Io non ho pudore, ovvero il ritorno di Totò Cascio

2 aprile 2003
Pubblicato da

di Christian Raimo

Cari amici di Nazione Indiana,
giorni fa sono andato a vedere Salvatores, Io non ho paura. Ci sono andato effettivamente come si va a un compleanno di uno zio che ti sta un po’ sul cazzo, ma che insomma bisogna dargli una chance di dire qualcosa di simpatico.

Ecco, Io non paura, come questo zio archetipo, è un film orrendo ma lo è in modo paradigmatico. Ossia è una lezione di quello che è il cinema mainstream in Italia oggi e di quello che non dovrebbe essere il cinema. Una cartina tornasole da proiettare nelle accademie: come non si filma, come non si sceglie la musica, come non si scrive una sceneggiatura, come non si fanno recitare gli attori, come non si tenta di fare cinema d’autore…

Ma proviamo ad andare in ordine:

1. Il film è per il 90% il giallo saturo dei campi di grano altissimo. Dolly ripetuti alla nausea sulla bicicletta scalcagnata di questo ragazzino che vive l’estate della perdita dell’innocenza attraversando i campi. Dalla prima all’ultima scena il valore di questo sfondo che dovrebbe voler dire: natura, Puglia, grezzo, caldo, sconfinatezza, rimanda soltanto a “dove c’è Barilla c’è casa”. Non c’è verso, sia se la ripresa è una panoramica, sia se la camera stringe sulle gambette dei bambini che solcano il grano la sensazione è quella di uno spot del Mulino bianco senza scampo. Questo perché? mi dicevo, perché, come diceva il mio amico Paolo al secondo minuto: “ho voglia di Gotham City!”?

2. Perché è tutto incredibilmente bidimensionale, cinematografico nel senso vocabolariesco del termine. Tutti gli elementi che dovrebbero conferire una terza dimensione continuano invece a confermare la bidimensionalità. Esempio: il suono. Il suono è un suono pulitissimo, quasi mai presente, mai un fruscio se non nelle scene in cui si inquadra il bambino “con le gambe che strusciano le spighe”. Il resto del film è coperto in maniera rivoltante, direi censoria, dalla colonna sonora. Colonna sonora che, con un’idea che Salvatores ho letto attribuisce ad Ammaniti ma che se fosse di Riccardo Schicchi non mi meraviglierei, è un quartetto d’archi di Enzo Bosio. Quasi tutto l’andamento narrativo è dato dal refrain di questi archi. La bicicletta accelera, accelerano gli archi. Lui si ferma, si stoppa la musica. Qui la didascalia che vorrebbe essere comunicazione e comunicazione di sentimento diventa un tentativo di educare all’ascolto un bambino con difficoltà di apprendimento.

3. Ma, è questo il punto cruciale, in tutto questo non c’è malafede. La visione che Salvatores costruisce con Ammaniti (il correo o il mandante, non so) non ha la volontà di “realizzare un prodotto televisivo”, che abbia la freschezza di Respiro (io tra l’altro se fossi in Crialese lo querelerei per il saccheggio delle minime idee di ricostruzione di un’epoca: musichette di Mina, 127) e la suspence di una puntata di Carabinieri. Non è progettata questa visione, ma all’opposto è introiettata. La lente televisiva si è trasferita direttamente nell’immaginazione di Ammaniti e deflagra in quella di Salvatores. Il risultato è un film di gente che c’è rimasta sotto gli anni Ottanta, e che con la scusa che è un film sull’infanzia (infanzia = confusione) mischia e risputa tutto ciò che ha bevuto davanti allo schermo: il bambino è Alfredino nel pozzo, è Marco Fiora o le decine di bambini rapiti, ma è anche e innegabilmente E.T. e Johnny Freak di Dylan Dog. E insieme c’è tutta un’educazione scolastica resa paccottiglia: Il barone rampante di Calvino, Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, tutto diventa gag. Ma tutto questo non è l’innocente e surreale visione trasfigurata del bambino, questa è la visione del regista e dello sceneggiatore. Il linguaggio del ragazzino di dieci anni che Ammaniti faceva fatica a ricostruire plausibilmente (e infatti nel libro la storia è raccontata in prima persona dal ragazzino che è ora ha trent’anni e parla un po’ come un decenne precoce e un po’ come un trentenne ebete) lascia al film tutte le difficoltà di trovare una lingua. Ma perché non si capisce come parlano questi? Come no, si capisce benissimo, parlano come in televisione. O meglio, come davanti alla televisione

4. Parlano un dialetto che non ha il coraggio di essere dialetto e fa lo stesso effetto dell’italiano parlato da Biscardi o dalla valletta bulgara. Il birignao per forza e sempre. Un italiano con le “o” strette. Banfi in una proporzione che non saprei spiegare diventa Umberto Eco, come valore di riferimento. E si dicono le cose che i bambini si dicono in televisione. Rigidi, inquadrati come a Bravo bravissimo, mai uno scatto, mai un graffio che li faccia credere bambini, che li faccia credere bambini veri come potrebbero essere i bambini figli di un sequestratore degli anni Settanta in Puglia. Sono già pronti per un’intervista di Marzullo che gli offre le caramelle che non si dovrebbero accettare. E’ possibile riuscire a plasmare in modo tale anche ragazzini che hanno nove dieci anni. Pensavo non dico ai ragazzini di Truffaut, ma a quelli di Crialese, che sono la forza innegabile del suo film, che vanno in giro anche in loro in ciavatte e mangiano anche loro l’anguria sbrodandosi. Ma hanno un’identità, che va aldilà dello slogan “io non ho paura”, non mostrano sempre la sensazione che c’è una telecamera che li riprende.

5. Questo discorso sui bambini va duplicato per i grandi (con l’eccezione di un piuttosto incolpevole Dino Abbrescia relegato all’impensabile ruolo di un padre fumettistico che non è né cattivo né buono, un criminale che pare però avere la morale interiore di un insegnante di periferia), soprattutto per Abatantuono e per la madre interpretata da un’attrice spagnola, Aitana Sanchez-Gijon, che è quella che, ovvio, nel doppiaggio esce ridotta a uno straccio. “Ehi guagliunciello, mo’ ti riempo di mazzate”, queste sono le battute che deve pronunciare. E finalmente il film acquista un’identità: la Puglia vista da anziani turisti tedeschi. Finora avevamo saputo solo come era la Toscana (e anche lì la gioventù) vista da degli ottantenni inglesi (Io ballo da sola), ora finalmente un altro film che aggiunge materiale fotografico ai cataloghi delle agenzie di viaggio. Dimenticavamo: Abatantuono. Non voglio passare per marxistoide, ma se io vedo la faccia di un attore una sera sì e una sera no che mi prepara il Caciucco o mi urla Shevchenko, quando me lo ritrovo a fare il criminale, il più cattivo dei cattivi, la mente senza scrupoli della pur scalcinata banda di rapitori, io la prima cosa che mi viene da chiedergli è di farmi una pizza o di accendere su Novantesimo minuto. E lo dico senza facile ironia, perché anche qui la scelta di Salvatores mi sembra in buona fede: Abatantuono ha presenza, è un attore di mestiere, un caratterista. Non si rende conto che la sua faccia, il suo mestiere, la sua presenza indicano assolutamente Spot?, e che quindi forse un berlinese cinquantenne ne apprezzerà i tic da italiano verace, io al massimo la panza.

6. Perché questo film piace, scatena dibattito, perché persone il cui inconscio è stato colonizzato dal mondo della televisione ci devono raccontare cosa vuol dire il rapporto con la natura, con la storia dell’Italia recente, con un immaginario mitologico? Il brivido alle volte è lo stesso che sale quando Veronica Lario dice che in famiglia si discute molto di pace e guerra… oltre che di Cortina e San CandidoViareggio e Forte dei MarmiToldo e Buffon

7. Ennesima cosa: le inquadrature. C’è un piano sequenza usato per una scena pretestuosissima. Torna il ragazzino, un paio di secondi sulle cosce della madre (c’è anche un fotogramma poi ipocritamente breve sulla scollatura sudata della mamma, tanto Monica Bellucci dei poveri) un uso dei dolly delle zoomate della dissolvenza in nero dei primi piani delle immagini sfocate dei dettagli tutto ridondante e inutile, insistente come in una serie di slide da riunione d’azienda. Non avete capito che il ragazzino è l’innocenza personificata? E io ti faccio un altro paio di minuti con lui con le mani allargate in bicicletta e ti ci metto pure du’ immaggini de uccelletti.

Va bene, mi fermo qua, vado a telefonare a Niccolò e gli dico che il film mi è piaciuto.

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