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	<title>Nazione Indiana &#187; walter veltroni</title>
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		<title>Il perfetto scrittore progressista</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 10:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>(post rem)</strong></p>
<p>Il perfetto scrittore progressista Walter Veltroni, autore di un romanzo intitolato <em>Noi</em> ha lasciato cadere, in una recente intervista, alcune perle. La prima è che, al di là di ogni facile lamento, «la letteratura ha ancora un peso enorme… Anche oggi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/il-perfetto-scrittore-progressista/">Il perfetto scrittore progressista</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>(post rem)</strong></p>
<p>Il perfetto scrittore progressista Walter Veltroni, autore di un romanzo intitolato <em>Noi</em> ha lasciato cadere, in una recente intervista, alcune perle. La prima è che, al di là di ogni facile lamento, «la letteratura ha ancora un peso enorme… Anche oggi. Non a caso, i regimi danno fuoco ai libri». La seconda è che «Le parole hanno sempre cambiato il mondo e lo faranno ancora». La terza è che «La letteratura è democrazia».<br />
Mi chiedo che idea della letteratura abbia il perfetto scrittore progressista. Ma soprattutto quale sia la sua idea di democrazia.<span id="more-25565"></span><br />
Io ho sempre pensato che la creazione letteraria sia elitaria. E che una democrazia è tanto più forte quanto più è in grado, attraverso un sistema educativo aperto a tutti, di sradicare l’ignoranza (con la quale dobbiamo fare i conti nel corso di tutta una vita) in modo da rendere accessibili i romanzi di Sterne, di Joyce e di Kafka. Non è la letteratura che è democratica, è l’accesso ad essa che deve esserlo.<br />
La democrazia non è qualcosa che si ottiene in modo gratuito, assecondando la mediocrità, ma è al contrario uno sforzo costante, un atto esigente di lucidità e di immaginazione, qualcosa di molto simile alla stessa creazione letteraria.<br />
Pensare, perciò, come fa il perfetto scrittore progressista che la letteratura sia di per sé democratica significa inevitabilmente porla sotto il segno della sua accessibilità popolare, significa cioè avere un’idea populista della letteratura e della democrazia. Questa che sembra una contraddizione in termini – come può un progressista avere un’idea populista della democrazia? – è in realtà la concreta radice di uno dei mali nel nostro paese. E non solo del nostro paese.<br />
Certo, qualcuno, magari un progressista meno ragionevole ma più razionale, potrebbe addurre l’argomento che opere come l’<em>Ulisse</em> di Joyce o <em>I sonnambuli</em> di Broch non possono essere recepite da un pubblico di analfabeti di ritorno o di illetterati alle prese con l’ennesima rivoluzione tecnologica. La mia risposta è una domanda: che cosa leggeranno questi analfabeti e questi illetterati quando avranno smesso di esserlo? I romanzi di Veltroni e Veronesi o <em>I sonnambuli</em>?<br />
Al centro della questione, allo stesso tempo letteraria e politica, ci sono due modi di invitare il lettore a partecipare all’opera.<br />
Il primo parte dal presupposto che il lettore sia sempre identificabile e che i suoi gusti, giudizi e preferenze siano conosciuti in anticipo dall’autore, il quale prepara, con l’aiuto di probi editor, il perfetto piatto del perfetto scrittore progressista-populista con cui si nutrono le viscere del consumatore del presente.<br />
Il secondo cerca di identificare il lettore che ancora non c’è, il lettore che scopre se stesso attraverso la lettura. Quando questo lettore e l’opera si incontrano, quando l’uno e l’altra si creano reciprocamente, nasce l’opera davvero democratica, in grado cioè di rivolgersi non a un lettore-consumatore del presente, ma a un lettore-cittadino del futuro.<br />
Si capisce quindi come ogni apologia progressista dell’opera letteraria che deve essere accessibile a tutti, mistifichi tre deficit che il perfetto scrittore progressista non riesce a colmare, essendo la sua idea di democrazia minata alle basi da un pregiudizio populista. Un deficit di progetto politico: i suoi romanzi si rivolgono a un lettore-consumatore del presente. Un deficit educativo: egli pensa di sradicare l’ignoranza non elevando il tasso di cittadinanza della letteratura, ma innalzando il tasso della sua consumazione.<br />
Un deficit, infine, di immaginazione: i romanzi del perfetto scrittore progressista soggiaciono a un mediocre realismo sociologico, alla verosimiglianza psicologica e a un’idea della Storia concepita come una successione di eventi registrabili. I suoi romanzi sono privi cioè di ogni immaginazione temporale. Sono, oltre che populisti, anacronistici, in quanto costruiti con strumenti che hanno avuto il loro apogeo nel XIX secolo. E sono, per questo, nostalgici. Una nostalgia che nutre le viscere dei lettori-consumatori del presente.<br />
L’opera letteraria davvero democratica che si rivolge a un lettore-cittadino del futuro è sì un atto individuale, ma è allo stesso tempo un atto di memoria comune e porta in seno il progetto di una collettività che non ha nome. Per questa ragione essa deve essere in grado di far intravedere – come una carica inesplosa – un’altra Storia, una «seconda Storia», come ha detto una volta Carlos Fuentes, che non ha niente a che vedere con la Storia registrata negli archivi né con la verità “storica” in tempo reale che ci propina l’informazione.<br />
Lo scrittore davvero democratico non si accontenta quindi di ciò che gli è contemporaneo, ma si propone di compiere un’operazione che né gli storici né l’informazione possono compiere: rendere contemporaneo nella sua opera ciò che non gli è contemporaneo, accogliere in un unico spazio fittizio una coesistenza di tempi, fare di ogni passato presente.<br />
E’ evidente che per farlo, il codice realistico deve essere violato. E con questa violazione finisce il sogno nostalgico, allo stesso tempo progressista e populista, di un realismo universale in grado di identificare in ogni parte del globo il lettore-consumatore del presente.<br />
Questa «seconda Storia», che nell’opera fa brillare come un miraggio il nostro futuro senza nome, è ciò che ogni lettore-cittadino dovrebbe richiedere a uno scrittore davvero democratico.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/il-perfetto-scrittore-progressista/">Il perfetto scrittore progressista</a></p>
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		<title>Il libretto arancione</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Oct 2007 12:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Purtroppo è un libro abbastanza noioso questo “libretto arancione” di Walter Veltroni, <em>La nuova stagione</em> (Rizzoli, pagg. 142, 10 euro), che dovrebbe essere la piccola summa delle ragioni fondanti del Partito Democratico, ed è in realtà l’edizione per libreria – ottenuta con una semplice conversione dei file da Word a XPress – di cose che Veltroni aveva già pubblicato più o meno altrove.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/il-libretto-arancione/">Il libretto arancione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Purtroppo è un libro abbastanza noioso questo “libretto arancione” di Walter Veltroni, <em>La nuova stagione</em> (Rizzoli, pagg. 142, 10 euro), che dovrebbe essere la piccola summa delle ragioni fondanti del Partito Democratico, ed è in realtà l’edizione per libreria – ottenuta con una semplice conversione dei file da Word a XPress – di cose che Veltroni aveva già pubblicato più o meno altrove. Purtroppo – a dispetto dell’intenzione dell’autore stesso di produrre uno “shock di innovazione” – è un’occasione sprecata per chi l’ha scritto e per chi ne dovrebbe essere il destinatario; prima degli altri, forse, quelli che vorrebbero andare a votare alle primarie del 14 ottobre. Un’occasione sprecata per confrontarsi, capirsi, parlare, trovare un terreno comune, vicinanze e distanze, una dialettica, rispetto una cosa ancora così evanescente come il Pd. <span id="more-4546"></span><br />
Ma la causa è strutturale e inevitabile: la vaghezza al limite dell’impalpabilità è proprio la grana del discorso veltroniano, che – aspirando espressamente all’opposto – s’imprigiona invece nella sua inconsistenza. Il tutto si potrebbe riassumere citando il racconto “Orator fit” di Achille Campanile (da <em>Manuale di conversazione</em>), in cui viene elargita la soluzione definitiva per imbastire un discorso in qualsiasi occasione. In poche parole, suggerisce Campanile, basta che diciate che “questo non è un punto di arrivo ma un punto di partenza”. Va bene a un matrimonio, come a un funerale; e va bene anche per <em>La nuova stagione</em>. Qui non si tratta del punto di arrivo del Novecento, ma di un punto di partenza – per non si sa dove, ma comunque via. Nel libretto non c’è molto di più. Ci si libera (leggi: sbarazza) della storia dei partiti novecenteschi italiani come di una zavorra che ha pesato sulla politica italiana fino a paralizzarla, del conflitto di classe come di un sistema di “blocchi sociali”, e si procede all’edificazione del nuovo.<br />
A questo punto, però, bisognerebbe spiegare a Veltroni che se uno opera un repulisti di idee, concetti, parole presuntamente vecchie, il rischio è quello di non ritrovarsi con niente in mano. E infatti, ecco che si nota per tutto il tempo della lettura (una mezz’ora abbondante) un annaspare continuo, in cerca di lemmi che non siano connotati, incrostati in qualsiasi modo di un odore novecentesco, vetusto e fetente. Si usa e si abusa così di tutte quelle parole che in sociolinguistica vengono chiamati “plastismi”, ossia termini onniadattabili, slegati da una reale funzione di significare. Le parole chiave del partito nascente saranno dunque due: “innovazione” e “decisione”, così come la caratteristica fondamentale sarà quella di “essere un partito a vocazione maggioritaria”, e giù a cascata con questa serie di espressioni plastiche come “una coalizione «per» e non una coalizione «contro»”, oppure “Il Partito democratico nasce per affermare un’idea diversa e nuova: quel che conta è governare bene, sulla base di un programma realistico e serio”.</p>
<p>A Veltroni e al suo staff bisognerebbe appunto far ricordare che l’aspetto primario, fondamentale del linguaggio è il <em>carattere oppositivo del significato</em>. Uno capisce la riluttanza al conflitto: e se c’è una parola contro cui si batte di cuore Veltroni è “identitario”. Uno capisce il tentativo di aggregare invece di disperdere: evidente fin dal sottotitolo Contro tutti i conservatorismi se non addirittura dalla “neutralità” del colore arancione della copertina. Ma purtroppo il linguaggio funziona così. Una lingua identifica perché classifica <em>distinguendo</em>.<br />
Lezione numero uno dell’esame di Linguistica Generale: ogni segno linguistico, per cui ogni parola, è oppositivo in quanto la sua identità risulta dalla differenza rispetto a qualunque altro segno del sistema di comunicazione di riferimento. Lo intuì meravigliosamente Saussure all’inizio del secolo, e qualcosa del genere voleva dire quel filosofo indiano quando sosteneva che il significato della parola “mucca” è “non non-mucca”.<br />
Il significato o è oppositivo o non è. Una cosa vuol dire quello proprio perché non vuol dire nessuna delle altre cose. In un discorso programmatico ad un certo punto occorrerà farci i conti?<br />
E invece Veltroni svicola il più possibile, usa “credibilità”, “autorevolezza” a pie’ sospinto, costruisce interi paragrafi usando quelle figure retoriche che Wittgenstein definirebbe frasi prive di significato: tautologie, sinonimie, autoverificazioni&#8230; Del tipo, per capirci: “Governare significa decidere e decidere significa scegliere: bisogna dire dei sì e dei no”, oppure “Quando diciamo che il Partito Democratico è un partito «a vocazione maggioritaria» è precisamente questo che intendiamo: un partito che non punta a rappresentare questa o quella componente identitaria (sic) o sociale, per quanto ampia possa essere, ma porsi l’obiettivo di carattere generale di conquistare i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, incisivamente riformatore”.<br />
Finché a un certo punto azzarda la mossa più spietata per la logica del linguaggio. Sostituire al livello semantico quello pragmatico. Facciamo un esempio. Voi vi sposate con qualcuno: pronunciate le parole “Sì, lo voglio” e quelle parole sono un atto linguistico, un’emissione di suono che però – in questo caso in maniera evidente – produce conseguenze non insignificanti nella realtà. Ora però il vostro “Sì, lo voglio” dovrà essere motivato, si presuppone che abbia un referente semantico, l’amore nel migliore dei casi, l’interesse per una dote, il gusto di mettersi un vestito bianco, il poter condividere dei diritti. Uno non si sposa per sposarsi.<br />
Ora, alla luce di questa differenza, come commentate il rovesciamento che Veltroni propone esplicitamente a pag. 20 della <em>Nuova stagione</em>? “Si tratta di una rivoluzione culturale e morale. Si tratta di restituire moralità alla politica. Si potrebbe dire che si tratta di affermare una visione «antimachiavellica» della politica stessa […] Il fine della politica dev’essere un altro: dev’essere il preseguimento dell’interesse del Paese, attraverso la costruzione del necessario consenso attorno a un programma di governo”. È la versione orwelliana dell’utilitarismo di Bentham e Mill – la felicità, il benessere per più gente possibile, senza però neanche la base teorica di Bentham e Mill, senza neanche chiedersi che cos’è questo benessere. Altruismo? Edonismo? Un diverso status economico?<br />
Il paradosso di tutto questo è che il nuovo corso veltroniano si pone invece all’insegna della concretezza. E in nome di quest’ideologia anti-ideologica, il decidismo verrebbe da chiamarlo, ci viene proposto nelle ultime pagine il famoso decalogo di idee anche condivisibili: pannelli solari, calmiere per gli affitti, snellimento delle procedure parlamentari… Tutte idee che non possono non incontrare appunto il consenso dei più, e che – essendo al massimo un calendario di proposte di leggi per un governo di sei mesi post-Prodi – hanno dunque il difetto di voler essere la base teorica di un partito al suo atto fondativo. La nuova stagione? Sì, certo potrebbe essere la prossima primavera, oppure l’estate.<br />
Perché Veltroni ha fatto una scelta di profilo così basso retoricamente? Perché non ha saputo investire su un repertorio simbolico più sentito, più personale? Ha paura di perdere qualche consenso tra gli alleati? Aspetta l’investitura del 14 ottobre? Teme di essere utilizzato come spina nel fianco nel governo Prodi? Deve tenere contro delle reazioni dei sondaggi? Oppure – e qui cadrebbe ogni speranza – non lo vuole, o non lo sa proprio fare?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/il-libretto-arancione/">Il libretto arancione</a></p>
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