Le ceneri di Pasolini

30 aprile 2003
Pubblicato da

di Carla Benedetti

Caro Walter Siti,
l’edizione delle opere di Pasolini che tu hai diretto si è da poco completata. Ma non è l’opera di Pasolini.

Dieci volumi dei Meridiani raccolgono ora, in un flusso continuo, sia i testi editi sia gli inediti, sia le opere licenziate dall’autore sia i progetti scartati o non portati a termine, collocati l’uno dopo l’altro in ordine cronologico, ma distribuiti per generi: i romanzi, i saggi, il teatro, il cinema e, infine, le poesie, ognuno corredato da un utilissimo apparato di note. Ho grande rispetto per questa impresa editoriale di cui non mi sfugge né la difficoltà né il valore, e a cui ti sei dedicato per anni, con grande perizia tua e dei tuoi collaboratori.

Lascia però che ti esprima anche una perplessità. La nutro da quando sono usciti i due volumi dei romanzi, ma ora mi si è precisata meglio dopo aver letto la postfazione di cinquanta pagine con cui hai voluto chiudere l’ultimo tomo. L’hai intitolata “L’opera rimasta sola”. Essa chiude l’edizione in tutti i sensi: è la tua ultima parola di curatore, venuta dopo la lunga fatica sui testi; ed è anche l’ultima parola dell’opera, dell’intera opera, che viene dopo anche la parola dell’autore. Che statuto ha questa tua parola? Perché il curatore, che di solito introduce, qui si trova anche a concludere? Quanti autori ci sono qui dentro?

I narratologi chiamano “autore implicito” la personalità autoriale che regge tutta l’impalcatura di un racconto, anche quando c’è un altro che narra. Tu hai fatto qualcosa del genere: hai lasciato parlare Pasolini per dieci volumi, ma attraverso di lui eri tu che ti esprimevi. Ecco la mia perplessità. Te la formulo così: quella che ci hai consegnato non è l’opera di Pasolini. E’ l’opera di Pasolini più la tua opera. L’opera di Pasolini più quella di questo filologo implicito, il quale, dopo aver parlato indirettamente per dieci volumi, alla fine non ce la fa più a tacere e finalmente si esprime, viene allo scoperto.

Non è che me ne stupisca. Il nostro tempo è pieno di autori di secondo grado, di curatori di mostre che scrivono la propria opera allestendo opere altrui, di critici-autori, e anche di curatori-autori di opera omnia. La mia perplessità riguarda un’altra cosa. Riguarda la tua opera.

Conoscendo la tua intelligenza, sono certa che capirai al volo quello che voglio dire; forse ti troverai persino d’accordo, e replicherai divertito:” Sì, è proprio quello che ho voluto fare: l’opera di Pasolini più la mia opera!”. Allora parliamo della tua opera. Perché è questa – non il tuo lavoro di curatore – a sembrarmi limitata, sia intellettualmente che criticamente.

Nella postfazione tu muovi al tuo autore tanti piccoli appunti. Biasimi il “pressappochismo” e la “cialtroneria” di Pasolini che fingeva di conoscere bene libri di cui aveva sottolineato solo qualche pagina (come tu hai potuto verificare consultando la sua biblioteca). Gli rimproveri di essere uno che pensa troppo in grande, uno che “appena indovina una forma, subito vuol farne un volume”. Gli rinfacci persino, come spia di un“delirio di onnipotenza”, tutti quei presuntuosi progetti che tu hai voluto inserire in questa opera, anche se da lui scartati. Per poi chiudere, alla grande, così: “Questi dieci volumi non sono dunque che il residuo di una frustrazione, o di un’ambizione franata?”

Domanda sconcertante, se a farla è proprio l’autore-curatore di quei dieci volumi. Perché allora hai montato in quel modo i “mattoni” del laboratorio di Pasolini, ivi comprese le prove e i pezzi marginali? Perché hai allestito questo edificio di carte? Forse per poterci soffiare su alla fine? Verrebbe da dire, parafrasando un noto detto, nessuno scrittore è grande per il suo filologo. Invece non è questione di filologia, nemmeno in questo caso.

L’ambivalenza che nutri per l’opera di Pasolini è evidente a chi abbia letto la postfazione. Nè tu la nascondi, anzi direi che la esibisci, quasi fosse un titolo di merito, quasi tu avessi bisogno di mostrare che sai anche prendere le distanze dal tuo oggetto, che non sei, no, tra coloro che se ne lasciano abbagliare (strano bisogno, poiché il curatore è già supposto imparziale per statuto). Quasi tu volessi dimostrare che sai anche distruggere il monumento che hai appena eretto. Strano anche questo. Innanzitutto perché non è di un monumento che si sentiva la necessità per Pasolini, ma di un’edizione coerente e attendibile. E poi perché non c’è monumento su cui prima o poi i piccioni non vadano a depositare qualcosa. Ma tu non hai voluto nemmeno aspettare i piccioni. Hai costruito il monumento con già la cacchina incorporata.

Tu elenchi i “diritti del poeta” che Pasolini si è arrogato (il diritto al “dilettantismo”, all’“ambiguità”, a “rimanere giovane” ecc.) Ma ce n’è uno che non tieni in nessun conto. Il primo diritto di un poeta, come di ogni autore, è scegliere cosa pubblicare e cosa non pubblicare. E il primo dovere di un filologo è di non azzerare quella scelta. Tu l’hai azzerata pubblicando in quella forma gli inediti. Hai voluto disfare a ritroso quel lavoro di riduzione e di selezione tra i propri materiali – che anche Pasolini, come ogni autore, ha fatto – per poi allestire questo continuuum che non è di Pasolini ma tuo (e che, tra l’altro, nessun editore avrebbe forse accolto se non fosse che Pasolini vende, in qualunque modo lo confezioni). Questa è stata la tua scelta di editore, la poetica implicita di questa tua opera. Perché l’hai fatta? Tu dici di averla fatta per fedeltà alle pulsioni di Pasolini. Ne hai intuito la direzione, e hai deciso – come dichiaravi già in una nota del primo volume – che “il farsi dell’opera sia un luogo critico più centrale, per Pasolini, delle singole opere realizzate”.

E’ vero che negli ultimi anni Pasolini ha manifestato una tendenza a preferire la forma progetto a quella dell’opera rifinita. Ma a parte il fatto che questa è la scelta dell’ultimo Pasolini, che tu, arbitrariamente, proietti all’indietro su tutta la sua opera (come già ti è stato obiettato da Antonio Tricomi sull’”Indice dei libri” dell’aprile 1999); a parte il fatto che tu, in questo modo, finisci per azzerare anche questa discontinuità significativa tra la sua ultima produzione e la precedente. Oltre a questo io vedo anche un altro e più grave arbitrio. Tu pensi che la forma progettuale in cui Pasolini ha voluto scrivere, o girare, alcune delle sue ultime opere letterarie e cinematografiche, non sia altro che una pulsione esibitiva, frutto di una “scissione” profonda della sua psiche: una tendenza “masochistica” a “mettere in piazza” i “panni sporchi”, a esporre alla vista del pubblico tutte quelle sue “ambizioni abortite”, per “autodistruggersi”. Così hai voluto assecondarlo.

Non ti sfiora il dubbio che la forma-progetto sia, appunto, una forma, la quale, proprio in quanto forma, non elimina la selezione dell’autore (non è detto del resto che Pasolini avrebbe pubblicato tutti i progetti che aveva nelle cartelle, né che li avrebbe pubblicati così). Ma tu hai deciso di negare tutto ciò al tuo autore, per portarlo sull’unico piano che a te interessa: quello biografistico-psicologico – per poi lamentare che “tutta l’opera pasoliniana è schiacciata sull’autobiografia”. Grazie! se persino la sua opera omnia ci viene resitutita così!

Sai bene anche tu che simili chiavi interpretative lasciano il tempo che trovano. Uno cade da cavallo e inventa una religione, un altro è poliomelitico e costruisce una teoria dell’universo. Un altro è gobbo…. E allora? Perché verso l’opera di questo autore attivi consecuzioni che ti guaderesti dall’usare per l’opera di Leopardi? Così anche tu riduci l’opera di Pasolini al documento di una patologia. Solo che, a differenza degli altri, non ti sei limitato a leggerla così, ma hai voluto addirittura creare quel documento.

Naturalmente delle ragioni della tua ambivalenza detieni tu i diritti. Ma poiché sei tu a scivolare continuamente dall’opera alle pulsioni di Pasolini, dai testi alle frustrazioni del loro autore, ti meriteresti, per contrappasso, che si leggesse così anche la tua opera di curatore. Perché tanta acrimonia da fratello minore mentre vesti i panni dell’esperto, del filologo? Perché questo cimento risentito con il tuo grande predecessore, troppo grande, che ti sovrasta… che devi far fuori?

Perciò, io non direi che l’opera di Pasolini sia “rimasta sola”. Per il momento è ancora intricata nella tua. Anzi aggrovigliata, piegata in due, per pararsi dai colpi bassi del suo stesso curatore. E’ un paradosso, ma Pasolini sembra destinato a confliggere anche a trent’anni dalla morte, persino dentro la sua opera omnia, persino nel suo monumento. Ai letterati d’Italia egli è sempre risultato intollerabile, e lo è ancora per te, che sei il suo curatore postumo. In questo tu non sei un Io, ma un Noi: anche tu spiazzato dalla sua esorbitanza, anche tu indotto a vendicarti, quasi per un automatismo antropologico, da letterato, da professore.

“l’Unità”, 29 aprile 2003.

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