La svisione (in tre tempi morti)

9 aprile 2003
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di Andrea Inglese

Adesso finalmente è chiaro, in tutto questo vedere, e dire che vediamo, “guarda là, guarda là”, e le didascalie, le mille parole che s’incuneano in un’immagine, come mille rifugiati si raccolgono in un accogliente rifugio, immagine refugium peccatorum, le immagini centri d’accoglienza del senso, della migrazione di senso,

e sollevare in alto le telecamere e le videocamere, svelamento, sipari aperti, otturatori aperti, palpebre sollevate, tenute aperte con forcine, spilli, purché sia luce, nella lastra fotografica, dove s’incagliano i lampi, fanno coagulo, dove il movimento si ferma, per essere di nuovo spinto avanti, ma in fotogramma, o martellato in bytes, e sotto, nelle fibre ottiche, che vedono nel buio viscerale, filo di deliri, di visioni sotto l’asfalto, e aguzzare i recettori, centesimi di volt a solleticare il nervo ottico, nei millesimi di millimetro, si dischiudono due fasce di colore, appaiono le apparenze, e la tersezza delle lenti a contatto, la messa a fuoco, l’immagine digitale che dissolve la foschia analogica, e la visibilità ottima, vedo fino al Monte Bianco, al Kilimangiaro, in tutta questa visibilità non si vede nulla, non si vede la cosa, le mie stoviglie hanno un alone, lo sterrato sotto casa è appannato, le vedove in veli neri, sedute sulle poltroncine, a teatro, con le cinture marroni, con tutto l’esplosivo sul ventre, partorienti di deflagrazioni, con le pistole in mano, sono rimaste sedute, con uno o due buchi in fronte, vedi quanto precisi, addestrati, i cecchini speciali delle truppe speciali, sono rimaste sedute, ma chi riesce a vederle, lì nel teatro, vedi come si vede male, non c’è sintonia per sintonizzare, non c’è nebbia che si diradi, non c’è gas a colori, tutto già inspirato, a pieni polmoni, scoppiato dentro, è che non vedo neppure gli sportelli, gli armadietti, le seggiole di casa, non le vedo, perché se vedessi meno, in questo visibile, e quindi meglio, potrei decidere di spostare, spostare questo lì e quello qui, potrei cominciare a spingere, a smontare, a mettere le mani dentro, o sotto, o dietro, mettere le mani addosso, cominciare con tatto, cautela, fidandosi molto più del tatto, del corpo a corpo, come tra uomo e donna, come con tutto, se non vediamo, dove mettiamo le mani?

II

E come li vedo, con quale nervo ottico? le bocche attorcigliate di quelli, che sotto i ferri, senza sedativo, quelli di Bassora, che bisogna tagliare, senza anestetico, che non si vedono neppure i punti di sutura, perché mancano i fili per legarli i lembi maciullati, gli metti in bocca uno straccio, già rosso, già sbavato, è talmente chiaro che fa buio, vanno da sole le mani, seguono il ritmo del macello, li operano senza luce elettrica, anche di notte, a generatore fermo, chi vede la visione del chirurgo? l’anamorfosi della bocca dell’operato, che esce dai contorni, brucia il campo visivo, ingoia nel suo nero di bocca il visibile, li ha visti fin dentro la trachea, nel cavo del corpo scavato, li ha visti quel chirurgo, per un attimo, quando cadeva sul bisturi il fascio della torcia elettrica, e bisognava tagliare veloci, per non vederla più, mai più, quella carne semiviva, semiscollata, dove si spegnerà questa luce fioca di finimondo? sepolta nelle più profonde sepolture, ignorata perfino dalle talpe, dai coleotteri, a bruciare negli incubi del chirurgo, nel coma dell’amputato, quale faro inonderà il foro della bocca, ora che non ha contorni? ne vedranno altri delle belle, ancora, come il triangolo scaleno di metallo, infisso lì sotto la nuca, il frammento della bomba frammentata, che quello si tiene in testa mentre parla, ma di che parla che non beve più da giorni? ma di che vive che non mangia più che legno? con il suo cuneo addosso, la sua graffa che lo tiene assieme, non avremo cartoline di Bassora, di quel tavolo operatorio, lercio di sabbia e feci, ma ci sono le isòbare, le foto satellitari, il meteoròlogo con la bacchetta che illustra l’anticiclone, le basse pressioni, tendendo l’avambraccio sulla planimetria del golfo, e adesso tutto è tornato sereno, chiaro, in sala mensa, in sala stampa, con i pantaloni kaki, e ho ben visto che mi sono vomitato addosso, ben vomitato tutto.

III

Passa e non si sente, tra una stanza e l’altra, mentre io passo, ci passo pure attraverso, lo dice la finestrella digitale, l’ultima cifra coi secondi, o quella più grossa dei minuti, che sta passando, e che qualcuno lo conta, che qui tutto è contato, che ci sarà un equivalente in denaro, oppure un conto simbolico, in monete simboliche, tipo un gruzzolo simbolico: tutto blasoni, applausi, sguardi rapiti, inchini, citazioni, festeggiamenti, e ci vado contro, o attraverso, mi strappo dal lavabo per incollarmi al telefono, mi strappo dal telefono per appiccicarmi alla sedia, eppure non si sente, è inodore come certi gas, non fa neppure ridere come il gas esilarante, non fa vomitare come i gas proibiti, è anch’esso trasparente, s’infila dentro le immagini, e lì muore, e vorrei vederlo quando si curva, quando sembra tornare indietro, a riacciuffare quei movimenti, con il ginocchio, quando raccoglievo per strada una foto polaroid, soggetto: una staccionata, autore: ignoto, stato della foto: crivellata, stato del mondo: idem, stato di colui che raccoglie: cerco un’immagine dove il miglior tempo sia stato raccolto, e non perduto, ma mi devo strappare anche da questo posto, come l’uomo ragno me ne vado le suole che si appiccicano e si strappano di continuo da terra, c’è un continuo ferirsi e cucirsi, cercando di stare dentro nel tempo, cercando di sentirlo, magari in forma di flusso, di acqua del fiume, mai che ci entri per la seconda volta, sei finito, rischi pure di annegare, non lo sento, non mi sento, non mi sento bene.

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