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	<title>Nazione Indiana &#187; verità</title>
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		<title>Riflessioni su un documentario israelo-palestinese</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 05:25:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Mi sono rivisto una parte del documentario <em>Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele</em>. È un lavoro realizzato nel 2002 dal cineasta palestinese Michel Khleifi e dal cineasta israeliano Eyal Sivan. Il duplice sguardo garantisce una esplorazione della realtà palestinese e israeliana all’insegna della complessità. Per qualcuno che non è mai stato fisicamente in Israele e in Palestina è un documento fondamentale. Ma dentro questa complessità è possibile cogliere delle gerarchie, toccare dei nodi fondamentali. In un’intervista realizzata da Sergio Di Giorgi per “il manifesto” (13 gennaio 2994), Khleifi dice ad un certo punto questa frase:</p>
<p>“D’altra parte, penso che il vero trauma degli israeliani non sia la Shoah: credo che il loro trauma collettivo, ma inespresso, sia di sapere che hanno commesso un abuso incancellabile nei confronti del popolo palestinese.”</p>
<p>Ad una prima lettura, questa può sembrare quasi una frase ad effetto, ed invece – il documentario lo conferma – è una frase molto precisa. Ma per comprenderla appieno, bisogna riformularla, attraversando nuovamente le immagini e le voci che i due registi hanno raccolto. <span id="more-40152"></span>In ogni momento, il discorso dei palestinesi, giovani o vecchi, donne o uomini, disperati o baldanzosi, ha una sua limpidità. Essi <em>non devono mai cercare le loro parole</em>. In qualche modo le loro parole suonano sempre giuste, arrivano così come dev’essere, portate da una spontanea necessità. Anche quando una donna palestinese sulla cinquantina parla dei giovani che diventano kamikaze, spiegando perché ciò avvenga, ossia cercando di dare senso a qualcosa che lei per prima considera orripilante, ebbene anche in questo caso il discorso ha una sua schiettezza e coerenza. Diversamente stanno le cose per le tante e diverse voci degli israeliani – fatte alcune eccezioni. Per lo più il discorso israeliano è un discorso che non può stare nella <em>verità</em>, ma non per una semplice esigenza di propaganda, di consapevole falsificazione. La verità è insopportabile, indicibile, si basa su un fatto mai davvero giustificabile. È ancora Khleifi a riassumerlo in una frase: “la Palestina non sarà mai in Israele, ma Israele sarà sempre in Palestina”.</p>
<p>Il corpo dei palestinesi è interamente un corpo politico, così come le loro parole. La sofferenza dell’occupazione concede loro almeno un vantaggio: quello di aderire interamente alla loro condizione storico-politica, anche quando tutti allegri e sciccosi, con le scarpe di vernice calzate in mezzo a terra e macerie, partecipano a un matrimonio, noncuranti dei posti di blocco, delle ronde e dei divieti. Gli israeliani, invece, devono creare il loro spazio di vita normale e decente al di fuori della politica. La politica segna una continua e spiacevole soglia tra un discorso “normale” e un discorso che includa, in qualche modo, la questione palestinese (e la vergogna che tale questione suscita). La politica è un discorso che si può affrontare o meno, ma non è il discorso che uno spontaneamente vuole fare. Tutti sappiamo quanto il discorso di propaganda, fazioso, manipolatorio, occupi lo spazio politico, da parte israeliana(1). Ma questo tipo di discorso iper-aggressivo o iper-ipocrita, nasconde l’enorme fragilità del discorso “normale”, apolitico, che il privato cittadino israeliano è costretto a costruire nelle pieghe del discorso ufficiale. E in fondo l’uno è l’altra faccia dell’altro. L’israeliano sembra sapere, infatti, che non esiste una divisione netta, un sistema isolante, tra il discorso apolitico e quello politico: sa che inevitabilmente, da un momento all’altro, la politica e le sue ombre potranno fare irruzione nel mondo sereno della vita quotidiana.</p>
<p>Un altro modo, attraverso cui gli israeliani, soprattutto i più giovani, sfuggono al discorso politico, è indossando la mimetica, assumendo il ruolo di soldati, adottando il discorso <em>militare</em>. Il discorso <em>militare</em>, che si ritrova in modo più o meno convinto sulle bocche dei ragazzi armati ai posti di blocco in Cisgiordania, è un discorso che, per definizione, si basa sull’<em>obbedienza</em>, sull’autorità, sul segreto. Al discorso apolitico delle vecchie generazioni di israeliani corrisponde quello militare delle nuove generazioni, in divisa.</p>
<p>Naturalmente, esiste un discorso politico israeliano non di propaganda. È ad esempio quello del Collettivo Breaking the Silence, costituito dai soldati ed ex-soldati che decidono di rompere il silenzio, ossia di abbandonare i ritornelli del discorso militare, per affrontare le vie difficili del discorso politico (<a href="http://www.breakingthesilence.org.il/">www.breakingthesilence.org.il</a>).</p>
<p>La Nakba, la catastrofe del popolo palestinese, che è ravvivata dalle umiliazioni quotidiane che l’occupazione israeliana infligge, è qualcosa di traumatico anche per gli israeliani. Khleifi tocca davvero un nodo psicologico enorme. Com’è possibile, per una persona normale, per un israeliano normale, né più buono e né più cattivo di un qualsiasi altro essere umano normale, accettare il dolore della Nakba? Comprendere che la propria salvezza in quanto ebreo, la sua possibilità di avere una patria, e uno stato che lo difenda, mettendo fine a immemorabili ingiustizie e crudeltà, si è costruita sulla catastrofe di un altro popolo, scacciato, perseguitato e sottoposto a occupazione militare?</p>
<p>Il trauma è tanto più forte perché il torto è ormai avvenuto, e comporta un aspetto irrimediabile. È giusto che Israele esista, nonostante l’ingiustizia che gli ha permesso di esistere. Non si pone qui la questione della legittimità all’esistenza di Israele in quanto stato, che è una questione “esteriore”, già risolta nei fatti. Si pone qui un problema di ordine “morale”, intimo, ossia la capacità del popolo israeliano di assumere fino in fondo la sofferenza inflitta ai palestinesi, riconoscendoli quindi come esseri umani a tutti gli effetti, e non come minacciosi nemici, che è lecito umiliare, torturare, uccidere. Finché questa assunzione, estremamente difficile, non sarà realizzata da una maggioranza di israeliani “normali”, il loro discorso si porterà sempre dietro un&#8217;ingombrante zona d’ombra, l’enorme artificio della memoria negata. E sarà a loro preclusa ogni autentica dimensione politica. E senza dimensione politica è impossibile immaginare, all&#8217;interno di una società pur formalmente democratica, alcuna svolta, mutamento, correzione di rotta.</p>
<p>*</p>
<p>1) Non voglio con questo sostenere che non esista anche un discorso di &#8220;propaganda&#8221; nel campo palestinese. E come ogni discorso propagandistico di natura politica, anch&#8217;esso si porterà dietro falsificazioni e ipocrisie. Ma per quanto i diversi leader politici palestinesi possano, all&#8217;occasione, fare della schematica propaganda, nella bocca del loro popolo il discorso politico ritrova sempre una sua limpidezza.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/23/riflessioni-su-un-documentario-israelo-palestinese/">Riflessioni su un documentario israelo-palestinese</a></p>
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		<title>150 anni di memorie divise – Dialogo del Centro TraMe con John Foot</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 12:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p lang="it-IT">a cura del <a href="http://centrotrame.wordpress.com/"><strong>Centro TraMe</strong></a></p>
<p lang="it-IT"><em>John  Foot ha dedicato e dedica tuttora le sue ricerche al nostro paese e  alla sua storia recente nei suoi vari aspetti: dallo sport (</em>Calcio  1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia)<em> alla storia delle  città italiane (</em>Milano dopo il miracolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/15/150-anni-di-memorie-divise-dialogo-del-centro-trame-con-john-foot/">150 anni di memorie divise – Dialogo del Centro TraMe con John Foot</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT">a cura del <a href="http://centrotrame.wordpress.com/"><strong>Centro TraMe</strong></a></p>
<p lang="it-IT"><em>John  Foot ha dedicato e dedica tuttora le sue ricerche al nostro paese e  alla sua storia recente nei suoi vari aspetti: dallo sport (</em>Calcio  1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia)<em> alla storia delle  città italiane (</em>Milano dopo il miracolo. Biografia di una città<em>) fino  all’analisi delle vicende politiche. Nel 2009 ha pubblicato il libro </em>Fratture d’Italia<em>, in cui racconta le “memorie divise” sviluppatesi  attorno agli eventi più importanti della storia del paese – dalla Prima  Guerra mondiale fino agli anni di piombo – a partire dall’analisi di  varie pratiche di memoria (targhe, monumenti, anniversari e  commemorazioni).</em></p>
<p>[Nei mesi scorsi su <em>AlfaBeta2</em> Slavoj Zizek e Alexander Stille hanno parlato dell’“anomalia Italia”. E  su questa espressione è ritornato qualche settimana dopo Donald Sassoon  sul <em>Sole24Ore</em>. Lei  stesso apre il suo <em>Modern Italy</em> (2003) citando Peter Lange: “Che cosa rende l’Italia un caso di difficile classificazione?”.  Tutto sommato gli inglesi a volte discutono ancora su quale nome usare  per designare la loro nazione e per decenni hanno fatto i conti con  l’IRA; gli spagnoli elaborano ancora il doloroso passato franchista,  cercano di gestire forti spinte secessionistiche interne e qualche  settimana fa hanno ricordato i trent’anni dall’ultimo tentato golpe  militare; il Belgio sta attraversando una profondissima crisi politica  che ne minaccia la stessa esistenza. E infine la riunificazione della  Germania non sembra essere andata di pari passo con quella dei  tedeschi.]</p>
<p lang="it-IT"><strong>Allora, a 150 anni dall’unità, in che senso l’Italia rimane tra le nazioni europee l’anomalia di “difficile classificazione”? </strong></p>
<p>L&#8217;intervista continua <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/03/15/150-anni-di-memorie-divise-dialogo-del-centro-trame-con-john-foot/"><strong>qui</strong></a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/15/150-anni-di-memorie-divise-dialogo-del-centro-trame-con-john-foot/">150 anni di memorie divise – Dialogo del Centro TraMe con John Foot</a></p>
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		<title>Il declino del discorso critico</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 07:22:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>  A me sembra che uno dei fenomeni più significativi di questa fase di crisi della democrazia italiana sia il declino del discorso critico. Oggi ciò di cui si parla è quasi esclusivamente ciò che è stato deciso dal potere se non politico, almeno economico,  così come l’ordine del giorno delle priorità e il tono del discorso sono quelli del discorso pubblico ufficiale, langue invece un discorso critico indipendente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/il-declino-del-discorso-critico/">Il declino del discorso critico</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>  A me sembra che uno dei fenomeni più significativi di questa fase di crisi della democrazia italiana sia il declino del discorso critico. Oggi ciò di cui si parla è quasi esclusivamente ciò che è stato deciso dal potere se non politico, almeno economico,  così come l’ordine del giorno delle priorità e il tono del discorso sono quelli del discorso pubblico ufficiale, langue invece un discorso critico indipendente. Chiamo così quella modalità di discorso pubblico che da almeno due secoli è tipica delle società che rispettano le libertà d’espressione e che si articola di solito nelle forme della controinformazione, cioè rivelare cose di cui il discorso pubblico ufficiale non  parla, e della critica dell’ideologia, cioè la demistificazione delle ipocrisie, delle contraddizioni e delle parzialità di quella che il discorso pubblico ufficiale presenta come la verità. Le ragioni di questa crisi in Italia oggi non stanno certo nella mancanza di ingegni in grado di ottemperare a questo compito perché al contrario sono numerosi gli scrittori che hanno la preparazione culturale e il rigore morale necessari per svolgerlo, ma piuttosto in mutamenti della società tanto profondi quanto recenti. Dico subito che tra questi mutamenti non considero qui quello dell’apparato mediatico-televisivo  perché il discorso critico è sempre stato recepito  da piccole minoranze culturalmente e politicamente consapevoli, salvo in alcune circostanze storiche molto particolari, capaci però di tradurre in comportamenti e in risposte anche di massa i suggerimenti creativi che venivano da quello.<br />
<span id="more-26774"></span><br />
  In particolare penso  che siano due i fattori decisivi che hanno determinato il declino del discorso critico. In primo luogo il trionfo dell’individualismo, che si è accompagnato a quel fenomeno che i politici tipo Walter Veltroni chiamano fine delle ideologie, ha ridotto ai minimi termini o cancellato quel processo di politicizzazione dei cittadini che era la base etica e sociale del discorso critico. In pratica il discorso critico ha ragione di essere solo se ci si percepisce come parte di un corpo politico che compie scelte decisive per noi, quando la percezione dominante è, come accade oggi, quella di individui isolati che possono partecipare alla vita politica unicamente in veste di tifosi con il voto o con il televoto, non ha molto senso  criticare il discorso ufficiale: se esso non piace, si può andare all’estero perché ci si vergogna di essere italiani o provare a cambiare se stessi con i fiori di Bach, visto che è impossibile cambiare il mondo, o entrare a far parte del popolo della notte. In questo senso è vero, tanto per fare un’osservazione alla maniera di Houellebecq, che nessuna epoca ha mai visto tanta libertà come questa, il problema è che la si paga con una radicale perdita di senso dell’esperienza. </p>
<p>  L’altro fattore che ha determinato la crisi del discorso critico riguarda lo statuto della verità nel discorso ufficiale della nostra società e i rapporti di questa con il sapere e il potere. Infatti se il discorso ufficiale nel passato si è sempre presentato come la verità di una società, come la verità del potere, al quale il discorso critico opponeva un’altra verità nascosta che rivelava la menzogna del potere, oggi non è più così perché il discorso ufficiale non pretende di dire la verità, ma semplicemente di dire cose interessanti, utili e piacevoli ad ascoltarsi. A sua volta una trasformazione del genere è stata resa possibile da quella modificazione del sapere che Lyotard ha descritto nel suo ormai trentennale libro <em>La condizione postmoderna</em> (un libro dal destino curioso perché nato quasi come un’apologia di questa trasformazione è divenuto un utile strumento nelle mani di chi voglia riprendere il filo della critica): il sapere postmoderno non punta più a una validazione universale, cioè a cercare di scoprire la verità per usare un’espressione un po’ più sfacciata ma comprensibile, ma alla performatività delle conoscenze parziali, cioè a cercare di conoscere cose che siano utili e spendibili nell’immediato senza troppe domande sulla verità. Ora gran parte del sapere contemporaneo è figlio di questa trasformazione e quindi è indifferente alla verità, e pertanto è naturalmente omogeneo al nuovo tipo di discorso ufficiale fatto dal potere. </p>
<p>Di più, senza una tensione etica, cioè senza porsi una domanda radicale sulla verità, non è possibile nessun discorso critico. Ma se colui che ha il potere può tranquillamente vivere senza la verità perché l’ascolto e l’efficacia delle sue parole vengono per così dire da sé in virtù della posizione che occupa, colui che è escluso dal potere se non parla in nome della verità è come se non parlasse. </p>
<p>  Non è una questione astratta questa, ma drammaticamente concreta: oggi l’agenda dei temi da dibattere, anche in ambienti che si vogliono d’opposizione, è scelto sulla base di una supposta efficacia e utilità comunicative: che il senato approvi il decreto legge che privatizza l’acqua pubblica non deve essere discusso perché non interesserebbe il grande pubblico, perché non avrebbe audience. E non è solo un problema di censura, di controllo dei media da parte di una sola persona o di quel gruppo di persone con forti interessi economici che si fanno chiamare sui giornali da loro posseduti “i mercati”, è come se quasi tutti avessero interiorizzato una concezione della democrazia da ufficio stampa, per la quale la libertà di parola coincide con la spendibilità della stessa nel commercio della comunicazione. E la vera democrazia muore perché essa non è un sistema di regole da confermare o da cambiare, ma è una pratica politica collettiva, che vive grazie alla critica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/il-declino-del-discorso-critico/">Il declino del discorso critico</a></p>
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		<title>Malcolm Holcombe, i movimenti della solitudine</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/02/04/malcolm-holcombe-i-movimenti-della-solitudine/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 07:28:20 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: left;">di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I movimenti della solitudine. Un canto di stanza. Il dondolio al buio. Malcolm Holcombe, sul piccolo palco del Pegaso di Arcola, si muove avanti e indietro sulla sedia con la sua chitarra, il tronco che dondola, e il tronco trascina la sedia, le punte in bilico, un equilibrio di bilico, sta per cadere e non cade, perché è il ritmo che lo porta, il racconto del suo canto, il suo tale-telling senza fine, che coincide con l&#8217;ampiezza stessa del suo corpo che traccia forme nella penombra del piccolo palco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/04/malcolm-holcombe-i-movimenti-della-solitudine/">Malcolm Holcombe, i movimenti della solitudine</a></p>
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<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-13933" title="2428090387_f8a5b2f63f_o" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/2428090387_f8a5b2f63f_o-300x225.jpg" alt="2428090387_f8a5b2f63f_o" width="210" height="158" /></p>
<p style="text-align: left;">di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I movimenti della solitudine. Un canto di stanza. Il dondolio al buio. Malcolm Holcombe, sul piccolo palco del Pegaso di Arcola, si muove avanti e indietro sulla sedia con la sua chitarra, il tronco che dondola, e il tronco trascina la sedia, le punte in bilico, un equilibrio di bilico, sta per cadere e non cade, perché è il ritmo che lo porta, il racconto del suo canto, il suo tale-telling senza fine, che coincide con l&#8217;ampiezza stessa del suo corpo che traccia forme nella penombra del piccolo palco. Digrigna i denti – e quando incrocia occhi sprofondati e acquisiti alla sua corporeità ride come giubilo di guerriero.</p>
<p style="text-align: justify;">Scuote la testa, come se la musica fosse acqua che schizza dalla pelle del suo cranio.<span id="more-13932"></span></p>
<p>Durante le sue canzoni, verso la fine, si alza dalla sedia, si aggira per il palco – e sempre con il dono della solitudine. Sempre, l&#8217;ostensione di una verità che digrigna i denti. Mostra il suo lucido, preciso, consapevole sogno. Quanto smette di cantare, è come si svegliasse da un sonno, e restasse impigliato nella soglia, e pare sonnambulo. Racconta. Della moglie che lo ha lasciato, di quant&#8217;è bella – lui ne porta il segno d&#8217;anello al dito. Racconta storie fatte di parole strascicate, come tra sé e sé – e poi ricomincia a suonare, con la perfezione geometrica di un tocco di chitarra, e la voce che riporta di mondi e la testa che scuote.</p>
<p>La voce di Holcombe è un&#8217;estensione del suo corpo? No, è il suo corpo un&#8217;estensione della sua voce. O forse, più probabilmente, Holcombe è l&#8217;ostensione della verità della teoria del parallelismo spinoziano. &#8220;There are no tears, no sadness found, Only love can make a sound.&#8221; La voce di questo grande folksinger raccoglie ogni suono – oltre che le memorie materiche di Bob Dylan, Tom Waits, Johnny Cash&#8230; La voce raschia la gola, a scavare un&#8217;intimità esposta – c&#8217;è una vera oscenità che ha del sublime in quest&#8217;uomo, in questa voce che ha lo stesso movimento del corpo in scena. Un corpo con i capelli lunghi e radi raccolti in coda, la calvizie sul cranio, un ciuffo di riporto sulla fronte, il giubbotto di pelle troppo grande. Lui c&#8217;è tutto, qui – senza resti.</p>
<p>Poi, fa irruzione il bancone del bar della North Carolina, e racconta una barzelletta stupida, ma forse no – Un bimbo che si fa il bagno e si guarda i testicoli, Mama these are my brains? Not yet, son. E ripete come un&#8217;elargizione: Not yet. E riprende a cantare con un brano che batte la scarpa sul piccolo palco, e sogghigna cantando come il Jack Nicholson dell&#8217;Overlook Hotel, solo che qui non c&#8217;è finzione, questa è verità, fulmina il pubblico con gli occhi della sua verità – e d&#8217;improvviso, una tenerezza feroce, alla ricerca di altri occhi – e dice, mentre canta, in un italiano scivolante, Grazie. E riprende a cantare, la voce che riporta di mondi e la testa che scuote.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/04/malcolm-holcombe-i-movimenti-della-solitudine/">Malcolm Holcombe, i movimenti della solitudine</a></p>
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