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	<title>Nazione Indiana &#187; viareggio</title>
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		<title>Una storia fascista (reprise)</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 17:40:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Condannato a due mesi di reclusione con tutti i benefici di legge</strong></p>
<p>Si è conclusa con la condanna a due mesi di reclusione (pena comminata dal giudice monocratico di Città di Castello PG), il procedimento di 1° grado che vede imputato lo scrittore Divier Nelli, accusato (Delitto di cui artt.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/13/una-storia-fascista-reprise/">Una storia fascista (reprise)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Condannato a due mesi di reclusione con tutti i benefici di legge</strong></p>
<p>Si è conclusa con la condanna a due mesi di reclusione (pena comminata dal giudice monocratico di Città di Castello PG), il procedimento di 1° grado che vede imputato lo scrittore Divier Nelli, accusato (Delitto di cui artt. 595 c. 1° e 3° Cp.) di avere offeso la reputazione dei congiunti di Casella Marcello (defunto) attribuendo a questi, nel romanzo giallo<strong> Falso Binario </strong>(Passigli Editori, 2004), la responsabilità dell&#8217;omicidio di Barsottelli Ottavio, avvenuto a Viareggio (Lu) l&#8217;11 settembre del 1931. &#8220;Siamo abbastanza soddisfatti, si tratta del minimo della pena prevista&#8221;, ha commentato l&#8217;avvocato Aldo Lasagna &#8220;ricorreremo in appello contando in un ribaltamento della sentenza. In appello sarà ripreso in esame il materiale storico già agli atti, comprese le note di polizia dell&#8217;epoca che potrebbero fare nuova luce sul delitto Barsottelli.&#8221; </p>
<p>Per saperne di più, leggere <a href="http://iltirreno.gelocal.it/versilia/cronaca/2010/06/12/news/diffamazione-2-mesi-a-divier-nelli-2085226">qui</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/13/una-storia-fascista-reprise/">Una storia fascista (reprise)</a></p>
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		<title>Una storia fascista</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 07:00:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Udienza finale del processo penale di 1° grado a carico dello scrittore Divier Nelli, per la ricostruzione di una vicenda fascista.</strong></p>
<p>Si terrà nella tarda mattinata di venerdì 11 giugno 2010, nel Tribunale Penale di Città di Castello (Pg), l&#8217;ultima udienza di 1° grado che vede imputato lo scrittore viareggino Divier Nelli, accusato (Delitto di cui artt.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/una-storia-fascista/">Una storia fascista</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Udienza finale del processo penale di 1° grado a carico dello scrittore Divier Nelli, per la ricostruzione di una vicenda fascista.</strong></p>
<p>Si terrà nella tarda mattinata di venerdì 11 giugno 2010, nel Tribunale Penale di Città di Castello (Pg), l&#8217;ultima udienza di 1° grado che vede imputato lo scrittore viareggino Divier Nelli, accusato (Delitto di cui artt. 595 c. 1° e 3° Cp.) di avere offeso la reputazione dei congiunti di Marcello Casella (defunto durante la Seconda Guerra Mondiale) attribuendo a questi, nel romanzo giallo <strong>Falso Binario</strong> (Passigli Editori, 2004), la responsabilità dell&#8217;efferato omicidio del diciottenne Ottavio Barsottelli (legato ai binari ferroviari e fatto  mutilare da un convoglio), avvenuto a Viareggio (Lu) l&#8217;11 settembre del 1931. </p>
<p>Nel corso dell&#8217;udienza, sarà ascoltata la testimone della difesa Didala Ghilarducci, presidente della sezione provinciale dell&#8217;Anpi di Lucca.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/una-storia-fascista/">Una storia fascista</a></p>
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		<title>Le nostre vene</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 11:20:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p>“Rinnoviamo la più ferma critica al gruppo dirigente delle Ferrovie che ha dirottato risorse e tecnologia sul servizio &#8216;luccicante&#8217; dell&#8217; alta velocità lasciando che il resto del servizio ferroviario, in particolare merci e pendolari, deperisse sia in termini di qualità che di sicurezza”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/30/le-nostre-vene/">Le nostre vene</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p>“Rinnoviamo la più ferma critica al gruppo dirigente delle Ferrovie che ha dirottato risorse e tecnologia sul servizio &#8216;luccicante&#8217; dell&#8217; alta velocità lasciando che il resto del servizio ferroviario, in particolare merci e pendolari, deperisse sia in termini di qualità che di sicurezza”. Mi fermo su queste parole, le dichiarazioni dei ferrovieri, di chi ci lavora, di chi le cose le vede, sa come funzionano e quando non funzionano molto di più di ogni manager che sta in ufficio e guadagna centinaia di migliaia di euro. Ognuna di queste parole la sostengo in pieno non senza una sensazione di sconforto. Perchè appena sveglia stamani e ho saputo di quanto successo a Viareggio, dopo un lampo di smarrimento e di orrore, il pensiero è andato agli altri deragliamenti a Prato dei giorni scorsi, un campanello di allarme non ascoltato e poi subito a Dante De Angelis, il macchinista, delegato RLS che denuncia da anni l’insicurezza dei nostri treni, che invece di essere seriamente ascoltato è stato licenziato diventando un caso di lotta fra i lavoratori, non solo delle ferrovie. <span id="more-18946"></span></p>
<p>Sull’alta velocità in Italia, non so più cosa aggiungere in merito dopo tutti questi anni, dopo i danni ambientali del Mugello e il processo di CAVET, dopo i morti sul lavoro, dopo le infiltrazioni mafiose di certi subappalti, dopo la catastrofe finanziaria e pure l’evasione fiscale denunciata in questi ultimi giorni. Consiglio, per chi non l’ha ancora visto di guardarsi il video-documentario Fratelli di TAV, che ricostruisce un po’ la storia della TAV nel nostro Bel Paese.</p>
<p>Mi ha colpito sentire in televisione un giornalista chiedere: non è che la ferrovia passi troppo vicino dalle case? Ma lui dove vive? L’Italia è fatta così. Siamo una terra stretta e montuosa con migliaia di comuni, per questo serve un collegamento capillare funzionante più che grandi arterie solitarie. I binari passano ovunque nelle città, dentro ai paesi, lungo le spiagge, dentro le montagne. Per questo è necessario investire maggiore attenzione e fondi su ogni tratta, investire in manodopera e sicurezza, perchè sono le vene del nostro corpo Italia. Quel sangue che ci scorre dentro siamo noi, pendolari di ogni mattina, cittadini semplici consumatori di merci, quindi tutti noi. Bisogna cominciare a curare queste vene, ogni capillare che sta schiantando è un segnale di malessere e va ascoltato o presto avremo un corpo malato. Comincerei proprio dai ferrovieri. Oggi chi vuole capire Viareggio, vuole individuare le responsabilità e vuole lavorare affinché non si ripeta, vuole una ferrovia italiana sicura e funzionante fino alla piccola tratta, deve andare ad ascoltare chi ci lavora sui binari, sempre non siano già stati licenziati.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/30/le-nostre-vene/">Le nostre vene</a></p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/">Un ricordo improbabile</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/">Un ricordo improbabile</a></p>
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		<title>Zoria</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/zoria/</link>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 11:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p> di <strong>Esther Grotti</strong></p>
<p>Zoria</p>
<p>Sua Signoria</p>
<p>permette?</p>
<p>&#8211;</p>
<p>emersa</p>
<p>da rimasugli di memoria</p>
<p>sporca e regale come sempre</p>
<p>mi inviti urlando</p>
<p>gentilmente</p>
<p>di servirti un vassoio</p>
<p>di carta per i tuoi sogni possenti</p>
<p>da disegnare tutti d&#8217;un fiato</p>
<p>&#8211;</p>
<p>mi inerpico nei bar</p>
<p>e nelle panetterie</p>
<p>a cercare la tela da te preferita</p>
<p>con due scatolette per i gatti</p>
<p>che albergano il cemento</p>
<p>insieme a te</p>
<p>regalmente</p>
<p>gattescamente</p>
<p>&#8211;</p>
<p>anche oggi</p>
<p>non sono una mignotta</p>
<p>ma una serva bionda alla tua follia</p>
<p>quanto mi manca oggi</p>
<p>Zoria</p>
<p>la tua follia</p>
<p>che faceva di</p>
<p>Viareggio un&#8217;opera d&#8217;arte</p>
<p>più del liberty</p>
<p>più del carnevale</p>
<p>più della lecciona del mare</p>
<p>&#8211;</p>
<p>cammino oggi</p>
<p>nel freddo che taglia la memoria</p>
<p>Zoria ancora fossi</p>
<p>Zoria</p>
<p>ancora amica</p>
<p>mia</p>
<p><em>(Immagine: Peter Blake &#8211; Untitled, 1997)</em></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/zoria/">Zoria</a></p>
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<p> di <strong>Esther Grotti</strong></p>
<p>Zoria</p>
<p>Sua Signoria</p>
<p>permette?</p>
<p>&#8211;<span id="more-5494"></span></p>
<p>emersa</p>
<p>da rimasugli di memoria</p>
<p>sporca e regale come sempre</p>
<p>mi inviti urlando</p>
<p>gentilmente</p>
<p>di servirti un vassoio</p>
<p>di carta per i tuoi sogni possenti</p>
<p>da disegnare tutti d&#8217;un fiato</p>
<p>&#8211;</p>
<p>mi inerpico nei bar</p>
<p>e nelle panetterie</p>
<p>a cercare la tela da te preferita</p>
<p>con due scatolette per i gatti</p>
<p>che albergano il cemento</p>
<p>insieme a te</p>
<p>regalmente</p>
<p>gattescamente</p>
<p>&#8211;</p>
<p>anche oggi</p>
<p>non sono una mignotta</p>
<p>ma una serva bionda alla tua follia</p>
<p>quanto mi manca oggi</p>
<p>Zoria</p>
<p>la tua follia</p>
<p>che faceva di</p>
<p>Viareggio un&#8217;opera d&#8217;arte</p>
<p>più del liberty</p>
<p>più del carnevale</p>
<p>più della lecciona del mare</p>
<p>&#8211;</p>
<p>cammino oggi</p>
<p>nel freddo che taglia la memoria</p>
<p>Zoria ancora fossi</p>
<p>Zoria</p>
<p>ancora amica</p>
<p>mia</p>
<p><em>(Immagine: Peter Blake &#8211; Untitled, 1997)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/zoria/">Zoria</a></p>
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