici hanno trasformato Piazza Venezia in un suburbio di Londra o Los Angeles?<br />
Una sorpresa ulteriore la ricevo appena leggo che Giorgi è stato scelto per il Padiglione Italia sia da Corrado Augias che da Gianni Letta, come dire dalla sinistra e dalla destra italiane perbene e colte. Forse mi sbaglio, ma, tra un salotto e un altro, televisivo o con vista sul Pincio, questo mi sembra un segno inequivocabile di un’ormai definitiva assenza di confini anche in politica.<br />
La destra e la sinistra benpensante frequentano gli stessi salotti e amano gli stessi artisti. D’altra parte, destra e sinistra, in Italia come nel resto d’Europa, una volta al potere, hanno fatto a gara negli ultimi venti anni a occuparsi di arte contemporanea, soprattutto da quando hanno scoperto che di fronte all’opinione pubblica tale propaganda permetteva loro di vestire i panni delle persone di spirito, aperte, moderne (anche nel XXI secolo «il faut être absolument moderne»). Poco importa se nel frattempo le poche Scuole d’arte cadevano a pezzi e i programmi di insegnamento della storia dell’arte si facevano sempre più risibili.<br />
Resto fedele a Josip Brodskji: l’estetica viene prima di tutto, dell’economia, dell’etica, della politica. Non posso aspettarmi nulla di nuovo – nessuna creazione politica, nessuna vera critica al liberalismo finanziario che distrugge il mondo, nessuna riflessione contro l’ideologia progressista che pensa di salvarlo affrancando la tecnica da ogni misura umana – da chi condivide un gusto estetico così anacronisticamente adulto o così viziato dalla mancanza di immaginazione.<br />
Se l’artista non è mai fino in fondo figlio del proprio tempo, lo è in ragione del fatto che la sua opera è un concentrato di potenzialità immaginative che vengono dal passato e che chiedono futuro. Se l’opera ci dice qualcosa del presente è in virtù proprio di questa duplice apertura.<br />
Ma a Venezia, al Padiglione Italia della 54a esposizione internazionale della Biennale d’arte, non c’è futuro e neppure passato. Qui uomini e donne di cultura si aggirano nel deposito del presente assoluto.</p>
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		<title>Venezia e la paesologia</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 15:13:31 +0000</pubDate>
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<p>L’altro ieri camminavo per Venezia. La città era un fuoco morto, a parte la scintilla ferma del commercio. Dalla stazione a San Marco, in tanti fanno questa via aspettando che la spenta meraviglia si ravvivi. Intanto è tutto un negozietto da cui entrare e uscire fino a quando la piazza ti accoglie come una camera ardente dove i piccioni beccano la carne del turista nel suo inutile vagare in questo tempo maciullato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/venezia-e-la-paesologia/">Venezia e la paesologia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>una prosa di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>L’altro ieri camminavo per Venezia. La città era un fuoco morto, a parte la scintilla ferma del commercio. Dalla stazione a San Marco, in tanti fanno questa via aspettando che la spenta meraviglia si ravvivi. Intanto è tutto un negozietto da cui entrare e uscire fino a quando la piazza ti accoglie come una camera ardente dove i piccioni beccano la carne del turista nel suo inutile vagare in questo tempo maciullato.<br />
Io mi chiedevo mentre camminavo se è ancora qui che si deve venire oppure c’è da andare altrove. Penso a Mastralessio, alla prua della desolazione conficcata tra le zolle della Daunia, penso al luogo indenne dalla peste degli sguardi fatui, luogo edificato da chi vive altrove e ha lasciato a sentinelle i vecchi, gli zoppi, i cani. Non so spiegare come sia lì la mia Venezia, come ogni città sia sprofondata, sciolta nel niente del suo voler sembrare attiva, divertente.<br />
I luoghi di cui scrivo non hanno ragioni né torti, sono come una refurtiva abbandonata, un referto sintetico della vasta malattia allegata alla terra tonda. Allora io non giro per svagarmi e forse neppure per vedere. Quello che faccio è leggere la carne non morsa dai cannibali, la terra scampata alla tabula rasa del progresso che rende in apparenza Mastralessio scorza o guscio vuoto. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/venezia-e-la-paesologia/">Venezia e la paesologia</a></p>
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		<title>Tè, acque, città e bellezza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/te-acque-citta-e-bellezza/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 10:38:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Tazza_invetriata_verde.jpg"></a></p>
<p>Ho cercato di guardare meglio l&#8217;acqua dei canali, la sera, la luce è quella dei lampioni &#8212; naturalmente disposti secondo una geometria adatta alla complessiva irregolarità della pianta cittadina &#8212; e delle finestre illuminate, che pure sono punti luce che completano l’inimitabile ornato veneziano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/te-acque-citta-e-bellezza/">Tè, acque, città e bellezza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Tazza_invetriata_verde.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Tazza_invetriata_verde-300x145.jpg" alt="Tazza_invetriata_verde" title="Tazza_invetriata_verde" width="300" height="145" class="alignleft size-medium wp-image-27390" /></a></p>
<p>Ho cercato di guardare meglio l&#8217;acqua dei canali, la sera, la luce è quella dei lampioni &#8212; naturalmente disposti secondo una geometria adatta alla complessiva irregolarità della pianta cittadina &#8212; e delle finestre illuminate, che pure sono punti luce che completano l’inimitabile ornato veneziano.<br />
Non è buia quell&#8217;acqua, è scura ma continuamente screziata di riflessi sempre mobili, basta un barcone, una bava di brezza, o non so quale altro incanto per dare vita alla superficie.<br />
Non sono andato <em>drio a la zente</em> stavolta, ho di proposito infilato qualche improbabile <em>sotoportego</em> e qualche stretta calle fuori mano, cercando molto approssimativamente di mantenere una direzione; e sono finito, dopo qualche vicolo cieco, in zona stazione ferroviaria, pardon, <em>ferrovia</em>, qua nessuno dice stazione, si dice semplicemente <em>ferrovia</em>, segnaletica pedonale in testa. E allora tornare a campo santa Margherita, che in questa occasione è il mio riferimento di base, sarà facile: la strada ferrovia &#8212; santa Margherita l&#8217;ho memorizzata con inossidabile sicurezza.<span id="more-27389"></span></p>
<p>Dopo un ripetuto e austriacante <em>polenta e sepie</em>, così, tanto per fare i confronti con il posto dell&#8217;altra volta, mi aggiro di qua e di là: sempre sono affascinato dalla toponomastica urbana, che in ogni città del mondo meriterebbe variopinte riflessioni, e anche dalle scritte sui muri che alla toponomastica in fondo forniscono un loro contributo. Mai potrò dimenticare &#8212; e ancora conservo la foto &#8212; quel muro di Lucca dove negli anni settanta trovai scritto a caratteri cubitali &#8220;più chiese meno case&#8221;, firmato da fantomatiche Brigate chissacosa.<br />
Beh, qui non ho visto scritte significative, però, all&#8217;entrata del <em>sestier de san Polo</em>, ci sono le <em>Fondamenta di donna onesta</em>, che suscitano pensieri preoccupati riguardo alle altre fondamenta. Senza poi dire di quella scritta a caratteri cubitali sul parapetto del ponte che conduce a Palazzo Foscarini, “Alberto ti voglio bene”, così averne.<br />
Il corso sul tè procede bene e si è concluso domenica pomeriggio, le immagini che vedete qui sono di vari tipi di ceramiche cinesi relative ai vari recipienti usati nella loro millenaria storia per fare, conservare e servire la famosa bevanda.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/teiera_Yixing2.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/teiera_Yixing2-300x192.png" alt="teiera_Yixing" title="teiera_Yixing" width="300" height="192" class="alignright size-medium wp-image-27394" /></a></p>
<p>L’invetriatura non l’hanno certo inventata i Della Robbia, come io vagamente ritenevo dopo gli studi classici, in Cina era usata regolarmente per impermeabilizzare i recipienti nei quali preparare il tè. E quando non venne messa, come nelle <a href="http://www.signoredelte.it/le_teiere_yi_xing.html">teiere Yi-xing</a>, fu anche per renderle porose e ricettive di persistenti aromi: certo non vorrete usare la stessa teiera porosa per diversi tipi di tè? Che orrore! </p>
<p>Non possono che far pensare al bello di cui accennavo, in un differente contesto, in conclusione del <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/te-acque-e-citta/">primo post</a> su quest&#8217;argomento. Dev’essere che il gusto del bello &#8212; che naturalmente è in buona misura storicamente determinato – è qualcosa di fondamentale nella storia dei popoli, che tutti hanno trovato il tempo e l’energia, pur nella loro vita talvolta difficile, di creare qualcosa che appagasse una parte della persona che non ha a che fare con l’utile o con il buono,<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/te-acque-citta-e-bellezza/#footnote_0_27389" id="identifier_0_27389" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="gli antichi Greci cercarono di mettere insieme le cose col famoso kal&ograve;s k&rsquo;agath&oacute;s. ma insomma&hellip;">1</a></sup> ma che inevitabilmente soddisfa quello che dai Greci in poi chiamiamo gusto estetico, <em>aisthánomai</em> era il verbo greco, quello che allude alle sensazioni, al percepire qualcosa ricavandone una sensazione, l’<em>aísthesis</em>, davvero una parola importante per la vita degli umani.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/vaso_bianco_e_blu.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/vaso_bianco_e_blu-160x300.jpg" alt="vaso_bianco_e_blu" title="vaso_bianco_e_blu" width="160" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-27395" /></a><br />
Tanto che un indizio, e non dei meno importanti, dell’amore tra due persone – o, se non vogliamo impegnare subito questa parola, così complicata e pur così semplice – dell’affinità, della complicità che talvolta magicamente si crea tra gli umani, è proprio l’analogia dei gusti estetici, nel senso più ampio del termine, guarda, troviamo belle le stesse cose, che meraviglia. Non è tutto qui naturalmente, e non è neppure essenziale, con uno dei miei amici più cari divergiamo quasi sistematicamente nei gusti letterari. Lui Consolo, io Gadda, lui Galeano io Marquez e così via. Sembra che su Scorza stranamente convergiamo.</p>
<p>Ma il gusto estetico è anche davvero altro, è anche commuoversi di fronte a un quadro, a un panorama, a una piazza. Del resto, non vorremo cercare una definizione di bello, per caso, il bello del bello sta proprio lì, che non lo blocchi dentro le squadre della geometria o i sillogismi della logica. La nostra povera scienza, razionalizzazione del mondo, per ciò stesso ne interpreta una certa parte, con buona pace degli zelatori che preconizzano la prossima ventura <em>teoria del tutto</em>, propiziata dalla mitica nuova particella salva-fisica, ma per carità.<br />
La bellezza di Venezia non sta essenzialmente nei ricami della facciata della Ca’ d’Oro o nella filigrana del Palazzo Ducale, né tanto meno in qualche improbabile simmetria della sua struttura complessiva, ma è una percezione che ognuno coglie in momenti diversi e in luoghi diversi, e che produce nelle nostre menti pensieri e associazioni diverse, questo è il miracolo di Venezia.<br />
È grave andarsene con l’idea che per un po’ sarà difficile tornarci, sembra di perdere un mondo che l’abitudine – anche quella di poche ore – aveva gioiosamente creato, fuori di qua tutto è non-Venezia e i pensieri dovranno per forza rassegnarsi a strade differenti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/te-acque-citta-e-bellezza/">Tè, acque, città e bellezza</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_27389" class="footnote">gli antichi Greci cercarono di mettere insieme le cose col famoso <em>kalòs k’agathós</em>. ma insomma…</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tè, acque e città</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 05:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis.jpg"></a></p>
<p>Lunga è la memoria dell’acqua al passaggio di una gondola – sciaborda per molti minuti alla luce undivaga di qualche lampione sulle scalette del <em>ponte de san Sebastian</em>. Non inquieta la notte di Venezia, anche sulle fondamenta più dimenticate c’è sempre un palazzo che ti sorride e che puoi accarezzare con lo sguardo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/te-acque-e-citta/">Tè, acque e città</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26980" title="Camellia_sinensis" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis-275x300.jpg" alt="Camellia_sinensis" width="275" height="300" /></a></p>
<p>Lunga è la memoria dell’acqua al passaggio di una gondola – sciaborda per molti minuti alla luce undivaga di qualche lampione sulle scalette del <em>ponte de san Sebastian</em>. Non inquieta la notte di Venezia, anche sulle fondamenta più dimenticate c’è sempre un palazzo che ti sorride e che puoi accarezzare con lo sguardo. Un’occasione unica per i pensieri che si possono accavallare a piacimento, non c’è computer a portata di mano, non c’è l’ansia delle mail urgenti – l’urgenza sfuma senza fatica – non c’è il sito da curare – ore senza tempo per camminare piano e perdersi un po’.</p>
<p>Perdersi è facile a Venezia: non perdere la strada, è facile mantenere l’orientamento almeno per raggiungere una delle mete più note, <em>el vaga drio a la zente</em> m’ha detto un passante una volta e non ho mai dimenticato l’insegnamento, no, è facile invece perdersi sulle strade nelle quali ti trascina il pensiero quando non lo sorvegli, e a Venezia passa facilmente la voglia di sorvegliarlo.</p>
<p>Il <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/corso-speciale-sulla-cultura-e-sullarte-del-te-in-cina/">corso sul tè</a> – io sono qui per quello – si svolge a palazzo Foscarini – <em>sestièr Dorsoduro</em> – in una accogliente stanzetta<span id="more-26979"></span> col lavello chiuso in un armadio e un meraviglioso bollitore sempre in funzione al centro di un lungo tavolo rettangolare.</p>
<p>Che bella che è la pianta del tè, sì, anche quella di Fossati, ma io voglio dire quella non metaforica, con le foglie lucide e piccole, la <em>camelia sinensis</em> raffigurata qui sopra, che non è neanche quella della Signora delle camelie (ben sette film sono stati tratti dall’omonimo romanzo di Dumas) che è invece la <em>camelia japonica</em>, che vedete qui sotto,</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-26981" title="Camellia-Japonica" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica-225x300.jpg" alt="Camellia-Japonica" width="225" height="300" /></a> che dà fiori abbaglianti, ma non deliziosi infusi. Ma certo non starò qui ad annoiarvi con la storia del tè e dei tè del lontano oriente.</p>
<p>Invece vorrei raccontarvi che meraviglia svegliarsi la domenica mattina col sole che bagna senza risparmio le fondamenta, camminare guardando i palazzi della riva opposta illuminati di fresco, come appena venuti su dall’acqua e percorrere ancora tutte le viuzze, no, certo non le viuzze, le <em>calli</em> si dice, o le <em>callette</em>, i <em>sotoporteghi</em>, i <em>rio terà</em>, i <em>campi</em>, i <em>fondachi</em>, le <em>corti sconte</em> (un pensiero reverente a Corto Maltese …) e quanti altri nomi l’immaginazione concreta dei veneziani è riuscita a trovare, per esempio quelle che portano da campo santa Margherita a Rialto, illuminate la sera e sempre brulicanti appunto della <em>zente</em>.</p>
<p>Dal sabato alla domenica la scena cambia completamente, la domenica la maggior parte delle botteghe è chiusa, i veneziani non hanno l’ansia di tenere sempre aperto per vendere di più, evidentemente la domenica preferiscono godersi la meraviglia di città che abitano. Poco prima di arrivare a Rialto c’è un campo che si chiama <em>Campo Cesare Battisti già della Bella Vienna</em>, che fa un po’ malinconia, i nomi cambiano a seconda delle vicende storiche e si perdono così gli echi di un’epoca. Poi penso veramente a tutte le <em>avenida generalissimo Franco</em> che hanno cambiato nome in Spagna e son certo che mi darebbe fastidio vedere ancora il nome dell’odioso dittatore sui muri di una città o di un paese – che peraltro ancora vidi nei tardi anni ottanta nella provincia castigliana profonda – e chissà in Cile quante strade intitolate all’altrettanto odioso dittatore locale degli ultimi decenni del secolo scorso; in fondo questo di Venezia è un buon compromesso, rinnovare il nome, ma ricordando il vecchio che poi non si richiamava a una persona ma a una città della cui bellezza è difficile dubitare.</p>
<p>Questa cosa dei <em>campi</em> è molto piacevole a Venezia, improvvisamente da calli anguste e tortuose sbuchi in piazze grandi di forma irregolare, trapezi storti o strani esagoni, dove tutto è in luce, aperto e chiaro, chiunque possieda un accesso sulla piazza ha aperto un bar e messo fuori i tavolini. È il colore delle tovaglie che distingue i diversi bar, i turisti sono rari ancora e all’ora di cena fuori dai piccoli ristoranti ci sono dei butta-dentro che ti invitano, con quella ferma e non viscida cortesia, <em>buonasera sir</em>, mi fa uno di questi e io voglio dirgli che sarebbe stato assai meglio dirmi <em>buonasera siòr</em>, ma non dico nulla e passo oltre con un sorriso imbarazzato.</p>
<p>Mangio polenta con le seppie, che ai tempi del Lombardo-Veneto austriaco era cibo altamente sconsigliato ai veri patrioti italiani, che dovevano invece – <em>couleur oblige</em> – cibarsi di <em>risi bisi e pomidori</em>, il sacro tricolore, non l’austriacante giallo e nero, per carità.</p>
<p>Venezia è diventata nell’immaginario dei popoli l’archetipo della città sull’acqua, tanto che varie città del mondo sono soprannominate “la Venezia del…” prima tra tutte Amsterdam, quasi ovvio, forse la più simile, anche se con meno presenza di ponti e canali e soprattutto più regolare (con i suoi <a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Amsterdam&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=22.590903,39.506836&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Amsterdam,+Olanda+Settentrionale,+Paesi+Bassi&amp;ll=52.371774,4.898701&amp;spn=0.036001,0.077162&amp;z=14">tre canali concentrici</a>: il canale dei Principi, quello dell’Imperatore e quello dei Signori) della sregolatezza della disposizione veneziana, e poi l’atmosfera di Amsterdam non è quella veneziana, di più austera e nobile tradizione quest’ultima, più aperta e ammiccante la prima. Ma sullo stesso tema si possono poi elencare almeno Stoccolma e San Pietroburgo e Bruges e chissà quante altre.</p>
<p>Perfino in Cina c’è la “Venezia cinese”, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hangzhou">Hangzhou</a>, provincia dello Zhejiang, vicino a Shanghai, all’estremità meridionale di un grande canale, è una delle antiche sette capitali del paese; afferma Marco Polo (1254 – 1324) – veneziano doc – che arrivando a Hangzhou seppe che si trattava della più bella ed elegante città del mondo.</p>
<p>Un’altra città che viene in mente a me è l’odierna Kaliningrad, Königsberg ai tempi di Kant, di cui ho già parlato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/06/etere-5-kant-di-konigsberg/">qui</a> per gli enigmi connessi ai suoi sette ponti sulla Pregolja, il Pregel dei tempi di Kant.</p>
<p>Quello che da ultimo vorrei aggiungere è che il <em>topos</em> abbastanza comune, che le prime città sorsero sui fiumi per tutti i vantaggi che ciò comportava non è poi così accertato. L’antropologo e biologo statunitense Jared Diamond, nel suo molto interessante libro tradotto in italiano col titolo <em>Armi, acciaio e malattie</em> (Einaudi 2006) si propone di rispondere alla “domanda di Yali”, la domanda cioè postagli, durante uno dei suoi numerosi viaggi di ricerca sul campo, dal saggio della Nuova Guinea Yali: «Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo [parola generica per indicare tutte le merci e le attrezzature] e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?», cioè la domanda cruciale sulle ragioni dello sviluppo diseguale. Nel capitolo introduttivo, cercando di esaminare sommariamente varie classi di ragioni che sono tradizionalmente portate in proposito, scrive (pp. 10–11):</p>
<p style="padding-left: 30px;">«C&#8217;è un&#8217; altra spiegazione che tira in ballo fattori geografici e climatici: le civiltà, cosi sembra, si sono evolute solo sulle rive di grandi fiumi, in zone dal clima secco, dove 1&#8242;agricoltura intensiva può prosperare grazie a sistemi di irrigazione su larga scala, che a loro volta favoriscono la nascita di organizzazioni sociali e burocratiche. Questa idea è sostenuta da un&#8217;indubbia verità: i primi stati complessi, i primi imperi e le prime forme di scrittura sono apparsi sulle rive del Tigri, dell&#8217;Eufrate e del Nilo. Il controllo delle acque sembra aver giocato un ruolo importante in molte aree di antica civilizzazione, come le valli dell&#8217;lndo, del Fiume Giallo e dello Yangtze in Asia, le pianure dell&#8217;America centrale e le zone aride costiere del Perù.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Ma gli studi archeologici più accurati mostrano che i sistemi di irrigazione non furono <em>contemporanei</em> alla nascita delle strutture statali, e che anzi fecero la loro comparsa molto dopo: l&#8217;organizzazione sociale sembra essere nata per un qualche altro motivo, ed essere stata la <em>causa</em> dell&#8217;inizio dei lavori di irrigazione su larga scala. Né sembra che altri segni di civiltà precedenti la strutturazione politica siano in qualche modo legati alle acque dei fiumi: nella Mezzaluna Fertile, ad esempio, i primi villaggi agricoli sorsero nelle zone collinose, non vicino ai fiumi; e passarono 3000 anni prima che qualcosa di simile comparisse nella valle del Nilo. Nel Sudovest degli Stati Uniti i fiumi hanno permesso la nascita di società agricole complesse solo di recente, dopo che molte delle tecniche principali furono importate dal Messico. E infine, sulle rive dei fiumi dell&#8217; Australia sudorientale sono vissute per millenni solo tribù di cacciatori-raccoglitori.»</p>
<p>Vuoi vedere che le donne e gli uomini di quei tempi costruirono le prime città sull&#8217;acqua perché ciò pareva loro più <em>bello</em>?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/te-acque-e-citta/">Tè, acque e città</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Corso speciale sulla cultura e sull&#8217;arte del tè in Cina</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 06:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<strong><em style="background-color: #ffffff;"></em></strong> L&#8217;Associazione Italiana Cultura del Tè<strong> </strong><strong> </strong>e l’Istituto Confucio presso l’Università Ca’ Foscari Venezia organizzano<strong> </strong>il corso <strong>LA CULTURA E SULL&#8217;ARTE DEL TÈ IN CINA</strong><strong> &#8230;</strong>
Il corso teorico-pratico è destinato a chiunque voglia avvicinarsi e approfondire la conoscenza della cultura del tè cinese e desideri degustare e imparare a preparare le varietà di tè più pregiate.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/corso-speciale-sulla-cultura-e-sullarte-del-te-in-cina/">Corso speciale sulla cultura e sull&#8217;arte del tè in Cina</a></p>
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<div><strong><em style="background-color: #ffffff;"><img class="alignleft" src="http://www.aictea.it/immagini/immagini/wu_chanshuo-pinmingtu.jpg" alt="" width="161" height="144" /></em></strong> L&#8217;Associazione Italiana Cultura del Tè<strong> </strong><strong> </strong>e l’Istituto Confucio presso l’Università Ca’ Foscari Venezia organizzano<strong> </strong>il corso <strong><span style="font-size: medium;">LA CULTURA E SULL&#8217;ARTE DEL TÈ IN CINA</span></strong><strong> </strong></div>
<div>Il corso teorico-pratico è destinato a chiunque voglia avvicinarsi e approfondire la conoscenza della cultura del tè cinese e desideri degustare e imparare a preparare le varietà di tè più pregiate.<strong> </strong><strong><br />
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<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;"><strong>Contenuti:</strong></span></h5>
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<p>Il corso si articola in <strong>6 moduli</strong> di <strong>2,5 ore</strong> ciascuno (per un totale di 15 ore) svolti nei  fine-settimana 28-29 novembre e 5-6 dicembre 2009 .<span id="more-26049"></span></div>
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<div><em>Sabato</em><em> 28 novembre 2009, ore</em><em> </em><em>15.30-18.00</em><br />
<strong style="color: #330000;">Lezione 1 &#8211; La pianta del tè</strong></p>
<ul>
<li> La pianta del tè: origine, diffusione, caratteristiche botaniche</li>
<li> La coltivazione</li>
<li> Aree di produzione del tè in Cina e nel mondo</li>
<li> Fattori di differenziazione delle varietà di tè</li>
<li>Panoramica sulla classificazione dei tè cinesi</li>
<li>Il tè e la salute</li>
<li> Degustazione di 2 varietà di tè</li>
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<em>Domenica</em><em> 29 novembre 2009, </em><em>ore 10.30-13.00</em><br />
<strong> <span style="color: #330000;">Lezione 2 &#8211; La storia del tè in Cina</span><br />
</strong></p>
<ul>
<li>Le leggende e i primi riferimenti</li>
<li> Il &#8220;Canone del Tè&#8221; di Lu Yu e il tè bollito in epoca Tang.</li>
<li> Il tè in polvere e il <em>doucha</em> in epoca Song</li>
<li> La dinastia Ming e la diffusione del tè in foglie</li>
<li> La nascita dei tè fermentati e l&#8217;arte del <em>gongfucha</em> in epoca Qing</li>
<li> Degustazione di 2 varietà di tè</li>
</ul>
<p><em>Domenica</em><em> 29 novembre 2009, </em><em>ore </em><em>15.30-18.00</em><br />
<strong> <span style="color: #330000;">Lezione 3 &#8211; La classificazione e la lavorazione del tè</span><br />
</strong></p>
<ul>
<li>I tè verdi e gialli</li>
<li> I tè bianchi</li>
<li> I tè oolong</li>
<li> I tè neri (rossi)</li>
<li> I tè Pu-erh e i tè postfermentati</li>
<li> I tè pressati, profumati e affumicati</li>
<li> Degustazione di 6 varietà di tè con tazze ISO</li>
</ul>
<p><em>Sabato 5 dicembre 2009, ore 15.30-18.00<br />
</em><strong><span style="color: #330000;">Lezione 4 &#8211; La ceramica e l’arte del tè</span><br />
</strong></p>
<ul>
<li>L’arte ceramica in Cina</li>
<li> Le ceramiche da tè delle dinastie Tang e Song</li>
<li> Le porcellane di Jingdezhen</li>
<li> Le teiere in terracotta di Yixing</li>
<li> La scelta degli strumenti e la preparazione del tè</li>
<li> Degustazione di 2 varietà di tè</li>
</ul>
<p><em>Domenica 6 </em><em>dicembre 2009, ore 10.30-13.00<br />
</em><strong><span style="color: #330000;">Lezione 5 &#8211; La preparazione del tè</span><br />
</strong></p>
<ul>
<li>I diversi sistemi per la preparazione del tè</li>
<li> Temperature, tempi e quantità di foglie</li>
<li> La preparazione con la teiera</li>
<li> La preparazione con il <em>gaiwan</em></li>
<li> Gli strumenti e la preparazione del tè con il metodo del <em>gongfucha</em></li>
<li> Degustazione di 2 varietà di tè</li>
</ul>
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<div><em>Domenica 6 dicembre 2009, ore </em><em>15.30-18.00</em></div>
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<p><strong> <span style="color: #330000;">Lezione 6 &#8211; La pratica dell’arte del t</span><span style="color: #330000;">è</span></strong></p>
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<ul>
<li>L’arte del tè nella Cina di oggi</li>
<li> La procedura di preparazione del <em>gongfucha</em></li>
<li> Come preparare e usare correttamente una teiera in terracotta</li>
<li> Saggio di preparazione e degustazione del tè oolong</li>
</ul>
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<p>Ogni modulo prevede la degustazione di almeno due varietà di tè, selezionate tra le più famose della Cina, rappresentate ai massimi gradi qualitativi.<strong> </strong><strong><br />
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<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">L&#8217;Associazione Italiana Cultura del Tè: </span><img class="alignleft" style="color: #333300;" src="http://www.aictea.it/immagini/immagini/main_ass_logo.jpg" alt="" width="70" height="70" /></h5>
<div style="text-align: left;">L&#8217;Associazione Italiana Cultura del Tè è nata nel 2005 con la finalità di diffondere la cultura del tè e promuovere l&#8217;attività di ricerca ad essa relativa. Formata da studiosi, professionisti e operatori del settore, cultori e appassionati del tè, è il punto di riferimento in Italia per chi desidera approfondire la conoscenza di questa bevanda e del suo ricco repertorio culturale. Stio <a href="http://www.aictea.it/">www.aictea.it</a></div>
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<h5 style="color: #003300;"><span><strong><span style="font-size: x-small;"><strong>L&#8217;Istituto Confucio: </strong></span></strong></span><img class="alignleft" src="http://www.aictea.it/immagini/immagini/confucius_institute1.jpg" alt="" width="83" height="80" /><img class="alignleft" src="http://www.aictea.it/immagini/immagini/logocafoscarifondobianco.jpg" alt="http://www.aictea.it/immagini/immagini/logocafoscarifondobianco.jpg" width="73" height="73" /></h5>
<p>L’Istituto Confucio presso l&#8217;Università Ca&#8217; Foscari Venezia è nato nel 2008 dalla collaborazione tra l&#8217;ateneo veneziano e la Capital Normal University di Beijing, sotto l’egida della Direzione Nazionale per la diffusione della Lingua Cinese del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese. Gli Istituti Confucio hanno come obiettivo la diffusione della lingua e della cultura cinesi, in linea con analoghe istituzioni promosse all’estero da altre nazioni (ad es. La Società Dante Alighieri). Si affiancano alle istituzioni accademiche e di ricerca degli oltre 100 paesi dove sono attualmente presenti, fornendo attività didattiche e culturali di carattere divulgativo svolte da esperti altamente qualificati e di alto profilo scientifico.</p>
<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">I docenti:</span></h5>
<p><strong>Marco Ceresa</strong> (Moduli 1 e 2)<br />
Professore ordinario di lingua e letteratura cinese dell’Università Ca’ Foscari Venezia, direttore dell’Istituto Confucio presso l’Università Ca’ Foscari, cofondatore e presidente onorario dell’Associazione Italiana Cultura del Tè. Pioniere degli studi sulla cultura del tè cinese nel nostro paese, ha curato la traduzione in italiano de <em>Il Canone del tè</em> di Lu Yu (Leonardo, 1991); è autore de <em>La scoperta dell&#8217;acqua calda</em> (Leonardo, 1993) e di numerosi articoli scientifici sulla storia e sulla cultura del tè in Cina, oltre che di numerosi altri saggi e articoli su diversi aspetti del mondo cinese.</p>
<p><strong>Sabrina Rastelli</strong> (Modulo 4)<br />
Professore a contratto di Storia dell’Arte Cinese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, membro dell’Oriental Ceramic Society di Londra e dell’Associazione di Ceramiche Antiche Cinesi di Pechino. Ha collaborato all’organizzazione della mostra “Cina. Nascita di un impero” (Roma, 2006), ha curato la mostra “Alla Corte degli Imperatori. Capolavori mai visti dalla tradizione Han all’eleganza Tang” (Firenze 2008) e co-curato “Il Celeste Impero. Dall’esercito di terracotta alla Via della Seta” (Torino, 2008). E’ autrice di numerosi saggi sulle ceramiche cinesi antiche e di <em>Ceramica cinese. Evoluzione tecnologica dal neolitico alle Cinque Dinastie</em> (Cafoscarina, 2004).</p>
<p><strong>Barbara Sighieri</strong> (Moduli 5 e 6)<br />
Cultrice della bevanda, consigliere dell’Associazione Italiana Cultura del Tè e titolare del negozio specializzato &#8220;La Teiera Eclettica&#8221; di Milano. Vanta un’esperienza pluriennale nel settore del tè. Ha curato la realizzazione di numerosi eventi legati alla preparazione e alla degustazione dell&#8217;infuso. Presta la propria collaborazione a diverse associazioni nazionali per la promozione della cultura alimentare e gastronomica. Attualmente impegnata in un progetto di ricerca sull&#8217;estrazione dei principi attivi nell’infusione del tè in collaborazione con l&#8217;Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica &#8220;P. Pratesi&#8221; dell’Università degli Studi di Milano.</p>
<p><strong>Livio Zanini</strong> (Moduli 1, 3 e 6)<br />
Professore a contratto di Interpretazione dal Cinese dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, cofondatore e presidente dell’Associazione Italiana Cultura del Tè, consigliere onorario del China International Tea Culture Institute e consigliere della World Tea Union. Ha svolto studi e numerosi viaggi di ricerca per approfondire sia gli aspetti storici della bevanda, sia quelli legati alla sua produzione, preparazione e degustazione, con la visita a numerose aree di produzione in Cina, in Giappone e in Corea. Da anni impegnato nella diffusione della cultura del tè nel nostro paese, ha curato la realizzazioni di numerosi eventi legati al tè ed è autore di diversi articoli sulla storia e sulla tradizione della bevanda.</p>
<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">I tè in degustazione:</span></h5>
<p>Xihu Lungjing (Pozzo del Drago del Lago Occidentale) 西湖龍井茶<br />
Biluochun (Primavera della Chiocciola Verde) 碧螺春茶<br />
Tieguanyin (Avalokiteshvara di Ferro) 鐵觀音茶<br />
Dahongpao (Grande veste rossa)大紅袍茶<br />
Qimen hongcha (Keemun) 祁門紅茶<br />
Chennian Pu&#8217;er (Pu-erh invecchiato) 陳年普洱茶<br />
Alishan gaoshan wulong (Oolong d&#8217;alta quota di Alishan) 阿里山高山烏龍茶<br />
Fenghuang dancong (Arbusto Singolo della Fenice) 鳳凰單叢茶<br />
Dongfang meiren (Oriental Beauty) 東方美人茶<br />
Baihao Yinzhen (Aghi d&#8217;Argento al gelsomino) 茉莉白毫銀針茶<br />
Guzhang maojian (Gemme Villose di Guzhang) 古丈毛尖茶<br />
Baimudan (Peonia Bianca) 白牡丹茶<br />
Huoshan huangya (Germogli Gialli di Huoshan) 霍山黄牙<br />
Taiping houkui (Eminenza delle Scimmie di Taiping) 太平猴魁茶<br />
(<em>La lista dei tè non è definitiva</em>)</p>
<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">Partecipazione:</span></h5>
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<p>L&#8217;iscrizione al corso è di  <strong>Euro 250</strong>. La quota comprende le <strong>sei lezioni</strong> (per un totale di <strong>15 ore</strong>), la degustazione di <strong>16 tè cinesi pregiati </strong>e <strong>un corredo in porcellana</strong> per la preparazione del tè. Su richiesta viene rilasciato un <strong>attestato di partecipazione</strong>.</p>
<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">Sede:</span></h5>
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<p>Istituto Confucio, presso Dipartimento di Studi sull&#8217;Asia Orientale<br />
Palazzo Vendramin, Dorsoduro 3462, Venezia</p></div>
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<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">Per informazioni e iscrizioni:</span></h5>
<p>Email: <a href="mailto:%20segreteria@confuciovenezia.it" target="_blank">segreteria@confuciovenezia.it</a></p>
<div>Telefono: 041 2349548<br />
lunedì e mercoledì 9.00-14.00, martedì e venerdì 15.00-19.00, giovedì 10.00-14.00<a href="http://www.confuciovenezia.it/" target="_blank"><br />
www.confuciovenezia.it</a></div>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/corso-speciale-sulla-cultura-e-sullarte-del-te-in-cina/">Corso speciale sulla cultura e sull&#8217;arte del tè in Cina</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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