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	<title>Nazione Indiana &#187; zingari</title>
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		<title>In fondo al barile del Caro Leader</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 10:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><strong> </strong><em>(il manifesto, 24/5/2011)</em></p>
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA.jpg">&#8230;</a>&#8220;Milano non può, alla vigilia dell&#8217;Expo 2015, diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri a cui la sinistra dà anche il diritto di voto&#8221;. Il Caro Leader &#8211; trovandosi d&#8217;un tratto di fronte alla catastrofe personale, frantumatosi lo specchio narcisista come per Dorian Gray &#8211; invoca gli spiriti, raschiando il barile.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/24/in-fondo-al-barile-del-caro-leader/">In fondo al barile del Caro Leader</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><strong> </strong><em>(il manifesto, 24/5/2011)</em></p>
<div><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39124" title="MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>&#8220;Milano non può, alla vigilia dell&#8217;Expo 2015, diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri a cui la sinistra dà anche il diritto di voto&#8221;. Il Caro Leader &#8211; trovandosi d&#8217;un tratto di fronte alla catastrofe personale, frantumatosi lo specchio narcisista come per Dorian Gray &#8211; invoca gli spiriti, raschiando il barile. E in fondo al barile c&#8217;è un humus fatto appunto di fantasmi evocati per dar corpo a quello stato generalizzato di paura da sempre funzionale alla richiesta di ordine.  Clandestini, islamici, zingari, comunisti ad abbeverare i cavalli in piazza Duomo: un esercito di fantasmi in fitta schiera. Troppo fitta per essere credibile, viene da pensare, come di un giocatore che si gioca tutte le sue carte in una mano sola non facendo che rivelare la propria oscena nudità. Perché l&#8217;evocazione dell&#8217;Altro come nemico funziona, lo sappiamo bene, ma non è sufficiente per sé sola.<span id="more-39121"></span> Può essere – ed è – un elemento catalizzatore: ma ci deve pur essere qualche cosa da catalizzare. La costruzione della paura è un vettore fondamentale per l&#8217;acquisizione del consenso politico, Hobbes ce l&#8217;ha spiegato bene, e per la “servitù volontaria” degli uomini. Ma quando suona la ritirata ci vuole ben altro per rinserrare le fila: e invece il Caro Leader è lì ad enunciare il proprio assedio, e risulta palese la sua richiesta di soccorso, come fosse un prestigiatore che, di fronte al pubblico che abbandona il teatro, in stato confusionario apre la valigia e mostra a tutti i trucchi del mestiere. Certo, questa extrema ratio potrebbe ancora funzionare: del resto il popolo italiano è stato così a lungo abbagliato dai miraggi di questo illusionista che davvero non sappiamo quanto sia stato antropologicamente modificato e pronto a credere a ogni bubbola. Ci hanno provato con la signora Rizzi che ha gridato all&#8217;aggressione (ma era costruita male, di fretta, anch&#8217;essa frutto di un evidente stato confusionale: “Mi prendeva a calci gridando Viva Pisapia”, e già solo questo è talmente ridicolo che nel momento di risveglio uno si rende conto che è solo un sogno di pessima qualità). E figuriamoci se in questi ultimi giorni accadesse uno di quei fatti di cronaca nera così clamorosi che non si potrebbe non pensare anch&#8217;essi costruiti ad arte. Ma davvero forse stavolta siamo arrivati allo smascheramento finale. Perché – ed è questo il cuore della questione – l&#8217;armamentario retorico di una barbarie (islamici, zingari, stranieri) che assedia una città moderna e tecnologica &#8211; “alla vigilia dell&#8217;Expo” &#8211; fa certo leva su un immaginario di lunga durata, un immaginario razziale che percorre la storia della nostra modernità europea, ed è su questo che puntano il Caro Leader e i suoi spin doctors. Ma quando la barbarie (etica, sociale, economica) è qualcosa che si percepisce come inerente al cuore stesso della propria società, si smette di preoccuparsi della barbarie dell&#8217;Altro, e la priorità diventa quella di risanare la propria. Ecco, forse a questo punto ci siamo, o quantomeno questa vicenda di Milano è un sintomo che ci potremmo arrivare.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/24/in-fondo-al-barile-del-caro-leader/">In fondo al barile del Caro Leader</a></p>
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		<title>Elogio del risentimento</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/27/elogio-del-risentimento/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di  <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p style="padding-left: 240px;">“[…] <em>Evitiamo l’oltraggio della cordialità; voilà! Un improperio e uno sputo per ciascuno, sì, questo è un addio serio, un’onesta partenza.</em>[…]<br />
(da “All’ “ambiente” di Vittorio Gassman)</p>
<p>Curo e coltivo i miei odi con l’accanimento e la devozione d’un giardiniere tenace ed appassionato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/27/elogio-del-risentimento/">Elogio del risentimento</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di  <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p style="padding-left: 240px;">“[…] <em>Evitiamo l’oltraggio della cordialità; voilà! Un improperio e uno sputo per ciascuno, sì, questo è un addio serio, un’onesta partenza.</em>[…]<br />
(da “All’ “ambiente” di Vittorio Gassman)</p>
<p><img class="alignleft" style="float: left; margin: 10px;" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/2sv-ira-vl.jpg" alt="Ira_Giotto_Cappella degli Scrovegni_Padova" width="211" height="642" />Curo e coltivo i miei odi con l’accanimento e la devozione d’un giardiniere tenace ed appassionato. Ogni tanto, poi, me li ripasso scrupolosamente uno ad uno; li rimedito e li rivivo, scandendo al ralenti tutti i passaggi, indugiando su dettagli e frammenti. Tutti fondanti, tutti necessari. Il timore è che la damnatio memoriae possa cancellare, per distrazione o sciatteria, questo o quel frammento del passato, questo o quel particolare: se ciò avvenisse l’amara felicità dell’astio, che non sa né vuole dimenticare, e la gioia, ontologicamente postuma, del risentimento, sarebbero irrimediabilmente guastati. I miei odi ed i miei risentimenti, con il passare degli anni, invece di attenuarsi e stiepidirsi, diventano sempre più convulsi ed irredimibili. È una specie di ‘capitale morale’ che conservo gelosamente. Poi, per far aggallare tutto l’odio che cova dentro, mi basta rivedere o sfiorare chi m’ha offeso, anche se in un tempo lontano. Lontano per lui; non certo per me. Come in un racconto di Kafka, sono il malato che protegge e conserva la piaga e la ferita. Sono Filottete che custodisce con voluttà malsana il puzzo nauseabondo della sua piaga.<br />
Mi dicono: dimentica e perdona, quel che è stato è stato. Farlo, per me, sarebbe come rinunciare ad ogni principio etico, sarebbe come abdicare ad una specie di ineludibile umanesimo radicale.</p>
<p>Che cosa avrebbe detto Hans Mayer di questo?<br />
<span id="more-6256"></span></p>
<p ALIGN="center">[ <em>dal Corriere della Sera dell’8 giugno 2008 </em>]</p>
<p style="padding-left: 50px;"><strong>La dolce vita da pensionato di Milivoj Asner</strong>. Soprattutto, la vita emozionante da tifoso di Milivoj Asner. Come un ultrà qualunque, questo pensionato 95enne ha dato il benvenuto alla sua squadra del cuore, la nazionale croata, in trasferta a Klagenfurt (Austria), dove sta partecipando con ottimi risultati agli Europei di calcio. Asner, mano nella mano con la seconda moglie, Edeltraut, ha passeggiato per il centro della città (qui vive dal 2006), si è unito ai compatrioti per cantare gli inni in sostegno del fenomeno Luka Modric e compagni. È entrato nei bar per discutere gol, azioni e magari errori arbitrali. […] Milivoj Asner è un criminale di guerra sfuggito finora a tutti i tentativi di portarlo di fronte a un tribunale. È un (ex?) nazista che durante l&#8217;ultimo conflitto mondiale ha vestito la divisa di capo della polizia ustascia — quando la Croazia era alleata di Hitler — e si è reso responsabile della deportazione, e quindi della morte, di migliaia di ebrei, serbi e zingari della regione di Slavonska Pozega. Tanto che nella «lista di Wiesenthal», l&#8217;elenco dei dieci maggiori criminali nazisti ancora latitanti, Asner è indicato al numero quattro. Prima di lui ci sono solo Aribert Heim, John Demjanjuk e Sandor Kepiro. Pensava ormai di essere al sicuro, un intoccabile. Pensava che l&#8217;Austria, per lui Felix, dove vive sotto falso nome, avrebbe continuato a erigere un muro contro chi ne chiedeva l&#8217;estradizione (nel 2005, di fronte a una richiesta delle autorità di Zagabria, la risposta era stata: «Non è in condizione di rispondere a interrogatori o entrare in un&#8217;aula di tribunale»). Evidentemente non immaginava di poter essere pizzicato da un semplice reporter del Sun di Londra che, come un segugio, lo ha seguito passo passo nella sua Klagenfurt.</p>
<p style="padding-left: 50px;" align="center">
<p style="padding-left: 50px;"><strong>Lo ha fotografato vicino ai tifosi arrivati da Zagabria</strong> con il loro corredo di bandiere e inni irripetibili, conosciuti dalle polizie di tutto il mondo perché scimmiottano quelli in voga ai tempi degli ustascia. «È un ardente patriota, un nazionalista — ha dichiarato un testimone al Sun, spiegando come sia conosciuto da tutti, a Klagenfurt, come &#8220;l&#8217;uomo delle SS&#8221; —. Non c&#8217;è dubbio che il suo pensiero vada alla vittoria finale della Croazia. Vuole che vincano, sempre». La moglie Edeltraut ha confermato: «È un grande fan della Croazia. Guarda tutte le partite». Avvicinato dal giornalista britannico, Asner ha però negato decisamente di aver preso parte alle deportazioni: «Non sono un criminale di guerra: è tutto ridicolo, una barzelletta. Non ho avuto nulla a che fare con tutto ciò. Il mio unico ruolo? Ero un funzionario del dipartimento di Giustizia, un avvocato. Non ho mai fatto male a nessuno ». […] Ieri, il Centro Simon Wiesenthal ha chiesto nuovamente l&#8217;estradizione al ministro della Giustizia di Vienna Maria Berger. Asner «si sta godendo la vita che ha negato a centinaia delle sue vittime, mandandole a morire — ha detto Efraim Zuroff, direttore del Centro —. L&#8217;Austria ha sempre avuto la reputazione di un paradiso dei nazisti e ora sono stati colti in fallo. Per loro è tempo di fare ciò che è giusto, aiutando a portare i criminali di guerra nazisti davanti alla giustizia». Certo, difficile che gli austriaci possano giustificare un nuovo rifiuto con le «precarie condizioni di salute» di Asner. Per quanto in là con gli anni, l&#8217;ex capo della polizia ustascia e spia della Gestapo è apparso in salute, arzillo, in grado di muoversi senza l&#8217;aiuto di un bastone. «Tutti i giorni si fa una camminata», ha confermato chi lo conosce bene. «Se quest&#8217;uomo è in grado di passeggiare e sorseggiare vino nei bar — ha detto ancora Zuroff — sarà in grado anche di sostenere un processo».</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>Jean Améry era il nom de plume di Hans Mayer: la scelta di questo pseudonimo-anagramma addita, come in un motto araldico, la parabola di un destino tragico. Di famiglia ebraica, assimilato nell’impero austroungarico, nel 1938 all’epoca dell’Anschluss emigra in Belgio e si unisce alla resistenza. Torturato e poi internato per due anni ad Auschwitz. Suicida nel 1978 a Salisburgo. Sulla sua tomba ha voluto fosse inciso il numero con il quale era stato marchiato nel Lager. Il ricordo irremovibile dei volti indifferenti dei tedeschi che, senza muovere ciglio, avevano visto accatastare su una stretta banchina i cadaveri scaricati dai carri bestiame, la memoria incancellabile dell’orrore della tortura (“Chi ha subito la tortura non può più sentire suo il mondo. L&#8217;onta dell&#8217;annientamento non può essere cancellata. La fiducia nel mondo crollata in parte con la prima percossa, ma definitivamente con la tortura, non può essere riconquistata. Nel torturato si accumula lo sgomento di avere vissuto i propri simili come avversi: da questa posizione nessuno riesce a scrutare verso un mondo in cui regni il principio della speranza. Chi è stato martoriato è consegnato inerme all&#8217;angoscia. Sarà essa in futuro a comandare su di lui”), il fatto che gli aguzzini nel lager urlassero ordini e minacce nella stessa lingua che era stata la fonte prima della sua formazione intellettuale e culturale, la fallibilità dell’Heimat, cioè di quella patria che non era stata capace di preservare la sua dignità di uomo e cittadino, la naturale ribellione ad ogni forma di ortodossia religiosa, motivata dalla palese insensatezza del mondo che non consente teodicee possibili, trasformarono Hans Mayer in Jean Améry. Un apolide; un senza patria, per scelta e destino.<br />
Nel suo ‘Intellettuale ad Auschwitz’ Améry al risentimento dedica un intero capitolo: “coltivavo i miei risentimenti. È, dato che non posso e non voglio disfarmene, sono costretto a conviverci e ho il dovere di motivarli a coloro contro i quali sono rivolti”. Ri-sentimento: cioè sentire di nuovo, raddoppiare l’intensità di ciò che si è provato e sentito; rivivere il dolore di chi, umiliato ed offeso, ha perso la fiducia nel mondo e la conseguente impossibilità di poter sentirsi accolto “nell’idillio industriale della nuova Europa, nelle maestose sale del mondo occidentale”. Améry sa che il risentimento porta ad una specie di rottura nell’ordine consueto del tempo perché il futuro non è più contemplabile. Si è sempre fermi lì, in quella scena primaria: si vorrebbe tornare à rebours verso il già vissuto, si vorrebbe annullare ciò che è stato. È una posizione, se si vuole, innaturale e contraddittoria perché esige che l’irreversibile sia rovesciato e l’accaduto annullato, ma è l’unica dimensione concessa a chi rifiuta un qualsiasi parallelismo fra il proprio percorso e quello dei propri persecutori: “Le montagne di cadaveri che mi separano da loro non possono essere spianate”. Una forma possibile di risarcimento potrebbe consistere “nel procurare a mia volta dolore, nel sanguinario delirio di poter essere ripagato per quanto ho subito”. Ma l’uomo dei risentimenti sa che all’orrore non c’è mai fine; si accontenterebbe, magari, di una soddisfazione meschina e misera: quella, per esempio, di sapere in galera il carnefice. Certo non si vorrebbero che a lui fossero dedicate strade e vie, magari proprio nella capitale del proprio paese, come sta accadendo per Giorgio Almirante. Giorgio Almirante  cioè il segretario di redazione della rivista antisemita “La difesa della razza”, capo di gabinetto del Ministro Mezzasoma nei giorni eroici della repubblica di Salò, firmatario anche del bando di fucilazione dei giovani italiani che rifiutavano di arruolarsi nell’esercito della Rsi per combattere assieme ai nazisti, fondatore del Movimento sociale italiano &#8211; che si richiamava sin dal nome alla Repubblica sociale. E poi , come giustamente si domandava Massimo Raffaeli sul Manifesto di qualche giorno fa, “C&#8217;è, per caso, a Roma una via intitolata a Simon Wiesenthal?”</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><small>[  <em>immagine : L'Ira, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova</em> ]</small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
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		<title>Rachmaninov non era zingaro</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/18/rachmaninov-non-era-zingaro/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/18/rachmaninov-non-era-zingaro/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Jun 2008 06:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/311_15_campigli___gli_zingari__19281.jpg'></a></p>
<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Paura delle maestre che avevano paura di me. Quella non me la sono mai scollata da dosso. La paura di un grande che ha paura di un piccolo è come la terra che ti trema tremebonda sotto i piedi e ti istiga al peccato o alla morte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/18/rachmaninov-non-era-zingaro/">Rachmaninov non era zingaro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/311_15_campigli___gli_zingari__19281.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/311_15_campigli___gli_zingari__19281-235x300.jpg" alt="" title="311_15_campigli___gli_zingari__19281" width="235" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-6107" /></a></p>
<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Paura delle maestre che avevano paura di me. Quella non me la sono mai scollata da dosso. La paura di un grande che ha paura di un piccolo è come la terra che ti trema tremebonda sotto i piedi e ti istiga al peccato o alla morte.<br />
Chi ha cieli da dare li dia, non si danno più le cose in semplicità, non si danno più loro, semplici, più no.<br />
Mi piace questa liturgia, mi prende, la canticchio in testa senza sapere nemmeno davvero da dove viene, da dove, no, mi protegge però. Me la omelio come una risacca gonfia per ficcarci dentro le paure, quando mi vengono. Mi si incollano addosso come degli occhi troppo pesanti da chiudere. Come il mio nome, Jovener, che forse proviene dallo stesso luogo da cui viene la mia omelia, attaccato addosso da non so quanto tempo e da non so più chi. <span id="more-6105"></span><br />
Il giorno della Prima, della prima Prima, della prima volta che devi salire su di un palco a suonare mi fa paura. Io sono rom, sono italiano ma sono di etnia rom, e gli sguardi li conosco. Essere rom è averli nell’anima, quegli sguardi. Siete dentro di me, siete, voi, voi siete dentro di me, e neppure lo sapete. Io ho paura perché vedo la paura. La paura, la vedo, riflessa, la paura, di me. È stato difficile e lungo, poi mi ci sono abituato. Se uno che non conosci ha paura di te, e tu lo vedi, anche tu hai paura di te. È stato lungo, ma ora ne sorrido, alle volte, quando il cielo è pulito e spazzato, e mi dà gioia.<br />
La metropolitana è il mio lavoro. Io però ho fatto il conservatorio. Mio padre ci ha fatto studiare tutti, tutte le mattine fuori dal campo per andare a scuola, poi i compiti, poi la metropolitana. Poi, dopo la scuola, il conservatorio. Sentivo Keith Jarrett e volevo che il mio violino fosse un pianoforte. Pure di notte me lo sentivo, caldo nelle orecchie dure.<br />
Per arrivare al teatro, ho preso la metropolitana, con la mia liturgia a masticare la lingua. Io vi conosco tutti, uno per uno. Sono sceso a una fermata del centro e toccava a me arrivare al teatro, era la mia serata, passare sotto la Galleria, sbucare da quell’altra parte, entrare in quel bellissimo posto di fianco alla Scala. La prima serata.<br />
Il teatro era un antico luogo di ritrovo della borghesia milanese, era della fine del ’700, l’ha fatto costriure Napoleone, ci sono le colonne di marmo dove devi passare attraverso, e tanta felpa rossa per terra, e le scale a scendere, e poi il mio camerino. Quando ho oltrepassato una grande porta a vetri una bella ragazzina mi ha chiesto chi ero come a dire che ci facevo lì. Sono a suonare, lei ha detto ah, certo, il suo camerino è giù. Già.<br />
La porta era di legno e per arrivarci bisognava tagliare il bar in due, passarci dentro, c’era un anziano uomo calvo e col riporto che mi ha chiesto chi cercavo, gli ho detto è il direttore che ha cercato me, lui ha detto il suo camerino è pronto.<br />
La porta del mio camerino non era di legno pesante come quella prima. Il corridoio era molto stretto e lasciava che si aprissero dal suo fianco destro come tanti coltelli conficcati o barche alla fonda una decina di piccole stanze strette e lunghe e di legno tutte. La porta recava un foglio A4 appeso come uno sputo sul selciato con stampato il mio nome in grande, “Jovener”. Io sono entrato, ho richiuso l’uscio e mi sono seduto davanti a un grande specchio. La stanza era tutto sommato buia, l’avrei fatta più luminosa, più calda. Non lo era tanto. L’orologio a parete diceva che mancavano due ore e mezzo alla prima nota. Mi è venuta in mente una cosa anche buffa, se paragonata al momento: “Le cose scritte, le cose impresse, il fatto di volerle imprimere, deve essere profondamente infantile”. Io credo che quel pensiero sia stato generato dal mio nome appeso alla porta, da solo, nelle quinte vuote di un teatro vuoto, e il pianoforte dietro una parete ad aspettarmi.</p>
<p>Il concerto è andato benissimo. La platea era piena a metà, duecentoundici paganti, che a detta di tutti era anche un gran successo. Ho attaccato con il concerto di Koeln di Keith Jarrett. Mai ho preso tanti applausi. È bello ricevere gli applausi. Vestito da concerto, in smoking. Poi Rachmaninov, ho fatto i <em>Tredici preludi per pianoforte</em>. Poi <em>Take five </em>e <em>Pick up sticks </em>di Dave Brubeck, una interpretazione del <em>Concerto di Vienna</em> di Keith Jarrett, un pezzo del <em>Manhattan Project </em>di Petrucciani e un omaggio finale a Paolo Conte. Ora voi prendete i più borghesi dei milanesi che vanno a sentire un rom che suona Rachmaninov. Mentre suonavo a volte ridevo.<br />
Ho festeggiato. Il direttore del teatro ha voluto assolutamente che bevessimo insieme, ha voluto offrirmi da bere, ha detto che faremo altri concerti, ha proposto delle cose interessanti, magari dei video proiettati dietro di me, qualcosa sulla mia cultura, la cultura nomade, ha detto, da proiettare dietro. O anche una coreografia fissa, ha detto così, fissa come un presepe mentre tu suoni in smoking con il tuo pianoforte a coda lucido e nero, ha detto, si può pensare a qualcosa di interessante, mentre mandava giù lo champagne, a qualcosa di molto interessante, si può pensare.</p>
<p>Sono uscito all’una e venti di notte. Stavo da solo, con la mia borsa in spalla, e ubriaco.<br />
Al campo ci sono tornato a piedi, avevo tanto da pensare, e poi l’alcol da smaltire. Quindici chilometri buoni: fino a porta Romana, poi tutto corso Lodi, poi quasi fino a San Donato. Ho raggiunto il mio campo di via Impastato alle quattro e quaranta.<br />
A quel punto ero sobrio e leggero. Leggero. Subito ho capito che era successo qualcosa. C’erano quattro pattuglie della volante e tutti erano in piedi, qualcuno gridava. Io sono entrato e sono andato verso il mio caravan. Mia sorella mi ha guardato e ha fatto segno di niente con gli occhi, non è successo niente, Jovener, non ti preoccupare. Da dentro la roulotte sentivo mio padre urlare con mia madre, aprire i cassetti, sbattere le antine leggere dei mobili.<br />
“Ci stanno schedando tutti” mi ha detto Karina, la mia sorella di sei anni, con le due grandi trecce tutte spostate e aperte ai lati della testa e gli occhi ancora gonfi dal sonno, poi mi ha preso la mano.</p>
<p><em>(Immagine: Massimo Campigli &#8211; Gli zingari, 1928)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/18/rachmaninov-non-era-zingaro/">Rachmaninov non era zingaro</a></p>
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		<title>Schedatura dei Rom sotto i nostri occhi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jun 2008 14:48:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>(Ricevo da <strong>Giuseppe Catozzella </strong>e volentieri pubblico. FK)</p>
<p>Questa è una lettera di Giorgio Bezzecchi, vicepresidente dell’Opera Nomadi, Associazione nazionale nata nel 1965 per promuovere interventi atti a togliere gli zingari e altri nomadi dalla situazione di emarginazione in cui sono relegati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/11/schedatura-dei-rom-sotto-i-nostri-occhi/">Schedatura dei Rom sotto i nostri occhi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Ricevo da <strong>Giuseppe Catozzella </strong>e volentieri pubblico. FK)</p>
<p>Questa è una lettera di Giorgio Bezzecchi, vicepresidente dell’Opera Nomadi, Associazione nazionale nata nel 1965 per promuovere interventi atti a togliere gli zingari e altri nomadi dalla situazione di emarginazione in cui sono relegati. Giorgio Bezzecchi, rom, da  anni lavora per la promozione sociale, politica e culturale dei rom a Milano.<br />
La sua famiglia vive in un campo del capoluogo lombardo. Suo padre è stato deportato in un campo di concentramento, dal quale per fortuna è tornato vivo. Suo nonno, prigioniero in un altro campo di sterminio, non è sopravvissuto.<br />
Domani tutta la sua famiglia sarà fotografata e schedata, conformemente alle attuali decisioni del prefetto che prevedono un rilevamento completo di tutti i rom residenti nel territorio milanese. È stato deciso un rilevamento di identità da parte della polizia su base esclusivamente etnica. <span id="more-6101"></span></p>
<p>Credo che la sua lettera debba essere letta e ragionata. È possibile contattare sia l’Opera Nomadi di Milano, sia la cooperativa RomanoDrom, di cui Giorgio è presidente. (segreteria@operanomadimilano.org, romandrom@libero.it )</p>
<p>Lettera di Giorgio:<br />
Milano, 05/06/2008</p>
<p>”Prossimo intervento differenziale per cittadini Italiani (censimento fotografico e schedatura-Polizia), domani mattina, presso il campo comunale di via Impastato a Milano (famiglie Bezzechi).<br />
Sono passati 60 anni dalla promulgazione delle leggi razziali e dalla pubblicazione della rivista “La difesa della razza” di Guido Landra e dei primi rastrellamenti che sfociarono dopo un breve periodo di tempo in un ordine esplicito di “internamento degli zingari italiani” in campi di concentramento (Circ. Bocchini del 27/04/41), quei “campi del Duce” di cui in Italia si è preferito perdere la memoria.<br />
“RICORDARE PER NON DIMENTICARE” &#8211; Sono passati sessant’anni, ma le preoccupazioni, la percezione del pericolo, I PROVVEDIMENTI PUBBLICI SONO GLI STESSI DI OGGI.<br />
È agghiacciante quello che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi, a Milano.<br />
Rimanere in SILENZIO oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani.<br />
NESSUNA collaborazione di Enti o Associazioni è giustificata. VERGOGNA!<br />
Mi appello alla società civile, chiedo un sostegno per le comunità di Rom e Sinti milanesi.<br />
Ricordo che domani sarà schedato anche mio padre, CITTADINO ITALIANO, che ha patito la persecuzione nazifascista con l’internamento in campo concentrazionale italiano (Tossicia).<br />
Mio nonno deportato a Birkenau e uscito dal camino. VERGOGNA!<br />
MI VERGOGNO, IN QUESTO MOMENTO, DI ESSERE CITTADINO ITALIANO E CRISTIANO.<br />
Chiedo in questo momento tragico per la democrazia e la cultura a Milano e in Italia, di URLARE il proprio dissenso per questa politica razzista, incivile e becera.<br />
RICORDO E NON DIMENTICO che oggi siamo noi, e domani…”</p>
<p>Rag. Giorgio Bezzecchi<br />
(Rom, medaglia d’oro al valor civico)</p>
<p>COMUNICATO STAMPA DI OPERA NOMADI</p>
<p>L’operazione di controllo di un insediamento rom, che ha preso il via questa mattina verso le ore 5.00 in Via Impastato, 7 a Milano e che ha riguardato circa 35 persone, cittadini italiani residenti a Milano da oltre 4 decenni, ha dato il via a quello che era stato preannunciato nei giorni scorsi dal Commissario Straordinario e Prefetto di Milano come un vasto censimento di tutte le comunità rom e sinte presenti a Milano e nella Provincia.<br />
Circa 50 agenti di Polizia di Stato, Polizia Locale e Carabinieri hanno fotografato i documenti d’identità di tutti gli appartenenti alla comunità (dati per altro già in possesso delle autorità comunali e dell’anagrafe di zona presso cui sono regolarmente iscritti), configurando così l’intera operazione come una vera e propria schedatura su base “etnica” di una parte di concittadini, in violazione dei più elementari diritti costituzionali delle persone.<br />
L’operazione è avvenuta in assenza della stampa e di organismi autonomi di controllo, ragione per cui è ipotizzabile che gli interventi che seguiranno negli altri insediamenti, dove la consistenza numerica dei Rom e Sinti è assai maggiore e i problemi sociali più rilevanti, potrebbero dar luogo ad abusi d’autorità e procedure irregolari ancor più gravi per le persone che saranno identificate.<br />
L’Opera Nomadi chiede che al più presto vengano quindi date effettive garanzie di tutela e rispetto dei diritti delle persone che saranno sottoposte ad operazioni di censimento del territorio e che queste avvengano nel pieno rispetto delle leggi vigenti, anziché configurarsi come iniziative discriminatorie su base etnica.<br />
Per fare questo si chiede che alle operazioni venga autorizzata la presenza di un<br />
comitato di controllo indipendente sul modello di quelli previsti dall’OSCE.<br />
Nelle ultime 24 ore sono giunte all’Opera Nomadi di Milano perché trasmettessero alle famiglie di via Impasto oltre 100 lettere di solidarietà da parte di autorità politiche, culturali e associative nonché di cittadini e di molti ex deportati nei campi di concentramento.<br />
Tutti hanno ugualmente manifestato per iscritto la loro indignazione e profonda preoccupazione per quanto sta accadendo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/11/schedatura-dei-rom-sotto-i-nostri-occhi/">Schedatura dei Rom sotto i nostri occhi</a></p>
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		<title>La nonna di Davide (II)</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2008 14:07:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Oliva</strong></p>
<p>Clandestinamente, mi sono già autoinvitato sotto la tavola celeste, imbandita (con ognibendiddio) per gli oppressi, gli sfruttati, i sofferenti, i perseguitati a causa della giustizia, gli emarginati e gli esclusi (con una parola comune: i poveri). Mi accontento delle briciole che cadono a terra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/la-nonna-di-davide-ii/">La nonna di Davide (II)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Oliva</strong></p>
<p>Clandestinamente, mi sono già autoinvitato sotto la tavola celeste, imbandita (con ognibendiddio) per gli oppressi, gli sfruttati, i sofferenti, i perseguitati a causa della giustizia, gli emarginati e gli esclusi (con una parola comune: i poveri). Mi accontento delle briciole che cadono a terra. E delle gocce versate.</p>
<p>Prestatemi ascolto. Questa è la storia di Pašana (si legge <em>Pasciana</em>) conosciuta anche come Anna e affettuosamente chiamata dai suoi innumerevoli famigliari Bica (nonna), madre prolifica con una discendenza che già supera il centinaio di persone (fra figli, nipoti e pronipoti sparsi in tutta Europa). Se ne è andata, vecchia di quasi ottant&#8217;anni, l&#8217;estate dell&#8217;anno scorso, all&#8217;alba, alla vigilia di ferragosto. Era da tempo malata. Non la vedevo da diversi giorni. La notte prima, a causa di un forte mal di testa,  non riuscivo a prender sonno e, fra gli altri pensieri, rimuginavo un po&#8217; di sensi di colpa. Negli ultimi tempi l&#8217;avevo trascurata. L&#8217;indomani  mattina vado al &#8220;kampo&#8221; (è la parola con cui nella lingua dei <em>romá </em>si chiama l&#8217;accampamento)  per farle visita. Incontro suo nipote Alexander . &#8220;Dov&#8217;è Bica?&#8221;. &#8220;L&#8217; hanno portata all&#8217;Ospedale&#8221;. &#8220;Sta male?&#8221; &#8220;E&#8217; morta&#8221; &#8220;Se ne è andata stanotte, ti ha cercato tanto, ieri mi ha fatto telefonare tante volte nel tuo studio, ma tu non c&#8217;eri&#8221;,  mi dice una donna.<br />
Se ne è andata senza ottenere la &#8220;pensia&#8221; (così chiamava la pensione) tanto attesa e che lei si era convinta le spettasse.<span id="more-5979"></span></p>
<p>Pašana O. era nata nel 1927 a Zupa un paesino vicino a Niksic,  nel Montenegro da una famiglia <em>rom khorakhané</em>. &#8220;Tessitrice&#8221;, così si legge nei suoi vecchi documenti jugoslavi, ancora giovane si era sposata con Muradif H. e si era trasferita in un paesino vicino a Mostar dove era vissuta fino agli anni &#8217;70 quando emigrò per raggiungere una parte dei suoi figli in Italia. Ultima destinazione: la Sardegna.<br />
Prima con un permesso di soggiorno concesso con la &#8220;Legge Martelli&#8221; (vi si leggeva: <em>regolarizzazione per iscrizione liste di collocamento</em>), Pašana era invecchiata senza trovare altro lavoro se non quello faticoso del <em>mangel </em>(si legge <em>manghel </em>e nella lingua dei <em>romá </em>significa chiedere, nel senso di mendicare), lavoro  che la costringeva, in tutte le stagioni e con qualsiasi tempo, a girare per le città (soprattutto Sassari e Alghero), con il suo caratteristico sacco in spalla. Un lavoro che lei faceva con dignità e che mai le aveva impedito di mantenere, pur nella povertà dei mezzi materiali, quel suo portamento quasi regale che rivelava un animo forte, ricco di esperienza, saldo nei princìpi. In gioventù doveva essere stata una bellissima <em>romní</em>. Nonostante i disagi  di una vita da accampata, amava i fiori, di cui la sua casetta (la <em>barakkina</em>) era circondata e di cui spesso mi faceva dono (mia moglie si farà gelosa, scherzavo, portali a lei, mi diceva, accennando un sorriso). Amava fumare, beveva vino rosso e quando arrivava Gugervdam, la festa grande, ballava, come una ragazzina. Abbiamo ballato assieme tante volte, al <em>kampo</em>, , <em>máskar </em>e <em>borori</em>, sollevando polvere e buon umore.<br />
Era sorella di due partigiani iugoslavi, due giovani romá morti durante la guerra di liberazione contro il nazifascismo. Conservava con orgoglio un attestato nel quale erano riportati i loro nomi. Un foglio che sapeva di fumo, scritto in caratteri cirillici, con i simboli e le bandiere dello stato socialista (stella e falce e martello),  ingiallito, ormai consumato dal tempo, bagnato dalla pioggia degli innumerevoli accampamenti di fortuna, asciugato davanti al fuoco benedetto dei bivacchi  notturni (dove le scintille delle fiamme si confondono con le stelle). Me lo fece vedere e, commossa, me lo affidò chiedendomi di restaurarlo e incorniciarlo. Perché si conservasse quella memoria.<br />
Guardando la televisione, alla vista dei bambini affamati del terzo mondo una volta mi disse, con la stessa infantile ingenuità di mio figlio, che avrebbe voluto adottarne qualcuno. Non capiva perché, la nostra società ricca e sprecona, non facesse tutto il possibile per aiutarli a vivere.</p>
<p>Anni fa Pašana iniziò a manifestare i sintomi di varie patologie (algie diffuse, cefalee, bronchiti) che a seguito di ricoveri ed esami portarono i medici a diagnosticare una &#8220;cardiopatia ischemica con  prolasso valvolare mitralico ed  enfisema polmonare&#8221;. Entrava ed usciva dall&#8217;Ospedale.<br />
Mi informai presso gli uffici della CGIL  se Pašana avesse diritto a una qualche assistenza pensionistica, almeno la minima, che le risparmiasse le ingiurie quotidiane di un lavoro itinerante esposto a tutte le intemperie.  &#8220;Certo, mi risposero, alla sua età e nella sua situazione, ha diritto alla pensione sociale&#8221;.<br />
Si fa la domanda all&#8217;INPS. Dopo nove mesi, nel dicembre del 2000, poco prima di Natale, la risposta: &#8220;la domanda di Assegno sociale non è stata accolta per i seguenti motivi: il permesso di soggiorno risulta scaduto alla data di presentazione della domanda&#8221;.<br />
Ah, ecco, il permesso di soggiorno.  Pašana  ne aveva goduto per diverso tempo. Rinnovato negli anni, anche per motivi umanitari in corrispondenza della tragedia della guerra civile nei Balcani . Poi, per distrazione, a causa dei suoi ricoveri, le era scaduto, senza che provvedesse in tempo a chiederne il rinnovo. Né i suoi figli né io né gli altri amici, ce ne eravamo resi conto.<br />
Si fa quindi  subito richiesta per il rinnovo, convinti che non ci sarebbe stata difficoltà ad ottenerlo. Non potendo più giustificare la sua presenza in Italia per ragioni di lavoro, le viene chiesto di dimostrare come si mantiene. Ha diritto alla pensione sociale (se avesse il permesso di soggiorno). Ma senza permesso di soggiorno niente pensione. Niente mezzi di sussistenza dimostrabili, niente permesso di soggiorno. Il circolo è vizioso. Qualcuno suggerisce che potrebbe figurare a carico di uno dei figli, che gode già di un permesso di soggiorno e che può dimostrare di percepire un reddito. Va bene. C&#8217;è Elver (per i familiari e gli amici Ago, Agostino per i <em>gagé</em>, e poi Branko e chissà come ancora; ogni rom è ricco perlomeno di nomi): eccezionale e stimato artigiano del rame, un vero e proprio artista, titolare di una regolare attività di lavorazione di metalli, beneficiario di un prestito d&#8217;onore (primo rom in Italia). <span style="font-size: 12pt; font-family: ">È</span> figlio di Pašana, con la quale vive presso il <em>kampo </em>di Alghero. Ma  Pašana può dimostrare di essere sua madre? Certo, c&#8217;è il certificato di nascita originale. Controlliamo e in effetti Elver risulta figlio di&#8230; Fatima ?!?  La vita riserva mille sorprese. La carta scritta le moltiplica.<br />
Come è possibile? Chi è questa Fatima? A chi appartiene questo nome? Come c&#8217;è finito nel certificato di nascita di Elver? Fatima era in effetti un soprannome di Pašana quando viveva in Jugoslavia (mi dicono). Qualche parente, magari ubriaco (mi dicono), è andato a registrare il nuovo nato nell&#8217;anagrafe del paese, rilasciando le generalità dei genitori ad un impiegato, magari ubriaco (mi dicono). Nessuno se ne era accorto, fino ad oggi. Così Ago (Elver) risulta figlio di Fatima (Pašana ).  Briciole di allegria. Se non fosse per la burocrazia, che non ammette scherzi.<br />
Pašana non capisce. Ma come, non riconoscono che Ago è mio figlio? Ma cosa vogliono fare? Ci prendono in giro?  Perché ci trattano così, come bestie?</p>
<p>Per diversi anni si è cercato di trovare una soluzione a questo problema di ordinaria burocrazia. Senza riuscire a risolverlo.<br />
Abbiamo tentato molte strade. Alcuni funzionari interpellati non capivano le ragioni dell&#8217;insistenza e dell&#8217;urgenza. A che le serve il permesso di soggiorno? Non deve temere. Nessuno la caccerà dall&#8217;Italia. Fra l&#8217;altro è nonna di giovani e bambini che sono cittadini italiani. Ah, è per la pensione? Una questione di soldi? Veramente sarebbe una questione di diritti.  Alla fine, frustrato,  anch&#8217;io ho abbandonato Pašana al suo destino. Veniva in studio, sempre più provata e mi chiedeva: Giovanni qualcosa di nuovo per il permesso di soggiorno? E la <em>pensia</em>, perché non mi arriva? Non sapevo cosa rispondere. Mi vergognavo per me stesso, incapace di dipanare l&#8217;imbroglio.</p>
<p>Presto, come tutti gli anni, l&#8217;acqua che viene dal cielo allagherà il <em>kampo</em>, <em>máskar </em>e <em>borori</em>, trasformandolo in un pantano.</p>
<p><strong></strong></p>
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		<title>A Gamba Tesa: se questa è una donna!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/23/a-gamba-tesa-se-questa-e-una-donna/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 May 2008 18:46:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Tanto lo so che pensi, quello che non vorresti pensare e ti attanaglia la mente, ti fa mio prigioniero. Non sono quella con la maglia a righe, tarchiata, corta e male incavata, e nemmeno quell&#8217;altra che sbiascica ingiure e maledizioni come una preghiera da tre milioni &#8211; tre- di bestemmie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/23/a-gamba-tesa-se-questa-e-una-donna/">A Gamba Tesa: se questa è una donna!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="355"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/uiEN4Q8Ofz4&#038;hl=it"></param><param name="wmode" value="transparent"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/uiEN4Q8Ofz4&#038;hl=it" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" width="425" height="355"></embed></object></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Tanto lo so che pensi, quello che non vorresti pensare e ti attanaglia la mente, ti fa mio prigioniero. Non sono quella con la maglia a righe, tarchiata, corta e male incavata, e nemmeno quell&#8217;altra che sbiascica ingiure e maledizioni come una preghiera da tre milioni &#8211; tre- di bestemmie. C&#8217;ho la maglia rosa, io, come i ciclisti, come le femmine; quella che all&#8217;inizio del reportage non parla, annuisce soltanto. E so anche che ti stai domandando come mai ti stia parlando così, nella tua lingua, quella dei pensieri nobili, la lingua dei &#8220;molti&#8221; diceva Dante, no?<br />
&#8220;Ma che dico? Tanto lo  so che quando mi hai visto per la prima volta alla televisione &#8211; come se non sapessi che quelli come te, il televisore non ce l&#8217;hanno, cioè ce l&#8217;hanno ma lo chiamano rete, come quando noi si diceva la prima rete&#8230;- hai pensato al tedesco. Lumpenproletariat. Si dice così? Sottoproletariato,  “carne” eterna da macello,… plebaglia ,cani bastonati”, “feccia della società”, lazzaroni. Chiavica. Pardon.  Insomma “rifiuti”, immondizia  altro che fiore del proletariato. Insomma con noi non puoi farci niente, questo lo capisci? Una rivoluzione poi&#8230;<br />
Certo che ho gridato <em>fuori, fuori,</em> e ci mancherebbe pure che quegli zingari se ne stessero dentro. Che poi dentro non ci stiamo nemmeno noi, convieni? E ti fa comodo pensare a noi, anzi sono proprio io colei che ti ci ha fatto pensare, come alle anime dannate dell&#8217;Inferno, insomma altro da te che invece sei nobile e hai nobili pensieri. Ma noi, io non sono nemmeno quello, e lo sai.<br />
E allora tiri in ballo Pasolini, l&#8217;amore che lui aveva per i &#8220;popolani&#8221; come noi, solo che lui con i <strong>popolani</strong> ci divideva il piatto, la vita, non tu che, se potessi, alla zingarella che ti strattona, ci daresti un pugno in faccia.<br />
Noi non apparteniamo neppure a quella aristocrazia, a quella preistoria, caro, e questo tu lo sai.  Io sono un tumore, lo capisci, un&#8217;escrescenza della tua buona coscienza, della tua &#8220;istanza&#8221; e allora, tienimi con te, portami a spasso con i tuoi pensieri, fa&#8217; pure finta che io non esista, in fondo cosa vuoi che sia una malattia! Tanto lo sai, che se mi estirpi, muori.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/23/a-gamba-tesa-se-questa-e-una-donna/">A Gamba Tesa: se questa è una donna!</a></p>
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		<title>Prima vennero a prendere gli zingari</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2007 10:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo da un dato incontrovertibile: la Lega, da quattro legislature, amministra, insieme ai suoi alleati, la città di Milano, in una condizione politica davvero unica, con la regione saldamente nelle mani di Formigoni da circa un decennio e con, alle spalle, il governo di centro destra con la più lunga legislatura repubblicana, quello di Berlusconi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/05/prima-vennero-a-prendere-gli-zingari/">Prima vennero a prendere gli zingari</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/lega1.jpg" alt="lega1.jpg" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo da un dato incontrovertibile: la Lega, da quattro legislature, amministra, insieme ai suoi alleati, la città di Milano, in una condizione politica davvero unica, con la regione saldamente nelle mani di Formigoni da circa un decennio e con, alle spalle, il governo di centro destra con la più lunga legislatura repubblicana, quello di Berlusconi. Se c&#8217;era un problema di sicurezza, questa gente che oggi lancia allarmi e <a href="http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/04_Aprile/04/lega.shtml">organizza ronde</a>, avrebbe avuto tutte le condizioni ideali per risolverlo. Se c&#8217;era. E se, soprattutto c&#8217;era la voglia di risolverlo. <span id="more-3650"></span>Perché, per come la vedo io, non c&#8217;è nessuna voglia di risolvere un bel niente. Perché a questi attivisti della passeggiata nei campi nomadi, i rom fanno comodo; se non esistessero dovrebbero inventarli. Sono il nemico che manca, il cattivo, l&#8217;orco, l&#8217;uomo nero. Sono il male necessario, sono i differenti, i diversi, i mostri, quelli fuori dal cerchio comunitario, gli altri. Se non ci fossero gli altri non ci saremmo noi. Se non ci fossero i nemici non definiremmo gli amici. E gli amici degli amici.<br />
Dare addosso all&#8217;immigrato oggi non conviene, perché gli amici degli amici, spesso imprenditori con la fabrichetta che fa lavorare in nero i neri (che negro non si può dire in pubblico che fa razzista e noi non siamo razzisti) ne hanno un bisogno vitale. E poi i neri sono quelli che violentano le nostre donne, mica quelli che rubano. Inutile ricordare che il 90% delle violenze nei confronti di donne è perpetrato da italiani e, altra cosa che non si dice, che il 75% di donne che subiscono quelle violenze sono straniere.<br />
Quindi non siamo noi ad essere razzisti ma sono loro, gli zingari, ad essere ladri. È da oltre un decennio che, prima fotocopiato, poi direttamente in rete, gira un volantino anonimo con i segni che gli zingari tracciano sulle pulsantiere delle abitazioni per permettere ai loro simili di rubare, al meglio. Ma noi siamo furbi; noi ce ne accorgiamo, noi diffondiamo la notizia. E loro, a quanto pare, sono proprio stupidi, se i segni che usano sono gli stessi da decenni, senza neppure cambiarli dopo essere stati scoperti. Che sia un falso degno dei <em>Protocolli dei savi di Sion</em>, non ha importanza, ora. Ci sono elezioni amministrative a breve, c&#8217;è da battere il tamburo, c&#8217;è da soffiare sul fuoco, sull&#8217;allarme sicurezza, <em>Moratti docet</em>. Allora, ragazzi miei, vi prego, abbiate il coraggio di spingere sull&#8217;acceleratore. Ditelo ad alta voce: interniamoli in un campo, bruciamoli, facciamo questo bel sacrificio rituale che ci rimette in pace con noi stessi. Chi li piangerà mai?<br />
Sto esagerando? Risolvere civilmente la convivenza col popolo rom, con chi non ci piace, con chi è troppo diverso da noi, è la differenza che passa dalla democrazia &#8211; che se deve “difendersi” punisce eventualmente il singolo per le sue effettive azioni personali &#8211; al razzismo, che castiga qualcuno “a prescindere”, per la sua semplice appartenenza ad una etnia, ad un gruppo.<br />
Non andrebbero mai dimenticate le parole del poeta, quando diceva che prima vennero a prendere gli zingari perché rubavano, ma lui zingaro non era e la cosa non gli interessava, poi i comunisti ma lui comunista non era, poi gli ebrei, ma lui ebreo non era. Poi vennero a prendere lui. Ma non c&#8217;era rimasto più nessuno a protestare.</p>
<p>[<em>pubblicato in una versione più breve su</em> La Repubblica - Milano <em> di oggi</em>]<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/razquot3-big.gif" alt="logo razzismi quotidiani grande" id="image2210" title="logo razzismi quotidiani grande" align="middle" /></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/05/prima-vennero-a-prendere-gli-zingari/">Prima vennero a prendere gli zingari</a></p>
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		<title>La città dei bambini</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Dec 2006 05:53:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/33.jpeg" class="imagelink" title="processione di bambini - foto di Luigi Verde"></a></p>
<p>di <strong><a href="http://www.nobis.it/">Tiziana Verde</a></strong></p>
<p>Da nove anni, io lavoro in una scuola di campagna.  Insegno i numeri ai figli di immigrati, ai sinti del campo nomadi,  chiamati Rocky e Rambo per evitare i nomi del calendario e ai bambini accolti in un istituto che, senza ironia,  si intitola  ‘Sacra famiglia’.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/12/09/la-citta-dei-bambini/">La città dei bambini</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/33.jpeg" class="imagelink" title="processione di bambini - foto di Luigi Verde"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/33-450.jpeg" id="image2867" alt="processione di bambini - foto di Luigi Verde" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://www.nobis.it/">Tiziana Verde</a></strong></p>
<p>Da nove anni, io lavoro in una scuola di campagna.  Insegno i numeri ai figli di immigrati, ai sinti del campo nomadi,  chiamati Rocky e Rambo per evitare i nomi del calendario e ai bambini accolti in un istituto che, senza ironia,  si intitola  ‘Sacra famiglia’.<br />
Da questo campo quadrato e senza versi niente sembra vicino, tranne invisibili recinti, invece una strada provinciale porta al centro,  quello che vanta i migliori asili, la <em>città dei bambini</em> coi disegni di Natale per strada e i cassonetti dei rifiuti dipinti.<br />
Io intanto, ogni giorno, mi siedo su una panchina di marmo e tra le palpebre socchiuse li guardo  correre  come puntini colorati di una giostra. Allora li conto, conto un lungo elenco di oltraggi.<br />
<span id="more-2866"></span><br />
Non sono questi i bambini che la città aveva previsto, eppure se mai crescerà qualcosa, verrà da loro, dal loro riso imparato a furia di esercizio…<br />
Di ognuno so la voce esile o acuta, che si affanna per farsi sentire in tutte le lingue parlate o forse imparo, perché queste voci tremano: perché sempre voci più forti le coprivano…</p>
<p>Di questi nove anni soprattutto mi stancava il motivo  delle riunioni, di discorsi così regolari e inalterabili, da consentirmi di stendere il verbale di ogni collegio, annotando prima ancora di ascoltarli, senza  sbagliare, tutti gli interventi.<br />
Negli anni ho raffinato esercizi di astrazione,  non  sono più in quelle stanze ed è la mia libertà. Porto lontano i pensieri  e  intanto traccio sul quaderno, con diligenza, quelle parole a nessuno rivolte.<br />
Lì dentro metto anche, per riguardarli, i biglietti e i disegni dei miei alunni.<br />
Me li lasciano  di nascosto nelle tasche della giacca, perché a casa li trovi.<br />
Ormai lo so, ma c’è dolcezza in questa sorpresa rinnovata, da farmi pensare ancora di più che queste parole ogni mese pronunciate, non riguardano nessuno di loro, nessun bambino già nato e attingono piuttosto al frasario tecnico cresciuto nella scuola di questi anni  per gioco di memoria, ma una memoria combinatoria che non custodisce nulla e si esercita soltanto nella recitazione dei suoi comandamenti.<br />
Un tale vuoto dovrebbe spaventare, spaventare il tempo impiegato ad imbastirlo, a preservarsi persino dalla possibilità di una domanda. In fondo le nostre sono oziose discussioni, senza nemmeno quella indolenza che allarga l’immaginazione.  Sono oziose anche perché il consenso è  presupposto iniziale, non accordo raggiunto. Si mette ai voti la conferma e indignano gli astenuti,  il caso contrario.<br />
Ne soffrono di più proprio quei colleghi che nei fatti ai ragazzi sono stati vicini e, con più senso della realtà,  si ritenevano soddisfatti di toglierli dalla strada, fargli fare un pasto caldo e  magari insegnargli  a leggere e  scrivere.<br />
Ma nel verbale, le loro voci non compaiono.<br />
In perfetto, forzato accordo,  la scuola promuove  invece ascolto, differenza… sempre con possibilità &#8211; che dichiarata facoltativa è di fatto obbligatoria &#8211; di avvalersi dell’esperto.<br />
In genere sono esperti senza esperienza. Mi è sempre rimasto misterioso negli anni, il criterio con cui vengono scelti e il motivo della loro presenza, ma a volte mi sorprendo a provare, oltre al fastidio di subirli, una vaga ammirazione.<br />
Diffondono l’ovvio come fosse una scoperta. Da questo analfabetismo delle cose comuni non deriva però,  né inquietudine, né stupore, bensì un disarmante entusiasmo.<br />
L’altro frequente punto all’ordine del giorno è  l’amore per la lettura ed è strano che spesso ne decreti l’urgenza chi  in un libro non si è mai perso.<br />
Io intanto penso alla mia classe.<br />
I figli dei sinti dormono in roulotte senza vetri, portano magliette leggere anche in inverno,  e in aggiunta i  segni della scabbia  e i lividi dei padri ubriachi.  Dovrei ‘educarli all’attenzione’ , loro hanno freddo.<br />
Ho facoltà obbligatoria di seguire un esperto che al campo non c’è mai stato, &#8211; la prima volta si è fatto subito fregare l’autoradio &#8211; e ignora che la maggioranza delle famiglie  sta lì da oltre vent’anni e  ‘l’essenza del nomadismo’, non sa nemmeno cosa sia. Al corso raccomanda di non chiedere ai bambini di usare la forchetta. Scorge in questo una forma di pericoloso colonialismo.<br />
Intanto a mensa,  io li guardo ingoiare in un attimo la minestra quotidiana,  gli passo il mio pranzo  aggiustandogli tra le dita le posate e forse davvero li colonializzo, ma è il minore dei miei  rimorsi.<br />
Al campo, poche famiglie vivono con le  giostre, ancora meno col circo, il resto  di espedienti. Il comune dà una piccola somma in rapporto al numero dei figli, che  resta comunque esigua e solleva polemiche sugli aiuti immeritati a scapito di chi onestamente si guadagna il pane.<br />
Ultimamente è prevalso il tentativo di assegnare case coloniche per evitare     l’accentramento, ma  molti rifiutano di spostarsi da queste riserve, nonostante non manchino ostilità  fortissime interne.<br />
L’unica traccia dei passati spostamenti sono  le roulotte,  senza ruote, impaludate… e a una tale gravità pochi si sottraggono, il campo è comunità senza scambi, cerchio chiuso se, a camminarci nelle giornate di pioggia, quando nessuna luce ne riscatta l’aspetto di disperata discarica, capisci che da lì non si esce.<br />
Eppure questa gente  ha avuto un tempo, nel sangue, la libertà del viaggio.<br />
Bisogna vederli nei giorni di neve, caricare i bambini su slitte di fortuna e trascinarli al gancio d’auto sgangherate. Vederli nelle feste a celebrare l’eccesso, coi falò all’infinito accesi, i barili di birra  a fiumi, l’ospitalità  da nulla turbata.<br />
In quei momenti capisci quanta fierezza è andata persa, tutta la capacità di salto sopra gli ostacoli, tutta la  gioia.<br />
Nella politica fittizia della città, solo dall’<em>aver cose</em>, grazie ad alcune concessioni e illegalità tollerate, dovrebbe derivare soddisfazione. Ma quell’avere esclude e ammala. Il paradosso è già nella definizione di nomadi-stanziali, né fermi, né in viaggio,  chiusi fuori… Ci si abitua certo a vivere così, ma non c’è dignità in questo, non può essercene. Si rimane senza orgoglio,  rimane una miseria dall’abitudine alla segregazione, che nessuna ‘cosa’ arriverà mai a risarcire e a non capirlo si sbaglia il tiro, si  danneggia credendo di aiutare.<br />
Durante l’anno,  in notti di rapina, i padri rimediano scarpe da ginnastica e giacconi imbottiti, ma è fortuna alterna, perché nei mesi di carcere si ristabilisce l’uguaglianza, i bambini di volta in volta affidati a parenti.<br />
I più grandi, quelli che hanno finito la scuola, li incontro in questura e ne sento vergogna, anche quando gridano il mio nome e vengono ad abbracciarmi, d’essere stata lì a tenergli lezioni sui numeri. D’essergli stata lontana.<br />
E mentre li guardo in quei corridoi spogli,  tremare di un diverso freddo, in cuore  gli auguro di non farsi mai prendere, gli auguro,  contro ogni legge, qualsiasi via di fuga.<br />
In questura mi tengono un lungo discorso sulla scuola che non insegna i valori della famiglia, dell’ordine…dico si a tutto e intanto ricordo  una precedente direttrice,  quando sgranava:  disciplina,  linguaggio,  <em>grazia</em> &#8211; per le femmine soprattutto -, convincerle a lavarsi, cambiarsi i vestiti, tenersi lontane dalle cose del sesso &#8211; sapendo che il sesso lo imparavano subito dai fratelli, dai padri, e i bagni sventrati,  il comune si era stancato di ricostruirli -.<br />
Molte le ho viste crescere.  Bambine, erano subito vecchie, con più figli di quanti ne potessero allevare e quell’accumulo improvviso d’anni dava la misura di quanto debba essere bestiale la sofferenza che lo versa così, di colpo, su un essere umano.<br />
Alla direttrice non ne ho mai parlato, le stavo davanti come aveva fatto Brenda incontrandomi, solo che lei  continuava a protestare &#8211; Non sai nemmeno chi sono! -.<br />
All’improvviso avevo riconosciuto quel suo modo guappo e gracile di affrontarmi,  ma trapiantato in un corpo che avrebbe dovuto avere diciott’anni e ne dimostrava quaranta.<br />
Quando ho pronunciato il suo nome era tardi.<br />
- Vedi che non lo sai? &#8211; quasi gridava  e mentre rimpiangevo  d’averle causato, con la mia incertezza, altro dolore, la <em>grazia</em>,  le ho augurato di non concedersela mai, le ho  augurato di indurirsi, di restare viva.<br />
Ma avevi ragione tu Brenda:  non lo so. Non so quanti muri bisogni attraversare per inventarsi liberi…se le nostre parole non siano sbarre di una prigione ancora più insidiosa.<br />
Intanto la riunione va avanti.<br />
I bambini dell’istituto percorrono tutto  il  calvario degli affidi, dei tribunali, delle famiglie continuamente perdute e ritrovate.<br />
Ho imparato qui dentro un pianto che non conoscevo,  senza nessun richiamo, versato in sé, di chi dispera d’essere udito.<br />
Capisco oggi per quel pianto, che una confusione non è possibile e bisognerebbe provare sentimenti  tersi di vicinanza o avversione, la pietà se arriva, diventa danno dove gioca la sorte, il tiro di dadi…<br />
Non parliamo di questo. Nemmeno a loro le nostre  parole sono rivolte.<br />
L’ultimo gruppo è composto dai figli unici, nel senso di ‘soli’ dentro  una solitudine affollata di oggetti. A loro più che agli altri, racconto storie, non per promuovere l’amore alla lettura, ma perché li raggiunga almeno una voce.<br />
Io penso alla mia classe e vedo ognuno dentro una diversa fame che le nostre parole non arrivano nemmeno a sfiorare, e di quanto insegno non so cosa davvero li aiuterà e cosa servirà solo a confonderli.<br />
Con questo dubbio, ascolto le verifiche positive su attività ben scelte fin dall’inizio.<br />
Prima della conclusione, c’è un momento in cui entrano le madri.<br />
Una sempre insiste,   accalorandosi, sulla necessità di una pedana per agevolare la scalata al marciapiede e di una pensilina  tra il portoncino e il cancello, parendole troppi due metri da fare sotto la pioggia. Un’altra aggiunge ‘per la sicurezza’ e io ricordo cos’era sicurezza dove sono cresciuta: avere capacità di previsione sui furti, i crolli, gli spari… non il giusto tempo, ma l’anticipo salvava la vita…<br />
Ci sono notti in cui ancora sogno  i saltati dal tetto, i saltati in aria e anch’io cado…<br />
Di un privilegio però sono grata a  San Gennaro:  al crepuscolo o dopo un temporale,  tutte le teorie su universo e materia venivano scalzate dalla convinzione di essere davvero  tra le pieghe delle mani di un dio.<br />
Era bello starsene a testa scoperta,  sotto quei cieli furiosamente regali, da cui nessuna pensilina riparava&#8230;</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/19.jpeg" id="image2869" alt="processione di bambini - foto di Luigi Verde" /></p>
<p>Dal cortile della scuola, oltre i recinti, si vedono due cavalli. Uno bianco, l’altro grigio.<br />
I bambini infilano le dita nella rete per accarezzarli.<br />
Stavano lì anche oggi, sulla terra coperta di neve. Stavano lì da sempre. Tagliati, invece, gli aceri che in estate davano ombra. Siamo andati a contare i loro anelli, uno aveva i miei anni, qualche mano ci aveva piantati insieme su diversi campi.<br />
- Fatevi una corsa &#8211; ho detto.<br />
Non soffiava vento.<br />
Il torrente oltre la rete era diventato una lunga striscia di ghiaccio, solo i profili dei tronchi, quasi astratti,  correvano verticali sulla campagna vuota.<br />
Mi sono sempre chiesta a quale richiamo ubbidiscano gli stormi, per quale istinto traccino fraseggi, risposte di sopravvivenza, con sincronia musicale.<br />
Regole simili devono avere anche i bambini: qualche corrente invisibile che li porta a litigare contemporaneamente, piangere insieme o scegliere tutti lo stesso posto in cui stare. Uno stormo.<br />
Di nuovo mi sono venuti intorno  per via di un ramo coperto di brina e  di nuovo se ne scappano. Me ne è rimasto  uno alle spalle e mi chiede ‘chi sono’.<br />
Ivan &#8211; penso &#8211; con la faccia bruciata, perché  a tre anni sua madre gli ha rovesciato addosso una pentola d&#8217;acqua bollente; che non sa ridere e così ogni tanto si esercita; e non credo nemmeno sia  autistico, come gli diagnosticarono  quando era in prima, piuttosto vede cose invisibili a molti e ha pensieri così profondi da farmi chiedere se riuscirà a sopportarli. Ivan che anche adesso mi mette una mano sulla guancia, perché vuole essere guardato dritto in fondo agli occhi, mentre parla.<br />
Lo guardo.<br />
Mi chiede se gli animali soffrono quando crescono.<br />
Rispondo no,  anche lui è diventato più alto, è la stessa cosa.<br />
- Però i  pensieri mi fanno male, pure i denti -.<br />
Mi abbraccia e aspetta risposta o una verità,  ma ogni frase mi sembra per lui  non abbastanza lieve…<br />
Tengo ferma la voce e dico:<br />
- E’  una legge veder crescere le cose e colpisce valga per tutti: denti, alberi, cavalli, zanzare e bambini. -<br />
- Così diventiamo vecchi e le parole vanno a finire tutte sparse. -<br />
E dove l’ha imparata la meraviglia, la delicatezza, la poesia… pronuncio un:<br />
- Prima cresci! &#8211; e il tono è di comando, per paura che rinunci, ma lui mi guarda in fondo agli occhi, così aggiungo:<br />
- Io ci penso spesso, chissà come sarete voi, come sarai tu, Ivan…-<br />
- Forte &#8211; giura e  subito gli credo, sorride, sta imparando, tira ancora troppo le labbra, ma quando ci riesce, davvero mi  sembra di indovinarlo uomo, bizzarramente saggio per l’anticipo delle delusioni, con quell’alba di riso sulla faccia.<br />
E&#8217; tardi e chiamo gli altri per rientrare.<br />
Sono in fila ma non si muovono.<br />
- Che c&#8217;è? -<br />
- Non ci hai contati -.<br />
L&#8217;ho fatto, ma per loro non vale, se non metto a ognuno la mano sulla testa.<br />
Gliela metto e intanto dico i numeri.<br />
Per farli ridere dico i milioni, i miliardi…</p>
<p><em>Dal libro: L’ordine del vento, di Tiziana Verde. Foto di <a href="http://www.nobis.it/">Luigi Verde</a></em></p>
<p><em>Altri scritti di Tiziana Verde su Nazione Indiana:</em></p>
<ul>
<li><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/11/03/il-carro/">Il carro</a></li>
<li><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/28/il-cesto-di-pomodori/">Il cesto di pomodori</a></li>
<li><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/11/13/le-basiliche-paleocristiane-di-cimitile/">Le basiliche paleocristiane di Cimitile</a></li>
<li><a href="http://www.nazioneindiana.com/index.php?s=di+Tiziana+Verde">ricerca libera</a> sul sito</li>
</ul>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/12/09/la-citta-dei-bambini/">La città dei bambini</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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