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	<title>Nazione Indiana &#187; violenza</title>
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		<title>Hessel non abita in Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 06:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[Recupero questo articolo da <a title="senza soste" href="http://www.senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica" target="_blank">senzasoste.it</a>: mi sembra un contributo interessante per un ragionamento sulla manifestazione del 15 ottobre scorso. L'autore si firma con uno pseudonimo e dal sito non sono riuscito a recuperare un modo per contattarlo. Se capita qui su NI e ha voglia di approfondire ulteriormente la sua tesi, è il benvenuto.]</p>
<h3 style="text-align: center;"> Hessel non abita in Italia<br />
La crisi permanente della forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica</h3>
<p style="text-align: right; padding-left: 30px;"><em>Colui che finalmente si accorge quanto e quanto a lungo fu preso in giro, abbraccia per dispetto anche la più odiosa delle realtà; cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso, la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati<br />
(Nietzsche)</em></p>
<p>&#160;</p>
<p>Una analisi di quanto accaduto a Roma impone considerazioni cliniche e quindi sgradevoli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/hessel-non-abita-in-italia/">Hessel non abita in Italia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #888888;">[Recupero questo articolo da <a title="senza soste" href="http://www.senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica" target="_blank">senzasoste.it</a>: mi sembra un contributo interessante per un ragionamento sulla manifestazione del 15 ottobre scorso. L'autore si firma con uno pseudonimo e dal sito non sono riuscito a recuperare un modo per contattarlo. Se capita qui su NI e ha voglia di approfondire ulteriormente la sua tesi, è il benvenuto.]</span></p>
<h3 style="text-align: center;"> Hessel non abita in Italia<br />
La crisi permanente della forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica</h3>
<p style="text-align: right; padding-left: 30px;"><em>Colui che finalmente si accorge quanto e quanto a lungo fu preso in giro, abbraccia per dispetto anche la più odiosa delle realtà; cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso, la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati<br />
(Nietzsche)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una analisi di quanto accaduto a Roma impone considerazioni cliniche e quindi sgradevoli. Perché un’analisi della dinamica delle differenti forze sul terreno, che si sovrappongono ormai regolarmente ad ogni grande evento di piazza, prescinde da considerazioni di valore. Non assegna meriti ad un comportamento piuttosto che ad un altro, d’altronde la politica non è un concorso a premi ma un fenomeno che produce risultati a seconda degli equilibri tra le forze in campo, né si pone il problema di riparare torti attraverso un uso emotivo, terapeutico dell’analisi. Per tutto questo ci sono la letteratura, il giornalismo, Twitter, i post su Facebook e tutta una miriade di scambi microfisici di impressioni tra persone coinvolte, o che si sentono tali, su quanto accaduto.<span id="more-40444"></span></p>
<p>La prima considerazione clinica che si impone, dopo la giornata del 15 ottobre, è che la forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica è in crisi permanente e non sarà in grado di incidere, né tantomeno risolvere, nessuno dei problemi che evoca. Dalla questione del debito, al precariato. Si tratta di un tema ineludibile già emerso con forza a Genova 2001 e con le manifestazioni globali contro la guerra in Iraq nel 2003 (dove la seconda superpotenza mondiale dei movimenti, come la definì il mainstream americano, evaporò prima che la superpotenza Usa si impantanasse tra Falluja e Ramadi). Sappiamo benissimo che la forma movimento che si basa sul primato dell’opinione pubblica nasce, in Italia come altrove in occidente (nei paesi extraoccidentali è questione differente), come tentativo di risoluzione della crisi del modello di movimento basato sulle pratiche antagoniste fuoriuscite dal ’68. Di questo modello ne ha denunciato a lungo l’obsolescenza, sia sul piano della funzionalità che su quello della differente sensibilità etica raggiunta dalle società successive agli anni ’70, imponendo mutazioni significative di linguaggi, pratiche, obiettivi all’intera sinistra di movimento in differenti paesi. L’idea di fondo, qui semplifichiamo un  posizioni anche differenti tra loro, era che abbandonando la simbolica dello scontro frontale, neutralizzando le pratiche sul terreno si sarebbe potuto incontrare ed egemonizzare le dinamiche di pressione dell’opinione pubblica verso il sistema politico e istituzionale. Nella versione più conflittuale di questo modello anche pratiche sindacali, tradizionali e innovative, come solidaristiche e persino culturali avrebbero tratto benefici concreti da questa forma movimento. Dopo quindici-vent’anni di riproposizione di questo modello si tratta di capire che è obsoleto, passato, inefficace perlomeno quanto i modelli che pretende di denunciare. Genova 2001 aveva fatto capire come la piazza (e non solo) potesse esplodere di fronte alla complessità sociale prodotta dagli eventi organizzati da questo genere di forma movimento. Il 2003 aveva fatto comprendere che, una volta sconfitto un movimento quando è stata usata la capacità massima di pressione del format opinione pubblica mondiale, non c’era un problema di masse, numeri e capacità di rappresentazione simbolica ma uno di efficacia del tipo di movimento messo in campo. Insistere sulle clonazioni di questo modello, legittimandole con le giaculatorie sulle “nostalgie del ‘900” che apparterrebbero a chiunque ne vede le evidenti crepature, ha portato a cronicizzare due evidenti patologie politiche. La prima legata ad un distacco reale dalla situazione sociale, persino dall’immaginario, di questo paese (ovvero il vasto mondo che vive fuori dal perimetro di realtà che si creano necessariamente i movimenti) la seconda da una serie di valutazioni ingenue su come si forma l’opinione pubblica in un mondo attraversato da una pluralità di piattaforme mediali.  Analizziamole entrambe partendo da quest’ultimo problema.</p>
<h4>MUSSOLINI, GRAMSCI E NOI</h4>
<p>La constatazione della fine dell’epoca liberale, alla quale segue una necessaria critica del fenomeno dell’opinione pubblica, non è di questi giorni ma degli anni ’20. Quando la finanza della prima globalizzazione, quella nata nella seconda metà dell’800 mise in crisi, assieme al protagonismo delle masse uscite dalla guerra ’14-’18,  la democrazia liberale. Uno dei padri fondatori della sociologia contemporanea, Ferdinand Toennies, legò la crisi della democrazia liberale al problema della critica dell’opinione pubblica, elemento regolativo della vita politica ufficiale, strumento di selezione delle istanze politiche di quel mondo. Senza entrare, anche se farebbe bene, nelle questioni teoriche poste da Toennies riportiamo una discussione nelle aule parlamentari del Regno d’Italia utile a focalizzare un problema del presente: il rapporto tra opinione pubblica e politica. Siamo nella primavera del ’25, Mussolini ha già fatto il primo atto del suo colpo di stato il 3 gennaio di quell’anno e si appresta a concludere la struttura politica e statale di una dittatura che durerà fino al 25 luglio del 1943. Alla Camera si confrontano Gramsci e Mussolini, il primo oramai messo all’angolo politicamente mentre il secondo risplende di boria essendo ormai il vincitore di fatto dello scontro politico, tra destra e sinistra, apertosi con la fine della guerra. Gramsci, per trovare un argomento che condizionasse il vincente Mussolini, comincia a parlare delle critiche che il Corriere della Sera aveva mosso al comportamento del fascismo. Mussolini non fa una piega: dice chiaramente che il potere dell’opinione pubblica, composta da centinaia di migliaia di lettori, è ormai stato travolto da quello di un partito organizzato, il suo. Di lì a poco tempo Mussolini, oltre a sciogliere il parlamento e a far arrestare Gramsci, si impadronirà anche del Corriere della Sera. Trasformandolo nella voce più prestigiosa del regime fino alla sua caduta. Dopo la fine del fordismo il rapporto tra opinione pubblica e politica organizzata si è rovesciato rispetto a quel dibattito della primavera del ’25. Per cui la capacità di esercitare pressione politica, dopo innumerevoli ristrutturazioni tecnologiche e mutazioni sociali, è tutta a favore dell’opinione pubblica rispetto ad una politica disorganizzata, succube e senza idee. Non  a caso le nostre società hanno tornato a definirsi liberali in un rapporto strutturato con temi e dibattiti politici definiti dal fenomeno dell’opinione pubblica. Egemonizzato da media verticali, di mercato, pronti a celebrare precise gerarchie di potere e di comportamento. L’architettonica del potere nelle società neoliberali, insomma. Gli stessi movimenti hanno istintivamente seguito questo rovesciamento di rapporto tra opinione pubblica e politica organizzata. Mentre i movimenti antagonisti degli anni ’70, in modalità molto diverse tra loro, cercavano di condizionare i partiti o costruire una forma dell’organizzazione tutta propria quelli delle ultime due decadi, non a caso, si sono strutturati nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica o di costruirne una propria. Il mitico spartiacque della nonviolenza altro non è, prima di tutto, che il tentativo di entrare pienamente sul terreno dell’opinione pubblica. Per il terreno del politico forza e diplomazia sono strumenti intercambiabili mentre in quello dell’opinione pubblica, che si struttura attorno allo schema antropologico che supporta la discussione razionale infinita attorno ai problemi, riduce la forza a mera violenza. E a questo schema i movimenti si sono adattati per un ventennio nella speranza di suscitare una massa critica tale da condizionare la politica istituzionale. E qui sono sorti tre problemi, mai analizzati, che hanno pesato in questi vent’anni: il primo è che le istituzioni vivono ormai in autonomia dall’opinione pubblica (Iraq del 2003 e referendum del 2011 dovrebbero insegnare qualcosa); il secondo è che l’opinione pubblica è, in ultima istanza (internet compresa), è governata da un intreccio tra media e politica istituzionale che è costituito efficacemente contro le istanze dal basso; il terzo è che questo intreccio non è mai stato destrutturato e messo a conflitto, nei temi che propone e nella sua struttura sociale interna. Eppure il potere di connessione generale nelle società contemporanee risiede lì. E non solo quello ma anche correnti consistenti di quello biopolitico. Occupy Wall Street ha chiesto l’abolizione della pubblicità televisiva per i prodotti per bambini. Perché questa è una società che addestra, nei termini del dressage foucaultiano, dei consumatori prima ancora di qualsiasi altro genere di figura sociale. Invece del politicismo della dissociazione dai “violenti” i movimenti potrebbero occuparsi di temi come questi, indubitabilmente con maggior efficacia.</p>
<p>I movimenti basati sul primato dell’opinione pubblica si sono così trovati a subire questo potere. Le istanze di contenuto e i temi sono dettati da chi la governa non dal suo segmento dal basso. Oltretutto è notevolmente mutato lo schema sociologico che legittimava questo genere di movimenti. Nel profondo degli anni ’80, quando si incubavano queste concezioni, una società postmateriale, sostanzialmente garantita poteva costruirsi uno dispositivo di selezione del contenuti politici basato sulla circolazione di opinioni espresse razionalmente. C’era una base materiale per tutto questo. Trent’anni dopo, larghi strati di società sono precipitati in drammi che, per quanto emersi a livello di opinione, non trovano ascolto in un sistema politico che dell’autonomia da tutto questo ha fatto ragione di sopravvivenza. Inoltre i movimenti basati sul primato dell’opinione pubblica si sono ritirati, nel loro complesso, dal quotidiano ritmo sociale della vita sui territori. Che è fatto di un intreccio di comportamenti sul terreno, piattaforme di comunicazione innestate su questi comportamenti, e linguaggi mediali che i movimenti non conoscono e ai quali non sanno parlare. Non resta quindi, come dalla fine degli anni ’90, che organizzare grandi eventi di piazza. Che dovrebbero parlare all’opinione pubblica. E che finiscono invece per essere travolti dalla complessità sociale attirata dal grande evento e fatti a tranci dai media che governano l’opinione pubblica. Questo modello di movimento ha quindi storicamente fallito: non ha rappresentanza mediale, non riesce ad autorappresentarsi, evapora sempre velocemente e non ha inciso su nessuno dei nessi di potere strategici nelle società contemporanee. Nei prossimi tempi non ne mancheranno gli epigoni, che si faranno forza a colpi di “siamo oltre il ‘900”, ma l’esito negativo dei loro sforzi sembra scontato. Come lo sarebbe stato quello di un ipotetica rifondazione di Lotta Continua all’inizio degli anni ’80. Le forze del politico stanno andando altrove.</p>
<h4>-CUCCHI + RACITI</h4>
<p>Questa scritta “- Cucchi + Raciti” campeggiava in bella mostra durante gli scontri del 15 ottobre. Spiega più la distanza tra i movimenti pacifici e radicali di quanto si possa immaginare. Perché, mentre sulle banche e il precariato il linguaggio può anche trovare punti in comune tra diverse esperienze di movimento, da parte dai movimenti che si vogliono maturi non c’è mai stata attenzione su questi temi. Dei diritti civili in ambiti tipicamente giovanili. Non solo ma tra i manifestanti “maturi”, nella piazza del 15, c’erano esponenti di partiti che le leggi militari del dopo Raciti le hanno velocemente approvate. Accentuando distanza e incomprensibilità tra culture di movimento. E’ evidente poi che la dinamica di scatenamento dei riot è quella del rovesciamento simbolico del’ordine del potere vigente. Per cui torna trasfigurata la figura dell’ispettore Raciti, si devastano banche, si distruggono madonne, si bruciano tricolori. Più che alla dinamica dello scontro di piazza è a questo rovesciamento simbolico che bisogna guardare per capire il significato del comportamento di questo tipo di movimenti. Si interviene direttamente per rovesciare nell’immediato un ordine simbolico ritenuto, non a torto, insopportabile. E si parla, sempre direttamente, all’immaginario profondo della società. In questo senso possiamo definire questo tipo di comportamenti come una radicalizzazione del modello di movimento basato sul primato dell’opinione pubblica. E’ frutto della sua crisi come lo era lo Schwarze Bloc tedesco rispetto al modello di partecipazione civica nella Germania dei primi anni ’80. Si parla al resto della società, evocandone la sollevazione, direttamente con il linguaggio del suo sostrato simbolico profondo piuttosto che con quello dei linguaggi mediati dai comportamenti ritenuti ragionevoli, creativi e politicamente razionali. In questo modo si scatena, come sempre in questo genere di riot, un’enorme energia sociale sollevata. I simboli del potere sono archetipici, si innestano profondamente nel corpo sociale ed è infatti forte la reazione all’operazione del loro rovesciamento e della loro trasfigurazione. Non a caso i media sono avidi di questo: condannano e trasmettono allo stesso tempo. La diretta Sky degli scontri a piazza San Giovanni si è rivelata un prodotto adrenalinico perfetto, specie nel tardo pomeriggio, tra uno stacco pubblicitario e un posticipo e l’altro della serie A. Il potere dell’immaginario del rovesciamento dei simboli immesso nel palinsensto, in una società mediale, non va trascurato. Ma va anche capito che la maggior parte di questo genere di comportamenti non ha ancora fatto il salto di complessità che va dai comportamenti radicali alla strutturazione politica, al radicamento nel territorio, alla capacità di governo delle stesse proprie immagini proposte. Si parla, e con forza, alla società ma non si è complessivamente in grado di connettersi complessivamente con il corpo sociale scosso dalla crisi.</p>
<p>La giornata del 15 è stata quindi caratterizzata, anche nello specifico dei comportamenti di piazza, da movimenti in crisi di complessità che si riproducono secondo schemi declinanti del primato dell’opinione pubblica e da movimenti che o si fermano sul piano del rovesciamento simbolico degli archetipi del potere o sono ancora embrionali rispetto al salto di complessità necessario per fare politica, per rovesciare l’asse del potere in questa società. E qui chi dice che in Italia accadono cose che non accadono altrove deve aver ben in testa che in altri paesi, UK e Usa per dirne due, tutto è filato via pacificamente perché questo tipo di piazza è stata in mano solo alla middle class impoverita. La Londra dei riot ha passato il testimone a quella degli indignati. In Italia c’è stata sovrapposizione, mescolanza che ha generato una complessità sociale insostenibile. Se si vogliono movimenti estesi lungo interi assi di società è la capacità di governare questa complessità che ci vuole.</p>
<h4>IL FUTURO DELLA POLITICA DI MOVIMENTO</h4>
<p>L’Italia non ha bisogno degli Hessel, figure paternali, la cui indignazione è uno strumento di una politica costruita su un dispositivo che non funziona. Garantisce sempre dignità morale, spesso incolumità fisica ma non funziona più, non ottiene risultati. Come in Spagna o in Israele. Perché basa la propria energia morale entro uno schema di regole del gioco che tende a far pressione su un’opinione pubblica che è strutturata per rendere inefficaci i movimenti. Si tratta invece di costruire movimenti che passano dal primato della sfera dell&#8217; opinione pubblica a quello dell&#8217;occupazione del territorio. E qualsiasi campagna globale che incontra questo genere di radicamento non ne può che essere beneficata dall&#8217;incontro di pratiche reali, coestensive con la vita sociale.</p>
<p>Questa non è una situazione in cui l’energia sociale, come emerge dai movimenti più radicali, deve essere esorcizzata. Al contrario i cambiamenti necessari per garantire diritti universali in questa società necessitano di una lunga stagione di energetica sociale. Ma questa energetica sociale  deve entrare su un piano di microfisica dei territori che permette un un governo politico delle spinte radicali verso la mutazione reale della morfologia microfisica della società, dei rapporti di forza territoriali , stutturando forza per l&#8217; ottenimento dei diritti universali concreti. E qui bisogna considerare che i territori non sono più quelli degli anni ’60 e ’70 e nemmeno quelli degli anni ’80. Il territorio, come dicevamo, è regolato da un intreccio di comportamenti sul terreno, piattaforme di comunicazione innestate su questi comportamenti, e linguaggi mediali che ne costituiscono la sostanza attuale. E non c’è solo bisogno di energetica sociale, necessaria, per plasmarlo. Ma anche di intelligenza strutturata. E qui i movimenti che vivono la crisi della concezione del primato dell’opinione pubblica possono trovare un loro ruolo.  Ristrutturandosi completamente, per trovare anche il modo di costruire campagne nazionali e globali efficaci, radicate, permanenti che non fluttuano al primo accidente. Dopo il 15 ottobre una certa tipologia di movimento, che oggi ha trovato collocazione nella forma indignata, rischia di essere in  mano ai media che oggi la preservano dai “violenti”. Per finire nel binario della più conclamata inefficacia. Allo stesso tempo la potente simbolica del riot può risultare inefficace nel momento in cui si ferma alla soglia dell’emergenza sociale evocata. Se la sollevazione può dare respiro ad ampi strati sociali oggi sottomessi dalla crisi, senza politica e senza strategia si rischia anche qui l’inefficacia.</p>
<p>Mentre, per la gravissima situazione sociale che viviamo, è di efficacia che abbiamo tremendamente bisogno.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Per Senza Soste, nique la police</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/hessel-non-abita-in-italia/">Hessel non abita in Italia</a></p>
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		<title>Il telefono dell&#8217;incendiario</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 15:10:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Oggi su <em>Repubblica</em> è riportata l’intercettazione di una comunicazione di un “globetrotter della violenza” (così il titolo) presente in Piazza San Giovanni, intercettazione nella quale il giovane chiama l’amico rimasto al paesello (nel corso dei fatti stessi, e quindi più che a caldo), per metterlo al corrente delle prodezze alle quali sta partecipando.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/il-telefono-dellincendiario/">Il telefono dell&#8217;incendiario</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Oggi su <em>Repubblica</em> è riportata l’intercettazione di una comunicazione di un “globetrotter della violenza” (così il titolo) presente in Piazza San Giovanni, intercettazione nella quale il giovane chiama l’amico rimasto al paesello (nel corso dei fatti stessi, e quindi più che a caldo), per metterlo al corrente delle prodezze alle quali sta partecipando. “Ma come, era già sotto ascolto, prima ancora di commettere il fatto?” si chiede il lettore. Poi arriva la spiegazione, anche se pochissimo convincente: essendo il ragazzo consumatore di spinelli, è incappato in una normale indagine per droga. “Che colpo di fortuna hanno avuto!”, pensa il lettore. Al giornalista non sembra passare per il capo un’altra ben più verosimile ipotesi, e che cioè che il ragazzo fosse già tenuto sott’occhio. Nel qual caso ci sarebbero <span id="more-40467"></span>delle responsabilità per quanto è successo a Roma: se queste persone erano ascoltate, sembra difficile pensare che non si conoscessero nei dettagli le loro intenzioni e le loro strategie, il che avrebbe permesso di reagire, se ci fosse stata la volontà, in modo efficace. Pensandoci a mente fredda, sembra anzi molto probabile, che fossero controllati: in molti casi sono gli stessi soggetti che hanno commesso anche molti altri atti (lo vedo qui in provincia di Trento), e sono conosciutissimi dalle forze dell’ordine e talvolta dagli stessi media. Io non so se questa intercettazione sia veritiera o meno e se sia stata riportata fedelmente (il dubbio in questi casi resta sempre), e non posso certo escludere che non si tratti davvero di una normale inchiesta per droga (mi sembra però pochissimo probabile, visti i milioni di consumatori), e certo non voglio lanciarmi in azzardate dietrologie, dico solo che questo modo acritico di trattare la notizia mi ha fatto venire in mente come venivano riferiti e commentati i fatti violenti sui quotidiani degli anni ’70, quasi che la logica e il buon senso non fossero più di casa. La violenza non solo chiama violenza (e contrazione di democrazia), ma si accompagna sempre a un’involuzione dell’informazione (nel nostro caso non potrebbe essere che ulteriore). È anche per questo che non la vogliamo. Tutto qui.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/il-telefono-dellincendiario/">Il telefono dell&#8217;incendiario</a></p>
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		<title>La violenza che è in noi</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 06:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ci risiamo. Purtroppo ci risiamo. Di nuovo la violenza. Di nuovo la prospettiva di una spirale di violenza. C’erano segnali da diverso tempo, per chi avesse le orecchie fini, per chi abbia vissuto gli anni settanta e ricordi molti episodi artigianali e per certi versi patetici, a volte anche buffi, che hanno inaugurato la stagione del terrorismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/20/la-violenza-che-e-in-noi/">La violenza che è in noi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ci risiamo. Purtroppo ci risiamo. Di nuovo la violenza. Di nuovo la prospettiva di una spirale di violenza. C’erano segnali da diverso tempo, per chi avesse le orecchie fini, per chi abbia vissuto gli anni settanta e ricordi molti episodi artigianali e per certi versi patetici, a volte anche buffi, che hanno inaugurato la stagione del terrorismo. Ripeto, anche nella nostra regione. Sì, anche nella nostra regione. Allora come adesso. Ma adesso la cosa è sotto gli occhi di tutti.</p>
<p>Alla violenza si intende rispondere con la violenza. Inasprendo le leggi. Fingendo che i fatti di Roma non si sarebbero potuti evitare con le leggi attuali (sono anni, faccio un esempio, che le manifestazioni a Parigi sono protette dalla polizia, strada per strada, minuto per minuto, dalle frange violente, nel loro caso per lo più apolitiche). Mettendo in prigione, punendo con pene esemplari. È una risposta molto facile, e sciocca. Non ha funzionato allora, non funzionerà adesso. Provocherà anzi un’ulteriore radicalizzazione dei gruppi che adesso sono attratti dalla violenza (ripeto, ancora in maniera germinale e tutto sommato<span id="more-40402"></span> non grave). La crisi economica, la terribile crisi che incombe e che colpirà in primo luogo proprio i giovani, farà il resto.</p>
<p>L’Italia ha un irrisolto problema con la violenza. Negli ultimi cento anni ha vissuto le ecatombi della prima guerra mondiale, con gli ammutinamenti e le fucilazioni delle classi popolari inviate al macello, la ventennale violenta dittatura (lasciamo stare per piacere le visioni edulcorate che vanno per la maggiore) che ne è seguita, la guerra civile che l’ha conclusa, le violente diatribe riguardo alla sua interpretazione che tuttora imperversano, con l’imperante e inaccettabile equiparazione di chi ha lottato per o contro la democrazia, la riattivazione negli anni settanta delle lacerazioni di questa stessa lotta fratricida, le cui ferite non siamo ancora riusciti a curare completamente. Non nascondiamoci questa realtà. Noi italiani abbiamo la violenza nella nostra storia, non abbiamo fatto quello che occorreva per separarcene. Tutti noi. Lo si vede nello svolgersi quotidiano della politica, nel tono di qualsiasi dibattito politico televisivo.</p>
<p>La destra, questa destra corrotta e amorale e molto poco democratica e intollerante, ha delle enormi responsabilità. Per anni ha soffiato sulle ceneri con la sua violenza verbale e la sua grettezza, negando all’avversario qualsiasi dignità, trascinando il paese in un baratro sociale e di idee. Ma anche la sinistra ha le sue colpe. Questa sinistra che non ha saputo creare alternative, che non ha pensato a mandare in pensione i suoi incapaci e vetusti notabili, che s’è separata completamente dalla società civile.</p>
<p>Questi che chiamate delinquenti per me sono ragazzi. Certo incendiare una camionetta e tirare sassi ai poliziotti non è un fatto banale, ma non hanno ancora ammazzato nessuno. Non ancora. Ascoltiamoli. Cerchiamo di capire cosa dicono. Non prendiamoli in giro perché non sanno parlare bene (non dimentichiamo che anche le basi teoriche dei brigatisti erano molto povere). Parliamogli. Diciamogli le cose che la destra retriva degli anni settanta non ha saputo dire ai ragazzi che erano sedotti dalla violenza, macchiandosi a mio parere di un’oggettiva responsabilità. Riconosciamo, come l’hanno fatto gli abitanti della Val di Susa, sindaci in testa, che per certi versi e su certi temi possono avere anche ragione. Proponiamogli delle soluzioni. Costringiamogli a parlare, a usare le armi delle parole. Oppure metteteli in prigione. Demonizzateli. Fatene dei capri espiatori per le vostre irresponsabili strategie politiche e delinquenziali, o per l’incapacità a proporre un’alternativa. Risponderanno alla violenza con una violenza maggiore. Causeranno morte.</p>
<p>Provo tristezza e senso di impotenza.</p>
<p><em>[questo pezzo apparirà sul quotidiano "Trentino" del 21.10.11]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/20/la-violenza-che-e-in-noi/">La violenza che è in noi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lo Spettacolo della violenza</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 16:31:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>“Roberto ti scrivo perchè ti stimo ma questa volta ti sbagli. I numeri e le immagini mi sembrano chiare e non equivocabili, la logica dei buoni e dei cattivi questa volta regge poco.” E’ stato uno dei commenti di dissenso in calce alla lettera di Saviano sul sito di Repubblica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/">Lo Spettacolo della violenza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>“Roberto ti scrivo perchè ti stimo ma questa volta ti sbagli. I numeri e le immagini mi sembrano chiare e non equivocabili, la logica dei buoni e dei cattivi questa volta regge poco.” E’ stato uno dei commenti di dissenso in calce alla lettera di Saviano sul sito di Repubblica. Questo movimento no  ci sta a farsi dividere in buoni e cattivi. Saviano – a cui riconosco, come persona e come scrittore, grandi meriti, e l’ho scritto più di una volta – stavolta ha mancato il colpo, e lo ha mancato parecchio. E&#8217; interessante fare entrare in risonanza questa sua presa di posizione con la precedente, da cui personalmente mi sento ancor più distante, sulla sua incondizionata dichiarazione di solidarietà allo Stato di Israele e al suo governo resa pubblica durante la manifestazione organizzata nientedimeno che da Fiamma Nirenstein. Si era dimenticato, nell&#8217;elogiare l&#8217;avanzata legislazione sui diritti civili di quello Stato, che tale illuminata politica poggia esattamente su un apartheid che lo stesso pratica quotidianamente. E che pratica con un quoziente di violenza che dovrebbe essere inaccettabile per qualsiasi persona che abbia a cuore il senso della parola “democrazia” (ma già lo annotava Blanqui 160 anni fa:  “democrazia” è una parola che tutto contiene e nulla vuol dire, una parola-baule diciamo,  troppo pieno, dunque un significante vuoto).<span id="more-37587"></span> Perché un intellettuale così impegnato a reclamare la libertà di un popolo condanna con questa virulenza le forme di contestazione violenta che vengono da una generazione che si sente oppressa e senza prospettive, laddove invece accetta e giustifica la violenza immane di una grande macchina statale? Nella camera iperbarica in cui è costretto a vivere, mi pare che Saviano abbia smarrito il senso della realtà, e rovesciato la prospettiva. Non credo, e l&#8217;ho già scritto, che questo fosse già inscritto nel suo percorso ab initio (ho trovato e continuo a trovare semplicistica e fuori fuoco l&#8217;analisi di Dal Lago). Mi pare piuttosto che su questo Saviano di oggi si scontino gli effetti visibili della produzione di irrealtà della grande macchina mediatica: Saviano, reso icona spettacolare, separato <em>de facto</em> dalla realtà (ciò che lo ha reso quel che è, ché la forza di <em>Gomorra </em>stava proprio nell&#8217;addentrarsi nelle pieghe oscure del reale), non può che vivere il reale “di riflesso” &#8211; e in questo reale è compreso egli stesso, che tende perciò ad assumere i contorni e gli attributi della sua Immagine, facendosene copia conforme. Detournando Debord (peraltro, anch&#8217;egli, tra i feticci culturali di Saviano), potremmo dire che stiamo assistendo al suo “divenire immagine”.</p>
<div id="_mcePaste">Dovremmo perciò lasciarci lo Spettacolo alle spalle, e tornare alla realtà. E la realtà pare essere quella di una piazza che non “si” tiene più. Di un&#8217;intera generazione che non si tiene più, che non ci sta a essere incasellata, gestita, indirizzata, disciplinata. La disciplina che gli hanno scritto sui corpi gli sta stretta: perché aprendo gli occhi al mondo si rende conto che è questo mondo ad andargli stretto. Si scuote, allora, quel che si deve scuotere, comprese la fantasmizzazioni rivoluzionarie che le generazioni precedenti vorrebbero proiettargli addosso con le usurate categorie del politico del Novecento. Quando qui siamo, davvero, “oltre il Novecento”. Nulla a che fare con gli anni Settanta, dove il movimento aveva una fortissima identità ideologica e una fortissima prospettiva politica. Qui c’è una moltitudine polimorfa, dove il discorso pubblico prende letteralmente corpo a partire da urgenze e istanze esistenziali e da considerazioni materialistiche (gli effetti selvaggi del precariato sui propri fratelli e sorelle, se non quando sui propri genitori), oltre che da un totalitarismo, quello sì, ideologico da cui chi è nato nell’era del berlusconismo e non conosce altra dimensione pubblica si trova soffocato. Siamo in presenza di una generazione che sta forgiando, finalmente, il suo linguaggio nuovo, le sue nuove categorie: etiche, esistenziali, politiche.</div>
<div id="_mcePaste">Ogni logica binaria, a questa moltitudine, sta stretta. <em>Al di là dei buoni e dei cattiv</em>i, ricorda qualcosa? Si contemplano – ed è una contemplazione attiva – differenti modi d&#8217;essere e resistere e creare. E&#8217; ciò che chiamo “incompossibilità dei mezzi” (ma certo, anche questo potrebbe essere l&#8217;abbaglio di uno che appartiene a un&#8217;altra generazione). Si possono e si devono praticare varie forme di lotta, ognuno a suo modo, ognuno secondo la propria posizione, secondo la propria etica (ché l&#8217;etica è un fatto di posizione, è una mappa geografica). E quelle forme naturalmente saranno anche incompatibili tra loro, ma non si disconoscono, non si rifiutano e si scomunicano vicendevolmente. In quanto si è consapevoli che si sta guardando nella stessa direzione, e l&#8217;importante è intensificare il flusso delle cose.</div>
<div id="_mcePaste">E allora anche la questione violenza/non violenza non può che essere una questione stantia. Tutta chiusa entro quella logica binaria di un altro tempo. Questi ragazzi capiscono bene che c&#8217;è una violenza di sistema che viene spacciata per “innocente”, quando invece è il culmine possibile della violenza. E&#8217; l&#8217;ideologia della non-violenza planetaria, che occulta il massimo quoziente di violenza mai dispiegato nella storia mondiale. Per essere non-violenti davvero, allora, occorre riconoscere anche la verità di quella violenza che scaturisce &#8216;naturalmente&#8217; (ovvero, necessariamente) dalla storia. Altrimenti, la non-violenza non è altro che la morale degli schiavi.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; per questo che di fronte allo spettacolo ideologico della violenza che, con un singolare rovesciamento di soggetto e predicato, si spaccia per non violenza (e che promette di mantenere il mondo “pacificato”), viene naturale rivendicare la violenza possibile e, nel medesimo movimento, il valore della non violenza: si tratta di togliere ai gesti il velo dell&#8217;ideologia, e rivendicarli come puri gesti. (La pura violenza di Benjamin che non è mezzo in vista di un fine, ma ‘medio puro’, violenza che puramente agisce e manifesta: violenza che non rifonda un potere, ma che ne esibisce la finzione). Del resto – e questo anche nel vecchio mondo – la non-violenza non è pacifismo, rimozione del conflitto: piuttosto, essa è gestione del conflitto, ciò che può implicare doverlo far emergere laddove esso venga occultato. E questo mi sembra il caso presente (eternamente presente). Il nazareno, com&#8217;è noto, un giorno s&#8217;incazzò ed entrò nel tempio a distruggere le proprietà private dei mercanti.</div>
<div id="_mcePaste">Tutto questo è, semplicemente, “naturale”. C’è solo da comprendere (<em>Nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere</em>…). Comprendere la rabbia che monta, segno innocente. Come i fiumi che esondano per la cementificazione, mi si consenta la metafora: in tal caso non si dice che la Terra sbaglia. C’è solo da capire dove abbiamo sbagliato “noi”.</div>
<div id="_mcePaste">[pubblicato sul manifesto il 21/12/2010]</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/21/lo-spettacolo-della-violenza/">Lo Spettacolo della violenza</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 07:04:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da <a href="mailto:lorenzo.bernini@univr.it">Lorenzo Bernini</a> il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco <a href="mailto:eglbtvr@yahoo.it">EGLBT</a> (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di <a href="http://www.linapallotta.com">Lina Pallotta</a>. - Jan Reister]</em></p>
<h3>Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini</h3>
<p></p>
<p>Non mi piacciono le fiaccolate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/18/un-monito-alle-vittime-dellemergenza-omofobia/">Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da <a href="mailto:lorenzo.bernini@univr.it">Lorenzo Bernini</a> il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco <a href="mailto:eglbtvr@yahoo.it">EGLBT</a> (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di <a href="http://www.linapallotta.com">Lina Pallotta</a>. - Jan Reister]</em></p>
<h3>Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini</h3>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26417" title="1-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/1-450.jpg" alt="1-450" width="450" height="300" /></p>
<p>Non mi piacciono le fiaccolate. O meglio non mi piace il fatto che ultimamente la fiaccolata sembra essere diventata la modalità di manifestazione prediletta dal movimento lesbico gay trans. Come non mi piace lo slogan che è stato scelto per l’ultima manifestazione nazionale contro l’omofobia a Roma: cioè “<a href="http://uguali.wordpress.com/">uguali</a>”. Questo perché in quanto appartenente a una minoranza oppressa, oggetto di discriminazione e di odio, non solo non mi sento uguale, ma soprattutto non aspiro a essere uguale a chi esprime posizioni omofobiche, a chi incarna quello stile di vita eterosessuale che mi esclude, e da cui dipende la mia discriminazione. Aspiro piuttosto a rivendicare la mia diversità, e a farne un punto di partenza per la trasformazione.<span id="more-26206"></span></p>
<p>Condivido la necessità di reclamare uguali diritti. I diritti dobbiamo esigerli tutti: non solo una legge antidiscriminatoria e i pacs, ma anche il matrimonio, l’adozione, l’accesso alle tecniche di riproduzione assistita. Però dobbiamo anche riflettere su ciò che ce ne faremo di questi diritti, se mai riusciremo a conquistarli in Italia. Dovremmo anche riflettere su quale mondo vorremmo una volta che fossimo riusciti a diventarne pienamente cittadini. È importante che lottiamo per avere uguali diritti, per raggiungere un’eguaglianza giuridica anche nello Stato italiano.</p>
<p>Però la parola d’ordine “uguali” rischia di esprimere un desiderio di omologazione sociale, di inclusione nella società così come già è, mentre il mio desiderio, il modo in cui interpreto il mio impegno politico in quanto gay, è quello di contestare questa società, così come essa è e come oggi sta diventando, e di lavorare per il cambiamento. Per questa ragione non riesco a sentirmi rappresentato da manifestazioni che assomigliano a cortei funebri in cui ognuno racconta la sua storia personale di sofferenza per commuovere i presenti e per reclamare una “sicurezza” intesa come la sicurezza repressiva della polizia. E non mi sento rappresentato da manifestazioni in cui si invitano i cittadini italiani a partecipare senza alcuna insegna politica, come se non ci fosse alcuna differenza oggi in Italia tra maggioranza e opposizione parlamentare e sociale, tra destra e sinistra, tra neoliberali e anticapitalisti, tra gerarchie cattoliche e attivisti laici.</p>
<p>In quanto militante gay non riesco insomma a identificarmi nel ruolo di una “povera vittima” che insieme ad altre “povere vittime” si limita a piangere il lutto delle violenze subite dalla comunità omo/trans-sessuale. Non riesco a riconoscermi in iniziative che hanno lo scopo di rivendicare protezione, o meglio di mendicare protezione da quel governo il cui atteggiamento misogino, omofobico, transfobico e razzista è il vero responsabile del nuovo clima di crescente intolleranza per tutte le minoranze che si è ormai ampiamente diffuso in Italia – per le minoranze sessuali, ma anche per la minoranze etniche, religiose e culturali, per i migranti. E di conseguenza sono spaventato dal fatto che la parlamentare del PD Paola Concia, che per quanto non provenga da una militanza nel movimento lesbico è oggi considerata la rappresentante del movimento lesbico gay trans in parlamento, ha aperto addirittura un dialogo con gruppi neofascisti come <a rel="nofollow" href="http://www.casapound.org">casa Pound</a>.</p>
<p>Per queste ragioni al titolo che mi avete proposto per questo incontro sull’emergenza omofobia,  “Fate l’amore, non la guerra” ho scelto di aggiungere un sottotitolo: “Un monito alle ‘vittime’ dell’‘emergenza’ omofobia”, dove le parole “vittime” ed “emergenza” sono tra virgolette, perché sono le parole chiave del mio intervento, quelle su cui vorrei soffermarmi, che vorrei interrogare e mettere in discussione.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26418" title="2-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2-450.jpg" alt="2-450" width="450" height="300" /></p>
<p><em>Il coordinamento di associazioni trans <a href="http://www.sylviarivera.org/">Sylvia Rivera</a>. Da sinistra a Destra: Juana Ramos (Associazione Transexualia – Madrid), Laurella Arietti (circolo Pink – Verona), Porpora Marcasciano e Marcella Di Folco (<a href="http://www.mit-italia.it/">Movimento d’Identità Transessuale</a>)</em></p>
<p>Prima di soffermarmi su queste parole del sottotitolo, vorrei però iniziare dal commentare il titolo. Il motto che avete scelto, “Fate l’amore, non la guerra”, è ben diverso dalla parola d’ordine “uguali” – e personalmente mi sarebbe piaciuto molto che il movimento lesbico gay trans avesse scelto uno slogan come questo per l’ultima manifestazione romana. La contrapposizione tra fare l’amore e fare la guerra esiste già in Ovidio (nelle Eroidi). “Gli altri facciano la guerra, Protesilao faccia l’amore”: queste sono le parole che Laodamia pronuncia pensando al marito, il guerriero greco Protesilao che sta per partire per la guerra di Troia &#8211; sarà il primo dei guerrieri greci a toccare terra e il primo a essere ucciso dai Troiani.</p>
<p>Il motto “Fate l’amore non fate la guerra” come noi lo conosciamo non deriva però da Ovidio, ma è generalmente attribuito al filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970), che fu un intellettuale pacifista e anticonformista, laicista e socialista, difensore dei diritti delle donne e della libertà sessuale – un intellettuale che pagò caro il suo impegno politico. Russell si oppose infatti all’ingresso della Gran Bretagna nella prima guerra mondiale, e per questo perse il suo posto di insegnamento al Trinity College, fu arrestato e trascorse ben sei mesi in carcere. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale invece Russell accantonò il suo pacifismo, e sostenne la necessità che l’Inghilterra intervenisse militarmente contro Hitler. Negli anni della guerra fredda tornò invece a difendere le ragioni del pacifismo, fu un sostenitore del disarmo nucleare e fu condannato a un’altra settimana di prigione in seguito a una manifestazione per il disarmo. Morì nel 1970, e fece in tempo a prendere parte anche alle manifestazioni pacifiste contro la guerra del Vietnam. Alla sua morte il suo “fate l’amore, non la guerra” divenne uno dei motti più ricorrenti nel movimento pacifista e della contestazione.</p>
<p>Erano gli anni della rivoluzione sessuale, in cui i giovani dei movimenti studenteschi americani ed europei sognavano un mondo diverso da quello dei loro padri e delle loro madri, un mondo in cui il sesso fosse libero, senza costrizioni, in cui l’amore potesse prendere forme diverse dalla famiglia eterosessuale riproduttiva che nella sua struttura classica è sinonimo di oppressione della moglie da parte del marito, dei figli e delle figlie da parte dei genitori. I giovani degli anni settanta sognavano un mondo rinnovato, in cui la logica dell’amore prevalesse sulle logiche della sopraffazione sessuale e generazionale, e sulle logiche della guerra e della violenza.</p>
<p>È appunto da questa effervescenza politica e sociale che nacquero tanto i movimenti femministi, quanto i movimenti gay lesbici e transessuali. E non nacquero come movimenti di vittime che chiedono pietà e protezione alla società così come essa esiste, ma come movimenti audaci e coraggiosi che aspirano a trasformare la società. Ad esempio allo Stonewall Inn di New York il 28 giugno 1969 transessuali gay e lesbiche non chiesero la protezione della polizia, ma al contrario reagirono contro la polizia che abitualmente faceva irruzione nei locali gay maltrattandone e arrestandone gli avventori. In quel caso non si trattò di una reazione non violenta, ma di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Stonewall">una guerriglia urbana</a> che durò alcuni giorni – e che fu iniziata dalla transessuale Sylvia Rivera che lanciò una bottiglia contro un poliziotto.</p>
<p>Questa è la ricorrenza che il movimento festeggia ogni 28 giugno come giornata dell’orgoglio lesbico gay trans. Questa è la ricorrenza che tradizionalmente il movimento festeggia esibendo provocatoriamente corpi seminudi, grandi seni siliconati, paillettes, lustrini e indumenti di cuoio nelle gay parade come segno della rivoluzione sessuale, come segno dell’aspirazione a un mondo creativo e gioioso, “anormale” forse, ma certamente “favoloso”.</p>
<p>La parola “gay” che negli anni settanta è stata scelta dal movimento anglosassone al posto del più tradizionale “omosessuale”, che è un termine che deriva dal lessico medico, allude proprio al desiderio di essere diversi dagli altri, di essere provocatoriamente gioiosi, gai appunto. La parola “gay” designa inizialmente anche la volontà di non manifestare nel modo serioso e austero dei movimenti marxisti di quegli anni, la volontà di rigettare l’organizzazione di stampo militarista che caratterizza alcuni di quei movimenti, per privilegiare l’ironia, la provocazione, la gioia di esibire il proprio corpo. “Gay” negli anni settanta ha più o meno il significato politico che oggi, mutatis mutandis, ha acquistato la parola “queer”, con cui una parte del movimento ha scelto di rinominarsi, mentre un’altra parte del movimento rigetta quel modo gaio di manifestare, e plaude a un nuovo modo di scendere in piazza, più educato e disciplinato – un modo di manifestare che dovrebbe renderci più rispettabili, non più orgogliosi della nostra differenza ma appunto “uguali”, non più inclini a scandalizzare ma al contrario impegnati a dichiarare i nostri buoni sentimenti, a raccontare le nostre storie per impietosire chi ha il buon cuore di ascoltarci.</p>
<p>Anche in Italia abbiamo avuto la nostra Stonewall: il 5 aprile 1972 si tenne a Sanremo un convegno di psichiatri, organizzata dal Centro Italiano di Sessuologia, un organismo di ispirazione cattolica, che tra le altre cose si proponeva di discutere le possibili cure dell’omosessualità. Una quarantina di militanti del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), protestarono di fronte al convegno con slogan come “psichiatri, siamo venuti a curarvi!”. Mentre gli psichiatri cattolici entravano nella sala del convegno, i manifestanti li irrisero urlando loro “normali!”, come un insulto. Naturalmente vennero sgomberati dalla polizia, ma Angelo Pezzana, uno dei fondatori del movimento, riuscì a prendere la parola durante il convegno. Non dichiarò “sono una vittima di voi psichiatri”, “sono infelice a causa vostra e di quelli come voi”, ma al contrario dichiarò <a href="http://books.google.com/books?id=2cJ1zT70ucwC&amp;pg=PA57&amp;lpg=PA57&amp;dq=gianni+rossi+barilli+sanremo&amp;source=bl&amp;ots=yT1pv3BcD9&amp;sig=UdrPRef4gZDS1-DA0jiQIEZmGJo&amp;hl=it&amp;ei=djf0SrGAOJTSmgPE98W1Aw&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=1&amp;ved=0CAgQ6AEwAA#v=onepage&amp;q=&amp;f=false">“sono omosessuale e felice di esserlo”</a>. E a me dispiace molto che questo richiamo alla felicità, e anche alla felicità della partecipazione politica, alla felicità del manifestare assieme agli altri per costruire un mondo diverso, sembra essersi persa nel nostro movimento.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26419" title="3-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/3-450.jpg" alt="3-450" width="450" height="300" /><br />
<em> Vinicio Diamanti e Porpora Marcasciano</em></p>
<p>Sono passati molti anni da allora, tante cose sono cambiate in meglio nelle vite dei gay delle lesbiche, delle donne e degli uomini trans italiani, anche se oggi ci troviamo ad affrontare questa “emergenza” omofobia. Il movimento è cresciuto moltissimo, oggi le nostre manifestazioni non sono più composte da pochi militanti coraggiosi, ma riempiono le strade e le piazze delle città e coinvolgono anche molti simpatizzanti eterosessuali. Per fortuna oggi la polizia non ci carica e non ci arresta, ma piuttosto protegge le nostre manifestazioni dal rischio di aggressioni esterne.</p>
<p>E tuttavia anziché aver acquistato maggior grinta, maggior forza trasformativa, il movimento sembra essersi assestato su posizioni moderate. Anziché promuovere cambiamento, sappiamo chiedere soltanto l’accesso agli stessi diritti di cui godono le persone eterosessuali, e l’assimilazione sociale. Anziché dichiarare la nostra felicità, il nostro orgoglio di non essere uguali agli altri, il nostro desiderio di non essere “normali”, impersoniamo il ruolo di vittime che supplicano protezione a chiunque, che chiedono l’approvazione di qualsiasi forza politica, che aspirando a essere “normali” come tutti gli altri, dialogando persino con i neofascisti.</p>
<p>Non sto negando che siamo anche delle vittime, vittime della violenza omofobia e transfobica. Omofobia e transfobia sono realtà nella nostra società e nell’ultimo anno e negli ultimissimi mesi sono stati sempre più frequenti gli episodi di violenza verso le persone lesbiche gay e transessuali. Però essere vittime non neutralizza la nostra responsabilità, non ci esime cioè dalla decisione su che cosa possiamo e dobbiamo fare a partire dalla violenza che subiamo.</p>
<p>Un’importante riflessione filosofica sulla responsabilità delle vittime è stata sviluppata dopo la seconda guerra mondiale da alcuni filosofi di origine ebraica, come la tedesca Hannah Arendt (1906-1975) e il lituano-francese Emmanuel Lévinas (1905-1995). Arendt ne Le origini del totalitarismo sostiene che il popolo ebraico in Europa prima della Shoah è stato responsabile di non aver compreso l’importanza della politica, e di aver confuso l’eguaglianza giuridica e l’assimilazione sociale con l’emancipazione politica – con la rivendicazione politica dei diritti per gli ebrei e per tutte le minoranze. Sempre Arendt in Vita activa ha poi difeso l’importanza dell’azione politica, arrivando a sostenere che la politica è l’attività più propriamente e pienamente umana, quella in cui l’esistenza umana trova maggiormente senso e realizza la sua felicità.</p>
<p>Lévinas, in testi come Totalità e infinito e Altrimenti che essere o aldilà dell’essenza ha invece condotto un’importante riflessione non-violenta sul concetto di responsabilità, secondo cui la responsabilità si definisce non in relazione a ciò che si è fatto, ma in relazione alla presenza dell’altro che è sempre di fronte a noi, anche quando non abbiamo agito un atto, ma lo abbiamo subito. La filosofa ebrea lesbofemminista Judith Butler (1956-) in tempi recenti ha riformulato il pensiero di Lévinas per criticare l’attuale politica dello Stato di Israele verso il popolo palestinese. Una vittima può reagire alla violenza subita con l’autodifesa (come accadde a Stonewall), oppure esercitando violenza su altri (come quella che oggi il governo israeliano esercita sul popolo palestinese), oppure restando congelata nel proprio ruolo di vittima e reclamando protezione, oppure ancora scegliendo di rifiutare la violenza e di costruire un mondo pacifico. Quest’ultima a mio avviso, quando è possibile, è la scelta propriamente morale, e propriamente politica.</p>
<p><em><del datetime="2009-11-18T12:49:01+00:00">[intervento redazionale - JR]</del><br />
</em></p>
<p>Come sapete anche gli omosessuali sono stati rinchiusi e uccisi nei campi di sterminio nazisti: quella che oggi chiamiamo “emergenza” omofobia non è che l’“emergere”, sui giornali e in tv, di una violenza che lesbiche gay e transessuali hanno da sempre subito nella storia. L’emergenza omofobia sui nostri media segue altre emergenze: l’emergenza bullismo, ad esempio – che è ad essa legata perché i bambini e gli adolescenti più bersagliati a scuola dai compagni come ben sappiamo sono i bambini e gli adolescenti effeminati, quelli che non si conformano agli standard di virilità ritenuti accettabili dai loro coetanei.</p>
<p>Un’altra emergenza che ha preceduto l’emergenza omofobia è l’emergenza della violenza sulle donne – l’emergenza stupri. Il movimento femminista ha più volte denunciato che la maggior parte degli stupri in Italia è sempre avvenuta e continua ad avvenire tra le mura domestiche: nelle famiglie eterosessuali tradizionali da sempre i mariti violentano le mogli, i padri da sempre violentano le figlie. Ma come sapete la cosiddetta emergenza stupri riguarda altre violenze, quelle compiute per strada dai cosiddetti “extracomunitari”: questi per i giornali e le tv costituiscono l’emergenza, perché sono una tragica novità, mentre i “normali” stupri familiari non fanno notizia.</p>
<p>Emergenza omofobia, emergenza bullismo ed emergenza stupri rientrano poi in quella che giornali e tv hanno presentato come una più ampia emergenza sicurezza, che tende a rappresentare tutti i cittadini italiani come vittime potenziali di un crimine generalizzato in crescita nella società italiana a causa dell’immigrazione. Un’emergenza che per questo governo deve essere risolta con l’impiego della polizia e dell’esercito: non stanziando fondi per l’educazione alla non violenza, per un’educazione sessuale nelle scuole incentrata sui diritti delle donne e delle minoranze sessuali, e ancora per un’educazione alla diversità culturale che possa far sentire i migranti più accolti nel nostro paese (questo governo sta continuamente tagliando fondi per l’istruzione, dalla scuola elementare all’università), ma attraverso l’esercizio della repressione poliziesca – una violenza istituzionale che deve essere più forte della violenza criminale.</p>
<p>Di nuovo non sto negando affatto che bullismo stupri e omofobia siano realtà con cui dobbiamo fare i conti, e che dobbiamo contrastare. Né sto negando che l’aumento di alcuni crimini in Italia sia legato alla presenza nel nostro paese di migranti poveri e disperati – poveri e disperati, ma non per questo privi di responsabilità per ciò che fanno. Vorrei però sottolineare il fatto che le politiche securitarie e repressive di questo governo, e anche i tagli al sistema scolastico e universitario che riguardano me come ricercatore e voi come studenti, sono concause di queste emergenze.</p>
<p>È come se oggi in Italia si fossero infranti degli argini morali, e di conseguenza stessero “emergendo” razzismi e intolleranze che sono sempre state parte della nostra società, ma che prima i cittadini italiani avevano più remore a esprimere pubblicamente. Ed è indubbio che il fatto che certi personaggi siedano nel nostro parlamento e appartengano al nostro governo faccia sentire gli italiani maggiormente legittimati a esprimere pubblicamente il loro razzismo e la loro intolleranze.</p>
<p>Di fronte al vice presidente del Senato Calderoli che chiama i gay “culattoni” e porta provocatoriamente un maiale a passeggiare sul luogo destinato alla costruzione di una moschea; di fronte al ministro dell’Interno Maroni che voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom e che ha sostenuto che occorre “essere cattivi con i clandestini”; di fronte ai respingimenti dei barconi dei migranti a Lampedusa; oppure di fronte al presidente del Consiglio Berlusconi che anche di fronte agli “scandali sessuali” di cui è protagonista si vanta della sua virilità, che racconta barzellette sui gay agli operai impegnati nella ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo e che si dichiara contrario a un’Italia multietnica; di fronte a tutto questo, e sono solo degli esempi, perché dovremmo stupirci se il nostro vicino di casa si sente legittimato a dire quanto gli facciano schifo il colore della nostra pelle o le nostre abitudini sessuali? Se in seguito al pacchetto sicurezza un anno fa a Roma la polizia ha organizzato violente retate contro le prostitute transessuali – più che delle retate, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=wj_X2Tn6fyg">delle vere e proprie cacce alle trans</a> – perché dovremmo stupirci se alcuni gruppetti di balordi si sentono legittimati a proseguire questa caccia alle minoranze sessuali? Anche l’atteggiamento del governo italiano oggi è razzista, anche quella istituzionale è omofobia e transfobia – e questo è il terreno di coltura su cui si sviluppano gli episodi più estremi della violenza di cui siamo vittime.</p>
<p>Siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, quindi. E se un tempo di questa violenza l’informazione non faceva parola, negli ultimi tempi per fortuna giornali e televisioni non ce la nascondono più. Quello della vittima sembra anzi essere il ruolo che più volentieri ci viene attribuito dai media. Un ruolo “rispettabile” che gli stessi membri del governo e i loro colleghi e amici sono disposti a riconoscerci. Tutti infatti (o meglio: quasi tutti), anche quando ci hanno insultato con barzellette o male parole il giorno prima, sono poi disposti a difenderci – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – quando appariamo come vittime di violenza. Persino il sindaco di Roma Alemanno, ex estremista di destra poi entrato in AN e nel PdL, ha preso parte alla fiaccolata romana contro le violenze omofobiche, per poi dire che come buona parte dei parlamentari del PdL avrebbe votato contro l’approvazione del disegno di legge Concia per l’introduzione nel codice penale dell’aggravante di omofobia nei casi di violenza.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-26421" title="5-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/5-450.jpg" alt="5-450" width="300" height="450" />Di fronte a questa situazione a mio avviso, anche se siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, dovremmo sforzarci di non essere soltanto delle vittime, e di recuperare almeno un po’ della volontà trasformativa che caratterizzava gli inizi del nostro movimento. Dovremmo seguire l’insegnamento di Arendt, e riacquistare il senso della felicità pubblica, della partecipazione attiva alla politica, non solo per reclamare protezione da questa società così com’è, ma anche per contribuire alla trasformazione della società in nome dei principi di eguaglianza giuridica e di rispetto per le differenze.</p>
<p>Lo scrittore Christopher Isherwood (1904-1986) – l’autore di Addio a Berlino da cui è stato tratto nel 1972 il famoso musical di Bob Fosse Cabaret con Liza Minnelli – sosteneva che l’omosessualità era stata per lui motivo di ispirazione, perché gli aveva permesso di esercitare uno sguardo obliquo sul mondo, uno sguardo queer, che è lo sguardo curioso di chi non si accontenta di guardare il mondo così come solitamente appare, come lo guardano i più, ma lo osserva secondo una prospettiva imprevista e inedita.</p>
<p>Il filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), autore di capolavori come Storia della follia, Sorvegliare e punire, La volontà di sapere, intervistato sulla propria omosessualità nel 1981, dichiarò invece: “Bisogna diffidare dalla tendenza a ricondurre la questione dell’omosessualità al problema del ‘chi sono?’, ‘qual è il segreto del mio desiderio?’. Forse sarebbe meglio domandarsi: ‘Quali reazioni possono, attraverso l’omosessualità, essere stabilite, inventate, moltiplicate, modulate?’”. E poi continuò: “L’omosessualità è una grande occasione storica per riaprire virtualità relazionali ed affettive, non tanto per le qualità intrinseche dell’omosessuale, ma perché la sua posizione in un certo senso ‘trasversale’, le linee diagonali che può tracciare nel tessuto sociale, permettono di fare emergere tali virtualità”.</p>
<p>A mio avviso sarebbe importante che il movimento lesbico gay trans, anche a partire dal fatto che essere lesbiche gay trans in Italia oggi, come purtroppo da sempre, significa essere esposti alla violenza omofobica e transfobica, continuasse a vivere l’omosessualità e la transessualità come osservatori privilegiati sul mondo, come occasioni di trasformazione e di cambiamento, o almeno, di fronte alla deriva neoautoritaria che sta prendendo la politica italiana, come occasioni di resistenza, di difesa della nostra costituzione antifascista e dei diritti che sancisce, e anche di difesa delle conquiste sociali e culturali – anche se per il momento non giuridiche – che la comunità omo/trans-sessuale ha comunque ottenuto anche in Italia dagli anni settanta ad oggi.</p>
<p>In questa prospettiva, ad esempio, il movimento avrebbe dovuto essere più radicale nell’affermare che avremmo voluto non l’introduzione dell’aggravante per omosessualità nel codice penale, come proponeva il disegno di legge Concia, ma l’introduzione dell’omofobia e della transfobia nella legge Mancino. Anziché appoggiare direttamente il disegno di legge Concia con una manifestazione intitolata “uguali”, a mio avviso il movimento avrebbe dovuto appoggiarlo indirettamente (obliquamente, in modo queer) indicendo una manifestazione dal titolo diverso – magari “fate l’amore, non la guerra”, oppure “orgogliosi di essere diversi e antifascisti” – chiedendo l’ampliamento della legge Mancino.</p>
<p>La differenza tra il disegno di legge Concia che è stato discusso e bocciato e la legge Mancino infatti non è di poco conto: accontentandosi del disegno di legge Concia gli omosessuali hanno assunto il ruolo di vittime che chiedono protezione giuridica e poliziesca solo per se stessi, dimenticando la responsabilità dell’impegno politico verso gli altri – solo gli omosessuali hanno assunto questo ruolo, perché il disegno di legge concia non nominava uomini e donne transessuali, né gli uomini e le donne migranti. Se il movimento lesbico gay trans avesse invece manifestato unito per l’ampliamento della legge Mancino, a mio avviso avrebbe assunto il ruolo di una forza politica che difende le ragioni dell’antifascismo contro i rischi di neoautoritarismo, di esautorazione delle prerogative parlamentari, di cancellazione dei diritti costituzionali, di razzismo, di omofobia e di transfobia presenti oggi nel nostro paese.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26422" title="6-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/6-450.jpg" alt="6-450" width="450" height="295" /><br />
<em> Marcella Di Folco e Vladimir Luxuria</em></p>
<p>Il disegno di legge Concia avrebbe introdotto nel codice penale, all&#8217;articolo 61, tra le circostanze aggravanti in caso di aggressione, il fatto che il reato sia stato commesso per ragioni relative all’orientamento sessuale della persona aggredita – quindi nel caso in cui la vittima sia un gay o una lesbica, non un/una transessuale o un/una migrante (per ora l’articolo 61 considera aggravanti i futili motivi, oppure il fatto che l’aggressione serva per coprire un precedente reato o per commetterne un altro, o ancora l’uso di sevizie e la crudeltà nell’esercizio della violenza, o il fatto che la violenza sia associata a un abuso di potere…).</p>
<p>Al disegno di legge Concia, che sulla carta era appoggiato da parte del PD, parte del PdL e persino da parte della Lega, sono state opposte due obiezioni: la prima era relativa alla presunta ambiguità del termine “orientamento sessuale” – tutti sappiamo a che l’espressione indica l’omosessualità, tranne alcuni parlamentari del PdL, secondo cui l’espressione comprende anche la pedofilia, la necrofilia o la zoofilia, e che pertanto hanno chiesto che il disegno di legge fosse rimandato in Commissione…</p>
<p>La seconda, che è stata determinante per la bocciatura del disegno di legge durante la discussione parlamentare, è stata sollevata dall’UdC, ed era relativa al fatto che questa aggravante avrebbe compromesso il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Anche questa è una motivazione pretestuosa, perché l’articolo 3 non sostiene soltanto “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ma continua: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.</p>
<p>Nello spirito di quanto affermato dall’articolo 3 della Costituzione, sostenere che un’aggressione di una minoranza oppressa è più grave di un’aggressione compiuta a scopo di rapina non è affatto una discriminazione a favore della minoranza – come è stato pretestuosamente obiettato a disegno di legge Concia – ma rientra nel tentativo da parte dello Stato di rimuovere gli ostacoli culturali e sociali che impediscono l’eguaglianza giuridica dei cittadini (come avviene nelle politiche di pari opportunità per le donne). Il rilievo di incostituzionalità era quindi evidentemente pretestuoso. E infatti la corte costituzionale non ha mai obiettato che la legge Scelba o la legge Mancino contraddicano l’articolo 3 della costituzione.<br />
Quando fu scritta la costituzione, nel 1946 e nel 1947, i costituenti la corredarono di una norma, la XII norma transitoria, che afferma inderogabilmente il principio secondo cui “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Da questo principio generale la norma transitoria trae come conclusione che per 5 anni, in deroga all’articolo 48 (secondo cui tutti i cittadini maggiorenni, uomini e donne, hanno uguale diritto di partecipare alle elezioni e di esercitare il diritto di voto), i “capi responsabili” del partito fascista non potevano candidarsi alle elezioni. La XII norma transitoria ha avuto applicazione nel 1952 nella legge 645 o legge Scelba, che introduce il reato di apologia di fascismo che consiste non solo nel fare propaganda per ricostituire il partito fascista, ma anche nell’“esaltare, minacciare o usare la violenza come metodo di lotta politica, nel denigrare i principi democratici e le libertà sancite dalla costituzione” e nel fare “propaganda razzista”.</p>
<p>Anche la legge 205 del 1993, o legge Mancino, è un’applicazione della XII norma transitoria. La legge Mancino punisce con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sull&#8217;odio razziale o etnico, e chi incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La proposta originaria avanzata dal movimento lesbico gay e trans era di aggiungere la discriminazione per ragioni relative all’orientamento e all’identità sessuali alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi già punite dalla legge Mancino. Ma su una tale proposta non si sarebbe mai raggiunto un accordo con le destre né con i cattolici, e allora si è ripiegato – a mio avviso sbagliando – sul sostegno incondizionato e diretto del disegno di legge Concia.</p>
<p>A mio avviso si è trattato di una scelta sbagliata, perché la differenza tra le leggi Scelba e Mancino e il disegno di legge Concia è enorme, e le prime hanno un significato politico che l’ultimo non avrebbe potuto avere. Le leggi Scelba e Mancino non hanno infatti introdotto un’aggravante a un reato, ma hanno introdotto nuovi reati: l’apologia di fascismo e la discriminazione o l’incitazione alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi – a cui originariamente e giustamente il movimento lesbico gay trans chiedeva di aggiungere la discriminazione per motivi relativi all’orientamento e all’identità sessuali. Si tratta quindi, in questo caso, non solo di reati di violenza e di omicidio, ma anche di reati di opinione – si tratta di affermare il principio che non possono essere pronunciate parole di odio contro le minoranze. Un principio tanto più necessario in una società come è diventata oggi quella italiana, in cui come dicevo prima sembrano essere saltati degli argini morali, e sembra che tutto possa essere detto impunemente, senza ricevere alcun biasimo – né giuridico, né morale.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26423" title="7-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/7-450.jpg" alt="7-450" width="450" height="300" /><br />
<em> Valerie Taccarelli (Movimento d’Identità Transessuale)</em></p>
<p>Quando furono promulgate le leggi Scelba e Mancino, esponenti del Movimento Sociale Italiano e di Allenanza Nazionale sostennero che queste due leggi fossero in contrasto non con l’articolo 3, ma con l’articolo 21 della Costituzione, che è l’articolo che garantisce la libertà di pensiero. Ad oggi però nessuno ha richiesto l’intervento della corte costituzionale per la legge Mancino. La corte costituzionale si è invece pronunciata sulla legge Scelba, che fu applicata contro alcuni esponenti del Movimento Sociale Italiano. Durante i processi fu sollevata l’obiezione di anticostituzionalità, ma in due sentenze del 1957 e del 1958 la corte costituzionale rispose che proprio per garantire la libertà di pensiero la costituzione italiana proibisce la riorganizzazione del partito fascista, e che quindi è coerente con la costituzione bandire anche quelle forme di propaganda che potrebbero condurre a tale riorganizzazione.</p>
<p>Secondo queste sentenze della corte costituzionale, quindi, alla base della struttura della nostra costituzione sta un principio classico del liberalismo – affermato per la prima volta alla fine del 1600 dal filosofo britannico John Locke (1632-1704) contro i “papisti”, cioè contro i cattolici –, che è un principio molto semplice secondo il quale per garantire la tolleranza in democrazia è necessario bandire l’intolleranza: non si può insomma essere tolleranti con gli intolleranti. La democrazia liberale non è infatti il regime in cui si può dire tutto e in cui la volontà della maggioranza non ha alcun freno, ma è il regime che pone a proprio fondamento i principi della libertà e dell’uguaglianza, che pone questi principi al di sopra della volontà della maggioranza, che difende questi valori da chi tenta di metterli in discussione attraverso forme di propaganda.</p>
<p>A mio avviso questo principio di Locke è un principio politico che anche il movimento lesbico gay e trans dovrebbe fare suo, e che dovremmo aggiungere come auspicabile motto del movimento: “Fate l’amore, non la guerra”, “siate orgogliosi di essere diversi e antifascisti”, “non siate tolleranti con gli intolleranti”! Perché non si può dialogare politicamente con i neofascisti di casa Pound. Non si può cercare di fare una “leggiucchia” contro l’omofobia – e non contro la transfobia e il razzismo – assieme al PdL e alla Lega. E non ha senso chiedere protezione a coloro che hanno creato quel clima d’odio per le minoranze che è un ottimo terreno di coltura per le violenze omofobiche e transfobiche. Siamo vittime di violenza, ma questo non ci condanna a essere solo vittime di violenza – e non ci esime dalle nostre responsabilità politiche.</p>
<p>Chi si identifica con la vittima, chi si accontenta del ruolo di vittima che oggi i giornali e le tv cuciono addosso a noi lesbiche gay e transessuali, può accontentarsi di supplicare protezione a chiunque, di qualsiasi parte politica faccia parte, di destra o di sinistra, cattolico o laico.</p>
<p>Ma fare politica non è supplicare protezione – è un’altra cosa. Fare politica significa non rimanere neutrali ed equidistanti rispetto agli attori politici presenti, ma significa prendere posizione – non in nome del proprio personale interesse, ma in nome di una giustizia che riguarda tutti e tutte. Ad esempio significa difendere i valori dell’antifascismo e dell’antirazzismo, fare opposizione contro le derive neoautoritarie e razziste di questo governo, e interpretare la difesa di un documento antico ma prezioso come la costituzione – questa resistenza oggi necessaria – non come un gesto di conservazione ma come un gesto di trasformazione volto al futuro.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26424" title="8-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/8-450.jpg" alt="8-450" width="450" height="300" /></p>
<p><em> Lorenzo Bernini, Valerie Taccarelli e Mirca Vergnano (associazione Evadamo di Torino) al seminario trans organizzato dal coordinamento Sylvia Rivera a Terranova Bracciolini (FI) nel maggio 2008<br />
</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p>L’autore:</p>
<ul>
<li> Le pecore e il pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault <a href="www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4495">Liguori</a></li>
<li> Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità.<a href="http://books.google.com/books?id=kuOUvzS9Y_oC&amp;pg=PA49&amp;lpg=PA49&amp;dq=%22Lorenzo+Bernini%22#v=onepage&amp;q=%22Lorenzo%20Bernini%22&amp;f=false">ebook</a></li>
<li> Intervista <a href="www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=21892">arcigay</a></li>
<li> Intervista <a href="www.c6.tv/component/library?task=view&amp;id=2165">C6 TV</a></li>
<li><a href="www.fuoriaula.com/fuori-aula-network/news/romeo-love-23-chi-siamo">Romeo in Love</a> &#8211; Podcast sulla cultura gay, lesbica, bisessuale e transessuale (GLBT*)</li>
<li><a href="http://www.la7.it/intrattenimento/dettaglio.asp?prop=universication&amp;video=31995">universication</a> La7  (minuto 14:51)</li>
<li>Altri <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-bernini">articoli di Lorenzo Bernini</a> su Nazione Indiana.</li>
</ul>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/18/un-monito-alle-vittime-dellemergenza-omofobia/">Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</a></p>
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		<title>La poesia nera di Alan D. Altieri</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/la-poesia-nera-di-alan-d-altieri/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 12:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alan D. Altieri]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di<strong> Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Per parlare dell’ultimo libro di Alan D. Altieri, <em>Hellgate</em> (Tea, 2009), bisogna fare una riflessione sulla violenza e la sua rappresentazione. La violenza è ormai parte del nostro quotidiano, esce con enfasi e autocompiacimento dai telegiornali, che sono zeppi di cronaca nera che viaggia sui particolari macabri, sulla violenza verbale degli aggettivi (<em>massacro, strage, sgozzato</em>, ecc), e si basa su un presunto voyeurismo dark del pubblico al quale fornisce nutrimento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/la-poesia-nera-di-alan-d-altieri/">La poesia nera di Alan D. Altieri</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/weegee-240x300.jpg" alt="weegee" title="weegee" width="240" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-25698" /></p>
<p>di<strong> Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Per parlare dell’ultimo libro di Alan D. Altieri, <em>Hellgate</em> (Tea, 2009), bisogna fare una riflessione sulla violenza e la sua rappresentazione. La violenza è ormai parte del nostro quotidiano, esce con enfasi e autocompiacimento dai telegiornali, che sono zeppi di cronaca nera che viaggia sui particolari macabri, sulla violenza verbale degli aggettivi (<em>massacro, strage, sgozzato</em>, ecc), e si basa su un presunto voyeurismo dark del pubblico al quale fornisce nutrimento. La violenza rappresentata dalla televisione, e con altri stili dai giornali, è brutta, volgare, perché deriva dal tentativo di spettacolarizzare il dolore che sta dietro gli atti criminali, spesso causati da un livello intollerabile di aggressività. Cerca di spettacolarizzarlo attraverso la sua riproduzione, la moltiplicazione, restando così dentro la violenza, senza neutralizzarla né superarla.<span id="more-25697"></span></p>
<p>Molti film noir, e molti romanzi appartenenti allo stesso genere, rappresentano la violenza invece con uno stile patinato, dove persino i criminali sono stilisti, sono <em>glamour</em>. Per arrivare a questo risultato si opera uno svuotamento del dolore reale, che non è mai elegante, lo si pulisce dalle lentezze, dalle goffaggini, dai brutti colori, dai brutti ambienti. L’ha detto il regista Takeshi Kitano: “la violenza nei miei film di yakuza è una violenza che fa molto male. In un film questo dolore permette di neutralizzare la violenza. Voi invece non fate che film privi di dolore”.<br />
<em>Film privi di dolore</em>: con la patina ciò che è brutto, rappresentato anche con scene orrende, scene splatter, in immagini o sulla pagina scritta, diventa bello, diventa <em>cool</em>. La violenza viene filtrata e riconvertita in oggetto di consumo e di evasione. </p>
<p>La neutralizzazione della violenza di cui parla Kitano è dunque il suo superamento, è la sua denuncia. E’ il processo contrario di quello televisivo. Attraverso il racconto noi prendiamo coscienza, passando per forme diverse di identificazione, dei meccanismi della violenza del potere. E del nostro dolore. Forse l’antico enunciato lucarelliano del giallo come genere di denuncia sociale non è del tutto privo di fondamento.</p>
<p>Alan Altieri, coi suoi romanzi e racconti più duri (<em>Hellgate</em> è una raccolta di racconti), sembra spingersi oltre: opera una serie apparentemente infinita di filtrature della violenza, fino a portarla a una forma per così dire essenziale, una super-forma. Non vi è più bruttezza né bellezza, non vi è compiacimento, né “contaminazione” di generi, perché il mondo della città oscura, la “città nera” dove opera il protagonista Andrea Calarno, poliziotto-assassino (“cosa sono io? Un assassino”) che combatte una guerra senza quartiere contro altri assassini, criminali terminali che non sembrano avere nulla di umano, demoni di un inferno che ha preso il potere sulla Terra, è il mondo della violenza pura, mistica. <!--more-->Sono spacciatori, killer, psicopatici, ma anche avvocati del crimine, politici senza scrupoli, gli esseri post-umani che vediamo spesso in televisione mimetizzati da persone perbene e invece vivono per rubare, per corrompere e mentire. Calarno li combatte con ogni mezzo, legale e non legale, ammazzandoli a sangue freddo, quando è necessario, o con l’aiuto di uno specialista delle squadre d’assalto, un cecchino con la faccia di pietra, una maschera di durezza. E’ spinto da una forza oscura, è a suo modo un “puro” come lo è Philip Marlowe, l’eroe letterario più amato da Altieri; è un essere perduto, che non può vedere la sua famiglia, per non esporre i suoi cari alle rappresaglie del crimine che combatte. Quella di <em>Hellgate</em> è una società del futuro, oppure del presente, una società già esistente, ripulita da ogni retorica, da ogni mimetismo. Perché, come disse una volta William Gibson, la fantascienza “parla sempre del presente, del momento in cui è stata scritta”. Altieri stesso lo scrive nel corsivo di introduzione di <em>Tutti al rogo</em>, il racconto più lungo del libro – in realtà un romanzo breve – un testo che si sviluppa lungo una border-line di fantascienza sociale: “il vettore tematico è la società del suicidio, la società della depravazione. Al lettore interpretare, ipotizzare, inferire quali tra i troppi, e troppo fragili, aspetti del reale contemporaneo ho cercato di distorcere, deviare, disgregare. Benvenuti quindi nel non-luogo del binario morto di <em>Tutti al rogo</em>! Dove la politica è un manicomio criminale, la religione è un delirio perverso, l’etica è un reality tossico.”</p>
<p>Un’ultima, doverosa nota sullo stile di scrittura: è lo stesso del trittico di <em>Magdeburg</em> (<em>L’eretico, La furia, Il demone</em>), periodi brevissimi, con a-capo ripetuti e frasi secche, dialoghi duri, sarcastici, uno stile che a tratti sembra poetico, come se scrivesse in versi. E certi capitoli contengono pagine di poesia nera, poesia della follia, poesia militare, poesia della balistica, un genere di cui Altieri forse è uno degli inventori.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/la-poesia-nera-di-alan-d-altieri/">La poesia nera di Alan D. Altieri</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Nuovo cinema paraculo: Bastardi senza gloria</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/06/nuovo-cinema-paraculo-bastardi-senza-gloria/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 08:20:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Sabato sera sono andato a vedere <em>Inglorius Basterds</em> di Quentin Tarantino, un film che non ho capito a partire dalla “e” della parola <em>basterds </em> del titolo (fino a quando un amico non mi ha spiegato che c’era una questione di diritti relativi al vecchio film di Castellari ecc.)<br />
Di seguito, qualche paginetta di appunti non particolarmente ordinati sul film.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/06/nuovo-cinema-paraculo-bastardi-senza-gloria/">Nuovo cinema paraculo: Bastardi senza gloria</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/inglorious-basterds2-300x201.jpg" alt="inglorious-basterds2" title="inglorious-basterds2" width="300" height="201" class="aligncenter size-medium wp-image-23405" /></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Sabato sera sono andato a vedere <em>Inglorius Basterds</em> di Quentin Tarantino, un film che non ho capito a partire dalla “e” della parola <em>basterds </em> del titolo (fino a quando un amico non mi ha spiegato che c’era una questione di diritti relativi al vecchio film di Castellari ecc.)<br />
Di seguito, qualche paginetta di appunti non particolarmente ordinati sul film. Sconsigliatissime a chi non abbia ancora visto il film perché piene di <em>spoiler</em>.<br />
<span id="more-23400"></span></p>
<p>a) <em>Il metodo</em></p>
<p>Fin dalla sequenza di apertura, ho creduto di essere sul punto di non assistere a un film di Tarantino. Vedevo certe sequenze inedite, questo passo filmico lento, dilato; movimenti  di macchina di grande estensione, campi lunghi, primi piani con controcampo nei dialoghi; senza nervosismo, senza fretta, il passo di chi è occupato a narrare e non ha la testa per pensare ad altro.  Ma ecco, quel passo che mi sembrava mai visto, o visto solo pochissime volte nel suo cinema, quel raccontare ampio e circostanziato, svanisce con il primo movimento fuori asse, squadernato rispetto a quel ritmo pacato assunto fino a quel momento. È un movimento di macchina tutto sommato nemmeno troppo innovativo, o rivoluzionario, o avanguardista, o dirompente. E&#8217; il momento in cui la MDP, dal piano del tavolo sul quale si trova l&#8217;inquadratura, scende a poco a poco: sotto il tavolo, all&#8217;altezza degli stivali del colonnello nazista, sotto gli stivali, all&#8217;altezza del pavimento, sotto il pavimento, all&#8217;altezza degli occhi sbarrati e terrorizzati della famiglia ebrea nascosta sotto le assi del pavimento. Da lì il film, fino alla scena successiva, si impenna in una sequenza <em>à la</em> Tarantino, senza dubbio. Quella tonalità eccitata e tragica delle <em>Iene </em>o di <em>Pulp Fiction</em>. E alla fine del film, quando le luci si accendono in sala, capisci che è il movimento unico e assoluto di tutto il film, il ritmo interno di ogni scena (il &#8220;bit&#8221;, lo chiamano gli sceneggiatori). Dopo due ore e quaranta minuti di proiezione, le conti e ti accorgi che sono poco più di dieci<br />
macroscene, non di più, e ognuna di quelle macroscene è strutturata esattamente così: con una dilatazione eccessiva dei tempi, dei ritmi, dei movimenti; con un dialogato esasperante, che non sa cosa sia l&#8217;ellissi, che copre in tempo reale la durata effettiva del dialogo; per poi esplodere con un&#8217;accelerazione improvvisa, imprevista, dirompente che chiude la scena. Poi si passa alla successiva, e così daccapo. Interi quarti d’ora di dialoghi, particolari di panna montata nei piattini, strudel masticati <em>in real time</em> fino all’inghiottimento. Come Mira Sorvino che sta cinque minuti a lacerare il tenace involucro di plastica di un cd in <em>Lulù on the bridge</em> di Paul Auster. Solo che qui non te la cavi con cinque minuti.</p>
<p>b) <em>La lingua</em></p>
<p>Il film va visto, assolutamente ed esclusivamente, in lingua originale coi sottotitoli. La questione linguistica è la questione regina di tutto il film. <em>Bastardi senza gloria</em> è un film sulla lingua e sul linguaggio. Nella sequenza d&#8217;apertura, il colonnello nazista Hans Landa (senza dubbio il personaggio meglio riuscito) usa un francese mellifluo, elegante, gentilissimo. Landa sembra Werner von Ebrennac del <em>Silenzio del mare</em> di Vercors. Compito, colto, educato ai limiti dell&#8217;affettazione. Quando passa all&#8217;inglese, si sposta su un terreno neutrale. Un confine comune. Non il tedesco dei nazisti, non il francese degli occupati. L&#8217;inglese è la lingua degli affari; o del &#8220;fare&#8221;. Una lingua sbrigativa ma non invadente, uno spazio dove si concretizza l&#8217;infame accordo: tu mi dici dove sono gli ebrei che nascondi, io risparmio te e la tua famiglia senza punirti. Quando si torna al francese, la lingua di Voltaire è diventata improvvisamente un&#8217;impostura, una spalata di biacca per coprire il volto truce dell&#8217;accordo in inglese. Copre. E uccide. <em>Bastardi senza gloria</em> è un film sugli equivoci della lingua. La lingua uccide, sembra dire Tarantino. Ci sono tre scene fondamentali in cui le incomprensioni, le storture, i mascheramenti, e gli smascheramenti, linguistici occupano un ruolo centrale. Della prima ho detto sopra. La seconda è la scena dell&#8217;osteria, dove anche il linguaggio non verbale, il linguaggio gestuale, si rivela una spia, un segnale. E&#8217; ovviamente la scena del numero <em>3 </em>fatto con le dita. &#8220;Tre bicchieri&#8221;, dice il Bastardo-Finto-Ufficiale-Nazista ordinando un nuovo giro di alcol. Ma fa un &#8220;3&#8243; americano (con indice medio e anulare sollevati), non un &#8220;3&#8243; tedesco (o italiano, se è per questo: pollice indice e medio alzati). E il Vero Ufficiale Nazista capisce.<br />
La terza, all&#8217;interno del cinema, quando il tenente Raine e i restanti Bastardi vengono presentati al colonnello Landa come italiani (il secondo Bastardo viene presentato col nome di Antonio Margheriti, regista italiano nato nel 1930 con una sterminata filmografia di B-movie alle spalle, con titoli come <em>I diafanoidi vengono da Marte</em>, <em>Là dove non batte il sole</em>, <em>I cacciatori del cobra d’oro</em>, <em>La morte viene dal pianeta Aytin</em>). E anche qui, Landa, poliglotta impeccabile, attacca con un italiano arrugginito ma efficace per sgamare la menzogna, usando ancora una volta la lingua come strumento offensivo.</p>
<p>c) <em>La sceneggiatura</em></p>
<p>Presenta due buchi difficilmente giustificabili.<br />
1 &#8211; Perché Hans Landa, il perfetto Ufficiale Nazista, l&#8217;Uomo Nuovo di Hitler, il funzionario colto e raffinato che diventa freddo e spietato quando c&#8217;è in ballo la salute del Reich, passa di colpo nelle fila del nemico, vendendo addirittura tutta la catena di comando del Fuhrer agli Alleati?<br />
2 &#8211; Come fa l&#8217;ultimo Bastardo sopravvissuto a trovarsi sul pulmino assieme al Tenente Raine, arrestato da Landa? Dove sono andati a pescarlo?</p>
<p>d) <em>La violenza</em></p>
<p>Questione piuttosto lunga e complessa da affrontare. Provo a riassumerla così.<br />
Il Nemico scelto da Tarantino è un Nemico facile. Trattasi del Male. Tranne che per il presidente iraniano e per qualche subnormale fascistello col busto di Mussolini in camera, tutti siamo d&#8217;accordo che il Nazismo è stato il Male, e che Hitler è stata, finora, la più perfettissima e compiutissima incarnazione umana del demonio mai presentatasi nella Storia. Bene. Ma la domanda è: Si può giocare a fare del male al Male?<br />
Perché quello dei Bastardi è un <em>gioco</em>. Un megaflipper, un nascondino con il piombo, una Campana con i coltelli tra i denti. Non c&#8217;è strategia militare, dietro le loro azioni. Non c&#8217;è disegno politico o culturale. C&#8217;è il piacere di ammazzare i cattivi. Ma, mi chiedevo guardando la scena, che piacere &#8211; piacere filmico, piacere estetico, piacere narrativo &#8211; c&#8217;è a far saltare la testa a colpi di mazza da baseball a un nazista inerme e inoffensivo, che si rifiuta in maniera onorevole di rivelare le postazioni dei suoi compagni? Quando il personaggio soprannominato L&#8217;Orso Ebreo fa scivolare il legno della mazza sulla tempia del militare inginocchiato, e quando prende lo slancio per rompergli l&#8217;osso parietale, e quando in un tripudio di sangue e materia cerebrale esplosa l&#8217;Orso Ebreo, esaltato come se avesse tirato tre piste di cocaina, urla a un immaginario pubblico &#8220;Fuoricampo!&#8221;, come se la testa del nazista fosse stata una palla da baseball, <em>ma non lo era</em>, era la testa di un uomo che, nonostante fosse un uomo vergognoso, vile, spietato non meritava quella morte atroce&#8230;quando succedeva tutto questo, <em>voi da che parte stavate</em>?<br />
“Guardando <em>Giglio infranto</em> di Griffith è normale e inevitabile piangere”, ha detto Gilles Deleuze. Per la prima volta, la sofferenza di un personaggio in un film di Tarantino, nonostante fosse una pedina del Male, mi ha mosso a compassione. In <em>Bastardi senza gloria</em> non ho visto nemmeno per mezzo fotogramma la catarsi della violenza attraverso l’ironia di <em>Pulp Fiction</em> o delle <em>Iene</em>; non ho trovato la fumettizzazione pop di <em>Kill Bill</em>; né ho registrato gli incredibili (alla lettera: non credibili) eccessi del pessimo <em>Grindhouse</em>. Per la prima volta, la violenza in un film di Tarantino mi ha dato un brivido, un brivido puro, umano. Etico, direi.<br />
Ed è un terribile punto a sfavore del film, forse, tra i tanti, il più grande.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/06/nuovo-cinema-paraculo-bastardi-senza-gloria/">Nuovo cinema paraculo: Bastardi senza gloria</a></p>
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		<title>ROMA, LA VIOLENZA CHE VIENE</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 17:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Da accattone.org e minimum fax live: Un concorso letterario. Un reading. Una raccolta di storie.</p>
<p>Cerchiamo racconti, rigorosamente brevi, non superiori alle seimila battute (spazi compresi, tre cartelle). Ne cerchiamo tre.<br />
Abbiamo un tema: Roma violenta. Serve spiegarlo?<br />
Roma è un laboratorio di follia xenofoba, aggressività coatta, pazzia da traffico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/04/roma-la-violenza-che-viene/">ROMA, LA VIOLENZA CHE VIENE</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da accattone.org e minimum fax live: Un concorso letterario. Un reading. Una raccolta di storie.</p>
<p>Cerchiamo racconti, rigorosamente brevi, non superiori alle seimila battute (spazi compresi, tre cartelle). Ne cerchiamo tre.<br />
Abbiamo un tema: Roma violenta. Serve spiegarlo?<br />
Roma è un laboratorio di follia xenofoba, aggressività coatta, pazzia da traffico. Culla i sogni assassini di chi odia gli zingari, la rapacità di chi allunga le mani dove può, la volgarità che esonda come il suo fiume. E insieme la spensierata irresponsabilità di chi vede meraviglia ovunque e immagina la convivenza come una conseguenza naturale della bontà del singolo individuo. Rimandando decisioni e riflessioni, diventando incubatrice di peggiori follie a venire.<br />
Roma è l&#8217;inferno di Ranxerox diventato realtà. È la città delle periferie esplose come ferite infette, del centro storico infestato da una movida residuale e zozzona, delle sponde tiberine affollate di disperati, marce e devastate.<br />
Oppure no? Nulla di tutto questo?<br />
Esiste (anche) un’altra violenza, che non è (ancora) stata raccontata?</p>
<p>Scrivete il vostro racconto, per un/a attore/attrice che vi piace. Scrivetelo pensando alla sua voce, alla sua presenza, al suo lavoro. Se vincete, noi glielo portiamo, e lui/lei lo leggerà.<br />
A settembre, al Teatro India di Roma, faremo una serata, un reading organizzato da minimum fax live. Gli attori che voi avrete scelto leggeranno i vostri racconti, insieme a quelli che abbiamo già commissionato ad alcuni scrittori che negli ultimi anni si sono occupati di Roma nei loro libri o sulle pagine dei giornali.</p>
<p>Avete tempo fino alla fine di giugno.<br />
Inviate il vostro racconto direttamente a: redazione@accattone.org, scrivendo nel subject della e-mail: concorso. Non dimenticate: massimo seimila battute, i racconti di lunghezza superiore verranno automaticamente cestinati.<br />
Trovate questo bando anche sul sito: www.accattone.org</p>
<p>La giuria è composta da: Elena Stancanelli, Lanfranco Caminiti, Tommaso Giartosio, Nicola La gioia, Franco Buffoni, Lorenzo Pavolini, Carola Susani.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/04/roma-la-violenza-che-viene/">ROMA, LA VIOLENZA CHE VIENE</a></p>
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		<title>Cho, Ntuyahaga</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2007 10:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p>La scorsa settimana ho passato qualche giorno a Montreal, invitato ad un incontro di scrittori attorno al tema della &#8220;confessione&#8221; (&#8220;l&#8217;aveu&#8221;, cioè non la confessione cristiana ma quella diciamo, in senso lato, giudiziaria). Non ero invitato a parlare ma solo a leggere qualche poesia e a partecipare, se volevo, al dibattito sugli interventi altrui.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/25/cho-ntuyahaga/">Cho, Ntuyahaga</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p>La scorsa settimana ho passato qualche giorno a Montreal, invitato ad un incontro di scrittori attorno al tema della &#8220;confessione&#8221; (&#8220;l&#8217;aveu&#8221;, cioè non la confessione cristiana ma quella diciamo, in senso lato, giudiziaria). Non ero invitato a parlare ma solo a leggere qualche poesia e a partecipare, se volevo, al dibattito sugli interventi altrui. In pratica, ero in vacanza. </p>
<p>Nelle pause dei lavori, in albergo, guardavo la televisione. </p>
<p>Con in testa il tema della confessione, intontito dal fuso orario, ho visto scorrere rapidissime le immagini iniziali del processo appena iniziato a La Haye contro Bernard Ntuyahaga, uno degli attori del genocidio rwandese.</p>
<p>Soprattutto, molto più lentamente, ho assistito in diretta su CNN al massacro che ha avuto luogo in quell’università in Virginia e poi, da quando sono stati recapitati a NBC e da lì catapultati sul mondo, ho rivisto e riascoltato mille volte le foto e i video di Cho Seung-hui.</p>
<p>Le immagini e le idee si sono fuse.<br />
<span id="more-3797"></span><br />
Da un lato, giornate di ricchissime riflessioni sulla confessione in letteratura, su cosa significhi per uno scrittore confessare qualcosa (in media, e sia detto senza alcun disprezzo né superiorità: fuggevoli drammi, infanzie lontane, angosce eteree); dall’altro, in brevi fotogrammi l’ostinato silenzio di un orrendo criminale, che non confesserà mai nulla (il maggiore Ntuyahaga). I veri colpevoli tacciono sempre.</p>
<p>Di fronte al suo silenzio e contro di esso, la confessione anticipata di quel ragazzo coreano. “Anticipata” cioè apocalittica, da fine dei tempi: al convegno si diceva che si può confessare solo il passato e che quindi la “confessione” è di per sé ordinata, <em>narrativa</em> (Pierre Joris); in quello stesso momento, Cho invece sconfessava Sant’Agostino, confessava il futuro. Nei suoi occhi ho visto spalancato un voraginoso abisso di dolore, di solitudine, di rabbia non raccolta e non interpretata. E così, perché non interpretata, ora non più interpretabile. Ho provato altrettanta pietà per lui che per le sue vittime.</p>
<p>Cho è un colpevole che non ha taciuto, né in immagine né in parola.</p>
<p>Ho <em>ammirato</em> l’accurata perizia della sua messa in scena di sé: le foto di lui sorridente e sereno (commuovo il mio pubblico con il registro patetico, mostro la mia felicità che &#8220;loro&#8221; hanno distrutto); le foto di lui in pose da guerriero autodistruente (spavento il mio pubblico, mostro tutta la mia immensa potenza, e lo faccio ricalcando, <em>citando</em> Abu Ghraib).</p>
<p>Mi ha colpito l’indubbia qualità letteraria del suo messaggio al mondo: una retorica semplice, di uno scolasticissimo stampo biblico (era di famiglia protestante), ma di grande tenuta e di perfetta coerenza stilistica con le immagini dei video (un cd-rom contenente 27 file in QuickTime Player). Su CNN dicevano che all’università aveva seguito corsi di scrittura creativa, scritto drammi (tra un po’ qualcuno li pubblicherà, ne sono certo, magari in rete, magari “non a scopo di lucro”). Doveva essere intelligente, doveva essersi reso conto che quella poca e banale arte imparacchiata a scuola non poteva bastare, non sarebbe mai bastata per buttare fuori, allontanare da sé, scongiurare tutto il dolore che lo abitava. Cosa differenzia un artista autenticamente sperimentale da un assassino?</p>
<p>I veri colpevoli tacciono sempre. Più si murano nel silenzio, i veri colpevoli – schematicamente, dentro l&#8217;Occidente l’assurda perversione politica ed economica, fuori dall’Occidente la violenza militare, che regolano ogni nostro passo –, più il grido diviene la sola confessione possibile. E comunque inutile se non sostenuta da trenta morti occidentali questa volta, cento la prossima.</p>
<p>Nel frattempo dai sottotitoli degli incessanti speciali di CNN sfilavano, autentico ritorno del rimosso, i 230 morti, solo giovedì scorso, in Irak. Sfilava l’abissale, fintamente corrucciato silenzio dell’attuale presidente degli Stati Uniti e sfilavamo tutti noi, io per primo. Un’interminabile catena di fantasmi, di già-morti, di nati-morti e di non-ancora-vivi. Quelle parole gialline che scorrevano erano un urlo che non finiva mai. Scivolavano anche i nomi delle vittime. Qui la solenne pietà mediatica si incistava nel ridicolo: con vergogna, non riuscivo a non ridere quando passava uno di quegli interminabili nomi indonesiani, ne bastava uno per occupare tutto lo schermo, e di fronte a quelle cascate di consonanti un occhio distratto pensava che il software dei sottotitoli fosse impazzito.</p>
<p>Ogni confessione lirica ne è per me immediatamente, radicalmente sconfessata – mi dispiace pensare che ne scrivo con una certa regolarità – o peggio, ridicolizzata. </p>
<p>Ne è sconfessata anche ogni narrazione. Sono rimasto stupefatto, sinceramente ammirato, di fronte all&#8217;empirea professionalità con cui i giornalisti di CNN costruivano, letteralmente in diretta, uno dei più avvincenti romanzi multimediali che io abbia letto negli ultimi tempi: né film né documentario né docu-fiction né romanzo né poesia né tesi di sociologia applicata né critica letteraria (sì, perché gli scritti letterari di Cho sono andati a ripescarli e li hanno sviscerati, hanno anche intervistato il suo professore di scrittura creativa, del tutto smarrito, a dir poco patetico) né meta-romanzo e meta-tutto ciò che ho appena detto, ma tutto questo in una volta sola e (alla lettera) in tempo <em>reale</em>. </p>
<p>Nel frattempo, al convegno assistevo ad una surreale (ma a onor del vero, molto breve) discussione sui generi letterari e sulla letteratura popolare. Chi era a favore e chi era contro, figuratevi un po’. Chi diceva che vendere tanto è brutto, chi diceva che vendere tanto è bello. Ma pensa.</p>
<p>In Virginia, era orribile ciò che accadeva (suppongo: in fondo io non c’ero), ed era orribile ciò che era raccontato, come era raccontato, era orribile il fatto che venisse raccontato.</p>
<p>Sopra tutto questo, ricordavo o credevo di ricordare il finale di un libro di Lovecraft, in cui il gruppo dei protagonisti sorvola, con ormai pochissima benzina, un paesaggio polare e pre-umano, fatto di immensi blocchi di roccia collidenti e di un cielo livido, albale; sorvolano il luogo in cui sta per rinascere Chtulhu.</p>
<p>E io cosa inventare, cosa e come scrivere mentre a un passo dalla caduta, giorno dopo giorno, sto sfiorando una Chtulhu già rinata?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/25/cho-ntuyahaga/">Cho, Ntuyahaga</a></p>
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